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If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Foscolo, Manzoni, Leopardi - -Author: Arturo Graf - -Release Date: August 1, 2020 [EBook #62813] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - FOSCOLO - MANZONI, LEOPARDI - - - SAGGI - DI - ARTURO GRAF - - AGGIUNTOVI - - PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI - E - LETTERATURA DELL'AVVENIRE - - (Ristampa) - - - - TORINO - Casa Editrice - GIOVANNI CHIANTORE - Successore ERMANNO LOESCHER - — - 1920 - - - - - Proprietà Letteraria - - Torino — Tipografia VINCENZO BONA (13500). - - - - - ALLA MEMORIA - DELL'UNICO MIO FRATELLO - OTTONE - CHE A ME IN OGNI COSA PREVALSE - FUORCHÈ NEL FAVORE - DELLA FORTUNA - - - - -RILEGGENDO LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS[1] - - -I. - -Molto fu scritto intorno alle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_, e da -molti, che con varii intendimenti, con criterii di giudizio o dissimili -solo o a dirittura contrarii, con disposizione d'animo quando avversa -e quando benevola, ne indagarono la origine e la storia, ne scrutarono -la intenzione e lo spirito, ne notarono le qualità buone e cattive. -Ne scrisse a più riprese il Foscolo stesso, il quale pochissimo amico -del criticismo in teoria, da lui, come da altri, giudicato un vero e -pessimo flagello delle lettere, fu più volte, in pratica, forzato a -fare il critico di sè stesso, e ad esporre pubblicamente le ragioni -e i propositi dell'arte sua; e se è provato oramai ch'egli affermò -circa il suo romanzo assai cose non vere, è fuor di dubbio altresì -che dell'indole de' personaggi, del procedimento dell'azione, della -moralità della favola recò alcuni giudizii che per aggiustatezza ed -acume non furono sorpassati da chi ne prese a ragionar dopo lui. Su -taluno de' suoi giudizii tuttavia ci sarebbe molto a ridire, e più ci -sarebbe a ridire su certi giudizii di critici posteriori, anche sommi. -Io non intendo già di riprendere e gli uni e gli altri ordinatamente in -esame, e confrontarli e discuterli, chè sarebbe lavoro lungo, minuto -e fastidioso; ma avendo riletto di questi giorni il romanzo, e ancora -molte altre cose foscoliane, e il _Werther_ per giunta, ho pensato di -gittar sulla carta alcune considerazioni suggeritemi da quella lettura, -dalle quali può darsi che o l'uno o l'altro di quei giudizii riceva o -correzione o compimento. - -Fra i molti dubbii che le _Ultime lettere_ possono sollevare nell'animo -di un lettore non più giovane, non appassionato, non disattento, è -questo forse uno dei principali: Com'è che Jacopo s'innamora? Data la -condizione dell'animo suo, quale egli stesso la viene manifestando, è -cosa naturale, è cosa conforme alle leggi da cui è governata la nostra -vita morale, che l'amore s'insinui in quell'animo? e che s'insinui in -esso con tanta prontezza e senza contrasto? e che se ne insignorisca -a quel modo? L'innamoramento di Werther, il quale per tanti rispetti -si riscontra con l'innamoramento di Jacopo, ci appare cosa in tutto -verisimile e naturale; ma Jacopo non è Werther; e che anzi sia -profondamente diverso da quello ognuno può conoscere da sè, anche se -ignori le giustissime osservazioni che il Foscolo stesso ebbe a fare -sulla grande disparità loro; e anche se sappia ciò che inutilmente esso -Foscolo da prima tentò di occultare, avere cioè Jacopo, sino dal tempo -della prima orditura del romanzo, avuto il suo prototipo in Werther[2]. - -Jacopo non ha se non ventitrè anni quando scrive la lettera con cui -principia il romanzo. Egli è assai giovane d'anni, ma da questa in -fuori non si direbbe esservi in lui altra giovinezza. Dell'antecedente -sua vita poco accenna egli stesso, e noi non intendiamo bene perchè -sia così invecchiato innanzi tempo; ma ben ci avvediamo che molto -visse con la mente e col cuore, e che giunto all'età in cui gli altri -giovani si affacciano alla vita, egli, per contro, è oramai maturo alla -morte. Vedete l'anima sua da quali pensieri, da quali affetti è presa -e soggiogata. Egli odia quel mondo in cui appena si può dire che abbia -mutati i primi passi; insorge contro la società de' suoi simili, che -tutta gli par fondata sull'ingiustizia e retta dalla menzogna; dispera -di tutta la razza umana, irreparabilmente malvagia, codarda, infelice; -non crede alla scienza, indagatrice oziosa d'inutili veri. Ha un senso -doloroso, profondo, perpetuo della propria e della universale miseria, -della disperata vanità di tutte le cose. Nell'ardente e commossa -fantasia gli si colora il sogno d'una felicità ch'egli nè cerca, nè -spera, fatto conscio ormai dell'universa illusione, e che patria, -gloria, amore, virtù non sono se non fantasmi. A sorreggerlo, quasi -con la lusinga di non so quale orgogliosa e solitaria grandezza, gli -entra nell'animo una opinione, per cui egli si stima un tratto in tutto -diverso dagli altri uomini, e diviso da essi e da ogni loro opera e -cura; ma anche di questa illusione si ravvede, e conosce, e confessa di -non essere altro che _uno dei tanti figliuoli della terra_, ingombro -di _tutte le passioni e le miserie_ della sua specie. Non nega Dio; -ma lo teme più che non l'adori; e non sa se il cielo badi alla terra, -e non sa se qualche cosa dell'uomo sopravvive alla morte. E la morte -egli aspetta _tranquillamente_ quando la stima vicina; ma se gli appaja -ancora lontana, eccolo che smania di cacciarsi un _coltello nel cuore_, -o che solo s'acqueta _dimenticandosi_ d'esser vivo. - -Ora, così fatto giovane vede Teresa, _la divina fanciulla_, della -quale forse nemmeno il nome gli era noto innanzi, e il vederla e il -sentirsene preso gli è un punto solo, e frutto dell'averla veduta -il tornarsene _a casa col cuore in festa_. Io non domando già se -sia possibile ciò, perchè i limiti del possibile, quando si tratta -della natura dell'uomo, sono troppo incerti e mal noti; ma domando -se l'autore abbia ciò giustificato abbastanza, e se abbia condotto -l'avvenimento in guisa da lasciare appagato l'animo di chi legge, senza -suscitarvi dentro alquanta di quella perplessità e di quella ritrosia -che, secondo i casi, o si risolvono in un vago e quasi inconsapevole -scontentamento, o provocano la critica precisa e consapevole. E a me, -se ho a dire il vero, pare che non abbia. - -Intendo, se non tutte, parecchie delle ragioni che mi si possono -opporre. L'anima di Jacopo non è così distrutta come può sembrare a -primo aspetto. Il processo della dissoluzione è bensì cominciato in -lei, è anche andato molt'oltre, ma non ha però compiuto il suo corso, -non è nemmeno giunto a quel segno di là dal quale nessuna ripresa di -vita o di speranza è più possibile. Molte energie durano in Jacopo, -le quali, pur essendo dannate a morire tra breve, non vogliono ancora -morire. Considerate che il suo intelletto e il suo cuore sono in pieno -dissidio fra loro; considerate ch'egli è un vortice di contraddizioni. -Se lo guardate da un lato, egli vi appare quale un pessimista disperato -e incurabile; se lo guardate da un altro, egli si dà a conoscere -per un entusiasta focoso e indomabile. Ha in conto di fantasmi, gli -è vero, la patria, la gloria, l'amore, la virtù; ma la illusione -non è ancor tanto lontana da lui che una qualche riverberazione non -gliene rimanga nell'animo; e quei fantasmi egli adora, e per quei -fantasmi egli spasima. S'infiamma di generoso entusiasmo leggendo -Plutarco; si scioglie in dolcissime lagrime leggendo il Petrarca; -e mette la compassione sopra tutte le altre virtù; e lo rapisce lo -spettacolo della viva natura; e lo empie quasi di un senso di religiosa -venerazione lo spettacolo della bellezza e della grazia muliebre. Egli -è così lontano ancora da quell'atonia in cui si sommerge lo spirito -caduto d'ogni speranza e orbato d'ogni fede, che sente sempre dentro di -sè _un demone che l'arde, lo agita, lo divora_. E il suo cuore non è un -cuor morto; anzi è un cuore che _non può soffrire un momento, un solo -momento di calma_, e che, _ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al -dolore_. Chi dirà che un sì fatto uomo, il quale, per giunta, fa assai -più stima della passione che non della ragione, non sia più in grado -d'innamorarsi? Chi dirà che un animo aperto a tanti altri affetti debba -esser chiuso all'amore? Forse domani, o doman l'altro, egli non si -potrà più innamorare; ma oggi egli può innamorarsi ancora. - -Queste ragioni hanno la loro forza, e non possono essere negate. -Gli è certo che Jacopo si trova in una condizione d'animo duplice e -ambigua; ch'egli passa alternatamente da uno stato a un altro stato -contrario; e che se nell'uno sembra impenetrabile all'amore, nell'altro -sembra tutto aperto all'amore. Nè questa è maniera di contraddizione -che ripugni alla umana natura, la quale può ricevere, e riceve -tuttodì, infinite altre contraddizioni, onde molto di romanzesco e -di drammatico si deriva nella vita di ciascun uomo. Dirò di più, che -quando incomincia il romanzo di Jacopo, c'è una ragione particolare -dispositiva perchè Jacopo s'innamori. Jacopo ha perduto la patria e con -essa la occasion principale e il principal fine di ogni sua operosità. -Egli ha come un vacuo nell'anima, e la naturale tendenza ch'è in -ciascuno di noi a ristorare in qualche modo il perduto, promuove ed -agevola quanto può colmare quel vacuo. Perduta una ragione di vivere, -l'istinto ne sollecita un'altra, che la possa supplire. Con la patria -ancora incolume, forse Jacopo non si sarebbe innamorato, o il suo -amore sarebbe stato d'indole più temperata, e circoscritto entro più -angusti confini: con la patria disfatta, Jacopo s'innamora a guisa -d'uomo perduto, perchè innamorarsi è vivere; e l'amore cresce in lui -prepotente e smodato. - -Non perchè dunque Jacopo s'innamori potrà essere rimproverato al -Foscolo di non avere osservato la verisimiglianza e d'esser venuto -meno alle naturali convenienze del suo soggetto; anzi al Foscolo stesso -noi potremo credere quando afferma che esso Jacopo _è presentato tale -qual era, ne' casi della sua vita, nell'età ch'egli aveva, nelle sue -opinioni e passioni, e in tutti i moti tempestosi dell'anima sua_; e -gli potremo credere senza andare troppo minutamente a cercare se diceva -in tutto in tutto il vero quando scriveva ad Antonietta Fagnani: _Mi -sono fedelmente dipinto con tutte le mie follie nell'Ortis_; e quando -scriveva a madama Bagien che i Francesi, leggendo tradotte le _Ultime -lettere_, avrebbero potuto conoscere tutti i sentimenti e tutte le idee -di lui. Non di avere immaginato un personaggio e un'azione inverisimile -accuseremo il Foscolo, ma bensì di non aver saputo scorgere tutte le -molte difficoltà del suo soggetto; di non avere avuto sempre a mano -l'arte che si richiedeva a fare della pittura di quel personaggio e -del racconto di quell'azione un tutto sempre coerente e intelligibile, -tale da ottenere senza fatica il pieno assentimento dei leggitori. -Il romanzo ci presenta certi effetti e certe conclusioni, ma delle -cause di quelli e delle premesse di queste non porge idea abbastanza -chiara. La passione e l'azione si svolgono presso a poco alla maniera -di un ragionamento a cui sieno state tolte più e più proposizioni -intermedie, necessarie a legare e compiere il senso. Il racconto rimane -come ingombro di nodi insoluti: la _motivazione_ è insufficiente; e -tropp'altre cose mancano in esso, le quali non tutte si può pretendere -che sieno supplite dalla fantasia del lettore, per quanto si voglia -fare del lettore intelligente un collaboratore dell'autore. Appunto -perchè Jacopo ci appare duplice, avremmo voluto che la storia dell'amor -suo ritraesse un po' più particolarmente e un po' più fedelmente -il contrastare di quei due uomini che si affrontano in lui, e il -soverchiare e il ritrarsi quando dell'uno e quando dell'altro. Tale -quale si legge, la storia sembra esser quasi di un solo dei due anzichè -d'entrambi; il che parrebbe giustificato qualora, in virtù appunto -dell'amore, l'uno riuscisse a sloggiar l'altro; ma giustificato non -può parere quando si vede che i due seguitano a contrapporsi ed a -contrastare sino alla fine. Insomma, essendo questo dell'_Ortis_ un -romanzo psicologico, mi sembra che lasci desiderare una più diligente, -più sottile e più ricca psicologia. Il Foscolo avrebbe forse potuto -supplire, almeno in parte, al difetto con porre a fronte di Jacopo una -Teresa meno eterea, meno astratta, meno incomunicabile; una Teresa -che non fosse una immagine dipinta, buona solo ad essere adorata in -silenzio, ma donna viva e parlante; una Teresa che, pur rimanendo -fermissima nel suo proposito di virtù, avesse saputo in qualche modo -farsi incontro al povero Jacopo, e mutare di tanto in tanto in un -dialogo l'eterno e disperato soliloquio di lui. Parlando con Teresa, -Jacopo avrebbe potuto dire a schiarimento dell'esser proprio assai -cose le quali non riesce a scrivere all'amico Lorenzo. Ma il Foscolo -cadde ancor egli in questo errore di credere che per fare di una donna -un oggetto in tutto degno di ammirazione convenga farne una essenza -angelica, una idea, un'astrazione; per figurare la donna perfetta -cancellare la donna. Questo errore gli può essere perdonato facilmente; -ma non così facilmente gli può essere perdonata la opinione, da lui -mantenuta negli anni provetti, che questa impalpabile Teresa sia -creatura superiore alla Carlotta del _Werther_, per quanto alcune -osservazioni ch'egli viene facendo intorno a quella Carlotta possano -parere giuste e ingegnose[3]. E la astrattezza essendo carattere, non -della sola Teresa, ma di tutti più o meno, i personaggi del romanzo, -i quali (notava il De Sanctis) _appariscono sulla scena come i primi -schizzi su di un cartone, disegni appena sbozzati e rimasti in idea_, -si vede come sempre più venisse tolto a Jacopo il modo e l'opportunità -di esplicare e chiarire tutta quella parte di sua vita interiore che -noi a fatica possiamo andar congetturando e indovinando. - -Certo, fare che egli stesso la venisse esplicando e chiarendo, o altri -per lui, era cosa di somma difficoltà; e non è da meravigliare che il -Foscolo, giovanissimo quando compose il romanzo, o non l'avvertisse -tutta, o non riuscisse a vincerla; e, del resto, non so veramente -s'egli ebbe mai, nemmeno negli anni maturi, le particolarissime qualità -d'ingegno che ci sarebbero volute al bisogno, e che mai non mancarono -al Goethe. Ma gli è certo altresì che se il Foscolo fosse riuscito a -mettere, per questa parte, nel suo romanzo, ciò che vi manca, il suo -romanzo non avrebbe dato argomento a un altro sfavorevole giudizio, il -quale non può essere notato d'ingiusto, sebbene non mi paja scevro di -qualche esagerazione. - -Il De Sanctis, parlando del romanzo da par suo, scriveva: «Siamo alla -fine del quinto atto; la catastrofe è succeduta, pubblica e privata; -al protagonista non resta che puntarsi la spada nel petto come Catone, -o, come un personaggio di Alfieri, _cacciarsi un coltello nel cuore -per versare il sangue fra le ultime strida della patria_. Qui comincia -il libro: qui, dove cala il sipario, comincia la rappresentazione». E -soggiungeva che «il suicidio era già compiuto nell'anima»; e che «la -tragedia non ci è più: ci è una situazione lirica nata dalla tragedia»; -e che «una situazione così esaltata nel suo lirismo, non può troppo -protrarsi senza che la diventi monotona e sazievole»; e che «una -situazione così tesa fin dal principio potea dar materia ad un canto, -com'è la Saffo; non se ne potea cavare un romanzo, se non stirandola -e riempiendola di accessori fortuiti, non generati intrinsecamente -dal fatto»[4]. Chiunque abbia letto il romanzo senz'essere trascinato -egli stesso da un po' di quella passione che trascina il protagonista, -conoscerà che c'è molto del vero in queste parole, ma forse non -tutto il vero. Che da quella situazione, benchè tanto tesa sin da -principio, si potesse pur ricavar un romanzo, anche senza inzepparlo -di accessorii fortuiti, a me sembra certissimo. Che nel _Werther_ -ci sia, come nota lo stesso De Sanctis, una _storia psicologica_ -molto più abilmente svolta che non nell'_Ortis_, io concedo assai di -buon grado, nè parmi si possa negare; ma che nell'_Ortis_ non ci sia -punto storia psicologica, e che per contro vi stagni _la palude e -l'acqua morta_, non mi pare si possa asserir con ragione. Proponete -quella stessa stessissima situazione ad uno dei sottilissimi nostri, -e talvolta troppo sottili romanzieri psicologi, e vedrete s'e' saprà -cavarne una storia psicologica, e se anzi non c'è pericolo che ne -cavi troppa. Anche nell'_Amleto_ la situazione è tesissima sin da -principio, ed è sempre sostanzialmente la stessa dal primo all'ultimo -atto; eppure guardate che macchina di dramma seppe formarci sopra lo -Shakespeare. E quanti altri esempii a questo proposito si potrebbero -ricordare opportunatamente! La colpa dunque fu assai più del Foscolo -che della situazione; e del resto nell'opera stessa del Foscolo c'è più -romanzo e più storia psicologica che a primo aspetto non paja. Appunto -quando il racconto incomincia, incomincia pel protagonista un ordine -nuovo di casi, che susciteranno nell'anima sua nuove passioni, e lui -trarranno a nuovi cimenti. Egli era dannato, perduto, finito; ma ecco -che in quella vita già prossima a spegnersi irrompe una subitanea, -non preveduta energia; e questa energia è l'amore, la più rigogliosa -e trasformatrice di quante mai ne può ricevere l'anima umana. Che -avverrà di Jacopo? Il poeta ci dice che Jacopo era «suicida per indole -d'anima e per sistema di mente»; ma anche ci dice che l'amore cominciò -a «ristorar dolcemente» quell'anima, e ad adescarla «in segreto di -care speranze», e a spargervi dentro alcun poco di refrigerio; e -che le due passioni, la politica e l'amorosa, sostennero «d'alcuna -speranza per diciotto mesi quel giovine disperato». Dunque, sia pure -per poco, la situazione è mutata. Dunque c'è materia a romanzo. Jacopo -stesso consiglia il suicidio all'uomo cui più non rimanga ragione di -vivere; ma come si potrà dire che manchi ragion di vivere all'uomo -innamorato, tanto che duri in lui qualche speranza dell'amor suo? «La -catastrofe», ci dice ancora il poeta, «non che volerla occultare, è -manifestata sin dalle prime pagine e dal titolo del volume», e ciò -è vero; ma non tanto vero che molti dubbi non possano nascere in noi -intorno a ciò che Jacopo sarà per fare: e ogni nuovo dubbio è come una -nuova via aperta all'azion del romanzo. Però mi pare che avesse qualche -ragione il Carrer quando diceva che nel _Werther_ «il caso è regolare», -mentre «nell'_Ortis_ ha una grande individualità, ed ora si arresta e -fa mostra di dare addietro, ora va a balzi impetuosi e divora in un -attimo lunghissima via». Che farà Jacopo? Amando con tanta passione -Teresa, permetterà egli che altri gliela tolga? E sapendosi riamato -da Teresa permetterà ch'ella viva infelicissima tutto il tempo della -vita sua a fianco di un uomo aborrito? E se Jacopo, a furia di pensarci -su, riuscisse a persuadersi che il signor T. e il signor Odoardo e -gl'interessi e la quiete di quella famiglia non meritano ch'egli faccia -il sacrificio del proprio amore e della vita? E se scrutando un po' a -fondo certe sue riluttanze morali, e discutendo certi suoi scrupoli, -riuscisse a scoprire non essere cosa gran fatto morale che una -fanciulla dia la mano di sposa ad un uomo quando ha già dato il cuore -ad un altro, e che la osservanza di una promessa già fatta non è in tal -caso tanto morale quanto potrebbe sembrare a chi confonde la morale -col formalismo farisaico? E se in un momento di ebbrezza, trovandosi -_soli e senza alcun sospetto_, Jacopo e Teresa imitassero senza alcuna -meraviglia da parte del lettore, il presumibile esempio di Paolo e -di Francesca? E se dopo di ciò Jacopo portasse via Teresa per andar -a morire insieme con lei in qualche luogo ignoto e lontano? Oppure -se Jacopo ammazzasse Odoardo, come gliene viene la tentazione? O se, -colto da un furor pazzo e bestiale, ammazzasse, oltre al rivale, anche -l'amata e il padre di lei e poi sè stesso? - -Come si vede, non sono poche le congetture che il lettore, anche -sapendo che Jacopo finirà con l'ammazzarsi, potrebbe formare; nè io -ho preteso di numerarle tutte. E se mi si concede che almeno alcune di -esse sono tali che il lettore non ha ragione di ricusarle prima d'esser -giunto alla conclusione, mi si dovrà ancora concedere che il cammino -dell'azione non sia poi così rigorosamente e immutabilmente prescritto -come parve al De Sanctis, e che, almeno in potenza, sia nel romanzo -alquanta più storia psicologica ch'ei non disse. - - -II. - -Un altro non lieve difetto fu rimproverato al romanzo del Foscolo: -quello di menare ostentatamente di fronte due grandi e ben diverse -passioni, le quali sembrano doversi intralciare e impedire a vicenda: -la politica e l'amore; e di chiudere in sè quasi due anime, delle quali -l'una non troppo sappia dell'altra. E anche qui bisogna riconoscere -che il rimprovero non manca d'esser giusto. Non so se mai vi sia -stato lettore delle lettere dell'Ortis, il quale non abbia ricevuto -un pochin di noja da quell'alternarsi di sfoghi politici e di sfoghi -amorosi, da quella, non so se dire crudezza o improntitudine, con cui -l'una passione s'intraversa nell'altra; e che non abbia desiderato, o -che il patriota fosse meno acceso di Teresa, o che l'innamorato fosse -meno caldo della patria. Dicono che quella duplicità di passione scema -l'interesse invece di accrescerlo, disperde l'attenzione, raffredda il -sentimento; e certo non dicono male. Dicono ancora che nel _Werther_ è -assai più interezza ed unità; e credo dican benissimo. Già il Foscolo -sentì la forza della censura, e nella _Notizia bibliografica_ cercò di -rispondervi. «Che poi due passioni così diverse», egli scriveva, «quali -pur sono il furore di patria e l'amore, possano ardere simultaneamente -nell'anima d'un solo individuo, e tutte due si manifestino spesso in -uno stesso periodo e, talvolta, in una sola frase, è fenomeno naturale -e può ammettere spiegazione; ma sì strano a ogni modo, che se fu -alcuna rara volta mostrato in una o due scene di qualche tragedia non -deve essere ripetuto per duecento e più facciate in un libro: e chi -disse che quelle lettere _hanno due anime_, le censurò con argutissima -verità». Ciò nondimeno, alquanto più oltre reca parecchi argomenti co' -quali s'ingegna di far vedere, non solo che le due passioni possono, a -un tempo stesso, capire nella stessa anima umana; ma, ancora, che nel -caso particolare dell'Ortis deriva dal concorso loro più d'un effetto -per cui l'azione rimane, in alcune sue parti, meglio giustificata e -chiarita. Della possibilità del concorso egli poteva recare in prova, -oltre che l'esempio di Giulio Cesare e l'autorità del Montaigne, -come fa, anche l'esempio suo proprio, dacchè nel tempo appunto in -cui attendeva a dar l'ultima forma al romanzo, egli, perduto dietro -alla Fagnani, scriveva l'_Orazione a Bonaparte pel Congresso di -Lione_[5]. Quanto poi al giovamento che l'azione del romanzo trae da -quel concorso, io veramente credo che avrebbe potuto essere di molto -maggiore se maggiore fosse stata, anche in questo caso, l'arte del -poeta; o che, almeno, avrebbe potuto essere molto minore il danno, se, -per esempio, il poeta avesse scritto il romanzo quando invece scriveva, -molto più maturo di anni e di animo, la _Notizia bibliografica_. - -Se non che si può forse dire a difesa di quel concorso una cosa che -non cadde in mente al Foscolo. Le due passioni sono veramente legate -nell'idea del romanzo assai più di quanto appajano legate nella -narrazione. Infatti, se Jacopo non avesse perduta la patria; se la -condizione dell'Italia non fosse quale egli la vien descrivendo nelle -sue lettere, i casi della vita di lui potrebbero prendere tutt'altra -piega, riuscire a tutt'altro fine. Profugo, sprovveduto, insidiato, -egli non può sperare, e non può quasi desiderare, di ottenere Teresa -in isposa; ma perchè non avrebbe potuto e desiderare e sperare di -ottenerla se non fosse stato nè profugo, nè sprovveduto, nè insidiato? -L'esser ella di famiglia nobile, ed egli di plebea, poteva dar luogo a -difficoltà, ma forse non invincibili, malgrado delle idee del padre. -Dunque una ragione politica è quella, se ben si guarda, che prima -condanna l'amore di Jacopo a una fine infelice. Da altra banda, se -diversa fosse stata la condizione dell'Italia, il padre di Teresa -non avrebbe avuto bisogno di schermirsi da pericolosi sospetti, e di -assicurare la sorte propria e di tutta la famiglia imparentandosi col -marchese Odoardo. Dunque una ragione politica è quella che condanna -Teresa al sacrificio. Come scindere in tale condizione di cose la -politica dall'amore? Come non confondere in una sola sventura le -due sventure che fanno sanguinare il cuore del giovane? Questi non -può pensare alla fanciulla amata senza che la sua mente subito corra -alle più forti ragioni che gliene contrastano il possesso, e perciò -alla patria; e non può pensare alla patria senza che la sua mente -subito corra all'ultimo danno che gli viene dalla rovina di quella, -l'impossibilità, cioè, di ottenere la fanciulla amata. Così l'anima sua -rimbalza perpetuamente da Teresa alla patria, e dalla patria a Teresa. - -Se il lettore non s'avvede della necessità di questo giuoco doloroso, -e s'impazienta, e grida che propriamente Jacopo non sa quel che si -voglia, la colpa non è già tanto della situazione, quanto dell'autore, -che non seppe adoperarvi attorno gli avvedimenti opportuni. - - -III. - -Che il Foscolo sia stato un campione ardentissimo e indomabile del -classicismo quando già il classicismo piegava alla fine, è cosa così -universalmente risaputa, e tante volte ripetuta, che il ricordarla e -il ripeterla ancora potrebbe parere peggio che ozioso. Anche lasciando -di considerare quelli tra' suoi migliori componimenti poetici ov'egli -trasfuse veramente un'anima greca; anche mettendo da banda quelle -innumerevoli lettere sue, e quelle tante altre sue prose, dove i -ricordi classici d'ogni maniera ricorrono con così fitta e spesso -così importuna frequenza da stancar ogni lettor più longanime; basta -ricordare la sua dottrina intorno alla lirica, e la sua dottrina -intorno alla tragedia, per dover subito riconoscere che l'Italia non -ebbe altro classico più classico di lui, e che il Monti, nonostante -il sermone sulla mitologia, deve contentarsi di venirgli secondo. -Perciò non è a meravigliare s'egli ebbe in odio il romanticismo; se nel -_Gazzettino del Bel Mondo_ diede addosso a quei giovani che «cavalcando -i destrieri nuvolosi di Odino... rompono lance in onore della _poésie -romantique_»; e se prendendo occasione dal _Carmagnola_ del Manzoni, -di quel Manzoni a cui non aveva altra volta risparmiata la lode, fece -fronte alla nuova scuola in modo non meno risoluto che disdegnoso. - -Ma un dubbio nasce in chi legge le opere ed esamina la vita di -questo singolare poeta e singolarissimo uomo. Fu proprio il Foscolo -così interamente e sostanzialmente classico quale ce lo vengono -predicando? Non ebbe lacune il suo classicismo, non ebbe inquinamenti? -E per ispiegarci meglio: se alcuno venisse a dirci che per entro al -classicismo del Foscolo serpeggia più di una vena di romanticismo, -direbb'egli cosa da doverglisi rinfacciare come un'eresia? Non credo. -E primamente, per parlare in generale, nessun classicista mai fu -tutto classico, perchè non è possibile ad un uomo moderno farsi greco, -latino, pagano, checchè la credula e sciocca albagia si possa andar -persuadendo in proposito. I classicisti non furono classici che per -approssimazione e in variabile misura, secondo che riuscirono, più -o meno, a conformare al modo antico il modo loro di pensare e di -sentire, e la loro arte all'arte antica. Nè vi fu classicista mai per -quanto classico, che non desse luogo dentro di sè a molte, benchè non -confessate, o non sapute, modalità mentali del suo tempo, tutt'altro -che classiche. Poi, quanto al Foscolo in particolare, mi sembra si -possa dire che l'indole sua e la vita gli dovevan permettere anche -meno che ad altri di esemplare in sè pienamente l'antico. Ora io credo -che il Foscolo ebbe parecchio del romantico, non solo negli anni suoi -giovanili, ma anche dopo, e per tutto il tempo della non lunga sua -vita; e credo che certi atteggiamenti romantici fossero congeniti in -lui, e, più dei classici, connaturali all'indole sua. E anche questo è -argomento che si collega con le _Ultime lettere_. - -Per ciò che spetta agli anni giovanili non vi può essere incertezza. -Sappiamo che dal Cesarotti egli imparò ad ammirare i poemi di Ossian, -e che ebbe care le lugubri fantasie di Edoardo Young, le quali -rivivono in alcuni dei primi suoi versi, come la elegia _In morte -di Amaritte_, e quella intitolata _Le rimembranze_. Altre sue brevi -poesie di quel tempo (1796-1797), quali il sonetto che incomincia: -«Quando la terra d'ombre è ricoverta», e gli sciolti _Al Sole_, -hanno un colorito romantico che non può sfuggire a nessuno. Veniamo -alle _Ultime lettere_. Sono esse o non sono romantiche? Facendo tale -domanda si fa quasi implicitamente quest'altra: È, o non è romantico -il _Werther_? Per rispondere basterà ricordare che il giovane Werther, -il quale antepone Ossian a Omero, è non solo un personaggio romantico, -ma a dirittura come il capostipite di tutta una famiglia romantica; -che aveva ragione il Lessing quando diceva che nessun giovane greco -o romano si sarebbe innamorato e poi ucciso al modo di Werther; -che l'aveva quasi madama di Staël, quando a proposito della forma -epistolare data dal Goethe al suo romanzo, diceva che gli antichi non -pensarono mai a dare così fatta forma alle loro finzioni (e scordava -le _Eroidi_ di Ovidio, il quale fu considerato come un precursor dei -romantici); e finalmente che il romanzo del Goethe fu uno dei libri che -più accesero la fantasia a Giovanni Ludovico Tieck, romanticissimo fra -i romantici. Perciò, con esso, il Goethe ajutò senza dubbio alcuno e -promosse quella scuola romantica di fronte alla quale mutò poi e rimutò -atteggiamento. - -È a lamentare che sieno andati perduti certi _pensieri_ del Monti -intorno all'_Ortis_, perchè forse si sarebbe potuto rilevare da essi -che certe vestigia dell'_audace scuola boreal_ egli le aveva sapute -scorgere nel romanzo, e perchè forse ci sfogava attorno un qualche -poetico e classico risentimento. Ma anche senza il suo ajuto, ognuno -può vedere per questa parte più che non bisogni. Indubitatamente -le _Ultime lettere_ sono scrittura d'inspirazione e d'intonazione -romantica, sebbene non vi si riscontri questo aggettivo fatale, che per -ben due volte compare nel _Werther_. Romantico è in esse il carattere e -il tono della passione; romantico quel considerar la ragione come cosa -men alta e men degna del sentimento; romantico il modo di vedere, di -sentire, di ritrar la natura; romantica tutta la storia di Lauretta; -romantica l'enfasi e l'esagerazione del linguaggio, che sempre trasmoda -nel lirico; romantica la fusion dell'autore col personaggio di cui -narra la storia. E se qua e là ci si abbatte in quelle lettere a -qualche frasca o zerbineria mitologica; e se in un luogo sbucan fuori -non so che najadi o ninfe; e se Jacopo si scalmana dietro agli eroi di -Plutarco; ciò non basta a togliere al libro il carattere romantico che -per tanti rispetti gli si appartiene. E se quell'inframmettente del -Sassoli si deve biasimare per avere voluto finir di suo, e malamente, -quel primo saggio dell'_Ortis_ che fu la _Vera istoria di due amanti -infelici_, lasciato a mezzo dal Foscolo, non potrà già, a parer mio, -biasimarsi d'averne franteso e alterato il carattere, quando nella -seconda parte dà luogo a quell'Ossian che non l'aveva potuto trovar -nella prima e ci stiva tanto del Young quanto ce n'entra. Aggiungasi -che le _Ultime lettere_ furono in Italia, come il _Werther_ in -Germania, uno dei libri più cari alla gioventù romantica, quello, -fra tutti, che aperse (è il Foscolo stesso che rammaricandosene ce ne -assicura) più profonde ferite nel petto delle fanciulle patetiche[6]. - -Ora, il romanticismo delle _Ultime lettere_ è un indice del -romanticismo del Foscolo. Intendo che sì fatta asserzione può suscitare -molte e non lievi obbiezioni, ma non tali, credo, che la buttino a -terra. Di che romanticismo del Foscolo, si dirà, andate voi ragionando, -se del 1800 è l'ode per la Pallavicini, e del 1802 quella per l'_Amica -risanata_, pregne l'una e l'altra di mitologia e di spirito greco? -E non è del 1803 la versione di Callimaco? E non è del luglio del -medesimo anno la lettera a Giambattista Niccolini giovinetto, nella -quale il Foscolo dice, tra l'altro, che i classici sono _le sole fonti -di scritti immortali_? Ora son quelli per l'appunto gli anni in cui -il Foscolo rivede il suo romanzo, lo conforma meglio col _Werther_, lo -riduce a lezione definitiva, lo stampa intero. - -Il tema è delicato, e se ne vuol discorrere con circospezione, e -intendersi bene. Io non dico già che il Foscolo fosse un romantico: -dico ch'egli ebbe del romantico nel modo di sentire, di pensare, di -atteggiarsi, di vivere; e che l'anima sua, capace, come egli stesso -ne avverte, di molte contraddizioni, somiglia a un fiume formato dal -concorrere di più acque, varie d'origine, di temperatura e di colore e -non anche fuse insieme. E molto più romantico certamente sarebb'egli -riuscito se non fosse stata tutta classica la sua educazione; e se -dalla qualità di greco non avess'egli creduto di ricevere come una -particolarissima obbligazione e consacrazione di classicità; e se dai -casi e dalle tristi esperienze della vita, e dal disgusto di quanto -si vedeva d'attorno egli non fosse stato, dirò così, quotidianamente -risospinto verso l'antico. Le quali ragioni tutte, del resto, -non valsero ad impedire che qualche sottil vena di romanticismo -s'infiltrasse nei _Sepolcri_, e che la _Ricciarda_ riuscisse una -tragedia riboccante di romantici orrori[7]; e non tolsero al poeta, -la cui fede classica appar molto scossa negli ultimi anni, di dire, -parlando delle _Grazie_, che forse un giorno in altri suoi versi non si -sarebbero più vedute le deità dei Gentili. - -Chi voglia farsi un'idea del romanticismo giovanile del Foscolo, basta -ponga mente a due cose: l'una, che la prima materia del romanzo la -porsero le lettere a quella Laura intorno a cui si fecero già tante -congetture e tante dispute; l'altra, che le lettere ad Antonietta -Fagnani si riscontrano in moltissimi luoghi, come fu notato, con -le lettere del romanzo. Quante movenze, quante espressioni, quanti -riscaldamenti romantici in quelle lettere alla Fagnani, la quale -era, lei, tutt'altro che romantica! Prima di tutto, la passione, -stimolata dì e notte dalla fantasia, esacerbata dalla riflessione, -artificiosamente incalzata di là da' suoi termini naturali, intricata -nelle peripezie di romanzesche avventure, con ostentazione di mistero, -sospetto d'inimicizie coperte, ansietà di tradimenti, repentagli -di duelli, ruggiti di rabbia e dì dolore, aspettazione di morte, -minacce di suicidio. Chè il Foscolo ebbe tutto il tempo di vita sua il -desiderio, e dirò pur l'ambizione, di uno di quegli amori smisurati, -fatali, mortali, che tutti i romantici sognarono; e fra tanti ch'ei -n'ebbe, non n'ebbe uno solo mai che veramente fosse di quel carattere, -checchè ne possa egli dire e voler far credere nelle sue lettere -amorose, e sebbene parecchi degli amori suoi, anche prima di quello -colla Fagnani, fossero stati romanzeschi a segno da meritargli da -colei il soprannome di _romanzo_ e _romanzetto ambulante_. Poi quella -mostra vanagloriosa e quel come culto di una infelicità maggiore di -ogni altra infelicità, e nel tempo stesso più nobile di ogni altra, -e più recondita, e più fatale, disperata di soccorso, perpetua, -inintelligibile ai profani, ajutata da un'arte crudele e squisita -di _esulcerare le proprie piaghe_, chè l'arte di Jacopo, mentre le -_Lettere_ di Jacopo sono, a detta dello stesso Foscolo, il libro -del cuore del Foscolo. Onde quel parlar sempre, e sino alla sazietà, -di delusioni irreparabili, e di contraddizioni fra il sentimento e -l'esperienza, e di un sentir troppo intenso e profondo, e di _anima che -divora il corpo_, e di cuore che è _eterna causa di pianto_, e di un -_tempo presente divorato col timor del futuro_; e quelle notti insonni, -popolate di fantasmi, e quell'orror pei viventi, e quello stemperarsi -continuamente in lacrime, e il _piacere dell'infortunio_, fratel -carnale della pindemontiana e anglogermanica _gioja del dolore_ (_joy -of grief; Wonne der Thränen_), e l'oppio e il digiuno, e il pugnale -liberatore. Poi anche la incurabile melanconia che lo possedette fin -da fanciullo; quella stessa pensosa e poetica melanconia, che più -antica assai dello Chateaubriand, dal quale Teofilo Gautier la voleva -scoperta o inventata[8], giudicata dal Cesarotti uno dei caratteri del -genio, celebrata in Italia dal Bertola e dal Pindemonte, derisa dal -Parini, fu, vera o finta, uno dei contrassegni particolari d'infiniti -romantici, molti dei quali dovettero invidiare al Foscolo la _magra -e melanconica persona_, di cui sembra che questi inorgoglisse, pure -conoscendosi brutto. «Le melanconie», egli diceva, «non mi lasciano che -di rado, ed io ne godo ch'esse alberghino meco»[9]. E alla melanconia -s'accoppiava una vaghezza di sentimenti _patetici_ e di _patetiche_ -viste, onde il poeta si congratulava con l'amica, perchè un ritratto di -lei, sebbene poco somigliante, pure serbava _tutto tutto il suo caro e -patetico atteggiamento_. Aggiungete poi un grande disprezzo per quella -_stupidità che si chiama saviezza_, un odio orgoglioso per ogni maniera -di volgo, un gesto da fulminato impenitente, una ostentazione di animo -imperterrito, e per soprammercato, i rimorsi di Didimo Chierico, e -poi ditemi, se in mezzo alle molte contraddizioni, e ai non pochi -vacillamenti, non vi pare di riconoscere nel Foscolo uno di quei _bei -tenebrosi_ di cui andò tanto superba l'arte romantica, e se non vi -fa pensare a qualcuno di quei personaggi misteriosi e fatali in cui -s'incarnò Giorgio Byron. - - -IV. - -Quanto sono venuto dicendo riguarda in più particolar modo il Foscolo -giovanissimo, ma si può seguitare a dire, almeno in parte, anche del -Foscolo meno giovane, e del Foscolo non più giovane. - -Mettiamo in sodo un primo fatto importante, ed è che, comunque il poeta -possa giudicare, negli anni maturi, il romanzo della sua giovinezza, e -dolersi del malo esempio che molti potevano averne ricevuto, e dire che -gli rincresceva d'averlo scritto, quel romanzo non gli esce più dalla -mente e dal cuore, e sempre egli lo viene ricordando, l'un anno dopo -l'altro, nelle sue lettere e sempre egli si riconosce, e si compiange, -e si ammira nel _povero_ Jacopo. Nel 1806, scrivendo all'Albrizzi, si -firmava _il tuo Ortis_. Nel gennajo del 1806, scriveva alla Marzia: -«Mi sento l'animo come nel tempo ch'io scriveva l'_Ortis_»; e un'altra -volta le diceva che se avesse potuto scrivere un altro _Ortis_ gli -sarebbe parso di star meglio, e sarebbe forse guarito. Nel 1812 -ricordava al Pellico il _nostro povero Ortis_. Nel 1813, trovandosi in -uno dei suoi tanti travagli amorosi, scriveva al Trechi: «Sigismondo -mio, il povero Ortis è morto»; e morto non era se riviveva in lui. -Essendo in Isvizzera nel 1815 e nel 1816, si faceva scrivere al nome di -Lorenzo Alderani, il supposto amico e quasi fratello di Jacopo, e con -quel nome si sottoscriveva, e di quel nome si serviva anche in istampa. -Curava nuove edizioni del _melanconico libricciuolo_, dolendosi degli -errori e di altri guasti che ne avevan deturpate parecchie, lamentando -le traduzioni cattive, compiacendosi delle buone; e ad alcune copie -della stampa di Londra, del 1817, poneva in fronte una lettera a -Samuele Rogers, ove dice tra l'altro: «Io in questa operetta cerco alle -volte e riveggo il mio cuore quale era uscito di mano della natura». E -quale in sostanza egli conservò sempre, come par quasi che presentisse -Melchiorre Cesarotti, quando, nel 1802, gli scriveva a proposito di -essa: «Veggo purtroppo ch'è l'opera del tuo cuore; e ciò appunto mi -duol di più, perchè temo che tu ci abbia dentro un mal cancrenoso e -incurabile». Altri, come l'abate Luigi di Breme e madama Bagien, lo -chiamano Ortis, _ce pauvre Ortis_, e pare a me dicessero più giusto che -non facesse egli stesso, quando in una lettera del 1820 alla Russel, -e in uno dei frammenti del romanzo autobiografico, chiamava l'Ortis -suo amico e suo sfortunato amico. Perciò non ha torto il Chiarini -quando dice che un fondo di Jacopo Ortis rimase nel Foscolo per tutta -la vita, e che il Foscolo «fu molto più Jacopo Ortis del suo eroe»; -e aveva torto la contessa d'Albany quando negava così senz'altro che -il suicidio di Jacopo Ortis fosse una ragione per credere al suicidio -del Foscolo. Si può qui considerare un bel caso dell'influsso che alle -volte un libro esercita sulla persona e su tutta la vita del proprio -autore. - -Nel 1795, il poeta giovinetto, _avvolto di un'elegante melanconia_, -si deliziava spesso _mormorando i patetici versi di Ossian_: il poeta -maturo si burlò degli _ossianeschi_, e sentenziò che «la materia -dell'_Ossian_ dissente tanto da' nostri costumi e dalle nostre idee -poetiche, che l'imitarlo riescirebbe ridicola affettazione»; ma non per -ciò se ne scordava, e in una lettera del 1814, alla contessa d'Albany, -trascriveva alcuni versi della traduzione cesarottiana, serbati nella -memoria, e ripetuti a lenimento del dolore che gli divorava l'anima, e -a schermirsi dagl'_irritamenti della fortuna_. - -La melanconia séguita a essere compagna inseparabile del poeta maturo -com'era stata del giovane; anzi prende nome e qualità di _melanconico -genio_, e il poeta, che ammira la _melanconia_ della Bibbia, gode in -pari tempo di poter dire: _il mio amico Amleto_. Quella certa smania -di singolarità che la contessa d'Albany gli rimproverava nelle sue -lettere, e ch'egli un po' stizzosamente negava, era male congenito in -lui, del quale, o non seppe, o non volle guarire mai, e che appare -per più rispetti somigliantissimo a quella teatralità di cui tanti -romantici, anche non zazzeruti, ebbero a far pompa[10]: onde forse -l'ammirazione sua per il Byron, levatosi come un «Achille giovinetto -tra uno stuolo di eroi più provetti»: pel nuovo Euforione cui anche -il Goethe applaudiva, e che le opposte tendenze dei classicisti e -dei romantici pareva dover conciliare in un'arte più comprensiva -e più alta. E sempre l'uomo provato da tanti disinganni e da tanti -dolori mostrò di porre, come avrebbe potuto fare il più romantico -dei romantici, la passione al disopra della ragione; e sempre l'anima -sua, benchè _inaridita_ (come a lui piaceva di dirla), fu straziata da -_fatali_ ricordi, e si dibattè nel tumulto dei sensi e degli affetti, -nella febbre e nel delirio di una passione _forsennata_; e sempre le -sue lettere d'amore, specie se scritte a donne _pallide, patetiche, -sibilline, fatali_, donne _funestamente a lui care_, sono come pezzate -di colori romantici, tassellate di espressioni romantiche, riboccanti -di romantica mestizia. Leggete ciò che delle notturne angosce, -cagionategli da un nuovo rimorso, egli scriveva alla _Donna gentile_ -nel marzo del 1816, e leggete il _Manfredo_ del Byron, e poi dite se -l'uomo reale non sembra appartenere con l'immaginario a una stessa -famiglia. - -Il De Sanctis avvertì, e con ragione, un elemento romantico in quei -_Sepolcri_ in cui Ippolito Pindemonte trovava, anch'egli con ragione, -troppe antiche memorie; ma l'elemento romantico è nell'anima stessa -del Foscolo. Che importa che il poeta non se ne avveda, o nol voglia -confessare? Che importa ch'egli stia nel 1814 più mesi senza leggere -altro che Omero? Che importa che nel 1823 scriva: «I moderni sono -troppo ciarlieri per me», e sempre torni agli antichi? Egli ha in -fronte uno stigma romantico che non può cancellarsi. Come i romantici, -egli è un rivoluzionario che grida tutto essere da rifare in arte. -Come i romantici, o almeno come i più dei romantici, egli non riesce -a fermare in sè quel perfetto equilibrio della ragione e del cuore, -ch'è una condizione principale dell'arte classica, e che egli in -arte vagheggia, non senza contraddire a sè stesso. Come i romantici, -egli s'intrude sempre nell'opera propria, nè saprebbe intendere il -Goethe quando sentenzia che una cosa deve essere l'opera, e un'altra -cosa, affatto distinta, il poeta. Aggiungasi che egli, se avversò -Chateaubriand, col quale ebbe pure più di una somiglianza, se derise -la Staël, fu amico e lodatore sincero di parecchi romantici, fra' -quali tutti basterà ricordare il Pellico; e che quando fu fondato il -_Conciliatore_, il giornale della nuova scuola, egli promise, sia pur -freddamente, di scriverci, mentre il Monti al giornale moveva guerra -prima ancor che nascesse. Chi ponga mente a tutto ciò, non potrà poi -troppo meravigliarsi di quella esagerazione del Lampredi, che, nel -_Poligrafo_, chiamò Ugo Foscolo il _corifeo dei romanticismo_; anzi lo -accusò d'aver preso del romanticismo la parte men sana e d'averla resa -_perniciosissima, generalizzandola_. - -Il Foscolo è molto difficile da conoscere e da giudicare, e tale -difficoltà fu da lui stesso avvertita; ma non tanto difficile tuttavia -che non si possa attraverso alle sue molte contraddizioni, per entro -a quel misto di _dandy_ e di _bohème_ che si nota in lui, scoprire i -caratteri principali e i principali stati dell'agitatissima anima sua. -Il Byron lo definiva _uomo antico_. A me il Foscolo sembra uomo assai -moderno sotto l'antica vernice. Tra l'altro, egli mostra apertamente -in fronte l'incancellabile suggello che Gian Giacomo Rousseau impresse -in tante altre fronti[11]; e credo che se invece di nascere nel 1778 -fosse nato vent'anni più tardi e avesse avuto intorno meno impacci di -tradizioni e di scuola, egli avrebbe avuto il suo posto non più tra' -classici, ma tra' romantici. Peccato che non abbia scritti i parecchi -altri romanzi ch'ebbe in mente, da' quali forse altri e maggiori -indizi si sarebbero potuti ricavare! Che se il romanticismo avesse -a definirsi, come piacerebbe a qualcuno, prevalenza di soggettismo e -trionfo di lirismo, chi più romantico del Foscolo? - - - - -IL ROMANTICISMO DEL MANZONI[12] - - -Alessandro Manzoni passò sempre, in Italia e fuori d'Italia, per -caposcuola del romanticismo italiano. E non senza ragione, di sicuro, -chi consideri che nella lettera allo Chauvet sulle unità drammatiche -noi abbiamo il documento più cospicuo di quella letteratura polemica; -nella lettera a Cesare D'Azeglio il catechismo, per così dire, di -quella dottrina; nei _Promessi Sposi_, nelle tragedie, negl'inni sacri, -quanto di meglio quella letteratura produsse in Italia. Se non che, -dal tenere, così senz'altro, e in modo, direi, assoluto, il Manzoni -capo di quella scuola, possono nascere, e nacquero infatti, e nascono -tuttavia, alcune pregiudicate opinioni che, specie se spalleggiate -da un po' di avversione o di predilezione istintiva, non lasciano -rettamente intendere l'uomo, nè l'opera sua, nè quella scuola stessa di -cui si vorrebbe vedere in lui l'espressione più sicura e più piena. Il -Manzoni fu romantico, senza dubbio; ma non quel romantico che molti si -dànno ad intendere; e capo del romanticismo italiano egli non può esser -detto senza accompagnare quel titolo periglioso di molte avvertenze, -distinzioni e restrizioni, che ne scemano d'assai la portata, o ne -mutano non poco il carattere. I giudizii sommarii non valgono nulla, -neanche in letteratura. Del resto il Manzoni, come il Lamartine, -ricusò sempre il nome, l'ufficio e le brighe del caposcuola; e se il -Pieri, una volta, lo chiamò dispettosamente _corifeo del romanticismo -italiano_; e se altri dopo il Pieri, gli diedero quello stesso, o -altro simile titolo; ebbe pur sempre ragione il Mamiani di dire che il -presunto e acclamato _capitano procedette sempre solo_[13]. E di ciò si -ha, fra tant'altre, una prova nel fatto che il Manzoni favorì bensì il -_Conciliatore_, ma non vi scrisse; astensione che per un caposcuola del -romanticismo non lascia d'essere un po' curiosa. - - -I. - -Parlare del romanticismo è, anche ora, cosa molto difficile, per -quanto appajano sedate, se non ispente affatto, le passioni che già -resero un tempo difficilissimo il parlarne. Perchè la difficoltà non -nasceva tutta dall'impeto e dal contrasto di quelle passioni, le quali -non lasciavano veder chiaro nella questione; ma nasceva, e in certa -misura nasce ancora, dall'oscurità, dall'estensione, dal viluppo della -questione stessa. Più forse di ogni altra dottrina letteraria, in -dottrina romantica, presa nel tutto insieme, appare a primo aspetto -una agglomerazione di parti malamente coordinate, e talvolta anche -repugnanti fra loro; sparsa di certe larve d'idee che, speciose in -vista, non si possono poi ridurre a forma definitiva e pensabile; -intralciata di troppi di quei giudizii che il Manzoni, parlando -d'altro, dice nati «prima sul labbro che nella mente, e che svaniscono -a misura che uno li contempla con attenzione». Se n'ha una prova in -quelle tante, troppe, definizioni che del romanticismo si diedero e si -dànno, e che tutte, qual più, qual meno, tornano inadeguate e vaghe, -specie se pretendano di far colpo con certa stringatezza e recisione -aforistica che il soggetto non comporta (_il romanticismo è il -liberalismo nell'arte, lo spiritualismo nell'arte, il vero nell'arte, -il trionfo del lirismo, il soperchiare del soggettivismo, il disordine -della fantasia, il senso del mistero, la forza dell'aspirazione_, -ecc.)[14] e se n'ha una prova anche maggiore nel vedere parecchie di -quelle definizioni contraddirsi e negarsi a vicenda. - -Ad ogni modo, sono lontani i tempi in cui Vittore Hugo, non convertito -per anche alla nuova fede, poteva dire che _classico_ e _romantico_ -sono parole senza senso, e il Guerrazzi ripetere in Italia: «Io non -vorrei profferire nemmen i nomi di classici e di romantici, dacchè -per sè stessi non significano nulla». Veramente quei nomi qualche cosa -significano, e noi, ora, sempre più li veniamo intendendo, sempre più -discerniamo le cose e le idee significate per essi, e le attinenze, -conseguenze e ragioni loro. Contraddizioni e incertezze nella dottrina -ce ne furono anche troppe, ma dovute, la più parte, alla natura stessa -delle cose, le quali vanno per la lor china, come la necessità ne le -porta, nè si curano di accondiscendere alle dottrine perchè le riescano -più facilmente, di primo tratto, chiare, intere, bene spartite e -coerenti. - -Risalendo ai principii e guardando un po' dall'alto, si vede ciò che -non si può vedere dal basso. I nuovi indirizzi dell'arte e le dottrine -che li accompagnano, e alle volte li precedono, sono determinati più -e meno (non mai del tutto) da moti molto più vasti e più profondi, -effettuatisi già, o che si vanno effettuando, negli ordini della vita -e del pensiero. Il romanticismo non fa eccezione a questa che è legge -costante e generale; ma esce in qualche modo dall'ordinario, e si -stringe a certo gruppo di casi particolari, ove quel nuovo indirizzo -si vede essere (sempre più e meno) l'effetto, non di moti concordi e -cooperanti, ma di moti discordi e contrastanti, e come la _risultante_ -di più forze divergenti. Si vedono comunemente nel romanticismo gli -effetti della reazione politica e religiosa; ma non ci si vedono, -o ci si vedono molto meno, gli effetti di quello spirito contro cui -s'armò la reazione, di quello spirito che concepì e operò i grandi -rivolgimenti del secolo scorso[15]. La inclinazione religiosa e -mistica che l'arte romantica manifesta sin dal suo nascere; quella -infatuazione pel medio evo; quel sentimento di patria e di nazione -fatto più permaloso e più acuto, sono frutto di reazione senza dubbio; -ma quel vago, inquieto e talvolta protervo desiderio del nuovo; -quell'avversione acre all'autorità ed alle regole; quella baldanza -critica e battagliera; quel proposito democratico; quel confondere i -generi come si eran confuse le classi, son frutti dello spirito stesso -del secolo XVIII. Qual meraviglia se il romanticismo, formato, dirò -così, di un intreccio di forze contrarie, mostra in sè più di una -contraddizione? Se mentre esalta il sentimento sopra la ragione, si -serve della ragione per buttar giù il classicismo, con procedimenti -non troppo dissimili da quelli che i filosofi avevano usato contro la -fede? Se mentre riconsacra le patrie, scioglie inni all'umanità? Se -mentre ripone Dio sugli altari, prepara le vie all'incredulità e al -_satanismo_, correggendo esso stesso il detto di Enrico Heine, che il -romanticismo sia un fior di passione nato dal sangue di Cristo? Vedere -in queste incoerenze e in questi dissidii non altro che sintomi di -debolezza e d'inettitudine non è ragionevole. Essi, piuttosto, sono -sintomi di vita operosa, combattuta e profonda. Giudicar l'arte e la -dottrina che li accolsero in sè fatti di scadimento e di esaurimento, -senz'altro, è erroneo. Il romanticismo ebbe molte parti vive e vitali; -alcune vitali tanto che vivono ancora, anzi, pajono, mutati i nomi, -prender nuovo vigore. Il romanticismo fece ciò che non poteva più, -per nessun modo, il classicismo: rappresentò la coscienza dei tempi -nuovi nella molteplicità mutabile de' suoi aspetti, nel tumulto e nel -contrasto delle sue numerose tendenze, nel lutto insieme dell'agitata -e tormentosa sua vita. Fu qualche cosa più che la _epizoozia_ schernita -dal Monti. - -Del resto quando nella dottrina del romanticismo si sia fatta la -cernitura degli elementi avventizii, scioperati, caduchi, e siasi -cercato alquanto sotto la superficie, non si stenta molto a trovare -un nucleo saldo e incorruttibile, formato dal concetto di un'arte -che, non più dell'antica, ma più di quella che s'affanna a rifare -l'antica, scaturisca dall'intimo della psiche, e viva del vivo, -traendo spirito e norma dal veramente sentito e dal veramente pensato, -anzi che dagli esempii e dai precetti; sia, per così dire, immanente -e non derivata. Questo concetto, dal quale vennero al rivolgimento -letterario della fine del secolo scorso e di parte del presente alcuni -caratteri non troppo dissimili da quelli che contraddistinguono il -rivolgimento religioso del secolo XVI; questo concetto, che formò pure -il nucleo del realismo, è di tutta giustezza e inoppugnabile. E se il -romanticismo traviò poi in tanti errori e in tanti eccessi, traviò, -non già per averlo troppo osservato, ma bensì per non averlo osservato -abbastanza. E se, notando l'atteggiamento diverso che il romanticismo -ebbe a prendere tra le varie genti d'Europa, e come quella diversità -diventi alle volte contrasto e contraddizione, si volesse inferirne che -quel principio non è nè immutabile nè unico, s'inferirebbe il falso, -quando la diversità, il contrasto e la contraddizione nascono appunto -dall'essere quell'unico e costante principio applicato a condizioni -di vita e di coltura profondamente diverse, e da quella mescolanza di -elementi e di tendenze a cui ho accennato poc'anzi. Un solo e supremo -principio estetico e letterario, e molte e varie contingenze e tendenze -particolari, ecco perchè ci fu un romanticismo comune e generico, e ci -furono tante specie di romanticismo quanti i paesi in cui allignò. - -Sebbene Hermes Visconti abbia definito _crocchio sopraromantico_ il -crocchio che intorno al 1820 si adunava in casa del Manzoni, pure -gli è indubitato che il romanticismo italiano, specie quello che in -Milano ebbe espressione più ragionevole e vita più rigogliosa, fu -di sua natura molto temperato, molto conciliativo: tanto temperato -e tanto conciliativo che, appunto in quell'anno, nella lettera -allo Chauvet, pubblicata poi il 1822, il Manzoni stesso era tratto -ad esprimere il dubbio non avessero i romantici italiani a udirsi -rimproverare di non essere abbastanza romantici. Egli per primo non -dovette sembrare a molti abbastanza romantico. A ragione, o a torto? -Ecco appunto la questione che io vorrei esaminare e discutere. Che -è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo generale europeo? -Che è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo particolare -italiano? Quanto al romanticismo italiano, leggonsi parole del Manzoni -che proverebbero pieno e perfetto in quegli anni medesimi l'accordo -suo con gli scrittori del _Conciliatore_, di cui erano stati soppressi -i fogli ma non le idee. In principio del 1821, scrivendo al Fauriel, -egli li chiamava suoi amici e compagni di patimenti letterarii, _amis -et compagnons de souffrance littéraire_[16], e certamente li aveva per -tali. Ma era poi l'accordo così pieno e così perfetto come si parrebbe -da quelle parole? Ci sono molte ragioni per credere che no. E il -disaccordo, forse assai leggiero in principio, non s'andò aggravando -col tempo? Ci sono molte ragioni per credere che sì. - - -II. - -Prima di tutto, il Manzoni ebb'egli da natura un temperamento che -possa dirsi di romantico, di romantico schietto, di romantico risoluto? -Tale domanda non è senza importanza. Per aderire _scientemente_ a una -dottrina o religiosa, o politica, o filosofica, o letteraria, e più -per farsene banditore e campione, è necessaria una certa costituzione -psichica, una certa complessione morale, varia secondo la varia indole -della dottrina stessa e simile (sino a certo segno) in tutti coloro -che quella dottrina professano. Ciò va inteso con molta discrezione, -con molta larghezza, ed è vero solamente di coloro che abbracciano -le dottrine a ragion veduta, con intendimento, con sincerità, con -deliberato proposito. Quanto ai molti più che si caccian lor dietro, -o perchè allettati da una qualsiasi lusinga di un qualsiasi guadagno, -o perchè trascinati dall'andazzo e dalla voga, o perchè usi di porsi -alle calcagna del primo che passi e faccia loro cenno, essi non han -bisogno d'avere per quelle nessuna inclinazione vera e naturale, e -possono, anzi, averci ripugnanza. La fazione, la confessione, la scuola -sono formate da quei primi e guaste da quei secondi. Vengono i primi -e iniziano, poniamo, un'arte per quanto è possibile nuova: vengono i -secondi, e frantendendo, esagerando, adulterando, corrompono e disfanno -l'opera di quelli, pur dandosi aria di ajutarla e di compierla. -Tutte le scuole letterarie, per non parlar d'altre, conobbero questo -flagello; ma nessuna forse più della romantica. - -Ora, venendo al Manzoni, io credo si possa dire che la sua costituzione -psichica, la sua complessione morale, furono appunto quali si -richiedevano a intendere appieno e abbracciare risolutamente il -principio primo e sostanziale del romanticismo secondo ho cercato di -adombrarlo; furono solo in parte quali occorrevano per accondiscendere -ad alcuni altri principii, importanti ancor essi, ma subordinati; -non furono in nessun modo quali ci sarebbero volute per acconciarsi -a tutto quel guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni, di sentimenti, che -pajono formar parte integrante della dottrina, ma che della dottrina -propriamente sono o negazione, o caricatura. - -Spero, nelle pagine che seguono, di riuscire a chiarir tutto ciò; -ma si può far sin da ora, agevolmente, una osservazione abbastanza -significativa. Se si raccolgono come in un gruppo i maggiori poeti -romantici francesi, inglesi, tedeschi, si nota fra loro, a dispetto -delle dissomiglianze a volte molto notevoli, come un'aria comune di -famiglia: se s'introduce in quel gruppo il Manzoni, il Manzoni sembra -un estraneo. - -La ricerca di quella che il Taine chiamava facoltà maestra o cardinale -può essere in taluni casi molto difficile, e anche molto delusiva, ma -non mi par tale nel caso del Manzoni. Chi disse primo (poi fu ripetuto -da molti) che il Manzoni è lo stesso buon senso fatto persona, disse -bene, ma non disse abbastanza; e chi quel buon senso ragguagliò al -senso comune errò grossamente. Gli è vero che il Manzoni stesso parla a -più riprese, con molto rispetto, del senso comune, e lo invoca; ma non -è da dimenticare ciò che in un luogo dei _Promessi Sposi_ egli scrive a -proposito dell'opinione generale circa il malefizio degli untori: che -il buon senso «se ne stava nascosto per paura del senso comune»[17]. -Tra senso comune e buon senso è poca amicizia; e il buon senso è come -una virtù domestica dello spirito, la quale fa gran servizio nelle -occorrenze ordinarie della vita, ma fuor di lì, o ne fa poco, o non -ne fa punto. Col buon senso si evitano molti errori, e si ripara a -molti mali spiccioli; ma per volere le cose grandi, e più per farle, -il buon senso non basta: ci vuole un senso più alto, più ardito, più -avventuroso, che non si adombri così facilmente d'un paradosso, che -non ricalcitri quasi istintivamente ad ogni _ver che ha faccia di -menzogna_, e non tema ogni momento di perder piede. Povero il novatore -che avendo buon senso non abbia altro. E il Manzoni fu novatore quieto, -ma novatore grande. - -Il buon senso occupa i gradi mezzani della ragione, e il Manzoni sale -dai mezzani ai più alti. Egli è uom di ragione per eccellenza. Con ciò -non voglio già dire che la ragione in lui sia perfetta (e in chi mai -fu perfetta?): voglio dire che è mirabile per acutezza e per vigoria, -che sta in cima del suo spirito, che sopraintende a tutta la sua vita -intellettuale e morale, e la promuove e la regola. La mente del Manzoni -è delle meglio ordinate, proporzionate, equilibrate che io conosca; -perspicace quanto prudente, agile quanto salda; metodica ma non -sistematica; vaga del rigore logico, ma schiva d'ogni logica rigidezza. -Il Manzoni sa che il vero sapere non si acquista se non procedendo dal -noto all'ignoto; che il metodo _è uno_ per ogni cosa; che _gli errori -di metodo sono sempre gravi_; che la _curiosità sincera_ dev'essere -accompagnata dal _dubbio ponderatore_ e dar agio all'_esame accurato_, -perchè _l'osservar poco è appunto il mezzo più sicuro per concluder -molto_; che non bisogna lasciarsi affascinare dalle ipotesi, ma -procedere sempre con _utile e ragionata diffidenza_[18]. C'è forse -bisogno di dire che questa così affinata e cauta ragione non ha troppa -somiglianza con quella che il secolo XVIII alzò sugli altari? e che -abbiam qui una forma di ragione più alta e più sincera? Ma poi, c'è -forse bisogno di soggiungere che anche questa ragione più alta e più -sincera ha le sue debolezze e le sue esagerazioni? Notato il buono, -notiamo anche il men buono. - -Il Manzoni è di sua natura, sopra ogni altra cosa, un ragionatore, e -sebbene muova consuetamente dal fatto e dalla osservazione, pure, come -quei filosofi di cui serbò un qualche poco gli andamenti, anche dopo -averne rinnegate le dottrine, non lascia di cader qualche volta nello -abuso del ragionar troppo. Egli è un ragionatore molto ingegnoso e -molto sottile, ma, qua e là, un pochin troppo ingegnoso e un pochin -troppo sottile. Conosce assai bene i sotterfugi e i tranelli del -pensiero e della parola, e sa guardarsene, ma non sempre, ma non in -tutto. Per dire un esempio, nel discorso sopra il romanzo storico, il -ragionamento pende talvolta nel sofistico, l'argomento diventa cavillo; -e chi legge non può schermirsi interamente dal dubbio che l'autore -abbia scritto, più che per altro, per fare una sua esercitazione -dialettica, e per misurare le proprie forze di atleta logico[19]. -Così ancora, nel _Dialogo della invenzione_ non mancano alcune di -quelle trappole di parole cui accenna uno degli interlocutori; e non -mancano neanche altrove, sebbene nessuno meglio del Manzoni sappia che -i traslati _sono traditori_, e che le parole, se non ci si bada bene, -_menano fuori di strada_[20]. Non sempre chi ragiona bene ha ragione, -e più d'una volta il Manzoni, per volere ragionare troppo, finisce ad -aver torto; e allora non gli giova d'andare in collera contro coloro -che negano _l'applicabilità de' principii a tutte le loro conseguenze_, -e dicono _espressamente pericolosa la logica_[21]. Che l'accusa di -troppa sottigliezza potesse, una volta o l'altra, venirgli da qualche -banda, pare l'abbia sospettato egli stesso, perchè, quasi a pararsene, -lasciò scritto: «j'ai remarqué que l'on appelle assez souvent -subtiliser, ce qui pourrait s'appeler en d'autres termes: toucher le -point de la question»[22]. E sta bene; ma un pochino di don Ferrante -c'è in don Alessandro, sia detto con la discrezione dovuta: e c'è anche -un poco di quel soverchio rampollar di pensieri sopra pensieri che, -se non dilunga a dirittura il segno, fa talora perplesso e lento chi -ci tende. Abbiamo in ciò la confessione dello stesso Manzoni: _habemus -confitentem reum_. - -Ma il difetto è pur sempre lieve; e, tutto sommato, s'ha a riconoscere -che il Bonghi giudicò rettamente quando disse che «nella mente del -Manzoni la facoltà del ragionare esatto era delle maggiori»[23]. Chi -ben guardi troverà la manifestazione di quella facoltà non meno nei -_Promessi Sposi_ che negli scritti d'indole critica e dissertativa. -Il Manzoni non si contentò mai di cosa che, oltre al desiderio, non -appagasse in pari tempo la ragione[24]; e credo che il Bonghi cogliesse -anche una volta nel segno quando il cattolicismo di lui faceva -dipendere, almeno in parte, da un vivo bisogno di logica e serrata -coordinazione. - -Ora dunque, se il Manzoni è, essenzialmente, un uomo razionale e -ragionante; e se la ragione innalza sopra tutte le facoltà umane; e se -della ragione usa continuamente, e qualche volta abusa; si vede come -sin dal bel principio egli venga a contraddire, non solo a uno dei -progenitori massimi del romanticismo, quale fu il Rousseau, che mise -il sentimento sopra la ragione, ma ancora a tutti quei veri e proprii -romantici della fine del secolo scorso e del primo ventennio di questo -che, con a capo Guglielmo Schlegel, per amor di misticità, mossero, -larvata o palese, guerra alla ragione. - -Il Manzoni è un osservatore, un pensatore, e diciam pure un filosofo: -quanto diverso in ciò (e non in ciò solo) da quello Chateaubriand che -si vantava di essere antifilosofico sino alla superstizione! Egli, il -Manzoni, si duole invece di esser capitato a vivere in una età _forse -la più antifilosofica, che ci sia mai stata_. E il più curioso si è -che la sua filosofia, appoggiata com'è alla fede, e informata al più -puro idealismo rosminiano, alle volte lascia scorgere un'aria di viso -come di positivismo, e par che si scordi del rispetto dovuto alla -metafisica, da lui stesso celebrata del resto in più occasioni quale -il supremo sapere da cui ogni altro dipende. La parola _positivo_ -sdrucciola con molta frequenza dalla penna che scrisse la _Morale -cattolica_ e gl'_Inni sacri_. - -Il Manzoni fu un filosofo, ma non un sognatore; e, pur troppo, non -di tutti i filosofi si può dire altrettanto. La sua psicologia, la -sua estetica, la sua morale recan sempre l'impronta di un pensiero -vigoroso non meno che ponderato, il quale agevolmente si allarga dal -particolare all'universale, assorge dalle contingenze ai principii. E -così la sua critica, secondata da una forza di analisi che giustamente -il De Sanctis giudicò _potentissima e straordinaria_[25]. E notisi -che della critica, e non solo di quella corrente, egli non era già -troppo tenero; anzi ne diffidava, conscio dei pericoli che fa correre -all'arte e ad altro. I suoi giudizii sono sempre acuti, sempre lucidi, -quasi sempre giusti: giustissimi, per ricordar qualche esempio, quelli -sulla _Eneide_, sull'_Italia liberata_ del Trissino, sull'_Henriade_ -del Voltaire: assai meno giusti, ma non ingiusti del tutto, quelli sul -Tasso, sull'Alfieri, sul Leopardi. Quando ha da giudicare, egli sa, il -più delle volte, sgombrar l'animo d'ogni passione, scordarsi d'ogni -altro interesse che non sia quello del vero, levarsi a un'assoluta -imparzialità. Possono farne fede i giudizii da lui pronunziati su -Giuliano l'Apostata e sul Robespierre, dov'eran tante e così forti -ragioni che potevan sedurlo ad esser men giusto. Le osservazioni -ond'egli usava postillare i margini dei libri che leggeva sono come un -commento perpetuo fatto da uno spirito che non è possibile soggiogare -nè con la forza, nè con l'inganno. - -La ragione del Manzoni si compone e si adagia nelle forme più geniali -del senno, onde nascono a un tempo la moderazione e la modestia: la -moderazione, che è il frutto del veder largamente e sotto ogni aspetto -le cose; la modestia, che è il frutto del veder chiaramente e molto -addentro in sè stesso. Piacque a taluno mettere in dubbio, se non -la moderazione, che non si poteva, la modestia del Manzoni: a torto; -perchè, com'ebbe a dire il Pope, _want of modesty is want of sense_; e -l'uomo può serbarsi modestissimo anche se si conosca di molto superiore -a molti. Si può dubitare piuttosto se egli non abbia ecceduto un -pochino e nell'una e nell'altra virtù, e se conoscendo, come certamente -lo conosceva, il Molière, non avrebbe dovuto ricordare un po' più quei -due versi del _Misanthrope_: - - La parfaite raison fuit toute extrémité - Et veut que l'on soit sage avec sobriété. - -La saggezza fu forse la sola cosa in cui il Manzoni non seppe esser -sobrio abbastanza. - -Chi, seguitando questo discorso, credesse di poter andar oltre -sicuramente, e sentenziare che nel Manzoni la ragione non lascia luogo -al sentimento e alla fantasia, s'ingannerebbe a partito. Nel Manzoni -il sentimento è vivo, vario, delicato, eccitabile, ma vigilato molto -da presso, e tenuto in soggezione. Parla con misura e di rado, non -perchè sia tardo di lingua, o abbia poco da dire, ma perchè non gli è -permesso di parlare se non a tempo e luogo. Cresca sino a certo segno, -ma non isperi uscir mai di pupillo, e, sopratutto, non isperi far del -grande, e arieggiare alla passione. Se Gian Giacomo fece della passione -una delle virtù cardinali, anzi la virtù suprema, buon pro gli faccia, -e all'autrice di _Lélia_ similmente, e a quanti vanno lor dietro. -Al Manzoni, il fare della passione virtù, dando nome di forza alla -debolezza, sembra, fra tante altre miserie umane, miseria grandissima. -Certo, si farebbe presto a provare che il Manzoni inclina un po' troppo -all'error contrario, e non s'avvede abbastanza che se le passioni non -sono virtù, le virtù, senza l'ajuto di un po' di passione, rischiano -facilmente di dar in secco, e l'arte, senza un po' di quell'ajuto, -rischia di morir di languore; ma ciò, ora come ora, importa poco, -mentre importa assai di notare che anche per questo rispetto il Manzoni -s'accorda assai male con que' tanti romantici vecchi, nuovi, novissimi, -che posero la passione in cielo, e fecero dell'arte la forma eletta -della sua manifestazione sopra la terra. Il Manzoni, non solo non vuole -ciò, ma non vuole nemmeno che il sentimento si stemperi e snaturi in -quella uniforme, fluida, oziosa sentimentalità che par fatta apposta -per accogliere i germi della passione, fomentarli, farli germogliare e -fruttificare. Ciò che lo Chateaubriand chiamò _le vague de la passion_ -ripugna non meno a quel suo bisogno imperioso di precisione e di -chiarezza che al suo criterio morale: onde ben disse il Goethe quando -disse che il Manzoni ha sentimento, ma non sentimentalità. I romantici -parlano sempre di cuore che intende, di cuore che sa, di cuore che -presente, di cuore che insegna: il Manzoni scrive: «Certo, il cuore, -chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. -Ma che sa il cuore? Appena un po' di quello che è già accaduto»[26]. -Se, prima di comporre, a vent'anni, la delicata elegia che comincia col -notissimo verso: - - J'ai dit à mon cœur, à mon faible cœur. - -Alfredo De Musset fosse ricorso per consiglio al Manzoni, gli è molto -probabile che il Manzoni paternamente gli avrebbe detto: Comandate -un po' a cotesto chiacchierino di cuore di tacere, e interrogate la -ragione. Gli è vero che per l'arte sarebbe stata una disgrazia se il -giovane poeta avesse ascoltato il consiglio. - -Chi per fantasia intende l'attitudine a saltare di palo in frasca e -la inettitudine a tessere logicamente e serratamente la tela delle -idee; certa vaghezza del sogno accompagnata a certa intolleranza della -realtà; un amore istintivo alla dissipazione e un orrore non meno -istintivo dell'ordine; quegli potrà dire con asseveranza che il Manzoni -ha poca fantasia, o non ne ha punta. Ma chi crede che la fantasia, o -se la vogliamo chiamare con nome più acconcio, la immaginativa sia la -facoltà inventrice e divinatrice per eccellenza; la facoltà che colma -le lacune del reale, o quelle che a noi pajon tali; la facoltà che -ajuta potentemente a conoscere e interpretare il reale, e opera la -esaltazione del reale nell'ideale; quegli dirà, con sicurezza di dir -giusto, che il Manzoni ebbe molta immaginativa, e di primissimo ordine. -Nei _Promessi Sposi_ di quella fantasia non v'è ombra, o quasi; ma di -questa immaginativa n'è assai, e non so in quante altre opere dette -d'immaginazione se ne trovi altrettanta[27]. Anche per questo rispetto, -tra i romantici in genere e il Manzoni il consenso è scarso. Quelli si -vantano di lasciar le briglie sul collo alla fantasia; questi non cessa -mai di farle sentire il morso. E così, veramente, chiede la ragione. - - -III. - -Sanno tutti che il Manzoni fu, non solo un curioso di storia, come ce -ne sono tanti, ma ancora un indagatore, e un indagatore quanto più si -possa desiderare paziente, diligente, perspicace. Egli ebbe in grado -eminente quello che si potrebbe addimandare il senso della storia; -senso delicatissimo, complicatissimo, che suppone tutto un complesso -di virtù intellettuali ed affettive, ma vuole poi, di soprappiù, quel -sentimento di larga, anzi di universale simpatia, che abbracciando -tutti i tempi, e tutte le lunghe sequele dei casi, e le forme e le -mutazioni della vita, ci pone in grado di coesistere in certo qual modo -con la umanità tutta quanta e di rivivere la intera sua vita. Chi abbia -vigor di pensiero, copia di dottrina, felicità d'indagine, potenza di -parola a tutto narrare e tutto descrivere, e non allarghi l'animo in -quel sentimento, potrà scrivere libri mirabili di materia storica, ma -non iscriverà la storia. Per dire le sciagure degli uomini, non basta -conoscerle, bisogna sentirle. - -Perchè ebbe assai vivo e sicuro il senso della storia, il Manzoni -intese sempre ottimamente che non è storia quella che non muove dai -fatti. Il Rousseau scrisse in principio del suo _Discours sur l'origine -et les fondements de l'inégalité parmi les hommes_: «Commençons par -écarter tous les faits»; e il Fichte soggiunse: «Nulla al mondo -è più stupido di un fatto»; e il Royer-Collard mise in rilievo -la conseguenza: «Il fatto è ciò che v'è di più spregevole». Tutto -l'opposto pel Manzoni. Egli ha pei fatti il più grande, il più sincero, -il più costante rispetto; dico rispetto e non idolatria, perchè nessuno -sa meglio di lui che «una serie di fatti materiali ed esteriori, -per dir così, foss'anche netta d'errori e di dubbi, non è ancora la -storia», e che i fatti bisogna interpretarli e giudicarli con qualche -cosa ch'è superiore ai fatti[28]. Perciò avrebbe voluto accoppiati -insieme il Muratori e il Vico, _gl'intenti generali nella moltitudine -delle notizie positive_[29]. Anche il Michelet voleva il Vico, ma si -scordava poi di accompagnarlo col Muratori. - -Se avesse voluto, il Manzoni poteva riuscire uno storico di primissimo -ordine, e forse era questa la vocazione sua più vera e più forte. -Nessuno vede ed intende meglio di lui i moti delle cose e degli -uomini; il contrasto, il cozzo, l'intreccio degli avvenimenti, degli -interessi, delle idee; le lontane derivazioni; i lontani influssi e -come nascan gli errori; e come muojano le verità; e perchè l'una gente -trionfi e l'altra rovini. Nessuno meglio di lui sa la vita e l'anima -delle moltitudini, e le forze che le governano. La psicologia delle -folle non ha interprete più ingegnoso e più sicuro di lui; ed è perciò -che la descrizione della carestia e la descrizione della peste nel -romanzo sono pagine di storia incomparabili. Nessuno, finalmente, è -nei giudizii più acuto e più equo; lode grande se si pensa quant'è -difficile mettere insieme l'equità e l'acutezza per modo che, non solo -l'una non noccia all'altra, ma l'una all'altra soccorra. - -Tutto questo discorso non è, come potrebbe sembrare, una digressione. -Un certo amore alla storia direi che fa parte integrante della fede -romantica. Quel desiderio di verità che, si voglia o non si voglia, è -uno dei principii motori del romanticismo, e quello appunto per cui il -romanticismo più strettamente si lega a tutto il pensiero del secolo -XVIII, non poteva, mentre volgevasi a tutte le altre specie della -realtà, non volgersi anche alla realtà storica. A ciò poderosamente -ajutavano i nuovi studii: il concetto fecondo di una storia che non -fosse più semplice biografia di principi e nudo racconto di battaglie: -la paziente ricerca e l'attento esame dei documenti; l'antichità scórta -in più vera luce; il medio evo quasi scoperto. È noto che entrambi gli -Schlegel furono appassionatissimi di storia, e non meno appassionati di -loro furono molti altri romantici: ma se la passione durò lungamente, -non durò lungamente, pur troppo, quello spirito di vigilanza, quella -probità di ricerca, quel bisogno di esattezza, senza di cui la -passione, abbandonata a sè stessa, può far poco bene, anzi suol far -molto male. Sanno tutti che cosa sia diventato il medio evo nelle -ricostruzioni poetiche de' più dei romantici; e giacchè m'è venuto -ricordato il medio evo, sarà questo il luogo di notare che il Manzoni -non partecipò punto di quella infatuazione per esso che fu tanto -comune ai romantici d'ogni paese, e divenne uno dei contrassegni più -caratteristici di tutta la scuola. Veramente nei principii fondamentali -della scuola non v'è nulla che giustifichi il detto di Madama di Staël: -«Le nom de _romantique_ a été introduit nouvellement en Allemagne, pour -désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l'origine, -celle qui est née de la chevalerie et du Christianisme»[30]. Che -_romantico_ rimandi a _romanzo_, e però a quella che nel medio evo -fu detta _Romania_, e però al medio evo stesso, e ai trovatori, e ai -cavalieri, erranti e non erranti, è verissimo; ma è altrettanto vero -che quel nome fu assai malamente scelto, e peggio imposto alla scuola, -perchè non esprime punto ciò che avevano in mente gl'iniziatori di -essa, consapevoli e inconsapevoli, o lo esprime in modo parziale ed -erroneo, escludendo dalla denotazione il mondo germanico, che non -fu mai romanzo, e il mondo moderno, che non è quello dei cavalieri e -dei trovatori. Comunque sia, o perchè così suggeriva quella credenza -cristiana ch'ebbe nel medio evo il suo massimo rigoglio, o perchè così -persuadeva l'avversione a quella paganità classica che nel medio evo -fu più risolutamente negata, o più universalmente ignorata, fatto sta -che il medio evo (quale medio evo!) diventò il caval di battaglia, -per non dire il ponte dell'asino, del romanticismo europeo, e che -cavalieri, castellane, paggi, menestrelli, giullari, torri merlate, -palafreni bardati, cimieri impennacchiati, furono il sogno e l'incubo, -la delizia e l'affanno di quanti ebbe poeti (voglio dire bardi, scaldi -e trovatori) il romantico regno. - -Ma non del Manzoni. Il Manzoni mise sì in tragedia la storia di -Desiderio e di Adelchi, ma dopo aver fatto sulla età cui quella storia -appartiene gli studii raccolti e condensati nel _Discorso sopra alcuni -punti della storia longobardica in Italia_. Niente dunque di quel -medio evo posticcio, lezioso, ridicolo, e niente di quella infatuazione -puerile e fantastica. Se gli Schlegel, se Giuseppe De Maistre, se tanti -altri esalteranno il medio evo sopra ogni altra età della storia, e -sogneranno di potervi tornare, egli, che le conosce tutte, e conosce -l'umana natura, lascerà che si sfoghino, e, senza far chiasso, riderà -delle _pazze paladinerie_, e chiamerà _cronicaccia_ la cronica del -monaco di San Gallo, e scriverà nel romanzo, a proposito dei cavalieri -erranti: «Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la -prima figura in un trattato d'economia politica»[31]. Egli loda molto e -il Berchet e il Grossi; ma chi vorrà credere che il trovatore errante -per la selva bruna del primo e il Folchetto del secondo avessero a -dare un gran gusto al creatore di don Abbondio e di Perpetua? e chi, -piuttosto, non vorrà credere che la _trobadoric'arpa_ gli riuscisse -altrettanto nojosa quanto la cetra classica, ed anzi più? Quell'_oh -gioja_! che il buon Pellico profferì il giorno in cui gli toccò la -ventura (durante un poetico rapimento, s'intende) di leggere sopra un -macigno, nella _sacra valle_ del Chiusone, i nomi d'Eudo e di Tancreda, -quell'ingenuo _oh gioja_! vi pare che avrebbe mai potuto uscire dalle -argute labbra del Manzoni? E vi pare che il Manzoni avrebbe mai voluto -far molti vezzi a quella buona comare che, a detta del Carrer, - - Vien d'un albero all'ombria - A colloquio colle fate; - Col giullare sulla via, - Nei castelli col magnate, - -e dovrebb'essere, salvo errore, la Poesia? Vedremo, tra poco, che -sentimenti nutrisse il Manzoni verso la poesia in genere; ma a buon -conto s'ha da notare che tra' suoi versi non è neppur una di quelle -romanze che così poco hanno in sè di romanzo, e neppur una di quelle -ballate che della ballata non ebbero altro mai se non il nome. - -Il Manzoni ebbe dunque assai più senso storico che non la più gran -parte dei romantici, assai più di Gualtiero Scott, che, di solito, non -va oltre le apparenze; e parlando segnatamente del romanziere e del -poeta si può forse dire che n'abbia avuto sin troppo. Il _Carmagnola_ -fu più che mediocremente guasto dalla troppo fida e severa ossequenza -alla storia, e di questa troppo fida e severa ossequenza è documento -memorabile il Discorso intorno al romanzo storico. Si sa a quali -conclusioni venga in esso l'autore, e non è ora il caso di ripeterle: -bensì è da avvertire ch'egli è di tanti romantici il solo che combatta, -proprio di proposito, e con assai vigorosa argomentazione, una specie -di componimento che a' romantici fu sempre carissimo, e al quale egli -stesso legò indissolubilmente il proprio nome e la propria gloria; e -che se le ragioni del Guerrazzi, del Tenca e del De Sanctis valsero -a rompere quell'argomentazione, non però valsero a distruggerla -affatto[32]. Notisi che qualche dubbio circa la legittimità del -connubio della poesia con la storia egli deve averlo avuto assai per -tempo. In fatti, nella Lettera sulle unità drammatiche, egli considera -la poesia come un'avvivatrice della storia; concede che si possa nel -dramma, sino ad un certo segno, «compléter l'histoire.... imaginer même -des faits là où l'histoire ne donne que des indications»; ma, quanto al -romanzo, nota già che esso è per natura inclinato al falso, e ne parla -con leggiera, ma non però dubbia, intonazione di sprezzo[33]. I dubbii -non dovevano essere cessati nel gennajo del 1821, quando, pur lodando -al Fauriel «ce système d'invention des faits, pour développer des mœurs -historiques», lo pregava di dirgliene il suo parere[34]. Probabilmente -quei dubbii tacquero, o furono fatti tacere, durante la composizione -del romanzo; ma dovettero ricominciare a farsi sentire assai presto, -e un bel pezzo prima che il Manzoni scrivesse il Discorso, lo che fu -nel 1845. Nel 1847 il Lamartine pubblicava l'_Histoire des Girondins_, -e l'autore dei _Trois Mousquetaires_, rapito dall'entusiasmo, gridava: -«Lamartine a élevé l'histoire à la dignité du roman!» - -Quella vivezza e acutezza di senso storico che abbiamo notata, la -disposizione che lo spirito ne riceve a soffermarsi più particolarmente -e con predilezione sulle cose e sui fatti umani, e una certa -consuetudine che nasce da quella disposizione, dànno ragione, in parte -almeno, della qualità ch'ebbe il sentimento della natura nell'autore -dei _Promessi Sposi_. Il Manzoni fu tutt'altro che chiuso alle -impressioni della natura; ma sempre ebbe più l'occhio alle anime che -alle cose. Nel romanzo la scena dei luoghi, o è accennata soltanto, -o è dipinta con tale rapidità di tocco e sobrietà di colori che a -molti può non in tutto piacere. La descrizione del lago e delle sue -rive, quali li poteva contemplare don Abbondio quella tal sera di -novembre, è tutta raccolta in una pagina e mezzo; il bosco, ove Renzo -fuggiasco passò quella mala notte, voi ve lo vedete d'intorno, pauroso, -folto, attraversato qua e là da un raggio di luna, ma non sapete come -succeda il miracolo, tanto è poco il numero delle parole adoperate a -farvelo vedere. E non solo il Manzoni sorpassa volentieri alle cose, -ma le lascia anche nel proprio esser loro, ben distinte da ciò che è -umano. In altri termini, egli ignora, o non cura, l'arte di cui non -s'avvisarono gli antichi (qualche eccezione non conta) e della quale -troppo usarono e si gloriarono i romantici, di dare anima e sentimento -alle cose, e di chiamarle a intimo colloquio con le anime umane. La -natura è dal Manzoni trattata classicamente, e non è questo, come -vedremo, il solo caso in cui s'abbia a notare nel Manzoni una tendenza -classica, o un classico procedimento. - - -IV. - -Il romanticismo fu, tra l'altro, un ritorno alla fede; uno studio di -mostrar falsa e di scalzare la inveterata opinione, espressa in modo -più particolarmente reciso dal Boileau, che i fatti e i dogmi del -cristianesimo ripugnino alle forme e alle trasposizioni dell'arte; un -desiderio e una sollecitudine di conciliare appunto quello con questa. -Perciò lo Chateaubriand scrive il _Genio del cristianesimo_. Degli -eccessi di reazion clericale che accompagnarono quel ritorno: gli -Stati cristiani riassoggettati tutti dal Lamennais alla indiscutibile -sovranità del Pontefice; il Pontefice proclamato da Giuseppe De Maistre -dogma capitale della fede cattolica (_le dogme capital du catholicisme -est le souverain Pontife_), ecc., ecc.; non è qui da discorrere. -Molti romantici furono cristiani; molti furono cattolici; qualcuno -dal cristianesimo o dal cattolicismo si condusse a grado a grado, -come l'Hugo, a un vago deismo o panteismo; parecchi, per altre vie, -riuscirono da ultimo all'ateismo. Il Manzoni fu cattolico, ma dopo -essere stato razionalista. In ciò egli somiglia, per tacer d'altri, -allo Chateaubriand; ma quanto diverso dallo Chateaubriand sott'altri -aspetti! Quanto l'autore dei _Promessi Sposi_ è più veramente, -intimamente, sostanzialmente cristiano che non l'autore dei _Martiri_! -Questi orgoglioso ed acre; quegli modesto e mite. Questi stuzzica e -accende la passione; quegli la attutisce e la spegne. Da taluno fu -messa in dubbio la sincerità del sentimento cristiano nel Manzoni; ma -debbo confessare che non ne intendo troppo il perchè. Può darsi (io per -altro nol direi) che il cristianesimo degl'_Inni sacri_ riesca un po' -scolorito, un po' freddo; ma quello dei _Promessi Sposi_? I _Promessi -Sposi_ sono opera e testimonio di una coscienza tutta cristiana, -profondamente cristiana, penetrata dello spirito dell'evangelo sino -negli ultimi suoi recessi; e però non si trova in essi nessuna di -quelle tante piccole contraddizioni, piccole defezioni, piccole -sconvenienze che si posson notare, e furon notate, nelle opere dello -Chateaubriand. Certo il Manzoni non pensò mai a fare del Papa il dogma -capitale del cattolicismo; ma ciò attesta, oltrechè la rettitudine -della sua mente, anche la rettitudine della sua fede. E da questa fede -vengono principii e norme non meno alla politica che all'arte di lui. - -Fate che lo spirito evangelico si accompagni con quel vivo e giusto -sentimento della realtà storica di cui s'è parlato testè, e avrete -l'idea democratica e il sentimento democratico del Manzoni, quali -prorompono negl'_Inni sacri_, nel celebre coro dell'_Adelchi_, nei -_Promessi Sposi_. È un'idea molto larga, ma, nel tempo stesso, molto -rigorosa; è un sentimento molto caritatevole, ma, nel tempo stesso, -molto cauto. Certi spiriti di democrazia il romanticismo doveva (con -molte eccezioni, restrizioni e contraddizioni, gli è vero) manifestarli -sino da' suoi principii, e ciò per parecchi motivi. Prima di tutto essi -erano, in parte, retaggio non alienabile di quel secolo xviii al quale, -come s'è visto, il romanticismo è congiunto assai più strettamente -che non paja; poi il sentimento cristiano, in quel suo rinnovarsi, -s'aveva di necessità a penetrare alquanto di quella evangelica pietà e -di quell'evangelico rispetto verso gli umili che il sentimento stesso, -quando divenga consuetudine e tradizione, lascia troppo facilmente e -troppo volentieri in disparte; poi, ancora, la semplicità e naturalezza -di quegli umili aveva a piacere a chi era sazio dell'artifiziato, -dell'aulico, dell'accademico; poi, finalmente, l'amore alla realtà, -e, in ispecie, alla realtà storica, non poteva non fare che gli occhi -e le menti si raccogliessero sopra quella che è la più vasta e viva -delle realtà umane, il popolo co' suoi bisogni, le sue passioni, i -suoi patimenti, le sue fedi. Molti romantici dunque (sarebbe un grande -errore dir tutti) furono, se non democratici, nel proprio senso della -parola, demofili, o popolari; e lasciato da banda l'uomo alterato e -travisato dalle raffinatezze cortigiane e non cortigiane, cercarono, -nè più nè meno di quanto abbiano poi fatto i realisti, l'uomo schietto -e comune. Lodevole sentimento e lodevol proposito, ma che in pratica -riesce assai difficile contenere entro gli angusti termini del giusto e -del ragionevole. Il Manzoni, anche in questo diverso da troppi, seppe -contenerveli con sapiente risolutezza. Egli ama il popolo, ma non -l'adula; ne sostiene le ragioni, ma non ne stuzzica le passioni: lo -vuol felice, ma non superbo. Diffida in sommo grado di certe formole, -di certi aforismi. Dice, per bocca d'Agnese, che tutti i signori hanno -del pazzesco: ma si burla dell'apotegma; _Voce di popolo, voce di Dio_; -e le giustizie delle moltitudini stima le peggiori che si facciano al -mondo[35]. - -I romantici vollero letteratura popolare, e il Bürger giunse a dire -che la poesia popolare è la sola vera poesia, e l'Hugo, in quel suo -linguaggio immaginoso, che ufficio del poeta è trasformare la folla in -popolo. Per questo rispetto si può dire che il Manzoni fu più romantico -di tutti i romantici, e coerente più di tutti; perchè fu popolare non -solo nella invenzione e nel fine, ma nello stile, nella lingua, e nella -dottrina stessa della lingua, facendo alleanza col Porta, rifiutando -la prosa poetica, e sino a un certo segno, ma non quanto si crede, la -lingua poetica. - -Il romanticismo favorì e promosse per un verso l'individualismo, e -anzi da taluno il romanticismo fu definito, se definizione può dirsi, -una esplosione d'individualismo. Come definizione regge benissimo. -Non so come un tal fatto possa conciliarsi con quella innovata -idea della storia cui accennavo di sopra, con la sollecitudine per -le tradizioni e le usanze comuni, col concetto di una letteratura -popolare, e, sopratutto, con l'umiltà cristiana. Mi par di vederci -una grande contraddizione; ma non può esser còmpito mio (nè so di -chi potrebbe esser còmpito) lo scegliere tutte le contraddizioni -del romanticismo, piccole, grandi e mezzane. Fatto sta che una certa -continuata e impertinente ostentazione di sè, quello che un Francese -direbbe l'_étalage de la personnalité_, quello che uno psichiatra -potrebbe chiamare l'_esibizionismo_ letterario, è male cui van soggetti -moltissimi romantici, male che nei più si mantiene abbastanza remissivo -e tollerabile, ma che in alcuni diventa a dirittura smodato ed odioso. -Non serve far nomi che tosto corrono alla mente di ognuno. Ora, anche -di questo male andò immune il Manzoni. Non credo ch'egli giungesse -a dire col Pascal: _le moi est haïssable_; ma gli è certo che di sè -non parla se non il meno possibile: e se lascia intendere sùbito, -molto chiaramente, di volere esser lui, di non essere punto disposto -a lasciarsi stordire dai chiassi e trascinare dalla corrente, leva -anche sùbito altrui il sospetto ch'egli voglia drizzarsi sopra un -piedestallo, atteggiarsi a nume od a mostro. - -L'esagerato e permaloso individualismo fu una tra le molte cause di -quello che dissero male del secolo; male pressochè del tutto ignoto, -sott'altro nome e altre sembianze, agli uomini delle età che furono -dopo l'antica e innanzi alla presente, e serbato forse agli avvenire -assai più di quanto altri sperino o dicano. In mezzo alla dilagante -giocondità del secolo scorso, esso si manifestò da prima con le forme -tenui e coi miti caratteri della melanconia, nata dalla sensitività -tormentata e alterata, e a poco a poco crebbe e si esacerbò, riuscendo -da ultimo nei parossismi di Renato, di Manfredo, di Rolla, di -tant'altri. Questo male diventò un tempo mal comune, o, a dir meglio, -comune ostentazione, perchè son sempre pochi quelli che lo possono -provar davvero e grandemente; e anche in Italia s'ebbe il flagello -degl'imberbi fatali, _pallidi, capelluti_, e delle _geroglifiche -donne_, scherniti sulle scene, inchiodati alla gogna dal Giusti. - -Il Manzoni non fu ammalato di questo male, sebbene egli fosse, in un -certo senso, un gran pessimista. Quel male non può andar disgiunto -dal pessimismo; ma il pessimismo, o, almeno, un certo pessimismo può -aversi senza quel male, o, almeno, senza talune forme di quel male. Il -Manzoni non conobbe, o non patì a lungo la melanconia; non già perchè -la vita riposata e normale ne l'abbia preservato, ma perchè l'animo suo -non la riceveva. Egli non condusse nè la vita dolorosamente inquieta -dello Chateaubriand, nè la vita dolorosamente quieta del Leopardi; ma -nè i grandi dolori si richiedono a far l'uomo triste quand'egli sia da -natura inclinato alla tristezza, nè la vita del Manzoni fu così scevra -di grandi dolori da torgli occasione e modo di diventar triste. Anzi a -renderlo tale avrebbero potuto bastare e parer troppi, quand'egli fosse -stato di altro temperamento, gl'incomodi della salute, e gl'impedimenti -al lavoro che troppo spesso gliene venivano. Giovinetto, ritraendo sè -stesso, aveva scritto: - - m'attristo spesso; - Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio; - -ma forse scrisse a quel modo per ossequio all'usanza; forse fu stato -d'animo superficiale e passeggero. Certo si è, non solo che egli -non languì mai sotto il peso di quella formidabile noja di cui lo -Chateaubriand era gravato e gravava le spalle de' suoi personaggi come -d'un manto di non so quale regalità decaduta; nè conobbe i laceramenti, -l'amara sazietà, i torbidi spiriti di ribellione dei personaggi del -Byron e del Byron stesso; ma che fu, tutta la vita, se non lieto, -sereno, e di una compostezza d'animo veramente assai più classica -che romantica. Egli fu grande ammiratore del Goethe, di cui doveva -molto piacergli, tra l'altro, la equanimità gagliarda, la tranquillità -luminosa; ma non so davvero come e quanto gustasse il _Werther_. - -E pure, dicevo, il Manzoni fu pessimista in un certo senso, e non -deve far meraviglia che fosse. San Francesco di Sales, che fu buon -cristiano, scrisse una volta che la tentazione di attristarsi d'essere -al mondo è una tentazione assai forte. Io non so se questa tentazione -egli sia riuscito a vincerla sempre; ma so che l'ebbero molti altri -buoni e santi cristiani, e debbo pur credere che tutti quelli che non -vedevano l'ora di volare in cielo, o poco o molto dovessero attristarsi -d'essere quaggiù, perchè l'uomo naturalmente s'attrista d'essere in un -luogo quando gli piacerebbe molto d'essere in un altro. - -Considerate, di grazia, che una certa forma di pessimismo scaturisce -spontaneamente, e non può non iscaturire, dal proprio centro della -dottrina cristiana, da quell'idea d'un mondo corrotto e maledetto -sin dalle origini, caduto in balìa di malvage potenze, redento sì, ma -redento da tale che dice il suo regno non essere di quel mondo, e solo -fuor di quel mondo, in un lontano avvenire, in una incognita patria, -promette la restaurazione degli umani destini e il finale trionfo del -bene. Quale gloriosa e salutare speranza, ma quanto combattuta, e da -quanti pericoli circondata! Non udite voi il lungo gemito di tutte le -creature sonar cupamente nelle parole di san Paolo? E il grido di tutti -i santi che, come san Paolo, chiedono in grazia la morte per esser con -Cristo? E gl'incalzanti epifonemi di un Pascal, descrivente l'eccesso -delle umane miserie e il terrore dell'infinito? Capisco: non è il -pessimismo buddistico, nè quello dello Schopenhauer o del Leopardi, -poichè mette capo in una grande speranza; ma è o non è, almeno -per quanto concerne il mondo di qua, una maniera di pessimismo, e -sommamente dolorosa, e sommamente terribile? E non è dottrina cristiana -la formidabile dottrina della predestinazione? - -Il Manzoni è cristiano, e come cristiano è pessimista in questo senso: -e forse quella indolenza sua, rimproveratagli le tante volte da tanti, -nasce in parte, senza ch'ei se ne avvegga, dal sentimento profondo -della disperata vanità di tutte le cose, di una comune sciagura sempre -rinascente e sempre irreparabile: sentimento che si risolve in questa -invariabile domanda: a che pro? Ma più ancora che alla meditazione -dell'idea cristiana pare a me che il suo pessimismo derivi da quella -sua così vasta e chiara e continuata visione della vicenda storica -nel tempo e nello spazio. Egli sa che non vi può essere se non poca -giustizia nel mondo, perchè glielo dicono le Scritture; ma sopratutto -il sa perchè _vede_ ciò che Renzo non vede, la giustizia offesa e -conculcata in mille modi, continuamente, sfacciatamente, violentemente, -in alto e in basso, nelle cose grandi e nelle cose piccole, per -interesse, per furore, o per semplice gusto. Egli sa che la virtù è -soggetta a mille prove, a mille pericoli, perchè così vuole la legge -del riscatto e della giustificazione; ma sopratutto il sa perchè -_vede_ che scopertamente, o di soppiatto, la virtù è sempre schernita, -insidiata, perseguitata. Egli sa che non vi può essere felicità nel -mondo, perchè il mondo è valle di lacrime, nel bujo della quale splende -solo, come s'esprimono le Sacre Carte ed egli ripete, una speranza -piena d'immortalità; ma sopratutto il sa perchè _vede_ gli angosciosi -rivolgimenti, le formidabili sciagure, le immani rovine della storia, -e le orde umane rovesciarsi le une addosso alle altre, furenti di -cupidigia, sitibonde di sangue, e alla guerra tener dietro le carestie, -e alle carestie tener dietro le pesti, e le tenebre dell'errore e della -paura avviluppare ogni cosa. I _Promessi Sposi_ si chiudono, se non -colle parole, col concetto di questa sentenza: Non isperate d'essere -contenti davvero. - -Non so se il Manzoni avesse meditate ed intese le non troppo chiare -disquisizioni di Federico Schlegel intorno all'ironia ed al suo -officio nell'arte: so che quella sua ironia, così sottile e pur così -indulgente, è un modo d'espressione di quel suo pessimismo. - - -V. - -La vivezza del sentimento religioso condiziona nel Manzoni taluni -principii d'estetica romantica che, per nascere e prender forza, -non abbisognavano dell'ajuto di quel sentimento, ma ravvolti, per -così dire, in esso, ne ricevevano nuovo vigore, e raffermavansi con -risolutezza più intollerante e più battagliera e recisione anche -troppa. - -Il principio che voleva il vero e il reale nell'arte non poteva, -negli animi che l'accoglievano, scompagnarsi da un senso più o meno -vivo d'avversione per la mitologia pagana, e, se non per l'arte -classica, per la imitazione dell'arte classica. Il Manzoni cominciò -classicheggiante, come tanti altri, e invocò Apollo e le Muse e le -Grazie, e salì con la fantasia gli ardui gioghi di Pindo e di Parnaso, -bevve al pegaseo fonte, e vagheggiò la Gloria, figlia del Tempo e di -Minerva, _sospir di mille amanti_; ma rinnegò ben presto e, sembra, -senza stringimento di cuore, quei _numi d'Atene_, da' quali Carlo -Tedaldi Fores, venuto al punto della conversione, non sapeva staccarsi -senza tristezza e senza lacrime; e mai non conobbe quel sentimento di -dolce rammarico che allo Schiller inspirava il canto degli _Dei della -Grecia_, e al Leopardi quello delle _Favole antiche_, e al De Musset -quei teneri versi dei _Vœux stériles_: - - Grèce, ò mère des arts, terre d'idolâtrie, - De mes vœux insensés éternelle patrie, - J'étais né pour ces temps où les fleurs de ton front - Couronnaient dans les mers l'azur de l'Hellespont. - -Il Manzoni appunto di quella idolatria si sente offeso, appunto quella, -come cristiano, detesta, e ne vorrebbe spenta sin la memoria. L'_Ira -d'Apollo_, scherzo composto in sul primo accendersi della guerra -fra classici e romantici, ha carattere essenzialmente letterario, -esprime un concetto in tutto conforme al comune; ma più tardi, e non -molto più tardi, l'avversione del Manzoni crebbe a segno da diventare -odio, e pareggiare quello degli antichi cristiani, e vincere lo -stesso aborrimento espresso dallo Chateaubriand con tanto ardore e -tanta impetuosità di parole. In fatti, nella famosa lettera a Cesare -D'Azeglio (22 settembre 1823), egli, dette le ragioni per le quali a -lui, come agli altri romantici, sembra assurdo, nojoso, ridicolo l'uso -della mitologia, soggiunge: «Ma la ragione, per la quale principalmente -io ritengo detestabile l'uso della mitologia, e utile quel sistema -che tende ad escluderla, non la direi certamente a chicchessia, per -non provocare delle risa, che precederebbero e impedirebbero ogni -spiegazione; ma non lascierò di sottoporla a lei, che se la trovasse -insussistente, saprebbe addirizzarmi, senza ridere. Tale ragione per me -è, che l'uso della favola è vera idolatria»[36]. E séguita, recando le -ragioni che lo fan pensare a quel modo. - -Per ciò che spetta alla imitazione dei classici, dichiara egli stesso -di nutrir «sentimenti molto più arditi, molto più irriverenti» che -non la più parte dei romantici, e di nutrirli, principalmente, perchè -«la parte morale dei classici è essenzialmente falsa»; perchè negli -scritti loro manca di necessità «quella prima ed ultima ragione, che -è stata una grande sciagura il non aver conosciuta, ma dalla quale è -stoltezza il prescindere scientemente e volontariamente»; perchè egli -non può nè vuole chiamar suoi maestri «quelli che si sono ingannati», -e ingannerebbero lui pure[37]. Che cosa avrebbe mai detto il Tasso -se avesse potuto udire, il Tasso di cui il Manzoni reca altrove gli -argomenti contro l'uso della mitologia? - -Dichiarazioni di questa sorte ci mettono un po' d'inquietudine -addosso. A che dovrebbero poi riuscire? Esse ci fanno ricordare di quel -sant'Andoeno che nel secolo VII chiamava scellerati Omero e Virgilio; -di Leone, abate di san Bonifacio e legato apostolico, scrivente, nel -X, ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli di san -Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio, e gli -altri del filosofico bestiame, _neque ceteros pecudes philosophorum_; -e non voglio dire ci facciano ricordar di Teofilo, vescovo di -Alessandria, che buttava nel fuoco quanti libri _d'idolatria_ gli -capitavano nelle mani. Tutti i romantici schietti detestarono più o -meno il Rinascimento, e si capisce che non lo potevano amare; ma non -c'è egli ragion di credere che il Manzoni lo detestasse più degli -altri, e troppo più del bisogno? Abbiam trovato già tante volte, in -cose meno importanti, un Manzoni meno romantico dei romantici, che ci -dispiace trovarlo in questa romantico _ultra_, e da mandare a braccetto -nientemeno che con Giuseppe De Maistre; ma che s'ha a fare? diremo di -lui ciò ch'egli ebbe a dire del suo Bortolo: quel Manzoni era fatto -così; se ne volete un altro, fabbricatevelo. - -Cioè, no: era e non era fatto così; era insomma di una cotal fattura -intricata e complessa, da non poterci veder chiaro sempre. Questo -nemico dei classici ha del classico qualche volta (ne abbiamo avuto già -qualche indizio), e più di quanto altri possa credere, e dove altri -non immagina. Il Carducci notò con ragione, e negl'_Inni sacri_ e in -altre liriche, movenze classiche del verso e della strofe, e _purissima -delineazion virgiliana_ nelle immagini, e altro ancora[38]; e gli è -un fatto che il Manzoni non dimenticò mai (e forse se ne confessava -come di un peccato) quelli cui egli stesso aveva dato nome di _prischi -sommi_. Da giovane celebrò Omero in versi divenuti immortali; da -vecchio, in prosa, disse di Virgilio cose mirabili. Guardate il Manzoni -sotto certo aspetto, considerate per bene certi caratteri dell'arte -sua, ed egli vi parrà il più classico dei romantici. - -Ne volete un'altra prova, un po' leggiera, a dir vero, ma che pure ha -il suo peso? Cercate un po' quale - - Corrispondenza d'amorosi sensi - -passi tra il Manzoni e la luna. Tale invito pare una celia e non è. -Quando il Carducci fece del sole un simbolo del classicismo, e della -luna un simbolo del romanticismo, accennò poeticamente una relazione -vera, per quanto ideale[39]. Che i romantici, dopo aver rinunziato, -e per sempre, al culto di Artemisia e di Diana, per poco non ne -instaurarono un nuovo, è noto anche troppo. Il sole cominciò a venir -loro in uggia, a parer loro un pochino _volgare_: la luna invece, -specie se velata da un lembo di nuvola discreta, come accortamente -insinuava uno dei loro, molto più amabile, più spirituale e più -_interessante_. Perciò la presero a confidente, inspiratrice e -consolatrice loro, la celebrarono in tutte le lingue e su tutti i toni, -la mescolarono a tutte le umane faccende, la consacrarono regina della -poesia non meno che della notte, e inventarono la _sinfonia della luna_ -un bel pezzo prima che lo Zola inventasse la _sinfonia dei formaggi_. -Sinfonia per sinfonia, mi par meglio la loro, benchè meno gustosa. -Quella che un secentista malcreato aveva ardito chiamare _frittata -del cielo_, diventò il _volto pensoso che dall'alto dei cieli scruta -il mistero dell'ombre e degli oceani_. Gli _amica silentia lunae_ di -Virgilio si mutarono in intimi ed arcani colloquii; e già il Meli, ch'è -tutt'altro che un romantico, poneva sulle labbra del suo Dafni questo -saluto: - - Li placidi silenzii, - All'umidu to raggiu - Di la natura parranu - L'amabili linguaggiu. - A tia l'amanti teneru - Cu palpiti segreti - La dulurusa storia - Mestissimu ripeti; - -e già Ippolito Pindemonte confessava: - - Oh quante volte il giorno - Insultai col desio del tuo ritorno! -e soggiungeva: - - Perchè sola ti vede, - Sola l'ignaro vulgo in ciel ti crede: - Ma il Riposo, la Calma, - Del meditar Vaghezza, - Ogni Piacer dell'alma, - La gioconda Tristezza, - E la Pietà con dolce stilla all'occhio, - Ti stanno taciturne intorno al cocchio. - -Non so se dal giorno in cui il Goethe disse alla luna: _Tu sciogli -da ogni laccio l'anima mia!_ sino a quello in cui il Longfellow la -rassomigliò a uno _spirito glorificato_, ci sia stato poeta, o poco -o molto romantico, o grande o piccino, che per la luna non abbia -spasimato, o finto di spasimare. E tante ne dissero tutti costoro, e -così stucchevolmente si ripeterono, che non è da stupire se da ultimo -venne chi per beffa la paragonò a un punto sopra una i, e chi le diede -della celeste paolotta. - -Parecchie saranno state, cred'io, le ragioni di quel romantico -invasamento; ma, forse, la più generale fu questa. Nella psiche -romantica domina il sentimento, e il sentimento è, di sua natura, -come già da gran tempo notarono gli psicologi, vago, fluttuante, -indefinito, specie poi se si dissolve in sentimentalità. Nella psiche -romantica domina ancora la fantasia, che similmente è vaga, fluttuante, -indefinita. Sotto il pallido raggio lunare gli aspetti delle cose si -scolorano, si stemperano, si smarriscono, e si prestano meglio alle -interpretazioni del sentimento e alle trasformazioni della fantasia. - -Sia come si voglia, fatto sta che il Manzoni non amoreggia con la -luna nè punto nè poco. Abbiamo qua e là, nel romanzo, un villaggio -rischiarato dalla luna, un lago terso e tranquillo in cui la luna -si specchia, un bosco attraversato dai raggi della luna; ma sono -tocchi rapidi e sobrii anche troppo, e che non importano sentimento, -nè espresso, nè sottinteso. Non sono questi, davvero, i chiari di -luna dello Chateaubriand o di Vittore Hugo. Quella rapidità, quella -sobrietà, potrebbe essere indizio di amore tepido; ma il guajo è che -vi sono indizii d'irriverenza. La faccia badiale di don Abbondio, nella -quale spiccano, al lume d'una lucerna, due folti baffi, un folto pizzo, -tutti canuti, il Manzoni la rassomiglia a un dirupo sparso di cespugli -coperti di neve e illuminati dalla luna. All'osteria, dove il povero -Renzo piglia quella memorabile bertuccia, il Manzoni dà per insegna -la _Luna piena_. Il Pindemonte le avrebbe dato per insegna il _Sole -raggiante_. - - -VI. - -Ora gli è tempo di dire più in particolare qualche cosa dell'arte del -Manzoni. - -Il fondamento di essa arte è il vero, e segnatamente il vero morale. -«Allora le belle lettere saranno trattate a proposito quando le si -riguarderanno come un ramo delle scienze morali», scriss'egli in certe -sue _Note estetiche_[40]. Il vero morale primeggia; ma egli vuole pure -ogni altra maniera di vero, e non si tiene punto sicuro che ve ne sia -qualcuna cui l'arte non possa o non debba accostarsi. Nella lettera -sulle unità drammatiche leggiamo: «On peut bien, sans péril, condamner -_a priori_ tout sujet qui n'aurait pas la vérité pour base, mais il -me semble trop hardi de décider, pour tous les cas possibles, que tel -ou tel genre de vérité est à jamais interdit à l'imitation poétique; -car il y a dans la vérité un intérêt qui peut nous attacher à la -considérer malgré une douleur véritable, malgré une certaine horreur -voisine du dégoût»[41]. Il Manzoni sembra aver fatta sua la massima -del Boileau: _rien n'est beau que le vrai_; ma allargandola tanto da -farci capire anche il brutto, di cui legittima l'acconcia e sensata -rappresentazione. - -Ma chi dicesse che il vero, oltre ad essere il fondamento dell'arte -manzoniana, ne è anche la norma suprema ed unica, rischierebbe molto, -parmi, di dire il falso. Esaminiamo un po' la famosa formola: _l'utile -per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo_, che -il Manzoni introdusse nella lettera al D'Azeglio, e che molti anni -dopo cancellò, senza dircene le ragioni, e senza nemmeno darci modo -d'indovinarle. In questa formola abbiamo tre termini, e finchè v'è -accordo fra essi, tutto va bene; ma se l'accordo manca, non si sa più -come la vada. Mettiamo da banda l'_interessante_, che, come è l'ultimo -dei tre termini, così ancora è il meno importante, e badiamo agli altri -due. Sarebbe molto desiderabile che l'utile e il vero andassero, in -questo povero mondo, sempre d'accordo; ma è altrettanto notorio che non -sempre vanno. Che cosa succederà dunque quando l'utile vorrà a un modo -e il vero dirà a un altro? A quale dei due bisognerà darla vinta? Un -realista sincero e zelante risponderà senza esitare: il vero è sempre -utile, anche se non paja; ma il Manzoni che in parecchie altre cose -è, come vedremo, più realista di molti realisti, in questa non può -essere, e non concederà mai e poi mai che certe turpitudini si possano -dire o descrivere per la sola ragione che le son vere. Diremo dunque -che il supremo principio dell'arte manzoniana sia l'utile, inteso, -non occorre avvertirlo, com'egli lo poteva e doveva intendere? Nemmeno -questo, se ci pensiamo bene, potremo dire. V'è qui, parmi, un nodo un -po' difficile da sciogliere, e forse fu questa difficoltà la ragione -che persuase il Manzoni, divenuto sempre meno affermativo, e sempre più -circospetto, a cancellar le parole che lo formavano. Quanto a noi, per -trarci d'impaccio, potremo forse dire che il Manzoni intese il vero -a un dipresso come lo intese Alfredo de Vigny nelle sue _Réflexions -sur la vérité dans l'art_, e che formatasi nella mente una specie di -gerarchia di veri, prescrisse che quelli di sotto avessero sempre a -cedere a quelli di sopra. - -Senza andare a cercar altro, riconosciamo che fondamento dell'arte -manzoniana è il vero, e che questo medesimo vero, - - L'arido vero che de' vati è tomba, - -è pure fondamento dell'arte romantica in genere. Cioè, diciamo -meglio: avrebbe dovuto essere; perchè i primi e i secondi romantici -lo gridarono a' quattro venti; ma poi e quelli e questi, veduto come -a voler fondare sul vero bisogni star sodo, e durar fatica molta, -ebbero per più comodo e più spediente di fabbricare sul falso, e di -quell'_interessante_, che avrebbe dovuto essere soltanto il mezzo, -fecero, senz'altro, bravamente il fine. Il Manzoni stesso, nella -lettera al D'Azeglio, accenna a questo che si contenta di chiamare -errore; ma non insiste, e non s'indugia a chiarire la contrarietà di -opinioni che anche per questo rispetto doveva essere fra lui e alcuni -suoi _compagni di patimenti letterarii_, e più particolarmente forse -fra lui e il Berchet[42]. - -Chi dell'utile fa lo scopo e del vero la materia dell'arte, va da sè -che ricuserà e condannerà il concetto espresso con la famosa formola: -_l'arte per l'arte_; concetto che da Platone agli estetici di jeri e di -oggi ebbe tanti amici quanti nemici, e tanti, senza dubbio, seguiterà -ad averne in appresso. A quella formola il Goethe s'accostò da vecchio; -ma il Foscolo la negò implicitamente ed esplicitamente. Per bocca -del Lenau la Poesia risponde fiere parole a chi la invita a uscir di -solitudine, a rinunciare al sogno, a por sè stessa al servigio di una -causa; e si dice ben risoluta a fare il piacer proprio. L'Hugo, dopo -aver detto che nel giardino della poesia non v'è frutto vietato, si -ravvide, e disse che il poeta è un _servitore del vero_ e dev'essere -utile, e scrisse: - - Honte au penseur qui se mutile; - Et s'en va, chanteur inutile, - Par la porte de la cité! - -Ma lo stesso suo portabandiera, il Gautier, non era più di questa -opinione quando esclamava: «La muse est jalouse; elle a la fierté d'une -déesse et ne reconnaît que son autonomie». A che moltiplicare nomi ed -esempii? Il Manzoni considerò sempre l'arte come dipendente da qualche -cosa che è superiore all'arte. - -E sta bene; ma a essere considerata in tal modo l'arte corre pure -qualche pericolo. Può avvenire che l'artista, guardando un po' troppo -fisso in quella cosa superiore, si disgusti del reale e del vero, se -ne diparta, ne perda il senso, e insieme con l'arte sua si smarrisca -dietro idealità esagerate, che, per poco che si lascino in balìa di -sè stesse, diventano vacue e puerili. Che molti romantici finiron con -perdere affatto il senso del reale e del vero, e annegaron nel sogno, -è cosa tanto universalmente nota che basta un cenno a ricordarla. -Il realismo fu appunto una reazione a quel male; ma di quel male il -Manzoni rimase immune; e poichè il realismo non tardò poi molto a -traviare ancor esso, a cadere in un romanzesco diverso dal precedente, -ma non migliore di quello, a promuovere una specie d'idealismo a -rovescio, si può davvero dire che il Manzoni fu più realista di molti -realisti. E ciò non deve sembrare punto strano, se si pensa che i -principii fondamentali del romanticismo non ripugnano ai principii -veramente fondamentali del realismo, e che il Manzoni osserva molto -fedelmente quelli, e molto rigorosamente gli applica. Egli scrive: -«je crois ne dire qu'une vérité très simple, en avançant que la poésie -ne doit pas inventer des faits». E ancora: «cette nécessité de créer, -imposée arbitrairement à l'art, l'écarte de la vérité et le détériore à -la fois dans ses résultats et dans ses moyens»[43]. Si può contraddire -in modo più chiaro e più risoluto ad Aristotele e a Platone? E che -cosa potrebbe dir di meglio, o di peggio, un realista di professione? -E quando dice che l'inventar fatti è «ce qu'il y a de plus facile et -de plus vulgaire dans le travail de l'esprit, ce qui exige le moins -de réflexion, et même le moins d'imagination»[44], non anticipa il -Manzoni concetti e giudizii espressi poi con molta più burbanza, -con molta più saccenteria, dai maestri e dai curatori del realismo -contemporaneo?[45]. Checchè altri possa credere o dire, il Manzoni ha -pochi pari nel senso del reale, e giustamente il De Sanctis ne fece -la osservazione. I _Promessi Sposi_ sono, tutto sommato, un romanzo -realistico nel miglior senso della parola, e più di certi romanzi -del Balzac, il quale tutti sanno come troppe volte siasi tuffato nel -romanzesco, e in un romanzesco di pessima lega. Sul finire del maggio -1822, il Manzoni scriveva, parlando del suo libro al Fauriel: «Quant -à la marche des événements, et à l'intrigue, je crois que le meilleur -moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher à considérer -dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer -surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque»[46]. Non so -davvero quanto quel modo di non far come gli altri potesse piacere ai -romantici. - -Il Manzoni detesta il romanzesco, detesta cioè una cosa di cui i -romantici erano divenuti molto teneri. Sino dal 1804, il Senancour, -che fu uno dei primi romantici francesi, avvertiva, in un luogo del suo -_Obermann_, che _romantico_ e _romanzesco_, non solo non vogliono dire -lo stesso, ma anzi vogliono dire il contrario; e aveva ragione, o, per -lo meno, avrebbe dovuto aver ragione. Se non che i romantici fecero poi -quanto bisognava, e più di quanto bisognava, per giustificare il detto -del Pagani Cesa, il quale sentenziò che romantico e romanzesco sono -in sostanza tutt'uno[47]. I romantici furono, generalmente parlando, -grandi ammiratori del Tasso, e cooperarono la parte loro a raffermare -ed esagerare la leggenda di lui: il Manzoni, per contro, ne faceva -poca stima, e si meravigliava che il Goethe avesse potuto sceglierlo -a protagonista di un dramma. Le ragioni di quella grande ammirazione e -di quel quasi disprezzo furono senza dubbio parecchie; ma il carattere -romanzesco e del poema e del poeta ebbe ad essere, credo, una delle -principali. - -Il Manzoni ha vivo ed acuto il senso del reale perchè ha sana la mente, -e non soggiace a quelle perturbazioni affettive che non lasciano -vedere nè uomini nè cose quali son veramente. La consueta sua calma -gli permette di considerare attentamente gli uni e le altre quanto -è necessario per vederli sotto ogni aspetto e conoscerli bene: la -consueta sua rettitudine lo pone in grado di giudicarli con equità; e -il gusto che gli procurano la chiara visione e la sicura conoscenza -della realtà non lascia ch'egli s'invaghisca di chimere e di sogni. -Senza quella calma, senza quella rettitudine, senza quel gusto, non vi -può essere vero realismo. - -Nei _Promessi Sposi_ è realistica quella che chiameremo la favola; -sono realistici i personaggi, o perchè presi in quella mezzanità che -per essere più comune sembra anche essere più reale, o perchè, se pure -escono da quella mezzanità, nulla mostrano di più o di meno che umano; -sono realistiche, e meravigliosamente realistiche, le narrazioni e -le descrizioni della carestia, della sommossa, del passaggio delle -soldatesche, della pestilenza, della casa di don Abbondio, della casa e -della vigna di Renzo, e tante e tant'altre. Di un po' romanzesco, nel -vero senso della parola, parmi nei _Promessi Sposi_ non ci sia altro, -o quasi altro, che la misteriosa e criminosa tresca della monaca e di -Egidio. - -Se poi si viene a discorrere di quello che dicesi _ambiente_, ed è uno -degli elementi della realtà sulla importanza del quale ha più battuto -la scuola realistica, non fa quasi bisogno di ricordare quanto nei -_Promessi Sposi_ ne sia accurato lo studio e fedele la riproduzione, -almeno per quanto spetta all'ambiente morale e sociale. Che vuol dire -tener conto dell'ambiente? Non altro, se non riconoscere e porre in -rilievo la connessione che i fatti particolari hanno coi generali, -i fuggevoli coi duraturi o costanti, la dipendenza dei primi dai -secondi, la ragione e il modo di prodursi di quelli. Ora, io non -so se in nessuno dei romanzi realistici più decantati si vegga con -tanta consequenza e tanta costanza quanta nei _Promessi Sposi_ il -fatto particolare provocato, condizionato, generato in certo modo -dal fatto generale; la storia di pochi uomini offerta come un caso -della storia di tutto un popolo. «Les mémoires qui nous restent de -cette époque présentent, et font supposer une situation de la société -fort extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec -l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante -par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle -raconte; une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes -ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu -connues, mais consignées dans des récits très dignes de foi, et qui -montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui a -donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus -déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus -touchantes, etc. etc... voilà de quoi remplir un canevas; ou plutôt -voilà des matériaux qui ne feront peut-être pas déceler la malhabileté -de celui qui va les mettre en œuvre... A cet effet, je fais ce que je -puis pour me pénétrer de l'esprit du temps que j'ai à décrire, pour y -vivre; il était si original que ce sera bien ma faute, si cette qualité -ne se communique pas à la description». Così scriveva il Manzoni al -Fauriel nella importantissima lettera testè citata; ma quando pure non -ci fosse stata questa dichiarazione dell'autore, e il Cantù non avesse -scritto quel suo noto commento storico al romanzo, ogni colto lettore -potrebbe riconoscere agevolmente da sè nel romanzo stesso, non solo lo -studio perseverante, coscienzioso, minuto di una età che non è certo -tra le più conosciute, ma ancora la evocazione meravigliosa e potente; -e non so davvero se altro ve n'abbia in cui la storia riviva con pari -illusione di realtà e di presenza, e in cui, a dispetto pure di qualche -sproporzione od eccesso, realtà e finzione sieno più intimamente, più -organicamente fuse. Parve anzi a taluno che di storia ce ne sia persin -troppa, non solamente in quelle parti del racconto, ov'essa appare, -dirò così, in forma propria ed esplicita, come nelle descrizioni, -dal Goethe giudicate troppo lunghe, della sommossa e della peste; ma -in quelle ancora ov'essa è implicita, e fittamente intessuta con la -propria azione del romanzo; e che questa propria azione del romanzo sia -governata un po' troppo insistentemente da quella che chiameremo azione -generale della storia. Ma, di grazia, può essere questo veramente -un difetto? e se difetto, può essere difetto da rimproverare a un -romanzo storico? e a un romanzo storico di carattere così spiccatamente -realistico? - -Intendo come a più d'uno la qualificazione di realista data al Manzoni -possa sembrare inopportuna, data con un po' d'arbitrio, e quasi per un -impegno. Come? diranno: realista il Manzoni, che ogni po' si caccia -tra' suoi personaggi e interrompe il racconto con le osservazioni e -con l'ironia? realista il Manzoni, inventore di Lucia e di Federigo -Borromeo? Eh sì, realista: non mica, intendiamoci, nel pieno, o -comune significato della parola, ma pure realista, e in molte cose più -realista di molti realisti. Del resto, vediamo un po'. Questo dovere -imposto allo scrittore di non frammischiarsi ai proprii personaggi, -di non lasciarsi scorgere nell'opera propria, da quale principio -d'arte supremo, perpetuo, incontrovertibile, si fa scaturire? L'avete -proprio questa opinione che l'opera d'arte possa essere, o almeno -parere, un'opera della natura, fatta non si sa come, non si sa da chi, -anzi nata e non fatta, e contraddistinta, tutto il più, da un nome -vano senza soggetto? E quando l'autore di un libro, il voglia egli o -nol voglia, sel creda o non sel creda, si svela e si dà a conoscere -in tante altre maniere: e quando in ogni carattere che dipinge, in -ogni avvenimento che narra, in ogni frase che scrive, vi grida, come -Emilio Zola vi grida: io son io, in carne e in ispirito, con queste -facoltà, con queste tendenze, con questo concetto della vita e questo -sentimento delle cose; e si mescola in mille modi con quella realtà -ch'egli pretende rappresentarvi nell'inafferrabile vero e proprio -suo essere, e in mille modi la altera (_il mondo veduto attraverso a -un temperamento_), non v'accorgete voi che ha del pedantesco, che ha -dell'ingenuo, che ha del puerile il dirgli: tu non t'hai da far vedere -qui dentro; tu non userai mai in prima persona il pronome ed il verbo? -Voi affermate che quando l'autore si lascia vedere a quel modo e parla -a quel modo, nasce spontaneamente in chi legge il sospetto ch'egli non -sia in tutto sereno ed imparziale, ma acconci, muti, travisi variamente -il vero per amore a un qualche suo preconcetto, per indulgenza a una -qualche sua passione, o per altra ragion così fatta. E sta bene: ma -se l'autore non si fa vedere, sarà poi tolto a quel sospetto ogni modo -di nascere? e non ci sono cento altre maniere di sincerarsi quando il -sospetto sia nato? Il parlare in prima persona non trae mica con sè -la necessità di mentire; e il parlare in terza non è mica guarentigia -di verità. Non vi accorgete anzi che per isballarle grosse, senza che -altri vi possa dare sulla voce, il modo più sicuro, il più comodo è -appunto quella ostentazione di oggettività assoluta ed invariabile? Del -resto, come un romanzo non diventa realistico per ciò solo che l'autore -si tien nascosto dietro a' suoi personaggi, così un romanzo non cessa -di essere realistico per ciò solo che l'autore si lascia a quando a -quando vedere tra essi. Provatevi a leggere un romanzo del Balzac, e -vedete se vi riesce di scorrerne dieci pagine senza dar di petto nel -Balzac. E si tratta di un pontefice massimo del realismo! - -Che il Manzoni non s'indugia molto a ritrarre gli aspetti delle cose -esteriori; che parlando di quei paesi del lago non si cura di attenersi -strettamente e minutamente al vero; che non approfitta della sommossa, -e della peste per descriverci dieci volte Milano, di giorno, di notte, -e quando fa sole e quando piove; che non ispende molte parole per -informarci del caldo e del freddo, del secco e dell'umido, della calma -e del vento, tutto ciò è verissimo; ma resta a sapersi se sia questo -un difetto, e quanto abbia guadagnato la letteratura realistica dalla -bella qualità opposta a questo difetto. Può darsi che il Manzoni si -mostri in tutto ciò un po' troppo scarso, un po' troppo restio, e -dico _può darsi_ perchè non ne sono propriamente sicuro; ma gli è per -altro certo ch'egli fa benissimo, e opera da realista sensato, a non -lasciarsi sopraffare e soffocare dalle cose, come la più parte dei -romanzieri russi, e parecchi non russi, e che da questo suo modo di -operare viene al romanzo e ai lettori di esso vantaggio non piccolo. - -Il Manzoni inventò Lucia e Federigo Borromeo; anzi inventò quella -e non inventò questo; perchè se il Federigo da lui ritratto non è -tutto il Federigo storico, è parte rilevante e vera di quello. Chi -ha qualche pratica con la storia dei santi vede che Federigo è un -santo, come, grazie al cielo, ce ne furon degli altri, e parecchi, -se non moltissimi. Chi è incapace di virtù nega la santità, come chi -è incapace di coraggio nega l'eroismo. Lucia è un po' raggentilita, -un poco stinta, se così posso esprimermi, ma molto più vera che non -si creda, e, ad ogni modo, tirata in su non più di quanto infiniti -personaggi di romanzi realistici sieno tirati in giù. Oltre di che -è da dire che il Manzoni, nel formare i caratteri, riesce alquanto -più realista (nientemeno!) del Balzac, il quale, di solito, forma i -personaggi suoi tutti di un pezzo, e rimettendo in opera il vieto -procedimento classico, segno di tante censure, li accende di una -passione unica, che è il principio unico e la ragione unica di tutto -quanto essi dicono e fanno; mentre il Manzoni forma complicatamente i -suoi, e li mostra, il più delle volte, quali sogliono essere in natura, -composti di elementi discordi, combattuti da contrarie tendenze. Fra -Cristoforo e l'Innominato manifestano questa lor condizione nel fatto -stesso della conversione, così com'è motivata, predisposta, condotta. -Federigo è un santo che ha molte parti, molti aspetti, e che il povero -don Abbondio non riuscirà mai nè a indovinare, nè a intendere. L'Agnese -è di certa natura tutt'altro che semplice. Renzo avrebbe molte buone -ragioni per essere preso tutto di una passione unica e fisso in un -solo pensiero, e per non volere pensare ad altro; e pure, sebbene -l'amore, anzi l'amore contrastato, sia sempre (e dev'essere) presente -in tutto ciò ch'egli pensa, dice ed opera; sebbene si vegga ch'esso è -come la molla secreta che lo fa muovere, e lo spinge, senza ch'egli -possa darsene conto, a farsi predicatore di riforme e seguitator di -sommosse; pure, dico, egli conserva, da povero contadino, la facoltà di -prendere parte a una quantità di cose che non sono il suo amore, e non -hanno troppa attinenza col suo amore. Don Abbondio pare che sia nato al -mondo per aver paura, e non conosce altra consigliera che la paura, e -c'è da stupire che la paura non l'abbia ammazzato in qualche incontro, -un bel pezzo prima dell'incontro coi bravi. La paura si può dire che -sia la sua coscienza. Ciò nondimeno se voi riuscite a togliergli un -tratto quella paura di dosso, anzi di dentro, come, per una volta -tanto, ci riescono gli avvenimenti, voi vedete fiorir d'improvviso un -don Abbondio non più veduto, ma non impreveduto, e che, sebbene tanto -diverso dal solito, non contraddice a quello, anzi è un nuovo aspetto -di quello. Ora aggiungete a tutto ciò che i personaggi dei _Promessi -Sposi_ mostrano d'avere fra loro quel collegamento, e gli uni sugli -altri quel reciproco influsso, che lasciano pur vedere i personaggi del -Balzac, nei migliori suoi romanzi. - -Con questo non voglio già dire che l'arte del Manzoni non discordi -assai volte da quella dei realisti ordinarii, ma credo che dovrebbe -rincrescere se non discordasse. I realisti ordinarii, quelli -sopratutto dell'ultima maniera, si sa che hanno soppressa nell'opere -loro la composizione, sotto pretesto che la natura non ce la dà. Ci -sono dell'altre cose parecchie che la natura non ci dà, e che noi, -appunto per questo, andiam procacciando con istudio, con fatica, con -pericolo. Veramente la natura s'è sempre ostinata a non volerci dare -nè fabbriche, nè statue, nè quadri, nè spartiti, nè romanzi. A taluno -potrebbe forse venire il sospetto che a decretare quella soppressione -i realisti sieno stati ajutati, non diremo spinti, da quel naturale -desiderio ch'è il desiderio di scampar fatica; ma poichè tale sospetto -potrebb'essere temerario ed ingiusto, basterà notare che in nessuno -degl'intenti loro, qual che si fosse la ragione che li moveva, i -realisti riuscirono così bene come riuscirono in questo. Molti dei -loro romanzi pajono un effetto del caso, e si potrebbero applicar ad -essi le parole con cui certo personaggio di una commedia francese senza -scioglimento accomiatava gli spettatori: _il n'y a pas de raison pour -que cela finisse_....; e ci si potrebbero aggiungere queste altre: _il -n'y avait pas de raison pour que cela commençât_. Non così il romanzo -del Manzoni. La composizione di esso potrà esser guasta in certe parti -da digressioni un po' troppo lunghe; l'equilibrio ne potrà rimanere -turbato; ma, tirate le somme, bisogna pur riconoscere che il romanzo, -com'è fortemente immaginato, così è anche fortemente composto; che esso -è dotato, a dispetto delle digressioni, di coerenza e di compattezza -mirabili; che è un'opera, non del caso, ma dell'arte, nel più alto e -schietto significato della parola. Parve a taluno che nei _Promessi -Sposi_ non ci sia altra unità che la unità morale: io credo ci sia -pure la unità logica, e anche (ma qui bisognerebbe discutere) la unità -estetica. - -Per questi, e per alcuni altri rispetti, il Manzoni è romantico e non -realista. Di fronte alla realtà, il romanticismo fu più attivo che non -il realismo. Esso concedeva all'arte molto che il realismo le nega: -esso voleva la composizione, la concentrazione, la scelta, e quella -che il Taine chiamò convergenza delle impressioni. Mi sembra che molti -comincino ora ad avvedersi che il realismo fece male a disvoler tutto -questo. - - -VII. - -Non abbiamo ancora finito di discorrere degli effetti che vengono -all'arte manzoniana dall'avere il Manzoni tolto a fondamento di quella -il vero. - -Va da sè ch'essa aborrirà quasi istintivamente tutte quelle forme del -fantastico, del lugubre, del mostruoso, del terribile, che gl'Inglesi -designarono con la denominazione espressiva di _german horrors_, e che -non sono poi cosa talmente germanica che non si trovi anche, in qualche -misura, fuor di Germania, o natavi spontaneamente, o trattavi dalla -curiosità o dalla moda[48]. In Italia se n'ebbe un andazzo, a dispetto -del clima, delle consuetudini, degli umori; venutovi primamente (se -non vogliamo tener conto di alcune più remote e più comuni origini -medievali e cristiane) coi poemi di Ossian, con le _Notti_ del Young, -con la poesia sepolcrale. Nei _Sepolcri_ del Foscolo se ne vede qualche -traccia, e anche nelle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_; e sino dal -1805, Luigi Cerretti, vecchio ormai, si scagliava contro il depravato -gusto di coloro che esultavano «in dipingere gli abbracciamenti -del delitto colla morte, e il fragor con cui piombano nel baratro -tenebroso»[49]. Non so se queste parole alludano, come parrebbero, -a una qualche traduzione o imitazione, che già corresse l'Italia, -della famosa _Leonora_ del Bürger; ma so che il Cerretti avrebbe -potuto ripeterle, e allungarle, e inasprirle qualche anno più tardi, -quando saltò su il Berchet, nella _Lettera semiseria di Grisostomo_, -a proporre alla imitazione degl'Italiani appunto quella _Leonora_ e, -di giunta, il _Cacciator feroce_ dello stesso poeta. A dir vero, lo -stesso Berchet, in quella che faceva la proposta, esprimeva pure il -dubbio che le due poesie, fondate, come sono, sul meraviglioso e sul -terribile, non avessero a incontrare gran fatto il gusto degl'Italiani; -e già il Londonio aveva sentenziato disdegnosamente che le _romantiche -melanconie_ del settentrione non potevano allignare in Italia, e ne -dava grazie al cielo, alla ridente natura, all'indole del popolo[50]. -Ma che non possono, anche contro il cielo e la natura e l'indole, la -sazietà del consueto, il desiderio del nuovo, la voga? I germanici, -e, per amor di giustizia, soggiungeremo, gli anglici orrori trovarono -favore anche in Italia, e persino quelli di cui Anna Radcliffe -rimpolpettava romanzi vi ebbero cure di traduttori e plauso di lettori -e più di lettrici. Onde il povero Monti, già presentendo la fine di -ogni cosa, piangeva le Grazie fugate dai lemuri e dalle streghe, e -le ombre d'Ettore e di Patroclo soppiantate dai romantici spettri, e -che il solo tetro si chiamasse bello: e alzando il dito verso quella -malaugurata e scelerata Leonora, gridava: - - Di fe' quindi più degna - Cosa vi torna il comparir d'orrendo - Spettro sul dorso di corsier morello - Venuto a via portar nel pianto eterno - Disperata d'amor cieca donzella, - Che, abbracciar si credendo il suo diletto, - Stringe uno scheletro spaventoso, armato - D'un oriuolo a polve e d'una ronca: - Mentre a raggio di luna oscene larve - Danzano a tondo, e orribilmente urlando - Gridano: _pazïenza, pazïenza_[51]. - -Scrivendo al D'Azeglio nel 1823, il Manzoni diceva che per romanticismo -in Italia s'intendeva comunemente «un non so qual guazzabuglio di -streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca dello -stravagante, una abiura in termini del senso comune»; e soggiungeva: -«un romanticismo insomma, che si è avuto molta ragione di rifiutare, e -di dimenticare, se è stato proposto da alcuno; il che io non so»[52]. -Quell'_io non so_ è di troppo, e per caso noi cogliamo il nostro Don -Alessandro in una delle sue non rarissime bugiole o dissimulazioni -innocenti. Don Alessandro sapeva benissimo che, in una certa misura, -quel romanticismo era stato proposto, e che, in misura alquanto -maggiore, era anche stato attuato; ma sapeva pure, e voleva si sapesse, -che da lui quel romanticismo non doveva aspettarsi nè ajuto, nè -incoraggiamento, nè indulgenza[53]. Avviso ai _compagni di patimenti -letterarii_ e a quanti altri potessero averci interesse. Quelle -particolari mostruosità poi che furono le _mostruosità della scuola -satanica_, il Manzoni detestò da quanto il Niccolini, che le detestò -con tutta l'anima. - -Badate che nelle parole riferite pur ora il Manzoni accenna anche al -_disordine sistematico_ e alla _ricerca dello stravagante_, due cose -ancor esse molto contrarie alla conoscenza e alla rappresentazione -del vero; l'una, perchè mette tutto sossopra, l'altra, perchè tutto -travisa. Nella Lettera sulle unità drammatiche il Manzoni scrisse: «Il -est hors de doute que la sagesse vaut mieux que l'extravagance; et même -que celle-ci ne vaut rien du tout»[54]. Avrebbe potuto dir meglio il -Boileau? E non vi pare anzi che tra il Boileau ed il Manzoni ci sia -alle volte sin troppo accordo? Non so perchè mi ricorra nella mente la -sentenza di Edgardo Poe: non esservi bellezza senza stranezza. - -Per essere giusti bisogna dire che quei due malanni, se c'erano (e -c'erano) anche in Italia, non però vi mostravano quel carattere maligno -che altrove, nè come altrove ci si eran diffusi. Le stravaganze -del romanticismo tedesco, derise dal Goethe, l'Italia, o non le -conobbe, o se ne liberò molto presto. Ciò che nel 1829 il Thiers -diceva del romanticismo francese: «Ses goûts fantasques et puérils -font le ridicule de notre temps», non si sarebbe potuto dire del -romanticismo italiano, forzato a stare in cervello e a rigar dritto -(e fu ventura nella disgrazia) dai molti guai a cui bisognava pensare -e, possibilmente, rimediare. L'aver dovuto in Italia far arme delle -lettere nocque in più modi all'arte, ma all'arte stessa anche in più -modi giovò, poichè non le lasciò nè agio nè possibilità di buttarsi -al singolare e all'inaudito, e di ammattire dietro all'esempio del -romanticismo francese, del quale ebbe a dire il Gautier, narratore -e giudice benevolo: «Développer librement tous les caprices de la -pensée, dussent-ils choquer le goût, les convenances et les règles; -haïr et repousser autant que possible ce qu'Horace appelait le profane -vulgaire, et ce que les rapins moustachus et chevelus nomment épiciers, -philistins ou bourgeois; célébrer l'amour avec une ardeur à brûler le -papier, le poser comme seul but et seul moyen de bonheur; sanctifier et -déifier l'Art regardé comme second créateur: telles sont les données -du programme que chacun essaye de réaliser selon ses forces, l'idéal -et les postulations secrètes de la jeunesse romantique»[55]. Cogliamo -anche questa occasione di notare che il romanticismo italiano, se -fu molto meno rigoglioso, fu anche molto più savio del forestiero; -che perciò in Italia la reazione realistica non irruppe con l'odio, -col furore, con la violenza onde fu accompagnata altrove; e che il -Manzoni poteva dissentire dal romanticismo italiano assai meno di -quello dovesse dissentire dal romanticismo forestiero, pur dissentendo -parecchio anche da quello. - -Chi ama da senno il vero, aborre da tutto quanto possa, in uno o in -un altro modo, o poco o molto, alterarne la schiettezza, falsarne la -espressione. L'arte che voglia proprio esser vera dev'esser sincera -e dev'esser semplice; deve cioè ricusare tutti quegli artifizii e -lenocinii del linguaggio, dello stile, della trattazione, che se -anche non alterano, dirò così, sostanzialmente il vero, lo alterano -formalmente; se non nel principio suo, nei suoi effetti. _Veritatis -simplex est oratio_, lasciò scritto Seneca. Essa diffida in sommo -grado di quelli che diconsi ornamenti, e fra' suoi precetti, anzi -fra' principali, scrive anche questo: _il puro necessario: tutto -ciò che non è necessario è nocivo. Quod ultra est, a malo est._ Ecco -perchè il Manzoni è così schietto e così semplice e così naturale, -pur riuscendo così fine e così efficace. Il Manzoni non abusa mai -del pittoresco, tanto abusato da' romantici d'ogni risma; anzi nel -colore, come nel disegno, è tanto sobrio da potere, alle volte, parer -troppo. Il Manzoni, l'abbiam già notato, gusta poco la prosa poetica. -Il Manzoni gusta anche poco la lingua poetica, che non è da confondere -col linguaggio poetico, e il Sainte-Beuve gliene fa rimprovero; ma qui -è da notare ch'egli l'avversò meno di quanto si creda, come provano -certe sue lettere al Borghi. In una, scritta nel giugno del 1828, -egli osserva che _orde_ è forse _voce troppo nuova per la poesia_; in -un'altra, del febbrajo dell'anno seguente, che _trionfata_ è triviale; -in una terza, dell'aprile dell'anno medesimo, che _banchettare_ non fa -_buon suono_. - -Ma checchè il Manzoni pensasse della prosa poetica e della lingua -poetica, gli è certo ch'egli preferiva la prosa alla poesia, e che la -ragione principale del suo preferir quella a questa era, a un dipresso, -la seguente: la prosa è, in tesi generale, il linguaggio del vero; la -poesia è, in tesi generale, il linguaggio della finzione. I romantici, -per contro, mostrano sempre una spiccata tendenza a mettere la poesia -sopra la prosa. - -Questo punto è degno di attenzione particolare. - - -VIII. - -Qualcuno che non conoscesse nè le tragedie, nè gli inni, nè le poesie -giovanili del Manzoni, potrebbe dire: il Manzoni preferiva la prosa -alla poesia perchè non si sentiva, e non era poeta: chi si sente ed è -veramente poeta, preferisce la poesia alla prosa. Chi conosca quelle -composizioni, o ne conosca almeno una parte, non dirà più così di -sicuro. - -Riconosciamo pure (e dopo quanto s'è detto innanzi non ci costerà -troppa fatica) che le potenze dello spirito più particolarmente -richieste al poetico officio non sono quelle che primeggiano nel -Manzoni; riconosciamo ch'esse sono in qualche modo soggiogate da altre; -ma riconosciamo, in pari tempo, che quelle potenze ci sono, e han molto -vigore, ed operano molto speditamente. L'anima del Manzoni fu certo -più aperta alla luce del vero che alla luce del bello, sebbene anche a -questa sia stata aperta assai bene; e la condizione di poeta pare che -voglia piuttosto il contrario, o almeno, che l'anima le riceva entrambe -egualmente: e dico entrambe, perchè le son due propriamente, e non una, -come s'è voluto far credere. - -Da giovane il Manzoni sentì ancor egli la vocazione poetica (dico -vocazione e non fregola) e rifuggendo dalle tetre scuole mortificatrici -dell'ingegno e corruttrici del gusto, e da maestri che più tardi -sarebbesi vergognato d'avere a discepoli, s'addusse franco al _sorso de -l'Ascrea fontana_, e cercò dei _prischi sommi_, e ne fu preso di tanto -amore che gli pareva di vederli e conversare con loro. Lo rodeva il -dubbio che Carlo Imbonati, la cui memoria egli onorava allora di quasi -religioso ossequio, come un esempio impareggiabile di umanità virtuosa -e gentile, avesse curata poco da vivo la _divina de le Muse armonia_, e -da lui si faceva rispondere in sogno: - - Qualunque - Di chiaro esemplo, o di veraci carte - Giovasse altrui, fu da me sempre avuto - In onor sommo; - -e nella sua bocca poneva le lodi dell'Alfieri e del Parini, e di quel -sovrano - - D'occhi cieco, e divin raggio di mente, - Che per la Grecia mendicò cantando[56]. - -Dell'anno 1809 è l'_Urania_, ch'è tutto un inno alla poesia, e dove -il poeta si consacra tutto alle muse, le quali, _fuggitive dai laureti -achei_, presero stanza in Italia: - - A queste alme d'Italia abitatrici - Di lodi un serto in pria non colte or tesso; - Chè vil fra 'l volgo odo vagar parola - Che le Dive sorelle osa insultando - Interrogar che valga a l'infelice - Mortal del canto il dono. Onde una brama - In cor mi sorge di cantar gli antichi - Beneficj che prodighe a l'ingrato - Recâr le Muse[57]. - -Allora il suo desiderio più vivo e la più cara speranza erano di -vedersi aggiunto un giorno _al drappel sacro_ dei poeti d'Italia[58], -al quale fu poi aggiunto veramente, ma senza che il suo desiderio ci -entrasse per molto; anzi un pochino contro sua voglia, s'è vero che -a farvelo aggiungere ajutarono per la parte loro anche quelle poesie -giovanili ch'egli rifiutò più per le cose che dicevano che pel modo, -meno perfetto, con cui le dicevano. - -Quand'è che l'animo di questo innamorato cominciò a raffreddarsi? -Sarebbe difficile il dirlo. Da giovanissimo, e poi per certo tempo più -tardi, egli vagheggiò una specie di poesia realistica, molto diversa -da quella di cui il Cerretti seguitava a predicare essere il furore la -suprema ragione. Nel sermone a Giovanni Battista Pagani, ch'è del 1804, -il poeta così si confessa all'amico: - - Or ti dirò perchè piuttosto io scelga, - Notar la plebe con sermon pedestre, - Che far soggetto ai numeri sonanti - Opre antiche d'eroi. Fatti e costumi - Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa - Nega esprimer Talia[59]. - -Queste ultime parole in ispecie son degne di qualsiasi più risoluto -e più rigoroso realista. Diciasette anni più tardi, nel gennajo del -1821, e in una lettera al Fauriel, il Manzoni esprime la opinione che -la poesia debba dire ciò che si pensa e ciò che si sente nella vita -reale[60]; e in altra lettera, senza data, al medesimo amico, parla -ironicamente del _bel principio_ «que tout ce qui est vague, fabuleux, -confus est poétique de sa nature, et que lorsqu'on ne sait rien sur -un sujet, il faut en parler en vers»[61]. O prima o poi egli dovette -vagheggiare una poesia ragionevole, come la voleva il Johnson. Leggasi -questa sua riflessione: «A chi dicesse che la poesia è fondata sulla -immaginazione e sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si -può rispondere, che più si va addentro a scoprire il vero nel cuore -dell'uomo, più si trova poesia vera»[62]. Se non che, molto per tempo -egli dovette cominciare a negar credenza a quel detto dello Shelley, -che i poeti possono significare il vero al pari e meglio di coloro che -scrivono in prosa; e al giudizio di Aristotele, quando sentenziò essere -la poesia più filosofica e, in un certo senso ideale, più vera della -storia[63]. Onde, sino dal 1829, nella _Storia della Colonna Infame_, -si burlava del privilegio arrogatosi dai signori poeti di dire ogni -cosa che loro salti in capo, o vera o falsa che sia[64]; e nel giugno -del 1832 scriveva ad un Coen, il quale s'era fissato di lasciare i -negozii per darsi alle lettere: «E, come le storture trovan meglio da -appigliarsi e da spiegarsi in un linguaggio straordinario, fantastico e -di convenzione, così i poeti hanno in questa miseria (_del fare d'una -passione una virtù_) la maggior parte e il più cospicuo luogo»[65]. -Vero è che poi, nel 1845, dirà la poesia usare un linguaggio insolito -perchè ha cose insolite da dire[66]. - -Come intendesse il Manzoni la unione, o l'alleanza della poesia con la -storia, abbiamo già in parte veduto. Quella deve conformarsi e obbedire -a questa. Se nel Michelet il poeta nuoce allo storico, nel Manzoni lo -storico nuoce al poeta. - -A poco a poco l'antico amore, non solo s'intepidiva, ma diventava, -prima indifferenza, poi avversione. Ecco il Manzoni trovar gusto -in notare i difetti, i peccati, gli svantaggi della poesia, e -l'irreparabile e non lacrimabile suo decadimento. «La poesia ha anche -questo bel vantaggio, d'essere come forzata a prendersi delle licenze», -dirà egli in una delle citate lettere al Borghi[67]. E in quella -lettera al Coen: «Badi che i poeti vanno scemando d'autorità come di -numero (_di numero poi!_); e l'essere con tutto ciò cresciuto quello -de' lettori fa sì che alla venerazione sottentri il giudizio; e son -giudicati ogni dì più con questa ragione, che, se le cose dette da -loro fanno per loro soli e non importano all'umanità, son cose da non -curarsene; se importano, bisogna veder come sien vere»[68]. Altro che -la _divina armonia_ del carme in morte dell'Imbonati, e gli entusiasmi -e gli ardori dell'_Urania_! Altro che la _divina concitazione del -genio_ e la _sapienza ispirata_ decantata dal Foscolo! Ed era il -tempo felice e memorabile in cui i romantici francesi andavano in -gloria perchè dicevano di aver ritrovate le fonti vive della poesia, -e sgombratene le scaturigini dagli sterpi e dai sassi, ne lasciavano -correre in copia, fra le turbe assetate, le onde vivificatrici e -sonore. Nel novembre del 1845 il Manzoni, in una lettera al Giusti, del -quale pure ammirava l'arte e l'ingegno, par che si spassi a fare il -novero di tutti gli scapiti a cui la poesia, la _signorona vecchia_, -andò soggetta nel corso dei tempi, e fattolo, soggiunge, burlandosi: -«Dunque lavora, _chè fai sul tuo_; e accresci l'entrata della padrona, -agl'interessi della quale prendo una gran parte, anche per il gran bene -che le ho voluto in gioventù»[69]. In gioventù, avete inteso? - -Quando, nei _Promessi Sposi_. detto che cosa s'intenda per poeta dal -volgo di Milano e del contado (e, si poteva aggiungere, d'altri siti: -_populus sanos negat esse poetas_, scriveva melanconicamente Ovidio dal -Ponto): quando, dico, il Manzoni butta lì quella sua interrogazione -biricchina: «Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con -cervello balzano?»[70] ognuno capisce che nella opinione del Manzoni -ci ha che fare non poco; e più lo capisce, quando in un altro luogo del -romanzo legge, in coda a un ricordo del famoso sonetto dell'Achillini: -_Sudate o fuochi_, ecc., queste parole: «Ma è un destino che i pareri -dei poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti -conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran -cose risolute prima»[71]. Altro che i veggenti, e i precursori, e gli -apostoli! Altro che i convertitori delle folle in popolo! Altro che il -_drappel sacro_! - -Ma, quando scriveva il romanzo, il Manzoni era ancora in vena di -scherzo: più tardi non credo che in sì fatto argomento avrebbe -scherzato a quel modo. Più tardi egli nutrì per la poesia un po' (non -saprei dir quanta) di quell'avversione sospetta e stizzosa che brontola -nelle parole del Bossuet e del Pascal, e la nutrì, in parte almeno, -per le ragioni medesime. Orazio disse la poesia _amabilis insania_: -venne tempo in cui quell'_amabilis_ dovette parer di troppo all'autore -della _Morale cattolica_. Perciò io penso che sieno del Manzoni assai -giovane questi pensieri, tolti di tra i suoi _Pensieri varii_: «La -poesia, stromento di criterio della bontà delle azioni. Alcuni fatti -giustificati in prosa, non potrebbero mai divenir soggetto di encomio -poetico. Fate un po' dei versi in lode della tratta dei negri, della -St-Barthélemy, degli _auto da fé_, del tribunal rivoluzionario del '93, -ecc., cose in favor delle quali si è pur ragionato in prosa. La poesia -sembra allontanarsi dalla vita reale più della prosa, e all'opposto, -rigettando le formule generali, convenute di quella, essa sovente si -move, e si addirizza insieme alle più intime, primitive sensazioni, ai -particolari in cui quelle si risolvono, che quelle non rappresentano. -E appunto nei casi del genere suddetto, la prosa giustificatrice si -serve di quelle formole, ecc.»[72]. La _prosa giustificatrice_! quale -attributo! dunque la poesia direbbe il vero meglio della prosa? - -Se al detto sin qui voi aggiungete che il Manzoni, non solo ebbe in -uggia il romanzesco, lo stravagante, il mostruoso, ma ancora ogni -meraviglioso soprannaturale, da quello della fede in fuori; ch'egli -non sentì punto il bisogno, tanto sentito dai romantici, di sostituire -all'antica una nuova mitologia; che si mostrò sempre molto severo -per tutte le credenze superstiziose, poetiche o non poetiche; se -osservate ch'egli non si diletta punto di portenti e di miracoli; che -nei _Promessi Sposi_ non v'è altro meraviglioso, se non quello di un -ordine divino che si lascia scorgere dietro al disordine umano; che il -miracolo vi è sempre interno, occulto, immanente, e si compie nelle -anime o pervade la storia; che però quello delle noci narrato da fra -Galdino si risolve in ironia manifesta; voi avete sott'occhio tutti -gli elementi, le movenze e i caratteri dell'arte manzoniana, quali sono -prodotti, determinati, condizionati da quel vero che il Manzoni aveva -preso a fondamento dell'arte sua, e che fedele al monito dell'Imbonati: - - Il santo vero - Mai non tradir, - -egli osservò sempre nei pensieri, nelle parole, nelle opere. - - -IX. - -Nella dottrina romantica il Manzoni distinse molto opportunamente due -parti, l'una negativa, positiva l'altra; quella assai più larga, più -consistente e più precisa; questa assai più ristretta, più sconnessa -e più indeterminata[73]. Per la parte negativa, si può dire ch'egli -s'accordi in tutto con la scuola; per la parte positiva, si accorda -molto meno, e qualche volta non si accorda punto. Del resto, in questa -seconda parte, anche gli altri romantici discordavano spesso fra loro. -Avveniva della dottrina romantica ciò che di tutte le dottrine, dove la -parte critica è sempre più valida e più coerente della dogmatica. - -Come ogni altro romantico vero, il Manzoni detesta, ricusa e schernisce -tutte quelle regole d'arte che non sono «fondate sulla natura, -necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de' critici, -trovate, non fatte»[74]. Con l'acume suo consueto egli scopriva nelle -regole arbitrarie un trovato della pigrizia e della inettitudine: -«C'est une singulière disposition que celle que nous avons à nous -forger des règles abstraites applicables à tous les cas, pour nous -dispenser de chercher dans chaque cas particulier sa raison propre, sa -convenance particulière»[75]. «Il n'y a ni règles, ni modèles», dirà -più tardi l'Hugo, «ou plutôt il n'y a d'autres règles que les lois -générales qui planent sur l'art tout entier, et les lois spéciales qui -pour chaque composition résultent des conditions d'existence propres -à chaque sujet». Il Manzoni aggiungeva: «in fatto d'arte, un precetto -non può essere altro che l'indicazione d'un mezzo»[76]; e con tutti -i romantici credeva che le regole non fondate in natura (alle fondate -in natura chi ha fior di senno non sogna di ribellarsi) fossero state -«un inciampo a quelli che tutto il mondo chiama scrittori di genio; -e un'arme in mano di quelli che tutto il mondo chiama pedanti»[77]. -Documento insigne dell'avversione sua a quelle, e, in pari tempo, -dell'acutezza e potenza della sua critica estetica, rimane la lettera -sulle famose unità drammatiche[78]. - -Il Manzoni è ancora schiettamente e deliberatamente romantico nella -dottrina drammatica, e specialmente quando sostiene che tutta la -struttura del dramma, e il moversi de' personaggi in esso, e la vicenda -degli avvenimenti, devono dipendere dalla natura dell'azione; e quando -ammira ed esalta lo Shakespeare sopra tutti i drammaturghi antichi e -moderni. La sua dottrina drammatica, in sostanza, non è diversa, o è -poco diversa da quella di Guglielmo Schlegel, del De Vigny, dell'Hugo. - -Il Manzoni è inoltre romantico risoluto quando vuole si sostituisca -il concreto all'astratto, il particolare al generale, l'uomo vero al -fittizio, ecc.; ma non è più romantico, o è un romantico irresoluto, -e che fa molte riserve, rispetto ad altri postulati, ad altre tendenze -dell'arte nuova. - -Così rispetto a quella mescolanza del tragico e del comico, dello -scherzevole e del serio, che preconizzata nel secolo XVII da Lope de -Vega, nel secolo XVIII dal Diderot, dal Voltaire e dal Lessing, de' -quali tre, il secondo la biasimò dopo averla lodata e il terzo la lodò -dopo averla biasimata; effettuata nel dramma lacrimoso, o commedia -patetica, o tragedia borghese che voglia dirsi, era divenuta un canone -principale dell'estetica romantica, un pezzo prima che l'Hugo scoprisse -nel cristianesimo la fusione armonica del grottesco e del sublime. Il -Manzoni, prudente sempre, non la condanna; ma esprime un dubbio: «je -pense», scrive egli nella già tante volte citata lettera sulle unità, -«comme un bon et loyal partisan du classique, que le mélange de deux -effets contraires détruit l'unité d'impression nécessaire pour produire -l'émotion et la sympathie; ou, pour parler plus raisonnablement, il -me semble que ce mélange, tel qu'il a été employé par Shakespeare, a -tout-à-fait cet inconvénient. Car qu'il soit réellement et à jamais -impossible de produire une impression harmonique et agréable par le -rapprochement de ces deux moyens, c'est ce que je n'ai ni le courage -d'affirmer, ni la docilité de répéter... Mais, pour rester plus -strictement dans la question, le mélange du plaisant et du sérieux -pourra-t-il être transporté heureusement dans le genre dramatique d'une -manière stable, et dans des ouvrages qui ne soient pas une exception? -C'est, encore une fois, ce que je n'ose pas savoir»[79]. Nei _Promessi -Sposi_, per altro, la mescolanza c'è, ed è anzi carattere notabile di -quel libro, che ne ha tanti altri notabili; e se ne potrebbe discorrere -a lungo, se il tempo lo concedesse. - -Si sa che i romantici furono più che mediocremente presi da quella -dolce mania descrittiva che il Mérimée pose così argutamente in -canzone, e che i realisti ebbero dai romantici in fedecommesso. Al -Manzoni quella mania non s'attaccò. Si sa pure che i romantici, stanchi -di quello che chiamavano vaniloquio classico, formarono il proposito -di dire, non più parole, ma cose, e fermi in esso cominciarono alcuni, -anzi molti, a curar le parole un po' meno di quanto si richieda alla -giusta ed efficace significazion delle cose. Il Manzoni, che anche in -ciò la sa lunga, cura moltissimo le cose, e per curarle a dovere, cura -anche moltissimo le parole. - -Chi legge le opere del Manzoni con l'attenzione dovuta, ogni po' -incontra pensieri che un romantico dei soliti non vorrebbe far suoi, -parole che un romantico dei soliti non direbbe. E così dev'essere; -perchè, come s'è veduto, il Manzoni ha una costituzione di mente molto -diversa da quella dei romantici presi in generale e il Manzoni si tiene -stretto e fedele ai soli principii fondamentali del romanticismo; e il -Manzoni riman fuori affatto dei traviamenti della dottrina romantica e -dell'arte romantica. Perciò s'indovina che moltissimi romantici, dei -maggiori e dei minori, non gli dovevano andar troppo a sangue[80]. -Riservato e benevolo come egli è, non lo dice; ma si capisce che -avrebbe avuto da dir per un pezzo, se avesse voluto incominciare e non -fermarsi. Solo una volta, scrivendo al Cantù, che nel 1833 aveva dato -fuori il saggio intorno a _Victor Hugo e il romanticismo in Francia_, -uscì sul conto del grande poeta francese in queste moderate parole: «I -giudizii vostri sono benevoli, ma non adulatorii, come troppi altri. -È un ingegno forte, ma disordinato. Le situazioni, le sa trovare; e, -trovate, le sa usare (come dite voi _exploiter_?), ma non guarda se -siano ragionevoli.... Voi dite all'autore delle parole savie: facciano -almeno frutto su certi giovani di qui, e principalmente di oltre -Enza»[81]. Queste sono parole piene di temperanza e modestia mirabile, -perchè non si può immaginare diversità, anzi contrarietà di natura -maggior di quella che passa tra colui che le pronunziava e colui per -cui erano pronunziate; e si sa che i diversi, e più i contrarii sono da -natura pochissimo disposti a giudicarsi vicendevolmente con temperanza -e con modestia, anzi pur con giustizia. L'Hugo è capo incontestato del -romanticismo francese; il Manzoni è considerato capo del romanticismo -italiano: ora, chi leggesse le opere dell'uno e dell'altro, e non -sapesse più là, non immaginerebbe mai e poi mai che le due scuole che -li acclamano capi possano denominarsi col medesimo nome. - -Per definire vie meglio l'indole del Manzoni e dell'arte sua, non -sarà male che ci soffermiamo alcuni istanti a fare tra l'Italiano e il -Francese un po' di raffronto. - - -X. - -Ma prima di tutto una dichiarazione e una protesta, come usavano farne -que' buoni autori del tempo andato che, non dalle parole dei censori -soltanto, ma anche dalle lor proprie, volevano assicurati i leggenti -non esservi nelle opere loro nulla _contro la santa fede cattolica, nè -contro prencipi, nè contro buoni costumi_. - -Io ammiro profondamente il Manzoni, e ammiro, non meno profondamente, -l'Hugo; e fo così poco conto dei detrattori morti del primo come dei -detrattori vivi del secondo. Entrambi mi pajono grandi; e se talvolta -l'uno mi par più grande dell'altro, ciò avviene solo perchè fissando -io un po' troppo intentamente lo sguardo nell'uno dei due, l'altro -lo perdo un pochino di vista. Facciamo una supposizione. Supponiamo -che per decreto di un nuovo fato il Manzoni e l'Hugo non fossero più -entrambi concessi alla gloria di questa povera umanità, ma l'uno di -essi soltanto, e che quest'uno dovess'essere da noi prescelto: io, per -la mia parte, come cittadino di questa patria italiana, non potrei -non dire: _Ebbene, ci sia lasciato il Manzoni_; ma, come cittadino -del mondo, non saprei che risolvere. E dopo ciò, veniamo al proposito -nostro. - -L'Hugo è di temperamento sanguigno; il Manzoni è di temperamento -nervoso. Quegli serba e mostra in tutto il poderoso suo essere come -un resto di esuberanza e d'impetuosità primitiva, certe come vestigia -di una umanità non ancora attenuata e ammansita dal lento lavoro -dei secoli; questi dà a conoscere in tutto il delicato suo essere -l'ostinato lavoro della disciplina, gli effetti dell'adattamento -e dell'assuefazione; e si può quasi dire che ogni antico istinto -è perduto in lui. L'Hugo fu rassomigliato a un titano, e non -infelicemente; se non che, qualche volta par che si sformi e degradi -nel ciclope: il Manzoni par quasi un santo, ma un santo che, qualche -volta, pende verso l'asceta. - -L'Hugo ebbe uno spirito audace, turbolento e superbo; il Manzoni, come -fu osservato argutamente dal Tenca, «un'intelligenza che si schermisce -quasi paurosa di sè medesima». Quegli fu sempre sicuro di sè, ed ebbe -per incontrastabile e per sacra ogni sua opinione, ogni parola; questi -sempre dubbioso, e sempre restio a profferir giudizii e sentenze; _di -maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti_, il -costrutto del suo ragionare era questo: nego tutto, e non propongo -nulla[82]. Quegli fu (chi nol sa?) vanissimo, e nella ostentazion di -sè stesso attinse almeno i primi gradi del ridicolo: pensò d'essere, e -così si denominò, una fiaccola accesa dinanzi alla umanità brancolante -nel bujo, un preparatore di nuovi destini, un redentore di mondi; ed -accettò, anzi chiese l'adorazione: questi spinse la modestia inaudita e -favolosa sino a dirsi inetto a cosa alla quale tutti si stimano idonei, -a fare, cioè, il deputato, e da sè si chiamò _uomo inconcludente_, -e ricusò gli omaggi, e fu, nel ricusarli, più d'una volta sgarbato. -L'uno fu l'uomo di tutte le pubblicità, di tutti gli ardimenti, e -mescolò la fragorosa voce tra di profeta e di tribuno a tutte le voci -e a tutte le bufere del secolo, e più d'una volta le dominò tutte -dall'alto; e apparve bello e splendente d'antico eroismo quando dalla -sommità di uno scoglio, di mezzo al tumulto di un oceano perpetuamente -sconvolto, osò sfidare, maledire, deridere l'avversario coronato e -onnipotente; l'altro fu uomo di solitudine e di silenzio, e solo con -mano circospetta e parco gesto sparse negli animi alcuni semi che poi -germogliarono. Ebbero entrambi alto senso di pietà per tutte le umane -miserie; ma la pietà del poeta che gridava ai quattro venti: - - Je hais l'oppression d'une haine profonde, - -e che scrisse questo mirabile verso: - - Fais en priant le tour des misères du monde, - -fu più operosa: quella dell'altro fu forse più caritatevole, perchè -abbracciava oppressi ed oppressori ad un tempo. - -L'Hugo fu così cattivo ragionatore come fu buon poeta, e volle far del -filosofo a dispetto della natura, che avevagli dato il pensar vasto e -magnifico, non il pensar chiaro e preciso; e però la sua metafisica -rimase sempre, come fu detto, _une métaphysique rudimentaire_. Come -il Manzoni avesse per questo rispetto, e mirabili, le qualità che -mancarono all'Hugo, abbiam veduto a suo luogo. Ciò nondimeno bisogna -pur riconoscere che l'Hugo, non solo comprese molte cose, ma molte -ancora ne presentì; che egli riuscì a tradurre meravigliosamente in -fantasmi parecchi concetti filosofici; e che il suo pensiero si muove -attraverso la intera creazione con una forza e un'agilità di cui sono -pochissimi esempii. Chi vuol vedere la differenza che passa tra la -virtù critica dell'Hugo e la virtù critica del Manzoni, confronti il -Saggio del primo sopra Shakespeare con la Lettera del secondo sopra le -unità drammatiche, o col Discorso intorno al romanzo storico. - -In arte l'Hugo tende al romanzesco, al paradossale, al mostruoso; -trionfa nell'antitesi; dice che la vera poesia consiste nell'armonia -dei contrarii; fa cominciare dall'apparizion del grottesco una nuova -èra del mondo; detesta la sobrietà, che gli pare virtù da servitore -e non da poeta; produce, fin che vive, con abbondanza miracolosa, e -lascia, morendo, tanto d'inedito quanto potrebbe bastare a più d'un -vivo; il Manzoni detesta il romanzesco, il paradossale, il mostruoso; -fugge l'antitesi; dice che la poesia dev'essere tratta dal cuore, -deve esprimersi non solo con sincerità, ma, ancora, con semplicità, -e che una delle più belle facoltà sue si esercita nell'attirar -l'attenzione sopra fatti morali che non si potrebbero osservare senza -ripugnanza[83]; non s'impaccia col grottesco, bastandogli il brutto; -ha la sobrietà, anche letteraria, in conto di assai buona virtù; -produce poco, e cessa quasi di produrre essendo ancor giovane, e quando -molt'altro si aspettava ancora da lui. - -I _Promessi Sposi_ vincono, a mio parere, e di molto, _Notre Dame de -Paris_, i _Misérables_, i _Travailleurs de la mer_ e tutti gli altri -romanzi dell'Hugo; ma l'Hugo è, sempre a parer mio, e sebbene ci sia in -lui non poco del Cavalier Marino, assai maggior poeta del Manzoni; ed -è tale perchè la sua coscienza è una coscienza essenzialmente poetica, -perchè egli pensa consuetamente per via d'immagini e di fantasmi, -perchè sente e giudica poeticamente la vita ed il mondo. L'anima del -poeta, quale egli l'ha e la vuole, partecipa della natura del dio -panteistico, penetra e si spande in tutte le cose, attraverso ai tempi -e agli spazii. - - O poëtes sacrés, échevelés, sublimes, - Allez et répandez vos âmes sur les cimes, - Sur les sommets de neige en butte aux aquilons, - Sur les déserts pieux où l'esprit se recueille, - Sur les bois que l'automne emporte feuille à feuille, - Sur les lacs endormis dans l'ombre des vallons! - . . . . . . . . . . . . . . . - Si vous avez en vous, vivantes et pressées, - Un monde intérieur d'images, et de pensées. - De sentiments, d'amour, d'ardente passion, - Pour féconder ce monde échangez-le sans cesse - Avec l'autre univers visible qui vous presse! - Mêlez toute votre âme à la création. - -Perciò egli non ha nè ripugnanze nè ritrosie che gli facciano escludere -cosa alcuna dagli sterminati dominii della poesia. Adora la natura -con quello stesso fervor religioso con cui adora l'umanità, e spazia -attraverso a tutti i secoli, a tutti i climi, a tutte le storie, -raccogliendo con egual reverenza e con egual compiacimento, nello -instancabile verso, le voci e gli echi della Giudea e dell'ultimo -Oriente, di Grecia e di Roma, dei castelli e delle corti medievali, -della odierna piazza tumultuante, accoppiando miti classici a leggende -cristiane, spingendo dietro ai passi degli antichi Re e degli antichi -profeti i cavalieri erranti e le lacere plebi. - -E quanto al romanticismo più propriamente, l'Hugo voleva che l'arte -romantica fosse una specie di foresta vergine, quanto più si possa dire -diversa da quel bene spartito e ben pettinato giardino di Versailles, a -cui paragonava l'arte classica: il Manzoni non voleva foresta vergine -e non voleva nemmeno il giardino di Versailles; voleva, direi, un -giardino inglese. - -Giunti a questo punto possiam fare, in due parole, un po' d'epilogo, -e dire, o piuttosto ripetere, che il romanticismo del Manzoni non è -quello che d'ordinario si crede; che esso è più e meno del comune, -secondo che si guardi ai principii o alle deviazioni; che far del -Manzoni il capo del romanticismo italiano è, per molti rispetti, -giusto, ma non così giusto come lasciarlo solo nel luogo ov'egli stesso -s'è posto, e dove, pur troppo, sembra che abbia a rimaner solo un bel -pezzo. - - -XI. - -Questo _pur troppo_, che m'è sdrucciolato dalla penna, si trascina -dietro un po' di coda. - -Col vento che tira non ci sarebbe da meravigliare se qualcheduno -saltasse su un dì o l'altro a gridare di punto in bianco: Già che -si torna a tante cose, torniamo anche al Manzoni, cioè al suo modo -d'intender l'arte e di praticarla. Un tal grido potrebbe trovare molte -orecchie aperte, ed echeggiare in molti spiriti, per più ragioni, e tra -l'altre per questa, che in fatto di letteratura, e non di letteratura -soltanto, noi (dico noi, così di qua come di là dall'Alpi) siamo -finalmente riusciti alla confusione babelica. Il realismo, con le sue -due varietà del verismo e del naturalismo, dopo aver tutto occupato -il traffico nazionale ed internazionale, s'è ammazzato da sè, a furia -d'intemperanza e d'insensatezza. Il plasticismo dei Parnassiani fu -rovinato il giorno in cui si fece, o, per dir meglio, si rifece la non -difficile scoperta che le arti di cui esso aveva voluto appropriarsi -il magistero e l'officio, fanno molto meglio ciò ch'esso fa molto -peggio. Lo psicologismo dei così detti anatomisti d'anime è venuto -terribilmente a noja a furia di analisi infinitesimali, di rilievi -micrometrici, di arzigogoli e di sofismi. I decadenti sono forse -decaduti un po' troppo. Gl'impressionisti non impressionano abbastanza. -Il preraffaellismo pittorico e letterario è, più che altro, un -capriccio e un giuoco di artisti a spasso. Il simbolismo, fra tanti -simboli, non lascia bene intendere che si voglia. Si sente picchiare -agli usci un idealismo nuovo; ma non ci ha detto ancora quale sia il -suo ideale. - -Così che confusione grandissima, d'onde stanchezza, malumore, -inquietezza, e, se non volontà, voglia di un qualche avviamento -ragionevole e di un qualche rinnovamento: condizione di spiriti e di -cose molto favorevole a chi con avvedutezza, con coraggio, con forza si -mettesse alla testa delle turbe esitanti, e, senza voltarsi indietro, -gridasse con aria inspirata: Seguitemi; o a chi, voltandosi indietro, -con aria compunta suggerisse: Torniamo al Manzoni. - -Ora, che cosa significherebbe un ritorno sì fatto? Sarebb'esso un bene? -sarebb'esso un male? e come s'avrebbe a fare? - -Il ritorno al Manzoni dovrebbe significare primamente detestazione -e rifiuto di tutte quelle forme e tendenze d'arte che il Nordau, nel -suo notabile libro sulla degenerazione presente, ha con esagerazione -manifesta, ma non senza giusto motivo, considerate e condannate come -immorali, insensate e perniciose; corrompitrici, nonchè delle anime, -dell'arte stessa; nate esse stesse dalla degenerazione, e sollecitanti -e aggravanti la degenerazione. Dovrebbe poi significare ritorno alla -ragione, alla sincerità, all'onestà; restaurato il senso della realtà, -della convenienza, della misura; l'arte rimessa in armonia coi grandi -interessi umani; la semplicità, la naturalezza, sostituite alla -_preziosità_ e alla stravaganza; un linguaggio piano, terso, dritto, -efficace, sostituito agli avviluppamenti, agl'imbellettamenti, agli -sdilinquimenti della locuzione e dello stile. - -Ciò posto, qual è quel uomo di sano intelletto che, per tutti questi -rispetti, non giudicasse un bene, e un gran bene, il ritorno al -Manzoni? Ma qual è, d'altra banda, quell'uomo di sano intelletto, il -quale non volesse avvertire, in pari tempo, che il ritorno pieno, -cieco, incondizionato, sarebbe sicurissimamente un male, e un gran -male? - -Abbiam veduto che il Manzoni si accosta in più occasioni, e in più -modi, alle scuole fiorite dopo il romanticismo. Egli è realista -quanto si può, ragionevolmente, desiderare che sia. Egli è molto -migliore psicologo di molti psicologisti che forse lo sdegnano. Egli -usa nel descrivere quella proprietà e precision di linguaggio che -mostran la via al plasticismo. Egli da molte bande rompe i confini -del romanticismo comune. Perciò facilmente, e da molte bande, si può -tornare a lui, e ci si può trovar d'accordo con lui; ma questa stessa -facilità può riuscire pericolosa, se altri dimentichi che il Manzoni -non risponde, non può rispondere, in fatto d'arte, a tutti i nostri -giusti desiderii, a tutti i nostri legittimi bisogni. - -Certo, il Manzoni è un artista vero, un artista grande; e sono ben -poco accorti coloro che, sotto quegli andamenti suoi, così semplici -e bonarii, non iscorgono l'arte meravigliosa e squisita, che sempre -illuse e sempre disperò gl'imitatori; ma bisogna pur dirlo, la sua -natural timidezza gli nocque, gli nocquero i troppi rispetti, e i -troppi scrupoli, e le troppe esitazioni. Non tutta l'arte fu in lui; -e quella che fu, egli intese a restringere entro confini un po' troppo -angusti, a farla men padrona di sè e de' suoi movimenti di quanto possa -piacere a chi ha dell'arte il culto libero e vivo. Quella tendenza -si fece in lui sempre più imperiosa e più forte con gli anni; e -forse, insieme con la cresciuta incontentabilità, fu tutto un nodo di -renitenze e di ripugnanze religiose e morali quello che gli strinse -l'animo, e lo ridusse, tanto innanzi tempo, alla inoperosità ed al -silenzio. L'arte ha bisogno di libertà; il che non vuol già dire, -come pur giova credere a tanti, che le si debbano concedere tutte le -licenze. La sobrietà le giova; ma non l'astinenza; e il cilizio la -uccide. Non è necessario che l'arte sia presuntuosa, impertinente, -sfacciata; ma non è bene che sia tutta e sempre troppo modesta, -docile, casalinga. Può impersonarsi in Beatrice; non deve impersonarsi -in Lucia; e Lucia non deve vietare a Saffo di lasciarsi vedere e di -parlare. Tutto ciò che nell'anima umana, e nella vita umana, è passione -impetuosa, disordinata e traboccante energia, ribellione santa e -superba, splendore e pompa di bellezza e di fortuna, sogno, stranezza, -mistero, l'arte del Manzoni non l'espresse, e, veramente, non lo poteva -esprimere; ma non c'è ragione perchè l'arte non lo esprima; anzi lo -deve esprimere. Se si va dietro al Manzoni di dopo i _Promessi Sposi_, -si rischia molto di riuscire alla negazione dell'arte. - -Il Manzoni mise fuori dell'arte, e volle quasi sbandita dalla -coscienza, tutta una parte di umanità, tutta una età della storia, -il mondo antico e pagano: ma l'arte si muove liberamente nel tempo e -nello spazio, e una delle virtù sue più mirabili consiste nel potere -rifar vivo ciò ch'è morto, presente ciò ch'è remoto, e deve sdegnare -ripugnanze che, comunque nate e cresciute, offendono lei e offendono -l'umanità tutta quanta. Invano romanticismo e realismo, concordi in -questo, ci contendono l'antico. Noi ripenseremo e ravviveremo nell'arte -anche l'antico, e la stessa mitologia; non più al modo puerile dei -classicisti, fingendo presente un passato irrevocabile; ma facendo -scaturire una vena di alta e d'inesauribile poesia dallo scontro di -un passato che l'anima sente passato con un presente che l'anima sente -presente. Nulla v'è più poetico delle memorie: nulla più poetico di un -mito ellenico ripensato da una coscienza del secolo XIX, e più, credo, -del XX. - -Torniamo al Manzoni per la lingua; ma non lo seguitiamo in ogni suo -passo, e non ci fermiamo ad ogni sua fermata. Facciamo pur getto -della _langue marbrée_ dei decadenti; invochiamo un nuovo Molière -che volga in burla il nuovo _langage précieux_ e ne faccia perdere il -gusto; accettiamo di buon grado la lingua piana, schietta, comunemente -intesa, che il Manzoni adopera e raccomanda; ma non assoggettiamo -troppo duramente l'artista letterario al giogo pesante dell'uso; ma -non dimentichiamo che la lingua atta ad esprimere il pensiero e il -sentimento di tutti può non essere interamente atta ad esprimere il -pensiero e il sentimento di alcuni; ma lasciamo che lo scrittore possa -talvolta forzar l'uso della lingua, come il pensatore forza l'uso del -pensiero; e lasciamo ch'egli cerchi, disotterri ed inventi per produr -nuove impressioni, per ispianar la via a nuove idee. - -Torniamo alla prosa del Manzoni, e imitiamola, se siamo da tanto; -ma non crediamo però che sia tutta perfetta, e conveniente a tutte -le materie. Prosa mirabile, senza dubbio, e rara troppo nella nostra -letteratura, anzi unica, ma un pochino povera di colore e di suono, e -che si risente un po' troppo della riservatezza e della timidità del -suo autore. - -Torniamo al concetto che il Manzoni ebbe di una letteratura popolare, -che tragga vivezza, forza, fecondità dall'essere in istretta comunione -col sentimento e con la vita del popolo: sarà questo il modo migliore -di combattere il nuovo bizantinismo; ma riconosciamo che, come non -tutta la musica può essere popolare, così non tutta la letteratura può -essere popolare; e che quando vengano a mancare certe forme dell'arte -più squisite e più peregrine, tutta l'arte pericola, tutta l'arte -decade. - -Torniamo ai _Promessi Sposi_, perchè la sazietà e il disgusto di tanta -letteratura pazza, sconcia, brutale, quanta ne dilagò per l'Europa in -questi ultimi anni, ci rende forse più che mai disposti a gustarne le -immortali bellezze. Torniamo ai _Promessi Sposi_, e ridiventiamo magari -manzoniani, ma con discernimento e con misura, senza preoccupazioni -estranee e dannose all'arte, senza ricadere in quella cieca e stupida -idolatria contro cui, sono più che vent'anni, si levò giustamente il -Carducci. Torniamo ai _Promessi Sposi_; ma badiamo che se essi sono, -com'ebbe a dire il De Sanctis, una «pietra miliare della nostra nuova -storia», la nostra storia ha pure altre pietre miliari, e che questa -non deve esser l'ultima, non deve segnar fine alla via. Torniamo ad -essa, non per fermarci, ma per ritrovare la strada smarrita. - - - - -PERCHÈ SI RAVVEDE L'INNOMINATO?[84] - - -I. - -Lessi già in più di un libro, e udii dire da molte persone, fra le -quali non mancavano critici patentati, che il carattere dell'Innominato -pecca d'inverisimiglianza e d'inconsistenza; che il Manzoni, nel -colorirlo e nell'atteggiarlo, non addimostrò quel conoscimento -sottile e profondo della umana natura, del quale porgono così larga -testimonianza molti altri caratteri del suo immortale romanzo; che -in ispazio di una notte, o poco più, un uomo non può rinnegare tutto -sè stesso, non muta essere, non si trasforma di scelerato in santo; -che il ravvedimento dell'Innominato somiglia troppo ad uno di quegli -espedienti sbrigativi di scena mercè dei quali si spinge al fine -desiderato un'azione che di per sè non potrebbe arrivarci[85]. - -Tali, o poco dissimili affermazioni, specie se accompagnate da quel -tono di saccenteria imperativa con cui, molte volte, la critica -supplisce alla ragion che non ha, possono far colpo sull'animo di -chi si lascia impressionare facilmente, o non è preparato abbastanza -a discuterle; ma non credo, davvero, che sieno responsi d'oracoli, -e non vi si possa contrastare. E poichè esse s'appuntano contro un -libro il quale (checchè siasi detto e fatto) non è men vivo oggi di -quello fosse mezzo secolo fa, e domani potrebbe essere anche più vivo -di oggi; contro un romanzo il quale, dileguata oramai, o stando per -dileguare, l'affannosa tregenda di tanti romanzi veristici, realistici, -naturalistici, nati, intristiti, morti nel corso di pochi mesi, o di -qualche anno, appare agli occhi degli spassionati, comunque credenti -o miscredenti, più vero, più reale, più naturale di tutti essi; io non -credo possa parere fatica sprecata quella di discuterle un tantino, e -di cercare quale sia la loro sostanza e quanta la ragionevolezza. - -Un primo dubbio da chiarire è questo: possono o non possono accader -nell'uomo mutamenti interiori e repentini tali, che il pensare, il -volere e l'operare di lui prendano, a muover da certo punto, in modo -risoluto e durevole, un indirizzo in tutto diverso da quello seguito -prima, e, talora, a quello di prima contrario? I fatti rispondono -anticipando le dottrine, e rispondon che sì. Innumerevoli sono, a -cominciar da San Paolo, i casi di subitanea conversione e di subitaneo -ravvedimento; e se di molti si può dubitare che seguissero proprio -così come la tradizione li narra, non è possibile dubitare di tutti. -Chi prima avversava una fede, se ne fa, inaspettatamente, seguace; -chi si ravvoltolava nelle sozzurre, si leva ed è mondo: i persecutori -si trasformano in patroni; i carnefici invocano il martirio. Quanti -furono che, come l'apologista Arnobio nel III secolo, e Santa Chiara -da Rimini nel XIII, si convertirono per aver creduto d'udire una voce -dal cielo che li ammoniva! Quanti che da un umile atto, da un'unica -parola di carità, furono richiamati indietro, tolti da quella via -di perdizione su cui stavano per muovere gli ultimi passi! Giovanni -Colombini, che prima fu tristo uomo e mondano, e poi istitutore -dei gesuati e santo, si ravvide un giorno leggendo per caso, mentre -gli allestivano il desinare, la Vita di Santa Maria Egiziaca, gran -peccatrice e grandissima penitente. Jacopone da Todi, veduto il cilicio -che, sotto le ricche vesti, copriva il corpo della moglie morta, nauseò -le vanità tutte ond'erasi compiaciuto, disse addio al mondo, diventò -il _giullare di Dio_. Di Corrado, fratello del duca Lodovico d'Assia, -e cognato di Santa Elisabetta d'Ungheria, si narra che fosse uomo oltre -ogni dire superbo e violento. Nel 1232 poco mancò che non ammazzasse di -propria mano, in pieno capitolo, l'arcivescovo di Magonza. Un giorno, -trovandosi egli nel suo castello di Tenneberg, in compagnia di molti -seguaci, i quali tutti, dal più al meno, eran con lui di un animo e -di un procedere, una donna di mala vita osò chiedergli l'elemosina; e -avendola egli trattata assai duramente, con rinfacciarle la sozzura -ond'era lorda, quella non rispose se non dipingendo la miseria e -l'orrore della propria vita. Scosso dalle parole della peccatrice, -il superbo riprenditore passò la notte in angosciosa vigilia, fatto -subitamente conscio di sè, ripensando il passato e l'avvenire, -considerando quant'egli fosse più malvagio e più vile di lei, e più di -lei immeritevole di perdono. La mattina di poi seppe che molti de' suoi -seguaci e ajutatori avevano pur passata la notte a quel modo; e allora, -fatto proponimento di mutar vita, si recarono da prima, tutti insieme, -al santuario di Gladenbach, poi a Roma, a ottenervi la remissione dei -loro peccati. Ho riferito un po' per disteso questo esempio, perchè -si può notare in esso qualche conformità col caso dell'Innominato; ma -tralascio di recarne altri, parendomi che non bisognino[86]. - -Del suo personaggio dice il Manzoni, che un nuovo _lui_, cresciuto a -un tratto terribilmente, era sorto a giudicare l'antico. Come poteva -sorgere questo nuovo _lui_? Come può dentro ad un uomo nascerne, per -così dire, un altro, che si sovrappone e talvolta si sostituisce al -primo? Così al cardinal Federigo, come alla buona donna che va a tôrre -Lucia in castello, il Manzoni fa dire che Dio ha toccato il cuore -all'Innominato; e fa dire al popolo che la conversione dell'Innominato -è un miracolo. E questa a dir vero è la spiegazione più ovvia e più -semplice che ne possa dar quella fede che immagina un intervento della -Provvidenza divina in tutti i fatti, sien essi naturali o umani, di -cui non si scorga palese a primo aspetto la cagione, il principio, -lo svolgimento. Ed è questa la spiegazione che meglio appaga la -mente degli uomini dal Manzoni rappresentati nel suo romanzo, e, con -certe modalità, la mente ancora dello stesso Manzoni; ma non è, di -certo, la sola che se ne possa dare; e non è a creder che, rifiutata -questa, il fatto della subita conversione appaja, o inaccettabile, -o inesplicabile, mentre può escogitarsene un'altra, che il Manzoni -stesso deve avere, per lo meno, intravveduta, e che forse avrebbe -potuto parergli, esaminandola alquanto, non dirò sufficiente, ma quasi -sufficiente. Il mio assunto è questo: che il Manzoni delineò e colorì -il carattere, narrò la storia del suo personaggio per modo, che il -fatto del costui ravvedimento si può intendere come l'esito naturale -di tutto un processo psichico naturale; come una peripezia che non -contraddice, ma si conforma alle leggi psicologiche, ed in ispecie a -quelle che governano la formazione, la consistenza, le variazioni del -carattere; come un fenomeno insomma che può avere del mirabile, ma che -ad esser chiarito non abbisogna punto della ipotesi del miracolo[87]. - -Studii oramai non più nuovi hanno dissipati molti errori e molte -illusioni circa la presunta identità e la presunta immutabilità della -persona morale umana. L'_Io_, quell'_Io_ che fu creduto un tempo -indivisibile e invulnerabile, fisso in mezzo al perpetuo rigirarsi -delle immagini, delle idee, degli affetti, come il punto matematico -nel centro della ruota, fu veduto spostarsi e scorrere, e sdoppiarsi, -e sfaldarsi in mille guise. Furon vedute nella stessa persona fisica, -più persone morali, quando solo diverse, quando affatto contrarie, -incalzarsi a vicenda, e l'una sopraffare e soppiantar l'altra con -certa regola di ritorno e d'alternazione, e l'una non serbar ricordo -dell'altra, e un uomo stesso esser più uomini in uno. Fu veduto -sotto l'influenza della suggestione, o sotto quella del magnete, -l'uomo trasmutarsi d'indole; perdere in certa qual maniera sè stesso; -detestare quanto aveva prediletto, prediligere quanto aveva detestato; -pensare, volere, operare ciò che in condizione propria e normale non -avrebbe mai pensato, voluto, operato. L'anima apparve, come il corpo, -un organismo delicato e complesso e mobile, perpetuamente in corso -di farsi, disfarsi, rifarsi; e il carattere non sembrò più quella -congegnatura rigida e stabile ch'era stato tenuto in passato. - -Che una di quelle che si dicono, e non a torto, crisi morali possa, -se profonda e gagliarda abbastanza, mutare intimamente un carattere, è -cosa riconosciuta dai più, e non difficile da spiegare, quando si pensi -che così fatte crisi turbano, più o meno, l'equilibrio delle forze -interiori, ne alterano l'aggiustamento e la coordinazione, sprigionano -occulte energie, dànno moto e vigore a tendenze rimaste insino allora -sequestrate e dormenti. Ma può anche darsi che la crisi produca un -mutamento grande nel modo di pensare, di volere e di operare di un uomo -senza troppo mutarne il carattere; senza provocarvi, cioè, una vera -sostituzione di elementi fondamentali nuovi a elementi fondamentali -vecchi; senza scomporre quell'assodata compagine di facoltà maestre, -di passioni maestre, di tendenze maestre entro cui, per così dire, la -vita dello spirito si scomparte e s'inquadra. L'uomo si torrà dalla via -insino allora battuta, e, risolutamente, prenderà a batterne un'altra, -o divergente da quella, o anche opposita a quella; ma procederà per la -via nuova mosso in somma, nel fondo, da quelle stesse energie che già -lo fecero camminar nell'antica, e serbando fors'anche l'andatura di -prima. Si vedrà, poniamo, il soldato impaziente e impetuoso, mutato in -santo, portare la tonaca, a un dipresso, come un tempo la cotta d'armi; -serbare sotto il cappuccio un cipiglio non molto dissimile da quello -ch'era solito lasciar vedere sotto la celata, e muovere alla conquista -del cielo con, in parte almeno, i procedimenti usati nella espugnazione -delle città. Fanfulla frate e Fanfulla guerriero sono sempre in -sostanza lo stesso Fanfulla[88]. - -Non tutti i tempi sono egualmente favorevoli al prodursi delle grandi -crisi morali, sia della prima, sia della seconda maniera che ho -ricordata; ma favorevolissimi tra tutti son quelli ne' quali segua -alcun generale e profondo rivolgimento delle cose umane e degli umani -pensieri, con sostituzione di nuovi ad antichi ordini, instaurazione -di nuove credenze o restaurazione d'antiche, innovamento grande d'arti -o di scienze. Onde il vero, se bene inteso, delle parole di Origene, -quando afferma che Dio nella prima età della Chiesa soleva, con segni -e con visioni, produrre negli animi umani súbite commozioni e repentini -travolgimenti. - -A chi tanto conosca di storia quanto si richiede a mezzana cultura io -non ho bisogno di dire come e per qual cagione i tempi dell'Innominato -fossero favorevoli a sì fatte crisi, specie se d'indole religiosa. -Ch'egli passi per una crisi per cui molti altri passarono, e prima e -dopo di lui, non è da meravigliare; ma bisogna vedere com'ei ci passi, -e notare, innanzi tutto, che la crisi sua è, non della prima, ma della -seconda maniera. In fatto, dopo il ravvedimento, egli appare sì un -uomo nuovo, ma non già così nuovo come sembra a primo aspetto; anzi, -nel nocciolo, rimane, direi, l'uom di prima; e non può non rimanere, -perchè il ravvedimento suo (così mi sforzerò di provare) nasce, per -molta parte, da quelle stesse qualità e forme del suo carattere che in -passato fecero di lui un superbo, un prepotente, un malvagio. - - -II. - -Vediamo, in prima, quale sia il carattere del nostro personaggio. - -«Fare», narra il Manzoni, «ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito -da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, -senz'altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, -aver la mano da coloro ch'eran soliti averla da altri; tali erano state -in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza, -allo spettacolo ed al rumore di tante prepotenze, di tante gare, -alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno -e d'invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava -occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più famosi di -quella professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, e farli -stare a dovere, o tirarli alla sua amicizia. Superiore di ricchezze e -di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza, ne -ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti -n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere -a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli -stessero alla sinistra». - -Già da queste parole si possono rilevare gli elementi essenziali e -le fattezze più spiccate del carattere dell'Innominato. La facoltà -maestra di quest'uomo è la volontà, una volontà potentemente organata e -indomabile, che coordina, disciplina, unifica tutta la vita interiore; -una volontà secondata dall'_ardire_ e dalla _costanza_. Egli è uno di -quei forti perseveranti il cui esempio acquistò fede al detto _volere -è potere_, e certo non uno dei minori. Egli è uno di quegli atleti -pugnaci che soggiogano e foggiano a lor talento gli uomini e le cose -in mezzo a cui vivono, ma che sono anche atti, a un buon bisogno, a -soggiogare e rifar sè medesimi. Quest'uomo nutre in sè due passioni -principali che fanno muovere la sua volontà, e dànno indirizzo e -norma alle azioni: un orgoglio irrepugnabile e uno sfrenato amore -d'indipendenza. - -Certo, prima del ravvedimento, egli è un malvagio; ma la malvagità di -lui non è, direi, originaria, costituzionale, immediata. È piuttosto -una malvagità avventizia, accidentale, secondaria; promossa bensì dalla -tracotanza e dall'orgoglio; ma nata, più che da altro, da un senso di -disagio e di disgusto, dallo spettacolo di quelle tante prepotenze, -di quelle tante gare, di que' tanti tiranni, che gli aveva acceso -dentro un sentimento misto di sdegno e d'invidia. Ora lo sdegno, quello -sdegno, in altra condizione di tempi e di luoghi, e quando non gli -fosse mancato alcun ajuto opportuno, avrebbe potuto divenir principio -di tutt'altro volere e di tutt'altra vita. - -Egli fece il male; ma non si vede propriamente in lui quella -dilettazione istintiva e continuata e coerente del male che suole -esser propria de' veri e grandi scelerati. La forza sua, di solito, -«era stata ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, -di capricci superbi»; ma non sempre era od era stata tale. «Accadde -qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, -si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il -prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, -se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai -luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto -e terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e aborrito -era stato benedetto un momento: perchè, non dirò quella giustizia, ma -quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que' -tempi, aspettarlo da nessun'altra forza, nè privata, nè pubblica». -Quando una società non dia luogo se non a due condizioni d'uomini, -soverchiatori in alto, soverchiati in basso, gli è quasi impossibile -che gli orgogliosi, i forti, i violenti non si sforzino di essere -piuttosto tra' primi che tra' secondi, e non riescano, anche se non -isprovveduti di qualche virtù, malvagi affatto. L'Innominato diventò -tiranno; un pochino, e forse molto, per gusto proprio; ma più per non -essere tiranneggiato da altri: e seguì a lui ciò che di solito segue -a chi si pone sullo sdrucciolo del mal fare, dove un passo ne tira -un altro, e bisogna andar sino in fondo.[89] Il male è un terribile -_consequenziario_, e le colpe hanno come una tendenza a innanellarsi -l'una nell'altra e formare una strana catena, che più s'allunga e più -si fa tenace. La sterminata catena delle colpe sue l'Innominato può -scorrere con lo sguardo tutta intera, anello per anello, «indietro -indietro, d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di -scelleratezza in scelleratezza»: la peccaminosa sua vita si svolge come -un sorite insino al giorno in cui egli s'avvede che le premesse son -false. In quel giorno il ravvedimento si compie. - - -III. - -Questo ravvedimento ha una occasione immediata e una preparazione -remota. - -L'occasione immediata la porge la vista di Lucia, _rannicchiata in -terra... raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e -non movendosi, se non che tremava tutta_; la porgono quel suo rizzarsi -inginocchioni, e quel giunger le mani, e quelle semplici parole: _son -qui: m'ammazzi_; lo spettacolo doloroso della debolezza innocente, che, -sopraffatta ed offesa dalla violenza, non insorge, non impreca, ma si -umilia, e chiedendo misericordia, perdona. A quella vista, a quelle -parole, il fiero uomo non può non avvedersi di una come sproporzione -mostruosa, ch'è tra la forza adoperata da lui, e la condizione di -colei contro cui l'ha adoperata. E quella sproporzione deve apparirgli -come una viltà, tanto più spiacente al suo orgoglio, quanto il suo -orgoglio è più rigido e il suo coraggio più schietto; quel coraggio, -che per addimostrarsi nella forma sua più risoluta e più piena aveva -bisogno del _pericolo vicino_ e del _nemico a fronte_. Forse per -la prima volta in sua vita egli sente in confuso che la violenza -rimpicciolisce l'uomo, sebbene, a primo sguardo, paja ingrandirlo; -sente che la generosità è ancor essa una forma della forza, anzi è la -forma più magnifica; sente come una mal definita vergogna, naturale in -uomo nobile e d'alti spiriti, d'inferocire contro chi non è in grado -nè di offendere, nè di difendersi, simile a quella da cui avrebbe -potuto esser colto un cavaliere antico in sull'atto d'assaltare con -l'armi un inerme. E di quella vergogna nasce una certa esitazione, -come un leggiero smarrimento, che gli traspare dal volto, che gli -stempera il suono della voce, e di cui Lucia ben s'avvede. In cospetto -di un nemico forte e superbo egli sarebbe rimasto l'uomo di prima e -di sempre; al che accenna egli stesso, quando di Lucia va dicendo tra -sè: «Oh perchè non è figlia d'uno di que' cani che m'hanno bandito! -d'uno di que' vili che mi vorrebbero morto! che ora godrei di questo -suo strillare; e in vece...» In vece, in cospetto di quella povera -creatura che mai non l'offese, e contro cui non ha, egli, nè può avere, -ragione d'odio o di sdegno alcuna, l'uomo violento si sente disarmato, -perplesso, e come involto in un viluppo mal cognito di pensieri e di -sentimenti, nel quale più non sa rinvenirsi. E più debbono crescere la -irresolutezza e la vergogna di lui l'angosciosa instanza e la sommessa -fiducia con cui la poveretta gli si raccomanda, ricordandogli ch'e' -può ordinar ciò che vuole e dispor come vuole, e che tutto dipende da -un suo cenno; scongiurandolo di non soffocare una buona ispirazione; -mostrandosi persuasa ch'egli ha buon cuore, che sentirà compassione -di lei, che non vorrà farla morire. Qui segue un fatto psichico -delicatissimo, ma pressochè necessario, data la natura dell'uomo, -nobile intimamente, e non intimamente ribalda. Egli è uso a concedere -ajuto a chi ne lo chiede. Un segno della sua potenza, di quella -potenza ch'è manifestazione ed esplicazione della volontà sua e del suo -orgoglio, fu sempre la prontezza con cui concesse altrui la protezione -invocata. Ne soccorse tanti, a ragione o a torto, in sua vita! perchè -proprio a Lucia dovrebbe ora ricusar la sua grazia? Forse per rispetto -all'impegno preso con Don Rodrigo? Ma, dirà egli stesso, chi è Don -Rodrigo? E l'uomo forte e superbo si sentirà naturalmente inclinato -ad imporre la volontà propria piuttosto al potente che al debole. Fare -stare a segno i potenti e i prepotenti era una sua passione antica. - -Lucia ha prodotto nell'animo dell'Innominato una impressione profonda -e nuova. L'immagine di lei lo persegue, non lo lascia prender sonno: -a un certo punto egli grida: «Non son più uomo, non son più uomo!» -Ma s'inganna così pensando e dicendo. Egli è uomo ancora, e, nella -sostanza, è lo stesso uomo di prima. Lucia non ha fatto se non -isconnettere e dissestare alquanto la compagine dello spirito di lui, -in guisa che vi si possa inserire alcun che di nuovo, e gli elementi -del carattere possano stringersi in nuova coordinazione[90]. - -Ma il ravvedimento, cui porge immediata occasione Lucia, ha pure una -qualche preparazione remota. Per essere esatti, bisogna dire che da -Lucia la compagine psichica dell'Innominato riceve un colpo sodo e -repentino; ma che, già da più tempo, quella compagine aveva cominciato -ad allentarsi leggermente, in virtù di un lavorio sordo e profondo, -non avvertito per altro segno che per un po' di stanchezza e un po' -d'inquietudine. Se ne ha la prova nella precipitazione con cui egli -aveva accettato di far rapire Lucia per conto di Don Rodrigo, e in -quel porsi subito nella condizione di non potere più dare addietro, -di dover mantenere a ogni costo l'impegno, come usa far l'uomo che -cominci a dubitare di sè, e a sè stesso non voglia mancare. Già -aveva cominciato «a provare, se non rimorso, una cert'uggia delle sue -scelleratezze»; già queste opprimevano d'un peso incomodo, se non la -sua coscienza, almeno la sua memoria. Data a Don Rodrigo la parola che -lo legava, aveva provato, non pentimento, chè ancora questo non gli -poteva entrare nell'animo, ma dispetto. «Una certa ripugnanza provata -ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava -ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi, l'immagine d'un avvenire -lungo, indeterminato, il sentimento d'una vitalità vigorosa, riempivano -l'animo d'una fiducia spensierata: ora all'opposto, i pensieri -dell'avvenire erano quelli che rendevano più noioso il passato. — -Invecchiare! morire! e poi?» — Cominciava ad avere _certi momenti -d'abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo_, nei quali -quel Dio che egli non s'era mai curato nè di riconoscere nè di negare, -gli gridava dentro: _Io sono_. Cominciava a sentirsi come perduto in -una gran solitudine muta ed oscura, senza famiglia, senza amici veri, -senz'alcuna dolcezza, con troppo passato dietro di sè, con troppo poco -avvenire dinanzi. La fibra corporea è salda ancora e vigorosa; ma la -fibra morale è spossata un tantino; ed egli se ne potrebbe avvedere -dallo sforzo che gli costa il volersi in tutto serbar quel di prima e -dal non potervi riuscire. - -Questa poca spossatezza (chè molta ancora non è) ci lascia -intendere come quell'animo, già così saldo e quadrato, possa -aprirsi a impressioni e ad influssi che appena appena, in altri -tempi, l'avrebbero tocco e sfiorato. Le nature forti, ch'è quanto -dire le nature autonome, non cedono alla suggestione, la quale, -considerata sotto certo aspetto, è, come fu notato acconciamente, -una trasmutazione, mercè la quale un organismo meno attivo tende ad -armonizzarsi con un organismo più attivo. Or ecco che noi vediamo -l'animo dell'Innominato lasciarsi penetrare alquanto dalla suggestione, -a far manifesto che la sostanza sua non è più così intera e compatta -come fu innanzi. Quel duro metallo è come serpeggiato di screpolature -sottili. Il Nibbio ha confessato al padrone d'aver sentita pietà di -Lucia, quella pietà che, _se uno la lascia prender possesso, non è -più uomo_. E la pietà di quel _bestione_ del Nibbio divien suggestiva -pel padrone, che vi ripensa vegliando, e ripensandovi, ripete le -parole di quello: _uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!_ Così -quelle parole della povera Lucia: _Dio perdona tante cose per un'opera -di misericordia!_ tornano, nel silenzio della notte, a sonargli -all'orecchio, non _con quell'accento d'umile preghiera, con cui erano -state proferite, ma con un suono pieno d'autorità, e che insieme -induceva una lontana speranza_. - -Sciocchezze come quelle che allora gli tolgono il sonno, già altre -volte, egli dice, gli erano passate pel capo, e s'erano poi dileguate, -senza lasciar segno del loro passaggio; ma quelle di ora non si -dileguano, perchè Lucia ha dato loro occasione di ficcarsi più -addentro nell'anima turbata, e di far quasi un nodo da non potersi più -sciogliere. Una nuova coscienza era già spuntata in quell'anima, e già -due volte aveva fatto udir la sua voce, quando, alla risoluzione che -l'Innominato stava per prendere, di porre senz'altro Lucia nelle mani -di Don Rodrigo, aveva opposto un no preciso e imperioso. Con rapido, -irresistibile processo, quella coscienza si slarga, si rafforza, -s'illumina; nello spazio di una notte essa appare organata e compiuta, -perchè gli elementi tutti onde doveva formarsi preesistevano già, -sebbene oppressi e dispersi, nello spirito entro a cui si produce. -Allora essa si fa incalzante e leva alta e paurosa la voce. Che ne può, -che ne deve seguire? - - -IV. - -Da prima un formidabile combattimento interiore, un cozzo di pensieri -e di sentimenti contrarii, uno spingersi innanzi e un subito dare -addietro, un volere e un disvolere, uno sperare e un disperare, un -essere e un non essere. L'Innominato non è già più quel di prima; -ma non è, nè può essere ancora, quello di poi. «Tutto gli appariva -cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desideri, -ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo -divenuto tutt'a un tratto restio per un'ombra, non voleva più andare -avanti. Pensando alle imprese avviate e non finite, in vece d'animarsi -al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira in quel -momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno -spavento dei passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti vôto -d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di -memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava -così lenta, così pesante sul capo». E l'ossessione cresce, cresce -l'angoscia: tutto l'irreparabile e mostruoso passato gli si risolleva -dinanzi, lo preme, lo avvolge, lo affoga. Finalmente il rimorso addenta -con zanne di belva quel cuore che fu sì gran tempo invulnerato e -invulnerabile. Vinto dalla disperazione, l'uomo che non temè mai di -nessuno e di nulla ha terror della vita, terror di sè stesso, impugna -un'arme, cerca, rimedio estremo, la morte; ma in quella appunto un -nuovo pensiero, un nuovo e più orribile dubbio, il gran dubbio di ciò -che possa esser di là, gli guizza nell'anima, gli ferma la mano, gli -mostra chiuso fors'anche quell'unico scampo, lo piomba in un'angoscia -più disperata e più nera. «Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne' -capelli, battendo i denti, tremando». - -Crisi violenta in uomo violento, ma che appunto perchè violenta, non -può troppo durare; e non può troppo durare contro una volontà che se -ha mutato, per dir così, di quadrante, è rimasta tuttavia diritta e -inflessibile come prima. - -Fu detto la volontà essere il germe della morale, e fu detto il -vero. Non si dà forte morale senza forte volere; nè il rimorso e il -pentimento possono essere molto gagliardi in animo non gagliardo. Le -nature salde ed intere, gli uomini che si dicono tutti d'un pezzo non -s'adattano ai lunghi tergiversamenti, non s'appagano de' ripieghi, -detestano l'indeterminato e l'ambiguo. L'Innominato non è di razza di -simulatori; non armeggia di sofismi, non cerca scuse e accomodamenti, -non inganna sè stesso. A sè stesso egli fu consentaneo sempre: non -può patire di sentirsi scisso interiormente, fatto miserabil teatro di -una oscura anarchia che pare una sfida al suo talento di dominazione, -alla sua forza, al suo orgoglio. Egli soffre; ma non è di tal tempra -che possa e voglia aspettare a lungo, passivamente, la cessazione -della sofferenza. Di quello stato vergognoso, non men che crudele, -gli bisogna uscire risolutamente e presto; e se ad uscirne non gli -offre via sicura la morte, bisognerà che gli offra via sicura la vita. -Trovata la via, egli ci si metterà con la risolutezza ordinaria, col -consueto ardimento, senza più fermarsi, senza più voltarsi indietro. - -Accade spesso ai violenti, in cui sia pari all'orgoglio il bisogno -e il sentimento della indipendenza, di ribellarsi a quegli stessi -principii a cui conformarono lungamente la vita, quasi riconoscendo in -quelli una forza tirannica che li soggioghi. Ripensando alla sua vita -passata, alla lunga sequela di colpe che s'intreccia ai suoi giorni, -l'Innominato può pensare a una quasi necessità e fatalità di delitto, -natagli dentro senza che egli stesso ne possa intendere la ragione; -ma un sì fatto pensiero deve, di per sè solo, bastare a ferire il suo -orgoglio, a sferzare la sua volontà. Come? egli che tutto potè ciò che -volle, non potrà dare alla propria vita un nuovo indirizzo, una regola -nuova? non potrà trionfare di sè stesso dopo aver trionfato di tutti -e di tutto? non potrà riscattarsi da quella malvagia potenza che già -sì gran tempo lo tenne soggetto, e che minaccia di farlo suo schiavo -in eterno? Come? egli che si ribellò a Dio per impazienza di servitù e -per impeto di tracotanza, dovrà servire al diavolo senza fine? dovrà, -egli insofferente d'ogni ritegno, patire un perpetuo castigo in un -carcere disperato? E di tutto il suo volere e operare dovrà esser -questo il fine ed il frutto, durar ne' secoli de' secoli suddito vinto -e impotente di vinto e impotente signore? - -Oh, no! La fede, che appena rinasce, può essere ancora nell'Innominato -assai fievole e incerta; può essere ancora in lui poco acceso lo zelo -del bene, poco vivo e risoluto il desiderio della espiazione; ma già -tutta la sua persona morale, sollecitata dalle antiche energie, dagli -stimoli antichi, insorge contro quella oscura e maligna tirannide, si -accampa in un atteggiamento di sforzo supremo e magnifico; non ancor -preparata alla preghiera e all'umiliazione, pronta già, come sempre, -alla sfida e al combattimento. In questo nuovo Capaneo la superbia -non è per anche ammorzata; ma, dopo essersi volta a sfidare i numi, si -volge ora a sfidare gli avversarii dei numi. Questo nuovo Farinata _ha -lo inferno in gran dispitto_ già prima d'entrarvi. - -L'indole dell'Innominato non è di quelle che diconsi impulsive, la -cui nota più spiccata sembra essere la instabilità; e l'anima di lui -non può durare a lungo in una condizione d'atonia morale. Egli non è -uomo in cui possa il capriccio, che presto vanisce senza lasciar segno -di sè: in lui non si vedono se non impulsioni durevoli, coerenti, -coordinate; volizioni che muovono da uno stabile principio, e tutte -vanno diritte e spedite al segno. Egli sente per maniera d'istinto -ciò che Plutarco espresse con belle parole: potere la volontà fare un -eroe o un dio d'un uomo simile ad una belva. Avvertita la necessità -del ravvedimento, l'Innominato senz'altro si ravvede; e comincia -il ravvedersi come si conviene alla natura sua passionata, focosa e -violenta. I desiderii di lui sono intensi e indomabili, e vogliono -essere appagati presto e per intero. Presa la risoluzione di liberar -Lucia, egli par che frema dell'indugio, e che voglia acchetar sè stesso -col dire: «La libererò sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e -le dirò: andate, andate». La sua diventa _una rabbia di pentimento_: -l'impulsione degenera in ossessione, sforza alle opere, non soffre -ritardo. - - -V. - -Col sorgere del nuovo giorno, l'anima già in parte mutata s'apre a -nuovo mutamento, e ciò in grazia di una seconda occasione, diversa -molto dalla prima, che ho accennata, ma non meno acconcia e propizia di -quella. - -Che l'uomo antico perduri, per molta parte, nel nuovo, anche dopo la -battaglia di quella notte, ci è mostrato da un fatto. Uno scampanio -festoso risuona e si propaga nell'aria. L'Innominato salta fuori del -letto, corre a una finestra, guarda giù nella valle, e vede di molta -gente che s'accoglie e s'avvia, «tutti dalla stessa parte, verso lo -sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con -un'alacrità straordinaria». E le sue prime parole son degne del bandito -superbo: «Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo -maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?» Ma saputo che cagione -di quello scampanare e di quello andare, e di tutta quella festa è il -cardinale Federigo Borromeo, altre ne pronunzia, delle quali, parte -esprime un senso di dispetto nato dal contrasto fra l'allegrezza di -_quella canaglia_ e il rodimento proprio, e, più confusamente, dal -contrasto fra la condizion di _quell'uomo_, verso cui tutti corrono, e -la condizion di lui Innominato, da cui tutti rifuggono; parte esprime -la speranza che _quell'uomo_ possa dire anche a lui una di quelle -parole che consolano, dànno la pace e l'allegrezza. L'angosciosa notte -che ha passata vegliando deve avergli cresciuto nell'anima il terror -della solitudine, deve averlo fatto più accessibile a quell'influsso -di suggestione che sempre muove potente dall'operare delle moltitudini. -Vanno tutti a vedere il cardinal Federigo; ebbene, ancor egli ci andrà, -dopo aver lasciate per Lucia parole amorevoli che la rassicureranno. -Il proposito di liberare Lucia, e il proposito di visitare il cardinale -s'integran l'un l'altro. - -E a visitare il cardinale egli va com'uno che sia _portato per forza -da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato -disegno_. Al primo incontrarsi con quello, egli non potrà reprimere -in cuor suo un sentimento di stizza e di vergogna superba; ma sarà -come l'ultimo ribollimento delle antiche passioni, come l'ultima -ribellione dell'uomo antico al nuovo. L'uomo nuovo ha ereditata la -volontà dell'antico, e se ne giova per combattere questa suprema -battaglia, riportare questa suprema vittoria. Il cardinal Borromeo, -il quale mostra di sapere assai bene che le testimonianze di stima -sono tra le forme più efficaci di suggestione, quando si tratti di -educare o di convertire, il cardinal Borromeo di quel fatto s'avvede, -e parla della _sicurezza d'animo_, della _volontà impetuosa_, della -_imperturbata costanza_ dell'Innominato come di qualità e d'energie, da -cui può venir tanto bene in avvenire quanto male già venne in passato, -e fa vedere Dio glorificato da un nuovo uso di quelle, e l'Innominato -stesso più grande assai nella virtù di quanto sia stato mai nella -colpa. Il cardinal Borromeo non tenta di spezzare quella volontà che -già da sè stessa si volge al bene, e non tenta nemmen di deprimere -quell'orgoglio, cui le grandi imprese debbon piacere naturalmente. -La conversione dell'Innominato s'ha da compiere in grazia di quella -volontà e di quell'orgoglio: il pianto dirotto che manifesta la -conversione compiuta, scioglie in lui ogni avanzo di malvagia passione; -non iscioglie quella volontà rettificata, quell'orgoglio purificato. - -L'Innominato può farsi _cortese ed umile_ con Don Abbondio, prima -quando gli cede il passo, poi quando gli tiene la staffa; può chinare -la fronte fin sulla criniera della mula quando passa davanti alla -porta spalancata della chiesa; può con lo sguardo atterrato e confuso -chieder perdono a Lucia, e ajutarla, _con una gentilezza quasi timida_, -a entrare in lettiga; ma non si creda che quell'animo sia svigorito, -che il leone sia diventato un agnello. Già nello andar su al castello, -egli aveva, solo con le occhiate, fatto intendere a' suoi bravi di non -muoversi; il che vuol dire che quelle occhiate serbavano l'espressione -e la forza di prima. Ajutato Don Abbondio a rimontar sulla mula, -risalito egli stesso a cavallo per accompagnare i suoi protetti e -tornare a Federigo, egli riappare quello di un tempo: il suo sguardo ha -ripreso _la solita espressione d'impero_, e Don Abbondio avverte tra -sè che a tenere a segno i bravi non ci vuol meno di quella faccia lì. -Al cardinale e ai commensali egli si mostra _ammansato senza debolezza, -umiliato senza abbassamento_. - -Il discorsetto che la sera stessa fa ai bravi, e il tono con cui lo fa, -mostrano quanta parte dell'uomo antico persista nel nuovo. Ai bravi -non doveva parere ammansato e umiliato gran che. «Per quanto vari e -tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que' cervellacci, -non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce -del loro signore come la manifestazione d'una volontà con la quale -non c'era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era -mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro -passò neppur per la mente, che per esser lui convertito si potesse -prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr'uomo. Vedevano -in lui un santo, ma un di que' santi che si dipingono con la testa alta -e con la spada in pugno». E che della spada avrebbe ancora, a un buon -bisogno, saputo servirsi, e' lo mostra al calar delle bande alemanne, -quando s'appressa pericolo di invasione e di guerra. - -Se si potesse fare, senza andar troppo per le lunghe, sarebbe forse -opportuno ora mostrare come la conversione di fra Cristoforo, mentre -somiglia per certi rispetti alla conversione dell'Innominato, sia, per -altri, molto diversa da quella[91]; e perchè Don Abbondio, ch'è, per -così dire, il rovescio dell'Innominato, rimanga, anche dopo la solenne -predica del cardinal Federigo, quello di prima, quello di sempre. - -Per concludere: l'Innominato diventa un santo in virtù di quelle stesse -energie che già fecero di lui un demonio. Dopo la conversione gli -elementi essenziali del suo carattere non si può dire che sieno mutati: -la forza non è più violenza, ma rimane pur sempre forza. Volendo -parlare per metafora, e sorpassando alquanto il giusto segno del vero, -si potrebbe dire che l'antico tempio rimane, quanto a struttura e a -proporzioni, immutato; che solo vi si adora un nuovo Iddio. In altri -casi, profondamente diversi da quello che abbiamo sin qui esaminato, -com'è nuovo il Dio, così è nuovo il tempio. - - - - -DON ABBONDIO - - -Il Manzoni fu, tra l'altro, un grande umorista; il più grande ch'abbia -prodotto l'Italia; uno dei più grandi che sien nati al mondo. Tutto -in lui cooperava a renderlo tale: la bontà dell'animo e l'acume della -mente; la vivezza del sentimento e la mancanza di sentimentalismo; la -chiara visione delle cose del mondo e la inoperosità; lo scetticismo -che non esclude la fede e la fede che non diventa credulità. Il -Manzoni è un grande umorista perchè è un realista e un idealista -al tempo stesso; ha, cioè, vivo il senso del reale e chiara la -nozione dell'ideale. L'umore scaturisce appunto dal cozzo del reale -e dell'ideale, quando avvenga in una mente equilibrata e serena: -perciò, nè il realista puro, nè il puro idealista lo possono avere. -Fu detto da taluno che l'umorismo è inconciliabile col sentimento -cristiano; ma se l'umorismo nasce da contrasto fra l'ideale e il reale, -e se richiede certo sentimento della necessaria imperfezione della -umana natura, e ancora della universa vanità delle cose finite, non -si vede dove possa stare la ragione della inconciliabilità; e se si -considera che l'umorismo suppone la simpatia e la pietà, sembra che -il sentimento cristiano debba piuttosto favorirlo che contrariarlo. -E di vero, l'umore è assai più dei moderni che degli antichi; e il -Cervantes, il Swift e lo Sterne furono buoni cristiani (anzi parroci -gli ultimi due); e Gian Paolo, il quale espressamente definì l'umore -un _comico romantico_, disse non potersi dare umore senza l'idea -dell'infinito. L'umore è affatto opposto all'ironia, alla parodia, al -sarcasmo, come già ebbe a notare lo Schopenhauer: perciò il Swift non -è sempre umorista; il Voltaire è di rado; e bisogna andar cauti nel -dire che Arrigo Heine sia. L'umore non esclude punto in chi l'accoglie -il sentimento della superiorità propria, anzi lo richiede; ma questo -sentimento dev'essere senza burbanza e senza asprezza, quale si -conviene a uno spirito che, tutto intendendo, tutto perdona. Pardon's -the word to all, dice un personaggio dello Shakespeare, e perdonare -sempre, sempre, tutto, tutto, sono le ultime parole di Fra Cristoforo. -Il Manzoni non pretende di dominare i proprii personaggi con lo scherno -e col disprezzo, come usa il Flaubert. Egli si studia di tenersi allo -stesso loro livello, si contempla in essi, e sempre, quando ride di -quelli, ride anche un pochino di sè. L'umore non nasce se non negli -spiriti più possenti, più aperti, più generosi; esso è forse la -forma più alta di cui si possano velare l'umana sensitività e l'umano -giudizio. - -Dei personaggi dei Promessi Sposi parecchi sono abitualmente e -sostanzialmente umoristici; altri diventano in certe occasioni[92]. -Renzo riesce umoristico durante quel suo primo soggiorno a Milano. -Così gli uni come gli altri, mentre dànno esempio di debolezze più -propriamente e più strettamente individuali, dànno anche esempio di -umana debolezza in genere; onde il lettore che li guarda e gli ascolta -e tien loro dietro, nel punto stesso che si abbandona lietamente al -riso, non può tenersi dall'esclamare o dal sospirare, con un leggiero -spunto di melanconia: umana fragilità! umana miseria! - -Ma di tutti que' personaggi il più umoristico è sicuramente Don -Abbondio. Anzi, dopo l'inarrivabile ed unico Don Chisciotte, divenuto -oramai una specie di entità morale necessaria allo spirito umano -e all'umano discorso, credo sia Don Abbondio il personaggio più -profondamente umoristico della universa letteratura. E questo, perchè? - -Cominciamo dal dire che noi, a ragione o a torto, vogliamo bene a -Don Abbondio. Non si dà forse lettore dell'immortale romanzo che al -primo accenno che il povero curato sta per rientrare in iscena non si -senta tutto esilarare di dentro e non affretti con benevola e giuliva -impazienza il momento di rivederne l'aspetto e di riudirne la voce. Gli -vogliam bene istintivamente, perchè ci diverte e ci rallegra; ma non -gli vogliamo bene per questa ragione soltanto. Le sue disgrazie, che -sono in parte immaginarie, non ci rattristano, perchè prevediamo che -non gli faranno gran male, e che un uomo come quello non può essere -serbato a nulla di tragico e nemmeno di epico; ma ci rincrescerebbe -se lo dovessimo vedere in un pericolo grande davvero, maltrattato sul -serio, schernito più del ragionevole: e quando pure siam forzati a -dirgli che ha torto, che si conduce male, sentiamo di doverglielo dire -con moderazione, con bonarietà, senza contristar troppo quella sua -canizie, e facendoci forza perchè il rimprovero non vada a finire in -una risata. Noi vogliamo anche bene a Don Abbondio per sè stesso, quale -la natura e i casi l'han fatto: e com'è, a parer mio, di tutta evidenza -che gli voleva bene il Manzoni, il quale sembra che non si sapesse -risolvere a lasciarlo in disparte; e come (questo conta ancor più) gli -volevano bene coloro stessi a cui aveva con la sua condotta procurato -tanti dispiaceri. Renzo e Lucia non son contenti se non sono maritati -da lui. - -E perchè siamo in tanti a volergli bene? Perchè sentiamo che Don -Abbondio non è cattivo, e che a riuscire a dirittura un bravo uomo -forse non altro gli manca che un po' di coraggio, e che il coraggio, -chi nol sa? _uno non se lo può dare_. Gli è chiaro che se dipendesse -da lui solo Don Abbondio non farebbe male a una mosca. Se dipendesse -da lui, e se bastasse il desiderio, Don Abbondio vorrebbe tutti -tranquilli, tutti contenti, ed essere l'amico di tutto il genere umano, -e che la terra non fosse una valle di lacrime, ma come un'anticipazione -del paradiso; dove si potrebbe poi andare con comodo, il più tardi -possibile. A desiderar tutto questo ci vuol poco, ma a volerlo e a -procacciarlo gli è un altro pajo di maniche. Ad ogni modo, un tal -desiderio è già per sè stesso una bella cosa; e il povero Don Abbondio -che l'ha, e vede intorno a sè tanti che non l'hanno; tanti che, senza -necessità, mettono il mondo a soqquadro; che hanno a noja il _bene -stare_; che potrebbero _andare in paradiso in carrozza_ e preferiscono -_andare a casa del diavolo a pie' zoppo_, Don Abbondio può, con qualche -ragione, stimarsi migliore di molti altri, vantarsi del suo buon cuore, -e credere sinceramente con Perpetua (le illusioni sono facili in queste -materie, e le esagerazioni ancor più) credere che _se pecca è per -troppa bontà_. Gli è certo che Don Abbondio odia tutti i birboni, non -solo perchè son diavoli, che non lasciano in pace nessuno, capaci di -mandare di quelle imbasciate ai poveri curati, ma perchè sono birboni, -nemici di Dio, e andranno tutti all'inferno. Il cardinale gli rinfaccia -di avere ubbidito all'iniquità, ed è vero, pur troppo. Ma intendete -bene, _ubbidito_. Dall'ubbidire al far di suo ci corre. Allorchè, -avendo ancora nelle orecchie le minacce dei bravi, gli balena l'idea -che avrebbe potuto suggerire a quei signori di portare ad altri la -loro imbasciata, e cioè a Renzo, o ad Agnese, o a Lucia, che fa Don -Abbondio? caccia via quell'idea, perchè s'accorge _che il pentirsi di -non essere stato consigliere e cooperatore dell'iniquità è cosa troppo -iniqua_. E quando pensa che ad altri potrebbe parere ch'egli volesse -tenere dalla parte dell'iniquità, che dice il malcapitato? _Oh santo -cielo! Dalla parte dell'iniquità io! Per gli spassi che la mi dà!_ - -Di gran bugie dice Don Abbondio a quel povero Renzo; ma perchè le -dice? forse per gusto? le dice per salvar la pelle; e se gli uomini -si contentassero di mentire solo quando corrono pericolo della vita, -la verità non avrebbe bisogno di star di casa in un pozzo. Del resto, -tenete per certo ch'egli sarebbe contentissimo se potesse veder -contenti Renzo e Lucia. Di Lucia, quando sa del tiro che le han fatto, -e va (sia pure di mala voglia, _a cavallo_) a torla di prigione, -egli sente pietà, e pensa a tutto ciò che _quella povera creatura_ -deve aver patito, e le viene innanzi _con un viso, anche lui, tutto -compassionevole_, sebbene sia _nata per la sua rovina_. Di Renzo dà -buone informazioni al cardinale, e, più tardi, si raccomanda, a chi -può, perchè gli sia tolta anche quella cattura di dosso. Morto Don -Rodrigo, cessato ogni pericolo, ecco saltar fuori, non un Don Abbondio -nuovo, ma un Don Abbondio che prima non si poteva vedere, nascosto come -era nel vecchio; un Don Abbondio garbato, bonario, amorevole, di una -piacevolezza e di una festività da non credere; che vuole a ogni costo -maritar lui i due giovani, a cui, _in fondo, aveva sempre voluto bene_, -e ne cura paternamente gl'interessi, sebbene gliene avessero fatti -dei tiri... Pur troppo! pur troppo! _son que' benedetti affari che -imbroglian gli affetti_. Ma, direte, si rallegra che Don Rodrigo sia -morto. Eh, chi non se ne rallegrerebbe? Se ne rallegra, ma, certamente, -gli perdona, e loda Renzo d'avergli perdonato. Loda anche la peste e -dice che _quasi quasi ce ne vorrebbe una ogni generazione_; e perchè? -perchè è quella che spazza via tanti birboni. Spazza via anche molti -galantuomini; ma s'intende che Don Abbondio non parla per loro. Don -Abbondio celebra con tutta sincerità le glorie dei galantuomini, e il -successore di Don Rodrigo, tanto diverso da questo, gli sembra, non più -soltanto un galantuomo, ma a dirittura un grand'uomo. Don Abbondio non -è un malvagio, e se _un po' di fiele in corpo_ lo ha anche lui, quel -_po'_ esclude l'assai, e chi non ne ha punto getti la prima pietra. Se -lo conoscesse malvagio davvero, il cardinale non gli parlerebbe come -gli parla; non si contenterebbe, sembra, di accennar solamente a una -possibile remozione da quell'ufficio di cui Don Abbondio ha tradito i -doveri. - -Ma Don Abbondio è un egoista. Sicuro, ch'è un egoista; ma bisogna -distinguere. L'egoismo è di molte maniere: da quello umile e accidioso -di chi lascia sistematicamente andare l'acqua alla china, a quello -tronfio e furioso di chi mette il mondo sossopra. Da Taddeo e Veneranda -si va su su, per gradi, sino a Marozia e a Napoleone. L'egoismo di -Don Abbondio è un egoismo povero, timido, mingherlino, casalingo, -pedestre. Considerate, di grazia, il concetto ch'egli s'è formato della -felicità, i suoi bisogni, i suoi desiderii. Si può essere più modesto -e più discreto? Don Abbondio non vuol ricchezze, non sogna onori, non -si cura di vantaggi. Curato di campagna è, curato di campagna morrà; -contento dell'oscuro suo stato, sebbene i curati sieno servitori del -comune, condannati _a tirar la carretta_. Che ai cardinali si dia -della signoria illustrissima o dell'eminenza, a lui che può importare? -Che può importare a lui che vescovi, abati, proposti, canonici -s'arrabattino e s'azzuffino per un titolo, e che il papa li contenti -o non li contenti? _Gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, -sempre salire_.... Ma Don Abbondio non vuole nè salire nè scendere; -Don Abbondio vuol rimanere dov'è, senza cercar nessuno, senza chiedere -_altro che d'esser lasciato vivere_, felice di sgattajolare, di -rimpiattarsi, d'essere piccolo, oscuro, negletto, di non essere veduto -e neanche saputo. _Oh se fossi a casa mia!_ ecco il grido che gli -prorompe dal fondo dell'anima e che veramente compendia tutte le sue -aspirazioni. - -I grandi egoisti vorrebbero tutto per loro, e, o con l'astuzia, o -con la forza, pigliano dell'altrui quanto più possono, e giungono -persino a dolersi che non ci sia che un mondo solo da conquistare. -Don Abbondio non vuole conquistar nulla; nemmeno il paradiso, perchè -spera che il buon Dio glielo darà senza farlo troppo stentare. Don -Abbondio non solo non prende e non desidera la roba altrui, ma a chi -la tiene ingiustamente non domanda nemmeno la roba propria; e perda -il fiato Perpetua a dargli del baggeo. Che questa non sia generosità -pura, d'accordo; ma che non abbia altra ragione se non il desiderio di -scansare le brighe e le dispute, non pare. Se Don Abbondio ci tenesse -tanto alla roba, se ci tenesse come ci tengono gli avidi, qualche sfogo -con Perpetua lo dovrebbe pur fare (e già ben altri ne aveva fatti!), -e non contentarsi di dire che que' ch'è andato è andato. Lo vogliono -avaro, e tirano fuori la storia delle venticinque lire dovute da -Tonio, e della collana d'oro data in pegno, e quelle sollecitazioni e -quegli ammonimenti: _Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo per -quel negozio?_ e quel modo di contar le berlinghe nuove, voltandole -e rivoltandole, e quella maniera di aprir l'armadio, riempiendo -l'apertura con la persona. Ma tutto ciò prova che questa volta almeno -Don Abbondio vuol avere il suo, e che Don Abbondio è sospettoso: che -sia poi anche avaro, quel che si dice avaro, non prova. Le venticinque -lire Tonio le doveva per fitto di un campo, diciamo meglio, del -campo, probabilmente unico, di Don Abbondio, e pare le dovesse da un -po' di tempo. Ora, notate che Don Abbondio non si fa dare un soldo -d'interesse: è così che fanno gli avari? E vi pare che se fosse uno di -quegli avari bollati ed autentici, Don Abbondio potrebbe consegnare -tutto il suo _tesoretto_ a Perpetua, e lasciare che la lo vada a -sotterrar da sola (perchè gli è chiaro che ci va sola) appiè del fico? -Non dunque avarizia propriamente, ma apprensione parsimoniosa e gretta -d'uomo che non sa procacciare, non sa ajutarsi, e perciò tien di conto -quel poco che ha, e quando la soldatesca gli ha disfatta la casa, pena -un pezzo a rifar usci, mobili, utensili con denari presi in prestito. - -Quali sono per Don Abbondio i piaceri della vita? un desinaretto -gustoso, ma senza pretese; un fiaschetto di vino sincero (più di una -botticina già non ne aveva); una passeggiata per quei viottoli, da' -quali si vede il lago; un po' di lettura, quando le _circostanze_ non -sieno tali da lasciargli _appena testa d'occuparsi di quel ch'è di -precetto_; un buon chilo, un buon sonno; e basta. Questi piaceri non si -possono godere senza quiete, e perciò la quiete è per Don Abbondio la -condizione prima e _sine qua non_ della felicità, quella che dev'esser -mantenuta e tutelata con ogni studio contro i nemici così interni come -esterni. Nemici interni Don Abbondio non ne dovrebbe avere, e non ne -avrebbe, se dipendesse dalla sua sola natura. Egli è nato per essere -l'amico di sè medesimo, sempre in pace con sè stesso; ambizioni, -gelosie, dubbii tormentatori, rimpianti amari, rodimenti secreti, -son tutte diavolerie ch'egli non conosce, o non dovrebbe conoscere, -nemmeno di nome. Se ne ha, gli son venute di fuori. Il mondo, ecco -il grande nemico; anzi ecco l'accolta e la confederazione di tutti i -nemici. Come si fa a conservare la propria quiete in un mondo pien di -furore e di trambusto, che di quiete non ne vuol sapere? Si ha un bel -tirarsene fuori, mettersi da banda, lasciare che ci pensi chi ci ha da -pensare, dire che gli ecclesiastici non devono _mischiarsi nelle cose -profane_, sentenziare che _la patria è dove si sta bene_. Trovarla, -quella patria! Il mondo non vi lascia tranquilli; se voi lo fuggite, -ecco che vi viene a cercare e vi tira in ballo. Per quanto s'ingegni, -Don Abbondio non può fare che, per un verso o per un altro, qualcuna di -quelle innumerevoli punte di cui il mondo è armato come un istrice, non -lo frughi e non lo punzecchi. Ed ecco perchè Don Abbondio _si rode_, -e ha, di solito, quella faccia _tra l'attonito e il disgustato_. Ma -quella faccia non l'ha sempre, e anzi non è la faccia sua naturale. -Come appena la burrasca è passata, Don Abbondio si rasserena, prende -un'aria gioviale, ride, scherza, dice che s'ha a stare allegri il -più che si può; e a questo fine si capisce che una delle sue grandi -regole dev'essere di non _rimestare_ le cose vecchie, che non han -rimedio. Perpetua è morta di peste. Povera Perpetua! Credete voi che -Don Abbondio n'abbia a fare il panegirico, intenerirsi, amareggiarsi? -Se viveva, questa è la volta che si maritava. È morta. Non ci pensiamo -più. Dio l'abbia in gloria. - -La più gran virtù che secondo Don Abbondio gli uomini possano avere -è, in comune con le mule, d'essere quieti. E per questo, se i birboni -gli danno molto travaglio, i santi gliene dan poco meno, e si vede -che Don Abbondio non vorrebbe avere da fare nè con gli uni, nè con -gli altri. La santità è rinunziamento di sè medesimo, zelo operoso del -bene, spirito di sacrifizio; in una parola, eroismo. I santi come Fra -Cristoforo e Federigo Borromeo meritano d'essere chiamati campioni e -atleti di Dio. Ma appunto questi atleti e campioni hanno coi facinorosi -una somiglianza molto sgradevole. Non possono star tranquilli essi, -e non vogliono lasciar tranquilli gli altri. Sempre sono in orgasmo -e in faccenda, tira di qua, premi di là, vogliono rifare il mondo; -_e lascian poi alle volte le cose più imbrogliate di prima_. E il -bello, anzi il brutto, si è che non fanno nessun conto della propria -vita, e pochissimo dell'altrui, quando si tratta di far trionfare -il bene. Sono un gran tormento! Ma poi sono anche curiosi: purchè -frughino, rimestino, critichino, inquisiscano; anche sopra di sè. E -come si scaldano la fantasia! Un malandrinaccio viene a dire che s'è -convertito, e loro gli buttano le braccia al collo: quella, a casa -degli uomini di giudizio, _si chiama precipitazione_. E le conversioni? -Sono una gran bella cosa. Nessun dubbio: Don Abbondio vorrebbe che -tutto il mondo si convertisse (nè per questo è poi necessario di -diventar santi); ma uno non si può convertire quietamente? senza far -tanto chiasso? senza scomodar tanta gente? - -Agnese, stizzita, pensa che Don Abbondio ha _sempre sacrificati gli -altri_; questo è un po' troppo. Bisognerebbe dire che sempre, quando -s'è trattato di _scegliere_ tra il sacrificio proprio e l'altrui, Don -Abbondio ha scelto l'altrui. Brutto egoismo, ma non del più brutto. E a -renderlo men brutto sta il fatto ch'egli non se ne conosce colpevole; e -non conoscendosene colpevole, può con tutta sincerità, se non con buona -ragione, meravigliarsi della durezza degli altri, e che ognuno pensi -solamente a sè, e che tutti abbiano così poco cuore; e stimarsi in -credito verso Renzo e Lucia; e dire con un'aria compunta di tribolato -ch'è il suo pianeta che tutti gli abbiano a dare addosso. L'egoismo -di Don Abbondio è assai più un egoismo passivo che un egoismo attivo. -Considerate che quasi tutti i suoi peccati sono peccati di omissione. - -Ed ora veniamo a quella che non è la sola, ma certamente è la cagione -massima e incessante d'ogni suo procedere. - -Don Abbondio è egoista per paura. Don Abbondio nacque (su di questo -non può cader dubbio) con la paura in corpo, e la paura gli s'accrebbe -via via, per lo spettacolo delle cose del mondo, per la praticaccia -(non oso dire esperienza) della vita, pel sentimento acuto, insistente, -angoscioso, d'essere _come un vaso di terra cotta, costretto a -viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro_; ed egli (anche su -di questo non può cader dubbio) non fece mai il menomo sforzo per -vincerla, o, almeno, per non lasciarla crescere. La paura è la parte -meglio organata, più viva e più stabile della sua coscienza; tanto che, -quand'egli non abbia proprio altro da fare, come durante quei giorni -passati nel castello dell'Innominato, essa, insiem col breviario, gli -tiene _compagnia_ e gl'impedisce di annojarsi. - -La paura riesce sempre comica quando si lasci scorgere dove non è -pericolo, o quando al pericolo non paja proporzionata, o comechessia -si comporti in modo disdicevole al tempo, al luogo, alle persone, -all'occasione. La paura di Don Abbondio è comica perchè è esagerata, -permanente, intrattabile, spesso spesso allucinata e chimerica. Direi -ch'è la paura integra e totale, perchè non si vede come Don Abbondio -possa essere mai affatto sgombro di paura, e qual cosa al mondo sia -così piccola e innocua che non possa in un qualche momento far paura -a Don Abbondio. Perpetua trova le parole giuste quando scappa a dire: -_Se ha poi paura anche d'esser difeso e aiutato_... L'esempio di Don -Abbondio conferma in parte l'opinione del filosofo scozzese Dugald -Stewart, il quale disse la paura un male della fantasia. La fantasia -di Don Abbondio non s'impressiona dei soli pericoli presenti e reali, -ma ne immagina molti di possibili e di remoti, e in ogni cosa fiuta il -malanno, sospetta l'insidia. Ricevuto quel terribile avvertimento dei -bravi, Don Abbondio, dopo lungo travaglio e laceramento di spirito, -riesce a prender sonno; _ma che sonno! che sogni! Bravi, Don Rodrigo, -Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate_. Sin -qui nulla di strano. In questo caso quella povera fantasia edifica, per -così dire, sul sodo; ma molte altre volte, anzi il più delle volte, -fabbrica in aria. L'Innominato s'è convertito: ha fatto benissimo; -ma sarà poi convertito davvero? e, dico, si mantiene? L'Innominato -si mette la carabina ad armacollo: _Ohi! ohi! ohi! cosa vuol farne -di quell'ordigno costui?_ L'Innominato ha dato le prove della sua -conversione: sia ringraziato il cielo! ma se quella marmaglia di -bravacci venisse a sapere?..... se s'immaginassero che fosse stato -lui, Don Abbondio, a convertirlo?... se presi da un furore bestiale, -per vendicarsi, lo martirizzassero?...[93] E Don Rodrigo? che dirà -mai di tutta quella faccenda Don Rodrigo?... E se monsignore venisse -a sapere tutto l'imbroglio del matrimonio?... _Ah! vedo che i miei -ultimi anni ho da passarli male!_ Risoluto, prima di tutti e più di -tutti, di fuggire davanti all'esercito invasore, vede, _in ogni strada -da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili e -pericoli spaventosi_. E gli si riaffaccia l'idea del martirio. E gli -rispunta dentro il dubbio circa la conversione dell'Innominato. E -gli viene il sospetto che l'Innominato voglia fare il re e scendere -in campo a far la guerra anche lui, col duca di Savoja, col duca -di Mantova, con la Spagna e con l'imperatore. E sogna assalti e -battaglie, per quanto giuri a sè stesso che in una battaglia non ce lo -coglieranno; e si vede preso tra due fuochi. In mezzo alla desolazione -e al lutto della peste gli dà ancor noja la cattura di Renzo, e pensa -che questi potrebbe fare qualche sproposito da rovinar lui e sè stesso -insieme. - -La paura di Don Abbondio è sempre composta di più paure diverse, le -quali, quando non sieno manifestate, son sottintese, appunto come -possono essere sottintese molte idee _in un periodo steso da un uomo di -garbo_. Queste molte paure non riescono mai a comporsi in una maniera -stabile di equilibrio o di dipendenza. Sono in un rimescolamento -continuo, si rincorrono, si urtano, si dànno il gambetto. Quella che -un momento fa era la prima, adesso è l'ultima; quella ch'era in coda -appare in testa. Talvolta entrano l'una nell'altra, come le favole -indiane e le scatole giapponesi. Mentre ha indosso quella paura così -grande per dover andare in compagnia dell'Innominato, ecco che dentro -a quella paura grande se ne caccia una piccola (dato che di piccole -per Don Abbondio ce ne possano essere), la paura che la mula abbia dei -vizii. - -La paura di Don Abbondio diventa anche più comica quando si vede -che quelle tante cautele e quelle tante furberiole ch'essa gli vien -persuadendo, non solo non bastano a preservarlo da' guai, ma anzi -lo fanno incappare in qualche guajo più grosso di quelli che avrebbe -voluto fuggire. Facendo di tutto per non avere impicci, egli è sempre -negl'impicci. Don Abbondio non s'era fatto prete per vocazione; -s'era fatto prete con la speranza di _vivere con qualche agio_ e -quietamente, mettendosi _in una classe riverita e forte_, e non gli -era mai passato per il capo che a fare quel mestiere pacifico ci fosse -bisogno di coraggio. Quando, udita quell'umile confessione: «Torno a -dire, monsignore, che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può -dare», il cardinale chiede a Don Abbondio: «E perchè dunque, potrei -dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v'impone di stare in -guerra con le passioni del secolo?», Don Abbondio non può non pensare -tra sè che, appunto, quel ministero egli lo aveva scelto per non avere -a far guerra a nessuno, e con la speranza che nessuno volesse farla -a lui. E quando il cardinale, insistendo, gli domanda: Perchè questo -coraggio, che vi mancava, non l'avete chiesto a Dio, che certamente ve -l'avrebbe dato?, Don Abbondio potrebbe rispondere con tutta sincerità -che non pensò a chiedere a Dio una cosa di cui credeva di non avere -affatto bisogno. Ora, Don Abbondio, fattosi prete per amor della pace e -per evitare i pericoli, viene a trovarsi, appunto perchè è prete, nel -più gran travaglio, e nel più gran pericolo di tutta la sua vita. Per -fuggire a questo pericolo, Don Abbondio tradisce il proprio officio, -inventa pretesti per non maritare i due giovani, si rassicura alquanto -sentendosi più esperto delle cose del mondo, _più accorto_ che non -un ragazzone che pensa alla morosa; ma poi tanto male gli viene del -suo stesso rimedio, ch'egli si pente d'averlo adoperato, ed esclama: -_gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio_. Quando coloro -ch'eran fuggiti all'appressarsi dei lanzichenecchi tornano alle loro -case, Don Abbondio è l'ultimo a seguirli, l'ultimo ad abbandonare -l'asilo che così liberalmente a tutti aveva offerto l'Innominato, e -questo per la speranza di assicurarsi meglio da' mali incontri: la -conseguenza si è che i primi tornati in paese gli portan via anche -quel poco che i lanzichenecchi gli avevan lasciato. Ha dunque ragione -Perpetua di dire che s'egli avesse un po' di coraggio avrebbe assai -meno guai; ma che ci fan le parole? il coraggio uno non se lo può dare. - -La paura di Don Abbondio non è solamente comica, com'è quella di Sancio -Panza; è anche umoristica, e in grado superlativo. Don Abbondio e -Sancio son tutt'e due paurosi, ma la paura si atteggia in ciascun di -essi diversamente e in diverso modo si appalesa. Sancio non pensa a -nascondere la propria, ad accattarle scuse, ad ammantarla di decoro. -Egli la lascia vedere qual è, indipendente affatto dalla ragione, -subitanea ne' suoi investimenti, vile troppo nelle dimostrazioni e -negli effetti. Sancio parla molto e volentieri, e con certa sensatezza -grossolana, di solito; ma non gli viene in fantasia di fare il -chiosatore e l'interprete della propria paura e di raziocinarvi -attorno. Egli se la lascia venire addosso come un accesso di terzana, -e quando gli è passata, dà una scrollatina e non ci pensa più. Don -Abbondio che, o poco o molto, sa di latino, e deve, se non altro per -l'uso della confessione, avere qualche famigliarità con le sottigliezze -della casistica, e vorrebbe pur sapere chi fu Carneade, Don Abbondio -tiene un altro procedere. Egli converte la paura in prudenza, anzi in -sapienza; riesce a farsi di una debolezza una virtù, di una vergogna -un onore. _Initium sapientiae timor Domini:_ non si può, slargando -un poco il concetto, pensare che la sapienza consiste appunto nella -paura? Altri l'ha fatta ben consistere nell'inerzia, e altri ancora -nell'ignoranza. Gran giudizio bisogna avere, e gran pazienza, chi vuol -vivere in questo mondo e tirare innanzi! Credere di potergli tener -testa, di vincerlo, di mutarlo, è idea da matti. Non sapete quanto -il mondo è più forte di voi? Non sapete che ha il diavolo dalla sua? -Dunque? Dunque per non uscire con l'ossa rotte bisogna tenersi in una -specie di _neutralità disarmata_, tergiversare, dissimulare, scansare, -inchinarsi, cedere, nascondersi, e, in caso di necessità estrema, -mettersi col più forte[94]. Ricordate che tornando bel bello dalla -passeggiata, per quella stradicciuola di montagna, Don Abbondio, prima -d'incontrarsi coi bravi, buttava con un piede verso il muro i ciottoli -che gli facevano inciampo al cammino? si può credere che sieno stati -quelli i soli ostacoli che in sessant'anni di vita egli abbia rimosso -da sè con animo deliberato, con fare risoluto. - -Don Abbondio finisce che forse non sa più nemmeno d'essere quel pauroso -che tutti vedono in lui. Oltre di ciò, dato alla paura il titolo di -prudenza e di sapienza, egli non ha più nessuna ragion di nasconderla; -anzi ne ha parecchie di lasciarla vedere, come una virtù da farsene -bello, e acquista il diritto di censurare chi non si regola come lui, -chi manca di giudizio, chi compera _gl'impicci a contanti_. La propria -paura, o prudenza che s'abbia a dire, Don Abbondio l'ha in conto di -cosa, non solo ragionevole e confacente, ma legittima e giusta; e -perciò strasecola quando il cardinale gli dice sul viso che anche a -costo della vita avrebbe dovuto fare il proprio dovere: «Monsignore -illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non -so cosa mi dire». Quanto questa paura è diversa da quella che così -poveramente (bisogna proprio dir così) fu descritta da Teofrasto! -quanto è diversa da quella che porse inesauribile materia di riso sulle -scene antiche e moderne! - -Ma la paura di Don Abbondio tocca il più alto grado dell'umore quando -noi consideriamo com'essa contrasta con quel carattere sacerdotale che -dovrebbe essere il proprio carattere di lui, con quell'officio che egli -tiene assai più che non l'eserciti. Qui abbiam risoluto, anzi violento, -il contrasto fra il reale e l'ideale; e per questo rispetto il -colloquio fra Don Abbondio e il cardinale, colloquio che parve alquanto -lunghetto, alquanto fuor di proposito, a più d'uno, è di capitale -importanza, e serve mirabilmente a dare spicco ai due personaggi, a -compierne l'immagine morale. Meno ancora che al soldato, è lecito al -prete d'aver paura. Il prete parla (o dovrebbe parlare) in nome di -una potestà talmente superiore ad ogni potestà terrena; ha (o dovrebbe -avere) un'idea così sicura e così efficace della santità del dovere; -stima (o dovrebbe stimare) così poco ogni bene e vantaggio mondano e la -vita medesima; spera (o dovrebbe sperare) un premio talmente superiore -a tutto quanto può perder quaggiù; che qualsiasi atto o pensiero di -viltà in lui appare una contraddizione irriducibile, un controsenso, un -assurdo. Ora, Don Abbondio è la negazione vivente, parlante, operante -dello spirito sacerdotale, quale appunto il cardinale l'intende, e -quale dev'essere inteso. Don Abbondio dovrebbe somigliare in qualche -modo, sia pur lontano, al cardinale; e non solo non gli somiglia, ma ne -dissomiglia tanto che non arriva mai nè a capirlo, nè a indovinarlo. - -Così stando le cose, com'è che Don Abbondio non ci diventa odioso? -Com'è che quelle stesse mancanze che, commesse da un altro, -provocherebbero il nostro biasimo, e non altro che il nostro biasimo, -commesse da lui provocano il nostro riso, e quasi non altro che il -nostro riso? Perchè saremmo così poco indulgenti con altri e siamo così -indulgenti con lui? La ragione è facile a dire. Don Abbondio è uno di -coloro a cui si perdona volentieri perchè veramente non sanno quello -che fanno. Se egli mancasse al proprio dovere avendo di quel dovere -un'idea chiara e precisa; se facesse il male sapendo con certezza di -fare il male; noi non avremmo più qui nè un personaggio umoristico, nè -un personaggio comico, avremmo un personaggio tragico, o semitragico. -Don Abbondio rimane comico ed umoristico a dispetto di tutto, perchè se -ha degli scrupoli, se ha qualche piccolo rimorso, crede in bonissima -fede di farli tacere con quel suo argomento che _quando si tratta -della vita_...; argomento che a suo modo di vedere (e presumibilmente -anche di altri) non ammette replica. Don Abbondio riman comico ed -umoristico perchè voi vedete ch'egli è un fanciullon tanto fatto, a -cui qualcuno, non si sa chi, insegnò a dir messa, e che a sessant'anni -sonati, nonostante i suoi vanti di accortezza, egli è quasi quel -medesimo fanciullone che potev'essere a venti. Come vorreste fare a -prendervela con uno cui Perpetua fa lezione tutto il santo giorno, -ammonendo e rimbeccando, rinfacciandogli d'essersi ridotto _a segno che -tutti vengono, con licenza, a..._, risolvendo, nell'ora del pericolo, -_di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di trascinarlo su per -una montagna_? con uno che s'accorge, tra meravigliato e stizzito, che -le ragioni del cardinale sono le ragioni stesse di Perpetua? con uno -che, starei per dire, ha fatto il prete senza saperlo? _Le parole che -sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d'una -dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata._ - -Don Abbondio è in qualche modo il rovescio di Don Chisciotte. Don -Chisciotte è sempre pronto ad adempiere i proprii doveri chimerici, -checchè gliene avvenga: Don Abbondio cessa di adempiere i proprii -doveri reali alla prima minaccia di un pericolo. Don Chisciotte, per -troppo animo, passa oltre il segno: Don Abbondio, per manco d'animo, -non ci arriva. Don Chisciotte si trincera nell'ideale e non vede più il -reale: Don Abbondio si trincera nel reale e non vede più l'ideale. Ma -Don Chisciotte e Don Abbondio hanno anche una parte in comune. Entrambi -vivono in un mondo pel quale non son fatti e che si burla di loro. Ad -entrambi le cose riescono al contrario dell'intenzione. - -A finire di rendere umoristica la figura di Don Abbondio abbiamo il -fatto che colui che la formò e le diè vita v'infuse dentro qualche -parte di sè. Non paja questa una proposizione temeraria, e tanto meno -irriverente. Gli umoristi non sarebbero più umoristi se volessero -esclusi sè stessi da quel riso ch'e' suscitano e comunicano altrui. Il -Manzoni mise di sè più e meno in parecchi de' suoi personaggi: in Don -Abbondio mise della propria inoperosità, della propria esitazione, del -proprio amor della quiete, del proprio orror degl'impicci; e basta. Ci -mise delle sue debolezze; non ci mise nessuna delle sue virtù[95], - -Quello di Don Abbondio è uno dei caratteri più meravigliosi che l'arte -abbia mai creati; di una coerenza e consistenza rara; di una vivezza, -di una sincerità, di un'evidenza impareggiabile; senza rabberciature, -senza rinfianchi posticci. L'animo del lettore vi penetra e vi si -assesta come una mano in un guanto. Ognuno sente che Don Abbondio -dev'essere stato sempre lo stesso; ognuno è persuaso che egli rimarrà -sempre lo stesso. «No signore, no signore», dice quella furbacchiona -dell'Agnese al cardinale, «non lo gridi, perchè già quel ch'è stato -è stato; e poi non serve a nulla; è un uomo fatto così: tornando il -caso, farebbe lo stesso». E noi ne siam più che sicuri, nonostante la -compunzione di cui lo vediamo penetrato dopo la predica del cardinale, -e nonostante quella sua promessa, fatta proprio con animo sincero in -quel momento: «Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero». - -I casi, gl'incontri e le situazioni in cui viene a trovarsi Don -Abbondio sono i più felici che si possano immaginare, non per lui -poveraccio, ma per mettere in mostra e sviscerare il suo carattere. I -bravi, Renzo, Perpetua, l'Innominato, il cardinale, Agnese, lo forzano -a scoprirsi da tutte le parti, a diventar trasparente come un vetro; e -non v'è godimento che superi questo di poter guardare un'anima per di -fuori e per di dentro, senza che pure una menoma particella ne rimanga -occulta od oscura. La struttura della persona morale è in Don Abbondio -così perfetta che finisce a suggerire la struttura della persona fisica -e a mettervela davanti agli occhi. La figura di Don Abbondio non è -descritta, e nemmeno, a dir proprio, abbozzata: appena un cenno qua e -là come per caso: due folte ciocche di capelli, due folti sopraccigli, -due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, sparsi su una faccia -bruna e rugosa. Riavutosi dalla peste, Don Abbondio appare come _una -cosa nera_, pallido e smunto, con due povere braccia che ballan nelle -maniche, _dove altre volte stavano appena per l'appunto_. E questo -è il tutto. Quanti altri romanzieri avrebbero impiegate le due e le -tre pagine per ritrarcelo intero quel prete, dalla testa ai piedi, -senza lasciarne una sola fattezza! Ma col Manzoni non c'è bisogno. -Qui l'anima crea il suo corpo; e noi vediamo, proprio vediamo, un Don -Abbondio tozzo e corpulento, che suda e sbuffa a montare sopra una -mula, con una facciola tonda, con una espressione bonaria, quando non -gliela rannuvoli la stizza o la paura, con un portamento sommesso, con -un'andatura stracca e impacciata: così come, dal più al meno, lo videro -tutti coloro che lo ritrassero col pennello o col bulino[96]. - -Don Abbondio è riuscito uno di quei tipi estetici di cui si dice con -ragione che hanno in sè molta più verità che non l'essere vivo e reale, -fatto d'ossa e di polpe. E Don Abbondio è diventato uno di quei simboli -di cui noi ci gioviamo, parlando, per significare una condizione di -umanità che non si potrebbe significare altrimenti senza molte parole. -Perciò Don Abbondio è immortale. - - - - -ESTETICA E ARTE DI GIACOMO LEOPARDI - - -CAPITOLO I. - -DELLA PSICHE DI GIACOMO LEOPARDI. - -Le idee estetiche del Leopardi non sono sistematicamente ordinate, non -formano un corpo di dottrina compiuto e coerente; ma sono, nulladimeno, -in armonia fra di loro; governano, entro certi limiti, il sentimento e -il pensiero di lui, e, sino ad un certo segno, ne spiegano l'arte. Il -poeta nè si arroga di risolvere, nè a dir vero si propone il problema -estetico; non istituisce indagini particolari; non tenta analisi -sottili; ma pone alcuni principii, enunzia alcune opinioni, ch'egli non -troppo si cura di conciliare con la rimanente sua credenza filosofica, -e non sono forse con essa troppo conciliabili. Il poeta, ch'è sensista -e materialista in tutto il rimanente di quella sua credenza, ci -si scopre idealista in estetica. Il poeta che in tutt'altro è un -pessimista, riesce quasi in estetica un ottimista. - -Prima di esporre le idee estetiche del Leopardi, prima di ricercare -la qualità e la estensione del suo sentimento estetico, sarà opportuno -che noi ci formiamo un concetto sommario della costituzione psichica di -lui, senza rinunziare però a far di essa quel più particolare e minuto -studio che a volta a volta potrà essere richiesto dall'argomento. -Ricordo, sebbene possa parere superfluo, che le credenze e le -dottrine di ciascun uomo, e le stesse mutazioni di quelle, sono sempre -determinate e condizionate dalla struttura e dall'atteggiamento della -psiche, e che la psiche, di cui ci è ignoto il principio e l'essenza, -opera, per dirla col linguaggio dei matematici, _in funzione_ -dell'organismo corporeo, dell'_ambiente_ fisico e morale, dei casi e -delle esperienze della vita. - -Non si dà tipo psichico puro, coeguale in tutto all'uno o -all'altro di quegli schemi che la psicologia immagina per comodità -di classificazione e di studio. Il Leopardi è manifestamente -un _intellettuale_; ma non un intellettuale schietto: bensì un -intellettuale appassionato. Intellettuale egli è perchè vive moltissimo -nel pensiero e poco o punto nell'azione, e il pensiero esercita per -sè stesso, senza assoggettarlo a un fine pratico qualsiasi; ma poichè -soffre, si lamenta, si ribella troppo più di quanto s'addica a un -intellettuale risoluto, egli, sott'altro aspetto, si dà a conoscere -quale un _sensitivo_. E sensitivo è; di quella delicatissima, -esagerata, morbosa sensitività che di ogni più lieve tocco si offende, -e d'onde si genera nella psiche uno stato di _sentimentalità_ abituale, -intendendo con tal nome certa mescolanza e fluidità di sentimenti -vaghi, teneri, dolorosi, immaginosi, che non si appuntano in nessun -oggetto particolarmente determinato e chiaramente percepito, ma si -rigirano in sè medesimi e in sè medesimi si consumano. - -Lo spirito del Leopardi non si può veramente dire uno spirito -unificato. Le tendenze divergenti e contrastanti sono in esso assai -numerose, e se l'arte ci guadagna, la ragione ci perde. L'intelletto -è nel poeta, sino ad un certo segno, sistematizzato ed autonomo; -ma sistematizzato ed autonomo è pure in lui il sentimento; e i due -sistemi e le due autonomie non troppo si accordano fra di loro. Così, -mentre l'intelletto si chiude affatto e per sempre al sogno della -felicità, il cuore, a più riprese, si riapre a quel medesimo sogno; -mentre l'intelletto appetisce il vero, il cuore lo rifiuta; mentire -l'intelletto predica la rassegnazione, il cuore la sdegna. Senza quella -troppa e troppo indocile sensitività, il Leopardi sarebbe stato uno -spirito essenzialmente logico: così come la natura e la vita l'han -fatto, egli è uno spirito in cui la contraddizione abbonda, anzi è -abituale ed organica. Di ciò ognuno si può persuadere agevolmente -considerando quanto diversi, anzi contrarii, sieno certi giudizii suoi -concernenti gli uomini in genere, le donne in ispecie, le cause della -umana infelicità, la natura, ecc., nei molti casi in cui, per ragion -di tempo, quella diversità e quella contrarietà non possono imputarsi -a un moto generale dello spirito, a un rivolgimento profondo delle -dottrine. Ma la contraddizione per noi più notabile è quella in cui -egli si viene ripetutamente avviluppando nel far giudizio del vero e -della scienza: giacchè, ora detesta il vero, come quello che distrugge -con la _face consumatrice_ i _sogni leggiadri_; e dice la notizia di -esso _contrarissima alla felicità_; e lo chiama _fonte o di noncuranza -e infingardaggine, o di bassezza d'animo, iniquità e disonestà di -azioni, e perversità di costumi_; e biasima gli uomini d'averlo voluto, -_colla curiosità incessabile e smisurata_, penetrare e conoscere; e -vitupera la ragione, dicendola _carnefice del genere umano_; mentre per -contro celebra ed esalta l'_ameno errore_, i _fantasmi consolatori_, -gl'_inganni fortunatissimi_, gli _errori antichi necessari al buono -stato delle nazioni civili_: ora, invece, riconosce che il vero _ha -suoi diletti, ancor che triste_; e compiange l'uomo dei campi, perchè -_ignaro d'ogni virtù che da saper deriva_; e dice che, dopo il bello, -il vero _è da preferire ad ogni altra cosa_; e afferma di non cercare -_altro più fuorchè il vero_; e deride i sogni vani e le antiche fole -insieme con le speranze di futura felicità e le _magnifiche sorti -e progressive_, che pur dovrebbero essere, anche per lui, anzi più -per lui che per altri, ameni errori, fantasmi consolatori, inganni -fortunatissimi; e rinfaccia al secolo d'avere sentito dispiacere del -vero, e d'avere abbandonato vilmente il _risorto pensiero_, solo per -cui fu vinta in parte la barbarie, - - e per cui solo - Si cresce in civiltà, che sola in meglio - Guida i pubblici fati. - -E questa civiltà era stata da lui maledetta con i sentimenti stessi -del Rousseau, come un tradimento fatto alla Natura, come un errore -che non può andare _senza infinito accrescimento d'infelicità_ e senza -vergogna. E ad essa accennando aveva esclamato: _Che cosa è barbarie se -non quella condizione, dove la natura non ha più forza negli uomini?_ - -Noi qui vediamo l'intelletto e il sentimento alle prese fra di loro -a volta a volta, e quando l'uno quando l'altro, incalzare o recedere, -stringersi e sopraffarsi a vicenda. Il Pascal era riuscito a fermare -assai più e legare in unità il proprio spirito quando scriveva quelle -memorabili parole: «L'homme n'est qu'un roseau, le plus foible de la -nature, mais c'est un roseau pensant. Il ne faut pas que l'univers -entier s'arme pour l'écraser. Une vapeur, une goutte d'eau, suffit pour -le tuer. Mais quand l'univers l'écraiseroit, l'homme seroit encore plus -noble que ce qui le tue, parce qu'il sait qu'il meurt; et l'avantage -que l'univers a sur lui, l'univers n'en sait rien»[97]. - -Sappiamo dallo stesso Leopardi che in certi tempi, crescendogli -il male, anzi i mali ond'era travagliato, egli diveniva pressochè -incapace di attenzione, tanto da non poter tener dietro a chi leggesse, -nè scrivere cosa alcuna, nè _fissar la mente in nessun pensiero di -molto o poco rilievo_[98]. Ciò nondimeno, d'ordinario, egli dovette -essere in sommo grado capace, così di attenzione spontanea, come di -attenzion volontaria[99]; d'onde poi deriva attitudine spiccatissima ed -inclinazione allo astrarre. Dell'attenzione spontanea parmi facciano -testimonianza le ingegnose ed acute osservazioni e la molta maturità -di senno onde son piene le prime sue lettere, scritte quand'egli -non era per anche uscito di Recanati. Della volontaria fanno prova -irrefragabile la qualità e la estension degli studii, la perseveranza -e il discernimento adoperatovi, e più che tutto l'arte sua, dove non -è cosa mai che appaja abbandonata al solo istinto o alla fortuna. Se -son veri certi racconti, il Leopardi da giovane s'immergeva alle volte -sì fattamente ne' proprii pensieri da perdere affatto il sentimento -di quanto gli stava e gli avveniva dattorno[100]. Qualcuno, badando -alle più consuete preoccupazioni del poeta, e come il pensiero che -inspira e sorregge la sua poesia tenda quasi a ridursi in un _motivo_ -unico, potrebbe facilmente congetturare in lui certa inclinazione -malsana al monoideismo, e cioè a fermar stabilmente l'attenzione -sopra un'unica idea; ma se non si può negare che quella inclinazione -ci sia stata, specie in certi tempi, non si può da altra banda non -riconoscere, considerando i moltissimi abbozzi ed accenni di opere dal -poeta divisate o ideate, che quella mente era usa di vagare per una -copiosissima varietà di obbietti e di temi, per tutto il creato e per -tutto lo scibile. - -Non dovrebbe, parmi, negarsi che l'attenzione di lui non si fissi -talvolta in modo da arieggiare le forme morbose della fissità; -la qual cosa del resto facilmente interviene ai melanconici e più -agl'ipocondriaci; ma non si dovrebbe però dimenticare che in ciò, come -in altro, molti sono i gradi intermedii tra il normale e l'anormale, -e che una certa ossession dell'idea e del fantasma è abituale, anzi -necessaria, non meno allo scienziato che all'artista, e che senz'essa -non si darebbe nè scienza nè arte. La poesia intitolata _Il pensiero -dominante_ parrebbe a prima giunta rivelar nel Leopardi una vera e -propria idea fissa, da cui quella togliesse il nome e la contenenza. -Alcuni versi di essa descrivono veramente la condizione dell'uomo -di cui una sola idea imperiosa abbia occupata e soggiogata tutta la -psiche, votandola quasi d'ogni altro elemento, spogliandola d'ogni -altra forma: - - Come solinga è fatta - La mente mia d'allora - Che tu quivi prendesti a far dimora! - Ratto d'intorno intorno al par del lampo - Gli altri pensieri miei - Tutti si dileguâr. Siccome torre - In solitario campo - Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei. - -Ma questo pensiero dominante non è altro che il pensiero d'amore, il -quale, dove raggiunga un certo grado di vivezza e di forza, opera quasi -sempre a questo medesimo modo nell'animo degl'innamorati. Cercando nei -versi e nelle prose del Leopardi, e più specialmente nelle lettere, non -è difficile trovar segni e indizii di una qualche soverchia fissazion -della mente, più o meno durevole. Il 23 giugno 1823 egli scriveva da -Recanati al Jacopssen: «Pendant un certain temps j'ai senti le vide de -l'existence comme si ç'avait été une chose réelle qui pesât rudement -sur mon âme. Il m'était, toujours présent comme un fantôme affreux; je -ne voyais qu'un désert autour de moi, je ne concevais comment on peut -s'assujettir aux soins journaliers que la vie exige, en étant bien -sûr que ces soins n'aboutiront jamais à rien. Cette pensée m'occupait -tellement, que je croyais presque en perdre la raison»[101]. - -Dall'attenzione dipende per molta parte la memoria. Il Leopardi -ebbe (la storia de' suoi studii e gli scritti ne fanno fede) memoria -potente, sicura, tenace, e da giovane parve anche per questo rispetto -sì fattamente meraviglioso, che l'abate Cancellieri ne fece espresso -ricordo nella _Dissertazione intorno agli uomini dotati di gran -memoria_. Si sa con quanta agevolezza egli imparasse le lingue; e se -errò il Puccinotti dicendolo versato anche nella tedesca[102] gli -è pur certo che tra antiche e moderne ne conobbe un buon numero, -e di parecchie fu mirabilmente padrone. Non però è da credere che -il Leopardi possedesse la memoria totale e universale, che non fu -posseduta mai da nessuno, e non è ente psichico, ma entità psicologica; -nè si dà propriamente la memoria in genere, ma bensì tante memorie -specificate e diverse quante sono le categorie del sensibile e del -pensabile. Il Leopardi ebbe vivissima memoria delle idee, e forse non -vi fu idea, da quella del numero a quella del fatto sociale e storico, -che mai la trovasse indocile o lenta. Ebbe vivissima pure la memoria -dei sentimenti; e volentieri inclinerei a credere che intervenisse a -lui, in maniera anche più risoluta, ciò che interviene a taluni, ne' -quali il sentimento ravvivato per virtù di memoria riesce più intenso -di quello spontaneo provato in origine. Sempre che il poeta ripensa -alla sua Silvia, morta nel fior degli anni, e si sovviene delle tradite -speranze, un affetto lo preme _acerbo e sconsolato_, ed egli si torna -a dolere di sua sventura[103]. Il più del tempo egli vive nel _dolce -rimembrare_, e soggiornando in Pisa, dà a certa via il nome di _Via -della rimembranza_. Un solo dolce ricordo sarebbe bastato a rendere -felice tutta la vita dell'infelicissimo Consalvo, e le _Ricordanze_ -sono un canto e un pianto dell'anima che tutta si raccoglie -nell'appassionata contemplazione di un passato irrevocabile. Queste due -forme della memoria ben si convengono al nostro poeta, il quale abbiamo -riconosciuto essere un intellettuale e un sensitivo al tempo stesso. -La memoria delle sensazioni fu certamente in lui meno valida e meno -pronta; ma di ciò sarà a dire più innanzi. Qui resta a notarsi che la -memoria del poeta fu (nè potev'essere altro) scarsamente popolata di -quelle multiformi immagini cui solo può fornire la lunga, continuata e -varia esperienza di una vita operosa e il libero e vigoroso esercizio -di tutte le facoltà e potenze ond'è costituita la umana persona. - -Come la memoria dipende dall'attenzione, così la fantasia dipende dalla -memoria; onde, quali le forme e i temperamenti della memoria, tali -pure le forme e i temperamenti della fantasia. Il Leopardi ebbe da -natura fantasia agile e viva; nè gliela poterono mortificare i lunghi e -pazienti studii di erudizione e il meditare ostinato; nè molto gliela -estenuarono i mali. Fanciullo ancora, sappiamo com'egli immaginasse -intricate favole di cavalieri, di battaglie e d'incantamenti e -intrattenesse per lunghi giorni i compagni de' suoi sollazzi. Tornato -la terza volta, nel novembre del 1828, al detestato soggiorno di -Recanati, egli risalutava quelle _vaghe stelle dell'Orsa_ che tante -immagini un tempo e tante fole gli avevano suscitate nella mente, -e accennando altri oggetti delle antiche sue contemplazioni, _che -pensieri immensi_, esclamava, - - Che dolci sogni mi spirò la vista - Di quel lontano mar, quei monti azzurri, - Che di qua scopro e che varcare un giorno - Io mi pensava, arcani mondi, arcana - Felicità fingendo al viver mio![104] - -Chi non sia dotato di viva e fervida fantasia, malamente può vivere -solitario; e il Leopardi, sebbene conoscesse la solitudine esser -dannosissima agli uomini del suo temperamento, che sempre «si bruciano -e si consumano da loro stessi»[105], della solitudine si piacque oltre -modo, facendone argomento di alcuni tra' suoi canti migliori; e sebbene -sin dal luglio del 1819, nella famosa lettera scritta al padre in -occasione della tentata fuga, parlasse dei _tormenti di nuovo genere_ -che gli procacciava la _strana immaginazione_[106], pur nondimeno -sempre del _caro immaginare_ si dilettò grandemente, trovando in esso -una delle maggiori e più fide consolazioni della sua vita. Certo, -la fantasia non fu nel Leopardi così ricca, varia, lussureggiante, -colorita, come fu nel Byron, o nello Shelley, o nell'Hugo, o in altri -poeti molti che si potrebbero ricordare; ma una ragione di ciò fu -accennata parlando della memoria di lui, e richiamerà novamente la -nostra attenzione in luogo più acconcio. - -Che il Leopardi non sia ciò che gli psicologi più recenti dicono un -_volitivo_, è manifesto ad ognuno; ma altro è riconoscere questo, altro -è asserire che il Leopardi patì di abulia dichiarata e congenita. -Innanzi tutto, a riguardo di questa, come di ogni altra qualità del -nostro poeta, è sommamente necessario distinguere nella storia di -lui un prima e un dopo, senza di che si risica troppo di scambiare -l'avventizio per l'iniziale, e di confondere col principio la fine. -Se non v'è forse vita d'uomo esente da peripezia, non v'è forse -altra vita in cui la peripezia sia stata così profonda e molteplice -come fu nel Leopardi. Da fanciullo questi non difettò certamente di -volontà, chè anzi le memorie di quel primo tempo ce lo fanno conoscere -protervo, prepotente, soverchiatore. Molti versi della sua giovinezza -sono versi di eccitamento e di ribellione, e tra le opinioni da lui -più costantemente osservate, in verso e in prosa, in pubblico ed in -privato, è pur questa, che l'operare vince di gran lunga in nobiltà il -meditare e lo scrivere; onde in uno de' più tardi componimenti suoi, -quello che prende titolo dall'amore e dalla morte, celebrava l'amore, -che suscita o ridesta ne' petti il coraggio, e per la cui virtù - - sapïente in opre, - Non in pensiero invan, siccome suole, - Divien l'umana prole. - -Non nego che questa opinione gli possa essere stata suggerita in -parte dagli ammaestramenti e dagli esempii di quell'antichità in cui -gli era tanto dolce rivivere; ma è da credere che il suggerimento non -avrebbe operato nell'animo di lui, se l'animo, per certa sua propria -e naturale disposizione, non fosse stato inclinato a riceverlo. Il -fermato, e per poco non effettuato proposito della fuga, difficilmente -si potrà conciliare con una volontà debole e incerta, specie se si -considera che il giovane che vi si accinse non era uno sventato, anzi -conosceva benissimo e la forza, ancora assai grande, di quella paterna -autorità contro la quale insorgeva, e i pericoli d'ogni maniera e -le traversie che certamente avrebbe dovuto affrontare. E gioverà -ricordare che mentre i giovani di poco animo e d'indole remissiva sono -lieti d'aver nel padre chi spiani loro la via della vita e risparmii -le fatiche maggiori e i maggiori ardimenti, il Leopardi, stimando la -tutela paterna oppressiva di que' liberi spiriti che fanno atti gli -uomini alle cose nobili e grandi, ebbe in conto di fortunati (e osò -scriverlo) quei figliuoli che, perduto per tempo il padre, dovettero -fare, senz'altro ajuto, da sè. Quanto alla tentazion di suicidio, a -cui il poeta andò così lungamente soggetto, noi non siamo in grado -di dire con sicurezza se l'averla sempre patita senza mai soggiacervi -sia indizio di una volontà troppo debole che non riesce ad attuarsi, -o di una volontà ancor tanto forte da poter frenare l'impulso[107]; -ma indipendentemente dalla maggiore o minore forza della volontà, gli -animi molto delicati, e di un sentire molto squisito, non possono non -rimanere turbati ed offesi dalla idea di quella violenza che sempre -e di necessità accompagna la volontaria soppression della vita, sia -quella d'altri o la propria: e chi può dire quanta forza l'orrore di -così fatta violenza possa avere avuto nell'animo del poeta che non -volle contemplare la morte se non sotto le sembianze della bellezza e -della pietà? Riconosciuto nel Leopardi un intellettuale, e ricordato -una volta per tutte che gl'intellettuali non sogliono essere uomini -d'azione, e, per ciò stesso, non uomini di volontà gagliarda, spiegata, -molteplice (sebbene la volontà non si eserciti nell'azione soltanto), -parmi si debba pur riconoscere che la volontà di lui fu in origine più -che mediocremente valida, ancorchè, secondo ebbe a confessare egli -stesso, mutabilissima[108]. Dopo di che s'ha da riconoscere ancora -che s'andò a poco a poco affievolendo e stemprando, sia pel crescere -lento e profondo di una pecca ereditaria, sia pel consecutivo insulto -di mali sopravvenuti, sia pel graduale consolidarsi e prevalere della -idea pessimistica. So che quest'ultima cagione non sarà accettata da -coloro che giudicano il pessimismo stesso essere tutto e sempre effetto -di depressione psichica e di detrimento organico, e quasi una denunzia, -comunque espressa, del mancamento della vita. Non è qui il luogo -d'entrare in una controversia assai disputata e sulla quale pende, e -penderà per lungo tempo ancora, il giudizio. Io mi contento di dire -che se quella che chiamano miseria o paupertà fisiologica predispone -naturalmente[109] l'animo a formarsi un concetto pessimistico della -vita, nol predispongono di certo a formarsene un concetto ottimistico -quelle dottrine della scienza che, sfatando l'antico errore, mostrano -l'uomo perduto in mezzo alle forze della natura, soggetto a quelle -stesse leggi a cui son soggette le creature inferiori e le infime, -spogliato infine d'ogni ragione di arroganza e di orgoglio; che c'è -una corrente di pessimismo la quale ha nella scienza le prime sue -scaturigini[110]; che si dànno esempii di pessimismo baldanzoso e -giocondo alla maniera del Nietzsche; che il pessimismo buddistico è -sereno, anzi giulivo; e che accanto al pessimismo dell'inerzia appare -il pessimismo dell'azione. Ciò avvertito a mo' di parentesi, non si può -non concedere che Giacomo Leopardi fu negli anni maturi uno di quegli -irresoluti e di quei timidi ond'è parola nei _Detti memorabili di -Filippo Ottonieri_[111]; sia pure che a produrre quella irresolutezza e -timidità concorressero efficacemente, com'egli stesso afferma, l'abito -dialettico e la riflession prolungata. - -Il Leopardi ebbe alto e forte il sentimento di sè, quello che -gl'Inglesi chiamano _self-feeling_. Fanciullo ancora, presentendo -la futura grandezza, l'annunziava nell'_Appressamento della morte_; -e molti sono i luoghi degli scritti suoi, e più specialmente delle -lettere, ove egli quel sentimento fa manifesto; sia con l'esprimere -orrore della mediocrità; sia col far conoscere un desiderio _forse -smoderato e insolente_ di gloria e il proposito di farsi _grande ed -eterno coll'ingegno e collo studio_; sia, infine, col risolvere _di non -inchinarsi mai a persona del mondo_, e di non curare il giudizio nè il -disprezzo altrui. La già citata lettera al padre, e l'altra al Broglio, -scritta in quella occasione medesima, sono per questo rispetto un -documento notabilissimo, anzi forse un documento unico, se si pensa che -colui che le scriveva era un giovane di poco più che vent'anni. A quel -medesimo sentimento è da ridur la baldanza (ove a torto taluno non vide -se non un espediente retorico) con cui il giovane poeta chiede l'armi -per combattere egli solo i nemici della patria; e l'orgoglio ancora -con cui si atteggia ad avversario indomabile di quel destino che in -modo affatto insolito (tale è la sua credenza) lo persegue e percuote: -e quello ancora che gli fa desiderare, dovendo essere infelice, -infelicità piena ed intera. Egli volle ritrar sè medesimo in quel prode -che la mano vincitrice del fato - - Indomito scrollando si pompeggia, - Quando nell'alto lato - L'amaro ferro intride, - E maligno alle nere ombre sorride[112]. - -Nè contraddicono punto a quel sentimento, anzi per diverso modo ne -dànno a conoscere la persistente e tormentosa acutezza, le parole -ch'ogni tanto egli si lascia uscire di bocca, quando dice di cominciare -a disprezzare la gloria, di aver perduta ogni illusione sul proprio -valore, di accordarsi oramai con l'universale che lo disprezza. Parole -appunto di chi in troppo alto e geloso modo sente di sè! Angoscioso -sentimento di una psiche sempre presente a sè stessa e ammalata di -consapevolezza eccessiva! Certe forme di pessimismo non ne vanno mai -scompagnate. - -Fu un genio il Leopardi? Molti lo affermano, qualcuno lo nega; e -non è questo uno di quei dissensi che si possano comporre recando in -mezzo prove ben definite e irrefragabili. Dalla intelligenza mezzana -e comune all'ingegno ed al genio si sale per gradi, starei per dire -infinitesimali, e non v'è strumento che segni il punto del preciso -trapasso dal primo al secondo, dal secondo al terzo. Quegli stessi -che per lunga tradizione e quasi universale sono giudicati genii -massimi, e di cui si suol dire che recano in fronte il marchio divino -ed indelebile, non poterono soggiogare in tutto la instabile fortuna -dei giudizii umani; e le vicende cui andò soggetta, col mutare dei -tempi e degli umori, la fama di un Omero e di un Aristotele, di un -Dante e di uno Shakespeare, lo provano, parmi, abbastanza. Non è -possibile dare del genio una definizione che non si smarrisca più o -meno in formole monche od incerte, e non si raccomandi, da ultimo, -assai più all'intuito che alla ragione. Abbiam dismesso il concetto -mitico o metafisico del genio; ma non gli abbiamo per anche sostituito -il naturalistico e positivo. Errore grave mi sembra esser quello di -taluni che solo criterio e sola misura del genio vogliono la utilità, -e sentenziano non meritare nome e fama di genii, se non coloro che -recarono agli uomini alcun insolito beneficio, strepitoso e grande: -e sembrami errore, non tanto perchè il giudizio della utilità è -incertissimo, e soggetto, nel corso della storia, a moltissime -mutazioni, quanto perchè il beneficio può assai volte, come c'insegna -la storia di molte invenzioni e scoperte, essere opera più del caso -che dell'intendimento. Le ragioni del genio vogliono esser cercate nel -soggetto da prima, nell'oggetto di poi; ma nel far giudizio e dell'uno -e dell'altro, è da guardare soltanto alla singolarità e alla grandezza, -e non alla utilità; dacchè ci sono genii benefici e genii malefici, e -tutte quasi le religioni credettero a un genio del male. Che il primo -Napoleone sia stato un genio benefico par difficile a dimostrare; ma -più difficile ancora che non fosse un genio. Io vorrei contentarmi di -dire: Genio è colui che addimostra una straordinaria potenza interiore, -operando cose che non erano preparate, o erano solo scarsamente -preparate dal precedente lavoro delle generazioni; che corona il -faticoso e lento edifizio della tradizione o lo abbatte; che in far -ciò dà a divedere un massimo di autonomia e un minimo di dipendenza; -che si trascina dietro un numero grande di spiriti comuni, i quali -lo acclamano maestro e rivelatore, e che riesce a far da solo, per -intrinseca e necessaria virtù di natura, ciò che i molti e gl'infiniti -insieme associati non potrebbero fare[113]. Vedo bene le deficienze e -le incertezze di questa che non oso chiamare una definizione; ma non -me ne soccorre altra che meglio mi appaghi, e questa, qual ch'essa sia, -può bastare al bisogno presente. - -Stimo doversi dire un genio il Leopardi perchè la precocità e la -estensione de' suoi studii fanno manifesto uno straordinario vigor -d'intelletto; perchè il singolare _autodidascalismo_ rivela uno spirito -singolarmente autonomo; perchè la dottrina filosofica di lui, o buona -o cattiva ch'ella sia, è, per la più parte, frutto della sua mente, -senza veri precedenti in Italia, e con poche, e dal poeta ignorate, -attinenze fuori d'Italia[114]; perchè la poesia creata da lui è, a -dispetto d'ogni influsso e riverbero greco, latino, petrarchesco, -o d'altra maniera, che vi si scorga per entro, poesia nuova in -Italia e nel mondo, per quanto può esser nuova una poesia che vien -dopo altra poesia e insieme con altra poesia. Come nei cieli della -poesia inglese il Byron, così nei cieli della poesia italiana appare -subitaneo e inopinato il Leopardi, simile ad una di quelle comete -che scaturiscono improvvise dalla profondità dello spazio, e luminose -solcano il firmamento, fuori d'ogni tracciato e cognito cammino. Se -mai può dirsi d'uomo nato da altro uomo, e vivente nella società de' -suoi simili, ch'egli sia originale, del Leopardi si dovrà dire che fu -originalissimo. Egli rinunziò la fede in che era nato e cresciuto, e -nella quale perseverarono tutti, o quasi tutti, i suoi; e la rinunziò -giovanissimo; e non già, come fu sospettato dal padre e da altri, ad -istigazion del Giordani, ma per atto spontaneo e spontanea risoluzione -di ragione in cimento. Quella che fu detta sua conversione letteraria -avvenne, non per ammaestramento o consiglio altrui, ma per virtù di -meditazione e di esame e di una tutta propria resipiscenza[115]. Se -tanto non basta a far riconoscere il genio, non so che altro possa -bastare. - -Per mia ventura io non ho da impelagarmi in una delle più vessate -questioni dei nostri giorni, quella delle relazioni e colleganze che -passano fra il genio, la degenerazione e la pazzia. Io non ho bisogno -di schierarmi (e in coscienza non potrei) nè con coloro che affermano -essere il genio una vera e propria psicosi, anzi una forma larvata -di epilessia, nè con coloro che di sì fatta affermazione molto si -stupiscono e più si adontano. A dir vero, le conclusioni mi pajono -tratte un po' a precipizio, così dall'una parte come dall'altra, -scambiate spesso le prime parvenze per prove, con definizioni -improprie, con criteri incerti, con metodo arrischiato, e spesso più -con desiderio di vincere l'avversario, che di accertare il vero. Il -problema è oscurissimo tra quanti se ne possono proporre alla umana -ragione. Veggo bene come assai volte il genio sia accompagnato dalle -stimate della degenerazione, dai turbamenti di una mutevole psicosi; -ma la ragione ultima e certa e la regola di quell'accompagnamento mi -rimangono occulte, e diffido non men di me che d'altrui, sapendo quanto -è difficile, e come spesso fallace, la investigazione delle cause, e -come pieno d'insidie il ragionamento. E forse noi non intendiamo ancora -i fatti della vita e della psiche in genere tanto che basti a lasciarci -penetrare la natura del genio. - -Ma non occorre che il problema sia risoluto ne' suoi termini generali -per iscorgere nei singoli casi il certo e il vero dei fatti e delle -concomitanze e conseguenze loro. Il caso particolare del Leopardi -fu recentemente studiato con diligenza d'indagine, con acume di -raziocinio, e con circospezione, non dirò intera, ma rara nella più -parte dei cultori di questi studii, in un libro ch'ebbe biasimi e -lodi, e che io, sinceramente, credo più meritevole d'essere lodato -che biasimato[116]. Non tutte certo le opinioni e le prove e i -ragionamenti e i giudizii che vi sono prodotti mi pajono tali da -doversi accettare[117], chè a molti anzi credo si debba contraddire -risolutamente; e nelle pagine che precedono, fu già implicitamente -contraddetto a qualcuno, e in quelle che seguono sarà, implicitamente -o esplicitamente, contraddetto a qualche altro; ma la conclusione -generale cui da ultimo perviene l'autore, quando afferma di riconoscere -nel grande Recanatese le stimate della degenerazione e della -psicopatia, e i sintomi gravi di una nevrastenia cerebro-spinale, mi -sembra tratta legittimamente, necessaria, inoppugnabile. - -E non intendo davvero perchè tanti se ne sieno risentiti come di una -ingiuria fatta al poeta, e abbiano gridato alla profanazione e al -sacrilegio. Similmente si gridò contro ai presunti profanatori della -memoria del Tasso, e i gridatori non ebber ragione, nè può essere -profanazione nel ricercare e dire la verità. Non è punto dimostrato che -la malattia sia condizione necessaria del genio; ma che il genio possa -meravigliosamente vivere e operare accanto e dentro alla malattia, e di -essa giovarsi, è provato da esempii senza numero. Lo stesso Leopardi, -se tornasse al mondo, non contrasterebbe troppo a certi giudizii -che di lui ora si fanno. Parlando della terribile melanconia che lo -perseguitava in Roma, come già lo aveva perseguitato in Recanati, e -doveva perseguitarlo anche altrove, egli scriveva, nel dicembre del -1822, al fratello Carlo: «Non nego però che questo non venga in gran -parte dalla mia particolare costituzione morale e fisica»[118]. Già sin -dall'aprile del 1817, se non prima, egli aveva imparato a conoscere la -melanconia _ostinata, nera, orrenda, barbara_, che lima e divora, _e -collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce_, tanto diversa da -quella _che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria_[119], -melanconia da lui in altri tempi provata. Passati molti anni, -nell'aprile del 1829, egli si lagnava che la melanconia sua fosse -divenuta _oramai poco men che pazzia_[120]. Nel _Dialogo di Tristano e -di un amico_, Tristano, ch'è, come ben s'intende, lo stesso Leopardi, -dice di non sapere se i sentimenti suoi nascano, o meno, da malattia, -ma soggiunge che _il corpo è l'uomo_[121]; e già molt'anni innanzi, ne' -versi alla sorella, il poeta aveva esclamato che in gracile petto non -si chiude anima pura. Contro l'opinion di coloro che stimano il genio -consistere in un temperamento e in un equilibrio di tutte le potenze -interiori, egli stimava difficilmente potersi far cose grandi dall'uomo -«in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra -loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi oltre modo»[122]; e -però sembra credesse essere certa sproporzione, o eccesso, o deformità -che si voglia dire, se non la condizione essenziale del genio, una -delle condizioni sue più principali e necessarie. - -Degno di lode mi sembra ancora il libro del Patrizi in quanto obbedisce -a _intendimenti naturalistici_, e oppone una critica informata a soli -principii scientifici (comunque erronea talvolta nella pratica) alla -critica sentimentale, ch'è la peggiore delle critiche, anzi la negazion -d'ogni critica; e non esito a dire che un utile avvertimento viene -da esso ai letterati di professione, i quali s'avrebbero a persuadere -oramai che la storia, la biografia e la critica letteraria non possono -d'ora in avanti far di meno dei lumi e degli ajuti della psicologia -normale e patologica, e, più in generale ancora, della biologia. - -Dal Patrizi dissento in parte nella questione, ancor essa tanto -controversa, del pessimismo leopardiano. Ho detto già di non credere -che il pessimismo sia, tutto e sempre, una _suggestion metafisica -della impotenza fisica_, un puro fenomeno _psicastenico_; sebbene -riconosca assai volentieri _l'inevitabile riverbero delle condizioni -organiche sul colore della filosofia_[123]. Che tale sia stato in -parte e, se si vuole, in molta parte, il pessimismo del Leopardi, -consento, e in qualche modo fu consentito anche da lui; perchè non fu -egli così saldo in ribattere la opinion di coloro che prima cagione -d'ogni sua filosofia dicevano essere i proprii suoi mali, che una -consimile opinione non portasse alcuna volta egli stesso. Nel _Dialogo -di Plotino e di Porfirio_, questi, ch'è pur sempre, sott'altro nome, -il poeta, parla della propria _disposizione_, cioè dell'avere in -fastidio la vita, e del conoscere che tutto è menzogna, illusione e -vanità, come di cosa che a lui proviene, _in buona parte, da qualche -mal essere corporale_[124]. E al Giordani aveva scritto sino dal -giugno del 1820, durante un breve tempo, in cui gli era sembrato di -potersi pur riavere: «Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come -uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io -giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva -più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza -dell'infelicità universale e necessaria»[125]. - -Ma il pessimismo non è di una sola maniera, nè ha, checchè possa -dirsi in contrario, una origine sola: e se quello del Leopardi è -prodotto, per una parte assai rilevante, dalla stessa sua complessione -fisica e psichica, e per un'altra parte, certo non piccola, dai casi -della vita, è pur prodotto in qualche misura dall'intelletto e dalla -ragione. Ciò non dovrebbe, parmi, essere così recisamente negato da -quegli scienziati, che avendo fatto il possibile per provare che non -v'è intelligenza nelle origini e nella universa vita del mondo, hanno -per ciò stesso contribuito a far sì che il mondo appaja spregevole e -divenga intollerabile all'intelletto. Dall'affrontarsi del razionale e -dell'irrazionale nasce una forma di pessimismo immediata e necessaria, -perchè la ragione, che non può negare sè stessa, non può, nell'atto -in cui si afferma, non negare il suo contrario. Un mondo irrazionale, -o tale presunto, deve di necessità apparir cattivo alla ragione; come -deve apparir cattivo al sentimento un mondo spoglio di sensitività; -e cattivo, se non pessimo, a tutto l'uomo un mondo che contrasta -agl'istinti e alle aspirazioni proprie della umana natura. Questo -pessimismo prorompe immediatamente dalla coscienza, e non v'è mente -che, pervenuta a certo grado di elevatezza e di amplitudine, non ne -sia capace, e può accompagnarsi con un'indole naturalmente gioconda, e -durare in mezzo a condizioni di vita, per quanto è possibile, riposate -e felici. Quando lo Shakespeare definisce la vita un'ombra che cammina; -e l'assomiglia a un povero commediante, che si pavoneggia e struscia -sulla scena un momento, e poi più non s'ode; e la dice una favola -recitata da un idiota, tutta piena di frastuono e di furore, vuota di -senso e di ragione; e quando afferma che noi siam fatti di quello onde -son fatti i sogni, e che la nostra picciola vita è tutta fasciata di -sonno[126]; è egli proprio necessario ch'altri sia un paranoico, un -lipemaniaco, un ipocondriaco, un degenerato per intendere le parole di -lui e assentire al giudizio? Un certo pessimismo nasce spontaneamente -dall'intelletto fatto autonomo[127]; e se a questo pessimismo non -diamo, per distinguerlo da ogni altro, lirico, religioso, politico, -il nome di filosofico, che molti in fatti gli ricusano, non so davvero -con qual altro nome e' si possa ragionevolmente chiamare. Che si possa -anche questo ridurre, così senz'altro, alla malattia e all'impotenza, -non vedo e non credo[128]. - -Il pessimismo del Leopardi fu, in parte, pessimismo filosofico. La -contraddizione fra l'idea e la realtà, fra la ragione e la natura fu -da lui chiaramente espressa in una lettera al Giordani, con queste -notabili e testuali parole: «.... questa è la miserabile condizione -dell'uomo e il barbaro insegnamento della ragione, che, i piaceri e -i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla -certezza della nullità delle cose sia sempre solamente giusto e vero. -E se bene, regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento -di questa nullità, finirebbe il mondo, e giustamente saremmo chiamati -pazzi, in ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe una pazzia -ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo tutte le saviezze -sarebbero pazzie, giacchè tutto a questo mondo si fa per la semplice e -continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla. -Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire quei poveri -filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento della -ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta nella cognizione -del vero, quando non c'è altro vero che il nulla; e questo pensiero, -ed averlo continuamente nell'animo, come la ragione vorrebbe, ci dee -condurre «necessariamente e direttamente a questa disposizione che ho -detto; la quale sarebbe pazzia secondo la natura, e saviezza assoluta e -perfetta secondo la ragione»[129]. - -Perciò non mi pajono aver ragione nemmanco coloro i quali asseriscono -il pessimismo del Leopardi essere pessimismo lirico puro e semplice, -tutto formato cioè di quel sentimento, o di quella mescolanza di -sentimenti, che i Tedeschi dicono _Weltschmerz_, e da taluno in Italia -fu chiamato dolore universale. Il pessimismo del Leopardi è moltiforme: -lirico, empirico, civile, filosofico; e negli schemi d'inni cristiani -che il poeta tracciava negli anni dell'adolescenza sono segni patenti -di pessimismo religioso. Lirico è il pessimismo che il poeta esprime -in tanti suoi versi, e quando per bocca di un pastore errante dell'Asia -esclama: - - Questo io conosco e sento, - Che degli eterni giri, - Che dell'esser mio frale, - Qualche bene o contento - Avrà fors'altri; a me la vita è male. - -Ma civile era apparso il pessimismo dei primi canti; e il pessimismo -che si serba empirico finchè si contenta di affermare l'eccesso e -la universalità del male, diventa filosofico allorquando passa ad -affermare la necessità ineluttabile di esso e la impossibilità del -rimedio. Perciò mi pare avesse ragione il Caro quando diceva che il -Leopardi dà del problema della vita una soluzione da cui è cancellato, -per quanto è possibile, il sentimento prettamente individuale, e che -quella soluzione egli innalza ed allarga sin là dove incomincia la -filosofia; e conclude con questo giudizio: «Par ce trait, que nous -voulions mettre en lumière, il se distingue nettement de l'école -des lyriques et des désespérés, où l'on a prétendu le confondre; il -n'a qu'une parenté lointaine avec les Rolla qui l'ont réclamé pour -leur frère: il les dépasse par la hauteur du point de vue cosmique -auquel il s'élève; il a voulu être philosophe, il a mérité de l'être, -il l'est»[130]. Di questa stessa opinione doveva essere ancora lo -Schopenhauer, quando giudicava nessuno mai aver trattato il tema del -dolore e della nullità della vita così profondamente ed interamente -come fece il Leopardi[131]. Resterebbe a vedersi se il Leopardi, -il quale notò «che molte conclusioni cavate da ottimi discorsi -non reggono all'esperienza»[132]; e si fece beffe della filosofia -aprioristica[133]; e disse di non ignorare «che l'ultima conclusione -che si ricava dalla filosofia vera e perfetta si è, che non bisogna -filosofare»[134]; e non immaginò nessuna metafisica; e non iscrisse -nè il romanzo dell'io, nè quello dell'idea, nè quello della volontà; e -disse tutto essere arcano fuor che il nostro dolore; non sia più vero -e maggior filosofo di molti che tengono largo, e forse troppo largo, -posto nella storia della filosofia antica e moderna. - -Se, togliendoci fuori dalle angustie e dalle intolleranze delle -scuole, noi teniamo essere filosofo colui che si affatica a formarsi un -concetto generale della vita e del mondo; colui che, avido di verità, -si sforza di conoscerla, senza riguardo alcuno al vantaggio proprio o -d'altrui, e che, conosciutala, ancorchè se ne senta offeso, ancorchè -se ne lagni, la manifesta e mantiene, sfidando biasimi, dileggi e -pericoli; se, dico, tale sia il nostro giudizio, dovremo dire che -il Leopardi, a dispetto di ogni mancamento o incertezza della sua -dottrina, fu un filosofo, e che non si può, senza ingiustizia, negargli -di filosofo il nome[135]. - - -CAPITOLO II. - -ESTETICA GENERALE DEL LEOPARDI. - -L'uomo non ha veramente altro desiderio che della felicità, e non -desidera e non ama la vita se non quanto la reputa strumento o -subbietto di quella. Scopo, non pur principale, ma unico della vita è -il piacere; e il vivere, per sè stesso, non è bisogno, perchè disgiunto -dalla felicità non è bene. Tale in sostanza il pensiero del Leopardi, -quale si trova chiaramente espresso in molti luoghi delle poesie e -delle prose[136]: e questo pensiero bisogna aver presente per ben -intendere la estetica di lui. - -Quanto è naturale nell'uomo il desiderio della felicità, altrettanto -la infelicità è necessaria. «Certo l'ultima causa dell'essere non è -la felicità; perocchè niuna cosa è felice»[137]. «Nessuna cosa credo -sia più manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i -viventi. Se questa infelicità non è vera, tutto è falso, e lasciamo pur -questo e qualunque altro discorso»[138]. Il poeta credette alcun tempo -che della infelicità propria fossero in tutto o in parte colpevoli gli -uomini stessi[139]; ma la opinione in cui da ultimo si fermò fu che -la infelicità nasce, non già da umano pervertimento, ma da necessità -di natura[140]. La sciagura umana è irreparabile, e non ha conforto -altro che il riso[141]. La felicità è impossibile anche per un momento -solo; tale il concetto del _Dialogo di Malambruno e di Farfarello_. -Non è possibile non patir sempre, sia per fatto degli uomini, o per -fatto della natura; tale il concetto del _Dialogo della natura e di un -Islandese_. La infelicità è maggiore negli animi più eccellenti; tale -il concetto del _Dialogo della natura e di un'anima_. E la vita è così -fatta che non si potrebbe per nessun modo sopportare, se non fosse -ogni poco interrotta dal sonno: «Tal cosa è la vita, che a portarla, -fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, -e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte»[142]. Ciò -nondimeno, dicendo che tutti gl'intervalli della vita umana frapposti -ai piaceri e ai dispiaceri sono occupati dalla noja[143]; e che la vita -allora riesce veramente cara, quando, scampatala da un pericolo, ci par -quasi di ricuperarla[144]; e che il solo modo che gli uomini abbiano -di gustare quella tanta felicità che può loro toccare in sorte si è di -rinunziare alla felicità[145]; il poeta viene a riconoscere che sono -nella vita alcuni piaceri (sebbene affermi il piacere esser figlio -d'affanno e il diletto non altro che un uscire di pena[146]), e che la -vita può essere, sia pure in qualche menoma parte, goduta, e che una -qualche felicità, sia pure scarsa, stentata, fuggevole, vi può trovar -luogo. - -E in fatti il poeta, ancorchè dica la vita _inutile miseria_ e spoglia -di qualsiasi frutto[147], pure enumera alcuni beni ond'essa vita è -consolata: primo fra tutti la giovinezza, poi l'amore, poi ancora le -dolci illusioni, i felicissimi inganni, i fantasmi consolatori. Qui ci -s'apre naturalmente il passo a discorrere delle idee estetiche di lui. - -L'amore fu pel Leopardi, più che altro, una fervente, ossequiosa ed -estatica ammirazione della bellezza sensibile; e in ciò si differenzia -notabilmente da altre forme dell'amore ideale, o, come suol dirsi, -platonico, ove si ostenta di non curare e di non istimare la veste -corporea e caduca dell'anima. Tale ammirazione può raccogliersi da -molti luoghi degli scritti del poeta, cui l'amore della bellezza già -faceva scordare negli anni giovanili l'amor della gloria[148]. _Beltade -onnipossente è maestra d'alto affetto_[149]; sembra rivelare _alto -mistero d'ignorati Elisi_[150]; però che un _caro sguardo_ è tra le -cose mortali la più degna del cielo[151], e la bellezza è, fra noi, -come una _viva immagine_ del cielo, e una fonte inenarrabile d'eccelsi, -immensi pensieri e sensi. - - Beltà grandeggia, e pare, - Quale splendor vibrato - Da natura immortal su queste arene, - Di sovrumani fati, - Di fortunati regni e d'aurei mondi - Segno e sicura spene - Dare al mortale stato[152]. - -E' pare dunque che il Leopardi, il quale sino dall'aprile del 1819 -scriveva al Giordani non trovare altra cosa desiderabile nella vita -_se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza_[153], -giudicasse spettare alla bellezza la dignità suprema, sopra quanto può -essere dall'uomo sentito, compreso, immaginato, ammirato. In ciò egli -si rivela indubitabilmente poeta, e molti furono in ogni tempo i poeti, -e generalmente parlando, gli artisti, che giudicarono nel medesimo -modo. Udiamo Alfredo De Musset: - - Or la beauté, c'est tout. Platon l'a dit lui-même: - La beauté sur la terre, est la chose suprême. - C'est pour nous la montrer qu'est faite la clarté. - Rien n'est beau que le vrai, dit un vers respecté; - Et moi, je lui réponds, sans crainte d'un blasphème: - Rien n'est vrai que le beau, rien n'est vrai sans beauté[154]. - -E udiamo il Baudelaire: «C'est cet admirable, et immortel instinct -du beau, qui nous fait considérer la terre et ses spectacles comme un -aperçu, comme une _correspondance_ du ciel... Ainsi le principe de la -poésie est, strictement et simplement, l'aspiration humaine vers une -beauté supérieure...»[155]. Un filosofo pessimista, il Hartmann, dice -la bellezza essere come l'aureola della vita, e non potere avere altro -scopo se non di consolare della sventura necessaria e irreparabile. -Qual altro scopo è più grande e più _utile_? - -Emanuele Kant scopriva maggior bellezza in un semplice ornato che nella -bellissima fra le donne, perchè la bellezza di costei è perturbata -da un elemento di finalità. Oh aberrazioni del preconcetto e del -sistema! Certamente il Leopardi non vide a quel modo. Per lui la più -alta forma della bellezza è per l'appunto la bellezza muliebre. Ma qui -è subito necessaria un'avvertenza, molto importante a ciò che dovrà -esser detto più innanzi. La bellezza che il Leopardi vagheggia nella -donna non è cosa esistente per sè ed in sè; è anzi il riflesso, e come -la individuazione, di una bellezza più alta, che il poeta ateo chiama -divina; di una vera e propria idea di bellezza, che sarebbe senz'altro -una delle idee di Platone, se il poeta non la dicesse talora figlia -della propria mente. Se come Dante fosse stato credente, il Leopardi, -come Dante, avrebbe detto essere la donna adorata - - una cosa venuta - Dal cielo in terra a miracol mostrare. - -Rileggansi quei noti versi dell'_Aspasia_: - - Raggio divino al mio pensiero apparve, - Donna, la tua beltà! - - Vagheggia - Il piagato mortal quindi la figlia - Della sua mente, l'amorosa idea. - Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude, - Tutta al volto, ai costumi, alla favella - Pari alla donna che il rapito amante - Vagheggiare ed amar confuso estima. - Or questa egli non già, ma quella, ancora - Nei corporali amplessi inchina ed ama. - -Da questi versi già si rileva che il Leopardi, in estetica, fu un -idealista, a quello stesso modo (conformità notevole) che fu un -idealista Alfredo De Vigny. - -E non poteva esser altro. Il giovinetto che, ignaro ancora dell'_acerbo -indegno mistero delle cose_, - - La sua vita ingannevole vagheggia, - E celeste beltà fingendo ammira[156]. - -s'avvede ben presto che la vita è vedova di bellezza, che il vero è -brutto; e quello stesso bello ch'egli aveva pur tanto ammirato nella -natura, gli si sforma ed offusca allo sguardo. Alfredo De Musset, nella -poesia testè citata, loda il Leopardi di _casto amore per l'aspra -verità_, e di questo amore dice ispirato il poeta; ma noi abbiam -veduto come fluttui l'animo del Leopardi nel far giudizio del vero; -e qui è pur forza riconoscere che, più particolarmente come poeta, -egli pone in diretto contrasto il vero col bello, e questo esalta, -quello deprime[157]. Il vero distrugge i sogni leggiadri, spoglia il -verde alle cose, dic'egli nella canzone al Mai; il vero è il maggior -contrario del bello, soggiunge nella _Comparazione delle sentenze di -Bruto minore e di Teofrasto_[158]. Altrove, alquanto più remissivo, -scriveva: «Certamente il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può -spesse volte porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello -è da preporre al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad -ogni altra cosa»[159]. - -Ma che è insomma il bello? Il Leopardi non s'arrischiò mai di darne -una definizione, e certo vide essere impossibile di trovarne una -che appaghi così il sentimento come la ragione. Non tentò nemmeno di -scoprire o d'inventare un canone di bellezza, e non indagò a quali -condizioni dell'organismo fisico per un verso, dell'organismo psichico -per un altro, risponda la impressione che produce in noi la bellezza -e il godimento che ne deriva. L'estetica non aveva ancora cercato -nella fisiologia e nella psicologia le nuove sue basi; e quella che, -fondata tutta nella metafisica, era sorta e fioriva in Germania, si -può dire che nemmen di nome fosse nota in Italia; dove opera capitale -in sì fatta materia erano pur sempre i ragionamenti _Del bello_, di -Leopoldo Cicognara, stampati la prima volta in Firenze l'anno 1808. In -questo libro si dà qualche contezza delle dottrine del Kant, ma così -scarsa e superficiale come poteva darla un uomo che diceva desiderabile -_un'esatta versione dal tedesco delle opere metafisiche del sig. -Kant per poter bene conoscere le sue idee su questo argomento_: e -il Lessing, il Winckelmann, lo Schiller vi sono nominati appena. La -estetica tedesca cominciò a penetrare in Italia soltanto verso il 1820, -per opera dei romantici[160]. - -Il Leopardi non dice che cosa sia il bello: egli si contenta di dire -che cosa il bello non è. Il bello non è il vero. Ma poichè il vero -è _ben altra cosa che la natura_[161], potrebbe darsi che il bello -fosse la natura. Questo credette il Leopardi nel tempo in cui scriveva -al Giordani: «Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo»[162]; -e questo ancora seguitò a credere per un pezzo; ma come più ebbe a -riconoscere nel mondo la scena ove si esercita - - il brutto - Poter che ascoso a comun danno impera, - -e nella natura una nemica; più si tolse da quella credenza, e finì -che disse poco essere il bello che la natura ci offre[163]. E il -bello non è l'utile, anzi è il suo contrario; almeno finchè per utile -s'intende ciò che dagli uomini comunemente s'intende: e qui è curioso -notare come il Leopardi venga a trovarsi d'accordo col Kant, con lo -Schiller, con lo Spencer, per non nominarne altri. Quello _Spettatore -Fiorentino_ che il poeta ebbe un tratto in animo di pubblicare, doveva -esser formato tutto d'idee negative e riuscire un giornale affatto -inutile[164]. Ma qui, per una inversione di ragionamento che trova la -sua piena giustificazione nella dottrina pessimistica del poeta (in -altre dottrine pessimistiche non la troverebbe, o la troverebbe più -difficilmente), l'utile diventa inutile e l'inutile utile. La vita -tutta quanta essendo, insieme col mondo in cui si produce e si agita, -una grandissima e disperatissima inutilità, ne viene di conseguenza -che inutilissime sono le operazioni e preoccupazioni tutte in cui gli -uomini si vengono tuttodì travagliando, con isperanza di far guadagno -e di fruire da ultimo della felicità faticosamente acquistata; e che -solamente utili sono quelle cose e fatiche, le quali arrecando qualche -diletto, fanno sì che gli uomini scordino i mali loro e quasi non -sappian di vivere. Non avendo la vita, per sè medesima, pregio alcuno, -è stolta affatto l'opera di coloro che, senza giovarla altrimenti, si -studiano di farla più lunga[165]; e solo meritano gratitudine coloro -che riescono ad alleviarne in qualche misura il peso e il fastidio. I -travagli hanno questo di buono, che non lasciano luogo alla noja, e non -dan tempo all'uomo di considerare la nullità della vita; ma poi hanno -questo di reo, che a prezzo di dolore ricomperano il benefizio; la qual -cosa non fanno i diletti che diconsi inutili. Sì fatti pensieri sono -dal poeta espressi con molta frequenza, con parole pronte e incisive. -Rileggansi tra l'altro, a questo proposito, i primi venticinque o -trenta versi della poesia _A Carlo Pepoli_, e un passo di lettera al -Giordani, ov'è affermato che il dilettevole è _utile sopra tutti gli -utili_[166], e il già citato preambolo allo _Spettatore Fiorentino_, -ove occorrono queste parole: «Lasciamo stare che, lo scopo finale di -ogni cosa utile essendo il piacere, il quale poi all'ultimo si ottiene -rarissime volte, la nostra privata opinione è che il dilettevole sia -più utile che l'utile»[167]. - -Ammesso ciò, non solo la letteratura sarà da stimare più utile che -tutte, quante sono, le scienze politiche e sociali, dette dal poeta -_discipline secchissime_[168]; ma le arti in genere saranno da avere -in assai maggior conto che le scienze in genere, e che l'altre forme -tutte, comunque preconizzate, dell'umano lavoro, e dovrannosi riverire -ed amare come sole alleviatrici e consolatrici della nostra sciagura. -Ed ecco che con ciò riman fermato e definito così l'oggetto, come il -fine e l'officio di quelle che il poeta, giovanissimo ancora, aveva -chiamate _care arti divine_[169]. - -Oggetto principalissimo, per non dire unico, delle arti sarà il -bello; e poichè il bello è il contrario del vero, saranno le vaghe e -dolci immaginazioni che velano il vero, e parano all'uomo, se non la -conoscenza, la _vista impura_[170] di esso. L'artista vive per rivelar -la bellezza. «Lieto, lietissimo vi voglio sempre, o mio Giordani, chè a -questo ci hanno a servire gli studi e la considerazione del Bello che -tutto giorno ci sforziamo d'imitare»[171]. Non è però che il Leopardi -voglia affatto escluso il brutto dall'arte, chè anzi, su questo punto, -egli aveva già contraddetto al Giordani, affermando che l'arte lo deve -pur conoscere e ritrarre, e ricordando che Omero, e Virgilio, ma sopra -tutti Dante, non l'avevano sempre schifato, e che il brutto, _imitato -dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare_[172]. Ma -insomma, egli mostra di dilettarsene poco, e non ci fissa su l'occhio, -e non ne ragiona volentieri, inconsapevole della nuova importanza -ch'esso stava assumendo nella dialettica di Giorgio Hegel e nella -fantasia e nell'arte dei romantici. - -Non è sempre vero quanto affermano alcuni, che i pessimisti sono poco -disposti a veder bellezza nelle cose reali, e inclinati a cercarla -nelle sole finzioni[173]. Ciò non si potrebbe dire, nè di un filosofo -pessimista quale lo Schopenhauer, nè di un poeta pessimista quale -il Leconte de Lisle; ma si può ben dire con la dovuta misura e -circospezione, di molti; ed è consentaneo alla loro natura e alla loro -credenza. Da giovane il Leopardi pensò (probabilmente senza troppo -discutere con sè stesso e ripetendo opinione divulgatissima) che -_ufficio delle belle arti sia d'imitare la natura nel verisimile_[174]; -e vedremo ch'egli a così fatta imitazione non rinunziò mai, e che anzi -ebbe sempre l'occhio alla realtà, per modo da dare ai critici occasione -e motivo di parlare del verismo e del realismo di lui; ma, considerata -debitamente ogni cosa, non si può negare che il Leopardi si compiaccia -più della finzione che della realtà, com'è in più particolar modo -provato dalle _Operette morali_, dove le _posizioni_ e i temi sono, -pressochè sempre, non pure ideali, ma fantastici ed impossibili; e come -è ancora provato dalle parole di quella curiosa confessione che una -volta il poeta fece al Jacopssen, di fuggire, cioè, durante la veglia, -le donne che aveva vagheggiate nel sogno[175]. - -Studii del bello, affetti, immaginazioni, illusioni, il Leopardi vuole -che tutti insieme si adoperino a conforto della infelicità nostra[176]. -Egli vive in un perpetuo desiderio di dilettose immagini, rimpiange -i dolci sogni della fanciullezza, non sa darsi pace della giovinezza -perduta e delle care illusioni perdute con quella. Non v'è poeta che -non abbia pianta la giovinezza; ma le ragioni del pianto non sono -le stesse per tutti: e certo i più lamentarono perduta con essa la -facoltà di godere, anzichè la facoltà d'ingannarsi; e qualcuno, come -lo Chateaubriand, non tanto dilesse la giovinezza, quanto detestò -la vecchiaja, vedendo in essa quasi una ingiuria e uno sfregio alla -dignità ed al decoro della persona. Il Leopardi non altra felicità -propriamente persegue con l'inutile desiderio se non quell'una, in -cui l'anima, soggiogata dal _possente errore_ e dagli ameni inganni, -deliziosamente si abbandona, ignara dell'_acerbo indegno mistero delle -cose_, inconscia quasi di sè. - - Era quel dolce - E irrevocabil tempo, allor che s'apre - Al guardo giovanil questa infelice - Scena del mondo e gli sorride in vista - Di paradiso[177]. - - O speranze, speranze; ameni inganni - Della mia prima età! sempre, parlando, - Ritorno a voi; chè per andar di tempo, - Per variar d'affetti e di pensieri, - Obbliarvi non so[178]. - -Senza affetti e senza errori gentili la vita è notte a mezzo il -verno[179]; e dileguata la giovinezza, la vita appare abbandonata e -scura, e non si colora più mai d'altra luce, e l'uomo è fatto estraneo -alla terra[180]. Sopra tutte le cose è da aborrir la vecchiezza, -perchè chiusa alle care illusioni; e da aborrir sono i vecchi, -che la giovinezza già per sè fuggitiva si studiano di spegner nei -giovani[181]. Però Consalvo è lieto di morire in sul fior dell'età. - -«Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle -_care illusioni_», scriveva in età di ventidue anni il Leopardi al -Brighenti[182]. E non molti giorni innanzi aveva scritto al Giordani: -«Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo -modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo o -di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e -compongono tutta la nostra vita»[183]. In questa opinione durò egli -poi lungamente, salvo qualche contraddizion passeggiera di tanto in -tanto, e salvo ancora che in certi tempi verità e menzogna egli involse -nello stesso disdegno. Non sarà fuor di luogo notare che il fratello -Carlo fu in ciò dello stesso sentire di Giacomo. In una lettera che -il primo scriveva al secondo ai 16 di dicembre del 1822, si legge: -«In conclusione si è sempre detto, che le città grandi non sono fatte -per l'uomo di sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il -mondo: _le pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être -habité_»[184]. - -Ma qui nasce un dubbio che, date certe contraddizioni del pensiero -leopardiano, non è agevol cosa risolvere. D'onde provengono nell'animo -umano queste benedette illusioni, che sole dànno pregio alla vita, -e sole ne temperano la infelicità? Nella lettera al Giordani testè -ricordata il poeta scriveva: «Io credo che nessun uomo al mondo in -nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni, -perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma della -natura; la quale _expellas furca, tamen usque recurret, Et Mala -perrumpet furtim_ FASTIDIA _victrix_»[185]. E così in molte altre -occasioni lodò la natura quale soccorritrice di lieti inganni e di -felici ombre, e perchè, con benefica impostura, si studiò di occultare -e di trasfigurare agli uomini la parte maggiore della infelicità -loro[186]; ma una lode di tal maniera, se suona bene sulle labbra di -un discepolo del Rousseau, non può non disdire sulle labbra di tale a -cui giudizio essa natura fu _madre in parto ed in voler matrigna_, e di -tutt'altro curante che del male nostro o del bene, e tale insomma che, -discordando affatto dalle nostre _vaghe immagini_, e chiusa ad ogni -pietà, ci danna irreparabilmente al dolore[187]. - -Essendo che la natura, secondo si ragiona nel _Dialogo della natura -e di un'anima_, è una specie di essere medio, intermediario fra il -destino e le creature, potrebbe darsi che le illusioni ci scaturissero -da una qualche fonte soprammondana e soprannaturale; fossero alcun -che di simile alle idee tipiche di Platone. E a sì fatto concetto -sembra che si conduca alcuna volta il poeta; sebbene non sia possibile -intendere come dal _brutto_ - - Poter che ascoso a comun danno impera - -emani il bello, fluiscano le sole consolazioni che all'uomo sia -dato sperare. Ma noi contentiamoci di venir notando le varie -conformazioni del pensier del poeta, e non pretendiamo, chè sarebbe -impresa disperata, sciogliere le contraddizioni in cui esso si viene -avvolgendo. Pongasi mente a que' versi della canzone _Alla sua donna_ -ove il poeta invoca ed esalta, non una donna reale, non una donna -idealizzata, ma propriamente l'idea della donna[188]: che dice il -poeta? - - Già sul novello - Aprir di mia giornata incerta e bruna, - Te viatrice in questo arido suolo - Io mi pensai. Ma non è cosa in terra - Che ti somigli; e s'anco pari alcuna - Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, - Saria, così conforme, assai men bella. - -Abbiamo qui, al modo stesso che nell'_Aspasia_, l'archetipo, da cui -riceve, o potrebbe ricevere, forma e vita e movimento la cosa reale e -sensibile: e il poeta medesimo avverte, fra il serio e lo scherzoso, -che forse è quella una delle idee di Platone[189], e da ultimo esce in -questo saluto: - - Se dell'eterne idee - L'una sei tu, cui di sensibil forma - Sdegni l'eterno senno esser vestita, - E fra caduche spoglie - Provar gli affanni di funerea vita; - O s'altra terra ne' superni giri - Fra' mondi innumerabili t'accoglie, - E più vaga del Sol prossima stella - T'irraggia, e più benigno etere spiri; - Di qua dove son gli anni infausti e brevi, - Questo d'ignoto amante inno ricevi. - -Da questa poesia all'_Aspasia_ corsero all'incirca dieci anni[190]: -onde si vede che l'accostamento del Leopardi a Platone non fu nè -accidentale, nè passeggiero. - -Ed ecco ora il Leopardi e lo Schopenhauer, senza sapere l'uno -dell'altro, giungere per diverse vie a un punto medesimo, accordarsi -nel medesimo pensamento. Com'è noto, lo Schopenhauer immagina che la -volontà crei primamente i tipi ideali, i quali calandosi poi nelle -cose acquistano esistenza individuata e concreta. Il bello non è nella -cosa, ma nella idea, che si apprende per la contemplazione estetica; -e oggetto proprio ed essenziale dell'arte è l'idea, e vero suo officio -manifestare l'idea; la quale, secondo che lo Schopenhauer si piace di -affermare e di ripetere, va intesa appunto come la intendeva Platone: -onde la scienza è il modo aristotelico di guardare le cose, l'arte -il modo platonico[191]. E il Leopardi e lo Schopenhauer vengono a -trovarsi d'accordo (cosa da quest'ultimo non desiderata di certo) con -Giorgio Hegel, il quale afferma non altro essere il bello se non la -manifestazione dell'idea nell'opera d'arte. Le illusioni e i fantasmi -accarezzati e glorificati dal Leopardi si possono considerare come -disegni e archetipi di cose che l'uomo vorrebbe che fossero e non sono. - -Ma vengano in origine dalla natura, o vengano d'altronde, le illusioni -allignano nell'animo umano, e ricevono conformazione e colore dal -sentimento e dalla fantasia. Di qui il grande valore che il Leopardi -riconosce a entrambe queste potenze, di cui non si stanca di dire -le lodi. Al Giordani scriveva nel marzo del 1820 di non arrivare «a -comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti -vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo»[192]. E al Jacopssen nel -giugno del 1823: «En effet, il n'appartient qu'à l'imagination de -procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit -capable. C'est la véritable sagesse que de chercher ce bonheur dans -l'idéal, comme vous faites. Pour moi je regrette le temps où il m'était -permis de l'y chercher, et je vois avec une sorte d'effroi que mon -imagination devient stérile, et me refuse tous les secours qu'elle -me prêtait autrefois»[193]. Il che non era poi tanto vero, se nel -febbrajo del 1828 poteva scrivere da Pisa alla sorella: «Vi assicuro -che in materia d'immaginazioni mi pare di esser tornato al mio buon -tempo antico»[194]; al tempo cioè in cui altamente si scandolezzava dei -poeti e delle poetesse di Roma che persino i nomi ignoravano di genio, -d'immaginazione, di sentimento, e di ciò al fratello Carlo scriveva -indignate parole[195]. Dal _caro immaginare_ derivava egli l'una -parte (derivando l'altra dal _dolce rimembrare_) delle maggiori e più -schiette sue gioje; e se pure gli avvenne di dire una volta: - - dell'imago, - Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago[196], - -egli è nondimeno da credere, dopo quanto siamo venuti notando, che di -nessun vero si appagasse mai tanto quanto delle immagini che gli creava -la fantasia. Di qui una conseguenza importante: facoltà creatrice -dell'arte sarà, a giudizio del nostro poeta, per eccellenza la -fantasia. - - Te punge e move - Studio de' carmi e di ritrar parlando - Il bel che raro e scarso e fuggitivo - Appar nel mondo, e quel che, più benigna - Di natura e del ciel, fecondamente - A noi la vaga fantasia produce, - E il nostro proprio error. Ben mille volte - Fortunato colui che la caduca - Virtù del caro immaginar non perde - Per volger d'anni; a cui serbare eterna - La gioventù del cor diedero i fati; - Che nella ferma e nella stanca etade, - Così come solea nell'età verde, - In suo chiuso pensier natura abbella, - Morte, deserto avviva[197]. - -In questi notabilissimi versi sono indicati l'oggetto, o vogliam dire -la materia, e il fine e l'officio dell'arte. L'arte ritrae il bello, -e più propriamente il bello creato dalla fantasia; l'arte abbella la -natura e la vita. Per il Leopardi, come per lo Schopenhauer, essa è -una consolatrice, una emancipatrice, sia pur momentanea. I pessimisti -essendo, se non per sentimento, per logica necessità, nemici della -natura, non possono non essere grandi amici di quell'arte che li trae -fuori del _peggiore dei mondi possibili_, e li trasporta in ispirito -nel migliore dei mondi immaginabili. Però l'arte, agli occhi dei -pessimisti, non può essere quel giuoco che parve allo Schiller e allo -Spencer: anzi, sebbene sia un inganno, o appunto perchè un inganno[198] -è la cosa più seria, diciam pure la sola seria, che la vita ci offra. -L'arte non fa, come comunemente si predica, della realtà una finzione; -ma fa, per contrario, della finzione una realtà. Il Baumgarten, -discepolo del Leibniz, e inventore di questo nome di estetica da -lui dato alla scienza del bello, tenendosi stretto all'ottimismo -dommaticamente rigido del suo grande maestro, giudicava superba, -perversa, ingiuriosa alla divinità l'arte eterocosmica, l'arte, cioè, -che presume, fingendo, di creare un mondo migliore di quello esistente; -e il Kant fu dello stesso sentire; e dello stesso sentire doveva essere -Dante, quando formava il concetto di un'arte che, essendo a Dio quasi -nipote, e però figlia della natura, questa - - quanto puote - Segue, come il maestro fa il discente[199]. - -Per contro l'arte eterocosmica dev'essere quella a cui i pessimisti -si sentono maggiormente inclinati; i quali difficilmente potranno -consentire a Platone che l'arte sia di gran lunga inferiore alla -natura, e più volentieri staranno con quei filosofi che la prima, -considerata quale opera dello spirito, pongono risolutamente sopra la -seconda, considerata quale opera di cieche energie; e, generalmente -parlando, la forma d'arte verso cui inclineranno, sarà tanto più -eterocosmica, quanto maggiore disgusto essi proveranno della vita e -del mondo; salvo che per deliberato proposito non vogliano giovarsi -dei sussidii dell'arte per far vedere e sentire vie meglio la disperata -miseria dell'una e dell'altro[200]. - -Il Byron, sul punto di partir per la Grecia, d'onde non doveva più -fare ritorno, diceva d'avere abbracciata la poesia per non sapere che -altro fare di meglio, e in ogni tempo fece più stima assai dell'azione -che dell'arte. L'animo del Leopardi dovette ondeggiar lungamente fra -contrarii giudizii, e non quietarsi mai del tutto in nessuno. Quando -scriveva da Roma nel novembre del 1822 al fratello Carlo: «Ho bisogno -d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita»[201], gli è probabile -ch'egli ponesse l'azione, il moto e il fervor della vita, sopra l'arte; -ma quando, dimenticate oramai le Termopile, e dimenticato Simonide, -nel luglio del 1828, alludendo al conte Andrea Broglio, morto ancor -egli in Grecia, scriveva al padre: «Io non sapeva che il suo fanatismo -l'avesse portato ad andare ad esporre la vita per causa e patria non -sua»[202] gli è probabile ch'ei portasse tutt'altro giudizio; sebbene -fosse l'anno appunto in cui si rallegrava d'esser tornato, in materia -d'immaginazioni, al suo buon tempo antico. - -Qui pare ci si discopra un'altra contraddizione del Leopardi. Se -officio dell'arte, anzi sua propria ragione, si è di mitigare la -nostra sciagura, di farcela in qualche parte scordare, sostituendo -un mondo di dilettose finzioni a questo mondo di tormentosa realtà, e -restaurando nella fantasia le care illusioni che la vita viene tuttodì -disfacendo; perchè non si conforma a questo fine l'arte di lui? perchè -la sua poesia si ostina a farci vie più consci del mal che ci strugge, -e sempre ci ripone sott'occhi l'aborrito vero, e invece di ricrear le -illusioni si appaga di piangerle? Non dovrebbe appunto la sua poesia -essere come quella divina arte della musica, di cui dice egli stesso -che sembra rivelare _alto mistero d'ignorati Elisi_? La domanda par -ragionevole, e che non lasci luogo a risposta; ma ci si può rispondere; -e la contraddizione non è così acuta come può a prima giunta sembrare. - -Premettiamo una osservazione d'indole generale. Un poeta pessimista -può certo, facendo tacere la voce del proprio dolore, appartandosi -in qualche modo e per qualche tempo dalla propria dottrina, produrre -una poesia dove non appajano se non immagini dilettose e serene, non -respirino se non sentimenti dolci o vivificanti, e la stessa natura sia -ritratta con lieti e chiari colori, fuori, per così dire, dell'ombre -consuete del suo proprio pensiero: nè si può asserire che una poesia -così fatta manchi in tutto al Leopardi. Ma bisogna pur riconoscere che -le altre arti, e in più special modo la musica, possono servire a cotal -dissimulazione del vero assai meglio e assai più che non l'arte della -parola. La parola ha significazione troppo determinata e precisa, e più -che ogni altro segno di cui possa giovarsi lo spirito umano a palesare -sè stesso è legata al vero; onde torna difficile al pessimista, sia pur -egli poeta, mentire un mondo tutto ideale con quelle stesse parole con -cui, da altra banda, viene descrivendo e giudicando il mondo reale. -Non v'è frase musicale che propriamente affermi o impugni alcun che; -non v'è per contro proposizione che non asserisca il vero (accertato -o presunto), o nol contraddica; e però gli è quasi impossibile che il -poeta pessimista non iscopra nella propria poesia la propria credenza, -non vi lasci scorgere la preoccupazion sua consueta, non vi porga -testimonianza di sè. Si sforzi egli pure, come il Leconte de Lisle, di -riuscire oggettivo, sereno, impassibile; la sua poesia ritrarrà sempre -del colore della sua anima, sarà sempre, in un modo o in un altro, un -documento di pensier pessimistico. - -Ciò premesso in generale, vi sono, per quanto spetta al Leopardi in -particolare, altre osservazioni da soggiungere. Può dirsi, non senza -ragione, che la sua poesia ritrae troppo del colore della sua anima, -ripete, troppo insistentemente, la dottrina pessimistica di lui; e -qualcuno potrebbe prenderne argomento a giudicare che più conferisca -all'arte l'ottimismo, quando si sforza di attirar l'attenzione sul -bello delle cose, che non il pessimismo, quando d'altro non si cura -che di metterne in mostra il brutto. Ma primamente è da considerare -che l'arte, quando troppo si diletti delle belle finzioni, e solo in -formar quelle si eserciti, corre pericolo di mancare al proprio suo -fine, e di riuscire, non alleviatrice, ma aggravatrice dell'umano -dolore, facendo che l'uomo, per ragion del contrasto, sempre più si -disgusti e s'infastidisca di quella realtà in cui è pur forza che -viva, e che il pessimista, rifugiandosi tutto nel sogno inattuabile, -divenga sempre più pessimista. Per contro, la poesia che esprime -dolore universale tende, favorendo la simpatia, a consolare tutti i -sofferenti, conformemente all'antico adagio _solamen miseris socios -habuisse malorum_[203]. Avvertì Seneca nulla farci tanto sentire che -noi siam membri di un solo corpo quanto la comunanza e universalità -del dolore; e veramente la morale non può trovare altra base che sia -più vera e più salda di questa. Così appunto la intese il Leopardi, -quando nella _Ginestra_ prese a esortar gli uomini a stringersi in -lega contro l'avversa natura; dove inaspettatamente vediamo scaturire -dal pessimismo un principio d'azione. Ma c'è altro a dire. Quando per -condizioni di tempi e di coltura il vero non si può più oltre celare, -non tanto giova che l'arte lo contraddica, quanto che lo rattemperi. -Se il vero è amaro per sè, _condito in molli versi_ tornerà meno -amaro. Se non restaura illusioni, che la conoscenza del vero ha -irreparabilmente disfatte, il nostro poeta una almeno ne tiene viva, -e non la men nobile, e non la meno benefica: quella della bellezza. I -suoi versi sono, chi può negarlo? i più disperati che mai si scrissero; -ma poche volte al mondo se ne scrissero di più belli. Il dolore che -così intensamente li affanna, è mitigato e come incantato dal fascino -onnipossente della bellezza; e non v'è pessimismo che tenga; dov'è -tanta bellezza, non può non essere godimento. Anche una volta l'arte -trionfa della natura; l'uomo, del suo destino. Che importa se i -pensieri son tristi, se il vero piange e sospira? - - Our sweetest songs are those that tell of sadest thougt. - -Non isfuggì alla perspicacia del Goethe che l'artista si libera -di molta parte della sua pena quando riesce ad estrinsecarla, a -realizzarla nell'opera d'arte. Scrivendo il _Werther_ egli guarì del -male onde Werther perisce. I poeti consolano e deprecano col canto -i proprii dolori. Il Leopardi, esprimendo in versi immortali la -disperazione della vita, si consolò alcuna volta di vivere; e tutti -coloro, che, soffrendo dello stesso suo male, leggeranno con puro -animo que' versi, ne riceveranno il medesimo beneficio. La bellezza -li avvolgerà del suo lume, li penetrerà del suo calore, medicherà le -loro ferite, trasmuterà per un giorno, o per un'ora, il loro dolore in -dolce, tenera, appassionata letizia. - -L'arte è opera del genio, il quale nel fervore dell'entusiasmo la -concepisce e la crea. Dove non è entusiasmo, arte non nasce. Disse -una volta il Beethoven a Bettina Brentano: l'artista vero non piange, -ma è pieno di entusiasmo. No; l'artista vero può piangere e ridere; -ma se, piangendo o ridendo, non fosse pien d'entusiasmo, non sarebbe -vero artista. L'entusiasmo è un'accensione di animo innamorato -e una esaltazion di potenza. Non si ama a freddo nè la donna, nè -l'arte: i frigidi sono esclusi in perpetuo dal regno dell'amore. Sia -che si voglia della frigidità fisiologica del Leopardi in materia -d'amore[204], in materia d'arte egli frigido non fu davvero. Ho già -recato alcuni luoghi di lettere, ov'egli parla dell'entusiasmo come di -cosa affatto necessaria alla vita: se ne potrebbero recare degli altri. -Il Leopardi non avrebbe mai consentito a quella opinione del Baudelaire -che disse: «L'inspiration c'est une longue et incessante gymnastique». -Egli sa, per propria esperienza, quanto il genio debba allo studio -perseverante, alla meditazione, all'esercizio; ma non può però credere -che il genio altro non sia se non una _lunga pazienza_. Il genio è per -sè stesso, o non è. Se è, la lunga pazienza lo può fecondare, nutrire, -corroborare, correggere; se non è, la pazienza, per quanto lunga, non -può farlo nascere. Il Leopardi parla del genio come di cosa stupenda, -incomprensibile e che trascenda la umana natura; e ciò ch'ei ne dice, -ricorda più d'una volta ciò che ne dice lo Schopenhauer, il quale lo -ammira e lo celebra senza fine, sebbene lo giudichi anch'egli quasi -prossimo alla pazzia[205]. Il genio consiste, secondo il Leopardi, -in una maggiore _intensione di vita_, ed è contraddistinto da una -particolare _finezza d'intelletto_ e _vivacità d'immaginazione_, le -quali fan sì ch'esso abbia poca signoria di sè stesso, e, sopraffatto -_dalla grandezza delle proprie facoltà_, incontri continuamente _mille -dubbietà nel deliberare, e mille ritegni nell'eseguire_; sia poco -atto a provvedere alle minute necessità della vita, e necessariamente -infelice[206]. Lo Schopenhauer mostra di essere sostanzialmente -della stessa opinione quando dice che il genio, il quale consiste in -un eccesso d'intelletto, è di sua natura irrequieto e insaziabile, -nemico della ragionevolezza pedestre e del senso comune, soggetto alla -passione, _emancipato_ (?) dalla volontà. Pel Leopardi, come per lo -Schopenhauer, la fantasia è strumento meraviglioso e necessario del -genio. Per entrambi, ciò che più particolarmente contraddistingue -il genio si è la intuizione, la divinazione. Il genio poetico sembra -fosse giudicato dal Leopardi il più alto e mirabile. I poeti lirici, -in uno istante, «scuoprono tanto paese, quanto ne sanno scoprire i -filosofi nel tratto di molti secoli», dic'egli nella _Comparazione -delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto_[207]. Il Carlyle, -rifacendo uno del poeta e del profeta, esclama: «Entrambi penetrano -il sacro mistero dell'universo, quello che il Goethe chiama secreto -aperto»[208]. - -Vediamo ora quale sia, se così è lecito esprimersi, il campo estetico -del nostro poeta, o, per usare altri termini, quanto giri e che -chiuda il cerchio delle sue impressioni estetiche e dell'estetico -suo godimento. Tutti sanno che anche in ciò passano tra gli uomini -differenze grandissime; e che, mentre per i più quel cerchio si volge -breve in sè stesso, e per molti tanto si rinserra che quasi si riduce -in un punto, per alcuni pochissimi tanto quasi si allarga quanto -il cerchio del sensibile e dell'intelligibile. Per non citare altri -esempii che di poeti, il cerchio estetico di un Dante sta al cerchio -estetico di un Savioli, o di un Vittorelli, come, nel nostro sistema -solare, l'orbita di Nettuno all'orbita di Mercurio. - -Prima di tutto è da riconoscere un fatto. La estensione del campo -estetico è determinata quanto allo insieme, in ciascuno di noi, dal -grado della recettività, dalle attitudini, dalla complessione fisica -e psichica: e il godimento estetico è più o meno variato, largo ed -intenso, secondo ch'è maggiore o minore la generale capacità nostra -rispetto al piacere. Complessioni diverse, capacità diverse, dànno -luogo a inclinazioni e dottrine diverse[209]. Suppongansi due uomini, -di cui l'uno abbia i sensi corporei, e specialmente i superiori, assai -validi, pronti ed acuti, e l'altro gli abbia, per contro, deboli, -tardi ed ottusi; l'uno, vigoroso e vigile senso morale; l'altro, -rilassato e neghittoso; l'uno sia più ricco di fantasia che di ragione; -l'altro, più di ragione che di fantasia: i loro campi estetici saranno -necessariamente diversi, diversa in ciascuno la natura e la misura del -godimento, diverse, in ultimo, le dottrine ch'essi potranno venire -ideando. Fra la estensione del campo estetico e la estensione del -godimento estetico passa (è quasi superfluo il notarlo) strettissima -relazione; ma a un campo d'impressioni assai esteso può corrispondere -un debole grado di godimento, e, per contro, a un campo d'impressioni -più ristretto può corrispondere un grado di godimento molto più -intenso. Estensione ed intensione non sono sempre in ragione diretta -fra di loro; ma non sono nemmeno necessariamente in ragione inversa, -sebbene in molti casi possano essere. Un dilettante può gustare -tutte le arti, e di ciascun'arte tutte le forme, e godere di tutte -moderatamente: un artista di professione può non gustare che l'arte -propria, ma di quella godere intensissimamente. Da altra banda può -avvenire che l'una forma di godimento promuova l'altra, e l'azione e -reazione dell'una sull'altra produca come una generale elevazione di -potenza. In un Goethe la estensione del godimento sembra accrescere -la intensione; e il Rinascimento nostro ci offre esempii mirabili -di corrispondenza diretta fra la estensione del campo estetico e la -intensione del godimento estetico, e di feconda fusione del dilettante -e dell'artista in uno. - -Qual è il campo estetico del Leopardi, e come circoscritto? Dovrò -più innanzi, parlare di proposito dei sensi corporei di lui; ma qui -è da notare che, fatta eccezion dell'udito, egli non ebbe sensi molto -validi, e che scarse furono in lui l'energie della vita di relazione. -Nel campo estetico del Leopardi terranno minor luogo le impressioni -derivate immediatamente dai sensi, dal movimento, dallo sforzo, ecc., e -di ciò si vedranno, sino ad un certo segno, gli effetti nell'arte sua. - -Il Leopardi sentì molto, come vedremo, la musica, ma non molto le -arti figurative e l'architettura. Nella canzone _Sopra il monumento -di Dante_ egli parla con calore delle _care arti divine_, ricorda con -isdegno l'_opre divine_ degl'italici ingegni tratte a misera schiavitù -oltre l'Alpi, invita il _guasto legnaggio_ a mirare, insieme con le -ruine che fan testimonio dell'antica grandezza, - - E le carte e le tele e i marmi e i templi; - -ma non si vede che tele e marmi e templi, in Roma, in Firenze, in -Pisa, o in qual si voglia altra città, abbiano mai prodotto nell'animo -suo una grande impressione; e il silenzio delle sue lettere a -questo riguardo è veramente curioso e significativo. La grandezza -e la magnificenza di Roma destarono in lui assai più sgomento che -ammirazione. «Il materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini -di qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la popolazione -di Roma non basta a riempire la piazza di San Pietro. La cupola l'ho -veduta io, colla mia corta vista, a 5 miglia di distanza, mentre io -era in viaggio, e l'ho veduta distintamente colla sua palla e colla -sua croce, come voi vedete di costà gli Apennini. Tutta la grandezza -di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero -dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste -fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, -sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d'essere spazi che -contengano uomini»[210]. «Credi, Carlo mio caro, che io son fuori di -me; non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il demonio -non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo non provo il menomo -piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non lo sento, e -t'accerto che la moltitudine e grandezza loro m'è venuta a noia dopo il -primo giorno»[211]. Bada a dire un gran male dei Romani, così maschi -come femmine, e in ispecie dei letterati, che pur gli avevano fatto -accoglienze onorevoli; ma di quelle ruine, il cui spettacolo sembra -che tanto avrebbe dovuto affarsi alla disposizione dell'animo suo e -all'indole della sua coltura; di quelle ruine che inspirarono tanti -grandi poeti, il Leopardi non fiata[212]. E similmente non fiata nè -di tele, nè di marmi, nè di templi. Solo una volta scrive celiando al -fratello Carlo: «certo che il parlare a una bella ragazza vale dieci -volte più che girare, come fo io, attorno all'Apollo di Belvedere o -alla Venere capitolina»[213]. - -Ma riconosciuta questa tepidezza nel Leopardi, non vorrei che altri -la dicesse a dirittura freddezza, e credesse il poeta chiuso affatto -a ogni impression di quell'arti che per gli occhi parlano al cuore e -alla mente. Sin dalle prime lettere scritte al Giordani il Leopardi -mostrava curiosità grande di vedere ciò che quegli veniva scrivendo -intorno ad opere di scultura e di pittura, e una volta chiedeva -all'amico se un'opera del Cicognara (e senza dubbio alludeva alla -_Storia della scultura_) poteva tornargli utile[214]. Quelle parole -al fratello Carlo non s'hanno a prendere troppo sul serio. Esse non -possono significare in bocca di un giovane di ventiquattr'anni ciò che -forse significherebbero in bocca d'uom più maturo; e del resto provano -che il poeta non aveva omesso d'andare a _girare_ intorno ai capilavori -dell'arte antica. E qui è a notare che il Leopardi sembra abbia gustata -più la scultura che la pittura, più la forma che il colore. Uno de' -suoi più vivi desiderii, andando a Roma, era di conoscervi il Canova, -e uno de' suoi dispiaceri più grandi fu di saperlo già morto da un -mese quand'egli vi giunse: onde al Giordani scriveva: «Che ti dirò -di Canova? Vedi ch'io son pure sfortunato, come soglio, poichè quando -aveva pure ottenuto, dopo tanti anni e tanta disperazione, d'uscire dal -mio povero nido e veder Roma, il gran Canova, al quale principalmente -era volto il mio desiderio, col quale sperava di conversare intimamente -e di stringere vera e durevole amicizia col mezzo tuo, appena un mese -avanti il mio arrivo in questa città piena di lui, se n'è morto»[215]. -Chi pensi il carattere e i temi dell'arte canoviana, potrà facilmente -supporre che a far nascere e crescere nell'animo del Leopardi -l'ammirazione pel grande scultore, erede e rinnovatore dell'arte greca, -valsero non poco gli studii e il grande amore dell'antichità; ma valse -di certo, per la sua parte, il senso delle belle forme. - -Comunque sia, di nessun pittore parlò il Leopardi come parlò del -Canova; e mentre, ne' suoi versi, di pitture non è quasi parola, se -non in quel fuggevole accenno delle _Ricordanze_ alle _dipinte mura_, -ai _figurati armenti_ e al _sol che nasce su romita campagna_; alcune -delle migliori poesie traggono la inspirazione e l'argomento da opere -di scultura, sia immaginate, sia vere; e così, oltre alla canzone -_Sopra il monumento di Dante_[216] abbiamo le due: _Sopra un basso -rilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in -atto di partire, accomiatandosi dai suoi_; e _Sopra il ritratto di -una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_. -Notisi che in queste due ultime poesie il poeta associa alla bellezza -femminile, ch'è per lui la più alta forma della bellezza, quella tra le -arti che, dopo la musica, è da lui più gustata; ma abbiam già veduto, -e in seguito vedremo anche meglio, che la musica similmente egli trova -modo di associare a quella bellezza, attribuendo ad entrambe la stessa -virtù rivelatrice di arcane beatitudini. Una osservazione ancora a -questo proposito. Altra è la bellezza della donna, altra la bellezza -dell'opera d'arte; altre le ragioni della commozione che produce in -noi la prima, altre le ragioni della commozione che produce in noi -la seconda; ma non è possibile avere così vivo senso della bellezza -della persona umana, com'ebbe il Leopardi, senz'avere in pari tempo -un qualche senso delle arti figurative. Al Leopardi, più che il senso -interno, fece difetto l'esterno. Gli occhi vulnerati e stanchi non -concedevano al poeta tutto il godimento di cui l'animo sarebbe stato -capace; e più di una volta, per certo, egli si tenne dallo andar -ricercando ciò che non avrebbe potuto contemplare senza preoccupazione -e tormento. Però scriveva da Firenze a Pietro Brighenti: «Firenze non -sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita. -Ma durando ancora la mia debolezza degli occhi, e però non avendo io -ancora potuto vedere le tante cose rare e notabili di questa città, -mi fermo tuttavia qui, perchè, se partissi, il viaggio sarebbe stato -_quasi inutile_»[217]. Lo Schopenhauer che questa miseria non conobbe, -nè la più parte dell'altre che afflissero il cantore della _Ginestra_, -fu, in Germania e in Italia, e pertutto ov'ebbe a trovarsi, un -appassionato e diligente visitatore di chiese, di gallerie, di musei: -e da quadri e da statue, che più d'una volta gl'inspirarono versi, -trasse argomenti a conferma delle proprie dottrine. Alcune arti il -Leopardi amò presso a poco a quel modo che amò le donne, platonicamente -vagheggiandole nella fantasia; ma questo amor gli fu caro, ed egli -pensava con angoscia al tempo in cui - - Ogni beltate di natura o d'arte - -diverrebbe inanime e muta al suo spirito[218]. - -Se ricordiamo che l'arte del ballo fu definita una scultura mobile e -vivente; se consideriamo che quest'arte sembra inventata a bella posta -per accrescere seduzione e dare ogni maggiore spicco alla bellezza e -alla grazia muliebre; intenderemo perchè tanto piacesse al Leopardi -lo spettacolo coreografico: nè ci meraviglieremo che al fratello -Carlo scrivesse: «Ti dico in genere che una donna nè col canto nè con -altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; -il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino, -ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana... Insomma, -credimi, che se tu vedessi una di queste ballerine in azione, ho tanto -concetto dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto al primo -momento...»[219]. - -Del sentimento che della natura ebbe il nostro poeta intendo parlar -più oltre di proposito, e vedremo allora quanto esteso e di che natura -fosse il godimento estetico di lui rispetto a quella. Vediamo per ora -altre parti del nostro argomento. - -Nel campo estetico del Leopardi il passato ha, senz'alcun dubbio, -più parte che il presente; più il pensiero e il sentimento che la -sensazione. Le dolcezze maggiori egli le deriva dai ricordi e dalle -immaginazioni; ma per quanto si sdegni contro il vero, ha pur vivo il -senso di quella che dicesi bellezza intellettuale e non men vivo il -senso della bellezza morale. Nessun poeta mai parlò della virtù con -accento più appassionato e più sincero, pur giudicandola con Bruto una -vana larva, cui si volge a tergo il pentimento. Alla sorella Paolina -scriveva nel gennajo del 1823: «la virtù, la sensibilità, la grandezza -d'animo sono non solamente le uniche consolazioni de' nostri mali, ma -anche i soli beni possibili in questa vita»[220]. Era opinione sua «che -la condizione dei buoni sia migliore di quella de' cattivi, perchè le -grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente»[221]. Ed -è notissima quella stanza dei _Paralipomeni della Batracomiomachia_, i -quali son pure composizione degli ultimi anni del poeta, morto oramai a -ogni altra fede, a ogni altro amore: - - Bella virtù, qualor di te s'avvede, - Come per lieto avvenimento esulta - Lo spirto mio: nè da sprezzar ti crede - Se in topi anche sii tu nutrita e culta. - Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede, - O nota e chiara, o ti ritrovi occulta, - Sempre si prostra: e non pur vera e salda, - Ma imaginata ancor, di te si scalda[222]. - -Ecco la virtù intesa come una forma della bellezza, anzi come quella -bellezza che vince ogni altra; ed ecco la morale che il Leopardi -talvolta confuse con la sensitività e la pietà[223], identificata, -quasi alla maniera del Fichte e del Herbart, con la estetica. - -Del gusto del Leopardi per la poesia fanno dimostrazion sufficiente -la vita e le opere, e non mancherà altra occasion di discorrerne: -basti qui fare un cenno del piacere vivissimo che quella gli dava, e -sempre gli diede, sino quasi all'estremo suo giorno. Il 30 d'aprile -del 1817 scriveva al Giordani: «Non mi concede ella di leggere -ora Omero, Virgilio, Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei -astenermene, perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con -parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo, e, pensando -a tutt'altro, sentire qualche verso di autor Classico che qualcuno -della mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi -forzato di tener dietro a quella poesia»[224]. Passati da quel tempo -quasi vent'anni, il poeta augurava, come la più grande delle venture, -al Pepoli di poter diventare _canuto amante_ della poesia, cioè di -seguitare ad amarla da vecchio come l'amava da giovane. - -Il Leopardi ebbe vivo e profondo il sentimento del sublime. Il _Bruto -Minore_, l'_Infinito_, il _Canto notturno di un pastore errante -dell'Asia_, la _Ginestra_, lasciano nell'anima una impression di -sublime che più non si cancella; e così pure qualcuna delle prose, -come il _Cantico del gallo silvestre_. Sublime il concetto che il -poeta ha del perpetuo flusso delle cose, e il suo rappresentarsi la -vita come un conflitto tragico fra il destino e l'uomo. Fu da qualcuno -asserito che chi ha il senso del sublime non può avere il senso del -ridicolo. Lo Shakespeare li ebbe entrambi in grado eminente. Non dirò -che il Leopardi, attissimo a sentire il tragico, sentisse egualmente -il ridicolo e il comico: le satire sue sono a volte acute e mordaci, -ma non fanno ridere. Tuttavia un certo senso del comico non gli si può -negare, il quale più specialmente si lascia scorgere in taluna delle -sue operette morali, come la _Scommessa di Prometeo_ e il _Copernico_. -Certo, per questo rispetto, ei non si potrebbe paragonare ad Arrigo -Heine. Può essergli in qualche modo paragonato per l'ironia; ma non -conobbe, come il tedesco, sebbene affermi di conoscerla, quella che -si rivolge contro il proprio suo autore. E non si può dire che molto -conoscesse l'umore, il quale potrebb'anche essere definito un senso del -comico nel tragico, e che a giudizio del Bahnsen, il più intero forse e -conseguente dei pessimisti, è la sola forma di pensiero e di sentimento -che convenga all'uomo superiore[225]. - -Il campo estetico di ciascun di noi varia continuamente, si allarga, si -restringe, si offusca, si rischiara, è in istrettissima relazione con -l'età, le occupazioni, lo stato d'animo, la salute, l'ambiente fisico e -morale. Quello del Leopardi variò molto e spesso, e s'andò restringendo -e offuscando più presto di quanto suole avvenire nel corso normale -della vita. E con esso variò la natura e la misura del godimento -estetico. - -Il Leopardi, sebbene fu infelicissimo, non fu però di quegli estremi -infelici che non pajono aver senso se non del dolore, e tanto solamente -vivono quanto soffrono. Il Leopardi fu, per non breve numero d'anni, -e anche sotto l'aggravarsi del male, largamente capace di quelli che -si addimandano piaceri superiori; e giustamente così si addimandano, -perchè, come già osservava il Maupertuis, durano più degli altri, -e perchè (come nota uno scrittore contemporaneo) si possono più -agevolmente e più a lungo far rivivere nella memoria[226]. Dalla stessa -sua complessione il Leopardi, a cui gli stoici del resto insegnavano -a disprezzare i piaceri volgari, era inclinato a cercare soltanto i -piaceri superiori: e qui si vede come certo stato abituale di debolezza -organica, e certo grado di malattia, possano, dando certo necessario -indirizzo alle occupazioni e alla vita, favorire il genio e le sue -manifestazioni. - -Senza voler punto escludere i piaceri inferiori, gli è tuttavia fuor -di dubbio che i piaceri superiori sono in estetica i più importanti, -sono i piaceri estetici per eccellenza. Il Leopardi non gustò tutto il -possibile piacere estetico, nè v'è uomo atto a tutto gustarlo; ma quel -tanto, e fu pur molto, ch'egli gustò, gustò lungamente, profondamente. -E da ciò ebbe a venire non poco sollievo a' suoi mali; e fors'egli, -che ogni altro piacere ebbe in conto di negativo, non fu lontano dalla -opinione del Hartmann che, contraddicendo allo Schopenhauer, assevera -l'indole positiva del piacere estetico. Non m'indugerò a noverare gli -elementi di sì fatto piacere nel Leopardi, bastandomi di avvertire -che il fantastico, il sentimentale, l'associativo, prevalgono, a mio -credere, su tutti gli altri. - -Nel terzo e quarto capitolo del _Parini_ il Leopardi considera ed -enumera le condizioni che si richiedono a poter gustare il piacere -estetico. Ci vuole innanzi tutto quella interezza d'animo e quella -sensitività, che, non solamente vengono a mancare con gli anni in -ciascun uomo, ma sono ancora scemate, secondo l'opinion del poeta, -dalla scienza, dalla esperienza, dalle infermità e dalle altre -traversie della vita. Gli antichi gustarono quel piacere assai meglio -di noi, perchè «ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande -immaginato, fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun -che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia -tutto favola»[227]. Chi vive in città grande difficilmente potrà -ricevere dalla natura o dalle arti «alcun sentimento tenero o generoso, -alcun'immagine sublime o leggiadra. Perciocchè poche cose sono tanto -contrarie a quello stato dell'animo che ci fa capaci di tali diletti, -quanto la conversazione di questi uomini, lo strepito di questi luoghi, -lo spettacolo della magnificenza vana, della leggerezza delle menti, -della falsità perpetua, delle cure misere, e dell'ozio più misero, -che vi regnano»[228]. Ancora, per essere capace di quel godimento, -l'animo dev'essere riposato, sgombro di male passioni e di basse -preoccupazioni, e sopra tutto aperto e penetrabile. Il poeta ebbe ad -osservare più di una volta che anche agli animi meglio disposti da -natura a ricevere que' sentimenti teneri e generosi, quelle immagini -sublimi e leggiadre, «intervengono moltissimi tempi di freddezza, -noncuranza, languidezza d'animo, impenetrabilità, e disposizione tale, -che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi, -e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche, appartenenti -allo spirito o al corpo, transitorie o durevoli»[229]. Di ciò ebbe -a fare esperienza lo stesso poeta, e ne lasciò documento così nelle -lettere come nei versi, e più di proposito nel _Risorgimento_. - -A chiudere questo capitolo possono venire opportune alcune brevissime -considerazioni generali suggerite dal detto sin qui. Il Leopardi è -in estetica un intellettualista. La dottrina del puro bello formale, -quale comunemente s'intende, non può essere dottrina sua. Per lui, ciò -che dicesi contenenza, non solo non può essere, com'è per la scuola -realistica in genere, e per la herbartiana in ispecie, indifferente; -ma è anzi la cosa capitale, il proprio subbietto dell'arte; sebbene -poi egli curi tanto la forma e la tecnica quanto la neglesse la scuola -hegeliana. Per questo rispetto egli si accorda con lo Schopenhauer -e col Hartmann. Agli hegeliani si accosta quando pone il bello della -fantasia, o vogliam dire dell'arte, sopra il bello della natura; ma -se ne allontana di molto quando al bello astratto e generale prepone -l'individuato e concreto. Egli è anche da dire un ottimista estetico -tutte le volte che giudica bello il mondo considerato in se stesso; -tale cioè, secondo il concetto dello Schopenhauer e del Hartmann, che, -preso quale oggetto di pura e disinteressata contemplazione, produce -in noi più impressioni piacevoli che dispiacevoli. Il Bahnsen è un -pessimista anche in estetica. Da ultimo è da notare che pel Leopardi -l'estetica e l'edonistica sono strettamente congiunte: le care -illusioni hanno un doppio valore, eudemonistico ed estetico; le arti -non hanno altro fine che di mitigare l'umana infelicità. - - -CAPITOLO III. - -IL LEOPARDI E LA MUSICA. - -Di tutte le arti, la musica forse è quella che più vale a temperare -ed assopire il dolore, a rasserenar l'animo, e a trarlo in certa -quale maniera fuori del mondo e fuor di sè stesso. Gli antichi -simboleggiarono la sua virtù di penetrazione e la quasi onnipotenza del -fascino nel mito di Orfeo, che si trae dietro, al suono della lira, le -fiere e le piante e i sassi; e nei miti affini di Amfione e di Arione. -Pitagora conobbe in lei una possente medicina, non meno del corpo che -dell'anima; e molti riscontri ha nelle storie il caso di Saulle, di -cui Davide calmava le furie con le note dell'arpa. Platone e Aristotele -la giudicarono parte nobile ed importante della educazione; e tutte le -religioni se ne giovarono più e meno; e più che tutte il cristianesimo, -in quell'arduo e delicato suo magistero di allacciare, penetrare, -conquidere gli animi. Gli antichi Egizii posero la musica tra le -divinità. Apollo inventò la lira, Minerva il flauto, Pane la siringa; -Santa Cecilia divenne l'avvocata e la protettrice dei musici. Le sfere -si girano al suono di una armonia ineffabile: il paradiso cristiano -echeggia di perpetui e dolcissimi canti; e dalla terra talvolta i puri -e gli eletti gli ascoltano in un rapimento, e nell'ora della morte ne -ricevono consolazione e letizia suprema. - -Il Leopardi sentì vivamente, squisitamente la musica; ma poichè non -tutti coloro che la sentono molto la sentono a un modo, bisogna vedere -in che modo il Leopardi l'abbia sentita. Nessun'altr'arte sembra gli -procurasse mai emozioni così profonde, godimento così pieno ed intenso. -«La musica, se non è la mia prima, è certo una mia gran passione, e -dev'esserlo di tutte le anime capaci di entusiasmo», scriveva egli -nell'aprile del 1820 al Brighenti[230]. Tale passione non fu conosciuta -dal padre, il quale anzi ostentava un certo disprezzo pei _trilli e -le cavatine_; nè si sa che l'abbia conosciuta la madre, la quale, del -resto, dovendo attendere al governo non meno del patrimonio che della -famiglia, non avrebbe di certo potuto secondarla, quando pure l'avesse -avuta; ma fu passione comune alla più parte dei figliuoli. Di Carlo -sappiamo che una volta corse a piedi (e c'è un bel tratto) da Recanati -ad Ancona pel solo gusto di udirvi la Malibran; e in una sua lettera -al fratello leggiamo: «A Sinigaglia io bolliva d'idee e di sensazioni, -e il canto della Lorenzani m'insegnava nuovi segreti del cuore»[231]. -E di questa o di altra cantante pare s'innamorasse[232]. La Paolina -si dilettò molto di musica e ne fu anche molto intendente. Luigi, il -quartogenito, che non ebbe mai il capo allo studio, e morì giovane di -ventun anno, accoppiava il gusto della musica a quello del tornio, e -sonava, dicono, molto bene un flauto di bossolo che s'era fabbricato da -sè. - -Della virtù pressochè soprannaturale della musica parla più -distintamente il Leopardi in due delle sue poesie; cioè nell'_Aspasia_, -e in quella intitolata _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito -nel monumento sepolcrale della medesima_. Nella prima leggiamo: - - Raggio divino al mio pensiero apparve, - Donna, la tua beltà. Simile effetto - Fan la bellezza e i musicali accordi, - Ch'alto mistero d'ignorati Elisi - Paion sovente rivelar. - -Nella seconda: - - Desiderii infiniti - E visïoni altere - Crea nel vago pensiere, - Per natural virtù, dotto concento; - Onde per mar delizioso, arcano - Erra lo spirto umano, - Quasi come a diporto - Ardito notator per l'Oceàno: - Ma se un discorde accento - Fere l'orecchio, in nulla - Torna quel paradiso in un momento. - -In entrambi i componimenti il poeta accosta la musica alla bellezza, -e all'una e all'altra attribuisce la stessa virtù. Nel primo -l'accostamento è immediato: nel secondo il poeta accenna agli effetti -della musica dopo aver detto di quelli della bellezza che pajon _segno -e sicura spene_ - - Di sovrumani fati, - Di fortunati regni e d'aurei mondi. - -Disse il Leibniz la musica essere un secreto esercizio aritmetico -dell'anima, la quale conta senza saper di contare[233]; e il Kant -poneva fra le arti belle la musica solo in grazia dei rapporti -matematici che passan fra i suoni, e dall'occulto apprendimento di tali -rapporti credeva nascesse il piacere. Lo Stendhal affermò quello della -musica essere piacere puramente fisiologico. Uno scrittore musicale -di molto grido, Edoardo Hanslick, ebbe a sostenere, ora è quasi mezzo -secolo, in un libro che fece molto romore, e suscitò molte dispute, non -ancora finite, la musica non avere altra sostanza e altro contenuto che -di suoni, e non doversi proporre, nè di esprimere, nè di far nascere -sentimenti[234]. Senza voler punto entrare nella difficilissima e forse -mal posta questione[235], gli è certo che il Leopardi non si accorda -con nessuno di costoro, mentre s'accorda con altri, ch'ebbero della -musica altro sentimento ed altro concetto. Lo Schiller disse la musica -esprimere l'anima; lo Schelling, contener essa le forme delle idee -eterne; Giorgio Hegel, essere il suo dominio superiore a quello della -vita reale; il Lamennais, significare la musica i tipi eterni delle -cose; il Vischer, esser essa lo stesso ideale. Il Beethoven giudicava -le rivelazioni della musica superiori a quelle della filosofia; e il -Gounod, ricordando una rappresentazione dell'_Otello_ del Rossini, alla -quale aveva assistito nella sua fanciullezza, scriveva: «Il me sembla -que je me trouvais dans un temple, et que quelque chose de divin allait -m'être révélé». Il Carlyle definì la musica una specie di linguaggio -inarticolato e imperscrutabile, il quale ci guida sino all'orlo -dell'infinito, e ci lascia, per un istante, spingere nell'abisso lo -sguardo; e il Poe disse che nella musica vien fatto all'animo umano di -creare bellezza soprannaturale. - -Con tutti costoro ben s'accorda il Leopardi; e più ancora s'accorda -forse con lo Schumann e col Berlioz, nella fantasia dei quali -l'immagine della donna amata si compenetrava e fondeva con la immagine -musicale. Ma più che con essi tutti consente (ed è cosa che vuol -essere da noi particolarmente notata) con lo Schopenhauer, col quale -in tante altre cose, senza saperlo, consente. Lo Schopenhauer fu -appassionatissimo di musica, e ne scrisse con mente di filosofo e -cuore di artista. La disse arte meravigliosa; la più possente delle -arti; quella che immediatamente esprime il volere, cioè il principio -essenziale ed universale che si appalesa nelle singole e individuate -esistenze; quella che ci fa penetrare sino al cuore delle cose; occulta -filosofia. Egli disse ancora il mondo potersi chiamare una musica -corporata; e la musica _parlare a noi di altri mondi e migliori; -rivelarci da lungi un paradiso inaccessibile; essere la panacea di -tutti i mali_[236]. Poeta e filosofo esprimon quasi le stesse idee, -parlan quasi lo stesso linguaggio. - -Notiam di passata che di tutte le arti la musica è quella che deve -meglio confarsi allo spirito e al sentimento dei pessimisti, se pure -la inclinazione dell'animo non è scemata in essi dalla imperfezione -degli organi. Le altre arti, senza poterne escludere nemmen la poesia, -troppo ritengono dell'aborrita realtà, e, per quanto facciano, non -è possibile mai che se ne emancipino in tutto. La musica si scioglie -da ogni servaggio d'imitazione, e crea un mondo libero e nuovo ch'è -tutto in lei, e realizza ed esprime, con magistero miracoloso, tutto -ciò che negli animi nostri è più vago, più lieve, più occulto. Sembra -davvero talvolta che essa si redima, se non dal tempo, dallo spazio, -dalla ferrea legge di causalità, dalle condizioni tutte dell'essere -transitorio e finito. Alcune vecchie leggende, ove si narra di rapiti -e di estatici che, ascoltando una musica arcana, vissero secoli, -stimandoli ore, esprimono immaginosamente questa cara illusione. - -Abbiamo veduto come il Leopardi accompagni insieme la bellezza muliebre -e la musica, e ne faccia quasi una coppia estetica. Se la donna appare -agli occhi suoi più seducente nella danza che nel canto, non è già che -anche nel canto non gli appaja seducentissima. Egli non può ripensare -alla Silvia senza riudire quel dolce canto di lei, onde - - Sonavan le quïete - Stanze e le vie dintorno; - -e se ricorda come la Nerina (non importa ora cercare se la Nerina e la -Silvia sieno due persone diverse o una sola) iva _danzando_, splendente -di gioja e del caro lume di giovinezza, si duole di non più udir quella -voce, di cui bastava un lontano accento a scolorargli il viso. Vagando -per la campagna la notte, il giovane poeta aveva sussultato, udendo -improvvisamente l'arguto canto d'ignota fanciulla: - - qualor nella placida quïete - D'estiva notte, il vagabondo passo - Di rincontro alle ville soffermando, - L'erma terra contemplo, e di fanciulla - Che all'opre di sua man la notte aggiunge - Odo sonar nelle romite stanze - L'arguto canto, a palpitar si move - Questo mio cor di sasso[237]. - -E se più tardi il poeta ebbe ad innamorarsi di Marianna Brighenti, -valentissima cantatrice che lasciò le scene quando appunto la -fama di lei più veniva crescendo, chi vorrà non credere che in -quell'innamoramento avesse parte la musica, che fu _galeotta_ di tanti -altri amori? - -Il Leopardi non ebbe voce da spendere nel canto, non sonò nessuno -strumento, non conobbe punto la tecnica musicale; e non tanto godette -di ciò onde assai volte più sogliono godere i musicisti di professione, -cioè a dire dei suoni per sè e della composizione e degli accenti loro, -quanto delle idee e dei sentimenti che quelli possono mettere in moto. -Il piacer suo nasceva, la più gran parte, dal complicato e secreto -lavoro delle associazioni psichiche, e la musica egli giudicava con i -soli criterii del sentimento e della fantasia: ciò che spiega alcune -particolarità del suo gusto. - -Certo, un'anima dotata d'intenso e profondo sentimento musicale non può -non rimanere offesa da tutto che offende l'arte diletta; onde, - - se un discorde accento - Fere l'orecchio, in nulla - Torna quel paradiso in un momento; - -ma quell'anima può anche, in determinate condizioni, compiacersi -di una musica rudimentale e difettosa, purchè gliene vengano le -suggestioni opportune, purchè si lasci tradurre in linguaggio di -associazioni. Secondo congiunture di tempi, di luoghi, di sentimenti -e d'immaginazioni, uno di questi organetti che vanno scerpando per -le vie le composizioni dei grandi e piccoli maestri, può straziare -o accarezzare un orecchio delicato; può strappare altrui un grido -d'indegnazione, o spremere dagli occhi le lacrime. Il Leopardi fu, -sembra, prontissimo a ricevere la suggestion musicale, anche quando -provenisse da povera fonte, e tenace poi nel serbarne il ricordo. Ne -abbiamo un bello e curioso esempio in questi versi della _Sera del dì -di festa_: - - Ahi per la via - Odo non lunge il solitario canto - Dell'artigian che riede a tarda notte, - Dopo i sollazzi, al suo povero ostello: - E fieramente mi si stringe il core, - Al pensar come tutto al mondo passa, - E quasi orma non lascia. - . . . . . . . . . . . . . . . - Nella mia prima età, quando s'aspetta - Bramosamente il dì festivo, or poscia - Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, - Premea le piume; ed alla tarda notte - Un canto che s'udia per li sentieri - Lontanando morire a poco a poco, - Già similmente mi stringeva il core. - -Notisi come quel rozzo canto che passa nella via, e lontanando muore, -súbito sollevi la mente del poeta alla considerazione di tutto ciò che -passa e muore nel mondo; ond'egli ricorda gli avi famosi e il grande -impero di Roma, e finalmente conclude: - - Tutto è pace e silenzio, e tutto posa - Il mondo, e più di lor non si ragiona. - -Errerebbe a mio giudizio di grosso chi in tutto questo, invece di un -procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi è spontaneo e -naturalissimo, non vedesse altro che una volata lirica e un artifizio -retorico. Qui l'impression musicale deriva la massima parte del suo -valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza[238]. - -E così in molti altri casi. Nelle _Ricordanze_, udendo il suon dell'ora -che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta rammenta: - - Era conforto - Questo suon, mi rimembra, alle mie notti, - Quando fanciullo, nella buia stanza, - Per assidui terrori io vigilava, - Sospirando il mattin. - -Nella canzone _Alla sua donna_ sono ricordate - - le valli ove suona - Del faticoso agricoltore il canto; - -e nel _Tramonto della luna_ il canto del carrettiere che saluta - - con mesta melodia - L'estremo albor della fuggente luce - Che dianzi gli fu duce. - -Egli è certo dunque che nella musica il Leopardi dovette pregiare, -non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazion di -una virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le -complicazioni e le pompe teatrali; quanto l'arcano e dolce linguaggio -che parla alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti -ineffabili e di estatici sogni: non tanto un'arte governata da -principii e da regole, quanto una magia atta a celare o trasfigurare -l'aborrito vero. In Roma, in Firenze, altrove, egli ebbe molte -occasioni di assistere allo spettacolo dell'opera, e ne fa ricordo -in taluna delle sue lettere; ma non ne parla con quell'ammirazione -con cui parla del ballo. Da Roma scrisse una volta al fratello Carlo: -«Abbiamo in Argentina la _Donna del Lago_, la qual musica eseguita da -voci sorprendenti è una cosa stupenda, e potrei piangere ancor io, se -il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso»; ma si lagnava della -_intollerabile e mortale_ lunghezza dello spettacolo, che durava sei -ore[239]. A Bologna, dagli amici si lasciava _tirare_ all'opera[240]; -ma a Firenze non andò ad ascoltare il _Danao_ del suo concittadino -Persiani, perchè i suoi occhi in teatro pativano troppo[241]. Ma oltre -il disagio degli occhi, c'erano probabilmente altre ragioni. L'animo -del poeta doveva sentirsi meno aperto alle impressioni dell'arte divina -in un pubblico teatro, in mezzo al barbaglio dei lumi, al cinguettio -di un uditorio frivolo e distratto, alle indecorose pompe della vanità; -in luogo insomma dove non è possibile vero raccoglimento: e più di una -volta forse gli parve quella una profanazione. A creder questo m'induce -un luogo del _Parini_, notabile, non solo rispetto al sentimento -che il poeta ebbe della musica in particolare, ma ancora rispetto -al sentimento ch'ebbe dell'arte in generale. Quivi egli comincia -dicendo: «Io penso che le opere ragguardevoli di pittura, scultura ed -architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero distribuite per -le province, nelle città mediocri e piccole; che accumulate, come sono, -nelle metropoli: dove gli uomini, parte pieni d'infiniti pensieri, -parte occupati in mille spassi, e coll'animo connaturato, o costretto, -anche mal suo grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità, -rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello spirito». Poi, -dopo un'altra giusta osservazione circa la sazietà che producono troppe -bellezze adunate insieme[242], soggiunge: «Il simile dico della musica: -la quale nelle altre città non si trova esercitata così perfettamente, -e con tale apparato come nelle grandi; dove gli animi sono meno -disposti alle commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per dir così, -musicali, che in ogni altro luogo»[243]. - -Ippocrate serbò ricordo di un certo Nicanore, che cadeva in deliquio -alle note di un flauto. Una sensitività musicale così esagerata è assai -rara, sebbene se ne conosca qualch'altro esempio; ma dovrebbe, sembra, -trovarsi più facilmente fra coloro in cui suol essere più eccitabile -il sentimento e più viva e pronta la fantasia; cioè fra gli artisti in -generale. Ora, è frequentissimo il caso che gli artisti appunto (fatta -eccezione, s'intende, dei musicisti) siano poco aperti alla impressione -musicale, e poco se ne dilettino: il che potrebbe essere effetto di -una specificazione soverchia delle facoltà estetiche e di una troppo -esclusiva applicazione di esse a una data forma di arte e a quella -soltanto. Fu notato che i pittori sogliono avere più senso musicale, -e più inclinano alla musica che gli scultori e gli architetti; ma fu -sempre notato che molti letterati e poeti non hanno punto nè quella -inclinazione, nè quel senso. Il Balzac detestava la musica; il Gautier -preferiva il silenzio; i De Goncourt e il Maupassant si confessavano -sordi, ecc. ecc.[244]. - -Ma sono molti anche gli esempii contrarii; e lasciamo stare che -nell'antichità, e poi ancora nel medio evo, finchè musica e poesia -durarono congiunte, e formarono quasi un'arte sola e una sola -professione, difficilmente i poeti avrebbero potuto essere nemici o -noncuranti della musica. Numerosissimi luoghi della _Commedia_ mostrano -che Dante ebbe della musica un senso squisito; e ben se ne avvide -il Giordani, il quale meditò (quante mai cose meditò e non fece il -Giordani!) di scrivere un saggio sopra Dante e la musica. Ogni qual -volta parla di canto, di dolci note, di armonie d'organi, il poeta ne -parla a guisa d'uomo cui l'arte dei suoni inebbria e rapisce l'anima. -_L'amoroso canto_ di Casella, che _solea quietar tutte sue voglie_, -consola ancora, là, sulla prima sponda del purgatorio, l'anima tanto -_affannata_ dal terribile viaggio[245]. Il Petrarca, che compose -le dolci sue rime ajutandosi col suono e col canto, scriveva dalla -solitudine di Valchiusa all'amico Francesco de' SS. Apostoli: «Che dir -degli orecchi? Canti, suoni, armonie di corde o di liuti, ond'io già -provai tanta dolcezza, che si parea rapirmi fuor di me stesso, qui non -avvien che si sentano»[246]: e nel _De remediis utriusque fortunae_ fa -che il Gaudio ostinatamente enumeri in contradditorio con la Ragione -tutte le dolcezze che derivano dalla musica[247]. - -Che lo Shakespeare fosse un appassionato di musica tutti quasi i -suoi drammi ne fanno fede; e un appassionato fu, come di ragione, il -Metastasio, che se ne intendeva assai, e cantava, e componeva, e i suoi -versi lo dicono anche troppo. Un appassionato il Goethe non fu, ma pure -gustò l'arte del Mendelssohn, che, fanciullo, era andato a trovarlo, e -ammirò il Beethoven. Il Klopstock ebbe orecchio finissimo e la musica -lo faceva andare in estasi. Il Byron non poteva udire musica tenera -o dolorosa senza sciogliersi in lacrime. Il Moore e lo Shelley hanno -ciascuno una poesia intitolata _Music_; e il primo, che per ridurre i -proprii versi a maggior perfezione usava cantarli, dice il linguaggio -parlato esser languido e povero a paragon della musica[248]; e il -secondo rassomiglia il proprio cuore, assetato di musica, a un fiore -morente, assetato di rugiada[249]. Nella _Lucie_ di Alfredo De Musset -leggiamo: - - Fille de la douleur, Harmonie! Harmonie! - Langue que pour l'amour inventa le génie! - Qui nous vins d'Italie, et qui lui vins des cieux! - Douce langue du cœur, la seule où la pensée, - Cette vierge craintive et d'une ombre offensée, - Passe en gardant son voile et sans craindre les yeux! - Qui sait ce qu'un enfant peut entendre et peut dire - Dans tes soupirs divins, nés de l'air qu'il respire, - Tristes comme son cœur et doux comme sa voix? - On surprend un regard, une larme qui coule; - Le reste est un mystère ignoré de la foule, - Comme celui des flots, de la nuit et des bois! - -Il Manzoni, quando compose il _Cinque Maggio_, costrinse la moglie a -sonargli il pianoforte, quasi per due giorni di séguito. - -Dell'Hugo fu detto che detestasse la musica; ma prima di dar fede a chi -lo disse, conviene leggere con qualche attenzione una poesia intitolata -_Que la musique date du XVI siècle_, la quale è nella notissima -raccolta dei _Rayons et ombres_, e conta non meno di 222 alessandrini. -Comincia il poeta chiedendo agli amici: Qual è di voi che, sentendosi -oppresso dalla tristezza, non abbia trovato nella musica consolazione -e conforto? Poi, in versi meravigliosi, che non hanno riscontro in -nessun'altra letteratura, descrive, rifà il vasto, vario, ponderoso -canto dell'orchestra, il moltiforme miracolo della sinfonia. - - Écoutez, écoutez! du maître qui palpite, - Sur tous les violons l'archet se précipite. - L'orchestre tressaillant rit dans son antre noir. - Tout parle. C'est ainsi qu'on entend sans les voir, - Le soir, quand la campagne élève un sourd murmure, - Rire les vendangeurs dans une vigne mûre. - Comme sur la colonne un frêle chapiteau, - La flûte épanouie a monté sur l'alto. - Les gammes, chastes sœurs dans la vapeur cachées, - Vidant et remplissant leurs amphores penchées, - Se tiennent par la main et chantent tour à tour, - Tandis qu'un vent léger fait flotter alentour, - Comme un voile folâtre autour d'un divin groupe, - Ces dentelles du son que le fifre découpe. - Ciel! voilà le clairon qui sonne. A cette voix - Tout s'éveille en sursaut, tout bondit à la fois. - La caisse aux mille échos, battant ses flancs énormes, - Fait hurler le troupeau des instruments difformes, - Et l'air s'emplit d'accords furieux et sifflants - Que les serpents de cuivre ont tordus dans leurs flancs. - -E bisognerebbe citar tutto, sino alla fine. Cosa davvero curiosa! il -Leopardi, appassionatissimo di musica, di strumenti musicali non parla; -non mostra di prediligerne alcuno; non nota affinità particolari fra -certi sentimenti e il suono dell'uno o dell'altro di essi. La voce -umana dovette parergli di molto superiore ad ogni istrumento. - -Se a non pochi poeti fece difetto il sentimento musicale; se altri -l'ebbero, come il Leopardi, assai vivo e profondo; che cosa dobbiam noi -pensare delle relazioni che passano tra la poesia e la musica, e della -somiglianza, o dissomiglianza loro? Dobbiam noi seguitare a ripetere -col Marini, che ridiceva quanto cent'altri avevano detto, - - Musica e poesia son due sorelle[250]; - -o dobbiam finalmente risolverci a dire che tra le due ci può essere -conoscenza, ed anche amicizia, ma non consanguineità? Un critico -francese contemporaneo si sforzò di provare che quelle relazioni non -sono già così strette come comunemente si crede, e che la somiglianza -è pochissima, o nulla. Egli esce a dire assai risolutamente: «autant -la musique moderne ressemble, _au point de vue du rythme_, à la -poésie-musicale des Grecs, autant elle diffère, _à tous les points de -vue_, de la poésie moderne». E soggiunge: «Toute assimilation de la -musique à la poésie est aujourd'hui une simple figure de rhétorique, -une chimère ou une idée dangereuse»[251]. Parmi che l'autore dica cosa -per molti rispetti giusta, ma che ecceda alquanto nel suo giudizio. La -somiglianza che fu in antico, quando le due arti vivevano strettamente -congiunte, non mancò mai del tutto dopo che quelle si furono separate, -e dura, in una certa forma, tuttavia, come ne fanno fede il comun -sentimento e il comune linguaggio. Le due arti hanno, e il critico lo -riconosce: «un instrument commun, la voix humaine (dont l'orchestre -n'est qu'une extension), et un point de recontre d'ailleurs un peu -indécis: le rythme»[252]. Nei versi una musica c'è, e quanta sia, e -come efficace, si vede allora che si scompongono i versi e si riducono -in prosa. Il buon Baretti consigliava appunto di far così a chi li -volesse giudicar rettamente; ma un procedimento sì fatto, se agevola il -giudizio del valore logico di una poesia, rende impossibile il giudizio -del valore poetico. Aggiungasi che la poesia, perchè se ne senta tutto -l'effetto, non bisogna contentarsi di leggerla mentalmente, ma ad alta -voce, e, se occorre, declamarla; e la declamazione è già un mezzo -canto, cioè una mezza musica, perchè importa continua variazione di -tono, di movimento, di colorito, e trae valor dal metallo, dall'impasto -e dalla estensione della voce[253]. Un maestro della difficilissima -arte del leggere, Ernesto Legouvé, biasimando severamente la stolta -usanza di coloro, che, quando leggono versi, fanno il possibile perchè -non pajano versi, ma prosa, scrisse: «Puisqu'il y a un rythme, faites -sentir le rythme! Quand les vers sont peinture et musique, soyez, -en les lisant, peintre et musicien! Que de passages où le pathétique -lui-même naît de l'harmonie![254]». Si può dire che la declamazione -è un'arte diversa dalla poesia, pur diventando, in certe occasioni, -sussidiaria di quella; ma mentre non intendo che razza d'arte possa -essere la declamazione presa in sè stessa, separatamente cioè dal -discorso poetico (versi o prosa), non intendo nemmeno come si possa -fare arte diversa e sussidiaria di quello speciale procedimento o -metodo da cui un'altr'arte viene a ricevere il suo maggior possibile -valore e la maggior possibile significazione. La poesia non è un'arte -muta come la pittura, la scultura, l'architettura; la poesia è un'arte -parlata, un'arte sonora, come la musica. E se è assurda la pretensione -di coloro che vogliono fare della poesia una musica, e non altro che -una musica; non è già assurdo che, come il musicista si giova di certi -strumenti per produrre certe impressioni, così il poeta si giovi di -certi suoni per produrre certi effetti. E poichè non tutte le lingue -sono musicali egualmente, riman confermato, anche per questo capo, che -non tutte le lingue sono egualmente poetiche. - -Fu asserito già da più d'uno che gli oratori possono trarre dallo -studio della musica beneficio non piccolo: ma se è vero ciò; se è -vero quanto più in generale afferma lo Spencer, che, cioè, la musica -reagisce sulla parola parlata; non si capisce perchè dallo studio, -o almeno dal natural sentimento della musica, non avessero ad avere -qualche beneficio anche i poeti. A riuscire poeta non è necessario -gustare la musica; troppi esempii lo provano. Ma non credo sia del -tutto indifferente che il poeta la gusti o non la gusti; nè credo -possibile che dall'amore o dall'avversione un qualche effetto non -derivi all'arte sua. Non so sino a qual segno il poeta che gusta la -musica possa avere miglior senso del ritmo poetico, e formar versi -di miglior suono, a paragone del poeta che non la gusta; ma credo -che quello che la gusta sia tratto, se non altro, a esprimere con -la propria poesia piuttosto certi sentimenti che certi altri, e quei -sentimenti in ispecie che meglio si affanno alla musica, e furon perciò -detti musicali. - -Un'ultima osservazione. Avvertì Salomone nei _Proverbii_: «Simile a -colui che tolga ad uno la veste in una fredda giornata, o versi l'aceto -nelle ferite, è colui che ad uomo triste canta allegre canzoni». Nulla -è più vero. I melanconici non amano se non la musica melanconica, e -detestan la gaja. Ma è pur da ricordare che l'intelletto, l'eterno -curioso, può far vincere all'uomo moltissime ripugnanze. Il Leopardi -preferì, senza dubbio alcuno, la musica triste, anzi si deve tenere -per fermo che non amò se non quella; ma ciò non gli tolse già d'andare -ad ascoltare in Roma un'opera buffa, che non gli piacque punto[255], -e in Napoli il _Socrate immaginario_, musicato dal Paisiello, che gli -piacque moltissimo[256]. Se si pensa alla diversa impressione che la -melodia e l'armonia producon nell'animo, è da credere che il Leopardi -inclinasse più alla prima che alla seconda. - - -CAPITOLO IV. - -IL SENTIMENTO DELLA NATURA NEL LEOPARDI. - -Qui, forse più che altrove, bisogna distinguere nella vita di Giacomo -Leopardi un prima e un dopo, essendo questo della natura un sentimento -che varia moltissimo, con la età, le occupazioni, le esperienze, le -vicende, la salute dell'uomo. - -Se dovessimo credere alla tarda testimonianza di Antonio Ranieri, -il poeta avrebbe nutrito per la campagna un «odio ingenito»; nessun -altr'uomo avrebbe «tanto odiato la campagna quanto Leopardi la -odiava»[257]. Un tempo fu creduto al Ranieri ogni cosa sul conto del -Leopardi; ora non gli si vorrebbe creder più nulla. Anche in ciò, -probabilmente, la via giusta sarà la via di mezzo tra l'uno e l'altro -eccesso. Può essere che negli ultimi anni della sua travagliatissima -vita il Leopardi prendesse in avversione la campagna, come tante altre -cose aveva già prese in avversione; ma ciò non prova punto ch'egli -l'avesse odiata sempre; e il Ranieri ebbe sicuramente torto di parlare -di _odio ingenito_; e anche più torto hanno coloro che tiran fuori la -testimonianza del Ranieri per asserire che il Leopardi non ebbe vero -sentimento della natura. - -Da giovane anzi, quando, innamorato di solitudine, fuggiva coloro da -cui era fuggito, e accusava la luna se lui scopriva all'altrui sguardo, -o altri al suo; quando si doleva d'aver conosciuto _le cittadine -infauste mura_ e l'umano consorzio; quando scriveva la _Vita solitaria_ -e il _Passero solitario_; il Leopardi amò la campagna e amò la natura. -Della patria sua non altro gli piaceva che lo spettacolo dei colli -e dei campi, con gli Apennini da una banda e il mare dall'altra; ma -quello piacevagli soprammodo e lo consolava di tanti disgusti. «Quando -io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica -cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi spezialmente, -mi sento così trasportare fuori di me stesso che mi parrebbe di far -peccato mortale a non curarmene.....»[258]. Di sì fatto amore non è -capace chi non sappia vivere in solitudine; e chi della solitudine -si piace non è quasi possibile che non inclini a quell'amore. Ho già -ricordato un luogo del _Parini_ ove il poeta dice di non intendere -come chiunque vive in città grande, eccetto se non trapassi il più -del tempo in solitudine, possa mai ricevere dalle bellezze della -natura «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine. sublime -o leggiadra»[259]. Chi legge con qualche attenzione alcune poesie del -Leopardi non può non sentirvi quel particolar tuono di famigliarità e -di tenerezza che solo può nascere dalla convivenza stretta, dalla lunga -consuetudine. - -Ora si noti che la età in cui gli uomini più si sentono attratti -dalla natura non suol essere l'età della giovinezza. I giovani, troppo -curiosi di conoscere il mondo umano e la vita, troppo desiderosi di -accaparrar l'avvenire, tendono spontaneamente colà dov'è maggiore -frequenza e varietà di uomini, ove la vita è più intensa e molteplice; -alle grandi città. Essi sono di loro natura così inquieti e mutabili, -che malamente si possono accordare con la quieta e non mutabil natura; -e il muto linguaggio di questa è così disforme dal loro, che essi, o -non lo intendono, o poco l'ascoltano. Lo stesso Leopardi quante volte -non lamentò di dover consumare l'_età verde_, l'_unico fior della -vita_, nel _natio borgo selvaggio_, - - intra una gente - Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso - Argomento di riso e di trastullo, - Son dottrina e saper![260] - -quante volte, conscio di sè, appassionato di gloria, non desiderò la -città grande, il vasto e popoloso teatro, dove l'uomo può farsi vedere -e conoscere, raccogliere il plauso ed il premio che gli è dovuto! -L'età migliore per amar la natura, e per fruire del suo consorzio, è -quella prima e ancor verde stagione della vecchiezza, quando l'uomo, -conosciuti gl'inganni e le vanità del mondo, sciolto dalle passioni, -ma non esausto di sentimento, sereno, ma non anneghittito, desidera -la pace, ed è tuttora in grado di abbellirla con l'affetto e la -fantasia[261]. - -Il Leopardi da giovane amò la natura, e l'amò come Werther, in -solitudine, senza amici, con un senso di dolce melanconia, con un -intero e tenero abbandono, e in una maniera di vaga ed estatica -contemplazione, che non esclude la visione degli aspetti parziali e -particolari, ma non lascia che alcuno di essi spicchi troppo fra gli -altri[262]. C'è in una lettera ormai famosa, scritta dal nostro poeta -al Giordani ai 6 di marzo del 1820, da Recanati, un passo che nessuno -si meraviglierebbe di leggere in una lettera del giovine Werther. «Sto -anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza -di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e poche sere -addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, -e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria -tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune -immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi -a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, -la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento -dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale ero certo di -ritornare subito dopo, com'è seguìto, m'agghiacciai dallo spavento, non -arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni -e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo; delle quali cose -un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi facevano così -beato, non ostante i miei travagli»[263]. - -La riflessione può venir distinguendo nel sentimento e nel godimento -della natura tre modi, i quali difficilmente nella pratica possono -rimanere dissociati del tutto; anzi, con varia proporzione, si -associano fra di loro, e mutuamente si condizionano. La natura può -essere goduta: sensualmente, da chi ne guardi sopratutto gli aspetti; -sentimentalmente, da chi si finga con essa certa comunione di affetti e -di vita; intellettualmente, da chi ne indaghi e ne ravvisi l'ordinanza -e l'essere. I poeti e gli artisti, in genere, sono quelli che ne -godono sensualmente e sentimentalmente; gli scienziati e i filosofi, in -genere, sono quelli che ne godono intellettualmente. - -Io non ho a tesser qui una storia del sentimento della natura, -mostrando quale e quanto sia stato nell'antichità, poi nei tempi -di mezzo, poi nei tempi moderni; e perchè si abbia in conto di -sentimento assai più moderno che antico; e come le vicende della -civiltà l'abbiano condotto a quella condizione e a quel grado in cui -lo vediamo al presente. Così fatte storie non mancano, e di molti de' -maggiori poeti s'andò ricercando, da trent'anni a questa banda, qual -fosse propriamente il sentimento della natura. Perciò, tralasciando -ogni altra considerazione generale, vengo a dire del sentimento del -Leopardi in particolare, e, prima di tutto, cercherò di definirne il -temperamento e il carattere. - -Il Leopardi, secondo porta l'indole sua, non contempla la natura quale -semplice soggetto conoscente, ma bensì quale soggetto conoscente e -appassionato. Egli non gusta, direbbe lo Schiller, la natura nel modo -ingenuo, ma nel modo sentimentale, in quanto che viene associando le -impressioni di quella coi sentimenti, le preoccupazioni e i ricordi -proprii, o interpretando la natura secondo sè stesso. Il modo del -suo sentimento si scosta affatto dal classico, e si assimila molto al -romantico, quale fu descritto da madama di Staël: «Un nouveau genre -de poésie existe dans les ouvrages en prose de J.-J. Rousseau et de -Bernardin de Saint-Pierre; c'est l'observation de la nature dans ses -rapports avec les sentiments qu'elle fait éprouver à l'homme. Les -anciens, en personnifiant chaque fleur, chaque rivière, chaque arbre, -avaient écarté les sensations simples et directes, pour y substituer -des chimères brillantes; mais la Providence a mis une telle relation -entre les objets physiques et l'être moral de l'homme, qu'on ne -peut rien ajouter à l'étude des uns qui ne serve en même temps à la -connaissance de l'autre»[264]. Questo giudizio è giusto. L'uomo non -potè sentir sè nella natura, trasfondersi in lei, se non dopo averne -espulse le anime divine che tutta la occupavano. Ciò appunto ebbe a -notare lo Chateaubriand, quando disse la mitologia essere stata quella -che tolse agli antichi di vedere e dipingere la natura come i moderni -la vedono e la dipingono. Riman da avvertire che l'uomo il quale solo -vede la natura attraverso i proprii affetti, non la conosce gran che -meglio dell'uomo che solo la vede attraverso le proprie immaginazioni; -e che la natura non è meno alterata dall'antropomorfismo del sentimento -che dall'antropomorfismo del mito. Il sentimento che abbiam detto -romantico, allora tocca l'estremo suo grado quando l'uomo si sente -quasi confuso con la natura, non sa più da essa discernersi. Chiedeva -il Byron: Non sono le montagne e l'onde e i cieli una parte di me e -dell'anima mia, com'io di loro? - - Are not the mountains, waves and skies, a part - Of me and of my soul, as I of them? - -Al Leopardi parve talvolta di sentirsi confuso co' silenzii del -solitario luogo, dove, sedendo immoto, consumava l'ore obblioso del -mondo, inconscio quasi di sè[265]. - -Il Leopardi amò da giovane la natura di un amore che molto s'assomiglia -all'amore ch'ei nutrì per la donna. Il Leopardi ebbe da natura un'anima -amante, guastatagli poi dalla esperienza, e più dal male. Parlando di -sè sotto nome di Eleandro, egli dice: «Sono nato ad amare, ho amato, -e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva»[266]. -Leggansi quei primi, indimenticabili versi delle _Ricordanze_, e si -vegga quanto affettuosa e dolce e piena fosse stata la comunione e la -confidenza di lui con la natura, quando, fanciullo ancora, passava le -sere contemplando le _vaghe stelle dell'Orsa_, - - ed ascoltando il canto - Della rana rimota alla campagna; - -e distraeva l'occhio dalle _luci_ del cielo, che tante _fole_ gli -creavano nel pensiero, per vagheggiare la lucciola errante _appo le -siepi e in sull'aiuole_, e porgeva l'orecchio al sussurro che levavano -al vento - - I viali odorati ed i cipressi - Là nella selva. - -Quelle prime impressioni non gli si dileguarono dalla memoria mai -più. Desto assai per tempo all'amor della donna, egli aveva, a -diciannov'anni, dimenticato, insieme con l'amor della gloria e degli -studii, anche quello della natura: - - Quando in dispregio ogni piacer, nè grato - M'era degli astri il riso, o dell'aurora - Queta il silenzio o il verdeggiar del prato[267]; - -ma poi aveva, come il Goethe, amato in cospetto della natura, chiamando -lei testimone di quella vita nuova e di quella nuova letizia, a cui -si sentiva nascere; versando nel materno seno di lei quell'onda di -felicità che gli traboccava dall'anima; confondendo insieme i due -amori: - - Mirava il ciel sereno, - Le vie dorate e gli orti - E quinci il mar da lunge, e quindi il monte. - Lingua mortal non dice - Ciò ch'io sentiva in seno[268]. - -Il _Passero solitario_, l'_Infinito_, la _Vita solitaria_, composizioni -tutte della prima giovinezza del poeta, nate, la prima, nell'aprile -del 1818, l'altre due l'anno successivo, esprimono in vario modo un -sentimento medesimo. Nella prima è la tenerezza che mette ne' cuori la -primavera, la quale - - Brilla nell'aria e per li campi esulta; - -è l'allegrezza delle creature festeggianti il _lor tempo migliore_. -Nell'altre due la contemplazione della natura suscita un pensier -panteistico, provoca lo smarrimento dell'anima nell'infinito mare -dell'essere: - - Sempre caro mi fu quest'ermo colle, - E questa siepe, che da tanta parte - Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. - Ma sedendo e mirando, interminati - Spazi di là da quella, e sovrumani - Silenzi, e profondissima quiete - Io nel pensier mi fingo, ove per poco - Il cor non si spaura[269]. - -E il pensier suo s'annega in quella immensità, e gli è dolce naufragare -in quel mare. Svegliato dal sole nascente, che - - I suoi tremuli rai fra le cadenti - Stille saetta, - -egli sorge, e benedicendo s'affaccia allo spettacolo delle cose: - - E sorgo, e i lievi nugoletti e il primo - Degli augelli sussurro, e l'aura fresca, - E le ridenti piagge benedico. - -La natura gli addimostra ancora alcuna pietà, sebbene gli sovvenga di -giorni in cui ell'era verso lui assai _più cortese_; e a quella pietà -egli si fa incontro, e, come pellegrino stanco, posa il capo in grembo -all'antica madre e in lei s'addormenta. - - Talor m'assido in solitaria parte, - Sovra un rialto, al margine d'un lago - Di taciturne piante incoronato. - Ivi, quando il meriggio in ciel si volve, - La sua tranquilla imago il Sol dipinge, - Ed erba o foglia non si crolla al vento, - E non onda incresparsi, e non cicala - Strider, nè batter penna augello in ramo, - Nè farfalla ronzar, nè voce o moto - Da presso nè da lunge odi nè vedi. - Tien quelle rive altissima quiete; - Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio - Sedendo immoto, e già mi par che sciolte - Giaccian le membra mie, nè spirto o senso - Più le commova, e lor quiete antica - Co' silenzi del loco si confonda[270]. - -Qui la natura è ancora la madre antica e benefica. Qual de' suoi figli -può non amarla, se essa tutti gli ama? Udite Vittore Hugo: - - Ainsi, nature! abri de toute créature! - O mère universelle! indulgente nature! - Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels, - Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels, - Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle, - Pendus de toutes parts à ta forte mamelle![271] - -La natura che il Leopardi ritrae ne' suoi versi non è nè molto -spettacolosa, nè molto variata. Egli non potè _approvvigionarsi_ -d'immagini vivendo, come il Rousseau, in mezzo alle austere bellezze -dell'Alpi e sulle rive di un lago meraviglioso, o correndo, come lo -Chateaubriand, il Byron e lo Shelley, le terre ed i mari. Il grande -paesaggio romantico, quale lo amava l'autore della _Nuova Eloisa_, -il paesaggio formato di monti scoscesi, di tenebrose foreste, di -torrenti, di cascate, di abissi, non è dipinto, nè abbozzato da lui; -e del resto il gusto di esso, che da non molto era sorto in altre -regioni d'Europa, non era per anche penetrato in Italia, dove troppo -gli contrastavano un senso educato ad altre bellezze e la tradizione -classica[272]. I monti e il mare appajono appena, alla sfuggita, in -qualche verso. Le _sibilanti selve_, l'_atro bosco_, sono indicati con -un'unica pennellata. Vere e proprie descrizioni, particolareggiate, -colorite, minute, simili a quelle che così frequenti s'incontrano in -tanti poeti moderni, e più che negli altri forse, negli Scozzesi, non -s'incontrano in lui; ma io non posso credere ch'esse sole rivelino un -forte e puro sentimento della natura[273]. Il Leopardi non va erborando -come il Rousseau, non osserva la natura delle rocce come il Goethe, non -è curioso di pompe e di contrasti di colore come il Leconte de Lisle. -Il sentimento ch'egli ha della natura è, starei per dire, un sentimento -diffuso, rispondente a una visione di aspetti generici, non di aspetti -specifici[274]. Se si tolgono que' pochi versi della _Vita solitaria_, -ov'è tratteggiato il lago cinto di piante taciturne, i tre dell'_Inno -ai Patriarchi_, ov'è dipinto il sole che, dopo il diluvio, emerge dalle -nuvole, e alcuni della _Ginestra_, ove il poeta fa apparire un istante -l'_arida schiena_ dello _sterminator Vesevo_ e i campi _dell'impietrata -lava_, non si trova nelle poesie di lui altra descrizione di cui un -pittore possa far quadro. Non una volta il Leopardi descrive una scena -di paese per sè stessa. Egli, o non ha la percezione completa dello -spettacolo naturale, o, avendola, subito comincia a lavorarvi attorno, -astraendo e associando; e gli è solo in grazia di questo processo -doppio di astrazione e di associazione che un paesaggio può ridursi -a non sembrar altro che uno stato d'animo, come disse l'Amiel (_un -paysage quelconque est un état de l'âme_)[275]. - -Piante e animali il Leopardi guarda fugacemente, senza curarsi di -ritrarne in modo distinto e particolare gli aspetti e la vita, come -uomo che l'occhio e l'animo abbia rivolto ad altro. Nella _Vita -solitaria_ e nell'_Infinito_ fa cenno di piante, ma non dice che -piante sieno; e se nell'_Ultimo canto di Saffo_ ricorda il murmure -de' _faggi_, e nelle _Ricordanze_ i _cipressi_, e nella _Ginestra_ -l'arbusto da cui il componimento s'intitola, sono, questi, esempii -assai rari di designazione specificata e concreta. Certo, il Leopardi -non ebbe col mondo vegetale la dimestichezza grande ch'ebbe, per citare -un esempio, il Lenau. Non so se in tutti i versi di lui s'incontrino -più di due o tre nomi di fiori. Quanto diverso, per citare un altro -esempio, dal Keats, il quale diceva che il diletto più intenso della -vita egli aveva provato osservando crescere i fiori! - -Gli animali tengono nella poesia del Leopardi un po' più di luogo. Le -lepri danzanti al raggio della luna, ricordate nella _Vita solitaria_; -la gallina della _Quiete dopo la tempesta_, che, cessata la pioggia, -torna sulla via e ripete il suo verso; la cauta volpe della canzone -_A un vincitor nel pallone_; la rondinella vigile del _Risorgimento_; -la serpe che si contorce al sole, e il coniglio che torna al covil -cavernoso, e la capra pascente sulle città sepolte, della _Ginestra_; -mostrano una osservazione alquanto più attenta, un animo più impegnato. -Degli uccelli, in più particolar modo, parla il Leopardi con manifesto -compiacimento, e uno de' suoi scritti di prosa s'intitola appunto -_Elogio degli uccelli_. Di questo maggiore interessamento del Leopardi -per gli animali parmi vedere una ragione nel fatto che egli, mentre -riconosceva fra l'uomo e il bruto una certa comunanza, espressa negli -ultimi versi del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_, -stimava il bruto molto più felice dell'uomo. Non è per questo da -credere ch'egli ricevesse nell'animo quel sentimento di universa -fratellanza a cui giunsero per diversissime vie San Francesco d'Assisi, -lo Schopenhauer, lo Shelley (_cor cordium!_). Nè quello interessamento -giunse mai a inspirargli un canto da poter mettere in qualche modo a -riscontro del bellissimo che lo Swinburne intitolò alla rondine, della -_Mort du loup_ del De Vigny, della _Mort du lion_ e di tant'altri del -Leconte de Lisle. Il Leopardi non manifesta mai in modo esplicito quel -fanatico desiderio, comune a molti poeti, di potersi trasformare in -uccello, in fiore, in nuvola, ecc.[276]. - -Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che non -ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che -egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutte -assai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di -poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi -soleggiati; un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare -all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante -in fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò -nominato, ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle mai -portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si trasformano -in sentimenti. La mite scena idilliaca di _ridenti piagge_, che il -poeta benedice nella _Vita solitaria_, era già apparsa nel _Passero -solitario_: - - e intanto il guardo - Steso nell'aria aprica - Mi fere il sol che tra lontani monti - Dopo il giorno sereno - Cadendo si dilegua, e par che dica - Che la beata gioventù vien meno. - -Sotto il sole - - Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277]. - - Ecco il sereno - Rompe là da ponente, alla montagna, - Sgombrasi la campagna, - E chiaro nella valle il fiume appare. - . . . . . . . . . . . . . . . . . - Ecco il sol che ritorna, ecco sorride - Per li poggi e le ville[278]. - -La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento: - - E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti - Posa la luna, e di lontan rivela - Serena ogni montagna[279]. - -C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà -nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice -il sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento -è vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti -delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso, -ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misura quella -preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi de' suoi -scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci -alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno a mente quei -pochi versi dell'_Infinito_, composti dal poeta nell'anno ventunesimo -di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella siepe, porto -l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero si leva -a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua mente si riempie, -spaurita, di quello che il Pascal diceva _silence éternel des espaces -infinis_. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la nozione astratta del -tempo e dello spazio. In una nota giovanile del poeta trovasi questo -curioso cenno, che si riferisce agl'_Idillii_: «Galline che tornano -spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. -Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani -che scendono per essa si perdono tosto di vista; altra immagine dell -infinito»[280]; ove merita considerazione quella idea d'infinito così -accostata a immagini concrete e minute. Un canto che si allontani per -la via richiama alla mente del poeta la forza eterna del tempo e il -dileguare di tutte le cose[281]; e il _tacito infinito andar del tempo_ -è tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità del -tutto è infinita. - -L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore parte -idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso e -tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante e -ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente all'anima un -arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia; ed egli nelle -cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima propria. -E in natura non era altro oggetto che così traesse a sè gli occhi e -l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i canti di lui per -entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e mesto chiarore -e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente, o per -forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di corrispondenze -secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano rispondenza -meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati che meglio -adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Il sole, scoprendo -troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate, e i sensi tutti -quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita ch'ei suscita, -nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce, sino ad un certo -segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario modo -opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra diafana, -che, con renderle meno vistose, di quanto attenua l'azione loro sul -senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna, parte scoprendo, -parte velando, non solo favorisce il moto di quegli affetti, e suscita, -insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni, e inclina a -quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual volta l'anima -nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta dal mondo; ma -ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze semispente e -confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi e lo -spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità -vittoriosa e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna -si lascia guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale -e più pubblica (_immensi lux publica mundi_, disse Ovidio), e sembra -aver troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator -delle opere (_vivo cuncta calore fovens_), dar retta a noi. Quand'egli -appare sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna -regna sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che -di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio -di lei (_amica silentia lunae_), atta ad intenderci, disposta ad -ascoltarci. Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica, -la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò -sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici di -tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo candido -volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha un volto che -il sole non ha[282]. - -Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione d'animo -che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare amore la -luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro oggetto -della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione -d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose del -nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose, -affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali sono -indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre e dello -Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più invaghito di -lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta e dolce -bellezza. _Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa, -intatta, vereconda_, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed invoca. -Lo _spectral moon_ dei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto; -sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del Lenau, e -la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi suoi, come -agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna è eternamente -bella, _for ever beautiful_. Non mai stanco di contemplarla, egli la -vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi, guardar giù dai cieli -sereni, - - Dominatrice dell'etereo campo[283], - -questa _flebile umana sede_; vede il bianco suo raggio (_Il -biancheggiar della recente luna_), al cui mite splendore _danzan le -lepri nelle selve_, posar queto, per entro la notte _chiara e senza -vento_, sui _tetti e in mezzo agli orti_, e scoprire alla vista _lieti -colli e spaziosi campi_. Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena -l'anima d'angoscia, e velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con -lei: - - O graziosa luna, io mi rammento - Che or volge l'anno, sovra questo colle - Io venia pien d'angoscia a rimirarti: - . . . . . . . . . . . . . . . . . - . . . . . . . . chè travagliosa - Era mia vita: ed è, nè cangia stile, - O mia diletta luna[284]. - -Loderà egli sempre il _vezzoso_ suo raggio, e lunge dagli _abitati -lochi_ e dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica: - - Me spesso rivedrai solingo e muto - Errar pe' boschi e per le verdi rive, - O seder sovra l'erbe, assai contento - Se core e lena a sospirar m'avanza[285]. - -Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di -Labindo, che non molt'anni innanzi aveva esclamato: - - L'amica luna con l'argenteo raggio - Placidamente mi percuote il ciglio, - E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]! - -Quanta più che nei versi del Pindemonte: - - Steso sul verde margo - D'obblio soave ogn'altro loco io spargo. - Quai care ivi memorie - Trovo de' miei prim'anni, - Quai trovo antiche storie - De' miei giocondi affanni![287] - -Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcune -stanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza -con lo sguardo amico[288]. - -E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene -avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte, -apostrofa la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue[289]; -e Saffo saluta, per l'ultima volta, il - - verecondo raggio - Della cadente luna[290]. - -Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor egli -alla _eterna peregrina_, alla _giovinetta immortale_, alla _vergine -luna_ (_fanciulla_, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina -ch'ella possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a -che, vita, morte, dolore, vicenda, e quale il frutto - - Del mattin, della sera, - Del tacito infinito andar del tempo[291]. - -Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta, -riandando col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del -come la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la -vita, prese argomento dalla _giovinetta immortale_, dalla compagna -e consolatrice antica, e il _Tramonto della luna_ fu il penultimo, e -forse l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato. - -V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto -dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma -chiaramente; ed è quella che s'intitola _Il risorgimento_. Il giovane, -non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che -facevalo, non _turbato_, ma _tristo_, e _vedovo d'ogni dolcezza_, morto -al dolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile, -nell'april degli anni, a chi trascini - - dell'età decrepita - L'avanzo ignudo e vile. - -La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita, -chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e -solitaria la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non -gli toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine, -il canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo -raggio del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due -pupille tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto -ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla -vita: fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella -solitudine e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure -si scosse e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente -raccesa la _luce de' giorni e degli affetti giovanili_, incontanente -corse a riabbracciar la natura e a bearsi degli antichi amori. - - Siete pur voi quell'unica - Luce de' giorni miei? - Gli affetti ch'io perdei - Nella novella età? - - Se al ciel, s'ai verdi margini, - Ovunque il guardo mira, - Tutto un dolor mi spira, - Tutto un piacer mi dà. - - Meco ritorna a vivere - La piaggia, il bosco, il monte, - Parla al mio core il fonte, - Meco favella il mar. - -Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore doveva -diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine. -Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione. Non -era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi nella credenza -che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza creata dalla -fantasia sopra - - Il bel che raro e scarso e fuggitivo - Appar nel mondo[292]: - -anzi poteva con Saffo esclamare: - - Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella - Sei tu, rorida terra; - -e giudicar _vezzose_ le forme, anzi _infinita_ la beltà della sempre -verde natura[293]. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu -un ardentissimo ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu -un ardentissimo ammiratore della bellezza della natura[294]; e che -di questa seconda bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e -serenatrice, come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde -parole[295]. Un tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico. - -Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e ci -sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza -quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di -simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora -all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi, sembra -che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa -simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure -insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è poeta -che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè poteva -mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del solitario -poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il piacere -è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la vana -gioja è frutto del passato timore, - - onde si scosse - E paventò la morte - Chi la vita aborria. - -Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza, -dopo la quale - - Abbandonata, oscura - Resta la vita; - -e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole, -il quale tra lontani monti - - Cadendo si dilegua, e par che dica - Che la beata gioventù vien meno. - -La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non -mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente -insuperbisce; non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser -suo, alle sue deboli forze. - -Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza il -Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva nemmeno -durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e premendo, -dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il tempo -lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni in cui -serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso, -per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth, e da -quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po' melodrammatico, -del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi meditava troppo, -scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente. Per godere della -natura in modo schietto e pieno, non bisogna interrogarla con soverchia -insistenza, non bisogna volerle strappare a forza il suo secreto. Il -pastore errante dell'Asia manifesta, fra il 1829 e il 1830, uno stato -d'animo che doveva già essere antico nel nostro poeta: - - E quando miro in ciel arder le stelle, - Dico fra me pensando: - A che tante facelle? - Che fa l'aria infinita, e quel profondo - Infinito seren? che vuol dir questa - Solitudine immensa? ed io che sono? - -L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo, -provata: - - Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra, - E un fastidio m'ingombra - La mente; ed uno spron quasi mi punge - Sì che, sedendo, più che mai son lunge - Da trovar pace o loco. - . . . . . . . . . . . . . . . . . - Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale. - -Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto -possa dire: _Indugiati, o istante: tu sei così bello!_ - -Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben presto -la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e che quel -seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La natura, -già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatrice di -libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli[296]; la natura, salutata -da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di -tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è -malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per mezzo -i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo una -selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele. - - Nè scolorò le stelle umana cura[297]. - - Ma da natura - Altro negli atti suoi - Che nostro male o nostro ben si cura[298]. - - Dalle mie vaghe immagini - So ben ch'ella discorda: - So che natura è sorda, - Che miserar non sa. - Che non del ben sollecita - Fu, ma dell'esser solo; - Purchè ci serbi al duolo, - Or d'altro a lei non cal[299]. - - Non ha natura al seme - Dell'uom più stima o cura - Ch'alla formica. - - Così, dell'uomo ignara e dell'etadi - Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno - Dopo gli avi i nepoti, - Sta natura ognor verde, anzi procede - Per sì lungo cammino - Che sembra star. Caggiono i regni intanto, - Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300]. - -La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosa -della natura è in tutto simile a quella del _rapito amante_, il -quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno una -scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora, non -è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno -fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli errori -gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima. Egli -è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero -dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni -soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un grido -straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal pianto: - - O natura, o natura, - Perchè non rendi poi - Quel che prometti allor? perchè di tanto - Inganni i figli tuoi?[301] - -Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata e -delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente ne' -versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo col -volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre tutto -all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè piacque alla -_madre temuta e pianta_ - - che delusa - Fosse ancor della vita - La speme giovanil; piena d'affanni - L'onda degli anni: ai mali unico schermo - La morte[302]. - -La natura è chiusa all'amore e alla pietà, e - - In cielo, - In terra amico agl'infelici alcuno - E rifugio non resta altro che il ferro[303]. - -Ben presto l'offeso amatore si conferma nella opinione che la natura -sia, non solo indifferente, ma a dirittura malvagia. E anche questo -è un effetto dell'amore deluso. Il poeta, quando si contenta di -filosofare, sa che la natura, negli atti suoi, a tutt'altro attende -che a procacciare il bene o il male degli uomini; ma quando porge -l'orecchio al sentimento che gli si rammarica dentro, non regge -più in quel disinteressato giudizio, e immagina un'_antica natura -onnipossente_ che lo fece all'affanno[304] e un cielo che si diletta -delle umane sciagure[305], e un - - brutto - Poter che ascoso a comun danno impera[306]. - -Chiama la natura crudele, _empia madre_[307], _dura matrice_, colei - - che de' mortali - È madre in parto ed in voler matrigna[308], - -e solo per ironia la dice _cortese_[309] ed _amante_[310]. Lei sola -accusa operatrice e rea d'ogni male, e contro di lei, che _pene_ sparge -_a larga mano_, e che, simile a _fanciullo invitto_, - - Il suo capriccio adempie, e senza posa - Distruggendo e formando si trastulla[311], - -vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando, -invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono -gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi -a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau. Egli -non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il grande errore -d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere trasgredite -le sue santissime leggi. - -La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il -bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando -nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio -non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più -trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle quali -ciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto da -un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama: - - contento abbraccio - Senno con libertà; - -e - - Qui neghittoso immobile giacendo, - Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312]; - -ma egli mente a sè stesso. I _dilettosi inganni_, partitisi dalla -mente, gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li -deride in altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li -richiami nella memoria, e' gli torna a doler di sua sventura. - - O speranze, speranze, ameni inganni, - Della mia prima età! sempre, parlando, - Ritorno a voi; chè per andar di tempo, - Per variar d'affetti e di pensieri, - Obbliarvi non so; - -e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza -se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo -destino[313]. Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio -cuore: - - Posa per sempre. Assai - Palpitasti. Non val cosa nessuna - I moti tuoi, nè di sospiri è degna - La terra[314]; - -ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in -passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla è di -arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il sermone -_Su la mitologia_, egli aveva rimpianto il sogno antico di una natura -viva e animata, passionata e pensosa, allora quando - - Vissero i fiori e l'erbe, - Vissero i boschi, - -e - - Conscie le molli - Aure, le nubi e la titania lampa - Fur della umana gente, allor che ignuda - Te per le piagge e i colli, - Ciprigna luce, alla deserta notte - Con gli occhi intenti il viator seguendo, - Te compagna alla via, te de' mortali - Pensosa immaginò[315]. - -Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva: - - Vivi tu, vivi, o santa - Natura? vivi e il dissueto orecchio - Della materna voce il suono accoglie? - -e a lei raccomandò, _poscia che vote erano le stanze d'Olimpo_, questa -dolorosa famiglia umana: - - Tu le cure infelici e i fati indegni - Tu de' mortali ascolta, - Vaga natura, e la favilla antica - Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi. - E se de' nostri affanni - Cosa veruna in ciel, se nell'aprica - Terra s'alberga o nell'equoreo seno, - Pietosa no, ma spettatrice almeno[316]. - -Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una -creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda: - - Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime? - . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure, - Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure. - -Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo -dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie, -morendo, un inno alla vita immortale e universa. - - Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature, - Tandis que devant toi ta frêle créature, - Élevant ses regards de ta beauté ravis, - Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis! - Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde, - L'être succède à l'être, et la mort est féconde! - -Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno -spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei. - - Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée! - Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée, - Plus dans la solitude, asile du malheur, - Ta voix consolatrice enchanta ma douleur. - -Ma egli non si duole di avere a dissolversi in quella che lo produsse -alla vita, alla luce; anzi quasi voluttuosamente abbraccia la morte -che all'onde, all'aria, alla terra, agli elementi tutti, restituirà il -corpo e l'anima insieme. Il poeta non pensava come la creatura della -sua fantasia. Per lui non erano _vote le stanze d'Olimpo_. Egli si -chiamava Alfonso De Lamartine[317]. - -Tuttochè conscio della indifferenza della natura, il Leopardi non mai -cessò in tutto d'amarla. Ben sa il poeta ch'ella discorda dal pensier -suo, che è sorda e vota d'affetto; ma pur da lei ebb'egli il vago -immaginare e la virtù de' beati errori: e il dono di lei nè dal tempo, -nè dal fato, nè dalla stessa verità gli può più esser rapito. - - Proprii mi diede i palpiti - Natura, e i dolci inganni. - Sopiro in me gli affanni - L'ingenita virtù; - - Non l'annullâr: non vinsela - Il fato e la sventura; - Non con la vista impura - L'infausta verità[318]. - -E ancora di tanto in tanto, dopo così lunga esperienza e convinzion del -contrario, ripullula in lui l'antica immaginazione di una natura dotata -_di mente e di cuore_, e se non pietosa, conscia almeno di sè e di noi. - - Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre - Di strappar dalle braccia - All'amico l'amico, - Al fratello il fratello, - La prole al genitore, - All'amante l'amore: e l'uno estinto, - L'altro in vita serbar?[319] - -Nella stessa _Ginestra_, in quel supremo e terribil canto, dove, quasi -insiem con la vita, il poeta esala il suo finale pensiero, e grida il -verbo funereo in che tutta s'assomma e si ristringe la sua filosofia, -tra le invettive e le imprecazioni da lui scagliate alla natura, -rispunta, come un raggio nel bujo, l'antico amor giovanile, e ancora -lampeggia nelle dolci parole, penetrate di tenerezza e di mestizia, con -cui egli saluta l'odorata pianta - - di tristi - Lochi e dal mondo abbandonati amante, - E d'afflitte fortune ognor compagna; - -e il _fior gentile_, che quasi - - I danni altrui commiserando, al cielo - Di dolcissimo odor manda un profumo - Che il deserto consola. - -E questo è forse più proprio e più degno d'innamorato vero, che non può -giungere a odiare del tutto mai l'oggetto dell'antico amor suo. Ond'è -da notare, per questo rispetto, una diversità grande fra l'autore della -_Ginestra_ e un altro, non tanto grande, ma pure assai ragguardevole, -poeta pessimista, Alfredo De Vigny. Veramente Alfredo De Vigny teme e -odia la natura, e l'animo proprio manifesta con dure parole. La natura -così vanta sè stessa: - - Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre, - A côté des fourmis les populations[320]; - Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre, - J'ignore en les portant les noms des nations. - -A tale vanto il poeta sente riempiersi il cuore di amarezza e di -aborrimento, e distogliendo lo sguardo dalle crudeli bellezze che lo -avevano abbagliato un istante, esclama: - - C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe, - Et dans mon cœur alors je la hais et je vois - Notre sang dans son onde et nos morts sous son herbe, - Nourrissant de leurs sucs la racine des bois. - Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes: - «Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes, - Aimez ce que jamais on ne verra deux fois». - Vivez, froide Nature, et revivez sans cesse - Sous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi; - Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse, - L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi; - Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines, - J'aime la majestè des souffrances humaines; - Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi[321]. - -In questi versi è accennato un fatto la cui conoscenza pare che -necessariamente debba avvelenare il sentimento della natura, e menomar -d'assai, se non togliere a dirittura, il godimento che a noi può -venire dalla contemplazione delle sue bellezze. L'occhio che passa -oltre a quella prima parvenza, subito scopre nell'ombra un aspetto -mostruoso e cruento, che non può non agghiacciar l'anima di terrore. -Quella compostezza, quella serenità, quel riso che c'incantano e -c'innamorano a prima faccia, sono una maschera, una menzogna, una -frode. Sotto la vaga superficie luminosa e dipinta è uno strazio eterno -ed oscuro, un orror senza nome di creature angosciate, che per vivere -un'ora s'insidiano a vicenda, si azzuffano, si dilaniano, dànno la -vita in perpetuo olocasto alla morte, spremono dalla morte la vita. -La natura ci si discopre allora quale un Moloch immane, inesorabile, -inappagabile, che crea a sè medesimo, senza fine e senza riposo, le -ostie dolenti di un sacrificio infinito. Come serbar vivi nell'animo -allora i sensi di fiducia e di amore? come più vagheggiare quelle -bugiarde bellezze? come impedire che il sentimento della natura si -rabbui, e tutto, per così dire, si rapprenda in un orrore della natura? -Perdette per sempre il gusto della primavera quel poeta ch'errando pei -campi in un mattino di maggio, imprevedutamente pensò che ad ogni passo -ch'ei mutava fra l'erbe, centinaja di creature, nate appena, perivano -sotto il suo piede, senza ch'ei le vedesse nemmeno. - -Eppure, tanto può in noi la bellezza, che la conoscenza non basta -a sottrarci al suo fascino. Essa ci scende per gli occhi al cuore, -ci soggioga e ci conquide. Essa fa divampare l'amore; e l'amore, -notò il Leopardi, è la più vivace e possente delle illusioni, dacchè -resiste alla stessa forza dissolvente del vero. Lo Schopenhauer scorge -benissimo quell'aspetto cruento e mostruoso della natura, e s'indugia -a descriverlo; ma, nondimeno, come appena torna a pascere lo sguardo -delle care sembianze, egli esclama: Quanto è bella la natura! E così, -o in poco diverso modo, credo, il Leopardi. Egli scopre nella natura, o -dietro a lei, il _brutto potere ascoso_, e lo spettacolo delle cose non -può non rimanere alquanto aduggiato da quella grande e impenetrabile -ombra. Agli uomini del medio evo la natura apparve talvolta come una -grande ossessa, violata e posseduta dallo spirito delle tenebre: al -Leopardi la natura appare da ultimo come posseduta e contaminata dal -_brutto potere_; ma questo brutto potere non è un demone capriccioso e -fantastico; è un fato costante e indefettibile; e all'anima dell'uomo -moderno non può non venire un senso di sicurezza, di rassegnazione -e di quiete, dal sapere che la natura è retta da leggi, dure sì, ma -inflessibili e certe. A ogni modo il Leopardi non molto si sofferma -a contemplare l'aspetto mostruoso e cruento della natura; e se il -godimento che da quella egli riceve va scemando col tempo, va scemando -men per questa che per altre ragioni. - -A poco a poco il suo sguardo si distoglie dalle sembianze più -graziose e si fissa sulle più austere. Il sentimento, d'idilliaco -ed elegiaco ch'era in principio, tende a diventar tragico, e alle -serene e leggiadre immagini delle prime poesie succedono, da ultimo, -le tetre e terribili della _Ginestra_. L'anima del poeta s'è venuta -infoscando sempre più, e spontaneamente cerca gli aspetti che meglio si -armonizzano col suo stato. - - Placida notte, e verecondo raggio - Della cadente luna; e tu che spunti - Fra la tacita selva in su la rupe, - Nunzio del giorno; oh dilettose e care, - Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato, - Sembianze agli occhi miei; già non arride - Spettacol molle ai disperati affetti. - -Tali parole, molt'anni innanzi, il poeta aveva fatto sonar sulle labbra -di Saffo disperata e già vicina a cessar nella morte il suo tormento; -ma con parole in tutto simili avrebbe potuto, più d'una volta, il poeta -esprimere il sentimento suo proprio, e allora in ispecie che volgeva -nell'anima il tema e i versi della _Ginestra_[322]. Nella _Ginestra_ -non più verdi rive, non più campi e colli irradiati dal sole; ma -l'arida schiena del formidabil monte, e campi cosparsi di cenere -e coperti di lava impietrata, e il mare fatto specchio al bagliore -dell'igneo torrente, e il bipartito giogo e la cresta fumante nel -cielo, in fondo al deserto foro della dissepolta Pompei, infra le file -de' mozzi colonnati, e un ricordo dell' - - erme contrade - Che cingon la cittade - La qual fu donna de' mortali un tempo, - E del perduto impero - Par che col grave e taciturno aspetto - Faccian fede e ricordo al passeggero. - -E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma -quanto diversa da quella delle _Ricordanze_, quanto anche diversa da -quella del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_! Nelle -_Ricordanze_ il poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti -colloquii e le dolci effusioni di un tempo. Nel _Canto notturno_ -l'inquieto pastore, vedendole ardere nel cielo, chiede a che sieno, che -operino. Nella _Ginestra_ il poeta, sedendo la notte sulle desolate -piagge, mira in purissimo azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e -specchiarsi nel mare, - - e tutto scintille in giro - Per lo voto seren brillare il mondo; - -mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni -superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un -pensiero lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione. -Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili -della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e come -l'ultima forma di esso. - -Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi -spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau. -La storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della -solitudine che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando -ne' tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse -gli uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non -sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo, -e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non -morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della -montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è -più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della -solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e, -nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben -sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu dal -Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra, -bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta -salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude e -selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann -poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di guide, -cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte, smarrirsi -nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di morte, e, -nulladimeno, provare al vivo _la grande jouissance toute particulière -que suscitait la grandeur du péril_[323]. Egli era robusto del corpo, -per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare -la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto, -o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile -poteva il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine -d'impressioni, gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo. - -Le variazioni cui nel Leopardi andò soggetto il sentimento della natura -non furono già così regolarmente consecutive nel tempo come forse -appajono in queste pagine. La vita di uno spirito non soffre mai quelle -partizioni certe e recise che nella storia di esso possono tornare o -necessarie o opportune. Il Leopardi non mutò in un dì, e nessuno muta -in un dì. La storia di lui fu veramente piena di corsi e di ricorsi; -e molte volte egli ebbe a tornare a quel sentimento o a quel pensiero -da cui s'era creduto allontanato per sempre. Come tornò ad amare -ripetutamente la donna, dopo essersi creduto morto all'amore, così -tornò a vagheggiar la natura, dopo averla accusata e maledetta. L'anima -umana è come il mare. Ogni giorno, nel doppio suo moto di flusso e di -riflusso, il mare scopre e ricopre quelle medesime sponde, che solo -nel giro di lunghi secoli s'alzan del tutto fuor del suo grembo, o del -tutto si sommergono in esso. Un poeta tedesco, che ebbe col Leopardi -più di una somiglianza, e fu un grande adoratore della natura, Giovanni -Hölderlin (1770-1843), scrisse una volta: «Morti gli aurei sogni della -giovinezza, fu morta per me la natura»[324]: per Giacomo Leopardi la -natura non morì in tutto mai. - - -CAPITOLO V. - -ESTETICA DELLA MORTE. - -Il Leopardi strinse in intima unione l'amore, la bellezza, la morte: è -questa una delle singolarità più caratteristiche del poeta cui Alfredo -De Musset salutò col nome di _sombre amant de la Mort_. - - Due cose belle ha il mondo: - Amore e morte. - -dice Consalvo: e - - Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte - Ingenerò la sorte. - Cose quaggiù sì belle - Altre il mondo non ha, non han le stelle, - -dice il poeta nella canzone che appunto s'intitola _Amore e Morte_. -Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa -personificazione e figurazione della morte; un'associazion della morte -con l'amore; un intenso desiderio di morte. - -La morte è - - Bellissima fanciulla, - Dolce a veder, non quale - La si dipinge la codarda gente; - -ed è genio divino e benefico che - - ogni gran dolore. - Ogni gran male annulla, - -e sol esso pietoso _dei terreni affanni_. Onde il morire non è dolore, -ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle _Ricordanze_[325], e -come più espressamente dirà nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle -sue mummie_[326]. E l'uomo di alto animo, che sente la _gentilezza del -morire_, al morir non ripugna, ma piega _addormentato il volto_ nel -_virgineo seno_ della fanciulla bellissima[327]. E la morte è l'unico -fine dell'essere[328]. - -Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono -una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come la lingua -loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta in grembo -alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di figurare -somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio alato, con -nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una corona di fiori. -Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, le rappresentazioni -più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero assai volte -alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'_Alceste_ di Euripide essa -appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste negra, con -un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro all'avvenente -sorella del Sonno quando scriveva il verso: - - Omnibus obscuras injicit illa manus; - -nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca, -quando l'armava di avidi denti. - -Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia -concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. Armata -o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la sentenza, -assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, e -la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale allora una -figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di credenze e di -sentimenti la spiega? - -Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine primo -e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; gli -uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, non ricevono -la immortalità in dono dai numi. - - Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire, - -dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto il -contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non all'ordine, -ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; e l'uomo -si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte è il -frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, e -conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte unica -d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura del diavolo, -poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo e ne la fece -signora[329]. I sette peccati capitali sono i sette peccati mortali, -e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così concepita -ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di sembianze nè -belle, nè decorose. - -A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse -rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il -sentimento che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce -e sereno, tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la -redenzione degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva -purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo, -come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal -sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala -in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani -non lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di -pace: l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le -iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi -di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche _concilia -martyrum_. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus -appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La tomba -è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il nome di -_dies natalis_. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un trattatello -_De bono mortis_? - -Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e sulla -speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, le -figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente la morte -apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, a -piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o di spiedo; -munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da sola, o a -capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, oppure, -con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo paltoniere, -li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte è un vero -e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido alleato e -ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma desideroso di -nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri diavoli e beffardo -com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in conto di un diavolo, -che nel tedesco _Heldenbuch_ si vede il pagano Belligan (e secondo la -comune credenza del medio evo, i pagani adoravano i diavoli) adorare un -idolo della morte. Ciò nondimeno, un ricordo delle serene immaginazioni -antiche rimane in quelle gentili leggende ascetiche della età di mezzo, -ove si vede la morte dei fratelli di un chiostro essere prenunziata -dal fiorire di un giglio, dallo spegnersi di una lampada, dal suono -spontaneo delle campane. - -La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è tuttavia -la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. Prima -che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, la Colpa, figlia -e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, sedevano -insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, insieme esse -muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una non può andar senza -l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa: - - Thou my shade - Inseparable, must with me along; - For Death from Sin no power can separate[330]. - -La morte è un'ombra sparuta (_meagre shadow_; non già _scarnata forma_, -come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato, cavernoso -carcame (_this mau, this wast unhide-bound corps_, che il Maffei molto -liberamente tradusse: _Quest'arido carcame e il ventre vuoto_). Ella è -armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e cavalca, quando -le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha la stessa virtù -ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua sono due _cani -infernali_. - -A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro -argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre a -quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma di -quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che, come -ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato e -deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa. E la -ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma credenza -del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici di Dio, non -hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e saranno da ultimo, -checchè facciano o tentino, i soli veri burlati. Ond'è comune a tutti i -popoli cristiani la novella dell'accorto prete, o dell'accorto villano, -che con certa astuzia relega la morte sopra un albero, o in granajo, e -per più anni non la lascia esercitare il suo officio nel mondo[331]. - -Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla prim'alba -del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata in parlar -della morte. - - Morte villana, di pietà nemica, - Di dolor madre antica, - -esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto quel -titolo di villana[332]. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della -dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a far -palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio. E prima -lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata e -raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzone _Morte, poich'io -non truovo a cui mi doglia_, Dante aveva scongiurata la morte di non -uccidere la donna che _con seco ne portava il suo cuore_, e l'ammoniva -che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a leggiadria il -suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna[333]. Il Petrarca, detto -come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva: - - Partissi quella dispietata e rea, - Pallida in vista, orribile e superba, - Chè 'l lume di beltate spento avea[334]. - -Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare -nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro; -e già Guido Cavalcanti l'aveva detta _gentile_. Dante, immaginando -morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non m'essere -villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' stata! or -vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto già lo tuo -colore». E in verso - - Morte, assai dolce ti tegno: - Tu dei omai esser cosa gentile, - Poi che tu se' ne la mia donna stata, - E dei aver pietate e non disdegno. - Vedi che sì desideroso vegno - D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede. - Vieni, chè 'l cor te chiede[335]. - -Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; ma il -dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar bella, -e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce[336]. - -Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne fu -anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco chiamò la -morte _sora corporale_. In certe novelline popolari sparse su tutta -la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare, se così -chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di un pover uomo, -e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di doni. La ragione -del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni appar -manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai fratelli Grimm[337]. -Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo, va in cerca di un -compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce; ma egli -lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai ricchi e lascia -morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol vuole, perchè -ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente la Morte, e -questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini, tratta -tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo ingiusto: -_aequo pulsat pede_. Questo concetto è espresso in un gran numero di -proverbii. - -Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e da altri -che si potrebbero venir ricordando[338], non è ancora la morte bella e -gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una specie di -grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa è di sua -natura, _ab origine_, bella e gentile, assai più di quanto la potessero -immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede Cristo e i -martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e amorose -donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi immagina -una morte al cui _divino stato_ non bisogna nè illeggiadrimento, -nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta _regina degli -spaventi_; e il La Rochefoucauld avvertì: _Le soleil ni la mort ne -peuvent se regarder fixement_; e nel mistero del Byron, Caino non osa -mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa ed -atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata -dal Leopardi. - -Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è brutta, -bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita è dolore, -bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja pietosa e -benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero comune -tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali[339]; come potrebbe -non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, creduto -piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza il -Leopardi?[340] Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la malattia -e la morte _piaceri della vita_ (_gioia di morte_, disse una volta -Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non -avrebbe il Leopardi esclamato: - - Bella Morte, pietosa - Tu sola al mondo dei terreni affanni[341]? - -Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non uccide -l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura morte sono, -pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La morte ha loro -largita una seconda vita, assai più alta e migliore della prima, le -ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato e sentito dal -terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle son morte, -tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano in -loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare le -donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al cielo. A più -che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa esperienza. -Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, si -strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi sempre più al mondo -di là, invoca la morte quasi con formole di scongiuro magico, vuol -morir giovane per appresentarsi all'amata florido di salute, circonfuso -di letizia. Manfredo scende nel regno di Arimane per rivedere Astarte. - -Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca e -di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono essere -nel cuor del Leopardi. Pel poeta della _Ginestra_ la morte non è un -intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, con cui il -dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere ciò, faccia un -confronto fra la poesia del Leopardi intitolata _Il sogno_ e il canto o -capitolo secondo del _Trionfo della Morte_, da cui quella è inspirata. -In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse Laura in -immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo aspetta in -cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e gli rasciuga -gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota la lunga -storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza gli apporta -quanta uomo mortale non sentì mai[342]. Ma in nessun altro luogo si -trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel secondo -del _Trionfo della Morte_. La notte stessa che seguì al suo salire in -cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata di gemme -orientali, gli porge la _già tanto desiata mano_, se lo fa sedere -a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso -colloquio incomincia[343]. Viv'ella, o è morta? - - Viva son io, e tu se' morto ancora, - Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga - Per levarti di terra l'ultim'ora. - -Ed egli: È sì gran pena il morire? - - Rispose: Mentre al vulgo dietro vai - Ed a l'opinion sua cieca e dura, - Esser felice non pô' tu già mai. - La morte è fin d'una pregion oscura - Agli animi gentili; agli altri è noja - Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura. - -Duole, sì, l'_affanno_ della morte, _ma più la tema de l'eterno danno_; -chè la morte non è se non un _sospir breve_; e a lei fu mansueta la -morte; ed ella, a quel passo più lieta - - Che qual d'esilio al dolce albergo riede. - -Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna -pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo -amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di -togliersi a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella -eternità. - -Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi -nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella che -prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare, - - e quale - Degl'infelici è la sembianza. - -Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede se -viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si avvede -alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà ella -un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? Ma -súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero: - - Son morta, e mi vedesti - L'ultima volta, or son più lune. - -E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o -di pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la -rimembranza ora che loro è _tolto il futuro_, quella non cela il -sentimento antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando -d'affannosa dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli -ricorda ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo -all'amore: - - E tu d'amore, o sfortunato, indarno - Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio. - Nostre misere menti e nostre salme - Son disgiunte in eterno. A me non vivi. - E mai più non vivrai: già ruppe il fato - La fè che mi giurasti. - -E pronunziate queste estreme parole, si dilegua. - -Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di partirsi -da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla morte, la -quale _ruppe il nodo antico alla sua lingua_, e gli ottiene da Elvira -la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a lui finalmente -fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico giorno felice -della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione esclama: - - Due cose belle ha il mondo: - Amore e morte. - -Nel _Sogno_ la morte pon fine all'amore: nel _Consalvo_ la morte fa -manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi - - Palpiti della morte e dell'amore - -si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann si -vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente ne scioglie -l'amplesso: nel _Consalvo_ la morte stringe il nodo che sciorrà subito -dopo. - -Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba -inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi, -affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore - - Nasce il piacer maggiore - Che per lo mar dell'essere si trova; - -la morte - - Ogni gran male annulla. - -Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non -può essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano -conformemente. Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la -vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di -morire: - - Tanto alla morte inclina - D'amor la disciplina. - -Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe -coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno, -e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor -loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita[344]. Il -Leopardi pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo -che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la -terra - - senza quella - Nova, sola, infinita - Felicità che il suo pensier figura; - -e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella -desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a -tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose -tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa -dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di -asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua -adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo -(per quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i -fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire -un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora -dell'amore e l'ora della morte fann'uno. - -Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne -fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi, -e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio. -Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone -scrisse: _Tota philosophorum vita commentatio mortis est_. Seneca, -in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte: _Nihil -mihi videtur turpius quam optare mortem_; ma in altra scrittura -persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi: _Felicissimis -mors optanda est_. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo -pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta -ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che -nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il -fardello della vita[345]. - -Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente -e più intenso. _Infelix ego homo_, esclama San Paolo, _quis me -liberabit de corpore mortis hujus?_ e in altra occasione: _Mihi enim -vivere Christum est, et mori lucrum_: parole ripetute poi da infiniti. -E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del -martirio? - -Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non -dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli -dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso. - -Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci -quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei -moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente -parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale -avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però -i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla -morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come -dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile -da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi -desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua -più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile -nullità della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente -considerata, non meriti d'esser vissuta. - - Or poserai per sempre, - Stanco mio cor. . . . . . . . - . . . . . . . . . . . . . . . - Posa per sempre. Assai - Palpitasti. Non val cosa nessuna - I moti tuoi, nè di sospiri è degna - La terra. Amaro e noia - La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. - . . . . . . . . . . . . . . . - Al gener nostro il fato - Non donò che il morire[346]. - -Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la -finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo -medesimo sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio -della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817 -egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel -luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in -breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi -morto in questo deserto del mondo[347]; e qualche settimana più tardi, -ne' versi _Ad Angelo Mai_ scriveva: - - Morte domanda - Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda. - -Nella _Vita solitaria_ il poeta si augura pronta morte, e accenna al -ferro liberatore. Nelle _Ricordanze_ parla e riparla della _invocata -morte_: - - E già nel primo giovanil tumulto - Di contenti, d'angosce e di desio, - Morte chiamai più volte, e lungamente - Mi sedetti colà su la fontana - Pensoso di cessar dentro quell'acque - La speme e il dolor mio. - -Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la -legittimità[348]; Saffo emenda in sè stessa il _fallo del cieco -dispensator de' casi_. Se - - È funesto a chi nasce il dì natale[349], - -ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo -sani di ogni dolore[350]. - -Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire -scrisse: - - J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou, - Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où; - Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351]..... - -Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto: - - Giammai d'allor che in pria - Questa vita che sia per prova intesi, - Timor di morte non mi stringe il petto. - Oggi mi pare un gioco - Quella che il mondo inetto, - Talor lodando, ognora abborre e trema, - Necessitade estrema; - E se periglio appar, con un sorriso - Le sue minacce a contemplar m'affiso[352]. - -Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e -così fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo -alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse -un'altra quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno: -immaginazione di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme -realmente, e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto -parole, non in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti -di Epicuro, l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno, -può giudicarla un bene e come un bene desiderarla. - -Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino il -desiderio della morte[353]; ma fu errore, simile a quello che gli fece -credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. Egli -non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel petto; e -però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero in sì -fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni più tardi: - - E tu cui già dal cominciar degli anni - Sempre onorata invoco, - Bella Morte, pietosa - Tu sola al mondo dei terreni affanni - Se celebrata mai - Fosti da me, s'al tuo divino stato - L'onte del volgo ingrato - Ricompensar tentai, - Non tardar più, t'inchina - A' disusati preghi, - Chiudi alla luce omai - Questi occhi tristi, o dell'età reina[354]. - -Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta -pessimista, il Leconte de Lisle: - - . . . Divine mort, où tout rentre et s'efface, - Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace, - Et rends-nous le repos que la vie a troublé. - -Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e di -amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo qua -e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà -di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli -innamorati. Nella canzone _All'Italia_ la morte è detta _passo -lacrimoso e duro_; e _abisso orrido immenso_ la dice l'errante pastore -dell'Asia. Nella _Palinodia_ vecchiezza e morte son giudicate _miserie -estreme_. Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli -uomini dal sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella -morte in cui sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre -canta essere la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della -natura[355]. - -Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la morte: -il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò prova in -lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. Egli par -che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare di amabili -sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno non sia stata -generosa ai mortali: - - Ahi perchè dopo - Le travagliose strade almen la meta - Non ci prescriver lieta? anzi colei - Che per certo futura - Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma, - Colei che i nostri danni - Ebber solo conforto, - Velar di neri panni, - Cinger d'ombra sì trista, - E spaventoso in vista - Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356] - -Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per -opera sua - - Bellissima fanciulla - Dolce a veder. - -Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da queste -immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci strappa -dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in giovinezza e -in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta apostrofa la -natura: - - Come potesti - Far necessario in noi - Tanto dolor, che sopravviva amando - Al mortale il mortal? - -A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari non -già, la cui dipartita fa l'uomo _scemo di sè stesso_[357]. Il poeta -sente nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei _sudori -estremi_ che travagliarono la _cara e tenerella salma_ della donna -adorata[358], spasima pel _chiuso morbo_ che uccise la Silvia[359]. - -La canzone _Per una donna malata di malattia lunga e mortale_ -incomincia: - - Io so ben che non vale - Beltà nè giovanezza incontro a morte, - E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro. - -La morte è per sè stessa benefica; - - ma sconsolata arriva - La morte ai giovanetti, e duro è il fato - Di quella speme che sotterra è spenta[360]. - -Ad _Amore e Morte_ il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro: - - Muor giovane colui che al cielo è caro; - -ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non -può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante. - - Mai non veder la luce - Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo - Che reina bellezza si dispiega - Nelle membra e nel volto, - Ed incomincia il mondo - Verso lei di lontano ad atterrarsi; - In sul fiorir d'ogni speranza, e molto - Prima che incontro alla festosa fronte - I lugubri suoi lampi il ver baleni; - Come vapore in nuvoletta accolto - Sotto forme fugaci all'orizzonte, - Dileguarsi così quasi non sorta, - E cangiar con gli oscuri - Silenzi della tomba i dì futuri. - Questo se all'intelletto - Appar felice, invade - D'alta pietade ai più costanti il petto[361]. - -Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il -miracolo della bellezza[362], e non sa darsi pace delle speranze -innanzi tempo recise: - - Quando sovvienmi di cotanta speme, - Un affetto mi preme - Acerbo e sconsolato, - E tornami a doler di mia sventura[363]. - -Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa, -similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di -morte. In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte -e l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati la -Morte e l'Amore[364], degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle -due belle cose del mondo. - - -CAPITOLO VI. - -CLASSICISMO E ROMANTICISMO DEL LEOPARDI. - -Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano -classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie da -non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra; e -a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di un -purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che -di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così -esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è -propriamente quale da molti s'immagina. - -Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà far -giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute -assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta -ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani -solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione -letteraria di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo -alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di -quegli scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo -in Italia e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e -dal latino, e di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che, -contraffatti da lui, furono scambiati per sinceri dagl'intendenti. -Critici diligenti e minuti notarono nei versi e nelle prose di lui -i moltissimi luoghi che a ragione o a torto (non sempre a ragione di -sicuro) si possono credere suggeriti o inspirati dalle due letterature -di Grecia e di Roma; e fu ne' suoi versi distinta una prima maniera, -che sarebbe latina, da una seconda, che sarebbe greca; e tutta greca -fu detta la prosa; e come il Manzoni fu salutato capo della scuola -romantica in Italia, così della classica fu salutato capo il Leopardi, -fatto dell'uno il contrapposto e la negazione dell'altro. Egli stesso, -il poeta, ebbe a dire, non una, ma più e più volte, che, a paragon -degli antichi, i moderni scrittori gli parevano o piccoli, o poveri, o -falsi. - -Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età nuova, -esprimeva nel verso - - Lo secol primo quant'oro fu bello, - -il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e -fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella. -Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli -antichi avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto -giudizio. Innamoratissimo di virtù, credette gli antichi fossero stati -più virtuosi, e per questo, e per altro ancora, assai più felici; -onde all'età presente, pessima sott'ogni aspetto, non altro può -rimanere che il desiderio[365]. Nascevagli talvolta un dubbio, che -questo esaltare il passato a paragon del presente possa essere effetto -di mera illusione[366]; ma la illusione tenevasi cara e non sapeva -spogliarsene. Ricordando i _vetusti divini, a cui natura parlò senza -svelarsi_, egli prorompe in un grido di desiderio e di rimpianto: - - Oh tempi, oh tempi avvolti - In sonno eterno![367] - -e sciogliendo un inno ai patriarchi, - - molto - Di noi men lacrimabili nell'alma - Luce prodotti, - -egli, salutata in passando l'_erma terrena sede_ ove fu commessa -la prima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno -d'antichi poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai -mortali[368]. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza -la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della -bellezza! - -E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii -classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava -un po' più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi -sconosciuto, «e la filologia quasi interamente abbandonata in grazia -dell'archeologia»[369]. Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio -delle lingue e delle lettere classiche vedeva così negletto come in -Milano, dove difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta -trovare «una edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5 -o al 6 cento»[370]: e della causa dell'antichità facendo in certo qual -modo la propria, diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino, -in Bologna, in Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta -e grassa Lombardia»[371]. V'è qualche esagerazione in questi giudizii; -ma è da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come -la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse -allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non si -parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva -tutta la letteratura milanese[372], e che in Lombardia non era quasi -altro studio che di pedanterie[373]. Egli aveva gli occhi e l'animo -così fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva -giudicare ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva -disegno di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiava _sul gusto -della Ciropedia_; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti -capitani e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e -Plutarco[374]. Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi -in libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì -in petto ai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si -scaldasse molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio, -in una lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere -che si scaldasse pochissimo[375]. - -Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando -Grillenzoni: «Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e -le meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane -son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»[376]. -Passi per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a -ridire. Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal -Carducci che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza -classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso -e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per -così dire, la purità del sentimento greco»[377]. Certo il Leopardi si -sarebbe sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo un -romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico alcune -parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare quel -nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella la prima parte -di un _Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, ovvero -intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme sulla poesia -moderna_[378]; ma quella prima parte non fu mai stampata, e la seconda -non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava -l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli non la -pensava come l'autore delle _Osservazioni_[379]. In sul principio del -1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allora -presente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il -fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di comporre -in séguito[380]; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno, -lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere, come di -cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più in là che il -disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento preso dalia -letteratura _verso il classico e l'antico_, giudicandolo buono, anzi -necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso -senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione -della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali e del -tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle parole...». Ci -si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne, per sapere -dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva ancora dimostrare «la -necessità di adattarsi al gusto corrente», «la falsità di ciò che forse -si giudica, che il buon gusto non si possa trovare in libri nazionali -e da contemporanei, l'uso costante di tutti i grandi scrittori di -scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o greca, o latina ecc.... -la discordia tra le nostre opere e quelle degli antichi, che vogliono -imitare, quando queste erano pel tempo loro, e le nostre per il tempo -degli antenati, quando a volerli imitare doveano effettivamente essere -per il presente ecc.»[381]. Questi pensieri, maturati e messi in carta, -secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823, sono probabilmente -alquanto disformi da quelli espressi nella prima parte del Discorso -testè citato; ma quanto disformi, non siamo in grado ora di dire. -Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a quell'andamento della -letteratura _verso il classico e l'antico_, io quasi non iscorgo in -essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora non potessero e -non dovessero consentire: e quando il poeta ricorda in più particolar -modo che gli antichi scrissero pei tempi loro, e che i moderni, -volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere pei proprii, sembra -d'udire il discorso di quegli apostoli della nuova scuola i quali -dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici dell'antichità. -Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste classica esagererebbe -di certo; ma chi dicesse che il classicismo di lui fu più di forma che -di sostanza, e che egli non fu quell'antico che a primo aspetto può -parere altrui, direbbe cosa, a mio credere, che ha molte parti di vero. -Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe in sè del romantico assai più -di quanto potesse egli immaginare, assai più di quanto fu giudicato da -altri. - -A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro fece -della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui; 3º, -certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi -elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro, -la gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo, le -quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan fatti -per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione, e -direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti. Al qual -proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina e una -pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi, e, ancora, -che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di parecchie. - -Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia -(classica, s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio -distinguersi e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più -importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono -conservata all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono -l'arte non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita, -magari per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio -alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che -la mitologia e l'_antimitologia_ diventano per le due contrarie fazioni -quasi segnacolo in vessillo. - -Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto diverso -da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non immuni, -del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la mitologia -come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria e, tutto il -più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi invocano gli dei -dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla lor religione, e ne -narrano i casi come se fossero avvenuti davvero. Il Leopardi considera -il mito come cosa irreparabilmente passata e perduta, e appunto -perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle e dolci fantasie per -la cui virtù parve vivere la natura e conversare con l'uomo. Il canto -_Alla primavera o delle favole antiche_ è documento mirabile di quel -giudizio e di quel sentimento, a cui nessun romantico, che abbia fior -di ragione, può voler contrastare. Tale rimpianto ricorre con molta -frequenza nei poeti moderni; ma troppo avrebbe disdetto a classicisti -puri, i quali non potevano, senza strana contraddizione, deplorare la -morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano di tener vivo[382]. Ora -tra alcuni di quei moderni e il Leopardi è, per tale rispetto, questa -diversità, che essi, nel mito, lamentano piuttosto la perduta bellezza, -il Leopardi piuttosto la perduta illusione. Non volendo moltiplicare i -raffronti, mi contenterò di un pajo. Il Keats incomincia il suo poema -_Endymion_ con un saluto alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già -Alfredo De Musset, si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo -antico. - - Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée! - Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel - Aux siècles glorieux où la Terre inspirée - Voyait le ciel descendre à son premier appel![383] - -Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo della -_vittoriosa Bellezza_, innanzi al cui altare avrebbe voluto -prosternarsi adorando. Nel carme intitolato _Hypathie_, il poeta, -esaltando la paganità a fronte del cristianesimo, esclama: - - l'impure laideur est la reine du monde, - Et nous avons perdu le chemin de Paros. - - Les Dieux sont en poussière et la terre est muette: - Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté. - Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète - L'hymne mélodieux de la sainte Beauté. - -Un'altra poesia, intitolata _La source_[384], finisce con questi versi: - - Telle que la Naïade en ce bois écarté - Dormant sous l'onde diaphane, - Fuis toujours l'œil impur et la main du profane, - Lumière de l'âme, o Beauté! - -Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza; -ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, nel quale -infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo Schelling, -della universa significazione e del perpetuo valore di esso; conscio -ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere, -mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con ciò il -Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti poeti di -questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti ricordare -per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che del -mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella _Légende des -siècles_ e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si -giova ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la _Storia del -genere umano_, il _Dialogo di Ercole e di Atlante_, la _Scommessa di -Prometeo_; e non è possibile non avvertire la diversità grande che -per questo rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie -inglesi, ne' cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto -alla leggenda arturiana o alla saga settentrionale. - -Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune -tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione e di -consuetudine. _Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo, -Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio di -numi_, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono _rari nantes_, formule -puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e quasi, -passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono. -Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio nella sua brutta -_Anti-mitologia_, ricordava con lode il nome del Leopardi, come di uno -che avesse intese le buone ragioni dei romantici, e s'opponesse alle -usanze assurde dei classicisti: - - Leopardi, - Forte in alti pensieri, inni già intuona, - Che se fien gravi all'ammollito orecchio - Della plebe vivente, saran fiamma - Alla età che succede; e cammin nuovo - Segna a chiunque la virtude ha cara[385]. - -E non dimentichiamo che nella _Ginestra_ il poeta si ride della -illusione degli uomini che _favoleggiarono_ gli autori delle universe -cose discesi in terra per cagion loro, e schernisce i _rinovellati -sogni_; dove, se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca -una nemmeno alla mitologia. E ricordiam di passata che nella _Scommessa -di Prometeo_ si parla con assai poca reverenza delle muse e degli altri -dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica che -mitica. - -Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi, -parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha -del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di -distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della -natura. Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una -variante del _délire champêtre_ del Rousseau; romantica, più tardi, -quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte -della natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi, -sebbene per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller. -I classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel -loro canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente -parlando, la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra -osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un -germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera. -Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi -in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura -è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, una -festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede di -più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più -settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per -ciò appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in -quelle terzine dell'_Appressamento della morte_, che sono del 1816, -tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna -ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa -quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di -quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young e di -Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni -che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa che già -aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, ecc., e -cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto della civiltà. - -Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia -non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere antica -nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio rimasto -memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono modo di -conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei chiostri se -ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani hanno tutti -uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta conoscerne le -variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento della -misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse nascere di regola -da esperienza di nocumento sofferto nella persona o negli averi, -o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci rappresentano -Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine e malvagità degli -amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore di seduzione e di -contaminazione. _Quoties inter homines fui, minor homo redii_, lasciò -scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare un amico di San -Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. Il cristiano, -certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, come quello che -poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla creatura per -meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli asceti che -abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere più sicuri -di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, divenuto -troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, pare -che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole -contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca da quella -conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare tutto -quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e squisita -cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora egli -s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà e a -quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto nascere, -e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non essere fatto, -immaginandone un altro più amabile e degno. - -Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè -anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta. -Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così -scellerati come sono»[386]. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava -gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»[387]: e, -rinnovando la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta -di ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno[388]; e che la -natura ha inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che -naturalmente l'animale odia il suo simile[389]. Il _Dialogo di Ercole -e di Atlante_ è tutto in disprezzo delle cose umane; la _Scommessa di -Prometeo_ vuol fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio -e spregevole degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo -il secolo della morte[390], deride i trovati e le macchine[391], dice -il mondo presente essere nelle mani dei mediocri[392], anzi tenere -il campo la nullità[393], si burla della sapienza dei giornali, delle -masse, della perfettibilità infinita, delle scienze economiche, morali -e politiche e di tutte le altre belle creazioni di questo _secolo di -ragazzi_[394]. Definito «il mondo una lega di birbanti contro gli -uomini da bene e di vili contro i generosi[395],» voleva guerra ad -oltranza; e già sino dal giugno del 1821 aveva scritto al Brighenti: -«Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla sua parte non ha altri che -sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi -mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi -ceda anche per un momento... Il mondo è fatto al rovescio, come quei -dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, -che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo»[396]. E chi -sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si conoscessero quelle -parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora inedite e occulte. - -Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre -di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al -Giordani: «Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della -virtù mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione -della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de' -tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi; -e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi -par più degna di esser contesa»[397]. Negli sciolti al Pepoli biasima -l'egoismo. Nel _Dialogo di Timandro e di Eleandro_ dice di non poter -odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto -inabile e impenetrabile all'odio»[398]. In una lettera al Brighenti -si legge: «Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci -scambievolmente, e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna -di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione, -l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco -_un animale senza cuore_, sono cose che mi spaventano»[399]. E nel -XXXII dei _Pensieri_ si dice che chi ha più intelletto ed esperienza -meno disprezza; che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima -di sè disprezzano gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a -pregiare che a dispregiare». Quale luogo l'idea umanitaria tenga -nella _Ginestra_ non è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere -ricordato che pel Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della -morale è la simpatia, che nasce dalla sensitività. - -Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei -romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del -romanticismo dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo -sono da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e -in direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono -insieme; una corrente che diremo filantropica, e una corrente che -diremo misantropica. Il _bel tenebroso_ fugge la compagnia de' proprii -simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come -molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire -se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo. -René disse: _La foule, ce vaste désert d'hommes_. Saint-Preux aveva -detto: _J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du -monde_. E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à -mon aise que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette -disposition d'âme, que dans les circonstances les moins importantes, -quand je dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble, -et mon mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»[400]. -Il Leopardi chiama il mondo _formidabile deserto_[401]. Il nano -misterioso di Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii -simili: il Leopardi accusa la luna se umani aspetti scopre al suo -sguardo[402]. - -Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare -alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai «la -generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo», -quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona indole, e -d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli antichi -era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata -e solitaria[403]; e ancora quando disse essersi la stirpe umana, -per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti -uomini[404]; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo. -Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo -fu propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto -della _Edinburg Review_ dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano -comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité -maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique -contre les institutions présentes de la société»[405]. - -Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha con -Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino con Rolla, -e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima -disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo fu detta -appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha comuni con -essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè essi sono, -con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, vere e -predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza che anche -il Leopardi, se fosse personaggio immaginario anzichè reale, potrebbe -essere una creatura del romanticismo. Facciamo una rapida enumerazione -di questi altri comuni stati di animo. Trattandosi di cose che ogni -colto lettore ha presenti allo spirito, e che nulla hanno d'astruso e -di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi troppo per via, nè di -far molti raffronti. - -Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo la -distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale, -quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che può -dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè vana; -non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene -piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo che -la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate -qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere che -il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga del -sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che una -certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano a -dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto -voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la -filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo, -un pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo -tedesco o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove, -non fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu -un gran ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno -degl'institutori massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che -fu uno dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un -grandissimo ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo -dei filosofi francesi. - -Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti -specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che certo -non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento può -tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma sono, -specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più proprii -dei romantici che dei classici. - -Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto a -sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la _melanconia dolce_; -quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo -con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (_Wonne -der Wehmuth; Trost in Thränen_), fu detta dal Leopardi più _dolce -dell'allegria_[406]. - -Il rimpianto, quello che i francesi dicono _regret_, non fu molto -famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia -nel futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie -in lacrime udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia; -e così Enea, ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e -passeggiera, che non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio -vano dell'irrevocabile. Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo -di Roma e de' suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo -d'Augusto. L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi -ebbero in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la -virilità gagliarda e operosa: i romantici per contro, e con essi -il Leopardi, predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la -illusione, e l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può -abbandonarsi liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand -adorò la propria giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita. -Il Leopardi pianse la propria quando, _amara e deserta_, era ancora -presente; la pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse -la fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti -quelli che pensano e sentono»[407]. - -Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa essere -della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di quelli in -cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche modo il più -sublime dei sentimenti umani»[408]. Opinione che avrebbe scandalizzato -un antico, ma non il Pascal[409], non i romantici. Non ci fu quasi -romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. «Je -crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», gemeva, non -senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je ne m'apercevais de -mon existence que par un profond sentiment d'ennui». Del tedio della -vita, che comincia, si può dire, a prender forma moderna nell'anima -di messer Francesco Petrarca, non accade discorrere. Il Leopardi -l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima di romantici; e -questo sentimento, quanto lo avvicina senza ch'egli se ne avvegga, -ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. Il Leopardi non espresse -per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di cui lo stimò degno lo -Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode i pensieri e le sentenze di -Cristo intorno al mondo, e in più particolar modo avvertì: «Il mondo -nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli -scrittori moderni, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi»[410]. E -all'ascetismo cristiano lo raccostano ancora l'avversione alla scienza, -ch'egli ha comune col Werther, e l'opinione che sia vana, e oziosa -veramente, ogni umana operazione. - -Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della -natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso ed -acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più -parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la -terra, si vede che il Leopardi dà al _cuore_ una preminenza che gli -antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente -conceduta dai romantici. Dai _tristi e cari moti del core_ riconosce il -poeta ogni dolcezza di vita; - - Da te, mio cor, quest'ultimo - Spirto, e l'ardor natio, - Ogni conforto mio - Solo da te mi vien[411]; - -e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra, -dice al proprio cuore: - - Posa per sempre. Assai - Palpitasti. Non val cosa nessuna - I moti tuoi, nè di sospiri è degna - La terra[412]. - -Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è tutto? E -come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come il Rousseau -celebra il Leopardi la sensitività. Nel suo _cormentalismo_ il -Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un certo -equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento. - -Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel -Leopardi, com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora è -cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia del -Leopardi intitolata appunto _L'Infinito_, e confrontisi con questo -passo di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la -terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système -universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout. -Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je -ne raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une -sorte de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais -avec ravissement à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me -perdre en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes -des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers; -j'aurais voulu m'élancer dans l'infini»[413]. A queste parole, e a -quelle del poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per -una parte nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi -romantici d'ogni lingua. - -Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza e dignità -che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia, -giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico -ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu, nel -romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente. -Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito da alcuni -un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che maniera, -la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella conclusione -che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men classico che -romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a conoscere, se -non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella di poeta e -di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che la ragion -prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute; ma ce -ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare la -professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una menomazione -dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a un officio stabile. -Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi. René, Obermann, non -si sa che cosa facciano. Rolla non ha imparato a far nulla: - - Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible: - Un gagne-pain quelconque, un métier de valet, - Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414]. - -Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero[415]. Il suo -esagerato soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di -occupazione, e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono -romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma -di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio -di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal Ranieri si -trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane che comincia con -le parole: _Re delle cose, autor del mondo_, e dove il poeta si vanta -d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e l'apostolo della sua -religione[416]. - -Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali del -Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni e opinioni, -in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono la -letteratura e l'arte. - -Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso -alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora, -che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli -antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa -che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici -se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è vera -poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione -propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva al -Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema dell'Arici -se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni -versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella opinione ch'io -n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto -poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si metta alla -stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre un altro -sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche -nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso, -non bastava quello che avevamo?.... In Italia è morta anche la facoltà -d'inventare e d'immaginare, che pareva e pare tuttavia così propria -della nostra nazione»[417]. Ricordiamoci a questo proposito che il -Keats diceva essere l'invenzione la stella polare della poesia, e che -lo Shelley definiva la poesia la espressione della immaginativa[418]. - -Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto era -da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale gli -pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri aveva -insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; -«la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere -accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo -classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole -così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto _il di fuori e il -di dentro della prosa_, e si doleva che la fortuna gli avesse tolto -ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella -presentemente non si sappia neanche sognare»[419]. Se ne togliamo -quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno[420], -che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano essi per -l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E bene o male, che -non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, non tentarono di -rifare ogni cosa? - -L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli -romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire che sia -tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. Il -Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, e -credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura[421], volle -letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie parole -tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue lettere -al Giordani egli accennava ad una letteratura _non segregata dal -popolo_, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona de' -nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati -ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso -le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo -vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti -gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni, -i desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de' -loro compatriotti e contemporanei»[422]. Il poeta deve scrivere per -il volgo, e la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di -poi[423]; e nel già ricordato disegno di uno scritto sulla condizione -delle lettere italiane affermava novamente esser necessario «di render -qui, com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera -italiana, adatta e cara alle donne e alle persone non letterate», -e batteva sulla «necessità di libri italiani dilettevoli e utili -per tutta la nazione»[424]. Perciò parlava con disprezzo di quella -letteratura che tutta consisteva in far sonetti e versi latini[425]; e -vagheggiava di scrivere libri atti a muovere gl'italiani e rigenerare -la patria, vite del Kosciuszko e del Paoli, ecc. Forma molto acconcia -a tal fine parevagli quella del romanzo storico e della biografia; -e pensava l'autore di sì fatti libri dovere avere tutte le virtù -dello storico, senza però volere far opera storica propriamente, -ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile piacevolezza dei -racconti»[426]. Voleva letteratura dilettevole, parendogli che -«il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse «un vero -malefizio al genere umano»[427]. Giunse persino a dissuadere dal far -versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni[428]. Veggasi -ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre -formola: _l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per -mezzo_[429]. - -Fu notato da un pezzo che il _Consalvo_, a cominciare dai nomi dei -personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e dove), è -cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di romanticismo -persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo di quella _Storia -di un'anima_ che il Leopardi avrebbe voluto comporre? Sotto questo -titolo di sapore prettamente romantico, doveva venir fuori un «Romanzo -che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più -ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile -e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte»[430]. -Una specie di _Werther_, come si vede. - -Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi -consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che -dissentisse in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata -la lingua italiana _sovrana, immensa, onnipotente_, di gran lunga -superiore alla francese; ma già sentiva, contro la opinion del -Giordani, di dovere attingere alle fonti popolari[431]. Più tardi -gli entrava qualche dubbio circa l'assoluta superiorità della lingua -italiana; e contro la comune opinione dei puristi e dei classicisti, -s'avvedeva «che anche la notizia di più linghe conferisce mirabilmente -alla facilità, chiarezza e precisione del concepire»[432]; e pensava di -scrivere un libro intorno alle lingue meridionali, cioè greca, latina, -italiana, francese e spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo -e non di cruscante. Gli era venuto a grandissima noja quell'eterno -battagliare che si faceva in Italia intorno alla lingua senza risolver -mai nulla, e si raccomandava allo Stella perchè non lasciasse sapere a -nessuno che gli compendiava il Cinonio, temendone infamia di pedante, -e d'esser posto dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella -classe, dalla quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto -cercato di separarsi»[433]. Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno -che l'Italia avesse una lingua adatta ai tempi e alle necessità -della nazione; onde, mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero -italiani e non barbari, voleva pure si sciogliessero una buona volta -dai lacci di quel purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal -mondo, e il Vocabolario avessero in conto di consigliere e d'ajutatore, -non di tiranno[434]. Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva, -come avrebbe potuto dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi -_oramai cadevano, non sulle parole, ma sulle cose_[435]. - -I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il -Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del -poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia in -prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa fosse -adoperata in luogo del verso[436]. - -Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene scrivesse -alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa la -letteratura per un buon secolo»[437], non fosse poi tanto avverso ai -romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora dalle sue -relazioni con l'_Antologia_, e da certi giudizii suoi sopra alcuni dei -più grandi scrittori del tempo. - -L'_Antologia_, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole -contrarie, fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica, -e fece, con più temperanza, in Italia quello che il _Globe_ in Francia. -Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura -questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma -nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni -della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille -e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di -fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del -classicismo, davano assai volentieri addosso all'_Antologia_, non -sempre per ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per -quelle. Sollecitato infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e -di che più gli piacesse, il Leopardi nell'_Antologia_ non istampò se -non un saggio delle _Operette morali_[438]; ma non è quasi lettera -sua al Vieusseux stesso ove non si leggano grandissime lodi di quello -ch'egli apertamente chiamava il miglior giornale d'Italia[439], mentre -non celava punto il proprio disprezzo per la _Biblioteca Italiana_, -con la quale ben presto si ruppe, e pel _Giornale arcadico_, entrambi -avversarii fierissimi del romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al -Tommaseo, prima che si guastassero[440], e al Montani, senza aspettare -che questi abjurasse: e il Montani, levando a cielo i versi del -Leopardi, malmenati dagli arcadi[441], affermava di udire in essi «la -voce di un fratello di Werther»[442]. Il precetto che nell'_Antologia_ -dava il Tommaseo, combattendo la mitologia: «scrivere come il cuore -li detta; e scrivere a giovamento dei più», non poteva non avere -l'assentimento di quel Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole -in tutto consone a queste. - -Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori -contemporanei. Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani, -gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826, -leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie, -come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture -tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, -e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, mistici -e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono -veramente molto»[443]. Il Goethe un mistico e un visionario! Strano -troppo che al possibile autore della _Storia di un'anima_ non avesse -almeno a piacere il _Werther_; ma è da ricordare che il Leopardi non -seppe di tedesco. - -Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè male[444], -parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, com'è noto, -lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, classica -e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il Leopardi -scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e -delle anime sensitive e calde come la tua»[445]. Dell'Hugo, il quale, -dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne anche in -Italia, non una parola[446]. - -Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi -rintracciando le infiltrazioni romantiche[447], il Leopardi ebbe, -in tempi diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818, -stampate in Roma le due canzoni _All'Italia e Sul monumento di Dante_, -il giovane poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a -colui che, con pochissimi altri, sosteneva l'_ultima gloria_ della -patria. Più tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede -del Monti un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto -ammirativo dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa -e del verseggiare, ma soggiungendo poi subito che gli mancava -«tutto quello che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e -profondo, sia sublime, sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta -dell'orecchio e non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante -freddezza e aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici -greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, -per esprimerli elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro -che tradurre i classici[448]. Che cosa avrebbe potuto dire di più un -romantico? - -La _divinizzazione_ che del Manzoni fece il Tommaseo nell'_Antologia_, -e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva al -Leopardi[449]; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri gli -davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto del -1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei _Promessi Sposi_, -scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano -il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo -lodavano[450]; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso -Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente -il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di -amabilità e degno della sua fama»[451]. Il Mamiani riferì un giudizio -del Leopardi sui _Promessi Sposi_, sfavorevole nei rispetti civili, ma -non in quelli dell'arte[452]; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso -poeta scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il -quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera -di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi -colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e -rispettabile»[453]. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco, -ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di -portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo, -meno il romanzo che quei di casa già possedevano[454]; e in quello -stesso mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e -gustato il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e -Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»[455]. - -Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una città, il -quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente. Pisa -piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di città grande -e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così -romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale[456]. Non sappiamo -quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico ciò -che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo che il -poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che fu comune -ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario i pochi versi -della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con desiderio: - - O torri, o celle, - O donne, o cavalieri, - O giardini, o palagi! a voi pensando, - In mille vane amenità si perde - La mente mia. - -Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era -divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsi -che in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è da -notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici, la -poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate, -non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamarono -_esotismo_[457]. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il -Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento, -il cuore. - -Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte -l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi, -di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori, -il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche -e metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo -sciolto: come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto, -che in Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel -capo di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè -ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque -del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione; -e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose -discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò -le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè -stesse, attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo -qual modo, oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto; -non corse dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare -i periodi; non credette che la virtù somma dello stile stesse nel -pittoresco[458]. Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici -nostri; e se desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata, -fluida, armoniosa, propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava -fosse «da cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da' -greci quanto a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così -forme come parole»[459]; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente, -perspicuo, ma un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto -avrebbe voluto, e senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti, -di quegli ardori di cui più si compiacevano i romantici. Ancora il -Leopardi cura la composizione quanto i romantici la trascurano, e -se quelli molte volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno -nei versi che nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della -inspirazione, il personale e l'impersonale, con senso della proporzione -e con aggiustatezza che da quelli non si conobbe. - -Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che -il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a -trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può, come -il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici; -sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è assai più -romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a paragone -della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza, di -euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che il Leopardi, -guardato nell'arte, è assai più classico che romantico. - -Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito e più -distesamente. - - -CAPITOLO VII. - -L'ARTE DEL LEOPARDI. - -Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento -da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale -è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte; -direbbe cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta -la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o -architetto, o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii -pensieri e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co' -proprii nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte -sua varia, talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia -la composizione e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde -la instabile sua persona continuamente si forma e si sforma. Natura -povera, arte povera; natura esuberante, arte esuberante. Studiando le -tele di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino -ad un certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di -Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta -sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo -la _Commedia_, potremmo intendere che maniera d'uomo egli fosse; anzi -il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa la biografia -più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi versi. Se un -uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere a un'arte, -l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori, -che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, mentre i -genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, anche -quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo, -premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare l'arte; ciò -nondimeno esso propriamente non preme e non opera se non mediatamente, -attraverso l'organismo mentale e corporeo dell'artista. Ma non per -questo si può dire che conosciuto quel doppio organismo, sia pur -conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne proviene; dacchè, -per una parte, è impossibile in pratica, e nelle presenti condizioni -del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli eccitamenti e -delle innumerevoli inibizioni che di continuo si producono nell'anima -dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che l'uomo riceve per virtù -di ragione, essendo indipendenti, almeno entro certi limiti, dalla -complessione e dall'indole, possono operare sull'arte in modo disforme -dall'indole e dalla complessione, o anche in contrasto con esse. Che la -terra gira intorno al sole e non il sole intorno alla terra, è verità -che può piacere agli uni e dispiacere agli altri, ma che, dimostrata, -entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno come del linfatico, così -del robusto come del gracile, e che entratavi, opera sì in conformità -di quelle nature che l'hanno ricevuta, ma opera ancora in conformità di -sè stessa. Persuasosi, per via di ragionamento, della verità di certe -dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò i proprii gusti, e deliberatamente -esercitò l'arte in contraddizione co' proprii istinti e con le proprie -inclinazioni. - -Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora d'instituire -una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato organismo -fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse per le -vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda tempra di -un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza del sistema -nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si può dire che -la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto, non senza -ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò tutte -l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, come abbiamo -notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera di poeti -che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente la scienza; -sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar perniciosa. - -L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino appena -a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere indietro -la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende più a -raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, dacchè -ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli -di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato, -avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove non è -veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia in misero -corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di pensiero -dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè rifarà -la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai gradi di un -lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, non di una -vera e propria epopea, ma di una comprensione epica delle cose; e -se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità di creature -drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà ad -intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma della -vita. - -La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed -elegiaca, onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono, -fuor d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non -ebbe mai, nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si -potrebbe chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità -la quale permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente -dalla considerazione del bene e del male che a lui in particolare -può derivarne. Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi -ebbe quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo -sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto -di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli -abbraccia nella connessione e universalità loro. La opinione espressa -da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato -meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta, -è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella -infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po' -attento che si faccia della sua posteriore poesia[460]. Bensì quella -infelicità avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri -particolari, e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico -quanto gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare -un Leopardi autore di una vera e propria epopea (i _Paralipomeni -della Batracomiomachia_ non sono se non satira), come non si riesce ad -immaginarlo autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè -di un romanzo (salvo che fosse il _romanzo di un'anima_). - -Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta, -determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica, -dall'ambiente, dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita. -Si deve credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe -riuscito o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il -Leopardi avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il -Leopardi non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima -metà del presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato -altrimenti; se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più -dilettosamente che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato -suo più multiforme e più largo, quella che produce l'arte; e bene -il seppe lo Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria -inspirazione poetica alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de' -sentimenti provati, de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante -l'amor per Beatrice, l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa, -e torrete di mezzo al tempo stesso la _Divina Commedia_. Il tema e -l'indole delle grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono. - -Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto, -dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno -con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni -preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto -variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamente -l'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere -fortune, o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo -poetico di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale -per ineluttabile influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo -domina, e pel fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra. -Poeta pessimista e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che -l'uno supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato -in modo immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può -essere significato per via di persone, di azioni e di simboli, come -altri poeti pur fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista -in veste cristiana; ma fu un pessimista che visse assai, amò assai, -godette assai, militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi -d'America, errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia -le vestigia delle divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e -però non è meraviglia se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben -s'intende, la facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far -rivivere tante cose, sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al -quale proposito osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait -faire sa palette et amasser ses couleurs»[461]. Altrettanto si deve -dire del Byron. Anche l'autore del _Don Giovanni_ giudicò la vita uno -stolto ed inutile sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo -tutto, con quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior -possibile intensità; e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema, -nel dramma, le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo -dà vita a un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di -tenebre cupe e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla -subitanea creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de -Lisle non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui, -pur concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore della -_Ginestra_, si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno -rende immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia, -l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente, che, -sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di metalli -preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e del cielo, -la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia, può il -pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e voce: tragico, -romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro, petulante, beffardo -nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico nel De Musset; deforme e -delirante nel Baudelaire. - -Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai -più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza, -la chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men -virtù che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella -poesia è il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta -ponderazione di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di -parole, o stratagemmi d'immagini, intesi a far colpo e stordire il -lettore, che sono così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia -dell'Hugo. Sempre, per contro, idee facilmente intelligibili, e -sentimenti facilmente comunicabili; onde avviene che anche chi non -consenta col poeta nei principii e nelle illazioni, intende senza -sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte. La poesia del Leopardi è -intellettiva e sentimentale; e come intellettiva, rifugge forse un -po' troppo dalle immagini, che son quasi il tutto di altri poeti; -e come sentimentale, si restringe forse a troppo picciola parte di -sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima qualità è da dire -che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto che l'immagine, non -si muta se non di rado in argomentatore; che il primo germe delle sue -poesie non è mai un'idea astratta; o, se è, il poeta sa per tal modo -fonderla col fatto concreto, col sentimento e la immagine, da far -del tutto, almeno nei componimenti migliori, una unità indivisibile; -e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite, nè ostenta -formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta alla seconda, è da -dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio, non si studia -di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga in quella troppo -fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per citare un -esempio, il Lamartine[462]. Ed è l'intima fusione del sentimento con -l'idea, e di entrambi con le immagini[463], quella che conferisce tanta -e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale, pure -esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare, ed -essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesce un -tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar -modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga, velata, -fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la poesia -del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi, -che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja; -abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei -sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione -e senza lasciare quella impressione di _grigio su grigio_ di cui un -critico si lamenta[464]. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli -arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò -che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che -se in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un -sentire che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in -più particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si -sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con la -_Wehmuth_ e la _Sehnsucht_ dei Tedeschi, e poco allignano in Italia; -ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina, ma -quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e storia -di popolo richiedano. - -Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici -costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di -doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e -forse s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto -cominciano le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed -elastico nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba -propriamente intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino -nello stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile -fare l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni -e reazioni, e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e -psichico, per cui molte cause rimangono continuamente frustrate de' -loro effetti, e l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da -un'altra. Onde, salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna -assai malsicuro, e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio. - -Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una -distinzione. Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole -riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondo i -tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo -onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile. -La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una persona -che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del volto e la -forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti, che il poeta -vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma vere e proprie -idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta noi conosciamo un -uomo che ordina, collega e governa le proprie idee, e riesce a vedere -anche attraverso al proprio sentimento. Nè vi si nota quell'eccesso, -sicuramente morboso, dell'_egotismo_, per cui l'uomo fatto estraneo -a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità sua propria, -e tanto nel modo di concepire, di sentire e di esprimersi studia e -si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo inintelligibile, -nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi a certi -esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva e morale -ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe in sommo -grado erroneo ed ingiusto. - -Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun che -dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi, -poi in attinenza col pensiero e col sentimento. - -Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono -superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza, -è consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano -il tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il -tutto; e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza -loro crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura -vogliono l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o -si pervertono, quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero -primamente e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire -in mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e -i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è -più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie -tanto da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche -da chi abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto -si scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di -quelli; e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non -faccia palese e certa testimonianza. - -Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua? - -Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam già notato) -non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso. Luce -e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante, che -anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello -Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi -che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione -assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di un -dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si -può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista. -Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine -manuale non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè -alla pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia -sottrasse di pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore[465]. -È da avvertire, per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non -soltanto la condizione particolare e propria del poeta, ma ancora -l'influsso che può avere esercitato sopra di lui una scuola, certa -tradizione d'arte o certa qualità di studii. Che la tavolozza del -Leopardi è povera, gli è un fatto[466]; ma non bisogna dimenticare che -per lo spazio di un secolo l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il -gusto, aveva fatto il possibile per togliere dalla tavolozza poetica -qualsiasi colore. - -Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e sino -dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, che -quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione, -a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò che per -gli altri è una _festa degli occhi_, doveva essere per lui un tormento; -e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte gli spettacoli -teatrali[467], de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure talora a -compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, non -la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. I sensi -possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria delle -percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione loro; -e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale non ostante -la imperfezion della vista; un uditivo non ostante la imperfezion -dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai migliore vista e -miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, dirsi nè visuali -nè uditivi. - -Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia punto -un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non -vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente -le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante -ancor essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con -le parole la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così -detti impressionisti del tempo nostro non veggono più la linea, il -contorno, ma soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il -Leopardi avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo -da fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta -ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, come -s'è già notato, da opere di scultura[468]. - -Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une -douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera -critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati, -e spande intorno la _divina luce_, l'_alma luce_, l'_etereo lume_, -e colora il cielo delle rose della _tacita aurora_ e delle porpore -del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettando _i tremoli rai_, -brilla sui campi, e fa rosseggiare il _tetto del villanello industre_, -e _naufrago uscendo_ dalle nuvole antiche l'_atro polo di vaga iri_ -dipinge, e - - folgorando intorno - Con sue fiamme possenti - Di lucidi torrenti - -innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna -l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le _purpuree faci delle -rotanti sfere_, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi -occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la _notturna lampa_ -tralucente dai balconi, e le _ardenti lucerne_, e contemplavano da -lunge - - il baglior della funerea lava - Che di lontan per l'ombre - Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge. - -Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto allo -spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso -di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi -in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata -del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non -gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni -in Firenze[470]. E non fu così povero visuale che non riuscisse a -far vedere a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di -salire il colle e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa -spartana che sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe -vinto dal fato, ma non domo, - - Quando nell'alto lato - L'amaro ferro intride - E maligno alle nere ombre sorride; - -e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba; -e la vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli -che ruzzano sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa -bottega, al lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in -tutt'altr'ordine d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio -e le rovine della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e -ricordate non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto -spiccati, ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e -contemplatore di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse -dentro abbastanza intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto -di parlar di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti -moti dell'animo, che importavano altri modi di manifestazione e di -espressione. Non bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto -un intellettuale e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la -vivezza delle idee e dei sentimenti superi quella delle sensazioni -e delle percezioni; e che queste, senza perciò essere di necessità -deboli, servano, più che ad altro, a suggerire e muovere quelli. -La immagine della Silvia è appena accennata: negre chiome, occhi -ridenti e fuggitivi, sguardi innamorati e schivi, un atteggiamento -di persona gentile, che lenta e pensosa ponga il piede sopra una -soglia. Ma notisi, per altro, come in quei pochi versi le immagini non -ottiche propriamente riescano, per via di associazione, a suscitare -immagini ottiche; sicchè da ultimo, la Silvia noi crediam di vederla. -La immagine della Nerina si può dire che non sia nemmeno accennata. -Quella dell'Aspasia si delinea e si colora un po' più: alle denotazioni -vaghe e generiche si aggiungono, in una certa misura, le precise e -specifiche. La _superba visione_, l'_angelica forma_, è vestita del -_colore della bruna viola_, offre all'altrui sguardo _niveo collo, man -leggiadrissima_, lascia indovinare il _seno ascoso e desiato_, e appar -da ultimo viva e salda, - - inchino il fianco - Sovra nitide pelli, e circonfusa - D'arcana voluttà, - -in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel -pittore, o per lo scultore. - -Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il -sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi -a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose, -si piace di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli; -e a quelli il lettore può poi risalire per la via dell'associazione -e dell'induzione. Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi -desterebbe la vista della realtà, se l'avessimo presente, ci dà -modo, con isquisito magistero d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di -ricreare quella realtà. Sì fatto procedimento appar manifesto, più che -altrove, nella canzone _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito -nel monumento sepolcrale della medesima_. Un altro poeta avrebbe forse -tentato di far rivivere la bella donna morta e di farcela apparire -davanti, descrivendola minutamente: il Leopardi non descrive; ma -ricorda quel _dolce sguardo_, che fece tremare ognuno in cui s'affisò; -quel labbro, da cui, come da _urna piena_, traboccava il piacere; - - quel collo cinto - Già di desio; quell'amorosa mano - Che spesso, ove fu pôrta, - Sentì gelida far la man che strinse; - E il seno, onde la gente - Visibilmente di pallor si tinse. - -Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle -sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di -sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente, la -fanciulla del _basso rilievo antico sepolcrale_[471]. - -Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato -proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia ritrarre -singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli non -descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire -al descrivere. Così, per esempio, nella _Vita solitaria_, la scena del -lago - - Di taciturne piante incoronato, - -si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela -veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne' -versi del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel -riconoscere che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed -accenni negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che -s'increspi, non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo, -non farfalla che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto -negativo del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo -obblia; e nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non -sono immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il -poeta al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il -poeta ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie -dorate, agli orti, al mare, al monte, soggiunge: - - Lingua mortal non dice - Ciò ch'io provava in seno. - -Così, finalmente, l'_erme contrade_ che si stendono intorno a Roma -non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella _Ginestra_, -quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al -passeggiero. In quella stessa _Ginestra_ sono, del resto, le più -compiute descrizioni che il Leopardi abbia fatte[472]. - -Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà -parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma -tale manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto -della deficienza del senso, quanto della subordinazione del senso -al sentimento e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion -necessaria di alcune, a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua. -Ad ogni modo gli è cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando -traduce, per così dire, i termini del mondo esteriore in termini del -mondo interiore, riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e -di sodezza che molte volte si desidera invano in poeti che descrivono -a lungo e minutamente. Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio -sentimento le cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii -sentimenti facendo attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con -l'ajuto de' sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto -quando traduce, perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici -di una poesia tutta giovanile quale il _Primo amore_ (lo scalpitar -dei cavalli nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della _Quiete -dopo la tempesta_ e del _Sabato del villaggio_; e qua e là certe -descrizioni vere e proprie, come quella della procella notturna nel -frammento, giovanile ancor esso, che comincia _Spento il diurno raggio -in occidente_, e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella -_Ginestra_; mostrano che non si può accogliere senza qualche riserbo -la opinione espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al -Leopardi mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore[473]; e -mostrano essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non -potersi ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e -come la natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise. - -Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè che -il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli, -come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire che -il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi fu -quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo -suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare -un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma -o di colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e -inconsapevolmente inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è -tolta negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo -dalle cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che -acustiche. Così è che il poeta dirà volentieri _sibilanti selve, etra -sonante, echeggiante arena, ululati spechi, tacita aurora_, ecc. ecc.; -e volentieri si servirà di termini di suono per far sorgere in noi le -immagini delle cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel -suono; e facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai -pensieri stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che -per la via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia -che si tacciano sonnolente (_tacita selva, taciturne piante_), sin che -susurrino al vento (_l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De' -faggi Il murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; — -susurrando al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva_). -Dell'onda alpina il poeta noterà l'_inudito fragore_, e della lava, il -suono che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano -e nella quiete dei campi sonerà _arguto carme d'agresti Pani_. La -fanciulla della _Vita solitaria_, - - Che all'opre di sua man la notte aggiunge, - -è quasi tutta nell'_arguto suo canto_; e nel suo _perpetuo canto_ -è quasi il più della Silvia, e nella _gioconda voce_ il più della -gloria. L'artigiano che _a tarda notte_ riede _al suo povero ostello_; -l'altro che, cessata la pioggia viene a guardare l'_umido cielo_; il -carrettiere, sotto _l'estremo albor della fuggente luce_; il _faticoso -agricoltore_ smarrito in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun -col canto; lo zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I _nuovi -nati_ miagolano. E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che -non gli aspetti degli animali: il _canto de' colorati augelli_, e -in ispecie quello del passero solitario, ond'_erra l'armonia_ per -la valle; l'usato _verso_ della gallina: lo scalpitar dei cavalli -impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar degli armenti; il canto - - Della rana rimota alla campagna. - -Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e -discernere i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un -sospirar di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli; -un stridere del carro che riprende il cammino; il _lieto rumore_, che -fanno i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle _tranquille -opre de' servi_: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo; -la voce delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che -viene; un _tonar di ferree canne_ - - Che rimbomba lontan di villa in villa; - -il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e non -ascolta il Leopardi, se nemmeno il _romorio De' crepitanti pasticcini_ -lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli -s'industria di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore -di suono; onde il _calpestio de' barbari cavalli_ sta a significare -le invasioni barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè -nell'armi, in un _fragorio_ - - Che n'andò per la terra e l'Oceáno; - -la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime -in uno _sconsolato grido_; e al _grido_ degli avi, e al _suono_ dei -popoli antichi, si contrappone il _suono_ dell'età presente. Il poeta -dirà _sera delle umane cose_ e _infelice scena del mondo_, metafore -suggerite da immagini visive; ma dirà pure _suono della vita_, e -_ascoltare il flutto dell'ore putri e lente_. Affacciandoglisi al -pensiero la morte, egli súbito corre con la fantasia - - al suon della funebre squilla. - Al canto che conduce - La gente morta al sempiterno obblio. - -Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un visuale -del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale. - -Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono -rintracciar ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto -vi si accusa appena in pochi epiteti, di cui _molle_ è uno de' più -frequenti[474]. Il gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto -_amaro_. L'olfato vi tiene un po' più di luogo con molta uniformità -di epiteti generici: _primavera odorata, odorate piagge, odorati -colli, Eden odorato, selve odorate della ginestra, dolcissimo odore -della ginestra, profumo di fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti -di fiori, fumo de' sigari odorato_. La immagine di Aspasia è nella -fantasia del poeta associata col ricordo del profumo _de' novelli -fiori_ onde erano, certo giorno, _tutti odorati_ gli appartamenti -della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare qualcosa, e trarci -magari a discorrere di certe peculiari forme di erotismo, se la -povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in modo, a mio -credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel Leopardi. -Leggiamo, gli è vero, nei _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_: -«E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori: perchè -giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di sè, che -qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto; -e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser fatto -pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»[475]; ma tutto -ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma -popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare -l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che quelle -parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento della -iperosmia del poeta[476]. Siamo qui ben lungi da quella iperestesia -olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire; ma siamo -anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni sensorie. -I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse, ma non -pervertite. - -Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi; -ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e di torpore -di cui fanno ricordo la _Vita solitaria_ e il _Risorgimento_; e se il -muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno, -ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti -di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra -certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie -volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di -moto. Egli dirà che la primavera _esulta per li campi_ e il nembo _per -l'aere_; che il tuono erra _per l'atre nubi e le montagne_; che l'aura, -e il canto del passero solitario, errano per i prati e la valle. -L'amore è una _formidabil possa_ che tutto avvolge. Lo spirito erra pel -delizioso mare della musica come - - Ardito notator per l'Oceáno. - -Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di -moto: - - Noi l'insueto allor gaudio ravviva - Quando per l'etra liquido si volve - E per li campi trepidanti il flutto - Polveroso de' Noti, e quando il carro, - Grave carro di Giove, a noi sul capo - Tonando il tenebroso aere divide. - Noi per le balze e le profonde valli - Natar giova tra' nembi, e noi la vasta - Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto - Fiume alla dubbia sponda - Il suono e la vittrice ira dell'onda. - -Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne -tessè l'_Elogio_, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille -giri, e cangiar luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non -istare mai fermi, e, insomma, esercitare continuamente il corpo. Al -tranquillo raggio della luna egli vede danzare le lepri nelle selve; -e, al sopravvenire del giorno, la fiera agitar per le balze la _plebe -delle minori belve_. Vede, sui campi di battaglia, _fluttuar_ fanti e -cavalli[477]: vede - - intralciare ai vinti - La fuga i carri e le tende cadute. - -Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale -_sterminatore_. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a -significare e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà _l'onda -e il turbo degli affetti_; dirà che, _violento irrompe nel Tartaro_ chi -si dà volontario la morte. L'italica virtù giace _divelta nella tracia -polve_; - - dalle somme vette - Roma antica ruina. - -Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e -vivissime: - - Prima divelte in mar precipitando, - Spente nell'imo strideran le stelle; - - Ma se spezzar la fronte - Ne' rudi tronchi, o da montano sasso - Dare al vento precipiti le membra..... - -Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato _A un vincitore nel -pallone_. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto[478]. - -Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire che -nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente come -taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento operino -assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare davvero -assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con altri -poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo bisognasse -altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue poesie dove -si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra mai atta a -suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi paralleli -di altri poeti. Leggasi il canto che appunto _Alla primavera_ s -intitola; leggasi il _Passero solitario_: ben si sente in que' versi la -primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle -sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si -muovono dentro. - - Primavera dintorno - Brilla nell'aria, e per li campi esulta, - Sì ch'a mirarla intenerisce il core. - -E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della -dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e -di tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe) -esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della -diversità grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de -Lisle, come _La Bernica_ e _L'aurore_. Più che un visuale, il Leopardi -fu un uditivo. - -Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte -leopardiana, e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza -con l'intelletto e col sentimento. - -Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta: «Io -non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello -scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia), -sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e -la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio -sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che -ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo -allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile -terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre -settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da -sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal -mio cervello»[479]. Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione, -dacchè ci fa instruiti di cose che importano; non meno alla storia -psicologica che all'arte del nostro poeta. - -Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel -Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come -istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e -consapevole, sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti -interviene il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della -inspirazione si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un -fiato; come faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle -cose sue; e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il -salto, se non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata -si rinselva[480]. Altri compongono alla ventura, senza sapere dove -vanno a parare, e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da -fare. Quelli tutto aspettano dalla inspirazione; questi negano che -inspirazione ci sia, oppure la fanno consistere in un lungo e paziente -esercizio. Ma la inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una -finzione poetica; e se Platone e Aristotele nel volerla definire si -contraddicono, ciò prova che la definizione è pericolosa e difficile. -È dessa un moto che si produce nella parte più occulta e più recondita -della psiche, e propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito -di togliere in prestito alla scuola herbartiana questa espression -metaforica) del pensiero cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga -e si irradia; e, data certa condizione statica e dinamica della psiche, -si può credere che nasca ogni qual volta una particolare impressione -repentinamente sommuova le energie elementari di quella, e provochi -un irresistibile concorso e una spontanea coordinazione di svariati -elementi e fattori, formando fuori della coscienza un aggregato, che -nella coscienza poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione -di un picciol mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro, -e ch'egli scorge come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che -gli sia dato d'intenderne la ragione e la genesi. Intorno a questo -picciol mondo si viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle -coerenti forme dell'arte. - -Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione -divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con sola -una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo studio -e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto comincia a -pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un concetto repentino e -spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come in potenza, l'organismo -del componimento futuro; poi, _formato in due minuti il disegno e la -distribuzione_ di esso, se ne rimane ed aspetta. Ma non aspetta in -ozio, come altri potrebbe credere; che anzi que' lunghi intervalli -cui egli accenna, frapposti fra la prima inspirazione e il _momento_ -favorevole al comporre, sono tempi di preparazione feconda. Non v'è -rimprovero molte volte più ingiusto di quello che da molti suol farsi -ad artisti veri e probi, quando, non vedendo opera delle lor mani, -gli accusano e biasimano di perdere il tempo nell'ozio. L'artista -vero e probo lavora intensamente anche se paja non far nulla; o, a -dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini lavorano dentro -di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia), e lentamente maturano -l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più particolar modo poeta, -che in una od in altra occasione non abbia dovuto meravigliare di sè, -vedendosi inopinatamente tanto cresciuta dentro una sembianza, una -idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe, non sa d'avere altrimenti -pensato. Il germe divenne pianta fiorita, senza suo studio o cura. Così -è da credere lavorasse di dentro il Leopardi, quando sedeva immobile -sotto una pianta, neghittoso in vista, immerso, in apparenza, in una -specie di melanconia attonita. Un cervello meccanico non lavora se -non col cómpito innanzi, a tavolino; un cervello organico lavora in -ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia e nel sonno. Teofilo Gautier -diceva di non cominciare a pensare se non quando cominciava a scrivere; -ma calunniava sè stesso, non intendendo che, mentre non iscriveva, -la sua mente era occupata, sia pure senza addarsene, in raccogliere, -elaborare, accrescere, coordinare quelle infinite immagini che formano -la sostanza dell'arte sua[481]. - -Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi quando -dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e fiacco -da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere che -nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non poter -fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e d'essere -forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte, come -afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma fatica, -o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera fede ai -suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta a -schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra -di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa -faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa -io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè -leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi -e della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere -ch'io vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la -facoltà dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se -non che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di -cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e -per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella -seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»[482]. Di -tali miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da -Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito, e -si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella; -il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le _Ricordanze_, la -_Quiete dopo la tempesta_, il _Sabato del villaggio_, e, in parte, il -_Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_. - -Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo -meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati -o menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso -che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e fo -tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, non -solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero -quattro vite»[483]. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano -tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali -io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano -un'ora di bene»[484]. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono -tanto più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad -esecuzione; perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I -titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e -per tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati -in carta così alla peggio»[485]. E di nuovo al Colletta, dopo un -elenco non breve di alcuni de' suoi _castelli in aria_: «Voi riderete -di tanta quantità di titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite -non basterebbero a colorire tanti disegni. E questi non sono anche una -quinta parte degli altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più, -e perchè in quelli non potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza -molte parole»[486]. - -Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu rien -faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier; c'est -à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit dans -mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon cerveau»[487]. -Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere composto -il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in cui, -aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole -e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo nel -comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite più -sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna -alla _sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere_, di cui era -sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava[488]. -Ma mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale -tardità di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu -piuttosto effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non -lascia che il poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i -racconci; ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare -ogni via di ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si -ristringa alla parte più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che -altro, di ripulitura. Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva -con diligentissima cura i proprii manoscritti, e quand'erano troppo -infrascati di correzioni, li faceva copiare o li copiava egli stesso. - -Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente, -senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti -poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della -inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè -il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e -che l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si -conosce che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure -si pensava»[489]. - -La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già nel senso -che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva dal Goethe, -il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e lo commovesse -dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi a richiesta -altrui[490]; ma certamente ancora non _si propose_ mai di far versi, -nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam veduto, se -l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente si sarebbe -tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello. È questo -uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione poetica; mentre -è segno sicurissimo del contrario l'andare a caccia di temi poetici, -e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene troppo con altrui, e -chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici nostri, che da prima -deliberarono di comporre epopea oppure tragedia; poi, fermato così -in generale il proposito, cominciarono a disputare seco stessi o con -altri, se dovesse essere epopea eroica o cavalleresca, se tragedia di -soggetto greco o latino o moderno, e quanto potessero emanciparsi dalle -regole, quanto ad esse dovessero sottostare! La vera e grande poesia -nasce dalla plenitudine della mente e del cuore, e come vena d'acqua -che venga su dal profondo, scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò -diceva il Leopardi che la _smania violentissima di comporre_ non gliela -davano altri che la natura e le passioni[491]. - -Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo -del nostro poeta l'organismo poetico. - -Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle -proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe -indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più il -poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello -che il lettore si sarebbe aspettato»[492]. Non è questo, come altri -potrebbe credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo -schietto riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia -di esso Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che -assai volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da -fatti particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si -allarga a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del -lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere. -Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi giunga; -nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono ad altri -poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade di leggere -versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di stile, o per -inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola, che ha tanta -presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo considerava come -una creatura vivente: - - Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant; - -sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo -conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in -movimento l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza -immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare -ricordo. Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che -ne consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla -ordinaria sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità -affatto insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine -di sentimenti e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così -tosto si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si -propaga per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori -e le idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e -provocando di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e -complesse: onde avviene che il verso di un passero solitario svegli nel -poeta il sentimento angoscioso della solitudine propria, il rimpianto -della giovinezza senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro -e doloroso avvenire; e la vista di una siepe e lo stormire di poche -piante siengli eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii -e sovrumani silenzii, e a meditare insieme il passato e il presente, -l'infinito e l'eterno; e il tramonto della luna lo faccia pensoso del -dileguare della giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto -e d'ogni inganno - - Ove s'appoggia la mortal natura. - -Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto per -isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi -una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un -tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta -fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie -leopardiane divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò -appunto risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di -una parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in -quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno -come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione -del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può -vedersi in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare -dimostrazione, se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso; -ma in nessuna si vede così spiccatamente come nella _Ginestra_; la -qual poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse -per questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la -suggestion operi con più forza, e in cui da così modesto principio si -svolgano conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà -il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del -poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla -contemplazione universa delle storie e dei destini umani e della natura -indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse -la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole[493], -bisognerà riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi, -e bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la -cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della _Ginestra_ -non la cede a nessuno. - -Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo -fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo premeva il -sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si sentiva -meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore che -ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando -cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non -però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta cessi di -soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva cessato di -piangere sopra sè stesso quando scriveva i _Tristi_; nè Dante aspettò -nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; nè quando -s'accinse a scrivere il _Paradiso perduto_, aveva il Milton racquistata -la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore di desiderio, -con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del terzo -suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte; -e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli -vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un -amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben disse -lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con un secreto -intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi lenì -l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età del suo -dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate cose, - - Ancor che triste, e che l'affanno duri![494] - -Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo -lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto -riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee -analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo -aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera -più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi; -ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre -lontana dal trito e dal triviale. Il _Tramonto della luna_ poggia tutto -sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il -poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese -ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel _Passero solitario_, -nella _Quiete dopo la tempesta_, in _Amore e morte_, nella _Ginestra_; -per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene -più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo -del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza; -la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente -notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore, -delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate -che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto, -senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune -delle più notabili: _Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la -fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è -dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni; -unico fiore dell'arida vita_. Più scarse ancora le comparazioni. Nella -canzone _All'Italia_ quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta. -Un'altra ne abbiamo nel _Pensiero dominante_: - - Come da nudi sassi - Dello scabro Apennino - A un campo verde che lontan sorrida - Volge gli occhi bramosi il pellegrino. - -Una terza nella poesia _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_: - - Come vapore in nuvoletta accolto - Sotto forme fugaci all'orizzonte. - -Dopo la canzone _All'Italia_, dove la patria depressa ed afflitta -è personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone -_Sopra il monumento di Dante_, dove, insieme con la patria, sono, -tanto o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi -non troviamo, da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre -personificazioni[495]. Il simbolo è frequente nella poesia del -Leopardi, e basterà ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria -distesa, vera e propria, non vi si trova. - -L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa -di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco -poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a -sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, a -mio giudizio, increscevole, nella _Vita solitaria_, là dove il poeta a -quella bellissima immagine: - - O cara luna, al cui tranquillo raggio - Danzan le lepri nelle selve, - -appicca questo strascico inopportuno: - - e duolsi - Alla mattina il cacciator, che trova - L'orme intricate e false, e dai covili - Error vario lo svia. - -Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene, -l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso -dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri -più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo -il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni -frequenti; e molte delle sue poesie traggono da un contrasto -inspirazione e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile, -contrasto fra la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia, -tra la fortuna e la virtù, ecc.; nel canto _Alla primavera_, e in -altri, contrasto fra la felicità degli antichi e la infelicità dei -moderni; nell'_Ultimo canto di Saffo_, nel _Consalvo_, nell'_Aspasia_, -contrasto fra l'amore e la sorte o la malignità; nella _Sera del -dì di festa_, contrasto fra il desiderio e la speranza del piacere -e il disinganno; nella _Ginestra_, contrasto fra la superbia e la -miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre contrasto fra la -natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la illusione e -il vero[496]. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la luna, -mentre Roma precipita: - - Cognati petti il vincitor calpesta, - Fremono i poggi, dalle somme vette - Roma antica ruina; - Tu sì placida sei? - -Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte -dell'orizzonte, il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a -un susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone -al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo -dissidio, vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio. - -E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così -volentieri, si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e -dello spazio, risalendo alle prime storie del genere umano e agli -antichissimi miti, smarrendosi nella vastità de' cieli stellati; -dacchè il remoto, per una facile illusione del sentimento e della -immaginativa, ci appare, non solo diverso dal prossimo, ma pure in -contrasto con esso, e quasi una negazione di esso. Nessuno meglio del -Leopardi conobbe l'affascinante poesia di quel lontano in cui l'anima, -prosciogliendosi dalle cure angustiose, sottraendosi alla tirannide -delle cose presenti e prementi, ritrova e sente tutta sè stessa, e -rinnovata e libera si muove e si espande. E qui ancora è una delle -ragioni di quel suo quasi culto delle rimembranze, dacchè ciò che -l'uomo ricorda con più tenerezza e di desiderio, sempre contrasta, in -una certa misura, con ciò che l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se -non che s'è dovuto notar da altra banda quanto alle volte il Leopardi -si tenga stretto alla realtà immediata e presente. Questa facoltà -ch'egli ha di accostarsele e di scostarsene a suo talento acuisce -mirabilmente in lui il senso dei contrasti; e dal contemperamento e -dalla fusione di qualità che a primo aspetto non sembra si possono -insieme accordare, viene alla sua poesia un'attrattiva assai nuova e -rara. - -L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli -epiteti. Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici, -che servono sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta -più particolarmente sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici -e musicali che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione -rigogliosa e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono -elementi determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta -misura e giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di -semplice ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente -nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e -per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale gli -epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza che gli -psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, sono -appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore frequenza, -come _ermo_, _solitario_, _deserto_, _romito_, _quieto_, _ignudo_, -_eterno_, _infinito_, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo -suo, e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico, -della vita fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente -alla caccia di quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte, -l'_épithète rare_; nè mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed -usurpatori che violentano o contraffanno le cose. Quello che Teofilo -Gautier disse trasposizione delle sensazioni è artifizio presso che -ignoto al nostro poeta. - -Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del -Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica, -anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri -principali. - -Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e -di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del -Leopardi. Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni -distinzione fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo -stile», sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un -deserto inamabile, dove invano cerchi un fiore»[497]. Ma chi mai -vorrà acquetarsi a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in -quello stile (e qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e -poesia) è verissimo; ma non altrettanto vero che sia quello stile un -deserto inamabile. Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un -perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose -del Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino -più visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»[498]. -Il Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa. -Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo -punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana -quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le -diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura solida -e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse insomma -eccellente prosa di tipo intellettuale[499]. Ma ancora parmi si scosti -dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a uno -scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se non -vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non solamente -nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente -dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento -che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione di frasi e di -periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello stile sono -la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la chiarezza; -doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello che dicesi -stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi stile -organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire ciò -che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore veramente -buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel medesimo -ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il Leopardi -considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» come «quella -cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», e della -chiarezza disse esser essa il primo _debito dello scrittore_[500]. -Ma di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi -voleva rifatto _il di fuori e il di dentro della prosa_. - -Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai Greci, -dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni, -egli ebbe in conto di _miserabili_)[501]; ma si tace del nuovo ch'egli -introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui -seppe, più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie -forme tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al -Giordani: «L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come -fanno i Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma -i Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser -letti, bisognasse adoperarla»[502]. - -Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica[503]: -notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la prosa -«geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così -somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte in -fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità -morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in tutte -quelle prose che sanno d'antico»[504]. Che se per entro alle prose di -lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova -la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che -contraddistinguono alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza -che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di -chi favelli di sè. - -Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il maggior -luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che delle altre -due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca (e -più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e -ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro -la opinione dello stesso Giordani[505], il poeta sostenne essere la -poesia alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere -prima prosatori per poi riuscire poeti[506]: verità incontrastabile, -avvertita da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia -intendere quanto sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in -prosa ciò che intendon poi di mettere in verso, e perchè un poeta -eccellente possa essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore, -poeta pessimo[507]. - -Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito, -parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba -senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia -una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il -Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa -vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera così -piacevole all'occhio come la _y_; che al poeta occorre, non solamente -di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe ha un -suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, l'occhio -è allettato. Se la _visualità_ può menare così lontano, noi non ci -dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I versi -del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo -per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, contano -fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma ogni -altra letteratura[508]. - -I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una -seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni, -ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente -senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il -Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente -come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte immediato e -diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia la perifrasi, -e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che riconosciuta -da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando a' dì nostri -chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e squisito. E, -per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa armonia -generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo poetico, -e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario colore de' -suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o ben di rado -dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un medesimo -tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere di -farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar questo -trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, difficilissimo -magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe la sentenza del -Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien est supérieur à -un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, sdegnando il verso -che suona e che non crea, egli non gradirebbe già il verso che creando -non suoni, troppo bene sapendo come il suono in questa arte sia forza -creativa, il verbo divino che trae dal nulla le cose. - -Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So che a -taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce scarsa per -questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile intender poco -le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? tanto possibile, -credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. Questa non è -virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre vengano -insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non d'altro nasce -che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo intendere -ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica -comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza nel -comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) che il -Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, vogliamo -intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della parola, -della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, alla -natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come ognun vede, -dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità della -elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di ritmi il Leopardi -è maestro grandissimo[509]. L'arte ritmica di lui si dà a conoscere -nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella studiata -alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime delle -sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte -parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso, -magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo -e motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo -sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre -impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' versi -dell'_Ultimo canto di Saffo_, ov'è descritto il volgersi per l'aria del -polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto vasto e -il tumulto della bufera. - -Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito -dell'armonia, la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile, -soccorsi dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo -gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata[510], da -quella perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i -grandi maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale -in nessuna sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile, -senza l'opera di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e -nella manifestazione de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere -rivali: la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il -vano desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e -l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto, -l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella -disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano -quel senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono -di strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone -equilibrio, compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi, -ora si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben -guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e più -copiosa fonte della sua poesia. - -Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' versi -di lui, per esempio nella _Vita solitaria_ e nelle _Ricordanze_, un -po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto) -come uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire -che la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli -stessi criterii con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora, -che quella tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella -poesia del Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in -grado di penetrare sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di -sentimento. E ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai -l'arte di produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle -impressioni molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così -è più sempre da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro -le conseguenze e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente -era in lui, riparato il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi -dell'organismo, di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per -non dire impossibile, scrutare il modo e la ragione. - -Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte -emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti -retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente -dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione propria e -spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte i tesori -dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia alla -imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso, -altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte -l'opera del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e -più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane -uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni -letteratura; e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come di -straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli è -poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori di -lui: poeti eguali a lui non ci sono. - - AVVERTENZA. — Erano già stampati i fogli che precedono quando - giunse notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le - carte leopardiane lasciate dal Ranieri, delle quali è ripetuto - ricordo in questo Saggio, le aveva affidate alle cure di appositi - commissarii, che debbono prenderle in esame e fare le opportune - proposte per la pubblicazione delle inedite. - - - - -PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI[511] - - -Che c'è ora in letteratura, anzi in tutta quanta l'arte, una vera -e propria reazione, la quale si va più sempre allargando, ognuno lo -può vedere, solo che giri intorno lo sguardo; che tale reazione si -esercita, con più deliberato proposito, contro il realismo e le sue -varietà, ognuno può facilmente conoscere, solo che ne consideri gli -andamenti e i caratteri generali; che essa finalmente, sia effetto -e parte di un'assai più generale reazione che si viene compiendo nel -pensiero e nella coscienza del tempo presente è cosa che si potrebbe -arguire a priori, e che l'osservazione, anche più superficiale e -affrettata, fa manifesto. - -Per discorrere della reazione particolare, che diremo letteraria, in -modo adeguato del tutto, bisognerebbe prima, senza dubbio, discorrere -della reazion generale; cercarne le cagioni e le origini; determinarne -la estensione e il carattere; delinearne i procedimenti e le forme: ma -sarebbe lavoro assai lungo, da non potersi costringere in poco tempo e -poco spazio: e, da altra banda, di tal lavoro alcune parti furono già -fatte; altre non si potranno fare se non da chi, dopo noi, guarderà -questi moti essendone fuori, da lungi. Basterà qui pertanto accennare, -o rammentare, le cose e i fatti più appariscenti. - -Guardata nel tutto insieme, la reazion generale appare quale un moto -avverso alla scienza positiva e al positivismo filosofico. Il secolo, -giunto al suo stremo, si riconverte, sembra, a quell'idealismo che, -accompagnando, e in parte promovendo, un'altra reazione, ne diresse -gl'inizii. Rinasce, se non propriamente la credenza, il sentimento -religioso, o almeno quell'inquieto e pungente senso del mistero che -ne fa avvertire il bisogno e lamentare la mancanza. Il misticismo -s'intrude anco una volta in quella scienza che l'aveva inesorabilmente -sbandito; tenta di adulterarne i principii; si sforza di snaturarne -i metodi e di offuscarne i fini: e molti, sdegnando gl'incerti -compromessi e i connubii illegittimi, gridano che la scienza è venuta -meno alle sue promesse, che il suo regno è finito, che la scienza è -fallita. - -Non sono certo da disconoscere le molte cagioni di indole sociale e -politica, e le intricate, e spesso non belle, ragioni di opportunità e -d'interesse che concorrono a produrre quell'effetto; ma sarebbe errore -il credere ch'esse sieno sole a produrlo. Che altre pur ve ne sieno, -più recondite e men facili a scoprire e ad intendere, scaturienti dal -proprio fondo della nostra natura e, forse, della universa natura, -è fatto palese, parmi, dalla generalità stessa del moto, dalla -molteplicità, varietà e rispondenza delle singole manifestazioni sue, -e ancor più, se non erro, dal carattere stravagante e dall'insania -più che probabile di alcune di tali manifestazioni. Il teosofismo e -il magismo acquistano ogni giorno nuovi seguaci. L'alchimia ha i suoi -iniziati e promette di nuovo, con la trasmutazione dei metalli, anche -la pietra filosofale. L'astrologia torna in onore, e nella stessa -Inghilterra, patria di Bacone da Verulamio e d'Isacco Newton, dello -Stuart Mill e dello Spencer, anzi colà più che altrove, si rallegra -di numerosi cultori, porge copiosa materia a giornali ed a libri. -Credo abbia torto il Nordau, o abbia solo in parte ragione, quando nel -nuovo misticismo altro non vede se non l'effetto della degenerazione -crescente, o un avvedimento e un ripiego politico[512]. Non sono tutti -degenerati per certo i seguaci e i fautori delle nuove, o rinnovate -dottrine, e basta ricordare a questo proposito come, tra quelli che lo -spiritismo conta in grandissimo numero, ve ne sieno notoriamente alcuni -a cui la scienza va debitrice di grandi incrementi, e i nomi dei quali -godono di celebrità meritata. Quanto alle ragioni politiche, se quelle -che il Nordau viene additando possono, sino ad un certo segno, spiegare -il misticismo francese, non potrebbero spiegare egualmente l'inglese, o -l'americano. - -Giova dire che la scienza stessa riaperse al misticismo la porta -il giorno in cui, acquistata più sicura coscienza di sè, veduti -meglio i proprii confini, confessò la impotenza propria in cospetto -dell'_inconoscibile_, e ridestò negli animi il senso sopito del mistero -avvolgente; il giorno ancora in cui ruppe la lega malamente stretta -col materialismo, e rivendicò la piena libertà dell'indagine, fuori -delle angustie di qualsiasi preconcetto dottrinario o settario. Giova -dire che già da parecchio tempo, in presenza di tendenze avverse, -sempre più minacciose e incalzanti, l'individualismo s'è risentito, -s'è accampato con nuovo orgoglio e con nuova arditezza, ha spinto sino -al paradosso e all'iperbole certe sue pretensioni, le quali, quanto -sono repugnanti alla scienza, che abbattendo o livellando gli orgogli -umani, disciplina, consocia ed agguaglia, sotto il giogo di una legge -ineluttabile e imprescrittibile, potenze, atti e fortune, altrettanto -sono inchinevoli a quel misticismo docile e vago che permette, anzi -favorisce, ogni intemperanza di sentimento e di fantasia, e ad ogni più -oscuro moto dell'animo dà significato come di rivelazione, e concede -ad ogni uomo di foggiarsi il mondo a sua posta; quanto contrarie al -positivismo, che ci comprime dentro e sotto la natura, altrettanto -confacevoli all'idealismo, che ci leva fuori della natura e sopra di -essa. - -Di quello che negli ultimi tempi fu detto, un po' troppo -arrischiatamente e pomposamente, _spirito nuovo_, una buona parte si -può esprimere con le tre sacramentali parole: _rinascenza dell'anima_, -le quali, significando al tempo stesso un desiderio e un proposito, un -presente e un avvenire son diventate, esplicitamente o implicitamente, -la formola dell'arte nuova. - - -I. - -Delle reazioni in genere, e delle reazioni letterarie in ispecie, non -bisogna sgomentarsi troppo, nè troppo dolersi. Tutta la storia umana, -dalle origini più remote sino al giorno presente, è fatta di azioni -che sono al tempo stesso reazioni, e di reazioni che sono al tempo -stesso azioni. Certo, sarebbe molto più profittevole, o, per lo meno, -più speditivo, al genere umano procedere per via diritta verso quella -qualunque meta che può essere segnata al suo corso; ma vuole la nostra -natura, o vuole la natura a noi circostante, che quel corso sia un -andare a gangheri, lungo una linea spezzata, o un andare in volta, -lungo una spirale, con inenarrabile tedio di quanti s'avvedono (e son -pochi) della maniera e qualità del cammino, e con inenarrabil fatica di -quanti (e sono tutti) vanno camminando a quel modo, e con incresciosa -apparenza, se non con evento vero, di vani, anzi nocivi ritorni. Data -la necessità di così fatto andamento, si comprende come la ininterrotta -sequela delle azioni e delle reazioni appaja, guardata sotto certo -aspetto, non in tutto, ma in parte, quasi una sequela ininterrotta -di errori e di correzioni, di colpe e di castighi, di eccessi e di -repressioni, e quasi uno sforzo continuo ed alterno e mal proporzionato -inteso a stabilir l'equilibrio; per tal forma che ogni errore, ogni -colpa, ogni eccesso sia come il termine estremo e fatale di un moto -che fu, ne' suoi principii, ragionevole e buono; ed ogni correzione, -ogni castigo, ogni repressione porti fatalmente con sè il germe di un -male futuro. Come e perchè una reazione possa molto più giovare che -nuocere, e un'altra molto più nuocere che giovare; come e perchè l'una -appaja atta a venire a capo di tutti i proprii intendimenti e l'altra -di alcuni pochi soltanto, o di nessuno, è cosa che dipende da infinite -ragioni, da intricatissime contingenze, e che vuol essere indagata -volta per volta e caso per caso. - -La storia delle lettere, come parte della storia generale umana, è -anch'essa tutta quanta tessuta di azioni e di reazioni, nei tempi -antichi, in quelli di mezzo, nei moderni, con questo solo divario, -che azioni e reazioni appajono tanto più rade e più lente quanto più -si risale verso gli antichi, tanto più frequenti e veloci quanto più -si scende ai moderni. Se ben ci si guarda, di sotto alla molteplicità -degli aspetti e delle movenze particolari, si scorgono alcuni -principii generali, i quali non mutano, o mutan ben poco, quanto alla -sostanza, e con perpetua vicenda si contrappongono, si combattono, -si soppiantano. Come più la civiltà differenzia e si complica; come -più si moltiplicano, si compongono insieme e s'intrecciano le forme -e le funzioni della vita, più la vicenda spesseggia: ond'è che -nell'antichità, e poi nel medio evo, vediamo aver durata di secoli moti -che in questa nostra età si misurano a lustri. - -La reazione letteraria presente si esercita in più special modo contro -il realismo, e più propriamente ancora contro il naturalismo, che fu -come la caricatura di quello e l'errore e la colpa e l'eccesso cui -quello doveva pervenir fatalmente. Essa si esercita con la scorta di -due concetti principali (non oserei dir dottrine) e sotto due nomi -principalmente: preraffaellismo e simbolismo; de' quali, il secondo -designa un moto di recentissima origine, e il primo un moto di origine -notabilmente più antica, ma di novissima voga. E quello e questo hanno, -insieme con qualità e tendenze proprie e diverse, qualità e tendenze -somiglianti e comuni. Entrambi si oppongono al naturalismo, di cui -l'uno schifa più la volgarità e la crudezza, l'altro più l'abuso del -particolare e del concreto: entrambi ricusano il così detto plasticismo -e l'arte marmorea dei parnassiani: entrambi menan vampo di uno sdegnoso -e nobile individualismo: entrambi si dicono e sono idealisti, si -separano dalla vita reale, vagheggiano, rimpiangono, risuscitano come -possono il medio evo, e più alta e perfetta stiman quell'arte che -chiusa ai più, schiva d'ogni contatto, più partecipa della visione -e del sogno. La reazione contro il realismo non potrebb'essere più -risoluta di così; ma non è poi altrettanto nuova quant'è risoluta, -sebbene coloro che in vario modo la menano, o ne sono menati, la -stimino cosa novissima e senza esempio. Per non dilungarci troppo -nella ricerca dei casi consimili, e guardando a una sola delle molte -specie letterarie, basterà ricordare come in questa nostra Europa -moderna, nello spazio di pochi secoli, la novella italiana, insieme con -le imitazioni che se n'ebbero fuori d'Italia, sia stata soppiantata -dal romanzo eroico e pastorellesco dei Francesi; questo dal romanzo -picaresco degli Spagnuoli e dal realistico degl'Inglesi; entrambi -questi due dal romanzo avventuroso e sentimentale dei romantici, a cui -sottentrò il romanzo naturalistico, che incalzato e sopraffatto a sua -volta, cedè il campo a un nuovo vincitore. Onesta lotta è, in fondo, -la lotta di due principii nemici che si sopraffanno a vicenda, il -principio realistico e il principio idealistico. - -Della presente reazione letteraria molti si rallegrano e molti si -rattristano; e di quelli che si rallegrano non pochi sono uomini usi -d'applaudire ad ogni novità, qual ch'essa sia; e di quelli che si -rattristano non pochi sono uomini usi di vituperarle tutte, senza -curarsi di sapere che sieno. Il critico, avendo finalmente imparato che -anche in letteratura la mutazione è necessaria e inevitabile; che il -buono, in pratica, non si può sceverare dal reo con quella facilità che -nei trattatisti si vede; e che il più delle volte, se non sempre, certa -misura di male è condizione a certa misura di bene; il critico, dico, -non s'ha da rallegrare nè da rattristare se non a ragion veduta, e -questo ancora con certa temperanza onesta e prudente, quale può essere -consigliata dal convincimento che il mondo non va già in perdizione -per ciò solo che in qualche modo è fatta offesa ai nostri gusti o alle -nostre opinioni; e ch'esso cammina per le sue vie, le quali non sempre -sono le nostre; e che, ad ogni modo, quando pur sieno, non si sa dove -menino. E il critico potrà ragionevolmente rallegrarsi che questa -reazione ponga fine al regno, anzi alla tirannide del naturalismo, -il quale, da un pezzo già, era troppo trascorso oltre i termini del -sensato e del tollerabile. E se gli sarà detto essere le idee e le -intenzioni dei novatori molto confuse ed oscure, egli non negherà -questo, ma avvertirà che sì fatti rivolgimenti sono mossi assai volte, -nei loro principii, da impulsi profondi dell'animo, de' quali l'uomo -non ha troppo chiara coscienza, oppure da eventi esteriori, de' quali -l'uomo non ha sufficiente contezza; e che però le dottrine intese a -spiegarli e giustificarli non mutarono se non tardi, e con fatica, -come da innumerevoli esempii è mostrato; e che per questo ancora non -si può, in modo sicuro, dalla insufficienza della dottrina far giudizio -dell'irragionevolezza del moto. E se da alcun altro gli sarà detto che -l'arte dei novatori non produsse insino ad ora nessun'opera eccellente -fra le poche mediocri e le molte pessime, egli consentirà pienamente, -ma ricorderà in pari tempo che molt'altre volte avvenne il medesimo -alle nuove scuole in sul primo loro formarsi; e che il tempo dei primi -conati e delle prove avventurose non può essere quello dei capilavori; -e che quanto si dice dei novatori di adesso fu pur detto, per citare -un esempio, di quei romantici che lasciarono sì più di un'opera grande, -ma lasciaronla solo dopo aver fatto credere per un pezzo di non sapere -nè che si facessero nè che si volessero. Da altra banda il critico -esaminerà con libero intelletto il moto presente, distinguendo ciò che -in esso ha sembianza di sano da ciò che non l'ha; cercando se abbia -veramente tanto di forza quanto d'irrequietezza; e se dia segno di -voler vincere durevolmente (non già pei secoli, si intende), o cedere -in brev'ora a contrasti solo momentaneamente rimossi: nè dimenticherà -che la ciarlataneria, la scimunitaggine, la pazzia sono cose umane e -comuni; che la passione è un fuoco inestinguibile; che la moda è un -vento mutevole; che l'esempio trascina e che l'illusione è regina del -mondo: nè dimenticherà che la critica è fatta più per interpretare che -per guidar l'arte; che il suo compito è il più delicato dei compiti; e -che i giudizii suoi sono soggetti a rivedimento in perpetuo. - -Con queste norme e con queste cautele vediamo di intendere la natura -del preraffaellismo e del simbolismo e di abbozzare un giudizio sul -valore della reazione esercitata in lor nome. - - -II. - -Com'è noto, il preraffaellismo nacque in Inghilterra, ma per opera, -principalmente, di un Italiano, cioè di Gabriele Dante Rossetti, -pittore e poeta, e figliuolo di quel Rossetti che fu, prima e dopo del -'30, uno dei principali poeti e promotori della rivoluzione italiana, -e lo studio stesso dell'Alighieri volse in servigio della libertà e -della patria. Ostentando di anteporre a Raffaello, considerato quale -un pervertitore dell'arte, i predecessori suoi, e, di questi, più -stimando i più antichi, il preraffaellismo si manifestò da prima e -si affermò nella pittura, ma non tardò molto a invadere la poesia, -che meglio forse della pittura poteva piegarsi a' suoi intendimenti -senza offender troppo il gusto corrente e la tradizione; e definito, -nella stessa Inghilterra, una _rinascenza dello spirito_, o, almeno, -_del sentimento medievale_, fu in tal qualità contrapposto a quella -rinascenza dello spirito e del sentimento antico che noi denominiamo, -senz'altro, la Rinascenza. Ognuno vede quale affinità venga perciò -a palesarsi tra il preraffaellismo e il romanticismo, e, non fossero -certe differenze di cui ora dirò, altri potrebbe scambiarlo, senza più, -per un rimessiticcio del romanticismo stesso. È noto di che fervido -culto i più dei romantici onorassero il medio evo, e come parecchi -di essi sognassero di farlo rinascere. Nei primi anni del presente -secolo si videro non pochi giovani pittori, scaldata la fantasia -dagli entusiasmi romantici, rinnegare come corrotta tutta l'arte della -Rinascenza, e rimettersi, in buona fede, alla scuola di Giotto. Tra -il fatto di allora e il fatto di ora c'è dunque molta somiglianza, -e il preraffaellismo bisogna si contenti di non essere tanto nuovo -quanto s'immaginava; ma se i fatti si somigliano, la ragion dei fatti è -diversa. Per votarsi al santo medio evo il romanticismo aveva tutta una -sequela di ragioni che il preraffaellismo non ha, nè può avere: guerra -a quel classicismo di cui il medio evo era stato appunto come una gran -negazione, secolare e concreta; ritorno a quella fede di cui il medio -evo era tutto impregnato, e di cui aveva per tanti secoli vissuto; -desiderio, in Germania, di una grandezza politica di cui porgeva -indimenticabile esempio l'Impero; desiderio, in Italia, di una libertà -che, dopo i Comuni, non s'era più conosciuta. Il preraffaellismo di -queste ragioni salde e positive non ne ha neppur una. Esso nega, ma non -si può dir che combatta; vorrebbe gustare le consolazioni e le estasi -della fede, ma sente che questa fede gli manca, e non sa come fare a -procacciarsela; detesta tutti gli ordinamenti e reggimenti sociali e -politici che ci stringono intorno e ci pesano addosso, ma non ne addita -di migliori, e, in realtà, non si propone di mutarne alcuno. Esso è -l'infingardaggine nell'arte. - -Se ben si guarda, si vede che il preraffaellismo nasce in gran parte da -una ragione puramente negativa, dal disgusto, cioè, della vita presente -e della presente civiltà quale in grado massimo lo sente e l'ostenta -il Ruskin[513]. Io sono ben lungi dal credere che tale disgusto sia -per sè stesso irrazionale e illegittimo, e che nasca, tutto e sempre, -come vorrebbero certi biologi e sociologi, d'insufficienza o di -perversione organica, e non altro significhi in fondo se non penuria -di quella sovrana virtù, conservatrice d'ogni vita, ch'è la virtù -dell'adattamento, ma ad ogni modo un principio puramente negativo -qual'è questo non può, quando manchino altre forze e altri ajuti, -essere un principio d'arte sicuro e fecondo; e l'arte si condanna da sè -stessa all'esaurimento e alla morte quando si diparte in tutto dalla -vita reale, dove sono, non tutte, ma le prime e le più copiose sue -fonti, e si ritrae e si sequestra nella memoria, nel desiderio, nel -sogno d'una vita che fu. Volere che l'arte non rispecchi se non ciò -ch'è presente e comune, come fu canone del naturalismo, è grave errore; -ma error non men grave è volere che l'arte rispecchi soltanto ciò che è -peregrino e remoto: ed entrambi gli errori conducono, per opposte vie, -alla menomazione dell'arte. Non nego che la distanza, sia di tempo, -sia di spazio, non accresca poesia alle cose, perchè sarebbe negare -un fatto reale, conosciuto universalmente, e più che sufficientemente -spiegato dalla natura dello spirito e dalle leggi che lo governano; -ma dico che la opinione comune di coloro i quali negano esser poesia -nelle cose famigliari e vicine, e che s'hanno tuttodì davanti agli -occhi e, per dir così, sotto mano, nasce, più che da un giusto vedere, -e dal non saper vedere e dal non saper collegare con la vita passata -la vita presente e la vita futura: nel che parmi appunto che stia -uno degli offici più alti che possano all'arte assegnarsi. Credo che -un animo forte e operoso tenda di sua natura, quando abbia troppo in -dispetto il presente, piuttosto verso il futuro che verso il passato, -e se verso il passato, verso quello soltanto ch'egli immagini potere e -dovere rioperar sul presente, e sia davvero, o almeno appaja, maggior -del presente. Quando i primi umanisti cominciarono a volger gli occhi -all'antichità, e ad accendersi tutti dell'amore di quella, cominciò un -grande rivolgimento nel mondo; perchè essi non si lasciarono sopraffare -dal disgusto della conosciuta barbarie, nè anneghittirono nello sterile -rimpianto della civiltà perduta; anzi con indimenticabile entusiasmo, -vogliosi, non già di disertare la vita, ma sì bene di più altamente -vivere, diedero opera a ricondurre quella civiltà per entro a quella -barbarie, e a rifar col passato il presente: e tale fu l'impeto e -la forza e l'intima virtù del moto, che travolse persino que' Papi e -quella Chiesa che più avrebbero dovuto avversarlo. - -I preraffaelliti non pongono così alta la mira. Essi hanno grande -avversione al rinascimento classico, ma non isperano un vero -rinascimento medievale, contro cui troppe forze, e irresistibili, si -troverebbero collegate. L'esempio dei romantici deve averli ammoniti; -e ciò che non potè avvenire dopo il 1815, quando si trovava un Giuseppe -De Maistre per iscrivere il famoso libro _Du Pape_, molto meno potrebbe -avvenire ora. I preraffaelliti, del resto, non cercano nel medio -evo, mal conosciuto e peggio rassettato, se non un rifugio che li -ripari dalla ingiuria de' tempi; una specie di cenobio intellettuale -e sentimentale, ove a bell'agio possano, se non appagare, accarezzare -quel vago e tenero bisogno d'idealità e di fede che gli affanna e -gl'inquieta, e sognare in pace i loro sogni. Il caso loro somiglia -per più rispetti al caso di quei raffinati del XVI e XVII secolo, -che sazii e fastiditi di cortigianeria e d'artificio, cercarono nuovo -sentimento di schiettezza e illusione d'ingenuità nelle pastorellerie. -Se non che la semplicità mal riesce ai raffinati. I preraffaelliti, -checchè possan credere o dire, sono di animo affatto diversi da quei -modelli a cui vorrebbero rassomigliarsi. L'ingenuità, perduta che sia, -più non si racquista; e chi, a bello studio, manometta in un quadro -le regole della prospettiva, o introduca in un componimento poetico -immagini e locuzioni troppo disformi dal sentire e dal favellar nostro, -con l'opinione di riuscir semplice e schietto, non riesce in fatto nè -schietto nè semplice, ma solamente ridicolo. E poi, messo una volta -il piede su questo sdrucciolo, non è quasi più possibile fermarsi: -giacchè se a Raffaello sono da anteporre frate Angelico, Taddeo Gaddi -e Giotto, perchè a questi non sarà da anteporre Cimabue, e a tutti, -come più schietti ancora, e più veramente primitivi, i bizantini? -Quando per arte semplice s'intende arte insufficiente, ciò non è punto -difficile; ed è perciò che noi vediamo ora, dietro i passi dei pittori -preraffaelliti, muovere una schiera di pittori che si potrebbero dir -pregiottiani, i quali, intenti a rinnovare in tutto il suo rigore la -tradizion bizantina, offrono agli attoniti sguardi de' contemplanti, -stecchite figure di vergini, di asceti e di martiri, senza espressione, -senza sangue, senza carni, con tale una ostentata (ma non in tutto -ostentata) ignoranza dell'anatomia, del drappeggiamento, del colore e -di ogni cosa, da fare o strabiliare, o sorridere. - -Non perciò vorrò dire che il preraffallismo non abbia prodotto qua -e là un qualche effetto buono. In pittura esso ha indubitabilmente -contribuito ad affinare novamente il gusto, che s'era un po' troppo -ingrossato alla scuola del naturalismo; a risollevare e riconfortare la -fantasia che da quella scuola era stata depressa e mortificato un po' -più del dovere; a ridare il luogo che gli si compete a quell'elemento -ideale senza di cui l'arte a breve andare s'intorbida e s'invilisce. Nè -ciò soltanto; chè trasfondendo, senza quasi avvedersene, un sentimento -moderno nelle forme e nelle immaginazioni del medio evo, esso ha -talvolta prodotto _motivi_ di una venustà rara ed arcana, di una -insuperabile acuità d'impressione, e ottenuto trasfigurazioni veramente -singolari e potentemente emblematiche della persona umana, e raggiunto -in certe composizioni di bizzarra, florida, taumaturgica fantasia tale -una fusione della realtà e del sogno quale non credo siasi mai veduta -innanzi, nè possa ottenersi maggiore. - -In letteratura i suoi meriti mi pajon minori, ma non minori i demeriti. -Sembra ch'e' non osi staccarsi dalla poesia e avventurarsi nella prosa, -nè che della poesia osi trattar tutti i temi e le forme; e Gabriele -Dante Rossetti, del cui valore noi non abbiamo ora a discutere, -rimane pur sempre il maggiore de' suoi poeti. Ciò nondimeno, a chi -ami l'arte non parrà picciol merito la sollecitudine viva e devota -adoperata in restituire l'antico grado e gli antichi onori a quella -poesia che dai naturalisti fu tanto sdegnata, e di cui lo Zola osava -scrivere: «J'assigne simplement à la poésie un rôle d'orchestre; les -poètes peuvent continuer à nous faire de la musique pendant que nous -travaillerons»[514]. Anzi i preraffaelliti passarono il segno quando -pretesero racquistare alla poesia quel primato che le condizioni -presenti della cultura e della vita più non le consentono. Ma di questo -più oltre. - -Che il preraffaellismo dovesse trovare anche in Italia ammiratori e -seguaci, come da molto tempo ve li trovano tutte le novità forestiere, -è cosa che non si poteva, sembra, evitare. A tacer dell'effetto che -se ne vide in pittura, basterà ricordar quello che se ne vide in -poesia, quando su pei giornali letterarii cominciarono a comparire -sonetti e canzoni e ballatette e sestine e none rime, rifatte sugli -esemplari del Dugento e del Trecento, con atteggiamenti di stile, con -impostature e cadenze di versi, con suoni di rime, tratti a grande -studio da quell'arte; e insiem con le forme si riaffacciaron que' temi; -e la donna angelicata rifece capolino, tutta soave e leggiadra, fra -il corriere delle mode e l'articoletto di cronaca; e gli spiritelli -d'amore diguazzaron le alucce tra i ghirigori e i cincigli della stampa -cortesemente provveduti dal proto; e parve quasi di riudire la voce di -Guido Orlandi chiedere con devozione: - - Onde si move ed onde nasce Amore? - Qual è 'l su' proprio loco ov'e' dimora? - -e Guido Cavalcanti, un po' accigliato, rispondere: - - In quella parte dove sta memora, ecc.: - -cosa da ricevere con sollazzo e con riso, se, più che da una -perversione del gusto, non nascesse da scioperataggine di mente e da -grande impoverimento delle facoltà creative. Ma il preraffaellismo, -benchè iniziato, si può dire, da un Italiano, e dietro esempii -italiani, non sembra che possa avere fortuna in Italia, dove, se alcuna -tendenza è che più direttamente derivi dall'indole della nazione, e -si confaccia al costume, e li significhi entrambi, quella è dessa per -certo che, contrastando allo spirito de' tempi di mezzo, sortì nel -Rinascimento il proprio fine e il proprio trionfo: e già per le usanze -e gl'ideali di questo vediam rinnovarsi in Italia un'ammirazione e un -amore contro cui la dolce mania medievale del preraffaellismo non è -possibile che prevalga. - -Nè v'è ragione di credere che fuori d'Italia esso abbia a vivere -rigoglioso e durare a lungo. Troppe forze lo premono, delle quali è -grande errore l'immaginare che sien vicine a dissolversi e a perdersi. -Esse anzi acquistano, d'ora in ora, maggior gagliardia, e tutte -congiunte ci trascinano sempre più lungi dagli esempii e dai termini di -una età alla quale un repentino ripiegar della via può solo per picciol -tratto far credere che noi ci andiam raccostando. Nella grande, torbida -e impetuosa corrente del pensiero moderno, il preraffaellismo (e altro -con esso) non segnerà se non un breve e passeggiero ringorgo. Se non -ingannano i segni che del futuro si vedono, esso si dileguerà tra non -molto, e il suo nome sarà il nome di una piccola increspatura, non -quello di un grande rivolgimento dell'arte. - - -III. - -Il preraffaellismo ha formola chiara e precisa, ma angusta; il -simbolismo formola molto più larga, ma anche più incerta ed oscura. - -Come nascesse il simbolismo in Francia in questi anni passati, e per -opera di chi; e quanta parte s'avessero nel suo nascimento e nelle sue -prime imprese un ragionevole bisogno dello spirito e un giusto senso -dell'arte; quanta la ignoranza, la sciocchezza, la ciarlataneria, -e persino il gusto di burlarsi del prossimo: e come fosse operato, -anche in questo caso, l'ordinario miracolo del proselitismo, noi non -andrem ricercando. Che cosa esso sia propriamente, e che si voglia, -non è facile dire, nè pare che lo sappian gran fatto coloro stessi -che lo professano e ne annunziano il verbo. Qualcuno, ripetendo, senza -addarsene, vecchie e incompiute definizioni del romanticismo, lo definì -l'individualismo nell'arte, oppure la libertà nell'arte; e, veramente, -considerato sotto certo aspetto, il simbolismo non parrebbe esser -altro che un ricorso di romanticismo attenuato, rimpicciolito, e come -dissanguato. Al qual proposito gioverà notare una volta per tutte che -il decadere del realismo doveva di necessità dar luogo ad un qualche -ravvivamento e risentimento di quel romanticismo che esso da prima -aveva combattuto e vinto. - -Se l'intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il -simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che -considera e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna -per sè e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni -le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le -materiali delle spirituali[515]. Sì fatto intento non è già nuovo; -anzi è vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso -della parola, ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto -istintiva e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi -volesse andare in traccia del simbolo per entro nell'arte realistica, -e agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a -trovarlo. Son due anni, o poco più, nella _rassegna indipendente_ che -s'intitola _L'Ermitage_, il Saint-Antoine parlò, volendo far servigio -alla scuola, del simbolo e dell'allegoria, della leggenda e del mito, -distinguendo di ciascuno la significazione e il carattere; ma non -si vede ch'egli abbia aggiunto gran che a quanto in proposito era -stato detto da un pezzo; e alla nuova scuola avrebbe dovuto premere, -non tanto la definizione puramente teoretica del simbolo, quanto una -dottrina, o una norma, per la scelta e per l'uso di esso, e alcuna -opportuna avvertenza circa il modo migliore di far che agli intenti -rispondano i mezzi dell'arte. - -Ad ogni modo, appar chiaro che i simbolisti, come già i romantici, -non vogliono poesia senza simbolo; e chi desiderasse sapere come la -pensassero i romantici a questo riguardo, almeno i francesi, frughi -nel parigino _Globe_ del 1829, e troverà uno scritto che gliene darà -contezza: e se ode questo o quel simbolista sentenziare che ogni -bellezza è, di sua natura, simbolica, si ricordi che Guglielmo Schlegel -e Giovanni Herder dissero per l'appunto il medesimo. Nessuno, se non -è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà biasimare i simbolisti -perchè vogliono poesia simbolica: ma chi poi, se similmente non è -vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà approvarneli, quando -pretendono che fuori di quella non abbia ad essere altra poesia? -Non è forse poesia quella che, senza cercare e pensare più là, si -contenta di ritrarre poeticamente le cose e di esprimere poeticamente -l'anima umana? E son forse pochi, e sono di picciol merito i poeti che -coltivarono e accrebbero sì fatta poesia? - -Ma non tanto errano i simbolisti in questa loro opinione che non sia -poesia senza simbolo, quanto erran nel modo onde fan uso del simbolo, -e ne curan l'effetto. Il simbolo non si propone altro fine se non di -presentare un termine materiale e particolare in tal forma, e con tale -avvedimento, che da esso si possa, anzi quasi si debba, ascendere a un -termine o ideale o generale; e perchè tale passaggio avvenga, non in -qualsiasi modo, ma in quel determinato modo che il poeta ebbe in mente, -e non iscambii, mi si lasci dir così, un recapito per un altro, e non -riesca, forse, appunto dove il poeta non volea che riuscisse, bisogna -che il primo termine sia presentato in forma determinata, consistente, -evidente, perchè, se presentato in forma perplessa, liquescente, -nebulosa, potrà dar passo a più termini superiori, tutti diversi forse -da quello che il poeta s'era prefisso, e potrà anche non dar passo a -nessuno. Se i simboli riescono assai volte affatto vaghi e ambigui, -anche quando il primo termine sia chiaro e preciso, figuriamoci quali -han da riuscire quando quel termine è incerto ed oscuro. La lonza, il -leone, la lupa di Dante son tali che ognuno li raffigura, e pure san -tutti quanto varia e discorde sia stata la interpretazione del simbolo -di cui essi sono parte: che sarebbe se il lettore non riuscisse a -raffigurarli, e dovesse, prima d'ogni altra cosa, trovar gli argomenti -per dimostrare che la lonza è una lonza, il leone è un leone, e la lupa -una lupa? Ora essendo canone fondamentale della estetica e dell'arte -dei simbolisti che le cose non debbono già esser ritratte nitidamente, -ma solo adombrate, si vede che ha da seguire de' lor simboli, e -s'intende perchè il simbolo appunto è ciò che meno si riesce a scovare -nella loro poesia. Nè accade avvertire che qui non si tratta di quella -studiata occultazione e di quella voluta ambiguità del simbolo che -possono essere consigliate al poeta dalla condizione dei tempi, e dalla -considerazione del pericolo a cui egli potrebbe esporsi usando simboli -troppo ovvii ed aperti. Dei simboli dei simbolisti nessuna potestà, nè -ecclesiastica, nè laica, s'è mai impermalita. - -Oltre che per l'uso, o meglio, per la immaginazione dell'uso del -simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente -al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per la -inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l'onore che, -rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia. - -Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza. -Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine vero -dell'arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire le -détail technique, le renseignement local, enfin le côté historique -et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté, dont -mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo innanzi -il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (_Béatrix_) queste -testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non si può -però negare che il realismo intendendo, com'è proprio suo cómpito, alla -rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch'è più ovvio e comune, -e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia nel mondo, -non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi a mano a mano, come -avviene, ad averla in dispetto. Son note le detrazioni che ne fece la -Eliot, e le colpe e i danni che le imputò; ed è noto che il naturalismo -la fuggì con altrettanta diligenza con quanta, per un altro verso, -cercò la bruttezza. Onde il Mallarmé espresse il desiderio di tutti i -simbolisti quando agognò di levarsi a volo - - Au ciel antérieur où fleurit la beauté: - -ma bisogna pur riconoscere che l'oggetto di quel desiderio è esso -stesso un po' troppo _anteriore_, e si riman troppo nel vago, e che -aborrendo i simbolisti da ogni rigorosa e perspicua delineazione di -forme, la loro bellezza, quasi, è senza forma, e tanto vana rispetto -a quella vagheggiata e ritratta dai Greci quanto è l'ombra rispetto al -corpo. Ad ogni modo, per questo amor di bellezza, di cui vanno lodati, -i simbolisti contraddicono, non soltanto ai realisti e ai naturalisti, -ma ancora ai romantici, i quali un tratto, s'innamorarono anch'essi del -brutto, e trovarono in Carlo Rosenkranz chi ne scrisse l'estetica. - -Verso il medio evo il simbolismo tende, in parte almeno, per quelle -stesse ragioni per cui abbiamo veduto tendervi il preraffaellismo: -certa sentimentalità religiosa inappagata e inappagabile, e il bisogno -di quella piena libertà della immaginazione e del sogno a cui ogni -realtà viva e presente riesce, o poco o molto, d'ostacolo, e che le -usanze del viver nostro, e tutta quanta l'affacendata e aspra civiltà -di questi tempi, insidiano e premono da ogni banda. E qui è da notare -come i simbolisti, sebbene, per vie meglio opporsi ai realisti, -ostentino grande amore all'antichità, e s'ingegnino di ritentare qua -e là alcuni temi dell'arte antica, pure, dato quel loro immaginare in -confuso e dire a mezzo, che non si confà punto col genio classico, -e data quella vaga e fluida misticità, che del genio classico è per -l'appunto il contrapposto, si trovino assai più a loro agio nel mondo -medievale che non nell'antico, in una chiesa gotica che non in un -tempio greco, in compagnia di claustrali che non di eroi. Ond'è che -noi vediamo riapparire per opera loro, nell'incerta luce del secolo -moribondo, tutta la vecchia fantasmagoria romantica di castelli -merlati, di chiostri silenziosi, di cavalieri armati cavalcanti per -cupe foreste, di re barbuti, di bionde donzelle, di sante e di santi -rapiti in estasi. Uno di essi, Ferdinando Herold, intitola certo suo -libricciuolo di versi _Chevaleries sentimentales_, titolo da fare -invidia a ogni più zazzeruto e smunto romantico; e il Durtal, uno -dei personaggi dell'_En route_ dell'Huysmans, non sogna se non medio -evo[516]; e Paolo Verlaine, di cui son noti anche troppo i parossismi -alternanti di religiosità e di lascivia, farneticava del medio evo -_enorme et délicat_, - - Loin de nos jours d'esprit charnel et de chair triste. - -Non già che il medio evo non possa esser fatto rivivere dall'arte, come -può esser fatta rivivere l'antichità, chè uno degli offici dell'arte -è per l'appunto di prolungar la vita delle cose, e di ridarla, in -qualche modo, a quelle che l'hanno perduta; ma il ravvivamento, per -non riuscire un giuoco vano e puerile, deve innanzi tutto operarsi in -una coscienza che sappia essa stessa serbarsi viva rimanendo moderna, e -nelle forme proprie, non dell'attualità, ma del ricordo. - -Della devozione grande che i simbolisti hanno alla poesia si può -dire ch'è troppa, ma s'ha pure a darne loro, come s'è data ai -preraffaelliti, la debita lode. Quanto è dell'utilità, a coloro che, -seguitando una opinione dello Schiller, rinnovata dallo Spencer, -dicono l'arte non essere se non un giuoco, tanto più sincero quanto -più è inutile, si può rispondere che tutte le arti cui si dà nome di -belle son utili, in quanto che, variamente appagando un bisogno della -spirituale natura dell'uomo, cooperano a che essa natura si conservi -integra e sana nel pieno svolgimento e nell'esercizio armonico di tutte -le sue facoltà. Ma v'è a dire anche altro. Lo stesso Spencer mostrò -come la musica, suscitando agevolmente negli animi sentimenti a tutti -comuni, e armonizzandoli, per così dire, insieme, a quel modo che fa -de' suoni, e tutti i sentimenti purgando e affinando che le è dato di -esprimere, e ancora adoperandosi a far nascere negli animi men delicati -i sentimenti più delicati, sia un istrumento di simpatia efficacissimo -e impareggiabile, e però di felicità individuale e sociale; e non -si perita di asserire che, per questo rispetto, la musica non riesce -meno benefica della scienza[517]. Ma perchè della poesia non si dovrà -dire altrettanto? Anch'essa è in grado di accomunar sentimenti, e anzi -di accomunarli in quella più determinata forma che alla musica non è -consentita: anch'essa è atta a purgarli ed affinarli, e a far sì che -i più delicati penetrino a mano a mano negli animi men delicati: e se -alla musica, per esser buona a far tutto ciò, lo Spencer pronostica -crescente fortuna e sempre più glorioso avvenire, non so perchè non -si possa pronosticare altrettanto alla poesia, la quale fa tutto ciò -diversamente dalla musica, ma, per certo, non meno bene della musica. -Da parecchi già furono notate le benemerenze della scienza in quanto -tende ad assicurare, creando una coscienza comune, e assottigliando -più sempre il numero delle opinioni discordi e inconciliabili, la pace -e la stabilità sociale[518]; ma se la scienza tende in più particolar -modo a unificar l'intelletto, la poesia tende in più particolar modo -a unificar l'animo, e ciò facendo esercita una azione sociale non meno -benefica di quella possa esercitare la scienza[519]. Se così è, perchè -mai la poesia dovrebb'essa morire? S'ode dir tuttodì che la scienza ha -da uccidere la poesia; ma perchè dovrebbe uccidere la poesia e lasciar -vivere la musica? E se l'avvenire preparasse agli uomini condizioni di -vita più riposata e più degna della presente, e più libero e nobile uso -di quelle potenze dell'anima ch'essi ora, per tanta parte, e in tanti -pessimi modi, corrompono, deprimono, logorano, non si può credere che -le arti fiorirebbero con nuovo rigoglio, e la poesia non meno, se non -più, di ogni altra? Siam grati dunque ai simbolisti, non propriamente -della poesia, e scusiamoli alquanto, se, scaldati e trasportati da -quell'amore, vedendo nemici dove non sono, inveiscono contro una -scienza che non conoscono, e che non ode le loro invettive. Se la -poesia non ha a temere del proprio avvenire, la scienza, del proprio, -può essere più che sicura. - -Quando avremo soggiunto che i simbolisti considerano il sognare ad -occhi aperti come la più alta e nobile operazione dello spirito, anzi -come la sola in cui esso, ignorando o negando la spiacente realtà, fa -manifesta la propria eccellenza, e che non vogliono essere turbati -nei loro sogni, avremo sommariamente indicati gl'intendimenti e i -confini dell'arte loro. I pittori simbolisti dicono di voler fare, non -pitture, ma iconostasi; e i poeti vorrebbero si potesse dir sempre -delle loro poesie ciò che di alcune di Efraimo Mikhaël ebbe a dire -Edmondo Pilon: «... je les ai dites comme on dit, dévotement, des -litanies. Car elles contiennent, en elles, l'essence de la mélancolie -inexprimable et de la constante obsession d'un exil loin d'une île -heureuse; elles sont le mirage des déceptions constantes d'ici-bas, -et elles sont les patènes divinement ciselées où sont enfermés les -parfums des sacrifices expiatoires»[520]. Suscitare negli animi un moto -e un contrasto di desiderii confusi che non si inaspriscano troppo nel -volere il conseguimento del fine loro, di rimpianti che non passino il -giusto segno di una mestizia tenera e sconsolata, d'immagini che si -dissolvano prima d'essersi in tutto formate, di pensieri indefiniti -che passino in una specie di luce crepuscolare e sottentrino l'uno -all'altro senza mai collegarsi o coordinarsi fra loro; e con tutto ciò, -e con richiami ed accenni impensati, dare agli animi il sentimento e -quasi l'allucinazione di un mondo remoto, misterioso, trascendente, -irrivelabile, ecco il fine che la poesia simbolista si propone. Vediamo -ora quali mezzi essa adoperi per raggiungerlo. - - -IV. - -Questi mezzi sono tre principalmente: l'oscurità, la suggestione, e, mi -si passi il vocabolo, la musicalità. - -Che dell'oscurità si faccia senz'altro un canone, e un canone -principalissimo d'arte, può, a prima giunta, far meravigliare chi -non ricordi la innata tendenza che gli uomini hanno a confondere -l'inintelligibile con l'eccellente, e a vedere nella insufficienza -e perplessità del segno la prova della grandezza e profondità del -significato. Di solito, chi parla oscuro, parla così perchè non ha -chiare le idee; ma può, senza troppa fatica, far credere di averle -talmente poderose e vaste che le parole non le possano esprimere se non -a mezzo, e forse neanche tanto. È questa una ragion capitale per cui -ci fu sempre poesia oscura nel mondo, più assai di quanta n'avrebbero -potuta far nascere il bisogno di non farsi intendere troppo, o -d'intendersi fra pochi soltanto, e il desiderio d'esser lasciati in -pace; ma non è però la sola. - -I simbolisti sono di questo avviso, che tutto quanto produce in noi un -pensiero distinto, un'immagine circoscritta, un sentimento specificato, -nuoce alla poesia, la quale tanto più risponde al fin suo, e tanto -arreca maggior diletto, quanto più rimane nel vago e nell'ombra[521]. -Perciò essi detestano la sodezza e la precisione dei parnassiani, e -la pienezza e il rilievo de' così detti plastici, e sono, molti di -loro, riusciti così tenebrosi e _deliquescenti_ che non v'è uomo che -li possa intendere. Provatevi a cavare un costrutto da questi versi del -Mallarmé: - - Et tu fis la blancheur sanglotante des lys, - Qui, glissant sur la mer des soupirs qu'elle effleure, - A travers l'encens bleu des horizons pâlis, - Monte rêveusement vers la lune qui pleure; -o da questo periodetto di prosa dei Saint-Pol Roux: «Mon être, -agglomération de résistance opposée par mon toucher servi de ses -frères, s'initie, aveugle du vide, art hiéroglyphe de l'assaut; -initiation de la figure par successivement le point, la ligne, l'angle, -la courbe». O, ancora, da questi due terzetti di un sonetto in cui pare -che Renato Ghil abbia voluto, non so se occultare o dare a conoscere -gl'intendimenti dell'arte nuova, e le spirituali sorgenti da cui essa -attinge la inspirazione: - - Une moire de vains soupirs pleure sous les - Trop seuls saluts riants dans la nuit exhalés, - Aussi haut qu'un néant de plumes vers les gnoses. - - Advenu rêve par vitraux pleins de demains, - Doux et nuls à pleurer et d'un midi de roses, - Nous venons l'un à l'autre en élevant les mains. - -Se l'arte letteraria dev'essere, d'ora innanzi, l'arte di parlare -senza dir nulla, non v'è dubbio che costoro, e con essi altri molti, -hanno tócco il sommo dell'arte. Che alcune di tali _elevazioni_ e -_trasfigurazioni d'anime_ sieno celie di capi scarichi, può darsi, -anzi, pel caso di Arturo Rimbaud, è dimostrato; ma, pur troppo, non -tutte sono; e se il Mallarmé si contentò una volta di dire che la -chiarezza non è se non una grazia secondaria, i suoi discepoli non -furono più così timidi e sentenziarono che la chiarezza è difetto -grosso, difetto triviale, e capital nemico della poesia. Parlando di -Ernesto Jaubert, autore di una raccolta di versi intitolata _Poèmes -stellaires_, Carlo Maurice, espositore dei principii e banditore delle -glorie dell'arte nuova, ebbe a scrivere, sono già alcuni anni: «Et -maintenant, comme tous les artistes significatifs de cette heure, -le désir de tout dire l'a dissuadé de rien préciser, de rien trop -détailler pour la gloire de l'effet total à suggérer, de laisser les -choses s'envaguer doucement, d'indiquer l'idée par l'émotion picturale -et musicale des sentiments et des sensations»[522]. Proprio il -contrario di quanto insegnarono e praticarono i parnassiani, l'un de' -quali, il Coppée, espresse uno dei principii fondamentali di tutta la -scuola quando disse che la poesia richiede - - Un style clair comme l'aurore. - -I simbolisti tutti considerano la suggestione come cosa di capitale -importanza in arte, e per essa quasi si gloriano d'avere introdotto -nell'arte un principio nuovo; ma nuovo è il nome, non il principio, -il quale è quel medesimo che sempre fu scritto nelle _Arti poetiche_; -non dovere il poeta dir tutto, ma qualche cosa lasciar indovinare, -e più e meno, secondo i casi e le convenienze. _Le secret d'être -ennuyeux_, lasciò scritto il Voltaire, _c'est de tout dire_. Lo -Spencer, che certo non è un simbolista, nota a questo proposito: -«Scegliere, descrivendo una scena, o narrando un fatto, quegli elementi -che ne traggono più altri con sè; e, per tal modo, dicendo poco e -suggerendo molto, abbreviare la descrizione e la narrazione; tale è il -secreto per impressionar vivamente... Bisogna scegliere le idee e le -espressioni per tal maniera, che il maggior possibile numero di idee -sia espresso col minor possibile numero di parole»[523]. Questa potenza -di suggestione le parole non sono sole ad averla: il volto umano è -sommamente suggestivo; suggestive sono le stesse cose inanimate; e -la musica opera sugli animi nostri, non in grazia della suggestione -soltanto, ma in grazia della suggestione principalmente. E delle -parole si può notare ch'esse esercitano la suggestiva lor facoltà, non -solo come segni, ma anche, in una certa misura, come suoni; d'onde la -conseguenza che lo studio de' suoni è parte, non principale, come fu -opinione di vuoti retori, ma pure importante dell'arte dello scrivere, -specialmente nel verso. Che poi la estensione e la intensità della -suggestione dipenda, in parte dalla qualità dello stimolo che la -provoca, in parte dalla qualità e dal peculiare stato dell'animo che -quella provocazione riceve, è cosa che s'intende da sè e su cui non -accade di soffermarsi. I grandi poeti sono soggettivi tutti, e quanto -più son grandi, tanto più sono, come Dante, suggestivi. Ma Dante è, -nello stesso tempo, il più preciso dei poeti. - -I simbolisti hanno dunque ragione quando celebrano le glorie del -_verso evocatore_; ma hanno torto quando dicono che a suggerire più e -meglio il poeta deve evitare i concetti precisi, le immagini precise, -le parole precise. La precisione dei concetti, delle immagini, delle -parole non fa ostacolo alla suggestione, come per innumerevoli esempii -si può dimostrare. Valga per tutti quello che ne porge _L'Infinito_ del -Leopardi. Abbiamo qui un _ermo colle_, una _siepe_ che cela all'occhio -molta parte dell'orizzonte, un _vento_ che fa stormire, in passando, -alcune _piante_; termini definiti, concreti, che si apprendono senza la -menoma esitazione, e sulla cui natura non può nascere il menomo dubbio. -La designazione è, certo, sobria e fugace, e il poeta accenna più che -non descriva; ma il _colle_ è un colle, la _siepe_ è una siepe, il -_vento_ è un vento, le _piante_ son piante; e questi nomi suscitano nei -lettori immagini varie sì, secondo i ricordi e le fantasie di ciascuno, -e secondo il vario operar delle associazioni, ma definite e chiare e -riconoscibili a primo aspetto. Da questi termini concreti il poeta si -leva, per virtù di suggestione, agli astratti, e il lettore con esso -lui, e ad entrambi s'apre la visione dell'infinito spazio e del tempo -infinito, e il pensiero d'entrambi si annega in quella immensità. Nulla -si può immaginare più determinato e più chiaro, e come pensiero, e -come espressione; e, ciò nondimeno, tale è la potenza di suggestione -di quei pochi versi che il core se ne spaura a chi li legge. La poesia -che il Longfellow intitolò _Il vecchio oriuolo sulla scala_, dove la -descrizione è, quanto più si possa dire, icastica, suscita nell'animo -un vero turbine d'immaginazioni e di affetti; e altrettanto fanno -certe poesie del Leconte de Lisle, sebbene lo studio della precisione e -della perspicuità vi sia a volte a dirittura soverchio. Certi oggetti e -certi aspetti della natura, molto bene determinati e molto chiaramente -veduti, un gruppo di stelle scintillanti nel cielo profondo, un -accavallamento di nubi accese dai sanguigni bagliori del tramonto, una -scena di monti vigorosamente delineata e come scolpita sull'orizzonte, -possono rapir l'animo del contemplante in un mondo meraviglioso e -infinito di sogni e di fantasie. E non a una nebulosa di cui l'occhio -mal discerna i contorni, ma alle _vaghe stelle dell'Orsa_, e alle -_luci_ che sono ad esse _compagne_, volgeva Giacomo Leopardi il famoso -saluto delle _Ricordanze_, rammentando le tante fole ch'esse gli avevan -suscitate nell'animo[524]. - -Il terzo mezzo usato e preconizzato dai simbolisti consiste nel -raccostare quanto più è possibile la poesia alla musica. Che la poesia -debba, in parte, quella sua virtù di penetrare, scuotere, appassionare, -affascinare gli animi agli elementi musicali che sempre, finchè non -perda il proprio suo nome, contiene in maggior o minor copia, è fatto -di comune esperienza, avvertito in ogni tempo, e da cui si derivano -le regole fondamentali della versificazione. Non pochi dei precetti e -degli avvertimenti che si trovano nei trattatisti concernono appunto -l'arte di rendere musicale il verso e la strofe; ma i simbolisti -non si contentano più di quella tanta musica che insino ad ora era -stata introdotta nella poesia, e vogliono fare della poesia quasi una -seconda musica, come altri aveva voluto farne una seconda pittura, o -una seconda scultura. Paolo Verlaine comincia quel suo breve e curioso -componimento cui pose titolo _Art poétique_, col precetto seguente: - - De la musique avant toute chose, - Et pour cela préfère l'impair, - Plus vague et plus soluble dans l'air, - Sans rien en lui qui pèse ou qui pose; - -e raccomandata agli artisti di gusto fine quella cara incertezza da cui -viene tanta attrattiva alla _chanson grise_, e raccomandato di preferir -sempre le mezze tinte e le sfumature alle tinte risolute schiette, -soggiunge: - - De la musique encore et toujours! - Que ton vers soit la chose envolée - Qu'on sent qui fuit d'une âme en allée - Vers d'autres cieux à d'autres amours. - -I discepoli andarono, come sempre avviene, assai più in là del maestro, -e affermarono che la poesia è tutta nel suono, e cominciarono a -considerar le parole, non più come segni d'idee, ma come gruppi di -suoni, da dover essere scelti, ordinati, composti insieme, non già -con un criterio logico qualsiasi, ma con un criterio essenzialmente -musicale. E ne nacquero le meraviglie di cui abbiam veduto pur ora -qualche debole saggio. E dopo che Arturo Rimbaud ebbe rivelato il gran -segreto del colore delle vocali, saltò su Renato Ghil a rivelare, nel -suo _Traité du verbe_, il proprio colore degli strumenti musicali, -così di quelli a fiato, come di quelli a tasti e a corda; onde: -«Constatant les souverainetés les Harpes sont blanches; et bleus sont -les Violons mollis souvent d'une phosphorescence pour surmener les -paroxysmes; sur la plénitude des ovations les Cuivres sont rouges; -le Flûtes, jaunes, qui modulent l'ingénu s'étonnant de la lueur des -lèvres;...» ecc., ecc. Se le vocali hanno ciascuna il suo colore, e se -ha il suo colore ciascun istrumento musicale, voi potete, scegliendo -e disponendo accortamente le parole, introdurre nel verso tutta una -orchestra, e fare di una poesia una sinfonia poetica da mettere accosto -al poema sinfonico dei musicisti. Non ci sarebbe che una difficoltà -sola. La scienza ha bensì riconosciuto come reale il fenomeno della -così detta udizione colorata, ma ha pure riconosciuto ch'esso presenta -tante varietà e dissomiglianze quanti sono gl'individui in cui si -produce; che la vocale che all'uno dà l'impressione del bianco, dà, -all'altro, la impressione del rosso, o del giallo, o del nero; e che -per conseguenza non è possibile di fondare sopra di ciò nè un principio -nè un espediente dell'arte[525]. - -Lasciando stare queste pazzie, si può ammettere che la maggior -musicalità che i simbolisti s'industriano d'introdurre nella poesia -risponda a un bisogno vagamente sentito da molti. Più di un critico -accennò alla musica e alla fama del Wagner come a cause determinanti -dell'indirizzo preso dai simbolisti; ma, senza voler negare l'efficacia -che, anche per questo rispetto, quella musica e quella fama possono -avere avuta, è forse da risalire a causa più generale e più remota, -anzi a quello stesso complesso di cause a cui è dovuto il novissimo -rigoglio dell'arte musicale, e il carattere stesso che la musica, -più specialmente nell'opera del Wagner, è venuta prendendo. Se è vero -ciò che si dice, e par confermato dall'esperienza, che la musica più -fiorisca ne' tempi in cui abbondano sentimenti nuovi, non bene definiti -ancora nè sceverati, i quali in essa appunto trovano la espressione -loro più adeguata e felice, s'intende come, ricorrendo tempi sì fatti, -la poesia possa sentirsi, più del consueto, attratta verso la musica, e -chiedere a questa insoliti ajuti. Tale, forse, è il caso della poesia -dei simbolisti; nè si può dire che alle tendenze e ai propositi di -costoro contraddica, sebbene a primo aspetto possa parere, lo studio -con cui essi per l'appunto hanno sovvertito e sovvertono in Francia -tutta la metrica. Già il Verlaine aveva imprecato a quella rima che, -magnificata dall'Hugo quale vera generatrice del verso, era divenuta -pei parnassiani la chiave di volta della poesia tutta quanta: - - Oh! qui dira les torts de la Rime? - Quel enfant sourd ou quel nègre fou - Nous a forgé ce bijou d'un sou - Qui sonne creux et faux sous la lime? - -I simbolisti venuti dopo, non solo rinunziarono alla _rime opulente et -pittoresque_, rinnovando e superando le licenze e le trascurataggini -di Alfredo De Musset; ma alcuni di essi rimisero in onore l'assonanza, -che, dopo il medio evo, era sparita dalla poesia francese; e altri -bandirono la rima affatto, creando finalmente quel _vers blanc_, da -noi detto sciolto, di cui la poesia francese era sempre stata creduta -insofferente. Inoltre, continuando, per questa parte, l'opera dei -romantici e dei parnassiani, essi finirono di sconnettere il vecchio -verso architettato e tradizionale, e mandarono sossopra la strofe, -accozzando persino versi di due con versi (dobbiamo proprio chiamarli -così?) di diciasette sillabe, inventando i _versi senza misura_, -mescolando col verso la prosa, e magari la _prosa libera_; e quando non -trovarono altro da trasformare o da abolire, trasformarono o abolirono -la interpunzione. Tutto ciò pare faccia contro alla intenzione stessa -dei simbolisti, ma serve, nella opinione loro, a sostituire alle -armonie ovvie e volgari armonie recondite e peregrine. - -Siami lecito di far qui, di passata, una considerazione circa l'uso -della rima. Le avversioni che essa inspira sono vecchie, come sono -vecchi gli amori, e, se ne avessi agio, potrei sciorinare un elenco non -breve di quanto in varii tempi fu scritto in sua lode o in suo biasimo. -Nel secolo scorso i _versiscioltai_ più arrabbiati la vollero morta, -ma non riuscirono ad ammazzarla. Non accade rammentare la legittimità -delle sue origini storiche e psichiche, e com'essa nasca spontanea -e non mica per artifizio. Ridotta in termini pratici, la questione -sonerebbe così: Giova o nuoce la rima alla poesia? A tale domanda non -si può rispondere in modo generale ed assoluto. Ognuno vede che la -rima conviene più a certi temi e meno a certi altri, e che non tutte le -forme sono egualmente adatte a riceverla. Che l'uso della rima induca -assai volte a falsare o diluire il concetto, e a dire più o meno di -quanto s'aveva nell'animo, è vero pur troppo; ma è altrettanto vero -che la rima, adoperata con delicatezza ed accorgimento, può dare ai -concètti e alle immagini un vigore, una perspicuità, un rilievo, che -nessun altro mezzo potrebbe dar loro in egual misura. La parola che -cade in rima raddoppia, in certo modo, la propria virtù impressiva; -e tocca al poeta sapersi giovare di tal guadagno. Ci sarebbe anche -parecchio da dire del beneficio che può arrecare la rima concatenando -in più sensibil modo le proposizioni e i concetti, e formando della -strofe un tutto indivisibile, le cui parti si richiamano a vicenda e -armonicamente si compiono. E molto più ci sarebbe da dire dell'officio -ch'essa esercita come elemento musicale, se a far ciò non si dovesse -entrare in troppi e troppo sottili discorsi. Certo si è che infinite -poesie, di questo e di altri tempi, perderebbero il meglio dell'esser -loro, se privati della rima e rifatte in isciolti. Provatevi a -togliere al _Dies irae_ il formidabile rinterzo delle sue rime o cupe -o squillanti, e mi direte poi che cosa rimane di quella sua misteriosa -e sopraffattrice potenza. Così fatti esempii potrebbero essere -moltiplicati a migliaia. Ma di un servizio, tutto pratico, che la rima -può, in molti casi, rendere al poeta, parmi sia pure da far qualche -conto. Ponendo, per una parte, ostacolo alla libera formulazione -ed espression del pensiero, e stimolando, per un'altra, la memoria, -l'intelletto e la fantasia a vincer l'ostacolo, la rima forza il poeta -a soprassedere, e porre un freno alla troppo facile vena e lo forza -ad approfondire il proprio soggetto, a voltare e rivoltare, per così -dire, il proprio pensiero, guardandone ad una ad una tutte le facce. -Che molte volte, durando in questa fatica, si riesca a trovati nuovi, -altrettanto felici, quanto impensati, è noto a chiunque abbia composto -versi con qualche amore e qualche studio. Non nego che quello stento -del cercar la rima non possa alle volte sfreddar l'animo e stancare la -inspirazione; ma, se si pensa che il lavoro del concepire, il quale più -propriamente richiede l'opera della inspirazione, precede di solito, -almeno per la parte più rilevante, il lavoro dell'esprimere; e che il -concetto che primo si affaccia alla mente, e la espressione che prima -vien sulle labbra non sono, di solito, i più acconci possibili; e -che, finalmente, la poesia, come ogni altra arte, deve esser capital -nemica della fretta; se, dico, si pensa a tutto ciò, si vede che questa -_remora_ della rima non può, anche per questo rispetto, fare tutto il -male di cui l'accagionano. Per concludere, parmi si possa dire che, -almeno alla poesia lirica, la rima, adoperata a dovere, riesce più di -giovamento che di danno, e che il poeta vero, ricco d'inspirazione e -d'immaginativa, e padrone di tutti gli espedienti dell'arte sua, saprà -far sì che il danno non si avverta, e si avverta molto bene per contro -il giovamento. - -Fu tempo in cui le singole arti si considerarono come chiuse ciascuna -entro confini precisi e inviolabili, con divieto a ciascuna di uscirne -e d'invadere in qualsiasi modo il dominio altrui. Di ciò si doleva -nei primi anni del secolo il Giordani, scrivendo: «Il nostro secolo -si è troppo avanzato in un vizio pessimo di separare le arti, che -colla compagnia si ajutano e si avvalorano»; ma poi sopravvennero -i romantici, i quali, mescolati i generi, cominciarono a mescolare -le arti; e poi sopravvennero altri, che pretesero con la parola far -l'opera del pennello e dello scalpello. Quella separazione, troppo -rigorosa, noceva; questa confusione, troppo arbitraria, nuoce ancor -più. I simbolisti potrebbero aver ragione se si contentassero di -cercar nella musica qualche nuovo sussidio alla poesia: hanno torto -quando della poesia pretendono di fare una seconda musica, che operi -sull'anima allo stesso modo che fa la vera. Checchè si faccia e si -dica, ogni singola arte ha un suo proprio modo di rappresentazione e -di espressione, nel quale riesce altrettanto perfetta quanto riescono -imperfette le altre. La poesia non può fare sugli animi nostri quella -stessa impressione che fa la musica, perchè non è la musica e non può -essere la musica. - - -V. - -Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto può -bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti. - -Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati -e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo -assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che i -sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte -loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande), -e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro -del simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò -un degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo -larga e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo -poco scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò -vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò la -prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia che -denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influsso di -Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto -intellettuale e morale, ebbe a dire: - - L'imagination inquiète et débile - Vient rendre nul en eux l'effet de la raison. - -I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome di _intellettuali_, -nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero; -ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero, -debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di questo -si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichè _intellettuali, -sognativi_. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni e -parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e sono, -di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte le -impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci -di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano -idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee, -detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza. -Incapaci di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti -e da tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio -continuo di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà, -e diventano pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la -vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente -non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi e delusi -d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga. Quando v'è -in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente -consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri ben definiti, -con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente -possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è, quegli animi, -respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono attratti -dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta -mille care illusioni. - -Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali: -credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò -ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta nè -immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor novità, -si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine dei loro -libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei -titoli che vi stampan su: _Moralités légendaires, Neurotica, Les palais -nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires, -Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel_, ecc., ecc.; nel -sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi -aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o -intraducibile significazione; nello scrivere _Avant-dire_ o _Racontars -préatables_ in luogo di _Avant-propos_ o di _Préface_, e in altre -invenzioncelle di questo taglio. Si gloriano di _autonomia estetica_ -(così la chiamano); ma è curioso vedere come, avendo pochissima -conoscenza delle cose del mondo, e anche minori dei grandi travagli -dello spirito, questi originalissimi secondino, senz'avvedersene, -molte, o sciocche o morbose tendenze di quella stracca ed esausta -classe delle società nostre, che essendosi fatta legge suprema della -eleganza, ha in dote inalienabile la miseria intellettuale e la noja. -Si stimano incommensurabilmente profondi; ma a formar giudizio della -profondità loro e di ciò che in essa si cela, non si può far meglio -che trascrivere, tradotte, le parole con cui Alessandro Pope, sin dal -1727, cominciava il quinto capitolo della sua _Arte di sprofondarsi in -poesia_: «Ora io mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da -tenere per prima massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che -chiunque voglia riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire, -detestare e rinnegare tutte le idee, usanze ed operazioni di quel -pestilenziale nemico del genio, e distruggitore di belle figure, che -da tutti è conosciuto sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo -Stephan Mallarmé fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio -smisurato, incomprensibile ed ineffabile, la cui troppa profondità di -pensiero e singolarità di sentimento, non potendo accomodarsi della -parola, erano sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla. -Finalmente, cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò -uno smilzo libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo -modesto, e non novissimo, di _Florilège_. Ahimè! da quel giorno il -grande maestro cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il -più grande dei poeti viventi e possibili. - -Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano, -riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze -ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di loro, e -che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno di avere. -Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere che ne -ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori tra -quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione, sarà -bene di recare qualche altra prova, in aggiunta a quelle che già si -son potute rilevare in passando. Un poco innanzi al 1830, data famosa, -come tutti sanno, nei fasti del romanticismo francese, Paolo Dubois -scriveva nel _Globe_: «Aussi, remarquez que dans les écrivains qui se -produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni d'inspiration; tout -vient de calcul: l'originalité est un système comme l'imitation; si les -uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent l'extraordinaire; -ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre à un effet -qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même, -ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des -croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles -aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin -confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur, -prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais -qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi -romantici; ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè -l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai -procedimenti loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che -Prospero Duvergier scriveva contro il jargon _mystique et vaporeux_, e -Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura, -se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di credere -che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti di -ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i romantici -da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune -somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi -poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze -essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna, cogli -eufuisti d'Inghilterra, coi _preziosi_ di Francia e con quelli di -Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux, e -ci trovo, fra molt'altre, queste metafore: _péché-qui-tête_, che vuol -dire bambino nato d'illegittimi amori; _cimitière qui a des ailes_, che -vuol dire uno stormo di corvi; _psalmodier l'alexandrin de bronze_, -che vuol dire sonar le campane; _sage-femme de la lumière_, che vuol -dire il gallo; _quenouille vivante_, che vuol dire non so bene se il -montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar di -meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso -suo libro: _Agudeza y Arte de ingenio_, o quel buon uomo del Tesauro, -quando andava speculando le antiche e le nuove lettere col _Canocchiale -aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione che -serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica_? E veduta la -qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno -l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in -cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima -comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò nondimeno, -originalissimi? - -La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata; ma -la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria -quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando abbia -il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino a questo -giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma la opinione -ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore se ne -avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano volentieri -a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare agli -uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli altari, e un -po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza o tardità -che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il Maeterlick, paragonato -da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non s'impermalisca del paragone. -Ancora si vantano di non formare una scuola; e credono che ciò provi la -potenza e l'autonomia degl'ingegni loro; e non s'avveggono che scuola, -nel vero senso della parola, non può formarsi dove non sieno esempii -che comandino la imitazione o principii chiari e sicuri in cui possano -consentire gli spiriti. - -I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare alla -_rinascenza dell'anima_, approfondendo i sentimenti, slargandoli, -accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente -che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero -impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia -insociale, sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero -a giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano -consorzio, e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il -comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere -sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e le -comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti, -e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile, -si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi -sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono -individualisti nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo -che, per usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a -magnificarlo Ola Hansson, _gonfia a sè stesso incommensurabilmente il -proprio mondo e la propria misura_: l'individualismo del Nietzsche, il -quale non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche. - -Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della -poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da -molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La -considerazione puramente storica dei fatti umani, e il criterio così -detto storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e -comincia un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva -e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non -esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito -dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità -di cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha: -il desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente -e severo dei fatti. - - -VI. - -Se riandiamo nel pensiero le cose dette, il simbolismo ci parrà, -credo, cosa di piccol pregio, quanto al presente, e di scarsa promessa -quanto all'avvenire. Esso non mostra nessuna delle qualità che -contraddistinguono in arte i rivolgimenti grandi, duraturi e veramente -fecondi. Di quante dottrine letterarie apparvero al mondo nessuna forse -fu più povera d'idee, più inconsistente, più incerta. I simbolisti si -propongono alcuni fini lodevoli, ma non li raggiungono, o perchè non -riescono a scorgerli chiaramente, o perchè errano circa ai mezzi che -si dovrebbero adoperare a raggiungerli. Vorrebbero restaurato il regno -della bellezza; ma si contentano di dire che la bellezza deve anteporsi -alla verità, e non si curano di sapere che sia l'una e che l'altra, -e se veramente contrastino insieme, e in qual modo e perchè. La loro -estetica è la più elementare che possa immaginarsi, e il loro idealismo -il più povero e scolorito di quanti mai se ne videro. Vorrebbero -restituire alla poesia l'antico lustro e l'antico primato, e la poesia -nelle loro mani si attenua e si estenua, si riduce dalle piene armonie -di una orchestra al poco e nudo suono di un flauto, diventa una specie -d'arte occulta, ieratica o sonnambulica, nota solo a pochi iniziati -e praticata in secreto. Vorrebbero ripristinare il concetto stesso -dell'arte offeso e menomato dal naturalismo che, consapevole o non, -ebbe l'arte in avversione, e tentò porla in discredito, come quella che -vuol essere un'azione dell'uomo sopra le cose, e una traduzione della -natura secondo lo spirito; ma non riescono se non ad instaurare un -artifizio nuovo, peggiore, sembra, di quanti mai ne furono nel passato. -Riescono a immaginare alcune (chiamiamole anche noi così) notazioni -nuove di sentimenti reconditi o strani; a suscitare talvolta negli -animi altrui una inquietudine d'impressioni indeterminate e fugaci; -a dare, di rado, della natura un senso più acuto, più doloroso, più -intimo che forse non siasi fatto sin qui; ma a fronte di questi scarsi -ed incerti guadagni, quante e quanto grandi perdite! - -E già forse il moto simbolistico accenna a stremarsi, e fermarsi. Fuori -di Francia esso non si allargò molto; e se in Italia bastò a suscitare -qualcuno di quei giornaletti che nascono e muojono tutti gli anni a -dozzine; a variare un altro po' il gusto delle copertine molticolori; a -spremere da magre fantasie alcuni titoli di laboriosa invenzione; a far -nascere una piccola messe di versi giovanili che, in un paese dove così -pochi versi si leggono, non sono letti a dirittura da nessuno[526]; e -a far sì che qualche dabben credenzone accozzasse parole senza senso, -o ritentasse l'alchimia del colore delle vocali; bastò a tanto, ma -non a più, e non fece altro bene nè altro male[527]. E già in Francia -stessa nuove tendenze sorgono contrarie all'arte dei simbolisti; ed -Emanuele Signoret, nella rassegna _La Plume_, parla di una novissima -e baldanzosa generazione di poeti, i quali mettono tutti in un fascio -i miti, le tradizioni ed i simboli, e buttano ogni cosa nelle gemonie -della repubblica letteraria. - -Tutto considerato e tutto sommato, si può, credo, concludere che il -simbolismo non durerà più di quanto sia durato il decadentismo, dal -quale uscì, o il romanismo, con cui è imparentato. Manca ad esso la -interna forza che sollevò, impose, diffuse il romanticismo prima, il -realismo poi. Esso dileguerà lasciando appena un residuo, simile a -liquidi volatili, che svaporando lasciano appena in fondo al vaso, che -li contenne, un po' di sostanza colorata; e il merito suo maggiore sarà -stato, come giustamente nota il Brunetière, quello di essersi ribellato -alla tirannide naturalistica[528]; e l'opera sua andrà a beneficio di -qualche nuova tendenza più sensata, più vigorosa e meglio equilibrata. - - -VII. - -Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi -esteti, non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o -simbolisti. Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono? - -Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del genere -umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra sia la -contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per quanto è -possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita estetica, -una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il -sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza -e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del -bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino a -lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a questo -non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della triade ne -tengono un solo, il bello. - - Rien n'est beau que le vrai, - -lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola e -disse: - - Rien n'est vrai que le beau; - -e il Verlaine soggiunge: - - Le rare est le bon; - -finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a -proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: _Qu'importe, -si le geste est beau?_ Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto -più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, è -il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova -religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade -ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine[529], assoggettando -ad essa religione la politica, l'economia, la questione sociale. - -Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che non -sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente -svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino ad un -certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella realtà in -modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. Perchè, chi -avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, sempre sino -ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del disonesto, -che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; e il simile -si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta idea e -perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero. - -Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, a -paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea -perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende -solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non -riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine; -e perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli -uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre. -E ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non -parlare se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di -eleganza dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro -Rinascimento; e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini -riprovevolissimi, com'è di Benvenuto Cellini. - -Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son due -meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza -pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè l'uno -nè l'altro. - -Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda -d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano: -quella che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto -di sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si -dà bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento -il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non -s'infiltri, per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel -generalissimo sentimento che noi diciamo della propria conservazione, -e che si specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di -avversioni, di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova -psicologia e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando -alla psicologia, tendano risolutamente a negarlo. - -Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica -dell'estetica tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in -noi dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono, -ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e -simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto più -dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva vedere -come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, il -quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente -geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità delle -linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento -di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti, -e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura di quei -moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano un senso -vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici si sale alle -composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede che ogni -qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, in questa -emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile della vita, -della conservazione e di un benessere o malessere nostro[530]. Ma si -può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento istintivo della -vita, anche un concetto della vita, e un riflesso più o meno largo -della coscienza morale. Una fiamma viva che guizzi libera e splendente -nell'aria, desta di solito in noi un estetico compiacimento. E perchè? -Forse solo per quello splendore che affascina l'occhio? Questo è -senza dubbio un fattore di quel compiacimento; ma ce ne sono più -altri, e tanti più, quanto più l'anima del riguardante è essa stessa -più viva, e, mi si lasci dire così, più flammea. C'è quella nobiltà -pronta e continua che ci par segno di libera e incoercibile vita; c'è -quel tendere in alto ch'è come un simbolo di elevatezza morale; c'è -una immagine di purezza o di purgazione, congiunta a una immagine di -potenza. Nella fiamma noi sentiamo in certo modo noi stessi, con molta -parte degli affetti, dei ricordi e degl'ideali nostri. Che se, nel -punto in cui la guardiamo, ci si affacciasse alla mente il ricordo -di un incendio, e dei danni o dei terrori ond'esso ci fu cagione, -in quel punto il compiacimento estetico o cesserebbe o scemerebbe di -molto. In una parola, il bello e l'utile non possono essere separati in -tutto[531]. - -Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per -quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo -spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni -altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe -tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse -ragione, purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto -lontano, avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo -della evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da -ogni altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra -banda, è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi -e variandosi senza fine gli elementi e i moti della vita interiore, -la psiche divenga sempre più _suggestionabile_, e più _suggestivo_ -l'oggetto delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle -associazioni più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in -determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con esso; -così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea ne -suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono -insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non essere; -ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam già tali -che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga in -noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per -quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo -con tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee, -d'immagini, di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione -riesce infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime -che si aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o -da più oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che -diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una -collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto -che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o almeno -si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto -l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più -irriducibile a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja -più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo -alle tarde. - -Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque la -legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri -dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con gli -altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se non -così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono -a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così -posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior virtù -di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta parte, -confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per gl'individui -componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità -primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano, tanto -più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman l'un -l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce e la distingue -dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa e vede i colori; -ma, in certe determinate condizioni, non può veder l'uno senza vedere -immediatamente il suo complementare. Rechiamo un esempio. In origine -il sentimento religioso, formato di paura, di desiderio, di speranza, -e, in qualche misura, da prima assai scarsa, di amore, è un sentimento -promiscuo, il quale si lega e si confonde in mille guise cogl'interessi -e le passioni della vita pratica, sia individuale, sia sociale. Il -credente invoca il suo dio in tutte le proprie occorrenze, in tutti gli -atti proprii, così buoni come cattivi, e, non esaudito, lo vitupera, o -gli ricusa l'offerta. La religione è religione di Stato[532]. A poco a -poco il sentimento religioso si disviluppa, si determina, si chiarisce, -e diventa il puro, o quasi puro sentimento del divino, il quale, -essendo molto più semplice dell'antico, è, nondimeno, atto ad impegnare -tutta intera l'anima del credente, e a muoverne tutta la vita, così -l'interna come la esterna. Il medesimo deve avvenire del sentimento -estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti hanno torto quando, ora come -ora, parlano di bellezza pura, di pura emozione estetica, di puro -giudizio estetico: nè la prima si conosce, nè la seconda si dà, nè il -terzo è possibile. E Giovanni Herder era insomma nel vero quando diceva -belle essere solamente quelle cose che esprimono in qualche modo l'idea -della felicità. - -Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il -supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono -l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe -diventare, non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei -supremi interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni, -da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati; il -che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero -di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se non per -altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto in tanto -lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare più lontano -e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio e la -preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre la parte dello -spirito più torbida e vile ha virtù educativa a nessun'altra seconda. -È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte; ma non è bene che -se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro che dal gusto o -dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati, disprezzano -ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri uomini non hanno -nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali, danno a conoscere, -malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza, una singolare -angustia di mente, e di non intendere nemmeno che ciò che essi -disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla esistenza di ciò -che adorano. - -Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto -dell'assoluta indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e -tanto abusata formola: _l'arte per l'arte_. Ora, questa formola, intesa -in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol -dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale, -non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa -vera a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte -quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco a -poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna -a volere, in avvenire, districarsene sempre più, _per quanto l'unità -della psiche e della vita gliel potranno concedere_. La funzione -artistica diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e -lo Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di -evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della -scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi -della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per quella -formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla a -spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni -umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere -gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro non -sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato -di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli animi un -semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo proposto, più -o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di produr negli animi -anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai grandi esempii, non ci -parrà che essi dieno troppa ragione agli esteti. Che diremo di alcuni -dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori, dell'_Iliade_ pare abbiano -inteso, innanzi tutto, di glorificare il loro popolo. Virgilio volle, -sì, nell'_Eneide_, far opera d'arte, ma volle, anche più, celebrar -la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto. E Dante? che avrebbe -risposto Dante a chi gli avesse detto che la Commedia non è se non -un'opera d'arte? E lo stesso Orazio, il molle e frivolo Orazio, non -ha egli una filosofia, e non si studia d'inculcarla a chi l'ascolta? -Le statue greche sono forse pure opere d'arte per noi, ma non furono -nel tempo in cui offrivano agli occhi bramosi degli uomini le immagini -sacre dei numi e degli eroi. E qui una osservazione non sarà fuor di -proposito. Si può dire che le opere d'arte tanto più assumono carattere -di pure opere d'arte quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono -cancellate, o dimenticate, le attinenze loro coi bisogni e con le -operazioni della vita pratica, ed è, per questo rispetto, attenuata la -significazione loro. - -La scienza può _disinteressarsi_ da tutte l'altre cose umane assai più -che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu detto -del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi -sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre più, da -tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni -dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto l'uomo e -tutta la vita. - -Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organi -indipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti: -anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona, -tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle -singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge -l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi e -funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove, quella -qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune, ch'è la -integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio e fomite di -turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni dell'organismo -sociale debbono essere tutte coordinate fra loro, e tutte subordinate -ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè ciò fa che sieno -meno legittime e meno opportune, nei singoli casi, quelle disarmonie e -quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre sembrano contrastare al -fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano il conseguimento. - -L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca -solitario in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può -ignorare la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli -esteti le vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace, -e come le piace, non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere -conferito; giacchè se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello -spirito, non è però, nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi -con l'altre; e quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a -tutte, ma nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o -schifano la scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito; -ma, nulladimeno, è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine -e quel nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa, e -se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia rapire -dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende sè stessa -e cade nella impotenza e nel ridicolo. - -La formola _l'arte per l'arte_ ha dunque una parte di vero e una parte -di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa: _l'arte -per l'uomo_. - -Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato -della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo; -un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della -purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a furia -di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar la vita -in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosa memoria. -Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio contemplar -la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite ond'è -pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio, e -fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro di umanità, -d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes del romanzo -dell'Huysmans. - - -VIII. - -E ora veniamo alla conclusione. - -La reazione letteraria presente, parte di reazione più generale e -più vasta, è, come tutte le azioni e reazioni della storia, utile -per un verso, dannosa per un altro. Essa ha prodotto sin qui, sarebbe -ingiusto il negarlo, più di un buon effetto. Son pochi anni, Emilio -Zola scriveva: «J'ai montré que la force d'impulsion du siècle -était le naturalisme. Aujourd'hui, cette force s'accentue de plus -en plus, se précipite et tout doit lui obéir». «Il est bien évident, -en effet, que l'évolution naturaliste va s'élargir de plus en plus, -car elle est l'intelligence même du siècle»[533]. La reazione ha -sfatate queste speranze di vittorioso e indefinito progresso[534]. -Il naturalismo pretese di annichilare la persona dell'artista nella -immensità della vita e della natura; la reazione asserì che in arte -l'anima dell'artista deve contare, non pur qualche cosa, ma assai, e -inclinò, passando il termine del giusto, a considerar l'opera d'arte -solo come un segno rivelatore, o un simbolo, dello spirito che la -crea. La reazione s'adoperò inoltre a restaurare il senso e il culto -della bellezza e dell'arte, e a distogliere lo spirito da quella pura -contemplazione storica delle cose umane che potrebbe, a lungo andare, -stupefarne la spontaneità e la energia. - -Ma la reazione ha prodotto pure, e l'abbiam veduto, più di un effetto -cattivo. Essa ha segregato l'arte dalla realtà e dalla vita, le ha -scemato moto e vigore, l'ha rituffata in un nuovo bizantinismo, e -l'ha distolta dal più vero suo fine, ch'è di far vivere all'uomo, in -ispirito, quella più alta, piena ed intensa vita che la realtà da sè -sola non può consentirgli. Disse lo Shelley che officio della poesia -è ricrear l'universo. Ancora la reazione volle negar la ragione e -la scienza; e se l'arte non è un puro esercizio di ragione, come fu -creduto un tempo; e se non è quel medesimo che la scienza, come testè -si volle far credere, è tuttavia tale che senza l'appoggio e dell'una e -dell'altra non si può reggere. - -Accennati questi errori suoi e ricordato quanto scarsa ed incerta -sia la dottrina con cui s'industriò di fare che paressero verità, si -vede subito dove stia la debolezza della reazione presente, e quali -probabilità essa si abbia di duraturo successo. Due forze veramente -vive e poderose operano ora nel mondo, lo agitano e lo trasformano: la -scienza e l'idea sociale. La scienza di cui ingenui avversarii e pii -detrattori annunziano il discredito, la bancarotta, la fine, comincia -appena, si può dire, l'opera sua moltiforme, e risponde alle accuse -e agli scherni disciplinando, beneficando, creando. La idea sociale -trascina irresistibilmente a un nuovo assetto le società civili, a un -nuovo uso delle umane energie, a una vita nuova. Non faccio pronostici -nè congetture circa l'avvenire di quella poesia che s'inspira dell'idea -sociale, la riscalda col sentimento, la propugna e la diffonde. -Essa è oramai copiosa; ma, bisogna pur confessarlo, di scarso valore -artistico[535]. Può darsi ch'essa duri quanto il bisogno che l'ha fatta -nascere, e cessi col cessare del turbamento che esprime. Comunque -sia, se un'arte ha da vivere nel futuro, non quella certo vivrà che -contrasta alle forze massime del mondo moderno, ma quella che saprà -armonizzarsi con esse; non quella che si apparta nel sogno, ma quella -che si mescolerà con la vita; non quella che rimpiange il passato, ma -quella che anticipa l'avvenire. La reazion presente, malgrado suo, non -avrà fatto se non ispianare a quell'arte nuova la via. - - - - -LETTERATURA DELL'AVVENIRE[536] - - -I. - -I pontefici del realismo sentenziarono: Fuori del nostro canone e della -nostra Chiesa non v'è salute per l'arte: la letteratura dell'avvenire, -se vorrà vivere, dovrà farsi realista. Il domma, bandito con -impareggiabile sicuranza, con provocante scalpore, e con quell'enfasi -di linguaggio che sembra volere caparrar la vittoria, s'impose a molti, -i quali s'immaginarono essere finalmente entrati in possessione del -verbo sacro e indefettibile; ma è, come gli altri dommi tutti, soggetto -all'esame e aperto alla critica. - -Il realismo di questi ultimi tempi arrecò, senza dubbio, più di un -beneficio all'arte in genere e alla letteratura in ispecie, e ha gran -torto chi lo nega: l'error suo, spiacente e non perdonabile, fu di -volersi accampare, in modo troppo risoluto e troppo impetuoso, come -dottrina, armandosi di una intolleranza eccessiva ed astiosa, quale -forse non ostentò in egual grado nessuna dottrina passata; vantando -una saldezza di fondamenti scientifici, affettando un rigor logico -di argomentazione, i quali son cosa assai più di apparenza che di -sostanza. Già da molti furono denunciate, insieme con gli eccessi suoi, -l'intime e distruttive sue contraddizioni, la inconsistenza di quella -che si può chiamare la sua filosofia: prendendo occasione da alcune -delle affermazioni più recise e più categoriche de' suoi campioni, -io vorrei discutere brevemente, e senza troppo arruffio di ragioni, -in queste pagine, i seguenti quesiti: Qual'è la relazione che la -letteratura può avere con la scienza? Che sicurezza, o probabilità, c'è -che venga a mancare la letteratura detta d'immaginazione? Qual sorte -è, presumibilmente, serbata all'idealismo in arte? Quale si può credere -che abbia ad essere, in genere, la letteratura dell'avvenire? - -Tali quesiti io intendo discutere, non con criterii derivati, come -troppo comunemente suol farsi, dal preconcetto, o dal sentimento: ma -con criterii di quella luminosa e trionfal dottrina della evoluzione, -ch'è la sintesi scientifica e filosofica più compiuta e più alta a -cui abbia poggiato insino ad ora lo spirito umano. Se non altro, -gli avversarii non potranno rimproverarmi di andare a raccattar -gli argomenti in dottrine troppo viete, o non larghe abbastanza. -Discorrendo, io mi volgerò, quando all'arte in generale, quando alla -letteratura in particolare, secondo dal bisogno o dall'opportunità mi -sarà consigliato, e com'anche richiede quell'indissolubile nodo che -stringe tutte insieme le arti; ma s'abbia presente che la letteratura, -e le varie sue forme, saranno sempre, espresso o sottinteso, il tema -mio principale. - - -II. - -E comincio con una negazione. - -Io nego che il realismo in arte sia, _essenzialmente_, come troppo -volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario -del crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così -fosse, il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra, -in tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà, -e contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe -letteratura realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai -cruda, il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel -medio evo non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così -l'affermazione che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo -appunto al soverchiar della scienza, è una affermazione illegittima, -non provata e non probabile. Io non dico già che la scienza non -abbia potuto cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo -contemporaneo, e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più -lo distinguono da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del -suo nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni, -parecchie delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza -dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a -dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una -particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma -di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica, -rintracciare, fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per -un letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son -nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe volte -poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se non la -incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare, la quale -incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza. Quell'arte -che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari, di -descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli elementi -derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata, cercando -in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo da ogni -generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza della sua -produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e sazio ogni -più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza, la quale, -come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione sua, si -costituisce astraendo, e generalizzando si compie. - -Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che la -pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di -legare insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la -letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa, -è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad ogni -giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia. Dei -due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza, -i realisti vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo -una sola persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere -più facilmente lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono -la poesia ed i poeti. _Nous autres hommes de science_, dice, senza -ridere, Emilio Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina; -e si sa che per lui e per loro, la letteratura è un'indagine, _une -enquête_, la quale vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini -scientifiche, osservando, comparando, sperimentando, e deve proporsi il -medesimo scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero. -Non ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso _documento -umano_: la stupefacente denominazione di _romanzo sperimentale_, -data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa -sorridere chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza -lo sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la -misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima parte -di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera, per i -procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si differenzia -gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo -pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione stessa, -e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è provato, cioè, che -con le formole non si fanno le letterature, e non si fa nessun'arte. - -Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che fa la -scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per sè stessa, -a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno può essa avere -dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi pensate di poterla -ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e de' proprii suoi -metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi e di lavoro, perchè -quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel modo più risentito, -a quella legge della specificazione delle funzioni e della divisione -del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in pari tempo, uno dei -massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo a tal legge, vassi -egli innanzi davvero, come pare che i realisti credano, o non piuttosto -si torna addietro? In origine scienza, poesia, religione, politica, -sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito e nella vita. A -poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro di distribuzione, -che associa gli elementi omogenei e dissocia gli eterogenei, esse si -distinguono e si sceverano, e acquistano, per modo di dire, la nozione, -così dei termini entro cui s'hanno a contenere, come delle vie per -cui si possono muovere, e delle forme concedute al loro crescere. Gli -uffici si separano, e dal patriarca primitivo, che tutti in sè gli -accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi atti di generazione, -il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato. A lungo andare la -scienza si specifica, e la letteratura si specifica: quella rinunzia -agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento; questa rinunzia -al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente è, il moto normale -delle cose, con qual mai ragione si arroga il realismo di contrariarlo, -e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi, se così posso esprimermi, -nella scienza, mentre la scienza vuole, e più sempre vorrà, serbare -intero il suo essere e disimpacciati i suoi moti? Immagino bene la -risposta: la letteratura, mi si dirà, deve congiungersi con la scienza, -e magari perdersi in lei, perchè la scienza è il vero, e tutto deve -ridursi al vero. Ma perchè deve tutto ridursi al vero? Sopra il vero, -ch'è una semplice relazione tra l'oggetto e il soggetto, c'è appunto -l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita, c'è l'essere, ch'è quanto -dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento, ch'è sì gran parte di -noi, non possiamo già spogliarci come di un abito logoro. La conoscenza -del vero è uno dei bisogni dell'umana natura; ma non è l'unico, ma non -è nemmeno il massimo: il massimo è il bisogno della felicità. Anzi può -dirsi che sia questo il suo solo bisogno, perchè comprende dentro di -sè tutti gli altri. Chi dunque afferma che la letteratura dev'essere -ridotta alla scienza, cioè al vero, disconosce la umana natura qual'è, -e quale tuttavia sarà, per quanto si muti, in un avvenire ancor molto -lontano da noi; e pretende di condurre la letteratura al vero, al solo -vero, in virtù di un principio falso. Il verismo, tanto orgoglioso del -proprio nome, ha per radice un sofisma. - -La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi -della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve -dissimularsi interamente dietro le cose che narra o descrive, non -attraversarsi a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi -quanto più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in -sè le immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà -gli è possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la -voce o l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi -trascrittore. Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più -faticherà il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno -spirito che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e -urgentissimo studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare -e cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di -disindividuarsi. Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire -a questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a -disfare sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita, -l'ingegno e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era -nato. - -Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione -necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in -piena contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione -del soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato -dalla dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo -spirito, non ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i -proprii confini, non si scevera se non con fatica e parzialmente -dell'oggetto, cioè dal mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo -primitivo la contrapposizione de' due termini, soggetto ed oggetto, è -incerta e intermittente, e però egli trascorre del continuo con l'animo -nelle cose, e immagina il mondo simile a sè. Non altra è la ragione -dell'antropomorfismo, nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco -a poco, in virtù di un processo che qui non accade di descrivere, il -soggetto si scevera dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini -si fa più costante e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza -quello sceveramento non è possibile; e nata cresce, mentre il processo -continua. Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto, -come già questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di -voler conoscere uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che -alla cognizione dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di -scienze, le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive. -E se il soggetto non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella -letteratura, e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da -esplicare e da esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di -esprimersi, ed è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere -quella nozion di sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è -venuto acquistando? Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a -ogni modo che s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo -anche la nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia -combattete. Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a -quelle leggi della evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe -lasciare alla scienza lo _studio puramente oggettivo_ delle cose; alla -letteratura, e all'arte in genere, la manifestazione dello spirito e la -libera riproduzione delle cose nello spirito; inteso il tutto con la -debita discrezione, senza innaturale rigor di termini, senza angustia -di preconcetti. - - -III. - -Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a -mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare in -più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella che con -predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico e -i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar -sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione -e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo, -è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata in -virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a poco svigorendo -negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo dominio di quanto -quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto, su cui tutta -l'argomentazione si fonda, non solo non è vero, ma è, adirittura, -contrario al vero. - -In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo -nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente) -si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al -par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi -_Principii di psicologia_[537]. L'uomo inferiore ha, checchè si creda -in contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso -è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto -più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente -coscienza dei bruti. - -La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion -diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito, -della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza -di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in -ragione col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non -c'è quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è -vero, com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso -processo armonico di evoluzione. - -La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni -più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi -esperimenta, concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di -relazioni, di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti, -ma solamente immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia; -e certe ipotesi, come quella del Laplace intorno alla formazione -del sistema solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle -specie, se sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure -miracoli di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa, -una virtuosità nel collegare i concetti più disparati, quali molti -poeti di sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che, -mentre osserva o sperimenta, immagina un certo risultamento delle -osservazioni e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina -uno o più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato -della parola, un uomo di altissima fantasia. - -So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono di -poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato, -confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente, -un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento -è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità, -nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di -meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso, -per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso che nasce -essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, prova una -certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di fantasia. -Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. Il meraviglioso -mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, assai più che -da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine da una virtù -fantastica insufficiente, o per parlare in forma più concreta, da -una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva dello -spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, e sempre più -diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando essa il -moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti e le relazioni -loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, quelle tenaci -associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. Il che non -vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica della finzione. - -Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il venir -meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da errore, -il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I poeti e -i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia dei poeti -dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di leggende -del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle _Mille e una -notte_ passano per miracoli di potenza fantastica, e pure la fantasia -che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella che opera -nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro Dumas padre, -di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo di personaggi -immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo officio, compiere -una quantità di azioni similmente immaginate, e il tutto muoversi con -certo ordine, con certa conseguenza, e piegare a certi fini contemplati -ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, per via di relazioni -immaginarie, con personaggi, con fatti, con azioni reali, e tutto ciò -senza che il romanziere ricorra, per isciogliere il nodo dell'azione, -all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. La forza di fantasia, -reminiscitiva e costruttiva, che si richiede a così fatto lavoro è, a -dirittura, portentosa, e ve n'ha più in un solo di quei romanzi che non -in tutta, quanta è, la letteratura novelliera dell'Oriente. - -Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che ha -raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, se -tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non esclude -già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole -e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente a nessuna -esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo allora non -soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento -che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso ch'egli -ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso -così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa -e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è -doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati nella -libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica -sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi -stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma vivi -della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo. - -Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso -allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi -disinteressato da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato -ogni vincolo suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose -immaginazioni onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo -destano negli animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano -destare negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori -angosciosi. L'episodio di Francesca da Rimini, nell'_Inferno_ di Dante, -è certo assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e -ciò non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè -gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini -di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne -serenamente la sovrana bellezza. - -Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e si -afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito, -e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento -delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire -a comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare -gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini -privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione, -o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della -mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di lor -natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo il -dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i sensi, -gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario -cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò ch'esso è -veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà mai, così lieto, -che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi talvolta, almeno con -la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo di libertà che loro -rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia delle universe -leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto nella fantasia, parmi -assai dubbio, e molto improbabile, che se ne vogliano, per amor del -realismo, spogliare. - -Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire vie -più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà nell'arte? -E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini e il -modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in quest'altra? -Non v'è realista così intollerante e caparbio che non ammetta il libero -esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato essa fa il piacer -suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma in altre arti -non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono essere, -dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura, -morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se io ho un -fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza che mi sia -lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, nel marmo, -nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, in una -melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, in una statua, -in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti è cotesta? -E parlando della letteratura in più particolar modo, perchè dovrà -vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure è l'organo di -ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai di quanto -possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione loro -che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, sempre e in -tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione -che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto, -a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che ci -fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo men -legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana natura. - - -IV. - -E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo -nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano -che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, nè la -storia, nè un'ipotesi probabile. - -Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale, -perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso immaginarmi -e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una cosa, e più poi -quando esprimo quel mio pensiero con parole, io necessariamente -idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i quali sono o poco o -molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. Non v'è realista, -per quanto convinto delle sue dottrine egli sia, e per quanto maestro -nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; e s'egli crede pur -di potere, e se ne vanta, non fa se non mostrare l'ingenuità propria, e -quel difetto di perspicacità e di penetrazione filosofica ch'è difetto -di tutta la scuola. Il salto fuor di sè stesso nella realtà assoluta -è un sogno. A persuadersene basta, del resto, aprire qualsivoglia -romanzo di qualsivoglia grande realista moderno: per esempio, dello -Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in azione, le cose che descrive, -i fatti che narra, sono tutti idealizzati, in un certo senso e in una -certa misura; sono assoggettati, in altri termini, a varii e complicati -processi di semplificazione, di condensazione, di avvaloramento, dei -quali l'autore può non essere consapevole, ma che son pur quelli in -virtù di cui i personaggi rappresentati, le cose descritte, i fatti -narrati, producono e lasciano negli animi nostri più forte e duratura -impressione che non farebbero i veri e reali. Quand'egli descrive un -tramonto di sole, descrive, non già il semplice fenomeno fisico, ma -bensì l'impressione che quel fenomeno farebbe in uno o più spettatori -possibili, e lo descrive con parole che di necessità traggono dietro -una lunga sequela di elementi ideali. E la tendenza all'idealizzare -dev'essere ben imperiosa in noi, se può tor la mano agli stessi -realisti più ostinati e valenti, e trascinarli ad eccessi cui forse non -giungerebbero gl'idealisti più audaci. Chi abbia letto _Le ventre de -Paris_ del medesimo Zola ricorda quella famosa _sinfonia de' formaggi_ -divenuta oramai proverbiale, dove c'è più idealismo (sia pure di -cattiva lega) che non in un racconto di fate; e chi abbia letto _La -bête humaine_ sa che cosa diventi una vaporiera tra le mani del gran -maestro del realismo contemporanei. In molti degli eccessi suoi più -noti e più notabili il realismo non è se non un idealismo capovolto. - -Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza? -sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza -continuamente, e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza -quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto -se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per -la specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi -dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione, -immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali -e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione dei pianeti -intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza tener conto -degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, assai più -idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui animo -non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, ma solo -ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo empia di sè, -lo guidi, lo faccia vivere e muovere. - -La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la -tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo; -anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone -un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza, -scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il -corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la -conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente -che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente, -ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e di -giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso -i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge -al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come -la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo. -Si crede da' più che nelle letterature antiche _in genere_ sia più -idealità che nelle letterature moderne _in genere_; ma tale credenza -è un errore. Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno -principalmente non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù -idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi -la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non -riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità. -Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi -all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è -veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, non -da ignoranza, ma da scienza. - -La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita -tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette -e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte, -nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se -l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa -direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare, -senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E -ciò che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi -dell'umanità tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur -consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale -ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in -virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi. - -Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto da -potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, perchè -dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura -ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il passo, -e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente, -governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano a ritroso -della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di proposito -deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne oggetto -di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni -più brutali, tutti i _residui atavistici_ dell'umanità, tutto ciò che -l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà la -letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di -veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e -s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a -un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti -indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può condurli -a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più sensitiva -diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; e non -si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare -a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e più -oscuri conforti. - - -V. - -E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare -circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? La -predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le loro -dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità d'arte, -a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, non -mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; e già nel -presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano che il moto suo -d'espansione sta per esser frenato, che altre tendenze il contrastano. -A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il recentissimo simbolismo -francese. Il realismo potrà essere una delle forme dell'arte nuova; ma, -certamente, non sarà tutta l'arte. - -Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura -più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta -dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente -tirannia delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il -pretesto di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia -di monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere, -e il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento -che ne deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve -oltrepassare i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua; -e mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare -l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da -lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti -e postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar -da sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei, -indipendentemente da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa -critica, e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa -e perplessa, ne dissecca le fonti. - -Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano -quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire -una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione -mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una ragion che -non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e nocciono, quando -divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato dominio. -La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce per giunta l'umana -natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra e regnar sola, nel -presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, una unica formola -d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo intero (come vediamo -essere avvenuto un tempo, e in certa misura, nell'antico Egitto), tale -possibilità viene ben presto a mancare col procedere e col variarsi -della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta ad un canone solo (come -per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe prima la uniformità -degli spiriti, ridotti a un unico tipo. Ora, tale uniformità, che non -si riscontra intera mai, nemmeno tra quelle razze infime dell'umanità -le quali men si discostano dalla condizione dei bruti, lascia il luogo, -tra le razze più nobili e culte, a una disformità pressochè infinita, -la quale va aumentando e facendosi sempre più distinta, come più la -civiltà s'innalza e si complica. Ci troviam qui di fronte a un'altra -delle massime leggi della evoluzione, ch'è il passaggio graduato e -irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; e se questa è legge che -governa, non pure la natura umana, ma tutta l'universalità delle -cose, come sarà mai possibile che l'arte le contraddica, riducendosi -essa sola all'omogeneo? E come potrà, ad esempio, effettuarsi quella -fantasia dei realisti, i quali vorrebbero che tutti i generi letterarii -fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati dal romanzo, se -il processo naturale e storico è, anche in letteratura, appunto il -contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva separazione e di -continuato differenziamento? Anche in questo caso, come in più altri -notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso della evoluzione, cosa -che non fa troppo onore a chi mena tanto vampo di scienza. - -Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e -somiglianze per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a -formare come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e -condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri -psichici, legate in una specie di psichica comunanza, non certo -intera ed assoluta, ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un -suo special modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo -concetto e bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre -famiglie, sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano -anche per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle -tutte. Le grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte -hanno origine dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere -l'uniformità dell'arte mentre aumenta la disformità degli spiriti, -è cosa non meno vana che assurda. Si è questa crescente disformità -per lo appunto che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando -di ciò s'avrà chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la -critica partigiana, dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più -se non famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio -d'egemonia; e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità -nuova d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e -questo non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello. - -La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà -tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza -dannose limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come -più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario che -la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi -e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale -divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di -letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto -concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel -tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti -in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere -se non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò -che la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò -solo che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte; -e s'intenderà che un compito massimo dell'arte possa esser quello -di significare appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito -universalmente, ma segregato e recondito e non comunicabile in altro -modo. - -La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare -tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in vario -modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare tutta -la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è forse della -vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter prendere la sua -materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente e nel passato, -nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere personale e -impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo non potrà essa -sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale non mancherà -chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse, non mancheranno -spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè la vita è fatta -di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura più comprensiva -e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle entrambe -congiuntamente. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - Rileggendo le Ultime Lettere di Jacopo Ortis _Pag._ 3 - Il Romanticismo del Manzoni » 25 - Perchè si ravvede l'Innominato? » 87 - Don Abbondio » 107 - Estetica e Arte di Giacomo Leopardi: - CAP. I. Della psiche di Giacomo Leopardi » 125 - CAP. II. Estetica generale del Leopardi » 146 - CAP. III. Il Leopardi e la musica » 176 - CAP. IV. Il sentimento della natura nel Leopardi » 189 - CAP. V. Estetica della morte » 219 - CAP. VI. Classicismo e Romanticismo del Leopardi » 236 - CAP. VII. L'arte del Leopardi » 263 - Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti » 303 - Letteratura dell'avvenire » 349 - - - - -DELLO STESSO AUTORE - - - =Poesie e novelle=, 1 vol. in-8º, di pag. 859. L. 3 — - - =Studi drammatici=, 1 vol. in-8º, di pag. 327. L. 4 — - - =Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo=, ristampa - in-8º gr. di pag. XVI-808. L. 15 — - - =Attraverso il Cinquecento=, 1 vol. in-8º, di pag. IV-391. L. - 8 — - - =Miti, leggende e superstizioni del medio evo=, 2 vol. in-8º, di - pag. XXIII-310, 398. L. 5 — ciascuno. - - =Anglomania=, 1 vol. in-8º, di pag. XXXIV-431. L. 12 — - - =Medusa=, 3ª edizione, adorna di 100 disegni di C. Chessa, 1 vol. - in-8º, di pag. VIII-292, L. 10 —; legato elegantemente L. 12 —; - legato in pergamena e oro L. 15 — - - =Le Danaidi=, 2ª edizione, 1 vol. in-8º gr., di pag. VIII-183. L. - 5 — - - =Poesie (1893-1906)= in-12º di pag. IV-487 con ritratto e - fac-simile L. 10 —; legato L. 12 — - - =Prometeo nelle poesie= (_è in preparazione la ristampa_). - - - - -NOTE: - - -[1] Questo breve saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova -Antologia_, serie III, vol. LVII (1895). Riappare qui accresciuto di -alcune brevi note e con qualche leggiero ritocco. - -[2] Per quanto concerne le relazioni delle _Ultime Lettere_ col -_Werther_, e con taluna delle troppe imitazioni di questo, rimando -il lettore ai noti scritti dello ZSCHECH: _Ugo Foscolo und sein -Roman «die letzten Briefe des Jacopo Ortis»_ (pubblicato nei -_Preussische Jahrbücher_ del 1879 e 1880, e, tradotto, nella _Nuova -Rivista internazionale_, febbrajo e settembre 1880); Ugo _Foscolos -Ortis und Goethes Werther_ (nella _Zeitschrift für vergleichende -Litteraturgeschichte und Renaissance-Litteratur_ del 1890); _Ugo -Foscolos Brief an Goethe, Mailand, den 15 Januar 1802_ (nel _Bericht -der Realschule am Eilbeckerwege zu Hamburg_ 1894). Per le prime -traduzioni italiane del _Werther_, fatte nel secolo scorso, l'una o -l'altra delle quali non potè rimanere ignota al Foscolo, vedi APPELL, -_Werther und seine Zeit_, 4ª ediz., Oldenburgo, 1896; ov'è da notare -per altro che la prima stampa della traduzione del D. M. S. non è del -1796, ma del 1788. Per la storia delle varie redazioni del romanzo -foscoliano vedi: MARTINETTI, _Dell'origine delle Ultime lettere di -Jacopo Ortis_, Napoli, 1883; DEL CERRO, _Indagini foscoliane_ (nella -_Vita italiana_, fasc. 16 gennajo 1897); CHIARINI, _L'edizione -dell'«Jacopo Ortis»_ del 1798 (nello stesso giornale, fasc. 16 marzo -1897). - -[3] È pur da ricordare a questo proposito che alcuni (a dir vero -pochissimi) critici tedeschi non si peritarono di mettere l'_Ortis_ -sopra il _Werther_; tra gli altri O. L. B. WOLF, nella sua _Allgemeine -Geschichte des Romans_. - -[4] _Nuovi saggi critici_, 2ª ediz., Napoli, 1879, pp. 142, 143, 147. - -[5] Werther non può ammettere che uomo fortemente innamorato pensi ad -altro che all'amor suo; ma gli è un fatto che uomini anche perdutamente -innamorati possono pensare a molte altre cose collegandole in qualche -modo all'amor loro. In quella povera imitazione del romanzo del Goethe -che Carlo Nodier compose da giovane, _Le peintre de Saltzbourg_, il -protagonista, Carlo Munster, si lagna di essere proscritto e fuggitivo, -d'aver perduto la patria e l'amata. L'Everardo del Lanfrey fu detto -dall'autore stesso un Werther della libertà. - -[6] Il Cesarotti scorse il pericolo e giudicò le _Ultime lettere_ libro -immorale. In un breve, ma acuto scritto, intitolalo _Werther, René, -Jacopo Ortis_, CARLO DE RÉMUSAT cercò di mostrare che il romanzo del -Foscolo è meno immorale di quello dello Chateaubriand e di quello del -Goethe (_Critiques et études littéraires_, nuova edizione, Parigi, -1857, vol. II, p. 125). - -[7] Nel 1820 l'autore di un articolo pubblicato nella _Biblioteca -italiana_ poneva in un fascio l'_Ortis_, i _Sepolcri_, la _Ricciarda_. -e scriveva: «Le _Lettere di Jacopo Ortis_, i _Sepolcri_, la nuova -tragedia presenteranno il tuo nome alla posterità entro una luce -funerea». - -[8] Chi crederebbe di dover trovare le lodi della melanconia nel buon -La Fontaine? - - Il n'est rien - Qui ne me soit souverain bien, - Jusqu'aux sombres plaisirs d'un cœur mélancolique. - -Ma dei piaceri e della dignità della melanconia s'era già fatto beffe -da un pezzo il Montaigne. - -[9] Il CANTÙ disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia» -(_Ugo Foscolo_, in _Arch. storico lombardo_, anno III (1876), fasc. 1º, -p. 17), ma andò troppo di là dal vero. Scrisse il PECCHIO (_Vita di Ugo -Foscolo_, 3ª edizione, Lugano, 1841, pp. 259-60): «Invece di procurare -di vincere questo umor melanconico, sembrava ch'ei lo nutrisse, e se -ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso sentenziò: «La malinconia, -dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali, perchè è infermità -inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica in -tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza». - -[10] GIOVITA SCALVINI scrisse a questo proposito (_Scritti ordinati -per cura di_ N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi -movimenti, il suo sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua -testa, calcolatrice degli effetti di tutte queste ciarlatanerie». -Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra abitato da uno di que' -Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo per me è un -mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale fu non poca di -quella _egolatria_ che contraddistinse infiniti romantici. - -[11] Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e -di carattere tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle -che si potrebbero pur notare, sebbene non sieno tanto appariscenti, -tra il Foscolo e lo Sterne. Sia ricordato di passata che il _Viaggio -sentimentale_ fu scrittura assai cara ai romantici. - -[12] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova -Antologia_, Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e -qualche emendazione, esso rimane immutato. - -Con questo medesimo titolo: _Le romantisme de Manzoni_, il signor -Vittorio Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato -in deposito al librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo, -dopo non molto, all'autore, fu certo veduto da pochi, e non è più -in commercio. Nelle 195 pagine di cui si compone il volume sono -molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci si discorre con -una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti nei -libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla -degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul -pensiero e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura, -un discepolo del Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3, -190); e che cada in tale esagerazione, e in alcun altro errore, per non -conoscere abbastanza le origini del romanticismo nostro, del quale per -altro ritrae molto bene l'indole e gli intendimenti. Che io, salvo la -inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato in modo affatto -diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente avvertito -da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con l'altro -i due scritti. Si può anche vedere nei _Preussische Jahrbücher_ del -1874 uno studio di W. LANG, _Alessandro Manzoni und die italienische -Romantik_. - -[13] Perciò assai malamente scrisse il PRINA (_Alessandro Manzoni_, -Milano, 1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento -romantico». - -[14] L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse -poi a dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa. - -[15] Leggo in un opuscolo tedesco (_Die romantische Schule in -Deutschland und in Frankreich, von_ STEPHAN BORN, Heidelberg, 1879, -pag. 5): Il romanticismo francese «è scaturito direttamente dalla -opposizione alla rivoluzione». Errore. Vedi LARROUMET, _Les origines -françaises du romantisme_, in _Études de littérature et d'art_, Parigi, -1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo periodo violento, -la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento normale -del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto del -Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi -FINZI, _Lezioni di storia della letteratura italiana_, vol. IV, parte -I: _Il romanticismo e Alessandro Manzoni_, Torino, 1891; MAZZONI, -_Le origini del romanticismo_, in _Nuova Antologia_, serie III, vol. -XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893; BERTANA, _Un precursore del -romanticismo_, nel _Giornale storico della letteratura italiana_, -volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo -inglese vedi W. LION PHELPS, _The Beginnings of the English romantic -Movement_, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del MENÉNDEZ Y -PELAYO (_Historia de las ideas estéticas en España_, t. V. Madrid, -1891, p. 233) che non fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio. - -[16] _Epistolario di_ ALESSANDRO MANZONI, _raccolto ed annotato da_ -Giovanni Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera -del 17 ottobre 1820 allo stesso Fauriel. - -[17] Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole, -scriveva al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto -alla teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci -stia». E si capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa. - -[18] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo -e capitolo IV. - -[19] Vedi in proposito le giuste osservazioni del TENCA, _Prose e -poesie scelte_, Milano, 1888, vol. I, pp. 331, 335, 350. - -[20] _Lettera intorno al Vocabolario_, in _Opere varie_, Milano, 1870, -pp. 829, 830. Delle _Opere varie_ citerò sempre in seguito questa -stessa edizione. - -[21] Lettera al Laderchi, 23 giugno 1843. _Epistolario_, vol. II, p. -105. - -[22] _Dialogue entre un homme du monde et un poëte. Opere inedite o -rare_, pubblicate da R. Bonghi, Milano, 1883 segg., vol. II, p. 431. - -[23] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. XI. La morte del Bonghi come -fu grave danno per gli studii in genere, così fu grave danno per gli -studii manzoniani in ispecie. Colui che curò la stampa delle _Opere -inedite o rare_ senza poterne vedere il compimento, aveva da lunghi -anni promesso sul Manzoni un libro che per certo sarebbe riuscito -capitale, e di cui sarebbe pur prezioso ogni abbozzo o frammento -ch'egli avesse potuto lasciarne. - -[24] Cel dice egli stesso nel _Dialogo della invenzione. Opere varie_, -p. 539. - -[25] Studio critico che accompagna i _Promessi Sposi_ nella edizione -del Barbèra (Collezione Diamante), Firenze, 1888, vol. II, pp. 678, -679. - -[26] _I Promessi Sposi_, cap. VIII, p. 156, ediz. di Milano, 1875. - -[27] Veggasi intorno a ciò il bello scritto del D'OVIDIO, _Potenza -fantastica del Manzoni e sua originalità_, in _Discussioni manzoniane_, -Città di Castello, 1886, pp. 37 e segg. - -[28] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo. - -[29] _Ibid._, cap. II. _Opere varie_, p. 173. - -[30] _De l'Allemagne_, parte II, cap. XI. - -[31] Cap. XXXIII. p. 607, ediz. cit. - -[32] Vedi più particolarmente le delicate ed acute osservazioni del -DE SANCTIS nel saggio intitolato: _La materia dei «Promessi Sposi»_. -La questione del romanzo storico fu discussa in passato anche dallo -Zajotti, dal Bianchetti e da altri. Ultimamente la riprese in esame il -CESTARO in uno scritto intitolato _La storia nei «Promessi Sposi»_, -pubblicato prima nella _Nuova Antologia_, fasc. del 1º maggio 1892, -poi nel volume _Studi storici e letterari_, Torino-Roma, 1894. Gli -argomenti da lui addotti contro le conclusioni del Manzoni sono assai -vigorosi. - -[33] _Opere varie_, pp. 426, 428, 431. - -[34] _Epistolario_, vol. I, p. 202. - -[35] _I Promessi Sposi_, cap. XII, p. 231; cap. XXXI, p. 564. - -[36] _Epistolario_, vol. I, p. 283. - -[37] _Epistolario_, vol. I, p. 291. - -[38] _Bozzetti critici e discorsi letterari_, Livorno, 1876, pp. 310-11. - -[39] _Classicismo e romanticismo_, nei _Giambi ed epodi e rime nuove. -Opere_, vol. IX, Bologna, 1894, p. 298. - -[40] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 168. - -[41] _Opere varie_, p. 409. - -[42] _Epistolario_, vol. I, p. 307. - -[43] _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. Opere varie, p. 425. - -[44] _Ibid._ - -[45] Parmi curioso e non inutile recar qui a riscontro alcune opinioni -dello ZOLA, le quali certamente avrebbero ottenuto il plauso del -Manzoni: «Le plus bel éloge que l'on pouvait faire autrefois d'un -romancier était de dire: Il a de l'imagination. Aujourd'hui cet -éloge serait presque regardé comme une critique. C'est que toutes les -conditions du roman ont changé. L'imagination n'est plus la qualité -maîtresse du romancier» (_Du roman. Le sens du réel_). Flaubert «est -sobre, qualité rare; il donne le trait saillant, la grande ligne, -la particularité qui peint, et cela suffit pour que le tableau soit -inoubliable» (_Du roman. De la description_). «Et je finirai par une -déclaration: dans un roman, dans une étude humaine, je blâme absolument -toute description qui n'est pas, selon la définition donnée plus haut, -un état du milieu qui détermine et complète l'homme. J'ai assez péché -pour avoir le droit de reconnaître la vérité» (_Ibid._). - -[46] _Epistolario_, vol. I, p. 242. - -[47] _Sovra il teatro tragico italiano_, Venezia, 1826, p. 91. -È tuttavia da notare che sin dai primi anni del secolo XVIII in -Inghilterra, gli scrittori che dicono della scuola augustea usarono dar -nome di romantica ad ogni narrazione o poesia che paresse loro o troppo -stravagante, o troppo sentimentale (LYON PHELPS, _Op. cit._, pp. 18-9). -L'Addison, ne' suoi ricordi di viaggio, chiamava romantica una scena -di paese che aveva del selvaggio e dello strano (FRIEDLAENDER, _Ueber -die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der -Natur_, Lipsia, 1873, p. 43). - -[48] Forse il primo esempio di tali orrori lo diede il _Castle of -Otranto_, romanzo del celebre ORAZIO WALPOLE, pubblicato nel 1764. Ebbe -grandissima voga, e fu tradotto in italiano, dalla qual lingua l'autore -fingeva d'averlo tradotto egli stesso. I primi racconti fantastici -di Teodoro Hoffmann sono posteriori ad esso di mezzo secolo, come -son posteriori di una ventina d'anni ai più celebri romanzi di Anna -Radcliffe. - -[49] _Delle vicende del buon gusto in Italia_, orazione recitata nella -grande aula dell'Università di Pavia il giorno 3 maggio 1805. - -[50] _Cenni critici sulla poesia romantica_, Milano, 1817, pp. 45-47. - -[51] _Sermone sulla mitologia._ - -[52] _Epistolario_, vol. I, p. 312. - -[53] Ma vedi forza dell'esempio e dell'andazzo! Lo STAMPA, figliastro -del Manzoni, afferma che l'autore dei _Promessi Sposi_ fu tentato una -volta di scrivere un romanzo fantastico, del quale, per altro, non sa -dir nulla (_Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, Milano, -1885-9, vol. II, p. 183). - -[54] _Opere varie_, p. 410. - -[55] _Histoire du romantisme_, nuova edizione, s. a., Parigi, -Charpentier, p. 64. - -[56] _Versi in morte di Carlo Imbonati_, vv. 147 e segg. - -[57] Versi 36-44. - -[58] _Urania_, vv. 9-14. - -[59] _Opere inedite o rare_, vol. I, p. 95. - -[60] _Epistolario_, vol. I, p. 201. - -[61] _Ibid._, pp. 206, 207. - -[62] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 197. - -[63] Aristotele non dice propriamente così; ma tale credo fosse, in -sostanza, il suo concetto. Anche lo Schopenhauer giudica la poesia più -vera della storia. - -[64] _Opere varie_, p. 835. - -[65] _Epistolario_, vol. I, p. 448. - -[66] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 481. - -[67] _Epistolario_, vol. I, p. 393. - -[68] _Epistolario_, vol. I, pp. 448, 449. - -[69] _Epistolario_, vol. II, p. 144. - -[70] Cap. XIV. p. 273. - -[71] Cap. XXVIII, p. 520. - -[72] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. 480. - -[73] Lettera a Cesare D'Azeglio. _Epistolario_, vol. I, pp. 280 segg. - -[74] Prefazione al _Conte di Carmagnola. Opere varie_, p. 278. - -[75] _Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie_, p. 405. - -[76] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 494. - -[77] Lettera al D'Azeglio, _Epistolario_, vol. I, p. 294. - -[78] Anche lo SCOTT, nell'_Essay on the Drama_, combattè le unità, ma -quanto più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni! - -[79] _Opere varie_, pp. 413-14. - -[80] Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare -profusamente nella _Biblioteca italiana_ il Manzoni e biasimare i -romantici. - -[81] _Epistolario_, vol. I, p. 477. - -[82] Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. _Epistolario_, vol. -II, p. 177. - -[83] Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. _Epistolario_, vol. I, p. -124; _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. _Opere varie_, p. 425. - -[84] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova -Antologia_, Serie III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e -brevi giunte. - -[85] Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del -Manzoni che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel _passaggio -dell'animo_ dell'Innominato _dall'un grado all'altro_, e pure -scusandosi dell'ardimento grande, non si tenne dal suggerire quello -che a parer suo andava fatto (_Ispirazione e arte_, Firenze, 1858, pp. -12-13). - -[86] Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la -fede in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio -di una notte il filosofo francese Jouffroy _s'avvide_ d'aver perduto -ogni credenza. Vedi pel fenomeno in genere RIBOT, _La psychologie des -sentiments_, Parigi, 1896, pp. 400-3. - -[87] Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato -_Due parole sull'Innominato_, che FRANCESCO D'OVIDIO pubblicò nella -_Illustrazione Italiana_ del 27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa -parecchie ottime osservazioni, che per la più parte corroborano le mie; -ma su di un punto formalmente mi contraddice, e cioè su questo punto -del miracolo. Egli nega che il Manzoni supponesse miracolo alcuno nella -conversione dell'Innominato, e reca in prova alcune parole del Manzoni -stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto. Dopo averci pensato -su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione. Tutto sta -intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che il -Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo -il sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra -banda che un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi -senza l'ajuto divino; che la dottrina cattolica della predestinazione -e della grazia non concede all'uomo abbandonato a sè medesimo altra -libertà che la libertà di fare il male; che ogni cristiano schietto -riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono; che se è vero -il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu un -miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di -quel richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera -al Trechi, 29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del -miracolo grossolano e ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino, -e negar fede alle apparizioni di Caterina Labourè; ma poteva anche -credere a un miracolo che salvasse il Grossi (CANTÙ, _Alessandro -Manzoni, reminiscenze_, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1). Perciò non -posso accordarmi in tutto nemmeno col DE SANCTIS, il quale scrisse, -(_I Promessi Sposi, studio critico_): «Si vegga con quanta industria il -poeta, un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo -della Madonna, riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»; -e soggiunse poi che il miracolo è _affatto estraneo_ allo spirito -del Manzoni. Il Manzoni descrisse, sì, accuratamente il fenomeno -psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che Dio avesse tocco il -cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani di guerra, -che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano da Dio -di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un _Te Deum_. Del resto il -miracolo è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare -Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' -suoi poveri servi». «Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non -ve lo sentite in cuore che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia -stare, e nello stesso tempo v'attira.....?». Dio, dice il cardinale, -vuol fare dell'Innominato un segno della sua potenza e della sua -bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva il Manzoni pensare -diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa appunto il -miracolo? - -[88] RIBOT, _Op. cit._, p. 401: «Tout cela, pour le moraliste, est un -changement complet, il y a deux hommes; pour le psychologue c'est un -changement d'orientation, il n'y a qu'un homme. Il est facile de voir -que sous les deux contraires, existe un fond commun, une unité latente; -c'est la même quantité ou la même qualité d'énergie employée à deux -fins contraires; mais, sans effort, on peut retrouver la chrysalide -dans le papillon». - -[89] Giova qui recare a riscontro il Pensiero XVI di Giacomo Leopardi: -«Se al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso -Tacito, è apparecchiata una stessa fine, è più da uomo il perire -meritamente. Poco diversi pensieri credo che sieno quelli di alcuni, -che avendo animo grande e nato alla virtù, entrati nel mondo, e -provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento degli -uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi, abbracciano la -malvagità; non per corruttela nè tirati dall'esempio, come i deboli; nè -anche per interesse, nè per desiderio dei vili e frivoli beni umani; nè -finalmente per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale; -ma per un'elezione libera, e vendicarsi degli uomini, e rendere loro -il cambio, impugnando contro di essi le loro armi. La malvagità delle -quali persone è tanto più profonda, quando nasce da esperienza della -virtù; e tanto più formidabile, quanto è congiunta, cosa non ordinaria, -a grandezza e fortezza d'animo, ed è una sorta d'eroismo». Raccosta a -questo i Pensieri LXXV, C, CI, CIX. - -[90] Nell'articolo già citato il D'Ovidio nota, credo giustamente, che -Lucia opera nell'animo dell'Innominato anche in virtù della giovinezza, -bellezza e gentilezza sua. - -[91] GIOVANNI VIDARI, in un saggio intitolato _Suor Gertrude, -l'Innominato e Fra Cristoforo_ (nella _Rassegna nazionale_, 1º e 16 -dicembre 1895), avvertì che io non notava la somiglianza che per più -rispetti è tra l'Innominato e Fra Cristoforo; ma poi concluse dicendo -che essi _son diversi nel processo della conversione_. Di questa -diversità appunto, e non d'altro, io intesi far cenno. - -[92] In un opuscolo nuziale intitolato L'umorismo nei Promessi Sposi -(Firenze, 1895) il Barbi passa in rassegna que' personaggi, nota -situazioni e riflessioni umoristiche. Questo breve saggio è, a mia -saputa, quanto di meglio siasi scritto sull'argomento; ma ciò che vi si -dice di Don Abbondio non mi sembra interamente giusto. Il così detto -Commento estetico del Ferranti (Firenze, 1877) è scrittura prolissa e -di poco valore. - -[93] L'idea di un Don Abbondio missionario e martire è una delle idee -più comiche che mai cadessero in mente umana. - -[94] Coloro che sempre ricantano che il Manzoni aperse scuola di -rassegnazione, di pusillanimità e di fiacchezza, non han mai pensato, -sembra, alla formidabile ironia di quella _neutralità disarmata_, non -capiscono tutto il significato di Don Abbondio, e non sanno che cosa -scrivesse dei _Promessi Sposi_ il Mazzini. - -[95] Sarebbe curioso indagare quanta parte di quelle debolezze e di -quelle virtù possa avere ereditato il Manzoni dal proprio avo materno, -del quale fu, nonostante qualche dissentimento, ammiratore caldissimo. -Ma se della mente di Cesare Beccaria possiamo formarci un concetto -abbastanza adeguato leggendo i non molti suoi scritti, dell'animo non -possiamo, tanto sono scarse, incerte, contraddittorie le notizie che ce -ne son pervenute. I fratelli Verri, che ne tramandaron le più, prima -furono amici svisceratissimi di lui, poi nemici arrabbiati, così che -noi non riusciamo a veder chiaro tra le lodi sperticate di prima e i -biasimi, sicuramente eccessivi, di poi (Vedi uno scritto di A. VENTURI, -_Cesare Beccaria e le lettere di Pietro e Alessandro Verri_, nel -_Preludio_, anno VI, 1882, nn. 3-4). Le lettere stesse del Beccaria, -comprese le poche pubblicate in questi ultimi anni, non ci ajutano gran -fatto. Ciò nondimeno, quel tanto che riusciamo a mettere insieme e ad -intendere ci permette di notare tra avo e nipote alcune conformità che -di certo non sono casuali. Si può discutere della maggiore o minore -originalità delle idee contenute nell'opuscolo _Dei delitti e delle -pene_; ma, se a questo opuscolo si aggiunge il saggio sulle monete, -e, meglio ancora, il saggio sullo stile, bisogna riconoscere che il -Beccaria ebbe mente di novatore, e, come disse Pietro Verri, _testa -fatta per tentare strade nuove_; una testa dunque come l'ebbe il -Manzoni, che di strade nuove ne tentò e ne corse parecchie. Il Beccaria -fu _profondo algebrista_, ed ebbe fantasia vivacissima e prepotente, -e fu poeta (_buon poeta_, assicura l'amico): intendi dunque che, -come poi il Manzoni, egli seppe conciliare il rigore e la saldezza -della ragione con la libertà e la fluidità dell'immaginativa e del -sentimento. Scopriamo nell'avo una vena satirica che ingrossa poi nel -nipote. Tutt'e due sono d'indole timida e casalinga, involta in una -onesta pigrizia (vedi un opuscoletto nuziale di PAOLO BELLEZZA, _La -pigrizia di Alessandro Manzoni_, Milano, 1897); fuggono il chiasso; non -cercano popolarità, sebbene amino il popolo; curano i proprii comodi; -lascian vedere _un'aria di bonomia_ (bugiarda in Cesare, secondo -afferma Alessandro Verri; ma gli s'ha da credere?); sono inettissimi -alle faccende (_inattività in agibilibus_, troviam detto di Cesare; -_inetto rebus agendis_, disse di sè stesso il Manzoni); scrivono di -malissima voglia lettere e ogni altra cosa. «Filosofo senza strepito», -scrisse del Beccaria il Cantù, «appena l'Europa s'accorse ch'era un -grand'uomo, egli si tacque»: e il Manzoni? Le apprensioni manifestate -dall'avo durante quel suo famoso viaggio a Parigi hanno riscontro in -altre consimili del nipote. Entrambi non potevano reggere a star soli, -ed entrambi stavano mal volentieri in luoghi dove fosse adunata molta -gente. Entrambi ebbero amore alla villa. Rimasti vedovi, entrambi -si riammogliarono. L'avo disegnò di fare un confronto fra romanzi e -storie, e il nipote compose il discorso sopra il romanzo storico. L'avo -si meravigliava che la Colonna Infame fosse lasciata sussistere nel bel -mezzo di Milano: il nipote scrisse la _Storia della Colonna Infame_. - -[96] E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo -tutti gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno -più adatto, più proprio, più raffigurativo. _Nomina numina._ Il Balzac -fu studiosissimo dei nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert -andò in gloria il giorno in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet. -Gran brava fregatina di mani dev'essersi data Don Alessandro il giorno -in cui gli cadde in mente, o gli capitò sotto, Dio sa come, quello del -suo curato. Il Bojardo avrebbe fatto sonare a distesa tutte le campane -delle sue terre. - -[97] _Pensées_, article I, 6. - -[98] _Epistolario, raccolto e ordinato da_ Prospero Viani, _quinta -ristampa ampliata e più compiuta_. Firenze, 1892, vol. I, pp. 240, 298, -299, 537; vol. II, p. 276, e in altri luoghi ancora. - -[99] Mantengo, per ragion di comodo, questa distinzione passata -nell'uso degli scrittori, sebbene non la creda psicologicamente troppo -esatta. - -[100] ANTONA TRAVERSI, _Studi su Giacomo Leopardi con notizie e -documenti sconosciuti e inediti_, Napoli, 1887, pp. 76, 97-8. - -[101] _Epistol._, vol. I, p. 454. - -[102] _Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di_ GIACOMO -LEOPARDI, _per cura di_ Prospero Viani, Firenze, 1878, p. XLVI. Lo -stesso poeta ebbe a dichiarare di non sapere il tedesco. - -[103] Degli amori per la Silvia e la Nerina (non è qui a discutere se -questi nomi stieno a indicare due persone o una sola), Carlo Leopardi -ebbe a dire che furono assai più romanzeschi che veri. Non so quanta -fede s'abbia a dare a tale testimonianza; ma la congettura che il poeta -si scaldasse pel ricordo assai più che per la realtà, è congettura -tutt'altro che irragionevole, e che potrebb'essere facilmente -suffragata di ragioni e di esempii, e che anzi appar probabile quando -s'instituisca un confronto fra la canzone _Per una donna malata di -malattia lunga e mortale_ e quella _A Silvia_. - -[104] _Le ricordanze._ - -[105] Lett. al Giordani, 8 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 87. - -[106] _Ibid._, p. 216. - -[107] Scrisse il Foscolo di sè stesso: - - Tal di me schiavo e d'altri e della sorte, - Conosco il meglio ed al peggior m'appiglio, - E so invocare e non darmi la morte. - -[108] Lett. al Giordani, 5 dicembre 1817; _Epistol._, vol. I, p. 111. - -[109] Non necessariamente. Paolo Scarron che si denominò da sè stesso -un compendio delle miserie umane, scrisse il _Roman comique_ e il -_Virgile travesti_ inchiodato in una sedia a bracciuoli, paralitico, -attratto, spolpato, sfinito, e durò in tale condizione dall'anno -ventesimosettimo o ventesimottavo di sua vita sino al cinquantesimo, -che fu quello della sua morte. Il Voltaire, che soleva dire di tener -l'anima coi denti, non diventò pessimista nemmen quando fu ridotto a -nutrirsi per lunghi anni di solo latte. - -[110] Farebbe indagine curiosa e istruttiva chi andasse cercando per -entro alle dottrine pessimistiche moderne e modernissime la parte -contribuitavi dal Copernico, dal Galilei, dal Darwin, ecc. - -[111] Cap. IV, pp. 274-5, 278-9 della edizione delle _Prose_ curata -da G. Mestica, Firenze, 1890, edizione di cui sempre mi varrò per le -citazioni in questo scritto. - -[112] _Bruto minore._ - -[113] A tutto ciò non contraddice punto il fatto che il genio non può -essere se non il portato di una lunga evoluzione storica, e come la -sintesi di tutta una consecutiva e varia vita anteriore. Dante non -poteva nascere in Cina, nè il Newton fra gli Ottentoti. Ancora non -contraddice al detto di sopra che il genio soggioghi o disciplini le -forze altrui e si giovi della loro cooperazione. In un suo recente -libro (_Psycho-Physiologie du génie et du talent_, Parigi, 1897) -il NORDAU asserisce, un po' timidamente a dir vero, che i genii -artistici, o, com'egli li chiama, _emozionali_, non sono veri genii. -Respingo una dottrina che, mentre comprende, senza esitazione, fra i -genii l'inventore dell'areostato e quello della locomotiva, tende ad -escluderne, e infatti ne esclude, Dante e lo Shakespeare. In quel libro -sono assai osservazioni ingegnose ed acute, ma anche molte proposizioni -avventate e molti sofismi. Che il genio sorga sulla base organica di -un neoplasma non è provato, e quando fosse vero, bisognerebbe poter -dimostrare che i genii artistici difettano di neoplasmi per poter -poi sentenziare che non sono genii. A p. 157 si afferma che i genii -_emozionali_ non esercitano nessun influsso sul _mondo dei fenomeni_. -Dunque le arti non possono nulla sulla coltura, sui costumi, sulla vita -dei popoli? E i canti di Tirteo e la Marsigliese non mossero proprio -nulla nel mondo? - -[114] Chi nel pessimismo del Leopardi non vede se non un rivolo -sgorgato dai fonti di Lucrezio, mostra d'intendere assai poco e -Lucrezio e il Leopardi; e chi a riscontro del pessimismo del Leopardi -pone il pessimismo (come fu chiamato) del Petrarca, mostra di saper -vedere le somiglianze estrinseche e non le dissomiglianze intrinseche. -Dal Rousseau l'autore della _Ginestra_ derivò idee e sentimenti; ma il -Rousseau fu tutt'altro che un pessimista. - -[115] «Io da principio aveva pieno il capo delle massime moderne, -disprezzava, anzi calpestava, lo studio della lingua nostra; tutti i -miei scrittacci originali erano traduzioni dal francese; disprezzava -Omero, Dante, tutti i Classici; non volea leggerli, mi diguazzava nella -lettura che ora detesto: chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio; -ma niun uomo certamente. Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che -m'erano necessarie? la grazia di Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli -un granchio a ogni tratto? nessuno». Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; -_Epistol._, vol. I, p. 56. A chi mi opponesse che con questo tornare -all'antico il Leopardi dava appunto a conoscere di non essere un genio, -essendo proprio dei genii il precorrere e non il rinculare, risponderei -con le ragioni addotte di sopra, e soggiungerei che in certi casi il -tornare addietro può essere un andare avanti. Gli umanisti andavano -avanti tornando addietro. - -[116] PATRIZI, _Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua -famiglia_, Torino, 1896. - -[117] Per esempio, nello studio e nella estimazione della eredità -psicopatica e geniale del poeta (capitolo II) le conclusioni cui -giunge l'autore pajonmi assai malsicure, dacchè egli considera i fatti -e le testimonianze in sè stessi, mentre dovrebbe considerarli nella -mutevole significazione che vengono ritraendo dalla condizione dei -tempi e dei costumi. Intantochè vige il diritto della primogenitura, -e, nelle famiglie nobili, il celibato è imposto al più gran numero -dei figliuoli, e la vita pubblica dura piena di trambusto e di -pericolo, e i chiostri offrono sicurezza e pace alle nature meno -gagliarde, le monacazioni frequenti in una famiglia non possono, così -senz'altro, essere notate quali un segno di misticità morbosa. Altro -è il significato della violenza, e dello stesso omicidio, in mezzo -a una civiltà composta e ad un popolo mansueto, altro in mezzo a una -civiltà turbolenta e ad un popolo fazioso e feroce. Le anamnesi lunghe -e complicate bisogna interpretarle col sussidio della storia nella -quale si svolsero le vite e accaddero i fatti che loro dànno argomento. -Ancora parmi che l'autore del libro esageri quando parla di una -melanconia attonita (ch'è il grado estremo della melanconia, secondo -la definizione degli scrittori), di una paresi motoria e di una paresi -mentale del Leopardi. - -[118] _Epistol._, vol. I, p. 374. - -[119] Lettera al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 57. - -[120] Lett. al Vieusseux, da Recanati; _Epistol._, vol. II, p. 363. - -[121] _Prose_, p. 445. - -[122] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 276. - -[123] Cf. PATRIZI, _Op. cit._, cap. I. Vedi a questo proposito uno -scritto molto acuto, molto sensato e molto equo del SULLY (autore -del volume _Pessimism, a History and a Criticism_, Londra, 1887), _Le -pessimisme et la poésie_, nella _Revue philosophique de la France et -de l'étranger_, anno III (1878), vol. I, pp. 392-3, ove non è esclusa -la possibilità che i pessimisti (sieno essi ammalati o sani) abbiano -ragione. Siami permessa una riflessione. Se il genio nasce di malattia; -se una delle funzioni del genio è di scorgere il vero non iscorto da -altri; che valore può rimanere al giudizio che accusa di falsità il -pessimismo solo perchè lo suppone, come il genio, nato di malattia? - -[124] _Prose_, pp. 402-3. - -[125] _Epistol._, vol. I, p. 278. - -[126] - - Life's but a walking shadow, a poor player, - That struts and frets his hour upon the stage, - And then is heard no more: it is a tale - Told by an idiot, full of sound and fury, - Signifying nothing. - (_Macbeth_, a. V, sc. 5). - - We are such stuff - As dreams are made on, and our little life - Is rounded with a sleep. - (_The Tempest_, a. IV, sc. 1). - -[127] Cf. PAULHAN, _Esprits logiques et esprits faux_, Parigi, 1896, p. -41. - -[128] Cf. FÉRÉ, _Impuissance et pessimisme_, nella _Revue -philosophique_, anno 1886, vol. II. L'autore, facendo nascere il -pessimismo da un disequilibrio massimo fra i desiderii da una parte -e la potenza di soddisfarli da un'altra, conclude a un certo punto -così: «Il semble donc que se plaindre de tout revienne à convenir que -l'on n'est bon à rien». Gli è dir troppo. E, primamente, non bisogna -mettere tutti in un fascio i pessimisti coi queruli, coi brontoloni, -coi seccatori. Si dànno pessimisti che non si lamentano mai, nemmeno -nei libri che scrivono per divulgare o difendere le proprie dottrine. -Alfredo de Vigny disse una volta: - - Le juste opposera le silence à l'absence. - Et ne répondra plus que par un froid silence - Au silence éternel de la Divinité; - -e nel suo Giornale lasciò scritto: «Le silence sera la meilleure -critique de la vie». Poi non so come si potrebbero far entrare nella -classe di quegli infelici in cui è massimo il disequilibrio tra i -desiderii e la potenza di soddisfarli pessimisti dello stampo, non -dirò del re Salomone, creduto a torto autore dell'_Ecclesiaste_, ma di -quel califo Abd ur Rahmân, il quale, dopo aver soggiogata quasi tutta -la Spagna, e promosse le scienze, le arti, le industrie, i commerci, -noverava, pieno d'anni e di gloria, i giorni della propria felicità, -e trovava che sommavano in tutto a quattordici; e di quell'Innocenzo -III che, essendo stato, dopo Gregorio VII, il più grande instauratore -della potenza dei papi, lasciò, a far testimonianza de' suoi pensieri, -tre libri _De contemptu mundi, sive de miseria humanae conditionis_, -ben più tetri e più dolorosi di quei del Petrarca; e finalmente di -quel Giorgio lord Byron, che fu come un atleta della passione e del -piacere, e un eroico scialacquatore della vita. Dei pessimisti allegri -non parlo. Qualcuno ebbe a dire, dopo aver fatta una visita a E. von -Hartmann, che per fruire dello spettacolo della felicità, bisognava -andarlo a cercare nelle case dei pessimisti. - -[129] Lett. 6 marzo 1820; _Epistol._, vol. I, p. 254. - -[130] _Le pessimisme au XIX siècle_, Parigi, 1879, pp. 38-9. L'autore -osservava pure opportunatamente e giustamente che il Leopardi non si -soffermò in nessuno dei tre stadii della illusione distinti e descritti -dal Hartmann (p. 43). - -[131] «Keiner jedoch hat diesen Gegenstand so gründlich und erschöpfend -behandelt, wie, in unsern Tagen, Leopardi. Er ist von demselben ganz -erfüllt und durchdrungen: überall ist der Spott und Jammer dieser -Existenz sein Thema, auf jeder Seite seiner Werke stellt er ihn dar, -jedoch in einer solchen Mannigfaltigkeit von Formen und Wendungen, mit -solchem Reichthum an Bildern, dass er nie Ueberdruss erweckt, vielmehr -durchweg unterhaltend und erregend wirkt». _Die Welt als Wille und -Vorstellung_, _Ergänzungen_; _Sämmtliche Werke_, Lipsia. 1891, vol. -III, p. 675. - -[132] _Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez_; _Prose_, -p. 307. - -[133] _Paralipomeni della Batracomiomachia_, c. IV, st. 10. - -[134] _Dialogo di Timandro e di Eleandro_; _Prose_, p. 371. - -[135] Ingiustissimo mi sembra per ogni rispetto il giudizio di O. -PLUEMACHER quando sentenzia che il Leopardi, i cui scritti (secondo -lui) sono pedantescamente infrascati di fastidiosa dottrina (?!), non -è filosofo, sebbene si atteggi a filosofo, dacchè la conoscenza di -alcuni, o anche di molti sistemi di filosofia, non basta a formare il -filosofo (_Der Pessimismus in Vergangenheit und Gegenwart_, 2ª ediz. -Heidelberg, 1888, p. 115). Verissimo questo; ma appunto di sistemi -di filosofia il Leopardi ne conobbe assai pochi. Il Sully dovette -portare migliore opinione del nostro poeta, giacchè riferisce tradotte -nel già citato suo libro sul pessimismo (p. 27) le seguenti parole -scritte da esso poeta in una lettera al Giordani (lett. 6 maggio -1825; _Epistol._, vol. I, p. 547): «Mi compiaccio di sempre meglio -scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e delle cose, e -d'inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e terribile -della vita dell'universo». Per altro egli rimpicciolisce il concetto -quando _arcano infelice e terribile della vita dell'universo_ traduce -_unblessed and terrible secret of life_, tralasciando appunto quella -parola _universo_ da cui viene al concetto stesso massima larghezza e -veramente filosofica significazione. - -[136] _Dialogo della Natura e di un'anima_; _Prose_, pp. 85-6; _Dialogo -di un fisico e di un metafisico_, pp. 124-5; _Dialogo di Torquato -Tasso e del suo genio famigliare_, p. 144; _Detti memorabili di Filippo -Ottonieri_, cap. II, pag. 262; cap. V, p. 289; Versi _Al conte Carlo -Pepoli_, ecc. ecc. Con sentimento affatto contrario a quello del nostro -poeta, il Nietzsche ama la vita per sè stessa, anche se infelice. -Cf. BRANDES, _Friedrich Nietzsche_, nel volume _Menschen und Werke_, -Francoforte s. M., 1894. - -[137] _Cantico del gallo silvestre_; Prose, p. 336. - -[138] _Dialogo di Timandro e di Eleandro_; _Prose_, p. 365. - -[139] _Dialogo di Plotino e di Porfirio_; _Prose_, pp. 427-8. In una -lettera al Giordani (30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279) il -Leopardi aveva detto che tutto quanto è, è contento di vivere, «eccetto -noi che non siamo più quello che dovevamo e che eravamo da principio». - -[140] _Paralipomeni della Batracomiomachia_, c. IV, st. 24. In una -lettera al Giordani (24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316), -aveva già detto che i popoli «sono condannati alla infelicità dalla -natura, e non dagli uomini nè dal caso». Tale appunto è il concetto -della _Ginestra_. - -[141] _Palinodia al marchese Gino Capponi_; _Dialogo di Timandro e di -Eleandro_; _Prose_, p. 365. - -[142] _Cantico del gallo silvestre_; _Prose_, p. 336. - -[143] _Dialogo di Torquato Tasso ecc._; _Prose_, p. 145. - -[144] Ultimi versi della canzone _A un vincitore nel pallone_. Cf. -_Dialogo di Cristoforo Colombo_ ecc.; _Prose_, pp. 309-10. - -[145] Preambolo alla versione del _Manuale di Epitteto_; _Opere_, nuova -impressione, Firenze, 1889, vol. II. p. 214. - -[146] _La quiete dopo la tempesta_. - -[147] _Le ricordanze_. - -[148] _Il primo amore_. - -[149] _Nelle nozze della sorella Paolina_. - -[150] _Aspasia_. - -[151] _Al conte Carlo Pepoli_. - -[152] _Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento -sepolcrale della medesima_. - -[153] _Epistol._, vol. I, p. 197. - -[154] _Après une lecture_, st. VIII. Il Keats aveva detto: - - A thing of beauty is a joy for ever. - -[155] Citato dal GUYAU, _L'art au point de vue sociologique_, Parigi, -1889, pagine 364-5. Il Baudelaire fu, com'è noto, traduttor valoroso -e grande ammiraratore del Poe, e dal Poe attinse molta parte delle -sue idee estetiche. Nel breve saggio che il poeta americano intitolò -_The poetic principle_, troviamo parole come le seguenti: «An immortal -instinct, deep within the spirit of man, is thus, plainly, a sense -of the Beautiful..... It is no mere appreciation of the beauty before -us, but a will to reach the beauty above..... That pleasure which is -at once the most pure, the most elevating, and the most intese, is -derived, I maintain, from the contemplation of the Beautiful». Ognuno -può conoscere quanto questi concetti somiglino a quelli del Leopardi. -Il Poe definì la poesia una _creazione ritmica di bellezza_. - -[156] _Le ricordanze_. - -[157] Ma non propriamente alla maniera del Monti. Nello scritto -pur ora citato, il Poe, dopo aver ragionato del bello e del vero, -concludeva: «He must be blind indeed who does not perceive the radical -and chasmal difference between the truthful and the poetical modes of -inculcation. He must be theory-mad beyond redemption who, in spite of -these differences, shall still persist in attempting to reconcile the -obstinate oils and waters of Poetry and Truth». - -[158] _Prose_, p. 469. - -[159] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, _cap. V_; _Prose_, p. -288. - -[160] Del 1818 è il libro di ANDREA MAJER, _Della imitazione -pittorica_; dello stesso anno sono le _Lettere sul bello ideale_ di -GIUSEPPE CARPANI, _Il Saggio estetico_ di PLACIDO TALIA non venne a -luce se non nel 1828, e l'_Antologia_ ne fè cenno. I _Saggi_ di ERMES -VISCONTI _intorno ad alcuni quesiti concernenti il bello_ furono -stampati nel 1833. - -[161] Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279. - -[162] Lett. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 56. - -[163] Vedi, riferite dal HARTMANN (_Aesthetik_, Lipsia, s. a., parte -II, p. 497-9, 501), le varie opinioni intorno al bello nella natura. - -[164] _Studi filologici_, 9ª ristampa, Firenze, 1883, p. 306. - -[165] Tale è il concetto del _Dialogo di un fisico e di un metafisico_. - -[166] Lett. 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316. - -[167] Sulle relazioni, a torto disconosciute, che passano tra il bello -e l'utile, vedi più specialmente FECHNER, _Vorschule der Aesthetik_, -Lipsia, 1876, parte I, XV, pp. 203 segg.; Guyau, Les problèmes de -l'esthétique contemporaine, Parigi, 1884. cap. II, pp. 15 segg.; -RUTGERS MARSHALL, _Pain, Pleasure, and Aesthetics_, Londra. 1894, pp. -134, 160. 315. - -[168] Lett. al Giordani testè citata. - -[169] Nella canzone _Sopra il monumento di Dante_. - -[170] _Il Risorgimento_. - -[171] Lett. 11 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 91. - -[172] Lett. 30 maggio 1817; _Epist._, vol. I, p. 76. - -[173] Vedi PEREZ, _La maladie du pessimisme; Revue philosophique_, anno -1892, vol. I, p. 40. - -[174] Lett. al Giordani citata qui di sopra. - -[175] «Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours de rencontrer -l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce -charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je -pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais pas d'après ce -qu'il était: je le contemplais dans mon imagination, tel qu'il m'avait -paru dans mon songe. Était-ce une folie? suis-je romanesque? Vous en -jugerez». Lett. 22 giugno 1823; _Epistol._, vol. I, p. 455. - -[176] Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316. - -[177] _La vita solitaria_. - -[178] _Le ricordanze_. - -[179] _Aspasia_. - -[180] _Il tramonto della luna_. - -[181] _Pensieri_, CIV; Prose, pp. 597-600. Felice colui, disse lo -Shelley, che non disprezzò giammai i sogni della sua giovinezza. - -[182] Lett. 14 agosto 1820; _Epistol._, vol. I, p. 289. - -[183] Lett. 30 giugno 1820; _ibid._, p. 279. - -[184] _Lettere scritte a Giacomo Leopardi da' suoi parenti_, a cura di -G. Piergili, Firenze, 1878, p. 48. - -[185] _Epistol._, vol. I, p. 278. Le parole in corsivo e in -majuscoletto sono così stampate nel testo. - -[186] _A un vincitore nel pallone_; _Detti memorabili di Filippo -Ottonieri_, cap. VI (_Prose_, p. 293); _Dialogo di Plotino e di -Porfirio_ (pp. 427-8); _Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e -di Teofrasto_ (pp. 475-7); _Pensieri_, XXIX (pp. 519-20) ecc. - -[187] _La ginestra_; _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_; _Il -risorgimento_. - -[188] Questa la interpretazione del De Sanctis, che impugnata e -difesa, or sono alcuni anni, con molto calore, rimane pur sempre, a -mio giudizio, la sola plausibile. Del resto, quando pure quella donna -simbolica stesse a significare la libertà, o la felicità, o altro -simile, per l'argomento nostro sarebbe tutt'uno. - -[189] Vedi lo scritterello critico che sulle _Canzoni_ stampate in -Bologna nel 1824, pubblicò, senza però mettervi il nome, lo stesso -Leopardi nel _Nuovo Ricoglitore di Milano_; _Studi filologici_, pp. -283-4. - -[190] Nè dell'una, nè dell'altra è in tutto sicura la data. - -[191] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. I, §§ 36, 38. Veggasi -come il Leopardi nella _Comparazione delle sentenze di Bruto Minore -e di Teofrasto_ rilevi il contrario modo tenuto nel filosofare da -Aristotele e da Platone (_Prose_, p. 469). - -[192] _Epistol._, vol. I, p. 253. - -[193] _Ibid._, p. 456. - -[194] _Epistol._, vol. II, p. 280. - -[195] Lett. 16 dicembre 1822; _Epistol._, vol. I, p. 375. - -[196] _Alla sua donna._ - -[197] _Al conte Carlo Pepoli._ - -[198] Benefico inganno, e perciò in piena contraddizione con la -scienza, osserva un altro pessimista, il BAHNSEN (_Das Tragische als -Weltgesetz und der Humour als ästhetische Gestalt des Metaphysischen_, -Lauenburg i. P., 1877. p. 5). - -[199] _Inf._, XI, 103-5. - -[200] Ben s'intende, del resto, che anche in ciò sono dall'uno -all'altro differenze e contrasti. Un pessimista che col Leopardi ebbe -non piccola somiglianza, il SENANCOUR, incarnandosi nel protagonista -di un suo romanzo, diceva: «La scène de la vie a de grandes beautés. -Il faut se considérer comme étant là seulement pour voir. Il faut s'y -intéresser sans illusion, sans passion, mais sans indifférence, comme -on s'intéresse aux vicissitudes, aux passions, aux dangers d'un récit -imaginaire: celui-là est écrit avec bien de l'éloquence». _Obermann_, -nuova edizione, Parigi, 1840, lett. LXXX, p. 434. La prima edizione è -del 1804, la seconda del 1833. - -[201] _Epistol._, vol. I. p. 362. - -[202] _Epistol._, vol. II, p. 314. E così s'accordava col padre, che -in una lettera a lui aveva schernita quella eroica morte, chiamando -il Broglio _brigante volontario e pazzo. Lettere scritte a Giacomo -Leopardi dai suoi parenti_, p. 261. - -[203] Trovo questa giustissima osservazione, insieme con quella che la -precede, nel già citato scritto del SULLY, _Le pessimisme et la poésie; -Revue philosophique_, a. e v. cit., pp. 394, 398. - -[204] Deliberatamente dico frigidità fisiologica e non psicologica; -questa non può essere imputata al Leopardi; e quanto a imputargli -la prima, bisogna andar molto cauti; tanto più che il poeta stesso -si contraddice, e la materia è intricata e difficile. Credo esageri -di molto il PATRIZI (_op. cit._, p. 114) quando scrive: «Egli nutrì -sempre il saldo convincimento che gli stati d'animo, attraverso ai -quali passò nelle sue relazioni con persone d'altro sesso, fossero -al tutto esenti da bisogni fisiologici». Il Patrizi stesso, del -resto, riconosce che tali bisogni ebbero parte non piccola nell'amore -per la Targioni Tozzetti (Aspasia), e ricorda a questo proposito la -testimonianza, anche troppo esplicita, del Ranieri (pp. 119, 120). Che -il Leopardi amasse sopratutto l'_amorosa idea_, e, più che la donna -reale, il fantasma che se ne veniva creando nella mente, è un fatto; -ma è un fatto frequente nella vita psichica degli artisti, e che non -prova tutto ciò che gli si vorrebbe far provare. Sant'Agostino, che fu -bene, a suo modo, un artista, amò sopratutto, com'egli stesso ebbe a -dire, il sentimento e la fantasia dell'amore (_nondum amabam et amare -amabam..... quaerebam quod amarem amans amare_); ma non per questo -si lasciò morir vergine; e il Rousseau, che si innamorava dei proprii -fantasmi a tal segno da provarne ebbrezza e delirio, sapeva, a tempo -e luogo, riconoscer quelli in creature reali e scendere di cielo in -terra, e gustare qualche parte almeno della felicità sognata. È da -credere che il Leopardi sarebbe pure alcuna volta riuscito ad imitarlo -se avesse trovato donne più caritatevoli. Alfredo De Musset, dopo -aver molto amato e troppo goduto, scriveva il _Souvenir_, per dire, in -sostanza, che il sogno dell'amore e il ricordo dell'amore valgono più -che l'amore stesso. - -[205] Vedi più specialmente _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. -I, § 36; vol. II (_Ergänzungen_), cap. 31. - -[206] _Dialogo della natura e di un'anima; Prose_, pp. 81-3. - -[207] _Prose_, p. 467. - -[208] _On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History, Lecture III. -The Hero as Poet_; ediz. di Londra, 1895, p. 75. - -[209] Vedi su di ciò RUTGERS MARSHALL, _Op. cit._, pp. 143-4. Egli -parla più propriamente di un campo di godimento (_field of pleasure -getting_): io userò la parola _campo_ a denotare più propriamente la -estensione della nostra _impressionabilità_ estetica, considerando il -godimento come un fatto consecutivo alla impressione. - -[210] Lett. alla sorella Paolina, 3 dicembre 1822; _Epistol._, vol. I, -p. 365. - -[211] Lett. al fratello Carlo, 25 novembre 1822; _Epistol._, vol. I, p. -360. - -[212] Ed era prossimo il tempo in cui lo Stendhal, ponendo lo -spettacolo di Roma sopra tutti gli spettacoli della terra, doveva -scrivere delle impressioni che ne derivano: «Un jeune homme qui n'a -jamais rencontré le malheur ne les comprendrait pas» (_Promenades -dans Rome_, 13 _août_ 1827). Chi dunque più del Leopardi avrebbe -dovuto essere preparato a riceverle, quelle impressioni? Quattr'anni -innanzi ch'egli vi andasse, il Byron aveva salutata Roma come la città -dell'anima, alla quale accorrono gl'infelici (_Childe Harold_, c. IV, -st. 78). - - Oh Rome! my country! city of the soul! - The orphans of the heart must turn to thee, - Lone mother of dead empires! - -Si confrontino le lettere romane del Leopardi con quelle che lo Shelley -scriveva nel 1818 e 1819 a Tommaso Love Peacock. L'Osvaldo di madama di -Staël «ne pouvait se lasser de considérer les traces de l'antique Rome» -(_Corinne_, l. IV, c. IV). - -[213] Lett. 5 aprile 1823; _Epistol._, vol. I, p. 434. Al Foscolo -la Venere del Canova inspirava sentimenti e parole da innamorato. -Leggasi una pagina dello Shelley ov'è squisitamente descritta la -Venere anadiomene (_Prose Works_, ediz. di Londra, 1888, vol. I, pp. -407-8). L'Apollo del Belvedere inspirò al Sully Prudhomme un sonetto, -e la Venere di Milo un lungo e magnifico canto, ove, tra gli altri, si -leggono questi versi: - - Dans les lignes du marbre où plus rien ne subsiste - De l'éphémère éclat des modèles de chair, - Le ciseau du sculpteur, incorruptible artiste, - En isolant le Beau, nous le rend chaste et clair. - -[214] Lett. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 64. Il Giordani gli -rispondeva (_Epistol._, vol. III, p. 95): «L'opera del Cicognara mi -pare degnissima e necessaria ad una libreria come la sua. Io non dirò -ch'ella debba leggerla ora; ma certo una tale raccolta de' monumenti -perfettissimi d'arte è una gran cosa: e il non poter nulla giudicare o -gustare nelle belle arti sarebbe una grande infelicità; e bellissima -cosa avere per giudicarne una guida tanto intelligente come il -Cicognara». - -[215] Lett. 1 febbraio 1823; _Epistol._, vol. I, pp. 403-4. - -[216] Affermare non si può; ma non sarei lontano dal credere che -la prima mossa a tutto il componimento sia venuta da una fantastica -visione del monumento futuro, del _nobil sasso_ a cui tante lacrime -avrebbe serbato l'Italia. - -[217] Lett. 24 luglio 1827; _Epistol._, vol. I, p. 224. - -[218] _Al conte Carlo Pepoli._ - -[219] Lett. 5 febbrajo 1823; _Epistol._, vol. I, pp. 408-9. - -[220] _Epistol._, vol. I, p. 399. - -[221] Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279. - -[222] Canto VI, st. 47. - -[223] Vedi la lettera al Jacopssen, 23 giugno 1823; _Epistol._, vol. I, -pp. 454-5. Quivi il poeta dice espresso: «je ne fais aucune différence -de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu». Se il tempo lo concedesse, -sarebbe agevole rintracciar nel Rousseau, anzi nel pensiero del secolo -XVIII tutto intero, la origine di sì fatta opinione. - -[224] _Epistol._, vol. I. p. 61. - -[225] Scritto citato. Qualche traccia di umorismo il Leopardi lascia -scorgere nella _Scommessa di Prometeo_ e nel _Copernico_, testè citati, -e ancora nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie_, nel -_Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggiere_ e altrove; -ma niuno di certo vorrà dire il Leopardi un umorista. - -[226] RUTGERS MARSHALL, _Op. cit._, pp. 137 segg. - -[227] _Il Parini, ovvero della gloria_, cap. IV; _Prose_, pp. 189-90. - -[228] _Ibid._, pp. 191-2. - -[229] _Ibid._, cap. III, p. 184. - -[230] _Epistol._, vol. I, p. 270. - -[231] _Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti_, p. 148. - -[232] Vedi una lettera di Giacomo del 5 febbrajo 1823: _Epist._, vol. -I, p. 407. - -[233] Il Preyer capovolse la formola, riconoscendo nell'aritmetica un -esercizio musicale. - -[234] _Vom Musikalisch-Schönen_, 1ª ediz., Lipsia, 1854; 7ª, 1885. Cf. -PANZACCHI, _Nel mondo della musica_, Firenze, 1895. pp. 3-37. - -[235] Vedila discussa dal FECHNER, _Op. cit._, parte I, pp. 158 segg. - -[236] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. I, pp. 309-13; vol. -II, pp. 511, 512, 523. - -[237] _La vita solitaria._ - -[238] L'AMIEL, le cui somiglianze morali col Leopardi non sono nè poche -nè lievi, lasciò scritto (_Fragments d'un journal intime_, 7ª ediz. -Ginevra, 1897, volume II, p. 77): «Ce matin, les accens d'une musique -de cuivre, arrêtée sous mes fenêtres, m'ont ému jusqu'aux larmes. -Ils avaient sur moi une puissance nostalgique indéfinissable. Ils me -faisaient rêver d'un autre monde, d'une passion infinie et d'un bonheur -suprême. Ce sont là les échos du paradis, dans l'âme, les ressouvenirs -des sphères idéales dont la douceur douloureuse enivre et ravit le -cœur». - -[239] Lett. 5 febbrajo 1823; _Epistol._, vol. I, p. 408. - -[240] Lett. alla sorella Paolina, 18 maggio 1827; _Epistol._, vol. II, -p. 208. - -[241] Lett. alla sorella Paolina, 7 luglio 1827; _Epistol._, vol. II, -p. 221. - -[242] Il PATRIZI, _Op. cit._, p. 142, vede in questi desiderii e -giudizii del poeta un segno dell'abituale stanchezza e debolezza di -lui. Non a torto, credo; ma errerebbe, parmi, chi non volesse vedervi -altro. Quei giudizii e quei desiderii hanno anche una ragione estetica. - -[243] Cap. IV; _Prose_, pp. 193-4. Confrontisi con alcune ingegnose -pagine del BOURGET intitolate _Paradoxe sur la musique_ in _Études et -Portraits_, Parigi, 1889, vol. I. - -[244] Vedi ARRÉAT, _Mémoire et imagination_, Parigi, 1895, pp. 60-1. -I De Goncourt affermarono che anche il Lamartine ebbe la musica in -orrore, ma si può dubitare della verità della loro affermazione. Vedi, -per non dir altro, il commento con cui lo stesso Lamartine accompagnò -la poesia intitolata _Encore un hymne_, nelle _Harmonies poétiques et -religieuses_. - -[245] _Purgat._, II, 107-11. - -[246] _Lettere famigliari_, l. XIII, lett. 8; volgarizzamento di G. -Fracassetti. - -[247] L. I, dial. 23, _De cantu et dulcedine a musica_. - -[248] - - Music! oh, how faint, how weak, - Language fades before thy spell! - -[249] - - I pant for the music which is divine, - My heart in its thirst is a dying flower. - -[250] _L'Adone_, c. VII. st. I. - -[251] COMBARIEU, _Les rapports de la musique et de la poésie -considérées au point de vue de l'expression_, Parigi, 1894, pp. XV, -XXI. - -[252] _Ibid._, p. 284. - -[253] «Manzoni pensava che dal modo di declamare i versi, esagerando -alquanto l'inflessione della pronuncia che ne indica l'espressione, si -poteva cavarne embrioni di motivi atti a musicarsi. E recitava a quel -modo per dimostrazione alcune strofette del Metastasio». _Alessandro -Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, appunti e memorie di S. -S(TAMPA) (figliastro del poeta), Milano, 1885-9, vol. II, p. 423. - -[254] _L'art de la lecture_, 43ª ediz., Parigi, s. a., p. 124. - -[255] Lett. al fratello Carlo, 6 gennajo 1823; _Epistol._, vol. I, p. -390. - -[256] RANIERI, _Op. cit._, p. 40. - -[257] _Op. cit._, p. 54. - -[258] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 61. - -[259] Cap. IV; _Prose_, pp. 191-2. - -[260] _Le ricordanze._ - -[261] Lo Chateaubriand fece esperienza del contrario. «Aujord'hui je -m'aperçois que je suis moins sensible à ces charmes de la nature..... -Quand on est très-jeune, la nature muette _parle_ beaucoup, parce -qu'il y a surabondance dans le cœur de l'homme.....: mais dans un âge -plus avancé, lorsque la perspective que nous avions devant nous passe -derrière, que nous sommes détrompés sur une foule d'illusions, alors -la nature seule devient plus froide et moins _parlante, les jardins -parlent peu_. Il faut, pour qu'elle nous intéresse encore, qu'il s'y -attache des souvenirs de la société, parce que nous suffisons moins à -nous-mêmes.....». (_Souvenirs d'Italie, d'Angleterre et d'Amérique_, -Londra, 1815, vol. I, pp. 23-4). - -[262] Un'altra eccezione molto notabile alla regola comune ci è -offerta da un poeta francese della prima metà di questo secolo, morto -giovanissimo, e rimasto per lungo tempo pressochè ignoto, Maurizio De -Guérin. Come il Leopardi, questi ebbe orror della folla, amò la natura -con sensitività femminea e virginale, solo allora felice quando, vinto -da una specie di languor delizioso, poteva abbandonarsi tra le braccia -e nel grembo di lei. Lasciò scritte, fra le altre, queste parole: -«Quitter la solitude pour la foule, les chemins verts et déserts -pour les rues encombrées et criardes où circule pour toute brise un -courant d'haleine humaine chaude et empestée; passer du quiétisme à la -vie turbulente, et des vagues mystères de la nature à l'âpre réalité -sociale, a toujours été pour moi un échange terrible, un retour vers -le mal et le malheur». (_Journal, lettres et poèmes_, nuova edizione, -Parigi, 1864, p. 92). Il sentimento di questo poeta per la natura -somiglia a quel del Leopardi sotto più di un aspetto, ma ne differisce -anche non poco, perchè dà luogo, assai più che quello del Leopardi -non faccia, alle impressioni distinte, particolari e minute. Noto di -passata che l'amore della solitudine e l'amore della natura andavano -insieme congiunti nei seguaci del Budda. - -[263] _Epistol._, vol. I, p. 253. - -[264] _De la littérature considérée dans ses rapports avec les -institutions sociales_, parte prima, cap. V. - -[265] Vedi _La vita solitaria_. - -[266] _Dialogo di Timandro e di Eleandro, Prose_, p. 361. - -[267] _Il primo amore._ - -[268] _A Silvia._ Il DE MUSSET, nella _Confession d'un enfant du -siècle_, cap. IV: «Je passais la journée chez ma maîtresse; mon grand -plaisir était de l'emmener à la campagne durant les beaux jours de -l'été, et de me coucher près d'elle dans les bois, sur l'herbe ou sur -la mousse, le spectacle de la nature dans sa splendeur ayant toujours -été pour moi le plus puissant des aphrodisiaques». Per contro la natura -guarì dall'amore il Ruskin: e in qual modo? empiendolo tutto di sè -e di sè sola; suggerendogli, non solo una dottrina dell'arte, ma una -morale, una sociologia, una religione e persino, starei per dire, una -metafisica. - -[269] _L'infinito._ - -[270] _La vita solitaria._ - -[271] Nella poesia intitolata _La vache_. - -[272] Vedi intorno alle origini e alla diffusione di quel gusto -FRIEDLAENDER, _Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das -Romantische in der Natur_, Lipsia, 1873; BIESE, _Die Entwickelung des -Naturgefühls im Mittelalter und in der Neuzeit_, Lipsia, 1888, cap. XI, -_Das Erwachen des Gefühls für das Romantische_, pp. 322-57. - -[273] «Strong, pure nature-feeling leads to accurate and minute -observation». VEITCH, _The Feeling for Nature in Scottish Poetry_, -Edimburgo e Londra, 1887, vol. I, p. 17. - -[274] Il PATRIZI, _Op. cit._, p. 137, dice che «nel Leopardi il -sentimento della natura era avvinto ad idee e non ad imagini». Direi: -poco ad immagini, molto a idee e moltissimo ad affetti. - -[275] Circa alla parte importantissima che spetta all'associazione -nelle impressioni che gli spettacoli naturali producono in noi, vedi -FECHNER, _Op. cit._, parte 1ª, pp. 123 segg. - -[276] MAURIZIO DE GUÉRIN (_Op. cit._, p. 34): «Si l'on pouvait -s'identifier au printemps..... se sentir à la fois fleur, verdure, -oiseau, chant, fraîcheur, élasticité, volupté, sérénité!» L'AMIEL, -(_Op. cit._, vol. II, p. 18): «Dans ces états de sympathie universelle, -j'ai même été animal et plante, tel animal donné, tel arbre présent». - -[277] _La vita solitaria._ - -[278] _La quiete dopo la tempesta._ - -[279] _La sera del dì di festa._ - -[280] Forma parte di quello che il poeta intitolò _Supplemento -generale a tutte le mie carte; Appendice all'Epistolario e agli Scritti -giovanili_, a cura di Prospero Viani, Firenze, 1878, p. 238. - -[281] _La sera del dì di festa._ - -[282] Tra le poesie del LONGFELLOW n'è una intitolata _Daylight and -moonlight_. Il poeta dice d'aver letto, durante il giorno, un mistico -canto, e di non averne quasi riportata impressione; d'averlo riletto in -tempo che la luna, _simile a uno spirito glorificato, empieva la notte -e l'innondava delle rivelazioni della sua luce_, e d'esserselo allora -sentito risonar nella mente come una musica. - - Night interpreted to me - All its grace and mystery. - -Il LAMARTINE (_Poésie ou paysage dans le golfe de Gênes_, nelle -_Harmonies poétiques et religieuses_): - - Ah! si j'en crois mon cœur et ta sainte influence, - Astre ami du repos, des songes, du silence, - Tu ne te lèves pas seulement pour nos yeux; - Mais, du monde moral flambeau mystérieux, - A l'heure où le sommeil tient la terre oppressée, - Dieu fit de tes rayons le jour de la pensée. - -L'AMIEL (_Op. cit._, vol. II, pp. 165-6): «Rêvé longtemps au clair -de lune qui noie ma chambre de ses rayons pleins de mystère confus. -L'état d'âme où nous plonge cette lumière fantastique est tellement -crépusculaire lui-même que l'analyse y tâtonne et balbutie. C'est -l'indéfini, l'insaisissable, à peu près comme le bruit des flots formé -de mille sons mélangés et fondus. C'est le retentissement de tous les -désirs insatisfaits de l'âme, de toutes les peines sourdes du cœur, -s'unissant dans une sonorité vague qui expire en vaporeux murmure. -Toutes ces plaintes imperceptibles qui n'arrivent pas à la conscience -donnent en s'additionnant un résultat, elles traduisent un sentiment de -vide et d'aspiration, elles résonnent mélancolie. Dans la jeunesse, ces -vibrations éoliennes résonnent espérance: preuve que ces mille accents -indiscernables composent bien la note fondamentale de notre être et -donnent le timbre de notre situation d'ensemble». - -[283] Lo SHELLEY, nella poesia intitolata _A calm Winter Night_: - - Heaven's ebon vault, - Studded with stars unutterably bright, - Through which the moon's unclouded grandeur rolls. - -[284] _Alla luna._ - -[285] _La vita solitaria._ - -[286] _Il lume della luna ossia l'origine dell'ellera._ - -[287] _Alla luna._ - -[288] _An den Mond_: - - Füllest wieder Busch und Thal - Still mit Nebelglanz, - Lösest endlich auch einmal - Meine Seele ganz. - Breitest über mein Gefild - Lindernd deinen Blick, - Wie des Freundes Auge mild - Ueber mein Geschick. - -[289] _Bruto Minore._ - -[290] _Ultimo canto di Saffo._ - -[291] _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia._ - -[292] _Al conte Carlo Pepoli._ - -[293] _Ultimo canto di Saffo._ - -[294] Se ne ha la prova nel terzo libro dell'opera sua principale. -«Wie ästhetisch ist doch die Natur», esclama egli in un luogo (Vol. II, -_Ergänzungen_, cap. 33, p. 462). - -[295] _Op. cit._, vol. I, § 38, pp. 232-3. - -[296] - - Non fra sciagure e colpe, - Ma libera ne' boschi e pura etade - Natura a noi prescrisse, - Reina un tempo e Diva. - (_Bruto Minore_). - - Oh contra il nostro - Scellerato ardimento inermi regni - Della saggia natura! I lidi e gli antri - E le quiete selve apre l'invitto - Nostro furor: le violate genti - Al peregrino affanno, agl'ignorati - Desiri educa; e la fugace ignuda - Felicità per l'imo sole incalza. - (_Inno ai patriarchi_). - -[297] _Bruto Minore._ - -[298] _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_, ecc. - -[299] _Il risorgimento._ - -[300] _La ginestra._ Vedasi, tra le prose, il _Dialogo di un folletto e -di uno gnomo_, e il _Dialogo della natura e di un Islandese_. - -[301] _A Silvia._ - -[302] _Sopra un basso rilievo_, ecc. - -[303] _La vita solitaria._ - -[304] _La sera del dì di festa._ - -[305] _Il sogno._ - -[306] _A sè stesso._ - -[307] _Palinodia al marchese Gino Capponi._ - -[308] _La ginestra._ - -[309] _La quiete dopo la tempesta._ - -[310] _La ginestra._ - -[311] _Palinodia_ ecc. - -[312] _Aspasia._ - -[313] _Le ricordanze._ - -[314] _A sè stesso._ - -[315] _Alla primavera o delle favole antiche._ - -[316] _Ibid._ - -[317] _Le pèlerinage d'Harold._ - -[318] _Il risorgimento._ - -[319] _Sopra un basso rilievo_ ecc. - -[320] Il Leopardi nella _Ginestra_: - - Non ha natura al seme - Dell'uom più stima o cura - Ch'alla formica. - -[321] _La maison du berger._ In un luogo del suo giornale il poeta -chiama stupida la natura. L'AMIEL, dopo aver prodigato alla natura -i più teneri nomi, finisce a scrivere (_Op. cit._, vol. II, p. 78): -«Certes la Nature est inique, sans probité et sans foi». - -[322] «Dans ces bouleversements qui désolent la nature, il y a un baume -pour les plaies du cœur». NODIER, _Le peintre de Saltzbourg, Romans_, -Parigi, 1884, pag. 26. - -[323] _Obermann_, ediz. cit., pp. 510-4. - -[324] Nella poesia _An die Natur_: - - Da der Jugend goldne Träume starben, - Starb für mich die freundliche Natur. - -[325] - - E quando pur questa invocata morte - Sarammi allato, e sarà giunto il fine - Della sventura mia; quando la terra - Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo - Fuggirà l'avvenir; di voi per certo - Risovverrammi; e quell'imago ancora - Sospirar mi farà, farammi acerbo - L'esser vissuto indarno, e la dolcezza - Del dì fatal tempererà d'affanno. - -[326] _Prose_, pp. 246-8. - -[327] _Amore e morte._ - -[328] _Cantico del gallo silvestre; Prose_, p. 336. - -[329] Il buddistico Mâra è, a un tempo stesso, il principe dei piaceri -del mondo e il principe della morte, colui che seduce ed uccide. - -[330] _Paradise Lost_, l. X, vv. 249-51. - -[331] Alcun che di simile si ha pure in un racconto ebraico. Qui viene -opportuno il ricordo della famosa incisione di Alberto Dürer, dove si -vede effigiato un cavaliere che, senza dar segno alcuno di terrore, si -trova preso fra il diavolo da una parte e la morte da un'altra. - -[332] Vedi AUGUSTO CESARI, _La morte nella Vita Nuova_, Bologna, 1892, -pagine 11-12. - -[333] _Il Canzoniere annotato e illustrato da_ Pietro Fraticelli, -Firenze, 1861, pp. 115 e segg. - -[334] _Trionfo della fama_, cap. I, secondo la volgata. - -[335] _Vita nuova_, cap. XXIII. Cf. l'opuscolo del Cesari testè citato. - -[336] Sonetti: _Non può far Morte il dolce viso amaro_, e _Spirto -felice che sì dolcemente; Trionfo della Morte_, c. I. - -[337] _Kinder-und Hausmärchen_, N. 44. - -[338] Per il prolungamento di questa poetica tradizione nel secolo -XVI vedi CESAREO, _Nuove ricerche su la vita e le opere di Giacomo -Leopardi_, Torino, 1893, pp. 64-8. - -[339] Ma non ai tempi d'Omero. Achille nell'Hades confessava ad Ulisse -che avrebbe piuttosto voluto essere un bifolco sopra la terra che il re -delle ombre sotterra. - -[340] Vedi I. DELLA GIOVANNA, _L'uomo in punto di morte e un dialogo di -Giacomo Leopardi_, Città di Castello, 1892. - -[341] _Amore e morte._ Circa il sentimento di beatitudine che -l'uomo può provare in sul punto della morte vedi: EGGER, _Le moi des -mourants_; SOLLIER, MOULIN, KELLER, _Observations sur l'état mental des -mourants; Revue philosophique_, anno 1896, vol. 1. - -[342] Sonetti: _Alma felice, che sovente torni; Discolorato hai, Morte, -il più bel volto; Nè mai madre pietosa al caro figlio; Se quell'aura -soave de' sospiri; Levommi il mio pensier in parte ov'era; Vidi fra -mille donne una già tale; Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella; -Dolce mio caro e prezioso pegno; Deh qual pietà, qual angel fu sì -presto; Del cibo onde 'l Signor mio sempre abbonda; Ripensando a -quel ch'oggi il cielo onora; L'aura mia sacra al mio stanco riposo_. -Canzone: _Quando il soave mio caro conforto_. - -[343] Cito dall'edizione curata dal Mestica, _Le rime di Francesco -Petrarca restituite nell'ordine e nella lezione del testo originario_, -Firenze, 1896. - -[344] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. II, (_Ergänzungen_), -cap. 44, pagina 609. - -[345] Per più particolari vedi DE RIDDER, _De l'idée de la mort en -Grèce à l'époque classique_, Parigi, 1897. - -[346] _A sè stesso._ - -[347] Lett. 26 luglio e 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I, pp. -208, 243. In molt'altre sue lettere manifesta il Leopardi propositi -di suicidio. Lett. al fratello Carlo, luglio 1819 (_Epistol._, vol. I, -p. 212); al Brighenti, 7 aprile 1820 (p. 263); allo stesso, 21 aprile -1820 (p. 264); al Perticari, 30 marzo 1821 (p. 324); al Melchiorri, 19 -dicembre 1823 (p. 485); ad Adelaide Maestri, 24 giugno 1828 (vol. II, -p. 305); al De Sinner, 24 dicembre 1831 (p. 448). - -[348] Con argomenti che molto somigliano a quelli di Obermann. -Confrontinsi con gli argomenti di Werther e di Jacopo Ortis. - -[349] _Canto notturno_ ecc., ultimo verso. - -[350] _La quiete dopo la tempesta_, ultimi due versi. - -[351] Nella poesia intitolata _Le Gouffre_. Questo medesimo sentimento -espresse il Baudelaire in molti altri suoi versi. Confrontisi con la -_Comédie de la mort_ di Teofilo Gautier. - -[352] _Il pensiero dominante._ - -[353] Lett. al Giordani; _Epistol._, vol. I, p. 240. - -[354] _Amore e morte._ - -[355] _Cantico del gallo silvestre_, l. cit. - -[356] _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_ ecc. - -[357] _Ibid._ - -[358] _Il sogno._ - -[359] _A Silvia._ - -[360] _Il sogno._ - -[361] _Sopra un basso rilievo_ ecc. - -[362] _Sopra il ritratto di una bella donna_ ecc. - -[363] _A Silvia._ - -[364] La nota poetessa francese Luisa Ackermann, in un lungo e bello -componimento intitolato _L'Amour et la Mort_, ritrasse il contrasto -dell'Amore e della Morte, quello desideroso di eternità, questa -accelerante la fine; quello creator della vita, questa di ogni vita -distruggitrice. - -[365] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, capp. IV e VI; _Prose_, -pp. 283-4, 293; e altrove. - -[366] _Pensieri_, XXX. Cf. _Detti memorabili_, cap. V; _Prose_, p. 288. - -[367] _Ad Angelo Mai._ - -[368] _Inno ai patriarchi, o dei principii del genere umano._ - -[369] Lett. al De Sinner, 24 dicembre 1831; _Epistol._, vol. II, p. 450. - -[370] Lett. al Melchiorri, 3 ottobre 1825; _Epistol._, vol. II, p. 27. -Era il tempo in cui veniva preparando per l'editore milanese Stella -una edizione latina e un'altra latina e italiana di tutte le opere di -Cicerone. - -[371] Lett. allo Stella, 12 marzo 1826; _Epistol._, vol. II, p. 111. - -[372] Lett. al Melchiorri testè citata, _l. cit._ - -[373] Lett. al padre, 3 luglio 1826; _Epistol._, vol. II, p. 149. - -[374] _Opere inedite di Giacomo Leopardi pubblicate sugli autografi -recanatesi da_ Giuseppe Cugnoni, Halle, 1878-80, vol. II, pp. 369, 374. - -[375] Tra le carte del poeta, lasciate dal Ranieri, è una _Canzone -sulla Grecia_; ma non se ne conosce altro che il titolo, ed anzi -potrebbe darsi non ve ne fosse altro che l'argomento. Vedi CAMILLO -ANTONA-TRAVERSI, _Il catalogo de' manoscritti inediti di Giacomo -Leopardi sin qui posseduti da Antonio Ranieri_, Città di Castello, -1889, p. 19. Potrebbe darsi fosse tutt'uno con quella di cui lasciò -ricordo in altra sua scheda il poeta (vedi _Appendice all'epistolario e -agli scritti giovanili_, p. 239); nel qual caso avrebbe contenuto una -esortazione ai principi, perchè si commovessero ai casi della _povera -Grecia_, e un ricordo dei fatti di Parga. - -[376] _Opere_, Milano, 1854-63, t. IV, p. 414. - -[377] _Del rinnovamento letterario in Italia_, in _Bozzetti critici e -discorsi letterari_, Livorno, 1876, p. 169. - -[378] Lett. ad A. F. Stella, 27 marzo 1818; _Epistol._, vol. I, p. 131. -Le _Osservazioni_ del cavaliere Di Breme erano state pubblicate nello -_Spettatore_ del medesimo Stella. - -[379] Quella prima parte è conservata fra le carte lasciate dal -Ranieri, e sinora non fu potuta veder da nessuno. Vedi il _Catalogo_ -citato, p. 19. - -[380] Lett. al Giordani, 19 febbrajo 1819; _Epistol._, vol. I. p. 172. - -[381] _Opere inedite_ cit., vol. II, p. 371-3. In una sua lettera del -18 luglio 1826 Luigi Stella esortava ancora il Leopardi a scrivere -intorno allo spirito della letteratura italiana a que' tempi. -_Epistol._, vol. III, p. 357. - -[382] Il romanticissimo Obermann, scostandosi dalle opinioni della -Staël c dello Chateaubriand riferite di sopra, stimava la mitologia -conferir molto al sentimento della natura e all'arte, e non taceva -divario, per tale rispetto, fra mitologia classica e mitologia non -classica. «Quand les arbres, les eaux, les nuages sont peuplés par les -âmes des ancêtres, par les esprits des héros, par les dryades, par les -divinités; quand des êtres invisibles sont enchaînés dans les cavernes -ou portés par les vents; quand ils errent sur les tombeaux silencieux, -et qu'on les entend gémir dans les airs pendant la nuit ténébreuse, -quelle patrie pour le cœur de l'homme! quel monde pour l'éloquence!». -Lett. LXX, ediz. cit., p. 392. - -[383] _Vénus de Milo_ in _Poèmes antiques_. - -[384] Appartiene arche questa, insieme con _Hypathie_, ai _Poèmes -antiques_. - -[385] _L'Anti-mitologia, sermone da_ GIUSEPPE BELLONI, _antico militare -italiano, indirizzato al sig. cavaliere_ Vincenzo Monti _in risposta di -un sermone sulla mitologia da quest'ultimo pubblicato_, Milano, 1825, -p. 17. Fu questa una delle molte risposte che s'ebbe il sermone del -Monti. - -[386] Lett. al Broglio. 13 agosto 1819; _Epistol._, vol. I, p. 223. - -[387] _Dialogo di Tristano e di un amico; Prose_, p. 442. - -[388] _Pensieri_, C. - -[389] _Pensieri_, XLVIII, XLIX. - -[390] _Dialogo della moda e della morte: Prose_, p. 51. - -[391] _Palinodia_ ecc.; _Proposta di premii fatta dall'Accademia dei -Sillografi_. - -[392] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 281. - -[393] _Dialogo di Tristano e di un amico; Prose_, p. 453. - -[394] _Ibid.; Palinodia_ ecc. - -[395] _Pensieri_, I. - -[396] _Epistol_., vol. I. pp. 337-8. - -[397] _Ibid._, p. 242. - -[398] _Prose_, p. 359. - -[399] Lett. 14 agosto 1820; _Epistol._, vol. I, p. 289. Vedi un'altra -lettera di quel medesimo mese, allo stesso, p. 291. - -[400] Questo Adolphe ha molta somiglianza col Leopardi, col quale ha -in comune la melanconia e la timidezza orgogliosa, la noja e quella -strana ironia che non ischifa di accompagnarsi con l'entusiasmo. Il De -Vigny lasciò scritto nel suo giornale: «Oh! fuir! fuir les hommes et se -retirer parmi quelques élus, élus entre mille milliers de mille!». - -[401] Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I, p. 243. - -[402] _La vita solitaria._ - -[403] _Pensieri_, LXXXV. - -[404] _Storia del genere umano; Prose_, p. 27. - -[405] _Histoire de la littérature anglaise_, 2ª ediz., Parigi, 1866-71, -vol. IV, pagina 285. Una osservazione. Per opera della civiltà, della -specificazione della cultura e della division del lavoro, i nostri -_simili_ divengono da noi sempre più _dissimili_, e i dissimili, se da -un sentimento o da un'idea superiore non sono consigliati altrimenti, -tendono a segregarsi. _Chi si somiglia si piglia_ e _Qui se ressemble -s'assemble_: se questi proverbii son veri, altrettanto veri sono i loro -contrarii. - -[406] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 57. - -[407] Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I. p. 243. - -[408] _Dialogo di Plotino e di Porfirio; Prose_, p. 404; _Pensieri_, -LXVII, LXVIII. - -[409] Vedi LOSACCO, _Il sentimento della noja nel Leopardi e nel -Pascal; Atti dell'Accademia reale delle scienze di Torino_, 1895. - -[410] _Pensieri_, LXXXIV, LXXXV. - -[411] _Il risorgimento._ Cf. _Le ricordanze_. - -[412] _A sè stesso._ - -[413] _Troisième lettre à M. de Malesherbes_, 26 gennajo 1762. Molte -volte, nel corso di queste pagine, si sono notate tra il Leopardi e -il Rousseau conformità di pensiero e di sentimento. Altre assai se -ne potrebbero notare. Del resto lo stesso poeta avverti tra sè e il -filosofo ginevrino certa somiglianza. Vedi _Detti memorabili di Filippo -Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 279. Vedi pure il Pensiero XLIV, dov'è -citata una opinione del Rousseau, ma non il nome. - -[414] Lo stesso DE MUSSET nella _Confession d'un enfant du siècle_: «Je -serai un homme, mais non une espèce d'homme particulière». - -[415] Non per questo credo si possa parlare di vagabondaggio del -Leopardi (Vedi PATRIZI, _Op. cit._, p. 170-1). Il Leopardi diede -prove di assiduità e di perseveranza negli studii meravigliose. Nessun -paragone è possibile fra lui e un vero e proprio e confesso vagabondo -quale il Verlaine. La irrequietezza del Leopardi, quel non potersi -trovare a lungo in un luogo senza desiderar di partirsene, quelle -frequenti mutazioni di sede, non provano ciò che si vorrebbe far loro -provare. «Il viaggiare mi ammazza», scriveva egli al Puccinotti: e -«in che luogo si può star contento senza salute?» al fratello Carlo -(_Epistol._, vol. II, pp. 187, 229). Ma ciò richiederebbe più lungo -discorso. Parmi, del resto, che la paresi motoria, asserita dal Patrizi -(p. 149), mal possa accordarsi col vagabondaggio. - -[416] _Catalogo_ cit., p. 11. - -[417] _Epistol._, vol. I, p. 241. - -[418] «Poetry, in a general sense, may be defined to be _the expression -of the imagination_». _A Defence of Poetry_, in principio. - -[419] Lett. 27 novembre 1818; 19 febbrajo 1819; 20 marzo 1820; -_Epistol._, vol. I, pp. 150, 174-5, 260. - -[420] Andrea Chénier s'era contentato di dire: - - Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques. - -E il Pindemonte raccomandava al Foscolo: - - antica l'arte - Onde vibri il tuo stral, ma non antico - Sia l'oggetto in cui miri. - -[421] Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; _Epistol._, vol. I, pp. 339-40. - -[422] Lett. 21 maggio 1819; _Epistol._, vol. I, p. 201. - -[423] Lett. a Venanzio Broglio, 21 agosto 1819, e al Brighenti, 28 -maggio 1821; _Epistol._, vol. I, pp. 233, 334. - -[424] _Opere inedite_, vol. 11, p. 371. - -[425] Lett. al Vieusseux, 21 gennajo 1832; _Epistol._, vol. II, p. 454. - -[426] _Opere inedite_, vol. II, pp. 369-70, 374. - -[427] Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316. - -[428] Lett. al Puccinotti, 5 giugno 1826; _Epistol._, vol. II, p. 142. -Il Leopardi stesso disse di amare «per inclinazione di natura con certa -parzialità la poesia»; ma ebbe in conto di «bene meschino letterato -quegli che non sapesse scrivere altro che versi». Lett. al Giordani, 30 -maggio 1817; _Epistol._, vol. I, pp. 73-4. - -[429] Il DE SANCTIS (_Studio su Giacomo Leopardi_, 2ª ediz., Napoli. -1894, pagine 182-3) parla di questi disegni leopardiani di letteratura -civile e patriottica, ma attinenze col romanticismo non ne rileva. -Parmi anzi ch'egli giudichi un po' troppo alla lesta quando dice (p. -244): «Leopardi avea comune con tutti i letterati di quel tempo, -massime i classici e i puristi, il disprezzo della moltitudine, -l'orrore del volgare e del luogo comune. La poesia dovea essere togata -e solenne, sopra alla realtà, e, come diceasi, ideale». Dai luoghi che -ho riferiti, quel disprezzo delle moltitudini non appare. Riconosco -di buon grado che il Leopardi non addimostra per gli umili quella -tenerezza che tanto è notabile in Werther; ma gli umili, in alcune sue -poesie, nella _Sera del dì di festa_, nella _Quiete dopo la tempesta_, -nel _Sabato del villaggio_, sono ricordati con tutt'altro che con -disprezzo. - -[430] Lett. al Colletta, marzo 1829; _Epistol._, vol. II, p. 357. - -[431] Lett. al Giordani, 8 agosto e 30 maggio 1817; _Epistol._, vol. -I, pp. 89, 77. Vedi una breve nota circa i pregi rispettivi dell'una e -dell'altra lingua nell'_Appendice all'epistolario_, p. 246. - -[432] Lett. al Giordani. 20 novembre 1820; _Epistol._, vol. I, p. -308. Nel 1816 CARLO GIUSEPPE LONDONIO aveva, nella sua _Risposta d'un -Italiano ai due Discorsi di madama la baronessa De Staël-Holstein_, -contraddetto al consiglio che costei dava agl'Italiani di molto -leggere e tradurre gli scrittori stranieri. Invano aveva giudicato il -Goethe che chi conosce una lingua sola gli è come se non ne conoscesse -nessuna. - -[433] Lett. 25 luglio 1826; _Epistol._, vol. II, p. 153. - -[434] Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; _Epistol._, vol. I. pp. -339-40. Cfr. DE SANCTIS, _Op. cit._, pp. 341-2. - -[435] Lett. al Giordani, 20 novembre 1820; _Epistol._, vol. I, p. 308. - -[436] _Dai vari pensieri, Appendice all'Epistolario_, p. 248; Lettera -al padre, 8 luglio (1831?); _Epistol._, vol. II, p. 427. - -[437] Lett. 26 giugno 1832; _Epistol._, vol. II, p. 487. - -[438] Nel Num. 61, gennajo 1826. - -[439] Lett. al De Sinner, 21 giugno 1832; _Epistol._, vol. II, p. 485. - -[440] Per tropp'altre prove è risaputo quanto fosse tenace nelle -inimicizie il Tommaseo; ma questa mi sembra davvero una delle -più curiose. In quel suo libretto: _Di Giampietro Vieusseux e -dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo_, Firenze, -1863, del Leopardi non è ricordato neppure il nome. Oh, santa carità -dei letterati, anche religiosissimi! e questo aveva scritto, tra -l'altro, _Bellezza e civiltà_! - -[441] Lett. al Melchiorri, 8 gennajo 1825; _Epistol._, vol. I, p. 523. - -[442] L'_Antologia_, t. XXVIII (1827), fasc. III, p. 273. Qui si -discorre dei _Versi_ stampati in Bologna nel 1826. Lo stesso Montani -lodò poi i _Canti_ pubblicati dal Leopardi in Firenze nel 1831 (t. -XLII, fasc. I, pp. 44-53). Vedi intorno al troppo dimenticato critico -_Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani_, Capolago, -1843. - -[443] _Epistol._, vol. II, p. 141. - -[444] Lett. al Vieusseux, 15 dicembre 1828; _Epistol._, vol. II, p. 341. - -[445] Non dovette conoscere questo passo di lettera lo ZANELLA, il -quale s'affaticò a dimostrare che il Leopardi aveva letto il Byron, -e anche lo Shelley, del quale, per altro, il Leopardi non fa parola. -Vedi _Percy-Bysshe Shelley e Giacomo Leopardi_, nei _Paralleli -letterari_, Verona, 1885, pp. 245 segg. In un sunto di lettura fatta -dallo ZDZIECHOWSKI all'Accademia delle scienze di Cracovia (_La poésie -de Leopardi considérée dans ses rapports avec les principaux courants -littéraires en Europe; Bulletin international de l'Accadémie des -sciences de Cracovie, Comptes rendus des séances de l'Année_ 1892), si -legge che il Leopardi non imitò e non ammirò mai il Byron, ma che, ciò -nondimeno, le sue prime poesie sembrano inspirate dallo stesso spirito -di quello, e che il Leopardi diede la soluzione più larga dei problemi -concernenti la vita posti dal Byron (?!). Questo scritterello, così -largo di promesse nel titolo, è pieno d'inesattezze e di avventati -giudizii. Ci si afferma, tra l'altro, che l'amor di patria fu nel -Leopardi cosa effimera, dovuta ad influsso del Giordani. - -[446] Nel 1832 CESARE CANTÙ pubblicava nell'_Indicatore_ di Milano -il suo saggio _Di Vittore Hugo e del romanticismo in Francia_, -accompagnando molto sensatamente e molto equamente le lodi di qualche -biasimo, ma invitando insomma i giovani italiani a prendere esempio dal -poeta francese. - -[447] L'_Antologia_, t. XXXV (1828), fasc. I, pp. 185-6. -Nell'_Antologia_ il Tommaseo si sottoscriveva con le iniziali K, X, Y. - -[448] _Dai varii pensieri; Appendice all'Epistolario_, pp. 251-2. -Nell'edizione bolognese del 1824 il Leopardi ristampava, rifatta in -parte, la dedica al Monti. Mi par ragionevole credere che il severo -giudizio sia posteriore a quell'anno. - -[449] Lett. al Vieusseux. 31 dicembre 1827; _Epistol_., vol. II. p. 271. - -[450] _Epistol_., vol. II. p. 241. - -[451] _Ibid_., pp. 234-5. - -[452] _Manzoni e Leopardi_; _Nuova Antologia_, vol. XXIII (1873), p. -763. - -[453] _Epistol_., vol. II, p. 278. - -[454] _Ibid_., p. 304. - -[455] _Ibid_., p. 303. Per altri particolari vedi BENEDETTUCCI, -_Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni_, scritto ripubblicato nel già -citato volume di C. ANTONA TRAVERSI, _Studj su Giacomo Leopardi_. Vedi -nello stesso volume un _Saggio cronologico di una bibliografia del -Leopardi e del Manzoni_. - -[456] Lett. alla sorella Paolina, 12 novembre 1827; _Epistol_., vol. -II, p. 247. Quasi le stesse parole scriveva il poeta al Vieusseux quel -medesimo giorno, _ibid_., p. 248. - -[457] L'Oriente, tanto sfruttato da una generazione intera di -romantici, appare soltanto nell'_Inno ai patriarchi_, con l'aranitica -valle - - Di pastori e di lieti ozi frequente. - -[458] Cf. MARC DE MONTIFAUD, _Les romantiques_, Parigi, 1878, p. 3. - -[459] _Opere inedite_ cit., vol. II, p. 372. - -[460] Il PLUEMACHER scrisse (_Op. cit_., p. 116): «Il Leopardi è poeta -perchè ha ragion di dolersi; ma si sente che se le cose sue andassero -bene, se egli potesse avere una sequela di giorni lieti, le ragioni -del poetare gli verrebbero meno». E il PATRIZI (_Op. cit_., p. 133): -«L'erompere dell'anima lirica coincide in Leopardi colle prime minacce -del male al suo benessere». Credo avesse piuttosto ragione il BOUCHÈ -LECLERQ di scrivere (_Giacomo Leopardi, sa vie et ses œuvres_, Parigi. -1874, p. 168): «La nature avait fait Leopardi poète. Elle lui avait -donné la sensibilité délicate et l'imagination vive dont la réunion -constitue le tempérament poétique». Era già un poeta il fanciullo che -con lunghi immaginosi racconti intratteneva i suoi compagni di giuoco. - -[461] _Chateaubriand et son groupe littéraire sous l'empire_, nuova -edizione, Parigi, 1872, troisième leçon, p. 114. Cf. quanto nel -capitolo II fu detto della fantasia del Leopardi. - -[462] A far meglio intendere ciò gioverebbe istituire un raffronto fra -le _Ricordanze_ e la _Vigne et la maison_, poesie di affine argomento. - -[463] Qui, e il più delle volte altrove, per immagine intendo, non -quella dei retori, ma quella degli psicologi, e propriamente quel -residuo della percezione che può essere ravvivato nella memoria. - -[464] Il PLUEMACHER, _Op. e l. cit._ - -[465] Com'è noto il Gautier da prima si consacrò alla pittura, poi -l'abbandonò per darsi alle lettere. - -[466] PATRIZI, _Op. cit._, p. 98. Vedi ivi stesso le osservazioni sulla -sensitività cromatica del poeta. - -[467] Lett. alla sorella Paolina, 19 dicembre 1825; _Epistol._, vol. -II, p. 72. - -[468] Vedi addietro a pp. 223-4. - -[469] KRANTZ, _Le pessimisme de Leopardi; Revue philosophique_, anno V -(1880) vol. II, p. 412 n. - -[470] _Epistol._, vol. I, p. 408; vol. II, pp. 149. 246-7. 248. 214. - -[471] Dell'Aspasia dice il poeta che appar _circonfusa d'arcana -voluttà_. Questa denotazione è assai vaga e generica, ma pure ottiene -l'effetto di suscitare il fantasma. E perchè? Perchè, commovendo -direttamente in noi il senso erotico e genesiaco, e quel tutto insieme -di ricordi e d'immaginazioni che gli suol far compagnia, ci suscita -dentro l'immagine della donna più avvenente e più desiderabile di cui -sia capace la fantasia di ciascuno di noi. Dante, che fu un visuale -poetico forse insuperabile, nel più bel sonetto della _Vita Nuova_ non -descrive punto Beatrice, ma accenna soltanto ch'ella fa diventar muta -ogni lingua, e dice che, - - Benignamente d'umiltà vestuta, - -par cosa venuta di cielo in terra, e che dà una dolcezza al core che -non la può intendere chi non la prova, e che dal suo volto muove uno -spirito soave pien d'amore - - Che va dicendo a l'anima: sospira! - -eppure, chi dopo aver letto que' quattordici versi, non riesce a vedere -l'_angelica forma_, non so qual altro miracolo di penna o di pennello -gliela potrebbe mai far vedere. Dove si nota che la pittura non può far -vedere le cose se non ritraendole, e la poesia le può far vedere senza -ritrarle; e ciò dovrebbero meditare coloro che credono di avvantaggiar -la poesia accomodandola dei mezzi che appartengono alla pittura e -privandola de' suoi proprii. - -[472] La poesia suggestiva, più di quella che chiameremo espositiva o -rappresentativa, richiede lettore esperimentato e colto, perchè essa -non può suggerire in sostanza se non ciò ch'è già in qualche modo -nell'animo nostro. - -[473] _Studio_ già citato, p. 231. Perciò ebbe giusta ragione il -Mestica d'intitolare _Il verismo nella poesia di Giacomo Leopardi_ un -saggio inserito nella _Nuova Antologia_ del 1º luglio 1880. - -[474] Intorno alla sensitività termica e dolorifica del Leopardi vedi -PATRIZI, _Op. cit._, pp. 100-1. - -[475] Cap. II; _Prose_, p. 260. - -[476] Vedi PATRIZI, _Op. cit._, p. 100. Quando leggo que' versi: - - L'aura di maggio movesi ed olezza, - Tutta impregnata dall'erba e dai fiori; - -e quegli altri: - - Non avea pur natura ivi dipinto, - Ma di soavità di mille odori - Vi facea un incognito e indistinto; - -non posso tenermi dal credere che quel gran naso di Dante fosse dotato -di più sottil senso che non quell'altro gran naso del Leopardi. - -[477] Com'è felice in quel _fluttuare_ anche l'immagine ottica! - -[478] Scrisse il PATRIZI (_Op. cit._, p. 142) che nell'opera artistica -del Leopardi «si discerne sempre l'influenza della sua debolezza». Non -direi sempre. - -[479] Lett. al Melchiorri, 5 marzo 1824; _Epistol._, vol. I, pp. 496-7. - -[480] Sul modo di comporre del Byron vedi ELZE, _Lord Byron_, 3ª ediz., -Berlino, 1886, pp. 408-11. - -[481] Leggasi questo passo del giornale di Maurizio De Guérin (pp. -93-4): «J'ai chômé dans l'inaction la plus complète mes six semaines de -vacances..... Mais ce repos, cette _accalmie_ n'avait pas éteint le jeu -de mes facultés ni arrêté la circulation mystérieuse de la pensée dans -les parties les plus vives de mon âme..... Je goûtais simultanément -deux voluptés..... La première consistait dans l'indicible sentiment -d'un repos accompli, continu et approchant du sommeil; la seconde me -venait du mouvement progressif, harmonique, lentement cadencé des -plus intimes facultés de mon âme, qui se dilataient dans un monde -de rêves et de pensées, qui, je crois, était une sorte de vision en -ombres vagues et fuyantes des beautés les plus secrètes de la nature -et de ses forces divines». E leggasi ora questo dell'Amiel (vol. -I, p. 52): «Oui, il faut savoir être oisif, ce qui n'est pas de la -paresse. Dans l'inaction attentive et recueillie, notre âme efface ses -plis, se détend, se déroule, renaît doucement comme l'herbe foulée -du chemin, et, comme la feuille meurtrie de la plante, répare ses -dommages, redevient neuve, spontanée, vraie, originale. La rêverie, -comme la pluie des nuits, fait reverdir les idées fatiguées et pâlies -par la chaleur du jour. Douce et fertilisante, elle éveille en nous -mille germes endormis. En se jouant, elle accumule les matériaux pour -l'avenir et les images pour le talent». - -[482] _Epistol._, vol. I, p. 261. - -[483] Lett. 5 gennajo 1821; _Epistol._, vol. I. p. 313. - -[484] Lett. 10 settembre 1821; _Epistol._, vol. I, p. 242. - -[485] Lett. 16 gennajo 1829; _Epistol._, vol. II, p. 347. - -[486] Lett.... marzo 1829; _Epistol._, vol. II. pp. 357-8. - -[487] _Les confessions_, parte prima, l. III. - -[488] Lett. 4 agosto 1823; _Epistol._, vol. I, p. 466. - -[489] Lett. al Giordani. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I. p. 62. - -[490] Nella lettera al Melchiorri poc'anzi citata, scriveva: «Gli altri -possono poetare sempre che vogliono, ma io non ho questa facoltà in -nessun modo, e per quanto mi pregaste, sarebbe inutile, non perchè io -non volessi compiacervi, ma perchè non potrei. Molte altre volte sono -stato pregato e mi sono trovato in occasioni simili a questa, ma non ho -mai fatto un mezzo verso a richiesta di chi che sia, nè per qualunque -circostanza si fosse». - -[491] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 60. - -[492] _Studi filologici_, p. 282. - -[493] _Die Welt_ ecc., vol. II, cap. 37. p. 484. - -[494] _Alla luna._ La più parte de' suoi canti migliori il Leopardi -compose nel detestato soggiorno di Recanati, dove si aggravavano di -solito tutti i suoi mali, e dov'egli si sentiva più disperatamente -infelice. - -[495] La natura e la moda nelle _Operette morali_; il mondo in un -dialogo inedito. - -[496] Che il contrasto forma, in certo qual modo, l'anima della poesia -del Leopardi, fu avvertito già da parecchi, e largamente dimostrato da -I. DELLA GIOVANNA, _La ragion poetica dei canti di Giacomo Leopardi_, -Verona, 1892. - -[497] _Schopenhauer e Leopardi_; _Saggi critici_, 4ª ediz., Napoli, -1881, p. 296. Ma nel già più volte citato _Studio_, a p. 292, il De -Sanctis scrisse: «A Giordani e agli altri letterati potè parere quella -prosa un deserto inamabile, e più uno scheletro che persona viva». - -[498] _Abbozzo dell'opera Storia dello spirito pubblico d'Italia per_ -600 _anni considerato nelle vicende della lingua_; _Opere_, t. IX. p. -109. - -[499] _Studio su Giacomo Leopardi_, pp. 289, 292. - -[500] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817 e 12 maggio 1820; _Epistol._, -vol. I, pagine 60, 272. - -[501] Lett. al Giordani, 21 giugno 1819; _Epist._, vol. I. p. 207. - -[502] Lett. al Giordani, 12 maggio 1820; _Epistol._, vol. I. p. 272. - -[503] Vedi addietro, p. 339. - -[504] _Appendice all'epistolario e agli scritti giovanili_, pp. 248-9. - -[505] Non so se il Giordani si fosse lasciato persuadere dal Vida, il -quale prescriveva, a chi volesse divenir poeta, assidua e diligente -lettura di Cicerone. - -[506] Lett. del 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, pp. 61-3. - -[507] Nè ad essa contraddiceva il Leopardi, quando, col Paciaudi, -chiamava la prosa la _nutrice del verso_. _Appendice all'epistolario_, -p. 243. - -[508] La metrica del Leopardi potrebbe dare argomento a lungo discorso; -ma non è qui luogo da ciò. Il tema fu toccato già da parecchi; ma -nessuno, ch'io sappia, ne fece trattazione ordinata e compiuta. - -[509] Per le questioni cui può dare materia il ritmo, vedi NEUMANN, -_Untersuchungen zur Psychologie und Aesthetik des Rhythmus_; -_Philosophische Studien_ X (1894). - -[510] Veggasi ciò che scriveva al Giordani il 27 di marzo del 1817; -_Epistol._, vol. I. p. 41. - -[511] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova -Antologia_, Serie IV, vol. LXVII (1897). - -[512] _Die Entartung_, 2ª ediz., Berlino, 1893, vol. I. pp. 201, 203-5. - -[513] Ai nuovi spasimanti della natura, epigoni inconsapevoli di -Gian Giacomo Rousseau, e, come questo, condannati alle più stridenti -contraddizioni, raccomanderei la lettura e la meditazione di quel breve -ma succoso saggio cui lo STUART MILL pose titolo _Nature_. - -[514] _Lettre à la jeunesse_, nel volume intitolato _Le roman -expérimental_, pagina 103. Un officio in tutto simile fu pure assegnato -alla poesia dal Nordau. - -[515] Debbo avvertire che, discorrendo del simbolismo, io prendo la -parola simbolo nel suo significato più largo, intendendo per esso, -così il simbolo propriamente detto, come l'allegoria: e ciò faccio, non -tanto per amore di semplicità, quanto per attenermi all'uso stesso dei -simbolisti. - -[516] Lo stesso HUYSMANS, l'autore ultrarealista e pornografo -di _Marthe_ e di _les sœurs Vatard_, convertito al cattolicismo, -pubblicherà fra breve un romanzo intitolato _Cathédrale_, e si accinge -a scrivere la Vita di Santa Lidvina. Peccato che questa santa donna -lasci desiderar qualche cosa sotto il rispetto della celebrità! -La buona memoria di Pietro Aretino parmi s'avvisasse assai meglio -scrivendo la _Vita di Santa Caterina_, la _Vita di San Tommaso -d'Aquino_, la _Vita di Maria Vergine_ e la _Umanità di Cristo_. - -[517] _The origin and function of music_, nel vol. II degli _Essays_, -edizione del 1891, pp. 424-6. - -[518] Vedi tra i recentissimi FOUILLÉE, _Le mouvement idéaliste et la -réaction contre la science positive_, Parigi, 1896, pp. XXVII-XXVIII. -Parmi meriti d'essere ricordato che, sino dal 1707, Giambattista Vico -affermava, in una delle sue orazioni inaugurali, la virtù della scienza -nel togliere _la varietà delle opinioni_ e conciliare _l'uomo con -l'uomo_. - -[519] Veggasi il libro del compianto GUYAU, _L'art, au point de vue -sociologique_, Parigi, 1889, libro di molto valore, sebbene non iscevro -d'errori. - -[520] _L'Ermitage_, aprile 1894. - -[521] Alcuni simbolisti italiani ostentano di parlare del De Sanctis, -non pure con ammirazione, ma con venerazione. Fanno benissimo; ma non -dovrebbero dimenticare ch'egli espresse una sua saldissima e costante -opinione quando, nel saggio su Francesca da Rimini, scrisse che quello -che non si riesce a capire non merita d'essere capito, e che _quello -solo è bello che è chiaro_. - -[522] _La littérature de tout à l'heure_, Parigi, 1889, p. 324. - -[523] _The philosophy of style; Essays_, ediz. cit., vol. II, p. 356. - -[524] Sulla potenza suggestiva delle grandi scene di paese, vedi le -belle osservazioni dello SPENCER, _The Principles of Psycology_, 3ª -ediz., Londra. 1881. vol. I, cap. VIII, p. 485. - -[525] Parlo, s'intende, in generale; ma non voglio escludere la -possibilità che, _tra persone in cui il fenomeno si produce in modo -affatto eguale_, il fenomeno stesso dia occasione e modo di ottenere -certi _effetti_ d'arte. V. SUAREZ DE MENDOZA, _L'audition colorée. -Étude sur les fausses sensations secondaires physiologiques et -particulièrement sur les pseudo-sensations de couleur associées aux -perceptions objectives des sons_, Parigi. 1890. - -[526] Non mancano in Italia alcuni giovani che sentono altamente -dell'arte, ripugnano agli andazzi, e, cercando il nuovo, non credono -però necessario di vituperar tutto il vecchio. Se dovessi parlare di -loro, parlerei con quella lode che stimo esser loro dovuta. - -[527] Qualcuno potrebbe obbiettarmi: E le recenti prose e i -recenti versi del D'Annunzio? Riconosco in quelle prose e in que' -versi l'influsso del simbolismo; ma non per questo ho in conto di -simbolista il D'Annunzio. Anzi le più spiccate e veramente proprie -sue virtù d'artista mi pajono contrastare al simbolismo e non potersi -conciliare con esso. Chi scrisse, per citare un esempio, l'_Allegoria -dell'autunno_, non può non essere un nemico nato della _chanson grise_. - -[528] _L'évolution de la poésie lyrique en France au dix-neuvième -siècle_, Parigi. 1894. vol. II, pp. 255-56. - -[529] Ma non alle macchine tipografiche, con l'ajuto delle quali, -fattosi editore di sè stesso, guadagnò molti quattrini! - -[530] _Geschichte der Aesthetik in Deutschland_, Monaco, 1868, pp. 74 e -segg., 512-14. - -[531] Tale appunto è la tesi sostenuta dal FECHNER, _Vorschule der -Aesthetik_, Lipsia, 1876, dal GUYAU, _Les problèmes de l'esthétique -contemporaine_, Parigi, 1884, e, più recentemente ancora, dal RUTGERS -MARSHALL, _Pain, Pleasure and Aesthetics_, Londra, 1894. - -[532] Vedi in proposito RIBOT, _La psychologie des sentiments_, Parigi, -1896, pp. 301 e segg. - -[533] _Le naturalisme au théâtre_, nel già citato volume _Le roman -expérimental_, pp. 141, 147. - -[534] Fra le tendenze avverse al naturalismo bisogna pure annoverare -quella che si manifesta nello psicologismo, e che ha trasformato, negli -ultimi anni, il dramma ed il romanzo. Il naturalismo non conosce quasi -altra vita interiore se non quella ch'è determinata da cause esterne: -lo psicologismo fa conoscere tutta una vita interiore complicatissima, -immediatamente determinata dall'azione e reazione degli elementi e dei -fatti psichici gli uni sugli altri. Il naturalismo tende a dissolvere -l'uomo nell'ambiente; lo psicologismo a circoscriverlo in mezzo a -quello. - -[535] Copiosissima sopratutto in Germania, dove la _Deutsche Arbeiter -Dichtung_ e il _Socialdemocratisches Liederbuch_ empiono più volumi. -Che nel settentrione d'Europa l'idea sociale s'è quasi insignorita del -teatro è risaputo da tutti; e che alcuni dei molti drammi suscitati -da quell'idea sono opere d'arte di gran valore non fa bisogno di -ricordare. - -[536] Questo breve scritto comparve la prima volta nella _Nuova -Antologia_, Serie III, vol. XXXIII (1891). Lo ripubblico ora, -sembrandomi che le congetture espressevi non sieno state contraddette -dai fatti. - -[537] _Principles of psychology_, 3ª ediz., Londra, 1881, pp. 531. segg. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Foscolo, Manzoni, Leopardi, by Arturo Graf - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI *** - -***** This file should be named 62813-0.txt or 62813-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/2/8/1/62813/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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