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-The Project Gutenberg EBook of Foscolo, Manzoni, Leopardi, by Arturo Graf
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-this ebook.
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-
-Title: Foscolo, Manzoni, Leopardi
-
-Author: Arturo Graf
-
-Release Date: August 1, 2020 [EBook #62813]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI ***
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-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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- FOSCOLO
- MANZONI, LEOPARDI
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- SAGGI
- DI
- ARTURO GRAF
-
- AGGIUNTOVI
-
- PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI
- E
- LETTERATURA DELL'AVVENIRE
-
- (Ristampa)
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- TORINO
- Casa Editrice
- GIOVANNI CHIANTORE
- Successore ERMANNO LOESCHER
- —
- 1920
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- Proprietà Letteraria
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- Torino — Tipografia VINCENZO BONA (13500).
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- ALLA MEMORIA
- DELL'UNICO MIO FRATELLO
- OTTONE
- CHE A ME IN OGNI COSA PREVALSE
- FUORCHÈ NEL FAVORE
- DELLA FORTUNA
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-RILEGGENDO LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS[1]
-
-
-I.
-
-Molto fu scritto intorno alle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_, e da
-molti, che con varii intendimenti, con criterii di giudizio o dissimili
-solo o a dirittura contrarii, con disposizione d'animo quando avversa
-e quando benevola, ne indagarono la origine e la storia, ne scrutarono
-la intenzione e lo spirito, ne notarono le qualità buone e cattive.
-Ne scrisse a più riprese il Foscolo stesso, il quale pochissimo amico
-del criticismo in teoria, da lui, come da altri, giudicato un vero e
-pessimo flagello delle lettere, fu più volte, in pratica, forzato a
-fare il critico di sè stesso, e ad esporre pubblicamente le ragioni
-e i propositi dell'arte sua; e se è provato oramai ch'egli affermò
-circa il suo romanzo assai cose non vere, è fuor di dubbio altresì
-che dell'indole de' personaggi, del procedimento dell'azione, della
-moralità della favola recò alcuni giudizii che per aggiustatezza ed
-acume non furono sorpassati da chi ne prese a ragionar dopo lui. Su
-taluno de' suoi giudizii tuttavia ci sarebbe molto a ridire, e più ci
-sarebbe a ridire su certi giudizii di critici posteriori, anche sommi.
-Io non intendo già di riprendere e gli uni e gli altri ordinatamente in
-esame, e confrontarli e discuterli, chè sarebbe lavoro lungo, minuto
-e fastidioso; ma avendo riletto di questi giorni il romanzo, e ancora
-molte altre cose foscoliane, e il _Werther_ per giunta, ho pensato di
-gittar sulla carta alcune considerazioni suggeritemi da quella lettura,
-dalle quali può darsi che o l'uno o l'altro di quei giudizii riceva o
-correzione o compimento.
-
-Fra i molti dubbii che le _Ultime lettere_ possono sollevare nell'animo
-di un lettore non più giovane, non appassionato, non disattento, è
-questo forse uno dei principali: Com'è che Jacopo s'innamora? Data la
-condizione dell'animo suo, quale egli stesso la viene manifestando, è
-cosa naturale, è cosa conforme alle leggi da cui è governata la nostra
-vita morale, che l'amore s'insinui in quell'animo? e che s'insinui in
-esso con tanta prontezza e senza contrasto? e che se ne insignorisca
-a quel modo? L'innamoramento di Werther, il quale per tanti rispetti
-si riscontra con l'innamoramento di Jacopo, ci appare cosa in tutto
-verisimile e naturale; ma Jacopo non è Werther; e che anzi sia
-profondamente diverso da quello ognuno può conoscere da sè, anche se
-ignori le giustissime osservazioni che il Foscolo stesso ebbe a fare
-sulla grande disparità loro; e anche se sappia ciò che inutilmente esso
-Foscolo da prima tentò di occultare, avere cioè Jacopo, sino dal tempo
-della prima orditura del romanzo, avuto il suo prototipo in Werther[2].
-
-Jacopo non ha se non ventitrè anni quando scrive la lettera con cui
-principia il romanzo. Egli è assai giovane d'anni, ma da questa in
-fuori non si direbbe esservi in lui altra giovinezza. Dell'antecedente
-sua vita poco accenna egli stesso, e noi non intendiamo bene perchè
-sia così invecchiato innanzi tempo; ma ben ci avvediamo che molto
-visse con la mente e col cuore, e che giunto all'età in cui gli altri
-giovani si affacciano alla vita, egli, per contro, è oramai maturo alla
-morte. Vedete l'anima sua da quali pensieri, da quali affetti è presa
-e soggiogata. Egli odia quel mondo in cui appena si può dire che abbia
-mutati i primi passi; insorge contro la società de' suoi simili, che
-tutta gli par fondata sull'ingiustizia e retta dalla menzogna; dispera
-di tutta la razza umana, irreparabilmente malvagia, codarda, infelice;
-non crede alla scienza, indagatrice oziosa d'inutili veri. Ha un senso
-doloroso, profondo, perpetuo della propria e della universale miseria,
-della disperata vanità di tutte le cose. Nell'ardente e commossa
-fantasia gli si colora il sogno d'una felicità ch'egli nè cerca, nè
-spera, fatto conscio ormai dell'universa illusione, e che patria,
-gloria, amore, virtù non sono se non fantasmi. A sorreggerlo, quasi
-con la lusinga di non so quale orgogliosa e solitaria grandezza, gli
-entra nell'animo una opinione, per cui egli si stima un tratto in tutto
-diverso dagli altri uomini, e diviso da essi e da ogni loro opera e
-cura; ma anche di questa illusione si ravvede, e conosce, e confessa di
-non essere altro che _uno dei tanti figliuoli della terra_, ingombro
-di _tutte le passioni e le miserie_ della sua specie. Non nega Dio;
-ma lo teme più che non l'adori; e non sa se il cielo badi alla terra,
-e non sa se qualche cosa dell'uomo sopravvive alla morte. E la morte
-egli aspetta _tranquillamente_ quando la stima vicina; ma se gli appaja
-ancora lontana, eccolo che smania di cacciarsi un _coltello nel cuore_,
-o che solo s'acqueta _dimenticandosi_ d'esser vivo.
-
-Ora, così fatto giovane vede Teresa, _la divina fanciulla_, della
-quale forse nemmeno il nome gli era noto innanzi, e il vederla e il
-sentirsene preso gli è un punto solo, e frutto dell'averla veduta
-il tornarsene _a casa col cuore in festa_. Io non domando già se
-sia possibile ciò, perchè i limiti del possibile, quando si tratta
-della natura dell'uomo, sono troppo incerti e mal noti; ma domando
-se l'autore abbia ciò giustificato abbastanza, e se abbia condotto
-l'avvenimento in guisa da lasciare appagato l'animo di chi legge, senza
-suscitarvi dentro alquanta di quella perplessità e di quella ritrosia
-che, secondo i casi, o si risolvono in un vago e quasi inconsapevole
-scontentamento, o provocano la critica precisa e consapevole. E a me,
-se ho a dire il vero, pare che non abbia.
-
-Intendo, se non tutte, parecchie delle ragioni che mi si possono
-opporre. L'anima di Jacopo non è così distrutta come può sembrare a
-primo aspetto. Il processo della dissoluzione è bensì cominciato in
-lei, è anche andato molt'oltre, ma non ha però compiuto il suo corso,
-non è nemmeno giunto a quel segno di là dal quale nessuna ripresa di
-vita o di speranza è più possibile. Molte energie durano in Jacopo,
-le quali, pur essendo dannate a morire tra breve, non vogliono ancora
-morire. Considerate che il suo intelletto e il suo cuore sono in pieno
-dissidio fra loro; considerate ch'egli è un vortice di contraddizioni.
-Se lo guardate da un lato, egli vi appare quale un pessimista disperato
-e incurabile; se lo guardate da un altro, egli si dà a conoscere
-per un entusiasta focoso e indomabile. Ha in conto di fantasmi, gli
-è vero, la patria, la gloria, l'amore, la virtù; ma la illusione
-non è ancor tanto lontana da lui che una qualche riverberazione non
-gliene rimanga nell'animo; e quei fantasmi egli adora, e per quei
-fantasmi egli spasima. S'infiamma di generoso entusiasmo leggendo
-Plutarco; si scioglie in dolcissime lagrime leggendo il Petrarca;
-e mette la compassione sopra tutte le altre virtù; e lo rapisce lo
-spettacolo della viva natura; e lo empie quasi di un senso di religiosa
-venerazione lo spettacolo della bellezza e della grazia muliebre. Egli
-è così lontano ancora da quell'atonia in cui si sommerge lo spirito
-caduto d'ogni speranza e orbato d'ogni fede, che sente sempre dentro di
-sè _un demone che l'arde, lo agita, lo divora_. E il suo cuore non è un
-cuor morto; anzi è un cuore che _non può soffrire un momento, un solo
-momento di calma_, e che, _ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al
-dolore_. Chi dirà che un sì fatto uomo, il quale, per giunta, fa assai
-più stima della passione che non della ragione, non sia più in grado
-d'innamorarsi? Chi dirà che un animo aperto a tanti altri affetti debba
-esser chiuso all'amore? Forse domani, o doman l'altro, egli non si
-potrà più innamorare; ma oggi egli può innamorarsi ancora.
-
-Queste ragioni hanno la loro forza, e non possono essere negate.
-Gli è certo che Jacopo si trova in una condizione d'animo duplice e
-ambigua; ch'egli passa alternatamente da uno stato a un altro stato
-contrario; e che se nell'uno sembra impenetrabile all'amore, nell'altro
-sembra tutto aperto all'amore. Nè questa è maniera di contraddizione
-che ripugni alla umana natura, la quale può ricevere, e riceve
-tuttodì, infinite altre contraddizioni, onde molto di romanzesco e
-di drammatico si deriva nella vita di ciascun uomo. Dirò di più, che
-quando incomincia il romanzo di Jacopo, c'è una ragione particolare
-dispositiva perchè Jacopo s'innamori. Jacopo ha perduto la patria e con
-essa la occasion principale e il principal fine di ogni sua operosità.
-Egli ha come un vacuo nell'anima, e la naturale tendenza ch'è in
-ciascuno di noi a ristorare in qualche modo il perduto, promuove ed
-agevola quanto può colmare quel vacuo. Perduta una ragione di vivere,
-l'istinto ne sollecita un'altra, che la possa supplire. Con la patria
-ancora incolume, forse Jacopo non si sarebbe innamorato, o il suo
-amore sarebbe stato d'indole più temperata, e circoscritto entro più
-angusti confini: con la patria disfatta, Jacopo s'innamora a guisa
-d'uomo perduto, perchè innamorarsi è vivere; e l'amore cresce in lui
-prepotente e smodato.
-
-Non perchè dunque Jacopo s'innamori potrà essere rimproverato al
-Foscolo di non avere osservato la verisimiglianza e d'esser venuto
-meno alle naturali convenienze del suo soggetto; anzi al Foscolo stesso
-noi potremo credere quando afferma che esso Jacopo _è presentato tale
-qual era, ne' casi della sua vita, nell'età ch'egli aveva, nelle sue
-opinioni e passioni, e in tutti i moti tempestosi dell'anima sua_; e
-gli potremo credere senza andare troppo minutamente a cercare se diceva
-in tutto in tutto il vero quando scriveva ad Antonietta Fagnani: _Mi
-sono fedelmente dipinto con tutte le mie follie nell'Ortis_; e quando
-scriveva a madama Bagien che i Francesi, leggendo tradotte le _Ultime
-lettere_, avrebbero potuto conoscere tutti i sentimenti e tutte le idee
-di lui. Non di avere immaginato un personaggio e un'azione inverisimile
-accuseremo il Foscolo, ma bensì di non aver saputo scorgere tutte le
-molte difficoltà del suo soggetto; di non avere avuto sempre a mano
-l'arte che si richiedeva a fare della pittura di quel personaggio e
-del racconto di quell'azione un tutto sempre coerente e intelligibile,
-tale da ottenere senza fatica il pieno assentimento dei leggitori.
-Il romanzo ci presenta certi effetti e certe conclusioni, ma delle
-cause di quelli e delle premesse di queste non porge idea abbastanza
-chiara. La passione e l'azione si svolgono presso a poco alla maniera
-di un ragionamento a cui sieno state tolte più e più proposizioni
-intermedie, necessarie a legare e compiere il senso. Il racconto rimane
-come ingombro di nodi insoluti: la _motivazione_ è insufficiente; e
-tropp'altre cose mancano in esso, le quali non tutte si può pretendere
-che sieno supplite dalla fantasia del lettore, per quanto si voglia
-fare del lettore intelligente un collaboratore dell'autore. Appunto
-perchè Jacopo ci appare duplice, avremmo voluto che la storia dell'amor
-suo ritraesse un po' più particolarmente e un po' più fedelmente
-il contrastare di quei due uomini che si affrontano in lui, e il
-soverchiare e il ritrarsi quando dell'uno e quando dell'altro. Tale
-quale si legge, la storia sembra esser quasi di un solo dei due anzichè
-d'entrambi; il che parrebbe giustificato qualora, in virtù appunto
-dell'amore, l'uno riuscisse a sloggiar l'altro; ma giustificato non
-può parere quando si vede che i due seguitano a contrapporsi ed a
-contrastare sino alla fine. Insomma, essendo questo dell'_Ortis_ un
-romanzo psicologico, mi sembra che lasci desiderare una più diligente,
-più sottile e più ricca psicologia. Il Foscolo avrebbe forse potuto
-supplire, almeno in parte, al difetto con porre a fronte di Jacopo una
-Teresa meno eterea, meno astratta, meno incomunicabile; una Teresa
-che non fosse una immagine dipinta, buona solo ad essere adorata in
-silenzio, ma donna viva e parlante; una Teresa che, pur rimanendo
-fermissima nel suo proposito di virtù, avesse saputo in qualche modo
-farsi incontro al povero Jacopo, e mutare di tanto in tanto in un
-dialogo l'eterno e disperato soliloquio di lui. Parlando con Teresa,
-Jacopo avrebbe potuto dire a schiarimento dell'esser proprio assai
-cose le quali non riesce a scrivere all'amico Lorenzo. Ma il Foscolo
-cadde ancor egli in questo errore di credere che per fare di una donna
-un oggetto in tutto degno di ammirazione convenga farne una essenza
-angelica, una idea, un'astrazione; per figurare la donna perfetta
-cancellare la donna. Questo errore gli può essere perdonato facilmente;
-ma non così facilmente gli può essere perdonata la opinione, da lui
-mantenuta negli anni provetti, che questa impalpabile Teresa sia
-creatura superiore alla Carlotta del _Werther_, per quanto alcune
-osservazioni ch'egli viene facendo intorno a quella Carlotta possano
-parere giuste e ingegnose[3]. E la astrattezza essendo carattere, non
-della sola Teresa, ma di tutti più o meno, i personaggi del romanzo,
-i quali (notava il De Sanctis) _appariscono sulla scena come i primi
-schizzi su di un cartone, disegni appena sbozzati e rimasti in idea_,
-si vede come sempre più venisse tolto a Jacopo il modo e l'opportunità
-di esplicare e chiarire tutta quella parte di sua vita interiore che
-noi a fatica possiamo andar congetturando e indovinando.
-
-Certo, fare che egli stesso la venisse esplicando e chiarendo, o altri
-per lui, era cosa di somma difficoltà; e non è da meravigliare che il
-Foscolo, giovanissimo quando compose il romanzo, o non l'avvertisse
-tutta, o non riuscisse a vincerla; e, del resto, non so veramente
-s'egli ebbe mai, nemmeno negli anni maturi, le particolarissime qualità
-d'ingegno che ci sarebbero volute al bisogno, e che mai non mancarono
-al Goethe. Ma gli è certo altresì che se il Foscolo fosse riuscito a
-mettere, per questa parte, nel suo romanzo, ciò che vi manca, il suo
-romanzo non avrebbe dato argomento a un altro sfavorevole giudizio, il
-quale non può essere notato d'ingiusto, sebbene non mi paja scevro di
-qualche esagerazione.
-
-Il De Sanctis, parlando del romanzo da par suo, scriveva: «Siamo alla
-fine del quinto atto; la catastrofe è succeduta, pubblica e privata;
-al protagonista non resta che puntarsi la spada nel petto come Catone,
-o, come un personaggio di Alfieri, _cacciarsi un coltello nel cuore
-per versare il sangue fra le ultime strida della patria_. Qui comincia
-il libro: qui, dove cala il sipario, comincia la rappresentazione». E
-soggiungeva che «il suicidio era già compiuto nell'anima»; e che «la
-tragedia non ci è più: ci è una situazione lirica nata dalla tragedia»;
-e che «una situazione così esaltata nel suo lirismo, non può troppo
-protrarsi senza che la diventi monotona e sazievole»; e che «una
-situazione così tesa fin dal principio potea dar materia ad un canto,
-com'è la Saffo; non se ne potea cavare un romanzo, se non stirandola
-e riempiendola di accessori fortuiti, non generati intrinsecamente
-dal fatto»[4]. Chiunque abbia letto il romanzo senz'essere trascinato
-egli stesso da un po' di quella passione che trascina il protagonista,
-conoscerà che c'è molto del vero in queste parole, ma forse non
-tutto il vero. Che da quella situazione, benchè tanto tesa sin da
-principio, si potesse pur ricavar un romanzo, anche senza inzepparlo
-di accessorii fortuiti, a me sembra certissimo. Che nel _Werther_
-ci sia, come nota lo stesso De Sanctis, una _storia psicologica_
-molto più abilmente svolta che non nell'_Ortis_, io concedo assai di
-buon grado, nè parmi si possa negare; ma che nell'_Ortis_ non ci sia
-punto storia psicologica, e che per contro vi stagni _la palude e
-l'acqua morta_, non mi pare si possa asserir con ragione. Proponete
-quella stessa stessissima situazione ad uno dei sottilissimi nostri,
-e talvolta troppo sottili romanzieri psicologi, e vedrete s'e' saprà
-cavarne una storia psicologica, e se anzi non c'è pericolo che ne
-cavi troppa. Anche nell'_Amleto_ la situazione è tesissima sin da
-principio, ed è sempre sostanzialmente la stessa dal primo all'ultimo
-atto; eppure guardate che macchina di dramma seppe formarci sopra lo
-Shakespeare. E quanti altri esempii a questo proposito si potrebbero
-ricordare opportunatamente! La colpa dunque fu assai più del Foscolo
-che della situazione; e del resto nell'opera stessa del Foscolo c'è più
-romanzo e più storia psicologica che a primo aspetto non paja. Appunto
-quando il racconto incomincia, incomincia pel protagonista un ordine
-nuovo di casi, che susciteranno nell'anima sua nuove passioni, e lui
-trarranno a nuovi cimenti. Egli era dannato, perduto, finito; ma ecco
-che in quella vita già prossima a spegnersi irrompe una subitanea,
-non preveduta energia; e questa energia è l'amore, la più rigogliosa
-e trasformatrice di quante mai ne può ricevere l'anima umana. Che
-avverrà di Jacopo? Il poeta ci dice che Jacopo era «suicida per indole
-d'anima e per sistema di mente»; ma anche ci dice che l'amore cominciò
-a «ristorar dolcemente» quell'anima, e ad adescarla «in segreto di
-care speranze», e a spargervi dentro alcun poco di refrigerio; e
-che le due passioni, la politica e l'amorosa, sostennero «d'alcuna
-speranza per diciotto mesi quel giovine disperato». Dunque, sia pure
-per poco, la situazione è mutata. Dunque c'è materia a romanzo. Jacopo
-stesso consiglia il suicidio all'uomo cui più non rimanga ragione di
-vivere; ma come si potrà dire che manchi ragion di vivere all'uomo
-innamorato, tanto che duri in lui qualche speranza dell'amor suo? «La
-catastrofe», ci dice ancora il poeta, «non che volerla occultare, è
-manifestata sin dalle prime pagine e dal titolo del volume», e ciò
-è vero; ma non tanto vero che molti dubbi non possano nascere in noi
-intorno a ciò che Jacopo sarà per fare: e ogni nuovo dubbio è come una
-nuova via aperta all'azion del romanzo. Però mi pare che avesse qualche
-ragione il Carrer quando diceva che nel _Werther_ «il caso è regolare»,
-mentre «nell'_Ortis_ ha una grande individualità, ed ora si arresta e
-fa mostra di dare addietro, ora va a balzi impetuosi e divora in un
-attimo lunghissima via». Che farà Jacopo? Amando con tanta passione
-Teresa, permetterà egli che altri gliela tolga? E sapendosi riamato
-da Teresa permetterà ch'ella viva infelicissima tutto il tempo della
-vita sua a fianco di un uomo aborrito? E se Jacopo, a furia di pensarci
-su, riuscisse a persuadersi che il signor T. e il signor Odoardo e
-gl'interessi e la quiete di quella famiglia non meritano ch'egli faccia
-il sacrificio del proprio amore e della vita? E se scrutando un po' a
-fondo certe sue riluttanze morali, e discutendo certi suoi scrupoli,
-riuscisse a scoprire non essere cosa gran fatto morale che una
-fanciulla dia la mano di sposa ad un uomo quando ha già dato il cuore
-ad un altro, e che la osservanza di una promessa già fatta non è in tal
-caso tanto morale quanto potrebbe sembrare a chi confonde la morale
-col formalismo farisaico? E se in un momento di ebbrezza, trovandosi
-_soli e senza alcun sospetto_, Jacopo e Teresa imitassero senza alcuna
-meraviglia da parte del lettore, il presumibile esempio di Paolo e
-di Francesca? E se dopo di ciò Jacopo portasse via Teresa per andar
-a morire insieme con lei in qualche luogo ignoto e lontano? Oppure
-se Jacopo ammazzasse Odoardo, come gliene viene la tentazione? O se,
-colto da un furor pazzo e bestiale, ammazzasse, oltre al rivale, anche
-l'amata e il padre di lei e poi sè stesso?
-
-Come si vede, non sono poche le congetture che il lettore, anche
-sapendo che Jacopo finirà con l'ammazzarsi, potrebbe formare; nè io
-ho preteso di numerarle tutte. E se mi si concede che almeno alcune di
-esse sono tali che il lettore non ha ragione di ricusarle prima d'esser
-giunto alla conclusione, mi si dovrà ancora concedere che il cammino
-dell'azione non sia poi così rigorosamente e immutabilmente prescritto
-come parve al De Sanctis, e che, almeno in potenza, sia nel romanzo
-alquanta più storia psicologica ch'ei non disse.
-
-
-II.
-
-Un altro non lieve difetto fu rimproverato al romanzo del Foscolo:
-quello di menare ostentatamente di fronte due grandi e ben diverse
-passioni, le quali sembrano doversi intralciare e impedire a vicenda:
-la politica e l'amore; e di chiudere in sè quasi due anime, delle quali
-l'una non troppo sappia dell'altra. E anche qui bisogna riconoscere
-che il rimprovero non manca d'esser giusto. Non so se mai vi sia
-stato lettore delle lettere dell'Ortis, il quale non abbia ricevuto
-un pochin di noja da quell'alternarsi di sfoghi politici e di sfoghi
-amorosi, da quella, non so se dire crudezza o improntitudine, con cui
-l'una passione s'intraversa nell'altra; e che non abbia desiderato, o
-che il patriota fosse meno acceso di Teresa, o che l'innamorato fosse
-meno caldo della patria. Dicono che quella duplicità di passione scema
-l'interesse invece di accrescerlo, disperde l'attenzione, raffredda il
-sentimento; e certo non dicono male. Dicono ancora che nel _Werther_ è
-assai più interezza ed unità; e credo dican benissimo. Già il Foscolo
-sentì la forza della censura, e nella _Notizia bibliografica_ cercò di
-rispondervi. «Che poi due passioni così diverse», egli scriveva, «quali
-pur sono il furore di patria e l'amore, possano ardere simultaneamente
-nell'anima d'un solo individuo, e tutte due si manifestino spesso in
-uno stesso periodo e, talvolta, in una sola frase, è fenomeno naturale
-e può ammettere spiegazione; ma sì strano a ogni modo, che se fu
-alcuna rara volta mostrato in una o due scene di qualche tragedia non
-deve essere ripetuto per duecento e più facciate in un libro: e chi
-disse che quelle lettere _hanno due anime_, le censurò con argutissima
-verità». Ciò nondimeno, alquanto più oltre reca parecchi argomenti co'
-quali s'ingegna di far vedere, non solo che le due passioni possono, a
-un tempo stesso, capire nella stessa anima umana; ma, ancora, che nel
-caso particolare dell'Ortis deriva dal concorso loro più d'un effetto
-per cui l'azione rimane, in alcune sue parti, meglio giustificata e
-chiarita. Della possibilità del concorso egli poteva recare in prova,
-oltre che l'esempio di Giulio Cesare e l'autorità del Montaigne,
-come fa, anche l'esempio suo proprio, dacchè nel tempo appunto in
-cui attendeva a dar l'ultima forma al romanzo, egli, perduto dietro
-alla Fagnani, scriveva l'_Orazione a Bonaparte pel Congresso di
-Lione_[5]. Quanto poi al giovamento che l'azione del romanzo trae da
-quel concorso, io veramente credo che avrebbe potuto essere di molto
-maggiore se maggiore fosse stata, anche in questo caso, l'arte del
-poeta; o che, almeno, avrebbe potuto essere molto minore il danno, se,
-per esempio, il poeta avesse scritto il romanzo quando invece scriveva,
-molto più maturo di anni e di animo, la _Notizia bibliografica_.
-
-Se non che si può forse dire a difesa di quel concorso una cosa che
-non cadde in mente al Foscolo. Le due passioni sono veramente legate
-nell'idea del romanzo assai più di quanto appajano legate nella
-narrazione. Infatti, se Jacopo non avesse perduta la patria; se la
-condizione dell'Italia non fosse quale egli la vien descrivendo nelle
-sue lettere, i casi della vita di lui potrebbero prendere tutt'altra
-piega, riuscire a tutt'altro fine. Profugo, sprovveduto, insidiato,
-egli non può sperare, e non può quasi desiderare, di ottenere Teresa
-in isposa; ma perchè non avrebbe potuto e desiderare e sperare di
-ottenerla se non fosse stato nè profugo, nè sprovveduto, nè insidiato?
-L'esser ella di famiglia nobile, ed egli di plebea, poteva dar luogo a
-difficoltà, ma forse non invincibili, malgrado delle idee del padre.
-Dunque una ragione politica è quella, se ben si guarda, che prima
-condanna l'amore di Jacopo a una fine infelice. Da altra banda, se
-diversa fosse stata la condizione dell'Italia, il padre di Teresa
-non avrebbe avuto bisogno di schermirsi da pericolosi sospetti, e di
-assicurare la sorte propria e di tutta la famiglia imparentandosi col
-marchese Odoardo. Dunque una ragione politica è quella che condanna
-Teresa al sacrificio. Come scindere in tale condizione di cose la
-politica dall'amore? Come non confondere in una sola sventura le
-due sventure che fanno sanguinare il cuore del giovane? Questi non
-può pensare alla fanciulla amata senza che la sua mente subito corra
-alle più forti ragioni che gliene contrastano il possesso, e perciò
-alla patria; e non può pensare alla patria senza che la sua mente
-subito corra all'ultimo danno che gli viene dalla rovina di quella,
-l'impossibilità, cioè, di ottenere la fanciulla amata. Così l'anima sua
-rimbalza perpetuamente da Teresa alla patria, e dalla patria a Teresa.
-
-Se il lettore non s'avvede della necessità di questo giuoco doloroso,
-e s'impazienta, e grida che propriamente Jacopo non sa quel che si
-voglia, la colpa non è già tanto della situazione, quanto dell'autore,
-che non seppe adoperarvi attorno gli avvedimenti opportuni.
-
-
-III.
-
-Che il Foscolo sia stato un campione ardentissimo e indomabile del
-classicismo quando già il classicismo piegava alla fine, è cosa così
-universalmente risaputa, e tante volte ripetuta, che il ricordarla e
-il ripeterla ancora potrebbe parere peggio che ozioso. Anche lasciando
-di considerare quelli tra' suoi migliori componimenti poetici ov'egli
-trasfuse veramente un'anima greca; anche mettendo da banda quelle
-innumerevoli lettere sue, e quelle tante altre sue prose, dove i
-ricordi classici d'ogni maniera ricorrono con così fitta e spesso
-così importuna frequenza da stancar ogni lettor più longanime; basta
-ricordare la sua dottrina intorno alla lirica, e la sua dottrina
-intorno alla tragedia, per dover subito riconoscere che l'Italia non
-ebbe altro classico più classico di lui, e che il Monti, nonostante
-il sermone sulla mitologia, deve contentarsi di venirgli secondo.
-Perciò non è a meravigliare s'egli ebbe in odio il romanticismo; se nel
-_Gazzettino del Bel Mondo_ diede addosso a quei giovani che «cavalcando
-i destrieri nuvolosi di Odino... rompono lance in onore della _poésie
-romantique_»; e se prendendo occasione dal _Carmagnola_ del Manzoni,
-di quel Manzoni a cui non aveva altra volta risparmiata la lode, fece
-fronte alla nuova scuola in modo non meno risoluto che disdegnoso.
-
-Ma un dubbio nasce in chi legge le opere ed esamina la vita di
-questo singolare poeta e singolarissimo uomo. Fu proprio il Foscolo
-così interamente e sostanzialmente classico quale ce lo vengono
-predicando? Non ebbe lacune il suo classicismo, non ebbe inquinamenti?
-E per ispiegarci meglio: se alcuno venisse a dirci che per entro al
-classicismo del Foscolo serpeggia più di una vena di romanticismo,
-direbb'egli cosa da doverglisi rinfacciare come un'eresia? Non credo.
-E primamente, per parlare in generale, nessun classicista mai fu
-tutto classico, perchè non è possibile ad un uomo moderno farsi greco,
-latino, pagano, checchè la credula e sciocca albagia si possa andar
-persuadendo in proposito. I classicisti non furono classici che per
-approssimazione e in variabile misura, secondo che riuscirono, più
-o meno, a conformare al modo antico il modo loro di pensare e di
-sentire, e la loro arte all'arte antica. Nè vi fu classicista mai per
-quanto classico, che non desse luogo dentro di sè a molte, benchè non
-confessate, o non sapute, modalità mentali del suo tempo, tutt'altro
-che classiche. Poi, quanto al Foscolo in particolare, mi sembra si
-possa dire che l'indole sua e la vita gli dovevan permettere anche
-meno che ad altri di esemplare in sè pienamente l'antico. Ora io credo
-che il Foscolo ebbe parecchio del romantico, non solo negli anni suoi
-giovanili, ma anche dopo, e per tutto il tempo della non lunga sua
-vita; e credo che certi atteggiamenti romantici fossero congeniti in
-lui, e, più dei classici, connaturali all'indole sua. E anche questo è
-argomento che si collega con le _Ultime lettere_.
-
-Per ciò che spetta agli anni giovanili non vi può essere incertezza.
-Sappiamo che dal Cesarotti egli imparò ad ammirare i poemi di Ossian,
-e che ebbe care le lugubri fantasie di Edoardo Young, le quali
-rivivono in alcuni dei primi suoi versi, come la elegia _In morte
-di Amaritte_, e quella intitolata _Le rimembranze_. Altre sue brevi
-poesie di quel tempo (1796-1797), quali il sonetto che incomincia:
-«Quando la terra d'ombre è ricoverta», e gli sciolti _Al Sole_,
-hanno un colorito romantico che non può sfuggire a nessuno. Veniamo
-alle _Ultime lettere_. Sono esse o non sono romantiche? Facendo tale
-domanda si fa quasi implicitamente quest'altra: È, o non è romantico
-il _Werther_? Per rispondere basterà ricordare che il giovane Werther,
-il quale antepone Ossian a Omero, è non solo un personaggio romantico,
-ma a dirittura come il capostipite di tutta una famiglia romantica;
-che aveva ragione il Lessing quando diceva che nessun giovane greco
-o romano si sarebbe innamorato e poi ucciso al modo di Werther;
-che l'aveva quasi madama di Staël, quando a proposito della forma
-epistolare data dal Goethe al suo romanzo, diceva che gli antichi non
-pensarono mai a dare così fatta forma alle loro finzioni (e scordava
-le _Eroidi_ di Ovidio, il quale fu considerato come un precursor dei
-romantici); e finalmente che il romanzo del Goethe fu uno dei libri che
-più accesero la fantasia a Giovanni Ludovico Tieck, romanticissimo fra
-i romantici. Perciò, con esso, il Goethe ajutò senza dubbio alcuno e
-promosse quella scuola romantica di fronte alla quale mutò poi e rimutò
-atteggiamento.
-
-È a lamentare che sieno andati perduti certi _pensieri_ del Monti
-intorno all'_Ortis_, perchè forse si sarebbe potuto rilevare da essi
-che certe vestigia dell'_audace scuola boreal_ egli le aveva sapute
-scorgere nel romanzo, e perchè forse ci sfogava attorno un qualche
-poetico e classico risentimento. Ma anche senza il suo ajuto, ognuno
-può vedere per questa parte più che non bisogni. Indubitatamente
-le _Ultime lettere_ sono scrittura d'inspirazione e d'intonazione
-romantica, sebbene non vi si riscontri questo aggettivo fatale, che per
-ben due volte compare nel _Werther_. Romantico è in esse il carattere e
-il tono della passione; romantico quel considerar la ragione come cosa
-men alta e men degna del sentimento; romantico il modo di vedere, di
-sentire, di ritrar la natura; romantica tutta la storia di Lauretta;
-romantica l'enfasi e l'esagerazione del linguaggio, che sempre trasmoda
-nel lirico; romantica la fusion dell'autore col personaggio di cui
-narra la storia. E se qua e là ci si abbatte in quelle lettere a
-qualche frasca o zerbineria mitologica; e se in un luogo sbucan fuori
-non so che najadi o ninfe; e se Jacopo si scalmana dietro agli eroi di
-Plutarco; ciò non basta a togliere al libro il carattere romantico che
-per tanti rispetti gli si appartiene. E se quell'inframmettente del
-Sassoli si deve biasimare per avere voluto finir di suo, e malamente,
-quel primo saggio dell'_Ortis_ che fu la _Vera istoria di due amanti
-infelici_, lasciato a mezzo dal Foscolo, non potrà già, a parer mio,
-biasimarsi d'averne franteso e alterato il carattere, quando nella
-seconda parte dà luogo a quell'Ossian che non l'aveva potuto trovar
-nella prima e ci stiva tanto del Young quanto ce n'entra. Aggiungasi
-che le _Ultime lettere_ furono in Italia, come il _Werther_ in
-Germania, uno dei libri più cari alla gioventù romantica, quello,
-fra tutti, che aperse (è il Foscolo stesso che rammaricandosene ce ne
-assicura) più profonde ferite nel petto delle fanciulle patetiche[6].
-
-Ora, il romanticismo delle _Ultime lettere_ è un indice del
-romanticismo del Foscolo. Intendo che sì fatta asserzione può suscitare
-molte e non lievi obbiezioni, ma non tali, credo, che la buttino a
-terra. Di che romanticismo del Foscolo, si dirà, andate voi ragionando,
-se del 1800 è l'ode per la Pallavicini, e del 1802 quella per l'_Amica
-risanata_, pregne l'una e l'altra di mitologia e di spirito greco?
-E non è del 1803 la versione di Callimaco? E non è del luglio del
-medesimo anno la lettera a Giambattista Niccolini giovinetto, nella
-quale il Foscolo dice, tra l'altro, che i classici sono _le sole fonti
-di scritti immortali_? Ora son quelli per l'appunto gli anni in cui
-il Foscolo rivede il suo romanzo, lo conforma meglio col _Werther_, lo
-riduce a lezione definitiva, lo stampa intero.
-
-Il tema è delicato, e se ne vuol discorrere con circospezione, e
-intendersi bene. Io non dico già che il Foscolo fosse un romantico:
-dico ch'egli ebbe del romantico nel modo di sentire, di pensare, di
-atteggiarsi, di vivere; e che l'anima sua, capace, come egli stesso
-ne avverte, di molte contraddizioni, somiglia a un fiume formato dal
-concorrere di più acque, varie d'origine, di temperatura e di colore e
-non anche fuse insieme. E molto più romantico certamente sarebb'egli
-riuscito se non fosse stata tutta classica la sua educazione; e se
-dalla qualità di greco non avess'egli creduto di ricevere come una
-particolarissima obbligazione e consacrazione di classicità; e se dai
-casi e dalle tristi esperienze della vita, e dal disgusto di quanto
-si vedeva d'attorno egli non fosse stato, dirò così, quotidianamente
-risospinto verso l'antico. Le quali ragioni tutte, del resto,
-non valsero ad impedire che qualche sottil vena di romanticismo
-s'infiltrasse nei _Sepolcri_, e che la _Ricciarda_ riuscisse una
-tragedia riboccante di romantici orrori[7]; e non tolsero al poeta,
-la cui fede classica appar molto scossa negli ultimi anni, di dire,
-parlando delle _Grazie_, che forse un giorno in altri suoi versi non si
-sarebbero più vedute le deità dei Gentili.
-
-Chi voglia farsi un'idea del romanticismo giovanile del Foscolo, basta
-ponga mente a due cose: l'una, che la prima materia del romanzo la
-porsero le lettere a quella Laura intorno a cui si fecero già tante
-congetture e tante dispute; l'altra, che le lettere ad Antonietta
-Fagnani si riscontrano in moltissimi luoghi, come fu notato, con
-le lettere del romanzo. Quante movenze, quante espressioni, quanti
-riscaldamenti romantici in quelle lettere alla Fagnani, la quale
-era, lei, tutt'altro che romantica! Prima di tutto, la passione,
-stimolata dì e notte dalla fantasia, esacerbata dalla riflessione,
-artificiosamente incalzata di là da' suoi termini naturali, intricata
-nelle peripezie di romanzesche avventure, con ostentazione di mistero,
-sospetto d'inimicizie coperte, ansietà di tradimenti, repentagli
-di duelli, ruggiti di rabbia e dì dolore, aspettazione di morte,
-minacce di suicidio. Chè il Foscolo ebbe tutto il tempo di vita sua il
-desiderio, e dirò pur l'ambizione, di uno di quegli amori smisurati,
-fatali, mortali, che tutti i romantici sognarono; e fra tanti ch'ei
-n'ebbe, non n'ebbe uno solo mai che veramente fosse di quel carattere,
-checchè ne possa egli dire e voler far credere nelle sue lettere
-amorose, e sebbene parecchi degli amori suoi, anche prima di quello
-colla Fagnani, fossero stati romanzeschi a segno da meritargli da
-colei il soprannome di _romanzo_ e _romanzetto ambulante_. Poi quella
-mostra vanagloriosa e quel come culto di una infelicità maggiore di
-ogni altra infelicità, e nel tempo stesso più nobile di ogni altra,
-e più recondita, e più fatale, disperata di soccorso, perpetua,
-inintelligibile ai profani, ajutata da un'arte crudele e squisita
-di _esulcerare le proprie piaghe_, chè l'arte di Jacopo, mentre le
-_Lettere_ di Jacopo sono, a detta dello stesso Foscolo, il libro
-del cuore del Foscolo. Onde quel parlar sempre, e sino alla sazietà,
-di delusioni irreparabili, e di contraddizioni fra il sentimento e
-l'esperienza, e di un sentir troppo intenso e profondo, e di _anima che
-divora il corpo_, e di cuore che è _eterna causa di pianto_, e di un
-_tempo presente divorato col timor del futuro_; e quelle notti insonni,
-popolate di fantasmi, e quell'orror pei viventi, e quello stemperarsi
-continuamente in lacrime, e il _piacere dell'infortunio_, fratel
-carnale della pindemontiana e anglogermanica _gioja del dolore_ (_joy
-of grief; Wonne der Thränen_), e l'oppio e il digiuno, e il pugnale
-liberatore. Poi anche la incurabile melanconia che lo possedette fin
-da fanciullo; quella stessa pensosa e poetica melanconia, che più
-antica assai dello Chateaubriand, dal quale Teofilo Gautier la voleva
-scoperta o inventata[8], giudicata dal Cesarotti uno dei caratteri del
-genio, celebrata in Italia dal Bertola e dal Pindemonte, derisa dal
-Parini, fu, vera o finta, uno dei contrassegni particolari d'infiniti
-romantici, molti dei quali dovettero invidiare al Foscolo la _magra
-e melanconica persona_, di cui sembra che questi inorgoglisse, pure
-conoscendosi brutto. «Le melanconie», egli diceva, «non mi lasciano che
-di rado, ed io ne godo ch'esse alberghino meco»[9]. E alla melanconia
-s'accoppiava una vaghezza di sentimenti _patetici_ e di _patetiche_
-viste, onde il poeta si congratulava con l'amica, perchè un ritratto di
-lei, sebbene poco somigliante, pure serbava _tutto tutto il suo caro e
-patetico atteggiamento_. Aggiungete poi un grande disprezzo per quella
-_stupidità che si chiama saviezza_, un odio orgoglioso per ogni maniera
-di volgo, un gesto da fulminato impenitente, una ostentazione di animo
-imperterrito, e per soprammercato, i rimorsi di Didimo Chierico, e
-poi ditemi, se in mezzo alle molte contraddizioni, e ai non pochi
-vacillamenti, non vi pare di riconoscere nel Foscolo uno di quei _bei
-tenebrosi_ di cui andò tanto superba l'arte romantica, e se non vi
-fa pensare a qualcuno di quei personaggi misteriosi e fatali in cui
-s'incarnò Giorgio Byron.
-
-
-IV.
-
-Quanto sono venuto dicendo riguarda in più particolar modo il Foscolo
-giovanissimo, ma si può seguitare a dire, almeno in parte, anche del
-Foscolo meno giovane, e del Foscolo non più giovane.
-
-Mettiamo in sodo un primo fatto importante, ed è che, comunque il poeta
-possa giudicare, negli anni maturi, il romanzo della sua giovinezza, e
-dolersi del malo esempio che molti potevano averne ricevuto, e dire che
-gli rincresceva d'averlo scritto, quel romanzo non gli esce più dalla
-mente e dal cuore, e sempre egli lo viene ricordando, l'un anno dopo
-l'altro, nelle sue lettere e sempre egli si riconosce, e si compiange,
-e si ammira nel _povero_ Jacopo. Nel 1806, scrivendo all'Albrizzi, si
-firmava _il tuo Ortis_. Nel gennajo del 1806, scriveva alla Marzia:
-«Mi sento l'animo come nel tempo ch'io scriveva l'_Ortis_»; e un'altra
-volta le diceva che se avesse potuto scrivere un altro _Ortis_ gli
-sarebbe parso di star meglio, e sarebbe forse guarito. Nel 1812
-ricordava al Pellico il _nostro povero Ortis_. Nel 1813, trovandosi in
-uno dei suoi tanti travagli amorosi, scriveva al Trechi: «Sigismondo
-mio, il povero Ortis è morto»; e morto non era se riviveva in lui.
-Essendo in Isvizzera nel 1815 e nel 1816, si faceva scrivere al nome di
-Lorenzo Alderani, il supposto amico e quasi fratello di Jacopo, e con
-quel nome si sottoscriveva, e di quel nome si serviva anche in istampa.
-Curava nuove edizioni del _melanconico libricciuolo_, dolendosi degli
-errori e di altri guasti che ne avevan deturpate parecchie, lamentando
-le traduzioni cattive, compiacendosi delle buone; e ad alcune copie
-della stampa di Londra, del 1817, poneva in fronte una lettera a
-Samuele Rogers, ove dice tra l'altro: «Io in questa operetta cerco alle
-volte e riveggo il mio cuore quale era uscito di mano della natura». E
-quale in sostanza egli conservò sempre, come par quasi che presentisse
-Melchiorre Cesarotti, quando, nel 1802, gli scriveva a proposito di
-essa: «Veggo purtroppo ch'è l'opera del tuo cuore; e ciò appunto mi
-duol di più, perchè temo che tu ci abbia dentro un mal cancrenoso e
-incurabile». Altri, come l'abate Luigi di Breme e madama Bagien, lo
-chiamano Ortis, _ce pauvre Ortis_, e pare a me dicessero più giusto che
-non facesse egli stesso, quando in una lettera del 1820 alla Russel,
-e in uno dei frammenti del romanzo autobiografico, chiamava l'Ortis
-suo amico e suo sfortunato amico. Perciò non ha torto il Chiarini
-quando dice che un fondo di Jacopo Ortis rimase nel Foscolo per tutta
-la vita, e che il Foscolo «fu molto più Jacopo Ortis del suo eroe»;
-e aveva torto la contessa d'Albany quando negava così senz'altro che
-il suicidio di Jacopo Ortis fosse una ragione per credere al suicidio
-del Foscolo. Si può qui considerare un bel caso dell'influsso che alle
-volte un libro esercita sulla persona e su tutta la vita del proprio
-autore.
-
-Nel 1795, il poeta giovinetto, _avvolto di un'elegante melanconia_,
-si deliziava spesso _mormorando i patetici versi di Ossian_: il poeta
-maturo si burlò degli _ossianeschi_, e sentenziò che «la materia
-dell'_Ossian_ dissente tanto da' nostri costumi e dalle nostre idee
-poetiche, che l'imitarlo riescirebbe ridicola affettazione»; ma non per
-ciò se ne scordava, e in una lettera del 1814, alla contessa d'Albany,
-trascriveva alcuni versi della traduzione cesarottiana, serbati nella
-memoria, e ripetuti a lenimento del dolore che gli divorava l'anima, e
-a schermirsi dagl'_irritamenti della fortuna_.
-
-La melanconia séguita a essere compagna inseparabile del poeta maturo
-com'era stata del giovane; anzi prende nome e qualità di _melanconico
-genio_, e il poeta, che ammira la _melanconia_ della Bibbia, gode in
-pari tempo di poter dire: _il mio amico Amleto_. Quella certa smania
-di singolarità che la contessa d'Albany gli rimproverava nelle sue
-lettere, e ch'egli un po' stizzosamente negava, era male congenito in
-lui, del quale, o non seppe, o non volle guarire mai, e che appare
-per più rispetti somigliantissimo a quella teatralità di cui tanti
-romantici, anche non zazzeruti, ebbero a far pompa[10]: onde forse
-l'ammirazione sua per il Byron, levatosi come un «Achille giovinetto
-tra uno stuolo di eroi più provetti»: pel nuovo Euforione cui anche
-il Goethe applaudiva, e che le opposte tendenze dei classicisti e
-dei romantici pareva dover conciliare in un'arte più comprensiva
-e più alta. E sempre l'uomo provato da tanti disinganni e da tanti
-dolori mostrò di porre, come avrebbe potuto fare il più romantico
-dei romantici, la passione al disopra della ragione; e sempre l'anima
-sua, benchè _inaridita_ (come a lui piaceva di dirla), fu straziata da
-_fatali_ ricordi, e si dibattè nel tumulto dei sensi e degli affetti,
-nella febbre e nel delirio di una passione _forsennata_; e sempre le
-sue lettere d'amore, specie se scritte a donne _pallide, patetiche,
-sibilline, fatali_, donne _funestamente a lui care_, sono come pezzate
-di colori romantici, tassellate di espressioni romantiche, riboccanti
-di romantica mestizia. Leggete ciò che delle notturne angosce,
-cagionategli da un nuovo rimorso, egli scriveva alla _Donna gentile_
-nel marzo del 1816, e leggete il _Manfredo_ del Byron, e poi dite se
-l'uomo reale non sembra appartenere con l'immaginario a una stessa
-famiglia.
-
-Il De Sanctis avvertì, e con ragione, un elemento romantico in quei
-_Sepolcri_ in cui Ippolito Pindemonte trovava, anch'egli con ragione,
-troppe antiche memorie; ma l'elemento romantico è nell'anima stessa
-del Foscolo. Che importa che il poeta non se ne avveda, o nol voglia
-confessare? Che importa ch'egli stia nel 1814 più mesi senza leggere
-altro che Omero? Che importa che nel 1823 scriva: «I moderni sono
-troppo ciarlieri per me», e sempre torni agli antichi? Egli ha in
-fronte uno stigma romantico che non può cancellarsi. Come i romantici,
-egli è un rivoluzionario che grida tutto essere da rifare in arte.
-Come i romantici, o almeno come i più dei romantici, egli non riesce
-a fermare in sè quel perfetto equilibrio della ragione e del cuore,
-ch'è una condizione principale dell'arte classica, e che egli in
-arte vagheggia, non senza contraddire a sè stesso. Come i romantici,
-egli s'intrude sempre nell'opera propria, nè saprebbe intendere il
-Goethe quando sentenzia che una cosa deve essere l'opera, e un'altra
-cosa, affatto distinta, il poeta. Aggiungasi che egli, se avversò
-Chateaubriand, col quale ebbe pure più di una somiglianza, se derise
-la Staël, fu amico e lodatore sincero di parecchi romantici, fra'
-quali tutti basterà ricordare il Pellico; e che quando fu fondato il
-_Conciliatore_, il giornale della nuova scuola, egli promise, sia pur
-freddamente, di scriverci, mentre il Monti al giornale moveva guerra
-prima ancor che nascesse. Chi ponga mente a tutto ciò, non potrà poi
-troppo meravigliarsi di quella esagerazione del Lampredi, che, nel
-_Poligrafo_, chiamò Ugo Foscolo il _corifeo dei romanticismo_; anzi lo
-accusò d'aver preso del romanticismo la parte men sana e d'averla resa
-_perniciosissima, generalizzandola_.
-
-Il Foscolo è molto difficile da conoscere e da giudicare, e tale
-difficoltà fu da lui stesso avvertita; ma non tanto difficile tuttavia
-che non si possa attraverso alle sue molte contraddizioni, per entro
-a quel misto di _dandy_ e di _bohème_ che si nota in lui, scoprire i
-caratteri principali e i principali stati dell'agitatissima anima sua.
-Il Byron lo definiva _uomo antico_. A me il Foscolo sembra uomo assai
-moderno sotto l'antica vernice. Tra l'altro, egli mostra apertamente
-in fronte l'incancellabile suggello che Gian Giacomo Rousseau impresse
-in tante altre fronti[11]; e credo che se invece di nascere nel 1778
-fosse nato vent'anni più tardi e avesse avuto intorno meno impacci di
-tradizioni e di scuola, egli avrebbe avuto il suo posto non più tra'
-classici, ma tra' romantici. Peccato che non abbia scritti i parecchi
-altri romanzi ch'ebbe in mente, da' quali forse altri e maggiori
-indizi si sarebbero potuti ricavare! Che se il romanticismo avesse
-a definirsi, come piacerebbe a qualcuno, prevalenza di soggettismo e
-trionfo di lirismo, chi più romantico del Foscolo?
-
-
-
-
-IL ROMANTICISMO DEL MANZONI[12]
-
-
-Alessandro Manzoni passò sempre, in Italia e fuori d'Italia, per
-caposcuola del romanticismo italiano. E non senza ragione, di sicuro,
-chi consideri che nella lettera allo Chauvet sulle unità drammatiche
-noi abbiamo il documento più cospicuo di quella letteratura polemica;
-nella lettera a Cesare D'Azeglio il catechismo, per così dire, di
-quella dottrina; nei _Promessi Sposi_, nelle tragedie, negl'inni sacri,
-quanto di meglio quella letteratura produsse in Italia. Se non che,
-dal tenere, così senz'altro, e in modo, direi, assoluto, il Manzoni
-capo di quella scuola, possono nascere, e nacquero infatti, e nascono
-tuttavia, alcune pregiudicate opinioni che, specie se spalleggiate
-da un po' di avversione o di predilezione istintiva, non lasciano
-rettamente intendere l'uomo, nè l'opera sua, nè quella scuola stessa di
-cui si vorrebbe vedere in lui l'espressione più sicura e più piena. Il
-Manzoni fu romantico, senza dubbio; ma non quel romantico che molti si
-dànno ad intendere; e capo del romanticismo italiano egli non può esser
-detto senza accompagnare quel titolo periglioso di molte avvertenze,
-distinzioni e restrizioni, che ne scemano d'assai la portata, o ne
-mutano non poco il carattere. I giudizii sommarii non valgono nulla,
-neanche in letteratura. Del resto il Manzoni, come il Lamartine,
-ricusò sempre il nome, l'ufficio e le brighe del caposcuola; e se il
-Pieri, una volta, lo chiamò dispettosamente _corifeo del romanticismo
-italiano_; e se altri dopo il Pieri, gli diedero quello stesso, o
-altro simile titolo; ebbe pur sempre ragione il Mamiani di dire che il
-presunto e acclamato _capitano procedette sempre solo_[13]. E di ciò si
-ha, fra tant'altre, una prova nel fatto che il Manzoni favorì bensì il
-_Conciliatore_, ma non vi scrisse; astensione che per un caposcuola del
-romanticismo non lascia d'essere un po' curiosa.
-
-
-I.
-
-Parlare del romanticismo è, anche ora, cosa molto difficile, per
-quanto appajano sedate, se non ispente affatto, le passioni che già
-resero un tempo difficilissimo il parlarne. Perchè la difficoltà non
-nasceva tutta dall'impeto e dal contrasto di quelle passioni, le quali
-non lasciavano veder chiaro nella questione; ma nasceva, e in certa
-misura nasce ancora, dall'oscurità, dall'estensione, dal viluppo della
-questione stessa. Più forse di ogni altra dottrina letteraria, in
-dottrina romantica, presa nel tutto insieme, appare a primo aspetto
-una agglomerazione di parti malamente coordinate, e talvolta anche
-repugnanti fra loro; sparsa di certe larve d'idee che, speciose in
-vista, non si possono poi ridurre a forma definitiva e pensabile;
-intralciata di troppi di quei giudizii che il Manzoni, parlando
-d'altro, dice nati «prima sul labbro che nella mente, e che svaniscono
-a misura che uno li contempla con attenzione». Se n'ha una prova in
-quelle tante, troppe, definizioni che del romanticismo si diedero e si
-dànno, e che tutte, qual più, qual meno, tornano inadeguate e vaghe,
-specie se pretendano di far colpo con certa stringatezza e recisione
-aforistica che il soggetto non comporta (_il romanticismo è il
-liberalismo nell'arte, lo spiritualismo nell'arte, il vero nell'arte,
-il trionfo del lirismo, il soperchiare del soggettivismo, il disordine
-della fantasia, il senso del mistero, la forza dell'aspirazione_,
-ecc.)[14] e se n'ha una prova anche maggiore nel vedere parecchie di
-quelle definizioni contraddirsi e negarsi a vicenda.
-
-Ad ogni modo, sono lontani i tempi in cui Vittore Hugo, non convertito
-per anche alla nuova fede, poteva dire che _classico_ e _romantico_
-sono parole senza senso, e il Guerrazzi ripetere in Italia: «Io non
-vorrei profferire nemmen i nomi di classici e di romantici, dacchè
-per sè stessi non significano nulla». Veramente quei nomi qualche cosa
-significano, e noi, ora, sempre più li veniamo intendendo, sempre più
-discerniamo le cose e le idee significate per essi, e le attinenze,
-conseguenze e ragioni loro. Contraddizioni e incertezze nella dottrina
-ce ne furono anche troppe, ma dovute, la più parte, alla natura stessa
-delle cose, le quali vanno per la lor china, come la necessità ne le
-porta, nè si curano di accondiscendere alle dottrine perchè le riescano
-più facilmente, di primo tratto, chiare, intere, bene spartite e
-coerenti.
-
-Risalendo ai principii e guardando un po' dall'alto, si vede ciò che
-non si può vedere dal basso. I nuovi indirizzi dell'arte e le dottrine
-che li accompagnano, e alle volte li precedono, sono determinati più
-e meno (non mai del tutto) da moti molto più vasti e più profondi,
-effettuatisi già, o che si vanno effettuando, negli ordini della vita
-e del pensiero. Il romanticismo non fa eccezione a questa che è legge
-costante e generale; ma esce in qualche modo dall'ordinario, e si
-stringe a certo gruppo di casi particolari, ove quel nuovo indirizzo
-si vede essere (sempre più e meno) l'effetto, non di moti concordi e
-cooperanti, ma di moti discordi e contrastanti, e come la _risultante_
-di più forze divergenti. Si vedono comunemente nel romanticismo gli
-effetti della reazione politica e religiosa; ma non ci si vedono,
-o ci si vedono molto meno, gli effetti di quello spirito contro cui
-s'armò la reazione, di quello spirito che concepì e operò i grandi
-rivolgimenti del secolo scorso[15]. La inclinazione religiosa e
-mistica che l'arte romantica manifesta sin dal suo nascere; quella
-infatuazione pel medio evo; quel sentimento di patria e di nazione
-fatto più permaloso e più acuto, sono frutto di reazione senza dubbio;
-ma quel vago, inquieto e talvolta protervo desiderio del nuovo;
-quell'avversione acre all'autorità ed alle regole; quella baldanza
-critica e battagliera; quel proposito democratico; quel confondere i
-generi come si eran confuse le classi, son frutti dello spirito stesso
-del secolo XVIII. Qual meraviglia se il romanticismo, formato, dirò
-così, di un intreccio di forze contrarie, mostra in sè più di una
-contraddizione? Se mentre esalta il sentimento sopra la ragione, si
-serve della ragione per buttar giù il classicismo, con procedimenti
-non troppo dissimili da quelli che i filosofi avevano usato contro la
-fede? Se mentre riconsacra le patrie, scioglie inni all'umanità? Se
-mentre ripone Dio sugli altari, prepara le vie all'incredulità e al
-_satanismo_, correggendo esso stesso il detto di Enrico Heine, che il
-romanticismo sia un fior di passione nato dal sangue di Cristo? Vedere
-in queste incoerenze e in questi dissidii non altro che sintomi di
-debolezza e d'inettitudine non è ragionevole. Essi, piuttosto, sono
-sintomi di vita operosa, combattuta e profonda. Giudicar l'arte e la
-dottrina che li accolsero in sè fatti di scadimento e di esaurimento,
-senz'altro, è erroneo. Il romanticismo ebbe molte parti vive e vitali;
-alcune vitali tanto che vivono ancora, anzi, pajono, mutati i nomi,
-prender nuovo vigore. Il romanticismo fece ciò che non poteva più,
-per nessun modo, il classicismo: rappresentò la coscienza dei tempi
-nuovi nella molteplicità mutabile de' suoi aspetti, nel tumulto e nel
-contrasto delle sue numerose tendenze, nel lutto insieme dell'agitata
-e tormentosa sua vita. Fu qualche cosa più che la _epizoozia_ schernita
-dal Monti.
-
-Del resto quando nella dottrina del romanticismo si sia fatta la
-cernitura degli elementi avventizii, scioperati, caduchi, e siasi
-cercato alquanto sotto la superficie, non si stenta molto a trovare
-un nucleo saldo e incorruttibile, formato dal concetto di un'arte
-che, non più dell'antica, ma più di quella che s'affanna a rifare
-l'antica, scaturisca dall'intimo della psiche, e viva del vivo,
-traendo spirito e norma dal veramente sentito e dal veramente pensato,
-anzi che dagli esempii e dai precetti; sia, per così dire, immanente
-e non derivata. Questo concetto, dal quale vennero al rivolgimento
-letterario della fine del secolo scorso e di parte del presente alcuni
-caratteri non troppo dissimili da quelli che contraddistinguono il
-rivolgimento religioso del secolo XVI; questo concetto, che formò pure
-il nucleo del realismo, è di tutta giustezza e inoppugnabile. E se il
-romanticismo traviò poi in tanti errori e in tanti eccessi, traviò,
-non già per averlo troppo osservato, ma bensì per non averlo osservato
-abbastanza. E se, notando l'atteggiamento diverso che il romanticismo
-ebbe a prendere tra le varie genti d'Europa, e come quella diversità
-diventi alle volte contrasto e contraddizione, si volesse inferirne che
-quel principio non è nè immutabile nè unico, s'inferirebbe il falso,
-quando la diversità, il contrasto e la contraddizione nascono appunto
-dall'essere quell'unico e costante principio applicato a condizioni
-di vita e di coltura profondamente diverse, e da quella mescolanza di
-elementi e di tendenze a cui ho accennato poc'anzi. Un solo e supremo
-principio estetico e letterario, e molte e varie contingenze e tendenze
-particolari, ecco perchè ci fu un romanticismo comune e generico, e ci
-furono tante specie di romanticismo quanti i paesi in cui allignò.
-
-Sebbene Hermes Visconti abbia definito _crocchio sopraromantico_ il
-crocchio che intorno al 1820 si adunava in casa del Manzoni, pure
-gli è indubitato che il romanticismo italiano, specie quello che in
-Milano ebbe espressione più ragionevole e vita più rigogliosa, fu
-di sua natura molto temperato, molto conciliativo: tanto temperato
-e tanto conciliativo che, appunto in quell'anno, nella lettera
-allo Chauvet, pubblicata poi il 1822, il Manzoni stesso era tratto
-ad esprimere il dubbio non avessero i romantici italiani a udirsi
-rimproverare di non essere abbastanza romantici. Egli per primo non
-dovette sembrare a molti abbastanza romantico. A ragione, o a torto?
-Ecco appunto la questione che io vorrei esaminare e discutere. Che
-è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo generale europeo?
-Che è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo particolare
-italiano? Quanto al romanticismo italiano, leggonsi parole del Manzoni
-che proverebbero pieno e perfetto in quegli anni medesimi l'accordo
-suo con gli scrittori del _Conciliatore_, di cui erano stati soppressi
-i fogli ma non le idee. In principio del 1821, scrivendo al Fauriel,
-egli li chiamava suoi amici e compagni di patimenti letterarii, _amis
-et compagnons de souffrance littéraire_[16], e certamente li aveva per
-tali. Ma era poi l'accordo così pieno e così perfetto come si parrebbe
-da quelle parole? Ci sono molte ragioni per credere che no. E il
-disaccordo, forse assai leggiero in principio, non s'andò aggravando
-col tempo? Ci sono molte ragioni per credere che sì.
-
-
-II.
-
-Prima di tutto, il Manzoni ebb'egli da natura un temperamento che
-possa dirsi di romantico, di romantico schietto, di romantico risoluto?
-Tale domanda non è senza importanza. Per aderire _scientemente_ a una
-dottrina o religiosa, o politica, o filosofica, o letteraria, e più
-per farsene banditore e campione, è necessaria una certa costituzione
-psichica, una certa complessione morale, varia secondo la varia indole
-della dottrina stessa e simile (sino a certo segno) in tutti coloro
-che quella dottrina professano. Ciò va inteso con molta discrezione,
-con molta larghezza, ed è vero solamente di coloro che abbracciano
-le dottrine a ragion veduta, con intendimento, con sincerità, con
-deliberato proposito. Quanto ai molti più che si caccian lor dietro,
-o perchè allettati da una qualsiasi lusinga di un qualsiasi guadagno,
-o perchè trascinati dall'andazzo e dalla voga, o perchè usi di porsi
-alle calcagna del primo che passi e faccia loro cenno, essi non han
-bisogno d'avere per quelle nessuna inclinazione vera e naturale, e
-possono, anzi, averci ripugnanza. La fazione, la confessione, la scuola
-sono formate da quei primi e guaste da quei secondi. Vengono i primi
-e iniziano, poniamo, un'arte per quanto è possibile nuova: vengono i
-secondi, e frantendendo, esagerando, adulterando, corrompono e disfanno
-l'opera di quelli, pur dandosi aria di ajutarla e di compierla.
-Tutte le scuole letterarie, per non parlar d'altre, conobbero questo
-flagello; ma nessuna forse più della romantica.
-
-Ora, venendo al Manzoni, io credo si possa dire che la sua costituzione
-psichica, la sua complessione morale, furono appunto quali si
-richiedevano a intendere appieno e abbracciare risolutamente il
-principio primo e sostanziale del romanticismo secondo ho cercato di
-adombrarlo; furono solo in parte quali occorrevano per accondiscendere
-ad alcuni altri principii, importanti ancor essi, ma subordinati;
-non furono in nessun modo quali ci sarebbero volute per acconciarsi
-a tutto quel guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni, di sentimenti, che
-pajono formar parte integrante della dottrina, ma che della dottrina
-propriamente sono o negazione, o caricatura.
-
-Spero, nelle pagine che seguono, di riuscire a chiarir tutto ciò;
-ma si può far sin da ora, agevolmente, una osservazione abbastanza
-significativa. Se si raccolgono come in un gruppo i maggiori poeti
-romantici francesi, inglesi, tedeschi, si nota fra loro, a dispetto
-delle dissomiglianze a volte molto notevoli, come un'aria comune di
-famiglia: se s'introduce in quel gruppo il Manzoni, il Manzoni sembra
-un estraneo.
-
-La ricerca di quella che il Taine chiamava facoltà maestra o cardinale
-può essere in taluni casi molto difficile, e anche molto delusiva, ma
-non mi par tale nel caso del Manzoni. Chi disse primo (poi fu ripetuto
-da molti) che il Manzoni è lo stesso buon senso fatto persona, disse
-bene, ma non disse abbastanza; e chi quel buon senso ragguagliò al
-senso comune errò grossamente. Gli è vero che il Manzoni stesso parla a
-più riprese, con molto rispetto, del senso comune, e lo invoca; ma non
-è da dimenticare ciò che in un luogo dei _Promessi Sposi_ egli scrive a
-proposito dell'opinione generale circa il malefizio degli untori: che
-il buon senso «se ne stava nascosto per paura del senso comune»[17].
-Tra senso comune e buon senso è poca amicizia; e il buon senso è come
-una virtù domestica dello spirito, la quale fa gran servizio nelle
-occorrenze ordinarie della vita, ma fuor di lì, o ne fa poco, o non
-ne fa punto. Col buon senso si evitano molti errori, e si ripara a
-molti mali spiccioli; ma per volere le cose grandi, e più per farle,
-il buon senso non basta: ci vuole un senso più alto, più ardito, più
-avventuroso, che non si adombri così facilmente d'un paradosso, che
-non ricalcitri quasi istintivamente ad ogni _ver che ha faccia di
-menzogna_, e non tema ogni momento di perder piede. Povero il novatore
-che avendo buon senso non abbia altro. E il Manzoni fu novatore quieto,
-ma novatore grande.
-
-Il buon senso occupa i gradi mezzani della ragione, e il Manzoni sale
-dai mezzani ai più alti. Egli è uom di ragione per eccellenza. Con ciò
-non voglio già dire che la ragione in lui sia perfetta (e in chi mai
-fu perfetta?): voglio dire che è mirabile per acutezza e per vigoria,
-che sta in cima del suo spirito, che sopraintende a tutta la sua vita
-intellettuale e morale, e la promuove e la regola. La mente del Manzoni
-è delle meglio ordinate, proporzionate, equilibrate che io conosca;
-perspicace quanto prudente, agile quanto salda; metodica ma non
-sistematica; vaga del rigore logico, ma schiva d'ogni logica rigidezza.
-Il Manzoni sa che il vero sapere non si acquista se non procedendo dal
-noto all'ignoto; che il metodo _è uno_ per ogni cosa; che _gli errori
-di metodo sono sempre gravi_; che la _curiosità sincera_ dev'essere
-accompagnata dal _dubbio ponderatore_ e dar agio all'_esame accurato_,
-perchè _l'osservar poco è appunto il mezzo più sicuro per concluder
-molto_; che non bisogna lasciarsi affascinare dalle ipotesi, ma
-procedere sempre con _utile e ragionata diffidenza_[18]. C'è forse
-bisogno di dire che questa così affinata e cauta ragione non ha troppa
-somiglianza con quella che il secolo XVIII alzò sugli altari? e che
-abbiam qui una forma di ragione più alta e più sincera? Ma poi, c'è
-forse bisogno di soggiungere che anche questa ragione più alta e più
-sincera ha le sue debolezze e le sue esagerazioni? Notato il buono,
-notiamo anche il men buono.
-
-Il Manzoni è di sua natura, sopra ogni altra cosa, un ragionatore, e
-sebbene muova consuetamente dal fatto e dalla osservazione, pure, come
-quei filosofi di cui serbò un qualche poco gli andamenti, anche dopo
-averne rinnegate le dottrine, non lascia di cader qualche volta nello
-abuso del ragionar troppo. Egli è un ragionatore molto ingegnoso e
-molto sottile, ma, qua e là, un pochin troppo ingegnoso e un pochin
-troppo sottile. Conosce assai bene i sotterfugi e i tranelli del
-pensiero e della parola, e sa guardarsene, ma non sempre, ma non in
-tutto. Per dire un esempio, nel discorso sopra il romanzo storico, il
-ragionamento pende talvolta nel sofistico, l'argomento diventa cavillo;
-e chi legge non può schermirsi interamente dal dubbio che l'autore
-abbia scritto, più che per altro, per fare una sua esercitazione
-dialettica, e per misurare le proprie forze di atleta logico[19].
-Così ancora, nel _Dialogo della invenzione_ non mancano alcune di
-quelle trappole di parole cui accenna uno degli interlocutori; e non
-mancano neanche altrove, sebbene nessuno meglio del Manzoni sappia che
-i traslati _sono traditori_, e che le parole, se non ci si bada bene,
-_menano fuori di strada_[20]. Non sempre chi ragiona bene ha ragione,
-e più d'una volta il Manzoni, per volere ragionare troppo, finisce ad
-aver torto; e allora non gli giova d'andare in collera contro coloro
-che negano _l'applicabilità de' principii a tutte le loro conseguenze_,
-e dicono _espressamente pericolosa la logica_[21]. Che l'accusa di
-troppa sottigliezza potesse, una volta o l'altra, venirgli da qualche
-banda, pare l'abbia sospettato egli stesso, perchè, quasi a pararsene,
-lasciò scritto: «j'ai remarqué que l'on appelle assez souvent
-subtiliser, ce qui pourrait s'appeler en d'autres termes: toucher le
-point de la question»[22]. E sta bene; ma un pochino di don Ferrante
-c'è in don Alessandro, sia detto con la discrezione dovuta: e c'è anche
-un poco di quel soverchio rampollar di pensieri sopra pensieri che,
-se non dilunga a dirittura il segno, fa talora perplesso e lento chi
-ci tende. Abbiamo in ciò la confessione dello stesso Manzoni: _habemus
-confitentem reum_.
-
-Ma il difetto è pur sempre lieve; e, tutto sommato, s'ha a riconoscere
-che il Bonghi giudicò rettamente quando disse che «nella mente del
-Manzoni la facoltà del ragionare esatto era delle maggiori»[23]. Chi
-ben guardi troverà la manifestazione di quella facoltà non meno nei
-_Promessi Sposi_ che negli scritti d'indole critica e dissertativa.
-Il Manzoni non si contentò mai di cosa che, oltre al desiderio, non
-appagasse in pari tempo la ragione[24]; e credo che il Bonghi cogliesse
-anche una volta nel segno quando il cattolicismo di lui faceva
-dipendere, almeno in parte, da un vivo bisogno di logica e serrata
-coordinazione.
-
-Ora dunque, se il Manzoni è, essenzialmente, un uomo razionale e
-ragionante; e se la ragione innalza sopra tutte le facoltà umane; e se
-della ragione usa continuamente, e qualche volta abusa; si vede come
-sin dal bel principio egli venga a contraddire, non solo a uno dei
-progenitori massimi del romanticismo, quale fu il Rousseau, che mise
-il sentimento sopra la ragione, ma ancora a tutti quei veri e proprii
-romantici della fine del secolo scorso e del primo ventennio di questo
-che, con a capo Guglielmo Schlegel, per amor di misticità, mossero,
-larvata o palese, guerra alla ragione.
-
-Il Manzoni è un osservatore, un pensatore, e diciam pure un filosofo:
-quanto diverso in ciò (e non in ciò solo) da quello Chateaubriand che
-si vantava di essere antifilosofico sino alla superstizione! Egli, il
-Manzoni, si duole invece di esser capitato a vivere in una età _forse
-la più antifilosofica, che ci sia mai stata_. E il più curioso si è
-che la sua filosofia, appoggiata com'è alla fede, e informata al più
-puro idealismo rosminiano, alle volte lascia scorgere un'aria di viso
-come di positivismo, e par che si scordi del rispetto dovuto alla
-metafisica, da lui stesso celebrata del resto in più occasioni quale
-il supremo sapere da cui ogni altro dipende. La parola _positivo_
-sdrucciola con molta frequenza dalla penna che scrisse la _Morale
-cattolica_ e gl'_Inni sacri_.
-
-Il Manzoni fu un filosofo, ma non un sognatore; e, pur troppo, non
-di tutti i filosofi si può dire altrettanto. La sua psicologia, la
-sua estetica, la sua morale recan sempre l'impronta di un pensiero
-vigoroso non meno che ponderato, il quale agevolmente si allarga dal
-particolare all'universale, assorge dalle contingenze ai principii. E
-così la sua critica, secondata da una forza di analisi che giustamente
-il De Sanctis giudicò _potentissima e straordinaria_[25]. E notisi
-che della critica, e non solo di quella corrente, egli non era già
-troppo tenero; anzi ne diffidava, conscio dei pericoli che fa correre
-all'arte e ad altro. I suoi giudizii sono sempre acuti, sempre lucidi,
-quasi sempre giusti: giustissimi, per ricordar qualche esempio, quelli
-sulla _Eneide_, sull'_Italia liberata_ del Trissino, sull'_Henriade_
-del Voltaire: assai meno giusti, ma non ingiusti del tutto, quelli sul
-Tasso, sull'Alfieri, sul Leopardi. Quando ha da giudicare, egli sa, il
-più delle volte, sgombrar l'animo d'ogni passione, scordarsi d'ogni
-altro interesse che non sia quello del vero, levarsi a un'assoluta
-imparzialità. Possono farne fede i giudizii da lui pronunziati su
-Giuliano l'Apostata e sul Robespierre, dov'eran tante e così forti
-ragioni che potevan sedurlo ad esser men giusto. Le osservazioni
-ond'egli usava postillare i margini dei libri che leggeva sono come un
-commento perpetuo fatto da uno spirito che non è possibile soggiogare
-nè con la forza, nè con l'inganno.
-
-La ragione del Manzoni si compone e si adagia nelle forme più geniali
-del senno, onde nascono a un tempo la moderazione e la modestia: la
-moderazione, che è il frutto del veder largamente e sotto ogni aspetto
-le cose; la modestia, che è il frutto del veder chiaramente e molto
-addentro in sè stesso. Piacque a taluno mettere in dubbio, se non
-la moderazione, che non si poteva, la modestia del Manzoni: a torto;
-perchè, com'ebbe a dire il Pope, _want of modesty is want of sense_; e
-l'uomo può serbarsi modestissimo anche se si conosca di molto superiore
-a molti. Si può dubitare piuttosto se egli non abbia ecceduto un
-pochino e nell'una e nell'altra virtù, e se conoscendo, come certamente
-lo conosceva, il Molière, non avrebbe dovuto ricordare un po' più quei
-due versi del _Misanthrope_:
-
- La parfaite raison fuit toute extrémité
- Et veut que l'on soit sage avec sobriété.
-
-La saggezza fu forse la sola cosa in cui il Manzoni non seppe esser
-sobrio abbastanza.
-
-Chi, seguitando questo discorso, credesse di poter andar oltre
-sicuramente, e sentenziare che nel Manzoni la ragione non lascia luogo
-al sentimento e alla fantasia, s'ingannerebbe a partito. Nel Manzoni
-il sentimento è vivo, vario, delicato, eccitabile, ma vigilato molto
-da presso, e tenuto in soggezione. Parla con misura e di rado, non
-perchè sia tardo di lingua, o abbia poco da dire, ma perchè non gli è
-permesso di parlare se non a tempo e luogo. Cresca sino a certo segno,
-ma non isperi uscir mai di pupillo, e, sopratutto, non isperi far del
-grande, e arieggiare alla passione. Se Gian Giacomo fece della passione
-una delle virtù cardinali, anzi la virtù suprema, buon pro gli faccia,
-e all'autrice di _Lélia_ similmente, e a quanti vanno lor dietro.
-Al Manzoni, il fare della passione virtù, dando nome di forza alla
-debolezza, sembra, fra tante altre miserie umane, miseria grandissima.
-Certo, si farebbe presto a provare che il Manzoni inclina un po' troppo
-all'error contrario, e non s'avvede abbastanza che se le passioni non
-sono virtù, le virtù, senza l'ajuto di un po' di passione, rischiano
-facilmente di dar in secco, e l'arte, senza un po' di quell'ajuto,
-rischia di morir di languore; ma ciò, ora come ora, importa poco,
-mentre importa assai di notare che anche per questo rispetto il Manzoni
-s'accorda assai male con que' tanti romantici vecchi, nuovi, novissimi,
-che posero la passione in cielo, e fecero dell'arte la forma eletta
-della sua manifestazione sopra la terra. Il Manzoni, non solo non vuole
-ciò, ma non vuole nemmeno che il sentimento si stemperi e snaturi in
-quella uniforme, fluida, oziosa sentimentalità che par fatta apposta
-per accogliere i germi della passione, fomentarli, farli germogliare e
-fruttificare. Ciò che lo Chateaubriand chiamò _le vague de la passion_
-ripugna non meno a quel suo bisogno imperioso di precisione e di
-chiarezza che al suo criterio morale: onde ben disse il Goethe quando
-disse che il Manzoni ha sentimento, ma non sentimentalità. I romantici
-parlano sempre di cuore che intende, di cuore che sa, di cuore che
-presente, di cuore che insegna: il Manzoni scrive: «Certo, il cuore,
-chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà.
-Ma che sa il cuore? Appena un po' di quello che è già accaduto»[26].
-Se, prima di comporre, a vent'anni, la delicata elegia che comincia col
-notissimo verso:
-
- J'ai dit à mon cœur, à mon faible cœur.
-
-Alfredo De Musset fosse ricorso per consiglio al Manzoni, gli è molto
-probabile che il Manzoni paternamente gli avrebbe detto: Comandate
-un po' a cotesto chiacchierino di cuore di tacere, e interrogate la
-ragione. Gli è vero che per l'arte sarebbe stata una disgrazia se il
-giovane poeta avesse ascoltato il consiglio.
-
-Chi per fantasia intende l'attitudine a saltare di palo in frasca e
-la inettitudine a tessere logicamente e serratamente la tela delle
-idee; certa vaghezza del sogno accompagnata a certa intolleranza della
-realtà; un amore istintivo alla dissipazione e un orrore non meno
-istintivo dell'ordine; quegli potrà dire con asseveranza che il Manzoni
-ha poca fantasia, o non ne ha punta. Ma chi crede che la fantasia, o
-se la vogliamo chiamare con nome più acconcio, la immaginativa sia la
-facoltà inventrice e divinatrice per eccellenza; la facoltà che colma
-le lacune del reale, o quelle che a noi pajon tali; la facoltà che
-ajuta potentemente a conoscere e interpretare il reale, e opera la
-esaltazione del reale nell'ideale; quegli dirà, con sicurezza di dir
-giusto, che il Manzoni ebbe molta immaginativa, e di primissimo ordine.
-Nei _Promessi Sposi_ di quella fantasia non v'è ombra, o quasi; ma di
-questa immaginativa n'è assai, e non so in quante altre opere dette
-d'immaginazione se ne trovi altrettanta[27]. Anche per questo rispetto,
-tra i romantici in genere e il Manzoni il consenso è scarso. Quelli si
-vantano di lasciar le briglie sul collo alla fantasia; questi non cessa
-mai di farle sentire il morso. E così, veramente, chiede la ragione.
-
-
-III.
-
-Sanno tutti che il Manzoni fu, non solo un curioso di storia, come ce
-ne sono tanti, ma ancora un indagatore, e un indagatore quanto più si
-possa desiderare paziente, diligente, perspicace. Egli ebbe in grado
-eminente quello che si potrebbe addimandare il senso della storia;
-senso delicatissimo, complicatissimo, che suppone tutto un complesso
-di virtù intellettuali ed affettive, ma vuole poi, di soprappiù, quel
-sentimento di larga, anzi di universale simpatia, che abbracciando
-tutti i tempi, e tutte le lunghe sequele dei casi, e le forme e le
-mutazioni della vita, ci pone in grado di coesistere in certo qual modo
-con la umanità tutta quanta e di rivivere la intera sua vita. Chi abbia
-vigor di pensiero, copia di dottrina, felicità d'indagine, potenza di
-parola a tutto narrare e tutto descrivere, e non allarghi l'animo in
-quel sentimento, potrà scrivere libri mirabili di materia storica, ma
-non iscriverà la storia. Per dire le sciagure degli uomini, non basta
-conoscerle, bisogna sentirle.
-
-Perchè ebbe assai vivo e sicuro il senso della storia, il Manzoni
-intese sempre ottimamente che non è storia quella che non muove dai
-fatti. Il Rousseau scrisse in principio del suo _Discours sur l'origine
-et les fondements de l'inégalité parmi les hommes_: «Commençons par
-écarter tous les faits»; e il Fichte soggiunse: «Nulla al mondo
-è più stupido di un fatto»; e il Royer-Collard mise in rilievo
-la conseguenza: «Il fatto è ciò che v'è di più spregevole». Tutto
-l'opposto pel Manzoni. Egli ha pei fatti il più grande, il più sincero,
-il più costante rispetto; dico rispetto e non idolatria, perchè nessuno
-sa meglio di lui che «una serie di fatti materiali ed esteriori,
-per dir così, foss'anche netta d'errori e di dubbi, non è ancora la
-storia», e che i fatti bisogna interpretarli e giudicarli con qualche
-cosa ch'è superiore ai fatti[28]. Perciò avrebbe voluto accoppiati
-insieme il Muratori e il Vico, _gl'intenti generali nella moltitudine
-delle notizie positive_[29]. Anche il Michelet voleva il Vico, ma si
-scordava poi di accompagnarlo col Muratori.
-
-Se avesse voluto, il Manzoni poteva riuscire uno storico di primissimo
-ordine, e forse era questa la vocazione sua più vera e più forte.
-Nessuno vede ed intende meglio di lui i moti delle cose e degli
-uomini; il contrasto, il cozzo, l'intreccio degli avvenimenti, degli
-interessi, delle idee; le lontane derivazioni; i lontani influssi e
-come nascan gli errori; e come muojano le verità; e perchè l'una gente
-trionfi e l'altra rovini. Nessuno meglio di lui sa la vita e l'anima
-delle moltitudini, e le forze che le governano. La psicologia delle
-folle non ha interprete più ingegnoso e più sicuro di lui; ed è perciò
-che la descrizione della carestia e la descrizione della peste nel
-romanzo sono pagine di storia incomparabili. Nessuno, finalmente, è
-nei giudizii più acuto e più equo; lode grande se si pensa quant'è
-difficile mettere insieme l'equità e l'acutezza per modo che, non solo
-l'una non noccia all'altra, ma l'una all'altra soccorra.
-
-Tutto questo discorso non è, come potrebbe sembrare, una digressione.
-Un certo amore alla storia direi che fa parte integrante della fede
-romantica. Quel desiderio di verità che, si voglia o non si voglia, è
-uno dei principii motori del romanticismo, e quello appunto per cui il
-romanticismo più strettamente si lega a tutto il pensiero del secolo
-XVIII, non poteva, mentre volgevasi a tutte le altre specie della
-realtà, non volgersi anche alla realtà storica. A ciò poderosamente
-ajutavano i nuovi studii: il concetto fecondo di una storia che non
-fosse più semplice biografia di principi e nudo racconto di battaglie:
-la paziente ricerca e l'attento esame dei documenti; l'antichità scórta
-in più vera luce; il medio evo quasi scoperto. È noto che entrambi gli
-Schlegel furono appassionatissimi di storia, e non meno appassionati di
-loro furono molti altri romantici: ma se la passione durò lungamente,
-non durò lungamente, pur troppo, quello spirito di vigilanza, quella
-probità di ricerca, quel bisogno di esattezza, senza di cui la
-passione, abbandonata a sè stessa, può far poco bene, anzi suol far
-molto male. Sanno tutti che cosa sia diventato il medio evo nelle
-ricostruzioni poetiche de' più dei romantici; e giacchè m'è venuto
-ricordato il medio evo, sarà questo il luogo di notare che il Manzoni
-non partecipò punto di quella infatuazione per esso che fu tanto
-comune ai romantici d'ogni paese, e divenne uno dei contrassegni più
-caratteristici di tutta la scuola. Veramente nei principii fondamentali
-della scuola non v'è nulla che giustifichi il detto di Madama di Staël:
-«Le nom de _romantique_ a été introduit nouvellement en Allemagne, pour
-désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l'origine,
-celle qui est née de la chevalerie et du Christianisme»[30]. Che
-_romantico_ rimandi a _romanzo_, e però a quella che nel medio evo
-fu detta _Romania_, e però al medio evo stesso, e ai trovatori, e ai
-cavalieri, erranti e non erranti, è verissimo; ma è altrettanto vero
-che quel nome fu assai malamente scelto, e peggio imposto alla scuola,
-perchè non esprime punto ciò che avevano in mente gl'iniziatori di
-essa, consapevoli e inconsapevoli, o lo esprime in modo parziale ed
-erroneo, escludendo dalla denotazione il mondo germanico, che non
-fu mai romanzo, e il mondo moderno, che non è quello dei cavalieri e
-dei trovatori. Comunque sia, o perchè così suggeriva quella credenza
-cristiana ch'ebbe nel medio evo il suo massimo rigoglio, o perchè così
-persuadeva l'avversione a quella paganità classica che nel medio evo
-fu più risolutamente negata, o più universalmente ignorata, fatto sta
-che il medio evo (quale medio evo!) diventò il caval di battaglia,
-per non dire il ponte dell'asino, del romanticismo europeo, e che
-cavalieri, castellane, paggi, menestrelli, giullari, torri merlate,
-palafreni bardati, cimieri impennacchiati, furono il sogno e l'incubo,
-la delizia e l'affanno di quanti ebbe poeti (voglio dire bardi, scaldi
-e trovatori) il romantico regno.
-
-Ma non del Manzoni. Il Manzoni mise sì in tragedia la storia di
-Desiderio e di Adelchi, ma dopo aver fatto sulla età cui quella storia
-appartiene gli studii raccolti e condensati nel _Discorso sopra alcuni
-punti della storia longobardica in Italia_. Niente dunque di quel
-medio evo posticcio, lezioso, ridicolo, e niente di quella infatuazione
-puerile e fantastica. Se gli Schlegel, se Giuseppe De Maistre, se tanti
-altri esalteranno il medio evo sopra ogni altra età della storia, e
-sogneranno di potervi tornare, egli, che le conosce tutte, e conosce
-l'umana natura, lascerà che si sfoghino, e, senza far chiasso, riderà
-delle _pazze paladinerie_, e chiamerà _cronicaccia_ la cronica del
-monaco di San Gallo, e scriverà nel romanzo, a proposito dei cavalieri
-erranti: «Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la
-prima figura in un trattato d'economia politica»[31]. Egli loda molto e
-il Berchet e il Grossi; ma chi vorrà credere che il trovatore errante
-per la selva bruna del primo e il Folchetto del secondo avessero a
-dare un gran gusto al creatore di don Abbondio e di Perpetua? e chi,
-piuttosto, non vorrà credere che la _trobadoric'arpa_ gli riuscisse
-altrettanto nojosa quanto la cetra classica, ed anzi più? Quell'_oh
-gioja_! che il buon Pellico profferì il giorno in cui gli toccò la
-ventura (durante un poetico rapimento, s'intende) di leggere sopra un
-macigno, nella _sacra valle_ del Chiusone, i nomi d'Eudo e di Tancreda,
-quell'ingenuo _oh gioja_! vi pare che avrebbe mai potuto uscire dalle
-argute labbra del Manzoni? E vi pare che il Manzoni avrebbe mai voluto
-far molti vezzi a quella buona comare che, a detta del Carrer,
-
- Vien d'un albero all'ombria
- A colloquio colle fate;
- Col giullare sulla via,
- Nei castelli col magnate,
-
-e dovrebb'essere, salvo errore, la Poesia? Vedremo, tra poco, che
-sentimenti nutrisse il Manzoni verso la poesia in genere; ma a buon
-conto s'ha da notare che tra' suoi versi non è neppur una di quelle
-romanze che così poco hanno in sè di romanzo, e neppur una di quelle
-ballate che della ballata non ebbero altro mai se non il nome.
-
-Il Manzoni ebbe dunque assai più senso storico che non la più gran
-parte dei romantici, assai più di Gualtiero Scott, che, di solito, non
-va oltre le apparenze; e parlando segnatamente del romanziere e del
-poeta si può forse dire che n'abbia avuto sin troppo. Il _Carmagnola_
-fu più che mediocremente guasto dalla troppo fida e severa ossequenza
-alla storia, e di questa troppo fida e severa ossequenza è documento
-memorabile il Discorso intorno al romanzo storico. Si sa a quali
-conclusioni venga in esso l'autore, e non è ora il caso di ripeterle:
-bensì è da avvertire ch'egli è di tanti romantici il solo che combatta,
-proprio di proposito, e con assai vigorosa argomentazione, una specie
-di componimento che a' romantici fu sempre carissimo, e al quale egli
-stesso legò indissolubilmente il proprio nome e la propria gloria; e
-che se le ragioni del Guerrazzi, del Tenca e del De Sanctis valsero
-a rompere quell'argomentazione, non però valsero a distruggerla
-affatto[32]. Notisi che qualche dubbio circa la legittimità del
-connubio della poesia con la storia egli deve averlo avuto assai per
-tempo. In fatti, nella Lettera sulle unità drammatiche, egli considera
-la poesia come un'avvivatrice della storia; concede che si possa nel
-dramma, sino ad un certo segno, «compléter l'histoire.... imaginer même
-des faits là où l'histoire ne donne que des indications»; ma, quanto al
-romanzo, nota già che esso è per natura inclinato al falso, e ne parla
-con leggiera, ma non però dubbia, intonazione di sprezzo[33]. I dubbii
-non dovevano essere cessati nel gennajo del 1821, quando, pur lodando
-al Fauriel «ce système d'invention des faits, pour développer des mœurs
-historiques», lo pregava di dirgliene il suo parere[34]. Probabilmente
-quei dubbii tacquero, o furono fatti tacere, durante la composizione
-del romanzo; ma dovettero ricominciare a farsi sentire assai presto,
-e un bel pezzo prima che il Manzoni scrivesse il Discorso, lo che fu
-nel 1845. Nel 1847 il Lamartine pubblicava l'_Histoire des Girondins_,
-e l'autore dei _Trois Mousquetaires_, rapito dall'entusiasmo, gridava:
-«Lamartine a élevé l'histoire à la dignité du roman!»
-
-Quella vivezza e acutezza di senso storico che abbiamo notata, la
-disposizione che lo spirito ne riceve a soffermarsi più particolarmente
-e con predilezione sulle cose e sui fatti umani, e una certa
-consuetudine che nasce da quella disposizione, dànno ragione, in parte
-almeno, della qualità ch'ebbe il sentimento della natura nell'autore
-dei _Promessi Sposi_. Il Manzoni fu tutt'altro che chiuso alle
-impressioni della natura; ma sempre ebbe più l'occhio alle anime che
-alle cose. Nel romanzo la scena dei luoghi, o è accennata soltanto,
-o è dipinta con tale rapidità di tocco e sobrietà di colori che a
-molti può non in tutto piacere. La descrizione del lago e delle sue
-rive, quali li poteva contemplare don Abbondio quella tal sera di
-novembre, è tutta raccolta in una pagina e mezzo; il bosco, ove Renzo
-fuggiasco passò quella mala notte, voi ve lo vedete d'intorno, pauroso,
-folto, attraversato qua e là da un raggio di luna, ma non sapete come
-succeda il miracolo, tanto è poco il numero delle parole adoperate a
-farvelo vedere. E non solo il Manzoni sorpassa volentieri alle cose,
-ma le lascia anche nel proprio esser loro, ben distinte da ciò che è
-umano. In altri termini, egli ignora, o non cura, l'arte di cui non
-s'avvisarono gli antichi (qualche eccezione non conta) e della quale
-troppo usarono e si gloriarono i romantici, di dare anima e sentimento
-alle cose, e di chiamarle a intimo colloquio con le anime umane. La
-natura è dal Manzoni trattata classicamente, e non è questo, come
-vedremo, il solo caso in cui s'abbia a notare nel Manzoni una tendenza
-classica, o un classico procedimento.
-
-
-IV.
-
-Il romanticismo fu, tra l'altro, un ritorno alla fede; uno studio di
-mostrar falsa e di scalzare la inveterata opinione, espressa in modo
-più particolarmente reciso dal Boileau, che i fatti e i dogmi del
-cristianesimo ripugnino alle forme e alle trasposizioni dell'arte; un
-desiderio e una sollecitudine di conciliare appunto quello con questa.
-Perciò lo Chateaubriand scrive il _Genio del cristianesimo_. Degli
-eccessi di reazion clericale che accompagnarono quel ritorno: gli
-Stati cristiani riassoggettati tutti dal Lamennais alla indiscutibile
-sovranità del Pontefice; il Pontefice proclamato da Giuseppe De Maistre
-dogma capitale della fede cattolica (_le dogme capital du catholicisme
-est le souverain Pontife_), ecc., ecc.; non è qui da discorrere.
-Molti romantici furono cristiani; molti furono cattolici; qualcuno
-dal cristianesimo o dal cattolicismo si condusse a grado a grado,
-come l'Hugo, a un vago deismo o panteismo; parecchi, per altre vie,
-riuscirono da ultimo all'ateismo. Il Manzoni fu cattolico, ma dopo
-essere stato razionalista. In ciò egli somiglia, per tacer d'altri,
-allo Chateaubriand; ma quanto diverso dallo Chateaubriand sott'altri
-aspetti! Quanto l'autore dei _Promessi Sposi_ è più veramente,
-intimamente, sostanzialmente cristiano che non l'autore dei _Martiri_!
-Questi orgoglioso ed acre; quegli modesto e mite. Questi stuzzica e
-accende la passione; quegli la attutisce e la spegne. Da taluno fu
-messa in dubbio la sincerità del sentimento cristiano nel Manzoni; ma
-debbo confessare che non ne intendo troppo il perchè. Può darsi (io per
-altro nol direi) che il cristianesimo degl'_Inni sacri_ riesca un po'
-scolorito, un po' freddo; ma quello dei _Promessi Sposi_? I _Promessi
-Sposi_ sono opera e testimonio di una coscienza tutta cristiana,
-profondamente cristiana, penetrata dello spirito dell'evangelo sino
-negli ultimi suoi recessi; e però non si trova in essi nessuna di
-quelle tante piccole contraddizioni, piccole defezioni, piccole
-sconvenienze che si posson notare, e furon notate, nelle opere dello
-Chateaubriand. Certo il Manzoni non pensò mai a fare del Papa il dogma
-capitale del cattolicismo; ma ciò attesta, oltrechè la rettitudine
-della sua mente, anche la rettitudine della sua fede. E da questa fede
-vengono principii e norme non meno alla politica che all'arte di lui.
-
-Fate che lo spirito evangelico si accompagni con quel vivo e giusto
-sentimento della realtà storica di cui s'è parlato testè, e avrete
-l'idea democratica e il sentimento democratico del Manzoni, quali
-prorompono negl'_Inni sacri_, nel celebre coro dell'_Adelchi_, nei
-_Promessi Sposi_. È un'idea molto larga, ma, nel tempo stesso, molto
-rigorosa; è un sentimento molto caritatevole, ma, nel tempo stesso,
-molto cauto. Certi spiriti di democrazia il romanticismo doveva (con
-molte eccezioni, restrizioni e contraddizioni, gli è vero) manifestarli
-sino da' suoi principii, e ciò per parecchi motivi. Prima di tutto essi
-erano, in parte, retaggio non alienabile di quel secolo xviii al quale,
-come s'è visto, il romanticismo è congiunto assai più strettamente
-che non paja; poi il sentimento cristiano, in quel suo rinnovarsi,
-s'aveva di necessità a penetrare alquanto di quella evangelica pietà e
-di quell'evangelico rispetto verso gli umili che il sentimento stesso,
-quando divenga consuetudine e tradizione, lascia troppo facilmente e
-troppo volentieri in disparte; poi, ancora, la semplicità e naturalezza
-di quegli umili aveva a piacere a chi era sazio dell'artifiziato,
-dell'aulico, dell'accademico; poi, finalmente, l'amore alla realtà,
-e, in ispecie, alla realtà storica, non poteva non fare che gli occhi
-e le menti si raccogliessero sopra quella che è la più vasta e viva
-delle realtà umane, il popolo co' suoi bisogni, le sue passioni, i
-suoi patimenti, le sue fedi. Molti romantici dunque (sarebbe un grande
-errore dir tutti) furono, se non democratici, nel proprio senso della
-parola, demofili, o popolari; e lasciato da banda l'uomo alterato e
-travisato dalle raffinatezze cortigiane e non cortigiane, cercarono,
-nè più nè meno di quanto abbiano poi fatto i realisti, l'uomo schietto
-e comune. Lodevole sentimento e lodevol proposito, ma che in pratica
-riesce assai difficile contenere entro gli angusti termini del giusto e
-del ragionevole. Il Manzoni, anche in questo diverso da troppi, seppe
-contenerveli con sapiente risolutezza. Egli ama il popolo, ma non
-l'adula; ne sostiene le ragioni, ma non ne stuzzica le passioni: lo
-vuol felice, ma non superbo. Diffida in sommo grado di certe formole,
-di certi aforismi. Dice, per bocca d'Agnese, che tutti i signori hanno
-del pazzesco: ma si burla dell'apotegma; _Voce di popolo, voce di Dio_;
-e le giustizie delle moltitudini stima le peggiori che si facciano al
-mondo[35].
-
-I romantici vollero letteratura popolare, e il Bürger giunse a dire
-che la poesia popolare è la sola vera poesia, e l'Hugo, in quel suo
-linguaggio immaginoso, che ufficio del poeta è trasformare la folla in
-popolo. Per questo rispetto si può dire che il Manzoni fu più romantico
-di tutti i romantici, e coerente più di tutti; perchè fu popolare non
-solo nella invenzione e nel fine, ma nello stile, nella lingua, e nella
-dottrina stessa della lingua, facendo alleanza col Porta, rifiutando
-la prosa poetica, e sino a un certo segno, ma non quanto si crede, la
-lingua poetica.
-
-Il romanticismo favorì e promosse per un verso l'individualismo, e
-anzi da taluno il romanticismo fu definito, se definizione può dirsi,
-una esplosione d'individualismo. Come definizione regge benissimo.
-Non so come un tal fatto possa conciliarsi con quella innovata
-idea della storia cui accennavo di sopra, con la sollecitudine per
-le tradizioni e le usanze comuni, col concetto di una letteratura
-popolare, e, sopratutto, con l'umiltà cristiana. Mi par di vederci
-una grande contraddizione; ma non può esser còmpito mio (nè so di
-chi potrebbe esser còmpito) lo scegliere tutte le contraddizioni
-del romanticismo, piccole, grandi e mezzane. Fatto sta che una certa
-continuata e impertinente ostentazione di sè, quello che un Francese
-direbbe l'_étalage de la personnalité_, quello che uno psichiatra
-potrebbe chiamare l'_esibizionismo_ letterario, è male cui van soggetti
-moltissimi romantici, male che nei più si mantiene abbastanza remissivo
-e tollerabile, ma che in alcuni diventa a dirittura smodato ed odioso.
-Non serve far nomi che tosto corrono alla mente di ognuno. Ora, anche
-di questo male andò immune il Manzoni. Non credo ch'egli giungesse
-a dire col Pascal: _le moi est haïssable_; ma gli è certo che di sè
-non parla se non il meno possibile: e se lascia intendere sùbito,
-molto chiaramente, di volere esser lui, di non essere punto disposto
-a lasciarsi stordire dai chiassi e trascinare dalla corrente, leva
-anche sùbito altrui il sospetto ch'egli voglia drizzarsi sopra un
-piedestallo, atteggiarsi a nume od a mostro.
-
-L'esagerato e permaloso individualismo fu una tra le molte cause di
-quello che dissero male del secolo; male pressochè del tutto ignoto,
-sott'altro nome e altre sembianze, agli uomini delle età che furono
-dopo l'antica e innanzi alla presente, e serbato forse agli avvenire
-assai più di quanto altri sperino o dicano. In mezzo alla dilagante
-giocondità del secolo scorso, esso si manifestò da prima con le forme
-tenui e coi miti caratteri della melanconia, nata dalla sensitività
-tormentata e alterata, e a poco a poco crebbe e si esacerbò, riuscendo
-da ultimo nei parossismi di Renato, di Manfredo, di Rolla, di
-tant'altri. Questo male diventò un tempo mal comune, o, a dir meglio,
-comune ostentazione, perchè son sempre pochi quelli che lo possono
-provar davvero e grandemente; e anche in Italia s'ebbe il flagello
-degl'imberbi fatali, _pallidi, capelluti_, e delle _geroglifiche
-donne_, scherniti sulle scene, inchiodati alla gogna dal Giusti.
-
-Il Manzoni non fu ammalato di questo male, sebbene egli fosse, in un
-certo senso, un gran pessimista. Quel male non può andar disgiunto
-dal pessimismo; ma il pessimismo, o, almeno, un certo pessimismo può
-aversi senza quel male, o, almeno, senza talune forme di quel male. Il
-Manzoni non conobbe, o non patì a lungo la melanconia; non già perchè
-la vita riposata e normale ne l'abbia preservato, ma perchè l'animo suo
-non la riceveva. Egli non condusse nè la vita dolorosamente inquieta
-dello Chateaubriand, nè la vita dolorosamente quieta del Leopardi; ma
-nè i grandi dolori si richiedono a far l'uomo triste quand'egli sia da
-natura inclinato alla tristezza, nè la vita del Manzoni fu così scevra
-di grandi dolori da torgli occasione e modo di diventar triste. Anzi a
-renderlo tale avrebbero potuto bastare e parer troppi, quand'egli fosse
-stato di altro temperamento, gl'incomodi della salute, e gl'impedimenti
-al lavoro che troppo spesso gliene venivano. Giovinetto, ritraendo sè
-stesso, aveva scritto:
-
- m'attristo spesso;
- Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio;
-
-ma forse scrisse a quel modo per ossequio all'usanza; forse fu stato
-d'animo superficiale e passeggero. Certo si è, non solo che egli
-non languì mai sotto il peso di quella formidabile noja di cui lo
-Chateaubriand era gravato e gravava le spalle de' suoi personaggi come
-d'un manto di non so quale regalità decaduta; nè conobbe i laceramenti,
-l'amara sazietà, i torbidi spiriti di ribellione dei personaggi del
-Byron e del Byron stesso; ma che fu, tutta la vita, se non lieto,
-sereno, e di una compostezza d'animo veramente assai più classica
-che romantica. Egli fu grande ammiratore del Goethe, di cui doveva
-molto piacergli, tra l'altro, la equanimità gagliarda, la tranquillità
-luminosa; ma non so davvero come e quanto gustasse il _Werther_.
-
-E pure, dicevo, il Manzoni fu pessimista in un certo senso, e non
-deve far meraviglia che fosse. San Francesco di Sales, che fu buon
-cristiano, scrisse una volta che la tentazione di attristarsi d'essere
-al mondo è una tentazione assai forte. Io non so se questa tentazione
-egli sia riuscito a vincerla sempre; ma so che l'ebbero molti altri
-buoni e santi cristiani, e debbo pur credere che tutti quelli che non
-vedevano l'ora di volare in cielo, o poco o molto dovessero attristarsi
-d'essere quaggiù, perchè l'uomo naturalmente s'attrista d'essere in un
-luogo quando gli piacerebbe molto d'essere in un altro.
-
-Considerate, di grazia, che una certa forma di pessimismo scaturisce
-spontaneamente, e non può non iscaturire, dal proprio centro della
-dottrina cristiana, da quell'idea d'un mondo corrotto e maledetto
-sin dalle origini, caduto in balìa di malvage potenze, redento sì, ma
-redento da tale che dice il suo regno non essere di quel mondo, e solo
-fuor di quel mondo, in un lontano avvenire, in una incognita patria,
-promette la restaurazione degli umani destini e il finale trionfo del
-bene. Quale gloriosa e salutare speranza, ma quanto combattuta, e da
-quanti pericoli circondata! Non udite voi il lungo gemito di tutte le
-creature sonar cupamente nelle parole di san Paolo? E il grido di tutti
-i santi che, come san Paolo, chiedono in grazia la morte per esser con
-Cristo? E gl'incalzanti epifonemi di un Pascal, descrivente l'eccesso
-delle umane miserie e il terrore dell'infinito? Capisco: non è il
-pessimismo buddistico, nè quello dello Schopenhauer o del Leopardi,
-poichè mette capo in una grande speranza; ma è o non è, almeno
-per quanto concerne il mondo di qua, una maniera di pessimismo, e
-sommamente dolorosa, e sommamente terribile? E non è dottrina cristiana
-la formidabile dottrina della predestinazione?
-
-Il Manzoni è cristiano, e come cristiano è pessimista in questo senso:
-e forse quella indolenza sua, rimproveratagli le tante volte da tanti,
-nasce in parte, senza ch'ei se ne avvegga, dal sentimento profondo
-della disperata vanità di tutte le cose, di una comune sciagura sempre
-rinascente e sempre irreparabile: sentimento che si risolve in questa
-invariabile domanda: a che pro? Ma più ancora che alla meditazione
-dell'idea cristiana pare a me che il suo pessimismo derivi da quella
-sua così vasta e chiara e continuata visione della vicenda storica
-nel tempo e nello spazio. Egli sa che non vi può essere se non poca
-giustizia nel mondo, perchè glielo dicono le Scritture; ma sopratutto
-il sa perchè _vede_ ciò che Renzo non vede, la giustizia offesa e
-conculcata in mille modi, continuamente, sfacciatamente, violentemente,
-in alto e in basso, nelle cose grandi e nelle cose piccole, per
-interesse, per furore, o per semplice gusto. Egli sa che la virtù è
-soggetta a mille prove, a mille pericoli, perchè così vuole la legge
-del riscatto e della giustificazione; ma sopratutto il sa perchè
-_vede_ che scopertamente, o di soppiatto, la virtù è sempre schernita,
-insidiata, perseguitata. Egli sa che non vi può essere felicità nel
-mondo, perchè il mondo è valle di lacrime, nel bujo della quale splende
-solo, come s'esprimono le Sacre Carte ed egli ripete, una speranza
-piena d'immortalità; ma sopratutto il sa perchè _vede_ gli angosciosi
-rivolgimenti, le formidabili sciagure, le immani rovine della storia,
-e le orde umane rovesciarsi le une addosso alle altre, furenti di
-cupidigia, sitibonde di sangue, e alla guerra tener dietro le carestie,
-e alle carestie tener dietro le pesti, e le tenebre dell'errore e della
-paura avviluppare ogni cosa. I _Promessi Sposi_ si chiudono, se non
-colle parole, col concetto di questa sentenza: Non isperate d'essere
-contenti davvero.
-
-Non so se il Manzoni avesse meditate ed intese le non troppo chiare
-disquisizioni di Federico Schlegel intorno all'ironia ed al suo
-officio nell'arte: so che quella sua ironia, così sottile e pur così
-indulgente, è un modo d'espressione di quel suo pessimismo.
-
-
-V.
-
-La vivezza del sentimento religioso condiziona nel Manzoni taluni
-principii d'estetica romantica che, per nascere e prender forza,
-non abbisognavano dell'ajuto di quel sentimento, ma ravvolti, per
-così dire, in esso, ne ricevevano nuovo vigore, e raffermavansi con
-risolutezza più intollerante e più battagliera e recisione anche
-troppa.
-
-Il principio che voleva il vero e il reale nell'arte non poteva,
-negli animi che l'accoglievano, scompagnarsi da un senso più o meno
-vivo d'avversione per la mitologia pagana, e, se non per l'arte
-classica, per la imitazione dell'arte classica. Il Manzoni cominciò
-classicheggiante, come tanti altri, e invocò Apollo e le Muse e le
-Grazie, e salì con la fantasia gli ardui gioghi di Pindo e di Parnaso,
-bevve al pegaseo fonte, e vagheggiò la Gloria, figlia del Tempo e di
-Minerva, _sospir di mille amanti_; ma rinnegò ben presto e, sembra,
-senza stringimento di cuore, quei _numi d'Atene_, da' quali Carlo
-Tedaldi Fores, venuto al punto della conversione, non sapeva staccarsi
-senza tristezza e senza lacrime; e mai non conobbe quel sentimento di
-dolce rammarico che allo Schiller inspirava il canto degli _Dei della
-Grecia_, e al Leopardi quello delle _Favole antiche_, e al De Musset
-quei teneri versi dei _Vœux stériles_:
-
- Grèce, ò mère des arts, terre d'idolâtrie,
- De mes vœux insensés éternelle patrie,
- J'étais né pour ces temps où les fleurs de ton front
- Couronnaient dans les mers l'azur de l'Hellespont.
-
-Il Manzoni appunto di quella idolatria si sente offeso, appunto quella,
-come cristiano, detesta, e ne vorrebbe spenta sin la memoria. L'_Ira
-d'Apollo_, scherzo composto in sul primo accendersi della guerra
-fra classici e romantici, ha carattere essenzialmente letterario,
-esprime un concetto in tutto conforme al comune; ma più tardi, e non
-molto più tardi, l'avversione del Manzoni crebbe a segno da diventare
-odio, e pareggiare quello degli antichi cristiani, e vincere lo
-stesso aborrimento espresso dallo Chateaubriand con tanto ardore e
-tanta impetuosità di parole. In fatti, nella famosa lettera a Cesare
-D'Azeglio (22 settembre 1823), egli, dette le ragioni per le quali a
-lui, come agli altri romantici, sembra assurdo, nojoso, ridicolo l'uso
-della mitologia, soggiunge: «Ma la ragione, per la quale principalmente
-io ritengo detestabile l'uso della mitologia, e utile quel sistema
-che tende ad escluderla, non la direi certamente a chicchessia, per
-non provocare delle risa, che precederebbero e impedirebbero ogni
-spiegazione; ma non lascierò di sottoporla a lei, che se la trovasse
-insussistente, saprebbe addirizzarmi, senza ridere. Tale ragione per me
-è, che l'uso della favola è vera idolatria»[36]. E séguita, recando le
-ragioni che lo fan pensare a quel modo.
-
-Per ciò che spetta alla imitazione dei classici, dichiara egli stesso
-di nutrir «sentimenti molto più arditi, molto più irriverenti» che
-non la più parte dei romantici, e di nutrirli, principalmente, perchè
-«la parte morale dei classici è essenzialmente falsa»; perchè negli
-scritti loro manca di necessità «quella prima ed ultima ragione, che
-è stata una grande sciagura il non aver conosciuta, ma dalla quale è
-stoltezza il prescindere scientemente e volontariamente»; perchè egli
-non può nè vuole chiamar suoi maestri «quelli che si sono ingannati»,
-e ingannerebbero lui pure[37]. Che cosa avrebbe mai detto il Tasso
-se avesse potuto udire, il Tasso di cui il Manzoni reca altrove gli
-argomenti contro l'uso della mitologia?
-
-Dichiarazioni di questa sorte ci mettono un po' d'inquietudine
-addosso. A che dovrebbero poi riuscire? Esse ci fanno ricordare di quel
-sant'Andoeno che nel secolo VII chiamava scellerati Omero e Virgilio;
-di Leone, abate di san Bonifacio e legato apostolico, scrivente, nel
-X, ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli di san
-Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio, e gli
-altri del filosofico bestiame, _neque ceteros pecudes philosophorum_;
-e non voglio dire ci facciano ricordar di Teofilo, vescovo di
-Alessandria, che buttava nel fuoco quanti libri _d'idolatria_ gli
-capitavano nelle mani. Tutti i romantici schietti detestarono più o
-meno il Rinascimento, e si capisce che non lo potevano amare; ma non
-c'è egli ragion di credere che il Manzoni lo detestasse più degli
-altri, e troppo più del bisogno? Abbiam trovato già tante volte, in
-cose meno importanti, un Manzoni meno romantico dei romantici, che ci
-dispiace trovarlo in questa romantico _ultra_, e da mandare a braccetto
-nientemeno che con Giuseppe De Maistre; ma che s'ha a fare? diremo di
-lui ciò ch'egli ebbe a dire del suo Bortolo: quel Manzoni era fatto
-così; se ne volete un altro, fabbricatevelo.
-
-Cioè, no: era e non era fatto così; era insomma di una cotal fattura
-intricata e complessa, da non poterci veder chiaro sempre. Questo
-nemico dei classici ha del classico qualche volta (ne abbiamo avuto già
-qualche indizio), e più di quanto altri possa credere, e dove altri
-non immagina. Il Carducci notò con ragione, e negl'_Inni sacri_ e in
-altre liriche, movenze classiche del verso e della strofe, e _purissima
-delineazion virgiliana_ nelle immagini, e altro ancora[38]; e gli è
-un fatto che il Manzoni non dimenticò mai (e forse se ne confessava
-come di un peccato) quelli cui egli stesso aveva dato nome di _prischi
-sommi_. Da giovane celebrò Omero in versi divenuti immortali; da
-vecchio, in prosa, disse di Virgilio cose mirabili. Guardate il Manzoni
-sotto certo aspetto, considerate per bene certi caratteri dell'arte
-sua, ed egli vi parrà il più classico dei romantici.
-
-Ne volete un'altra prova, un po' leggiera, a dir vero, ma che pure ha
-il suo peso? Cercate un po' quale
-
- Corrispondenza d'amorosi sensi
-
-passi tra il Manzoni e la luna. Tale invito pare una celia e non è.
-Quando il Carducci fece del sole un simbolo del classicismo, e della
-luna un simbolo del romanticismo, accennò poeticamente una relazione
-vera, per quanto ideale[39]. Che i romantici, dopo aver rinunziato,
-e per sempre, al culto di Artemisia e di Diana, per poco non ne
-instaurarono un nuovo, è noto anche troppo. Il sole cominciò a venir
-loro in uggia, a parer loro un pochino _volgare_: la luna invece,
-specie se velata da un lembo di nuvola discreta, come accortamente
-insinuava uno dei loro, molto più amabile, più spirituale e più
-_interessante_. Perciò la presero a confidente, inspiratrice e
-consolatrice loro, la celebrarono in tutte le lingue e su tutti i toni,
-la mescolarono a tutte le umane faccende, la consacrarono regina della
-poesia non meno che della notte, e inventarono la _sinfonia della luna_
-un bel pezzo prima che lo Zola inventasse la _sinfonia dei formaggi_.
-Sinfonia per sinfonia, mi par meglio la loro, benchè meno gustosa.
-Quella che un secentista malcreato aveva ardito chiamare _frittata
-del cielo_, diventò il _volto pensoso che dall'alto dei cieli scruta
-il mistero dell'ombre e degli oceani_. Gli _amica silentia lunae_ di
-Virgilio si mutarono in intimi ed arcani colloquii; e già il Meli, ch'è
-tutt'altro che un romantico, poneva sulle labbra del suo Dafni questo
-saluto:
-
- Li placidi silenzii,
- All'umidu to raggiu
- Di la natura parranu
- L'amabili linguaggiu.
- A tia l'amanti teneru
- Cu palpiti segreti
- La dulurusa storia
- Mestissimu ripeti;
-
-e già Ippolito Pindemonte confessava:
-
- Oh quante volte il giorno
- Insultai col desio del tuo ritorno!
-e soggiungeva:
-
- Perchè sola ti vede,
- Sola l'ignaro vulgo in ciel ti crede:
- Ma il Riposo, la Calma,
- Del meditar Vaghezza,
- Ogni Piacer dell'alma,
- La gioconda Tristezza,
- E la Pietà con dolce stilla all'occhio,
- Ti stanno taciturne intorno al cocchio.
-
-Non so se dal giorno in cui il Goethe disse alla luna: _Tu sciogli
-da ogni laccio l'anima mia!_ sino a quello in cui il Longfellow la
-rassomigliò a uno _spirito glorificato_, ci sia stato poeta, o poco
-o molto romantico, o grande o piccino, che per la luna non abbia
-spasimato, o finto di spasimare. E tante ne dissero tutti costoro, e
-così stucchevolmente si ripeterono, che non è da stupire se da ultimo
-venne chi per beffa la paragonò a un punto sopra una i, e chi le diede
-della celeste paolotta.
-
-Parecchie saranno state, cred'io, le ragioni di quel romantico
-invasamento; ma, forse, la più generale fu questa. Nella psiche
-romantica domina il sentimento, e il sentimento è, di sua natura,
-come già da gran tempo notarono gli psicologi, vago, fluttuante,
-indefinito, specie poi se si dissolve in sentimentalità. Nella psiche
-romantica domina ancora la fantasia, che similmente è vaga, fluttuante,
-indefinita. Sotto il pallido raggio lunare gli aspetti delle cose si
-scolorano, si stemperano, si smarriscono, e si prestano meglio alle
-interpretazioni del sentimento e alle trasformazioni della fantasia.
-
-Sia come si voglia, fatto sta che il Manzoni non amoreggia con la
-luna nè punto nè poco. Abbiamo qua e là, nel romanzo, un villaggio
-rischiarato dalla luna, un lago terso e tranquillo in cui la luna
-si specchia, un bosco attraversato dai raggi della luna; ma sono
-tocchi rapidi e sobrii anche troppo, e che non importano sentimento,
-nè espresso, nè sottinteso. Non sono questi, davvero, i chiari di
-luna dello Chateaubriand o di Vittore Hugo. Quella rapidità, quella
-sobrietà, potrebbe essere indizio di amore tepido; ma il guajo è che
-vi sono indizii d'irriverenza. La faccia badiale di don Abbondio, nella
-quale spiccano, al lume d'una lucerna, due folti baffi, un folto pizzo,
-tutti canuti, il Manzoni la rassomiglia a un dirupo sparso di cespugli
-coperti di neve e illuminati dalla luna. All'osteria, dove il povero
-Renzo piglia quella memorabile bertuccia, il Manzoni dà per insegna
-la _Luna piena_. Il Pindemonte le avrebbe dato per insegna il _Sole
-raggiante_.
-
-
-VI.
-
-Ora gli è tempo di dire più in particolare qualche cosa dell'arte del
-Manzoni.
-
-Il fondamento di essa arte è il vero, e segnatamente il vero morale.
-«Allora le belle lettere saranno trattate a proposito quando le si
-riguarderanno come un ramo delle scienze morali», scriss'egli in certe
-sue _Note estetiche_[40]. Il vero morale primeggia; ma egli vuole pure
-ogni altra maniera di vero, e non si tiene punto sicuro che ve ne sia
-qualcuna cui l'arte non possa o non debba accostarsi. Nella lettera
-sulle unità drammatiche leggiamo: «On peut bien, sans péril, condamner
-_a priori_ tout sujet qui n'aurait pas la vérité pour base, mais il
-me semble trop hardi de décider, pour tous les cas possibles, que tel
-ou tel genre de vérité est à jamais interdit à l'imitation poétique;
-car il y a dans la vérité un intérêt qui peut nous attacher à la
-considérer malgré une douleur véritable, malgré une certaine horreur
-voisine du dégoût»[41]. Il Manzoni sembra aver fatta sua la massima
-del Boileau: _rien n'est beau que le vrai_; ma allargandola tanto da
-farci capire anche il brutto, di cui legittima l'acconcia e sensata
-rappresentazione.
-
-Ma chi dicesse che il vero, oltre ad essere il fondamento dell'arte
-manzoniana, ne è anche la norma suprema ed unica, rischierebbe molto,
-parmi, di dire il falso. Esaminiamo un po' la famosa formola: _l'utile
-per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo_, che
-il Manzoni introdusse nella lettera al D'Azeglio, e che molti anni
-dopo cancellò, senza dircene le ragioni, e senza nemmeno darci modo
-d'indovinarle. In questa formola abbiamo tre termini, e finchè v'è
-accordo fra essi, tutto va bene; ma se l'accordo manca, non si sa più
-come la vada. Mettiamo da banda l'_interessante_, che, come è l'ultimo
-dei tre termini, così ancora è il meno importante, e badiamo agli altri
-due. Sarebbe molto desiderabile che l'utile e il vero andassero, in
-questo povero mondo, sempre d'accordo; ma è altrettanto notorio che non
-sempre vanno. Che cosa succederà dunque quando l'utile vorrà a un modo
-e il vero dirà a un altro? A quale dei due bisognerà darla vinta? Un
-realista sincero e zelante risponderà senza esitare: il vero è sempre
-utile, anche se non paja; ma il Manzoni che in parecchie altre cose
-è, come vedremo, più realista di molti realisti, in questa non può
-essere, e non concederà mai e poi mai che certe turpitudini si possano
-dire o descrivere per la sola ragione che le son vere. Diremo dunque
-che il supremo principio dell'arte manzoniana sia l'utile, inteso,
-non occorre avvertirlo, com'egli lo poteva e doveva intendere? Nemmeno
-questo, se ci pensiamo bene, potremo dire. V'è qui, parmi, un nodo un
-po' difficile da sciogliere, e forse fu questa difficoltà la ragione
-che persuase il Manzoni, divenuto sempre meno affermativo, e sempre più
-circospetto, a cancellar le parole che lo formavano. Quanto a noi, per
-trarci d'impaccio, potremo forse dire che il Manzoni intese il vero
-a un dipresso come lo intese Alfredo de Vigny nelle sue _Réflexions
-sur la vérité dans l'art_, e che formatasi nella mente una specie di
-gerarchia di veri, prescrisse che quelli di sotto avessero sempre a
-cedere a quelli di sopra.
-
-Senza andare a cercar altro, riconosciamo che fondamento dell'arte
-manzoniana è il vero, e che questo medesimo vero,
-
- L'arido vero che de' vati è tomba,
-
-è pure fondamento dell'arte romantica in genere. Cioè, diciamo
-meglio: avrebbe dovuto essere; perchè i primi e i secondi romantici
-lo gridarono a' quattro venti; ma poi e quelli e questi, veduto come
-a voler fondare sul vero bisogni star sodo, e durar fatica molta,
-ebbero per più comodo e più spediente di fabbricare sul falso, e di
-quell'_interessante_, che avrebbe dovuto essere soltanto il mezzo,
-fecero, senz'altro, bravamente il fine. Il Manzoni stesso, nella
-lettera al D'Azeglio, accenna a questo che si contenta di chiamare
-errore; ma non insiste, e non s'indugia a chiarire la contrarietà di
-opinioni che anche per questo rispetto doveva essere fra lui e alcuni
-suoi _compagni di patimenti letterarii_, e più particolarmente forse
-fra lui e il Berchet[42].
-
-Chi dell'utile fa lo scopo e del vero la materia dell'arte, va da sè
-che ricuserà e condannerà il concetto espresso con la famosa formola:
-_l'arte per l'arte_; concetto che da Platone agli estetici di jeri e di
-oggi ebbe tanti amici quanti nemici, e tanti, senza dubbio, seguiterà
-ad averne in appresso. A quella formola il Goethe s'accostò da vecchio;
-ma il Foscolo la negò implicitamente ed esplicitamente. Per bocca
-del Lenau la Poesia risponde fiere parole a chi la invita a uscir di
-solitudine, a rinunciare al sogno, a por sè stessa al servigio di una
-causa; e si dice ben risoluta a fare il piacer proprio. L'Hugo, dopo
-aver detto che nel giardino della poesia non v'è frutto vietato, si
-ravvide, e disse che il poeta è un _servitore del vero_ e dev'essere
-utile, e scrisse:
-
- Honte au penseur qui se mutile;
- Et s'en va, chanteur inutile,
- Par la porte de la cité!
-
-Ma lo stesso suo portabandiera, il Gautier, non era più di questa
-opinione quando esclamava: «La muse est jalouse; elle a la fierté d'une
-déesse et ne reconnaît que son autonomie». A che moltiplicare nomi ed
-esempii? Il Manzoni considerò sempre l'arte come dipendente da qualche
-cosa che è superiore all'arte.
-
-E sta bene; ma a essere considerata in tal modo l'arte corre pure
-qualche pericolo. Può avvenire che l'artista, guardando un po' troppo
-fisso in quella cosa superiore, si disgusti del reale e del vero, se
-ne diparta, ne perda il senso, e insieme con l'arte sua si smarrisca
-dietro idealità esagerate, che, per poco che si lascino in balìa di
-sè stesse, diventano vacue e puerili. Che molti romantici finiron con
-perdere affatto il senso del reale e del vero, e annegaron nel sogno,
-è cosa tanto universalmente nota che basta un cenno a ricordarla.
-Il realismo fu appunto una reazione a quel male; ma di quel male il
-Manzoni rimase immune; e poichè il realismo non tardò poi molto a
-traviare ancor esso, a cadere in un romanzesco diverso dal precedente,
-ma non migliore di quello, a promuovere una specie d'idealismo a
-rovescio, si può davvero dire che il Manzoni fu più realista di molti
-realisti. E ciò non deve sembrare punto strano, se si pensa che i
-principii fondamentali del romanticismo non ripugnano ai principii
-veramente fondamentali del realismo, e che il Manzoni osserva molto
-fedelmente quelli, e molto rigorosamente gli applica. Egli scrive:
-«je crois ne dire qu'une vérité très simple, en avançant que la poésie
-ne doit pas inventer des faits». E ancora: «cette nécessité de créer,
-imposée arbitrairement à l'art, l'écarte de la vérité et le détériore à
-la fois dans ses résultats et dans ses moyens»[43]. Si può contraddire
-in modo più chiaro e più risoluto ad Aristotele e a Platone? E che
-cosa potrebbe dir di meglio, o di peggio, un realista di professione?
-E quando dice che l'inventar fatti è «ce qu'il y a de plus facile et
-de plus vulgaire dans le travail de l'esprit, ce qui exige le moins
-de réflexion, et même le moins d'imagination»[44], non anticipa il
-Manzoni concetti e giudizii espressi poi con molta più burbanza,
-con molta più saccenteria, dai maestri e dai curatori del realismo
-contemporaneo?[45]. Checchè altri possa credere o dire, il Manzoni ha
-pochi pari nel senso del reale, e giustamente il De Sanctis ne fece
-la osservazione. I _Promessi Sposi_ sono, tutto sommato, un romanzo
-realistico nel miglior senso della parola, e più di certi romanzi
-del Balzac, il quale tutti sanno come troppe volte siasi tuffato nel
-romanzesco, e in un romanzesco di pessima lega. Sul finire del maggio
-1822, il Manzoni scriveva, parlando del suo libro al Fauriel: «Quant
-à la marche des événements, et à l'intrigue, je crois que le meilleur
-moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher à considérer
-dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer
-surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque»[46]. Non so
-davvero quanto quel modo di non far come gli altri potesse piacere ai
-romantici.
-
-Il Manzoni detesta il romanzesco, detesta cioè una cosa di cui i
-romantici erano divenuti molto teneri. Sino dal 1804, il Senancour,
-che fu uno dei primi romantici francesi, avvertiva, in un luogo del suo
-_Obermann_, che _romantico_ e _romanzesco_, non solo non vogliono dire
-lo stesso, ma anzi vogliono dire il contrario; e aveva ragione, o, per
-lo meno, avrebbe dovuto aver ragione. Se non che i romantici fecero poi
-quanto bisognava, e più di quanto bisognava, per giustificare il detto
-del Pagani Cesa, il quale sentenziò che romantico e romanzesco sono
-in sostanza tutt'uno[47]. I romantici furono, generalmente parlando,
-grandi ammiratori del Tasso, e cooperarono la parte loro a raffermare
-ed esagerare la leggenda di lui: il Manzoni, per contro, ne faceva
-poca stima, e si meravigliava che il Goethe avesse potuto sceglierlo
-a protagonista di un dramma. Le ragioni di quella grande ammirazione e
-di quel quasi disprezzo furono senza dubbio parecchie; ma il carattere
-romanzesco e del poema e del poeta ebbe ad essere, credo, una delle
-principali.
-
-Il Manzoni ha vivo ed acuto il senso del reale perchè ha sana la mente,
-e non soggiace a quelle perturbazioni affettive che non lasciano
-vedere nè uomini nè cose quali son veramente. La consueta sua calma
-gli permette di considerare attentamente gli uni e le altre quanto
-è necessario per vederli sotto ogni aspetto e conoscerli bene: la
-consueta sua rettitudine lo pone in grado di giudicarli con equità; e
-il gusto che gli procurano la chiara visione e la sicura conoscenza
-della realtà non lascia ch'egli s'invaghisca di chimere e di sogni.
-Senza quella calma, senza quella rettitudine, senza quel gusto, non vi
-può essere vero realismo.
-
-Nei _Promessi Sposi_ è realistica quella che chiameremo la favola;
-sono realistici i personaggi, o perchè presi in quella mezzanità che
-per essere più comune sembra anche essere più reale, o perchè, se pure
-escono da quella mezzanità, nulla mostrano di più o di meno che umano;
-sono realistiche, e meravigliosamente realistiche, le narrazioni e
-le descrizioni della carestia, della sommossa, del passaggio delle
-soldatesche, della pestilenza, della casa di don Abbondio, della casa e
-della vigna di Renzo, e tante e tant'altre. Di un po' romanzesco, nel
-vero senso della parola, parmi nei _Promessi Sposi_ non ci sia altro,
-o quasi altro, che la misteriosa e criminosa tresca della monaca e di
-Egidio.
-
-Se poi si viene a discorrere di quello che dicesi _ambiente_, ed è uno
-degli elementi della realtà sulla importanza del quale ha più battuto
-la scuola realistica, non fa quasi bisogno di ricordare quanto nei
-_Promessi Sposi_ ne sia accurato lo studio e fedele la riproduzione,
-almeno per quanto spetta all'ambiente morale e sociale. Che vuol dire
-tener conto dell'ambiente? Non altro, se non riconoscere e porre in
-rilievo la connessione che i fatti particolari hanno coi generali,
-i fuggevoli coi duraturi o costanti, la dipendenza dei primi dai
-secondi, la ragione e il modo di prodursi di quelli. Ora, io non
-so se in nessuno dei romanzi realistici più decantati si vegga con
-tanta consequenza e tanta costanza quanta nei _Promessi Sposi_ il
-fatto particolare provocato, condizionato, generato in certo modo
-dal fatto generale; la storia di pochi uomini offerta come un caso
-della storia di tutto un popolo. «Les mémoires qui nous restent de
-cette époque présentent, et font supposer une situation de la société
-fort extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec
-l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante
-par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle
-raconte; une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes
-ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu
-connues, mais consignées dans des récits très dignes de foi, et qui
-montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui a
-donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus
-déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus
-touchantes, etc. etc... voilà de quoi remplir un canevas; ou plutôt
-voilà des matériaux qui ne feront peut-être pas déceler la malhabileté
-de celui qui va les mettre en œuvre... A cet effet, je fais ce que je
-puis pour me pénétrer de l'esprit du temps que j'ai à décrire, pour y
-vivre; il était si original que ce sera bien ma faute, si cette qualité
-ne se communique pas à la description». Così scriveva il Manzoni al
-Fauriel nella importantissima lettera testè citata; ma quando pure non
-ci fosse stata questa dichiarazione dell'autore, e il Cantù non avesse
-scritto quel suo noto commento storico al romanzo, ogni colto lettore
-potrebbe riconoscere agevolmente da sè nel romanzo stesso, non solo lo
-studio perseverante, coscienzioso, minuto di una età che non è certo
-tra le più conosciute, ma ancora la evocazione meravigliosa e potente;
-e non so davvero se altro ve n'abbia in cui la storia riviva con pari
-illusione di realtà e di presenza, e in cui, a dispetto pure di qualche
-sproporzione od eccesso, realtà e finzione sieno più intimamente, più
-organicamente fuse. Parve anzi a taluno che di storia ce ne sia persin
-troppa, non solamente in quelle parti del racconto, ov'essa appare,
-dirò così, in forma propria ed esplicita, come nelle descrizioni,
-dal Goethe giudicate troppo lunghe, della sommossa e della peste; ma
-in quelle ancora ov'essa è implicita, e fittamente intessuta con la
-propria azione del romanzo; e che questa propria azione del romanzo sia
-governata un po' troppo insistentemente da quella che chiameremo azione
-generale della storia. Ma, di grazia, può essere questo veramente
-un difetto? e se difetto, può essere difetto da rimproverare a un
-romanzo storico? e a un romanzo storico di carattere così spiccatamente
-realistico?
-
-Intendo come a più d'uno la qualificazione di realista data al Manzoni
-possa sembrare inopportuna, data con un po' d'arbitrio, e quasi per un
-impegno. Come? diranno: realista il Manzoni, che ogni po' si caccia
-tra' suoi personaggi e interrompe il racconto con le osservazioni e
-con l'ironia? realista il Manzoni, inventore di Lucia e di Federigo
-Borromeo? Eh sì, realista: non mica, intendiamoci, nel pieno, o
-comune significato della parola, ma pure realista, e in molte cose più
-realista di molti realisti. Del resto, vediamo un po'. Questo dovere
-imposto allo scrittore di non frammischiarsi ai proprii personaggi,
-di non lasciarsi scorgere nell'opera propria, da quale principio
-d'arte supremo, perpetuo, incontrovertibile, si fa scaturire? L'avete
-proprio questa opinione che l'opera d'arte possa essere, o almeno
-parere, un'opera della natura, fatta non si sa come, non si sa da chi,
-anzi nata e non fatta, e contraddistinta, tutto il più, da un nome
-vano senza soggetto? E quando l'autore di un libro, il voglia egli o
-nol voglia, sel creda o non sel creda, si svela e si dà a conoscere
-in tante altre maniere: e quando in ogni carattere che dipinge, in
-ogni avvenimento che narra, in ogni frase che scrive, vi grida, come
-Emilio Zola vi grida: io son io, in carne e in ispirito, con queste
-facoltà, con queste tendenze, con questo concetto della vita e questo
-sentimento delle cose; e si mescola in mille modi con quella realtà
-ch'egli pretende rappresentarvi nell'inafferrabile vero e proprio
-suo essere, e in mille modi la altera (_il mondo veduto attraverso a
-un temperamento_), non v'accorgete voi che ha del pedantesco, che ha
-dell'ingenuo, che ha del puerile il dirgli: tu non t'hai da far vedere
-qui dentro; tu non userai mai in prima persona il pronome ed il verbo?
-Voi affermate che quando l'autore si lascia vedere a quel modo e parla
-a quel modo, nasce spontaneamente in chi legge il sospetto ch'egli non
-sia in tutto sereno ed imparziale, ma acconci, muti, travisi variamente
-il vero per amore a un qualche suo preconcetto, per indulgenza a una
-qualche sua passione, o per altra ragion così fatta. E sta bene: ma
-se l'autore non si fa vedere, sarà poi tolto a quel sospetto ogni modo
-di nascere? e non ci sono cento altre maniere di sincerarsi quando il
-sospetto sia nato? Il parlare in prima persona non trae mica con sè
-la necessità di mentire; e il parlare in terza non è mica guarentigia
-di verità. Non vi accorgete anzi che per isballarle grosse, senza che
-altri vi possa dare sulla voce, il modo più sicuro, il più comodo è
-appunto quella ostentazione di oggettività assoluta ed invariabile? Del
-resto, come un romanzo non diventa realistico per ciò solo che l'autore
-si tien nascosto dietro a' suoi personaggi, così un romanzo non cessa
-di essere realistico per ciò solo che l'autore si lascia a quando a
-quando vedere tra essi. Provatevi a leggere un romanzo del Balzac, e
-vedete se vi riesce di scorrerne dieci pagine senza dar di petto nel
-Balzac. E si tratta di un pontefice massimo del realismo!
-
-Che il Manzoni non s'indugia molto a ritrarre gli aspetti delle cose
-esteriori; che parlando di quei paesi del lago non si cura di attenersi
-strettamente e minutamente al vero; che non approfitta della sommossa,
-e della peste per descriverci dieci volte Milano, di giorno, di notte,
-e quando fa sole e quando piove; che non ispende molte parole per
-informarci del caldo e del freddo, del secco e dell'umido, della calma
-e del vento, tutto ciò è verissimo; ma resta a sapersi se sia questo
-un difetto, e quanto abbia guadagnato la letteratura realistica dalla
-bella qualità opposta a questo difetto. Può darsi che il Manzoni si
-mostri in tutto ciò un po' troppo scarso, un po' troppo restio, e
-dico _può darsi_ perchè non ne sono propriamente sicuro; ma gli è per
-altro certo ch'egli fa benissimo, e opera da realista sensato, a non
-lasciarsi sopraffare e soffocare dalle cose, come la più parte dei
-romanzieri russi, e parecchi non russi, e che da questo suo modo di
-operare viene al romanzo e ai lettori di esso vantaggio non piccolo.
-
-Il Manzoni inventò Lucia e Federigo Borromeo; anzi inventò quella
-e non inventò questo; perchè se il Federigo da lui ritratto non è
-tutto il Federigo storico, è parte rilevante e vera di quello. Chi
-ha qualche pratica con la storia dei santi vede che Federigo è un
-santo, come, grazie al cielo, ce ne furon degli altri, e parecchi,
-se non moltissimi. Chi è incapace di virtù nega la santità, come chi
-è incapace di coraggio nega l'eroismo. Lucia è un po' raggentilita,
-un poco stinta, se così posso esprimermi, ma molto più vera che non
-si creda, e, ad ogni modo, tirata in su non più di quanto infiniti
-personaggi di romanzi realistici sieno tirati in giù. Oltre di che
-è da dire che il Manzoni, nel formare i caratteri, riesce alquanto
-più realista (nientemeno!) del Balzac, il quale, di solito, forma i
-personaggi suoi tutti di un pezzo, e rimettendo in opera il vieto
-procedimento classico, segno di tante censure, li accende di una
-passione unica, che è il principio unico e la ragione unica di tutto
-quanto essi dicono e fanno; mentre il Manzoni forma complicatamente i
-suoi, e li mostra, il più delle volte, quali sogliono essere in natura,
-composti di elementi discordi, combattuti da contrarie tendenze. Fra
-Cristoforo e l'Innominato manifestano questa lor condizione nel fatto
-stesso della conversione, così com'è motivata, predisposta, condotta.
-Federigo è un santo che ha molte parti, molti aspetti, e che il povero
-don Abbondio non riuscirà mai nè a indovinare, nè a intendere. L'Agnese
-è di certa natura tutt'altro che semplice. Renzo avrebbe molte buone
-ragioni per essere preso tutto di una passione unica e fisso in un
-solo pensiero, e per non volere pensare ad altro; e pure, sebbene
-l'amore, anzi l'amore contrastato, sia sempre (e dev'essere) presente
-in tutto ciò ch'egli pensa, dice ed opera; sebbene si vegga ch'esso è
-come la molla secreta che lo fa muovere, e lo spinge, senza ch'egli
-possa darsene conto, a farsi predicatore di riforme e seguitator di
-sommosse; pure, dico, egli conserva, da povero contadino, la facoltà di
-prendere parte a una quantità di cose che non sono il suo amore, e non
-hanno troppa attinenza col suo amore. Don Abbondio pare che sia nato al
-mondo per aver paura, e non conosce altra consigliera che la paura, e
-c'è da stupire che la paura non l'abbia ammazzato in qualche incontro,
-un bel pezzo prima dell'incontro coi bravi. La paura si può dire che
-sia la sua coscienza. Ciò nondimeno se voi riuscite a togliergli un
-tratto quella paura di dosso, anzi di dentro, come, per una volta
-tanto, ci riescono gli avvenimenti, voi vedete fiorir d'improvviso un
-don Abbondio non più veduto, ma non impreveduto, e che, sebbene tanto
-diverso dal solito, non contraddice a quello, anzi è un nuovo aspetto
-di quello. Ora aggiungete a tutto ciò che i personaggi dei _Promessi
-Sposi_ mostrano d'avere fra loro quel collegamento, e gli uni sugli
-altri quel reciproco influsso, che lasciano pur vedere i personaggi del
-Balzac, nei migliori suoi romanzi.
-
-Con questo non voglio già dire che l'arte del Manzoni non discordi
-assai volte da quella dei realisti ordinarii, ma credo che dovrebbe
-rincrescere se non discordasse. I realisti ordinarii, quelli
-sopratutto dell'ultima maniera, si sa che hanno soppressa nell'opere
-loro la composizione, sotto pretesto che la natura non ce la dà. Ci
-sono dell'altre cose parecchie che la natura non ci dà, e che noi,
-appunto per questo, andiam procacciando con istudio, con fatica, con
-pericolo. Veramente la natura s'è sempre ostinata a non volerci dare
-nè fabbriche, nè statue, nè quadri, nè spartiti, nè romanzi. A taluno
-potrebbe forse venire il sospetto che a decretare quella soppressione
-i realisti sieno stati ajutati, non diremo spinti, da quel naturale
-desiderio ch'è il desiderio di scampar fatica; ma poichè tale sospetto
-potrebb'essere temerario ed ingiusto, basterà notare che in nessuno
-degl'intenti loro, qual che si fosse la ragione che li moveva, i
-realisti riuscirono così bene come riuscirono in questo. Molti dei
-loro romanzi pajono un effetto del caso, e si potrebbero applicar ad
-essi le parole con cui certo personaggio di una commedia francese senza
-scioglimento accomiatava gli spettatori: _il n'y a pas de raison pour
-que cela finisse_....; e ci si potrebbero aggiungere queste altre: _il
-n'y avait pas de raison pour que cela commençât_. Non così il romanzo
-del Manzoni. La composizione di esso potrà esser guasta in certe parti
-da digressioni un po' troppo lunghe; l'equilibrio ne potrà rimanere
-turbato; ma, tirate le somme, bisogna pur riconoscere che il romanzo,
-com'è fortemente immaginato, così è anche fortemente composto; che esso
-è dotato, a dispetto delle digressioni, di coerenza e di compattezza
-mirabili; che è un'opera, non del caso, ma dell'arte, nel più alto e
-schietto significato della parola. Parve a taluno che nei _Promessi
-Sposi_ non ci sia altra unità che la unità morale: io credo ci sia
-pure la unità logica, e anche (ma qui bisognerebbe discutere) la unità
-estetica.
-
-Per questi, e per alcuni altri rispetti, il Manzoni è romantico e non
-realista. Di fronte alla realtà, il romanticismo fu più attivo che non
-il realismo. Esso concedeva all'arte molto che il realismo le nega:
-esso voleva la composizione, la concentrazione, la scelta, e quella
-che il Taine chiamò convergenza delle impressioni. Mi sembra che molti
-comincino ora ad avvedersi che il realismo fece male a disvoler tutto
-questo.
-
-
-VII.
-
-Non abbiamo ancora finito di discorrere degli effetti che vengono
-all'arte manzoniana dall'avere il Manzoni tolto a fondamento di quella
-il vero.
-
-Va da sè ch'essa aborrirà quasi istintivamente tutte quelle forme del
-fantastico, del lugubre, del mostruoso, del terribile, che gl'Inglesi
-designarono con la denominazione espressiva di _german horrors_, e che
-non sono poi cosa talmente germanica che non si trovi anche, in qualche
-misura, fuor di Germania, o natavi spontaneamente, o trattavi dalla
-curiosità o dalla moda[48]. In Italia se n'ebbe un andazzo, a dispetto
-del clima, delle consuetudini, degli umori; venutovi primamente (se
-non vogliamo tener conto di alcune più remote e più comuni origini
-medievali e cristiane) coi poemi di Ossian, con le _Notti_ del Young,
-con la poesia sepolcrale. Nei _Sepolcri_ del Foscolo se ne vede qualche
-traccia, e anche nelle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_; e sino dal
-1805, Luigi Cerretti, vecchio ormai, si scagliava contro il depravato
-gusto di coloro che esultavano «in dipingere gli abbracciamenti
-del delitto colla morte, e il fragor con cui piombano nel baratro
-tenebroso»[49]. Non so se queste parole alludano, come parrebbero,
-a una qualche traduzione o imitazione, che già corresse l'Italia,
-della famosa _Leonora_ del Bürger; ma so che il Cerretti avrebbe
-potuto ripeterle, e allungarle, e inasprirle qualche anno più tardi,
-quando saltò su il Berchet, nella _Lettera semiseria di Grisostomo_,
-a proporre alla imitazione degl'Italiani appunto quella _Leonora_ e,
-di giunta, il _Cacciator feroce_ dello stesso poeta. A dir vero, lo
-stesso Berchet, in quella che faceva la proposta, esprimeva pure il
-dubbio che le due poesie, fondate, come sono, sul meraviglioso e sul
-terribile, non avessero a incontrare gran fatto il gusto degl'Italiani;
-e già il Londonio aveva sentenziato disdegnosamente che le _romantiche
-melanconie_ del settentrione non potevano allignare in Italia, e ne
-dava grazie al cielo, alla ridente natura, all'indole del popolo[50].
-Ma che non possono, anche contro il cielo e la natura e l'indole, la
-sazietà del consueto, il desiderio del nuovo, la voga? I germanici,
-e, per amor di giustizia, soggiungeremo, gli anglici orrori trovarono
-favore anche in Italia, e persino quelli di cui Anna Radcliffe
-rimpolpettava romanzi vi ebbero cure di traduttori e plauso di lettori
-e più di lettrici. Onde il povero Monti, già presentendo la fine di
-ogni cosa, piangeva le Grazie fugate dai lemuri e dalle streghe, e
-le ombre d'Ettore e di Patroclo soppiantate dai romantici spettri, e
-che il solo tetro si chiamasse bello: e alzando il dito verso quella
-malaugurata e scelerata Leonora, gridava:
-
- Di fe' quindi più degna
- Cosa vi torna il comparir d'orrendo
- Spettro sul dorso di corsier morello
- Venuto a via portar nel pianto eterno
- Disperata d'amor cieca donzella,
- Che, abbracciar si credendo il suo diletto,
- Stringe uno scheletro spaventoso, armato
- D'un oriuolo a polve e d'una ronca:
- Mentre a raggio di luna oscene larve
- Danzano a tondo, e orribilmente urlando
- Gridano: _pazïenza, pazïenza_[51].
-
-Scrivendo al D'Azeglio nel 1823, il Manzoni diceva che per romanticismo
-in Italia s'intendeva comunemente «un non so qual guazzabuglio di
-streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca dello
-stravagante, una abiura in termini del senso comune»; e soggiungeva:
-«un romanticismo insomma, che si è avuto molta ragione di rifiutare, e
-di dimenticare, se è stato proposto da alcuno; il che io non so»[52].
-Quell'_io non so_ è di troppo, e per caso noi cogliamo il nostro Don
-Alessandro in una delle sue non rarissime bugiole o dissimulazioni
-innocenti. Don Alessandro sapeva benissimo che, in una certa misura,
-quel romanticismo era stato proposto, e che, in misura alquanto
-maggiore, era anche stato attuato; ma sapeva pure, e voleva si sapesse,
-che da lui quel romanticismo non doveva aspettarsi nè ajuto, nè
-incoraggiamento, nè indulgenza[53]. Avviso ai _compagni di patimenti
-letterarii_ e a quanti altri potessero averci interesse. Quelle
-particolari mostruosità poi che furono le _mostruosità della scuola
-satanica_, il Manzoni detestò da quanto il Niccolini, che le detestò
-con tutta l'anima.
-
-Badate che nelle parole riferite pur ora il Manzoni accenna anche al
-_disordine sistematico_ e alla _ricerca dello stravagante_, due cose
-ancor esse molto contrarie alla conoscenza e alla rappresentazione
-del vero; l'una, perchè mette tutto sossopra, l'altra, perchè tutto
-travisa. Nella Lettera sulle unità drammatiche il Manzoni scrisse: «Il
-est hors de doute que la sagesse vaut mieux que l'extravagance; et même
-que celle-ci ne vaut rien du tout»[54]. Avrebbe potuto dir meglio il
-Boileau? E non vi pare anzi che tra il Boileau ed il Manzoni ci sia
-alle volte sin troppo accordo? Non so perchè mi ricorra nella mente la
-sentenza di Edgardo Poe: non esservi bellezza senza stranezza.
-
-Per essere giusti bisogna dire che quei due malanni, se c'erano (e
-c'erano) anche in Italia, non però vi mostravano quel carattere maligno
-che altrove, nè come altrove ci si eran diffusi. Le stravaganze
-del romanticismo tedesco, derise dal Goethe, l'Italia, o non le
-conobbe, o se ne liberò molto presto. Ciò che nel 1829 il Thiers
-diceva del romanticismo francese: «Ses goûts fantasques et puérils
-font le ridicule de notre temps», non si sarebbe potuto dire del
-romanticismo italiano, forzato a stare in cervello e a rigar dritto
-(e fu ventura nella disgrazia) dai molti guai a cui bisognava pensare
-e, possibilmente, rimediare. L'aver dovuto in Italia far arme delle
-lettere nocque in più modi all'arte, ma all'arte stessa anche in più
-modi giovò, poichè non le lasciò nè agio nè possibilità di buttarsi
-al singolare e all'inaudito, e di ammattire dietro all'esempio del
-romanticismo francese, del quale ebbe a dire il Gautier, narratore
-e giudice benevolo: «Développer librement tous les caprices de la
-pensée, dussent-ils choquer le goût, les convenances et les règles;
-haïr et repousser autant que possible ce qu'Horace appelait le profane
-vulgaire, et ce que les rapins moustachus et chevelus nomment épiciers,
-philistins ou bourgeois; célébrer l'amour avec une ardeur à brûler le
-papier, le poser comme seul but et seul moyen de bonheur; sanctifier et
-déifier l'Art regardé comme second créateur: telles sont les données
-du programme que chacun essaye de réaliser selon ses forces, l'idéal
-et les postulations secrètes de la jeunesse romantique»[55]. Cogliamo
-anche questa occasione di notare che il romanticismo italiano, se
-fu molto meno rigoglioso, fu anche molto più savio del forestiero;
-che perciò in Italia la reazione realistica non irruppe con l'odio,
-col furore, con la violenza onde fu accompagnata altrove; e che il
-Manzoni poteva dissentire dal romanticismo italiano assai meno di
-quello dovesse dissentire dal romanticismo forestiero, pur dissentendo
-parecchio anche da quello.
-
-Chi ama da senno il vero, aborre da tutto quanto possa, in uno o in
-un altro modo, o poco o molto, alterarne la schiettezza, falsarne la
-espressione. L'arte che voglia proprio esser vera dev'esser sincera
-e dev'esser semplice; deve cioè ricusare tutti quegli artifizii e
-lenocinii del linguaggio, dello stile, della trattazione, che se
-anche non alterano, dirò così, sostanzialmente il vero, lo alterano
-formalmente; se non nel principio suo, nei suoi effetti. _Veritatis
-simplex est oratio_, lasciò scritto Seneca. Essa diffida in sommo
-grado di quelli che diconsi ornamenti, e fra' suoi precetti, anzi
-fra' principali, scrive anche questo: _il puro necessario: tutto
-ciò che non è necessario è nocivo. Quod ultra est, a malo est._ Ecco
-perchè il Manzoni è così schietto e così semplice e così naturale,
-pur riuscendo così fine e così efficace. Il Manzoni non abusa mai
-del pittoresco, tanto abusato da' romantici d'ogni risma; anzi nel
-colore, come nel disegno, è tanto sobrio da potere, alle volte, parer
-troppo. Il Manzoni, l'abbiam già notato, gusta poco la prosa poetica.
-Il Manzoni gusta anche poco la lingua poetica, che non è da confondere
-col linguaggio poetico, e il Sainte-Beuve gliene fa rimprovero; ma qui
-è da notare ch'egli l'avversò meno di quanto si creda, come provano
-certe sue lettere al Borghi. In una, scritta nel giugno del 1828,
-egli osserva che _orde_ è forse _voce troppo nuova per la poesia_; in
-un'altra, del febbrajo dell'anno seguente, che _trionfata_ è triviale;
-in una terza, dell'aprile dell'anno medesimo, che _banchettare_ non fa
-_buon suono_.
-
-Ma checchè il Manzoni pensasse della prosa poetica e della lingua
-poetica, gli è certo ch'egli preferiva la prosa alla poesia, e che la
-ragione principale del suo preferir quella a questa era, a un dipresso,
-la seguente: la prosa è, in tesi generale, il linguaggio del vero; la
-poesia è, in tesi generale, il linguaggio della finzione. I romantici,
-per contro, mostrano sempre una spiccata tendenza a mettere la poesia
-sopra la prosa.
-
-Questo punto è degno di attenzione particolare.
-
-
-VIII.
-
-Qualcuno che non conoscesse nè le tragedie, nè gli inni, nè le poesie
-giovanili del Manzoni, potrebbe dire: il Manzoni preferiva la prosa
-alla poesia perchè non si sentiva, e non era poeta: chi si sente ed è
-veramente poeta, preferisce la poesia alla prosa. Chi conosca quelle
-composizioni, o ne conosca almeno una parte, non dirà più così di
-sicuro.
-
-Riconosciamo pure (e dopo quanto s'è detto innanzi non ci costerà
-troppa fatica) che le potenze dello spirito più particolarmente
-richieste al poetico officio non sono quelle che primeggiano nel
-Manzoni; riconosciamo ch'esse sono in qualche modo soggiogate da altre;
-ma riconosciamo, in pari tempo, che quelle potenze ci sono, e han molto
-vigore, ed operano molto speditamente. L'anima del Manzoni fu certo
-più aperta alla luce del vero che alla luce del bello, sebbene anche a
-questa sia stata aperta assai bene; e la condizione di poeta pare che
-voglia piuttosto il contrario, o almeno, che l'anima le riceva entrambe
-egualmente: e dico entrambe, perchè le son due propriamente, e non una,
-come s'è voluto far credere.
-
-Da giovane il Manzoni sentì ancor egli la vocazione poetica (dico
-vocazione e non fregola) e rifuggendo dalle tetre scuole mortificatrici
-dell'ingegno e corruttrici del gusto, e da maestri che più tardi
-sarebbesi vergognato d'avere a discepoli, s'addusse franco al _sorso de
-l'Ascrea fontana_, e cercò dei _prischi sommi_, e ne fu preso di tanto
-amore che gli pareva di vederli e conversare con loro. Lo rodeva il
-dubbio che Carlo Imbonati, la cui memoria egli onorava allora di quasi
-religioso ossequio, come un esempio impareggiabile di umanità virtuosa
-e gentile, avesse curata poco da vivo la _divina de le Muse armonia_, e
-da lui si faceva rispondere in sogno:
-
- Qualunque
- Di chiaro esemplo, o di veraci carte
- Giovasse altrui, fu da me sempre avuto
- In onor sommo;
-
-e nella sua bocca poneva le lodi dell'Alfieri e del Parini, e di quel
-sovrano
-
- D'occhi cieco, e divin raggio di mente,
- Che per la Grecia mendicò cantando[56].
-
-Dell'anno 1809 è l'_Urania_, ch'è tutto un inno alla poesia, e dove
-il poeta si consacra tutto alle muse, le quali, _fuggitive dai laureti
-achei_, presero stanza in Italia:
-
- A queste alme d'Italia abitatrici
- Di lodi un serto in pria non colte or tesso;
- Chè vil fra 'l volgo odo vagar parola
- Che le Dive sorelle osa insultando
- Interrogar che valga a l'infelice
- Mortal del canto il dono. Onde una brama
- In cor mi sorge di cantar gli antichi
- Beneficj che prodighe a l'ingrato
- Recâr le Muse[57].
-
-Allora il suo desiderio più vivo e la più cara speranza erano di
-vedersi aggiunto un giorno _al drappel sacro_ dei poeti d'Italia[58],
-al quale fu poi aggiunto veramente, ma senza che il suo desiderio ci
-entrasse per molto; anzi un pochino contro sua voglia, s'è vero che
-a farvelo aggiungere ajutarono per la parte loro anche quelle poesie
-giovanili ch'egli rifiutò più per le cose che dicevano che pel modo,
-meno perfetto, con cui le dicevano.
-
-Quand'è che l'animo di questo innamorato cominciò a raffreddarsi?
-Sarebbe difficile il dirlo. Da giovanissimo, e poi per certo tempo più
-tardi, egli vagheggiò una specie di poesia realistica, molto diversa
-da quella di cui il Cerretti seguitava a predicare essere il furore la
-suprema ragione. Nel sermone a Giovanni Battista Pagani, ch'è del 1804,
-il poeta così si confessa all'amico:
-
- Or ti dirò perchè piuttosto io scelga,
- Notar la plebe con sermon pedestre,
- Che far soggetto ai numeri sonanti
- Opre antiche d'eroi. Fatti e costumi
- Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa
- Nega esprimer Talia[59].
-
-Queste ultime parole in ispecie son degne di qualsiasi più risoluto
-e più rigoroso realista. Diciasette anni più tardi, nel gennajo del
-1821, e in una lettera al Fauriel, il Manzoni esprime la opinione che
-la poesia debba dire ciò che si pensa e ciò che si sente nella vita
-reale[60]; e in altra lettera, senza data, al medesimo amico, parla
-ironicamente del _bel principio_ «que tout ce qui est vague, fabuleux,
-confus est poétique de sa nature, et que lorsqu'on ne sait rien sur
-un sujet, il faut en parler en vers»[61]. O prima o poi egli dovette
-vagheggiare una poesia ragionevole, come la voleva il Johnson. Leggasi
-questa sua riflessione: «A chi dicesse che la poesia è fondata sulla
-immaginazione e sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si
-può rispondere, che più si va addentro a scoprire il vero nel cuore
-dell'uomo, più si trova poesia vera»[62]. Se non che, molto per tempo
-egli dovette cominciare a negar credenza a quel detto dello Shelley,
-che i poeti possono significare il vero al pari e meglio di coloro che
-scrivono in prosa; e al giudizio di Aristotele, quando sentenziò essere
-la poesia più filosofica e, in un certo senso ideale, più vera della
-storia[63]. Onde, sino dal 1829, nella _Storia della Colonna Infame_,
-si burlava del privilegio arrogatosi dai signori poeti di dire ogni
-cosa che loro salti in capo, o vera o falsa che sia[64]; e nel giugno
-del 1832 scriveva ad un Coen, il quale s'era fissato di lasciare i
-negozii per darsi alle lettere: «E, come le storture trovan meglio da
-appigliarsi e da spiegarsi in un linguaggio straordinario, fantastico e
-di convenzione, così i poeti hanno in questa miseria (_del fare d'una
-passione una virtù_) la maggior parte e il più cospicuo luogo»[65].
-Vero è che poi, nel 1845, dirà la poesia usare un linguaggio insolito
-perchè ha cose insolite da dire[66].
-
-Come intendesse il Manzoni la unione, o l'alleanza della poesia con la
-storia, abbiamo già in parte veduto. Quella deve conformarsi e obbedire
-a questa. Se nel Michelet il poeta nuoce allo storico, nel Manzoni lo
-storico nuoce al poeta.
-
-A poco a poco l'antico amore, non solo s'intepidiva, ma diventava,
-prima indifferenza, poi avversione. Ecco il Manzoni trovar gusto
-in notare i difetti, i peccati, gli svantaggi della poesia, e
-l'irreparabile e non lacrimabile suo decadimento. «La poesia ha anche
-questo bel vantaggio, d'essere come forzata a prendersi delle licenze»,
-dirà egli in una delle citate lettere al Borghi[67]. E in quella
-lettera al Coen: «Badi che i poeti vanno scemando d'autorità come di
-numero (_di numero poi!_); e l'essere con tutto ciò cresciuto quello
-de' lettori fa sì che alla venerazione sottentri il giudizio; e son
-giudicati ogni dì più con questa ragione, che, se le cose dette da
-loro fanno per loro soli e non importano all'umanità, son cose da non
-curarsene; se importano, bisogna veder come sien vere»[68]. Altro che
-la _divina armonia_ del carme in morte dell'Imbonati, e gli entusiasmi
-e gli ardori dell'_Urania_! Altro che la _divina concitazione del
-genio_ e la _sapienza ispirata_ decantata dal Foscolo! Ed era il
-tempo felice e memorabile in cui i romantici francesi andavano in
-gloria perchè dicevano di aver ritrovate le fonti vive della poesia,
-e sgombratene le scaturigini dagli sterpi e dai sassi, ne lasciavano
-correre in copia, fra le turbe assetate, le onde vivificatrici e
-sonore. Nel novembre del 1845 il Manzoni, in una lettera al Giusti, del
-quale pure ammirava l'arte e l'ingegno, par che si spassi a fare il
-novero di tutti gli scapiti a cui la poesia, la _signorona vecchia_,
-andò soggetta nel corso dei tempi, e fattolo, soggiunge, burlandosi:
-«Dunque lavora, _chè fai sul tuo_; e accresci l'entrata della padrona,
-agl'interessi della quale prendo una gran parte, anche per il gran bene
-che le ho voluto in gioventù»[69]. In gioventù, avete inteso?
-
-Quando, nei _Promessi Sposi_. detto che cosa s'intenda per poeta dal
-volgo di Milano e del contado (e, si poteva aggiungere, d'altri siti:
-_populus sanos negat esse poetas_, scriveva melanconicamente Ovidio dal
-Ponto): quando, dico, il Manzoni butta lì quella sua interrogazione
-biricchina: «Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con
-cervello balzano?»[70] ognuno capisce che nella opinione del Manzoni
-ci ha che fare non poco; e più lo capisce, quando in un altro luogo del
-romanzo legge, in coda a un ricordo del famoso sonetto dell'Achillini:
-_Sudate o fuochi_, ecc., queste parole: «Ma è un destino che i pareri
-dei poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti
-conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran
-cose risolute prima»[71]. Altro che i veggenti, e i precursori, e gli
-apostoli! Altro che i convertitori delle folle in popolo! Altro che il
-_drappel sacro_!
-
-Ma, quando scriveva il romanzo, il Manzoni era ancora in vena di
-scherzo: più tardi non credo che in sì fatto argomento avrebbe
-scherzato a quel modo. Più tardi egli nutrì per la poesia un po' (non
-saprei dir quanta) di quell'avversione sospetta e stizzosa che brontola
-nelle parole del Bossuet e del Pascal, e la nutrì, in parte almeno,
-per le ragioni medesime. Orazio disse la poesia _amabilis insania_:
-venne tempo in cui quell'_amabilis_ dovette parer di troppo all'autore
-della _Morale cattolica_. Perciò io penso che sieno del Manzoni assai
-giovane questi pensieri, tolti di tra i suoi _Pensieri varii_: «La
-poesia, stromento di criterio della bontà delle azioni. Alcuni fatti
-giustificati in prosa, non potrebbero mai divenir soggetto di encomio
-poetico. Fate un po' dei versi in lode della tratta dei negri, della
-St-Barthélemy, degli _auto da fé_, del tribunal rivoluzionario del '93,
-ecc., cose in favor delle quali si è pur ragionato in prosa. La poesia
-sembra allontanarsi dalla vita reale più della prosa, e all'opposto,
-rigettando le formule generali, convenute di quella, essa sovente si
-move, e si addirizza insieme alle più intime, primitive sensazioni, ai
-particolari in cui quelle si risolvono, che quelle non rappresentano.
-E appunto nei casi del genere suddetto, la prosa giustificatrice si
-serve di quelle formole, ecc.»[72]. La _prosa giustificatrice_! quale
-attributo! dunque la poesia direbbe il vero meglio della prosa?
-
-Se al detto sin qui voi aggiungete che il Manzoni, non solo ebbe in
-uggia il romanzesco, lo stravagante, il mostruoso, ma ancora ogni
-meraviglioso soprannaturale, da quello della fede in fuori; ch'egli
-non sentì punto il bisogno, tanto sentito dai romantici, di sostituire
-all'antica una nuova mitologia; che si mostrò sempre molto severo
-per tutte le credenze superstiziose, poetiche o non poetiche; se
-osservate ch'egli non si diletta punto di portenti e di miracoli; che
-nei _Promessi Sposi_ non v'è altro meraviglioso, se non quello di un
-ordine divino che si lascia scorgere dietro al disordine umano; che il
-miracolo vi è sempre interno, occulto, immanente, e si compie nelle
-anime o pervade la storia; che però quello delle noci narrato da fra
-Galdino si risolve in ironia manifesta; voi avete sott'occhio tutti
-gli elementi, le movenze e i caratteri dell'arte manzoniana, quali sono
-prodotti, determinati, condizionati da quel vero che il Manzoni aveva
-preso a fondamento dell'arte sua, e che fedele al monito dell'Imbonati:
-
- Il santo vero
- Mai non tradir,
-
-egli osservò sempre nei pensieri, nelle parole, nelle opere.
-
-
-IX.
-
-Nella dottrina romantica il Manzoni distinse molto opportunamente due
-parti, l'una negativa, positiva l'altra; quella assai più larga, più
-consistente e più precisa; questa assai più ristretta, più sconnessa
-e più indeterminata[73]. Per la parte negativa, si può dire ch'egli
-s'accordi in tutto con la scuola; per la parte positiva, si accorda
-molto meno, e qualche volta non si accorda punto. Del resto, in questa
-seconda parte, anche gli altri romantici discordavano spesso fra loro.
-Avveniva della dottrina romantica ciò che di tutte le dottrine, dove la
-parte critica è sempre più valida e più coerente della dogmatica.
-
-Come ogni altro romantico vero, il Manzoni detesta, ricusa e schernisce
-tutte quelle regole d'arte che non sono «fondate sulla natura,
-necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de' critici,
-trovate, non fatte»[74]. Con l'acume suo consueto egli scopriva nelle
-regole arbitrarie un trovato della pigrizia e della inettitudine:
-«C'est une singulière disposition que celle que nous avons à nous
-forger des règles abstraites applicables à tous les cas, pour nous
-dispenser de chercher dans chaque cas particulier sa raison propre, sa
-convenance particulière»[75]. «Il n'y a ni règles, ni modèles», dirà
-più tardi l'Hugo, «ou plutôt il n'y a d'autres règles que les lois
-générales qui planent sur l'art tout entier, et les lois spéciales qui
-pour chaque composition résultent des conditions d'existence propres
-à chaque sujet». Il Manzoni aggiungeva: «in fatto d'arte, un precetto
-non può essere altro che l'indicazione d'un mezzo»[76]; e con tutti
-i romantici credeva che le regole non fondate in natura (alle fondate
-in natura chi ha fior di senno non sogna di ribellarsi) fossero state
-«un inciampo a quelli che tutto il mondo chiama scrittori di genio;
-e un'arme in mano di quelli che tutto il mondo chiama pedanti»[77].
-Documento insigne dell'avversione sua a quelle, e, in pari tempo,
-dell'acutezza e potenza della sua critica estetica, rimane la lettera
-sulle famose unità drammatiche[78].
-
-Il Manzoni è ancora schiettamente e deliberatamente romantico nella
-dottrina drammatica, e specialmente quando sostiene che tutta la
-struttura del dramma, e il moversi de' personaggi in esso, e la vicenda
-degli avvenimenti, devono dipendere dalla natura dell'azione; e quando
-ammira ed esalta lo Shakespeare sopra tutti i drammaturghi antichi e
-moderni. La sua dottrina drammatica, in sostanza, non è diversa, o è
-poco diversa da quella di Guglielmo Schlegel, del De Vigny, dell'Hugo.
-
-Il Manzoni è inoltre romantico risoluto quando vuole si sostituisca
-il concreto all'astratto, il particolare al generale, l'uomo vero al
-fittizio, ecc.; ma non è più romantico, o è un romantico irresoluto,
-e che fa molte riserve, rispetto ad altri postulati, ad altre tendenze
-dell'arte nuova.
-
-Così rispetto a quella mescolanza del tragico e del comico, dello
-scherzevole e del serio, che preconizzata nel secolo XVII da Lope de
-Vega, nel secolo XVIII dal Diderot, dal Voltaire e dal Lessing, de'
-quali tre, il secondo la biasimò dopo averla lodata e il terzo la lodò
-dopo averla biasimata; effettuata nel dramma lacrimoso, o commedia
-patetica, o tragedia borghese che voglia dirsi, era divenuta un canone
-principale dell'estetica romantica, un pezzo prima che l'Hugo scoprisse
-nel cristianesimo la fusione armonica del grottesco e del sublime. Il
-Manzoni, prudente sempre, non la condanna; ma esprime un dubbio: «je
-pense», scrive egli nella già tante volte citata lettera sulle unità,
-«comme un bon et loyal partisan du classique, que le mélange de deux
-effets contraires détruit l'unité d'impression nécessaire pour produire
-l'émotion et la sympathie; ou, pour parler plus raisonnablement, il
-me semble que ce mélange, tel qu'il a été employé par Shakespeare, a
-tout-à-fait cet inconvénient. Car qu'il soit réellement et à jamais
-impossible de produire une impression harmonique et agréable par le
-rapprochement de ces deux moyens, c'est ce que je n'ai ni le courage
-d'affirmer, ni la docilité de répéter... Mais, pour rester plus
-strictement dans la question, le mélange du plaisant et du sérieux
-pourra-t-il être transporté heureusement dans le genre dramatique d'une
-manière stable, et dans des ouvrages qui ne soient pas une exception?
-C'est, encore une fois, ce que je n'ose pas savoir»[79]. Nei _Promessi
-Sposi_, per altro, la mescolanza c'è, ed è anzi carattere notabile di
-quel libro, che ne ha tanti altri notabili; e se ne potrebbe discorrere
-a lungo, se il tempo lo concedesse.
-
-Si sa che i romantici furono più che mediocremente presi da quella
-dolce mania descrittiva che il Mérimée pose così argutamente in
-canzone, e che i realisti ebbero dai romantici in fedecommesso. Al
-Manzoni quella mania non s'attaccò. Si sa pure che i romantici, stanchi
-di quello che chiamavano vaniloquio classico, formarono il proposito
-di dire, non più parole, ma cose, e fermi in esso cominciarono alcuni,
-anzi molti, a curar le parole un po' meno di quanto si richieda alla
-giusta ed efficace significazion delle cose. Il Manzoni, che anche in
-ciò la sa lunga, cura moltissimo le cose, e per curarle a dovere, cura
-anche moltissimo le parole.
-
-Chi legge le opere del Manzoni con l'attenzione dovuta, ogni po'
-incontra pensieri che un romantico dei soliti non vorrebbe far suoi,
-parole che un romantico dei soliti non direbbe. E così dev'essere;
-perchè, come s'è veduto, il Manzoni ha una costituzione di mente molto
-diversa da quella dei romantici presi in generale e il Manzoni si tiene
-stretto e fedele ai soli principii fondamentali del romanticismo; e il
-Manzoni riman fuori affatto dei traviamenti della dottrina romantica e
-dell'arte romantica. Perciò s'indovina che moltissimi romantici, dei
-maggiori e dei minori, non gli dovevano andar troppo a sangue[80].
-Riservato e benevolo come egli è, non lo dice; ma si capisce che
-avrebbe avuto da dir per un pezzo, se avesse voluto incominciare e non
-fermarsi. Solo una volta, scrivendo al Cantù, che nel 1833 aveva dato
-fuori il saggio intorno a _Victor Hugo e il romanticismo in Francia_,
-uscì sul conto del grande poeta francese in queste moderate parole: «I
-giudizii vostri sono benevoli, ma non adulatorii, come troppi altri.
-È un ingegno forte, ma disordinato. Le situazioni, le sa trovare; e,
-trovate, le sa usare (come dite voi _exploiter_?), ma non guarda se
-siano ragionevoli.... Voi dite all'autore delle parole savie: facciano
-almeno frutto su certi giovani di qui, e principalmente di oltre
-Enza»[81]. Queste sono parole piene di temperanza e modestia mirabile,
-perchè non si può immaginare diversità, anzi contrarietà di natura
-maggior di quella che passa tra colui che le pronunziava e colui per
-cui erano pronunziate; e si sa che i diversi, e più i contrarii sono da
-natura pochissimo disposti a giudicarsi vicendevolmente con temperanza
-e con modestia, anzi pur con giustizia. L'Hugo è capo incontestato del
-romanticismo francese; il Manzoni è considerato capo del romanticismo
-italiano: ora, chi leggesse le opere dell'uno e dell'altro, e non
-sapesse più là, non immaginerebbe mai e poi mai che le due scuole che
-li acclamano capi possano denominarsi col medesimo nome.
-
-Per definire vie meglio l'indole del Manzoni e dell'arte sua, non
-sarà male che ci soffermiamo alcuni istanti a fare tra l'Italiano e il
-Francese un po' di raffronto.
-
-
-X.
-
-Ma prima di tutto una dichiarazione e una protesta, come usavano farne
-que' buoni autori del tempo andato che, non dalle parole dei censori
-soltanto, ma anche dalle lor proprie, volevano assicurati i leggenti
-non esservi nelle opere loro nulla _contro la santa fede cattolica, nè
-contro prencipi, nè contro buoni costumi_.
-
-Io ammiro profondamente il Manzoni, e ammiro, non meno profondamente,
-l'Hugo; e fo così poco conto dei detrattori morti del primo come dei
-detrattori vivi del secondo. Entrambi mi pajono grandi; e se talvolta
-l'uno mi par più grande dell'altro, ciò avviene solo perchè fissando
-io un po' troppo intentamente lo sguardo nell'uno dei due, l'altro
-lo perdo un pochino di vista. Facciamo una supposizione. Supponiamo
-che per decreto di un nuovo fato il Manzoni e l'Hugo non fossero più
-entrambi concessi alla gloria di questa povera umanità, ma l'uno di
-essi soltanto, e che quest'uno dovess'essere da noi prescelto: io, per
-la mia parte, come cittadino di questa patria italiana, non potrei
-non dire: _Ebbene, ci sia lasciato il Manzoni_; ma, come cittadino
-del mondo, non saprei che risolvere. E dopo ciò, veniamo al proposito
-nostro.
-
-L'Hugo è di temperamento sanguigno; il Manzoni è di temperamento
-nervoso. Quegli serba e mostra in tutto il poderoso suo essere come
-un resto di esuberanza e d'impetuosità primitiva, certe come vestigia
-di una umanità non ancora attenuata e ammansita dal lento lavoro
-dei secoli; questi dà a conoscere in tutto il delicato suo essere
-l'ostinato lavoro della disciplina, gli effetti dell'adattamento
-e dell'assuefazione; e si può quasi dire che ogni antico istinto
-è perduto in lui. L'Hugo fu rassomigliato a un titano, e non
-infelicemente; se non che, qualche volta par che si sformi e degradi
-nel ciclope: il Manzoni par quasi un santo, ma un santo che, qualche
-volta, pende verso l'asceta.
-
-L'Hugo ebbe uno spirito audace, turbolento e superbo; il Manzoni, come
-fu osservato argutamente dal Tenca, «un'intelligenza che si schermisce
-quasi paurosa di sè medesima». Quegli fu sempre sicuro di sè, ed ebbe
-per incontrastabile e per sacra ogni sua opinione, ogni parola; questi
-sempre dubbioso, e sempre restio a profferir giudizii e sentenze; _di
-maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti_, il
-costrutto del suo ragionare era questo: nego tutto, e non propongo
-nulla[82]. Quegli fu (chi nol sa?) vanissimo, e nella ostentazion di
-sè stesso attinse almeno i primi gradi del ridicolo: pensò d'essere, e
-così si denominò, una fiaccola accesa dinanzi alla umanità brancolante
-nel bujo, un preparatore di nuovi destini, un redentore di mondi; ed
-accettò, anzi chiese l'adorazione: questi spinse la modestia inaudita e
-favolosa sino a dirsi inetto a cosa alla quale tutti si stimano idonei,
-a fare, cioè, il deputato, e da sè si chiamò _uomo inconcludente_,
-e ricusò gli omaggi, e fu, nel ricusarli, più d'una volta sgarbato.
-L'uno fu l'uomo di tutte le pubblicità, di tutti gli ardimenti, e
-mescolò la fragorosa voce tra di profeta e di tribuno a tutte le voci
-e a tutte le bufere del secolo, e più d'una volta le dominò tutte
-dall'alto; e apparve bello e splendente d'antico eroismo quando dalla
-sommità di uno scoglio, di mezzo al tumulto di un oceano perpetuamente
-sconvolto, osò sfidare, maledire, deridere l'avversario coronato e
-onnipotente; l'altro fu uomo di solitudine e di silenzio, e solo con
-mano circospetta e parco gesto sparse negli animi alcuni semi che poi
-germogliarono. Ebbero entrambi alto senso di pietà per tutte le umane
-miserie; ma la pietà del poeta che gridava ai quattro venti:
-
- Je hais l'oppression d'une haine profonde,
-
-e che scrisse questo mirabile verso:
-
- Fais en priant le tour des misères du monde,
-
-fu più operosa: quella dell'altro fu forse più caritatevole, perchè
-abbracciava oppressi ed oppressori ad un tempo.
-
-L'Hugo fu così cattivo ragionatore come fu buon poeta, e volle far del
-filosofo a dispetto della natura, che avevagli dato il pensar vasto e
-magnifico, non il pensar chiaro e preciso; e però la sua metafisica
-rimase sempre, come fu detto, _une métaphysique rudimentaire_. Come
-il Manzoni avesse per questo rispetto, e mirabili, le qualità che
-mancarono all'Hugo, abbiam veduto a suo luogo. Ciò nondimeno bisogna
-pur riconoscere che l'Hugo, non solo comprese molte cose, ma molte
-ancora ne presentì; che egli riuscì a tradurre meravigliosamente in
-fantasmi parecchi concetti filosofici; e che il suo pensiero si muove
-attraverso la intera creazione con una forza e un'agilità di cui sono
-pochissimi esempii. Chi vuol vedere la differenza che passa tra la
-virtù critica dell'Hugo e la virtù critica del Manzoni, confronti il
-Saggio del primo sopra Shakespeare con la Lettera del secondo sopra le
-unità drammatiche, o col Discorso intorno al romanzo storico.
-
-In arte l'Hugo tende al romanzesco, al paradossale, al mostruoso;
-trionfa nell'antitesi; dice che la vera poesia consiste nell'armonia
-dei contrarii; fa cominciare dall'apparizion del grottesco una nuova
-èra del mondo; detesta la sobrietà, che gli pare virtù da servitore
-e non da poeta; produce, fin che vive, con abbondanza miracolosa, e
-lascia, morendo, tanto d'inedito quanto potrebbe bastare a più d'un
-vivo; il Manzoni detesta il romanzesco, il paradossale, il mostruoso;
-fugge l'antitesi; dice che la poesia dev'essere tratta dal cuore,
-deve esprimersi non solo con sincerità, ma, ancora, con semplicità,
-e che una delle più belle facoltà sue si esercita nell'attirar
-l'attenzione sopra fatti morali che non si potrebbero osservare senza
-ripugnanza[83]; non s'impaccia col grottesco, bastandogli il brutto;
-ha la sobrietà, anche letteraria, in conto di assai buona virtù;
-produce poco, e cessa quasi di produrre essendo ancor giovane, e quando
-molt'altro si aspettava ancora da lui.
-
-I _Promessi Sposi_ vincono, a mio parere, e di molto, _Notre Dame de
-Paris_, i _Misérables_, i _Travailleurs de la mer_ e tutti gli altri
-romanzi dell'Hugo; ma l'Hugo è, sempre a parer mio, e sebbene ci sia in
-lui non poco del Cavalier Marino, assai maggior poeta del Manzoni; ed
-è tale perchè la sua coscienza è una coscienza essenzialmente poetica,
-perchè egli pensa consuetamente per via d'immagini e di fantasmi,
-perchè sente e giudica poeticamente la vita ed il mondo. L'anima del
-poeta, quale egli l'ha e la vuole, partecipa della natura del dio
-panteistico, penetra e si spande in tutte le cose, attraverso ai tempi
-e agli spazii.
-
- O poëtes sacrés, échevelés, sublimes,
- Allez et répandez vos âmes sur les cimes,
- Sur les sommets de neige en butte aux aquilons,
- Sur les déserts pieux où l'esprit se recueille,
- Sur les bois que l'automne emporte feuille à feuille,
- Sur les lacs endormis dans l'ombre des vallons!
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Si vous avez en vous, vivantes et pressées,
- Un monde intérieur d'images, et de pensées.
- De sentiments, d'amour, d'ardente passion,
- Pour féconder ce monde échangez-le sans cesse
- Avec l'autre univers visible qui vous presse!
- Mêlez toute votre âme à la création.
-
-Perciò egli non ha nè ripugnanze nè ritrosie che gli facciano escludere
-cosa alcuna dagli sterminati dominii della poesia. Adora la natura
-con quello stesso fervor religioso con cui adora l'umanità, e spazia
-attraverso a tutti i secoli, a tutti i climi, a tutte le storie,
-raccogliendo con egual reverenza e con egual compiacimento, nello
-instancabile verso, le voci e gli echi della Giudea e dell'ultimo
-Oriente, di Grecia e di Roma, dei castelli e delle corti medievali,
-della odierna piazza tumultuante, accoppiando miti classici a leggende
-cristiane, spingendo dietro ai passi degli antichi Re e degli antichi
-profeti i cavalieri erranti e le lacere plebi.
-
-E quanto al romanticismo più propriamente, l'Hugo voleva che l'arte
-romantica fosse una specie di foresta vergine, quanto più si possa dire
-diversa da quel bene spartito e ben pettinato giardino di Versailles, a
-cui paragonava l'arte classica: il Manzoni non voleva foresta vergine
-e non voleva nemmeno il giardino di Versailles; voleva, direi, un
-giardino inglese.
-
-Giunti a questo punto possiam fare, in due parole, un po' d'epilogo,
-e dire, o piuttosto ripetere, che il romanticismo del Manzoni non è
-quello che d'ordinario si crede; che esso è più e meno del comune,
-secondo che si guardi ai principii o alle deviazioni; che far del
-Manzoni il capo del romanticismo italiano è, per molti rispetti,
-giusto, ma non così giusto come lasciarlo solo nel luogo ov'egli stesso
-s'è posto, e dove, pur troppo, sembra che abbia a rimaner solo un bel
-pezzo.
-
-
-XI.
-
-Questo _pur troppo_, che m'è sdrucciolato dalla penna, si trascina
-dietro un po' di coda.
-
-Col vento che tira non ci sarebbe da meravigliare se qualcheduno
-saltasse su un dì o l'altro a gridare di punto in bianco: Già che
-si torna a tante cose, torniamo anche al Manzoni, cioè al suo modo
-d'intender l'arte e di praticarla. Un tal grido potrebbe trovare molte
-orecchie aperte, ed echeggiare in molti spiriti, per più ragioni, e tra
-l'altre per questa, che in fatto di letteratura, e non di letteratura
-soltanto, noi (dico noi, così di qua come di là dall'Alpi) siamo
-finalmente riusciti alla confusione babelica. Il realismo, con le sue
-due varietà del verismo e del naturalismo, dopo aver tutto occupato
-il traffico nazionale ed internazionale, s'è ammazzato da sè, a furia
-d'intemperanza e d'insensatezza. Il plasticismo dei Parnassiani fu
-rovinato il giorno in cui si fece, o, per dir meglio, si rifece la non
-difficile scoperta che le arti di cui esso aveva voluto appropriarsi
-il magistero e l'officio, fanno molto meglio ciò ch'esso fa molto
-peggio. Lo psicologismo dei così detti anatomisti d'anime è venuto
-terribilmente a noja a furia di analisi infinitesimali, di rilievi
-micrometrici, di arzigogoli e di sofismi. I decadenti sono forse
-decaduti un po' troppo. Gl'impressionisti non impressionano abbastanza.
-Il preraffaellismo pittorico e letterario è, più che altro, un
-capriccio e un giuoco di artisti a spasso. Il simbolismo, fra tanti
-simboli, non lascia bene intendere che si voglia. Si sente picchiare
-agli usci un idealismo nuovo; ma non ci ha detto ancora quale sia il
-suo ideale.
-
-Così che confusione grandissima, d'onde stanchezza, malumore,
-inquietezza, e, se non volontà, voglia di un qualche avviamento
-ragionevole e di un qualche rinnovamento: condizione di spiriti e di
-cose molto favorevole a chi con avvedutezza, con coraggio, con forza si
-mettesse alla testa delle turbe esitanti, e, senza voltarsi indietro,
-gridasse con aria inspirata: Seguitemi; o a chi, voltandosi indietro,
-con aria compunta suggerisse: Torniamo al Manzoni.
-
-Ora, che cosa significherebbe un ritorno sì fatto? Sarebb'esso un bene?
-sarebb'esso un male? e come s'avrebbe a fare?
-
-Il ritorno al Manzoni dovrebbe significare primamente detestazione
-e rifiuto di tutte quelle forme e tendenze d'arte che il Nordau, nel
-suo notabile libro sulla degenerazione presente, ha con esagerazione
-manifesta, ma non senza giusto motivo, considerate e condannate come
-immorali, insensate e perniciose; corrompitrici, nonchè delle anime,
-dell'arte stessa; nate esse stesse dalla degenerazione, e sollecitanti
-e aggravanti la degenerazione. Dovrebbe poi significare ritorno alla
-ragione, alla sincerità, all'onestà; restaurato il senso della realtà,
-della convenienza, della misura; l'arte rimessa in armonia coi grandi
-interessi umani; la semplicità, la naturalezza, sostituite alla
-_preziosità_ e alla stravaganza; un linguaggio piano, terso, dritto,
-efficace, sostituito agli avviluppamenti, agl'imbellettamenti, agli
-sdilinquimenti della locuzione e dello stile.
-
-Ciò posto, qual è quel uomo di sano intelletto che, per tutti questi
-rispetti, non giudicasse un bene, e un gran bene, il ritorno al
-Manzoni? Ma qual è, d'altra banda, quell'uomo di sano intelletto, il
-quale non volesse avvertire, in pari tempo, che il ritorno pieno,
-cieco, incondizionato, sarebbe sicurissimamente un male, e un gran
-male?
-
-Abbiam veduto che il Manzoni si accosta in più occasioni, e in più
-modi, alle scuole fiorite dopo il romanticismo. Egli è realista
-quanto si può, ragionevolmente, desiderare che sia. Egli è molto
-migliore psicologo di molti psicologisti che forse lo sdegnano. Egli
-usa nel descrivere quella proprietà e precision di linguaggio che
-mostran la via al plasticismo. Egli da molte bande rompe i confini
-del romanticismo comune. Perciò facilmente, e da molte bande, si può
-tornare a lui, e ci si può trovar d'accordo con lui; ma questa stessa
-facilità può riuscire pericolosa, se altri dimentichi che il Manzoni
-non risponde, non può rispondere, in fatto d'arte, a tutti i nostri
-giusti desiderii, a tutti i nostri legittimi bisogni.
-
-Certo, il Manzoni è un artista vero, un artista grande; e sono ben
-poco accorti coloro che, sotto quegli andamenti suoi, così semplici
-e bonarii, non iscorgono l'arte meravigliosa e squisita, che sempre
-illuse e sempre disperò gl'imitatori; ma bisogna pur dirlo, la sua
-natural timidezza gli nocque, gli nocquero i troppi rispetti, e i
-troppi scrupoli, e le troppe esitazioni. Non tutta l'arte fu in lui;
-e quella che fu, egli intese a restringere entro confini un po' troppo
-angusti, a farla men padrona di sè e de' suoi movimenti di quanto possa
-piacere a chi ha dell'arte il culto libero e vivo. Quella tendenza
-si fece in lui sempre più imperiosa e più forte con gli anni; e
-forse, insieme con la cresciuta incontentabilità, fu tutto un nodo di
-renitenze e di ripugnanze religiose e morali quello che gli strinse
-l'animo, e lo ridusse, tanto innanzi tempo, alla inoperosità ed al
-silenzio. L'arte ha bisogno di libertà; il che non vuol già dire,
-come pur giova credere a tanti, che le si debbano concedere tutte le
-licenze. La sobrietà le giova; ma non l'astinenza; e il cilizio la
-uccide. Non è necessario che l'arte sia presuntuosa, impertinente,
-sfacciata; ma non è bene che sia tutta e sempre troppo modesta,
-docile, casalinga. Può impersonarsi in Beatrice; non deve impersonarsi
-in Lucia; e Lucia non deve vietare a Saffo di lasciarsi vedere e di
-parlare. Tutto ciò che nell'anima umana, e nella vita umana, è passione
-impetuosa, disordinata e traboccante energia, ribellione santa e
-superba, splendore e pompa di bellezza e di fortuna, sogno, stranezza,
-mistero, l'arte del Manzoni non l'espresse, e, veramente, non lo poteva
-esprimere; ma non c'è ragione perchè l'arte non lo esprima; anzi lo
-deve esprimere. Se si va dietro al Manzoni di dopo i _Promessi Sposi_,
-si rischia molto di riuscire alla negazione dell'arte.
-
-Il Manzoni mise fuori dell'arte, e volle quasi sbandita dalla
-coscienza, tutta una parte di umanità, tutta una età della storia,
-il mondo antico e pagano: ma l'arte si muove liberamente nel tempo e
-nello spazio, e una delle virtù sue più mirabili consiste nel potere
-rifar vivo ciò ch'è morto, presente ciò ch'è remoto, e deve sdegnare
-ripugnanze che, comunque nate e cresciute, offendono lei e offendono
-l'umanità tutta quanta. Invano romanticismo e realismo, concordi in
-questo, ci contendono l'antico. Noi ripenseremo e ravviveremo nell'arte
-anche l'antico, e la stessa mitologia; non più al modo puerile dei
-classicisti, fingendo presente un passato irrevocabile; ma facendo
-scaturire una vena di alta e d'inesauribile poesia dallo scontro di
-un passato che l'anima sente passato con un presente che l'anima sente
-presente. Nulla v'è più poetico delle memorie: nulla più poetico di un
-mito ellenico ripensato da una coscienza del secolo XIX, e più, credo,
-del XX.
-
-Torniamo al Manzoni per la lingua; ma non lo seguitiamo in ogni suo
-passo, e non ci fermiamo ad ogni sua fermata. Facciamo pur getto
-della _langue marbrée_ dei decadenti; invochiamo un nuovo Molière
-che volga in burla il nuovo _langage précieux_ e ne faccia perdere il
-gusto; accettiamo di buon grado la lingua piana, schietta, comunemente
-intesa, che il Manzoni adopera e raccomanda; ma non assoggettiamo
-troppo duramente l'artista letterario al giogo pesante dell'uso; ma
-non dimentichiamo che la lingua atta ad esprimere il pensiero e il
-sentimento di tutti può non essere interamente atta ad esprimere il
-pensiero e il sentimento di alcuni; ma lasciamo che lo scrittore possa
-talvolta forzar l'uso della lingua, come il pensatore forza l'uso del
-pensiero; e lasciamo ch'egli cerchi, disotterri ed inventi per produr
-nuove impressioni, per ispianar la via a nuove idee.
-
-Torniamo alla prosa del Manzoni, e imitiamola, se siamo da tanto;
-ma non crediamo però che sia tutta perfetta, e conveniente a tutte
-le materie. Prosa mirabile, senza dubbio, e rara troppo nella nostra
-letteratura, anzi unica, ma un pochino povera di colore e di suono, e
-che si risente un po' troppo della riservatezza e della timidità del
-suo autore.
-
-Torniamo al concetto che il Manzoni ebbe di una letteratura popolare,
-che tragga vivezza, forza, fecondità dall'essere in istretta comunione
-col sentimento e con la vita del popolo: sarà questo il modo migliore
-di combattere il nuovo bizantinismo; ma riconosciamo che, come non
-tutta la musica può essere popolare, così non tutta la letteratura può
-essere popolare; e che quando vengano a mancare certe forme dell'arte
-più squisite e più peregrine, tutta l'arte pericola, tutta l'arte
-decade.
-
-Torniamo ai _Promessi Sposi_, perchè la sazietà e il disgusto di tanta
-letteratura pazza, sconcia, brutale, quanta ne dilagò per l'Europa in
-questi ultimi anni, ci rende forse più che mai disposti a gustarne le
-immortali bellezze. Torniamo ai _Promessi Sposi_, e ridiventiamo magari
-manzoniani, ma con discernimento e con misura, senza preoccupazioni
-estranee e dannose all'arte, senza ricadere in quella cieca e stupida
-idolatria contro cui, sono più che vent'anni, si levò giustamente il
-Carducci. Torniamo ai _Promessi Sposi_; ma badiamo che se essi sono,
-com'ebbe a dire il De Sanctis, una «pietra miliare della nostra nuova
-storia», la nostra storia ha pure altre pietre miliari, e che questa
-non deve esser l'ultima, non deve segnar fine alla via. Torniamo ad
-essa, non per fermarci, ma per ritrovare la strada smarrita.
-
-
-
-
-PERCHÈ SI RAVVEDE L'INNOMINATO?[84]
-
-
-I.
-
-Lessi già in più di un libro, e udii dire da molte persone, fra le
-quali non mancavano critici patentati, che il carattere dell'Innominato
-pecca d'inverisimiglianza e d'inconsistenza; che il Manzoni, nel
-colorirlo e nell'atteggiarlo, non addimostrò quel conoscimento
-sottile e profondo della umana natura, del quale porgono così larga
-testimonianza molti altri caratteri del suo immortale romanzo; che
-in ispazio di una notte, o poco più, un uomo non può rinnegare tutto
-sè stesso, non muta essere, non si trasforma di scelerato in santo;
-che il ravvedimento dell'Innominato somiglia troppo ad uno di quegli
-espedienti sbrigativi di scena mercè dei quali si spinge al fine
-desiderato un'azione che di per sè non potrebbe arrivarci[85].
-
-Tali, o poco dissimili affermazioni, specie se accompagnate da quel
-tono di saccenteria imperativa con cui, molte volte, la critica
-supplisce alla ragion che non ha, possono far colpo sull'animo di
-chi si lascia impressionare facilmente, o non è preparato abbastanza
-a discuterle; ma non credo, davvero, che sieno responsi d'oracoli,
-e non vi si possa contrastare. E poichè esse s'appuntano contro un
-libro il quale (checchè siasi detto e fatto) non è men vivo oggi di
-quello fosse mezzo secolo fa, e domani potrebbe essere anche più vivo
-di oggi; contro un romanzo il quale, dileguata oramai, o stando per
-dileguare, l'affannosa tregenda di tanti romanzi veristici, realistici,
-naturalistici, nati, intristiti, morti nel corso di pochi mesi, o di
-qualche anno, appare agli occhi degli spassionati, comunque credenti
-o miscredenti, più vero, più reale, più naturale di tutti essi; io non
-credo possa parere fatica sprecata quella di discuterle un tantino, e
-di cercare quale sia la loro sostanza e quanta la ragionevolezza.
-
-Un primo dubbio da chiarire è questo: possono o non possono accader
-nell'uomo mutamenti interiori e repentini tali, che il pensare, il
-volere e l'operare di lui prendano, a muover da certo punto, in modo
-risoluto e durevole, un indirizzo in tutto diverso da quello seguito
-prima, e, talora, a quello di prima contrario? I fatti rispondono
-anticipando le dottrine, e rispondon che sì. Innumerevoli sono, a
-cominciar da San Paolo, i casi di subitanea conversione e di subitaneo
-ravvedimento; e se di molti si può dubitare che seguissero proprio
-così come la tradizione li narra, non è possibile dubitare di tutti.
-Chi prima avversava una fede, se ne fa, inaspettatamente, seguace;
-chi si ravvoltolava nelle sozzurre, si leva ed è mondo: i persecutori
-si trasformano in patroni; i carnefici invocano il martirio. Quanti
-furono che, come l'apologista Arnobio nel III secolo, e Santa Chiara
-da Rimini nel XIII, si convertirono per aver creduto d'udire una voce
-dal cielo che li ammoniva! Quanti che da un umile atto, da un'unica
-parola di carità, furono richiamati indietro, tolti da quella via
-di perdizione su cui stavano per muovere gli ultimi passi! Giovanni
-Colombini, che prima fu tristo uomo e mondano, e poi istitutore
-dei gesuati e santo, si ravvide un giorno leggendo per caso, mentre
-gli allestivano il desinare, la Vita di Santa Maria Egiziaca, gran
-peccatrice e grandissima penitente. Jacopone da Todi, veduto il cilicio
-che, sotto le ricche vesti, copriva il corpo della moglie morta, nauseò
-le vanità tutte ond'erasi compiaciuto, disse addio al mondo, diventò
-il _giullare di Dio_. Di Corrado, fratello del duca Lodovico d'Assia,
-e cognato di Santa Elisabetta d'Ungheria, si narra che fosse uomo oltre
-ogni dire superbo e violento. Nel 1232 poco mancò che non ammazzasse di
-propria mano, in pieno capitolo, l'arcivescovo di Magonza. Un giorno,
-trovandosi egli nel suo castello di Tenneberg, in compagnia di molti
-seguaci, i quali tutti, dal più al meno, eran con lui di un animo e
-di un procedere, una donna di mala vita osò chiedergli l'elemosina; e
-avendola egli trattata assai duramente, con rinfacciarle la sozzura
-ond'era lorda, quella non rispose se non dipingendo la miseria e
-l'orrore della propria vita. Scosso dalle parole della peccatrice,
-il superbo riprenditore passò la notte in angosciosa vigilia, fatto
-subitamente conscio di sè, ripensando il passato e l'avvenire,
-considerando quant'egli fosse più malvagio e più vile di lei, e più di
-lei immeritevole di perdono. La mattina di poi seppe che molti de' suoi
-seguaci e ajutatori avevano pur passata la notte a quel modo; e allora,
-fatto proponimento di mutar vita, si recarono da prima, tutti insieme,
-al santuario di Gladenbach, poi a Roma, a ottenervi la remissione dei
-loro peccati. Ho riferito un po' per disteso questo esempio, perchè
-si può notare in esso qualche conformità col caso dell'Innominato; ma
-tralascio di recarne altri, parendomi che non bisognino[86].
-
-Del suo personaggio dice il Manzoni, che un nuovo _lui_, cresciuto a
-un tratto terribilmente, era sorto a giudicare l'antico. Come poteva
-sorgere questo nuovo _lui_? Come può dentro ad un uomo nascerne, per
-così dire, un altro, che si sovrappone e talvolta si sostituisce al
-primo? Così al cardinal Federigo, come alla buona donna che va a tôrre
-Lucia in castello, il Manzoni fa dire che Dio ha toccato il cuore
-all'Innominato; e fa dire al popolo che la conversione dell'Innominato
-è un miracolo. E questa a dir vero è la spiegazione più ovvia e più
-semplice che ne possa dar quella fede che immagina un intervento della
-Provvidenza divina in tutti i fatti, sien essi naturali o umani, di
-cui non si scorga palese a primo aspetto la cagione, il principio,
-lo svolgimento. Ed è questa la spiegazione che meglio appaga la
-mente degli uomini dal Manzoni rappresentati nel suo romanzo, e, con
-certe modalità, la mente ancora dello stesso Manzoni; ma non è, di
-certo, la sola che se ne possa dare; e non è a creder che, rifiutata
-questa, il fatto della subita conversione appaja, o inaccettabile,
-o inesplicabile, mentre può escogitarsene un'altra, che il Manzoni
-stesso deve avere, per lo meno, intravveduta, e che forse avrebbe
-potuto parergli, esaminandola alquanto, non dirò sufficiente, ma quasi
-sufficiente. Il mio assunto è questo: che il Manzoni delineò e colorì
-il carattere, narrò la storia del suo personaggio per modo, che il
-fatto del costui ravvedimento si può intendere come l'esito naturale
-di tutto un processo psichico naturale; come una peripezia che non
-contraddice, ma si conforma alle leggi psicologiche, ed in ispecie a
-quelle che governano la formazione, la consistenza, le variazioni del
-carattere; come un fenomeno insomma che può avere del mirabile, ma che
-ad esser chiarito non abbisogna punto della ipotesi del miracolo[87].
-
-Studii oramai non più nuovi hanno dissipati molti errori e molte
-illusioni circa la presunta identità e la presunta immutabilità della
-persona morale umana. L'_Io_, quell'_Io_ che fu creduto un tempo
-indivisibile e invulnerabile, fisso in mezzo al perpetuo rigirarsi
-delle immagini, delle idee, degli affetti, come il punto matematico
-nel centro della ruota, fu veduto spostarsi e scorrere, e sdoppiarsi,
-e sfaldarsi in mille guise. Furon vedute nella stessa persona fisica,
-più persone morali, quando solo diverse, quando affatto contrarie,
-incalzarsi a vicenda, e l'una sopraffare e soppiantar l'altra con
-certa regola di ritorno e d'alternazione, e l'una non serbar ricordo
-dell'altra, e un uomo stesso esser più uomini in uno. Fu veduto
-sotto l'influenza della suggestione, o sotto quella del magnete,
-l'uomo trasmutarsi d'indole; perdere in certa qual maniera sè stesso;
-detestare quanto aveva prediletto, prediligere quanto aveva detestato;
-pensare, volere, operare ciò che in condizione propria e normale non
-avrebbe mai pensato, voluto, operato. L'anima apparve, come il corpo,
-un organismo delicato e complesso e mobile, perpetuamente in corso
-di farsi, disfarsi, rifarsi; e il carattere non sembrò più quella
-congegnatura rigida e stabile ch'era stato tenuto in passato.
-
-Che una di quelle che si dicono, e non a torto, crisi morali possa,
-se profonda e gagliarda abbastanza, mutare intimamente un carattere, è
-cosa riconosciuta dai più, e non difficile da spiegare, quando si pensi
-che così fatte crisi turbano, più o meno, l'equilibrio delle forze
-interiori, ne alterano l'aggiustamento e la coordinazione, sprigionano
-occulte energie, dànno moto e vigore a tendenze rimaste insino allora
-sequestrate e dormenti. Ma può anche darsi che la crisi produca un
-mutamento grande nel modo di pensare, di volere e di operare di un uomo
-senza troppo mutarne il carattere; senza provocarvi, cioè, una vera
-sostituzione di elementi fondamentali nuovi a elementi fondamentali
-vecchi; senza scomporre quell'assodata compagine di facoltà maestre,
-di passioni maestre, di tendenze maestre entro cui, per così dire, la
-vita dello spirito si scomparte e s'inquadra. L'uomo si torrà dalla via
-insino allora battuta, e, risolutamente, prenderà a batterne un'altra,
-o divergente da quella, o anche opposita a quella; ma procederà per la
-via nuova mosso in somma, nel fondo, da quelle stesse energie che già
-lo fecero camminar nell'antica, e serbando fors'anche l'andatura di
-prima. Si vedrà, poniamo, il soldato impaziente e impetuoso, mutato in
-santo, portare la tonaca, a un dipresso, come un tempo la cotta d'armi;
-serbare sotto il cappuccio un cipiglio non molto dissimile da quello
-ch'era solito lasciar vedere sotto la celata, e muovere alla conquista
-del cielo con, in parte almeno, i procedimenti usati nella espugnazione
-delle città. Fanfulla frate e Fanfulla guerriero sono sempre in
-sostanza lo stesso Fanfulla[88].
-
-Non tutti i tempi sono egualmente favorevoli al prodursi delle grandi
-crisi morali, sia della prima, sia della seconda maniera che ho
-ricordata; ma favorevolissimi tra tutti son quelli ne' quali segua
-alcun generale e profondo rivolgimento delle cose umane e degli umani
-pensieri, con sostituzione di nuovi ad antichi ordini, instaurazione
-di nuove credenze o restaurazione d'antiche, innovamento grande d'arti
-o di scienze. Onde il vero, se bene inteso, delle parole di Origene,
-quando afferma che Dio nella prima età della Chiesa soleva, con segni
-e con visioni, produrre negli animi umani súbite commozioni e repentini
-travolgimenti.
-
-A chi tanto conosca di storia quanto si richiede a mezzana cultura io
-non ho bisogno di dire come e per qual cagione i tempi dell'Innominato
-fossero favorevoli a sì fatte crisi, specie se d'indole religiosa.
-Ch'egli passi per una crisi per cui molti altri passarono, e prima e
-dopo di lui, non è da meravigliare; ma bisogna vedere com'ei ci passi,
-e notare, innanzi tutto, che la crisi sua è, non della prima, ma della
-seconda maniera. In fatto, dopo il ravvedimento, egli appare sì un
-uomo nuovo, ma non già così nuovo come sembra a primo aspetto; anzi,
-nel nocciolo, rimane, direi, l'uom di prima; e non può non rimanere,
-perchè il ravvedimento suo (così mi sforzerò di provare) nasce, per
-molta parte, da quelle stesse qualità e forme del suo carattere che in
-passato fecero di lui un superbo, un prepotente, un malvagio.
-
-
-II.
-
-Vediamo, in prima, quale sia il carattere del nostro personaggio.
-
-«Fare», narra il Manzoni, «ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito
-da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui,
-senz'altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti,
-aver la mano da coloro ch'eran soliti averla da altri; tali erano state
-in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza,
-allo spettacolo ed al rumore di tante prepotenze, di tante gare,
-alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno
-e d'invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava
-occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più famosi di
-quella professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, e farli
-stare a dovere, o tirarli alla sua amicizia. Superiore di ricchezze e
-di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza, ne
-ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti
-n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere
-a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli
-stessero alla sinistra».
-
-Già da queste parole si possono rilevare gli elementi essenziali e
-le fattezze più spiccate del carattere dell'Innominato. La facoltà
-maestra di quest'uomo è la volontà, una volontà potentemente organata e
-indomabile, che coordina, disciplina, unifica tutta la vita interiore;
-una volontà secondata dall'_ardire_ e dalla _costanza_. Egli è uno di
-quei forti perseveranti il cui esempio acquistò fede al detto _volere
-è potere_, e certo non uno dei minori. Egli è uno di quegli atleti
-pugnaci che soggiogano e foggiano a lor talento gli uomini e le cose
-in mezzo a cui vivono, ma che sono anche atti, a un buon bisogno, a
-soggiogare e rifar sè medesimi. Quest'uomo nutre in sè due passioni
-principali che fanno muovere la sua volontà, e dànno indirizzo e
-norma alle azioni: un orgoglio irrepugnabile e uno sfrenato amore
-d'indipendenza.
-
-Certo, prima del ravvedimento, egli è un malvagio; ma la malvagità di
-lui non è, direi, originaria, costituzionale, immediata. È piuttosto
-una malvagità avventizia, accidentale, secondaria; promossa bensì dalla
-tracotanza e dall'orgoglio; ma nata, più che da altro, da un senso di
-disagio e di disgusto, dallo spettacolo di quelle tante prepotenze,
-di quelle tante gare, di que' tanti tiranni, che gli aveva acceso
-dentro un sentimento misto di sdegno e d'invidia. Ora lo sdegno, quello
-sdegno, in altra condizione di tempi e di luoghi, e quando non gli
-fosse mancato alcun ajuto opportuno, avrebbe potuto divenir principio
-di tutt'altro volere e di tutt'altra vita.
-
-Egli fece il male; ma non si vede propriamente in lui quella
-dilettazione istintiva e continuata e coerente del male che suole
-esser propria de' veri e grandi scelerati. La forza sua, di solito,
-«era stata ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci,
-di capricci superbi»; ma non sempre era od era stata tale. «Accadde
-qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente,
-si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il
-prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o,
-se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai
-luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto
-e terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e aborrito
-era stato benedetto un momento: perchè, non dirò quella giustizia, ma
-quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que'
-tempi, aspettarlo da nessun'altra forza, nè privata, nè pubblica».
-Quando una società non dia luogo se non a due condizioni d'uomini,
-soverchiatori in alto, soverchiati in basso, gli è quasi impossibile
-che gli orgogliosi, i forti, i violenti non si sforzino di essere
-piuttosto tra' primi che tra' secondi, e non riescano, anche se non
-isprovveduti di qualche virtù, malvagi affatto. L'Innominato diventò
-tiranno; un pochino, e forse molto, per gusto proprio; ma più per non
-essere tiranneggiato da altri: e seguì a lui ciò che di solito segue
-a chi si pone sullo sdrucciolo del mal fare, dove un passo ne tira
-un altro, e bisogna andar sino in fondo.[89] Il male è un terribile
-_consequenziario_, e le colpe hanno come una tendenza a innanellarsi
-l'una nell'altra e formare una strana catena, che più s'allunga e più
-si fa tenace. La sterminata catena delle colpe sue l'Innominato può
-scorrere con lo sguardo tutta intera, anello per anello, «indietro
-indietro, d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di
-scelleratezza in scelleratezza»: la peccaminosa sua vita si svolge come
-un sorite insino al giorno in cui egli s'avvede che le premesse son
-false. In quel giorno il ravvedimento si compie.
-
-
-III.
-
-Questo ravvedimento ha una occasione immediata e una preparazione
-remota.
-
-L'occasione immediata la porge la vista di Lucia, _rannicchiata in
-terra... raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e
-non movendosi, se non che tremava tutta_; la porgono quel suo rizzarsi
-inginocchioni, e quel giunger le mani, e quelle semplici parole: _son
-qui: m'ammazzi_; lo spettacolo doloroso della debolezza innocente, che,
-sopraffatta ed offesa dalla violenza, non insorge, non impreca, ma si
-umilia, e chiedendo misericordia, perdona. A quella vista, a quelle
-parole, il fiero uomo non può non avvedersi di una come sproporzione
-mostruosa, ch'è tra la forza adoperata da lui, e la condizione di
-colei contro cui l'ha adoperata. E quella sproporzione deve apparirgli
-come una viltà, tanto più spiacente al suo orgoglio, quanto il suo
-orgoglio è più rigido e il suo coraggio più schietto; quel coraggio,
-che per addimostrarsi nella forma sua più risoluta e più piena aveva
-bisogno del _pericolo vicino_ e del _nemico a fronte_. Forse per
-la prima volta in sua vita egli sente in confuso che la violenza
-rimpicciolisce l'uomo, sebbene, a primo sguardo, paja ingrandirlo;
-sente che la generosità è ancor essa una forma della forza, anzi è la
-forma più magnifica; sente come una mal definita vergogna, naturale in
-uomo nobile e d'alti spiriti, d'inferocire contro chi non è in grado
-nè di offendere, nè di difendersi, simile a quella da cui avrebbe
-potuto esser colto un cavaliere antico in sull'atto d'assaltare con
-l'armi un inerme. E di quella vergogna nasce una certa esitazione,
-come un leggiero smarrimento, che gli traspare dal volto, che gli
-stempera il suono della voce, e di cui Lucia ben s'avvede. In cospetto
-di un nemico forte e superbo egli sarebbe rimasto l'uomo di prima e
-di sempre; al che accenna egli stesso, quando di Lucia va dicendo tra
-sè: «Oh perchè non è figlia d'uno di que' cani che m'hanno bandito!
-d'uno di que' vili che mi vorrebbero morto! che ora godrei di questo
-suo strillare; e in vece...» In vece, in cospetto di quella povera
-creatura che mai non l'offese, e contro cui non ha, egli, nè può avere,
-ragione d'odio o di sdegno alcuna, l'uomo violento si sente disarmato,
-perplesso, e come involto in un viluppo mal cognito di pensieri e di
-sentimenti, nel quale più non sa rinvenirsi. E più debbono crescere la
-irresolutezza e la vergogna di lui l'angosciosa instanza e la sommessa
-fiducia con cui la poveretta gli si raccomanda, ricordandogli ch'e'
-può ordinar ciò che vuole e dispor come vuole, e che tutto dipende da
-un suo cenno; scongiurandolo di non soffocare una buona ispirazione;
-mostrandosi persuasa ch'egli ha buon cuore, che sentirà compassione
-di lei, che non vorrà farla morire. Qui segue un fatto psichico
-delicatissimo, ma pressochè necessario, data la natura dell'uomo,
-nobile intimamente, e non intimamente ribalda. Egli è uso a concedere
-ajuto a chi ne lo chiede. Un segno della sua potenza, di quella
-potenza ch'è manifestazione ed esplicazione della volontà sua e del suo
-orgoglio, fu sempre la prontezza con cui concesse altrui la protezione
-invocata. Ne soccorse tanti, a ragione o a torto, in sua vita! perchè
-proprio a Lucia dovrebbe ora ricusar la sua grazia? Forse per rispetto
-all'impegno preso con Don Rodrigo? Ma, dirà egli stesso, chi è Don
-Rodrigo? E l'uomo forte e superbo si sentirà naturalmente inclinato
-ad imporre la volontà propria piuttosto al potente che al debole. Fare
-stare a segno i potenti e i prepotenti era una sua passione antica.
-
-Lucia ha prodotto nell'animo dell'Innominato una impressione profonda
-e nuova. L'immagine di lei lo persegue, non lo lascia prender sonno:
-a un certo punto egli grida: «Non son più uomo, non son più uomo!»
-Ma s'inganna così pensando e dicendo. Egli è uomo ancora, e, nella
-sostanza, è lo stesso uomo di prima. Lucia non ha fatto se non
-isconnettere e dissestare alquanto la compagine dello spirito di lui,
-in guisa che vi si possa inserire alcun che di nuovo, e gli elementi
-del carattere possano stringersi in nuova coordinazione[90].
-
-Ma il ravvedimento, cui porge immediata occasione Lucia, ha pure una
-qualche preparazione remota. Per essere esatti, bisogna dire che da
-Lucia la compagine psichica dell'Innominato riceve un colpo sodo e
-repentino; ma che, già da più tempo, quella compagine aveva cominciato
-ad allentarsi leggermente, in virtù di un lavorio sordo e profondo,
-non avvertito per altro segno che per un po' di stanchezza e un po'
-d'inquietudine. Se ne ha la prova nella precipitazione con cui egli
-aveva accettato di far rapire Lucia per conto di Don Rodrigo, e in
-quel porsi subito nella condizione di non potere più dare addietro,
-di dover mantenere a ogni costo l'impegno, come usa far l'uomo che
-cominci a dubitare di sè, e a sè stesso non voglia mancare. Già
-aveva cominciato «a provare, se non rimorso, una cert'uggia delle sue
-scelleratezze»; già queste opprimevano d'un peso incomodo, se non la
-sua coscienza, almeno la sua memoria. Data a Don Rodrigo la parola che
-lo legava, aveva provato, non pentimento, chè ancora questo non gli
-poteva entrare nell'animo, ma dispetto. «Una certa ripugnanza provata
-ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava
-ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi, l'immagine d'un avvenire
-lungo, indeterminato, il sentimento d'una vitalità vigorosa, riempivano
-l'animo d'una fiducia spensierata: ora all'opposto, i pensieri
-dell'avvenire erano quelli che rendevano più noioso il passato. —
-Invecchiare! morire! e poi?» — Cominciava ad avere _certi momenti
-d'abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo_, nei quali
-quel Dio che egli non s'era mai curato nè di riconoscere nè di negare,
-gli gridava dentro: _Io sono_. Cominciava a sentirsi come perduto in
-una gran solitudine muta ed oscura, senza famiglia, senza amici veri,
-senz'alcuna dolcezza, con troppo passato dietro di sè, con troppo poco
-avvenire dinanzi. La fibra corporea è salda ancora e vigorosa; ma la
-fibra morale è spossata un tantino; ed egli se ne potrebbe avvedere
-dallo sforzo che gli costa il volersi in tutto serbar quel di prima e
-dal non potervi riuscire.
-
-Questa poca spossatezza (chè molta ancora non è) ci lascia
-intendere come quell'animo, già così saldo e quadrato, possa
-aprirsi a impressioni e ad influssi che appena appena, in altri
-tempi, l'avrebbero tocco e sfiorato. Le nature forti, ch'è quanto
-dire le nature autonome, non cedono alla suggestione, la quale,
-considerata sotto certo aspetto, è, come fu notato acconciamente,
-una trasmutazione, mercè la quale un organismo meno attivo tende ad
-armonizzarsi con un organismo più attivo. Or ecco che noi vediamo
-l'animo dell'Innominato lasciarsi penetrare alquanto dalla suggestione,
-a far manifesto che la sostanza sua non è più così intera e compatta
-come fu innanzi. Quel duro metallo è come serpeggiato di screpolature
-sottili. Il Nibbio ha confessato al padrone d'aver sentita pietà di
-Lucia, quella pietà che, _se uno la lascia prender possesso, non è
-più uomo_. E la pietà di quel _bestione_ del Nibbio divien suggestiva
-pel padrone, che vi ripensa vegliando, e ripensandovi, ripete le
-parole di quello: _uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!_ Così
-quelle parole della povera Lucia: _Dio perdona tante cose per un'opera
-di misericordia!_ tornano, nel silenzio della notte, a sonargli
-all'orecchio, non _con quell'accento d'umile preghiera, con cui erano
-state proferite, ma con un suono pieno d'autorità, e che insieme
-induceva una lontana speranza_.
-
-Sciocchezze come quelle che allora gli tolgono il sonno, già altre
-volte, egli dice, gli erano passate pel capo, e s'erano poi dileguate,
-senza lasciar segno del loro passaggio; ma quelle di ora non si
-dileguano, perchè Lucia ha dato loro occasione di ficcarsi più
-addentro nell'anima turbata, e di far quasi un nodo da non potersi più
-sciogliere. Una nuova coscienza era già spuntata in quell'anima, e già
-due volte aveva fatto udir la sua voce, quando, alla risoluzione che
-l'Innominato stava per prendere, di porre senz'altro Lucia nelle mani
-di Don Rodrigo, aveva opposto un no preciso e imperioso. Con rapido,
-irresistibile processo, quella coscienza si slarga, si rafforza,
-s'illumina; nello spazio di una notte essa appare organata e compiuta,
-perchè gli elementi tutti onde doveva formarsi preesistevano già,
-sebbene oppressi e dispersi, nello spirito entro a cui si produce.
-Allora essa si fa incalzante e leva alta e paurosa la voce. Che ne può,
-che ne deve seguire?
-
-
-IV.
-
-Da prima un formidabile combattimento interiore, un cozzo di pensieri
-e di sentimenti contrarii, uno spingersi innanzi e un subito dare
-addietro, un volere e un disvolere, uno sperare e un disperare, un
-essere e un non essere. L'Innominato non è già più quel di prima;
-ma non è, nè può essere ancora, quello di poi. «Tutto gli appariva
-cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desideri,
-ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo
-divenuto tutt'a un tratto restio per un'ombra, non voleva più andare
-avanti. Pensando alle imprese avviate e non finite, in vece d'animarsi
-al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira in quel
-momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno
-spavento dei passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti vôto
-d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di
-memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava
-così lenta, così pesante sul capo». E l'ossessione cresce, cresce
-l'angoscia: tutto l'irreparabile e mostruoso passato gli si risolleva
-dinanzi, lo preme, lo avvolge, lo affoga. Finalmente il rimorso addenta
-con zanne di belva quel cuore che fu sì gran tempo invulnerato e
-invulnerabile. Vinto dalla disperazione, l'uomo che non temè mai di
-nessuno e di nulla ha terror della vita, terror di sè stesso, impugna
-un'arme, cerca, rimedio estremo, la morte; ma in quella appunto un
-nuovo pensiero, un nuovo e più orribile dubbio, il gran dubbio di ciò
-che possa esser di là, gli guizza nell'anima, gli ferma la mano, gli
-mostra chiuso fors'anche quell'unico scampo, lo piomba in un'angoscia
-più disperata e più nera. «Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne'
-capelli, battendo i denti, tremando».
-
-Crisi violenta in uomo violento, ma che appunto perchè violenta, non
-può troppo durare; e non può troppo durare contro una volontà che se
-ha mutato, per dir così, di quadrante, è rimasta tuttavia diritta e
-inflessibile come prima.
-
-Fu detto la volontà essere il germe della morale, e fu detto il
-vero. Non si dà forte morale senza forte volere; nè il rimorso e il
-pentimento possono essere molto gagliardi in animo non gagliardo. Le
-nature salde ed intere, gli uomini che si dicono tutti d'un pezzo non
-s'adattano ai lunghi tergiversamenti, non s'appagano de' ripieghi,
-detestano l'indeterminato e l'ambiguo. L'Innominato non è di razza di
-simulatori; non armeggia di sofismi, non cerca scuse e accomodamenti,
-non inganna sè stesso. A sè stesso egli fu consentaneo sempre: non
-può patire di sentirsi scisso interiormente, fatto miserabil teatro di
-una oscura anarchia che pare una sfida al suo talento di dominazione,
-alla sua forza, al suo orgoglio. Egli soffre; ma non è di tal tempra
-che possa e voglia aspettare a lungo, passivamente, la cessazione
-della sofferenza. Di quello stato vergognoso, non men che crudele,
-gli bisogna uscire risolutamente e presto; e se ad uscirne non gli
-offre via sicura la morte, bisognerà che gli offra via sicura la vita.
-Trovata la via, egli ci si metterà con la risolutezza ordinaria, col
-consueto ardimento, senza più fermarsi, senza più voltarsi indietro.
-
-Accade spesso ai violenti, in cui sia pari all'orgoglio il bisogno
-e il sentimento della indipendenza, di ribellarsi a quegli stessi
-principii a cui conformarono lungamente la vita, quasi riconoscendo in
-quelli una forza tirannica che li soggioghi. Ripensando alla sua vita
-passata, alla lunga sequela di colpe che s'intreccia ai suoi giorni,
-l'Innominato può pensare a una quasi necessità e fatalità di delitto,
-natagli dentro senza che egli stesso ne possa intendere la ragione;
-ma un sì fatto pensiero deve, di per sè solo, bastare a ferire il suo
-orgoglio, a sferzare la sua volontà. Come? egli che tutto potè ciò che
-volle, non potrà dare alla propria vita un nuovo indirizzo, una regola
-nuova? non potrà trionfare di sè stesso dopo aver trionfato di tutti
-e di tutto? non potrà riscattarsi da quella malvagia potenza che già
-sì gran tempo lo tenne soggetto, e che minaccia di farlo suo schiavo
-in eterno? Come? egli che si ribellò a Dio per impazienza di servitù e
-per impeto di tracotanza, dovrà servire al diavolo senza fine? dovrà,
-egli insofferente d'ogni ritegno, patire un perpetuo castigo in un
-carcere disperato? E di tutto il suo volere e operare dovrà esser
-questo il fine ed il frutto, durar ne' secoli de' secoli suddito vinto
-e impotente di vinto e impotente signore?
-
-Oh, no! La fede, che appena rinasce, può essere ancora nell'Innominato
-assai fievole e incerta; può essere ancora in lui poco acceso lo zelo
-del bene, poco vivo e risoluto il desiderio della espiazione; ma già
-tutta la sua persona morale, sollecitata dalle antiche energie, dagli
-stimoli antichi, insorge contro quella oscura e maligna tirannide, si
-accampa in un atteggiamento di sforzo supremo e magnifico; non ancor
-preparata alla preghiera e all'umiliazione, pronta già, come sempre,
-alla sfida e al combattimento. In questo nuovo Capaneo la superbia
-non è per anche ammorzata; ma, dopo essersi volta a sfidare i numi, si
-volge ora a sfidare gli avversarii dei numi. Questo nuovo Farinata _ha
-lo inferno in gran dispitto_ già prima d'entrarvi.
-
-L'indole dell'Innominato non è di quelle che diconsi impulsive, la
-cui nota più spiccata sembra essere la instabilità; e l'anima di lui
-non può durare a lungo in una condizione d'atonia morale. Egli non è
-uomo in cui possa il capriccio, che presto vanisce senza lasciar segno
-di sè: in lui non si vedono se non impulsioni durevoli, coerenti,
-coordinate; volizioni che muovono da uno stabile principio, e tutte
-vanno diritte e spedite al segno. Egli sente per maniera d'istinto
-ciò che Plutarco espresse con belle parole: potere la volontà fare un
-eroe o un dio d'un uomo simile ad una belva. Avvertita la necessità
-del ravvedimento, l'Innominato senz'altro si ravvede; e comincia
-il ravvedersi come si conviene alla natura sua passionata, focosa e
-violenta. I desiderii di lui sono intensi e indomabili, e vogliono
-essere appagati presto e per intero. Presa la risoluzione di liberar
-Lucia, egli par che frema dell'indugio, e che voglia acchetar sè stesso
-col dire: «La libererò sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e
-le dirò: andate, andate». La sua diventa _una rabbia di pentimento_:
-l'impulsione degenera in ossessione, sforza alle opere, non soffre
-ritardo.
-
-
-V.
-
-Col sorgere del nuovo giorno, l'anima già in parte mutata s'apre a
-nuovo mutamento, e ciò in grazia di una seconda occasione, diversa
-molto dalla prima, che ho accennata, ma non meno acconcia e propizia di
-quella.
-
-Che l'uomo antico perduri, per molta parte, nel nuovo, anche dopo la
-battaglia di quella notte, ci è mostrato da un fatto. Uno scampanio
-festoso risuona e si propaga nell'aria. L'Innominato salta fuori del
-letto, corre a una finestra, guarda giù nella valle, e vede di molta
-gente che s'accoglie e s'avvia, «tutti dalla stessa parte, verso lo
-sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con
-un'alacrità straordinaria». E le sue prime parole son degne del bandito
-superbo: «Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo
-maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?» Ma saputo che cagione
-di quello scampanare e di quello andare, e di tutta quella festa è il
-cardinale Federigo Borromeo, altre ne pronunzia, delle quali, parte
-esprime un senso di dispetto nato dal contrasto fra l'allegrezza di
-_quella canaglia_ e il rodimento proprio, e, più confusamente, dal
-contrasto fra la condizion di _quell'uomo_, verso cui tutti corrono, e
-la condizion di lui Innominato, da cui tutti rifuggono; parte esprime
-la speranza che _quell'uomo_ possa dire anche a lui una di quelle
-parole che consolano, dànno la pace e l'allegrezza. L'angosciosa notte
-che ha passata vegliando deve avergli cresciuto nell'anima il terror
-della solitudine, deve averlo fatto più accessibile a quell'influsso
-di suggestione che sempre muove potente dall'operare delle moltitudini.
-Vanno tutti a vedere il cardinal Federigo; ebbene, ancor egli ci andrà,
-dopo aver lasciate per Lucia parole amorevoli che la rassicureranno.
-Il proposito di liberare Lucia, e il proposito di visitare il cardinale
-s'integran l'un l'altro.
-
-E a visitare il cardinale egli va com'uno che sia _portato per forza
-da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato
-disegno_. Al primo incontrarsi con quello, egli non potrà reprimere
-in cuor suo un sentimento di stizza e di vergogna superba; ma sarà
-come l'ultimo ribollimento delle antiche passioni, come l'ultima
-ribellione dell'uomo antico al nuovo. L'uomo nuovo ha ereditata la
-volontà dell'antico, e se ne giova per combattere questa suprema
-battaglia, riportare questa suprema vittoria. Il cardinal Borromeo,
-il quale mostra di sapere assai bene che le testimonianze di stima
-sono tra le forme più efficaci di suggestione, quando si tratti di
-educare o di convertire, il cardinal Borromeo di quel fatto s'avvede,
-e parla della _sicurezza d'animo_, della _volontà impetuosa_, della
-_imperturbata costanza_ dell'Innominato come di qualità e d'energie, da
-cui può venir tanto bene in avvenire quanto male già venne in passato,
-e fa vedere Dio glorificato da un nuovo uso di quelle, e l'Innominato
-stesso più grande assai nella virtù di quanto sia stato mai nella
-colpa. Il cardinal Borromeo non tenta di spezzare quella volontà che
-già da sè stessa si volge al bene, e non tenta nemmen di deprimere
-quell'orgoglio, cui le grandi imprese debbon piacere naturalmente.
-La conversione dell'Innominato s'ha da compiere in grazia di quella
-volontà e di quell'orgoglio: il pianto dirotto che manifesta la
-conversione compiuta, scioglie in lui ogni avanzo di malvagia passione;
-non iscioglie quella volontà rettificata, quell'orgoglio purificato.
-
-L'Innominato può farsi _cortese ed umile_ con Don Abbondio, prima
-quando gli cede il passo, poi quando gli tiene la staffa; può chinare
-la fronte fin sulla criniera della mula quando passa davanti alla
-porta spalancata della chiesa; può con lo sguardo atterrato e confuso
-chieder perdono a Lucia, e ajutarla, _con una gentilezza quasi timida_,
-a entrare in lettiga; ma non si creda che quell'animo sia svigorito,
-che il leone sia diventato un agnello. Già nello andar su al castello,
-egli aveva, solo con le occhiate, fatto intendere a' suoi bravi di non
-muoversi; il che vuol dire che quelle occhiate serbavano l'espressione
-e la forza di prima. Ajutato Don Abbondio a rimontar sulla mula,
-risalito egli stesso a cavallo per accompagnare i suoi protetti e
-tornare a Federigo, egli riappare quello di un tempo: il suo sguardo ha
-ripreso _la solita espressione d'impero_, e Don Abbondio avverte tra
-sè che a tenere a segno i bravi non ci vuol meno di quella faccia lì.
-Al cardinale e ai commensali egli si mostra _ammansato senza debolezza,
-umiliato senza abbassamento_.
-
-Il discorsetto che la sera stessa fa ai bravi, e il tono con cui lo fa,
-mostrano quanta parte dell'uomo antico persista nel nuovo. Ai bravi
-non doveva parere ammansato e umiliato gran che. «Per quanto vari e
-tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que' cervellacci,
-non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce
-del loro signore come la manifestazione d'una volontà con la quale
-non c'era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era
-mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro
-passò neppur per la mente, che per esser lui convertito si potesse
-prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr'uomo. Vedevano
-in lui un santo, ma un di que' santi che si dipingono con la testa alta
-e con la spada in pugno». E che della spada avrebbe ancora, a un buon
-bisogno, saputo servirsi, e' lo mostra al calar delle bande alemanne,
-quando s'appressa pericolo di invasione e di guerra.
-
-Se si potesse fare, senza andar troppo per le lunghe, sarebbe forse
-opportuno ora mostrare come la conversione di fra Cristoforo, mentre
-somiglia per certi rispetti alla conversione dell'Innominato, sia, per
-altri, molto diversa da quella[91]; e perchè Don Abbondio, ch'è, per
-così dire, il rovescio dell'Innominato, rimanga, anche dopo la solenne
-predica del cardinal Federigo, quello di prima, quello di sempre.
-
-Per concludere: l'Innominato diventa un santo in virtù di quelle stesse
-energie che già fecero di lui un demonio. Dopo la conversione gli
-elementi essenziali del suo carattere non si può dire che sieno mutati:
-la forza non è più violenza, ma rimane pur sempre forza. Volendo
-parlare per metafora, e sorpassando alquanto il giusto segno del vero,
-si potrebbe dire che l'antico tempio rimane, quanto a struttura e a
-proporzioni, immutato; che solo vi si adora un nuovo Iddio. In altri
-casi, profondamente diversi da quello che abbiamo sin qui esaminato,
-com'è nuovo il Dio, così è nuovo il tempio.
-
-
-
-
-DON ABBONDIO
-
-
-Il Manzoni fu, tra l'altro, un grande umorista; il più grande ch'abbia
-prodotto l'Italia; uno dei più grandi che sien nati al mondo. Tutto
-in lui cooperava a renderlo tale: la bontà dell'animo e l'acume della
-mente; la vivezza del sentimento e la mancanza di sentimentalismo; la
-chiara visione delle cose del mondo e la inoperosità; lo scetticismo
-che non esclude la fede e la fede che non diventa credulità. Il
-Manzoni è un grande umorista perchè è un realista e un idealista
-al tempo stesso; ha, cioè, vivo il senso del reale e chiara la
-nozione dell'ideale. L'umore scaturisce appunto dal cozzo del reale
-e dell'ideale, quando avvenga in una mente equilibrata e serena:
-perciò, nè il realista puro, nè il puro idealista lo possono avere.
-Fu detto da taluno che l'umorismo è inconciliabile col sentimento
-cristiano; ma se l'umorismo nasce da contrasto fra l'ideale e il reale,
-e se richiede certo sentimento della necessaria imperfezione della
-umana natura, e ancora della universa vanità delle cose finite, non
-si vede dove possa stare la ragione della inconciliabilità; e se si
-considera che l'umorismo suppone la simpatia e la pietà, sembra che
-il sentimento cristiano debba piuttosto favorirlo che contrariarlo.
-E di vero, l'umore è assai più dei moderni che degli antichi; e il
-Cervantes, il Swift e lo Sterne furono buoni cristiani (anzi parroci
-gli ultimi due); e Gian Paolo, il quale espressamente definì l'umore
-un _comico romantico_, disse non potersi dare umore senza l'idea
-dell'infinito. L'umore è affatto opposto all'ironia, alla parodia, al
-sarcasmo, come già ebbe a notare lo Schopenhauer: perciò il Swift non
-è sempre umorista; il Voltaire è di rado; e bisogna andar cauti nel
-dire che Arrigo Heine sia. L'umore non esclude punto in chi l'accoglie
-il sentimento della superiorità propria, anzi lo richiede; ma questo
-sentimento dev'essere senza burbanza e senza asprezza, quale si
-conviene a uno spirito che, tutto intendendo, tutto perdona. Pardon's
-the word to all, dice un personaggio dello Shakespeare, e perdonare
-sempre, sempre, tutto, tutto, sono le ultime parole di Fra Cristoforo.
-Il Manzoni non pretende di dominare i proprii personaggi con lo scherno
-e col disprezzo, come usa il Flaubert. Egli si studia di tenersi allo
-stesso loro livello, si contempla in essi, e sempre, quando ride di
-quelli, ride anche un pochino di sè. L'umore non nasce se non negli
-spiriti più possenti, più aperti, più generosi; esso è forse la
-forma più alta di cui si possano velare l'umana sensitività e l'umano
-giudizio.
-
-Dei personaggi dei Promessi Sposi parecchi sono abitualmente e
-sostanzialmente umoristici; altri diventano in certe occasioni[92].
-Renzo riesce umoristico durante quel suo primo soggiorno a Milano.
-Così gli uni come gli altri, mentre dànno esempio di debolezze più
-propriamente e più strettamente individuali, dànno anche esempio di
-umana debolezza in genere; onde il lettore che li guarda e gli ascolta
-e tien loro dietro, nel punto stesso che si abbandona lietamente al
-riso, non può tenersi dall'esclamare o dal sospirare, con un leggiero
-spunto di melanconia: umana fragilità! umana miseria!
-
-Ma di tutti que' personaggi il più umoristico è sicuramente Don
-Abbondio. Anzi, dopo l'inarrivabile ed unico Don Chisciotte, divenuto
-oramai una specie di entità morale necessaria allo spirito umano
-e all'umano discorso, credo sia Don Abbondio il personaggio più
-profondamente umoristico della universa letteratura. E questo, perchè?
-
-Cominciamo dal dire che noi, a ragione o a torto, vogliamo bene a
-Don Abbondio. Non si dà forse lettore dell'immortale romanzo che al
-primo accenno che il povero curato sta per rientrare in iscena non si
-senta tutto esilarare di dentro e non affretti con benevola e giuliva
-impazienza il momento di rivederne l'aspetto e di riudirne la voce. Gli
-vogliam bene istintivamente, perchè ci diverte e ci rallegra; ma non
-gli vogliamo bene per questa ragione soltanto. Le sue disgrazie, che
-sono in parte immaginarie, non ci rattristano, perchè prevediamo che
-non gli faranno gran male, e che un uomo come quello non può essere
-serbato a nulla di tragico e nemmeno di epico; ma ci rincrescerebbe
-se lo dovessimo vedere in un pericolo grande davvero, maltrattato sul
-serio, schernito più del ragionevole: e quando pure siam forzati a
-dirgli che ha torto, che si conduce male, sentiamo di doverglielo dire
-con moderazione, con bonarietà, senza contristar troppo quella sua
-canizie, e facendoci forza perchè il rimprovero non vada a finire in
-una risata. Noi vogliamo anche bene a Don Abbondio per sè stesso, quale
-la natura e i casi l'han fatto: e com'è, a parer mio, di tutta evidenza
-che gli voleva bene il Manzoni, il quale sembra che non si sapesse
-risolvere a lasciarlo in disparte; e come (questo conta ancor più) gli
-volevano bene coloro stessi a cui aveva con la sua condotta procurato
-tanti dispiaceri. Renzo e Lucia non son contenti se non sono maritati
-da lui.
-
-E perchè siamo in tanti a volergli bene? Perchè sentiamo che Don
-Abbondio non è cattivo, e che a riuscire a dirittura un bravo uomo
-forse non altro gli manca che un po' di coraggio, e che il coraggio,
-chi nol sa? _uno non se lo può dare_. Gli è chiaro che se dipendesse
-da lui solo Don Abbondio non farebbe male a una mosca. Se dipendesse
-da lui, e se bastasse il desiderio, Don Abbondio vorrebbe tutti
-tranquilli, tutti contenti, ed essere l'amico di tutto il genere umano,
-e che la terra non fosse una valle di lacrime, ma come un'anticipazione
-del paradiso; dove si potrebbe poi andare con comodo, il più tardi
-possibile. A desiderar tutto questo ci vuol poco, ma a volerlo e a
-procacciarlo gli è un altro pajo di maniche. Ad ogni modo, un tal
-desiderio è già per sè stesso una bella cosa; e il povero Don Abbondio
-che l'ha, e vede intorno a sè tanti che non l'hanno; tanti che, senza
-necessità, mettono il mondo a soqquadro; che hanno a noja il _bene
-stare_; che potrebbero _andare in paradiso in carrozza_ e preferiscono
-_andare a casa del diavolo a pie' zoppo_, Don Abbondio può, con qualche
-ragione, stimarsi migliore di molti altri, vantarsi del suo buon cuore,
-e credere sinceramente con Perpetua (le illusioni sono facili in queste
-materie, e le esagerazioni ancor più) credere che _se pecca è per
-troppa bontà_. Gli è certo che Don Abbondio odia tutti i birboni, non
-solo perchè son diavoli, che non lasciano in pace nessuno, capaci di
-mandare di quelle imbasciate ai poveri curati, ma perchè sono birboni,
-nemici di Dio, e andranno tutti all'inferno. Il cardinale gli rinfaccia
-di avere ubbidito all'iniquità, ed è vero, pur troppo. Ma intendete
-bene, _ubbidito_. Dall'ubbidire al far di suo ci corre. Allorchè,
-avendo ancora nelle orecchie le minacce dei bravi, gli balena l'idea
-che avrebbe potuto suggerire a quei signori di portare ad altri la
-loro imbasciata, e cioè a Renzo, o ad Agnese, o a Lucia, che fa Don
-Abbondio? caccia via quell'idea, perchè s'accorge _che il pentirsi di
-non essere stato consigliere e cooperatore dell'iniquità è cosa troppo
-iniqua_. E quando pensa che ad altri potrebbe parere ch'egli volesse
-tenere dalla parte dell'iniquità, che dice il malcapitato? _Oh santo
-cielo! Dalla parte dell'iniquità io! Per gli spassi che la mi dà!_
-
-Di gran bugie dice Don Abbondio a quel povero Renzo; ma perchè le
-dice? forse per gusto? le dice per salvar la pelle; e se gli uomini
-si contentassero di mentire solo quando corrono pericolo della vita,
-la verità non avrebbe bisogno di star di casa in un pozzo. Del resto,
-tenete per certo ch'egli sarebbe contentissimo se potesse veder
-contenti Renzo e Lucia. Di Lucia, quando sa del tiro che le han fatto,
-e va (sia pure di mala voglia, _a cavallo_) a torla di prigione,
-egli sente pietà, e pensa a tutto ciò che _quella povera creatura_
-deve aver patito, e le viene innanzi _con un viso, anche lui, tutto
-compassionevole_, sebbene sia _nata per la sua rovina_. Di Renzo dà
-buone informazioni al cardinale, e, più tardi, si raccomanda, a chi
-può, perchè gli sia tolta anche quella cattura di dosso. Morto Don
-Rodrigo, cessato ogni pericolo, ecco saltar fuori, non un Don Abbondio
-nuovo, ma un Don Abbondio che prima non si poteva vedere, nascosto come
-era nel vecchio; un Don Abbondio garbato, bonario, amorevole, di una
-piacevolezza e di una festività da non credere; che vuole a ogni costo
-maritar lui i due giovani, a cui, _in fondo, aveva sempre voluto bene_,
-e ne cura paternamente gl'interessi, sebbene gliene avessero fatti
-dei tiri... Pur troppo! pur troppo! _son que' benedetti affari che
-imbroglian gli affetti_. Ma, direte, si rallegra che Don Rodrigo sia
-morto. Eh, chi non se ne rallegrerebbe? Se ne rallegra, ma, certamente,
-gli perdona, e loda Renzo d'avergli perdonato. Loda anche la peste e
-dice che _quasi quasi ce ne vorrebbe una ogni generazione_; e perchè?
-perchè è quella che spazza via tanti birboni. Spazza via anche molti
-galantuomini; ma s'intende che Don Abbondio non parla per loro. Don
-Abbondio celebra con tutta sincerità le glorie dei galantuomini, e il
-successore di Don Rodrigo, tanto diverso da questo, gli sembra, non più
-soltanto un galantuomo, ma a dirittura un grand'uomo. Don Abbondio non
-è un malvagio, e se _un po' di fiele in corpo_ lo ha anche lui, quel
-_po'_ esclude l'assai, e chi non ne ha punto getti la prima pietra. Se
-lo conoscesse malvagio davvero, il cardinale non gli parlerebbe come
-gli parla; non si contenterebbe, sembra, di accennar solamente a una
-possibile remozione da quell'ufficio di cui Don Abbondio ha tradito i
-doveri.
-
-Ma Don Abbondio è un egoista. Sicuro, ch'è un egoista; ma bisogna
-distinguere. L'egoismo è di molte maniere: da quello umile e accidioso
-di chi lascia sistematicamente andare l'acqua alla china, a quello
-tronfio e furioso di chi mette il mondo sossopra. Da Taddeo e Veneranda
-si va su su, per gradi, sino a Marozia e a Napoleone. L'egoismo di
-Don Abbondio è un egoismo povero, timido, mingherlino, casalingo,
-pedestre. Considerate, di grazia, il concetto ch'egli s'è formato della
-felicità, i suoi bisogni, i suoi desiderii. Si può essere più modesto
-e più discreto? Don Abbondio non vuol ricchezze, non sogna onori, non
-si cura di vantaggi. Curato di campagna è, curato di campagna morrà;
-contento dell'oscuro suo stato, sebbene i curati sieno servitori del
-comune, condannati _a tirar la carretta_. Che ai cardinali si dia
-della signoria illustrissima o dell'eminenza, a lui che può importare?
-Che può importare a lui che vescovi, abati, proposti, canonici
-s'arrabattino e s'azzuffino per un titolo, e che il papa li contenti
-o non li contenti? _Gli uomini son fatti così; sempre voglion salire,
-sempre salire_.... Ma Don Abbondio non vuole nè salire nè scendere;
-Don Abbondio vuol rimanere dov'è, senza cercar nessuno, senza chiedere
-_altro che d'esser lasciato vivere_, felice di sgattajolare, di
-rimpiattarsi, d'essere piccolo, oscuro, negletto, di non essere veduto
-e neanche saputo. _Oh se fossi a casa mia!_ ecco il grido che gli
-prorompe dal fondo dell'anima e che veramente compendia tutte le sue
-aspirazioni.
-
-I grandi egoisti vorrebbero tutto per loro, e, o con l'astuzia, o
-con la forza, pigliano dell'altrui quanto più possono, e giungono
-persino a dolersi che non ci sia che un mondo solo da conquistare.
-Don Abbondio non vuole conquistar nulla; nemmeno il paradiso, perchè
-spera che il buon Dio glielo darà senza farlo troppo stentare. Don
-Abbondio non solo non prende e non desidera la roba altrui, ma a chi
-la tiene ingiustamente non domanda nemmeno la roba propria; e perda
-il fiato Perpetua a dargli del baggeo. Che questa non sia generosità
-pura, d'accordo; ma che non abbia altra ragione se non il desiderio di
-scansare le brighe e le dispute, non pare. Se Don Abbondio ci tenesse
-tanto alla roba, se ci tenesse come ci tengono gli avidi, qualche sfogo
-con Perpetua lo dovrebbe pur fare (e già ben altri ne aveva fatti!),
-e non contentarsi di dire che que' ch'è andato è andato. Lo vogliono
-avaro, e tirano fuori la storia delle venticinque lire dovute da
-Tonio, e della collana d'oro data in pegno, e quelle sollecitazioni e
-quegli ammonimenti: _Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo per
-quel negozio?_ e quel modo di contar le berlinghe nuove, voltandole
-e rivoltandole, e quella maniera di aprir l'armadio, riempiendo
-l'apertura con la persona. Ma tutto ciò prova che questa volta almeno
-Don Abbondio vuol avere il suo, e che Don Abbondio è sospettoso: che
-sia poi anche avaro, quel che si dice avaro, non prova. Le venticinque
-lire Tonio le doveva per fitto di un campo, diciamo meglio, del
-campo, probabilmente unico, di Don Abbondio, e pare le dovesse da un
-po' di tempo. Ora, notate che Don Abbondio non si fa dare un soldo
-d'interesse: è così che fanno gli avari? E vi pare che se fosse uno di
-quegli avari bollati ed autentici, Don Abbondio potrebbe consegnare
-tutto il suo _tesoretto_ a Perpetua, e lasciare che la lo vada a
-sotterrar da sola (perchè gli è chiaro che ci va sola) appiè del fico?
-Non dunque avarizia propriamente, ma apprensione parsimoniosa e gretta
-d'uomo che non sa procacciare, non sa ajutarsi, e perciò tien di conto
-quel poco che ha, e quando la soldatesca gli ha disfatta la casa, pena
-un pezzo a rifar usci, mobili, utensili con denari presi in prestito.
-
-Quali sono per Don Abbondio i piaceri della vita? un desinaretto
-gustoso, ma senza pretese; un fiaschetto di vino sincero (più di una
-botticina già non ne aveva); una passeggiata per quei viottoli, da'
-quali si vede il lago; un po' di lettura, quando le _circostanze_ non
-sieno tali da lasciargli _appena testa d'occuparsi di quel ch'è di
-precetto_; un buon chilo, un buon sonno; e basta. Questi piaceri non si
-possono godere senza quiete, e perciò la quiete è per Don Abbondio la
-condizione prima e _sine qua non_ della felicità, quella che dev'esser
-mantenuta e tutelata con ogni studio contro i nemici così interni come
-esterni. Nemici interni Don Abbondio non ne dovrebbe avere, e non ne
-avrebbe, se dipendesse dalla sua sola natura. Egli è nato per essere
-l'amico di sè medesimo, sempre in pace con sè stesso; ambizioni,
-gelosie, dubbii tormentatori, rimpianti amari, rodimenti secreti,
-son tutte diavolerie ch'egli non conosce, o non dovrebbe conoscere,
-nemmeno di nome. Se ne ha, gli son venute di fuori. Il mondo, ecco
-il grande nemico; anzi ecco l'accolta e la confederazione di tutti i
-nemici. Come si fa a conservare la propria quiete in un mondo pien di
-furore e di trambusto, che di quiete non ne vuol sapere? Si ha un bel
-tirarsene fuori, mettersi da banda, lasciare che ci pensi chi ci ha da
-pensare, dire che gli ecclesiastici non devono _mischiarsi nelle cose
-profane_, sentenziare che _la patria è dove si sta bene_. Trovarla,
-quella patria! Il mondo non vi lascia tranquilli; se voi lo fuggite,
-ecco che vi viene a cercare e vi tira in ballo. Per quanto s'ingegni,
-Don Abbondio non può fare che, per un verso o per un altro, qualcuna di
-quelle innumerevoli punte di cui il mondo è armato come un istrice, non
-lo frughi e non lo punzecchi. Ed ecco perchè Don Abbondio _si rode_,
-e ha, di solito, quella faccia _tra l'attonito e il disgustato_. Ma
-quella faccia non l'ha sempre, e anzi non è la faccia sua naturale.
-Come appena la burrasca è passata, Don Abbondio si rasserena, prende
-un'aria gioviale, ride, scherza, dice che s'ha a stare allegri il
-più che si può; e a questo fine si capisce che una delle sue grandi
-regole dev'essere di non _rimestare_ le cose vecchie, che non han
-rimedio. Perpetua è morta di peste. Povera Perpetua! Credete voi che
-Don Abbondio n'abbia a fare il panegirico, intenerirsi, amareggiarsi?
-Se viveva, questa è la volta che si maritava. È morta. Non ci pensiamo
-più. Dio l'abbia in gloria.
-
-La più gran virtù che secondo Don Abbondio gli uomini possano avere
-è, in comune con le mule, d'essere quieti. E per questo, se i birboni
-gli danno molto travaglio, i santi gliene dan poco meno, e si vede
-che Don Abbondio non vorrebbe avere da fare nè con gli uni, nè con
-gli altri. La santità è rinunziamento di sè medesimo, zelo operoso del
-bene, spirito di sacrifizio; in una parola, eroismo. I santi come Fra
-Cristoforo e Federigo Borromeo meritano d'essere chiamati campioni e
-atleti di Dio. Ma appunto questi atleti e campioni hanno coi facinorosi
-una somiglianza molto sgradevole. Non possono star tranquilli essi,
-e non vogliono lasciar tranquilli gli altri. Sempre sono in orgasmo
-e in faccenda, tira di qua, premi di là, vogliono rifare il mondo;
-_e lascian poi alle volte le cose più imbrogliate di prima_. E il
-bello, anzi il brutto, si è che non fanno nessun conto della propria
-vita, e pochissimo dell'altrui, quando si tratta di far trionfare
-il bene. Sono un gran tormento! Ma poi sono anche curiosi: purchè
-frughino, rimestino, critichino, inquisiscano; anche sopra di sè. E
-come si scaldano la fantasia! Un malandrinaccio viene a dire che s'è
-convertito, e loro gli buttano le braccia al collo: quella, a casa
-degli uomini di giudizio, _si chiama precipitazione_. E le conversioni?
-Sono una gran bella cosa. Nessun dubbio: Don Abbondio vorrebbe che
-tutto il mondo si convertisse (nè per questo è poi necessario di
-diventar santi); ma uno non si può convertire quietamente? senza far
-tanto chiasso? senza scomodar tanta gente?
-
-Agnese, stizzita, pensa che Don Abbondio ha _sempre sacrificati gli
-altri_; questo è un po' troppo. Bisognerebbe dire che sempre, quando
-s'è trattato di _scegliere_ tra il sacrificio proprio e l'altrui, Don
-Abbondio ha scelto l'altrui. Brutto egoismo, ma non del più brutto. E a
-renderlo men brutto sta il fatto ch'egli non se ne conosce colpevole; e
-non conoscendosene colpevole, può con tutta sincerità, se non con buona
-ragione, meravigliarsi della durezza degli altri, e che ognuno pensi
-solamente a sè, e che tutti abbiano così poco cuore; e stimarsi in
-credito verso Renzo e Lucia; e dire con un'aria compunta di tribolato
-ch'è il suo pianeta che tutti gli abbiano a dare addosso. L'egoismo
-di Don Abbondio è assai più un egoismo passivo che un egoismo attivo.
-Considerate che quasi tutti i suoi peccati sono peccati di omissione.
-
-Ed ora veniamo a quella che non è la sola, ma certamente è la cagione
-massima e incessante d'ogni suo procedere.
-
-Don Abbondio è egoista per paura. Don Abbondio nacque (su di questo
-non può cader dubbio) con la paura in corpo, e la paura gli s'accrebbe
-via via, per lo spettacolo delle cose del mondo, per la praticaccia
-(non oso dire esperienza) della vita, pel sentimento acuto, insistente,
-angoscioso, d'essere _come un vaso di terra cotta, costretto a
-viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro_; ed egli (anche su
-di questo non può cader dubbio) non fece mai il menomo sforzo per
-vincerla, o, almeno, per non lasciarla crescere. La paura è la parte
-meglio organata, più viva e più stabile della sua coscienza; tanto che,
-quand'egli non abbia proprio altro da fare, come durante quei giorni
-passati nel castello dell'Innominato, essa, insiem col breviario, gli
-tiene _compagnia_ e gl'impedisce di annojarsi.
-
-La paura riesce sempre comica quando si lasci scorgere dove non è
-pericolo, o quando al pericolo non paja proporzionata, o comechessia
-si comporti in modo disdicevole al tempo, al luogo, alle persone,
-all'occasione. La paura di Don Abbondio è comica perchè è esagerata,
-permanente, intrattabile, spesso spesso allucinata e chimerica. Direi
-ch'è la paura integra e totale, perchè non si vede come Don Abbondio
-possa essere mai affatto sgombro di paura, e qual cosa al mondo sia
-così piccola e innocua che non possa in un qualche momento far paura
-a Don Abbondio. Perpetua trova le parole giuste quando scappa a dire:
-_Se ha poi paura anche d'esser difeso e aiutato_... L'esempio di Don
-Abbondio conferma in parte l'opinione del filosofo scozzese Dugald
-Stewart, il quale disse la paura un male della fantasia. La fantasia
-di Don Abbondio non s'impressiona dei soli pericoli presenti e reali,
-ma ne immagina molti di possibili e di remoti, e in ogni cosa fiuta il
-malanno, sospetta l'insidia. Ricevuto quel terribile avvertimento dei
-bravi, Don Abbondio, dopo lungo travaglio e laceramento di spirito,
-riesce a prender sonno; _ma che sonno! che sogni! Bravi, Don Rodrigo,
-Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate_. Sin
-qui nulla di strano. In questo caso quella povera fantasia edifica, per
-così dire, sul sodo; ma molte altre volte, anzi il più delle volte,
-fabbrica in aria. L'Innominato s'è convertito: ha fatto benissimo;
-ma sarà poi convertito davvero? e, dico, si mantiene? L'Innominato
-si mette la carabina ad armacollo: _Ohi! ohi! ohi! cosa vuol farne
-di quell'ordigno costui?_ L'Innominato ha dato le prove della sua
-conversione: sia ringraziato il cielo! ma se quella marmaglia di
-bravacci venisse a sapere?..... se s'immaginassero che fosse stato
-lui, Don Abbondio, a convertirlo?... se presi da un furore bestiale,
-per vendicarsi, lo martirizzassero?...[93] E Don Rodrigo? che dirà
-mai di tutta quella faccenda Don Rodrigo?... E se monsignore venisse
-a sapere tutto l'imbroglio del matrimonio?... _Ah! vedo che i miei
-ultimi anni ho da passarli male!_ Risoluto, prima di tutti e più di
-tutti, di fuggire davanti all'esercito invasore, vede, _in ogni strada
-da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili e
-pericoli spaventosi_. E gli si riaffaccia l'idea del martirio. E gli
-rispunta dentro il dubbio circa la conversione dell'Innominato. E
-gli viene il sospetto che l'Innominato voglia fare il re e scendere
-in campo a far la guerra anche lui, col duca di Savoja, col duca
-di Mantova, con la Spagna e con l'imperatore. E sogna assalti e
-battaglie, per quanto giuri a sè stesso che in una battaglia non ce lo
-coglieranno; e si vede preso tra due fuochi. In mezzo alla desolazione
-e al lutto della peste gli dà ancor noja la cattura di Renzo, e pensa
-che questi potrebbe fare qualche sproposito da rovinar lui e sè stesso
-insieme.
-
-La paura di Don Abbondio è sempre composta di più paure diverse, le
-quali, quando non sieno manifestate, son sottintese, appunto come
-possono essere sottintese molte idee _in un periodo steso da un uomo di
-garbo_. Queste molte paure non riescono mai a comporsi in una maniera
-stabile di equilibrio o di dipendenza. Sono in un rimescolamento
-continuo, si rincorrono, si urtano, si dànno il gambetto. Quella che
-un momento fa era la prima, adesso è l'ultima; quella ch'era in coda
-appare in testa. Talvolta entrano l'una nell'altra, come le favole
-indiane e le scatole giapponesi. Mentre ha indosso quella paura così
-grande per dover andare in compagnia dell'Innominato, ecco che dentro
-a quella paura grande se ne caccia una piccola (dato che di piccole
-per Don Abbondio ce ne possano essere), la paura che la mula abbia dei
-vizii.
-
-La paura di Don Abbondio diventa anche più comica quando si vede
-che quelle tante cautele e quelle tante furberiole ch'essa gli vien
-persuadendo, non solo non bastano a preservarlo da' guai, ma anzi
-lo fanno incappare in qualche guajo più grosso di quelli che avrebbe
-voluto fuggire. Facendo di tutto per non avere impicci, egli è sempre
-negl'impicci. Don Abbondio non s'era fatto prete per vocazione;
-s'era fatto prete con la speranza di _vivere con qualche agio_ e
-quietamente, mettendosi _in una classe riverita e forte_, e non gli
-era mai passato per il capo che a fare quel mestiere pacifico ci fosse
-bisogno di coraggio. Quando, udita quell'umile confessione: «Torno a
-dire, monsignore, che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può
-dare», il cardinale chiede a Don Abbondio: «E perchè dunque, potrei
-dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v'impone di stare in
-guerra con le passioni del secolo?», Don Abbondio non può non pensare
-tra sè che, appunto, quel ministero egli lo aveva scelto per non avere
-a far guerra a nessuno, e con la speranza che nessuno volesse farla
-a lui. E quando il cardinale, insistendo, gli domanda: Perchè questo
-coraggio, che vi mancava, non l'avete chiesto a Dio, che certamente ve
-l'avrebbe dato?, Don Abbondio potrebbe rispondere con tutta sincerità
-che non pensò a chiedere a Dio una cosa di cui credeva di non avere
-affatto bisogno. Ora, Don Abbondio, fattosi prete per amor della pace e
-per evitare i pericoli, viene a trovarsi, appunto perchè è prete, nel
-più gran travaglio, e nel più gran pericolo di tutta la sua vita. Per
-fuggire a questo pericolo, Don Abbondio tradisce il proprio officio,
-inventa pretesti per non maritare i due giovani, si rassicura alquanto
-sentendosi più esperto delle cose del mondo, _più accorto_ che non
-un ragazzone che pensa alla morosa; ma poi tanto male gli viene del
-suo stesso rimedio, ch'egli si pente d'averlo adoperato, ed esclama:
-_gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio_. Quando coloro
-ch'eran fuggiti all'appressarsi dei lanzichenecchi tornano alle loro
-case, Don Abbondio è l'ultimo a seguirli, l'ultimo ad abbandonare
-l'asilo che così liberalmente a tutti aveva offerto l'Innominato, e
-questo per la speranza di assicurarsi meglio da' mali incontri: la
-conseguenza si è che i primi tornati in paese gli portan via anche
-quel poco che i lanzichenecchi gli avevan lasciato. Ha dunque ragione
-Perpetua di dire che s'egli avesse un po' di coraggio avrebbe assai
-meno guai; ma che ci fan le parole? il coraggio uno non se lo può dare.
-
-La paura di Don Abbondio non è solamente comica, com'è quella di Sancio
-Panza; è anche umoristica, e in grado superlativo. Don Abbondio e
-Sancio son tutt'e due paurosi, ma la paura si atteggia in ciascun di
-essi diversamente e in diverso modo si appalesa. Sancio non pensa a
-nascondere la propria, ad accattarle scuse, ad ammantarla di decoro.
-Egli la lascia vedere qual è, indipendente affatto dalla ragione,
-subitanea ne' suoi investimenti, vile troppo nelle dimostrazioni e
-negli effetti. Sancio parla molto e volentieri, e con certa sensatezza
-grossolana, di solito; ma non gli viene in fantasia di fare il
-chiosatore e l'interprete della propria paura e di raziocinarvi
-attorno. Egli se la lascia venire addosso come un accesso di terzana,
-e quando gli è passata, dà una scrollatina e non ci pensa più. Don
-Abbondio che, o poco o molto, sa di latino, e deve, se non altro per
-l'uso della confessione, avere qualche famigliarità con le sottigliezze
-della casistica, e vorrebbe pur sapere chi fu Carneade, Don Abbondio
-tiene un altro procedere. Egli converte la paura in prudenza, anzi in
-sapienza; riesce a farsi di una debolezza una virtù, di una vergogna
-un onore. _Initium sapientiae timor Domini:_ non si può, slargando
-un poco il concetto, pensare che la sapienza consiste appunto nella
-paura? Altri l'ha fatta ben consistere nell'inerzia, e altri ancora
-nell'ignoranza. Gran giudizio bisogna avere, e gran pazienza, chi vuol
-vivere in questo mondo e tirare innanzi! Credere di potergli tener
-testa, di vincerlo, di mutarlo, è idea da matti. Non sapete quanto
-il mondo è più forte di voi? Non sapete che ha il diavolo dalla sua?
-Dunque? Dunque per non uscire con l'ossa rotte bisogna tenersi in una
-specie di _neutralità disarmata_, tergiversare, dissimulare, scansare,
-inchinarsi, cedere, nascondersi, e, in caso di necessità estrema,
-mettersi col più forte[94]. Ricordate che tornando bel bello dalla
-passeggiata, per quella stradicciuola di montagna, Don Abbondio, prima
-d'incontrarsi coi bravi, buttava con un piede verso il muro i ciottoli
-che gli facevano inciampo al cammino? si può credere che sieno stati
-quelli i soli ostacoli che in sessant'anni di vita egli abbia rimosso
-da sè con animo deliberato, con fare risoluto.
-
-Don Abbondio finisce che forse non sa più nemmeno d'essere quel pauroso
-che tutti vedono in lui. Oltre di ciò, dato alla paura il titolo di
-prudenza e di sapienza, egli non ha più nessuna ragion di nasconderla;
-anzi ne ha parecchie di lasciarla vedere, come una virtù da farsene
-bello, e acquista il diritto di censurare chi non si regola come lui,
-chi manca di giudizio, chi compera _gl'impicci a contanti_. La propria
-paura, o prudenza che s'abbia a dire, Don Abbondio l'ha in conto di
-cosa, non solo ragionevole e confacente, ma legittima e giusta; e
-perciò strasecola quando il cardinale gli dice sul viso che anche a
-costo della vita avrebbe dovuto fare il proprio dovere: «Monsignore
-illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non
-so cosa mi dire». Quanto questa paura è diversa da quella che così
-poveramente (bisogna proprio dir così) fu descritta da Teofrasto!
-quanto è diversa da quella che porse inesauribile materia di riso sulle
-scene antiche e moderne!
-
-Ma la paura di Don Abbondio tocca il più alto grado dell'umore quando
-noi consideriamo com'essa contrasta con quel carattere sacerdotale che
-dovrebbe essere il proprio carattere di lui, con quell'officio che egli
-tiene assai più che non l'eserciti. Qui abbiam risoluto, anzi violento,
-il contrasto fra il reale e l'ideale; e per questo rispetto il
-colloquio fra Don Abbondio e il cardinale, colloquio che parve alquanto
-lunghetto, alquanto fuor di proposito, a più d'uno, è di capitale
-importanza, e serve mirabilmente a dare spicco ai due personaggi, a
-compierne l'immagine morale. Meno ancora che al soldato, è lecito al
-prete d'aver paura. Il prete parla (o dovrebbe parlare) in nome di
-una potestà talmente superiore ad ogni potestà terrena; ha (o dovrebbe
-avere) un'idea così sicura e così efficace della santità del dovere;
-stima (o dovrebbe stimare) così poco ogni bene e vantaggio mondano e la
-vita medesima; spera (o dovrebbe sperare) un premio talmente superiore
-a tutto quanto può perder quaggiù; che qualsiasi atto o pensiero di
-viltà in lui appare una contraddizione irriducibile, un controsenso, un
-assurdo. Ora, Don Abbondio è la negazione vivente, parlante, operante
-dello spirito sacerdotale, quale appunto il cardinale l'intende, e
-quale dev'essere inteso. Don Abbondio dovrebbe somigliare in qualche
-modo, sia pur lontano, al cardinale; e non solo non gli somiglia, ma ne
-dissomiglia tanto che non arriva mai nè a capirlo, nè a indovinarlo.
-
-Così stando le cose, com'è che Don Abbondio non ci diventa odioso?
-Com'è che quelle stesse mancanze che, commesse da un altro,
-provocherebbero il nostro biasimo, e non altro che il nostro biasimo,
-commesse da lui provocano il nostro riso, e quasi non altro che il
-nostro riso? Perchè saremmo così poco indulgenti con altri e siamo così
-indulgenti con lui? La ragione è facile a dire. Don Abbondio è uno di
-coloro a cui si perdona volentieri perchè veramente non sanno quello
-che fanno. Se egli mancasse al proprio dovere avendo di quel dovere
-un'idea chiara e precisa; se facesse il male sapendo con certezza di
-fare il male; noi non avremmo più qui nè un personaggio umoristico, nè
-un personaggio comico, avremmo un personaggio tragico, o semitragico.
-Don Abbondio rimane comico ed umoristico a dispetto di tutto, perchè se
-ha degli scrupoli, se ha qualche piccolo rimorso, crede in bonissima
-fede di farli tacere con quel suo argomento che _quando si tratta
-della vita_...; argomento che a suo modo di vedere (e presumibilmente
-anche di altri) non ammette replica. Don Abbondio riman comico ed
-umoristico perchè voi vedete ch'egli è un fanciullon tanto fatto, a
-cui qualcuno, non si sa chi, insegnò a dir messa, e che a sessant'anni
-sonati, nonostante i suoi vanti di accortezza, egli è quasi quel
-medesimo fanciullone che potev'essere a venti. Come vorreste fare a
-prendervela con uno cui Perpetua fa lezione tutto il santo giorno,
-ammonendo e rimbeccando, rinfacciandogli d'essersi ridotto _a segno che
-tutti vengono, con licenza, a..._, risolvendo, nell'ora del pericolo,
-_di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di trascinarlo su per
-una montagna_? con uno che s'accorge, tra meravigliato e stizzito, che
-le ragioni del cardinale sono le ragioni stesse di Perpetua? con uno
-che, starei per dire, ha fatto il prete senza saperlo? _Le parole che
-sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d'una
-dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata._
-
-Don Abbondio è in qualche modo il rovescio di Don Chisciotte. Don
-Chisciotte è sempre pronto ad adempiere i proprii doveri chimerici,
-checchè gliene avvenga: Don Abbondio cessa di adempiere i proprii
-doveri reali alla prima minaccia di un pericolo. Don Chisciotte, per
-troppo animo, passa oltre il segno: Don Abbondio, per manco d'animo,
-non ci arriva. Don Chisciotte si trincera nell'ideale e non vede più il
-reale: Don Abbondio si trincera nel reale e non vede più l'ideale. Ma
-Don Chisciotte e Don Abbondio hanno anche una parte in comune. Entrambi
-vivono in un mondo pel quale non son fatti e che si burla di loro. Ad
-entrambi le cose riescono al contrario dell'intenzione.
-
-A finire di rendere umoristica la figura di Don Abbondio abbiamo il
-fatto che colui che la formò e le diè vita v'infuse dentro qualche
-parte di sè. Non paja questa una proposizione temeraria, e tanto meno
-irriverente. Gli umoristi non sarebbero più umoristi se volessero
-esclusi sè stessi da quel riso ch'e' suscitano e comunicano altrui. Il
-Manzoni mise di sè più e meno in parecchi de' suoi personaggi: in Don
-Abbondio mise della propria inoperosità, della propria esitazione, del
-proprio amor della quiete, del proprio orror degl'impicci; e basta. Ci
-mise delle sue debolezze; non ci mise nessuna delle sue virtù[95],
-
-Quello di Don Abbondio è uno dei caratteri più meravigliosi che l'arte
-abbia mai creati; di una coerenza e consistenza rara; di una vivezza,
-di una sincerità, di un'evidenza impareggiabile; senza rabberciature,
-senza rinfianchi posticci. L'animo del lettore vi penetra e vi si
-assesta come una mano in un guanto. Ognuno sente che Don Abbondio
-dev'essere stato sempre lo stesso; ognuno è persuaso che egli rimarrà
-sempre lo stesso. «No signore, no signore», dice quella furbacchiona
-dell'Agnese al cardinale, «non lo gridi, perchè già quel ch'è stato
-è stato; e poi non serve a nulla; è un uomo fatto così: tornando il
-caso, farebbe lo stesso». E noi ne siam più che sicuri, nonostante la
-compunzione di cui lo vediamo penetrato dopo la predica del cardinale,
-e nonostante quella sua promessa, fatta proprio con animo sincero in
-quel momento: «Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero».
-
-I casi, gl'incontri e le situazioni in cui viene a trovarsi Don
-Abbondio sono i più felici che si possano immaginare, non per lui
-poveraccio, ma per mettere in mostra e sviscerare il suo carattere. I
-bravi, Renzo, Perpetua, l'Innominato, il cardinale, Agnese, lo forzano
-a scoprirsi da tutte le parti, a diventar trasparente come un vetro; e
-non v'è godimento che superi questo di poter guardare un'anima per di
-fuori e per di dentro, senza che pure una menoma particella ne rimanga
-occulta od oscura. La struttura della persona morale è in Don Abbondio
-così perfetta che finisce a suggerire la struttura della persona fisica
-e a mettervela davanti agli occhi. La figura di Don Abbondio non è
-descritta, e nemmeno, a dir proprio, abbozzata: appena un cenno qua e
-là come per caso: due folte ciocche di capelli, due folti sopraccigli,
-due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, sparsi su una faccia
-bruna e rugosa. Riavutosi dalla peste, Don Abbondio appare come _una
-cosa nera_, pallido e smunto, con due povere braccia che ballan nelle
-maniche, _dove altre volte stavano appena per l'appunto_. E questo
-è il tutto. Quanti altri romanzieri avrebbero impiegate le due e le
-tre pagine per ritrarcelo intero quel prete, dalla testa ai piedi,
-senza lasciarne una sola fattezza! Ma col Manzoni non c'è bisogno.
-Qui l'anima crea il suo corpo; e noi vediamo, proprio vediamo, un Don
-Abbondio tozzo e corpulento, che suda e sbuffa a montare sopra una
-mula, con una facciola tonda, con una espressione bonaria, quando non
-gliela rannuvoli la stizza o la paura, con un portamento sommesso, con
-un'andatura stracca e impacciata: così come, dal più al meno, lo videro
-tutti coloro che lo ritrassero col pennello o col bulino[96].
-
-Don Abbondio è riuscito uno di quei tipi estetici di cui si dice con
-ragione che hanno in sè molta più verità che non l'essere vivo e reale,
-fatto d'ossa e di polpe. E Don Abbondio è diventato uno di quei simboli
-di cui noi ci gioviamo, parlando, per significare una condizione di
-umanità che non si potrebbe significare altrimenti senza molte parole.
-Perciò Don Abbondio è immortale.
-
-
-
-
-ESTETICA E ARTE DI GIACOMO LEOPARDI
-
-
-CAPITOLO I.
-
-DELLA PSICHE DI GIACOMO LEOPARDI.
-
-Le idee estetiche del Leopardi non sono sistematicamente ordinate, non
-formano un corpo di dottrina compiuto e coerente; ma sono, nulladimeno,
-in armonia fra di loro; governano, entro certi limiti, il sentimento e
-il pensiero di lui, e, sino ad un certo segno, ne spiegano l'arte. Il
-poeta nè si arroga di risolvere, nè a dir vero si propone il problema
-estetico; non istituisce indagini particolari; non tenta analisi
-sottili; ma pone alcuni principii, enunzia alcune opinioni, ch'egli non
-troppo si cura di conciliare con la rimanente sua credenza filosofica,
-e non sono forse con essa troppo conciliabili. Il poeta, ch'è sensista
-e materialista in tutto il rimanente di quella sua credenza, ci
-si scopre idealista in estetica. Il poeta che in tutt'altro è un
-pessimista, riesce quasi in estetica un ottimista.
-
-Prima di esporre le idee estetiche del Leopardi, prima di ricercare
-la qualità e la estensione del suo sentimento estetico, sarà opportuno
-che noi ci formiamo un concetto sommario della costituzione psichica di
-lui, senza rinunziare però a far di essa quel più particolare e minuto
-studio che a volta a volta potrà essere richiesto dall'argomento.
-Ricordo, sebbene possa parere superfluo, che le credenze e le
-dottrine di ciascun uomo, e le stesse mutazioni di quelle, sono sempre
-determinate e condizionate dalla struttura e dall'atteggiamento della
-psiche, e che la psiche, di cui ci è ignoto il principio e l'essenza,
-opera, per dirla col linguaggio dei matematici, _in funzione_
-dell'organismo corporeo, dell'_ambiente_ fisico e morale, dei casi e
-delle esperienze della vita.
-
-Non si dà tipo psichico puro, coeguale in tutto all'uno o
-all'altro di quegli schemi che la psicologia immagina per comodità
-di classificazione e di studio. Il Leopardi è manifestamente
-un _intellettuale_; ma non un intellettuale schietto: bensì un
-intellettuale appassionato. Intellettuale egli è perchè vive moltissimo
-nel pensiero e poco o punto nell'azione, e il pensiero esercita per
-sè stesso, senza assoggettarlo a un fine pratico qualsiasi; ma poichè
-soffre, si lamenta, si ribella troppo più di quanto s'addica a un
-intellettuale risoluto, egli, sott'altro aspetto, si dà a conoscere
-quale un _sensitivo_. E sensitivo è; di quella delicatissima,
-esagerata, morbosa sensitività che di ogni più lieve tocco si offende,
-e d'onde si genera nella psiche uno stato di _sentimentalità_ abituale,
-intendendo con tal nome certa mescolanza e fluidità di sentimenti
-vaghi, teneri, dolorosi, immaginosi, che non si appuntano in nessun
-oggetto particolarmente determinato e chiaramente percepito, ma si
-rigirano in sè medesimi e in sè medesimi si consumano.
-
-Lo spirito del Leopardi non si può veramente dire uno spirito
-unificato. Le tendenze divergenti e contrastanti sono in esso assai
-numerose, e se l'arte ci guadagna, la ragione ci perde. L'intelletto
-è nel poeta, sino ad un certo segno, sistematizzato ed autonomo;
-ma sistematizzato ed autonomo è pure in lui il sentimento; e i due
-sistemi e le due autonomie non troppo si accordano fra di loro. Così,
-mentre l'intelletto si chiude affatto e per sempre al sogno della
-felicità, il cuore, a più riprese, si riapre a quel medesimo sogno;
-mentre l'intelletto appetisce il vero, il cuore lo rifiuta; mentire
-l'intelletto predica la rassegnazione, il cuore la sdegna. Senza quella
-troppa e troppo indocile sensitività, il Leopardi sarebbe stato uno
-spirito essenzialmente logico: così come la natura e la vita l'han
-fatto, egli è uno spirito in cui la contraddizione abbonda, anzi è
-abituale ed organica. Di ciò ognuno si può persuadere agevolmente
-considerando quanto diversi, anzi contrarii, sieno certi giudizii suoi
-concernenti gli uomini in genere, le donne in ispecie, le cause della
-umana infelicità, la natura, ecc., nei molti casi in cui, per ragion
-di tempo, quella diversità e quella contrarietà non possono imputarsi
-a un moto generale dello spirito, a un rivolgimento profondo delle
-dottrine. Ma la contraddizione per noi più notabile è quella in cui
-egli si viene ripetutamente avviluppando nel far giudizio del vero e
-della scienza: giacchè, ora detesta il vero, come quello che distrugge
-con la _face consumatrice_ i _sogni leggiadri_; e dice la notizia di
-esso _contrarissima alla felicità_; e lo chiama _fonte o di noncuranza
-e infingardaggine, o di bassezza d'animo, iniquità e disonestà di
-azioni, e perversità di costumi_; e biasima gli uomini d'averlo voluto,
-_colla curiosità incessabile e smisurata_, penetrare e conoscere; e
-vitupera la ragione, dicendola _carnefice del genere umano_; mentre per
-contro celebra ed esalta l'_ameno errore_, i _fantasmi consolatori_,
-gl'_inganni fortunatissimi_, gli _errori antichi necessari al buono
-stato delle nazioni civili_: ora, invece, riconosce che il vero _ha
-suoi diletti, ancor che triste_; e compiange l'uomo dei campi, perchè
-_ignaro d'ogni virtù che da saper deriva_; e dice che, dopo il bello,
-il vero _è da preferire ad ogni altra cosa_; e afferma di non cercare
-_altro più fuorchè il vero_; e deride i sogni vani e le antiche fole
-insieme con le speranze di futura felicità e le _magnifiche sorti
-e progressive_, che pur dovrebbero essere, anche per lui, anzi più
-per lui che per altri, ameni errori, fantasmi consolatori, inganni
-fortunatissimi; e rinfaccia al secolo d'avere sentito dispiacere del
-vero, e d'avere abbandonato vilmente il _risorto pensiero_, solo per
-cui fu vinta in parte la barbarie,
-
- e per cui solo
- Si cresce in civiltà, che sola in meglio
- Guida i pubblici fati.
-
-E questa civiltà era stata da lui maledetta con i sentimenti stessi
-del Rousseau, come un tradimento fatto alla Natura, come un errore
-che non può andare _senza infinito accrescimento d'infelicità_ e senza
-vergogna. E ad essa accennando aveva esclamato: _Che cosa è barbarie se
-non quella condizione, dove la natura non ha più forza negli uomini?_
-
-Noi qui vediamo l'intelletto e il sentimento alle prese fra di loro
-a volta a volta, e quando l'uno quando l'altro, incalzare o recedere,
-stringersi e sopraffarsi a vicenda. Il Pascal era riuscito a fermare
-assai più e legare in unità il proprio spirito quando scriveva quelle
-memorabili parole: «L'homme n'est qu'un roseau, le plus foible de la
-nature, mais c'est un roseau pensant. Il ne faut pas que l'univers
-entier s'arme pour l'écraser. Une vapeur, une goutte d'eau, suffit pour
-le tuer. Mais quand l'univers l'écraiseroit, l'homme seroit encore plus
-noble que ce qui le tue, parce qu'il sait qu'il meurt; et l'avantage
-que l'univers a sur lui, l'univers n'en sait rien»[97].
-
-Sappiamo dallo stesso Leopardi che in certi tempi, crescendogli
-il male, anzi i mali ond'era travagliato, egli diveniva pressochè
-incapace di attenzione, tanto da non poter tener dietro a chi leggesse,
-nè scrivere cosa alcuna, nè _fissar la mente in nessun pensiero di
-molto o poco rilievo_[98]. Ciò nondimeno, d'ordinario, egli dovette
-essere in sommo grado capace, così di attenzione spontanea, come di
-attenzion volontaria[99]; d'onde poi deriva attitudine spiccatissima ed
-inclinazione allo astrarre. Dell'attenzione spontanea parmi facciano
-testimonianza le ingegnose ed acute osservazioni e la molta maturità
-di senno onde son piene le prime sue lettere, scritte quand'egli
-non era per anche uscito di Recanati. Della volontaria fanno prova
-irrefragabile la qualità e la estension degli studii, la perseveranza
-e il discernimento adoperatovi, e più che tutto l'arte sua, dove non
-è cosa mai che appaja abbandonata al solo istinto o alla fortuna. Se
-son veri certi racconti, il Leopardi da giovane s'immergeva alle volte
-sì fattamente ne' proprii pensieri da perdere affatto il sentimento
-di quanto gli stava e gli avveniva dattorno[100]. Qualcuno, badando
-alle più consuete preoccupazioni del poeta, e come il pensiero che
-inspira e sorregge la sua poesia tenda quasi a ridursi in un _motivo_
-unico, potrebbe facilmente congetturare in lui certa inclinazione
-malsana al monoideismo, e cioè a fermar stabilmente l'attenzione
-sopra un'unica idea; ma se non si può negare che quella inclinazione
-ci sia stata, specie in certi tempi, non si può da altra banda non
-riconoscere, considerando i moltissimi abbozzi ed accenni di opere dal
-poeta divisate o ideate, che quella mente era usa di vagare per una
-copiosissima varietà di obbietti e di temi, per tutto il creato e per
-tutto lo scibile.
-
-Non dovrebbe, parmi, negarsi che l'attenzione di lui non si fissi
-talvolta in modo da arieggiare le forme morbose della fissità;
-la qual cosa del resto facilmente interviene ai melanconici e più
-agl'ipocondriaci; ma non si dovrebbe però dimenticare che in ciò, come
-in altro, molti sono i gradi intermedii tra il normale e l'anormale,
-e che una certa ossession dell'idea e del fantasma è abituale, anzi
-necessaria, non meno allo scienziato che all'artista, e che senz'essa
-non si darebbe nè scienza nè arte. La poesia intitolata _Il pensiero
-dominante_ parrebbe a prima giunta rivelar nel Leopardi una vera e
-propria idea fissa, da cui quella togliesse il nome e la contenenza.
-Alcuni versi di essa descrivono veramente la condizione dell'uomo
-di cui una sola idea imperiosa abbia occupata e soggiogata tutta la
-psiche, votandola quasi d'ogni altro elemento, spogliandola d'ogni
-altra forma:
-
- Come solinga è fatta
- La mente mia d'allora
- Che tu quivi prendesti a far dimora!
- Ratto d'intorno intorno al par del lampo
- Gli altri pensieri miei
- Tutti si dileguâr. Siccome torre
- In solitario campo
- Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.
-
-Ma questo pensiero dominante non è altro che il pensiero d'amore, il
-quale, dove raggiunga un certo grado di vivezza e di forza, opera quasi
-sempre a questo medesimo modo nell'animo degl'innamorati. Cercando nei
-versi e nelle prose del Leopardi, e più specialmente nelle lettere, non
-è difficile trovar segni e indizii di una qualche soverchia fissazion
-della mente, più o meno durevole. Il 23 giugno 1823 egli scriveva da
-Recanati al Jacopssen: «Pendant un certain temps j'ai senti le vide de
-l'existence comme si ç'avait été une chose réelle qui pesât rudement
-sur mon âme. Il m'était, toujours présent comme un fantôme affreux; je
-ne voyais qu'un désert autour de moi, je ne concevais comment on peut
-s'assujettir aux soins journaliers que la vie exige, en étant bien
-sûr que ces soins n'aboutiront jamais à rien. Cette pensée m'occupait
-tellement, que je croyais presque en perdre la raison»[101].
-
-Dall'attenzione dipende per molta parte la memoria. Il Leopardi
-ebbe (la storia de' suoi studii e gli scritti ne fanno fede) memoria
-potente, sicura, tenace, e da giovane parve anche per questo rispetto
-sì fattamente meraviglioso, che l'abate Cancellieri ne fece espresso
-ricordo nella _Dissertazione intorno agli uomini dotati di gran
-memoria_. Si sa con quanta agevolezza egli imparasse le lingue; e se
-errò il Puccinotti dicendolo versato anche nella tedesca[102] gli
-è pur certo che tra antiche e moderne ne conobbe un buon numero,
-e di parecchie fu mirabilmente padrone. Non però è da credere che
-il Leopardi possedesse la memoria totale e universale, che non fu
-posseduta mai da nessuno, e non è ente psichico, ma entità psicologica;
-nè si dà propriamente la memoria in genere, ma bensì tante memorie
-specificate e diverse quante sono le categorie del sensibile e del
-pensabile. Il Leopardi ebbe vivissima memoria delle idee, e forse non
-vi fu idea, da quella del numero a quella del fatto sociale e storico,
-che mai la trovasse indocile o lenta. Ebbe vivissima pure la memoria
-dei sentimenti; e volentieri inclinerei a credere che intervenisse a
-lui, in maniera anche più risoluta, ciò che interviene a taluni, ne'
-quali il sentimento ravvivato per virtù di memoria riesce più intenso
-di quello spontaneo provato in origine. Sempre che il poeta ripensa
-alla sua Silvia, morta nel fior degli anni, e si sovviene delle tradite
-speranze, un affetto lo preme _acerbo e sconsolato_, ed egli si torna
-a dolere di sua sventura[103]. Il più del tempo egli vive nel _dolce
-rimembrare_, e soggiornando in Pisa, dà a certa via il nome di _Via
-della rimembranza_. Un solo dolce ricordo sarebbe bastato a rendere
-felice tutta la vita dell'infelicissimo Consalvo, e le _Ricordanze_
-sono un canto e un pianto dell'anima che tutta si raccoglie
-nell'appassionata contemplazione di un passato irrevocabile. Queste due
-forme della memoria ben si convengono al nostro poeta, il quale abbiamo
-riconosciuto essere un intellettuale e un sensitivo al tempo stesso.
-La memoria delle sensazioni fu certamente in lui meno valida e meno
-pronta; ma di ciò sarà a dire più innanzi. Qui resta a notarsi che la
-memoria del poeta fu (nè potev'essere altro) scarsamente popolata di
-quelle multiformi immagini cui solo può fornire la lunga, continuata e
-varia esperienza di una vita operosa e il libero e vigoroso esercizio
-di tutte le facoltà e potenze ond'è costituita la umana persona.
-
-Come la memoria dipende dall'attenzione, così la fantasia dipende dalla
-memoria; onde, quali le forme e i temperamenti della memoria, tali
-pure le forme e i temperamenti della fantasia. Il Leopardi ebbe da
-natura fantasia agile e viva; nè gliela poterono mortificare i lunghi e
-pazienti studii di erudizione e il meditare ostinato; nè molto gliela
-estenuarono i mali. Fanciullo ancora, sappiamo com'egli immaginasse
-intricate favole di cavalieri, di battaglie e d'incantamenti e
-intrattenesse per lunghi giorni i compagni de' suoi sollazzi. Tornato
-la terza volta, nel novembre del 1828, al detestato soggiorno di
-Recanati, egli risalutava quelle _vaghe stelle dell'Orsa_ che tante
-immagini un tempo e tante fole gli avevano suscitate nella mente,
-e accennando altri oggetti delle antiche sue contemplazioni, _che
-pensieri immensi_, esclamava,
-
- Che dolci sogni mi spirò la vista
- Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
- Che di qua scopro e che varcare un giorno
- Io mi pensava, arcani mondi, arcana
- Felicità fingendo al viver mio![104]
-
-Chi non sia dotato di viva e fervida fantasia, malamente può vivere
-solitario; e il Leopardi, sebbene conoscesse la solitudine esser
-dannosissima agli uomini del suo temperamento, che sempre «si bruciano
-e si consumano da loro stessi»[105], della solitudine si piacque oltre
-modo, facendone argomento di alcuni tra' suoi canti migliori; e sebbene
-sin dal luglio del 1819, nella famosa lettera scritta al padre in
-occasione della tentata fuga, parlasse dei _tormenti di nuovo genere_
-che gli procacciava la _strana immaginazione_[106], pur nondimeno
-sempre del _caro immaginare_ si dilettò grandemente, trovando in esso
-una delle maggiori e più fide consolazioni della sua vita. Certo,
-la fantasia non fu nel Leopardi così ricca, varia, lussureggiante,
-colorita, come fu nel Byron, o nello Shelley, o nell'Hugo, o in altri
-poeti molti che si potrebbero ricordare; ma una ragione di ciò fu
-accennata parlando della memoria di lui, e richiamerà novamente la
-nostra attenzione in luogo più acconcio.
-
-Che il Leopardi non sia ciò che gli psicologi più recenti dicono un
-_volitivo_, è manifesto ad ognuno; ma altro è riconoscere questo, altro
-è asserire che il Leopardi patì di abulia dichiarata e congenita.
-Innanzi tutto, a riguardo di questa, come di ogni altra qualità del
-nostro poeta, è sommamente necessario distinguere nella storia di
-lui un prima e un dopo, senza di che si risica troppo di scambiare
-l'avventizio per l'iniziale, e di confondere col principio la fine.
-Se non v'è forse vita d'uomo esente da peripezia, non v'è forse
-altra vita in cui la peripezia sia stata così profonda e molteplice
-come fu nel Leopardi. Da fanciullo questi non difettò certamente di
-volontà, chè anzi le memorie di quel primo tempo ce lo fanno conoscere
-protervo, prepotente, soverchiatore. Molti versi della sua giovinezza
-sono versi di eccitamento e di ribellione, e tra le opinioni da lui
-più costantemente osservate, in verso e in prosa, in pubblico ed in
-privato, è pur questa, che l'operare vince di gran lunga in nobiltà il
-meditare e lo scrivere; onde in uno de' più tardi componimenti suoi,
-quello che prende titolo dall'amore e dalla morte, celebrava l'amore,
-che suscita o ridesta ne' petti il coraggio, e per la cui virtù
-
- sapïente in opre,
- Non in pensiero invan, siccome suole,
- Divien l'umana prole.
-
-Non nego che questa opinione gli possa essere stata suggerita in
-parte dagli ammaestramenti e dagli esempii di quell'antichità in cui
-gli era tanto dolce rivivere; ma è da credere che il suggerimento non
-avrebbe operato nell'animo di lui, se l'animo, per certa sua propria
-e naturale disposizione, non fosse stato inclinato a riceverlo. Il
-fermato, e per poco non effettuato proposito della fuga, difficilmente
-si potrà conciliare con una volontà debole e incerta, specie se si
-considera che il giovane che vi si accinse non era uno sventato, anzi
-conosceva benissimo e la forza, ancora assai grande, di quella paterna
-autorità contro la quale insorgeva, e i pericoli d'ogni maniera e
-le traversie che certamente avrebbe dovuto affrontare. E gioverà
-ricordare che mentre i giovani di poco animo e d'indole remissiva sono
-lieti d'aver nel padre chi spiani loro la via della vita e risparmii
-le fatiche maggiori e i maggiori ardimenti, il Leopardi, stimando la
-tutela paterna oppressiva di que' liberi spiriti che fanno atti gli
-uomini alle cose nobili e grandi, ebbe in conto di fortunati (e osò
-scriverlo) quei figliuoli che, perduto per tempo il padre, dovettero
-fare, senz'altro ajuto, da sè. Quanto alla tentazion di suicidio, a
-cui il poeta andò così lungamente soggetto, noi non siamo in grado
-di dire con sicurezza se l'averla sempre patita senza mai soggiacervi
-sia indizio di una volontà troppo debole che non riesce ad attuarsi,
-o di una volontà ancor tanto forte da poter frenare l'impulso[107];
-ma indipendentemente dalla maggiore o minore forza della volontà, gli
-animi molto delicati, e di un sentire molto squisito, non possono non
-rimanere turbati ed offesi dalla idea di quella violenza che sempre
-e di necessità accompagna la volontaria soppression della vita, sia
-quella d'altri o la propria: e chi può dire quanta forza l'orrore di
-così fatta violenza possa avere avuto nell'animo del poeta che non
-volle contemplare la morte se non sotto le sembianze della bellezza e
-della pietà? Riconosciuto nel Leopardi un intellettuale, e ricordato
-una volta per tutte che gl'intellettuali non sogliono essere uomini
-d'azione, e, per ciò stesso, non uomini di volontà gagliarda, spiegata,
-molteplice (sebbene la volontà non si eserciti nell'azione soltanto),
-parmi si debba pur riconoscere che la volontà di lui fu in origine più
-che mediocremente valida, ancorchè, secondo ebbe a confessare egli
-stesso, mutabilissima[108]. Dopo di che s'ha da riconoscere ancora
-che s'andò a poco a poco affievolendo e stemprando, sia pel crescere
-lento e profondo di una pecca ereditaria, sia pel consecutivo insulto
-di mali sopravvenuti, sia pel graduale consolidarsi e prevalere della
-idea pessimistica. So che quest'ultima cagione non sarà accettata da
-coloro che giudicano il pessimismo stesso essere tutto e sempre effetto
-di depressione psichica e di detrimento organico, e quasi una denunzia,
-comunque espressa, del mancamento della vita. Non è qui il luogo
-d'entrare in una controversia assai disputata e sulla quale pende, e
-penderà per lungo tempo ancora, il giudizio. Io mi contento di dire
-che se quella che chiamano miseria o paupertà fisiologica predispone
-naturalmente[109] l'animo a formarsi un concetto pessimistico della
-vita, nol predispongono di certo a formarsene un concetto ottimistico
-quelle dottrine della scienza che, sfatando l'antico errore, mostrano
-l'uomo perduto in mezzo alle forze della natura, soggetto a quelle
-stesse leggi a cui son soggette le creature inferiori e le infime,
-spogliato infine d'ogni ragione di arroganza e di orgoglio; che c'è
-una corrente di pessimismo la quale ha nella scienza le prime sue
-scaturigini[110]; che si dànno esempii di pessimismo baldanzoso e
-giocondo alla maniera del Nietzsche; che il pessimismo buddistico è
-sereno, anzi giulivo; e che accanto al pessimismo dell'inerzia appare
-il pessimismo dell'azione. Ciò avvertito a mo' di parentesi, non si può
-non concedere che Giacomo Leopardi fu negli anni maturi uno di quegli
-irresoluti e di quei timidi ond'è parola nei _Detti memorabili di
-Filippo Ottonieri_[111]; sia pure che a produrre quella irresolutezza e
-timidità concorressero efficacemente, com'egli stesso afferma, l'abito
-dialettico e la riflession prolungata.
-
-Il Leopardi ebbe alto e forte il sentimento di sè, quello che
-gl'Inglesi chiamano _self-feeling_. Fanciullo ancora, presentendo
-la futura grandezza, l'annunziava nell'_Appressamento della morte_;
-e molti sono i luoghi degli scritti suoi, e più specialmente delle
-lettere, ove egli quel sentimento fa manifesto; sia con l'esprimere
-orrore della mediocrità; sia col far conoscere un desiderio _forse
-smoderato e insolente_ di gloria e il proposito di farsi _grande ed
-eterno coll'ingegno e collo studio_; sia, infine, col risolvere _di non
-inchinarsi mai a persona del mondo_, e di non curare il giudizio nè il
-disprezzo altrui. La già citata lettera al padre, e l'altra al Broglio,
-scritta in quella occasione medesima, sono per questo rispetto un
-documento notabilissimo, anzi forse un documento unico, se si pensa che
-colui che le scriveva era un giovane di poco più che vent'anni. A quel
-medesimo sentimento è da ridur la baldanza (ove a torto taluno non vide
-se non un espediente retorico) con cui il giovane poeta chiede l'armi
-per combattere egli solo i nemici della patria; e l'orgoglio ancora
-con cui si atteggia ad avversario indomabile di quel destino che in
-modo affatto insolito (tale è la sua credenza) lo persegue e percuote:
-e quello ancora che gli fa desiderare, dovendo essere infelice,
-infelicità piena ed intera. Egli volle ritrar sè medesimo in quel prode
-che la mano vincitrice del fato
-
- Indomito scrollando si pompeggia,
- Quando nell'alto lato
- L'amaro ferro intride,
- E maligno alle nere ombre sorride[112].
-
-Nè contraddicono punto a quel sentimento, anzi per diverso modo ne
-dànno a conoscere la persistente e tormentosa acutezza, le parole
-ch'ogni tanto egli si lascia uscire di bocca, quando dice di cominciare
-a disprezzare la gloria, di aver perduta ogni illusione sul proprio
-valore, di accordarsi oramai con l'universale che lo disprezza. Parole
-appunto di chi in troppo alto e geloso modo sente di sè! Angoscioso
-sentimento di una psiche sempre presente a sè stessa e ammalata di
-consapevolezza eccessiva! Certe forme di pessimismo non ne vanno mai
-scompagnate.
-
-Fu un genio il Leopardi? Molti lo affermano, qualcuno lo nega; e
-non è questo uno di quei dissensi che si possano comporre recando in
-mezzo prove ben definite e irrefragabili. Dalla intelligenza mezzana
-e comune all'ingegno ed al genio si sale per gradi, starei per dire
-infinitesimali, e non v'è strumento che segni il punto del preciso
-trapasso dal primo al secondo, dal secondo al terzo. Quegli stessi
-che per lunga tradizione e quasi universale sono giudicati genii
-massimi, e di cui si suol dire che recano in fronte il marchio divino
-ed indelebile, non poterono soggiogare in tutto la instabile fortuna
-dei giudizii umani; e le vicende cui andò soggetta, col mutare dei
-tempi e degli umori, la fama di un Omero e di un Aristotele, di un
-Dante e di uno Shakespeare, lo provano, parmi, abbastanza. Non è
-possibile dare del genio una definizione che non si smarrisca più o
-meno in formole monche od incerte, e non si raccomandi, da ultimo,
-assai più all'intuito che alla ragione. Abbiam dismesso il concetto
-mitico o metafisico del genio; ma non gli abbiamo per anche sostituito
-il naturalistico e positivo. Errore grave mi sembra esser quello di
-taluni che solo criterio e sola misura del genio vogliono la utilità,
-e sentenziano non meritare nome e fama di genii, se non coloro che
-recarono agli uomini alcun insolito beneficio, strepitoso e grande:
-e sembrami errore, non tanto perchè il giudizio della utilità è
-incertissimo, e soggetto, nel corso della storia, a moltissime
-mutazioni, quanto perchè il beneficio può assai volte, come c'insegna
-la storia di molte invenzioni e scoperte, essere opera più del caso
-che dell'intendimento. Le ragioni del genio vogliono esser cercate nel
-soggetto da prima, nell'oggetto di poi; ma nel far giudizio e dell'uno
-e dell'altro, è da guardare soltanto alla singolarità e alla grandezza,
-e non alla utilità; dacchè ci sono genii benefici e genii malefici, e
-tutte quasi le religioni credettero a un genio del male. Che il primo
-Napoleone sia stato un genio benefico par difficile a dimostrare; ma
-più difficile ancora che non fosse un genio. Io vorrei contentarmi di
-dire: Genio è colui che addimostra una straordinaria potenza interiore,
-operando cose che non erano preparate, o erano solo scarsamente
-preparate dal precedente lavoro delle generazioni; che corona il
-faticoso e lento edifizio della tradizione o lo abbatte; che in far
-ciò dà a divedere un massimo di autonomia e un minimo di dipendenza;
-che si trascina dietro un numero grande di spiriti comuni, i quali
-lo acclamano maestro e rivelatore, e che riesce a far da solo, per
-intrinseca e necessaria virtù di natura, ciò che i molti e gl'infiniti
-insieme associati non potrebbero fare[113]. Vedo bene le deficienze e
-le incertezze di questa che non oso chiamare una definizione; ma non
-me ne soccorre altra che meglio mi appaghi, e questa, qual ch'essa sia,
-può bastare al bisogno presente.
-
-Stimo doversi dire un genio il Leopardi perchè la precocità e la
-estensione de' suoi studii fanno manifesto uno straordinario vigor
-d'intelletto; perchè il singolare _autodidascalismo_ rivela uno spirito
-singolarmente autonomo; perchè la dottrina filosofica di lui, o buona
-o cattiva ch'ella sia, è, per la più parte, frutto della sua mente,
-senza veri precedenti in Italia, e con poche, e dal poeta ignorate,
-attinenze fuori d'Italia[114]; perchè la poesia creata da lui è, a
-dispetto d'ogni influsso e riverbero greco, latino, petrarchesco,
-o d'altra maniera, che vi si scorga per entro, poesia nuova in
-Italia e nel mondo, per quanto può esser nuova una poesia che vien
-dopo altra poesia e insieme con altra poesia. Come nei cieli della
-poesia inglese il Byron, così nei cieli della poesia italiana appare
-subitaneo e inopinato il Leopardi, simile ad una di quelle comete
-che scaturiscono improvvise dalla profondità dello spazio, e luminose
-solcano il firmamento, fuori d'ogni tracciato e cognito cammino. Se
-mai può dirsi d'uomo nato da altro uomo, e vivente nella società de'
-suoi simili, ch'egli sia originale, del Leopardi si dovrà dire che fu
-originalissimo. Egli rinunziò la fede in che era nato e cresciuto, e
-nella quale perseverarono tutti, o quasi tutti, i suoi; e la rinunziò
-giovanissimo; e non già, come fu sospettato dal padre e da altri, ad
-istigazion del Giordani, ma per atto spontaneo e spontanea risoluzione
-di ragione in cimento. Quella che fu detta sua conversione letteraria
-avvenne, non per ammaestramento o consiglio altrui, ma per virtù di
-meditazione e di esame e di una tutta propria resipiscenza[115]. Se
-tanto non basta a far riconoscere il genio, non so che altro possa
-bastare.
-
-Per mia ventura io non ho da impelagarmi in una delle più vessate
-questioni dei nostri giorni, quella delle relazioni e colleganze che
-passano fra il genio, la degenerazione e la pazzia. Io non ho bisogno
-di schierarmi (e in coscienza non potrei) nè con coloro che affermano
-essere il genio una vera e propria psicosi, anzi una forma larvata
-di epilessia, nè con coloro che di sì fatta affermazione molto si
-stupiscono e più si adontano. A dir vero, le conclusioni mi pajono
-tratte un po' a precipizio, così dall'una parte come dall'altra,
-scambiate spesso le prime parvenze per prove, con definizioni
-improprie, con criteri incerti, con metodo arrischiato, e spesso più
-con desiderio di vincere l'avversario, che di accertare il vero. Il
-problema è oscurissimo tra quanti se ne possono proporre alla umana
-ragione. Veggo bene come assai volte il genio sia accompagnato dalle
-stimate della degenerazione, dai turbamenti di una mutevole psicosi;
-ma la ragione ultima e certa e la regola di quell'accompagnamento mi
-rimangono occulte, e diffido non men di me che d'altrui, sapendo quanto
-è difficile, e come spesso fallace, la investigazione delle cause, e
-come pieno d'insidie il ragionamento. E forse noi non intendiamo ancora
-i fatti della vita e della psiche in genere tanto che basti a lasciarci
-penetrare la natura del genio.
-
-Ma non occorre che il problema sia risoluto ne' suoi termini generali
-per iscorgere nei singoli casi il certo e il vero dei fatti e delle
-concomitanze e conseguenze loro. Il caso particolare del Leopardi
-fu recentemente studiato con diligenza d'indagine, con acume di
-raziocinio, e con circospezione, non dirò intera, ma rara nella più
-parte dei cultori di questi studii, in un libro ch'ebbe biasimi e
-lodi, e che io, sinceramente, credo più meritevole d'essere lodato
-che biasimato[116]. Non tutte certo le opinioni e le prove e i
-ragionamenti e i giudizii che vi sono prodotti mi pajono tali da
-doversi accettare[117], chè a molti anzi credo si debba contraddire
-risolutamente; e nelle pagine che precedono, fu già implicitamente
-contraddetto a qualcuno, e in quelle che seguono sarà, implicitamente
-o esplicitamente, contraddetto a qualche altro; ma la conclusione
-generale cui da ultimo perviene l'autore, quando afferma di riconoscere
-nel grande Recanatese le stimate della degenerazione e della
-psicopatia, e i sintomi gravi di una nevrastenia cerebro-spinale, mi
-sembra tratta legittimamente, necessaria, inoppugnabile.
-
-E non intendo davvero perchè tanti se ne sieno risentiti come di una
-ingiuria fatta al poeta, e abbiano gridato alla profanazione e al
-sacrilegio. Similmente si gridò contro ai presunti profanatori della
-memoria del Tasso, e i gridatori non ebber ragione, nè può essere
-profanazione nel ricercare e dire la verità. Non è punto dimostrato che
-la malattia sia condizione necessaria del genio; ma che il genio possa
-meravigliosamente vivere e operare accanto e dentro alla malattia, e di
-essa giovarsi, è provato da esempii senza numero. Lo stesso Leopardi,
-se tornasse al mondo, non contrasterebbe troppo a certi giudizii
-che di lui ora si fanno. Parlando della terribile melanconia che lo
-perseguitava in Roma, come già lo aveva perseguitato in Recanati, e
-doveva perseguitarlo anche altrove, egli scriveva, nel dicembre del
-1822, al fratello Carlo: «Non nego però che questo non venga in gran
-parte dalla mia particolare costituzione morale e fisica»[118]. Già sin
-dall'aprile del 1817, se non prima, egli aveva imparato a conoscere la
-melanconia _ostinata, nera, orrenda, barbara_, che lima e divora, _e
-collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce_, tanto diversa da
-quella _che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria_[119],
-melanconia da lui in altri tempi provata. Passati molti anni,
-nell'aprile del 1829, egli si lagnava che la melanconia sua fosse
-divenuta _oramai poco men che pazzia_[120]. Nel _Dialogo di Tristano e
-di un amico_, Tristano, ch'è, come ben s'intende, lo stesso Leopardi,
-dice di non sapere se i sentimenti suoi nascano, o meno, da malattia,
-ma soggiunge che _il corpo è l'uomo_[121]; e già molt'anni innanzi, ne'
-versi alla sorella, il poeta aveva esclamato che in gracile petto non
-si chiude anima pura. Contro l'opinion di coloro che stimano il genio
-consistere in un temperamento e in un equilibrio di tutte le potenze
-interiori, egli stimava difficilmente potersi far cose grandi dall'uomo
-«in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra
-loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi oltre modo»[122]; e
-però sembra credesse essere certa sproporzione, o eccesso, o deformità
-che si voglia dire, se non la condizione essenziale del genio, una
-delle condizioni sue più principali e necessarie.
-
-Degno di lode mi sembra ancora il libro del Patrizi in quanto obbedisce
-a _intendimenti naturalistici_, e oppone una critica informata a soli
-principii scientifici (comunque erronea talvolta nella pratica) alla
-critica sentimentale, ch'è la peggiore delle critiche, anzi la negazion
-d'ogni critica; e non esito a dire che un utile avvertimento viene
-da esso ai letterati di professione, i quali s'avrebbero a persuadere
-oramai che la storia, la biografia e la critica letteraria non possono
-d'ora in avanti far di meno dei lumi e degli ajuti della psicologia
-normale e patologica, e, più in generale ancora, della biologia.
-
-Dal Patrizi dissento in parte nella questione, ancor essa tanto
-controversa, del pessimismo leopardiano. Ho detto già di non credere
-che il pessimismo sia, tutto e sempre, una _suggestion metafisica
-della impotenza fisica_, un puro fenomeno _psicastenico_; sebbene
-riconosca assai volentieri _l'inevitabile riverbero delle condizioni
-organiche sul colore della filosofia_[123]. Che tale sia stato in
-parte e, se si vuole, in molta parte, il pessimismo del Leopardi,
-consento, e in qualche modo fu consentito anche da lui; perchè non fu
-egli così saldo in ribattere la opinion di coloro che prima cagione
-d'ogni sua filosofia dicevano essere i proprii suoi mali, che una
-consimile opinione non portasse alcuna volta egli stesso. Nel _Dialogo
-di Plotino e di Porfirio_, questi, ch'è pur sempre, sott'altro nome,
-il poeta, parla della propria _disposizione_, cioè dell'avere in
-fastidio la vita, e del conoscere che tutto è menzogna, illusione e
-vanità, come di cosa che a lui proviene, _in buona parte, da qualche
-mal essere corporale_[124]. E al Giordani aveva scritto sino dal
-giugno del 1820, durante un breve tempo, in cui gli era sembrato di
-potersi pur riavere: «Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come
-uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io
-giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva
-più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza
-dell'infelicità universale e necessaria»[125].
-
-Ma il pessimismo non è di una sola maniera, nè ha, checchè possa
-dirsi in contrario, una origine sola: e se quello del Leopardi è
-prodotto, per una parte assai rilevante, dalla stessa sua complessione
-fisica e psichica, e per un'altra parte, certo non piccola, dai casi
-della vita, è pur prodotto in qualche misura dall'intelletto e dalla
-ragione. Ciò non dovrebbe, parmi, essere così recisamente negato da
-quegli scienziati, che avendo fatto il possibile per provare che non
-v'è intelligenza nelle origini e nella universa vita del mondo, hanno
-per ciò stesso contribuito a far sì che il mondo appaja spregevole e
-divenga intollerabile all'intelletto. Dall'affrontarsi del razionale e
-dell'irrazionale nasce una forma di pessimismo immediata e necessaria,
-perchè la ragione, che non può negare sè stessa, non può, nell'atto
-in cui si afferma, non negare il suo contrario. Un mondo irrazionale,
-o tale presunto, deve di necessità apparir cattivo alla ragione; come
-deve apparir cattivo al sentimento un mondo spoglio di sensitività;
-e cattivo, se non pessimo, a tutto l'uomo un mondo che contrasta
-agl'istinti e alle aspirazioni proprie della umana natura. Questo
-pessimismo prorompe immediatamente dalla coscienza, e non v'è mente
-che, pervenuta a certo grado di elevatezza e di amplitudine, non ne
-sia capace, e può accompagnarsi con un'indole naturalmente gioconda, e
-durare in mezzo a condizioni di vita, per quanto è possibile, riposate
-e felici. Quando lo Shakespeare definisce la vita un'ombra che cammina;
-e l'assomiglia a un povero commediante, che si pavoneggia e struscia
-sulla scena un momento, e poi più non s'ode; e la dice una favola
-recitata da un idiota, tutta piena di frastuono e di furore, vuota di
-senso e di ragione; e quando afferma che noi siam fatti di quello onde
-son fatti i sogni, e che la nostra picciola vita è tutta fasciata di
-sonno[126]; è egli proprio necessario ch'altri sia un paranoico, un
-lipemaniaco, un ipocondriaco, un degenerato per intendere le parole di
-lui e assentire al giudizio? Un certo pessimismo nasce spontaneamente
-dall'intelletto fatto autonomo[127]; e se a questo pessimismo non
-diamo, per distinguerlo da ogni altro, lirico, religioso, politico,
-il nome di filosofico, che molti in fatti gli ricusano, non so davvero
-con qual altro nome e' si possa ragionevolmente chiamare. Che si possa
-anche questo ridurre, così senz'altro, alla malattia e all'impotenza,
-non vedo e non credo[128].
-
-Il pessimismo del Leopardi fu, in parte, pessimismo filosofico. La
-contraddizione fra l'idea e la realtà, fra la ragione e la natura fu
-da lui chiaramente espressa in una lettera al Giordani, con queste
-notabili e testuali parole: «.... questa è la miserabile condizione
-dell'uomo e il barbaro insegnamento della ragione, che, i piaceri e
-i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla
-certezza della nullità delle cose sia sempre solamente giusto e vero.
-E se bene, regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento
-di questa nullità, finirebbe il mondo, e giustamente saremmo chiamati
-pazzi, in ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe una pazzia
-ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo tutte le saviezze
-sarebbero pazzie, giacchè tutto a questo mondo si fa per la semplice e
-continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla.
-Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire quei poveri
-filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento della
-ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta nella cognizione
-del vero, quando non c'è altro vero che il nulla; e questo pensiero,
-ed averlo continuamente nell'animo, come la ragione vorrebbe, ci dee
-condurre «necessariamente e direttamente a questa disposizione che ho
-detto; la quale sarebbe pazzia secondo la natura, e saviezza assoluta e
-perfetta secondo la ragione»[129].
-
-Perciò non mi pajono aver ragione nemmanco coloro i quali asseriscono
-il pessimismo del Leopardi essere pessimismo lirico puro e semplice,
-tutto formato cioè di quel sentimento, o di quella mescolanza di
-sentimenti, che i Tedeschi dicono _Weltschmerz_, e da taluno in Italia
-fu chiamato dolore universale. Il pessimismo del Leopardi è moltiforme:
-lirico, empirico, civile, filosofico; e negli schemi d'inni cristiani
-che il poeta tracciava negli anni dell'adolescenza sono segni patenti
-di pessimismo religioso. Lirico è il pessimismo che il poeta esprime
-in tanti suoi versi, e quando per bocca di un pastore errante dell'Asia
-esclama:
-
- Questo io conosco e sento,
- Che degli eterni giri,
- Che dell'esser mio frale,
- Qualche bene o contento
- Avrà fors'altri; a me la vita è male.
-
-Ma civile era apparso il pessimismo dei primi canti; e il pessimismo
-che si serba empirico finchè si contenta di affermare l'eccesso e
-la universalità del male, diventa filosofico allorquando passa ad
-affermare la necessità ineluttabile di esso e la impossibilità del
-rimedio. Perciò mi pare avesse ragione il Caro quando diceva che il
-Leopardi dà del problema della vita una soluzione da cui è cancellato,
-per quanto è possibile, il sentimento prettamente individuale, e che
-quella soluzione egli innalza ed allarga sin là dove incomincia la
-filosofia; e conclude con questo giudizio: «Par ce trait, que nous
-voulions mettre en lumière, il se distingue nettement de l'école
-des lyriques et des désespérés, où l'on a prétendu le confondre; il
-n'a qu'une parenté lointaine avec les Rolla qui l'ont réclamé pour
-leur frère: il les dépasse par la hauteur du point de vue cosmique
-auquel il s'élève; il a voulu être philosophe, il a mérité de l'être,
-il l'est»[130]. Di questa stessa opinione doveva essere ancora lo
-Schopenhauer, quando giudicava nessuno mai aver trattato il tema del
-dolore e della nullità della vita così profondamente ed interamente
-come fece il Leopardi[131]. Resterebbe a vedersi se il Leopardi,
-il quale notò «che molte conclusioni cavate da ottimi discorsi
-non reggono all'esperienza»[132]; e si fece beffe della filosofia
-aprioristica[133]; e disse di non ignorare «che l'ultima conclusione
-che si ricava dalla filosofia vera e perfetta si è, che non bisogna
-filosofare»[134]; e non immaginò nessuna metafisica; e non iscrisse
-nè il romanzo dell'io, nè quello dell'idea, nè quello della volontà; e
-disse tutto essere arcano fuor che il nostro dolore; non sia più vero
-e maggior filosofo di molti che tengono largo, e forse troppo largo,
-posto nella storia della filosofia antica e moderna.
-
-Se, togliendoci fuori dalle angustie e dalle intolleranze delle
-scuole, noi teniamo essere filosofo colui che si affatica a formarsi un
-concetto generale della vita e del mondo; colui che, avido di verità,
-si sforza di conoscerla, senza riguardo alcuno al vantaggio proprio o
-d'altrui, e che, conosciutala, ancorchè se ne senta offeso, ancorchè
-se ne lagni, la manifesta e mantiene, sfidando biasimi, dileggi e
-pericoli; se, dico, tale sia il nostro giudizio, dovremo dire che
-il Leopardi, a dispetto di ogni mancamento o incertezza della sua
-dottrina, fu un filosofo, e che non si può, senza ingiustizia, negargli
-di filosofo il nome[135].
-
-
-CAPITOLO II.
-
-ESTETICA GENERALE DEL LEOPARDI.
-
-L'uomo non ha veramente altro desiderio che della felicità, e non
-desidera e non ama la vita se non quanto la reputa strumento o
-subbietto di quella. Scopo, non pur principale, ma unico della vita è
-il piacere; e il vivere, per sè stesso, non è bisogno, perchè disgiunto
-dalla felicità non è bene. Tale in sostanza il pensiero del Leopardi,
-quale si trova chiaramente espresso in molti luoghi delle poesie e
-delle prose[136]: e questo pensiero bisogna aver presente per ben
-intendere la estetica di lui.
-
-Quanto è naturale nell'uomo il desiderio della felicità, altrettanto
-la infelicità è necessaria. «Certo l'ultima causa dell'essere non è
-la felicità; perocchè niuna cosa è felice»[137]. «Nessuna cosa credo
-sia più manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i
-viventi. Se questa infelicità non è vera, tutto è falso, e lasciamo pur
-questo e qualunque altro discorso»[138]. Il poeta credette alcun tempo
-che della infelicità propria fossero in tutto o in parte colpevoli gli
-uomini stessi[139]; ma la opinione in cui da ultimo si fermò fu che
-la infelicità nasce, non già da umano pervertimento, ma da necessità
-di natura[140]. La sciagura umana è irreparabile, e non ha conforto
-altro che il riso[141]. La felicità è impossibile anche per un momento
-solo; tale il concetto del _Dialogo di Malambruno e di Farfarello_.
-Non è possibile non patir sempre, sia per fatto degli uomini, o per
-fatto della natura; tale il concetto del _Dialogo della natura e di un
-Islandese_. La infelicità è maggiore negli animi più eccellenti; tale
-il concetto del _Dialogo della natura e di un'anima_. E la vita è così
-fatta che non si potrebbe per nessun modo sopportare, se non fosse
-ogni poco interrotta dal sonno: «Tal cosa è la vita, che a portarla,
-fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena,
-e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte»[142]. Ciò
-nondimeno, dicendo che tutti gl'intervalli della vita umana frapposti
-ai piaceri e ai dispiaceri sono occupati dalla noja[143]; e che la vita
-allora riesce veramente cara, quando, scampatala da un pericolo, ci par
-quasi di ricuperarla[144]; e che il solo modo che gli uomini abbiano
-di gustare quella tanta felicità che può loro toccare in sorte si è di
-rinunziare alla felicità[145]; il poeta viene a riconoscere che sono
-nella vita alcuni piaceri (sebbene affermi il piacere esser figlio
-d'affanno e il diletto non altro che un uscire di pena[146]), e che la
-vita può essere, sia pure in qualche menoma parte, goduta, e che una
-qualche felicità, sia pure scarsa, stentata, fuggevole, vi può trovar
-luogo.
-
-E in fatti il poeta, ancorchè dica la vita _inutile miseria_ e spoglia
-di qualsiasi frutto[147], pure enumera alcuni beni ond'essa vita è
-consolata: primo fra tutti la giovinezza, poi l'amore, poi ancora le
-dolci illusioni, i felicissimi inganni, i fantasmi consolatori. Qui ci
-s'apre naturalmente il passo a discorrere delle idee estetiche di lui.
-
-L'amore fu pel Leopardi, più che altro, una fervente, ossequiosa ed
-estatica ammirazione della bellezza sensibile; e in ciò si differenzia
-notabilmente da altre forme dell'amore ideale, o, come suol dirsi,
-platonico, ove si ostenta di non curare e di non istimare la veste
-corporea e caduca dell'anima. Tale ammirazione può raccogliersi da
-molti luoghi degli scritti del poeta, cui l'amore della bellezza già
-faceva scordare negli anni giovanili l'amor della gloria[148]. _Beltade
-onnipossente è maestra d'alto affetto_[149]; sembra rivelare _alto
-mistero d'ignorati Elisi_[150]; però che un _caro sguardo_ è tra le
-cose mortali la più degna del cielo[151], e la bellezza è, fra noi,
-come una _viva immagine_ del cielo, e una fonte inenarrabile d'eccelsi,
-immensi pensieri e sensi.
-
- Beltà grandeggia, e pare,
- Quale splendor vibrato
- Da natura immortal su queste arene,
- Di sovrumani fati,
- Di fortunati regni e d'aurei mondi
- Segno e sicura spene
- Dare al mortale stato[152].
-
-E' pare dunque che il Leopardi, il quale sino dall'aprile del 1819
-scriveva al Giordani non trovare altra cosa desiderabile nella vita
-_se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza_[153],
-giudicasse spettare alla bellezza la dignità suprema, sopra quanto può
-essere dall'uomo sentito, compreso, immaginato, ammirato. In ciò egli
-si rivela indubitabilmente poeta, e molti furono in ogni tempo i poeti,
-e generalmente parlando, gli artisti, che giudicarono nel medesimo
-modo. Udiamo Alfredo De Musset:
-
- Or la beauté, c'est tout. Platon l'a dit lui-même:
- La beauté sur la terre, est la chose suprême.
- C'est pour nous la montrer qu'est faite la clarté.
- Rien n'est beau que le vrai, dit un vers respecté;
- Et moi, je lui réponds, sans crainte d'un blasphème:
- Rien n'est vrai que le beau, rien n'est vrai sans beauté[154].
-
-E udiamo il Baudelaire: «C'est cet admirable, et immortel instinct
-du beau, qui nous fait considérer la terre et ses spectacles comme un
-aperçu, comme une _correspondance_ du ciel... Ainsi le principe de la
-poésie est, strictement et simplement, l'aspiration humaine vers une
-beauté supérieure...»[155]. Un filosofo pessimista, il Hartmann, dice
-la bellezza essere come l'aureola della vita, e non potere avere altro
-scopo se non di consolare della sventura necessaria e irreparabile.
-Qual altro scopo è più grande e più _utile_?
-
-Emanuele Kant scopriva maggior bellezza in un semplice ornato che nella
-bellissima fra le donne, perchè la bellezza di costei è perturbata
-da un elemento di finalità. Oh aberrazioni del preconcetto e del
-sistema! Certamente il Leopardi non vide a quel modo. Per lui la più
-alta forma della bellezza è per l'appunto la bellezza muliebre. Ma qui
-è subito necessaria un'avvertenza, molto importante a ciò che dovrà
-esser detto più innanzi. La bellezza che il Leopardi vagheggia nella
-donna non è cosa esistente per sè ed in sè; è anzi il riflesso, e come
-la individuazione, di una bellezza più alta, che il poeta ateo chiama
-divina; di una vera e propria idea di bellezza, che sarebbe senz'altro
-una delle idee di Platone, se il poeta non la dicesse talora figlia
-della propria mente. Se come Dante fosse stato credente, il Leopardi,
-come Dante, avrebbe detto essere la donna adorata
-
- una cosa venuta
- Dal cielo in terra a miracol mostrare.
-
-Rileggansi quei noti versi dell'_Aspasia_:
-
- Raggio divino al mio pensiero apparve,
- Donna, la tua beltà!
-
- Vagheggia
- Il piagato mortal quindi la figlia
- Della sua mente, l'amorosa idea.
- Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,
- Tutta al volto, ai costumi, alla favella
- Pari alla donna che il rapito amante
- Vagheggiare ed amar confuso estima.
- Or questa egli non già, ma quella, ancora
- Nei corporali amplessi inchina ed ama.
-
-Da questi versi già si rileva che il Leopardi, in estetica, fu un
-idealista, a quello stesso modo (conformità notevole) che fu un
-idealista Alfredo De Vigny.
-
-E non poteva esser altro. Il giovinetto che, ignaro ancora dell'_acerbo
-indegno mistero delle cose_,
-
- La sua vita ingannevole vagheggia,
- E celeste beltà fingendo ammira[156].
-
-s'avvede ben presto che la vita è vedova di bellezza, che il vero è
-brutto; e quello stesso bello ch'egli aveva pur tanto ammirato nella
-natura, gli si sforma ed offusca allo sguardo. Alfredo De Musset, nella
-poesia testè citata, loda il Leopardi di _casto amore per l'aspra
-verità_, e di questo amore dice ispirato il poeta; ma noi abbiam
-veduto come fluttui l'animo del Leopardi nel far giudizio del vero;
-e qui è pur forza riconoscere che, più particolarmente come poeta,
-egli pone in diretto contrasto il vero col bello, e questo esalta,
-quello deprime[157]. Il vero distrugge i sogni leggiadri, spoglia il
-verde alle cose, dic'egli nella canzone al Mai; il vero è il maggior
-contrario del bello, soggiunge nella _Comparazione delle sentenze di
-Bruto minore e di Teofrasto_[158]. Altrove, alquanto più remissivo,
-scriveva: «Certamente il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può
-spesse volte porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello
-è da preporre al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad
-ogni altra cosa»[159].
-
-Ma che è insomma il bello? Il Leopardi non s'arrischiò mai di darne
-una definizione, e certo vide essere impossibile di trovarne una
-che appaghi così il sentimento come la ragione. Non tentò nemmeno di
-scoprire o d'inventare un canone di bellezza, e non indagò a quali
-condizioni dell'organismo fisico per un verso, dell'organismo psichico
-per un altro, risponda la impressione che produce in noi la bellezza
-e il godimento che ne deriva. L'estetica non aveva ancora cercato
-nella fisiologia e nella psicologia le nuove sue basi; e quella che,
-fondata tutta nella metafisica, era sorta e fioriva in Germania, si
-può dire che nemmen di nome fosse nota in Italia; dove opera capitale
-in sì fatta materia erano pur sempre i ragionamenti _Del bello_, di
-Leopoldo Cicognara, stampati la prima volta in Firenze l'anno 1808. In
-questo libro si dà qualche contezza delle dottrine del Kant, ma così
-scarsa e superficiale come poteva darla un uomo che diceva desiderabile
-_un'esatta versione dal tedesco delle opere metafisiche del sig.
-Kant per poter bene conoscere le sue idee su questo argomento_: e
-il Lessing, il Winckelmann, lo Schiller vi sono nominati appena. La
-estetica tedesca cominciò a penetrare in Italia soltanto verso il 1820,
-per opera dei romantici[160].
-
-Il Leopardi non dice che cosa sia il bello: egli si contenta di dire
-che cosa il bello non è. Il bello non è il vero. Ma poichè il vero
-è _ben altra cosa che la natura_[161], potrebbe darsi che il bello
-fosse la natura. Questo credette il Leopardi nel tempo in cui scriveva
-al Giordani: «Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo»[162];
-e questo ancora seguitò a credere per un pezzo; ma come più ebbe a
-riconoscere nel mondo la scena ove si esercita
-
- il brutto
- Poter che ascoso a comun danno impera,
-
-e nella natura una nemica; più si tolse da quella credenza, e finì
-che disse poco essere il bello che la natura ci offre[163]. E il
-bello non è l'utile, anzi è il suo contrario; almeno finchè per utile
-s'intende ciò che dagli uomini comunemente s'intende: e qui è curioso
-notare come il Leopardi venga a trovarsi d'accordo col Kant, con lo
-Schiller, con lo Spencer, per non nominarne altri. Quello _Spettatore
-Fiorentino_ che il poeta ebbe un tratto in animo di pubblicare, doveva
-esser formato tutto d'idee negative e riuscire un giornale affatto
-inutile[164]. Ma qui, per una inversione di ragionamento che trova la
-sua piena giustificazione nella dottrina pessimistica del poeta (in
-altre dottrine pessimistiche non la troverebbe, o la troverebbe più
-difficilmente), l'utile diventa inutile e l'inutile utile. La vita
-tutta quanta essendo, insieme col mondo in cui si produce e si agita,
-una grandissima e disperatissima inutilità, ne viene di conseguenza
-che inutilissime sono le operazioni e preoccupazioni tutte in cui gli
-uomini si vengono tuttodì travagliando, con isperanza di far guadagno
-e di fruire da ultimo della felicità faticosamente acquistata; e che
-solamente utili sono quelle cose e fatiche, le quali arrecando qualche
-diletto, fanno sì che gli uomini scordino i mali loro e quasi non
-sappian di vivere. Non avendo la vita, per sè medesima, pregio alcuno,
-è stolta affatto l'opera di coloro che, senza giovarla altrimenti, si
-studiano di farla più lunga[165]; e solo meritano gratitudine coloro
-che riescono ad alleviarne in qualche misura il peso e il fastidio. I
-travagli hanno questo di buono, che non lasciano luogo alla noja, e non
-dan tempo all'uomo di considerare la nullità della vita; ma poi hanno
-questo di reo, che a prezzo di dolore ricomperano il benefizio; la qual
-cosa non fanno i diletti che diconsi inutili. Sì fatti pensieri sono
-dal poeta espressi con molta frequenza, con parole pronte e incisive.
-Rileggansi tra l'altro, a questo proposito, i primi venticinque o
-trenta versi della poesia _A Carlo Pepoli_, e un passo di lettera al
-Giordani, ov'è affermato che il dilettevole è _utile sopra tutti gli
-utili_[166], e il già citato preambolo allo _Spettatore Fiorentino_,
-ove occorrono queste parole: «Lasciamo stare che, lo scopo finale di
-ogni cosa utile essendo il piacere, il quale poi all'ultimo si ottiene
-rarissime volte, la nostra privata opinione è che il dilettevole sia
-più utile che l'utile»[167].
-
-Ammesso ciò, non solo la letteratura sarà da stimare più utile che
-tutte, quante sono, le scienze politiche e sociali, dette dal poeta
-_discipline secchissime_[168]; ma le arti in genere saranno da avere
-in assai maggior conto che le scienze in genere, e che l'altre forme
-tutte, comunque preconizzate, dell'umano lavoro, e dovrannosi riverire
-ed amare come sole alleviatrici e consolatrici della nostra sciagura.
-Ed ecco che con ciò riman fermato e definito così l'oggetto, come il
-fine e l'officio di quelle che il poeta, giovanissimo ancora, aveva
-chiamate _care arti divine_[169].
-
-Oggetto principalissimo, per non dire unico, delle arti sarà il
-bello; e poichè il bello è il contrario del vero, saranno le vaghe e
-dolci immaginazioni che velano il vero, e parano all'uomo, se non la
-conoscenza, la _vista impura_[170] di esso. L'artista vive per rivelar
-la bellezza. «Lieto, lietissimo vi voglio sempre, o mio Giordani, chè a
-questo ci hanno a servire gli studi e la considerazione del Bello che
-tutto giorno ci sforziamo d'imitare»[171]. Non è però che il Leopardi
-voglia affatto escluso il brutto dall'arte, chè anzi, su questo punto,
-egli aveva già contraddetto al Giordani, affermando che l'arte lo deve
-pur conoscere e ritrarre, e ricordando che Omero, e Virgilio, ma sopra
-tutti Dante, non l'avevano sempre schifato, e che il brutto, _imitato
-dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare_[172]. Ma
-insomma, egli mostra di dilettarsene poco, e non ci fissa su l'occhio,
-e non ne ragiona volentieri, inconsapevole della nuova importanza
-ch'esso stava assumendo nella dialettica di Giorgio Hegel e nella
-fantasia e nell'arte dei romantici.
-
-Non è sempre vero quanto affermano alcuni, che i pessimisti sono poco
-disposti a veder bellezza nelle cose reali, e inclinati a cercarla
-nelle sole finzioni[173]. Ciò non si potrebbe dire, nè di un filosofo
-pessimista quale lo Schopenhauer, nè di un poeta pessimista quale
-il Leconte de Lisle; ma si può ben dire con la dovuta misura e
-circospezione, di molti; ed è consentaneo alla loro natura e alla loro
-credenza. Da giovane il Leopardi pensò (probabilmente senza troppo
-discutere con sè stesso e ripetendo opinione divulgatissima) che
-_ufficio delle belle arti sia d'imitare la natura nel verisimile_[174];
-e vedremo ch'egli a così fatta imitazione non rinunziò mai, e che anzi
-ebbe sempre l'occhio alla realtà, per modo da dare ai critici occasione
-e motivo di parlare del verismo e del realismo di lui; ma, considerata
-debitamente ogni cosa, non si può negare che il Leopardi si compiaccia
-più della finzione che della realtà, com'è in più particolar modo
-provato dalle _Operette morali_, dove le _posizioni_ e i temi sono,
-pressochè sempre, non pure ideali, ma fantastici ed impossibili; e come
-è ancora provato dalle parole di quella curiosa confessione che una
-volta il poeta fece al Jacopssen, di fuggire, cioè, durante la veglia,
-le donne che aveva vagheggiate nel sogno[175].
-
-Studii del bello, affetti, immaginazioni, illusioni, il Leopardi vuole
-che tutti insieme si adoperino a conforto della infelicità nostra[176].
-Egli vive in un perpetuo desiderio di dilettose immagini, rimpiange
-i dolci sogni della fanciullezza, non sa darsi pace della giovinezza
-perduta e delle care illusioni perdute con quella. Non v'è poeta che
-non abbia pianta la giovinezza; ma le ragioni del pianto non sono
-le stesse per tutti: e certo i più lamentarono perduta con essa la
-facoltà di godere, anzichè la facoltà d'ingannarsi; e qualcuno, come
-lo Chateaubriand, non tanto dilesse la giovinezza, quanto detestò
-la vecchiaja, vedendo in essa quasi una ingiuria e uno sfregio alla
-dignità ed al decoro della persona. Il Leopardi non altra felicità
-propriamente persegue con l'inutile desiderio se non quell'una, in
-cui l'anima, soggiogata dal _possente errore_ e dagli ameni inganni,
-deliziosamente si abbandona, ignara dell'_acerbo indegno mistero delle
-cose_, inconscia quasi di sè.
-
- Era quel dolce
- E irrevocabil tempo, allor che s'apre
- Al guardo giovanil questa infelice
- Scena del mondo e gli sorride in vista
- Di paradiso[177].
-
- O speranze, speranze; ameni inganni
- Della mia prima età! sempre, parlando,
- Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
- Per variar d'affetti e di pensieri,
- Obbliarvi non so[178].
-
-Senza affetti e senza errori gentili la vita è notte a mezzo il
-verno[179]; e dileguata la giovinezza, la vita appare abbandonata e
-scura, e non si colora più mai d'altra luce, e l'uomo è fatto estraneo
-alla terra[180]. Sopra tutte le cose è da aborrir la vecchiezza,
-perchè chiusa alle care illusioni; e da aborrir sono i vecchi,
-che la giovinezza già per sè fuggitiva si studiano di spegner nei
-giovani[181]. Però Consalvo è lieto di morire in sul fior dell'età.
-
-«Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle
-_care illusioni_», scriveva in età di ventidue anni il Leopardi al
-Brighenti[182]. E non molti giorni innanzi aveva scritto al Giordani:
-«Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo
-modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo o
-di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e
-compongono tutta la nostra vita»[183]. In questa opinione durò egli
-poi lungamente, salvo qualche contraddizion passeggiera di tanto in
-tanto, e salvo ancora che in certi tempi verità e menzogna egli involse
-nello stesso disdegno. Non sarà fuor di luogo notare che il fratello
-Carlo fu in ciò dello stesso sentire di Giacomo. In una lettera che
-il primo scriveva al secondo ai 16 di dicembre del 1822, si legge:
-«In conclusione si è sempre detto, che le città grandi non sono fatte
-per l'uomo di sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il
-mondo: _le pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être
-habité_»[184].
-
-Ma qui nasce un dubbio che, date certe contraddizioni del pensiero
-leopardiano, non è agevol cosa risolvere. D'onde provengono nell'animo
-umano queste benedette illusioni, che sole dànno pregio alla vita,
-e sole ne temperano la infelicità? Nella lettera al Giordani testè
-ricordata il poeta scriveva: «Io credo che nessun uomo al mondo in
-nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni,
-perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma della
-natura; la quale _expellas furca, tamen usque recurret, Et Mala
-perrumpet furtim_ FASTIDIA _victrix_»[185]. E così in molte altre
-occasioni lodò la natura quale soccorritrice di lieti inganni e di
-felici ombre, e perchè, con benefica impostura, si studiò di occultare
-e di trasfigurare agli uomini la parte maggiore della infelicità
-loro[186]; ma una lode di tal maniera, se suona bene sulle labbra di
-un discepolo del Rousseau, non può non disdire sulle labbra di tale a
-cui giudizio essa natura fu _madre in parto ed in voler matrigna_, e di
-tutt'altro curante che del male nostro o del bene, e tale insomma che,
-discordando affatto dalle nostre _vaghe immagini_, e chiusa ad ogni
-pietà, ci danna irreparabilmente al dolore[187].
-
-Essendo che la natura, secondo si ragiona nel _Dialogo della natura
-e di un'anima_, è una specie di essere medio, intermediario fra il
-destino e le creature, potrebbe darsi che le illusioni ci scaturissero
-da una qualche fonte soprammondana e soprannaturale; fossero alcun
-che di simile alle idee tipiche di Platone. E a sì fatto concetto
-sembra che si conduca alcuna volta il poeta; sebbene non sia possibile
-intendere come dal _brutto_
-
- Poter che ascoso a comun danno impera
-
-emani il bello, fluiscano le sole consolazioni che all'uomo sia
-dato sperare. Ma noi contentiamoci di venir notando le varie
-conformazioni del pensier del poeta, e non pretendiamo, chè sarebbe
-impresa disperata, sciogliere le contraddizioni in cui esso si viene
-avvolgendo. Pongasi mente a que' versi della canzone _Alla sua donna_
-ove il poeta invoca ed esalta, non una donna reale, non una donna
-idealizzata, ma propriamente l'idea della donna[188]: che dice il
-poeta?
-
- Già sul novello
- Aprir di mia giornata incerta e bruna,
- Te viatrice in questo arido suolo
- Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
- Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
- Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
- Saria, così conforme, assai men bella.
-
-Abbiamo qui, al modo stesso che nell'_Aspasia_, l'archetipo, da cui
-riceve, o potrebbe ricevere, forma e vita e movimento la cosa reale e
-sensibile: e il poeta medesimo avverte, fra il serio e lo scherzoso,
-che forse è quella una delle idee di Platone[189], e da ultimo esce in
-questo saluto:
-
- Se dell'eterne idee
- L'una sei tu, cui di sensibil forma
- Sdegni l'eterno senno esser vestita,
- E fra caduche spoglie
- Provar gli affanni di funerea vita;
- O s'altra terra ne' superni giri
- Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
- E più vaga del Sol prossima stella
- T'irraggia, e più benigno etere spiri;
- Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
- Questo d'ignoto amante inno ricevi.
-
-Da questa poesia all'_Aspasia_ corsero all'incirca dieci anni[190]:
-onde si vede che l'accostamento del Leopardi a Platone non fu nè
-accidentale, nè passeggiero.
-
-Ed ecco ora il Leopardi e lo Schopenhauer, senza sapere l'uno
-dell'altro, giungere per diverse vie a un punto medesimo, accordarsi
-nel medesimo pensamento. Com'è noto, lo Schopenhauer immagina che la
-volontà crei primamente i tipi ideali, i quali calandosi poi nelle
-cose acquistano esistenza individuata e concreta. Il bello non è nella
-cosa, ma nella idea, che si apprende per la contemplazione estetica;
-e oggetto proprio ed essenziale dell'arte è l'idea, e vero suo officio
-manifestare l'idea; la quale, secondo che lo Schopenhauer si piace di
-affermare e di ripetere, va intesa appunto come la intendeva Platone:
-onde la scienza è il modo aristotelico di guardare le cose, l'arte
-il modo platonico[191]. E il Leopardi e lo Schopenhauer vengono a
-trovarsi d'accordo (cosa da quest'ultimo non desiderata di certo) con
-Giorgio Hegel, il quale afferma non altro essere il bello se non la
-manifestazione dell'idea nell'opera d'arte. Le illusioni e i fantasmi
-accarezzati e glorificati dal Leopardi si possono considerare come
-disegni e archetipi di cose che l'uomo vorrebbe che fossero e non sono.
-
-Ma vengano in origine dalla natura, o vengano d'altronde, le illusioni
-allignano nell'animo umano, e ricevono conformazione e colore dal
-sentimento e dalla fantasia. Di qui il grande valore che il Leopardi
-riconosce a entrambe queste potenze, di cui non si stanca di dire
-le lodi. Al Giordani scriveva nel marzo del 1820 di non arrivare «a
-comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti
-vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo»[192]. E al Jacopssen nel
-giugno del 1823: «En effet, il n'appartient qu'à l'imagination de
-procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit
-capable. C'est la véritable sagesse que de chercher ce bonheur dans
-l'idéal, comme vous faites. Pour moi je regrette le temps où il m'était
-permis de l'y chercher, et je vois avec une sorte d'effroi que mon
-imagination devient stérile, et me refuse tous les secours qu'elle
-me prêtait autrefois»[193]. Il che non era poi tanto vero, se nel
-febbrajo del 1828 poteva scrivere da Pisa alla sorella: «Vi assicuro
-che in materia d'immaginazioni mi pare di esser tornato al mio buon
-tempo antico»[194]; al tempo cioè in cui altamente si scandolezzava dei
-poeti e delle poetesse di Roma che persino i nomi ignoravano di genio,
-d'immaginazione, di sentimento, e di ciò al fratello Carlo scriveva
-indignate parole[195]. Dal _caro immaginare_ derivava egli l'una
-parte (derivando l'altra dal _dolce rimembrare_) delle maggiori e più
-schiette sue gioje; e se pure gli avvenne di dire una volta:
-
- dell'imago,
- Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago[196],
-
-egli è nondimeno da credere, dopo quanto siamo venuti notando, che di
-nessun vero si appagasse mai tanto quanto delle immagini che gli creava
-la fantasia. Di qui una conseguenza importante: facoltà creatrice
-dell'arte sarà, a giudizio del nostro poeta, per eccellenza la
-fantasia.
-
- Te punge e move
- Studio de' carmi e di ritrar parlando
- Il bel che raro e scarso e fuggitivo
- Appar nel mondo, e quel che, più benigna
- Di natura e del ciel, fecondamente
- A noi la vaga fantasia produce,
- E il nostro proprio error. Ben mille volte
- Fortunato colui che la caduca
- Virtù del caro immaginar non perde
- Per volger d'anni; a cui serbare eterna
- La gioventù del cor diedero i fati;
- Che nella ferma e nella stanca etade,
- Così come solea nell'età verde,
- In suo chiuso pensier natura abbella,
- Morte, deserto avviva[197].
-
-In questi notabilissimi versi sono indicati l'oggetto, o vogliam dire
-la materia, e il fine e l'officio dell'arte. L'arte ritrae il bello,
-e più propriamente il bello creato dalla fantasia; l'arte abbella la
-natura e la vita. Per il Leopardi, come per lo Schopenhauer, essa è
-una consolatrice, una emancipatrice, sia pur momentanea. I pessimisti
-essendo, se non per sentimento, per logica necessità, nemici della
-natura, non possono non essere grandi amici di quell'arte che li trae
-fuori del _peggiore dei mondi possibili_, e li trasporta in ispirito
-nel migliore dei mondi immaginabili. Però l'arte, agli occhi dei
-pessimisti, non può essere quel giuoco che parve allo Schiller e allo
-Spencer: anzi, sebbene sia un inganno, o appunto perchè un inganno[198]
-è la cosa più seria, diciam pure la sola seria, che la vita ci offra.
-L'arte non fa, come comunemente si predica, della realtà una finzione;
-ma fa, per contrario, della finzione una realtà. Il Baumgarten,
-discepolo del Leibniz, e inventore di questo nome di estetica da
-lui dato alla scienza del bello, tenendosi stretto all'ottimismo
-dommaticamente rigido del suo grande maestro, giudicava superba,
-perversa, ingiuriosa alla divinità l'arte eterocosmica, l'arte, cioè,
-che presume, fingendo, di creare un mondo migliore di quello esistente;
-e il Kant fu dello stesso sentire; e dello stesso sentire doveva essere
-Dante, quando formava il concetto di un'arte che, essendo a Dio quasi
-nipote, e però figlia della natura, questa
-
- quanto puote
- Segue, come il maestro fa il discente[199].
-
-Per contro l'arte eterocosmica dev'essere quella a cui i pessimisti
-si sentono maggiormente inclinati; i quali difficilmente potranno
-consentire a Platone che l'arte sia di gran lunga inferiore alla
-natura, e più volentieri staranno con quei filosofi che la prima,
-considerata quale opera dello spirito, pongono risolutamente sopra la
-seconda, considerata quale opera di cieche energie; e, generalmente
-parlando, la forma d'arte verso cui inclineranno, sarà tanto più
-eterocosmica, quanto maggiore disgusto essi proveranno della vita e
-del mondo; salvo che per deliberato proposito non vogliano giovarsi
-dei sussidii dell'arte per far vedere e sentire vie meglio la disperata
-miseria dell'una e dell'altro[200].
-
-Il Byron, sul punto di partir per la Grecia, d'onde non doveva più
-fare ritorno, diceva d'avere abbracciata la poesia per non sapere che
-altro fare di meglio, e in ogni tempo fece più stima assai dell'azione
-che dell'arte. L'animo del Leopardi dovette ondeggiar lungamente fra
-contrarii giudizii, e non quietarsi mai del tutto in nessuno. Quando
-scriveva da Roma nel novembre del 1822 al fratello Carlo: «Ho bisogno
-d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita»[201], gli è probabile
-ch'egli ponesse l'azione, il moto e il fervor della vita, sopra l'arte;
-ma quando, dimenticate oramai le Termopile, e dimenticato Simonide,
-nel luglio del 1828, alludendo al conte Andrea Broglio, morto ancor
-egli in Grecia, scriveva al padre: «Io non sapeva che il suo fanatismo
-l'avesse portato ad andare ad esporre la vita per causa e patria non
-sua»[202] gli è probabile ch'ei portasse tutt'altro giudizio; sebbene
-fosse l'anno appunto in cui si rallegrava d'esser tornato, in materia
-d'immaginazioni, al suo buon tempo antico.
-
-Qui pare ci si discopra un'altra contraddizione del Leopardi. Se
-officio dell'arte, anzi sua propria ragione, si è di mitigare la
-nostra sciagura, di farcela in qualche parte scordare, sostituendo
-un mondo di dilettose finzioni a questo mondo di tormentosa realtà, e
-restaurando nella fantasia le care illusioni che la vita viene tuttodì
-disfacendo; perchè non si conforma a questo fine l'arte di lui? perchè
-la sua poesia si ostina a farci vie più consci del mal che ci strugge,
-e sempre ci ripone sott'occhi l'aborrito vero, e invece di ricrear le
-illusioni si appaga di piangerle? Non dovrebbe appunto la sua poesia
-essere come quella divina arte della musica, di cui dice egli stesso
-che sembra rivelare _alto mistero d'ignorati Elisi_? La domanda par
-ragionevole, e che non lasci luogo a risposta; ma ci si può rispondere;
-e la contraddizione non è così acuta come può a prima giunta sembrare.
-
-Premettiamo una osservazione d'indole generale. Un poeta pessimista
-può certo, facendo tacere la voce del proprio dolore, appartandosi
-in qualche modo e per qualche tempo dalla propria dottrina, produrre
-una poesia dove non appajano se non immagini dilettose e serene, non
-respirino se non sentimenti dolci o vivificanti, e la stessa natura sia
-ritratta con lieti e chiari colori, fuori, per così dire, dell'ombre
-consuete del suo proprio pensiero: nè si può asserire che una poesia
-così fatta manchi in tutto al Leopardi. Ma bisogna pur riconoscere che
-le altre arti, e in più special modo la musica, possono servire a cotal
-dissimulazione del vero assai meglio e assai più che non l'arte della
-parola. La parola ha significazione troppo determinata e precisa, e più
-che ogni altro segno di cui possa giovarsi lo spirito umano a palesare
-sè stesso è legata al vero; onde torna difficile al pessimista, sia pur
-egli poeta, mentire un mondo tutto ideale con quelle stesse parole con
-cui, da altra banda, viene descrivendo e giudicando il mondo reale.
-Non v'è frase musicale che propriamente affermi o impugni alcun che;
-non v'è per contro proposizione che non asserisca il vero (accertato
-o presunto), o nol contraddica; e però gli è quasi impossibile che il
-poeta pessimista non iscopra nella propria poesia la propria credenza,
-non vi lasci scorgere la preoccupazion sua consueta, non vi porga
-testimonianza di sè. Si sforzi egli pure, come il Leconte de Lisle, di
-riuscire oggettivo, sereno, impassibile; la sua poesia ritrarrà sempre
-del colore della sua anima, sarà sempre, in un modo o in un altro, un
-documento di pensier pessimistico.
-
-Ciò premesso in generale, vi sono, per quanto spetta al Leopardi in
-particolare, altre osservazioni da soggiungere. Può dirsi, non senza
-ragione, che la sua poesia ritrae troppo del colore della sua anima,
-ripete, troppo insistentemente, la dottrina pessimistica di lui; e
-qualcuno potrebbe prenderne argomento a giudicare che più conferisca
-all'arte l'ottimismo, quando si sforza di attirar l'attenzione sul
-bello delle cose, che non il pessimismo, quando d'altro non si cura
-che di metterne in mostra il brutto. Ma primamente è da considerare
-che l'arte, quando troppo si diletti delle belle finzioni, e solo in
-formar quelle si eserciti, corre pericolo di mancare al proprio suo
-fine, e di riuscire, non alleviatrice, ma aggravatrice dell'umano
-dolore, facendo che l'uomo, per ragion del contrasto, sempre più si
-disgusti e s'infastidisca di quella realtà in cui è pur forza che
-viva, e che il pessimista, rifugiandosi tutto nel sogno inattuabile,
-divenga sempre più pessimista. Per contro, la poesia che esprime
-dolore universale tende, favorendo la simpatia, a consolare tutti i
-sofferenti, conformemente all'antico adagio _solamen miseris socios
-habuisse malorum_[203]. Avvertì Seneca nulla farci tanto sentire che
-noi siam membri di un solo corpo quanto la comunanza e universalità
-del dolore; e veramente la morale non può trovare altra base che sia
-più vera e più salda di questa. Così appunto la intese il Leopardi,
-quando nella _Ginestra_ prese a esortar gli uomini a stringersi in
-lega contro l'avversa natura; dove inaspettatamente vediamo scaturire
-dal pessimismo un principio d'azione. Ma c'è altro a dire. Quando per
-condizioni di tempi e di coltura il vero non si può più oltre celare,
-non tanto giova che l'arte lo contraddica, quanto che lo rattemperi.
-Se il vero è amaro per sè, _condito in molli versi_ tornerà meno
-amaro. Se non restaura illusioni, che la conoscenza del vero ha
-irreparabilmente disfatte, il nostro poeta una almeno ne tiene viva,
-e non la men nobile, e non la meno benefica: quella della bellezza. I
-suoi versi sono, chi può negarlo? i più disperati che mai si scrissero;
-ma poche volte al mondo se ne scrissero di più belli. Il dolore che
-così intensamente li affanna, è mitigato e come incantato dal fascino
-onnipossente della bellezza; e non v'è pessimismo che tenga; dov'è
-tanta bellezza, non può non essere godimento. Anche una volta l'arte
-trionfa della natura; l'uomo, del suo destino. Che importa se i
-pensieri son tristi, se il vero piange e sospira?
-
- Our sweetest songs are those that tell of sadest thougt.
-
-Non isfuggì alla perspicacia del Goethe che l'artista si libera
-di molta parte della sua pena quando riesce ad estrinsecarla, a
-realizzarla nell'opera d'arte. Scrivendo il _Werther_ egli guarì del
-male onde Werther perisce. I poeti consolano e deprecano col canto
-i proprii dolori. Il Leopardi, esprimendo in versi immortali la
-disperazione della vita, si consolò alcuna volta di vivere; e tutti
-coloro, che, soffrendo dello stesso suo male, leggeranno con puro
-animo que' versi, ne riceveranno il medesimo beneficio. La bellezza
-li avvolgerà del suo lume, li penetrerà del suo calore, medicherà le
-loro ferite, trasmuterà per un giorno, o per un'ora, il loro dolore in
-dolce, tenera, appassionata letizia.
-
-L'arte è opera del genio, il quale nel fervore dell'entusiasmo la
-concepisce e la crea. Dove non è entusiasmo, arte non nasce. Disse
-una volta il Beethoven a Bettina Brentano: l'artista vero non piange,
-ma è pieno di entusiasmo. No; l'artista vero può piangere e ridere;
-ma se, piangendo o ridendo, non fosse pien d'entusiasmo, non sarebbe
-vero artista. L'entusiasmo è un'accensione di animo innamorato
-e una esaltazion di potenza. Non si ama a freddo nè la donna, nè
-l'arte: i frigidi sono esclusi in perpetuo dal regno dell'amore. Sia
-che si voglia della frigidità fisiologica del Leopardi in materia
-d'amore[204], in materia d'arte egli frigido non fu davvero. Ho già
-recato alcuni luoghi di lettere, ov'egli parla dell'entusiasmo come di
-cosa affatto necessaria alla vita: se ne potrebbero recare degli altri.
-Il Leopardi non avrebbe mai consentito a quella opinione del Baudelaire
-che disse: «L'inspiration c'est une longue et incessante gymnastique».
-Egli sa, per propria esperienza, quanto il genio debba allo studio
-perseverante, alla meditazione, all'esercizio; ma non può però credere
-che il genio altro non sia se non una _lunga pazienza_. Il genio è per
-sè stesso, o non è. Se è, la lunga pazienza lo può fecondare, nutrire,
-corroborare, correggere; se non è, la pazienza, per quanto lunga, non
-può farlo nascere. Il Leopardi parla del genio come di cosa stupenda,
-incomprensibile e che trascenda la umana natura; e ciò ch'ei ne dice,
-ricorda più d'una volta ciò che ne dice lo Schopenhauer, il quale lo
-ammira e lo celebra senza fine, sebbene lo giudichi anch'egli quasi
-prossimo alla pazzia[205]. Il genio consiste, secondo il Leopardi,
-in una maggiore _intensione di vita_, ed è contraddistinto da una
-particolare _finezza d'intelletto_ e _vivacità d'immaginazione_, le
-quali fan sì ch'esso abbia poca signoria di sè stesso, e, sopraffatto
-_dalla grandezza delle proprie facoltà_, incontri continuamente _mille
-dubbietà nel deliberare, e mille ritegni nell'eseguire_; sia poco
-atto a provvedere alle minute necessità della vita, e necessariamente
-infelice[206]. Lo Schopenhauer mostra di essere sostanzialmente
-della stessa opinione quando dice che il genio, il quale consiste in
-un eccesso d'intelletto, è di sua natura irrequieto e insaziabile,
-nemico della ragionevolezza pedestre e del senso comune, soggetto alla
-passione, _emancipato_ (?) dalla volontà. Pel Leopardi, come per lo
-Schopenhauer, la fantasia è strumento meraviglioso e necessario del
-genio. Per entrambi, ciò che più particolarmente contraddistingue
-il genio si è la intuizione, la divinazione. Il genio poetico sembra
-fosse giudicato dal Leopardi il più alto e mirabile. I poeti lirici,
-in uno istante, «scuoprono tanto paese, quanto ne sanno scoprire i
-filosofi nel tratto di molti secoli», dic'egli nella _Comparazione
-delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto_[207]. Il Carlyle,
-rifacendo uno del poeta e del profeta, esclama: «Entrambi penetrano
-il sacro mistero dell'universo, quello che il Goethe chiama secreto
-aperto»[208].
-
-Vediamo ora quale sia, se così è lecito esprimersi, il campo estetico
-del nostro poeta, o, per usare altri termini, quanto giri e che
-chiuda il cerchio delle sue impressioni estetiche e dell'estetico
-suo godimento. Tutti sanno che anche in ciò passano tra gli uomini
-differenze grandissime; e che, mentre per i più quel cerchio si volge
-breve in sè stesso, e per molti tanto si rinserra che quasi si riduce
-in un punto, per alcuni pochissimi tanto quasi si allarga quanto
-il cerchio del sensibile e dell'intelligibile. Per non citare altri
-esempii che di poeti, il cerchio estetico di un Dante sta al cerchio
-estetico di un Savioli, o di un Vittorelli, come, nel nostro sistema
-solare, l'orbita di Nettuno all'orbita di Mercurio.
-
-Prima di tutto è da riconoscere un fatto. La estensione del campo
-estetico è determinata quanto allo insieme, in ciascuno di noi, dal
-grado della recettività, dalle attitudini, dalla complessione fisica
-e psichica: e il godimento estetico è più o meno variato, largo ed
-intenso, secondo ch'è maggiore o minore la generale capacità nostra
-rispetto al piacere. Complessioni diverse, capacità diverse, dànno
-luogo a inclinazioni e dottrine diverse[209]. Suppongansi due uomini,
-di cui l'uno abbia i sensi corporei, e specialmente i superiori, assai
-validi, pronti ed acuti, e l'altro gli abbia, per contro, deboli,
-tardi ed ottusi; l'uno, vigoroso e vigile senso morale; l'altro,
-rilassato e neghittoso; l'uno sia più ricco di fantasia che di ragione;
-l'altro, più di ragione che di fantasia: i loro campi estetici saranno
-necessariamente diversi, diversa in ciascuno la natura e la misura del
-godimento, diverse, in ultimo, le dottrine ch'essi potranno venire
-ideando. Fra la estensione del campo estetico e la estensione del
-godimento estetico passa (è quasi superfluo il notarlo) strettissima
-relazione; ma a un campo d'impressioni assai esteso può corrispondere
-un debole grado di godimento, e, per contro, a un campo d'impressioni
-più ristretto può corrispondere un grado di godimento molto più
-intenso. Estensione ed intensione non sono sempre in ragione diretta
-fra di loro; ma non sono nemmeno necessariamente in ragione inversa,
-sebbene in molti casi possano essere. Un dilettante può gustare
-tutte le arti, e di ciascun'arte tutte le forme, e godere di tutte
-moderatamente: un artista di professione può non gustare che l'arte
-propria, ma di quella godere intensissimamente. Da altra banda può
-avvenire che l'una forma di godimento promuova l'altra, e l'azione e
-reazione dell'una sull'altra produca come una generale elevazione di
-potenza. In un Goethe la estensione del godimento sembra accrescere
-la intensione; e il Rinascimento nostro ci offre esempii mirabili
-di corrispondenza diretta fra la estensione del campo estetico e la
-intensione del godimento estetico, e di feconda fusione del dilettante
-e dell'artista in uno.
-
-Qual è il campo estetico del Leopardi, e come circoscritto? Dovrò
-più innanzi, parlare di proposito dei sensi corporei di lui; ma qui
-è da notare che, fatta eccezion dell'udito, egli non ebbe sensi molto
-validi, e che scarse furono in lui l'energie della vita di relazione.
-Nel campo estetico del Leopardi terranno minor luogo le impressioni
-derivate immediatamente dai sensi, dal movimento, dallo sforzo, ecc., e
-di ciò si vedranno, sino ad un certo segno, gli effetti nell'arte sua.
-
-Il Leopardi sentì molto, come vedremo, la musica, ma non molto le
-arti figurative e l'architettura. Nella canzone _Sopra il monumento
-di Dante_ egli parla con calore delle _care arti divine_, ricorda con
-isdegno l'_opre divine_ degl'italici ingegni tratte a misera schiavitù
-oltre l'Alpi, invita il _guasto legnaggio_ a mirare, insieme con le
-ruine che fan testimonio dell'antica grandezza,
-
- E le carte e le tele e i marmi e i templi;
-
-ma non si vede che tele e marmi e templi, in Roma, in Firenze, in
-Pisa, o in qual si voglia altra città, abbiano mai prodotto nell'animo
-suo una grande impressione; e il silenzio delle sue lettere a
-questo riguardo è veramente curioso e significativo. La grandezza
-e la magnificenza di Roma destarono in lui assai più sgomento che
-ammirazione. «Il materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini
-di qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la popolazione
-di Roma non basta a riempire la piazza di San Pietro. La cupola l'ho
-veduta io, colla mia corta vista, a 5 miglia di distanza, mentre io
-era in viaggio, e l'ho veduta distintamente colla sua palla e colla
-sua croce, come voi vedete di costà gli Apennini. Tutta la grandezza
-di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero
-dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste
-fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili,
-sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d'essere spazi che
-contengano uomini»[210]. «Credi, Carlo mio caro, che io son fuori di
-me; non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il demonio
-non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo non provo il menomo
-piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non lo sento, e
-t'accerto che la moltitudine e grandezza loro m'è venuta a noia dopo il
-primo giorno»[211]. Bada a dire un gran male dei Romani, così maschi
-come femmine, e in ispecie dei letterati, che pur gli avevano fatto
-accoglienze onorevoli; ma di quelle ruine, il cui spettacolo sembra
-che tanto avrebbe dovuto affarsi alla disposizione dell'animo suo e
-all'indole della sua coltura; di quelle ruine che inspirarono tanti
-grandi poeti, il Leopardi non fiata[212]. E similmente non fiata nè
-di tele, nè di marmi, nè di templi. Solo una volta scrive celiando al
-fratello Carlo: «certo che il parlare a una bella ragazza vale dieci
-volte più che girare, come fo io, attorno all'Apollo di Belvedere o
-alla Venere capitolina»[213].
-
-Ma riconosciuta questa tepidezza nel Leopardi, non vorrei che altri
-la dicesse a dirittura freddezza, e credesse il poeta chiuso affatto
-a ogni impression di quell'arti che per gli occhi parlano al cuore e
-alla mente. Sin dalle prime lettere scritte al Giordani il Leopardi
-mostrava curiosità grande di vedere ciò che quegli veniva scrivendo
-intorno ad opere di scultura e di pittura, e una volta chiedeva
-all'amico se un'opera del Cicognara (e senza dubbio alludeva alla
-_Storia della scultura_) poteva tornargli utile[214]. Quelle parole
-al fratello Carlo non s'hanno a prendere troppo sul serio. Esse non
-possono significare in bocca di un giovane di ventiquattr'anni ciò che
-forse significherebbero in bocca d'uom più maturo; e del resto provano
-che il poeta non aveva omesso d'andare a _girare_ intorno ai capilavori
-dell'arte antica. E qui è a notare che il Leopardi sembra abbia gustata
-più la scultura che la pittura, più la forma che il colore. Uno de'
-suoi più vivi desiderii, andando a Roma, era di conoscervi il Canova,
-e uno de' suoi dispiaceri più grandi fu di saperlo già morto da un
-mese quand'egli vi giunse: onde al Giordani scriveva: «Che ti dirò
-di Canova? Vedi ch'io son pure sfortunato, come soglio, poichè quando
-aveva pure ottenuto, dopo tanti anni e tanta disperazione, d'uscire dal
-mio povero nido e veder Roma, il gran Canova, al quale principalmente
-era volto il mio desiderio, col quale sperava di conversare intimamente
-e di stringere vera e durevole amicizia col mezzo tuo, appena un mese
-avanti il mio arrivo in questa città piena di lui, se n'è morto»[215].
-Chi pensi il carattere e i temi dell'arte canoviana, potrà facilmente
-supporre che a far nascere e crescere nell'animo del Leopardi
-l'ammirazione pel grande scultore, erede e rinnovatore dell'arte greca,
-valsero non poco gli studii e il grande amore dell'antichità; ma valse
-di certo, per la sua parte, il senso delle belle forme.
-
-Comunque sia, di nessun pittore parlò il Leopardi come parlò del
-Canova; e mentre, ne' suoi versi, di pitture non è quasi parola, se
-non in quel fuggevole accenno delle _Ricordanze_ alle _dipinte mura_,
-ai _figurati armenti_ e al _sol che nasce su romita campagna_; alcune
-delle migliori poesie traggono la inspirazione e l'argomento da opere
-di scultura, sia immaginate, sia vere; e così, oltre alla canzone
-_Sopra il monumento di Dante_[216] abbiamo le due: _Sopra un basso
-rilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in
-atto di partire, accomiatandosi dai suoi_; e _Sopra il ritratto di
-una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_.
-Notisi che in queste due ultime poesie il poeta associa alla bellezza
-femminile, ch'è per lui la più alta forma della bellezza, quella tra le
-arti che, dopo la musica, è da lui più gustata; ma abbiam già veduto,
-e in seguito vedremo anche meglio, che la musica similmente egli trova
-modo di associare a quella bellezza, attribuendo ad entrambe la stessa
-virtù rivelatrice di arcane beatitudini. Una osservazione ancora a
-questo proposito. Altra è la bellezza della donna, altra la bellezza
-dell'opera d'arte; altre le ragioni della commozione che produce in
-noi la prima, altre le ragioni della commozione che produce in noi
-la seconda; ma non è possibile avere così vivo senso della bellezza
-della persona umana, com'ebbe il Leopardi, senz'avere in pari tempo
-un qualche senso delle arti figurative. Al Leopardi, più che il senso
-interno, fece difetto l'esterno. Gli occhi vulnerati e stanchi non
-concedevano al poeta tutto il godimento di cui l'animo sarebbe stato
-capace; e più di una volta, per certo, egli si tenne dallo andar
-ricercando ciò che non avrebbe potuto contemplare senza preoccupazione
-e tormento. Però scriveva da Firenze a Pietro Brighenti: «Firenze non
-sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita.
-Ma durando ancora la mia debolezza degli occhi, e però non avendo io
-ancora potuto vedere le tante cose rare e notabili di questa città,
-mi fermo tuttavia qui, perchè, se partissi, il viaggio sarebbe stato
-_quasi inutile_»[217]. Lo Schopenhauer che questa miseria non conobbe,
-nè la più parte dell'altre che afflissero il cantore della _Ginestra_,
-fu, in Germania e in Italia, e pertutto ov'ebbe a trovarsi, un
-appassionato e diligente visitatore di chiese, di gallerie, di musei:
-e da quadri e da statue, che più d'una volta gl'inspirarono versi,
-trasse argomenti a conferma delle proprie dottrine. Alcune arti il
-Leopardi amò presso a poco a quel modo che amò le donne, platonicamente
-vagheggiandole nella fantasia; ma questo amor gli fu caro, ed egli
-pensava con angoscia al tempo in cui
-
- Ogni beltate di natura o d'arte
-
-diverrebbe inanime e muta al suo spirito[218].
-
-Se ricordiamo che l'arte del ballo fu definita una scultura mobile e
-vivente; se consideriamo che quest'arte sembra inventata a bella posta
-per accrescere seduzione e dare ogni maggiore spicco alla bellezza e
-alla grazia muliebre; intenderemo perchè tanto piacesse al Leopardi
-lo spettacolo coreografico: nè ci meraviglieremo che al fratello
-Carlo scrivesse: «Ti dico in genere che una donna nè col canto nè con
-altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo;
-il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino,
-ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana... Insomma,
-credimi, che se tu vedessi una di queste ballerine in azione, ho tanto
-concetto dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto al primo
-momento...»[219].
-
-Del sentimento che della natura ebbe il nostro poeta intendo parlar
-più oltre di proposito, e vedremo allora quanto esteso e di che natura
-fosse il godimento estetico di lui rispetto a quella. Vediamo per ora
-altre parti del nostro argomento.
-
-Nel campo estetico del Leopardi il passato ha, senz'alcun dubbio,
-più parte che il presente; più il pensiero e il sentimento che la
-sensazione. Le dolcezze maggiori egli le deriva dai ricordi e dalle
-immaginazioni; ma per quanto si sdegni contro il vero, ha pur vivo il
-senso di quella che dicesi bellezza intellettuale e non men vivo il
-senso della bellezza morale. Nessun poeta mai parlò della virtù con
-accento più appassionato e più sincero, pur giudicandola con Bruto una
-vana larva, cui si volge a tergo il pentimento. Alla sorella Paolina
-scriveva nel gennajo del 1823: «la virtù, la sensibilità, la grandezza
-d'animo sono non solamente le uniche consolazioni de' nostri mali, ma
-anche i soli beni possibili in questa vita»[220]. Era opinione sua «che
-la condizione dei buoni sia migliore di quella de' cattivi, perchè le
-grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente»[221]. Ed
-è notissima quella stanza dei _Paralipomeni della Batracomiomachia_, i
-quali son pure composizione degli ultimi anni del poeta, morto oramai a
-ogni altra fede, a ogni altro amore:
-
- Bella virtù, qualor di te s'avvede,
- Come per lieto avvenimento esulta
- Lo spirto mio: nè da sprezzar ti crede
- Se in topi anche sii tu nutrita e culta.
- Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,
- O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,
- Sempre si prostra: e non pur vera e salda,
- Ma imaginata ancor, di te si scalda[222].
-
-Ecco la virtù intesa come una forma della bellezza, anzi come quella
-bellezza che vince ogni altra; ed ecco la morale che il Leopardi
-talvolta confuse con la sensitività e la pietà[223], identificata,
-quasi alla maniera del Fichte e del Herbart, con la estetica.
-
-Del gusto del Leopardi per la poesia fanno dimostrazion sufficiente
-la vita e le opere, e non mancherà altra occasion di discorrerne:
-basti qui fare un cenno del piacere vivissimo che quella gli dava, e
-sempre gli diede, sino quasi all'estremo suo giorno. Il 30 d'aprile
-del 1817 scriveva al Giordani: «Non mi concede ella di leggere
-ora Omero, Virgilio, Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei
-astenermene, perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con
-parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo, e, pensando
-a tutt'altro, sentire qualche verso di autor Classico che qualcuno
-della mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi
-forzato di tener dietro a quella poesia»[224]. Passati da quel tempo
-quasi vent'anni, il poeta augurava, come la più grande delle venture,
-al Pepoli di poter diventare _canuto amante_ della poesia, cioè di
-seguitare ad amarla da vecchio come l'amava da giovane.
-
-Il Leopardi ebbe vivo e profondo il sentimento del sublime. Il _Bruto
-Minore_, l'_Infinito_, il _Canto notturno di un pastore errante
-dell'Asia_, la _Ginestra_, lasciano nell'anima una impression di
-sublime che più non si cancella; e così pure qualcuna delle prose,
-come il _Cantico del gallo silvestre_. Sublime il concetto che il
-poeta ha del perpetuo flusso delle cose, e il suo rappresentarsi la
-vita come un conflitto tragico fra il destino e l'uomo. Fu da qualcuno
-asserito che chi ha il senso del sublime non può avere il senso del
-ridicolo. Lo Shakespeare li ebbe entrambi in grado eminente. Non dirò
-che il Leopardi, attissimo a sentire il tragico, sentisse egualmente
-il ridicolo e il comico: le satire sue sono a volte acute e mordaci,
-ma non fanno ridere. Tuttavia un certo senso del comico non gli si può
-negare, il quale più specialmente si lascia scorgere in taluna delle
-sue operette morali, come la _Scommessa di Prometeo_ e il _Copernico_.
-Certo, per questo rispetto, ei non si potrebbe paragonare ad Arrigo
-Heine. Può essergli in qualche modo paragonato per l'ironia; ma non
-conobbe, come il tedesco, sebbene affermi di conoscerla, quella che
-si rivolge contro il proprio suo autore. E non si può dire che molto
-conoscesse l'umore, il quale potrebb'anche essere definito un senso del
-comico nel tragico, e che a giudizio del Bahnsen, il più intero forse e
-conseguente dei pessimisti, è la sola forma di pensiero e di sentimento
-che convenga all'uomo superiore[225].
-
-Il campo estetico di ciascun di noi varia continuamente, si allarga, si
-restringe, si offusca, si rischiara, è in istrettissima relazione con
-l'età, le occupazioni, lo stato d'animo, la salute, l'ambiente fisico e
-morale. Quello del Leopardi variò molto e spesso, e s'andò restringendo
-e offuscando più presto di quanto suole avvenire nel corso normale
-della vita. E con esso variò la natura e la misura del godimento
-estetico.
-
-Il Leopardi, sebbene fu infelicissimo, non fu però di quegli estremi
-infelici che non pajono aver senso se non del dolore, e tanto solamente
-vivono quanto soffrono. Il Leopardi fu, per non breve numero d'anni,
-e anche sotto l'aggravarsi del male, largamente capace di quelli che
-si addimandano piaceri superiori; e giustamente così si addimandano,
-perchè, come già osservava il Maupertuis, durano più degli altri,
-e perchè (come nota uno scrittore contemporaneo) si possono più
-agevolmente e più a lungo far rivivere nella memoria[226]. Dalla stessa
-sua complessione il Leopardi, a cui gli stoici del resto insegnavano
-a disprezzare i piaceri volgari, era inclinato a cercare soltanto i
-piaceri superiori: e qui si vede come certo stato abituale di debolezza
-organica, e certo grado di malattia, possano, dando certo necessario
-indirizzo alle occupazioni e alla vita, favorire il genio e le sue
-manifestazioni.
-
-Senza voler punto escludere i piaceri inferiori, gli è tuttavia fuor
-di dubbio che i piaceri superiori sono in estetica i più importanti,
-sono i piaceri estetici per eccellenza. Il Leopardi non gustò tutto il
-possibile piacere estetico, nè v'è uomo atto a tutto gustarlo; ma quel
-tanto, e fu pur molto, ch'egli gustò, gustò lungamente, profondamente.
-E da ciò ebbe a venire non poco sollievo a' suoi mali; e fors'egli,
-che ogni altro piacere ebbe in conto di negativo, non fu lontano dalla
-opinione del Hartmann che, contraddicendo allo Schopenhauer, assevera
-l'indole positiva del piacere estetico. Non m'indugerò a noverare gli
-elementi di sì fatto piacere nel Leopardi, bastandomi di avvertire
-che il fantastico, il sentimentale, l'associativo, prevalgono, a mio
-credere, su tutti gli altri.
-
-Nel terzo e quarto capitolo del _Parini_ il Leopardi considera ed
-enumera le condizioni che si richiedono a poter gustare il piacere
-estetico. Ci vuole innanzi tutto quella interezza d'animo e quella
-sensitività, che, non solamente vengono a mancare con gli anni in
-ciascun uomo, ma sono ancora scemate, secondo l'opinion del poeta,
-dalla scienza, dalla esperienza, dalle infermità e dalle altre
-traversie della vita. Gli antichi gustarono quel piacere assai meglio
-di noi, perchè «ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande
-immaginato, fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun
-che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia
-tutto favola»[227]. Chi vive in città grande difficilmente potrà
-ricevere dalla natura o dalle arti «alcun sentimento tenero o generoso,
-alcun'immagine sublime o leggiadra. Perciocchè poche cose sono tanto
-contrarie a quello stato dell'animo che ci fa capaci di tali diletti,
-quanto la conversazione di questi uomini, lo strepito di questi luoghi,
-lo spettacolo della magnificenza vana, della leggerezza delle menti,
-della falsità perpetua, delle cure misere, e dell'ozio più misero,
-che vi regnano»[228]. Ancora, per essere capace di quel godimento,
-l'animo dev'essere riposato, sgombro di male passioni e di basse
-preoccupazioni, e sopra tutto aperto e penetrabile. Il poeta ebbe ad
-osservare più di una volta che anche agli animi meglio disposti da
-natura a ricevere que' sentimenti teneri e generosi, quelle immagini
-sublimi e leggiadre, «intervengono moltissimi tempi di freddezza,
-noncuranza, languidezza d'animo, impenetrabilità, e disposizione tale,
-che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi,
-e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche, appartenenti
-allo spirito o al corpo, transitorie o durevoli»[229]. Di ciò ebbe
-a fare esperienza lo stesso poeta, e ne lasciò documento così nelle
-lettere come nei versi, e più di proposito nel _Risorgimento_.
-
-A chiudere questo capitolo possono venire opportune alcune brevissime
-considerazioni generali suggerite dal detto sin qui. Il Leopardi è
-in estetica un intellettualista. La dottrina del puro bello formale,
-quale comunemente s'intende, non può essere dottrina sua. Per lui, ciò
-che dicesi contenenza, non solo non può essere, com'è per la scuola
-realistica in genere, e per la herbartiana in ispecie, indifferente;
-ma è anzi la cosa capitale, il proprio subbietto dell'arte; sebbene
-poi egli curi tanto la forma e la tecnica quanto la neglesse la scuola
-hegeliana. Per questo rispetto egli si accorda con lo Schopenhauer
-e col Hartmann. Agli hegeliani si accosta quando pone il bello della
-fantasia, o vogliam dire dell'arte, sopra il bello della natura; ma
-se ne allontana di molto quando al bello astratto e generale prepone
-l'individuato e concreto. Egli è anche da dire un ottimista estetico
-tutte le volte che giudica bello il mondo considerato in se stesso;
-tale cioè, secondo il concetto dello Schopenhauer e del Hartmann, che,
-preso quale oggetto di pura e disinteressata contemplazione, produce
-in noi più impressioni piacevoli che dispiacevoli. Il Bahnsen è un
-pessimista anche in estetica. Da ultimo è da notare che pel Leopardi
-l'estetica e l'edonistica sono strettamente congiunte: le care
-illusioni hanno un doppio valore, eudemonistico ed estetico; le arti
-non hanno altro fine che di mitigare l'umana infelicità.
-
-
-CAPITOLO III.
-
-IL LEOPARDI E LA MUSICA.
-
-Di tutte le arti, la musica forse è quella che più vale a temperare
-ed assopire il dolore, a rasserenar l'animo, e a trarlo in certa
-quale maniera fuori del mondo e fuor di sè stesso. Gli antichi
-simboleggiarono la sua virtù di penetrazione e la quasi onnipotenza del
-fascino nel mito di Orfeo, che si trae dietro, al suono della lira, le
-fiere e le piante e i sassi; e nei miti affini di Amfione e di Arione.
-Pitagora conobbe in lei una possente medicina, non meno del corpo che
-dell'anima; e molti riscontri ha nelle storie il caso di Saulle, di
-cui Davide calmava le furie con le note dell'arpa. Platone e Aristotele
-la giudicarono parte nobile ed importante della educazione; e tutte le
-religioni se ne giovarono più e meno; e più che tutte il cristianesimo,
-in quell'arduo e delicato suo magistero di allacciare, penetrare,
-conquidere gli animi. Gli antichi Egizii posero la musica tra le
-divinità. Apollo inventò la lira, Minerva il flauto, Pane la siringa;
-Santa Cecilia divenne l'avvocata e la protettrice dei musici. Le sfere
-si girano al suono di una armonia ineffabile: il paradiso cristiano
-echeggia di perpetui e dolcissimi canti; e dalla terra talvolta i puri
-e gli eletti gli ascoltano in un rapimento, e nell'ora della morte ne
-ricevono consolazione e letizia suprema.
-
-Il Leopardi sentì vivamente, squisitamente la musica; ma poichè non
-tutti coloro che la sentono molto la sentono a un modo, bisogna vedere
-in che modo il Leopardi l'abbia sentita. Nessun'altr'arte sembra gli
-procurasse mai emozioni così profonde, godimento così pieno ed intenso.
-«La musica, se non è la mia prima, è certo una mia gran passione, e
-dev'esserlo di tutte le anime capaci di entusiasmo», scriveva egli
-nell'aprile del 1820 al Brighenti[230]. Tale passione non fu conosciuta
-dal padre, il quale anzi ostentava un certo disprezzo pei _trilli e
-le cavatine_; nè si sa che l'abbia conosciuta la madre, la quale, del
-resto, dovendo attendere al governo non meno del patrimonio che della
-famiglia, non avrebbe di certo potuto secondarla, quando pure l'avesse
-avuta; ma fu passione comune alla più parte dei figliuoli. Di Carlo
-sappiamo che una volta corse a piedi (e c'è un bel tratto) da Recanati
-ad Ancona pel solo gusto di udirvi la Malibran; e in una sua lettera
-al fratello leggiamo: «A Sinigaglia io bolliva d'idee e di sensazioni,
-e il canto della Lorenzani m'insegnava nuovi segreti del cuore»[231].
-E di questa o di altra cantante pare s'innamorasse[232]. La Paolina
-si dilettò molto di musica e ne fu anche molto intendente. Luigi, il
-quartogenito, che non ebbe mai il capo allo studio, e morì giovane di
-ventun anno, accoppiava il gusto della musica a quello del tornio, e
-sonava, dicono, molto bene un flauto di bossolo che s'era fabbricato da
-sè.
-
-Della virtù pressochè soprannaturale della musica parla più
-distintamente il Leopardi in due delle sue poesie; cioè nell'_Aspasia_,
-e in quella intitolata _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito
-nel monumento sepolcrale della medesima_. Nella prima leggiamo:
-
- Raggio divino al mio pensiero apparve,
- Donna, la tua beltà. Simile effetto
- Fan la bellezza e i musicali accordi,
- Ch'alto mistero d'ignorati Elisi
- Paion sovente rivelar.
-
-Nella seconda:
-
- Desiderii infiniti
- E visïoni altere
- Crea nel vago pensiere,
- Per natural virtù, dotto concento;
- Onde per mar delizioso, arcano
- Erra lo spirto umano,
- Quasi come a diporto
- Ardito notator per l'Oceàno:
- Ma se un discorde accento
- Fere l'orecchio, in nulla
- Torna quel paradiso in un momento.
-
-In entrambi i componimenti il poeta accosta la musica alla bellezza,
-e all'una e all'altra attribuisce la stessa virtù. Nel primo
-l'accostamento è immediato: nel secondo il poeta accenna agli effetti
-della musica dopo aver detto di quelli della bellezza che pajon _segno
-e sicura spene_
-
- Di sovrumani fati,
- Di fortunati regni e d'aurei mondi.
-
-Disse il Leibniz la musica essere un secreto esercizio aritmetico
-dell'anima, la quale conta senza saper di contare[233]; e il Kant
-poneva fra le arti belle la musica solo in grazia dei rapporti
-matematici che passan fra i suoni, e dall'occulto apprendimento di tali
-rapporti credeva nascesse il piacere. Lo Stendhal affermò quello della
-musica essere piacere puramente fisiologico. Uno scrittore musicale
-di molto grido, Edoardo Hanslick, ebbe a sostenere, ora è quasi mezzo
-secolo, in un libro che fece molto romore, e suscitò molte dispute, non
-ancora finite, la musica non avere altra sostanza e altro contenuto che
-di suoni, e non doversi proporre, nè di esprimere, nè di far nascere
-sentimenti[234]. Senza voler punto entrare nella difficilissima e forse
-mal posta questione[235], gli è certo che il Leopardi non si accorda
-con nessuno di costoro, mentre s'accorda con altri, ch'ebbero della
-musica altro sentimento ed altro concetto. Lo Schiller disse la musica
-esprimere l'anima; lo Schelling, contener essa le forme delle idee
-eterne; Giorgio Hegel, essere il suo dominio superiore a quello della
-vita reale; il Lamennais, significare la musica i tipi eterni delle
-cose; il Vischer, esser essa lo stesso ideale. Il Beethoven giudicava
-le rivelazioni della musica superiori a quelle della filosofia; e il
-Gounod, ricordando una rappresentazione dell'_Otello_ del Rossini, alla
-quale aveva assistito nella sua fanciullezza, scriveva: «Il me sembla
-que je me trouvais dans un temple, et que quelque chose de divin allait
-m'être révélé». Il Carlyle definì la musica una specie di linguaggio
-inarticolato e imperscrutabile, il quale ci guida sino all'orlo
-dell'infinito, e ci lascia, per un istante, spingere nell'abisso lo
-sguardo; e il Poe disse che nella musica vien fatto all'animo umano di
-creare bellezza soprannaturale.
-
-Con tutti costoro ben s'accorda il Leopardi; e più ancora s'accorda
-forse con lo Schumann e col Berlioz, nella fantasia dei quali
-l'immagine della donna amata si compenetrava e fondeva con la immagine
-musicale. Ma più che con essi tutti consente (ed è cosa che vuol
-essere da noi particolarmente notata) con lo Schopenhauer, col quale
-in tante altre cose, senza saperlo, consente. Lo Schopenhauer fu
-appassionatissimo di musica, e ne scrisse con mente di filosofo e
-cuore di artista. La disse arte meravigliosa; la più possente delle
-arti; quella che immediatamente esprime il volere, cioè il principio
-essenziale ed universale che si appalesa nelle singole e individuate
-esistenze; quella che ci fa penetrare sino al cuore delle cose; occulta
-filosofia. Egli disse ancora il mondo potersi chiamare una musica
-corporata; e la musica _parlare a noi di altri mondi e migliori;
-rivelarci da lungi un paradiso inaccessibile; essere la panacea di
-tutti i mali_[236]. Poeta e filosofo esprimon quasi le stesse idee,
-parlan quasi lo stesso linguaggio.
-
-Notiam di passata che di tutte le arti la musica è quella che deve
-meglio confarsi allo spirito e al sentimento dei pessimisti, se pure
-la inclinazione dell'animo non è scemata in essi dalla imperfezione
-degli organi. Le altre arti, senza poterne escludere nemmen la poesia,
-troppo ritengono dell'aborrita realtà, e, per quanto facciano, non
-è possibile mai che se ne emancipino in tutto. La musica si scioglie
-da ogni servaggio d'imitazione, e crea un mondo libero e nuovo ch'è
-tutto in lei, e realizza ed esprime, con magistero miracoloso, tutto
-ciò che negli animi nostri è più vago, più lieve, più occulto. Sembra
-davvero talvolta che essa si redima, se non dal tempo, dallo spazio,
-dalla ferrea legge di causalità, dalle condizioni tutte dell'essere
-transitorio e finito. Alcune vecchie leggende, ove si narra di rapiti
-e di estatici che, ascoltando una musica arcana, vissero secoli,
-stimandoli ore, esprimono immaginosamente questa cara illusione.
-
-Abbiamo veduto come il Leopardi accompagni insieme la bellezza muliebre
-e la musica, e ne faccia quasi una coppia estetica. Se la donna appare
-agli occhi suoi più seducente nella danza che nel canto, non è già che
-anche nel canto non gli appaja seducentissima. Egli non può ripensare
-alla Silvia senza riudire quel dolce canto di lei, onde
-
- Sonavan le quïete
- Stanze e le vie dintorno;
-
-e se ricorda come la Nerina (non importa ora cercare se la Nerina e la
-Silvia sieno due persone diverse o una sola) iva _danzando_, splendente
-di gioja e del caro lume di giovinezza, si duole di non più udir quella
-voce, di cui bastava un lontano accento a scolorargli il viso. Vagando
-per la campagna la notte, il giovane poeta aveva sussultato, udendo
-improvvisamente l'arguto canto d'ignota fanciulla:
-
- qualor nella placida quïete
- D'estiva notte, il vagabondo passo
- Di rincontro alle ville soffermando,
- L'erma terra contemplo, e di fanciulla
- Che all'opre di sua man la notte aggiunge
- Odo sonar nelle romite stanze
- L'arguto canto, a palpitar si move
- Questo mio cor di sasso[237].
-
-E se più tardi il poeta ebbe ad innamorarsi di Marianna Brighenti,
-valentissima cantatrice che lasciò le scene quando appunto la
-fama di lei più veniva crescendo, chi vorrà non credere che in
-quell'innamoramento avesse parte la musica, che fu _galeotta_ di tanti
-altri amori?
-
-Il Leopardi non ebbe voce da spendere nel canto, non sonò nessuno
-strumento, non conobbe punto la tecnica musicale; e non tanto godette
-di ciò onde assai volte più sogliono godere i musicisti di professione,
-cioè a dire dei suoni per sè e della composizione e degli accenti loro,
-quanto delle idee e dei sentimenti che quelli possono mettere in moto.
-Il piacer suo nasceva, la più gran parte, dal complicato e secreto
-lavoro delle associazioni psichiche, e la musica egli giudicava con i
-soli criterii del sentimento e della fantasia: ciò che spiega alcune
-particolarità del suo gusto.
-
-Certo, un'anima dotata d'intenso e profondo sentimento musicale non può
-non rimanere offesa da tutto che offende l'arte diletta; onde,
-
- se un discorde accento
- Fere l'orecchio, in nulla
- Torna quel paradiso in un momento;
-
-ma quell'anima può anche, in determinate condizioni, compiacersi
-di una musica rudimentale e difettosa, purchè gliene vengano le
-suggestioni opportune, purchè si lasci tradurre in linguaggio di
-associazioni. Secondo congiunture di tempi, di luoghi, di sentimenti
-e d'immaginazioni, uno di questi organetti che vanno scerpando per
-le vie le composizioni dei grandi e piccoli maestri, può straziare
-o accarezzare un orecchio delicato; può strappare altrui un grido
-d'indegnazione, o spremere dagli occhi le lacrime. Il Leopardi fu,
-sembra, prontissimo a ricevere la suggestion musicale, anche quando
-provenisse da povera fonte, e tenace poi nel serbarne il ricordo. Ne
-abbiamo un bello e curioso esempio in questi versi della _Sera del dì
-di festa_:
-
- Ahi per la via
- Odo non lunge il solitario canto
- Dell'artigian che riede a tarda notte,
- Dopo i sollazzi, al suo povero ostello:
- E fieramente mi si stringe il core,
- Al pensar come tutto al mondo passa,
- E quasi orma non lascia.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Nella mia prima età, quando s'aspetta
- Bramosamente il dì festivo, or poscia
- Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
- Premea le piume; ed alla tarda notte
- Un canto che s'udia per li sentieri
- Lontanando morire a poco a poco,
- Già similmente mi stringeva il core.
-
-Notisi come quel rozzo canto che passa nella via, e lontanando muore,
-súbito sollevi la mente del poeta alla considerazione di tutto ciò che
-passa e muore nel mondo; ond'egli ricorda gli avi famosi e il grande
-impero di Roma, e finalmente conclude:
-
- Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
- Il mondo, e più di lor non si ragiona.
-
-Errerebbe a mio giudizio di grosso chi in tutto questo, invece di un
-procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi è spontaneo e
-naturalissimo, non vedesse altro che una volata lirica e un artifizio
-retorico. Qui l'impression musicale deriva la massima parte del suo
-valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza[238].
-
-E così in molti altri casi. Nelle _Ricordanze_, udendo il suon dell'ora
-che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta rammenta:
-
- Era conforto
- Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
- Quando fanciullo, nella buia stanza,
- Per assidui terrori io vigilava,
- Sospirando il mattin.
-
-Nella canzone _Alla sua donna_ sono ricordate
-
- le valli ove suona
- Del faticoso agricoltore il canto;
-
-e nel _Tramonto della luna_ il canto del carrettiere che saluta
-
- con mesta melodia
- L'estremo albor della fuggente luce
- Che dianzi gli fu duce.
-
-Egli è certo dunque che nella musica il Leopardi dovette pregiare,
-non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazion di
-una virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le
-complicazioni e le pompe teatrali; quanto l'arcano e dolce linguaggio
-che parla alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti
-ineffabili e di estatici sogni: non tanto un'arte governata da
-principii e da regole, quanto una magia atta a celare o trasfigurare
-l'aborrito vero. In Roma, in Firenze, altrove, egli ebbe molte
-occasioni di assistere allo spettacolo dell'opera, e ne fa ricordo
-in taluna delle sue lettere; ma non ne parla con quell'ammirazione
-con cui parla del ballo. Da Roma scrisse una volta al fratello Carlo:
-«Abbiamo in Argentina la _Donna del Lago_, la qual musica eseguita da
-voci sorprendenti è una cosa stupenda, e potrei piangere ancor io, se
-il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso»; ma si lagnava della
-_intollerabile e mortale_ lunghezza dello spettacolo, che durava sei
-ore[239]. A Bologna, dagli amici si lasciava _tirare_ all'opera[240];
-ma a Firenze non andò ad ascoltare il _Danao_ del suo concittadino
-Persiani, perchè i suoi occhi in teatro pativano troppo[241]. Ma oltre
-il disagio degli occhi, c'erano probabilmente altre ragioni. L'animo
-del poeta doveva sentirsi meno aperto alle impressioni dell'arte divina
-in un pubblico teatro, in mezzo al barbaglio dei lumi, al cinguettio
-di un uditorio frivolo e distratto, alle indecorose pompe della vanità;
-in luogo insomma dove non è possibile vero raccoglimento: e più di una
-volta forse gli parve quella una profanazione. A creder questo m'induce
-un luogo del _Parini_, notabile, non solo rispetto al sentimento
-che il poeta ebbe della musica in particolare, ma ancora rispetto
-al sentimento ch'ebbe dell'arte in generale. Quivi egli comincia
-dicendo: «Io penso che le opere ragguardevoli di pittura, scultura ed
-architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero distribuite per
-le province, nelle città mediocri e piccole; che accumulate, come sono,
-nelle metropoli: dove gli uomini, parte pieni d'infiniti pensieri,
-parte occupati in mille spassi, e coll'animo connaturato, o costretto,
-anche mal suo grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità,
-rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello spirito». Poi,
-dopo un'altra giusta osservazione circa la sazietà che producono troppe
-bellezze adunate insieme[242], soggiunge: «Il simile dico della musica:
-la quale nelle altre città non si trova esercitata così perfettamente,
-e con tale apparato come nelle grandi; dove gli animi sono meno
-disposti alle commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per dir così,
-musicali, che in ogni altro luogo»[243].
-
-Ippocrate serbò ricordo di un certo Nicanore, che cadeva in deliquio
-alle note di un flauto. Una sensitività musicale così esagerata è assai
-rara, sebbene se ne conosca qualch'altro esempio; ma dovrebbe, sembra,
-trovarsi più facilmente fra coloro in cui suol essere più eccitabile
-il sentimento e più viva e pronta la fantasia; cioè fra gli artisti in
-generale. Ora, è frequentissimo il caso che gli artisti appunto (fatta
-eccezione, s'intende, dei musicisti) siano poco aperti alla impressione
-musicale, e poco se ne dilettino: il che potrebbe essere effetto di
-una specificazione soverchia delle facoltà estetiche e di una troppo
-esclusiva applicazione di esse a una data forma di arte e a quella
-soltanto. Fu notato che i pittori sogliono avere più senso musicale,
-e più inclinano alla musica che gli scultori e gli architetti; ma fu
-sempre notato che molti letterati e poeti non hanno punto nè quella
-inclinazione, nè quel senso. Il Balzac detestava la musica; il Gautier
-preferiva il silenzio; i De Goncourt e il Maupassant si confessavano
-sordi, ecc. ecc.[244].
-
-Ma sono molti anche gli esempii contrarii; e lasciamo stare che
-nell'antichità, e poi ancora nel medio evo, finchè musica e poesia
-durarono congiunte, e formarono quasi un'arte sola e una sola
-professione, difficilmente i poeti avrebbero potuto essere nemici o
-noncuranti della musica. Numerosissimi luoghi della _Commedia_ mostrano
-che Dante ebbe della musica un senso squisito; e ben se ne avvide
-il Giordani, il quale meditò (quante mai cose meditò e non fece il
-Giordani!) di scrivere un saggio sopra Dante e la musica. Ogni qual
-volta parla di canto, di dolci note, di armonie d'organi, il poeta ne
-parla a guisa d'uomo cui l'arte dei suoni inebbria e rapisce l'anima.
-_L'amoroso canto_ di Casella, che _solea quietar tutte sue voglie_,
-consola ancora, là, sulla prima sponda del purgatorio, l'anima tanto
-_affannata_ dal terribile viaggio[245]. Il Petrarca, che compose
-le dolci sue rime ajutandosi col suono e col canto, scriveva dalla
-solitudine di Valchiusa all'amico Francesco de' SS. Apostoli: «Che dir
-degli orecchi? Canti, suoni, armonie di corde o di liuti, ond'io già
-provai tanta dolcezza, che si parea rapirmi fuor di me stesso, qui non
-avvien che si sentano»[246]: e nel _De remediis utriusque fortunae_ fa
-che il Gaudio ostinatamente enumeri in contradditorio con la Ragione
-tutte le dolcezze che derivano dalla musica[247].
-
-Che lo Shakespeare fosse un appassionato di musica tutti quasi i
-suoi drammi ne fanno fede; e un appassionato fu, come di ragione, il
-Metastasio, che se ne intendeva assai, e cantava, e componeva, e i suoi
-versi lo dicono anche troppo. Un appassionato il Goethe non fu, ma pure
-gustò l'arte del Mendelssohn, che, fanciullo, era andato a trovarlo, e
-ammirò il Beethoven. Il Klopstock ebbe orecchio finissimo e la musica
-lo faceva andare in estasi. Il Byron non poteva udire musica tenera
-o dolorosa senza sciogliersi in lacrime. Il Moore e lo Shelley hanno
-ciascuno una poesia intitolata _Music_; e il primo, che per ridurre i
-proprii versi a maggior perfezione usava cantarli, dice il linguaggio
-parlato esser languido e povero a paragon della musica[248]; e il
-secondo rassomiglia il proprio cuore, assetato di musica, a un fiore
-morente, assetato di rugiada[249]. Nella _Lucie_ di Alfredo De Musset
-leggiamo:
-
- Fille de la douleur, Harmonie! Harmonie!
- Langue que pour l'amour inventa le génie!
- Qui nous vins d'Italie, et qui lui vins des cieux!
- Douce langue du cœur, la seule où la pensée,
- Cette vierge craintive et d'une ombre offensée,
- Passe en gardant son voile et sans craindre les yeux!
- Qui sait ce qu'un enfant peut entendre et peut dire
- Dans tes soupirs divins, nés de l'air qu'il respire,
- Tristes comme son cœur et doux comme sa voix?
- On surprend un regard, une larme qui coule;
- Le reste est un mystère ignoré de la foule,
- Comme celui des flots, de la nuit et des bois!
-
-Il Manzoni, quando compose il _Cinque Maggio_, costrinse la moglie a
-sonargli il pianoforte, quasi per due giorni di séguito.
-
-Dell'Hugo fu detto che detestasse la musica; ma prima di dar fede a chi
-lo disse, conviene leggere con qualche attenzione una poesia intitolata
-_Que la musique date du XVI siècle_, la quale è nella notissima
-raccolta dei _Rayons et ombres_, e conta non meno di 222 alessandrini.
-Comincia il poeta chiedendo agli amici: Qual è di voi che, sentendosi
-oppresso dalla tristezza, non abbia trovato nella musica consolazione
-e conforto? Poi, in versi meravigliosi, che non hanno riscontro in
-nessun'altra letteratura, descrive, rifà il vasto, vario, ponderoso
-canto dell'orchestra, il moltiforme miracolo della sinfonia.
-
- Écoutez, écoutez! du maître qui palpite,
- Sur tous les violons l'archet se précipite.
- L'orchestre tressaillant rit dans son antre noir.
- Tout parle. C'est ainsi qu'on entend sans les voir,
- Le soir, quand la campagne élève un sourd murmure,
- Rire les vendangeurs dans une vigne mûre.
- Comme sur la colonne un frêle chapiteau,
- La flûte épanouie a monté sur l'alto.
- Les gammes, chastes sœurs dans la vapeur cachées,
- Vidant et remplissant leurs amphores penchées,
- Se tiennent par la main et chantent tour à tour,
- Tandis qu'un vent léger fait flotter alentour,
- Comme un voile folâtre autour d'un divin groupe,
- Ces dentelles du son que le fifre découpe.
- Ciel! voilà le clairon qui sonne. A cette voix
- Tout s'éveille en sursaut, tout bondit à la fois.
- La caisse aux mille échos, battant ses flancs énormes,
- Fait hurler le troupeau des instruments difformes,
- Et l'air s'emplit d'accords furieux et sifflants
- Que les serpents de cuivre ont tordus dans leurs flancs.
-
-E bisognerebbe citar tutto, sino alla fine. Cosa davvero curiosa! il
-Leopardi, appassionatissimo di musica, di strumenti musicali non parla;
-non mostra di prediligerne alcuno; non nota affinità particolari fra
-certi sentimenti e il suono dell'uno o dell'altro di essi. La voce
-umana dovette parergli di molto superiore ad ogni istrumento.
-
-Se a non pochi poeti fece difetto il sentimento musicale; se altri
-l'ebbero, come il Leopardi, assai vivo e profondo; che cosa dobbiam noi
-pensare delle relazioni che passano tra la poesia e la musica, e della
-somiglianza, o dissomiglianza loro? Dobbiam noi seguitare a ripetere
-col Marini, che ridiceva quanto cent'altri avevano detto,
-
- Musica e poesia son due sorelle[250];
-
-o dobbiam finalmente risolverci a dire che tra le due ci può essere
-conoscenza, ed anche amicizia, ma non consanguineità? Un critico
-francese contemporaneo si sforzò di provare che quelle relazioni non
-sono già così strette come comunemente si crede, e che la somiglianza
-è pochissima, o nulla. Egli esce a dire assai risolutamente: «autant
-la musique moderne ressemble, _au point de vue du rythme_, à la
-poésie-musicale des Grecs, autant elle diffère, _à tous les points de
-vue_, de la poésie moderne». E soggiunge: «Toute assimilation de la
-musique à la poésie est aujourd'hui une simple figure de rhétorique,
-une chimère ou une idée dangereuse»[251]. Parmi che l'autore dica cosa
-per molti rispetti giusta, ma che ecceda alquanto nel suo giudizio. La
-somiglianza che fu in antico, quando le due arti vivevano strettamente
-congiunte, non mancò mai del tutto dopo che quelle si furono separate,
-e dura, in una certa forma, tuttavia, come ne fanno fede il comun
-sentimento e il comune linguaggio. Le due arti hanno, e il critico lo
-riconosce: «un instrument commun, la voix humaine (dont l'orchestre
-n'est qu'une extension), et un point de recontre d'ailleurs un peu
-indécis: le rythme»[252]. Nei versi una musica c'è, e quanta sia, e
-come efficace, si vede allora che si scompongono i versi e si riducono
-in prosa. Il buon Baretti consigliava appunto di far così a chi li
-volesse giudicar rettamente; ma un procedimento sì fatto, se agevola il
-giudizio del valore logico di una poesia, rende impossibile il giudizio
-del valore poetico. Aggiungasi che la poesia, perchè se ne senta tutto
-l'effetto, non bisogna contentarsi di leggerla mentalmente, ma ad alta
-voce, e, se occorre, declamarla; e la declamazione è già un mezzo
-canto, cioè una mezza musica, perchè importa continua variazione di
-tono, di movimento, di colorito, e trae valor dal metallo, dall'impasto
-e dalla estensione della voce[253]. Un maestro della difficilissima
-arte del leggere, Ernesto Legouvé, biasimando severamente la stolta
-usanza di coloro, che, quando leggono versi, fanno il possibile perchè
-non pajano versi, ma prosa, scrisse: «Puisqu'il y a un rythme, faites
-sentir le rythme! Quand les vers sont peinture et musique, soyez,
-en les lisant, peintre et musicien! Que de passages où le pathétique
-lui-même naît de l'harmonie![254]». Si può dire che la declamazione
-è un'arte diversa dalla poesia, pur diventando, in certe occasioni,
-sussidiaria di quella; ma mentre non intendo che razza d'arte possa
-essere la declamazione presa in sè stessa, separatamente cioè dal
-discorso poetico (versi o prosa), non intendo nemmeno come si possa
-fare arte diversa e sussidiaria di quello speciale procedimento o
-metodo da cui un'altr'arte viene a ricevere il suo maggior possibile
-valore e la maggior possibile significazione. La poesia non è un'arte
-muta come la pittura, la scultura, l'architettura; la poesia è un'arte
-parlata, un'arte sonora, come la musica. E se è assurda la pretensione
-di coloro che vogliono fare della poesia una musica, e non altro che
-una musica; non è già assurdo che, come il musicista si giova di certi
-strumenti per produrre certe impressioni, così il poeta si giovi di
-certi suoni per produrre certi effetti. E poichè non tutte le lingue
-sono musicali egualmente, riman confermato, anche per questo capo, che
-non tutte le lingue sono egualmente poetiche.
-
-Fu asserito già da più d'uno che gli oratori possono trarre dallo
-studio della musica beneficio non piccolo: ma se è vero ciò; se è
-vero quanto più in generale afferma lo Spencer, che, cioè, la musica
-reagisce sulla parola parlata; non si capisce perchè dallo studio,
-o almeno dal natural sentimento della musica, non avessero ad avere
-qualche beneficio anche i poeti. A riuscire poeta non è necessario
-gustare la musica; troppi esempii lo provano. Ma non credo sia del
-tutto indifferente che il poeta la gusti o non la gusti; nè credo
-possibile che dall'amore o dall'avversione un qualche effetto non
-derivi all'arte sua. Non so sino a qual segno il poeta che gusta la
-musica possa avere miglior senso del ritmo poetico, e formar versi
-di miglior suono, a paragone del poeta che non la gusta; ma credo
-che quello che la gusta sia tratto, se non altro, a esprimere con
-la propria poesia piuttosto certi sentimenti che certi altri, e quei
-sentimenti in ispecie che meglio si affanno alla musica, e furon perciò
-detti musicali.
-
-Un'ultima osservazione. Avvertì Salomone nei _Proverbii_: «Simile a
-colui che tolga ad uno la veste in una fredda giornata, o versi l'aceto
-nelle ferite, è colui che ad uomo triste canta allegre canzoni». Nulla
-è più vero. I melanconici non amano se non la musica melanconica, e
-detestan la gaja. Ma è pur da ricordare che l'intelletto, l'eterno
-curioso, può far vincere all'uomo moltissime ripugnanze. Il Leopardi
-preferì, senza dubbio alcuno, la musica triste, anzi si deve tenere
-per fermo che non amò se non quella; ma ciò non gli tolse già d'andare
-ad ascoltare in Roma un'opera buffa, che non gli piacque punto[255],
-e in Napoli il _Socrate immaginario_, musicato dal Paisiello, che gli
-piacque moltissimo[256]. Se si pensa alla diversa impressione che la
-melodia e l'armonia producon nell'animo, è da credere che il Leopardi
-inclinasse più alla prima che alla seconda.
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-IL SENTIMENTO DELLA NATURA NEL LEOPARDI.
-
-Qui, forse più che altrove, bisogna distinguere nella vita di Giacomo
-Leopardi un prima e un dopo, essendo questo della natura un sentimento
-che varia moltissimo, con la età, le occupazioni, le esperienze, le
-vicende, la salute dell'uomo.
-
-Se dovessimo credere alla tarda testimonianza di Antonio Ranieri,
-il poeta avrebbe nutrito per la campagna un «odio ingenito»; nessun
-altr'uomo avrebbe «tanto odiato la campagna quanto Leopardi la
-odiava»[257]. Un tempo fu creduto al Ranieri ogni cosa sul conto del
-Leopardi; ora non gli si vorrebbe creder più nulla. Anche in ciò,
-probabilmente, la via giusta sarà la via di mezzo tra l'uno e l'altro
-eccesso. Può essere che negli ultimi anni della sua travagliatissima
-vita il Leopardi prendesse in avversione la campagna, come tante altre
-cose aveva già prese in avversione; ma ciò non prova punto ch'egli
-l'avesse odiata sempre; e il Ranieri ebbe sicuramente torto di parlare
-di _odio ingenito_; e anche più torto hanno coloro che tiran fuori la
-testimonianza del Ranieri per asserire che il Leopardi non ebbe vero
-sentimento della natura.
-
-Da giovane anzi, quando, innamorato di solitudine, fuggiva coloro da
-cui era fuggito, e accusava la luna se lui scopriva all'altrui sguardo,
-o altri al suo; quando si doleva d'aver conosciuto _le cittadine
-infauste mura_ e l'umano consorzio; quando scriveva la _Vita solitaria_
-e il _Passero solitario_; il Leopardi amò la campagna e amò la natura.
-Della patria sua non altro gli piaceva che lo spettacolo dei colli
-e dei campi, con gli Apennini da una banda e il mare dall'altra; ma
-quello piacevagli soprammodo e lo consolava di tanti disgusti. «Quando
-io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica
-cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi spezialmente,
-mi sento così trasportare fuori di me stesso che mi parrebbe di far
-peccato mortale a non curarmene.....»[258]. Di sì fatto amore non è
-capace chi non sappia vivere in solitudine; e chi della solitudine
-si piace non è quasi possibile che non inclini a quell'amore. Ho già
-ricordato un luogo del _Parini_ ove il poeta dice di non intendere
-come chiunque vive in città grande, eccetto se non trapassi il più
-del tempo in solitudine, possa mai ricevere dalle bellezze della
-natura «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine. sublime
-o leggiadra»[259]. Chi legge con qualche attenzione alcune poesie del
-Leopardi non può non sentirvi quel particolar tuono di famigliarità e
-di tenerezza che solo può nascere dalla convivenza stretta, dalla lunga
-consuetudine.
-
-Ora si noti che la età in cui gli uomini più si sentono attratti
-dalla natura non suol essere l'età della giovinezza. I giovani, troppo
-curiosi di conoscere il mondo umano e la vita, troppo desiderosi di
-accaparrar l'avvenire, tendono spontaneamente colà dov'è maggiore
-frequenza e varietà di uomini, ove la vita è più intensa e molteplice;
-alle grandi città. Essi sono di loro natura così inquieti e mutabili,
-che malamente si possono accordare con la quieta e non mutabil natura;
-e il muto linguaggio di questa è così disforme dal loro, che essi, o
-non lo intendono, o poco l'ascoltano. Lo stesso Leopardi quante volte
-non lamentò di dover consumare l'_età verde_, l'_unico fior della
-vita_, nel _natio borgo selvaggio_,
-
- intra una gente
- Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
- Argomento di riso e di trastullo,
- Son dottrina e saper![260]
-
-quante volte, conscio di sè, appassionato di gloria, non desiderò la
-città grande, il vasto e popoloso teatro, dove l'uomo può farsi vedere
-e conoscere, raccogliere il plauso ed il premio che gli è dovuto!
-L'età migliore per amar la natura, e per fruire del suo consorzio, è
-quella prima e ancor verde stagione della vecchiezza, quando l'uomo,
-conosciuti gl'inganni e le vanità del mondo, sciolto dalle passioni,
-ma non esausto di sentimento, sereno, ma non anneghittito, desidera
-la pace, ed è tuttora in grado di abbellirla con l'affetto e la
-fantasia[261].
-
-Il Leopardi da giovane amò la natura, e l'amò come Werther, in
-solitudine, senza amici, con un senso di dolce melanconia, con un
-intero e tenero abbandono, e in una maniera di vaga ed estatica
-contemplazione, che non esclude la visione degli aspetti parziali e
-particolari, ma non lascia che alcuno di essi spicchi troppo fra gli
-altri[262]. C'è in una lettera ormai famosa, scritta dal nostro poeta
-al Giordani ai 6 di marzo del 1820, da Recanati, un passo che nessuno
-si meraviglierebbe di leggere in una lettera del giovine Werther. «Sto
-anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza
-di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e poche sere
-addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza,
-e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria
-tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune
-immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi
-a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura,
-la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento
-dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale ero certo di
-ritornare subito dopo, com'è seguìto, m'agghiacciai dallo spavento, non
-arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni
-e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo; delle quali cose
-un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi facevano così
-beato, non ostante i miei travagli»[263].
-
-La riflessione può venir distinguendo nel sentimento e nel godimento
-della natura tre modi, i quali difficilmente nella pratica possono
-rimanere dissociati del tutto; anzi, con varia proporzione, si
-associano fra di loro, e mutuamente si condizionano. La natura può
-essere goduta: sensualmente, da chi ne guardi sopratutto gli aspetti;
-sentimentalmente, da chi si finga con essa certa comunione di affetti e
-di vita; intellettualmente, da chi ne indaghi e ne ravvisi l'ordinanza
-e l'essere. I poeti e gli artisti, in genere, sono quelli che ne
-godono sensualmente e sentimentalmente; gli scienziati e i filosofi, in
-genere, sono quelli che ne godono intellettualmente.
-
-Io non ho a tesser qui una storia del sentimento della natura,
-mostrando quale e quanto sia stato nell'antichità, poi nei tempi
-di mezzo, poi nei tempi moderni; e perchè si abbia in conto di
-sentimento assai più moderno che antico; e come le vicende della
-civiltà l'abbiano condotto a quella condizione e a quel grado in cui
-lo vediamo al presente. Così fatte storie non mancano, e di molti de'
-maggiori poeti s'andò ricercando, da trent'anni a questa banda, qual
-fosse propriamente il sentimento della natura. Perciò, tralasciando
-ogni altra considerazione generale, vengo a dire del sentimento del
-Leopardi in particolare, e, prima di tutto, cercherò di definirne il
-temperamento e il carattere.
-
-Il Leopardi, secondo porta l'indole sua, non contempla la natura quale
-semplice soggetto conoscente, ma bensì quale soggetto conoscente e
-appassionato. Egli non gusta, direbbe lo Schiller, la natura nel modo
-ingenuo, ma nel modo sentimentale, in quanto che viene associando le
-impressioni di quella coi sentimenti, le preoccupazioni e i ricordi
-proprii, o interpretando la natura secondo sè stesso. Il modo del
-suo sentimento si scosta affatto dal classico, e si assimila molto al
-romantico, quale fu descritto da madama di Staël: «Un nouveau genre
-de poésie existe dans les ouvrages en prose de J.-J. Rousseau et de
-Bernardin de Saint-Pierre; c'est l'observation de la nature dans ses
-rapports avec les sentiments qu'elle fait éprouver à l'homme. Les
-anciens, en personnifiant chaque fleur, chaque rivière, chaque arbre,
-avaient écarté les sensations simples et directes, pour y substituer
-des chimères brillantes; mais la Providence a mis une telle relation
-entre les objets physiques et l'être moral de l'homme, qu'on ne
-peut rien ajouter à l'étude des uns qui ne serve en même temps à la
-connaissance de l'autre»[264]. Questo giudizio è giusto. L'uomo non
-potè sentir sè nella natura, trasfondersi in lei, se non dopo averne
-espulse le anime divine che tutta la occupavano. Ciò appunto ebbe a
-notare lo Chateaubriand, quando disse la mitologia essere stata quella
-che tolse agli antichi di vedere e dipingere la natura come i moderni
-la vedono e la dipingono. Riman da avvertire che l'uomo il quale solo
-vede la natura attraverso i proprii affetti, non la conosce gran che
-meglio dell'uomo che solo la vede attraverso le proprie immaginazioni;
-e che la natura non è meno alterata dall'antropomorfismo del sentimento
-che dall'antropomorfismo del mito. Il sentimento che abbiam detto
-romantico, allora tocca l'estremo suo grado quando l'uomo si sente
-quasi confuso con la natura, non sa più da essa discernersi. Chiedeva
-il Byron: Non sono le montagne e l'onde e i cieli una parte di me e
-dell'anima mia, com'io di loro?
-
- Are not the mountains, waves and skies, a part
- Of me and of my soul, as I of them?
-
-Al Leopardi parve talvolta di sentirsi confuso co' silenzii del
-solitario luogo, dove, sedendo immoto, consumava l'ore obblioso del
-mondo, inconscio quasi di sè[265].
-
-Il Leopardi amò da giovane la natura di un amore che molto s'assomiglia
-all'amore ch'ei nutrì per la donna. Il Leopardi ebbe da natura un'anima
-amante, guastatagli poi dalla esperienza, e più dal male. Parlando di
-sè sotto nome di Eleandro, egli dice: «Sono nato ad amare, ho amato,
-e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva»[266].
-Leggansi quei primi, indimenticabili versi delle _Ricordanze_, e si
-vegga quanto affettuosa e dolce e piena fosse stata la comunione e la
-confidenza di lui con la natura, quando, fanciullo ancora, passava le
-sere contemplando le _vaghe stelle dell'Orsa_,
-
- ed ascoltando il canto
- Della rana rimota alla campagna;
-
-e distraeva l'occhio dalle _luci_ del cielo, che tante _fole_ gli
-creavano nel pensiero, per vagheggiare la lucciola errante _appo le
-siepi e in sull'aiuole_, e porgeva l'orecchio al sussurro che levavano
-al vento
-
- I viali odorati ed i cipressi
- Là nella selva.
-
-Quelle prime impressioni non gli si dileguarono dalla memoria mai
-più. Desto assai per tempo all'amor della donna, egli aveva, a
-diciannov'anni, dimenticato, insieme con l'amor della gloria e degli
-studii, anche quello della natura:
-
- Quando in dispregio ogni piacer, nè grato
- M'era degli astri il riso, o dell'aurora
- Queta il silenzio o il verdeggiar del prato[267];
-
-ma poi aveva, come il Goethe, amato in cospetto della natura, chiamando
-lei testimone di quella vita nuova e di quella nuova letizia, a cui
-si sentiva nascere; versando nel materno seno di lei quell'onda di
-felicità che gli traboccava dall'anima; confondendo insieme i due
-amori:
-
- Mirava il ciel sereno,
- Le vie dorate e gli orti
- E quinci il mar da lunge, e quindi il monte.
- Lingua mortal non dice
- Ciò ch'io sentiva in seno[268].
-
-Il _Passero solitario_, l'_Infinito_, la _Vita solitaria_, composizioni
-tutte della prima giovinezza del poeta, nate, la prima, nell'aprile
-del 1818, l'altre due l'anno successivo, esprimono in vario modo un
-sentimento medesimo. Nella prima è la tenerezza che mette ne' cuori la
-primavera, la quale
-
- Brilla nell'aria e per li campi esulta;
-
-è l'allegrezza delle creature festeggianti il _lor tempo migliore_.
-Nell'altre due la contemplazione della natura suscita un pensier
-panteistico, provoca lo smarrimento dell'anima nell'infinito mare
-dell'essere:
-
- Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
- E questa siepe, che da tanta parte
- Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
- Ma sedendo e mirando, interminati
- Spazi di là da quella, e sovrumani
- Silenzi, e profondissima quiete
- Io nel pensier mi fingo, ove per poco
- Il cor non si spaura[269].
-
-E il pensier suo s'annega in quella immensità, e gli è dolce naufragare
-in quel mare. Svegliato dal sole nascente, che
-
- I suoi tremuli rai fra le cadenti
- Stille saetta,
-
-egli sorge, e benedicendo s'affaccia allo spettacolo delle cose:
-
- E sorgo, e i lievi nugoletti e il primo
- Degli augelli sussurro, e l'aura fresca,
- E le ridenti piagge benedico.
-
-La natura gli addimostra ancora alcuna pietà, sebbene gli sovvenga di
-giorni in cui ell'era verso lui assai _più cortese_; e a quella pietà
-egli si fa incontro, e, come pellegrino stanco, posa il capo in grembo
-all'antica madre e in lei s'addormenta.
-
- Talor m'assido in solitaria parte,
- Sovra un rialto, al margine d'un lago
- Di taciturne piante incoronato.
- Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
- La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
- Ed erba o foglia non si crolla al vento,
- E non onda incresparsi, e non cicala
- Strider, nè batter penna augello in ramo,
- Nè farfalla ronzar, nè voce o moto
- Da presso nè da lunge odi nè vedi.
- Tien quelle rive altissima quiete;
- Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
- Sedendo immoto, e già mi par che sciolte
- Giaccian le membra mie, nè spirto o senso
- Più le commova, e lor quiete antica
- Co' silenzi del loco si confonda[270].
-
-Qui la natura è ancora la madre antica e benefica. Qual de' suoi figli
-può non amarla, se essa tutti gli ama? Udite Vittore Hugo:
-
- Ainsi, nature! abri de toute créature!
- O mère universelle! indulgente nature!
- Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels,
- Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels,
- Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle,
- Pendus de toutes parts à ta forte mamelle![271]
-
-La natura che il Leopardi ritrae ne' suoi versi non è nè molto
-spettacolosa, nè molto variata. Egli non potè _approvvigionarsi_
-d'immagini vivendo, come il Rousseau, in mezzo alle austere bellezze
-dell'Alpi e sulle rive di un lago meraviglioso, o correndo, come lo
-Chateaubriand, il Byron e lo Shelley, le terre ed i mari. Il grande
-paesaggio romantico, quale lo amava l'autore della _Nuova Eloisa_,
-il paesaggio formato di monti scoscesi, di tenebrose foreste, di
-torrenti, di cascate, di abissi, non è dipinto, nè abbozzato da lui;
-e del resto il gusto di esso, che da non molto era sorto in altre
-regioni d'Europa, non era per anche penetrato in Italia, dove troppo
-gli contrastavano un senso educato ad altre bellezze e la tradizione
-classica[272]. I monti e il mare appajono appena, alla sfuggita, in
-qualche verso. Le _sibilanti selve_, l'_atro bosco_, sono indicati con
-un'unica pennellata. Vere e proprie descrizioni, particolareggiate,
-colorite, minute, simili a quelle che così frequenti s'incontrano in
-tanti poeti moderni, e più che negli altri forse, negli Scozzesi, non
-s'incontrano in lui; ma io non posso credere ch'esse sole rivelino un
-forte e puro sentimento della natura[273]. Il Leopardi non va erborando
-come il Rousseau, non osserva la natura delle rocce come il Goethe, non
-è curioso di pompe e di contrasti di colore come il Leconte de Lisle.
-Il sentimento ch'egli ha della natura è, starei per dire, un sentimento
-diffuso, rispondente a una visione di aspetti generici, non di aspetti
-specifici[274]. Se si tolgono que' pochi versi della _Vita solitaria_,
-ov'è tratteggiato il lago cinto di piante taciturne, i tre dell'_Inno
-ai Patriarchi_, ov'è dipinto il sole che, dopo il diluvio, emerge dalle
-nuvole, e alcuni della _Ginestra_, ove il poeta fa apparire un istante
-l'_arida schiena_ dello _sterminator Vesevo_ e i campi _dell'impietrata
-lava_, non si trova nelle poesie di lui altra descrizione di cui un
-pittore possa far quadro. Non una volta il Leopardi descrive una scena
-di paese per sè stessa. Egli, o non ha la percezione completa dello
-spettacolo naturale, o, avendola, subito comincia a lavorarvi attorno,
-astraendo e associando; e gli è solo in grazia di questo processo
-doppio di astrazione e di associazione che un paesaggio può ridursi
-a non sembrar altro che uno stato d'animo, come disse l'Amiel (_un
-paysage quelconque est un état de l'âme_)[275].
-
-Piante e animali il Leopardi guarda fugacemente, senza curarsi di
-ritrarne in modo distinto e particolare gli aspetti e la vita, come
-uomo che l'occhio e l'animo abbia rivolto ad altro. Nella _Vita
-solitaria_ e nell'_Infinito_ fa cenno di piante, ma non dice che
-piante sieno; e se nell'_Ultimo canto di Saffo_ ricorda il murmure
-de' _faggi_, e nelle _Ricordanze_ i _cipressi_, e nella _Ginestra_
-l'arbusto da cui il componimento s'intitola, sono, questi, esempii
-assai rari di designazione specificata e concreta. Certo, il Leopardi
-non ebbe col mondo vegetale la dimestichezza grande ch'ebbe, per citare
-un esempio, il Lenau. Non so se in tutti i versi di lui s'incontrino
-più di due o tre nomi di fiori. Quanto diverso, per citare un altro
-esempio, dal Keats, il quale diceva che il diletto più intenso della
-vita egli aveva provato osservando crescere i fiori!
-
-Gli animali tengono nella poesia del Leopardi un po' più di luogo. Le
-lepri danzanti al raggio della luna, ricordate nella _Vita solitaria_;
-la gallina della _Quiete dopo la tempesta_, che, cessata la pioggia,
-torna sulla via e ripete il suo verso; la cauta volpe della canzone
-_A un vincitor nel pallone_; la rondinella vigile del _Risorgimento_;
-la serpe che si contorce al sole, e il coniglio che torna al covil
-cavernoso, e la capra pascente sulle città sepolte, della _Ginestra_;
-mostrano una osservazione alquanto più attenta, un animo più impegnato.
-Degli uccelli, in più particolar modo, parla il Leopardi con manifesto
-compiacimento, e uno de' suoi scritti di prosa s'intitola appunto
-_Elogio degli uccelli_. Di questo maggiore interessamento del Leopardi
-per gli animali parmi vedere una ragione nel fatto che egli, mentre
-riconosceva fra l'uomo e il bruto una certa comunanza, espressa negli
-ultimi versi del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_,
-stimava il bruto molto più felice dell'uomo. Non è per questo da
-credere ch'egli ricevesse nell'animo quel sentimento di universa
-fratellanza a cui giunsero per diversissime vie San Francesco d'Assisi,
-lo Schopenhauer, lo Shelley (_cor cordium!_). Nè quello interessamento
-giunse mai a inspirargli un canto da poter mettere in qualche modo a
-riscontro del bellissimo che lo Swinburne intitolò alla rondine, della
-_Mort du loup_ del De Vigny, della _Mort du lion_ e di tant'altri del
-Leconte de Lisle. Il Leopardi non manifesta mai in modo esplicito quel
-fanatico desiderio, comune a molti poeti, di potersi trasformare in
-uccello, in fiore, in nuvola, ecc.[276].
-
-Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che non
-ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che
-egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutte
-assai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di
-poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi
-soleggiati; un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare
-all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante
-in fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò
-nominato, ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle mai
-portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si trasformano
-in sentimenti. La mite scena idilliaca di _ridenti piagge_, che il
-poeta benedice nella _Vita solitaria_, era già apparsa nel _Passero
-solitario_:
-
- e intanto il guardo
- Steso nell'aria aprica
- Mi fere il sol che tra lontani monti
- Dopo il giorno sereno
- Cadendo si dilegua, e par che dica
- Che la beata gioventù vien meno.
-
-Sotto il sole
-
- Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277].
-
- Ecco il sereno
- Rompe là da ponente, alla montagna,
- Sgombrasi la campagna,
- E chiaro nella valle il fiume appare.
- . . . . . . . . . . . . . . . . .
- Ecco il sol che ritorna, ecco sorride
- Per li poggi e le ville[278].
-
-La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento:
-
- E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
- Posa la luna, e di lontan rivela
- Serena ogni montagna[279].
-
-C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà
-nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice
-il sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento
-è vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti
-delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso,
-ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misura quella
-preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi de' suoi
-scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci
-alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno a mente quei
-pochi versi dell'_Infinito_, composti dal poeta nell'anno ventunesimo
-di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella siepe, porto
-l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero si leva
-a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua mente si riempie,
-spaurita, di quello che il Pascal diceva _silence éternel des espaces
-infinis_. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la nozione astratta del
-tempo e dello spazio. In una nota giovanile del poeta trovasi questo
-curioso cenno, che si riferisce agl'_Idillii_: «Galline che tornano
-spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario.
-Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani
-che scendono per essa si perdono tosto di vista; altra immagine dell
-infinito»[280]; ove merita considerazione quella idea d'infinito così
-accostata a immagini concrete e minute. Un canto che si allontani per
-la via richiama alla mente del poeta la forza eterna del tempo e il
-dileguare di tutte le cose[281]; e il _tacito infinito andar del tempo_
-è tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità del
-tutto è infinita.
-
-L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore parte
-idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso e
-tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante e
-ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente all'anima un
-arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia; ed egli nelle
-cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima propria.
-E in natura non era altro oggetto che così traesse a sè gli occhi e
-l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i canti di lui per
-entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e mesto chiarore
-e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente, o per
-forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di corrispondenze
-secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano rispondenza
-meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati che meglio
-adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Il sole, scoprendo
-troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate, e i sensi tutti
-quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita ch'ei suscita,
-nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce, sino ad un certo
-segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario modo
-opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra diafana,
-che, con renderle meno vistose, di quanto attenua l'azione loro sul
-senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna, parte scoprendo,
-parte velando, non solo favorisce il moto di quegli affetti, e suscita,
-insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni, e inclina a
-quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual volta l'anima
-nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta dal mondo; ma
-ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze semispente e
-confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi e lo
-spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità
-vittoriosa e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna
-si lascia guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale
-e più pubblica (_immensi lux publica mundi_, disse Ovidio), e sembra
-aver troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator
-delle opere (_vivo cuncta calore fovens_), dar retta a noi. Quand'egli
-appare sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna
-regna sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che
-di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio
-di lei (_amica silentia lunae_), atta ad intenderci, disposta ad
-ascoltarci. Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica,
-la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò
-sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici di
-tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo candido
-volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha un volto che
-il sole non ha[282].
-
-Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione d'animo
-che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare amore la
-luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro oggetto
-della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione
-d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose del
-nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose,
-affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali sono
-indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre e dello
-Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più invaghito di
-lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta e dolce
-bellezza. _Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa,
-intatta, vereconda_, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed invoca.
-Lo _spectral moon_ dei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto;
-sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del Lenau, e
-la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi suoi, come
-agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna è eternamente
-bella, _for ever beautiful_. Non mai stanco di contemplarla, egli la
-vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi, guardar giù dai cieli
-sereni,
-
- Dominatrice dell'etereo campo[283],
-
-questa _flebile umana sede_; vede il bianco suo raggio (_Il
-biancheggiar della recente luna_), al cui mite splendore _danzan le
-lepri nelle selve_, posar queto, per entro la notte _chiara e senza
-vento_, sui _tetti e in mezzo agli orti_, e scoprire alla vista _lieti
-colli e spaziosi campi_. Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena
-l'anima d'angoscia, e velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con
-lei:
-
- O graziosa luna, io mi rammento
- Che or volge l'anno, sovra questo colle
- Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
- . . . . . . . . . . . . . . . . .
- . . . . . . . . chè travagliosa
- Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
- O mia diletta luna[284].
-
-Loderà egli sempre il _vezzoso_ suo raggio, e lunge dagli _abitati
-lochi_ e dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica:
-
- Me spesso rivedrai solingo e muto
- Errar pe' boschi e per le verdi rive,
- O seder sovra l'erbe, assai contento
- Se core e lena a sospirar m'avanza[285].
-
-Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di
-Labindo, che non molt'anni innanzi aveva esclamato:
-
- L'amica luna con l'argenteo raggio
- Placidamente mi percuote il ciglio,
- E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]!
-
-Quanta più che nei versi del Pindemonte:
-
- Steso sul verde margo
- D'obblio soave ogn'altro loco io spargo.
- Quai care ivi memorie
- Trovo de' miei prim'anni,
- Quai trovo antiche storie
- De' miei giocondi affanni![287]
-
-Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcune
-stanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza
-con lo sguardo amico[288].
-
-E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene
-avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte,
-apostrofa la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue[289];
-e Saffo saluta, per l'ultima volta, il
-
- verecondo raggio
- Della cadente luna[290].
-
-Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor egli
-alla _eterna peregrina_, alla _giovinetta immortale_, alla _vergine
-luna_ (_fanciulla_, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina
-ch'ella possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a
-che, vita, morte, dolore, vicenda, e quale il frutto
-
- Del mattin, della sera,
- Del tacito infinito andar del tempo[291].
-
-Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta,
-riandando col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del
-come la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la
-vita, prese argomento dalla _giovinetta immortale_, dalla compagna
-e consolatrice antica, e il _Tramonto della luna_ fu il penultimo, e
-forse l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato.
-
-V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto
-dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma
-chiaramente; ed è quella che s'intitola _Il risorgimento_. Il giovane,
-non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che
-facevalo, non _turbato_, ma _tristo_, e _vedovo d'ogni dolcezza_, morto
-al dolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile,
-nell'april degli anni, a chi trascini
-
- dell'età decrepita
- L'avanzo ignudo e vile.
-
-La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita,
-chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e
-solitaria la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non
-gli toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine,
-il canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo
-raggio del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due
-pupille tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto
-ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla
-vita: fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella
-solitudine e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure
-si scosse e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente
-raccesa la _luce de' giorni e degli affetti giovanili_, incontanente
-corse a riabbracciar la natura e a bearsi degli antichi amori.
-
- Siete pur voi quell'unica
- Luce de' giorni miei?
- Gli affetti ch'io perdei
- Nella novella età?
-
- Se al ciel, s'ai verdi margini,
- Ovunque il guardo mira,
- Tutto un dolor mi spira,
- Tutto un piacer mi dà.
-
- Meco ritorna a vivere
- La piaggia, il bosco, il monte,
- Parla al mio core il fonte,
- Meco favella il mar.
-
-Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore doveva
-diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine.
-Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione. Non
-era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi nella credenza
-che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza creata dalla
-fantasia sopra
-
- Il bel che raro e scarso e fuggitivo
- Appar nel mondo[292]:
-
-anzi poteva con Saffo esclamare:
-
- Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella
- Sei tu, rorida terra;
-
-e giudicar _vezzose_ le forme, anzi _infinita_ la beltà della sempre
-verde natura[293]. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu
-un ardentissimo ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu
-un ardentissimo ammiratore della bellezza della natura[294]; e che
-di questa seconda bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e
-serenatrice, come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde
-parole[295]. Un tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico.
-
-Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e ci
-sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza
-quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di
-simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora
-all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi, sembra
-che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa
-simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure
-insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è poeta
-che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè poteva
-mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del solitario
-poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il piacere
-è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la vana
-gioja è frutto del passato timore,
-
- onde si scosse
- E paventò la morte
- Chi la vita aborria.
-
-Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza,
-dopo la quale
-
- Abbandonata, oscura
- Resta la vita;
-
-e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole,
-il quale tra lontani monti
-
- Cadendo si dilegua, e par che dica
- Che la beata gioventù vien meno.
-
-La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non
-mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente
-insuperbisce; non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser
-suo, alle sue deboli forze.
-
-Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza il
-Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva nemmeno
-durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e premendo,
-dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il tempo
-lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni in cui
-serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso,
-per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth, e da
-quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po' melodrammatico,
-del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi meditava troppo,
-scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente. Per godere della
-natura in modo schietto e pieno, non bisogna interrogarla con soverchia
-insistenza, non bisogna volerle strappare a forza il suo secreto. Il
-pastore errante dell'Asia manifesta, fra il 1829 e il 1830, uno stato
-d'animo che doveva già essere antico nel nostro poeta:
-
- E quando miro in ciel arder le stelle,
- Dico fra me pensando:
- A che tante facelle?
- Che fa l'aria infinita, e quel profondo
- Infinito seren? che vuol dir questa
- Solitudine immensa? ed io che sono?
-
-L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo,
-provata:
-
- Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra,
- E un fastidio m'ingombra
- La mente; ed uno spron quasi mi punge
- Sì che, sedendo, più che mai son lunge
- Da trovar pace o loco.
- . . . . . . . . . . . . . . . . .
- Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.
-
-Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto
-possa dire: _Indugiati, o istante: tu sei così bello!_
-
-Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben presto
-la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e che quel
-seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La natura,
-già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatrice di
-libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli[296]; la natura, salutata
-da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di
-tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è
-malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per mezzo
-i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo una
-selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele.
-
- Nè scolorò le stelle umana cura[297].
-
- Ma da natura
- Altro negli atti suoi
- Che nostro male o nostro ben si cura[298].
-
- Dalle mie vaghe immagini
- So ben ch'ella discorda:
- So che natura è sorda,
- Che miserar non sa.
- Che non del ben sollecita
- Fu, ma dell'esser solo;
- Purchè ci serbi al duolo,
- Or d'altro a lei non cal[299].
-
- Non ha natura al seme
- Dell'uom più stima o cura
- Ch'alla formica.
-
- Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
- Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
- Dopo gli avi i nepoti,
- Sta natura ognor verde, anzi procede
- Per sì lungo cammino
- Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
- Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300].
-
-La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosa
-della natura è in tutto simile a quella del _rapito amante_, il
-quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno una
-scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora, non
-è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno
-fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli errori
-gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima. Egli
-è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero
-dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni
-soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un grido
-straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal pianto:
-
- O natura, o natura,
- Perchè non rendi poi
- Quel che prometti allor? perchè di tanto
- Inganni i figli tuoi?[301]
-
-Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata e
-delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente ne'
-versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo col
-volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre tutto
-all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè piacque alla
-_madre temuta e pianta_
-
- che delusa
- Fosse ancor della vita
- La speme giovanil; piena d'affanni
- L'onda degli anni: ai mali unico schermo
- La morte[302].
-
-La natura è chiusa all'amore e alla pietà, e
-
- In cielo,
- In terra amico agl'infelici alcuno
- E rifugio non resta altro che il ferro[303].
-
-Ben presto l'offeso amatore si conferma nella opinione che la natura
-sia, non solo indifferente, ma a dirittura malvagia. E anche questo
-è un effetto dell'amore deluso. Il poeta, quando si contenta di
-filosofare, sa che la natura, negli atti suoi, a tutt'altro attende
-che a procacciare il bene o il male degli uomini; ma quando porge
-l'orecchio al sentimento che gli si rammarica dentro, non regge
-più in quel disinteressato giudizio, e immagina un'_antica natura
-onnipossente_ che lo fece all'affanno[304] e un cielo che si diletta
-delle umane sciagure[305], e un
-
- brutto
- Poter che ascoso a comun danno impera[306].
-
-Chiama la natura crudele, _empia madre_[307], _dura matrice_, colei
-
- che de' mortali
- È madre in parto ed in voler matrigna[308],
-
-e solo per ironia la dice _cortese_[309] ed _amante_[310]. Lei sola
-accusa operatrice e rea d'ogni male, e contro di lei, che _pene_ sparge
-_a larga mano_, e che, simile a _fanciullo invitto_,
-
- Il suo capriccio adempie, e senza posa
- Distruggendo e formando si trastulla[311],
-
-vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando,
-invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono
-gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi
-a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau. Egli
-non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il grande errore
-d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere trasgredite
-le sue santissime leggi.
-
-La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il
-bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando
-nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio
-non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più
-trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle quali
-ciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto da
-un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama:
-
- contento abbraccio
- Senno con libertà;
-
-e
-
- Qui neghittoso immobile giacendo,
- Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312];
-
-ma egli mente a sè stesso. I _dilettosi inganni_, partitisi dalla
-mente, gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li
-deride in altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li
-richiami nella memoria, e' gli torna a doler di sua sventura.
-
- O speranze, speranze, ameni inganni,
- Della mia prima età! sempre, parlando,
- Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
- Per variar d'affetti e di pensieri,
- Obbliarvi non so;
-
-e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza
-se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo
-destino[313]. Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio
-cuore:
-
- Posa per sempre. Assai
- Palpitasti. Non val cosa nessuna
- I moti tuoi, nè di sospiri è degna
- La terra[314];
-
-ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in
-passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla è di
-arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il sermone
-_Su la mitologia_, egli aveva rimpianto il sogno antico di una natura
-viva e animata, passionata e pensosa, allora quando
-
- Vissero i fiori e l'erbe,
- Vissero i boschi,
-
-e
-
- Conscie le molli
- Aure, le nubi e la titania lampa
- Fur della umana gente, allor che ignuda
- Te per le piagge e i colli,
- Ciprigna luce, alla deserta notte
- Con gli occhi intenti il viator seguendo,
- Te compagna alla via, te de' mortali
- Pensosa immaginò[315].
-
-Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva:
-
- Vivi tu, vivi, o santa
- Natura? vivi e il dissueto orecchio
- Della materna voce il suono accoglie?
-
-e a lei raccomandò, _poscia che vote erano le stanze d'Olimpo_, questa
-dolorosa famiglia umana:
-
- Tu le cure infelici e i fati indegni
- Tu de' mortali ascolta,
- Vaga natura, e la favilla antica
- Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi.
- E se de' nostri affanni
- Cosa veruna in ciel, se nell'aprica
- Terra s'alberga o nell'equoreo seno,
- Pietosa no, ma spettatrice almeno[316].
-
-Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una
-creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda:
-
- Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime?
- . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
- Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure,
- Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.
-
-Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo
-dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie,
-morendo, un inno alla vita immortale e universa.
-
- Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature,
- Tandis que devant toi ta frêle créature,
- Élevant ses regards de ta beauté ravis,
- Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis!
- Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde,
- L'être succède à l'être, et la mort est féconde!
-
-Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno
-spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei.
-
- Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée!
- Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée,
- Plus dans la solitude, asile du malheur,
- Ta voix consolatrice enchanta ma douleur.
-
-Ma egli non si duole di avere a dissolversi in quella che lo produsse
-alla vita, alla luce; anzi quasi voluttuosamente abbraccia la morte
-che all'onde, all'aria, alla terra, agli elementi tutti, restituirà il
-corpo e l'anima insieme. Il poeta non pensava come la creatura della
-sua fantasia. Per lui non erano _vote le stanze d'Olimpo_. Egli si
-chiamava Alfonso De Lamartine[317].
-
-Tuttochè conscio della indifferenza della natura, il Leopardi non mai
-cessò in tutto d'amarla. Ben sa il poeta ch'ella discorda dal pensier
-suo, che è sorda e vota d'affetto; ma pur da lei ebb'egli il vago
-immaginare e la virtù de' beati errori: e il dono di lei nè dal tempo,
-nè dal fato, nè dalla stessa verità gli può più esser rapito.
-
- Proprii mi diede i palpiti
- Natura, e i dolci inganni.
- Sopiro in me gli affanni
- L'ingenita virtù;
-
- Non l'annullâr: non vinsela
- Il fato e la sventura;
- Non con la vista impura
- L'infausta verità[318].
-
-E ancora di tanto in tanto, dopo così lunga esperienza e convinzion del
-contrario, ripullula in lui l'antica immaginazione di una natura dotata
-_di mente e di cuore_, e se non pietosa, conscia almeno di sè e di noi.
-
- Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
- Di strappar dalle braccia
- All'amico l'amico,
- Al fratello il fratello,
- La prole al genitore,
- All'amante l'amore: e l'uno estinto,
- L'altro in vita serbar?[319]
-
-Nella stessa _Ginestra_, in quel supremo e terribil canto, dove, quasi
-insiem con la vita, il poeta esala il suo finale pensiero, e grida il
-verbo funereo in che tutta s'assomma e si ristringe la sua filosofia,
-tra le invettive e le imprecazioni da lui scagliate alla natura,
-rispunta, come un raggio nel bujo, l'antico amor giovanile, e ancora
-lampeggia nelle dolci parole, penetrate di tenerezza e di mestizia, con
-cui egli saluta l'odorata pianta
-
- di tristi
- Lochi e dal mondo abbandonati amante,
- E d'afflitte fortune ognor compagna;
-
-e il _fior gentile_, che quasi
-
- I danni altrui commiserando, al cielo
- Di dolcissimo odor manda un profumo
- Che il deserto consola.
-
-E questo è forse più proprio e più degno d'innamorato vero, che non può
-giungere a odiare del tutto mai l'oggetto dell'antico amor suo. Ond'è
-da notare, per questo rispetto, una diversità grande fra l'autore della
-_Ginestra_ e un altro, non tanto grande, ma pure assai ragguardevole,
-poeta pessimista, Alfredo De Vigny. Veramente Alfredo De Vigny teme e
-odia la natura, e l'animo proprio manifesta con dure parole. La natura
-così vanta sè stessa:
-
- Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre,
- A côté des fourmis les populations[320];
- Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre,
- J'ignore en les portant les noms des nations.
-
-A tale vanto il poeta sente riempiersi il cuore di amarezza e di
-aborrimento, e distogliendo lo sguardo dalle crudeli bellezze che lo
-avevano abbagliato un istante, esclama:
-
- C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe,
- Et dans mon cœur alors je la hais et je vois
- Notre sang dans son onde et nos morts sous son herbe,
- Nourrissant de leurs sucs la racine des bois.
- Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes:
- «Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes,
- Aimez ce que jamais on ne verra deux fois».
- Vivez, froide Nature, et revivez sans cesse
- Sous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi;
- Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse,
- L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi;
- Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines,
- J'aime la majestè des souffrances humaines;
- Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi[321].
-
-In questi versi è accennato un fatto la cui conoscenza pare che
-necessariamente debba avvelenare il sentimento della natura, e menomar
-d'assai, se non togliere a dirittura, il godimento che a noi può
-venire dalla contemplazione delle sue bellezze. L'occhio che passa
-oltre a quella prima parvenza, subito scopre nell'ombra un aspetto
-mostruoso e cruento, che non può non agghiacciar l'anima di terrore.
-Quella compostezza, quella serenità, quel riso che c'incantano e
-c'innamorano a prima faccia, sono una maschera, una menzogna, una
-frode. Sotto la vaga superficie luminosa e dipinta è uno strazio eterno
-ed oscuro, un orror senza nome di creature angosciate, che per vivere
-un'ora s'insidiano a vicenda, si azzuffano, si dilaniano, dànno la
-vita in perpetuo olocasto alla morte, spremono dalla morte la vita.
-La natura ci si discopre allora quale un Moloch immane, inesorabile,
-inappagabile, che crea a sè medesimo, senza fine e senza riposo, le
-ostie dolenti di un sacrificio infinito. Come serbar vivi nell'animo
-allora i sensi di fiducia e di amore? come più vagheggiare quelle
-bugiarde bellezze? come impedire che il sentimento della natura si
-rabbui, e tutto, per così dire, si rapprenda in un orrore della natura?
-Perdette per sempre il gusto della primavera quel poeta ch'errando pei
-campi in un mattino di maggio, imprevedutamente pensò che ad ogni passo
-ch'ei mutava fra l'erbe, centinaja di creature, nate appena, perivano
-sotto il suo piede, senza ch'ei le vedesse nemmeno.
-
-Eppure, tanto può in noi la bellezza, che la conoscenza non basta
-a sottrarci al suo fascino. Essa ci scende per gli occhi al cuore,
-ci soggioga e ci conquide. Essa fa divampare l'amore; e l'amore,
-notò il Leopardi, è la più vivace e possente delle illusioni, dacchè
-resiste alla stessa forza dissolvente del vero. Lo Schopenhauer scorge
-benissimo quell'aspetto cruento e mostruoso della natura, e s'indugia
-a descriverlo; ma, nondimeno, come appena torna a pascere lo sguardo
-delle care sembianze, egli esclama: Quanto è bella la natura! E così,
-o in poco diverso modo, credo, il Leopardi. Egli scopre nella natura, o
-dietro a lei, il _brutto potere ascoso_, e lo spettacolo delle cose non
-può non rimanere alquanto aduggiato da quella grande e impenetrabile
-ombra. Agli uomini del medio evo la natura apparve talvolta come una
-grande ossessa, violata e posseduta dallo spirito delle tenebre: al
-Leopardi la natura appare da ultimo come posseduta e contaminata dal
-_brutto potere_; ma questo brutto potere non è un demone capriccioso e
-fantastico; è un fato costante e indefettibile; e all'anima dell'uomo
-moderno non può non venire un senso di sicurezza, di rassegnazione
-e di quiete, dal sapere che la natura è retta da leggi, dure sì, ma
-inflessibili e certe. A ogni modo il Leopardi non molto si sofferma
-a contemplare l'aspetto mostruoso e cruento della natura; e se il
-godimento che da quella egli riceve va scemando col tempo, va scemando
-men per questa che per altre ragioni.
-
-A poco a poco il suo sguardo si distoglie dalle sembianze più
-graziose e si fissa sulle più austere. Il sentimento, d'idilliaco
-ed elegiaco ch'era in principio, tende a diventar tragico, e alle
-serene e leggiadre immagini delle prime poesie succedono, da ultimo,
-le tetre e terribili della _Ginestra_. L'anima del poeta s'è venuta
-infoscando sempre più, e spontaneamente cerca gli aspetti che meglio si
-armonizzano col suo stato.
-
- Placida notte, e verecondo raggio
- Della cadente luna; e tu che spunti
- Fra la tacita selva in su la rupe,
- Nunzio del giorno; oh dilettose e care,
- Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
- Sembianze agli occhi miei; già non arride
- Spettacol molle ai disperati affetti.
-
-Tali parole, molt'anni innanzi, il poeta aveva fatto sonar sulle labbra
-di Saffo disperata e già vicina a cessar nella morte il suo tormento;
-ma con parole in tutto simili avrebbe potuto, più d'una volta, il poeta
-esprimere il sentimento suo proprio, e allora in ispecie che volgeva
-nell'anima il tema e i versi della _Ginestra_[322]. Nella _Ginestra_
-non più verdi rive, non più campi e colli irradiati dal sole; ma
-l'arida schiena del formidabil monte, e campi cosparsi di cenere
-e coperti di lava impietrata, e il mare fatto specchio al bagliore
-dell'igneo torrente, e il bipartito giogo e la cresta fumante nel
-cielo, in fondo al deserto foro della dissepolta Pompei, infra le file
-de' mozzi colonnati, e un ricordo dell'
-
- erme contrade
- Che cingon la cittade
- La qual fu donna de' mortali un tempo,
- E del perduto impero
- Par che col grave e taciturno aspetto
- Faccian fede e ricordo al passeggero.
-
-E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma
-quanto diversa da quella delle _Ricordanze_, quanto anche diversa da
-quella del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_! Nelle
-_Ricordanze_ il poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti
-colloquii e le dolci effusioni di un tempo. Nel _Canto notturno_
-l'inquieto pastore, vedendole ardere nel cielo, chiede a che sieno, che
-operino. Nella _Ginestra_ il poeta, sedendo la notte sulle desolate
-piagge, mira in purissimo azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e
-specchiarsi nel mare,
-
- e tutto scintille in giro
- Per lo voto seren brillare il mondo;
-
-mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni
-superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un
-pensiero lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione.
-Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili
-della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e come
-l'ultima forma di esso.
-
-Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi
-spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau.
-La storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della
-solitudine che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando
-ne' tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse
-gli uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non
-sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo,
-e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non
-morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della
-montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è
-più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della
-solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e,
-nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben
-sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu dal
-Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra,
-bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta
-salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude e
-selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann
-poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di guide,
-cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte, smarrirsi
-nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di morte, e,
-nulladimeno, provare al vivo _la grande jouissance toute particulière
-que suscitait la grandeur du péril_[323]. Egli era robusto del corpo,
-per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare
-la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto,
-o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile
-poteva il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine
-d'impressioni, gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo.
-
-Le variazioni cui nel Leopardi andò soggetto il sentimento della natura
-non furono già così regolarmente consecutive nel tempo come forse
-appajono in queste pagine. La vita di uno spirito non soffre mai quelle
-partizioni certe e recise che nella storia di esso possono tornare o
-necessarie o opportune. Il Leopardi non mutò in un dì, e nessuno muta
-in un dì. La storia di lui fu veramente piena di corsi e di ricorsi;
-e molte volte egli ebbe a tornare a quel sentimento o a quel pensiero
-da cui s'era creduto allontanato per sempre. Come tornò ad amare
-ripetutamente la donna, dopo essersi creduto morto all'amore, così
-tornò a vagheggiar la natura, dopo averla accusata e maledetta. L'anima
-umana è come il mare. Ogni giorno, nel doppio suo moto di flusso e di
-riflusso, il mare scopre e ricopre quelle medesime sponde, che solo
-nel giro di lunghi secoli s'alzan del tutto fuor del suo grembo, o del
-tutto si sommergono in esso. Un poeta tedesco, che ebbe col Leopardi
-più di una somiglianza, e fu un grande adoratore della natura, Giovanni
-Hölderlin (1770-1843), scrisse una volta: «Morti gli aurei sogni della
-giovinezza, fu morta per me la natura»[324]: per Giacomo Leopardi la
-natura non morì in tutto mai.
-
-
-CAPITOLO V.
-
-ESTETICA DELLA MORTE.
-
-Il Leopardi strinse in intima unione l'amore, la bellezza, la morte: è
-questa una delle singolarità più caratteristiche del poeta cui Alfredo
-De Musset salutò col nome di _sombre amant de la Mort_.
-
- Due cose belle ha il mondo:
- Amore e morte.
-
-dice Consalvo: e
-
- Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
- Ingenerò la sorte.
- Cose quaggiù sì belle
- Altre il mondo non ha, non han le stelle,
-
-dice il poeta nella canzone che appunto s'intitola _Amore e Morte_.
-Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa
-personificazione e figurazione della morte; un'associazion della morte
-con l'amore; un intenso desiderio di morte.
-
-La morte è
-
- Bellissima fanciulla,
- Dolce a veder, non quale
- La si dipinge la codarda gente;
-
-ed è genio divino e benefico che
-
- ogni gran dolore.
- Ogni gran male annulla,
-
-e sol esso pietoso _dei terreni affanni_. Onde il morire non è dolore,
-ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle _Ricordanze_[325], e
-come più espressamente dirà nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle
-sue mummie_[326]. E l'uomo di alto animo, che sente la _gentilezza del
-morire_, al morir non ripugna, ma piega _addormentato il volto_ nel
-_virgineo seno_ della fanciulla bellissima[327]. E la morte è l'unico
-fine dell'essere[328].
-
-Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono
-una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come la lingua
-loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta in grembo
-alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di figurare
-somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio alato, con
-nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una corona di fiori.
-Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, le rappresentazioni
-più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero assai volte
-alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'_Alceste_ di Euripide essa
-appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste negra, con
-un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro all'avvenente
-sorella del Sonno quando scriveva il verso:
-
- Omnibus obscuras injicit illa manus;
-
-nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca,
-quando l'armava di avidi denti.
-
-Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia
-concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. Armata
-o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la sentenza,
-assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, e
-la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale allora una
-figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di credenze e di
-sentimenti la spiega?
-
-Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine primo
-e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; gli
-uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, non ricevono
-la immortalità in dono dai numi.
-
- Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,
-
-dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto il
-contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non all'ordine,
-ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; e l'uomo
-si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte è il
-frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, e
-conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte unica
-d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura del diavolo,
-poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo e ne la fece
-signora[329]. I sette peccati capitali sono i sette peccati mortali,
-e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così concepita
-ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di sembianze nè
-belle, nè decorose.
-
-A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse
-rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il
-sentimento che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce
-e sereno, tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la
-redenzione degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva
-purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo,
-come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal
-sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala
-in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani
-non lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di
-pace: l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le
-iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi
-di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche _concilia
-martyrum_. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus
-appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La tomba
-è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il nome di
-_dies natalis_. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un trattatello
-_De bono mortis_?
-
-Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e sulla
-speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, le
-figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente la morte
-apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, a
-piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o di spiedo;
-munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da sola, o a
-capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, oppure,
-con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo paltoniere,
-li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte è un vero
-e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido alleato e
-ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma desideroso di
-nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri diavoli e beffardo
-com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in conto di un diavolo,
-che nel tedesco _Heldenbuch_ si vede il pagano Belligan (e secondo la
-comune credenza del medio evo, i pagani adoravano i diavoli) adorare un
-idolo della morte. Ciò nondimeno, un ricordo delle serene immaginazioni
-antiche rimane in quelle gentili leggende ascetiche della età di mezzo,
-ove si vede la morte dei fratelli di un chiostro essere prenunziata
-dal fiorire di un giglio, dallo spegnersi di una lampada, dal suono
-spontaneo delle campane.
-
-La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è tuttavia
-la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. Prima
-che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, la Colpa, figlia
-e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, sedevano
-insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, insieme esse
-muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una non può andar senza
-l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa:
-
- Thou my shade
- Inseparable, must with me along;
- For Death from Sin no power can separate[330].
-
-La morte è un'ombra sparuta (_meagre shadow_; non già _scarnata forma_,
-come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato, cavernoso
-carcame (_this mau, this wast unhide-bound corps_, che il Maffei molto
-liberamente tradusse: _Quest'arido carcame e il ventre vuoto_). Ella è
-armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e cavalca, quando
-le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha la stessa virtù
-ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua sono due _cani
-infernali_.
-
-A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro
-argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre a
-quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma di
-quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che, come
-ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato e
-deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa. E la
-ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma credenza
-del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici di Dio, non
-hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e saranno da ultimo,
-checchè facciano o tentino, i soli veri burlati. Ond'è comune a tutti i
-popoli cristiani la novella dell'accorto prete, o dell'accorto villano,
-che con certa astuzia relega la morte sopra un albero, o in granajo, e
-per più anni non la lascia esercitare il suo officio nel mondo[331].
-
-Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla prim'alba
-del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata in parlar
-della morte.
-
- Morte villana, di pietà nemica,
- Di dolor madre antica,
-
-esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto quel
-titolo di villana[332]. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della
-dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a far
-palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio. E prima
-lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata e
-raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzone _Morte, poich'io
-non truovo a cui mi doglia_, Dante aveva scongiurata la morte di non
-uccidere la donna che _con seco ne portava il suo cuore_, e l'ammoniva
-che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a leggiadria il
-suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna[333]. Il Petrarca, detto
-come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva:
-
- Partissi quella dispietata e rea,
- Pallida in vista, orribile e superba,
- Chè 'l lume di beltate spento avea[334].
-
-Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare
-nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro;
-e già Guido Cavalcanti l'aveva detta _gentile_. Dante, immaginando
-morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non m'essere
-villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' stata! or
-vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto già lo tuo
-colore». E in verso
-
- Morte, assai dolce ti tegno:
- Tu dei omai esser cosa gentile,
- Poi che tu se' ne la mia donna stata,
- E dei aver pietate e non disdegno.
- Vedi che sì desideroso vegno
- D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.
- Vieni, chè 'l cor te chiede[335].
-
-Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; ma il
-dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar bella,
-e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce[336].
-
-Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne fu
-anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco chiamò la
-morte _sora corporale_. In certe novelline popolari sparse su tutta
-la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare, se così
-chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di un pover uomo,
-e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di doni. La ragione
-del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni appar
-manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai fratelli Grimm[337].
-Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo, va in cerca di un
-compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce; ma egli
-lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai ricchi e lascia
-morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol vuole, perchè
-ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente la Morte, e
-questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini, tratta
-tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo ingiusto:
-_aequo pulsat pede_. Questo concetto è espresso in un gran numero di
-proverbii.
-
-Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e da altri
-che si potrebbero venir ricordando[338], non è ancora la morte bella e
-gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una specie di
-grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa è di sua
-natura, _ab origine_, bella e gentile, assai più di quanto la potessero
-immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede Cristo e i
-martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e amorose
-donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi immagina
-una morte al cui _divino stato_ non bisogna nè illeggiadrimento,
-nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta _regina degli
-spaventi_; e il La Rochefoucauld avvertì: _Le soleil ni la mort ne
-peuvent se regarder fixement_; e nel mistero del Byron, Caino non osa
-mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa ed
-atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata
-dal Leopardi.
-
-Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è brutta,
-bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita è dolore,
-bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja pietosa e
-benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero comune
-tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali[339]; come potrebbe
-non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, creduto
-piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza il
-Leopardi?[340] Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la malattia
-e la morte _piaceri della vita_ (_gioia di morte_, disse una volta
-Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non
-avrebbe il Leopardi esclamato:
-
- Bella Morte, pietosa
- Tu sola al mondo dei terreni affanni[341]?
-
-Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non uccide
-l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura morte sono,
-pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La morte ha loro
-largita una seconda vita, assai più alta e migliore della prima, le
-ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato e sentito dal
-terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle son morte,
-tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano in
-loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare le
-donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al cielo. A più
-che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa esperienza.
-Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, si
-strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi sempre più al mondo
-di là, invoca la morte quasi con formole di scongiuro magico, vuol
-morir giovane per appresentarsi all'amata florido di salute, circonfuso
-di letizia. Manfredo scende nel regno di Arimane per rivedere Astarte.
-
-Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca e
-di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono essere
-nel cuor del Leopardi. Pel poeta della _Ginestra_ la morte non è un
-intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, con cui il
-dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere ciò, faccia un
-confronto fra la poesia del Leopardi intitolata _Il sogno_ e il canto o
-capitolo secondo del _Trionfo della Morte_, da cui quella è inspirata.
-In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse Laura in
-immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo aspetta in
-cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e gli rasciuga
-gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota la lunga
-storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza gli apporta
-quanta uomo mortale non sentì mai[342]. Ma in nessun altro luogo si
-trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel secondo
-del _Trionfo della Morte_. La notte stessa che seguì al suo salire in
-cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata di gemme
-orientali, gli porge la _già tanto desiata mano_, se lo fa sedere
-a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso
-colloquio incomincia[343]. Viv'ella, o è morta?
-
- Viva son io, e tu se' morto ancora,
- Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga
- Per levarti di terra l'ultim'ora.
-
-Ed egli: È sì gran pena il morire?
-
- Rispose: Mentre al vulgo dietro vai
- Ed a l'opinion sua cieca e dura,
- Esser felice non pô' tu già mai.
- La morte è fin d'una pregion oscura
- Agli animi gentili; agli altri è noja
- Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura.
-
-Duole, sì, l'_affanno_ della morte, _ma più la tema de l'eterno danno_;
-chè la morte non è se non un _sospir breve_; e a lei fu mansueta la
-morte; ed ella, a quel passo più lieta
-
- Che qual d'esilio al dolce albergo riede.
-
-Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna
-pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo
-amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di
-togliersi a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella
-eternità.
-
-Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi
-nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella che
-prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare,
-
- e quale
- Degl'infelici è la sembianza.
-
-Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede se
-viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si avvede
-alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà ella
-un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? Ma
-súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero:
-
- Son morta, e mi vedesti
- L'ultima volta, or son più lune.
-
-E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o
-di pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la
-rimembranza ora che loro è _tolto il futuro_, quella non cela il
-sentimento antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando
-d'affannosa dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli
-ricorda ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo
-all'amore:
-
- E tu d'amore, o sfortunato, indarno
- Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
- Nostre misere menti e nostre salme
- Son disgiunte in eterno. A me non vivi.
- E mai più non vivrai: già ruppe il fato
- La fè che mi giurasti.
-
-E pronunziate queste estreme parole, si dilegua.
-
-Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di partirsi
-da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla morte, la
-quale _ruppe il nodo antico alla sua lingua_, e gli ottiene da Elvira
-la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a lui finalmente
-fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico giorno felice
-della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione esclama:
-
- Due cose belle ha il mondo:
- Amore e morte.
-
-Nel _Sogno_ la morte pon fine all'amore: nel _Consalvo_ la morte fa
-manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi
-
- Palpiti della morte e dell'amore
-
-si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann si
-vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente ne scioglie
-l'amplesso: nel _Consalvo_ la morte stringe il nodo che sciorrà subito
-dopo.
-
-Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba
-inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi,
-affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore
-
- Nasce il piacer maggiore
- Che per lo mar dell'essere si trova;
-
-la morte
-
- Ogni gran male annulla.
-
-Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non
-può essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano
-conformemente. Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la
-vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di
-morire:
-
- Tanto alla morte inclina
- D'amor la disciplina.
-
-Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe
-coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno,
-e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor
-loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita[344]. Il
-Leopardi pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo
-che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la
-terra
-
- senza quella
- Nova, sola, infinita
- Felicità che il suo pensier figura;
-
-e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella
-desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a
-tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose
-tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa
-dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di
-asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua
-adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo
-(per quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i
-fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire
-un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora
-dell'amore e l'ora della morte fann'uno.
-
-Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne
-fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi,
-e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio.
-Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone
-scrisse: _Tota philosophorum vita commentatio mortis est_. Seneca,
-in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte: _Nihil
-mihi videtur turpius quam optare mortem_; ma in altra scrittura
-persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi: _Felicissimis
-mors optanda est_. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo
-pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta
-ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che
-nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il
-fardello della vita[345].
-
-Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente
-e più intenso. _Infelix ego homo_, esclama San Paolo, _quis me
-liberabit de corpore mortis hujus?_ e in altra occasione: _Mihi enim
-vivere Christum est, et mori lucrum_: parole ripetute poi da infiniti.
-E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del
-martirio?
-
-Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non
-dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli
-dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso.
-
-Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci
-quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei
-moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente
-parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale
-avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però
-i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla
-morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come
-dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile
-da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi
-desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua
-più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile
-nullità della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente
-considerata, non meriti d'esser vissuta.
-
- Or poserai per sempre,
- Stanco mio cor. . . . . . . .
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Posa per sempre. Assai
- Palpitasti. Non val cosa nessuna
- I moti tuoi, nè di sospiri è degna
- La terra. Amaro e noia
- La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Al gener nostro il fato
- Non donò che il morire[346].
-
-Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la
-finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo
-medesimo sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio
-della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817
-egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel
-luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in
-breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi
-morto in questo deserto del mondo[347]; e qualche settimana più tardi,
-ne' versi _Ad Angelo Mai_ scriveva:
-
- Morte domanda
- Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda.
-
-Nella _Vita solitaria_ il poeta si augura pronta morte, e accenna al
-ferro liberatore. Nelle _Ricordanze_ parla e riparla della _invocata
-morte_:
-
- E già nel primo giovanil tumulto
- Di contenti, d'angosce e di desio,
- Morte chiamai più volte, e lungamente
- Mi sedetti colà su la fontana
- Pensoso di cessar dentro quell'acque
- La speme e il dolor mio.
-
-Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la
-legittimità[348]; Saffo emenda in sè stessa il _fallo del cieco
-dispensator de' casi_. Se
-
- È funesto a chi nasce il dì natale[349],
-
-ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo
-sani di ogni dolore[350].
-
-Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire
-scrisse:
-
- J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,
- Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;
- Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351].....
-
-Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto:
-
- Giammai d'allor che in pria
- Questa vita che sia per prova intesi,
- Timor di morte non mi stringe il petto.
- Oggi mi pare un gioco
- Quella che il mondo inetto,
- Talor lodando, ognora abborre e trema,
- Necessitade estrema;
- E se periglio appar, con un sorriso
- Le sue minacce a contemplar m'affiso[352].
-
-Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e
-così fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo
-alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse
-un'altra quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno:
-immaginazione di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme
-realmente, e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto
-parole, non in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti
-di Epicuro, l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno,
-può giudicarla un bene e come un bene desiderarla.
-
-Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino il
-desiderio della morte[353]; ma fu errore, simile a quello che gli fece
-credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. Egli
-non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel petto; e
-però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero in sì
-fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni più tardi:
-
- E tu cui già dal cominciar degli anni
- Sempre onorata invoco,
- Bella Morte, pietosa
- Tu sola al mondo dei terreni affanni
- Se celebrata mai
- Fosti da me, s'al tuo divino stato
- L'onte del volgo ingrato
- Ricompensar tentai,
- Non tardar più, t'inchina
- A' disusati preghi,
- Chiudi alla luce omai
- Questi occhi tristi, o dell'età reina[354].
-
-Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta
-pessimista, il Leconte de Lisle:
-
- . . . Divine mort, où tout rentre et s'efface,
- Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,
- Et rends-nous le repos que la vie a troublé.
-
-Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e di
-amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo qua
-e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà
-di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli
-innamorati. Nella canzone _All'Italia_ la morte è detta _passo
-lacrimoso e duro_; e _abisso orrido immenso_ la dice l'errante pastore
-dell'Asia. Nella _Palinodia_ vecchiezza e morte son giudicate _miserie
-estreme_. Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli
-uomini dal sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella
-morte in cui sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre
-canta essere la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della
-natura[355].
-
-Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la morte:
-il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò prova in
-lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. Egli par
-che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare di amabili
-sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno non sia stata
-generosa ai mortali:
-
- Ahi perchè dopo
- Le travagliose strade almen la meta
- Non ci prescriver lieta? anzi colei
- Che per certo futura
- Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,
- Colei che i nostri danni
- Ebber solo conforto,
- Velar di neri panni,
- Cinger d'ombra sì trista,
- E spaventoso in vista
- Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356]
-
-Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per
-opera sua
-
- Bellissima fanciulla
- Dolce a veder.
-
-Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da queste
-immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci strappa
-dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in giovinezza e
-in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta apostrofa la
-natura:
-
- Come potesti
- Far necessario in noi
- Tanto dolor, che sopravviva amando
- Al mortale il mortal?
-
-A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari non
-già, la cui dipartita fa l'uomo _scemo di sè stesso_[357]. Il poeta
-sente nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei _sudori
-estremi_ che travagliarono la _cara e tenerella salma_ della donna
-adorata[358], spasima pel _chiuso morbo_ che uccise la Silvia[359].
-
-La canzone _Per una donna malata di malattia lunga e mortale_
-incomincia:
-
- Io so ben che non vale
- Beltà nè giovanezza incontro a morte,
- E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.
-
-La morte è per sè stessa benefica;
-
- ma sconsolata arriva
- La morte ai giovanetti, e duro è il fato
- Di quella speme che sotterra è spenta[360].
-
-Ad _Amore e Morte_ il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro:
-
- Muor giovane colui che al cielo è caro;
-
-ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non
-può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante.
-
- Mai non veder la luce
- Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo
- Che reina bellezza si dispiega
- Nelle membra e nel volto,
- Ed incomincia il mondo
- Verso lei di lontano ad atterrarsi;
- In sul fiorir d'ogni speranza, e molto
- Prima che incontro alla festosa fronte
- I lugubri suoi lampi il ver baleni;
- Come vapore in nuvoletta accolto
- Sotto forme fugaci all'orizzonte,
- Dileguarsi così quasi non sorta,
- E cangiar con gli oscuri
- Silenzi della tomba i dì futuri.
- Questo se all'intelletto
- Appar felice, invade
- D'alta pietade ai più costanti il petto[361].
-
-Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il
-miracolo della bellezza[362], e non sa darsi pace delle speranze
-innanzi tempo recise:
-
- Quando sovvienmi di cotanta speme,
- Un affetto mi preme
- Acerbo e sconsolato,
- E tornami a doler di mia sventura[363].
-
-Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa,
-similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di
-morte. In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte
-e l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati la
-Morte e l'Amore[364], degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle
-due belle cose del mondo.
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-CLASSICISMO E ROMANTICISMO DEL LEOPARDI.
-
-Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano
-classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie da
-non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra; e
-a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di un
-purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che
-di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così
-esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è
-propriamente quale da molti s'immagina.
-
-Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà far
-giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute
-assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta
-ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani
-solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione
-letteraria di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo
-alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di
-quegli scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo
-in Italia e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e
-dal latino, e di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che,
-contraffatti da lui, furono scambiati per sinceri dagl'intendenti.
-Critici diligenti e minuti notarono nei versi e nelle prose di lui
-i moltissimi luoghi che a ragione o a torto (non sempre a ragione di
-sicuro) si possono credere suggeriti o inspirati dalle due letterature
-di Grecia e di Roma; e fu ne' suoi versi distinta una prima maniera,
-che sarebbe latina, da una seconda, che sarebbe greca; e tutta greca
-fu detta la prosa; e come il Manzoni fu salutato capo della scuola
-romantica in Italia, così della classica fu salutato capo il Leopardi,
-fatto dell'uno il contrapposto e la negazione dell'altro. Egli stesso,
-il poeta, ebbe a dire, non una, ma più e più volte, che, a paragon
-degli antichi, i moderni scrittori gli parevano o piccoli, o poveri, o
-falsi.
-
-Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età nuova,
-esprimeva nel verso
-
- Lo secol primo quant'oro fu bello,
-
-il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e
-fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella.
-Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli
-antichi avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto
-giudizio. Innamoratissimo di virtù, credette gli antichi fossero stati
-più virtuosi, e per questo, e per altro ancora, assai più felici;
-onde all'età presente, pessima sott'ogni aspetto, non altro può
-rimanere che il desiderio[365]. Nascevagli talvolta un dubbio, che
-questo esaltare il passato a paragon del presente possa essere effetto
-di mera illusione[366]; ma la illusione tenevasi cara e non sapeva
-spogliarsene. Ricordando i _vetusti divini, a cui natura parlò senza
-svelarsi_, egli prorompe in un grido di desiderio e di rimpianto:
-
- Oh tempi, oh tempi avvolti
- In sonno eterno![367]
-
-e sciogliendo un inno ai patriarchi,
-
- molto
- Di noi men lacrimabili nell'alma
- Luce prodotti,
-
-egli, salutata in passando l'_erma terrena sede_ ove fu commessa
-la prima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno
-d'antichi poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai
-mortali[368]. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza
-la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della
-bellezza!
-
-E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii
-classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava
-un po' più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi
-sconosciuto, «e la filologia quasi interamente abbandonata in grazia
-dell'archeologia»[369]. Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio
-delle lingue e delle lettere classiche vedeva così negletto come in
-Milano, dove difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta
-trovare «una edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5
-o al 6 cento»[370]: e della causa dell'antichità facendo in certo qual
-modo la propria, diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino,
-in Bologna, in Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta
-e grassa Lombardia»[371]. V'è qualche esagerazione in questi giudizii;
-ma è da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come
-la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse
-allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non si
-parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva
-tutta la letteratura milanese[372], e che in Lombardia non era quasi
-altro studio che di pedanterie[373]. Egli aveva gli occhi e l'animo
-così fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva
-giudicare ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva
-disegno di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiava _sul gusto
-della Ciropedia_; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti
-capitani e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e
-Plutarco[374]. Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi
-in libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì
-in petto ai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si
-scaldasse molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio,
-in una lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere
-che si scaldasse pochissimo[375].
-
-Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando
-Grillenzoni: «Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e
-le meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane
-son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»[376].
-Passi per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a
-ridire. Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal
-Carducci che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza
-classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso
-e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per
-così dire, la purità del sentimento greco»[377]. Certo il Leopardi si
-sarebbe sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo un
-romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico alcune
-parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare quel
-nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella la prima parte
-di un _Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, ovvero
-intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme sulla poesia
-moderna_[378]; ma quella prima parte non fu mai stampata, e la seconda
-non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava
-l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli non la
-pensava come l'autore delle _Osservazioni_[379]. In sul principio del
-1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allora
-presente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il
-fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di comporre
-in séguito[380]; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno,
-lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere, come di
-cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più in là che il
-disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento preso dalia
-letteratura _verso il classico e l'antico_, giudicandolo buono, anzi
-necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso
-senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione
-della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali e del
-tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle parole...». Ci
-si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne, per sapere
-dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva ancora dimostrare «la
-necessità di adattarsi al gusto corrente», «la falsità di ciò che forse
-si giudica, che il buon gusto non si possa trovare in libri nazionali
-e da contemporanei, l'uso costante di tutti i grandi scrittori di
-scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o greca, o latina ecc....
-la discordia tra le nostre opere e quelle degli antichi, che vogliono
-imitare, quando queste erano pel tempo loro, e le nostre per il tempo
-degli antenati, quando a volerli imitare doveano effettivamente essere
-per il presente ecc.»[381]. Questi pensieri, maturati e messi in carta,
-secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823, sono probabilmente
-alquanto disformi da quelli espressi nella prima parte del Discorso
-testè citato; ma quanto disformi, non siamo in grado ora di dire.
-Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a quell'andamento della
-letteratura _verso il classico e l'antico_, io quasi non iscorgo in
-essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora non potessero e
-non dovessero consentire: e quando il poeta ricorda in più particolar
-modo che gli antichi scrissero pei tempi loro, e che i moderni,
-volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere pei proprii, sembra
-d'udire il discorso di quegli apostoli della nuova scuola i quali
-dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici dell'antichità.
-Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste classica esagererebbe
-di certo; ma chi dicesse che il classicismo di lui fu più di forma che
-di sostanza, e che egli non fu quell'antico che a primo aspetto può
-parere altrui, direbbe cosa, a mio credere, che ha molte parti di vero.
-Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe in sè del romantico assai più
-di quanto potesse egli immaginare, assai più di quanto fu giudicato da
-altri.
-
-A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro fece
-della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui; 3º,
-certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi
-elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro,
-la gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo, le
-quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan fatti
-per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione, e
-direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti. Al qual
-proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina e una
-pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi, e, ancora,
-che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di parecchie.
-
-Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia
-(classica, s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio
-distinguersi e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più
-importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono
-conservata all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono
-l'arte non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita,
-magari per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio
-alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che
-la mitologia e l'_antimitologia_ diventano per le due contrarie fazioni
-quasi segnacolo in vessillo.
-
-Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto diverso
-da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non immuni,
-del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la mitologia
-come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria e, tutto il
-più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi invocano gli dei
-dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla lor religione, e ne
-narrano i casi come se fossero avvenuti davvero. Il Leopardi considera
-il mito come cosa irreparabilmente passata e perduta, e appunto
-perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle e dolci fantasie per
-la cui virtù parve vivere la natura e conversare con l'uomo. Il canto
-_Alla primavera o delle favole antiche_ è documento mirabile di quel
-giudizio e di quel sentimento, a cui nessun romantico, che abbia fior
-di ragione, può voler contrastare. Tale rimpianto ricorre con molta
-frequenza nei poeti moderni; ma troppo avrebbe disdetto a classicisti
-puri, i quali non potevano, senza strana contraddizione, deplorare la
-morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano di tener vivo[382]. Ora
-tra alcuni di quei moderni e il Leopardi è, per tale rispetto, questa
-diversità, che essi, nel mito, lamentano piuttosto la perduta bellezza,
-il Leopardi piuttosto la perduta illusione. Non volendo moltiplicare i
-raffronti, mi contenterò di un pajo. Il Keats incomincia il suo poema
-_Endymion_ con un saluto alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già
-Alfredo De Musset, si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo
-antico.
-
- Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée!
- Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel
- Aux siècles glorieux où la Terre inspirée
- Voyait le ciel descendre à son premier appel![383]
-
-Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo della
-_vittoriosa Bellezza_, innanzi al cui altare avrebbe voluto
-prosternarsi adorando. Nel carme intitolato _Hypathie_, il poeta,
-esaltando la paganità a fronte del cristianesimo, esclama:
-
- l'impure laideur est la reine du monde,
- Et nous avons perdu le chemin de Paros.
-
- Les Dieux sont en poussière et la terre est muette:
- Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté.
- Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète
- L'hymne mélodieux de la sainte Beauté.
-
-Un'altra poesia, intitolata _La source_[384], finisce con questi versi:
-
- Telle que la Naïade en ce bois écarté
- Dormant sous l'onde diaphane,
- Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,
- Lumière de l'âme, o Beauté!
-
-Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza;
-ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, nel quale
-infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo Schelling,
-della universa significazione e del perpetuo valore di esso; conscio
-ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere,
-mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con ciò il
-Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti poeti di
-questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti ricordare
-per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che del
-mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella _Légende des
-siècles_ e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si
-giova ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la _Storia del
-genere umano_, il _Dialogo di Ercole e di Atlante_, la _Scommessa di
-Prometeo_; e non è possibile non avvertire la diversità grande che
-per questo rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie
-inglesi, ne' cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto
-alla leggenda arturiana o alla saga settentrionale.
-
-Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune
-tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione e di
-consuetudine. _Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo,
-Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio di
-numi_, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono _rari nantes_, formule
-puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e quasi,
-passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono.
-Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio nella sua brutta
-_Anti-mitologia_, ricordava con lode il nome del Leopardi, come di uno
-che avesse intese le buone ragioni dei romantici, e s'opponesse alle
-usanze assurde dei classicisti:
-
- Leopardi,
- Forte in alti pensieri, inni già intuona,
- Che se fien gravi all'ammollito orecchio
- Della plebe vivente, saran fiamma
- Alla età che succede; e cammin nuovo
- Segna a chiunque la virtude ha cara[385].
-
-E non dimentichiamo che nella _Ginestra_ il poeta si ride della
-illusione degli uomini che _favoleggiarono_ gli autori delle universe
-cose discesi in terra per cagion loro, e schernisce i _rinovellati
-sogni_; dove, se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca
-una nemmeno alla mitologia. E ricordiam di passata che nella _Scommessa
-di Prometeo_ si parla con assai poca reverenza delle muse e degli altri
-dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica che
-mitica.
-
-Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi,
-parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha
-del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di
-distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della
-natura. Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una
-variante del _délire champêtre_ del Rousseau; romantica, più tardi,
-quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte
-della natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi,
-sebbene per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller.
-I classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel
-loro canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente
-parlando, la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra
-osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un
-germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera.
-Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi
-in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura
-è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, una
-festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede di
-più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più
-settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per
-ciò appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in
-quelle terzine dell'_Appressamento della morte_, che sono del 1816,
-tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna
-ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa
-quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di
-quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young e di
-Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni
-che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa che già
-aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, ecc., e
-cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto della civiltà.
-
-Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia
-non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere antica
-nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio rimasto
-memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono modo di
-conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei chiostri se
-ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani hanno tutti
-uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta conoscerne le
-variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento della
-misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse nascere di regola
-da esperienza di nocumento sofferto nella persona o negli averi,
-o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci rappresentano
-Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine e malvagità degli
-amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore di seduzione e di
-contaminazione. _Quoties inter homines fui, minor homo redii_, lasciò
-scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare un amico di San
-Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. Il cristiano,
-certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, come quello che
-poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla creatura per
-meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli asceti che
-abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere più sicuri
-di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, divenuto
-troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, pare
-che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole
-contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca da quella
-conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare tutto
-quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e squisita
-cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora egli
-s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà e a
-quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto nascere,
-e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non essere fatto,
-immaginandone un altro più amabile e degno.
-
-Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè
-anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta.
-Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così
-scellerati come sono»[386]. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava
-gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»[387]: e,
-rinnovando la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta
-di ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno[388]; e che la
-natura ha inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che
-naturalmente l'animale odia il suo simile[389]. Il _Dialogo di Ercole
-e di Atlante_ è tutto in disprezzo delle cose umane; la _Scommessa di
-Prometeo_ vuol fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio
-e spregevole degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo
-il secolo della morte[390], deride i trovati e le macchine[391], dice
-il mondo presente essere nelle mani dei mediocri[392], anzi tenere
-il campo la nullità[393], si burla della sapienza dei giornali, delle
-masse, della perfettibilità infinita, delle scienze economiche, morali
-e politiche e di tutte le altre belle creazioni di questo _secolo di
-ragazzi_[394]. Definito «il mondo una lega di birbanti contro gli
-uomini da bene e di vili contro i generosi[395],» voleva guerra ad
-oltranza; e già sino dal giugno del 1821 aveva scritto al Brighenti:
-«Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla sua parte non ha altri che
-sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi
-mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi
-ceda anche per un momento... Il mondo è fatto al rovescio, come quei
-dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare,
-che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo»[396]. E chi
-sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si conoscessero quelle
-parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora inedite e occulte.
-
-Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre
-di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al
-Giordani: «Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della
-virtù mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione
-della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de'
-tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi;
-e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi
-par più degna di esser contesa»[397]. Negli sciolti al Pepoli biasima
-l'egoismo. Nel _Dialogo di Timandro e di Eleandro_ dice di non poter
-odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto
-inabile e impenetrabile all'odio»[398]. In una lettera al Brighenti
-si legge: «Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci
-scambievolmente, e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna
-di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione,
-l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco
-_un animale senza cuore_, sono cose che mi spaventano»[399]. E nel
-XXXII dei _Pensieri_ si dice che chi ha più intelletto ed esperienza
-meno disprezza; che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima
-di sè disprezzano gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a
-pregiare che a dispregiare». Quale luogo l'idea umanitaria tenga
-nella _Ginestra_ non è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere
-ricordato che pel Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della
-morale è la simpatia, che nasce dalla sensitività.
-
-Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei
-romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del
-romanticismo dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo
-sono da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e
-in direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono
-insieme; una corrente che diremo filantropica, e una corrente che
-diremo misantropica. Il _bel tenebroso_ fugge la compagnia de' proprii
-simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come
-molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire
-se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo.
-René disse: _La foule, ce vaste désert d'hommes_. Saint-Preux aveva
-detto: _J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du
-monde_. E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à
-mon aise que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette
-disposition d'âme, que dans les circonstances les moins importantes,
-quand je dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble,
-et mon mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»[400].
-Il Leopardi chiama il mondo _formidabile deserto_[401]. Il nano
-misterioso di Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii
-simili: il Leopardi accusa la luna se umani aspetti scopre al suo
-sguardo[402].
-
-Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare
-alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai «la
-generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo»,
-quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona indole, e
-d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli antichi
-era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata
-e solitaria[403]; e ancora quando disse essersi la stirpe umana,
-per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti
-uomini[404]; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo.
-Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo
-fu propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto
-della _Edinburg Review_ dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano
-comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité
-maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique
-contre les institutions présentes de la société»[405].
-
-Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha con
-Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino con Rolla,
-e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima
-disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo fu detta
-appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha comuni con
-essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè essi sono,
-con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, vere e
-predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza che anche
-il Leopardi, se fosse personaggio immaginario anzichè reale, potrebbe
-essere una creatura del romanticismo. Facciamo una rapida enumerazione
-di questi altri comuni stati di animo. Trattandosi di cose che ogni
-colto lettore ha presenti allo spirito, e che nulla hanno d'astruso e
-di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi troppo per via, nè di
-far molti raffronti.
-
-Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo la
-distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale,
-quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che può
-dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè vana;
-non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene
-piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo che
-la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate
-qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere che
-il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga del
-sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che una
-certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano a
-dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto
-voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la
-filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo,
-un pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo
-tedesco o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove,
-non fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu
-un gran ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno
-degl'institutori massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che
-fu uno dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un
-grandissimo ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo
-dei filosofi francesi.
-
-Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti
-specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che certo
-non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento può
-tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma sono,
-specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più proprii
-dei romantici che dei classici.
-
-Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto a
-sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la _melanconia dolce_;
-quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo
-con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (_Wonne
-der Wehmuth; Trost in Thränen_), fu detta dal Leopardi più _dolce
-dell'allegria_[406].
-
-Il rimpianto, quello che i francesi dicono _regret_, non fu molto
-famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia
-nel futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie
-in lacrime udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia;
-e così Enea, ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e
-passeggiera, che non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio
-vano dell'irrevocabile. Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo
-di Roma e de' suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo
-d'Augusto. L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi
-ebbero in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la
-virilità gagliarda e operosa: i romantici per contro, e con essi
-il Leopardi, predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la
-illusione, e l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può
-abbandonarsi liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand
-adorò la propria giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita.
-Il Leopardi pianse la propria quando, _amara e deserta_, era ancora
-presente; la pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse
-la fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti
-quelli che pensano e sentono»[407].
-
-Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa essere
-della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di quelli in
-cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche modo il più
-sublime dei sentimenti umani»[408]. Opinione che avrebbe scandalizzato
-un antico, ma non il Pascal[409], non i romantici. Non ci fu quasi
-romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. «Je
-crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», gemeva, non
-senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je ne m'apercevais de
-mon existence que par un profond sentiment d'ennui». Del tedio della
-vita, che comincia, si può dire, a prender forma moderna nell'anima
-di messer Francesco Petrarca, non accade discorrere. Il Leopardi
-l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima di romantici; e
-questo sentimento, quanto lo avvicina senza ch'egli se ne avvegga,
-ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. Il Leopardi non espresse
-per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di cui lo stimò degno lo
-Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode i pensieri e le sentenze di
-Cristo intorno al mondo, e in più particolar modo avvertì: «Il mondo
-nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli
-scrittori moderni, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi»[410]. E
-all'ascetismo cristiano lo raccostano ancora l'avversione alla scienza,
-ch'egli ha comune col Werther, e l'opinione che sia vana, e oziosa
-veramente, ogni umana operazione.
-
-Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della
-natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso ed
-acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più
-parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la
-terra, si vede che il Leopardi dà al _cuore_ una preminenza che gli
-antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente
-conceduta dai romantici. Dai _tristi e cari moti del core_ riconosce il
-poeta ogni dolcezza di vita;
-
- Da te, mio cor, quest'ultimo
- Spirto, e l'ardor natio,
- Ogni conforto mio
- Solo da te mi vien[411];
-
-e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra,
-dice al proprio cuore:
-
- Posa per sempre. Assai
- Palpitasti. Non val cosa nessuna
- I moti tuoi, nè di sospiri è degna
- La terra[412].
-
-Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è tutto? E
-come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come il Rousseau
-celebra il Leopardi la sensitività. Nel suo _cormentalismo_ il
-Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un certo
-equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento.
-
-Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel
-Leopardi, com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora è
-cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia del
-Leopardi intitolata appunto _L'Infinito_, e confrontisi con questo
-passo di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la
-terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système
-universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout.
-Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je
-ne raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une
-sorte de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais
-avec ravissement à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me
-perdre en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes
-des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers;
-j'aurais voulu m'élancer dans l'infini»[413]. A queste parole, e a
-quelle del poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per
-una parte nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi
-romantici d'ogni lingua.
-
-Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza e dignità
-che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia,
-giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico
-ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu, nel
-romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente.
-Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito da alcuni
-un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che maniera,
-la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella conclusione
-che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men classico che
-romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a conoscere, se
-non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella di poeta e
-di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che la ragion
-prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute; ma ce
-ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare la
-professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una menomazione
-dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a un officio stabile.
-Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi. René, Obermann, non
-si sa che cosa facciano. Rolla non ha imparato a far nulla:
-
- Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible:
- Un gagne-pain quelconque, un métier de valet,
- Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414].
-
-Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero[415]. Il suo
-esagerato soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di
-occupazione, e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono
-romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma
-di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio
-di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal Ranieri si
-trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane che comincia con
-le parole: _Re delle cose, autor del mondo_, e dove il poeta si vanta
-d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e l'apostolo della sua
-religione[416].
-
-Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali del
-Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni e opinioni,
-in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono la
-letteratura e l'arte.
-
-Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso
-alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora,
-che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli
-antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa
-che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici
-se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è vera
-poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione
-propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva al
-Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema dell'Arici
-se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni
-versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella opinione ch'io
-n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto
-poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si metta alla
-stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre un altro
-sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche
-nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso,
-non bastava quello che avevamo?.... In Italia è morta anche la facoltà
-d'inventare e d'immaginare, che pareva e pare tuttavia così propria
-della nostra nazione»[417]. Ricordiamoci a questo proposito che il
-Keats diceva essere l'invenzione la stella polare della poesia, e che
-lo Shelley definiva la poesia la espressione della immaginativa[418].
-
-Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto era
-da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale gli
-pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri aveva
-insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e politica;
-«la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere
-accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo
-classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole
-così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto _il di fuori e il
-di dentro della prosa_, e si doleva che la fortuna gli avesse tolto
-ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella
-presentemente non si sappia neanche sognare»[419]. Se ne togliamo
-quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno[420],
-che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano essi per
-l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E bene o male, che
-non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, non tentarono di
-rifare ogni cosa?
-
-L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli
-romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire che sia
-tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. Il
-Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, e
-credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura[421], volle
-letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie parole
-tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue lettere
-al Giordani egli accennava ad una letteratura _non segregata dal
-popolo_, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona de'
-nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati
-ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso
-le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo
-vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti
-gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni,
-i desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de'
-loro compatriotti e contemporanei»[422]. Il poeta deve scrivere per
-il volgo, e la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di
-poi[423]; e nel già ricordato disegno di uno scritto sulla condizione
-delle lettere italiane affermava novamente esser necessario «di render
-qui, com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera
-italiana, adatta e cara alle donne e alle persone non letterate»,
-e batteva sulla «necessità di libri italiani dilettevoli e utili
-per tutta la nazione»[424]. Perciò parlava con disprezzo di quella
-letteratura che tutta consisteva in far sonetti e versi latini[425]; e
-vagheggiava di scrivere libri atti a muovere gl'italiani e rigenerare
-la patria, vite del Kosciuszko e del Paoli, ecc. Forma molto acconcia
-a tal fine parevagli quella del romanzo storico e della biografia;
-e pensava l'autore di sì fatti libri dovere avere tutte le virtù
-dello storico, senza però volere far opera storica propriamente,
-ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile piacevolezza dei
-racconti»[426]. Voleva letteratura dilettevole, parendogli che
-«il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse «un vero
-malefizio al genere umano»[427]. Giunse persino a dissuadere dal far
-versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni[428]. Veggasi
-ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre
-formola: _l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per
-mezzo_[429].
-
-Fu notato da un pezzo che il _Consalvo_, a cominciare dai nomi dei
-personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e dove), è
-cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di romanticismo
-persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo di quella _Storia
-di un'anima_ che il Leopardi avrebbe voluto comporre? Sotto questo
-titolo di sapore prettamente romantico, doveva venir fuori un «Romanzo
-che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più
-ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile
-e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte»[430].
-Una specie di _Werther_, come si vede.
-
-Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi
-consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che
-dissentisse in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata
-la lingua italiana _sovrana, immensa, onnipotente_, di gran lunga
-superiore alla francese; ma già sentiva, contro la opinion del
-Giordani, di dovere attingere alle fonti popolari[431]. Più tardi
-gli entrava qualche dubbio circa l'assoluta superiorità della lingua
-italiana; e contro la comune opinione dei puristi e dei classicisti,
-s'avvedeva «che anche la notizia di più linghe conferisce mirabilmente
-alla facilità, chiarezza e precisione del concepire»[432]; e pensava di
-scrivere un libro intorno alle lingue meridionali, cioè greca, latina,
-italiana, francese e spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo
-e non di cruscante. Gli era venuto a grandissima noja quell'eterno
-battagliare che si faceva in Italia intorno alla lingua senza risolver
-mai nulla, e si raccomandava allo Stella perchè non lasciasse sapere a
-nessuno che gli compendiava il Cinonio, temendone infamia di pedante,
-e d'esser posto dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella
-classe, dalla quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto
-cercato di separarsi»[433]. Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno
-che l'Italia avesse una lingua adatta ai tempi e alle necessità
-della nazione; onde, mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero
-italiani e non barbari, voleva pure si sciogliessero una buona volta
-dai lacci di quel purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal
-mondo, e il Vocabolario avessero in conto di consigliere e d'ajutatore,
-non di tiranno[434]. Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva,
-come avrebbe potuto dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi
-_oramai cadevano, non sulle parole, ma sulle cose_[435].
-
-I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il
-Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del
-poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia in
-prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa fosse
-adoperata in luogo del verso[436].
-
-Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene scrivesse
-alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa la
-letteratura per un buon secolo»[437], non fosse poi tanto avverso ai
-romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora dalle sue
-relazioni con l'_Antologia_, e da certi giudizii suoi sopra alcuni dei
-più grandi scrittori del tempo.
-
-L'_Antologia_, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole
-contrarie, fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica,
-e fece, con più temperanza, in Italia quello che il _Globe_ in Francia.
-Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura
-questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma
-nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni
-della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille
-e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di
-fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del
-classicismo, davano assai volentieri addosso all'_Antologia_, non
-sempre per ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per
-quelle. Sollecitato infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e
-di che più gli piacesse, il Leopardi nell'_Antologia_ non istampò se
-non un saggio delle _Operette morali_[438]; ma non è quasi lettera
-sua al Vieusseux stesso ove non si leggano grandissime lodi di quello
-ch'egli apertamente chiamava il miglior giornale d'Italia[439], mentre
-non celava punto il proprio disprezzo per la _Biblioteca Italiana_,
-con la quale ben presto si ruppe, e pel _Giornale arcadico_, entrambi
-avversarii fierissimi del romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al
-Tommaseo, prima che si guastassero[440], e al Montani, senza aspettare
-che questi abjurasse: e il Montani, levando a cielo i versi del
-Leopardi, malmenati dagli arcadi[441], affermava di udire in essi «la
-voce di un fratello di Werther»[442]. Il precetto che nell'_Antologia_
-dava il Tommaseo, combattendo la mitologia: «scrivere come il cuore
-li detta; e scrivere a giovamento dei più», non poteva non avere
-l'assentimento di quel Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole
-in tutto consone a queste.
-
-Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori
-contemporanei. Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani,
-gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826,
-leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie,
-come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture
-tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione,
-e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, mistici
-e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono
-veramente molto»[443]. Il Goethe un mistico e un visionario! Strano
-troppo che al possibile autore della _Storia di un'anima_ non avesse
-almeno a piacere il _Werther_; ma è da ricordare che il Leopardi non
-seppe di tedesco.
-
-Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè male[444],
-parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, com'è noto,
-lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, classica
-e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il Leopardi
-scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e
-delle anime sensitive e calde come la tua»[445]. Dell'Hugo, il quale,
-dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne anche in
-Italia, non una parola[446].
-
-Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi
-rintracciando le infiltrazioni romantiche[447], il Leopardi ebbe,
-in tempi diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818,
-stampate in Roma le due canzoni _All'Italia e Sul monumento di Dante_,
-il giovane poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a
-colui che, con pochissimi altri, sosteneva l'_ultima gloria_ della
-patria. Più tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede
-del Monti un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto
-ammirativo dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa
-e del verseggiare, ma soggiungendo poi subito che gli mancava
-«tutto quello che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e
-profondo, sia sublime, sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta
-dell'orecchio e non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante
-freddezza e aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici
-greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici,
-per esprimerli elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro
-che tradurre i classici[448]. Che cosa avrebbe potuto dire di più un
-romantico?
-
-La _divinizzazione_ che del Manzoni fece il Tommaseo nell'_Antologia_,
-e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva al
-Leopardi[449]; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri gli
-davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto del
-1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei _Promessi Sposi_,
-scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano
-il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo
-lodavano[450]; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso
-Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente
-il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di
-amabilità e degno della sua fama»[451]. Il Mamiani riferì un giudizio
-del Leopardi sui _Promessi Sposi_, sfavorevole nei rispetti civili, ma
-non in quelli dell'arte[452]; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso
-poeta scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il
-quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera
-di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi
-colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e
-rispettabile»[453]. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco,
-ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di
-portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo,
-meno il romanzo che quei di casa già possedevano[454]; e in quello
-stesso mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e
-gustato il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e
-Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»[455].
-
-Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una città, il
-quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente. Pisa
-piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di città grande
-e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così
-romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale[456]. Non sappiamo
-quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico ciò
-che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo che il
-poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che fu comune
-ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario i pochi versi
-della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con desiderio:
-
- O torri, o celle,
- O donne, o cavalieri,
- O giardini, o palagi! a voi pensando,
- In mille vane amenità si perde
- La mente mia.
-
-Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era
-divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsi
-che in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è da
-notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici, la
-poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate,
-non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamarono
-_esotismo_[457]. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il
-Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento,
-il cuore.
-
-Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte
-l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi,
-di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori,
-il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche
-e metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo
-sciolto: come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto,
-che in Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel
-capo di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè
-ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque
-del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione;
-e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose
-discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò
-le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè
-stesse, attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo
-qual modo, oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto;
-non corse dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare
-i periodi; non credette che la virtù somma dello stile stesse nel
-pittoresco[458]. Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici
-nostri; e se desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata,
-fluida, armoniosa, propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava
-fosse «da cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da'
-greci quanto a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così
-forme come parole»[459]; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente,
-perspicuo, ma un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto
-avrebbe voluto, e senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti,
-di quegli ardori di cui più si compiacevano i romantici. Ancora il
-Leopardi cura la composizione quanto i romantici la trascurano, e
-se quelli molte volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno
-nei versi che nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della
-inspirazione, il personale e l'impersonale, con senso della proporzione
-e con aggiustatezza che da quelli non si conobbe.
-
-Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che
-il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a
-trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può, come
-il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici;
-sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è assai più
-romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a paragone
-della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza, di
-euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che il Leopardi,
-guardato nell'arte, è assai più classico che romantico.
-
-Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito e più
-distesamente.
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-L'ARTE DEL LEOPARDI.
-
-Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento
-da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale
-è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte;
-direbbe cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta
-la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o
-architetto, o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii
-pensieri e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co'
-proprii nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte
-sua varia, talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia
-la composizione e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde
-la instabile sua persona continuamente si forma e si sforma. Natura
-povera, arte povera; natura esuberante, arte esuberante. Studiando le
-tele di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino
-ad un certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di
-Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta
-sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo
-la _Commedia_, potremmo intendere che maniera d'uomo egli fosse; anzi
-il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa la biografia
-più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi versi. Se un
-uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere a un'arte,
-l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori,
-che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, mentre i
-genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, anche
-quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo,
-premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare l'arte; ciò
-nondimeno esso propriamente non preme e non opera se non mediatamente,
-attraverso l'organismo mentale e corporeo dell'artista. Ma non per
-questo si può dire che conosciuto quel doppio organismo, sia pur
-conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne proviene; dacchè,
-per una parte, è impossibile in pratica, e nelle presenti condizioni
-del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli eccitamenti e
-delle innumerevoli inibizioni che di continuo si producono nell'anima
-dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che l'uomo riceve per virtù
-di ragione, essendo indipendenti, almeno entro certi limiti, dalla
-complessione e dall'indole, possono operare sull'arte in modo disforme
-dall'indole e dalla complessione, o anche in contrasto con esse. Che la
-terra gira intorno al sole e non il sole intorno alla terra, è verità
-che può piacere agli uni e dispiacere agli altri, ma che, dimostrata,
-entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno come del linfatico, così
-del robusto come del gracile, e che entratavi, opera sì in conformità
-di quelle nature che l'hanno ricevuta, ma opera ancora in conformità di
-sè stessa. Persuasosi, per via di ragionamento, della verità di certe
-dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò i proprii gusti, e deliberatamente
-esercitò l'arte in contraddizione co' proprii istinti e con le proprie
-inclinazioni.
-
-Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora d'instituire
-una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato organismo
-fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse per le
-vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda tempra di
-un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza del sistema
-nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si può dire che
-la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto, non senza
-ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò tutte
-l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, come abbiamo
-notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera di poeti
-che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente la scienza;
-sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar perniciosa.
-
-L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino appena
-a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere indietro
-la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende più a
-raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, dacchè
-ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli
-di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato,
-avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove non è
-veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia in misero
-corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di pensiero
-dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè rifarà
-la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai gradi di un
-lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, non di una
-vera e propria epopea, ma di una comprensione epica delle cose; e
-se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità di creature
-drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà ad
-intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma della
-vita.
-
-La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed
-elegiaca, onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono,
-fuor d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non
-ebbe mai, nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si
-potrebbe chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità
-la quale permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente
-dalla considerazione del bene e del male che a lui in particolare
-può derivarne. Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi
-ebbe quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo
-sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto
-di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli
-abbraccia nella connessione e universalità loro. La opinione espressa
-da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato
-meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta,
-è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella
-infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po'
-attento che si faccia della sua posteriore poesia[460]. Bensì quella
-infelicità avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri
-particolari, e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico
-quanto gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare
-un Leopardi autore di una vera e propria epopea (i _Paralipomeni
-della Batracomiomachia_ non sono se non satira), come non si riesce ad
-immaginarlo autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè
-di un romanzo (salvo che fosse il _romanzo di un'anima_).
-
-Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta,
-determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica,
-dall'ambiente, dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita.
-Si deve credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe
-riuscito o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il
-Leopardi avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il
-Leopardi non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima
-metà del presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato
-altrimenti; se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più
-dilettosamente che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato
-suo più multiforme e più largo, quella che produce l'arte; e bene
-il seppe lo Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria
-inspirazione poetica alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de'
-sentimenti provati, de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante
-l'amor per Beatrice, l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa,
-e torrete di mezzo al tempo stesso la _Divina Commedia_. Il tema e
-l'indole delle grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono.
-
-Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto,
-dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno
-con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni
-preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto
-variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamente
-l'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere
-fortune, o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo
-poetico di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale
-per ineluttabile influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo
-domina, e pel fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra.
-Poeta pessimista e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che
-l'uno supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato
-in modo immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può
-essere significato per via di persone, di azioni e di simboli, come
-altri poeti pur fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista
-in veste cristiana; ma fu un pessimista che visse assai, amò assai,
-godette assai, militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi
-d'America, errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia
-le vestigia delle divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e
-però non è meraviglia se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben
-s'intende, la facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far
-rivivere tante cose, sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al
-quale proposito osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait
-faire sa palette et amasser ses couleurs»[461]. Altrettanto si deve
-dire del Byron. Anche l'autore del _Don Giovanni_ giudicò la vita uno
-stolto ed inutile sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo
-tutto, con quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior
-possibile intensità; e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema,
-nel dramma, le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo
-dà vita a un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di
-tenebre cupe e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla
-subitanea creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de
-Lisle non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui,
-pur concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore della
-_Ginestra_, si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno
-rende immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia,
-l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente, che,
-sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di metalli
-preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e del cielo,
-la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia, può il
-pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e voce: tragico,
-romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro, petulante, beffardo
-nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico nel De Musset; deforme e
-delirante nel Baudelaire.
-
-Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai
-più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza,
-la chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men
-virtù che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella
-poesia è il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta
-ponderazione di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di
-parole, o stratagemmi d'immagini, intesi a far colpo e stordire il
-lettore, che sono così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia
-dell'Hugo. Sempre, per contro, idee facilmente intelligibili, e
-sentimenti facilmente comunicabili; onde avviene che anche chi non
-consenta col poeta nei principii e nelle illazioni, intende senza
-sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte. La poesia del Leopardi è
-intellettiva e sentimentale; e come intellettiva, rifugge forse un
-po' troppo dalle immagini, che son quasi il tutto di altri poeti;
-e come sentimentale, si restringe forse a troppo picciola parte di
-sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima qualità è da dire
-che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto che l'immagine, non
-si muta se non di rado in argomentatore; che il primo germe delle sue
-poesie non è mai un'idea astratta; o, se è, il poeta sa per tal modo
-fonderla col fatto concreto, col sentimento e la immagine, da far
-del tutto, almeno nei componimenti migliori, una unità indivisibile;
-e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite, nè ostenta
-formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta alla seconda, è da
-dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio, non si studia
-di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga in quella troppo
-fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per citare un
-esempio, il Lamartine[462]. Ed è l'intima fusione del sentimento con
-l'idea, e di entrambi con le immagini[463], quella che conferisce tanta
-e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale, pure
-esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare, ed
-essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesce un
-tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar
-modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga, velata,
-fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la poesia
-del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi,
-che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja;
-abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei
-sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione
-e senza lasciare quella impressione di _grigio su grigio_ di cui un
-critico si lamenta[464]. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli
-arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò
-che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che
-se in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un
-sentire che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in
-più particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si
-sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con la
-_Wehmuth_ e la _Sehnsucht_ dei Tedeschi, e poco allignano in Italia;
-ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina, ma
-quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e storia
-di popolo richiedano.
-
-Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici
-costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di
-doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e
-forse s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto
-cominciano le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed
-elastico nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba
-propriamente intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino
-nello stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile
-fare l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni
-e reazioni, e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e
-psichico, per cui molte cause rimangono continuamente frustrate de'
-loro effetti, e l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da
-un'altra. Onde, salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna
-assai malsicuro, e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio.
-
-Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una
-distinzione. Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole
-riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondo i
-tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo
-onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile.
-La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una persona
-che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del volto e la
-forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti, che il poeta
-vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma vere e proprie
-idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta noi conosciamo un
-uomo che ordina, collega e governa le proprie idee, e riesce a vedere
-anche attraverso al proprio sentimento. Nè vi si nota quell'eccesso,
-sicuramente morboso, dell'_egotismo_, per cui l'uomo fatto estraneo
-a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità sua propria,
-e tanto nel modo di concepire, di sentire e di esprimersi studia e
-si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo inintelligibile,
-nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi a certi
-esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva e morale
-ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe in sommo
-grado erroneo ed ingiusto.
-
-Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun che
-dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi,
-poi in attinenza col pensiero e col sentimento.
-
-Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono
-superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza,
-è consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano
-il tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il
-tutto; e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza
-loro crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura
-vogliono l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o
-si pervertono, quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero
-primamente e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire
-in mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e
-i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è
-più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie
-tanto da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche
-da chi abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto
-si scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di
-quelli; e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non
-faccia palese e certa testimonianza.
-
-Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua?
-
-Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam già notato)
-non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso. Luce
-e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante, che
-anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello
-Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi
-che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione
-assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di un
-dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si
-può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista.
-Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine
-manuale non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè
-alla pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia
-sottrasse di pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore[465].
-È da avvertire, per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non
-soltanto la condizione particolare e propria del poeta, ma ancora
-l'influsso che può avere esercitato sopra di lui una scuola, certa
-tradizione d'arte o certa qualità di studii. Che la tavolozza del
-Leopardi è povera, gli è un fatto[466]; ma non bisogna dimenticare che
-per lo spazio di un secolo l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il
-gusto, aveva fatto il possibile per togliere dalla tavolozza poetica
-qualsiasi colore.
-
-Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e sino
-dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, che
-quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione,
-a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò che per
-gli altri è una _festa degli occhi_, doveva essere per lui un tormento;
-e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte gli spettacoli
-teatrali[467], de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure talora a
-compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, non
-la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. I sensi
-possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria delle
-percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione loro;
-e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale non ostante
-la imperfezion della vista; un uditivo non ostante la imperfezion
-dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai migliore vista e
-miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, dirsi nè visuali
-nè uditivi.
-
-Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia punto
-un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non
-vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente
-le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante
-ancor essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con
-le parole la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così
-detti impressionisti del tempo nostro non veggono più la linea, il
-contorno, ma soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il
-Leopardi avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo
-da fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta
-ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, come
-s'è già notato, da opere di scultura[468].
-
-Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une
-douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera
-critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati,
-e spande intorno la _divina luce_, l'_alma luce_, l'_etereo lume_,
-e colora il cielo delle rose della _tacita aurora_ e delle porpore
-del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettando _i tremoli rai_,
-brilla sui campi, e fa rosseggiare il _tetto del villanello industre_,
-e _naufrago uscendo_ dalle nuvole antiche l'_atro polo di vaga iri_
-dipinge, e
-
- folgorando intorno
- Con sue fiamme possenti
- Di lucidi torrenti
-
-innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna
-l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le _purpuree faci delle
-rotanti sfere_, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi
-occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la _notturna lampa_
-tralucente dai balconi, e le _ardenti lucerne_, e contemplavano da
-lunge
-
- il baglior della funerea lava
- Che di lontan per l'ombre
- Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
-
-Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto allo
-spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso
-di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi
-in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata
-del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non
-gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni
-in Firenze[470]. E non fu così povero visuale che non riuscisse a
-far vedere a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di
-salire il colle e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa
-spartana che sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe
-vinto dal fato, ma non domo,
-
- Quando nell'alto lato
- L'amaro ferro intride
- E maligno alle nere ombre sorride;
-
-e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba;
-e la vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli
-che ruzzano sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa
-bottega, al lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in
-tutt'altr'ordine d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio
-e le rovine della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e
-ricordate non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto
-spiccati, ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e
-contemplatore di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse
-dentro abbastanza intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto
-di parlar di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti
-moti dell'animo, che importavano altri modi di manifestazione e di
-espressione. Non bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto
-un intellettuale e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la
-vivezza delle idee e dei sentimenti superi quella delle sensazioni
-e delle percezioni; e che queste, senza perciò essere di necessità
-deboli, servano, più che ad altro, a suggerire e muovere quelli.
-La immagine della Silvia è appena accennata: negre chiome, occhi
-ridenti e fuggitivi, sguardi innamorati e schivi, un atteggiamento
-di persona gentile, che lenta e pensosa ponga il piede sopra una
-soglia. Ma notisi, per altro, come in quei pochi versi le immagini non
-ottiche propriamente riescano, per via di associazione, a suscitare
-immagini ottiche; sicchè da ultimo, la Silvia noi crediam di vederla.
-La immagine della Nerina si può dire che non sia nemmeno accennata.
-Quella dell'Aspasia si delinea e si colora un po' più: alle denotazioni
-vaghe e generiche si aggiungono, in una certa misura, le precise e
-specifiche. La _superba visione_, l'_angelica forma_, è vestita del
-_colore della bruna viola_, offre all'altrui sguardo _niveo collo, man
-leggiadrissima_, lascia indovinare il _seno ascoso e desiato_, e appar
-da ultimo viva e salda,
-
- inchino il fianco
- Sovra nitide pelli, e circonfusa
- D'arcana voluttà,
-
-in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel
-pittore, o per lo scultore.
-
-Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il
-sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi
-a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose,
-si piace di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli;
-e a quelli il lettore può poi risalire per la via dell'associazione
-e dell'induzione. Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi
-desterebbe la vista della realtà, se l'avessimo presente, ci dà
-modo, con isquisito magistero d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di
-ricreare quella realtà. Sì fatto procedimento appar manifesto, più che
-altrove, nella canzone _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito
-nel monumento sepolcrale della medesima_. Un altro poeta avrebbe forse
-tentato di far rivivere la bella donna morta e di farcela apparire
-davanti, descrivendola minutamente: il Leopardi non descrive; ma
-ricorda quel _dolce sguardo_, che fece tremare ognuno in cui s'affisò;
-quel labbro, da cui, come da _urna piena_, traboccava il piacere;
-
- quel collo cinto
- Già di desio; quell'amorosa mano
- Che spesso, ove fu pôrta,
- Sentì gelida far la man che strinse;
- E il seno, onde la gente
- Visibilmente di pallor si tinse.
-
-Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle
-sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di
-sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente, la
-fanciulla del _basso rilievo antico sepolcrale_[471].
-
-Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato
-proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia ritrarre
-singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli non
-descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire
-al descrivere. Così, per esempio, nella _Vita solitaria_, la scena del
-lago
-
- Di taciturne piante incoronato,
-
-si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela
-veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne'
-versi del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel
-riconoscere che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed
-accenni negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che
-s'increspi, non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo,
-non farfalla che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto
-negativo del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo
-obblia; e nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non
-sono immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il
-poeta al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il
-poeta ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie
-dorate, agli orti, al mare, al monte, soggiunge:
-
- Lingua mortal non dice
- Ciò ch'io provava in seno.
-
-Così, finalmente, l'_erme contrade_ che si stendono intorno a Roma
-non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella _Ginestra_,
-quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al
-passeggiero. In quella stessa _Ginestra_ sono, del resto, le più
-compiute descrizioni che il Leopardi abbia fatte[472].
-
-Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà
-parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma
-tale manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto
-della deficienza del senso, quanto della subordinazione del senso
-al sentimento e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion
-necessaria di alcune, a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua.
-Ad ogni modo gli è cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando
-traduce, per così dire, i termini del mondo esteriore in termini del
-mondo interiore, riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e
-di sodezza che molte volte si desidera invano in poeti che descrivono
-a lungo e minutamente. Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio
-sentimento le cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii
-sentimenti facendo attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con
-l'ajuto de' sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto
-quando traduce, perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici
-di una poesia tutta giovanile quale il _Primo amore_ (lo scalpitar
-dei cavalli nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della _Quiete
-dopo la tempesta_ e del _Sabato del villaggio_; e qua e là certe
-descrizioni vere e proprie, come quella della procella notturna nel
-frammento, giovanile ancor esso, che comincia _Spento il diurno raggio
-in occidente_, e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella
-_Ginestra_; mostrano che non si può accogliere senza qualche riserbo
-la opinione espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al
-Leopardi mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore[473]; e
-mostrano essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non
-potersi ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e
-come la natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise.
-
-Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè che
-il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli,
-come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire che
-il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi fu
-quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo
-suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare
-un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma
-o di colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e
-inconsapevolmente inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è
-tolta negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo
-dalle cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che
-acustiche. Così è che il poeta dirà volentieri _sibilanti selve, etra
-sonante, echeggiante arena, ululati spechi, tacita aurora_, ecc. ecc.;
-e volentieri si servirà di termini di suono per far sorgere in noi le
-immagini delle cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel
-suono; e facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai
-pensieri stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che
-per la via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia
-che si tacciano sonnolente (_tacita selva, taciturne piante_), sin che
-susurrino al vento (_l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De'
-faggi Il murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; —
-susurrando al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva_).
-Dell'onda alpina il poeta noterà l'_inudito fragore_, e della lava, il
-suono che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano
-e nella quiete dei campi sonerà _arguto carme d'agresti Pani_. La
-fanciulla della _Vita solitaria_,
-
- Che all'opre di sua man la notte aggiunge,
-
-è quasi tutta nell'_arguto suo canto_; e nel suo _perpetuo canto_
-è quasi il più della Silvia, e nella _gioconda voce_ il più della
-gloria. L'artigiano che _a tarda notte_ riede _al suo povero ostello_;
-l'altro che, cessata la pioggia viene a guardare l'_umido cielo_; il
-carrettiere, sotto _l'estremo albor della fuggente luce_; il _faticoso
-agricoltore_ smarrito in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun
-col canto; lo zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I _nuovi
-nati_ miagolano. E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che
-non gli aspetti degli animali: il _canto de' colorati augelli_, e
-in ispecie quello del passero solitario, ond'_erra l'armonia_ per
-la valle; l'usato _verso_ della gallina: lo scalpitar dei cavalli
-impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar degli armenti; il canto
-
- Della rana rimota alla campagna.
-
-Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e
-discernere i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un
-sospirar di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli;
-un stridere del carro che riprende il cammino; il _lieto rumore_, che
-fanno i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle _tranquille
-opre de' servi_: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo;
-la voce delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che
-viene; un _tonar di ferree canne_
-
- Che rimbomba lontan di villa in villa;
-
-il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e non
-ascolta il Leopardi, se nemmeno il _romorio De' crepitanti pasticcini_
-lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli
-s'industria di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore
-di suono; onde il _calpestio de' barbari cavalli_ sta a significare
-le invasioni barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè
-nell'armi, in un _fragorio_
-
- Che n'andò per la terra e l'Oceáno;
-
-la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime
-in uno _sconsolato grido_; e al _grido_ degli avi, e al _suono_ dei
-popoli antichi, si contrappone il _suono_ dell'età presente. Il poeta
-dirà _sera delle umane cose_ e _infelice scena del mondo_, metafore
-suggerite da immagini visive; ma dirà pure _suono della vita_, e
-_ascoltare il flutto dell'ore putri e lente_. Affacciandoglisi al
-pensiero la morte, egli súbito corre con la fantasia
-
- al suon della funebre squilla.
- Al canto che conduce
- La gente morta al sempiterno obblio.
-
-Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un visuale
-del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale.
-
-Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono
-rintracciar ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto
-vi si accusa appena in pochi epiteti, di cui _molle_ è uno de' più
-frequenti[474]. Il gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto
-_amaro_. L'olfato vi tiene un po' più di luogo con molta uniformità
-di epiteti generici: _primavera odorata, odorate piagge, odorati
-colli, Eden odorato, selve odorate della ginestra, dolcissimo odore
-della ginestra, profumo di fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti
-di fiori, fumo de' sigari odorato_. La immagine di Aspasia è nella
-fantasia del poeta associata col ricordo del profumo _de' novelli
-fiori_ onde erano, certo giorno, _tutti odorati_ gli appartamenti
-della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare qualcosa, e trarci
-magari a discorrere di certe peculiari forme di erotismo, se la
-povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in modo, a mio
-credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel Leopardi.
-Leggiamo, gli è vero, nei _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_:
-«E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori: perchè
-giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di sè, che
-qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto;
-e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser fatto
-pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»[475]; ma tutto
-ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma
-popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare
-l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che quelle
-parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento della
-iperosmia del poeta[476]. Siamo qui ben lungi da quella iperestesia
-olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire; ma siamo
-anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni sensorie.
-I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse, ma non
-pervertite.
-
-Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi;
-ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e di torpore
-di cui fanno ricordo la _Vita solitaria_ e il _Risorgimento_; e se il
-muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno,
-ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti
-di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra
-certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie
-volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di
-moto. Egli dirà che la primavera _esulta per li campi_ e il nembo _per
-l'aere_; che il tuono erra _per l'atre nubi e le montagne_; che l'aura,
-e il canto del passero solitario, errano per i prati e la valle.
-L'amore è una _formidabil possa_ che tutto avvolge. Lo spirito erra pel
-delizioso mare della musica come
-
- Ardito notator per l'Oceáno.
-
-Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di
-moto:
-
- Noi l'insueto allor gaudio ravviva
- Quando per l'etra liquido si volve
- E per li campi trepidanti il flutto
- Polveroso de' Noti, e quando il carro,
- Grave carro di Giove, a noi sul capo
- Tonando il tenebroso aere divide.
- Noi per le balze e le profonde valli
- Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
- Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
- Fiume alla dubbia sponda
- Il suono e la vittrice ira dell'onda.
-
-Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne
-tessè l'_Elogio_, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille
-giri, e cangiar luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non
-istare mai fermi, e, insomma, esercitare continuamente il corpo. Al
-tranquillo raggio della luna egli vede danzare le lepri nelle selve;
-e, al sopravvenire del giorno, la fiera agitar per le balze la _plebe
-delle minori belve_. Vede, sui campi di battaglia, _fluttuar_ fanti e
-cavalli[477]: vede
-
- intralciare ai vinti
- La fuga i carri e le tende cadute.
-
-Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale
-_sterminatore_. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a
-significare e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà _l'onda
-e il turbo degli affetti_; dirà che, _violento irrompe nel Tartaro_ chi
-si dà volontario la morte. L'italica virtù giace _divelta nella tracia
-polve_;
-
- dalle somme vette
- Roma antica ruina.
-
-Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e
-vivissime:
-
- Prima divelte in mar precipitando,
- Spente nell'imo strideran le stelle;
-
- Ma se spezzar la fronte
- Ne' rudi tronchi, o da montano sasso
- Dare al vento precipiti le membra.....
-
-Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato _A un vincitore nel
-pallone_. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto[478].
-
-Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire che
-nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente come
-taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento operino
-assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare davvero
-assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con altri
-poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo bisognasse
-altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue poesie dove
-si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra mai atta a
-suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi paralleli
-di altri poeti. Leggasi il canto che appunto _Alla primavera_ s
-intitola; leggasi il _Passero solitario_: ben si sente in que' versi la
-primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle
-sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si
-muovono dentro.
-
- Primavera dintorno
- Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
- Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
-
-E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della
-dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e
-di tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe)
-esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della
-diversità grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de
-Lisle, come _La Bernica_ e _L'aurore_. Più che un visuale, il Leopardi
-fu un uditivo.
-
-Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte
-leopardiana, e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza
-con l'intelletto e col sentimento.
-
-Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta: «Io
-non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello
-scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia),
-sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e
-la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio
-sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che
-ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo
-allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile
-terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre
-settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da
-sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal
-mio cervello»[479]. Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione,
-dacchè ci fa instruiti di cose che importano; non meno alla storia
-psicologica che all'arte del nostro poeta.
-
-Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel
-Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come
-istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e
-consapevole, sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti
-interviene il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della
-inspirazione si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un
-fiato; come faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle
-cose sue; e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il
-salto, se non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata
-si rinselva[480]. Altri compongono alla ventura, senza sapere dove
-vanno a parare, e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da
-fare. Quelli tutto aspettano dalla inspirazione; questi negano che
-inspirazione ci sia, oppure la fanno consistere in un lungo e paziente
-esercizio. Ma la inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una
-finzione poetica; e se Platone e Aristotele nel volerla definire si
-contraddicono, ciò prova che la definizione è pericolosa e difficile.
-È dessa un moto che si produce nella parte più occulta e più recondita
-della psiche, e propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito
-di togliere in prestito alla scuola herbartiana questa espression
-metaforica) del pensiero cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga
-e si irradia; e, data certa condizione statica e dinamica della psiche,
-si può credere che nasca ogni qual volta una particolare impressione
-repentinamente sommuova le energie elementari di quella, e provochi
-un irresistibile concorso e una spontanea coordinazione di svariati
-elementi e fattori, formando fuori della coscienza un aggregato, che
-nella coscienza poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione
-di un picciol mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro,
-e ch'egli scorge come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che
-gli sia dato d'intenderne la ragione e la genesi. Intorno a questo
-picciol mondo si viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle
-coerenti forme dell'arte.
-
-Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione
-divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con sola
-una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo studio
-e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto comincia a
-pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un concetto repentino e
-spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come in potenza, l'organismo
-del componimento futuro; poi, _formato in due minuti il disegno e la
-distribuzione_ di esso, se ne rimane ed aspetta. Ma non aspetta in
-ozio, come altri potrebbe credere; che anzi que' lunghi intervalli
-cui egli accenna, frapposti fra la prima inspirazione e il _momento_
-favorevole al comporre, sono tempi di preparazione feconda. Non v'è
-rimprovero molte volte più ingiusto di quello che da molti suol farsi
-ad artisti veri e probi, quando, non vedendo opera delle lor mani,
-gli accusano e biasimano di perdere il tempo nell'ozio. L'artista
-vero e probo lavora intensamente anche se paja non far nulla; o, a
-dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini lavorano dentro
-di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia), e lentamente maturano
-l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più particolar modo poeta,
-che in una od in altra occasione non abbia dovuto meravigliare di sè,
-vedendosi inopinatamente tanto cresciuta dentro una sembianza, una
-idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe, non sa d'avere altrimenti
-pensato. Il germe divenne pianta fiorita, senza suo studio o cura. Così
-è da credere lavorasse di dentro il Leopardi, quando sedeva immobile
-sotto una pianta, neghittoso in vista, immerso, in apparenza, in una
-specie di melanconia attonita. Un cervello meccanico non lavora se
-non col cómpito innanzi, a tavolino; un cervello organico lavora in
-ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia e nel sonno. Teofilo Gautier
-diceva di non cominciare a pensare se non quando cominciava a scrivere;
-ma calunniava sè stesso, non intendendo che, mentre non iscriveva,
-la sua mente era occupata, sia pure senza addarsene, in raccogliere,
-elaborare, accrescere, coordinare quelle infinite immagini che formano
-la sostanza dell'arte sua[481].
-
-Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi quando
-dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e fiacco
-da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere che
-nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non poter
-fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e d'essere
-forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte, come
-afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma fatica,
-o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera fede ai
-suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta a
-schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra
-di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa
-faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa
-io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè
-leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi
-e della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere
-ch'io vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la
-facoltà dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se
-non che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di
-cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e
-per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella
-seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»[482]. Di
-tali miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da
-Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito, e
-si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella;
-il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le _Ricordanze_, la
-_Quiete dopo la tempesta_, il _Sabato del villaggio_, e, in parte, il
-_Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_.
-
-Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo
-meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati
-o menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso
-che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e fo
-tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, non
-solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero
-quattro vite»[483]. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano
-tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali
-io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano
-un'ora di bene»[484]. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono
-tanto più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad
-esecuzione; perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I
-titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e
-per tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati
-in carta così alla peggio»[485]. E di nuovo al Colletta, dopo un
-elenco non breve di alcuni de' suoi _castelli in aria_: «Voi riderete
-di tanta quantità di titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite
-non basterebbero a colorire tanti disegni. E questi non sono anche una
-quinta parte degli altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più,
-e perchè in quelli non potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza
-molte parole»[486].
-
-Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu rien
-faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier; c'est
-à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit dans
-mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon cerveau»[487].
-Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere composto
-il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in cui,
-aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole
-e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo nel
-comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite più
-sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna
-alla _sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere_, di cui era
-sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava[488].
-Ma mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale
-tardità di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu
-piuttosto effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non
-lascia che il poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i
-racconci; ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare
-ogni via di ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si
-ristringa alla parte più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che
-altro, di ripulitura. Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva
-con diligentissima cura i proprii manoscritti, e quand'erano troppo
-infrascati di correzioni, li faceva copiare o li copiava egli stesso.
-
-Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente,
-senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti
-poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della
-inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè
-il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e
-che l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si
-conosce che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure
-si pensava»[489].
-
-La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già nel senso
-che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva dal Goethe,
-il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e lo commovesse
-dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi a richiesta
-altrui[490]; ma certamente ancora non _si propose_ mai di far versi,
-nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam veduto, se
-l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente si sarebbe
-tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello. È questo
-uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione poetica; mentre
-è segno sicurissimo del contrario l'andare a caccia di temi poetici,
-e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene troppo con altrui, e
-chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici nostri, che da prima
-deliberarono di comporre epopea oppure tragedia; poi, fermato così
-in generale il proposito, cominciarono a disputare seco stessi o con
-altri, se dovesse essere epopea eroica o cavalleresca, se tragedia di
-soggetto greco o latino o moderno, e quanto potessero emanciparsi dalle
-regole, quanto ad esse dovessero sottostare! La vera e grande poesia
-nasce dalla plenitudine della mente e del cuore, e come vena d'acqua
-che venga su dal profondo, scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò
-diceva il Leopardi che la _smania violentissima di comporre_ non gliela
-davano altri che la natura e le passioni[491].
-
-Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo
-del nostro poeta l'organismo poetico.
-
-Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle
-proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe
-indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più il
-poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello
-che il lettore si sarebbe aspettato»[492]. Non è questo, come altri
-potrebbe credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo
-schietto riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia
-di esso Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che
-assai volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da
-fatti particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si
-allarga a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del
-lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere.
-Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi giunga;
-nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono ad altri
-poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade di leggere
-versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di stile, o per
-inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola, che ha tanta
-presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo considerava come
-una creatura vivente:
-
- Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant;
-
-sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo
-conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in
-movimento l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza
-immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare
-ricordo. Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che
-ne consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla
-ordinaria sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità
-affatto insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine
-di sentimenti e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così
-tosto si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si
-propaga per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori
-e le idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e
-provocando di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e
-complesse: onde avviene che il verso di un passero solitario svegli nel
-poeta il sentimento angoscioso della solitudine propria, il rimpianto
-della giovinezza senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro
-e doloroso avvenire; e la vista di una siepe e lo stormire di poche
-piante siengli eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii
-e sovrumani silenzii, e a meditare insieme il passato e il presente,
-l'infinito e l'eterno; e il tramonto della luna lo faccia pensoso del
-dileguare della giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto
-e d'ogni inganno
-
- Ove s'appoggia la mortal natura.
-
-Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto per
-isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi
-una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un
-tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta
-fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie
-leopardiane divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò
-appunto risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di
-una parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in
-quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno
-come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione
-del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può
-vedersi in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare
-dimostrazione, se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso;
-ma in nessuna si vede così spiccatamente come nella _Ginestra_; la
-qual poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse
-per questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la
-suggestion operi con più forza, e in cui da così modesto principio si
-svolgano conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà
-il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del
-poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla
-contemplazione universa delle storie e dei destini umani e della natura
-indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse
-la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole[493],
-bisognerà riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi,
-e bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la
-cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della _Ginestra_
-non la cede a nessuno.
-
-Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo
-fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo premeva il
-sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si sentiva
-meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore che
-ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando
-cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non
-però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta cessi di
-soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva cessato di
-piangere sopra sè stesso quando scriveva i _Tristi_; nè Dante aspettò
-nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; nè quando
-s'accinse a scrivere il _Paradiso perduto_, aveva il Milton racquistata
-la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore di desiderio,
-con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del terzo
-suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte;
-e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli
-vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un
-amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben disse
-lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con un secreto
-intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi lenì
-l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età del suo
-dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate cose,
-
- Ancor che triste, e che l'affanno duri![494]
-
-Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo
-lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto
-riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee
-analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo
-aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera
-più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi;
-ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre
-lontana dal trito e dal triviale. Il _Tramonto della luna_ poggia tutto
-sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il
-poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese
-ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel _Passero solitario_,
-nella _Quiete dopo la tempesta_, in _Amore e morte_, nella _Ginestra_;
-per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene
-più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo
-del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza;
-la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente
-notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore,
-delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate
-che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto,
-senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune
-delle più notabili: _Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la
-fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è
-dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni;
-unico fiore dell'arida vita_. Più scarse ancora le comparazioni. Nella
-canzone _All'Italia_ quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta.
-Un'altra ne abbiamo nel _Pensiero dominante_:
-
- Come da nudi sassi
- Dello scabro Apennino
- A un campo verde che lontan sorrida
- Volge gli occhi bramosi il pellegrino.
-
-Una terza nella poesia _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_:
-
- Come vapore in nuvoletta accolto
- Sotto forme fugaci all'orizzonte.
-
-Dopo la canzone _All'Italia_, dove la patria depressa ed afflitta
-è personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone
-_Sopra il monumento di Dante_, dove, insieme con la patria, sono,
-tanto o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi
-non troviamo, da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre
-personificazioni[495]. Il simbolo è frequente nella poesia del
-Leopardi, e basterà ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria
-distesa, vera e propria, non vi si trova.
-
-L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa
-di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco
-poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a
-sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, a
-mio giudizio, increscevole, nella _Vita solitaria_, là dove il poeta a
-quella bellissima immagine:
-
- O cara luna, al cui tranquillo raggio
- Danzan le lepri nelle selve,
-
-appicca questo strascico inopportuno:
-
- e duolsi
- Alla mattina il cacciator, che trova
- L'orme intricate e false, e dai covili
- Error vario lo svia.
-
-Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene,
-l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso
-dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri
-più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo
-il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni
-frequenti; e molte delle sue poesie traggono da un contrasto
-inspirazione e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile,
-contrasto fra la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia,
-tra la fortuna e la virtù, ecc.; nel canto _Alla primavera_, e in
-altri, contrasto fra la felicità degli antichi e la infelicità dei
-moderni; nell'_Ultimo canto di Saffo_, nel _Consalvo_, nell'_Aspasia_,
-contrasto fra l'amore e la sorte o la malignità; nella _Sera del
-dì di festa_, contrasto fra il desiderio e la speranza del piacere
-e il disinganno; nella _Ginestra_, contrasto fra la superbia e la
-miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre contrasto fra la
-natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la illusione e
-il vero[496]. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la luna,
-mentre Roma precipita:
-
- Cognati petti il vincitor calpesta,
- Fremono i poggi, dalle somme vette
- Roma antica ruina;
- Tu sì placida sei?
-
-Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte
-dell'orizzonte, il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a
-un susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone
-al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo
-dissidio, vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio.
-
-E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così
-volentieri, si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e
-dello spazio, risalendo alle prime storie del genere umano e agli
-antichissimi miti, smarrendosi nella vastità de' cieli stellati;
-dacchè il remoto, per una facile illusione del sentimento e della
-immaginativa, ci appare, non solo diverso dal prossimo, ma pure in
-contrasto con esso, e quasi una negazione di esso. Nessuno meglio del
-Leopardi conobbe l'affascinante poesia di quel lontano in cui l'anima,
-prosciogliendosi dalle cure angustiose, sottraendosi alla tirannide
-delle cose presenti e prementi, ritrova e sente tutta sè stessa, e
-rinnovata e libera si muove e si espande. E qui ancora è una delle
-ragioni di quel suo quasi culto delle rimembranze, dacchè ciò che
-l'uomo ricorda con più tenerezza e di desiderio, sempre contrasta, in
-una certa misura, con ciò che l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se
-non che s'è dovuto notar da altra banda quanto alle volte il Leopardi
-si tenga stretto alla realtà immediata e presente. Questa facoltà
-ch'egli ha di accostarsele e di scostarsene a suo talento acuisce
-mirabilmente in lui il senso dei contrasti; e dal contemperamento e
-dalla fusione di qualità che a primo aspetto non sembra si possono
-insieme accordare, viene alla sua poesia un'attrattiva assai nuova e
-rara.
-
-L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli
-epiteti. Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici,
-che servono sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta
-più particolarmente sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici
-e musicali che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione
-rigogliosa e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono
-elementi determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta
-misura e giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di
-semplice ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente
-nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e
-per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale gli
-epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza che gli
-psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, sono
-appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore frequenza,
-come _ermo_, _solitario_, _deserto_, _romito_, _quieto_, _ignudo_,
-_eterno_, _infinito_, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo
-suo, e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico,
-della vita fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente
-alla caccia di quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte,
-l'_épithète rare_; nè mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed
-usurpatori che violentano o contraffanno le cose. Quello che Teofilo
-Gautier disse trasposizione delle sensazioni è artifizio presso che
-ignoto al nostro poeta.
-
-Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del
-Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica,
-anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri
-principali.
-
-Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e
-di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del
-Leopardi. Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni
-distinzione fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo
-stile», sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un
-deserto inamabile, dove invano cerchi un fiore»[497]. Ma chi mai
-vorrà acquetarsi a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in
-quello stile (e qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e
-poesia) è verissimo; ma non altrettanto vero che sia quello stile un
-deserto inamabile. Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un
-perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose
-del Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino
-più visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»[498].
-Il Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa.
-Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo
-punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana
-quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le
-diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura solida
-e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse insomma
-eccellente prosa di tipo intellettuale[499]. Ma ancora parmi si scosti
-dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a uno
-scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se non
-vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non solamente
-nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente
-dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento
-che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione di frasi e di
-periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello stile sono
-la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la chiarezza;
-doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello che dicesi
-stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi stile
-organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire ciò
-che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore veramente
-buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel medesimo
-ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il Leopardi
-considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» come «quella
-cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», e della
-chiarezza disse esser essa il primo _debito dello scrittore_[500].
-Ma di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi
-voleva rifatto _il di fuori e il di dentro della prosa_.
-
-Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai Greci,
-dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni,
-egli ebbe in conto di _miserabili_)[501]; ma si tace del nuovo ch'egli
-introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui
-seppe, più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie
-forme tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al
-Giordani: «L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come
-fanno i Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma
-i Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser
-letti, bisognasse adoperarla»[502].
-
-Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica[503]:
-notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la prosa
-«geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così
-somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte in
-fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità
-morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in tutte
-quelle prose che sanno d'antico»[504]. Che se per entro alle prose di
-lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova
-la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che
-contraddistinguono alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza
-che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di
-chi favelli di sè.
-
-Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il maggior
-luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che delle altre
-due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca (e
-più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e
-ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro
-la opinione dello stesso Giordani[505], il poeta sostenne essere la
-poesia alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere
-prima prosatori per poi riuscire poeti[506]: verità incontrastabile,
-avvertita da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia
-intendere quanto sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in
-prosa ciò che intendon poi di mettere in verso, e perchè un poeta
-eccellente possa essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore,
-poeta pessimo[507].
-
-Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito,
-parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba
-senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia
-una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il
-Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa
-vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera così
-piacevole all'occhio come la _y_; che al poeta occorre, non solamente
-di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe ha un
-suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, l'occhio
-è allettato. Se la _visualità_ può menare così lontano, noi non ci
-dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I versi
-del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo
-per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, contano
-fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma ogni
-altra letteratura[508].
-
-I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una
-seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni,
-ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente
-senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il
-Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente
-come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte immediato e
-diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia la perifrasi,
-e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che riconosciuta
-da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando a' dì nostri
-chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e squisito. E,
-per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa armonia
-generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo poetico,
-e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario colore de'
-suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o ben di rado
-dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un medesimo
-tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere di
-farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar questo
-trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, difficilissimo
-magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe la sentenza del
-Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien est supérieur à
-un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, sdegnando il verso
-che suona e che non crea, egli non gradirebbe già il verso che creando
-non suoni, troppo bene sapendo come il suono in questa arte sia forza
-creativa, il verbo divino che trae dal nulla le cose.
-
-Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So che a
-taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce scarsa per
-questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile intender poco
-le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? tanto possibile,
-credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. Questa non è
-virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre vengano
-insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non d'altro nasce
-che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo intendere
-ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica
-comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza nel
-comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) che il
-Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, vogliamo
-intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della parola,
-della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, alla
-natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come ognun vede,
-dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità della
-elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di ritmi il Leopardi
-è maestro grandissimo[509]. L'arte ritmica di lui si dà a conoscere
-nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella studiata
-alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime delle
-sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte
-parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso,
-magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo
-e motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo
-sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre
-impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' versi
-dell'_Ultimo canto di Saffo_, ov'è descritto il volgersi per l'aria del
-polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto vasto e
-il tumulto della bufera.
-
-Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito
-dell'armonia, la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile,
-soccorsi dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo
-gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata[510], da
-quella perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i
-grandi maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale
-in nessuna sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile,
-senza l'opera di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e
-nella manifestazione de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere
-rivali: la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il
-vano desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e
-l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto,
-l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella
-disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano
-quel senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono
-di strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone
-equilibrio, compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi,
-ora si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben
-guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e più
-copiosa fonte della sua poesia.
-
-Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' versi
-di lui, per esempio nella _Vita solitaria_ e nelle _Ricordanze_, un
-po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto)
-come uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire
-che la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli
-stessi criterii con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora,
-che quella tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella
-poesia del Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in
-grado di penetrare sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di
-sentimento. E ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai
-l'arte di produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle
-impressioni molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così
-è più sempre da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro
-le conseguenze e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente
-era in lui, riparato il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi
-dell'organismo, di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per
-non dire impossibile, scrutare il modo e la ragione.
-
-Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte
-emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti
-retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente
-dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione propria e
-spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte i tesori
-dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia alla
-imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso,
-altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte
-l'opera del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e
-più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane
-uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni
-letteratura; e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come di
-straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli è
-poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori di
-lui: poeti eguali a lui non ci sono.
-
- AVVERTENZA. — Erano già stampati i fogli che precedono quando
- giunse notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le
- carte leopardiane lasciate dal Ranieri, delle quali è ripetuto
- ricordo in questo Saggio, le aveva affidate alle cure di appositi
- commissarii, che debbono prenderle in esame e fare le opportune
- proposte per la pubblicazione delle inedite.
-
-
-
-
-PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI[511]
-
-
-Che c'è ora in letteratura, anzi in tutta quanta l'arte, una vera
-e propria reazione, la quale si va più sempre allargando, ognuno lo
-può vedere, solo che giri intorno lo sguardo; che tale reazione si
-esercita, con più deliberato proposito, contro il realismo e le sue
-varietà, ognuno può facilmente conoscere, solo che ne consideri gli
-andamenti e i caratteri generali; che essa finalmente, sia effetto
-e parte di un'assai più generale reazione che si viene compiendo nel
-pensiero e nella coscienza del tempo presente è cosa che si potrebbe
-arguire a priori, e che l'osservazione, anche più superficiale e
-affrettata, fa manifesto.
-
-Per discorrere della reazione particolare, che diremo letteraria, in
-modo adeguato del tutto, bisognerebbe prima, senza dubbio, discorrere
-della reazion generale; cercarne le cagioni e le origini; determinarne
-la estensione e il carattere; delinearne i procedimenti e le forme: ma
-sarebbe lavoro assai lungo, da non potersi costringere in poco tempo e
-poco spazio: e, da altra banda, di tal lavoro alcune parti furono già
-fatte; altre non si potranno fare se non da chi, dopo noi, guarderà
-questi moti essendone fuori, da lungi. Basterà qui pertanto accennare,
-o rammentare, le cose e i fatti più appariscenti.
-
-Guardata nel tutto insieme, la reazion generale appare quale un moto
-avverso alla scienza positiva e al positivismo filosofico. Il secolo,
-giunto al suo stremo, si riconverte, sembra, a quell'idealismo che,
-accompagnando, e in parte promovendo, un'altra reazione, ne diresse
-gl'inizii. Rinasce, se non propriamente la credenza, il sentimento
-religioso, o almeno quell'inquieto e pungente senso del mistero che
-ne fa avvertire il bisogno e lamentare la mancanza. Il misticismo
-s'intrude anco una volta in quella scienza che l'aveva inesorabilmente
-sbandito; tenta di adulterarne i principii; si sforza di snaturarne
-i metodi e di offuscarne i fini: e molti, sdegnando gl'incerti
-compromessi e i connubii illegittimi, gridano che la scienza è venuta
-meno alle sue promesse, che il suo regno è finito, che la scienza è
-fallita.
-
-Non sono certo da disconoscere le molte cagioni di indole sociale e
-politica, e le intricate, e spesso non belle, ragioni di opportunità e
-d'interesse che concorrono a produrre quell'effetto; ma sarebbe errore
-il credere ch'esse sieno sole a produrlo. Che altre pur ve ne sieno,
-più recondite e men facili a scoprire e ad intendere, scaturienti dal
-proprio fondo della nostra natura e, forse, della universa natura,
-è fatto palese, parmi, dalla generalità stessa del moto, dalla
-molteplicità, varietà e rispondenza delle singole manifestazioni sue,
-e ancor più, se non erro, dal carattere stravagante e dall'insania
-più che probabile di alcune di tali manifestazioni. Il teosofismo e
-il magismo acquistano ogni giorno nuovi seguaci. L'alchimia ha i suoi
-iniziati e promette di nuovo, con la trasmutazione dei metalli, anche
-la pietra filosofale. L'astrologia torna in onore, e nella stessa
-Inghilterra, patria di Bacone da Verulamio e d'Isacco Newton, dello
-Stuart Mill e dello Spencer, anzi colà più che altrove, si rallegra
-di numerosi cultori, porge copiosa materia a giornali ed a libri.
-Credo abbia torto il Nordau, o abbia solo in parte ragione, quando nel
-nuovo misticismo altro non vede se non l'effetto della degenerazione
-crescente, o un avvedimento e un ripiego politico[512]. Non sono tutti
-degenerati per certo i seguaci e i fautori delle nuove, o rinnovate
-dottrine, e basta ricordare a questo proposito come, tra quelli che lo
-spiritismo conta in grandissimo numero, ve ne sieno notoriamente alcuni
-a cui la scienza va debitrice di grandi incrementi, e i nomi dei quali
-godono di celebrità meritata. Quanto alle ragioni politiche, se quelle
-che il Nordau viene additando possono, sino ad un certo segno, spiegare
-il misticismo francese, non potrebbero spiegare egualmente l'inglese, o
-l'americano.
-
-Giova dire che la scienza stessa riaperse al misticismo la porta
-il giorno in cui, acquistata più sicura coscienza di sè, veduti
-meglio i proprii confini, confessò la impotenza propria in cospetto
-dell'_inconoscibile_, e ridestò negli animi il senso sopito del mistero
-avvolgente; il giorno ancora in cui ruppe la lega malamente stretta
-col materialismo, e rivendicò la piena libertà dell'indagine, fuori
-delle angustie di qualsiasi preconcetto dottrinario o settario. Giova
-dire che già da parecchio tempo, in presenza di tendenze avverse,
-sempre più minacciose e incalzanti, l'individualismo s'è risentito,
-s'è accampato con nuovo orgoglio e con nuova arditezza, ha spinto sino
-al paradosso e all'iperbole certe sue pretensioni, le quali, quanto
-sono repugnanti alla scienza, che abbattendo o livellando gli orgogli
-umani, disciplina, consocia ed agguaglia, sotto il giogo di una legge
-ineluttabile e imprescrittibile, potenze, atti e fortune, altrettanto
-sono inchinevoli a quel misticismo docile e vago che permette, anzi
-favorisce, ogni intemperanza di sentimento e di fantasia, e ad ogni più
-oscuro moto dell'animo dà significato come di rivelazione, e concede
-ad ogni uomo di foggiarsi il mondo a sua posta; quanto contrarie al
-positivismo, che ci comprime dentro e sotto la natura, altrettanto
-confacevoli all'idealismo, che ci leva fuori della natura e sopra di
-essa.
-
-Di quello che negli ultimi tempi fu detto, un po' troppo
-arrischiatamente e pomposamente, _spirito nuovo_, una buona parte si
-può esprimere con le tre sacramentali parole: _rinascenza dell'anima_,
-le quali, significando al tempo stesso un desiderio e un proposito, un
-presente e un avvenire son diventate, esplicitamente o implicitamente,
-la formola dell'arte nuova.
-
-
-I.
-
-Delle reazioni in genere, e delle reazioni letterarie in ispecie, non
-bisogna sgomentarsi troppo, nè troppo dolersi. Tutta la storia umana,
-dalle origini più remote sino al giorno presente, è fatta di azioni
-che sono al tempo stesso reazioni, e di reazioni che sono al tempo
-stesso azioni. Certo, sarebbe molto più profittevole, o, per lo meno,
-più speditivo, al genere umano procedere per via diritta verso quella
-qualunque meta che può essere segnata al suo corso; ma vuole la nostra
-natura, o vuole la natura a noi circostante, che quel corso sia un
-andare a gangheri, lungo una linea spezzata, o un andare in volta,
-lungo una spirale, con inenarrabile tedio di quanti s'avvedono (e son
-pochi) della maniera e qualità del cammino, e con inenarrabil fatica di
-quanti (e sono tutti) vanno camminando a quel modo, e con incresciosa
-apparenza, se non con evento vero, di vani, anzi nocivi ritorni. Data
-la necessità di così fatto andamento, si comprende come la ininterrotta
-sequela delle azioni e delle reazioni appaja, guardata sotto certo
-aspetto, non in tutto, ma in parte, quasi una sequela ininterrotta
-di errori e di correzioni, di colpe e di castighi, di eccessi e di
-repressioni, e quasi uno sforzo continuo ed alterno e mal proporzionato
-inteso a stabilir l'equilibrio; per tal forma che ogni errore, ogni
-colpa, ogni eccesso sia come il termine estremo e fatale di un moto
-che fu, ne' suoi principii, ragionevole e buono; ed ogni correzione,
-ogni castigo, ogni repressione porti fatalmente con sè il germe di un
-male futuro. Come e perchè una reazione possa molto più giovare che
-nuocere, e un'altra molto più nuocere che giovare; come e perchè l'una
-appaja atta a venire a capo di tutti i proprii intendimenti e l'altra
-di alcuni pochi soltanto, o di nessuno, è cosa che dipende da infinite
-ragioni, da intricatissime contingenze, e che vuol essere indagata
-volta per volta e caso per caso.
-
-La storia delle lettere, come parte della storia generale umana, è
-anch'essa tutta quanta tessuta di azioni e di reazioni, nei tempi
-antichi, in quelli di mezzo, nei moderni, con questo solo divario,
-che azioni e reazioni appajono tanto più rade e più lente quanto più
-si risale verso gli antichi, tanto più frequenti e veloci quanto più
-si scende ai moderni. Se ben ci si guarda, di sotto alla molteplicità
-degli aspetti e delle movenze particolari, si scorgono alcuni
-principii generali, i quali non mutano, o mutan ben poco, quanto alla
-sostanza, e con perpetua vicenda si contrappongono, si combattono,
-si soppiantano. Come più la civiltà differenzia e si complica; come
-più si moltiplicano, si compongono insieme e s'intrecciano le forme
-e le funzioni della vita, più la vicenda spesseggia: ond'è che
-nell'antichità, e poi nel medio evo, vediamo aver durata di secoli moti
-che in questa nostra età si misurano a lustri.
-
-La reazione letteraria presente si esercita in più special modo contro
-il realismo, e più propriamente ancora contro il naturalismo, che fu
-come la caricatura di quello e l'errore e la colpa e l'eccesso cui
-quello doveva pervenir fatalmente. Essa si esercita con la scorta di
-due concetti principali (non oserei dir dottrine) e sotto due nomi
-principalmente: preraffaellismo e simbolismo; de' quali, il secondo
-designa un moto di recentissima origine, e il primo un moto di origine
-notabilmente più antica, ma di novissima voga. E quello e questo hanno,
-insieme con qualità e tendenze proprie e diverse, qualità e tendenze
-somiglianti e comuni. Entrambi si oppongono al naturalismo, di cui
-l'uno schifa più la volgarità e la crudezza, l'altro più l'abuso del
-particolare e del concreto: entrambi ricusano il così detto plasticismo
-e l'arte marmorea dei parnassiani: entrambi menan vampo di uno sdegnoso
-e nobile individualismo: entrambi si dicono e sono idealisti, si
-separano dalla vita reale, vagheggiano, rimpiangono, risuscitano come
-possono il medio evo, e più alta e perfetta stiman quell'arte che
-chiusa ai più, schiva d'ogni contatto, più partecipa della visione
-e del sogno. La reazione contro il realismo non potrebb'essere più
-risoluta di così; ma non è poi altrettanto nuova quant'è risoluta,
-sebbene coloro che in vario modo la menano, o ne sono menati, la
-stimino cosa novissima e senza esempio. Per non dilungarci troppo
-nella ricerca dei casi consimili, e guardando a una sola delle molte
-specie letterarie, basterà ricordare come in questa nostra Europa
-moderna, nello spazio di pochi secoli, la novella italiana, insieme con
-le imitazioni che se n'ebbero fuori d'Italia, sia stata soppiantata
-dal romanzo eroico e pastorellesco dei Francesi; questo dal romanzo
-picaresco degli Spagnuoli e dal realistico degl'Inglesi; entrambi
-questi due dal romanzo avventuroso e sentimentale dei romantici, a cui
-sottentrò il romanzo naturalistico, che incalzato e sopraffatto a sua
-volta, cedè il campo a un nuovo vincitore. Onesta lotta è, in fondo,
-la lotta di due principii nemici che si sopraffanno a vicenda, il
-principio realistico e il principio idealistico.
-
-Della presente reazione letteraria molti si rallegrano e molti si
-rattristano; e di quelli che si rallegrano non pochi sono uomini usi
-d'applaudire ad ogni novità, qual ch'essa sia; e di quelli che si
-rattristano non pochi sono uomini usi di vituperarle tutte, senza
-curarsi di sapere che sieno. Il critico, avendo finalmente imparato che
-anche in letteratura la mutazione è necessaria e inevitabile; che il
-buono, in pratica, non si può sceverare dal reo con quella facilità che
-nei trattatisti si vede; e che il più delle volte, se non sempre, certa
-misura di male è condizione a certa misura di bene; il critico, dico,
-non s'ha da rallegrare nè da rattristare se non a ragion veduta, e
-questo ancora con certa temperanza onesta e prudente, quale può essere
-consigliata dal convincimento che il mondo non va già in perdizione
-per ciò solo che in qualche modo è fatta offesa ai nostri gusti o alle
-nostre opinioni; e ch'esso cammina per le sue vie, le quali non sempre
-sono le nostre; e che, ad ogni modo, quando pur sieno, non si sa dove
-menino. E il critico potrà ragionevolmente rallegrarsi che questa
-reazione ponga fine al regno, anzi alla tirannide del naturalismo,
-il quale, da un pezzo già, era troppo trascorso oltre i termini del
-sensato e del tollerabile. E se gli sarà detto essere le idee e le
-intenzioni dei novatori molto confuse ed oscure, egli non negherà
-questo, ma avvertirà che sì fatti rivolgimenti sono mossi assai volte,
-nei loro principii, da impulsi profondi dell'animo, de' quali l'uomo
-non ha troppo chiara coscienza, oppure da eventi esteriori, de' quali
-l'uomo non ha sufficiente contezza; e che però le dottrine intese a
-spiegarli e giustificarli non mutarono se non tardi, e con fatica,
-come da innumerevoli esempii è mostrato; e che per questo ancora non
-si può, in modo sicuro, dalla insufficienza della dottrina far giudizio
-dell'irragionevolezza del moto. E se da alcun altro gli sarà detto che
-l'arte dei novatori non produsse insino ad ora nessun'opera eccellente
-fra le poche mediocri e le molte pessime, egli consentirà pienamente,
-ma ricorderà in pari tempo che molt'altre volte avvenne il medesimo
-alle nuove scuole in sul primo loro formarsi; e che il tempo dei primi
-conati e delle prove avventurose non può essere quello dei capilavori;
-e che quanto si dice dei novatori di adesso fu pur detto, per citare
-un esempio, di quei romantici che lasciarono sì più di un'opera grande,
-ma lasciaronla solo dopo aver fatto credere per un pezzo di non sapere
-nè che si facessero nè che si volessero. Da altra banda il critico
-esaminerà con libero intelletto il moto presente, distinguendo ciò che
-in esso ha sembianza di sano da ciò che non l'ha; cercando se abbia
-veramente tanto di forza quanto d'irrequietezza; e se dia segno di
-voler vincere durevolmente (non già pei secoli, si intende), o cedere
-in brev'ora a contrasti solo momentaneamente rimossi: nè dimenticherà
-che la ciarlataneria, la scimunitaggine, la pazzia sono cose umane e
-comuni; che la passione è un fuoco inestinguibile; che la moda è un
-vento mutevole; che l'esempio trascina e che l'illusione è regina del
-mondo: nè dimenticherà che la critica è fatta più per interpretare che
-per guidar l'arte; che il suo compito è il più delicato dei compiti; e
-che i giudizii suoi sono soggetti a rivedimento in perpetuo.
-
-Con queste norme e con queste cautele vediamo di intendere la natura
-del preraffaellismo e del simbolismo e di abbozzare un giudizio sul
-valore della reazione esercitata in lor nome.
-
-
-II.
-
-Com'è noto, il preraffaellismo nacque in Inghilterra, ma per opera,
-principalmente, di un Italiano, cioè di Gabriele Dante Rossetti,
-pittore e poeta, e figliuolo di quel Rossetti che fu, prima e dopo del
-'30, uno dei principali poeti e promotori della rivoluzione italiana,
-e lo studio stesso dell'Alighieri volse in servigio della libertà e
-della patria. Ostentando di anteporre a Raffaello, considerato quale
-un pervertitore dell'arte, i predecessori suoi, e, di questi, più
-stimando i più antichi, il preraffaellismo si manifestò da prima e
-si affermò nella pittura, ma non tardò molto a invadere la poesia,
-che meglio forse della pittura poteva piegarsi a' suoi intendimenti
-senza offender troppo il gusto corrente e la tradizione; e definito,
-nella stessa Inghilterra, una _rinascenza dello spirito_, o, almeno,
-_del sentimento medievale_, fu in tal qualità contrapposto a quella
-rinascenza dello spirito e del sentimento antico che noi denominiamo,
-senz'altro, la Rinascenza. Ognuno vede quale affinità venga perciò
-a palesarsi tra il preraffaellismo e il romanticismo, e, non fossero
-certe differenze di cui ora dirò, altri potrebbe scambiarlo, senza più,
-per un rimessiticcio del romanticismo stesso. È noto di che fervido
-culto i più dei romantici onorassero il medio evo, e come parecchi
-di essi sognassero di farlo rinascere. Nei primi anni del presente
-secolo si videro non pochi giovani pittori, scaldata la fantasia
-dagli entusiasmi romantici, rinnegare come corrotta tutta l'arte della
-Rinascenza, e rimettersi, in buona fede, alla scuola di Giotto. Tra
-il fatto di allora e il fatto di ora c'è dunque molta somiglianza,
-e il preraffaellismo bisogna si contenti di non essere tanto nuovo
-quanto s'immaginava; ma se i fatti si somigliano, la ragion dei fatti è
-diversa. Per votarsi al santo medio evo il romanticismo aveva tutta una
-sequela di ragioni che il preraffaellismo non ha, nè può avere: guerra
-a quel classicismo di cui il medio evo era stato appunto come una gran
-negazione, secolare e concreta; ritorno a quella fede di cui il medio
-evo era tutto impregnato, e di cui aveva per tanti secoli vissuto;
-desiderio, in Germania, di una grandezza politica di cui porgeva
-indimenticabile esempio l'Impero; desiderio, in Italia, di una libertà
-che, dopo i Comuni, non s'era più conosciuta. Il preraffaellismo di
-queste ragioni salde e positive non ne ha neppur una. Esso nega, ma non
-si può dir che combatta; vorrebbe gustare le consolazioni e le estasi
-della fede, ma sente che questa fede gli manca, e non sa come fare a
-procacciarsela; detesta tutti gli ordinamenti e reggimenti sociali e
-politici che ci stringono intorno e ci pesano addosso, ma non ne addita
-di migliori, e, in realtà, non si propone di mutarne alcuno. Esso è
-l'infingardaggine nell'arte.
-
-Se ben si guarda, si vede che il preraffaellismo nasce in gran parte da
-una ragione puramente negativa, dal disgusto, cioè, della vita presente
-e della presente civiltà quale in grado massimo lo sente e l'ostenta
-il Ruskin[513]. Io sono ben lungi dal credere che tale disgusto sia
-per sè stesso irrazionale e illegittimo, e che nasca, tutto e sempre,
-come vorrebbero certi biologi e sociologi, d'insufficienza o di
-perversione organica, e non altro significhi in fondo se non penuria
-di quella sovrana virtù, conservatrice d'ogni vita, ch'è la virtù
-dell'adattamento, ma ad ogni modo un principio puramente negativo
-qual'è questo non può, quando manchino altre forze e altri ajuti,
-essere un principio d'arte sicuro e fecondo; e l'arte si condanna da sè
-stessa all'esaurimento e alla morte quando si diparte in tutto dalla
-vita reale, dove sono, non tutte, ma le prime e le più copiose sue
-fonti, e si ritrae e si sequestra nella memoria, nel desiderio, nel
-sogno d'una vita che fu. Volere che l'arte non rispecchi se non ciò
-ch'è presente e comune, come fu canone del naturalismo, è grave errore;
-ma error non men grave è volere che l'arte rispecchi soltanto ciò che è
-peregrino e remoto: ed entrambi gli errori conducono, per opposte vie,
-alla menomazione dell'arte. Non nego che la distanza, sia di tempo,
-sia di spazio, non accresca poesia alle cose, perchè sarebbe negare
-un fatto reale, conosciuto universalmente, e più che sufficientemente
-spiegato dalla natura dello spirito e dalle leggi che lo governano;
-ma dico che la opinione comune di coloro i quali negano esser poesia
-nelle cose famigliari e vicine, e che s'hanno tuttodì davanti agli
-occhi e, per dir così, sotto mano, nasce, più che da un giusto vedere,
-e dal non saper vedere e dal non saper collegare con la vita passata
-la vita presente e la vita futura: nel che parmi appunto che stia
-uno degli offici più alti che possano all'arte assegnarsi. Credo che
-un animo forte e operoso tenda di sua natura, quando abbia troppo in
-dispetto il presente, piuttosto verso il futuro che verso il passato,
-e se verso il passato, verso quello soltanto ch'egli immagini potere e
-dovere rioperar sul presente, e sia davvero, o almeno appaja, maggior
-del presente. Quando i primi umanisti cominciarono a volger gli occhi
-all'antichità, e ad accendersi tutti dell'amore di quella, cominciò un
-grande rivolgimento nel mondo; perchè essi non si lasciarono sopraffare
-dal disgusto della conosciuta barbarie, nè anneghittirono nello sterile
-rimpianto della civiltà perduta; anzi con indimenticabile entusiasmo,
-vogliosi, non già di disertare la vita, ma sì bene di più altamente
-vivere, diedero opera a ricondurre quella civiltà per entro a quella
-barbarie, e a rifar col passato il presente: e tale fu l'impeto e
-la forza e l'intima virtù del moto, che travolse persino que' Papi e
-quella Chiesa che più avrebbero dovuto avversarlo.
-
-I preraffaelliti non pongono così alta la mira. Essi hanno grande
-avversione al rinascimento classico, ma non isperano un vero
-rinascimento medievale, contro cui troppe forze, e irresistibili, si
-troverebbero collegate. L'esempio dei romantici deve averli ammoniti;
-e ciò che non potè avvenire dopo il 1815, quando si trovava un Giuseppe
-De Maistre per iscrivere il famoso libro _Du Pape_, molto meno potrebbe
-avvenire ora. I preraffaelliti, del resto, non cercano nel medio
-evo, mal conosciuto e peggio rassettato, se non un rifugio che li
-ripari dalla ingiuria de' tempi; una specie di cenobio intellettuale
-e sentimentale, ove a bell'agio possano, se non appagare, accarezzare
-quel vago e tenero bisogno d'idealità e di fede che gli affanna e
-gl'inquieta, e sognare in pace i loro sogni. Il caso loro somiglia
-per più rispetti al caso di quei raffinati del XVI e XVII secolo,
-che sazii e fastiditi di cortigianeria e d'artificio, cercarono nuovo
-sentimento di schiettezza e illusione d'ingenuità nelle pastorellerie.
-Se non che la semplicità mal riesce ai raffinati. I preraffaelliti,
-checchè possan credere o dire, sono di animo affatto diversi da quei
-modelli a cui vorrebbero rassomigliarsi. L'ingenuità, perduta che sia,
-più non si racquista; e chi, a bello studio, manometta in un quadro
-le regole della prospettiva, o introduca in un componimento poetico
-immagini e locuzioni troppo disformi dal sentire e dal favellar nostro,
-con l'opinione di riuscir semplice e schietto, non riesce in fatto nè
-schietto nè semplice, ma solamente ridicolo. E poi, messo una volta
-il piede su questo sdrucciolo, non è quasi più possibile fermarsi:
-giacchè se a Raffaello sono da anteporre frate Angelico, Taddeo Gaddi
-e Giotto, perchè a questi non sarà da anteporre Cimabue, e a tutti,
-come più schietti ancora, e più veramente primitivi, i bizantini?
-Quando per arte semplice s'intende arte insufficiente, ciò non è punto
-difficile; ed è perciò che noi vediamo ora, dietro i passi dei pittori
-preraffaelliti, muovere una schiera di pittori che si potrebbero dir
-pregiottiani, i quali, intenti a rinnovare in tutto il suo rigore la
-tradizion bizantina, offrono agli attoniti sguardi de' contemplanti,
-stecchite figure di vergini, di asceti e di martiri, senza espressione,
-senza sangue, senza carni, con tale una ostentata (ma non in tutto
-ostentata) ignoranza dell'anatomia, del drappeggiamento, del colore e
-di ogni cosa, da fare o strabiliare, o sorridere.
-
-Non perciò vorrò dire che il preraffallismo non abbia prodotto qua
-e là un qualche effetto buono. In pittura esso ha indubitabilmente
-contribuito ad affinare novamente il gusto, che s'era un po' troppo
-ingrossato alla scuola del naturalismo; a risollevare e riconfortare la
-fantasia che da quella scuola era stata depressa e mortificato un po'
-più del dovere; a ridare il luogo che gli si compete a quell'elemento
-ideale senza di cui l'arte a breve andare s'intorbida e s'invilisce. Nè
-ciò soltanto; chè trasfondendo, senza quasi avvedersene, un sentimento
-moderno nelle forme e nelle immaginazioni del medio evo, esso ha
-talvolta prodotto _motivi_ di una venustà rara ed arcana, di una
-insuperabile acuità d'impressione, e ottenuto trasfigurazioni veramente
-singolari e potentemente emblematiche della persona umana, e raggiunto
-in certe composizioni di bizzarra, florida, taumaturgica fantasia tale
-una fusione della realtà e del sogno quale non credo siasi mai veduta
-innanzi, nè possa ottenersi maggiore.
-
-In letteratura i suoi meriti mi pajon minori, ma non minori i demeriti.
-Sembra ch'e' non osi staccarsi dalla poesia e avventurarsi nella prosa,
-nè che della poesia osi trattar tutti i temi e le forme; e Gabriele
-Dante Rossetti, del cui valore noi non abbiamo ora a discutere,
-rimane pur sempre il maggiore de' suoi poeti. Ciò nondimeno, a chi
-ami l'arte non parrà picciol merito la sollecitudine viva e devota
-adoperata in restituire l'antico grado e gli antichi onori a quella
-poesia che dai naturalisti fu tanto sdegnata, e di cui lo Zola osava
-scrivere: «J'assigne simplement à la poésie un rôle d'orchestre; les
-poètes peuvent continuer à nous faire de la musique pendant que nous
-travaillerons»[514]. Anzi i preraffaelliti passarono il segno quando
-pretesero racquistare alla poesia quel primato che le condizioni
-presenti della cultura e della vita più non le consentono. Ma di questo
-più oltre.
-
-Che il preraffaellismo dovesse trovare anche in Italia ammiratori e
-seguaci, come da molto tempo ve li trovano tutte le novità forestiere,
-è cosa che non si poteva, sembra, evitare. A tacer dell'effetto che
-se ne vide in pittura, basterà ricordar quello che se ne vide in
-poesia, quando su pei giornali letterarii cominciarono a comparire
-sonetti e canzoni e ballatette e sestine e none rime, rifatte sugli
-esemplari del Dugento e del Trecento, con atteggiamenti di stile, con
-impostature e cadenze di versi, con suoni di rime, tratti a grande
-studio da quell'arte; e insiem con le forme si riaffacciaron que' temi;
-e la donna angelicata rifece capolino, tutta soave e leggiadra, fra
-il corriere delle mode e l'articoletto di cronaca; e gli spiritelli
-d'amore diguazzaron le alucce tra i ghirigori e i cincigli della stampa
-cortesemente provveduti dal proto; e parve quasi di riudire la voce di
-Guido Orlandi chiedere con devozione:
-
- Onde si move ed onde nasce Amore?
- Qual è 'l su' proprio loco ov'e' dimora?
-
-e Guido Cavalcanti, un po' accigliato, rispondere:
-
- In quella parte dove sta memora, ecc.:
-
-cosa da ricevere con sollazzo e con riso, se, più che da una
-perversione del gusto, non nascesse da scioperataggine di mente e da
-grande impoverimento delle facoltà creative. Ma il preraffaellismo,
-benchè iniziato, si può dire, da un Italiano, e dietro esempii
-italiani, non sembra che possa avere fortuna in Italia, dove, se alcuna
-tendenza è che più direttamente derivi dall'indole della nazione, e
-si confaccia al costume, e li significhi entrambi, quella è dessa per
-certo che, contrastando allo spirito de' tempi di mezzo, sortì nel
-Rinascimento il proprio fine e il proprio trionfo: e già per le usanze
-e gl'ideali di questo vediam rinnovarsi in Italia un'ammirazione e un
-amore contro cui la dolce mania medievale del preraffaellismo non è
-possibile che prevalga.
-
-Nè v'è ragione di credere che fuori d'Italia esso abbia a vivere
-rigoglioso e durare a lungo. Troppe forze lo premono, delle quali è
-grande errore l'immaginare che sien vicine a dissolversi e a perdersi.
-Esse anzi acquistano, d'ora in ora, maggior gagliardia, e tutte
-congiunte ci trascinano sempre più lungi dagli esempii e dai termini di
-una età alla quale un repentino ripiegar della via può solo per picciol
-tratto far credere che noi ci andiam raccostando. Nella grande, torbida
-e impetuosa corrente del pensiero moderno, il preraffaellismo (e altro
-con esso) non segnerà se non un breve e passeggiero ringorgo. Se non
-ingannano i segni che del futuro si vedono, esso si dileguerà tra non
-molto, e il suo nome sarà il nome di una piccola increspatura, non
-quello di un grande rivolgimento dell'arte.
-
-
-III.
-
-Il preraffaellismo ha formola chiara e precisa, ma angusta; il
-simbolismo formola molto più larga, ma anche più incerta ed oscura.
-
-Come nascesse il simbolismo in Francia in questi anni passati, e per
-opera di chi; e quanta parte s'avessero nel suo nascimento e nelle sue
-prime imprese un ragionevole bisogno dello spirito e un giusto senso
-dell'arte; quanta la ignoranza, la sciocchezza, la ciarlataneria,
-e persino il gusto di burlarsi del prossimo: e come fosse operato,
-anche in questo caso, l'ordinario miracolo del proselitismo, noi non
-andrem ricercando. Che cosa esso sia propriamente, e che si voglia,
-non è facile dire, nè pare che lo sappian gran fatto coloro stessi
-che lo professano e ne annunziano il verbo. Qualcuno, ripetendo, senza
-addarsene, vecchie e incompiute definizioni del romanticismo, lo definì
-l'individualismo nell'arte, oppure la libertà nell'arte; e, veramente,
-considerato sotto certo aspetto, il simbolismo non parrebbe esser
-altro che un ricorso di romanticismo attenuato, rimpicciolito, e come
-dissanguato. Al qual proposito gioverà notare una volta per tutte che
-il decadere del realismo doveva di necessità dar luogo ad un qualche
-ravvivamento e risentimento di quel romanticismo che esso da prima
-aveva combattuto e vinto.
-
-Se l'intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il
-simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che
-considera e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna
-per sè e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni
-le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le
-materiali delle spirituali[515]. Sì fatto intento non è già nuovo;
-anzi è vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso
-della parola, ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto
-istintiva e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi
-volesse andare in traccia del simbolo per entro nell'arte realistica,
-e agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a
-trovarlo. Son due anni, o poco più, nella _rassegna indipendente_ che
-s'intitola _L'Ermitage_, il Saint-Antoine parlò, volendo far servigio
-alla scuola, del simbolo e dell'allegoria, della leggenda e del mito,
-distinguendo di ciascuno la significazione e il carattere; ma non
-si vede ch'egli abbia aggiunto gran che a quanto in proposito era
-stato detto da un pezzo; e alla nuova scuola avrebbe dovuto premere,
-non tanto la definizione puramente teoretica del simbolo, quanto una
-dottrina, o una norma, per la scelta e per l'uso di esso, e alcuna
-opportuna avvertenza circa il modo migliore di far che agli intenti
-rispondano i mezzi dell'arte.
-
-Ad ogni modo, appar chiaro che i simbolisti, come già i romantici,
-non vogliono poesia senza simbolo; e chi desiderasse sapere come la
-pensassero i romantici a questo riguardo, almeno i francesi, frughi
-nel parigino _Globe_ del 1829, e troverà uno scritto che gliene darà
-contezza: e se ode questo o quel simbolista sentenziare che ogni
-bellezza è, di sua natura, simbolica, si ricordi che Guglielmo Schlegel
-e Giovanni Herder dissero per l'appunto il medesimo. Nessuno, se non
-è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà biasimare i simbolisti
-perchè vogliono poesia simbolica: ma chi poi, se similmente non è
-vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà approvarneli, quando
-pretendono che fuori di quella non abbia ad essere altra poesia?
-Non è forse poesia quella che, senza cercare e pensare più là, si
-contenta di ritrarre poeticamente le cose e di esprimere poeticamente
-l'anima umana? E son forse pochi, e sono di picciol merito i poeti che
-coltivarono e accrebbero sì fatta poesia?
-
-Ma non tanto errano i simbolisti in questa loro opinione che non sia
-poesia senza simbolo, quanto erran nel modo onde fan uso del simbolo,
-e ne curan l'effetto. Il simbolo non si propone altro fine se non di
-presentare un termine materiale e particolare in tal forma, e con tale
-avvedimento, che da esso si possa, anzi quasi si debba, ascendere a un
-termine o ideale o generale; e perchè tale passaggio avvenga, non in
-qualsiasi modo, ma in quel determinato modo che il poeta ebbe in mente,
-e non iscambii, mi si lasci dir così, un recapito per un altro, e non
-riesca, forse, appunto dove il poeta non volea che riuscisse, bisogna
-che il primo termine sia presentato in forma determinata, consistente,
-evidente, perchè, se presentato in forma perplessa, liquescente,
-nebulosa, potrà dar passo a più termini superiori, tutti diversi forse
-da quello che il poeta s'era prefisso, e potrà anche non dar passo a
-nessuno. Se i simboli riescono assai volte affatto vaghi e ambigui,
-anche quando il primo termine sia chiaro e preciso, figuriamoci quali
-han da riuscire quando quel termine è incerto ed oscuro. La lonza, il
-leone, la lupa di Dante son tali che ognuno li raffigura, e pure san
-tutti quanto varia e discorde sia stata la interpretazione del simbolo
-di cui essi sono parte: che sarebbe se il lettore non riuscisse a
-raffigurarli, e dovesse, prima d'ogni altra cosa, trovar gli argomenti
-per dimostrare che la lonza è una lonza, il leone è un leone, e la lupa
-una lupa? Ora essendo canone fondamentale della estetica e dell'arte
-dei simbolisti che le cose non debbono già esser ritratte nitidamente,
-ma solo adombrate, si vede che ha da seguire de' lor simboli, e
-s'intende perchè il simbolo appunto è ciò che meno si riesce a scovare
-nella loro poesia. Nè accade avvertire che qui non si tratta di quella
-studiata occultazione e di quella voluta ambiguità del simbolo che
-possono essere consigliate al poeta dalla condizione dei tempi, e dalla
-considerazione del pericolo a cui egli potrebbe esporsi usando simboli
-troppo ovvii ed aperti. Dei simboli dei simbolisti nessuna potestà, nè
-ecclesiastica, nè laica, s'è mai impermalita.
-
-Oltre che per l'uso, o meglio, per la immaginazione dell'uso del
-simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente
-al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per la
-inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l'onore che,
-rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia.
-
-Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza.
-Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine vero
-dell'arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire le
-détail technique, le renseignement local, enfin le côté historique
-et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté, dont
-mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo innanzi
-il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (_Béatrix_) queste
-testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non si può
-però negare che il realismo intendendo, com'è proprio suo cómpito, alla
-rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch'è più ovvio e comune,
-e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia nel mondo,
-non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi a mano a mano, come
-avviene, ad averla in dispetto. Son note le detrazioni che ne fece la
-Eliot, e le colpe e i danni che le imputò; ed è noto che il naturalismo
-la fuggì con altrettanta diligenza con quanta, per un altro verso,
-cercò la bruttezza. Onde il Mallarmé espresse il desiderio di tutti i
-simbolisti quando agognò di levarsi a volo
-
- Au ciel antérieur où fleurit la beauté:
-
-ma bisogna pur riconoscere che l'oggetto di quel desiderio è esso
-stesso un po' troppo _anteriore_, e si riman troppo nel vago, e che
-aborrendo i simbolisti da ogni rigorosa e perspicua delineazione di
-forme, la loro bellezza, quasi, è senza forma, e tanto vana rispetto
-a quella vagheggiata e ritratta dai Greci quanto è l'ombra rispetto al
-corpo. Ad ogni modo, per questo amor di bellezza, di cui vanno lodati,
-i simbolisti contraddicono, non soltanto ai realisti e ai naturalisti,
-ma ancora ai romantici, i quali un tratto, s'innamorarono anch'essi del
-brutto, e trovarono in Carlo Rosenkranz chi ne scrisse l'estetica.
-
-Verso il medio evo il simbolismo tende, in parte almeno, per quelle
-stesse ragioni per cui abbiamo veduto tendervi il preraffaellismo:
-certa sentimentalità religiosa inappagata e inappagabile, e il bisogno
-di quella piena libertà della immaginazione e del sogno a cui ogni
-realtà viva e presente riesce, o poco o molto, d'ostacolo, e che le
-usanze del viver nostro, e tutta quanta l'affacendata e aspra civiltà
-di questi tempi, insidiano e premono da ogni banda. E qui è da notare
-come i simbolisti, sebbene, per vie meglio opporsi ai realisti,
-ostentino grande amore all'antichità, e s'ingegnino di ritentare qua
-e là alcuni temi dell'arte antica, pure, dato quel loro immaginare in
-confuso e dire a mezzo, che non si confà punto col genio classico,
-e data quella vaga e fluida misticità, che del genio classico è per
-l'appunto il contrapposto, si trovino assai più a loro agio nel mondo
-medievale che non nell'antico, in una chiesa gotica che non in un
-tempio greco, in compagnia di claustrali che non di eroi. Ond'è che
-noi vediamo riapparire per opera loro, nell'incerta luce del secolo
-moribondo, tutta la vecchia fantasmagoria romantica di castelli
-merlati, di chiostri silenziosi, di cavalieri armati cavalcanti per
-cupe foreste, di re barbuti, di bionde donzelle, di sante e di santi
-rapiti in estasi. Uno di essi, Ferdinando Herold, intitola certo suo
-libricciuolo di versi _Chevaleries sentimentales_, titolo da fare
-invidia a ogni più zazzeruto e smunto romantico; e il Durtal, uno
-dei personaggi dell'_En route_ dell'Huysmans, non sogna se non medio
-evo[516]; e Paolo Verlaine, di cui son noti anche troppo i parossismi
-alternanti di religiosità e di lascivia, farneticava del medio evo
-_enorme et délicat_,
-
- Loin de nos jours d'esprit charnel et de chair triste.
-
-Non già che il medio evo non possa esser fatto rivivere dall'arte, come
-può esser fatta rivivere l'antichità, chè uno degli offici dell'arte
-è per l'appunto di prolungar la vita delle cose, e di ridarla, in
-qualche modo, a quelle che l'hanno perduta; ma il ravvivamento, per
-non riuscire un giuoco vano e puerile, deve innanzi tutto operarsi in
-una coscienza che sappia essa stessa serbarsi viva rimanendo moderna, e
-nelle forme proprie, non dell'attualità, ma del ricordo.
-
-Della devozione grande che i simbolisti hanno alla poesia si può
-dire ch'è troppa, ma s'ha pure a darne loro, come s'è data ai
-preraffaelliti, la debita lode. Quanto è dell'utilità, a coloro che,
-seguitando una opinione dello Schiller, rinnovata dallo Spencer,
-dicono l'arte non essere se non un giuoco, tanto più sincero quanto
-più è inutile, si può rispondere che tutte le arti cui si dà nome di
-belle son utili, in quanto che, variamente appagando un bisogno della
-spirituale natura dell'uomo, cooperano a che essa natura si conservi
-integra e sana nel pieno svolgimento e nell'esercizio armonico di tutte
-le sue facoltà. Ma v'è a dire anche altro. Lo stesso Spencer mostrò
-come la musica, suscitando agevolmente negli animi sentimenti a tutti
-comuni, e armonizzandoli, per così dire, insieme, a quel modo che fa
-de' suoni, e tutti i sentimenti purgando e affinando che le è dato di
-esprimere, e ancora adoperandosi a far nascere negli animi men delicati
-i sentimenti più delicati, sia un istrumento di simpatia efficacissimo
-e impareggiabile, e però di felicità individuale e sociale; e non
-si perita di asserire che, per questo rispetto, la musica non riesce
-meno benefica della scienza[517]. Ma perchè della poesia non si dovrà
-dire altrettanto? Anch'essa è in grado di accomunar sentimenti, e anzi
-di accomunarli in quella più determinata forma che alla musica non è
-consentita: anch'essa è atta a purgarli ed affinarli, e a far sì che
-i più delicati penetrino a mano a mano negli animi men delicati: e se
-alla musica, per esser buona a far tutto ciò, lo Spencer pronostica
-crescente fortuna e sempre più glorioso avvenire, non so perchè non
-si possa pronosticare altrettanto alla poesia, la quale fa tutto ciò
-diversamente dalla musica, ma, per certo, non meno bene della musica.
-Da parecchi già furono notate le benemerenze della scienza in quanto
-tende ad assicurare, creando una coscienza comune, e assottigliando
-più sempre il numero delle opinioni discordi e inconciliabili, la pace
-e la stabilità sociale[518]; ma se la scienza tende in più particolar
-modo a unificar l'intelletto, la poesia tende in più particolar modo
-a unificar l'animo, e ciò facendo esercita una azione sociale non meno
-benefica di quella possa esercitare la scienza[519]. Se così è, perchè
-mai la poesia dovrebb'essa morire? S'ode dir tuttodì che la scienza ha
-da uccidere la poesia; ma perchè dovrebbe uccidere la poesia e lasciar
-vivere la musica? E se l'avvenire preparasse agli uomini condizioni di
-vita più riposata e più degna della presente, e più libero e nobile uso
-di quelle potenze dell'anima ch'essi ora, per tanta parte, e in tanti
-pessimi modi, corrompono, deprimono, logorano, non si può credere che
-le arti fiorirebbero con nuovo rigoglio, e la poesia non meno, se non
-più, di ogni altra? Siam grati dunque ai simbolisti, non propriamente
-della poesia, e scusiamoli alquanto, se, scaldati e trasportati da
-quell'amore, vedendo nemici dove non sono, inveiscono contro una
-scienza che non conoscono, e che non ode le loro invettive. Se la
-poesia non ha a temere del proprio avvenire, la scienza, del proprio,
-può essere più che sicura.
-
-Quando avremo soggiunto che i simbolisti considerano il sognare ad
-occhi aperti come la più alta e nobile operazione dello spirito, anzi
-come la sola in cui esso, ignorando o negando la spiacente realtà, fa
-manifesta la propria eccellenza, e che non vogliono essere turbati
-nei loro sogni, avremo sommariamente indicati gl'intendimenti e i
-confini dell'arte loro. I pittori simbolisti dicono di voler fare, non
-pitture, ma iconostasi; e i poeti vorrebbero si potesse dir sempre
-delle loro poesie ciò che di alcune di Efraimo Mikhaël ebbe a dire
-Edmondo Pilon: «... je les ai dites comme on dit, dévotement, des
-litanies. Car elles contiennent, en elles, l'essence de la mélancolie
-inexprimable et de la constante obsession d'un exil loin d'une île
-heureuse; elles sont le mirage des déceptions constantes d'ici-bas,
-et elles sont les patènes divinement ciselées où sont enfermés les
-parfums des sacrifices expiatoires»[520]. Suscitare negli animi un moto
-e un contrasto di desiderii confusi che non si inaspriscano troppo nel
-volere il conseguimento del fine loro, di rimpianti che non passino il
-giusto segno di una mestizia tenera e sconsolata, d'immagini che si
-dissolvano prima d'essersi in tutto formate, di pensieri indefiniti
-che passino in una specie di luce crepuscolare e sottentrino l'uno
-all'altro senza mai collegarsi o coordinarsi fra loro; e con tutto ciò,
-e con richiami ed accenni impensati, dare agli animi il sentimento e
-quasi l'allucinazione di un mondo remoto, misterioso, trascendente,
-irrivelabile, ecco il fine che la poesia simbolista si propone. Vediamo
-ora quali mezzi essa adoperi per raggiungerlo.
-
-
-IV.
-
-Questi mezzi sono tre principalmente: l'oscurità, la suggestione, e, mi
-si passi il vocabolo, la musicalità.
-
-Che dell'oscurità si faccia senz'altro un canone, e un canone
-principalissimo d'arte, può, a prima giunta, far meravigliare chi
-non ricordi la innata tendenza che gli uomini hanno a confondere
-l'inintelligibile con l'eccellente, e a vedere nella insufficienza
-e perplessità del segno la prova della grandezza e profondità del
-significato. Di solito, chi parla oscuro, parla così perchè non ha
-chiare le idee; ma può, senza troppa fatica, far credere di averle
-talmente poderose e vaste che le parole non le possano esprimere se non
-a mezzo, e forse neanche tanto. È questa una ragion capitale per cui
-ci fu sempre poesia oscura nel mondo, più assai di quanta n'avrebbero
-potuta far nascere il bisogno di non farsi intendere troppo, o
-d'intendersi fra pochi soltanto, e il desiderio d'esser lasciati in
-pace; ma non è però la sola.
-
-I simbolisti sono di questo avviso, che tutto quanto produce in noi un
-pensiero distinto, un'immagine circoscritta, un sentimento specificato,
-nuoce alla poesia, la quale tanto più risponde al fin suo, e tanto
-arreca maggior diletto, quanto più rimane nel vago e nell'ombra[521].
-Perciò essi detestano la sodezza e la precisione dei parnassiani, e
-la pienezza e il rilievo de' così detti plastici, e sono, molti di
-loro, riusciti così tenebrosi e _deliquescenti_ che non v'è uomo che
-li possa intendere. Provatevi a cavare un costrutto da questi versi del
-Mallarmé:
-
- Et tu fis la blancheur sanglotante des lys,
- Qui, glissant sur la mer des soupirs qu'elle effleure,
- A travers l'encens bleu des horizons pâlis,
- Monte rêveusement vers la lune qui pleure;
-o da questo periodetto di prosa dei Saint-Pol Roux: «Mon être,
-agglomération de résistance opposée par mon toucher servi de ses
-frères, s'initie, aveugle du vide, art hiéroglyphe de l'assaut;
-initiation de la figure par successivement le point, la ligne, l'angle,
-la courbe». O, ancora, da questi due terzetti di un sonetto in cui pare
-che Renato Ghil abbia voluto, non so se occultare o dare a conoscere
-gl'intendimenti dell'arte nuova, e le spirituali sorgenti da cui essa
-attinge la inspirazione:
-
- Une moire de vains soupirs pleure sous les
- Trop seuls saluts riants dans la nuit exhalés,
- Aussi haut qu'un néant de plumes vers les gnoses.
-
- Advenu rêve par vitraux pleins de demains,
- Doux et nuls à pleurer et d'un midi de roses,
- Nous venons l'un à l'autre en élevant les mains.
-
-Se l'arte letteraria dev'essere, d'ora innanzi, l'arte di parlare
-senza dir nulla, non v'è dubbio che costoro, e con essi altri molti,
-hanno tócco il sommo dell'arte. Che alcune di tali _elevazioni_ e
-_trasfigurazioni d'anime_ sieno celie di capi scarichi, può darsi,
-anzi, pel caso di Arturo Rimbaud, è dimostrato; ma, pur troppo, non
-tutte sono; e se il Mallarmé si contentò una volta di dire che la
-chiarezza non è se non una grazia secondaria, i suoi discepoli non
-furono più così timidi e sentenziarono che la chiarezza è difetto
-grosso, difetto triviale, e capital nemico della poesia. Parlando di
-Ernesto Jaubert, autore di una raccolta di versi intitolata _Poèmes
-stellaires_, Carlo Maurice, espositore dei principii e banditore delle
-glorie dell'arte nuova, ebbe a scrivere, sono già alcuni anni: «Et
-maintenant, comme tous les artistes significatifs de cette heure,
-le désir de tout dire l'a dissuadé de rien préciser, de rien trop
-détailler pour la gloire de l'effet total à suggérer, de laisser les
-choses s'envaguer doucement, d'indiquer l'idée par l'émotion picturale
-et musicale des sentiments et des sensations»[522]. Proprio il
-contrario di quanto insegnarono e praticarono i parnassiani, l'un de'
-quali, il Coppée, espresse uno dei principii fondamentali di tutta la
-scuola quando disse che la poesia richiede
-
- Un style clair comme l'aurore.
-
-I simbolisti tutti considerano la suggestione come cosa di capitale
-importanza in arte, e per essa quasi si gloriano d'avere introdotto
-nell'arte un principio nuovo; ma nuovo è il nome, non il principio,
-il quale è quel medesimo che sempre fu scritto nelle _Arti poetiche_;
-non dovere il poeta dir tutto, ma qualche cosa lasciar indovinare,
-e più e meno, secondo i casi e le convenienze. _Le secret d'être
-ennuyeux_, lasciò scritto il Voltaire, _c'est de tout dire_. Lo
-Spencer, che certo non è un simbolista, nota a questo proposito:
-«Scegliere, descrivendo una scena, o narrando un fatto, quegli elementi
-che ne traggono più altri con sè; e, per tal modo, dicendo poco e
-suggerendo molto, abbreviare la descrizione e la narrazione; tale è il
-secreto per impressionar vivamente... Bisogna scegliere le idee e le
-espressioni per tal maniera, che il maggior possibile numero di idee
-sia espresso col minor possibile numero di parole»[523]. Questa potenza
-di suggestione le parole non sono sole ad averla: il volto umano è
-sommamente suggestivo; suggestive sono le stesse cose inanimate; e
-la musica opera sugli animi nostri, non in grazia della suggestione
-soltanto, ma in grazia della suggestione principalmente. E delle
-parole si può notare ch'esse esercitano la suggestiva lor facoltà, non
-solo come segni, ma anche, in una certa misura, come suoni; d'onde la
-conseguenza che lo studio de' suoni è parte, non principale, come fu
-opinione di vuoti retori, ma pure importante dell'arte dello scrivere,
-specialmente nel verso. Che poi la estensione e la intensità della
-suggestione dipenda, in parte dalla qualità dello stimolo che la
-provoca, in parte dalla qualità e dal peculiare stato dell'animo che
-quella provocazione riceve, è cosa che s'intende da sè e su cui non
-accade di soffermarsi. I grandi poeti sono soggettivi tutti, e quanto
-più son grandi, tanto più sono, come Dante, suggestivi. Ma Dante è,
-nello stesso tempo, il più preciso dei poeti.
-
-I simbolisti hanno dunque ragione quando celebrano le glorie del
-_verso evocatore_; ma hanno torto quando dicono che a suggerire più e
-meglio il poeta deve evitare i concetti precisi, le immagini precise,
-le parole precise. La precisione dei concetti, delle immagini, delle
-parole non fa ostacolo alla suggestione, come per innumerevoli esempii
-si può dimostrare. Valga per tutti quello che ne porge _L'Infinito_ del
-Leopardi. Abbiamo qui un _ermo colle_, una _siepe_ che cela all'occhio
-molta parte dell'orizzonte, un _vento_ che fa stormire, in passando,
-alcune _piante_; termini definiti, concreti, che si apprendono senza la
-menoma esitazione, e sulla cui natura non può nascere il menomo dubbio.
-La designazione è, certo, sobria e fugace, e il poeta accenna più che
-non descriva; ma il _colle_ è un colle, la _siepe_ è una siepe, il
-_vento_ è un vento, le _piante_ son piante; e questi nomi suscitano nei
-lettori immagini varie sì, secondo i ricordi e le fantasie di ciascuno,
-e secondo il vario operar delle associazioni, ma definite e chiare e
-riconoscibili a primo aspetto. Da questi termini concreti il poeta si
-leva, per virtù di suggestione, agli astratti, e il lettore con esso
-lui, e ad entrambi s'apre la visione dell'infinito spazio e del tempo
-infinito, e il pensiero d'entrambi si annega in quella immensità. Nulla
-si può immaginare più determinato e più chiaro, e come pensiero, e
-come espressione; e, ciò nondimeno, tale è la potenza di suggestione
-di quei pochi versi che il core se ne spaura a chi li legge. La poesia
-che il Longfellow intitolò _Il vecchio oriuolo sulla scala_, dove la
-descrizione è, quanto più si possa dire, icastica, suscita nell'animo
-un vero turbine d'immaginazioni e di affetti; e altrettanto fanno
-certe poesie del Leconte de Lisle, sebbene lo studio della precisione e
-della perspicuità vi sia a volte a dirittura soverchio. Certi oggetti e
-certi aspetti della natura, molto bene determinati e molto chiaramente
-veduti, un gruppo di stelle scintillanti nel cielo profondo, un
-accavallamento di nubi accese dai sanguigni bagliori del tramonto, una
-scena di monti vigorosamente delineata e come scolpita sull'orizzonte,
-possono rapir l'animo del contemplante in un mondo meraviglioso e
-infinito di sogni e di fantasie. E non a una nebulosa di cui l'occhio
-mal discerna i contorni, ma alle _vaghe stelle dell'Orsa_, e alle
-_luci_ che sono ad esse _compagne_, volgeva Giacomo Leopardi il famoso
-saluto delle _Ricordanze_, rammentando le tante fole ch'esse gli avevan
-suscitate nell'animo[524].
-
-Il terzo mezzo usato e preconizzato dai simbolisti consiste nel
-raccostare quanto più è possibile la poesia alla musica. Che la poesia
-debba, in parte, quella sua virtù di penetrare, scuotere, appassionare,
-affascinare gli animi agli elementi musicali che sempre, finchè non
-perda il proprio suo nome, contiene in maggior o minor copia, è fatto
-di comune esperienza, avvertito in ogni tempo, e da cui si derivano
-le regole fondamentali della versificazione. Non pochi dei precetti e
-degli avvertimenti che si trovano nei trattatisti concernono appunto
-l'arte di rendere musicale il verso e la strofe; ma i simbolisti
-non si contentano più di quella tanta musica che insino ad ora era
-stata introdotta nella poesia, e vogliono fare della poesia quasi una
-seconda musica, come altri aveva voluto farne una seconda pittura, o
-una seconda scultura. Paolo Verlaine comincia quel suo breve e curioso
-componimento cui pose titolo _Art poétique_, col precetto seguente:
-
- De la musique avant toute chose,
- Et pour cela préfère l'impair,
- Plus vague et plus soluble dans l'air,
- Sans rien en lui qui pèse ou qui pose;
-
-e raccomandata agli artisti di gusto fine quella cara incertezza da cui
-viene tanta attrattiva alla _chanson grise_, e raccomandato di preferir
-sempre le mezze tinte e le sfumature alle tinte risolute schiette,
-soggiunge:
-
- De la musique encore et toujours!
- Que ton vers soit la chose envolée
- Qu'on sent qui fuit d'une âme en allée
- Vers d'autres cieux à d'autres amours.
-
-I discepoli andarono, come sempre avviene, assai più in là del maestro,
-e affermarono che la poesia è tutta nel suono, e cominciarono a
-considerar le parole, non più come segni d'idee, ma come gruppi di
-suoni, da dover essere scelti, ordinati, composti insieme, non già
-con un criterio logico qualsiasi, ma con un criterio essenzialmente
-musicale. E ne nacquero le meraviglie di cui abbiam veduto pur ora
-qualche debole saggio. E dopo che Arturo Rimbaud ebbe rivelato il gran
-segreto del colore delle vocali, saltò su Renato Ghil a rivelare, nel
-suo _Traité du verbe_, il proprio colore degli strumenti musicali,
-così di quelli a fiato, come di quelli a tasti e a corda; onde:
-«Constatant les souverainetés les Harpes sont blanches; et bleus sont
-les Violons mollis souvent d'une phosphorescence pour surmener les
-paroxysmes; sur la plénitude des ovations les Cuivres sont rouges;
-le Flûtes, jaunes, qui modulent l'ingénu s'étonnant de la lueur des
-lèvres;...» ecc., ecc. Se le vocali hanno ciascuna il suo colore, e se
-ha il suo colore ciascun istrumento musicale, voi potete, scegliendo
-e disponendo accortamente le parole, introdurre nel verso tutta una
-orchestra, e fare di una poesia una sinfonia poetica da mettere accosto
-al poema sinfonico dei musicisti. Non ci sarebbe che una difficoltà
-sola. La scienza ha bensì riconosciuto come reale il fenomeno della
-così detta udizione colorata, ma ha pure riconosciuto ch'esso presenta
-tante varietà e dissomiglianze quanti sono gl'individui in cui si
-produce; che la vocale che all'uno dà l'impressione del bianco, dà,
-all'altro, la impressione del rosso, o del giallo, o del nero; e che
-per conseguenza non è possibile di fondare sopra di ciò nè un principio
-nè un espediente dell'arte[525].
-
-Lasciando stare queste pazzie, si può ammettere che la maggior
-musicalità che i simbolisti s'industriano d'introdurre nella poesia
-risponda a un bisogno vagamente sentito da molti. Più di un critico
-accennò alla musica e alla fama del Wagner come a cause determinanti
-dell'indirizzo preso dai simbolisti; ma, senza voler negare l'efficacia
-che, anche per questo rispetto, quella musica e quella fama possono
-avere avuta, è forse da risalire a causa più generale e più remota,
-anzi a quello stesso complesso di cause a cui è dovuto il novissimo
-rigoglio dell'arte musicale, e il carattere stesso che la musica,
-più specialmente nell'opera del Wagner, è venuta prendendo. Se è vero
-ciò che si dice, e par confermato dall'esperienza, che la musica più
-fiorisca ne' tempi in cui abbondano sentimenti nuovi, non bene definiti
-ancora nè sceverati, i quali in essa appunto trovano la espressione
-loro più adeguata e felice, s'intende come, ricorrendo tempi sì fatti,
-la poesia possa sentirsi, più del consueto, attratta verso la musica, e
-chiedere a questa insoliti ajuti. Tale, forse, è il caso della poesia
-dei simbolisti; nè si può dire che alle tendenze e ai propositi di
-costoro contraddica, sebbene a primo aspetto possa parere, lo studio
-con cui essi per l'appunto hanno sovvertito e sovvertono in Francia
-tutta la metrica. Già il Verlaine aveva imprecato a quella rima che,
-magnificata dall'Hugo quale vera generatrice del verso, era divenuta
-pei parnassiani la chiave di volta della poesia tutta quanta:
-
- Oh! qui dira les torts de la Rime?
- Quel enfant sourd ou quel nègre fou
- Nous a forgé ce bijou d'un sou
- Qui sonne creux et faux sous la lime?
-
-I simbolisti venuti dopo, non solo rinunziarono alla _rime opulente et
-pittoresque_, rinnovando e superando le licenze e le trascurataggini
-di Alfredo De Musset; ma alcuni di essi rimisero in onore l'assonanza,
-che, dopo il medio evo, era sparita dalla poesia francese; e altri
-bandirono la rima affatto, creando finalmente quel _vers blanc_, da
-noi detto sciolto, di cui la poesia francese era sempre stata creduta
-insofferente. Inoltre, continuando, per questa parte, l'opera dei
-romantici e dei parnassiani, essi finirono di sconnettere il vecchio
-verso architettato e tradizionale, e mandarono sossopra la strofe,
-accozzando persino versi di due con versi (dobbiamo proprio chiamarli
-così?) di diciasette sillabe, inventando i _versi senza misura_,
-mescolando col verso la prosa, e magari la _prosa libera_; e quando non
-trovarono altro da trasformare o da abolire, trasformarono o abolirono
-la interpunzione. Tutto ciò pare faccia contro alla intenzione stessa
-dei simbolisti, ma serve, nella opinione loro, a sostituire alle
-armonie ovvie e volgari armonie recondite e peregrine.
-
-Siami lecito di far qui, di passata, una considerazione circa l'uso
-della rima. Le avversioni che essa inspira sono vecchie, come sono
-vecchi gli amori, e, se ne avessi agio, potrei sciorinare un elenco non
-breve di quanto in varii tempi fu scritto in sua lode o in suo biasimo.
-Nel secolo scorso i _versiscioltai_ più arrabbiati la vollero morta,
-ma non riuscirono ad ammazzarla. Non accade rammentare la legittimità
-delle sue origini storiche e psichiche, e com'essa nasca spontanea
-e non mica per artifizio. Ridotta in termini pratici, la questione
-sonerebbe così: Giova o nuoce la rima alla poesia? A tale domanda non
-si può rispondere in modo generale ed assoluto. Ognuno vede che la
-rima conviene più a certi temi e meno a certi altri, e che non tutte le
-forme sono egualmente adatte a riceverla. Che l'uso della rima induca
-assai volte a falsare o diluire il concetto, e a dire più o meno di
-quanto s'aveva nell'animo, è vero pur troppo; ma è altrettanto vero
-che la rima, adoperata con delicatezza ed accorgimento, può dare ai
-concètti e alle immagini un vigore, una perspicuità, un rilievo, che
-nessun altro mezzo potrebbe dar loro in egual misura. La parola che
-cade in rima raddoppia, in certo modo, la propria virtù impressiva;
-e tocca al poeta sapersi giovare di tal guadagno. Ci sarebbe anche
-parecchio da dire del beneficio che può arrecare la rima concatenando
-in più sensibil modo le proposizioni e i concetti, e formando della
-strofe un tutto indivisibile, le cui parti si richiamano a vicenda e
-armonicamente si compiono. E molto più ci sarebbe da dire dell'officio
-ch'essa esercita come elemento musicale, se a far ciò non si dovesse
-entrare in troppi e troppo sottili discorsi. Certo si è che infinite
-poesie, di questo e di altri tempi, perderebbero il meglio dell'esser
-loro, se privati della rima e rifatte in isciolti. Provatevi a
-togliere al _Dies irae_ il formidabile rinterzo delle sue rime o cupe
-o squillanti, e mi direte poi che cosa rimane di quella sua misteriosa
-e sopraffattrice potenza. Così fatti esempii potrebbero essere
-moltiplicati a migliaia. Ma di un servizio, tutto pratico, che la rima
-può, in molti casi, rendere al poeta, parmi sia pure da far qualche
-conto. Ponendo, per una parte, ostacolo alla libera formulazione
-ed espression del pensiero, e stimolando, per un'altra, la memoria,
-l'intelletto e la fantasia a vincer l'ostacolo, la rima forza il poeta
-a soprassedere, e porre un freno alla troppo facile vena e lo forza
-ad approfondire il proprio soggetto, a voltare e rivoltare, per così
-dire, il proprio pensiero, guardandone ad una ad una tutte le facce.
-Che molte volte, durando in questa fatica, si riesca a trovati nuovi,
-altrettanto felici, quanto impensati, è noto a chiunque abbia composto
-versi con qualche amore e qualche studio. Non nego che quello stento
-del cercar la rima non possa alle volte sfreddar l'animo e stancare la
-inspirazione; ma, se si pensa che il lavoro del concepire, il quale più
-propriamente richiede l'opera della inspirazione, precede di solito,
-almeno per la parte più rilevante, il lavoro dell'esprimere; e che il
-concetto che primo si affaccia alla mente, e la espressione che prima
-vien sulle labbra non sono, di solito, i più acconci possibili; e
-che, finalmente, la poesia, come ogni altra arte, deve esser capital
-nemica della fretta; se, dico, si pensa a tutto ciò, si vede che questa
-_remora_ della rima non può, anche per questo rispetto, fare tutto il
-male di cui l'accagionano. Per concludere, parmi si possa dire che,
-almeno alla poesia lirica, la rima, adoperata a dovere, riesce più di
-giovamento che di danno, e che il poeta vero, ricco d'inspirazione e
-d'immaginativa, e padrone di tutti gli espedienti dell'arte sua, saprà
-far sì che il danno non si avverta, e si avverta molto bene per contro
-il giovamento.
-
-Fu tempo in cui le singole arti si considerarono come chiuse ciascuna
-entro confini precisi e inviolabili, con divieto a ciascuna di uscirne
-e d'invadere in qualsiasi modo il dominio altrui. Di ciò si doleva
-nei primi anni del secolo il Giordani, scrivendo: «Il nostro secolo
-si è troppo avanzato in un vizio pessimo di separare le arti, che
-colla compagnia si ajutano e si avvalorano»; ma poi sopravvennero
-i romantici, i quali, mescolati i generi, cominciarono a mescolare
-le arti; e poi sopravvennero altri, che pretesero con la parola far
-l'opera del pennello e dello scalpello. Quella separazione, troppo
-rigorosa, noceva; questa confusione, troppo arbitraria, nuoce ancor
-più. I simbolisti potrebbero aver ragione se si contentassero di
-cercar nella musica qualche nuovo sussidio alla poesia: hanno torto
-quando della poesia pretendono di fare una seconda musica, che operi
-sull'anima allo stesso modo che fa la vera. Checchè si faccia e si
-dica, ogni singola arte ha un suo proprio modo di rappresentazione e
-di espressione, nel quale riesce altrettanto perfetta quanto riescono
-imperfette le altre. La poesia non può fare sugli animi nostri quella
-stessa impressione che fa la musica, perchè non è la musica e non può
-essere la musica.
-
-
-V.
-
-Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto può
-bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti.
-
-Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati
-e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo
-assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che i
-sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte
-loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande),
-e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro
-del simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò
-un degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo
-larga e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo
-poco scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò
-vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò la
-prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia che
-denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influsso di
-Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto
-intellettuale e morale, ebbe a dire:
-
- L'imagination inquiète et débile
- Vient rendre nul en eux l'effet de la raison.
-
-I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome di _intellettuali_,
-nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero;
-ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero,
-debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di questo
-si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichè _intellettuali,
-sognativi_. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni e
-parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e sono,
-di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte le
-impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci
-di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano
-idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee,
-detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza.
-Incapaci di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti
-e da tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio
-continuo di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà,
-e diventano pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la
-vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente
-non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi e delusi
-d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga. Quando v'è
-in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente
-consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri ben definiti,
-con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente
-possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è, quegli animi,
-respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono attratti
-dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta
-mille care illusioni.
-
-Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali:
-credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò
-ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta nè
-immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor novità,
-si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine dei loro
-libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei
-titoli che vi stampan su: _Moralités légendaires, Neurotica, Les palais
-nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires,
-Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel_, ecc., ecc.; nel
-sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi
-aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o
-intraducibile significazione; nello scrivere _Avant-dire_ o _Racontars
-préatables_ in luogo di _Avant-propos_ o di _Préface_, e in altre
-invenzioncelle di questo taglio. Si gloriano di _autonomia estetica_
-(così la chiamano); ma è curioso vedere come, avendo pochissima
-conoscenza delle cose del mondo, e anche minori dei grandi travagli
-dello spirito, questi originalissimi secondino, senz'avvedersene,
-molte, o sciocche o morbose tendenze di quella stracca ed esausta
-classe delle società nostre, che essendosi fatta legge suprema della
-eleganza, ha in dote inalienabile la miseria intellettuale e la noja.
-Si stimano incommensurabilmente profondi; ma a formar giudizio della
-profondità loro e di ciò che in essa si cela, non si può far meglio
-che trascrivere, tradotte, le parole con cui Alessandro Pope, sin dal
-1727, cominciava il quinto capitolo della sua _Arte di sprofondarsi in
-poesia_: «Ora io mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da
-tenere per prima massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che
-chiunque voglia riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire,
-detestare e rinnegare tutte le idee, usanze ed operazioni di quel
-pestilenziale nemico del genio, e distruggitore di belle figure, che
-da tutti è conosciuto sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo
-Stephan Mallarmé fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio
-smisurato, incomprensibile ed ineffabile, la cui troppa profondità di
-pensiero e singolarità di sentimento, non potendo accomodarsi della
-parola, erano sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla.
-Finalmente, cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò
-uno smilzo libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo
-modesto, e non novissimo, di _Florilège_. Ahimè! da quel giorno il
-grande maestro cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il
-più grande dei poeti viventi e possibili.
-
-Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano,
-riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze
-ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di loro, e
-che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno di avere.
-Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere che ne
-ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori tra
-quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione, sarà
-bene di recare qualche altra prova, in aggiunta a quelle che già si
-son potute rilevare in passando. Un poco innanzi al 1830, data famosa,
-come tutti sanno, nei fasti del romanticismo francese, Paolo Dubois
-scriveva nel _Globe_: «Aussi, remarquez que dans les écrivains qui se
-produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni d'inspiration; tout
-vient de calcul: l'originalité est un système comme l'imitation; si les
-uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent l'extraordinaire;
-ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre à un effet
-qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même,
-ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des
-croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles
-aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin
-confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur,
-prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais
-qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi
-romantici; ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè
-l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai
-procedimenti loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che
-Prospero Duvergier scriveva contro il jargon _mystique et vaporeux_, e
-Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura,
-se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di credere
-che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti di
-ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i romantici
-da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune
-somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi
-poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze
-essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna, cogli
-eufuisti d'Inghilterra, coi _preziosi_ di Francia e con quelli di
-Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux, e
-ci trovo, fra molt'altre, queste metafore: _péché-qui-tête_, che vuol
-dire bambino nato d'illegittimi amori; _cimitière qui a des ailes_, che
-vuol dire uno stormo di corvi; _psalmodier l'alexandrin de bronze_,
-che vuol dire sonar le campane; _sage-femme de la lumière_, che vuol
-dire il gallo; _quenouille vivante_, che vuol dire non so bene se il
-montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar di
-meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso
-suo libro: _Agudeza y Arte de ingenio_, o quel buon uomo del Tesauro,
-quando andava speculando le antiche e le nuove lettere col _Canocchiale
-aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione che
-serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica_? E veduta la
-qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno
-l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in
-cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima
-comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò nondimeno,
-originalissimi?
-
-La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata; ma
-la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria
-quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando abbia
-il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino a questo
-giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma la opinione
-ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore se ne
-avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano volentieri
-a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare agli
-uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli altari, e un
-po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza o tardità
-che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il Maeterlick, paragonato
-da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non s'impermalisca del paragone.
-Ancora si vantano di non formare una scuola; e credono che ciò provi la
-potenza e l'autonomia degl'ingegni loro; e non s'avveggono che scuola,
-nel vero senso della parola, non può formarsi dove non sieno esempii
-che comandino la imitazione o principii chiari e sicuri in cui possano
-consentire gli spiriti.
-
-I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare alla
-_rinascenza dell'anima_, approfondendo i sentimenti, slargandoli,
-accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente
-che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero
-impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia
-insociale, sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero
-a giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano
-consorzio, e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il
-comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere
-sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e le
-comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti,
-e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile,
-si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi
-sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono
-individualisti nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo
-che, per usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a
-magnificarlo Ola Hansson, _gonfia a sè stesso incommensurabilmente il
-proprio mondo e la propria misura_: l'individualismo del Nietzsche, il
-quale non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche.
-
-Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della
-poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da
-molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La
-considerazione puramente storica dei fatti umani, e il criterio così
-detto storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e
-comincia un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva
-e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non
-esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito
-dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità
-di cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha:
-il desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente
-e severo dei fatti.
-
-
-VI.
-
-Se riandiamo nel pensiero le cose dette, il simbolismo ci parrà,
-credo, cosa di piccol pregio, quanto al presente, e di scarsa promessa
-quanto all'avvenire. Esso non mostra nessuna delle qualità che
-contraddistinguono in arte i rivolgimenti grandi, duraturi e veramente
-fecondi. Di quante dottrine letterarie apparvero al mondo nessuna forse
-fu più povera d'idee, più inconsistente, più incerta. I simbolisti si
-propongono alcuni fini lodevoli, ma non li raggiungono, o perchè non
-riescono a scorgerli chiaramente, o perchè errano circa ai mezzi che
-si dovrebbero adoperare a raggiungerli. Vorrebbero restaurato il regno
-della bellezza; ma si contentano di dire che la bellezza deve anteporsi
-alla verità, e non si curano di sapere che sia l'una e che l'altra,
-e se veramente contrastino insieme, e in qual modo e perchè. La loro
-estetica è la più elementare che possa immaginarsi, e il loro idealismo
-il più povero e scolorito di quanti mai se ne videro. Vorrebbero
-restituire alla poesia l'antico lustro e l'antico primato, e la poesia
-nelle loro mani si attenua e si estenua, si riduce dalle piene armonie
-di una orchestra al poco e nudo suono di un flauto, diventa una specie
-d'arte occulta, ieratica o sonnambulica, nota solo a pochi iniziati
-e praticata in secreto. Vorrebbero ripristinare il concetto stesso
-dell'arte offeso e menomato dal naturalismo che, consapevole o non,
-ebbe l'arte in avversione, e tentò porla in discredito, come quella che
-vuol essere un'azione dell'uomo sopra le cose, e una traduzione della
-natura secondo lo spirito; ma non riescono se non ad instaurare un
-artifizio nuovo, peggiore, sembra, di quanti mai ne furono nel passato.
-Riescono a immaginare alcune (chiamiamole anche noi così) notazioni
-nuove di sentimenti reconditi o strani; a suscitare talvolta negli
-animi altrui una inquietudine d'impressioni indeterminate e fugaci;
-a dare, di rado, della natura un senso più acuto, più doloroso, più
-intimo che forse non siasi fatto sin qui; ma a fronte di questi scarsi
-ed incerti guadagni, quante e quanto grandi perdite!
-
-E già forse il moto simbolistico accenna a stremarsi, e fermarsi. Fuori
-di Francia esso non si allargò molto; e se in Italia bastò a suscitare
-qualcuno di quei giornaletti che nascono e muojono tutti gli anni a
-dozzine; a variare un altro po' il gusto delle copertine molticolori; a
-spremere da magre fantasie alcuni titoli di laboriosa invenzione; a far
-nascere una piccola messe di versi giovanili che, in un paese dove così
-pochi versi si leggono, non sono letti a dirittura da nessuno[526]; e
-a far sì che qualche dabben credenzone accozzasse parole senza senso,
-o ritentasse l'alchimia del colore delle vocali; bastò a tanto, ma
-non a più, e non fece altro bene nè altro male[527]. E già in Francia
-stessa nuove tendenze sorgono contrarie all'arte dei simbolisti; ed
-Emanuele Signoret, nella rassegna _La Plume_, parla di una novissima
-e baldanzosa generazione di poeti, i quali mettono tutti in un fascio
-i miti, le tradizioni ed i simboli, e buttano ogni cosa nelle gemonie
-della repubblica letteraria.
-
-Tutto considerato e tutto sommato, si può, credo, concludere che il
-simbolismo non durerà più di quanto sia durato il decadentismo, dal
-quale uscì, o il romanismo, con cui è imparentato. Manca ad esso la
-interna forza che sollevò, impose, diffuse il romanticismo prima, il
-realismo poi. Esso dileguerà lasciando appena un residuo, simile a
-liquidi volatili, che svaporando lasciano appena in fondo al vaso, che
-li contenne, un po' di sostanza colorata; e il merito suo maggiore sarà
-stato, come giustamente nota il Brunetière, quello di essersi ribellato
-alla tirannide naturalistica[528]; e l'opera sua andrà a beneficio di
-qualche nuova tendenza più sensata, più vigorosa e meglio equilibrata.
-
-
-VII.
-
-Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi
-esteti, non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o
-simbolisti. Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono?
-
-Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del genere
-umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra sia la
-contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per quanto è
-possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita estetica,
-una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il
-sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza
-e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del
-bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino a
-lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a questo
-non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della triade ne
-tengono un solo, il bello.
-
- Rien n'est beau que le vrai,
-
-lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola e
-disse:
-
- Rien n'est vrai que le beau;
-
-e il Verlaine soggiunge:
-
- Le rare est le bon;
-
-finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a
-proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: _Qu'importe,
-si le geste est beau?_ Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto
-più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, è
-il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova
-religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade
-ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine[529], assoggettando
-ad essa religione la politica, l'economia, la questione sociale.
-
-Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che non
-sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente
-svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino ad un
-certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella realtà in
-modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. Perchè, chi
-avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, sempre sino
-ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del disonesto,
-che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; e il simile
-si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta idea e
-perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero.
-
-Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, a
-paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea
-perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende
-solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non
-riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine;
-e perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli
-uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre.
-E ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non
-parlare se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di
-eleganza dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro
-Rinascimento; e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini
-riprovevolissimi, com'è di Benvenuto Cellini.
-
-Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son due
-meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza
-pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè l'uno
-nè l'altro.
-
-Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda
-d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano:
-quella che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto
-di sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si
-dà bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento
-il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non
-s'infiltri, per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel
-generalissimo sentimento che noi diciamo della propria conservazione,
-e che si specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di
-avversioni, di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova
-psicologia e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando
-alla psicologia, tendano risolutamente a negarlo.
-
-Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica
-dell'estetica tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in
-noi dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono,
-ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e
-simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto più
-dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva vedere
-come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, il
-quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente
-geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità delle
-linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento
-di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti,
-e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura di quei
-moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano un senso
-vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici si sale alle
-composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede che ogni
-qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, in questa
-emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile della vita,
-della conservazione e di un benessere o malessere nostro[530]. Ma si
-può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento istintivo della
-vita, anche un concetto della vita, e un riflesso più o meno largo
-della coscienza morale. Una fiamma viva che guizzi libera e splendente
-nell'aria, desta di solito in noi un estetico compiacimento. E perchè?
-Forse solo per quello splendore che affascina l'occhio? Questo è
-senza dubbio un fattore di quel compiacimento; ma ce ne sono più
-altri, e tanti più, quanto più l'anima del riguardante è essa stessa
-più viva, e, mi si lasci dire così, più flammea. C'è quella nobiltà
-pronta e continua che ci par segno di libera e incoercibile vita; c'è
-quel tendere in alto ch'è come un simbolo di elevatezza morale; c'è
-una immagine di purezza o di purgazione, congiunta a una immagine di
-potenza. Nella fiamma noi sentiamo in certo modo noi stessi, con molta
-parte degli affetti, dei ricordi e degl'ideali nostri. Che se, nel
-punto in cui la guardiamo, ci si affacciasse alla mente il ricordo
-di un incendio, e dei danni o dei terrori ond'esso ci fu cagione,
-in quel punto il compiacimento estetico o cesserebbe o scemerebbe di
-molto. In una parola, il bello e l'utile non possono essere separati in
-tutto[531].
-
-Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per
-quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo
-spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni
-altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe
-tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse
-ragione, purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto
-lontano, avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo
-della evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da
-ogni altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra
-banda, è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi
-e variandosi senza fine gli elementi e i moti della vita interiore,
-la psiche divenga sempre più _suggestionabile_, e più _suggestivo_
-l'oggetto delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle
-associazioni più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in
-determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con esso;
-così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea ne
-suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono
-insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non essere;
-ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam già tali
-che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga in
-noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per
-quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo
-con tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee,
-d'immagini, di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione
-riesce infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime
-che si aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o
-da più oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che
-diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una
-collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto
-che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o almeno
-si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto
-l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più
-irriducibile a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja
-più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo
-alle tarde.
-
-Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque la
-legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri
-dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con gli
-altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se non
-così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono
-a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così
-posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior virtù
-di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta parte,
-confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per gl'individui
-componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità
-primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano, tanto
-più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman l'un
-l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce e la distingue
-dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa e vede i colori;
-ma, in certe determinate condizioni, non può veder l'uno senza vedere
-immediatamente il suo complementare. Rechiamo un esempio. In origine
-il sentimento religioso, formato di paura, di desiderio, di speranza,
-e, in qualche misura, da prima assai scarsa, di amore, è un sentimento
-promiscuo, il quale si lega e si confonde in mille guise cogl'interessi
-e le passioni della vita pratica, sia individuale, sia sociale. Il
-credente invoca il suo dio in tutte le proprie occorrenze, in tutti gli
-atti proprii, così buoni come cattivi, e, non esaudito, lo vitupera, o
-gli ricusa l'offerta. La religione è religione di Stato[532]. A poco a
-poco il sentimento religioso si disviluppa, si determina, si chiarisce,
-e diventa il puro, o quasi puro sentimento del divino, il quale,
-essendo molto più semplice dell'antico, è, nondimeno, atto ad impegnare
-tutta intera l'anima del credente, e a muoverne tutta la vita, così
-l'interna come la esterna. Il medesimo deve avvenire del sentimento
-estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti hanno torto quando, ora come
-ora, parlano di bellezza pura, di pura emozione estetica, di puro
-giudizio estetico: nè la prima si conosce, nè la seconda si dà, nè il
-terzo è possibile. E Giovanni Herder era insomma nel vero quando diceva
-belle essere solamente quelle cose che esprimono in qualche modo l'idea
-della felicità.
-
-Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il
-supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono
-l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe
-diventare, non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei
-supremi interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni,
-da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati; il
-che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero
-di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se non per
-altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto in tanto
-lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare più lontano
-e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio e la
-preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre la parte dello
-spirito più torbida e vile ha virtù educativa a nessun'altra seconda.
-È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte; ma non è bene che
-se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro che dal gusto o
-dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati, disprezzano
-ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri uomini non hanno
-nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali, danno a conoscere,
-malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza, una singolare
-angustia di mente, e di non intendere nemmeno che ciò che essi
-disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla esistenza di ciò
-che adorano.
-
-Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto
-dell'assoluta indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e
-tanto abusata formola: _l'arte per l'arte_. Ora, questa formola, intesa
-in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol
-dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale,
-non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa
-vera a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte
-quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco a
-poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna
-a volere, in avvenire, districarsene sempre più, _per quanto l'unità
-della psiche e della vita gliel potranno concedere_. La funzione
-artistica diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e
-lo Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di
-evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della
-scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi
-della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per quella
-formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla a
-spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni
-umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere
-gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro non
-sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato
-di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli animi un
-semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo proposto, più
-o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di produr negli animi
-anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai grandi esempii, non ci
-parrà che essi dieno troppa ragione agli esteti. Che diremo di alcuni
-dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori, dell'_Iliade_ pare abbiano
-inteso, innanzi tutto, di glorificare il loro popolo. Virgilio volle,
-sì, nell'_Eneide_, far opera d'arte, ma volle, anche più, celebrar
-la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto. E Dante? che avrebbe
-risposto Dante a chi gli avesse detto che la Commedia non è se non
-un'opera d'arte? E lo stesso Orazio, il molle e frivolo Orazio, non
-ha egli una filosofia, e non si studia d'inculcarla a chi l'ascolta?
-Le statue greche sono forse pure opere d'arte per noi, ma non furono
-nel tempo in cui offrivano agli occhi bramosi degli uomini le immagini
-sacre dei numi e degli eroi. E qui una osservazione non sarà fuor di
-proposito. Si può dire che le opere d'arte tanto più assumono carattere
-di pure opere d'arte quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono
-cancellate, o dimenticate, le attinenze loro coi bisogni e con le
-operazioni della vita pratica, ed è, per questo rispetto, attenuata la
-significazione loro.
-
-La scienza può _disinteressarsi_ da tutte l'altre cose umane assai più
-che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu detto
-del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi
-sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre più, da
-tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni
-dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto l'uomo e
-tutta la vita.
-
-Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organi
-indipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti:
-anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona,
-tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle
-singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge
-l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi e
-funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove, quella
-qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune, ch'è la
-integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio e fomite di
-turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni dell'organismo
-sociale debbono essere tutte coordinate fra loro, e tutte subordinate
-ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè ciò fa che sieno
-meno legittime e meno opportune, nei singoli casi, quelle disarmonie e
-quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre sembrano contrastare al
-fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano il conseguimento.
-
-L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca
-solitario in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può
-ignorare la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli
-esteti le vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace,
-e come le piace, non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere
-conferito; giacchè se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello
-spirito, non è però, nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi
-con l'altre; e quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a
-tutte, ma nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o
-schifano la scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito;
-ma, nulladimeno, è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine
-e quel nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa, e
-se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia rapire
-dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende sè stessa
-e cade nella impotenza e nel ridicolo.
-
-La formola _l'arte per l'arte_ ha dunque una parte di vero e una parte
-di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa: _l'arte
-per l'uomo_.
-
-Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato
-della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo;
-un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della
-purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a furia
-di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar la vita
-in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosa memoria.
-Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio contemplar
-la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite ond'è
-pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio, e
-fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro di umanità,
-d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes del romanzo
-dell'Huysmans.
-
-
-VIII.
-
-E ora veniamo alla conclusione.
-
-La reazione letteraria presente, parte di reazione più generale e
-più vasta, è, come tutte le azioni e reazioni della storia, utile
-per un verso, dannosa per un altro. Essa ha prodotto sin qui, sarebbe
-ingiusto il negarlo, più di un buon effetto. Son pochi anni, Emilio
-Zola scriveva: «J'ai montré que la force d'impulsion du siècle
-était le naturalisme. Aujourd'hui, cette force s'accentue de plus
-en plus, se précipite et tout doit lui obéir». «Il est bien évident,
-en effet, que l'évolution naturaliste va s'élargir de plus en plus,
-car elle est l'intelligence même du siècle»[533]. La reazione ha
-sfatate queste speranze di vittorioso e indefinito progresso[534].
-Il naturalismo pretese di annichilare la persona dell'artista nella
-immensità della vita e della natura; la reazione asserì che in arte
-l'anima dell'artista deve contare, non pur qualche cosa, ma assai, e
-inclinò, passando il termine del giusto, a considerar l'opera d'arte
-solo come un segno rivelatore, o un simbolo, dello spirito che la
-crea. La reazione s'adoperò inoltre a restaurare il senso e il culto
-della bellezza e dell'arte, e a distogliere lo spirito da quella pura
-contemplazione storica delle cose umane che potrebbe, a lungo andare,
-stupefarne la spontaneità e la energia.
-
-Ma la reazione ha prodotto pure, e l'abbiam veduto, più di un effetto
-cattivo. Essa ha segregato l'arte dalla realtà e dalla vita, le ha
-scemato moto e vigore, l'ha rituffata in un nuovo bizantinismo, e
-l'ha distolta dal più vero suo fine, ch'è di far vivere all'uomo, in
-ispirito, quella più alta, piena ed intensa vita che la realtà da sè
-sola non può consentirgli. Disse lo Shelley che officio della poesia
-è ricrear l'universo. Ancora la reazione volle negar la ragione e
-la scienza; e se l'arte non è un puro esercizio di ragione, come fu
-creduto un tempo; e se non è quel medesimo che la scienza, come testè
-si volle far credere, è tuttavia tale che senza l'appoggio e dell'una e
-dell'altra non si può reggere.
-
-Accennati questi errori suoi e ricordato quanto scarsa ed incerta
-sia la dottrina con cui s'industriò di fare che paressero verità, si
-vede subito dove stia la debolezza della reazione presente, e quali
-probabilità essa si abbia di duraturo successo. Due forze veramente
-vive e poderose operano ora nel mondo, lo agitano e lo trasformano: la
-scienza e l'idea sociale. La scienza di cui ingenui avversarii e pii
-detrattori annunziano il discredito, la bancarotta, la fine, comincia
-appena, si può dire, l'opera sua moltiforme, e risponde alle accuse
-e agli scherni disciplinando, beneficando, creando. La idea sociale
-trascina irresistibilmente a un nuovo assetto le società civili, a un
-nuovo uso delle umane energie, a una vita nuova. Non faccio pronostici
-nè congetture circa l'avvenire di quella poesia che s'inspira dell'idea
-sociale, la riscalda col sentimento, la propugna e la diffonde.
-Essa è oramai copiosa; ma, bisogna pur confessarlo, di scarso valore
-artistico[535]. Può darsi ch'essa duri quanto il bisogno che l'ha fatta
-nascere, e cessi col cessare del turbamento che esprime. Comunque
-sia, se un'arte ha da vivere nel futuro, non quella certo vivrà che
-contrasta alle forze massime del mondo moderno, ma quella che saprà
-armonizzarsi con esse; non quella che si apparta nel sogno, ma quella
-che si mescolerà con la vita; non quella che rimpiange il passato, ma
-quella che anticipa l'avvenire. La reazion presente, malgrado suo, non
-avrà fatto se non ispianare a quell'arte nuova la via.
-
-
-
-
-LETTERATURA DELL'AVVENIRE[536]
-
-
-I.
-
-I pontefici del realismo sentenziarono: Fuori del nostro canone e della
-nostra Chiesa non v'è salute per l'arte: la letteratura dell'avvenire,
-se vorrà vivere, dovrà farsi realista. Il domma, bandito con
-impareggiabile sicuranza, con provocante scalpore, e con quell'enfasi
-di linguaggio che sembra volere caparrar la vittoria, s'impose a molti,
-i quali s'immaginarono essere finalmente entrati in possessione del
-verbo sacro e indefettibile; ma è, come gli altri dommi tutti, soggetto
-all'esame e aperto alla critica.
-
-Il realismo di questi ultimi tempi arrecò, senza dubbio, più di un
-beneficio all'arte in genere e alla letteratura in ispecie, e ha gran
-torto chi lo nega: l'error suo, spiacente e non perdonabile, fu di
-volersi accampare, in modo troppo risoluto e troppo impetuoso, come
-dottrina, armandosi di una intolleranza eccessiva ed astiosa, quale
-forse non ostentò in egual grado nessuna dottrina passata; vantando
-una saldezza di fondamenti scientifici, affettando un rigor logico
-di argomentazione, i quali son cosa assai più di apparenza che di
-sostanza. Già da molti furono denunciate, insieme con gli eccessi suoi,
-l'intime e distruttive sue contraddizioni, la inconsistenza di quella
-che si può chiamare la sua filosofia: prendendo occasione da alcune
-delle affermazioni più recise e più categoriche de' suoi campioni,
-io vorrei discutere brevemente, e senza troppo arruffio di ragioni,
-in queste pagine, i seguenti quesiti: Qual'è la relazione che la
-letteratura può avere con la scienza? Che sicurezza, o probabilità, c'è
-che venga a mancare la letteratura detta d'immaginazione? Qual sorte
-è, presumibilmente, serbata all'idealismo in arte? Quale si può credere
-che abbia ad essere, in genere, la letteratura dell'avvenire?
-
-Tali quesiti io intendo discutere, non con criterii derivati, come
-troppo comunemente suol farsi, dal preconcetto, o dal sentimento: ma
-con criterii di quella luminosa e trionfal dottrina della evoluzione,
-ch'è la sintesi scientifica e filosofica più compiuta e più alta a
-cui abbia poggiato insino ad ora lo spirito umano. Se non altro,
-gli avversarii non potranno rimproverarmi di andare a raccattar
-gli argomenti in dottrine troppo viete, o non larghe abbastanza.
-Discorrendo, io mi volgerò, quando all'arte in generale, quando alla
-letteratura in particolare, secondo dal bisogno o dall'opportunità mi
-sarà consigliato, e com'anche richiede quell'indissolubile nodo che
-stringe tutte insieme le arti; ma s'abbia presente che la letteratura,
-e le varie sue forme, saranno sempre, espresso o sottinteso, il tema
-mio principale.
-
-
-II.
-
-E comincio con una negazione.
-
-Io nego che il realismo in arte sia, _essenzialmente_, come troppo
-volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario
-del crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così
-fosse, il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra,
-in tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà,
-e contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe
-letteratura realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai
-cruda, il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel
-medio evo non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così
-l'affermazione che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo
-appunto al soverchiar della scienza, è una affermazione illegittima,
-non provata e non probabile. Io non dico già che la scienza non
-abbia potuto cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo
-contemporaneo, e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più
-lo distinguono da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del
-suo nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni,
-parecchie delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza
-dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a
-dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una
-particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma
-di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica,
-rintracciare, fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per
-un letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son
-nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe volte
-poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se non la
-incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare, la quale
-incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza. Quell'arte
-che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari, di
-descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli elementi
-derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata, cercando
-in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo da ogni
-generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza della sua
-produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e sazio ogni
-più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza, la quale,
-come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione sua, si
-costituisce astraendo, e generalizzando si compie.
-
-Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che la
-pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di
-legare insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la
-letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa,
-è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad ogni
-giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia. Dei
-due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza,
-i realisti vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo
-una sola persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere
-più facilmente lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono
-la poesia ed i poeti. _Nous autres hommes de science_, dice, senza
-ridere, Emilio Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina;
-e si sa che per lui e per loro, la letteratura è un'indagine, _une
-enquête_, la quale vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini
-scientifiche, osservando, comparando, sperimentando, e deve proporsi il
-medesimo scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero.
-Non ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso _documento
-umano_: la stupefacente denominazione di _romanzo sperimentale_,
-data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa
-sorridere chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza
-lo sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la
-misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima parte
-di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera, per i
-procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si differenzia
-gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo
-pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione stessa,
-e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è provato, cioè, che
-con le formole non si fanno le letterature, e non si fa nessun'arte.
-
-Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che fa la
-scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per sè stessa,
-a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno può essa avere
-dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi pensate di poterla
-ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e de' proprii suoi
-metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi e di lavoro, perchè
-quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel modo più risentito,
-a quella legge della specificazione delle funzioni e della divisione
-del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in pari tempo, uno dei
-massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo a tal legge, vassi
-egli innanzi davvero, come pare che i realisti credano, o non piuttosto
-si torna addietro? In origine scienza, poesia, religione, politica,
-sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito e nella vita. A
-poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro di distribuzione,
-che associa gli elementi omogenei e dissocia gli eterogenei, esse si
-distinguono e si sceverano, e acquistano, per modo di dire, la nozione,
-così dei termini entro cui s'hanno a contenere, come delle vie per
-cui si possono muovere, e delle forme concedute al loro crescere. Gli
-uffici si separano, e dal patriarca primitivo, che tutti in sè gli
-accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi atti di generazione,
-il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato. A lungo andare la
-scienza si specifica, e la letteratura si specifica: quella rinunzia
-agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento; questa rinunzia
-al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente è, il moto normale
-delle cose, con qual mai ragione si arroga il realismo di contrariarlo,
-e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi, se così posso esprimermi,
-nella scienza, mentre la scienza vuole, e più sempre vorrà, serbare
-intero il suo essere e disimpacciati i suoi moti? Immagino bene la
-risposta: la letteratura, mi si dirà, deve congiungersi con la scienza,
-e magari perdersi in lei, perchè la scienza è il vero, e tutto deve
-ridursi al vero. Ma perchè deve tutto ridursi al vero? Sopra il vero,
-ch'è una semplice relazione tra l'oggetto e il soggetto, c'è appunto
-l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita, c'è l'essere, ch'è quanto
-dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento, ch'è sì gran parte di
-noi, non possiamo già spogliarci come di un abito logoro. La conoscenza
-del vero è uno dei bisogni dell'umana natura; ma non è l'unico, ma non
-è nemmeno il massimo: il massimo è il bisogno della felicità. Anzi può
-dirsi che sia questo il suo solo bisogno, perchè comprende dentro di
-sè tutti gli altri. Chi dunque afferma che la letteratura dev'essere
-ridotta alla scienza, cioè al vero, disconosce la umana natura qual'è,
-e quale tuttavia sarà, per quanto si muti, in un avvenire ancor molto
-lontano da noi; e pretende di condurre la letteratura al vero, al solo
-vero, in virtù di un principio falso. Il verismo, tanto orgoglioso del
-proprio nome, ha per radice un sofisma.
-
-La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi
-della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve
-dissimularsi interamente dietro le cose che narra o descrive, non
-attraversarsi a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi
-quanto più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in
-sè le immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà
-gli è possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la
-voce o l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi
-trascrittore. Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più
-faticherà il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno
-spirito che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e
-urgentissimo studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare
-e cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di
-disindividuarsi. Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire
-a questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a
-disfare sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita,
-l'ingegno e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era
-nato.
-
-Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione
-necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in
-piena contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione
-del soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato
-dalla dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo
-spirito, non ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i
-proprii confini, non si scevera se non con fatica e parzialmente
-dell'oggetto, cioè dal mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo
-primitivo la contrapposizione de' due termini, soggetto ed oggetto, è
-incerta e intermittente, e però egli trascorre del continuo con l'animo
-nelle cose, e immagina il mondo simile a sè. Non altra è la ragione
-dell'antropomorfismo, nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco
-a poco, in virtù di un processo che qui non accade di descrivere, il
-soggetto si scevera dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini
-si fa più costante e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza
-quello sceveramento non è possibile; e nata cresce, mentre il processo
-continua. Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto,
-come già questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di
-voler conoscere uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che
-alla cognizione dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di
-scienze, le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive.
-E se il soggetto non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella
-letteratura, e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da
-esplicare e da esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di
-esprimersi, ed è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere
-quella nozion di sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è
-venuto acquistando? Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a
-ogni modo che s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo
-anche la nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia
-combattete. Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a
-quelle leggi della evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe
-lasciare alla scienza lo _studio puramente oggettivo_ delle cose; alla
-letteratura, e all'arte in genere, la manifestazione dello spirito e la
-libera riproduzione delle cose nello spirito; inteso il tutto con la
-debita discrezione, senza innaturale rigor di termini, senza angustia
-di preconcetti.
-
-
-III.
-
-Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a
-mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare in
-più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella che con
-predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico e
-i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar
-sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione
-e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo,
-è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata in
-virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a poco svigorendo
-negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo dominio di quanto
-quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto, su cui tutta
-l'argomentazione si fonda, non solo non è vero, ma è, adirittura,
-contrario al vero.
-
-In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo
-nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente)
-si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al
-par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi
-_Principii di psicologia_[537]. L'uomo inferiore ha, checchè si creda
-in contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso
-è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto
-più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente
-coscienza dei bruti.
-
-La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion
-diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito,
-della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza
-di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in
-ragione col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non
-c'è quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è
-vero, com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso
-processo armonico di evoluzione.
-
-La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni
-più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi
-esperimenta, concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di
-relazioni, di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti,
-ma solamente immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia;
-e certe ipotesi, come quella del Laplace intorno alla formazione
-del sistema solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle
-specie, se sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure
-miracoli di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa,
-una virtuosità nel collegare i concetti più disparati, quali molti
-poeti di sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che,
-mentre osserva o sperimenta, immagina un certo risultamento delle
-osservazioni e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina
-uno o più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato
-della parola, un uomo di altissima fantasia.
-
-So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono di
-poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato,
-confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente,
-un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento
-è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità,
-nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di
-meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso,
-per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso che nasce
-essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, prova una
-certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di fantasia.
-Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. Il meraviglioso
-mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, assai più che
-da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine da una virtù
-fantastica insufficiente, o per parlare in forma più concreta, da
-una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva dello
-spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, e sempre più
-diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando essa il
-moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti e le relazioni
-loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, quelle tenaci
-associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. Il che non
-vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica della finzione.
-
-Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il venir
-meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da errore,
-il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I poeti e
-i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia dei poeti
-dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di leggende
-del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle _Mille e una
-notte_ passano per miracoli di potenza fantastica, e pure la fantasia
-che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella che opera
-nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro Dumas padre,
-di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo di personaggi
-immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo officio, compiere
-una quantità di azioni similmente immaginate, e il tutto muoversi con
-certo ordine, con certa conseguenza, e piegare a certi fini contemplati
-ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, per via di relazioni
-immaginarie, con personaggi, con fatti, con azioni reali, e tutto ciò
-senza che il romanziere ricorra, per isciogliere il nodo dell'azione,
-all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. La forza di fantasia,
-reminiscitiva e costruttiva, che si richiede a così fatto lavoro è, a
-dirittura, portentosa, e ve n'ha più in un solo di quei romanzi che non
-in tutta, quanta è, la letteratura novelliera dell'Oriente.
-
-Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che ha
-raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, se
-tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non esclude
-già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole
-e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente a nessuna
-esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo allora non
-soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento
-che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso ch'egli
-ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso
-così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa
-e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è
-doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati nella
-libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica
-sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi
-stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma vivi
-della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo.
-
-Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso
-allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi
-disinteressato da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato
-ogni vincolo suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose
-immaginazioni onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo
-destano negli animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano
-destare negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori
-angosciosi. L'episodio di Francesca da Rimini, nell'_Inferno_ di Dante,
-è certo assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e
-ciò non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè
-gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini
-di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne
-serenamente la sovrana bellezza.
-
-Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e si
-afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito,
-e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento
-delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire
-a comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare
-gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini
-privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione,
-o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della
-mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di lor
-natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo il
-dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i sensi,
-gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario
-cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò ch'esso è
-veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà mai, così lieto,
-che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi talvolta, almeno con
-la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo di libertà che loro
-rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia delle universe
-leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto nella fantasia, parmi
-assai dubbio, e molto improbabile, che se ne vogliano, per amor del
-realismo, spogliare.
-
-Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire vie
-più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà nell'arte?
-E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini e il
-modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in quest'altra?
-Non v'è realista così intollerante e caparbio che non ammetta il libero
-esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato essa fa il piacer
-suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma in altre arti
-non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono essere,
-dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura,
-morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se io ho un
-fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza che mi sia
-lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, nel marmo,
-nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, in una
-melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, in una statua,
-in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti è cotesta?
-E parlando della letteratura in più particolar modo, perchè dovrà
-vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure è l'organo di
-ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai di quanto
-possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione loro
-che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, sempre e in
-tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione
-che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto,
-a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che ci
-fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo men
-legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana natura.
-
-
-IV.
-
-E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo
-nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano
-che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, nè la
-storia, nè un'ipotesi probabile.
-
-Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale,
-perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso immaginarmi
-e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una cosa, e più poi
-quando esprimo quel mio pensiero con parole, io necessariamente
-idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i quali sono o poco o
-molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. Non v'è realista,
-per quanto convinto delle sue dottrine egli sia, e per quanto maestro
-nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; e s'egli crede pur
-di potere, e se ne vanta, non fa se non mostrare l'ingenuità propria, e
-quel difetto di perspicacità e di penetrazione filosofica ch'è difetto
-di tutta la scuola. Il salto fuor di sè stesso nella realtà assoluta
-è un sogno. A persuadersene basta, del resto, aprire qualsivoglia
-romanzo di qualsivoglia grande realista moderno: per esempio, dello
-Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in azione, le cose che descrive,
-i fatti che narra, sono tutti idealizzati, in un certo senso e in una
-certa misura; sono assoggettati, in altri termini, a varii e complicati
-processi di semplificazione, di condensazione, di avvaloramento, dei
-quali l'autore può non essere consapevole, ma che son pur quelli in
-virtù di cui i personaggi rappresentati, le cose descritte, i fatti
-narrati, producono e lasciano negli animi nostri più forte e duratura
-impressione che non farebbero i veri e reali. Quand'egli descrive un
-tramonto di sole, descrive, non già il semplice fenomeno fisico, ma
-bensì l'impressione che quel fenomeno farebbe in uno o più spettatori
-possibili, e lo descrive con parole che di necessità traggono dietro
-una lunga sequela di elementi ideali. E la tendenza all'idealizzare
-dev'essere ben imperiosa in noi, se può tor la mano agli stessi
-realisti più ostinati e valenti, e trascinarli ad eccessi cui forse non
-giungerebbero gl'idealisti più audaci. Chi abbia letto _Le ventre de
-Paris_ del medesimo Zola ricorda quella famosa _sinfonia de' formaggi_
-divenuta oramai proverbiale, dove c'è più idealismo (sia pure di
-cattiva lega) che non in un racconto di fate; e chi abbia letto _La
-bête humaine_ sa che cosa diventi una vaporiera tra le mani del gran
-maestro del realismo contemporanei. In molti degli eccessi suoi più
-noti e più notabili il realismo non è se non un idealismo capovolto.
-
-Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza?
-sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza
-continuamente, e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza
-quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto
-se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per
-la specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi
-dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione,
-immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali
-e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione dei pianeti
-intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza tener conto
-degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, assai più
-idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui animo
-non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, ma solo
-ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo empia di sè,
-lo guidi, lo faccia vivere e muovere.
-
-La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la
-tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo;
-anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone
-un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza,
-scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il
-corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la
-conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente
-che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente,
-ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e di
-giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso
-i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge
-al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come
-la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo.
-Si crede da' più che nelle letterature antiche _in genere_ sia più
-idealità che nelle letterature moderne _in genere_; ma tale credenza
-è un errore. Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno
-principalmente non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù
-idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi
-la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non
-riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità.
-Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi
-all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è
-veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, non
-da ignoranza, ma da scienza.
-
-La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita
-tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette
-e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte,
-nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se
-l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa
-direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare,
-senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E
-ciò che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi
-dell'umanità tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur
-consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale
-ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in
-virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi.
-
-Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto da
-potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, perchè
-dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura
-ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il passo,
-e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente,
-governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano a ritroso
-della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di proposito
-deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne oggetto
-di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni
-più brutali, tutti i _residui atavistici_ dell'umanità, tutto ciò che
-l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà la
-letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di
-veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e
-s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a
-un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti
-indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può condurli
-a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più sensitiva
-diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; e non
-si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare
-a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e più
-oscuri conforti.
-
-
-V.
-
-E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare
-circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? La
-predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le loro
-dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità d'arte,
-a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, non
-mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; e già nel
-presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano che il moto suo
-d'espansione sta per esser frenato, che altre tendenze il contrastano.
-A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il recentissimo simbolismo
-francese. Il realismo potrà essere una delle forme dell'arte nuova; ma,
-certamente, non sarà tutta l'arte.
-
-Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura
-più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta
-dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente
-tirannia delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il
-pretesto di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia
-di monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere,
-e il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento
-che ne deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve
-oltrepassare i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua;
-e mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare
-l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da
-lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti
-e postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar
-da sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei,
-indipendentemente da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa
-critica, e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa
-e perplessa, ne dissecca le fonti.
-
-Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano
-quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire
-una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione
-mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una ragion che
-non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e nocciono, quando
-divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato dominio.
-La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce per giunta l'umana
-natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra e regnar sola, nel
-presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, una unica formola
-d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo intero (come vediamo
-essere avvenuto un tempo, e in certa misura, nell'antico Egitto), tale
-possibilità viene ben presto a mancare col procedere e col variarsi
-della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta ad un canone solo (come
-per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe prima la uniformità
-degli spiriti, ridotti a un unico tipo. Ora, tale uniformità, che non
-si riscontra intera mai, nemmeno tra quelle razze infime dell'umanità
-le quali men si discostano dalla condizione dei bruti, lascia il luogo,
-tra le razze più nobili e culte, a una disformità pressochè infinita,
-la quale va aumentando e facendosi sempre più distinta, come più la
-civiltà s'innalza e si complica. Ci troviam qui di fronte a un'altra
-delle massime leggi della evoluzione, ch'è il passaggio graduato e
-irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; e se questa è legge che
-governa, non pure la natura umana, ma tutta l'universalità delle
-cose, come sarà mai possibile che l'arte le contraddica, riducendosi
-essa sola all'omogeneo? E come potrà, ad esempio, effettuarsi quella
-fantasia dei realisti, i quali vorrebbero che tutti i generi letterarii
-fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati dal romanzo, se
-il processo naturale e storico è, anche in letteratura, appunto il
-contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva separazione e di
-continuato differenziamento? Anche in questo caso, come in più altri
-notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso della evoluzione, cosa
-che non fa troppo onore a chi mena tanto vampo di scienza.
-
-Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e
-somiglianze per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a
-formare come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e
-condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri
-psichici, legate in una specie di psichica comunanza, non certo
-intera ed assoluta, ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un
-suo special modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo
-concetto e bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre
-famiglie, sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano
-anche per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle
-tutte. Le grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte
-hanno origine dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere
-l'uniformità dell'arte mentre aumenta la disformità degli spiriti,
-è cosa non meno vana che assurda. Si è questa crescente disformità
-per lo appunto che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando
-di ciò s'avrà chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la
-critica partigiana, dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più
-se non famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio
-d'egemonia; e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità
-nuova d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e
-questo non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello.
-
-La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà
-tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza
-dannose limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come
-più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario che
-la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi
-e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale
-divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di
-letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto
-concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel
-tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti
-in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere
-se non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò
-che la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò
-solo che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte;
-e s'intenderà che un compito massimo dell'arte possa esser quello
-di significare appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito
-universalmente, ma segregato e recondito e non comunicabile in altro
-modo.
-
-La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare
-tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in vario
-modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare tutta
-la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è forse della
-vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter prendere la sua
-materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente e nel passato,
-nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere personale e
-impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo non potrà essa
-sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale non mancherà
-chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse, non mancheranno
-spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè la vita è fatta
-di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura più comprensiva
-e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle entrambe
-congiuntamente.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Rileggendo le Ultime Lettere di Jacopo Ortis _Pag._ 3
- Il Romanticismo del Manzoni » 25
- Perchè si ravvede l'Innominato? » 87
- Don Abbondio » 107
- Estetica e Arte di Giacomo Leopardi:
- CAP. I. Della psiche di Giacomo Leopardi » 125
- CAP. II. Estetica generale del Leopardi » 146
- CAP. III. Il Leopardi e la musica » 176
- CAP. IV. Il sentimento della natura nel Leopardi » 189
- CAP. V. Estetica della morte » 219
- CAP. VI. Classicismo e Romanticismo del Leopardi » 236
- CAP. VII. L'arte del Leopardi » 263
- Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti » 303
- Letteratura dell'avvenire » 349
-
-
-
-
-DELLO STESSO AUTORE
-
-
- =Poesie e novelle=, 1 vol. in-8º, di pag. 859. L. 3 —
-
- =Studi drammatici=, 1 vol. in-8º, di pag. 327. L. 4 —
-
- =Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo=, ristampa
- in-8º gr. di pag. XVI-808. L. 15 —
-
- =Attraverso il Cinquecento=, 1 vol. in-8º, di pag. IV-391. L.
- 8 —
-
- =Miti, leggende e superstizioni del medio evo=, 2 vol. in-8º, di
- pag. XXIII-310, 398. L. 5 — ciascuno.
-
- =Anglomania=, 1 vol. in-8º, di pag. XXXIV-431. L. 12 —
-
- =Medusa=, 3ª edizione, adorna di 100 disegni di C. Chessa, 1 vol.
- in-8º, di pag. VIII-292, L. 10 —; legato elegantemente L. 12 —;
- legato in pergamena e oro L. 15 —
-
- =Le Danaidi=, 2ª edizione, 1 vol. in-8º gr., di pag. VIII-183. L.
- 5 —
-
- =Poesie (1893-1906)= in-12º di pag. IV-487 con ritratto e
- fac-simile L. 10 —; legato L. 12 —
-
- =Prometeo nelle poesie= (_è in preparazione la ristampa_).
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Questo breve saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, serie III, vol. LVII (1895). Riappare qui accresciuto di
-alcune brevi note e con qualche leggiero ritocco.
-
-[2] Per quanto concerne le relazioni delle _Ultime Lettere_ col
-_Werther_, e con taluna delle troppe imitazioni di questo, rimando
-il lettore ai noti scritti dello ZSCHECH: _Ugo Foscolo und sein
-Roman «die letzten Briefe des Jacopo Ortis»_ (pubblicato nei
-_Preussische Jahrbücher_ del 1879 e 1880, e, tradotto, nella _Nuova
-Rivista internazionale_, febbrajo e settembre 1880); Ugo _Foscolos
-Ortis und Goethes Werther_ (nella _Zeitschrift für vergleichende
-Litteraturgeschichte und Renaissance-Litteratur_ del 1890); _Ugo
-Foscolos Brief an Goethe, Mailand, den 15 Januar 1802_ (nel _Bericht
-der Realschule am Eilbeckerwege zu Hamburg_ 1894). Per le prime
-traduzioni italiane del _Werther_, fatte nel secolo scorso, l'una o
-l'altra delle quali non potè rimanere ignota al Foscolo, vedi APPELL,
-_Werther und seine Zeit_, 4ª ediz., Oldenburgo, 1896; ov'è da notare
-per altro che la prima stampa della traduzione del D. M. S. non è del
-1796, ma del 1788. Per la storia delle varie redazioni del romanzo
-foscoliano vedi: MARTINETTI, _Dell'origine delle Ultime lettere di
-Jacopo Ortis_, Napoli, 1883; DEL CERRO, _Indagini foscoliane_ (nella
-_Vita italiana_, fasc. 16 gennajo 1897); CHIARINI, _L'edizione
-dell'«Jacopo Ortis»_ del 1798 (nello stesso giornale, fasc. 16 marzo
-1897).
-
-[3] È pur da ricordare a questo proposito che alcuni (a dir vero
-pochissimi) critici tedeschi non si peritarono di mettere l'_Ortis_
-sopra il _Werther_; tra gli altri O. L. B. WOLF, nella sua _Allgemeine
-Geschichte des Romans_.
-
-[4] _Nuovi saggi critici_, 2ª ediz., Napoli, 1879, pp. 142, 143, 147.
-
-[5] Werther non può ammettere che uomo fortemente innamorato pensi ad
-altro che all'amor suo; ma gli è un fatto che uomini anche perdutamente
-innamorati possono pensare a molte altre cose collegandole in qualche
-modo all'amor loro. In quella povera imitazione del romanzo del Goethe
-che Carlo Nodier compose da giovane, _Le peintre de Saltzbourg_, il
-protagonista, Carlo Munster, si lagna di essere proscritto e fuggitivo,
-d'aver perduto la patria e l'amata. L'Everardo del Lanfrey fu detto
-dall'autore stesso un Werther della libertà.
-
-[6] Il Cesarotti scorse il pericolo e giudicò le _Ultime lettere_ libro
-immorale. In un breve, ma acuto scritto, intitolalo _Werther, René,
-Jacopo Ortis_, CARLO DE RÉMUSAT cercò di mostrare che il romanzo del
-Foscolo è meno immorale di quello dello Chateaubriand e di quello del
-Goethe (_Critiques et études littéraires_, nuova edizione, Parigi,
-1857, vol. II, p. 125).
-
-[7] Nel 1820 l'autore di un articolo pubblicato nella _Biblioteca
-italiana_ poneva in un fascio l'_Ortis_, i _Sepolcri_, la _Ricciarda_.
-e scriveva: «Le _Lettere di Jacopo Ortis_, i _Sepolcri_, la nuova
-tragedia presenteranno il tuo nome alla posterità entro una luce
-funerea».
-
-[8] Chi crederebbe di dover trovare le lodi della melanconia nel buon
-La Fontaine?
-
- Il n'est rien
- Qui ne me soit souverain bien,
- Jusqu'aux sombres plaisirs d'un cœur mélancolique.
-
-Ma dei piaceri e della dignità della melanconia s'era già fatto beffe
-da un pezzo il Montaigne.
-
-[9] Il CANTÙ disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia»
-(_Ugo Foscolo_, in _Arch. storico lombardo_, anno III (1876), fasc. 1º,
-p. 17), ma andò troppo di là dal vero. Scrisse il PECCHIO (_Vita di Ugo
-Foscolo_, 3ª edizione, Lugano, 1841, pp. 259-60): «Invece di procurare
-di vincere questo umor melanconico, sembrava ch'ei lo nutrisse, e se
-ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso sentenziò: «La malinconia,
-dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali, perchè è infermità
-inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica in
-tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza».
-
-[10] GIOVITA SCALVINI scrisse a questo proposito (_Scritti ordinati
-per cura di_ N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi
-movimenti, il suo sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua
-testa, calcolatrice degli effetti di tutte queste ciarlatanerie».
-Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra abitato da uno di que'
-Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo per me è un
-mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale fu non poca di
-quella _egolatria_ che contraddistinse infiniti romantici.
-
-[11] Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e
-di carattere tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle
-che si potrebbero pur notare, sebbene non sieno tanto appariscenti,
-tra il Foscolo e lo Sterne. Sia ricordato di passata che il _Viaggio
-sentimentale_ fu scrittura assai cara ai romantici.
-
-[12] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e
-qualche emendazione, esso rimane immutato.
-
-Con questo medesimo titolo: _Le romantisme de Manzoni_, il signor
-Vittorio Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato
-in deposito al librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo,
-dopo non molto, all'autore, fu certo veduto da pochi, e non è più
-in commercio. Nelle 195 pagine di cui si compone il volume sono
-molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci si discorre con
-una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti nei
-libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla
-degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul
-pensiero e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura,
-un discepolo del Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3,
-190); e che cada in tale esagerazione, e in alcun altro errore, per non
-conoscere abbastanza le origini del romanticismo nostro, del quale per
-altro ritrae molto bene l'indole e gli intendimenti. Che io, salvo la
-inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato in modo affatto
-diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente avvertito
-da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con l'altro
-i due scritti. Si può anche vedere nei _Preussische Jahrbücher_ del
-1874 uno studio di W. LANG, _Alessandro Manzoni und die italienische
-Romantik_.
-
-[13] Perciò assai malamente scrisse il PRINA (_Alessandro Manzoni_,
-Milano, 1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento
-romantico».
-
-[14] L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse
-poi a dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa.
-
-[15] Leggo in un opuscolo tedesco (_Die romantische Schule in
-Deutschland und in Frankreich, von_ STEPHAN BORN, Heidelberg, 1879,
-pag. 5): Il romanticismo francese «è scaturito direttamente dalla
-opposizione alla rivoluzione». Errore. Vedi LARROUMET, _Les origines
-françaises du romantisme_, in _Études de littérature et d'art_, Parigi,
-1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo periodo violento,
-la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento normale
-del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto del
-Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi
-FINZI, _Lezioni di storia della letteratura italiana_, vol. IV, parte
-I: _Il romanticismo e Alessandro Manzoni_, Torino, 1891; MAZZONI,
-_Le origini del romanticismo_, in _Nuova Antologia_, serie III, vol.
-XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893; BERTANA, _Un precursore del
-romanticismo_, nel _Giornale storico della letteratura italiana_,
-volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo
-inglese vedi W. LION PHELPS, _The Beginnings of the English romantic
-Movement_, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del MENÉNDEZ Y
-PELAYO (_Historia de las ideas estéticas en España_, t. V. Madrid,
-1891, p. 233) che non fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio.
-
-[16] _Epistolario di_ ALESSANDRO MANZONI, _raccolto ed annotato da_
-Giovanni Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera
-del 17 ottobre 1820 allo stesso Fauriel.
-
-[17] Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole,
-scriveva al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto
-alla teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci
-stia». E si capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa.
-
-[18] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo
-e capitolo IV.
-
-[19] Vedi in proposito le giuste osservazioni del TENCA, _Prose e
-poesie scelte_, Milano, 1888, vol. I, pp. 331, 335, 350.
-
-[20] _Lettera intorno al Vocabolario_, in _Opere varie_, Milano, 1870,
-pp. 829, 830. Delle _Opere varie_ citerò sempre in seguito questa
-stessa edizione.
-
-[21] Lettera al Laderchi, 23 giugno 1843. _Epistolario_, vol. II, p.
-105.
-
-[22] _Dialogue entre un homme du monde et un poëte. Opere inedite o
-rare_, pubblicate da R. Bonghi, Milano, 1883 segg., vol. II, p. 431.
-
-[23] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. XI. La morte del Bonghi come
-fu grave danno per gli studii in genere, così fu grave danno per gli
-studii manzoniani in ispecie. Colui che curò la stampa delle _Opere
-inedite o rare_ senza poterne vedere il compimento, aveva da lunghi
-anni promesso sul Manzoni un libro che per certo sarebbe riuscito
-capitale, e di cui sarebbe pur prezioso ogni abbozzo o frammento
-ch'egli avesse potuto lasciarne.
-
-[24] Cel dice egli stesso nel _Dialogo della invenzione. Opere varie_,
-p. 539.
-
-[25] Studio critico che accompagna i _Promessi Sposi_ nella edizione
-del Barbèra (Collezione Diamante), Firenze, 1888, vol. II, pp. 678,
-679.
-
-[26] _I Promessi Sposi_, cap. VIII, p. 156, ediz. di Milano, 1875.
-
-[27] Veggasi intorno a ciò il bello scritto del D'OVIDIO, _Potenza
-fantastica del Manzoni e sua originalità_, in _Discussioni manzoniane_,
-Città di Castello, 1886, pp. 37 e segg.
-
-[28] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo.
-
-[29] _Ibid._, cap. II. _Opere varie_, p. 173.
-
-[30] _De l'Allemagne_, parte II, cap. XI.
-
-[31] Cap. XXXIII. p. 607, ediz. cit.
-
-[32] Vedi più particolarmente le delicate ed acute osservazioni del
-DE SANCTIS nel saggio intitolato: _La materia dei «Promessi Sposi»_.
-La questione del romanzo storico fu discussa in passato anche dallo
-Zajotti, dal Bianchetti e da altri. Ultimamente la riprese in esame il
-CESTARO in uno scritto intitolato _La storia nei «Promessi Sposi»_,
-pubblicato prima nella _Nuova Antologia_, fasc. del 1º maggio 1892,
-poi nel volume _Studi storici e letterari_, Torino-Roma, 1894. Gli
-argomenti da lui addotti contro le conclusioni del Manzoni sono assai
-vigorosi.
-
-[33] _Opere varie_, pp. 426, 428, 431.
-
-[34] _Epistolario_, vol. I, p. 202.
-
-[35] _I Promessi Sposi_, cap. XII, p. 231; cap. XXXI, p. 564.
-
-[36] _Epistolario_, vol. I, p. 283.
-
-[37] _Epistolario_, vol. I, p. 291.
-
-[38] _Bozzetti critici e discorsi letterari_, Livorno, 1876, pp. 310-11.
-
-[39] _Classicismo e romanticismo_, nei _Giambi ed epodi e rime nuove.
-Opere_, vol. IX, Bologna, 1894, p. 298.
-
-[40] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 168.
-
-[41] _Opere varie_, p. 409.
-
-[42] _Epistolario_, vol. I, p. 307.
-
-[43] _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. Opere varie, p. 425.
-
-[44] _Ibid._
-
-[45] Parmi curioso e non inutile recar qui a riscontro alcune opinioni
-dello ZOLA, le quali certamente avrebbero ottenuto il plauso del
-Manzoni: «Le plus bel éloge que l'on pouvait faire autrefois d'un
-romancier était de dire: Il a de l'imagination. Aujourd'hui cet
-éloge serait presque regardé comme une critique. C'est que toutes les
-conditions du roman ont changé. L'imagination n'est plus la qualité
-maîtresse du romancier» (_Du roman. Le sens du réel_). Flaubert «est
-sobre, qualité rare; il donne le trait saillant, la grande ligne,
-la particularité qui peint, et cela suffit pour que le tableau soit
-inoubliable» (_Du roman. De la description_). «Et je finirai par une
-déclaration: dans un roman, dans une étude humaine, je blâme absolument
-toute description qui n'est pas, selon la définition donnée plus haut,
-un état du milieu qui détermine et complète l'homme. J'ai assez péché
-pour avoir le droit de reconnaître la vérité» (_Ibid._).
-
-[46] _Epistolario_, vol. I, p. 242.
-
-[47] _Sovra il teatro tragico italiano_, Venezia, 1826, p. 91.
-È tuttavia da notare che sin dai primi anni del secolo XVIII in
-Inghilterra, gli scrittori che dicono della scuola augustea usarono dar
-nome di romantica ad ogni narrazione o poesia che paresse loro o troppo
-stravagante, o troppo sentimentale (LYON PHELPS, _Op. cit._, pp. 18-9).
-L'Addison, ne' suoi ricordi di viaggio, chiamava romantica una scena
-di paese che aveva del selvaggio e dello strano (FRIEDLAENDER, _Ueber
-die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der
-Natur_, Lipsia, 1873, p. 43).
-
-[48] Forse il primo esempio di tali orrori lo diede il _Castle of
-Otranto_, romanzo del celebre ORAZIO WALPOLE, pubblicato nel 1764. Ebbe
-grandissima voga, e fu tradotto in italiano, dalla qual lingua l'autore
-fingeva d'averlo tradotto egli stesso. I primi racconti fantastici
-di Teodoro Hoffmann sono posteriori ad esso di mezzo secolo, come
-son posteriori di una ventina d'anni ai più celebri romanzi di Anna
-Radcliffe.
-
-[49] _Delle vicende del buon gusto in Italia_, orazione recitata nella
-grande aula dell'Università di Pavia il giorno 3 maggio 1805.
-
-[50] _Cenni critici sulla poesia romantica_, Milano, 1817, pp. 45-47.
-
-[51] _Sermone sulla mitologia._
-
-[52] _Epistolario_, vol. I, p. 312.
-
-[53] Ma vedi forza dell'esempio e dell'andazzo! Lo STAMPA, figliastro
-del Manzoni, afferma che l'autore dei _Promessi Sposi_ fu tentato una
-volta di scrivere un romanzo fantastico, del quale, per altro, non sa
-dir nulla (_Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, Milano,
-1885-9, vol. II, p. 183).
-
-[54] _Opere varie_, p. 410.
-
-[55] _Histoire du romantisme_, nuova edizione, s. a., Parigi,
-Charpentier, p. 64.
-
-[56] _Versi in morte di Carlo Imbonati_, vv. 147 e segg.
-
-[57] Versi 36-44.
-
-[58] _Urania_, vv. 9-14.
-
-[59] _Opere inedite o rare_, vol. I, p. 95.
-
-[60] _Epistolario_, vol. I, p. 201.
-
-[61] _Ibid._, pp. 206, 207.
-
-[62] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 197.
-
-[63] Aristotele non dice propriamente così; ma tale credo fosse, in
-sostanza, il suo concetto. Anche lo Schopenhauer giudica la poesia più
-vera della storia.
-
-[64] _Opere varie_, p. 835.
-
-[65] _Epistolario_, vol. I, p. 448.
-
-[66] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 481.
-
-[67] _Epistolario_, vol. I, p. 393.
-
-[68] _Epistolario_, vol. I, pp. 448, 449.
-
-[69] _Epistolario_, vol. II, p. 144.
-
-[70] Cap. XIV. p. 273.
-
-[71] Cap. XXVIII, p. 520.
-
-[72] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. 480.
-
-[73] Lettera a Cesare D'Azeglio. _Epistolario_, vol. I, pp. 280 segg.
-
-[74] Prefazione al _Conte di Carmagnola. Opere varie_, p. 278.
-
-[75] _Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie_, p. 405.
-
-[76] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 494.
-
-[77] Lettera al D'Azeglio, _Epistolario_, vol. I, p. 294.
-
-[78] Anche lo SCOTT, nell'_Essay on the Drama_, combattè le unità, ma
-quanto più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni!
-
-[79] _Opere varie_, pp. 413-14.
-
-[80] Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare
-profusamente nella _Biblioteca italiana_ il Manzoni e biasimare i
-romantici.
-
-[81] _Epistolario_, vol. I, p. 477.
-
-[82] Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. _Epistolario_, vol.
-II, p. 177.
-
-[83] Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. _Epistolario_, vol. I, p.
-124; _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. _Opere varie_, p. 425.
-
-[84] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, Serie III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e
-brevi giunte.
-
-[85] Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del
-Manzoni che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel _passaggio
-dell'animo_ dell'Innominato _dall'un grado all'altro_, e pure
-scusandosi dell'ardimento grande, non si tenne dal suggerire quello
-che a parer suo andava fatto (_Ispirazione e arte_, Firenze, 1858, pp.
-12-13).
-
-[86] Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la
-fede in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio
-di una notte il filosofo francese Jouffroy _s'avvide_ d'aver perduto
-ogni credenza. Vedi pel fenomeno in genere RIBOT, _La psychologie des
-sentiments_, Parigi, 1896, pp. 400-3.
-
-[87] Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato
-_Due parole sull'Innominato_, che FRANCESCO D'OVIDIO pubblicò nella
-_Illustrazione Italiana_ del 27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa
-parecchie ottime osservazioni, che per la più parte corroborano le mie;
-ma su di un punto formalmente mi contraddice, e cioè su questo punto
-del miracolo. Egli nega che il Manzoni supponesse miracolo alcuno nella
-conversione dell'Innominato, e reca in prova alcune parole del Manzoni
-stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto. Dopo averci pensato
-su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione. Tutto sta
-intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che il
-Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo
-il sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra
-banda che un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi
-senza l'ajuto divino; che la dottrina cattolica della predestinazione
-e della grazia non concede all'uomo abbandonato a sè medesimo altra
-libertà che la libertà di fare il male; che ogni cristiano schietto
-riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono; che se è vero
-il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu un
-miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di
-quel richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera
-al Trechi, 29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del
-miracolo grossolano e ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino,
-e negar fede alle apparizioni di Caterina Labourè; ma poteva anche
-credere a un miracolo che salvasse il Grossi (CANTÙ, _Alessandro
-Manzoni, reminiscenze_, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1). Perciò non
-posso accordarmi in tutto nemmeno col DE SANCTIS, il quale scrisse,
-(_I Promessi Sposi, studio critico_): «Si vegga con quanta industria il
-poeta, un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo
-della Madonna, riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»;
-e soggiunse poi che il miracolo è _affatto estraneo_ allo spirito
-del Manzoni. Il Manzoni descrisse, sì, accuratamente il fenomeno
-psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che Dio avesse tocco il
-cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani di guerra,
-che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano da Dio
-di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un _Te Deum_. Del resto il
-miracolo è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare
-Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de'
-suoi poveri servi». «Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non
-ve lo sentite in cuore che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia
-stare, e nello stesso tempo v'attira.....?». Dio, dice il cardinale,
-vuol fare dell'Innominato un segno della sua potenza e della sua
-bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva il Manzoni pensare
-diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa appunto il
-miracolo?
-
-[88] RIBOT, _Op. cit._, p. 401: «Tout cela, pour le moraliste, est un
-changement complet, il y a deux hommes; pour le psychologue c'est un
-changement d'orientation, il n'y a qu'un homme. Il est facile de voir
-que sous les deux contraires, existe un fond commun, une unité latente;
-c'est la même quantité ou la même qualité d'énergie employée à deux
-fins contraires; mais, sans effort, on peut retrouver la chrysalide
-dans le papillon».
-
-[89] Giova qui recare a riscontro il Pensiero XVI di Giacomo Leopardi:
-«Se al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso
-Tacito, è apparecchiata una stessa fine, è più da uomo il perire
-meritamente. Poco diversi pensieri credo che sieno quelli di alcuni,
-che avendo animo grande e nato alla virtù, entrati nel mondo, e
-provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento degli
-uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi, abbracciano la
-malvagità; non per corruttela nè tirati dall'esempio, come i deboli; nè
-anche per interesse, nè per desiderio dei vili e frivoli beni umani; nè
-finalmente per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale;
-ma per un'elezione libera, e vendicarsi degli uomini, e rendere loro
-il cambio, impugnando contro di essi le loro armi. La malvagità delle
-quali persone è tanto più profonda, quando nasce da esperienza della
-virtù; e tanto più formidabile, quanto è congiunta, cosa non ordinaria,
-a grandezza e fortezza d'animo, ed è una sorta d'eroismo». Raccosta a
-questo i Pensieri LXXV, C, CI, CIX.
-
-[90] Nell'articolo già citato il D'Ovidio nota, credo giustamente, che
-Lucia opera nell'animo dell'Innominato anche in virtù della giovinezza,
-bellezza e gentilezza sua.
-
-[91] GIOVANNI VIDARI, in un saggio intitolato _Suor Gertrude,
-l'Innominato e Fra Cristoforo_ (nella _Rassegna nazionale_, 1º e 16
-dicembre 1895), avvertì che io non notava la somiglianza che per più
-rispetti è tra l'Innominato e Fra Cristoforo; ma poi concluse dicendo
-che essi _son diversi nel processo della conversione_. Di questa
-diversità appunto, e non d'altro, io intesi far cenno.
-
-[92] In un opuscolo nuziale intitolato L'umorismo nei Promessi Sposi
-(Firenze, 1895) il Barbi passa in rassegna que' personaggi, nota
-situazioni e riflessioni umoristiche. Questo breve saggio è, a mia
-saputa, quanto di meglio siasi scritto sull'argomento; ma ciò che vi si
-dice di Don Abbondio non mi sembra interamente giusto. Il così detto
-Commento estetico del Ferranti (Firenze, 1877) è scrittura prolissa e
-di poco valore.
-
-[93] L'idea di un Don Abbondio missionario e martire è una delle idee
-più comiche che mai cadessero in mente umana.
-
-[94] Coloro che sempre ricantano che il Manzoni aperse scuola di
-rassegnazione, di pusillanimità e di fiacchezza, non han mai pensato,
-sembra, alla formidabile ironia di quella _neutralità disarmata_, non
-capiscono tutto il significato di Don Abbondio, e non sanno che cosa
-scrivesse dei _Promessi Sposi_ il Mazzini.
-
-[95] Sarebbe curioso indagare quanta parte di quelle debolezze e di
-quelle virtù possa avere ereditato il Manzoni dal proprio avo materno,
-del quale fu, nonostante qualche dissentimento, ammiratore caldissimo.
-Ma se della mente di Cesare Beccaria possiamo formarci un concetto
-abbastanza adeguato leggendo i non molti suoi scritti, dell'animo non
-possiamo, tanto sono scarse, incerte, contraddittorie le notizie che ce
-ne son pervenute. I fratelli Verri, che ne tramandaron le più, prima
-furono amici svisceratissimi di lui, poi nemici arrabbiati, così che
-noi non riusciamo a veder chiaro tra le lodi sperticate di prima e i
-biasimi, sicuramente eccessivi, di poi (Vedi uno scritto di A. VENTURI,
-_Cesare Beccaria e le lettere di Pietro e Alessandro Verri_, nel
-_Preludio_, anno VI, 1882, nn. 3-4). Le lettere stesse del Beccaria,
-comprese le poche pubblicate in questi ultimi anni, non ci ajutano gran
-fatto. Ciò nondimeno, quel tanto che riusciamo a mettere insieme e ad
-intendere ci permette di notare tra avo e nipote alcune conformità che
-di certo non sono casuali. Si può discutere della maggiore o minore
-originalità delle idee contenute nell'opuscolo _Dei delitti e delle
-pene_; ma, se a questo opuscolo si aggiunge il saggio sulle monete,
-e, meglio ancora, il saggio sullo stile, bisogna riconoscere che il
-Beccaria ebbe mente di novatore, e, come disse Pietro Verri, _testa
-fatta per tentare strade nuove_; una testa dunque come l'ebbe il
-Manzoni, che di strade nuove ne tentò e ne corse parecchie. Il Beccaria
-fu _profondo algebrista_, ed ebbe fantasia vivacissima e prepotente,
-e fu poeta (_buon poeta_, assicura l'amico): intendi dunque che,
-come poi il Manzoni, egli seppe conciliare il rigore e la saldezza
-della ragione con la libertà e la fluidità dell'immaginativa e del
-sentimento. Scopriamo nell'avo una vena satirica che ingrossa poi nel
-nipote. Tutt'e due sono d'indole timida e casalinga, involta in una
-onesta pigrizia (vedi un opuscoletto nuziale di PAOLO BELLEZZA, _La
-pigrizia di Alessandro Manzoni_, Milano, 1897); fuggono il chiasso; non
-cercano popolarità, sebbene amino il popolo; curano i proprii comodi;
-lascian vedere _un'aria di bonomia_ (bugiarda in Cesare, secondo
-afferma Alessandro Verri; ma gli s'ha da credere?); sono inettissimi
-alle faccende (_inattività in agibilibus_, troviam detto di Cesare;
-_inetto rebus agendis_, disse di sè stesso il Manzoni); scrivono di
-malissima voglia lettere e ogni altra cosa. «Filosofo senza strepito»,
-scrisse del Beccaria il Cantù, «appena l'Europa s'accorse ch'era un
-grand'uomo, egli si tacque»: e il Manzoni? Le apprensioni manifestate
-dall'avo durante quel suo famoso viaggio a Parigi hanno riscontro in
-altre consimili del nipote. Entrambi non potevano reggere a star soli,
-ed entrambi stavano mal volentieri in luoghi dove fosse adunata molta
-gente. Entrambi ebbero amore alla villa. Rimasti vedovi, entrambi
-si riammogliarono. L'avo disegnò di fare un confronto fra romanzi e
-storie, e il nipote compose il discorso sopra il romanzo storico. L'avo
-si meravigliava che la Colonna Infame fosse lasciata sussistere nel bel
-mezzo di Milano: il nipote scrisse la _Storia della Colonna Infame_.
-
-[96] E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo
-tutti gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno
-più adatto, più proprio, più raffigurativo. _Nomina numina._ Il Balzac
-fu studiosissimo dei nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert
-andò in gloria il giorno in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet.
-Gran brava fregatina di mani dev'essersi data Don Alessandro il giorno
-in cui gli cadde in mente, o gli capitò sotto, Dio sa come, quello del
-suo curato. Il Bojardo avrebbe fatto sonare a distesa tutte le campane
-delle sue terre.
-
-[97] _Pensées_, article I, 6.
-
-[98] _Epistolario, raccolto e ordinato da_ Prospero Viani, _quinta
-ristampa ampliata e più compiuta_. Firenze, 1892, vol. I, pp. 240, 298,
-299, 537; vol. II, p. 276, e in altri luoghi ancora.
-
-[99] Mantengo, per ragion di comodo, questa distinzione passata
-nell'uso degli scrittori, sebbene non la creda psicologicamente troppo
-esatta.
-
-[100] ANTONA TRAVERSI, _Studi su Giacomo Leopardi con notizie e
-documenti sconosciuti e inediti_, Napoli, 1887, pp. 76, 97-8.
-
-[101] _Epistol._, vol. I, p. 454.
-
-[102] _Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di_ GIACOMO
-LEOPARDI, _per cura di_ Prospero Viani, Firenze, 1878, p. XLVI. Lo
-stesso poeta ebbe a dichiarare di non sapere il tedesco.
-
-[103] Degli amori per la Silvia e la Nerina (non è qui a discutere se
-questi nomi stieno a indicare due persone o una sola), Carlo Leopardi
-ebbe a dire che furono assai più romanzeschi che veri. Non so quanta
-fede s'abbia a dare a tale testimonianza; ma la congettura che il poeta
-si scaldasse pel ricordo assai più che per la realtà, è congettura
-tutt'altro che irragionevole, e che potrebb'essere facilmente
-suffragata di ragioni e di esempii, e che anzi appar probabile quando
-s'instituisca un confronto fra la canzone _Per una donna malata di
-malattia lunga e mortale_ e quella _A Silvia_.
-
-[104] _Le ricordanze._
-
-[105] Lett. al Giordani, 8 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 87.
-
-[106] _Ibid._, p. 216.
-
-[107] Scrisse il Foscolo di sè stesso:
-
- Tal di me schiavo e d'altri e della sorte,
- Conosco il meglio ed al peggior m'appiglio,
- E so invocare e non darmi la morte.
-
-[108] Lett. al Giordani, 5 dicembre 1817; _Epistol._, vol. I, p. 111.
-
-[109] Non necessariamente. Paolo Scarron che si denominò da sè stesso
-un compendio delle miserie umane, scrisse il _Roman comique_ e il
-_Virgile travesti_ inchiodato in una sedia a bracciuoli, paralitico,
-attratto, spolpato, sfinito, e durò in tale condizione dall'anno
-ventesimosettimo o ventesimottavo di sua vita sino al cinquantesimo,
-che fu quello della sua morte. Il Voltaire, che soleva dire di tener
-l'anima coi denti, non diventò pessimista nemmen quando fu ridotto a
-nutrirsi per lunghi anni di solo latte.
-
-[110] Farebbe indagine curiosa e istruttiva chi andasse cercando per
-entro alle dottrine pessimistiche moderne e modernissime la parte
-contribuitavi dal Copernico, dal Galilei, dal Darwin, ecc.
-
-[111] Cap. IV, pp. 274-5, 278-9 della edizione delle _Prose_ curata
-da G. Mestica, Firenze, 1890, edizione di cui sempre mi varrò per le
-citazioni in questo scritto.
-
-[112] _Bruto minore._
-
-[113] A tutto ciò non contraddice punto il fatto che il genio non può
-essere se non il portato di una lunga evoluzione storica, e come la
-sintesi di tutta una consecutiva e varia vita anteriore. Dante non
-poteva nascere in Cina, nè il Newton fra gli Ottentoti. Ancora non
-contraddice al detto di sopra che il genio soggioghi o disciplini le
-forze altrui e si giovi della loro cooperazione. In un suo recente
-libro (_Psycho-Physiologie du génie et du talent_, Parigi, 1897)
-il NORDAU asserisce, un po' timidamente a dir vero, che i genii
-artistici, o, com'egli li chiama, _emozionali_, non sono veri genii.
-Respingo una dottrina che, mentre comprende, senza esitazione, fra i
-genii l'inventore dell'areostato e quello della locomotiva, tende ad
-escluderne, e infatti ne esclude, Dante e lo Shakespeare. In quel libro
-sono assai osservazioni ingegnose ed acute, ma anche molte proposizioni
-avventate e molti sofismi. Che il genio sorga sulla base organica di
-un neoplasma non è provato, e quando fosse vero, bisognerebbe poter
-dimostrare che i genii artistici difettano di neoplasmi per poter
-poi sentenziare che non sono genii. A p. 157 si afferma che i genii
-_emozionali_ non esercitano nessun influsso sul _mondo dei fenomeni_.
-Dunque le arti non possono nulla sulla coltura, sui costumi, sulla vita
-dei popoli? E i canti di Tirteo e la Marsigliese non mossero proprio
-nulla nel mondo?
-
-[114] Chi nel pessimismo del Leopardi non vede se non un rivolo
-sgorgato dai fonti di Lucrezio, mostra d'intendere assai poco e
-Lucrezio e il Leopardi; e chi a riscontro del pessimismo del Leopardi
-pone il pessimismo (come fu chiamato) del Petrarca, mostra di saper
-vedere le somiglianze estrinseche e non le dissomiglianze intrinseche.
-Dal Rousseau l'autore della _Ginestra_ derivò idee e sentimenti; ma il
-Rousseau fu tutt'altro che un pessimista.
-
-[115] «Io da principio aveva pieno il capo delle massime moderne,
-disprezzava, anzi calpestava, lo studio della lingua nostra; tutti i
-miei scrittacci originali erano traduzioni dal francese; disprezzava
-Omero, Dante, tutti i Classici; non volea leggerli, mi diguazzava nella
-lettura che ora detesto: chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio;
-ma niun uomo certamente. Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che
-m'erano necessarie? la grazia di Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli
-un granchio a ogni tratto? nessuno». Lett. al Giordani, 30 aprile 1817;
-_Epistol._, vol. I, p. 56. A chi mi opponesse che con questo tornare
-all'antico il Leopardi dava appunto a conoscere di non essere un genio,
-essendo proprio dei genii il precorrere e non il rinculare, risponderei
-con le ragioni addotte di sopra, e soggiungerei che in certi casi il
-tornare addietro può essere un andare avanti. Gli umanisti andavano
-avanti tornando addietro.
-
-[116] PATRIZI, _Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua
-famiglia_, Torino, 1896.
-
-[117] Per esempio, nello studio e nella estimazione della eredità
-psicopatica e geniale del poeta (capitolo II) le conclusioni cui
-giunge l'autore pajonmi assai malsicure, dacchè egli considera i fatti
-e le testimonianze in sè stessi, mentre dovrebbe considerarli nella
-mutevole significazione che vengono ritraendo dalla condizione dei
-tempi e dei costumi. Intantochè vige il diritto della primogenitura,
-e, nelle famiglie nobili, il celibato è imposto al più gran numero
-dei figliuoli, e la vita pubblica dura piena di trambusto e di
-pericolo, e i chiostri offrono sicurezza e pace alle nature meno
-gagliarde, le monacazioni frequenti in una famiglia non possono, così
-senz'altro, essere notate quali un segno di misticità morbosa. Altro
-è il significato della violenza, e dello stesso omicidio, in mezzo
-a una civiltà composta e ad un popolo mansueto, altro in mezzo a una
-civiltà turbolenta e ad un popolo fazioso e feroce. Le anamnesi lunghe
-e complicate bisogna interpretarle col sussidio della storia nella
-quale si svolsero le vite e accaddero i fatti che loro dànno argomento.
-Ancora parmi che l'autore del libro esageri quando parla di una
-melanconia attonita (ch'è il grado estremo della melanconia, secondo
-la definizione degli scrittori), di una paresi motoria e di una paresi
-mentale del Leopardi.
-
-[118] _Epistol._, vol. I, p. 374.
-
-[119] Lettera al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 57.
-
-[120] Lett. al Vieusseux, da Recanati; _Epistol._, vol. II, p. 363.
-
-[121] _Prose_, p. 445.
-
-[122] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 276.
-
-[123] Cf. PATRIZI, _Op. cit._, cap. I. Vedi a questo proposito uno
-scritto molto acuto, molto sensato e molto equo del SULLY (autore
-del volume _Pessimism, a History and a Criticism_, Londra, 1887), _Le
-pessimisme et la poésie_, nella _Revue philosophique de la France et
-de l'étranger_, anno III (1878), vol. I, pp. 392-3, ove non è esclusa
-la possibilità che i pessimisti (sieno essi ammalati o sani) abbiano
-ragione. Siami permessa una riflessione. Se il genio nasce di malattia;
-se una delle funzioni del genio è di scorgere il vero non iscorto da
-altri; che valore può rimanere al giudizio che accusa di falsità il
-pessimismo solo perchè lo suppone, come il genio, nato di malattia?
-
-[124] _Prose_, pp. 402-3.
-
-[125] _Epistol._, vol. I, p. 278.
-
-[126]
-
- Life's but a walking shadow, a poor player,
- That struts and frets his hour upon the stage,
- And then is heard no more: it is a tale
- Told by an idiot, full of sound and fury,
- Signifying nothing.
- (_Macbeth_, a. V, sc. 5).
-
- We are such stuff
- As dreams are made on, and our little life
- Is rounded with a sleep.
- (_The Tempest_, a. IV, sc. 1).
-
-[127] Cf. PAULHAN, _Esprits logiques et esprits faux_, Parigi, 1896, p.
-41.
-
-[128] Cf. FÉRÉ, _Impuissance et pessimisme_, nella _Revue
-philosophique_, anno 1886, vol. II. L'autore, facendo nascere il
-pessimismo da un disequilibrio massimo fra i desiderii da una parte
-e la potenza di soddisfarli da un'altra, conclude a un certo punto
-così: «Il semble donc que se plaindre de tout revienne à convenir que
-l'on n'est bon à rien». Gli è dir troppo. E, primamente, non bisogna
-mettere tutti in un fascio i pessimisti coi queruli, coi brontoloni,
-coi seccatori. Si dànno pessimisti che non si lamentano mai, nemmeno
-nei libri che scrivono per divulgare o difendere le proprie dottrine.
-Alfredo de Vigny disse una volta:
-
- Le juste opposera le silence à l'absence.
- Et ne répondra plus que par un froid silence
- Au silence éternel de la Divinité;
-
-e nel suo Giornale lasciò scritto: «Le silence sera la meilleure
-critique de la vie». Poi non so come si potrebbero far entrare nella
-classe di quegli infelici in cui è massimo il disequilibrio tra i
-desiderii e la potenza di soddisfarli pessimisti dello stampo, non
-dirò del re Salomone, creduto a torto autore dell'_Ecclesiaste_, ma di
-quel califo Abd ur Rahmân, il quale, dopo aver soggiogata quasi tutta
-la Spagna, e promosse le scienze, le arti, le industrie, i commerci,
-noverava, pieno d'anni e di gloria, i giorni della propria felicità,
-e trovava che sommavano in tutto a quattordici; e di quell'Innocenzo
-III che, essendo stato, dopo Gregorio VII, il più grande instauratore
-della potenza dei papi, lasciò, a far testimonianza de' suoi pensieri,
-tre libri _De contemptu mundi, sive de miseria humanae conditionis_,
-ben più tetri e più dolorosi di quei del Petrarca; e finalmente di
-quel Giorgio lord Byron, che fu come un atleta della passione e del
-piacere, e un eroico scialacquatore della vita. Dei pessimisti allegri
-non parlo. Qualcuno ebbe a dire, dopo aver fatta una visita a E. von
-Hartmann, che per fruire dello spettacolo della felicità, bisognava
-andarlo a cercare nelle case dei pessimisti.
-
-[129] Lett. 6 marzo 1820; _Epistol._, vol. I, p. 254.
-
-[130] _Le pessimisme au XIX siècle_, Parigi, 1879, pp. 38-9. L'autore
-osservava pure opportunatamente e giustamente che il Leopardi non si
-soffermò in nessuno dei tre stadii della illusione distinti e descritti
-dal Hartmann (p. 43).
-
-[131] «Keiner jedoch hat diesen Gegenstand so gründlich und erschöpfend
-behandelt, wie, in unsern Tagen, Leopardi. Er ist von demselben ganz
-erfüllt und durchdrungen: überall ist der Spott und Jammer dieser
-Existenz sein Thema, auf jeder Seite seiner Werke stellt er ihn dar,
-jedoch in einer solchen Mannigfaltigkeit von Formen und Wendungen, mit
-solchem Reichthum an Bildern, dass er nie Ueberdruss erweckt, vielmehr
-durchweg unterhaltend und erregend wirkt». _Die Welt als Wille und
-Vorstellung_, _Ergänzungen_; _Sämmtliche Werke_, Lipsia. 1891, vol.
-III, p. 675.
-
-[132] _Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez_; _Prose_,
-p. 307.
-
-[133] _Paralipomeni della Batracomiomachia_, c. IV, st. 10.
-
-[134] _Dialogo di Timandro e di Eleandro_; _Prose_, p. 371.
-
-[135] Ingiustissimo mi sembra per ogni rispetto il giudizio di O.
-PLUEMACHER quando sentenzia che il Leopardi, i cui scritti (secondo
-lui) sono pedantescamente infrascati di fastidiosa dottrina (?!), non
-è filosofo, sebbene si atteggi a filosofo, dacchè la conoscenza di
-alcuni, o anche di molti sistemi di filosofia, non basta a formare il
-filosofo (_Der Pessimismus in Vergangenheit und Gegenwart_, 2ª ediz.
-Heidelberg, 1888, p. 115). Verissimo questo; ma appunto di sistemi
-di filosofia il Leopardi ne conobbe assai pochi. Il Sully dovette
-portare migliore opinione del nostro poeta, giacchè riferisce tradotte
-nel già citato suo libro sul pessimismo (p. 27) le seguenti parole
-scritte da esso poeta in una lettera al Giordani (lett. 6 maggio
-1825; _Epistol._, vol. I, p. 547): «Mi compiaccio di sempre meglio
-scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e delle cose, e
-d'inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e terribile
-della vita dell'universo». Per altro egli rimpicciolisce il concetto
-quando _arcano infelice e terribile della vita dell'universo_ traduce
-_unblessed and terrible secret of life_, tralasciando appunto quella
-parola _universo_ da cui viene al concetto stesso massima larghezza e
-veramente filosofica significazione.
-
-[136] _Dialogo della Natura e di un'anima_; _Prose_, pp. 85-6; _Dialogo
-di un fisico e di un metafisico_, pp. 124-5; _Dialogo di Torquato
-Tasso e del suo genio famigliare_, p. 144; _Detti memorabili di Filippo
-Ottonieri_, cap. II, pag. 262; cap. V, p. 289; Versi _Al conte Carlo
-Pepoli_, ecc. ecc. Con sentimento affatto contrario a quello del nostro
-poeta, il Nietzsche ama la vita per sè stessa, anche se infelice.
-Cf. BRANDES, _Friedrich Nietzsche_, nel volume _Menschen und Werke_,
-Francoforte s. M., 1894.
-
-[137] _Cantico del gallo silvestre_; Prose, p. 336.
-
-[138] _Dialogo di Timandro e di Eleandro_; _Prose_, p. 365.
-
-[139] _Dialogo di Plotino e di Porfirio_; _Prose_, pp. 427-8. In una
-lettera al Giordani (30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279) il
-Leopardi aveva detto che tutto quanto è, è contento di vivere, «eccetto
-noi che non siamo più quello che dovevamo e che eravamo da principio».
-
-[140] _Paralipomeni della Batracomiomachia_, c. IV, st. 24. In una
-lettera al Giordani (24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316),
-aveva già detto che i popoli «sono condannati alla infelicità dalla
-natura, e non dagli uomini nè dal caso». Tale appunto è il concetto
-della _Ginestra_.
-
-[141] _Palinodia al marchese Gino Capponi_; _Dialogo di Timandro e di
-Eleandro_; _Prose_, p. 365.
-
-[142] _Cantico del gallo silvestre_; _Prose_, p. 336.
-
-[143] _Dialogo di Torquato Tasso ecc._; _Prose_, p. 145.
-
-[144] Ultimi versi della canzone _A un vincitore nel pallone_. Cf.
-_Dialogo di Cristoforo Colombo_ ecc.; _Prose_, pp. 309-10.
-
-[145] Preambolo alla versione del _Manuale di Epitteto_; _Opere_, nuova
-impressione, Firenze, 1889, vol. II. p. 214.
-
-[146] _La quiete dopo la tempesta_.
-
-[147] _Le ricordanze_.
-
-[148] _Il primo amore_.
-
-[149] _Nelle nozze della sorella Paolina_.
-
-[150] _Aspasia_.
-
-[151] _Al conte Carlo Pepoli_.
-
-[152] _Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento
-sepolcrale della medesima_.
-
-[153] _Epistol._, vol. I, p. 197.
-
-[154] _Après une lecture_, st. VIII. Il Keats aveva detto:
-
- A thing of beauty is a joy for ever.
-
-[155] Citato dal GUYAU, _L'art au point de vue sociologique_, Parigi,
-1889, pagine 364-5. Il Baudelaire fu, com'è noto, traduttor valoroso
-e grande ammiraratore del Poe, e dal Poe attinse molta parte delle
-sue idee estetiche. Nel breve saggio che il poeta americano intitolò
-_The poetic principle_, troviamo parole come le seguenti: «An immortal
-instinct, deep within the spirit of man, is thus, plainly, a sense
-of the Beautiful..... It is no mere appreciation of the beauty before
-us, but a will to reach the beauty above..... That pleasure which is
-at once the most pure, the most elevating, and the most intese, is
-derived, I maintain, from the contemplation of the Beautiful». Ognuno
-può conoscere quanto questi concetti somiglino a quelli del Leopardi.
-Il Poe definì la poesia una _creazione ritmica di bellezza_.
-
-[156] _Le ricordanze_.
-
-[157] Ma non propriamente alla maniera del Monti. Nello scritto
-pur ora citato, il Poe, dopo aver ragionato del bello e del vero,
-concludeva: «He must be blind indeed who does not perceive the radical
-and chasmal difference between the truthful and the poetical modes of
-inculcation. He must be theory-mad beyond redemption who, in spite of
-these differences, shall still persist in attempting to reconcile the
-obstinate oils and waters of Poetry and Truth».
-
-[158] _Prose_, p. 469.
-
-[159] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, _cap. V_; _Prose_, p.
-288.
-
-[160] Del 1818 è il libro di ANDREA MAJER, _Della imitazione
-pittorica_; dello stesso anno sono le _Lettere sul bello ideale_ di
-GIUSEPPE CARPANI, _Il Saggio estetico_ di PLACIDO TALIA non venne a
-luce se non nel 1828, e l'_Antologia_ ne fè cenno. I _Saggi_ di ERMES
-VISCONTI _intorno ad alcuni quesiti concernenti il bello_ furono
-stampati nel 1833.
-
-[161] Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279.
-
-[162] Lett. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 56.
-
-[163] Vedi, riferite dal HARTMANN (_Aesthetik_, Lipsia, s. a., parte
-II, p. 497-9, 501), le varie opinioni intorno al bello nella natura.
-
-[164] _Studi filologici_, 9ª ristampa, Firenze, 1883, p. 306.
-
-[165] Tale è il concetto del _Dialogo di un fisico e di un metafisico_.
-
-[166] Lett. 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316.
-
-[167] Sulle relazioni, a torto disconosciute, che passano tra il bello
-e l'utile, vedi più specialmente FECHNER, _Vorschule der Aesthetik_,
-Lipsia, 1876, parte I, XV, pp. 203 segg.; Guyau, Les problèmes de
-l'esthétique contemporaine, Parigi, 1884. cap. II, pp. 15 segg.;
-RUTGERS MARSHALL, _Pain, Pleasure, and Aesthetics_, Londra. 1894, pp.
-134, 160. 315.
-
-[168] Lett. al Giordani testè citata.
-
-[169] Nella canzone _Sopra il monumento di Dante_.
-
-[170] _Il Risorgimento_.
-
-[171] Lett. 11 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 91.
-
-[172] Lett. 30 maggio 1817; _Epist._, vol. I, p. 76.
-
-[173] Vedi PEREZ, _La maladie du pessimisme; Revue philosophique_, anno
-1892, vol. I, p. 40.
-
-[174] Lett. al Giordani citata qui di sopra.
-
-[175] «Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours de rencontrer
-l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce
-charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je
-pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais pas d'après ce
-qu'il était: je le contemplais dans mon imagination, tel qu'il m'avait
-paru dans mon songe. Était-ce une folie? suis-je romanesque? Vous en
-jugerez». Lett. 22 giugno 1823; _Epistol._, vol. I, p. 455.
-
-[176] Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316.
-
-[177] _La vita solitaria_.
-
-[178] _Le ricordanze_.
-
-[179] _Aspasia_.
-
-[180] _Il tramonto della luna_.
-
-[181] _Pensieri_, CIV; Prose, pp. 597-600. Felice colui, disse lo
-Shelley, che non disprezzò giammai i sogni della sua giovinezza.
-
-[182] Lett. 14 agosto 1820; _Epistol._, vol. I, p. 289.
-
-[183] Lett. 30 giugno 1820; _ibid._, p. 279.
-
-[184] _Lettere scritte a Giacomo Leopardi da' suoi parenti_, a cura di
-G. Piergili, Firenze, 1878, p. 48.
-
-[185] _Epistol._, vol. I, p. 278. Le parole in corsivo e in
-majuscoletto sono così stampate nel testo.
-
-[186] _A un vincitore nel pallone_; _Detti memorabili di Filippo
-Ottonieri_, cap. VI (_Prose_, p. 293); _Dialogo di Plotino e di
-Porfirio_ (pp. 427-8); _Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e
-di Teofrasto_ (pp. 475-7); _Pensieri_, XXIX (pp. 519-20) ecc.
-
-[187] _La ginestra_; _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_; _Il
-risorgimento_.
-
-[188] Questa la interpretazione del De Sanctis, che impugnata e
-difesa, or sono alcuni anni, con molto calore, rimane pur sempre, a
-mio giudizio, la sola plausibile. Del resto, quando pure quella donna
-simbolica stesse a significare la libertà, o la felicità, o altro
-simile, per l'argomento nostro sarebbe tutt'uno.
-
-[189] Vedi lo scritterello critico che sulle _Canzoni_ stampate in
-Bologna nel 1824, pubblicò, senza però mettervi il nome, lo stesso
-Leopardi nel _Nuovo Ricoglitore di Milano_; _Studi filologici_, pp.
-283-4.
-
-[190] Nè dell'una, nè dell'altra è in tutto sicura la data.
-
-[191] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. I, §§ 36, 38. Veggasi
-come il Leopardi nella _Comparazione delle sentenze di Bruto Minore
-e di Teofrasto_ rilevi il contrario modo tenuto nel filosofare da
-Aristotele e da Platone (_Prose_, p. 469).
-
-[192] _Epistol._, vol. I, p. 253.
-
-[193] _Ibid._, p. 456.
-
-[194] _Epistol._, vol. II, p. 280.
-
-[195] Lett. 16 dicembre 1822; _Epistol._, vol. I, p. 375.
-
-[196] _Alla sua donna._
-
-[197] _Al conte Carlo Pepoli._
-
-[198] Benefico inganno, e perciò in piena contraddizione con la
-scienza, osserva un altro pessimista, il BAHNSEN (_Das Tragische als
-Weltgesetz und der Humour als ästhetische Gestalt des Metaphysischen_,
-Lauenburg i. P., 1877. p. 5).
-
-[199] _Inf._, XI, 103-5.
-
-[200] Ben s'intende, del resto, che anche in ciò sono dall'uno
-all'altro differenze e contrasti. Un pessimista che col Leopardi ebbe
-non piccola somiglianza, il SENANCOUR, incarnandosi nel protagonista
-di un suo romanzo, diceva: «La scène de la vie a de grandes beautés.
-Il faut se considérer comme étant là seulement pour voir. Il faut s'y
-intéresser sans illusion, sans passion, mais sans indifférence, comme
-on s'intéresse aux vicissitudes, aux passions, aux dangers d'un récit
-imaginaire: celui-là est écrit avec bien de l'éloquence». _Obermann_,
-nuova edizione, Parigi, 1840, lett. LXXX, p. 434. La prima edizione è
-del 1804, la seconda del 1833.
-
-[201] _Epistol._, vol. I. p. 362.
-
-[202] _Epistol._, vol. II, p. 314. E così s'accordava col padre, che
-in una lettera a lui aveva schernita quella eroica morte, chiamando
-il Broglio _brigante volontario e pazzo. Lettere scritte a Giacomo
-Leopardi dai suoi parenti_, p. 261.
-
-[203] Trovo questa giustissima osservazione, insieme con quella che la
-precede, nel già citato scritto del SULLY, _Le pessimisme et la poésie;
-Revue philosophique_, a. e v. cit., pp. 394, 398.
-
-[204] Deliberatamente dico frigidità fisiologica e non psicologica;
-questa non può essere imputata al Leopardi; e quanto a imputargli
-la prima, bisogna andar molto cauti; tanto più che il poeta stesso
-si contraddice, e la materia è intricata e difficile. Credo esageri
-di molto il PATRIZI (_op. cit._, p. 114) quando scrive: «Egli nutrì
-sempre il saldo convincimento che gli stati d'animo, attraverso ai
-quali passò nelle sue relazioni con persone d'altro sesso, fossero
-al tutto esenti da bisogni fisiologici». Il Patrizi stesso, del
-resto, riconosce che tali bisogni ebbero parte non piccola nell'amore
-per la Targioni Tozzetti (Aspasia), e ricorda a questo proposito la
-testimonianza, anche troppo esplicita, del Ranieri (pp. 119, 120). Che
-il Leopardi amasse sopratutto l'_amorosa idea_, e, più che la donna
-reale, il fantasma che se ne veniva creando nella mente, è un fatto;
-ma è un fatto frequente nella vita psichica degli artisti, e che non
-prova tutto ciò che gli si vorrebbe far provare. Sant'Agostino, che fu
-bene, a suo modo, un artista, amò sopratutto, com'egli stesso ebbe a
-dire, il sentimento e la fantasia dell'amore (_nondum amabam et amare
-amabam..... quaerebam quod amarem amans amare_); ma non per questo
-si lasciò morir vergine; e il Rousseau, che si innamorava dei proprii
-fantasmi a tal segno da provarne ebbrezza e delirio, sapeva, a tempo
-e luogo, riconoscer quelli in creature reali e scendere di cielo in
-terra, e gustare qualche parte almeno della felicità sognata. È da
-credere che il Leopardi sarebbe pure alcuna volta riuscito ad imitarlo
-se avesse trovato donne più caritatevoli. Alfredo De Musset, dopo
-aver molto amato e troppo goduto, scriveva il _Souvenir_, per dire, in
-sostanza, che il sogno dell'amore e il ricordo dell'amore valgono più
-che l'amore stesso.
-
-[205] Vedi più specialmente _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol.
-I, § 36; vol. II (_Ergänzungen_), cap. 31.
-
-[206] _Dialogo della natura e di un'anima; Prose_, pp. 81-3.
-
-[207] _Prose_, p. 467.
-
-[208] _On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History, Lecture III.
-The Hero as Poet_; ediz. di Londra, 1895, p. 75.
-
-[209] Vedi su di ciò RUTGERS MARSHALL, _Op. cit._, pp. 143-4. Egli
-parla più propriamente di un campo di godimento (_field of pleasure
-getting_): io userò la parola _campo_ a denotare più propriamente la
-estensione della nostra _impressionabilità_ estetica, considerando il
-godimento come un fatto consecutivo alla impressione.
-
-[210] Lett. alla sorella Paolina, 3 dicembre 1822; _Epistol._, vol. I,
-p. 365.
-
-[211] Lett. al fratello Carlo, 25 novembre 1822; _Epistol._, vol. I, p.
-360.
-
-[212] Ed era prossimo il tempo in cui lo Stendhal, ponendo lo
-spettacolo di Roma sopra tutti gli spettacoli della terra, doveva
-scrivere delle impressioni che ne derivano: «Un jeune homme qui n'a
-jamais rencontré le malheur ne les comprendrait pas» (_Promenades
-dans Rome_, 13 _août_ 1827). Chi dunque più del Leopardi avrebbe
-dovuto essere preparato a riceverle, quelle impressioni? Quattr'anni
-innanzi ch'egli vi andasse, il Byron aveva salutata Roma come la città
-dell'anima, alla quale accorrono gl'infelici (_Childe Harold_, c. IV,
-st. 78).
-
- Oh Rome! my country! city of the soul!
- The orphans of the heart must turn to thee,
- Lone mother of dead empires!
-
-Si confrontino le lettere romane del Leopardi con quelle che lo Shelley
-scriveva nel 1818 e 1819 a Tommaso Love Peacock. L'Osvaldo di madama di
-Staël «ne pouvait se lasser de considérer les traces de l'antique Rome»
-(_Corinne_, l. IV, c. IV).
-
-[213] Lett. 5 aprile 1823; _Epistol._, vol. I, p. 434. Al Foscolo
-la Venere del Canova inspirava sentimenti e parole da innamorato.
-Leggasi una pagina dello Shelley ov'è squisitamente descritta la
-Venere anadiomene (_Prose Works_, ediz. di Londra, 1888, vol. I, pp.
-407-8). L'Apollo del Belvedere inspirò al Sully Prudhomme un sonetto,
-e la Venere di Milo un lungo e magnifico canto, ove, tra gli altri, si
-leggono questi versi:
-
- Dans les lignes du marbre où plus rien ne subsiste
- De l'éphémère éclat des modèles de chair,
- Le ciseau du sculpteur, incorruptible artiste,
- En isolant le Beau, nous le rend chaste et clair.
-
-[214] Lett. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 64. Il Giordani gli
-rispondeva (_Epistol._, vol. III, p. 95): «L'opera del Cicognara mi
-pare degnissima e necessaria ad una libreria come la sua. Io non dirò
-ch'ella debba leggerla ora; ma certo una tale raccolta de' monumenti
-perfettissimi d'arte è una gran cosa: e il non poter nulla giudicare o
-gustare nelle belle arti sarebbe una grande infelicità; e bellissima
-cosa avere per giudicarne una guida tanto intelligente come il
-Cicognara».
-
-[215] Lett. 1 febbraio 1823; _Epistol._, vol. I, pp. 403-4.
-
-[216] Affermare non si può; ma non sarei lontano dal credere che
-la prima mossa a tutto il componimento sia venuta da una fantastica
-visione del monumento futuro, del _nobil sasso_ a cui tante lacrime
-avrebbe serbato l'Italia.
-
-[217] Lett. 24 luglio 1827; _Epistol._, vol. I, p. 224.
-
-[218] _Al conte Carlo Pepoli._
-
-[219] Lett. 5 febbrajo 1823; _Epistol._, vol. I, pp. 408-9.
-
-[220] _Epistol._, vol. I, p. 399.
-
-[221] Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279.
-
-[222] Canto VI, st. 47.
-
-[223] Vedi la lettera al Jacopssen, 23 giugno 1823; _Epistol._, vol. I,
-pp. 454-5. Quivi il poeta dice espresso: «je ne fais aucune différence
-de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu». Se il tempo lo concedesse,
-sarebbe agevole rintracciar nel Rousseau, anzi nel pensiero del secolo
-XVIII tutto intero, la origine di sì fatta opinione.
-
-[224] _Epistol._, vol. I. p. 61.
-
-[225] Scritto citato. Qualche traccia di umorismo il Leopardi lascia
-scorgere nella _Scommessa di Prometeo_ e nel _Copernico_, testè citati,
-e ancora nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie_, nel
-_Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggiere_ e altrove;
-ma niuno di certo vorrà dire il Leopardi un umorista.
-
-[226] RUTGERS MARSHALL, _Op. cit._, pp. 137 segg.
-
-[227] _Il Parini, ovvero della gloria_, cap. IV; _Prose_, pp. 189-90.
-
-[228] _Ibid._, pp. 191-2.
-
-[229] _Ibid._, cap. III, p. 184.
-
-[230] _Epistol._, vol. I, p. 270.
-
-[231] _Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti_, p. 148.
-
-[232] Vedi una lettera di Giacomo del 5 febbrajo 1823: _Epist._, vol.
-I, p. 407.
-
-[233] Il Preyer capovolse la formola, riconoscendo nell'aritmetica un
-esercizio musicale.
-
-[234] _Vom Musikalisch-Schönen_, 1ª ediz., Lipsia, 1854; 7ª, 1885. Cf.
-PANZACCHI, _Nel mondo della musica_, Firenze, 1895. pp. 3-37.
-
-[235] Vedila discussa dal FECHNER, _Op. cit._, parte I, pp. 158 segg.
-
-[236] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. I, pp. 309-13; vol.
-II, pp. 511, 512, 523.
-
-[237] _La vita solitaria._
-
-[238] L'AMIEL, le cui somiglianze morali col Leopardi non sono nè poche
-nè lievi, lasciò scritto (_Fragments d'un journal intime_, 7ª ediz.
-Ginevra, 1897, volume II, p. 77): «Ce matin, les accens d'une musique
-de cuivre, arrêtée sous mes fenêtres, m'ont ému jusqu'aux larmes.
-Ils avaient sur moi une puissance nostalgique indéfinissable. Ils me
-faisaient rêver d'un autre monde, d'une passion infinie et d'un bonheur
-suprême. Ce sont là les échos du paradis, dans l'âme, les ressouvenirs
-des sphères idéales dont la douceur douloureuse enivre et ravit le
-cœur».
-
-[239] Lett. 5 febbrajo 1823; _Epistol._, vol. I, p. 408.
-
-[240] Lett. alla sorella Paolina, 18 maggio 1827; _Epistol._, vol. II,
-p. 208.
-
-[241] Lett. alla sorella Paolina, 7 luglio 1827; _Epistol._, vol. II,
-p. 221.
-
-[242] Il PATRIZI, _Op. cit._, p. 142, vede in questi desiderii e
-giudizii del poeta un segno dell'abituale stanchezza e debolezza di
-lui. Non a torto, credo; ma errerebbe, parmi, chi non volesse vedervi
-altro. Quei giudizii e quei desiderii hanno anche una ragione estetica.
-
-[243] Cap. IV; _Prose_, pp. 193-4. Confrontisi con alcune ingegnose
-pagine del BOURGET intitolate _Paradoxe sur la musique_ in _Études et
-Portraits_, Parigi, 1889, vol. I.
-
-[244] Vedi ARRÉAT, _Mémoire et imagination_, Parigi, 1895, pp. 60-1.
-I De Goncourt affermarono che anche il Lamartine ebbe la musica in
-orrore, ma si può dubitare della verità della loro affermazione. Vedi,
-per non dir altro, il commento con cui lo stesso Lamartine accompagnò
-la poesia intitolata _Encore un hymne_, nelle _Harmonies poétiques et
-religieuses_.
-
-[245] _Purgat._, II, 107-11.
-
-[246] _Lettere famigliari_, l. XIII, lett. 8; volgarizzamento di G.
-Fracassetti.
-
-[247] L. I, dial. 23, _De cantu et dulcedine a musica_.
-
-[248]
-
- Music! oh, how faint, how weak,
- Language fades before thy spell!
-
-[249]
-
- I pant for the music which is divine,
- My heart in its thirst is a dying flower.
-
-[250] _L'Adone_, c. VII. st. I.
-
-[251] COMBARIEU, _Les rapports de la musique et de la poésie
-considérées au point de vue de l'expression_, Parigi, 1894, pp. XV,
-XXI.
-
-[252] _Ibid._, p. 284.
-
-[253] «Manzoni pensava che dal modo di declamare i versi, esagerando
-alquanto l'inflessione della pronuncia che ne indica l'espressione, si
-poteva cavarne embrioni di motivi atti a musicarsi. E recitava a quel
-modo per dimostrazione alcune strofette del Metastasio». _Alessandro
-Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, appunti e memorie di S.
-S(TAMPA) (figliastro del poeta), Milano, 1885-9, vol. II, p. 423.
-
-[254] _L'art de la lecture_, 43ª ediz., Parigi, s. a., p. 124.
-
-[255] Lett. al fratello Carlo, 6 gennajo 1823; _Epistol._, vol. I, p.
-390.
-
-[256] RANIERI, _Op. cit._, p. 40.
-
-[257] _Op. cit._, p. 54.
-
-[258] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 61.
-
-[259] Cap. IV; _Prose_, pp. 191-2.
-
-[260] _Le ricordanze._
-
-[261] Lo Chateaubriand fece esperienza del contrario. «Aujord'hui je
-m'aperçois que je suis moins sensible à ces charmes de la nature.....
-Quand on est très-jeune, la nature muette _parle_ beaucoup, parce
-qu'il y a surabondance dans le cœur de l'homme.....: mais dans un âge
-plus avancé, lorsque la perspective que nous avions devant nous passe
-derrière, que nous sommes détrompés sur une foule d'illusions, alors
-la nature seule devient plus froide et moins _parlante, les jardins
-parlent peu_. Il faut, pour qu'elle nous intéresse encore, qu'il s'y
-attache des souvenirs de la société, parce que nous suffisons moins à
-nous-mêmes.....». (_Souvenirs d'Italie, d'Angleterre et d'Amérique_,
-Londra, 1815, vol. I, pp. 23-4).
-
-[262] Un'altra eccezione molto notabile alla regola comune ci è
-offerta da un poeta francese della prima metà di questo secolo, morto
-giovanissimo, e rimasto per lungo tempo pressochè ignoto, Maurizio De
-Guérin. Come il Leopardi, questi ebbe orror della folla, amò la natura
-con sensitività femminea e virginale, solo allora felice quando, vinto
-da una specie di languor delizioso, poteva abbandonarsi tra le braccia
-e nel grembo di lei. Lasciò scritte, fra le altre, queste parole:
-«Quitter la solitude pour la foule, les chemins verts et déserts
-pour les rues encombrées et criardes où circule pour toute brise un
-courant d'haleine humaine chaude et empestée; passer du quiétisme à la
-vie turbulente, et des vagues mystères de la nature à l'âpre réalité
-sociale, a toujours été pour moi un échange terrible, un retour vers
-le mal et le malheur». (_Journal, lettres et poèmes_, nuova edizione,
-Parigi, 1864, p. 92). Il sentimento di questo poeta per la natura
-somiglia a quel del Leopardi sotto più di un aspetto, ma ne differisce
-anche non poco, perchè dà luogo, assai più che quello del Leopardi
-non faccia, alle impressioni distinte, particolari e minute. Noto di
-passata che l'amore della solitudine e l'amore della natura andavano
-insieme congiunti nei seguaci del Budda.
-
-[263] _Epistol._, vol. I, p. 253.
-
-[264] _De la littérature considérée dans ses rapports avec les
-institutions sociales_, parte prima, cap. V.
-
-[265] Vedi _La vita solitaria_.
-
-[266] _Dialogo di Timandro e di Eleandro, Prose_, p. 361.
-
-[267] _Il primo amore._
-
-[268] _A Silvia._ Il DE MUSSET, nella _Confession d'un enfant du
-siècle_, cap. IV: «Je passais la journée chez ma maîtresse; mon grand
-plaisir était de l'emmener à la campagne durant les beaux jours de
-l'été, et de me coucher près d'elle dans les bois, sur l'herbe ou sur
-la mousse, le spectacle de la nature dans sa splendeur ayant toujours
-été pour moi le plus puissant des aphrodisiaques». Per contro la natura
-guarì dall'amore il Ruskin: e in qual modo? empiendolo tutto di sè
-e di sè sola; suggerendogli, non solo una dottrina dell'arte, ma una
-morale, una sociologia, una religione e persino, starei per dire, una
-metafisica.
-
-[269] _L'infinito._
-
-[270] _La vita solitaria._
-
-[271] Nella poesia intitolata _La vache_.
-
-[272] Vedi intorno alle origini e alla diffusione di quel gusto
-FRIEDLAENDER, _Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das
-Romantische in der Natur_, Lipsia, 1873; BIESE, _Die Entwickelung des
-Naturgefühls im Mittelalter und in der Neuzeit_, Lipsia, 1888, cap. XI,
-_Das Erwachen des Gefühls für das Romantische_, pp. 322-57.
-
-[273] «Strong, pure nature-feeling leads to accurate and minute
-observation». VEITCH, _The Feeling for Nature in Scottish Poetry_,
-Edimburgo e Londra, 1887, vol. I, p. 17.
-
-[274] Il PATRIZI, _Op. cit._, p. 137, dice che «nel Leopardi il
-sentimento della natura era avvinto ad idee e non ad imagini». Direi:
-poco ad immagini, molto a idee e moltissimo ad affetti.
-
-[275] Circa alla parte importantissima che spetta all'associazione
-nelle impressioni che gli spettacoli naturali producono in noi, vedi
-FECHNER, _Op. cit._, parte 1ª, pp. 123 segg.
-
-[276] MAURIZIO DE GUÉRIN (_Op. cit._, p. 34): «Si l'on pouvait
-s'identifier au printemps..... se sentir à la fois fleur, verdure,
-oiseau, chant, fraîcheur, élasticité, volupté, sérénité!» L'AMIEL,
-(_Op. cit._, vol. II, p. 18): «Dans ces états de sympathie universelle,
-j'ai même été animal et plante, tel animal donné, tel arbre présent».
-
-[277] _La vita solitaria._
-
-[278] _La quiete dopo la tempesta._
-
-[279] _La sera del dì di festa._
-
-[280] Forma parte di quello che il poeta intitolò _Supplemento
-generale a tutte le mie carte; Appendice all'Epistolario e agli Scritti
-giovanili_, a cura di Prospero Viani, Firenze, 1878, p. 238.
-
-[281] _La sera del dì di festa._
-
-[282] Tra le poesie del LONGFELLOW n'è una intitolata _Daylight and
-moonlight_. Il poeta dice d'aver letto, durante il giorno, un mistico
-canto, e di non averne quasi riportata impressione; d'averlo riletto in
-tempo che la luna, _simile a uno spirito glorificato, empieva la notte
-e l'innondava delle rivelazioni della sua luce_, e d'esserselo allora
-sentito risonar nella mente come una musica.
-
- Night interpreted to me
- All its grace and mystery.
-
-Il LAMARTINE (_Poésie ou paysage dans le golfe de Gênes_, nelle
-_Harmonies poétiques et religieuses_):
-
- Ah! si j'en crois mon cœur et ta sainte influence,
- Astre ami du repos, des songes, du silence,
- Tu ne te lèves pas seulement pour nos yeux;
- Mais, du monde moral flambeau mystérieux,
- A l'heure où le sommeil tient la terre oppressée,
- Dieu fit de tes rayons le jour de la pensée.
-
-L'AMIEL (_Op. cit._, vol. II, pp. 165-6): «Rêvé longtemps au clair
-de lune qui noie ma chambre de ses rayons pleins de mystère confus.
-L'état d'âme où nous plonge cette lumière fantastique est tellement
-crépusculaire lui-même que l'analyse y tâtonne et balbutie. C'est
-l'indéfini, l'insaisissable, à peu près comme le bruit des flots formé
-de mille sons mélangés et fondus. C'est le retentissement de tous les
-désirs insatisfaits de l'âme, de toutes les peines sourdes du cœur,
-s'unissant dans une sonorité vague qui expire en vaporeux murmure.
-Toutes ces plaintes imperceptibles qui n'arrivent pas à la conscience
-donnent en s'additionnant un résultat, elles traduisent un sentiment de
-vide et d'aspiration, elles résonnent mélancolie. Dans la jeunesse, ces
-vibrations éoliennes résonnent espérance: preuve que ces mille accents
-indiscernables composent bien la note fondamentale de notre être et
-donnent le timbre de notre situation d'ensemble».
-
-[283] Lo SHELLEY, nella poesia intitolata _A calm Winter Night_:
-
- Heaven's ebon vault,
- Studded with stars unutterably bright,
- Through which the moon's unclouded grandeur rolls.
-
-[284] _Alla luna._
-
-[285] _La vita solitaria._
-
-[286] _Il lume della luna ossia l'origine dell'ellera._
-
-[287] _Alla luna._
-
-[288] _An den Mond_:
-
- Füllest wieder Busch und Thal
- Still mit Nebelglanz,
- Lösest endlich auch einmal
- Meine Seele ganz.
- Breitest über mein Gefild
- Lindernd deinen Blick,
- Wie des Freundes Auge mild
- Ueber mein Geschick.
-
-[289] _Bruto Minore._
-
-[290] _Ultimo canto di Saffo._
-
-[291] _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia._
-
-[292] _Al conte Carlo Pepoli._
-
-[293] _Ultimo canto di Saffo._
-
-[294] Se ne ha la prova nel terzo libro dell'opera sua principale.
-«Wie ästhetisch ist doch die Natur», esclama egli in un luogo (Vol. II,
-_Ergänzungen_, cap. 33, p. 462).
-
-[295] _Op. cit._, vol. I, § 38, pp. 232-3.
-
-[296]
-
- Non fra sciagure e colpe,
- Ma libera ne' boschi e pura etade
- Natura a noi prescrisse,
- Reina un tempo e Diva.
- (_Bruto Minore_).
-
- Oh contra il nostro
- Scellerato ardimento inermi regni
- Della saggia natura! I lidi e gli antri
- E le quiete selve apre l'invitto
- Nostro furor: le violate genti
- Al peregrino affanno, agl'ignorati
- Desiri educa; e la fugace ignuda
- Felicità per l'imo sole incalza.
- (_Inno ai patriarchi_).
-
-[297] _Bruto Minore._
-
-[298] _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_, ecc.
-
-[299] _Il risorgimento._
-
-[300] _La ginestra._ Vedasi, tra le prose, il _Dialogo di un folletto e
-di uno gnomo_, e il _Dialogo della natura e di un Islandese_.
-
-[301] _A Silvia._
-
-[302] _Sopra un basso rilievo_, ecc.
-
-[303] _La vita solitaria._
-
-[304] _La sera del dì di festa._
-
-[305] _Il sogno._
-
-[306] _A sè stesso._
-
-[307] _Palinodia al marchese Gino Capponi._
-
-[308] _La ginestra._
-
-[309] _La quiete dopo la tempesta._
-
-[310] _La ginestra._
-
-[311] _Palinodia_ ecc.
-
-[312] _Aspasia._
-
-[313] _Le ricordanze._
-
-[314] _A sè stesso._
-
-[315] _Alla primavera o delle favole antiche._
-
-[316] _Ibid._
-
-[317] _Le pèlerinage d'Harold._
-
-[318] _Il risorgimento._
-
-[319] _Sopra un basso rilievo_ ecc.
-
-[320] Il Leopardi nella _Ginestra_:
-
- Non ha natura al seme
- Dell'uom più stima o cura
- Ch'alla formica.
-
-[321] _La maison du berger._ In un luogo del suo giornale il poeta
-chiama stupida la natura. L'AMIEL, dopo aver prodigato alla natura
-i più teneri nomi, finisce a scrivere (_Op. cit._, vol. II, p. 78):
-«Certes la Nature est inique, sans probité et sans foi».
-
-[322] «Dans ces bouleversements qui désolent la nature, il y a un baume
-pour les plaies du cœur». NODIER, _Le peintre de Saltzbourg, Romans_,
-Parigi, 1884, pag. 26.
-
-[323] _Obermann_, ediz. cit., pp. 510-4.
-
-[324] Nella poesia _An die Natur_:
-
- Da der Jugend goldne Träume starben,
- Starb für mich die freundliche Natur.
-
-[325]
-
- E quando pur questa invocata morte
- Sarammi allato, e sarà giunto il fine
- Della sventura mia; quando la terra
- Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
- Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
- Risovverrammi; e quell'imago ancora
- Sospirar mi farà, farammi acerbo
- L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
- Del dì fatal tempererà d'affanno.
-
-[326] _Prose_, pp. 246-8.
-
-[327] _Amore e morte._
-
-[328] _Cantico del gallo silvestre; Prose_, p. 336.
-
-[329] Il buddistico Mâra è, a un tempo stesso, il principe dei piaceri
-del mondo e il principe della morte, colui che seduce ed uccide.
-
-[330] _Paradise Lost_, l. X, vv. 249-51.
-
-[331] Alcun che di simile si ha pure in un racconto ebraico. Qui viene
-opportuno il ricordo della famosa incisione di Alberto Dürer, dove si
-vede effigiato un cavaliere che, senza dar segno alcuno di terrore, si
-trova preso fra il diavolo da una parte e la morte da un'altra.
-
-[332] Vedi AUGUSTO CESARI, _La morte nella Vita Nuova_, Bologna, 1892,
-pagine 11-12.
-
-[333] _Il Canzoniere annotato e illustrato da_ Pietro Fraticelli,
-Firenze, 1861, pp. 115 e segg.
-
-[334] _Trionfo della fama_, cap. I, secondo la volgata.
-
-[335] _Vita nuova_, cap. XXIII. Cf. l'opuscolo del Cesari testè citato.
-
-[336] Sonetti: _Non può far Morte il dolce viso amaro_, e _Spirto
-felice che sì dolcemente; Trionfo della Morte_, c. I.
-
-[337] _Kinder-und Hausmärchen_, N. 44.
-
-[338] Per il prolungamento di questa poetica tradizione nel secolo
-XVI vedi CESAREO, _Nuove ricerche su la vita e le opere di Giacomo
-Leopardi_, Torino, 1893, pp. 64-8.
-
-[339] Ma non ai tempi d'Omero. Achille nell'Hades confessava ad Ulisse
-che avrebbe piuttosto voluto essere un bifolco sopra la terra che il re
-delle ombre sotterra.
-
-[340] Vedi I. DELLA GIOVANNA, _L'uomo in punto di morte e un dialogo di
-Giacomo Leopardi_, Città di Castello, 1892.
-
-[341] _Amore e morte._ Circa il sentimento di beatitudine che
-l'uomo può provare in sul punto della morte vedi: EGGER, _Le moi des
-mourants_; SOLLIER, MOULIN, KELLER, _Observations sur l'état mental des
-mourants; Revue philosophique_, anno 1896, vol. 1.
-
-[342] Sonetti: _Alma felice, che sovente torni; Discolorato hai, Morte,
-il più bel volto; Nè mai madre pietosa al caro figlio; Se quell'aura
-soave de' sospiri; Levommi il mio pensier in parte ov'era; Vidi fra
-mille donne una già tale; Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella;
-Dolce mio caro e prezioso pegno; Deh qual pietà, qual angel fu sì
-presto; Del cibo onde 'l Signor mio sempre abbonda; Ripensando a
-quel ch'oggi il cielo onora; L'aura mia sacra al mio stanco riposo_.
-Canzone: _Quando il soave mio caro conforto_.
-
-[343] Cito dall'edizione curata dal Mestica, _Le rime di Francesco
-Petrarca restituite nell'ordine e nella lezione del testo originario_,
-Firenze, 1896.
-
-[344] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. II, (_Ergänzungen_),
-cap. 44, pagina 609.
-
-[345] Per più particolari vedi DE RIDDER, _De l'idée de la mort en
-Grèce à l'époque classique_, Parigi, 1897.
-
-[346] _A sè stesso._
-
-[347] Lett. 26 luglio e 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I, pp.
-208, 243. In molt'altre sue lettere manifesta il Leopardi propositi
-di suicidio. Lett. al fratello Carlo, luglio 1819 (_Epistol._, vol. I,
-p. 212); al Brighenti, 7 aprile 1820 (p. 263); allo stesso, 21 aprile
-1820 (p. 264); al Perticari, 30 marzo 1821 (p. 324); al Melchiorri, 19
-dicembre 1823 (p. 485); ad Adelaide Maestri, 24 giugno 1828 (vol. II,
-p. 305); al De Sinner, 24 dicembre 1831 (p. 448).
-
-[348] Con argomenti che molto somigliano a quelli di Obermann.
-Confrontinsi con gli argomenti di Werther e di Jacopo Ortis.
-
-[349] _Canto notturno_ ecc., ultimo verso.
-
-[350] _La quiete dopo la tempesta_, ultimi due versi.
-
-[351] Nella poesia intitolata _Le Gouffre_. Questo medesimo sentimento
-espresse il Baudelaire in molti altri suoi versi. Confrontisi con la
-_Comédie de la mort_ di Teofilo Gautier.
-
-[352] _Il pensiero dominante._
-
-[353] Lett. al Giordani; _Epistol._, vol. I, p. 240.
-
-[354] _Amore e morte._
-
-[355] _Cantico del gallo silvestre_, l. cit.
-
-[356] _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_ ecc.
-
-[357] _Ibid._
-
-[358] _Il sogno._
-
-[359] _A Silvia._
-
-[360] _Il sogno._
-
-[361] _Sopra un basso rilievo_ ecc.
-
-[362] _Sopra il ritratto di una bella donna_ ecc.
-
-[363] _A Silvia._
-
-[364] La nota poetessa francese Luisa Ackermann, in un lungo e bello
-componimento intitolato _L'Amour et la Mort_, ritrasse il contrasto
-dell'Amore e della Morte, quello desideroso di eternità, questa
-accelerante la fine; quello creator della vita, questa di ogni vita
-distruggitrice.
-
-[365] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, capp. IV e VI; _Prose_,
-pp. 283-4, 293; e altrove.
-
-[366] _Pensieri_, XXX. Cf. _Detti memorabili_, cap. V; _Prose_, p. 288.
-
-[367] _Ad Angelo Mai._
-
-[368] _Inno ai patriarchi, o dei principii del genere umano._
-
-[369] Lett. al De Sinner, 24 dicembre 1831; _Epistol._, vol. II, p. 450.
-
-[370] Lett. al Melchiorri, 3 ottobre 1825; _Epistol._, vol. II, p. 27.
-Era il tempo in cui veniva preparando per l'editore milanese Stella
-una edizione latina e un'altra latina e italiana di tutte le opere di
-Cicerone.
-
-[371] Lett. allo Stella, 12 marzo 1826; _Epistol._, vol. II, p. 111.
-
-[372] Lett. al Melchiorri testè citata, _l. cit._
-
-[373] Lett. al padre, 3 luglio 1826; _Epistol._, vol. II, p. 149.
-
-[374] _Opere inedite di Giacomo Leopardi pubblicate sugli autografi
-recanatesi da_ Giuseppe Cugnoni, Halle, 1878-80, vol. II, pp. 369, 374.
-
-[375] Tra le carte del poeta, lasciate dal Ranieri, è una _Canzone
-sulla Grecia_; ma non se ne conosce altro che il titolo, ed anzi
-potrebbe darsi non ve ne fosse altro che l'argomento. Vedi CAMILLO
-ANTONA-TRAVERSI, _Il catalogo de' manoscritti inediti di Giacomo
-Leopardi sin qui posseduti da Antonio Ranieri_, Città di Castello,
-1889, p. 19. Potrebbe darsi fosse tutt'uno con quella di cui lasciò
-ricordo in altra sua scheda il poeta (vedi _Appendice all'epistolario e
-agli scritti giovanili_, p. 239); nel qual caso avrebbe contenuto una
-esortazione ai principi, perchè si commovessero ai casi della _povera
-Grecia_, e un ricordo dei fatti di Parga.
-
-[376] _Opere_, Milano, 1854-63, t. IV, p. 414.
-
-[377] _Del rinnovamento letterario in Italia_, in _Bozzetti critici e
-discorsi letterari_, Livorno, 1876, p. 169.
-
-[378] Lett. ad A. F. Stella, 27 marzo 1818; _Epistol._, vol. I, p. 131.
-Le _Osservazioni_ del cavaliere Di Breme erano state pubblicate nello
-_Spettatore_ del medesimo Stella.
-
-[379] Quella prima parte è conservata fra le carte lasciate dal
-Ranieri, e sinora non fu potuta veder da nessuno. Vedi il _Catalogo_
-citato, p. 19.
-
-[380] Lett. al Giordani, 19 febbrajo 1819; _Epistol._, vol. I. p. 172.
-
-[381] _Opere inedite_ cit., vol. II, p. 371-3. In una sua lettera del
-18 luglio 1826 Luigi Stella esortava ancora il Leopardi a scrivere
-intorno allo spirito della letteratura italiana a que' tempi.
-_Epistol._, vol. III, p. 357.
-
-[382] Il romanticissimo Obermann, scostandosi dalle opinioni della
-Staël c dello Chateaubriand riferite di sopra, stimava la mitologia
-conferir molto al sentimento della natura e all'arte, e non taceva
-divario, per tale rispetto, fra mitologia classica e mitologia non
-classica. «Quand les arbres, les eaux, les nuages sont peuplés par les
-âmes des ancêtres, par les esprits des héros, par les dryades, par les
-divinités; quand des êtres invisibles sont enchaînés dans les cavernes
-ou portés par les vents; quand ils errent sur les tombeaux silencieux,
-et qu'on les entend gémir dans les airs pendant la nuit ténébreuse,
-quelle patrie pour le cœur de l'homme! quel monde pour l'éloquence!».
-Lett. LXX, ediz. cit., p. 392.
-
-[383] _Vénus de Milo_ in _Poèmes antiques_.
-
-[384] Appartiene arche questa, insieme con _Hypathie_, ai _Poèmes
-antiques_.
-
-[385] _L'Anti-mitologia, sermone da_ GIUSEPPE BELLONI, _antico militare
-italiano, indirizzato al sig. cavaliere_ Vincenzo Monti _in risposta di
-un sermone sulla mitologia da quest'ultimo pubblicato_, Milano, 1825,
-p. 17. Fu questa una delle molte risposte che s'ebbe il sermone del
-Monti.
-
-[386] Lett. al Broglio. 13 agosto 1819; _Epistol._, vol. I, p. 223.
-
-[387] _Dialogo di Tristano e di un amico; Prose_, p. 442.
-
-[388] _Pensieri_, C.
-
-[389] _Pensieri_, XLVIII, XLIX.
-
-[390] _Dialogo della moda e della morte: Prose_, p. 51.
-
-[391] _Palinodia_ ecc.; _Proposta di premii fatta dall'Accademia dei
-Sillografi_.
-
-[392] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 281.
-
-[393] _Dialogo di Tristano e di un amico; Prose_, p. 453.
-
-[394] _Ibid.; Palinodia_ ecc.
-
-[395] _Pensieri_, I.
-
-[396] _Epistol_., vol. I. pp. 337-8.
-
-[397] _Ibid._, p. 242.
-
-[398] _Prose_, p. 359.
-
-[399] Lett. 14 agosto 1820; _Epistol._, vol. I, p. 289. Vedi un'altra
-lettera di quel medesimo mese, allo stesso, p. 291.
-
-[400] Questo Adolphe ha molta somiglianza col Leopardi, col quale ha
-in comune la melanconia e la timidezza orgogliosa, la noja e quella
-strana ironia che non ischifa di accompagnarsi con l'entusiasmo. Il De
-Vigny lasciò scritto nel suo giornale: «Oh! fuir! fuir les hommes et se
-retirer parmi quelques élus, élus entre mille milliers de mille!».
-
-[401] Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I, p. 243.
-
-[402] _La vita solitaria._
-
-[403] _Pensieri_, LXXXV.
-
-[404] _Storia del genere umano; Prose_, p. 27.
-
-[405] _Histoire de la littérature anglaise_, 2ª ediz., Parigi, 1866-71,
-vol. IV, pagina 285. Una osservazione. Per opera della civiltà, della
-specificazione della cultura e della division del lavoro, i nostri
-_simili_ divengono da noi sempre più _dissimili_, e i dissimili, se da
-un sentimento o da un'idea superiore non sono consigliati altrimenti,
-tendono a segregarsi. _Chi si somiglia si piglia_ e _Qui se ressemble
-s'assemble_: se questi proverbii son veri, altrettanto veri sono i loro
-contrarii.
-
-[406] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 57.
-
-[407] Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I. p. 243.
-
-[408] _Dialogo di Plotino e di Porfirio; Prose_, p. 404; _Pensieri_,
-LXVII, LXVIII.
-
-[409] Vedi LOSACCO, _Il sentimento della noja nel Leopardi e nel
-Pascal; Atti dell'Accademia reale delle scienze di Torino_, 1895.
-
-[410] _Pensieri_, LXXXIV, LXXXV.
-
-[411] _Il risorgimento._ Cf. _Le ricordanze_.
-
-[412] _A sè stesso._
-
-[413] _Troisième lettre à M. de Malesherbes_, 26 gennajo 1762. Molte
-volte, nel corso di queste pagine, si sono notate tra il Leopardi e
-il Rousseau conformità di pensiero e di sentimento. Altre assai se
-ne potrebbero notare. Del resto lo stesso poeta avverti tra sè e il
-filosofo ginevrino certa somiglianza. Vedi _Detti memorabili di Filippo
-Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 279. Vedi pure il Pensiero XLIV, dov'è
-citata una opinione del Rousseau, ma non il nome.
-
-[414] Lo stesso DE MUSSET nella _Confession d'un enfant du siècle_: «Je
-serai un homme, mais non une espèce d'homme particulière».
-
-[415] Non per questo credo si possa parlare di vagabondaggio del
-Leopardi (Vedi PATRIZI, _Op. cit._, p. 170-1). Il Leopardi diede
-prove di assiduità e di perseveranza negli studii meravigliose. Nessun
-paragone è possibile fra lui e un vero e proprio e confesso vagabondo
-quale il Verlaine. La irrequietezza del Leopardi, quel non potersi
-trovare a lungo in un luogo senza desiderar di partirsene, quelle
-frequenti mutazioni di sede, non provano ciò che si vorrebbe far loro
-provare. «Il viaggiare mi ammazza», scriveva egli al Puccinotti: e
-«in che luogo si può star contento senza salute?» al fratello Carlo
-(_Epistol._, vol. II, pp. 187, 229). Ma ciò richiederebbe più lungo
-discorso. Parmi, del resto, che la paresi motoria, asserita dal Patrizi
-(p. 149), mal possa accordarsi col vagabondaggio.
-
-[416] _Catalogo_ cit., p. 11.
-
-[417] _Epistol._, vol. I, p. 241.
-
-[418] «Poetry, in a general sense, may be defined to be _the expression
-of the imagination_». _A Defence of Poetry_, in principio.
-
-[419] Lett. 27 novembre 1818; 19 febbrajo 1819; 20 marzo 1820;
-_Epistol._, vol. I, pp. 150, 174-5, 260.
-
-[420] Andrea Chénier s'era contentato di dire:
-
- Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques.
-
-E il Pindemonte raccomandava al Foscolo:
-
- antica l'arte
- Onde vibri il tuo stral, ma non antico
- Sia l'oggetto in cui miri.
-
-[421] Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; _Epistol._, vol. I, pp. 339-40.
-
-[422] Lett. 21 maggio 1819; _Epistol._, vol. I, p. 201.
-
-[423] Lett. a Venanzio Broglio, 21 agosto 1819, e al Brighenti, 28
-maggio 1821; _Epistol._, vol. I, pp. 233, 334.
-
-[424] _Opere inedite_, vol. 11, p. 371.
-
-[425] Lett. al Vieusseux, 21 gennajo 1832; _Epistol._, vol. II, p. 454.
-
-[426] _Opere inedite_, vol. II, pp. 369-70, 374.
-
-[427] Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316.
-
-[428] Lett. al Puccinotti, 5 giugno 1826; _Epistol._, vol. II, p. 142.
-Il Leopardi stesso disse di amare «per inclinazione di natura con certa
-parzialità la poesia»; ma ebbe in conto di «bene meschino letterato
-quegli che non sapesse scrivere altro che versi». Lett. al Giordani, 30
-maggio 1817; _Epistol._, vol. I, pp. 73-4.
-
-[429] Il DE SANCTIS (_Studio su Giacomo Leopardi_, 2ª ediz., Napoli.
-1894, pagine 182-3) parla di questi disegni leopardiani di letteratura
-civile e patriottica, ma attinenze col romanticismo non ne rileva.
-Parmi anzi ch'egli giudichi un po' troppo alla lesta quando dice (p.
-244): «Leopardi avea comune con tutti i letterati di quel tempo,
-massime i classici e i puristi, il disprezzo della moltitudine,
-l'orrore del volgare e del luogo comune. La poesia dovea essere togata
-e solenne, sopra alla realtà, e, come diceasi, ideale». Dai luoghi che
-ho riferiti, quel disprezzo delle moltitudini non appare. Riconosco
-di buon grado che il Leopardi non addimostra per gli umili quella
-tenerezza che tanto è notabile in Werther; ma gli umili, in alcune sue
-poesie, nella _Sera del dì di festa_, nella _Quiete dopo la tempesta_,
-nel _Sabato del villaggio_, sono ricordati con tutt'altro che con
-disprezzo.
-
-[430] Lett. al Colletta, marzo 1829; _Epistol._, vol. II, p. 357.
-
-[431] Lett. al Giordani, 8 agosto e 30 maggio 1817; _Epistol._, vol.
-I, pp. 89, 77. Vedi una breve nota circa i pregi rispettivi dell'una e
-dell'altra lingua nell'_Appendice all'epistolario_, p. 246.
-
-[432] Lett. al Giordani. 20 novembre 1820; _Epistol._, vol. I, p.
-308. Nel 1816 CARLO GIUSEPPE LONDONIO aveva, nella sua _Risposta d'un
-Italiano ai due Discorsi di madama la baronessa De Staël-Holstein_,
-contraddetto al consiglio che costei dava agl'Italiani di molto
-leggere e tradurre gli scrittori stranieri. Invano aveva giudicato il
-Goethe che chi conosce una lingua sola gli è come se non ne conoscesse
-nessuna.
-
-[433] Lett. 25 luglio 1826; _Epistol._, vol. II, p. 153.
-
-[434] Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; _Epistol._, vol. I. pp.
-339-40. Cfr. DE SANCTIS, _Op. cit._, pp. 341-2.
-
-[435] Lett. al Giordani, 20 novembre 1820; _Epistol._, vol. I, p. 308.
-
-[436] _Dai vari pensieri, Appendice all'Epistolario_, p. 248; Lettera
-al padre, 8 luglio (1831?); _Epistol._, vol. II, p. 427.
-
-[437] Lett. 26 giugno 1832; _Epistol._, vol. II, p. 487.
-
-[438] Nel Num. 61, gennajo 1826.
-
-[439] Lett. al De Sinner, 21 giugno 1832; _Epistol._, vol. II, p. 485.
-
-[440] Per tropp'altre prove è risaputo quanto fosse tenace nelle
-inimicizie il Tommaseo; ma questa mi sembra davvero una delle
-più curiose. In quel suo libretto: _Di Giampietro Vieusseux e
-dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo_, Firenze,
-1863, del Leopardi non è ricordato neppure il nome. Oh, santa carità
-dei letterati, anche religiosissimi! e questo aveva scritto, tra
-l'altro, _Bellezza e civiltà_!
-
-[441] Lett. al Melchiorri, 8 gennajo 1825; _Epistol._, vol. I, p. 523.
-
-[442] L'_Antologia_, t. XXVIII (1827), fasc. III, p. 273. Qui si
-discorre dei _Versi_ stampati in Bologna nel 1826. Lo stesso Montani
-lodò poi i _Canti_ pubblicati dal Leopardi in Firenze nel 1831 (t.
-XLII, fasc. I, pp. 44-53). Vedi intorno al troppo dimenticato critico
-_Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani_, Capolago,
-1843.
-
-[443] _Epistol._, vol. II, p. 141.
-
-[444] Lett. al Vieusseux, 15 dicembre 1828; _Epistol._, vol. II, p. 341.
-
-[445] Non dovette conoscere questo passo di lettera lo ZANELLA, il
-quale s'affaticò a dimostrare che il Leopardi aveva letto il Byron,
-e anche lo Shelley, del quale, per altro, il Leopardi non fa parola.
-Vedi _Percy-Bysshe Shelley e Giacomo Leopardi_, nei _Paralleli
-letterari_, Verona, 1885, pp. 245 segg. In un sunto di lettura fatta
-dallo ZDZIECHOWSKI all'Accademia delle scienze di Cracovia (_La poésie
-de Leopardi considérée dans ses rapports avec les principaux courants
-littéraires en Europe; Bulletin international de l'Accadémie des
-sciences de Cracovie, Comptes rendus des séances de l'Année_ 1892), si
-legge che il Leopardi non imitò e non ammirò mai il Byron, ma che, ciò
-nondimeno, le sue prime poesie sembrano inspirate dallo stesso spirito
-di quello, e che il Leopardi diede la soluzione più larga dei problemi
-concernenti la vita posti dal Byron (?!). Questo scritterello, così
-largo di promesse nel titolo, è pieno d'inesattezze e di avventati
-giudizii. Ci si afferma, tra l'altro, che l'amor di patria fu nel
-Leopardi cosa effimera, dovuta ad influsso del Giordani.
-
-[446] Nel 1832 CESARE CANTÙ pubblicava nell'_Indicatore_ di Milano
-il suo saggio _Di Vittore Hugo e del romanticismo in Francia_,
-accompagnando molto sensatamente e molto equamente le lodi di qualche
-biasimo, ma invitando insomma i giovani italiani a prendere esempio dal
-poeta francese.
-
-[447] L'_Antologia_, t. XXXV (1828), fasc. I, pp. 185-6.
-Nell'_Antologia_ il Tommaseo si sottoscriveva con le iniziali K, X, Y.
-
-[448] _Dai varii pensieri; Appendice all'Epistolario_, pp. 251-2.
-Nell'edizione bolognese del 1824 il Leopardi ristampava, rifatta in
-parte, la dedica al Monti. Mi par ragionevole credere che il severo
-giudizio sia posteriore a quell'anno.
-
-[449] Lett. al Vieusseux. 31 dicembre 1827; _Epistol_., vol. II. p. 271.
-
-[450] _Epistol_., vol. II. p. 241.
-
-[451] _Ibid_., pp. 234-5.
-
-[452] _Manzoni e Leopardi_; _Nuova Antologia_, vol. XXIII (1873), p.
-763.
-
-[453] _Epistol_., vol. II, p. 278.
-
-[454] _Ibid_., p. 304.
-
-[455] _Ibid_., p. 303. Per altri particolari vedi BENEDETTUCCI,
-_Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni_, scritto ripubblicato nel già
-citato volume di C. ANTONA TRAVERSI, _Studj su Giacomo Leopardi_. Vedi
-nello stesso volume un _Saggio cronologico di una bibliografia del
-Leopardi e del Manzoni_.
-
-[456] Lett. alla sorella Paolina, 12 novembre 1827; _Epistol_., vol.
-II, p. 247. Quasi le stesse parole scriveva il poeta al Vieusseux quel
-medesimo giorno, _ibid_., p. 248.
-
-[457] L'Oriente, tanto sfruttato da una generazione intera di
-romantici, appare soltanto nell'_Inno ai patriarchi_, con l'aranitica
-valle
-
- Di pastori e di lieti ozi frequente.
-
-[458] Cf. MARC DE MONTIFAUD, _Les romantiques_, Parigi, 1878, p. 3.
-
-[459] _Opere inedite_ cit., vol. II, p. 372.
-
-[460] Il PLUEMACHER scrisse (_Op. cit_., p. 116): «Il Leopardi è poeta
-perchè ha ragion di dolersi; ma si sente che se le cose sue andassero
-bene, se egli potesse avere una sequela di giorni lieti, le ragioni
-del poetare gli verrebbero meno». E il PATRIZI (_Op. cit_., p. 133):
-«L'erompere dell'anima lirica coincide in Leopardi colle prime minacce
-del male al suo benessere». Credo avesse piuttosto ragione il BOUCHÈ
-LECLERQ di scrivere (_Giacomo Leopardi, sa vie et ses œuvres_, Parigi.
-1874, p. 168): «La nature avait fait Leopardi poète. Elle lui avait
-donné la sensibilité délicate et l'imagination vive dont la réunion
-constitue le tempérament poétique». Era già un poeta il fanciullo che
-con lunghi immaginosi racconti intratteneva i suoi compagni di giuoco.
-
-[461] _Chateaubriand et son groupe littéraire sous l'empire_, nuova
-edizione, Parigi, 1872, troisième leçon, p. 114. Cf. quanto nel
-capitolo II fu detto della fantasia del Leopardi.
-
-[462] A far meglio intendere ciò gioverebbe istituire un raffronto fra
-le _Ricordanze_ e la _Vigne et la maison_, poesie di affine argomento.
-
-[463] Qui, e il più delle volte altrove, per immagine intendo, non
-quella dei retori, ma quella degli psicologi, e propriamente quel
-residuo della percezione che può essere ravvivato nella memoria.
-
-[464] Il PLUEMACHER, _Op. e l. cit._
-
-[465] Com'è noto il Gautier da prima si consacrò alla pittura, poi
-l'abbandonò per darsi alle lettere.
-
-[466] PATRIZI, _Op. cit._, p. 98. Vedi ivi stesso le osservazioni sulla
-sensitività cromatica del poeta.
-
-[467] Lett. alla sorella Paolina, 19 dicembre 1825; _Epistol._, vol.
-II, p. 72.
-
-[468] Vedi addietro a pp. 223-4.
-
-[469] KRANTZ, _Le pessimisme de Leopardi; Revue philosophique_, anno V
-(1880) vol. II, p. 412 n.
-
-[470] _Epistol._, vol. I, p. 408; vol. II, pp. 149. 246-7. 248. 214.
-
-[471] Dell'Aspasia dice il poeta che appar _circonfusa d'arcana
-voluttà_. Questa denotazione è assai vaga e generica, ma pure ottiene
-l'effetto di suscitare il fantasma. E perchè? Perchè, commovendo
-direttamente in noi il senso erotico e genesiaco, e quel tutto insieme
-di ricordi e d'immaginazioni che gli suol far compagnia, ci suscita
-dentro l'immagine della donna più avvenente e più desiderabile di cui
-sia capace la fantasia di ciascuno di noi. Dante, che fu un visuale
-poetico forse insuperabile, nel più bel sonetto della _Vita Nuova_ non
-descrive punto Beatrice, ma accenna soltanto ch'ella fa diventar muta
-ogni lingua, e dice che,
-
- Benignamente d'umiltà vestuta,
-
-par cosa venuta di cielo in terra, e che dà una dolcezza al core che
-non la può intendere chi non la prova, e che dal suo volto muove uno
-spirito soave pien d'amore
-
- Che va dicendo a l'anima: sospira!
-
-eppure, chi dopo aver letto que' quattordici versi, non riesce a vedere
-l'_angelica forma_, non so qual altro miracolo di penna o di pennello
-gliela potrebbe mai far vedere. Dove si nota che la pittura non può far
-vedere le cose se non ritraendole, e la poesia le può far vedere senza
-ritrarle; e ciò dovrebbero meditare coloro che credono di avvantaggiar
-la poesia accomodandola dei mezzi che appartengono alla pittura e
-privandola de' suoi proprii.
-
-[472] La poesia suggestiva, più di quella che chiameremo espositiva o
-rappresentativa, richiede lettore esperimentato e colto, perchè essa
-non può suggerire in sostanza se non ciò ch'è già in qualche modo
-nell'animo nostro.
-
-[473] _Studio_ già citato, p. 231. Perciò ebbe giusta ragione il
-Mestica d'intitolare _Il verismo nella poesia di Giacomo Leopardi_ un
-saggio inserito nella _Nuova Antologia_ del 1º luglio 1880.
-
-[474] Intorno alla sensitività termica e dolorifica del Leopardi vedi
-PATRIZI, _Op. cit._, pp. 100-1.
-
-[475] Cap. II; _Prose_, p. 260.
-
-[476] Vedi PATRIZI, _Op. cit._, p. 100. Quando leggo que' versi:
-
- L'aura di maggio movesi ed olezza,
- Tutta impregnata dall'erba e dai fiori;
-
-e quegli altri:
-
- Non avea pur natura ivi dipinto,
- Ma di soavità di mille odori
- Vi facea un incognito e indistinto;
-
-non posso tenermi dal credere che quel gran naso di Dante fosse dotato
-di più sottil senso che non quell'altro gran naso del Leopardi.
-
-[477] Com'è felice in quel _fluttuare_ anche l'immagine ottica!
-
-[478] Scrisse il PATRIZI (_Op. cit._, p. 142) che nell'opera artistica
-del Leopardi «si discerne sempre l'influenza della sua debolezza». Non
-direi sempre.
-
-[479] Lett. al Melchiorri, 5 marzo 1824; _Epistol._, vol. I, pp. 496-7.
-
-[480] Sul modo di comporre del Byron vedi ELZE, _Lord Byron_, 3ª ediz.,
-Berlino, 1886, pp. 408-11.
-
-[481] Leggasi questo passo del giornale di Maurizio De Guérin (pp.
-93-4): «J'ai chômé dans l'inaction la plus complète mes six semaines de
-vacances..... Mais ce repos, cette _accalmie_ n'avait pas éteint le jeu
-de mes facultés ni arrêté la circulation mystérieuse de la pensée dans
-les parties les plus vives de mon âme..... Je goûtais simultanément
-deux voluptés..... La première consistait dans l'indicible sentiment
-d'un repos accompli, continu et approchant du sommeil; la seconde me
-venait du mouvement progressif, harmonique, lentement cadencé des
-plus intimes facultés de mon âme, qui se dilataient dans un monde
-de rêves et de pensées, qui, je crois, était une sorte de vision en
-ombres vagues et fuyantes des beautés les plus secrètes de la nature
-et de ses forces divines». E leggasi ora questo dell'Amiel (vol.
-I, p. 52): «Oui, il faut savoir être oisif, ce qui n'est pas de la
-paresse. Dans l'inaction attentive et recueillie, notre âme efface ses
-plis, se détend, se déroule, renaît doucement comme l'herbe foulée
-du chemin, et, comme la feuille meurtrie de la plante, répare ses
-dommages, redevient neuve, spontanée, vraie, originale. La rêverie,
-comme la pluie des nuits, fait reverdir les idées fatiguées et pâlies
-par la chaleur du jour. Douce et fertilisante, elle éveille en nous
-mille germes endormis. En se jouant, elle accumule les matériaux pour
-l'avenir et les images pour le talent».
-
-[482] _Epistol._, vol. I, p. 261.
-
-[483] Lett. 5 gennajo 1821; _Epistol._, vol. I. p. 313.
-
-[484] Lett. 10 settembre 1821; _Epistol._, vol. I, p. 242.
-
-[485] Lett. 16 gennajo 1829; _Epistol._, vol. II, p. 347.
-
-[486] Lett.... marzo 1829; _Epistol._, vol. II. pp. 357-8.
-
-[487] _Les confessions_, parte prima, l. III.
-
-[488] Lett. 4 agosto 1823; _Epistol._, vol. I, p. 466.
-
-[489] Lett. al Giordani. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I. p. 62.
-
-[490] Nella lettera al Melchiorri poc'anzi citata, scriveva: «Gli altri
-possono poetare sempre che vogliono, ma io non ho questa facoltà in
-nessun modo, e per quanto mi pregaste, sarebbe inutile, non perchè io
-non volessi compiacervi, ma perchè non potrei. Molte altre volte sono
-stato pregato e mi sono trovato in occasioni simili a questa, ma non ho
-mai fatto un mezzo verso a richiesta di chi che sia, nè per qualunque
-circostanza si fosse».
-
-[491] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 60.
-
-[492] _Studi filologici_, p. 282.
-
-[493] _Die Welt_ ecc., vol. II, cap. 37. p. 484.
-
-[494] _Alla luna._ La più parte de' suoi canti migliori il Leopardi
-compose nel detestato soggiorno di Recanati, dove si aggravavano di
-solito tutti i suoi mali, e dov'egli si sentiva più disperatamente
-infelice.
-
-[495] La natura e la moda nelle _Operette morali_; il mondo in un
-dialogo inedito.
-
-[496] Che il contrasto forma, in certo qual modo, l'anima della poesia
-del Leopardi, fu avvertito già da parecchi, e largamente dimostrato da
-I. DELLA GIOVANNA, _La ragion poetica dei canti di Giacomo Leopardi_,
-Verona, 1892.
-
-[497] _Schopenhauer e Leopardi_; _Saggi critici_, 4ª ediz., Napoli,
-1881, p. 296. Ma nel già più volte citato _Studio_, a p. 292, il De
-Sanctis scrisse: «A Giordani e agli altri letterati potè parere quella
-prosa un deserto inamabile, e più uno scheletro che persona viva».
-
-[498] _Abbozzo dell'opera Storia dello spirito pubblico d'Italia per_
-600 _anni considerato nelle vicende della lingua_; _Opere_, t. IX. p.
-109.
-
-[499] _Studio su Giacomo Leopardi_, pp. 289, 292.
-
-[500] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817 e 12 maggio 1820; _Epistol._,
-vol. I, pagine 60, 272.
-
-[501] Lett. al Giordani, 21 giugno 1819; _Epist._, vol. I. p. 207.
-
-[502] Lett. al Giordani, 12 maggio 1820; _Epistol._, vol. I. p. 272.
-
-[503] Vedi addietro, p. 339.
-
-[504] _Appendice all'epistolario e agli scritti giovanili_, pp. 248-9.
-
-[505] Non so se il Giordani si fosse lasciato persuadere dal Vida, il
-quale prescriveva, a chi volesse divenir poeta, assidua e diligente
-lettura di Cicerone.
-
-[506] Lett. del 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, pp. 61-3.
-
-[507] Nè ad essa contraddiceva il Leopardi, quando, col Paciaudi,
-chiamava la prosa la _nutrice del verso_. _Appendice all'epistolario_,
-p. 243.
-
-[508] La metrica del Leopardi potrebbe dare argomento a lungo discorso;
-ma non è qui luogo da ciò. Il tema fu toccato già da parecchi; ma
-nessuno, ch'io sappia, ne fece trattazione ordinata e compiuta.
-
-[509] Per le questioni cui può dare materia il ritmo, vedi NEUMANN,
-_Untersuchungen zur Psychologie und Aesthetik des Rhythmus_;
-_Philosophische Studien_ X (1894).
-
-[510] Veggasi ciò che scriveva al Giordani il 27 di marzo del 1817;
-_Epistol._, vol. I. p. 41.
-
-[511] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, Serie IV, vol. LXVII (1897).
-
-[512] _Die Entartung_, 2ª ediz., Berlino, 1893, vol. I. pp. 201, 203-5.
-
-[513] Ai nuovi spasimanti della natura, epigoni inconsapevoli di
-Gian Giacomo Rousseau, e, come questo, condannati alle più stridenti
-contraddizioni, raccomanderei la lettura e la meditazione di quel breve
-ma succoso saggio cui lo STUART MILL pose titolo _Nature_.
-
-[514] _Lettre à la jeunesse_, nel volume intitolato _Le roman
-expérimental_, pagina 103. Un officio in tutto simile fu pure assegnato
-alla poesia dal Nordau.
-
-[515] Debbo avvertire che, discorrendo del simbolismo, io prendo la
-parola simbolo nel suo significato più largo, intendendo per esso,
-così il simbolo propriamente detto, come l'allegoria: e ciò faccio, non
-tanto per amore di semplicità, quanto per attenermi all'uso stesso dei
-simbolisti.
-
-[516] Lo stesso HUYSMANS, l'autore ultrarealista e pornografo
-di _Marthe_ e di _les sœurs Vatard_, convertito al cattolicismo,
-pubblicherà fra breve un romanzo intitolato _Cathédrale_, e si accinge
-a scrivere la Vita di Santa Lidvina. Peccato che questa santa donna
-lasci desiderar qualche cosa sotto il rispetto della celebrità!
-La buona memoria di Pietro Aretino parmi s'avvisasse assai meglio
-scrivendo la _Vita di Santa Caterina_, la _Vita di San Tommaso
-d'Aquino_, la _Vita di Maria Vergine_ e la _Umanità di Cristo_.
-
-[517] _The origin and function of music_, nel vol. II degli _Essays_,
-edizione del 1891, pp. 424-6.
-
-[518] Vedi tra i recentissimi FOUILLÉE, _Le mouvement idéaliste et la
-réaction contre la science positive_, Parigi, 1896, pp. XXVII-XXVIII.
-Parmi meriti d'essere ricordato che, sino dal 1707, Giambattista Vico
-affermava, in una delle sue orazioni inaugurali, la virtù della scienza
-nel togliere _la varietà delle opinioni_ e conciliare _l'uomo con
-l'uomo_.
-
-[519] Veggasi il libro del compianto GUYAU, _L'art, au point de vue
-sociologique_, Parigi, 1889, libro di molto valore, sebbene non iscevro
-d'errori.
-
-[520] _L'Ermitage_, aprile 1894.
-
-[521] Alcuni simbolisti italiani ostentano di parlare del De Sanctis,
-non pure con ammirazione, ma con venerazione. Fanno benissimo; ma non
-dovrebbero dimenticare ch'egli espresse una sua saldissima e costante
-opinione quando, nel saggio su Francesca da Rimini, scrisse che quello
-che non si riesce a capire non merita d'essere capito, e che _quello
-solo è bello che è chiaro_.
-
-[522] _La littérature de tout à l'heure_, Parigi, 1889, p. 324.
-
-[523] _The philosophy of style; Essays_, ediz. cit., vol. II, p. 356.
-
-[524] Sulla potenza suggestiva delle grandi scene di paese, vedi le
-belle osservazioni dello SPENCER, _The Principles of Psycology_, 3ª
-ediz., Londra. 1881. vol. I, cap. VIII, p. 485.
-
-[525] Parlo, s'intende, in generale; ma non voglio escludere la
-possibilità che, _tra persone in cui il fenomeno si produce in modo
-affatto eguale_, il fenomeno stesso dia occasione e modo di ottenere
-certi _effetti_ d'arte. V. SUAREZ DE MENDOZA, _L'audition colorée.
-Étude sur les fausses sensations secondaires physiologiques et
-particulièrement sur les pseudo-sensations de couleur associées aux
-perceptions objectives des sons_, Parigi. 1890.
-
-[526] Non mancano in Italia alcuni giovani che sentono altamente
-dell'arte, ripugnano agli andazzi, e, cercando il nuovo, non credono
-però necessario di vituperar tutto il vecchio. Se dovessi parlare di
-loro, parlerei con quella lode che stimo esser loro dovuta.
-
-[527] Qualcuno potrebbe obbiettarmi: E le recenti prose e i
-recenti versi del D'Annunzio? Riconosco in quelle prose e in que'
-versi l'influsso del simbolismo; ma non per questo ho in conto di
-simbolista il D'Annunzio. Anzi le più spiccate e veramente proprie
-sue virtù d'artista mi pajono contrastare al simbolismo e non potersi
-conciliare con esso. Chi scrisse, per citare un esempio, l'_Allegoria
-dell'autunno_, non può non essere un nemico nato della _chanson grise_.
-
-[528] _L'évolution de la poésie lyrique en France au dix-neuvième
-siècle_, Parigi. 1894. vol. II, pp. 255-56.
-
-[529] Ma non alle macchine tipografiche, con l'ajuto delle quali,
-fattosi editore di sè stesso, guadagnò molti quattrini!
-
-[530] _Geschichte der Aesthetik in Deutschland_, Monaco, 1868, pp. 74 e
-segg., 512-14.
-
-[531] Tale appunto è la tesi sostenuta dal FECHNER, _Vorschule der
-Aesthetik_, Lipsia, 1876, dal GUYAU, _Les problèmes de l'esthétique
-contemporaine_, Parigi, 1884, e, più recentemente ancora, dal RUTGERS
-MARSHALL, _Pain, Pleasure and Aesthetics_, Londra, 1894.
-
-[532] Vedi in proposito RIBOT, _La psychologie des sentiments_, Parigi,
-1896, pp. 301 e segg.
-
-[533] _Le naturalisme au théâtre_, nel già citato volume _Le roman
-expérimental_, pp. 141, 147.
-
-[534] Fra le tendenze avverse al naturalismo bisogna pure annoverare
-quella che si manifesta nello psicologismo, e che ha trasformato, negli
-ultimi anni, il dramma ed il romanzo. Il naturalismo non conosce quasi
-altra vita interiore se non quella ch'è determinata da cause esterne:
-lo psicologismo fa conoscere tutta una vita interiore complicatissima,
-immediatamente determinata dall'azione e reazione degli elementi e dei
-fatti psichici gli uni sugli altri. Il naturalismo tende a dissolvere
-l'uomo nell'ambiente; lo psicologismo a circoscriverlo in mezzo a
-quello.
-
-[535] Copiosissima sopratutto in Germania, dove la _Deutsche Arbeiter
-Dichtung_ e il _Socialdemocratisches Liederbuch_ empiono più volumi.
-Che nel settentrione d'Europa l'idea sociale s'è quasi insignorita del
-teatro è risaputo da tutti; e che alcuni dei molti drammi suscitati
-da quell'idea sono opere d'arte di gran valore non fa bisogno di
-ricordare.
-
-[536] Questo breve scritto comparve la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, Serie III, vol. XXXIII (1891). Lo ripubblico ora,
-sembrandomi che le congetture espressevi non sieno state contraddette
-dai fatti.
-
-[537] _Principles of psychology_, 3ª ediz., Londra, 1881, pp. 531. segg.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
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