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-The Project Gutenberg EBook of Il romanzo della morte, by Beatrice Speraz
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-Title: Il romanzo della morte
-
-Author: Beatrice Speraz
-
-Release Date: September 23, 2020 [EBook #63272]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL ROMANZO DELLA MORTE ***
-
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-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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- BRUNO SPERANI
-
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- IL
- ROMANZO DELLA MORTE
-
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-
- MILANO
-
- LIBRERIA EDITRICE GALLI
- DI
- C. CHIESA & F. GUINDANI
- LIPSIA e VIENNA. F. A. Brockhaus — BERLINO. A. Asher
- PARIGI. Veuve Boyveau — LONDRA. D. Nutt
- NAPOLI. Ernesto Anfossi
- —
- 1890
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- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- Milano — Tip. Enrico Trevisini, Via Broletto, 43.
-
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-
-I.
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-Il pranzo volgeva al suo termine, in mezzo alla gioia e alle
-conversazioni sempre più animate e festose. I convitati, per la maggior
-parte studenti dell'Università, futuri medici e futuri avvocati, ma più
-medici che avvocati, avevano naturalmente un buon umore comunicativo,
-una giocondità espansiva.
-
-Il professor Pisani, un luminare della scienza, soleva riunire così
-tutti gli anni gli amici più intimi e i migliori suoi allievi alla fine
-delle vacanze, sul morir dell'autunno, nella sua villa, poco discosta
-dal Borgo di S. Patrizio nei dintorni di Pavia.
-
-La festa non era mai riescita come quell'anno; i giovani non erano mai
-stati così amabili; egli stesso non si sentiva da molto tempo la mente
-così libera da preoccupazioni, il cuore tanto leggero.
-
-Alcuni suoi scolari lo interessavano particolarmente. Un gruppo di
-giovani eccezionali! Si eran fatti conoscere fin dal primo anno.
-Peccato che ormai fosse l'ultimo! Presto se ne sarebbero andati quei
-bravi giovani, andati via per il mondo a portare la scienza e la vita;
-mentre il povero professore rimaneva inchiodato sulla sua croce. Essi
-eran come le onde del mare che si rinnovano continuamente e mutano
-sito, mentre lui era un rudero di quel gran porto universitario.
-
-Fortunatamente egli non persisteva in questo tono di vecchia elegia
-così poco d'accordo col suo tipo di uomo allegro e positivo.
-
-E poi, non tutti se ne sarebbero andati!....
-
-Uno ritornava intanto: Fausto Lamberti ritornava.
-
-In fondo tutti sapevano che la piccola festa era tutta in onore di quel
-ritorno. Ma si taceva discretamente. Il viso pallido e serio di Argìa
-Pisani, la primogenita del professore, non incoraggiava gli scherzi nè
-le allusioni. Fausto pure sembrava preoccupato. E gli amici intimi si
-domandavano sommessamente: — Che cosa pensano? Cosa faranno?... L'amerà
-essa ancora? Gli perdonerà il lungo abbandono?
-
-Se l'aspetto sereno del professore rispondeva già trionfalmente a
-cotali dubbi, don Paolo Giudici li mise tutti in tacere con una sola
-frase.
-
-— Mio nipote è ritornato e non ripartirà più! — esclamò egli in un
-momento d'espansione, mentre i suoi occhi languidi di vecchio si
-fermavano con tenerezza su Fausto ed Argìa, abbracciandoli in uno
-sguardo.
-
-I convitati sorrisero argutamente, e i due giovani diventarono
-bersaglio di occhiate e bisbigli.
-
-Per fare un diversivo, Fausto pronunciò un brindisi alla salute
-dell'esercito rappresentato da Filippo Pisani che sfoggiava da pochi
-giorni le sue spalline di ufficiale, con grande soddisfazione del padre
-e sua propria. Fu un _hurrà_, un grido di gioia.
-
-I brindisi così ben cominciati, sfilarono uno dopo l'altro, in prosa ed
-in versi.
-
-Don Paolo si fece applaudire con una graziosissima anacreontica, in
-lode di Argìa.
-
-Finiti i brindisi, il padron di casa invitò i suoi ospiti a passare in
-un'altra sala, dove fu servito il caffè.
-
-Era questa la sala dei ricevimenti, decorata di un ampio verone per
-il quale si scendeva nel mezzo della corte, e rappresentava quindi
-l'entrata d'onore della villa.
-
-L'entrata comune era sul fianco destro e non aveva scalini esterni.
-
-Sebbene fosse vicino il tramonto, una luce sfolgorante entrava nella
-sala, dal verone aperto e dalle due larghe finestre a terrazzino che lo
-fiancheggiavano. Le tappezzerie rosse, i mobili eleganti tutti in legno
-chiaro come il bel pianoforte a coda che stava nel mezzo della sala,
-sembravano prender parte alla gaiezza dei convitati.
-
-Il pianoforte sembrava dire: Su allegri! Anche questa sera vi farò
-ballare! E i giovani lo guardavano con un sorriso.
-
-Ma finchè il sole splendeva, e il buon pranzo e i vini profumati non
-erano digeriti, la campagna chiamava fuori i giovani, nell'aria fresca
-e gagliarda.
-
-Era una fine di ottobre tepente e smagliante.
-
-Amelia, la figliuola minore del Pisani, fu la prima a svignarsela.
-Argìa con la cugina Carmela Donati, una ragazza in sull'invecchiare, nè
-brutta nè bella, nè sciocca, nè intelligente, ma abbastanza buona per
-una ragazza che invecchia, la seguirono subito, trascinandosi dietro la
-Bice Chiari una grassona inerte.
-
-Un momento dopo, come attirati da una forza magnetica, tutti i giovani
-si trovarono presso di loro. La corte, poco fa silenziosa, fu piena di
-movimento, di voci gaie, di risate giovanili.
-
-— Che bel giorno, Argìa! — mormorò Fausto Lamberti accostandosi un
-momento alla fanciulla.
-
-E l'accento con cui egli pronunciò questa semplice frase voleva dir
-tante cose!
-
-Argìa non rispose; un leggero rossore colorò la trasparente bianchezza
-del suo viso ideale.
-
-— Un bel giorno, sì! — esclamò un giovinotto magro, piccolo, zoppicante
-dal piede destro, che aveva sentito le parole di Fausto.
-
-— Un bel giorno! — replicò — Se non lo guastasse la previsione dei
-brutti giorni, noiosi, che ci preparano i professori!
-
-Lamberti si voltò ridendo.
-
-— Ah! Vittorio, sei sempre allo stesso punto tu.
-
-— Sempre coerente! — sentenziò con burlesca solennità il piccolo zoppo.
-— Odio la scuola! Detesto l'avvocatura!.. E non muto parere per volger
-d'anni e mutar d'eventi. Ho un carattere fermo.
-
-Una scoppiettante risata accolse la fiera protesta. Gli studenti di
-medicina batterono le mani; due o tre futuri avvocati domandarono la
-parola.
-
-— Bravo! Bene!
-
-— Silenzio! È negata la parola ai mercanti della medesima!
-
-In mezzo al baccano due avvocatini incominciarono una difesa burlesca
-dell'avvocatura.
-
-— Avresti dovuto fare come me! — diceva Filippo Pisani, il brillante
-ufficialetto tanto contento di se medesimo che si portava per esempio.
-— Io non ho voluto saperne di studi classici e nessuno ha potuto
-forzarmi, sebbene...
-
-— Giuochiamo a mosca cieca!.... Giuochiamo a mosca cieca! — gridò in
-mezzo al chiasso una vocina fresca.
-
-E una figuretta svelta, che non era ancora di donna e non più di
-bambina, si gettò nei gruppi interrompendo dispute, troncando frasi,
-persuadendo a tutti che bisognava giuocare, per riscaldarsi, per
-divertirsi.
-
-— Quando Amelia vuole, non c'è verso di contraddirla!
-
-Tutti cedettero. Il giuoco cominciò e Amelia si lascio bendare gli
-occhi per dare il buon esempio.
-
-— È sempre una bamboccia — sentenziò l'ufficialetto discorrendo colla
-sorella maggiore. — Non sei riescita a tirarla su seria come te!
-
-Uno strano sorriso passò sulle labbra coralline e tumidette di Argìa, e
-le lunghe ciglia dei suoi grandi occhi azzurri si chinarono per velare
-il lampo corruscante delle pupille.
-
-— È stata sempre così seria la signorina? domandò Fausto Lamberti a
-Filippo, guardando la fanciulla con inesprimibile tenerezza.
-
-— Sempre! È stata la nostra provvidenza fin dal giorno in cui abbiamo
-avuto la disgrazia di perdere la mamma. Sebbene abbia un anno meno di
-me, l'ho sempre considerata come il vero capo della famiglia. E non
-solo io, ma anche lui, il tuo professore...
-
-— Basta Filippo!... — supplicò la ragazza posandogli una mano sulla
-bocca appena ornata da due nascenti baffetti.
-
-— Acchiappata! Acchiappata!... Chi sei?... Dà una voce!
-
-— Ah!...
-
-— Argìa! Argìa! Argìa!...
-
-E la birichina si strappò la benda per affrettarsi a legarla sugli
-occhi della sorella.
-
-— Mi avevi vista!
-
-— Vero niente!... Aspetta che ti lego bene.... Ecco fatto, dammi la
-mano.
-
-— Ora sei nel mezzo; aiutati come puoi. Non ti disperare, faranno di
-tutto perchè tu li acchiappi. Sono galanti... con te!...
-
-Tornò al suo posto saltando. Filippo l'afferrò per un braccio.
-
-— Sei una pazza!...
-
-— E tu sei savio?
-
-Lanciata questa piccola sfida si divincolò e sgusciò via come un
-serpentello.
-
-— Attenti! ricomincia il giuoco.
-
-E la catena si mise a girare, prima adagio, poi galoppando. Bice
-Chiari, quella sorniona come la chiamava l'Amelia, aveva l'aria di
-abbandonarsi con voluttà a quella danza frenetica, stretta fra due
-studenti che si serravano ai suoi fianchi.
-
-— Allargate la catena!... Così!
-
-Argìa pareva sbalordita. Rimaneva quasi immobile in mezzo al largo
-circolo, le mani protese dinanzi a sè, il viso fosco.
-
-Era bella, di una bellezza seria e ideale. La pienezza delle sue forme,
-che l'abito di panno azzurro-mare copriva pudicamente senza nascondere,
-pareva superiore ai suoi diciotto anni. Ma la linea generale nulla
-aveva perduto della primitiva purezza. Nei suoi movimenti era ancora
-la casta severità e la indefinibile rigidezza che formano il carattere
-fisico di molte fanciulle.
-
-In mezzo a un profluvio di capelli neri, ondati, sul viso bianco
-marmoreo, dai lineamenti delicati, dal naso diritto, sottile, il
-fazzolettino di seta rossa, che Amelia le aveva allacciato sui dolci
-occhi azzurri, accresceva il fascino della bella figura, come una nota
-bizzarra di provocante civetteria.
-
-Amelia aveva ragione; più di uno di quei giovani desiderava di essere
-preso. Un po' per il piacere di liberare l'Argìa che non aveva l'aria
-di divertirsi; più ancora per mettersi sul viso quel fazzolettino
-impregnato del calore e del profumo di lei.
-
-Ma Amelia vegliava; e con lei vegliavano gli occhi gelosi di Fausto
-Lamberti.
-
-Il giuoco andava in lungo: la catena girava girava.
-
-I ragazzi dei contadini, aggruppati in un angolo, se la godevano.
-
-Alcuni correvano qua e là per la corte, mischiandosi arditamente ai
-signori.
-
-Era il tormento del Pisani quella banda di monelli scalzi e
-scapigliati; ma non poteva liberarsene. La casa di campagna
-rifabbricata da lui e decorata col nome di villa, sorgeva in mezzo a
-un immenso cortile erboso, una specie di prato cinto da un muro assai
-alto che formava un quadrato ad angoli retti. Tre cancelli si aprivano
-nei tre lati del muro davanti alla casa: uno metteva nello stradale del
-Borgo; l'altro conduceva ai campi; il terzo nell'orto, e di là a una
-vigna e a un frutteto.
-
-Dietro la casa, il cortile diventava rustico e terminava con la vecchia
-cascina, rimasta tale e quale, abitata dalle famiglie dei contadini
-addetti al podere.
-
-Da tempo il Pisani pensava ad un'abitazione più appartata per quella
-gente e ad un riordinamento di tutta la corte; ma quando si metteva
-a fare i conti, trovava che i danari non gli bastavano, e doveva
-rassegnarsi a tirare innanzi così. Talvolta egli si sfogava in potenti
-sgridate, che distribuiva un po' alla cieca; ma poi si rilassava
-com'era del suo carattere.
-
-In quel dopo pranzo d'autunno, circondato dai suoi figli e dai suoi
-scolari prediletti, egli non pensava a queste malinconie.
-
-Pensava piuttosto che Argìa si sarebbe consolata finalmente e il suo
-visino pallido avrebbe riacquistato lo splendore di una volta.
-
-Egli era rimasto nella sala rossa, col suo amico don Paolo, condannato
-dalla grama salute ad una infinità di riguardi.
-
-Era ancora un bell'uomo il professor Pisani chirurgo abilissimo,
-famoso conquistatore, e s'apprestava risolutamente ad attaccare la
-cinquantina, certo di domarla.
-
-Senza arricchirlo, la scienza gli dava una discreta agiatezza ed ei se
-ne accontentava. In generale era un uomo contento: sopratutto contento
-di sè.
-
-La sua faccia prospera, dal sorriso leggermente fatuo, dai grandi occhi
-salienti, lo diceva senza misteri.
-
-Era nato in basso. Suo padre, semplice caposquadra nelle guardie
-di finanza ai tempi dell'Austria, aveva avuto l'ambizione di farlo
-studiare; ed egli aveva risposto magnificamente a quell'ambizione.
-Nel cinquantanove appena dottore, si era messo a curare i feriti; e il
-sessantasei, lo trovava alla direzione di un ospedale militare.
-
-Nel frattempo aveva sposata una signorina pavese, di buona famiglia,
-che gli morì presto.
-
-Gli avversari del professore pretendevano ch'egli l'avesse fatta morire
-a forza di rimproveri e di spaventi.
-
-Lui invece era convinto di averla adorata; e, siccome rimaneva vedovo,
-si vantava fedele oltre la tomba.
-
-Don Paolo Giudici, abate e letterato, ricchissimo, settantenne e
-gaudente, somigliava in fondo dell'anima all'amico suo, sebbene
-all'esterno sembrasse l'opposto. Piccolino ed esile, mentre l'altro
-era alto e robusto, Don Paolo conservava, insieme alla giovanilità
-dell'animo una grande dolcezza di modi e una placidità inalterabile.
-Era stato un bel prete, un prete galante, e ci teneva ad esserlo, od
-almeno a sembrarlo ancora.
-
-Nessun elegante sapeva portare l'abito di società con maggior
-distinzione di quella con cui don Paolo portava la veste talare.
-
-La fisonomia espressiva, gli occhietti vivi, le folte sopracciglia
-nere e la chioma bianca abbondante; lunga e ricciuta, gli davano una
-impronta pittoresca, un non so che di romantico. E romantico ei si
-vantava per gusti letterari e per sentimenti.
-
-Osservandolo meglio però, ci si accorgeva facilmente che l'intonaco
-romantico aveva poca consistenza, e lo spirito del settecento con
-la sua filosofia apparentemente superficiale e il giocondo egoismo,
-sgusciava fuori audacemente. Qualche volta traspariva anche il prete,
-come una di quelle macchie di vecchio unto indelebili su certe stoffe,
-ma visibili soltanto in un dato punto di luce.
-
-— Siamo stati fortunati! La vostra festicciuola mi è parsa più geniale
-che mai! Tutto è con noi, la terra ed il cielo!...
-
-Si interruppe sorridendo, e fiutò una presa di tabacco. Poi dandosi una
-leggera fregatina di mani soggiunse, come parlando a sè stesso:
-
-— Il cielo e l'amore!...
-
-— Ah! Don Paolo, avete ragione di gloriarvene; lo si deve a voi!...
-
-— A me?... Ah! Ah! Bella cosa essere sacerdote d'amore a settantadue
-anni!... Poichè oramai sono settantadue sapete?...
-
-— Sì... Ma come li portate, don Paolo!
-
-Felice di questo complimento poco sincero che l'autorità dell'uomo di
-scienza rendeva prezioso, l'abate arrovesciò la testa sulla poltrona
-e sfregando i suoi riccioli bianchi sulla morbidezza della felpa,
-continuò a sorridere beatamente, mentre i suoi sguardi si fermavano sui
-giovani nella corte.
-
-— Come sono belli i nostri due colombi! La vostra Argìa pare una
-dea.... Ma, posso dirlo senza iattanza, mio nipote è degno di lei.
-Guardate: non ha punto l'aria di un giovine borghese di questa fine di
-secolo!
-
-— In verità, don Paolo, mi avete reso un padre felice con la vostra
-domanda venuta così a proposito. Senza di voi non si concludeva
-niente con quelli di Mantova. Argìa si credeva abbandonata... Ha
-sofferto molto, povera figliola!... Io la incoraggiavo a distrarsi, a
-dimenticare; ma inutilmente!... Tre partiti mi ha rifiutati, sapete?
-
-L'abate sorrise.
-
-— Ha fatto benissimo, dal momento che amava Fausto...
-
-— Certo, certo! Ma poi, se Fausto sposava la contessina, eravamo
-serviti!... Tutto a voi dobbiamo, tutto al vostro intervento, ripeto.
-
-— ... E l'amore di Fausto?... E la bellezza di Argìa?... Dove li
-lasciate, questi grandi fattori?... Guardate se non è divina col
-fazzolettino rosso che quella birichina di Amelia le ha legato su gli
-occhi!... Del resto, sapete la mia massima: non si deve mai disperare
-dei giovani, nè dell'amore!
-
-— In realtà io ho sempre avuto fede nella mia stella.
-
-— Lo credo! Siete sempre stato fortunato.
-
-— Sempre?... Sempre, è troppo! Ho avuto anch'io le mie delusioni.
-Tuttavia posso dire che la vita è stata una buona madre per me. Mi ha
-colpito di rado e mi ha colpito con dolcezza. Perfino il più grande,
-il solo vero dispiacere della mia vita, la morte di mia moglie, mi è
-capitato in un momento in cui l'ho sentito meno. Ero a letto con un
-famoso tifo che per poco non mi ha portato via anche me. Non capii
-nulla. Non m'avvidi di nulla.
-
-«Poi, quando cominciai a risvegliarmi, le mie forze si trovarono
-accaparrate da quella profonda sensazione di gaudio fisico che si prova
-nella convalescenza di certe malattie. Non potevo intender la morte nel
-momento in cui mi sentivo rinascere alla vita. E allorchè finalmente
-compresi tutta la grandezza della mia disgrazia, il colpo era passato,
-lontano...
-
-Tacque di botto, e restò interdetto nella confusione di aver toccato
-quell'argomento.
-
-Don Paolo si era rannicchiato in fondo all'ampia poltrona. Il suo viso
-scarno appariva sconvolto e le piccole pupille agonizzavano in fondo
-alle occhiaie affossate.
-
-— Ah! morire! — mormorò con un rantolo — Morire... È orribile!
-
-Il medico trasalì. Che bestia! Avere dimenticato che Don Paolo non
-poteva sostenere l'immagine della morte, e tenergli un discorso simile
-nell'ora della digestione!
-
-Si morse le labbra, cercando invano un'idea, una parola per distrarre
-il suo ospite.
-
-Le gaie risate dei giovani lo trassero d'impiccio.
-
-— Benedetta gioventù! — mormorò il prete, riavendosi. — Cari
-spensierati! Quando avrò quei due colombi innamorati sempre vicini, il
-brutto incubo non mi tormenterà più!...
-
-Sorrise, e un rossore gli passò tra carne, e pelle, come un ultimo
-guizzo di fiamma morente; ma il sorriso finì in una smorfia e al
-fuggittivo colorimento subentrò una mortale pallidezza. I lineamenti
-affilati si stirarono; le pupille vitree scomparvero nelle orbite;
-tutto il corpicciolo si ripiegò sul fianco destro, e la gola arsa emise
-un suono rauco.
-
-— Maledizione! — balbettò il professore battendosi la fronte.
-
-Da lungo tempo egli prevedeva quell'attacco; e in un momento
-d'irriflessione l'aveva forse provocato.
-
-
-
-
-II.
-
-
-Nella sala deserta le ombre del crepuscolo si addensavano. Gl'invitati
-erano partiti «per non disturbare» contenti in fondo all'anima di avere
-un pretesto per allontanarsi dalla casa divenuta improvvisamente tetra,
-opprimente.
-
-Don Paolo non era morto: gli sforzi del Pisani erano riesciti, dopo
-alcune ore di lotta; l'immediato pericolo si poteva dire scongiurato.
-Ora l'infermo dormiva e il professore vegliava al suo capezzale,
-insieme a Vittorio Giudici il piccolo zoppo.
-
-Quel sonno poteva essere una salvezza.
-
-Fausto si allontanò sapendo che la sua presenza non era assolutamente
-necessaria. Un'altra inquietudine lo dilaniava: un'ansia più acuta lo
-chiamava fuori.
-
-Che faceva Argìa? Che cosa pensava?... Non una parola avevano
-potuto scambiare da solo a sola, non una parola, dopo quello che era
-avvenuto!...
-
-Il professore e Vittorio, che indovinavano la febbre ond'egli era arso,
-lo incoraggiarono ad uscire un poco. Andasse a respirare una boccata
-d'aria, ne aveva bisogno.
-
-Cautamente egli frugò la casa. Dall'uscio socchiuso di un salottino
-sentì la voce di Amelia che discorreva con Bice Chiari, e passò via
-smorzando il rumore dei passi per non essere costretto a fermarsi.
-
-La Carmela dormiva su un canapè.
-
-Di Argìa neppur l'ombra.
-
-In casa, non era. Bisognava cercarla fuori. Dove?
-
-Uscì, risoluto a cercarla da per tutto.
-
-Il sole, giunto all'estrema linea dell'orizzonte, illuminava tutto il
-cielo di una luce vivida, rossastra. La corte chiusa dall'alto muro
-era tutta in ombra, eccetto le cime dei due grandi alberi che da molti
-anni sorgevano nei due angoli estremi a Sud-Est e a Sud-Ovest eccetto
-il tetto della casa e i vetri di alcune finestre che scintillavano
-come tanti braceri. Già l'aria era fredda e impregnata del vapore
-vespertino; e l'erba, molle di rugiada.
-
-Un brivido corse per l'ossa del giovine.
-
-Argìa! Argìa!
-
-Dove s'era nascosta?
-
-Se non l'avesse amato più?.. Se non avesse voluto più saperne
-di lui?... Chi sa quante cose le avevano dette! Chi sa di quali
-vigliaccherie lo avevano accusato!... Ma perchè era egli stato tanto
-crudele con sè e con lei?... Perchè l'aveva lasciata così, senza
-una parola di conforto?... Sei mesi... sei lunghi mesi!.. e amandola
-tanto!..
-
-Era stato uno scrupolo, un eccesso di lealtà. Finchè non era sicuro di
-poterla sposare, non aveva voluto legarla: non dare una promessa, prima
-di sapere se l'avrebbe realmente mantenuta.
-
-E intanto forse ne aveva perduto l'amore!
-
-Forse l'aveva offesa irreparabilmente!... Certo, fatta soffrire,
-ferita nel fondo del cuore... Oh! Dio! Dio!... Se ella non avesse
-voluto perdonargli?!... Era stata così seria, tutto quel giorno, così
-malinconica... Non una parola affettuosa gli aveva concesso, non un
-sorriso incoraggiante, nulla!...
-
-Ed ora lo fuggiva... si nascondeva forse, prevedendo ch'ei la cercava,
-volendo sottrarsi alle spiegazioni.
-
-Ma egli non si rassegnava davvero ad una condanna così recisa, senza
-difendersi, senza giustificarsi. Ah! no! per Iddio!... In qualunque
-luogo ella si fosse cacciata, l'avrebbe trovata, costretta ad
-ascoltarlo...
-
-Fausto amava Argìa con tutto l'impeto dell'anima, come si ama
-nell'ardore della prima giovinezza, allorchè, per singolare ventura,
-ci si è imbattuti in una creatura che risponde ai nostri più intimi
-desideri.
-
-Amico di Filippo Pisani egli conosceva Argìa da un pezzo. Ma l'amore
-non era nato in lui a poco a poco, come una cristallizzazione. Fino
-a due anni addietro, credeva di non amarla affatto: gli pareva troppo
-conscia di sè, troppo altera.
-
-L'amore l'aveva colpito tutto in una volta, una sera di carnevale,
-durante un ballo, vedendo Argìa passare da un braccio all'altro, e
-ballare e ballare, senza mai stancarsi, con evidente entusiasmo.
-
-Egli aveva sentito come un morso al cuore, e la passione era scoppiata
-in tutto il suo essere simile ad un incendio che un soffio di vento
-scatena improvvisamente.
-
-Gli sguardi della fanciulla autorizzarono le sue assiduità con una muta
-simpatia.
-
-Malgrado ciò egli non si spiegò subito.
-
-Carattere guardingo, delicato, non poteva risolversi a contrarre
-un impegno difficile a mantenere. Sapeva che sua madre aveva altre
-mire per lui, e prima di mettersi nella lotta voleva misurare le
-proprie forze. D'altra parte quell'affetto occulto, quella tenera
-inconsapevolezza, quella specie di sospensione sul limitare della vita,
-piacevano immensamente al suo cuore mistico e sentimentale.
-
-Intanto sua madre l'aveva penetrato; e per allontanarlo da quello
-ch'essa chiamava il pericolo, gli aveva fatto interrompere gli studi,
-trattenendolo presso di sè a Mantova col pretesto che era ammalata e
-che aveva bisogno di lui per guarire.
-
-Apparentemente, il giovine aveva ceduto. In fondo in fondo, egli
-avrebbe voluto cedere completamente e obbedire a quella madre adorata.
-Ma l'amore combattuto si era fatto più forte, ed avea vinto tutto.
-
-Dopo cinque mesi di angoscie e di combattimenti, Fausto aveva scritto a
-don Paolo pregandolo di recarsi a Mantova e di aiutarlo a convincere i
-suoi genitori ch'egli non poteva vivere senza l'amore di Argìa Pisani.
-
-E don Paolo, sempre poeta, sempre innamorato idealmente delle
-belle fanciulle, era accorso all'appello del pronipote, e aveva
-appianato col suo intervento tutti gli ostacoli. La voce di don Paolo
-era indiscutibile in casa Lamberti; e ciò per molte ragioni, ma,
-specialmente perchè don Paolo era milionario e da parecchi anni aveva
-dimostrato di prediligere Fausto, il pronipote: e dichiarato pure
-che Fausto sarebbe stato il suo principale erede. La stessa donna
-Evangelina, femmina altera e tenace, la quale aveva pure un certo
-ascendente sul fratello di sua madre, non osava contraddirlo. Epperò,
-allorchè don Paolo diceva: «Questo si deve fare» nessuno fiatava.
-Disgustarlo sarebbe stato imprudente; poichè, il signor Carlo Giudici,
-fratello minore del prete, carico di figli, spiava l'occasione propizia
-per tirare l'eredità in casa propria, sebbene fosse già ricco.
-
-— Io ho sette figli — soleva dire il banchiere Carlo al canonico —
-sette figli che sono tuoi nipoti nel modo più diretto e che portano
-il tuo casato; possibile che tu non voglia considerarli almeno quanto
-Fausto che è tuo pronipote, e ancora, da parte di donne!...
-
-Ma un giorno don Paolo perdette la pazienza.
-
-— Da parte di donne!... Da parte di donne!... borbottò seccato — Chi
-sa cosa tu ti credi di dire!... Devi sapere che da parte di donna è la
-parentela migliore; certamente la più sicura!
-
-Vittorio Giudici era uno dei sette figli del signor Carlo; ma lui non
-pensava ai denari come non vi pensava Fausto. Molte volte questa grande
-questione dell'eredità li aveva fatti ridere.
-
-Vi pensava invece il professor Pisani. Fausto intuiva che egli non
-gli avrebbe accordato la mano di Argìa, se non avesse conosciute le
-intenzioni dell'abate.
-
-Ma questo che gl'importava?
-
-Si sa, i padri guardano al sodo.
-
-Quanto alla fanciulla, non c'era dubbio.
-
-Egli la conosceva profondamente; non era capace di mercanteggiare il
-suo amore, di sottomettere i suoi sentimenti al vile interesse. Essa
-l'avrebbe amato ugualmente se fosse stato povero; e se acconsentiva
-a sposarlo... Ma acconsentiva ella veramente, dopo quell'abbandono,
-dopo quei sei mesi di apparente obblio?... Sarebbe egli riescito a
-convincerla della verità?...
-
-Questo il solo dubbio ch'egli potesse avere su lei; ma un dubbio
-crudele che lo pungeva come un terribile aculeo confitto nelle sue
-carni.
-
-Il Pisani e don Paolo ignoravano affatto queste ansie del giovine.
-
-Il Pisani, perchè conosceva troppo bene l'amore della sua figliola;
-don Paolo, perchè non poteva nemmeno supporre che una ragazza serbasse
-rancore a un giovine come Fausto. D'altra parte, pauroso che altri
-parlasse alla fanciulla, prima di lui, di quella cosa sacra che era
-l'amor suo, rischiando fors'anco di offenderla con malaccorte parole,
-Fausto aveva pregato l'abate di serbargli il segreto per alcuni giorni.
-
-— Argìa sa tutto — egli aveva detto — e mi ama e mi accetta, ma
-desidera che non se ne parli ancora; aspetta la lettera di mamma...
-
-Sorrideva ora amaramente di questa piccola astuzia. Un bell'aiuto, se
-Argìa lo rifiutava!
-
-Giunto presso al cancello di fronte allo stradone, sostò perplesso.
-
-Doveva cercarla per di là?...
-
-Lo stradone era deserto. In fondo, tra le due file di gelsi e salici
-che parevano unirsi stava ancora il sole come un gran disco d'oro su un
-cielo di madreperla.
-
-Scorato, incerto, Fausto si allontanò dal cancello; tornò a girare per
-la corte.
-
-— Dove sei? Dove sei?... Perchè mi fuggi?...
-
-E stringeva i pugni con nervosa inquietudine.
-
-Tutto a un tratto egli ebbe un soprassalto. Dalla cancellata dell'orto
-aveva intravveduta Argìa.
-
-Ella era là in fondo, sotto al pergolato. Gli voltava le spalle;
-ma l'abbandono e la pesantezza con cui s'appoggiava alla tavola di
-marmo mostravano un grande abbattimento. Pareva che piangesse. Doveva
-sentirsi male. Chi sa!...
-
-Entrò con rapido passo.
-
-Improvvisamente ristette.
-
-Piangeva davvero, Argìa!
-
-Pareva disperata. Oh! perchè mai piangeva a quel modo la sua
-fanciulla?...
-
-Egli tremava da capo a piedi; una nube gli oscurava la vista.
-
-La stradicciuola scendeva davanti a lui per lieve declivio, coperta da
-una pergola lunga, una specie di tunnel fronzuto che l'autunno tingeva
-dei suoi sfarzosi colori di porpora e d'oro.
-
-In fondo, il pergolato si allargava in un chiosco, e le viti
-s'intrecciavano a rosai bianchi, rossi e gialli, di quelli che durano
-a fiorire tutto l'autunno. L'esile timo, la maggiorana e le arboscello
-del ramerino spandevano intorno i dolci aromi. In mezzo al chiosco era
-una tavola e alcune panche di pietra.
-
-Là sedeva Argìa, il bel corpo abbandonato; soprafatta da una crisi di
-pianto.
-
-Fausto la guardava e il cuore gli batteva a colpi disordinati, e
-le gambe, fatte pesanti, gli davano la sensazione d'irradicarsi nel
-terreno. Ma un leggero movimento della fanciulla lo fece riscuotere;
-ed egli tornò a muovere verso di lei cedendo ad un nuovo impulso. Non
-facevano alcun rumore i suoi passi sull'erba molle; eppure Argìa si
-voltò. Era pallidissima e aveva gli occhi pieni di lagrime.
-
-Egli balbettò:
-
-— Le dò noia?...
-
-— No... no... Le pare?...
-
-E arrossì e tacque.
-
-— Si è sentita male?...
-
-— No... Ero stanca..., triste...
-
-«Il povero don Paolo mi ha fatto tanto senso!...
-
-Chinò gli occhi imbarazzata; e il pallore del suo volto si tinse ancora
-una volta di un fuggevole carnato.
-
-— L'ha visto?...
-
-— Sì; ma poi non ho avuto coraggio di salire; mi son mancate le forze.
-Come sta adesso?
-
-— Meglio assai. Il professore ha fatto miracoli. E lei dunque come
-sta?... Le sue mani bruciano.
-
-Argìa ebbe un gesto di sbigottimento e ritirò vivamente le mani, che il
-giovine le aveva prese e teneva strette fra le sue con tenerezza.
-
-Fausto non fiatò, sebbene quell'atto lo pungesse.
-
-Restarono tutti e due imbarazzati e tristi, senza parole.
-
-Dopo tanto amore, dopo tanti sogni, un tale incontro era stranamente
-freddo e penoso.
-
-Ma Fausto aveva un pensiero fisso: qualunque cosa ella dicesse o
-facesse, non voleva addontarsene: non rischiare di perdere, per un vano
-puntiglio, quella preziosa occasione di spiegarsi con lei.
-
-— ... Argìa!
-
-La fanciulla trasalì e alzò su lui i grandi occhi pieni di sorpresa e
-di malinconia.
-
-— Non m'intende?... Non sa cosa io voglio dirle?... Oh! Argìa!...
-Lasciami smettere questo _lei_ odioso; lascia che io ti parli come ne'
-miei sogni. Che io ti amavo da lungo tempo, tu lo sapevi: i miei occhi
-te l'avevano detto... Così io sapevo di non esserti indifferente. Vero,
-Argìa?...
-
-«Capisco, capisco... non irritarti!... Sei mesi sono trascorsi...
-sei mesi di apparente oblio... e tu hai creduto che io ti avessi
-dimenticata... che amassi un'altra... Ebbene, senti... io posso avere
-avuto torto, ma non ho amato che te!... Ed ora sono qui per sempre e
-mio zio ha chiesto la tua mano al babbo; i miei acconsentono... Non ti
-basta?... No?... Ah! lo sapevi?... Sapevi... ed eri qui a piangere?!
-Oh! Argìa! Argìa! Come sei cattiva! Mi strazi il cuore...
-
-Egli si era seduto vicino a lei, sulla stessa panca; le aveva ripresa
-una mano che portava alle labbra con passione. Ma Argìa non sentiva.
-
-La testa bassa, le guancie irrigate di grosse lagrime, ella rimaneva
-immobile, come irrigidita.
-
-— Piangi sempre?! Non mi darai dunque altra risposta che le lagrime?...
-Ma perchè, perchè piangi così?... Dillo!
-
-Un singhiozzo gli rispose.
-
-Ah! era proprio vero, Argìa non l'amava più. Quel cuore amareggiato dal
-dubbio non rispondeva più al suo.
-
-Egli si era ingannato giudicandola una di quelle creature privilegiate,
-dalla fede incrollabile, che vivono e muoiono sotto l'impero della
-prima forte impressione: veri angeli d'amore, incapaci di analizzare
-e di discutere un sentimento; anime tetragone alle insinuazioni della
-maldicenza, perchè incapaci di ammettere il male nella persona che
-amano.
-
-L'illusione cadeva. Argìa non era di quella tempra adamantina e
-purissima. Argìa aveva accolto, nutrito il dubbio.
-
-Questo pensiero, sorto improvvisamente nell'anima del giovine, lo
-immergeva in profonda tristezza; ma non poteva distruggere di un colpo
-l'immenso amor suo. Altre considerazioni sorgevano spontaneamente a
-difenderlo quell'amore.
-
-Argìa soffriva; e chi sa quanto aveva sofferto e pianto!...
-
-E quelle angosce, quelle lagrime erano segni evidenti di amore.
-
-Meno ideale, meno ammirabile, essa gli appariva più umana e
-affascinante, e più vera.
-
-E che dolcezza poterla consolare quella bella creatura che singhiozzava
-vicino a lui!... Che gioia immensa poter asciugare quello lagrime a
-forza di baci!... E ci sarebbe arrivato... l'avrebbe convinta: ne era
-sicuro.
-
-Cominciò a parlarle dolcemente, diffusamente, del tempo passato, delle
-loro memorie giovanili, delle ingenue e preziose prove di simpatia
-ch'ella gli aveva dato in mille occasioni. Egli non aveva dimenticato
-nulla: le più tenui manifestazioni gli erano rimaste impresse
-incancellabilmente. Certe frasi, certe inflessioni di voce.... certi
-sorrisi... tutto.... tutto, egli rammentava. Non avrebbe mai dubitato
-di lei, del suo cuore, qualunque cosa gli avessero detto... Lei
-invece...
-
-La fanciulla balzò in piedi, tutta tremante, nervosa.
-
-— Non vede che non ne posso più?... Non capisce che soffoco?
-Moviamoci... Andiamo via!... Ho bisogno d'aria libera.
-
-Fausto obbedì. Pensò che si trovava davanti a una crisi di nervi e che
-bisognava lasciarla passare.
-
-— Dove vuoi andare?...
-
-— Laggiù... dove c'è un po' di luce. Quest'ombra è opprimente.
-
-Andò diritta al frutteto, camminando a passi concitati lungo i filari
-dei mandorli e dei peschi.
-
-L'anima sua sosteneva un fiero conflitto, tale conflitto terribile, che
-Fausto neppure immaginava.
-
-Egli la seguiva tristamente, ma non senza speranza. La crisi sarebbe
-passata presto, e nel susseguente periodo di calma, egli avrebbe
-parlato ancora chiamando in suo aiuto nuovi argomenti più efficaci...
-
-Non era possibile ch'essa non l'amasse, dacchè soffriva a quel modo. E
-poichè l'amava, doveva pure ascoltarlo un momento o l'altro.
-
-Il sole era scomparso, ma larghe striscie rosse, gialle, rosate e
-violacee, tingevano qua e là il pallido azzurro del cielo. Le cime
-della rovere e del faggio che decoravano il cortile della villa ed
-erano i due più alti alberi dei dintorni, serbavano ancora un'aureola
-rosata.
-
-Argìa si fermò improvvisamente appoggiandosi con le spalle al tronco di
-un pesco.
-
-Guardava dinanzi a sè nel vuoto; ma quelle due corone luminose
-attirarono le sue pupille.
-
-Rabbrividì e si contorse tutta.
-
-— Maledetti alberi!.... Maledetta casa!.... Vorrei abbattere ogni
-cosa... bruciare... distruggere!...
-
-Si arrestò spaventata. Che cosa aveva detto?...
-
-Tenero come una madre, il giovine si chinò su lei accarezzandola.
-
-— Argìa! Argìa! povera piccina, sei ammalata, sei stanca; i tuoi
-poveri nervi accasciati protestano contro la ferocia della tua volontà.
-Dimentica i tuoi dolori, Argìa, dimentica i brutti giorni! Io sono qui,
-ti amo, sono tutto tuo... sposo..., amico..., fratello... quale tu mi
-vorrai!... Appoggiati su me; confidati all'amor mio!
-
-Lentamente Argìa si staccò dall'albero e fissò i suoi occhi dolci in
-quelli del giovine.
-
-Così soleva guardarlo una volta, quando lo amava. Quanto amore in quel
-lungo sguardo e che tenerezza!
-
-Lo amava dunque ancora, poichè lo guardava a quel modo?...
-
-Sommessamente egli la chiamò:
-
-— Argìa!... Argìa! Angelo mio, mi ami ancora? Di' che mi ami ancora!...
-
-Protese le braccia per stringerla, assetato di un abbraccio.
-
-Ma la fanciulla lo respinse quasi con orrore.
-
-— No, Fausto, no! Perderei la forza di respingerti se tu mi
-abbracciassi. E io ti devo respingere...
-
-Si arrestò e tornò a concentrarsi.
-
-Il giovine indietreggiò e ammutolì, stupito e dolente.
-
-— Devi respingermi?... Non capisco, Argìa! Devi respingermi nel momento
-in cui io ti dico che ho chiesto la tua mano, che siamo fidanzati?...
-Sei pazza!
-
-Le parole uscivano strozzate dalle labbra tremanti: una sorda
-irritazione lo vinceva.
-
-Argìa si scosse e alzò ancora una volta gli occhi su lui, con una
-espressione di dolore intenso. Poi, con visibile sforzo, cercò di
-spiegarsi.
-
-Era appunto perchè l'aveva chiesta che essa doveva respingerlo. Non
-potevano sposarsi, impossibile. Non la interrogasse. Soffriva più di
-lui... Non avrebbe parlato... Andasse via... via! Era inutile.
-
-— Di' che non mi ami! Di' che ami un altro! — gridò Fausto esasperato.
-
-— Non ti amo! Non ti amo!...
-
-Ma la disperazione con cui essa pronunciava queste parole ne alterava
-il senso.
-
-Fausto scattò.
-
-Perchè piangeva se non l'amava? Che ragione aveva di disperarsi?
-Bugiarda!... Civetta! Perchè non l'aveva detto fin da principio? Perchè
-aveva fatto la commedia?... Vizio di femmine vane: fingere sempre!
-Giuocare all'eroina che si sacrifica... inventare dei misteri... tutto
-per mantenere l'amore ispirato, pure non sapendo che farsene.
-
-— Ma io non mi appagherò di queste ciarle! — riprese egli con
-alterezza, dopo un istante di silenzio. — Io voglio sapere tutto:
-sapere che cosa hai fatto che non puoi accettare la mano di un
-galantuomo!... Che cosa hai fatto: capisci?...
-
-Si arrestò come spaventato dalle proprie parole. Aveva sentito una
-morsa di ferro serrargli la gola. Tacque e fece alcuni passi per il
-frutteto, in preda al parossismo.
-
-Era la sua Argìa... la sua sposa, colei ch'egli apostrofava così
-duramente!...
-
-Argìa si copriva la faccia in silenzio. Le pareva di morire.
-
-Guardandola Fausto si calmò e riaccolse la speranza a cui il suo cuore
-fermo e tenace non sapeva rinunciare. Già si vergognava di aver ceduto
-a quell'impeto. Tornò accanto a lei che gemeva: tornò a parlarle con
-dolcezza.
-
-L'aveva offesa: le domandava perdono.
-
-L'impeto disperato di quel dolore così nuovo l'aveva trascinato. Del
-resto riconosceva il proprio torto: lei non aveva alcun dovere verso
-di lui: era liberissima di amare un altro. Ma, se non amava un altro,
-se era vero che amava lui come negli anni passati... prima ch'egli si
-fermasse a Mantova quei maledetti mesi: se era vero quello che aveva
-detto, che lei pure soffriva... e questo si vedeva, povera Argìa!...
-se le cose stavano a quel modo, ella non poteva pretendere ch'egli si
-rassegnasse a perderla così, senza un perchè formidabile... forse per
-una ubbia!...
-
-— No?... non è un'ubbia? Allora una sventura immensa... una cosa
-terribile?... Tu taci! Non neghi?... Oh! Argìa! Se tu sapessi quali
-sospetti, quali smanie desti nel mio povero cuore!...
-
-La fanciulla ebbe un gesto desolato.
-
-Un brivido corse le vene del giovine.
-
-Eppure, non voleva arrendersi. Voleva combattere per la propria
-felicità: conquistarsela col sangue del cuore. E la speranza, sostenuta
-dall'energia dell'amore lo riconduceva al primo pensiero: che Argìa non
-potesse credergli, che il dubbio le avesse spezzato il cuore.
-
-— Senti Argìa, io ti comprendo! È per me che non vuoi... Sei
-nell'equivoco doloroso che i parenti miei e la gente pettegola hanno
-fatto sorgere fra noi. Tu credi ch'io abbia un impegno a Mantova con
-la contessina d'Arco... o almeno, pensi che l'abbia avuto e che io
-non mi sia sciolto completamente e temi, e non vuoi metterti in un
-conflitto umiliante e penoso. Se così fosse avresti ragione. Ma non
-è così. Io non ho alcun impegno. Non furono altro che chiacchiere. Un
-momento, sì... lo confesso... ho temuto di essere costretto a cedere
-alle preghiere della mia mamma... Sono sincero, l'avrei accontentata
-tanto volentieri povera mamma mia! È stata infelice tutta la vita, e ha
-concentrato tutte le sue speranze in me!... Ma non ho potuto: il mio
-cuore si è ribellato: il mio cuore non poteva amare che te. E per te
-sono tornato qui, libero, e scevro di qualunque indelicatezza verso la
-contessina. Non le ho mai detto una parola d'amore: non le ho promesso
-nulla: posso giurarlo. Tu mi puoi credere perchè ho fatto lo stesso con
-te; non ho parlato fino a che non sono stato sicuro di sposarti. E tu
-mi credi, lo vedo. Dunque calmati, amore mio! Non piangere più: saremo
-felici: tanto felici!...
-
-Argìa non rispose.
-
-Si era lasciata cadere su un monticello di terra, e tornava a piangere,
-con la fronte nelle mani, piegata in due, annichilita.
-
-Gli ultimi splendori del sole, riverberati sui punti più alti,
-sparivano.
-
-Il breve crepuscolo autunnale moriva nel freddo grigio della nebbia. Un
-vento crudo, venuto su con la sera, portava in giro le foglie sparse,
-con un rumore leggero di cose morte. Sembrava quasi che la campagna,
-improvvisamente abbrunata, presentisse la grande malinconia del vicino
-inverno.
-
-Fausto non osava più insistere. Anche l'anima sua soggiaceva a un
-tetro presentimento di morte e di lutto. La sua ostinata speranza lo
-abbandonava di fronte alla desolazione di Argìa. I suoi pensieri si
-smarrivano. Era finito. Inutile lottare.
-
-Affranto, scorato, si lasciò cadere vicino alla sua povera amica,
-e restò là in uno stato di rigidezza penosa, senza lagrime, come
-impietrito.
-
-Nella sua mente non passavano che immagini confuse. Nessun pensiero
-netto si formulava, eccetto questo: che la sventura immane piombata
-sulle loro teste, li avrebbe annientati ben presto. E la voce interna
-e la gran voce misteriosa della campagna battuta dal vento gridavano
-insieme: Finito! Finito!... Svanito il sogno! Infranta la vita!...
-
-— Fausto!... chiamò Vittorio dal fondo della corte — Argìa!
-
-Argìa alzò la fronte e guardò il suo compagno di pena. Ah! non avrebbe
-mai creduto ch'egli l'amasse tanto!... Credeva di essere sola ad amare
-così; non supponeva pari affetto in un uomo.
-
-Glielo disse.
-
-Egli restò un momento pensoso. Neppure lui aveva misurato prima di quel
-giorno l'abisso dell'amor suo. Sapeva però che solo il dolore dà la
-giusta misura dei sentimenti umani. Bontà della vita!... E per la prima
-volta forse, le sue labbra giovani e fresche si stirarono in un sorriso
-di amara ironia.
-
-— Argìa!... Fausto! — chiamarono un'altra volta dalle finestre della
-villa.
-
-Li cercavano.
-
-— Dobbiamo andare?....
-
-— Non ancora. Prima di lasciarci intendiamoci bene. Non vi è equivoco
-tra noi?... Tu credi alle mie parole. Sai che ti amo più di quanto tu
-potessi immaginare: che non ho altri impegni: che non ti ho tradita. È
-così, vero?
-
-Ella fece un leggero cenno di affermazione.
-
-— ... E con tutto questo... è impossibile che noi siamo uniti?...
-
-Argìa sentì tutto il significato terribile di questa domanda; sentì la
-voce che tremava; e tuttavia rispose senza esitare:
-
-— Impossibile...
-
-— Dunque.... l'impossibilità è.... dalla tua parte?
-
-— Sì. Dalla mia parte. Per questo ho parlato. Tu mi hai accusata di
-falsità, di menzogna....
-
-— Oh! Argìa! Ti ho domandato perdono e tu mi hai perdonato!
-
-— Sì. Ma resta sempre vero che mi hai accusata. Ebbene: se fossi falsa
-e civetta e perfida, avrei cercato d'ingannarti!...
-
-Ella gli dava del _tu_, così, senza badarvi, quasi senza sapere;
-e questa carezza del linguaggio pronunciata con quell'accento,
-agghiacciava il cuore di Fausto.
-
-— Ancora una parola, Argìa. Forse... tu esageri... Forse, non è una
-cosa irreparabile... Tu sei innocente... pura... Di'!... Rispondi!...
-
-— .... Taci, Fausto!... Taci!...
-
-— Allora, dimmi tutto!!...
-
-— Non così, Fausto.
-
-Egli cercò di calmarsi. Dio!... Si sentiva certi impeti.... l'avrebbe
-ammazzata....
-
-— È difficile a dire... E poi, perchè devo dire?... Non ti basta quello
-che ho detto?
-
-No. Non gli bastava. Voleva sapere ogni cosa. Voleva i dettagli. Voleva
-un nome... Qualcheduno da massacrare, per Dio!...
-
-Argìa, sbigottita, lo lasciava sfogare.
-
-Tutto ad un tratto egli s'interruppe: ammutolì.
-
-Se si lasciava trasportare a quel modo, non avrebbe ottenuta alcuna
-confidenza!
-
-Tacquero lungamente.
-
-Egli ricadeva nella cupa disperazione.
-
-Se si fosse spezzato la testa contro quel tronco grosso, laggiù?...
-
-No! Prima lei doveva morire! Tacesse pure, tacesse pure! Lui ne sapeva
-assai. Sapeva che si era data... che non era più pura, che aveva
-abbandonato il suo corpo ad un altro uomo!... Oh! tacesse, tacesse!
-Egli non si curava di saperne di più: ne sapeva tanto da ucciderla...
-Ucciderla!... Il sangue gli salì al cervello con furia, iniettandogli
-gli occhi. Barcollò e come ebbro si gettò su lei e le accerchiò il
-collo con le dita tenaci. Ma il contatto di quella carne morbida e
-delicata gli fece correre un brivido nella schiena. La sua mano si
-allentò e si ritrasse.
-
-— Va! Va! sciagurata!...
-
-La cacciò da sè con un gesto disperato.
-
-Ma la sentì gemere e quel gemito gli andò al cuore.
-
-Oh! come l'amava!
-
-Involontariamente si riaccostò a lei; balbettò alcune parole di scusa.
-Era stato violento: aveva avuto torto... Maltrattare una donna!...
-Allora Argìa si fermò, commossa.
-
-Non le parole la commovevano, bensì la voce di lui: quella voce di uomo
-giovine e robusto che ha pianto; quella voce forte e sonora, spezzata
-dall'angoscia, soffocata dalla passione: voce che ha tanto potere
-sull'animo femminile.
-
-Avrebbe voluto dirgli qualche cosa, ma non trovava parole. Si sentiva
-così avvilita, così indegna di lui...
-
-Ah! se avesse saputo ch'egli l'amava tanto!...
-
-Erano giunti sotto il pergolato sepolto nella notte.
-
-Camminavano in silenzio uno accanto all'altra, raffrenando i singulti.
-
-Si distinguevano appena, ma si toccavano con le spalle e con le braccia.
-
-Fausto pensava tristamente che, se le trattative di matrimonio si
-rompevano così, Argìa sarebbe diventata per lui una straniera. E questo
-pensiero gli pareva insopportabile. Non più vederla!... Non udirla
-parlare!...
-
-— E tuo padre, Argìa? Come farai con tuo padre?... Il nostro matrimonio
-era la sua ambizione!...
-
-— Prenderò ogni cosa sopra di me: non ho paura di affrontarlo...
-
-— Tuo padre è collerico; può ammazzarti nel primo impeto!
-
-— Volesse Iddio!...
-
-— Non sai quello che dici... Bisogna trovare il modo di sottrarti alla
-sua collera. Ci penserò io... Ma tu mi dirai tutto!...
-
-— Tutto?... È impossibile. Mi sento morire al solo pensarlo!
-
-Tacquero ancora, e si rimisero a camminare sotto il _tunnel_ verde.
-
-Quasi inconsciamente Fausto mormorò:
-
-— Se si potesse camminare sempre, così, nelle tenebre e nelle lagrime,
-vicini e soli, la vita sarebbe ancora tollerabile...
-
-Argìa tremò tutta. Una tenerezza suprema la spingeva a confidarsi; una
-invincibile ripugnanza la tratteneva.
-
-Egli la comprese. E una immensa pietà entrò nel suo cuore: ma non
-poteva rinunciare alla cognizione della verità; poichè l'anima
-desolata è avida di conoscere il male che la colpisce; e per conoscerlo
-minutamente affronta ogni tortura, ogni spasimo.
-
-— Parla, Argìa! Dimmi qualche cosa!
-
-— È difficile!... Senti... sono più disgraziata di quello che tu
-credi... irreparabilmente perduta sono..
-
-— Oh! Argìa!... Ho indovinato... sei madre!...
-
-Ella sospirò profondamente.
-
-Era vero. Vero!...
-
-Il senso terribile delle proprie parole gli balenava soltanto adesso
-con la certezza di avere intraveduta la verità.
-
-Sentì una lama fredda trapassargli le viscere. Madre?... La sua
-Argìa?... Un germe esecrato!... Vacillò e quasi cadde. Istintivamente
-si aggrappò al pergolato che oscillò forte. Alcune foglie secche
-volarono via.
-
-— Argìa!... Fausto!... — gridò l'Amelia a dieci passi. — Siete qui?...
-Che fate?... Don Paolo si è svegliato!... Fausto!?... Argìa!...
-
-Essi non fiatarono, e la ragazzina si allontanò borbottando.
-
-— Ora usciremo adagio — disse Fausto.
-
-Aveva avuto il tempo di rimettersi chiamando a soccorso tutte le sue
-forze. Argìa, sbalordita, gemeva.
-
-— Fatti cuore, Argìa fatti cuore! Mi racconterai poi tutto... certo!
-Se devo aiutarti!... Intanto... restiamo intesi: tu non prendi alcuna
-risoluzione disperata... non ne parli con nessuno!...
-
-Esitò un istante, poi soggiunse:
-
-— È tutto tuo il segreto?
-
-— Nessuno fuori di te lo sospetta... che io sappia.
-
-— Nessuno veramente?... Neppure uno?
-
-— Tu sei l'unico!
-
-Egli ebbe un sospiro di sollievo.
-
-O povera anima, come doveva essere immane il peso di dolore che poteva
-sopportare, se una sola parola buona bastava a darle nuova lena per
-nuovi spasimi!
-
-L'unico? Dunque l'altro non contava? Escluso dalla confidenza?...
-Dunque... Era un miserabile, un abbietto!...
-
-Avrebbe dovuto soffrire di più pensando che la sua povera Argìa era
-caduta in mani indegne.
-
-Eppure, no. Dalla notte profonda, dal nulla orrendo, gli pareva di
-assurgere a un'alba pallida, sostenuto da una mesta speranza.
-
-Volle essere sicuro però.
-
-— Non è possibile... che quello ti sposi?...
-
-— Mai!... Morirei piuttosto!
-
-Ah! la gioia nella miseria profonda! Egli provava anche questo.
-
-Come l'avrebbe abbracciata... serrata contro il suo cuore... se non
-avesse temuto d'impazzire e di strozzarla!
-
-Sentiva che l'avrebbe strozzata con voluttà immensa in un abbraccio
-disperato.
-
-Sulla porta dell'orto le disse ancora:
-
-— Sicchè, Argìa, tu ti affidi a me nella tua sventura, unicamente a me?
-
-— Se tu vuoi. Io non ho altri.
-
-— Va bene. Cominciamo dal non farci scorgere. Mi occorre del tempo
-per riflettere... E il tempo c'è, mi pare... Sii astuta. Le nostre
-relazioni restano come se nulla fosse avvenuto... Apparentemente
-fidanzati... Se non si facesse così, io non potrei venire in casa
-tua... non ci si potrebbe vedere... Intanto penserò... cercherò... Tu
-vorrai allontanarti... suppongo.
-
-— ... o morire, Fausto!
-
-— È giusto. Ma deciderò io se devi vivere... lontana... se è possibile:
-o se devi morire.
-
-— Sì, Fausto: come tu vorrai.
-
-Erano fuori dell'orto; ma nessuno poteva vederli nella corte quasi
-altrettanto buia. Cominciava a piovere a grosse goccie. Il vento si
-rimetteva a soffiare con nuova violenza.
-
-— Ricordati: siamo stati laggiù pei campi, al laghetto... Non abbiamo
-sentito chiamare....
-
-Le parlava quasi calmo.
-
-Ma a un tratto s'interruppe e non disse più nulla. Ricordando i sogni
-e le speranze che l'avevano guidato a cercarla qualche ora prima, gli
-parve, improvvisamente di non amarla più affatto; e che l'interesse, di
-cui tuttora le dava prova, non fosse che pietà...
-
-
-
-
-III.
-
-
-Don Paolo non doveva rimettersi più di quell'attacco: ma la catastrofe
-era giudicata lontana. Passati i primi giorni, lo avevano ricondotto
-a casa sua, a Pavia; la paralisi si era dichiarata e sarebbe andata
-progredendo di giorno in giorno, lentamente, ma inevitabilmente fino
-all'ultima estinzione delle forze. Una fine malinconica, ma senza
-grandi dolori e confortata da molte illusioni.
-
-Donna Evangelina e l'avvocato Lamberti si erano recati a visitare lo
-zio; anche il signor Carlo Giudici era accorso al letto del fratello,
-dimenticando i vecchi rancori, forse sperando in un repentino mutamento
-nelle intenzioni dell'infermo. Son casi che accadono. Più di una volta
-un testamento si trasforma completamente negli ultimi giorni di vita e
-l'erede principale diventa l'ultimo. I moribondi hanno strani capricci.
-
-Il signor Carlo doveva certo averne fatte di queste saggie
-considerazioni partendo da Milano. Ma giunto a Pavia trovò donna
-Evangelina installata al letto dell'infermo, e s'arrabbiò tanto che
-ripartì subito. Non c'era mezzo di snidarli «quegli usurpatori.» Egli
-si sfogava a chiamarli così, senza vedere il sorriso fine di donna
-Evangelina che aveva l'aria di non accorgersi di nulla, gentilissima e
-affettuosa con lui come col canonico.
-
-Ma dopo una quindicina di giorni anche donna Evangelina se ne ritornò
-a Mantova col marito, poichè don Paolo poteva durare anche un anno,
-secondo l'opinione del professor Pisani e di tutti i medici.
-
-Quanto all'eredità, ella non aveva alcun dubbio. Suo zio Paolo non
-poteva deluderla; ma zio Carlo aveva torto di andare in collera con
-lei: lei non faceva proprio nulla per influenzare il canonico. Era una
-simpatia, così; quasi una idea fissa del vecchio poeta. Del resto,
-dacchè il suo Fausto doveva sposare Argìa, ella era diventata tanto
-indifferente a tutto, che non si sarebbe accasciata per nulla anche se
-don Paolo avesse cambiato il testamento.
-
-Intanto però il Pisani aveva approfittato della presenza dei genitori
-di Fausto per stipulare definitivamente le condizioni del matrimonio;
-il quale era stato fissato al prossimo carnevale, o alla Pasqua,
-secondo lo stato in cui si sarebbe trovato don Paolo.
-
-Altri quindici giorni erano trascorsi così senza alcun avvenimento
-importante.
-
-Don Paolo, affidato alle cure della sua governante, del nipote
-Vittorio, e del pronipote Fausto, e sopratutto del professor Pisani,
-tirava innanzi come un condannato a morte che aspetta la grazia.
-
-I due giovani gli dedicavano tutto il tempo di cui potevano
-disporre. Di solito, essi studiavano e scrivevano nella vasta camera
-dell'infermo.
-
-Vittorio recava con sè il suo umore gaio, esilarante; Fausto nascondeva
-sotto a una dolce malinconia e una profonda tenerezza, il cordoglio che
-lo struggeva.
-
-Così diversi d'indole, essi si amavano fin dall'infanzia e si
-accordavano perfettamente.
-
-Nessun rancore dalla parte di Vittorio: nessun sospetto nel cuore di
-Fausto.
-
-Giovani, nel vero significato della parola; il cervello pieno di sogni
-e di speranze sublimi, erano rimasti estranei alle lotte d'interessi
-che mettevano tanta freddezza tra le loro rispettive famiglie; non
-avevano mai provate le ansie del denaro, gli acuti morsi di desiderii
-non potuti soddisfare; le fiere smanie del godere e del comparire.
-
-Creature privilegiate.
-
-In fondo Vittorio poteva stare sicuro che, se Fausto era ricco, a lui
-non sarebbe mancato mai nulla; e d'altra parte Fausto poteva credere
-fermamente che, se tutte le sue ricchezze fossero sfumate, Vittorio
-avrebbe diviso con lui anche il frutto del proprio lavoro.
-
-Vittorio aveva ereditato per atavismo il carattere e la mente di don
-Paolo; gli rassomigliava in tutto, meno la bellezza. Era poeta come
-lui, epicureo geniale, amabilmente scettico e inconsciamente filosofo.
-Si sentiva disposto alla conquista del mondo; ma se mai tale conquista
-gli fosse fallita, era certo di trovare qualche consolazione a tale
-sventura in sè stesso.... od in altri.
-
-Se fosse stato bello avrebbe dato tutto il suo cuore a una donna...
-o alle donne, poichè pure questo dipende dal caso. Essendo zoppo e
-sapendosi poco adatto al gusto delle femmine in generale, avrebbe
-voluto sfuggirle. Ma non ci riesciva: la vita gli appariva troppo
-stupida senza il loro sorriso.
-
-Si sarebbe accontentato di essere il loro amico, il loro confidente, e
-fantasticava una di quelle intellettuali amicizie che, talvolta, legano
-due cuori meglio dell'amore.
-
-Anche quel giorno Vittorio fantasticava, mentre don Paolo dormiva nel
-suo bel letto di noce intagliato, sotto al padiglione di raso celeste,
-e mentre Fausto scriveva.
-
-I suoi pensieri fluttuavano davanti al codice aperto e abbandonato
-sopra un piccolo tavolino che gli serviva di provvisoria scrivania
-nella camera dell'infermo.
-
-Certo non pensava al codice. I suoi occhi spaziavano nell'azzurro
-immaginario, straniero affatto al cielo nebbioso dell'autunno pavese.
-
-L'azzurro era per lui nella casa dirimpetto, dove Amelia Pisani
-accostava di tratto in tratto il visino alla invetriata di un balcone
-del primo piano, spiaccicando spietatamente la punta del suo nasino per
-fare dei segni bizzarri, delle smorfiette satiriche.
-
-Di tratto in tratto Vittorio le sorrideva, o la minacciava furiosamente
-col gesto; poi faceva mostra di rimettersi a studiare; ma l'istante
-appresso tornava a distrarsi.
-
-All'altra estremità della camera — una camera immensa, riscaldata dal
-calorifero che dalla cantina diramava le sue arterie per tutta la casa,
-e rallegrata dalla fiamma del caminetto — Fausto scriveva curvo sul suo
-tavolino.
-
-Aveva da fare un resoconto di clinica.
-
-Il tavolino sul quale scriveva era nel vano di una finestra che
-dava sulla corte. Egli sedeva dunque voltando le spalle a Vittorio,
-alla finestra di strada e alla casa dei Pisani. S'era messo così per
-concentrarsi di più. Voleva assorbire tutto il suo spirito nel lavoro;
-dominare l'affannosa inquietudine, nasconderla alla chiaroveggenza di
-Vittorio.
-
-Non aveva preso ancora nessuna risoluzione; o meglio, ne prendeva una
-tutti i giorni; ma tutte cadevano sotto la riflessione.
-
-Una sola persisteva a ripresentarsi: la più disperata.
-
-Per essere libero, per non sottostare a veruna influenza esteriore,
-per avere tutto l'agio di fare quello che avrebbe risoluto, egli doveva
-innanzi tutto custodire gelosamente il terribile segreto: nascondere a
-tutti gli occhi ciò che avveniva nell'animo suo.
-
-E di questo essenzialmente egli si preoccupava, sebbene gli costasse
-uno sforzo supremo quella continua finzione. La sua salute languiva
-sotto a quel peso: la sua intelligenza, già così lucida, aveva momenti
-di tenebre.
-
-E se a forza di torturarsi riesciva a dissimulare il dolore che lo
-straziava, non era in potere suo nascondere le occhiaie livide, le
-guancie pallide e l'evidente stanchezza di tutta la persona.
-
-Fino a un certo grado tali segni di malessere si potevano attribuire
-alle notti insonni ed alla grande inquietudine che doveva cagionargli
-lo stato di don Paolo.
-
-Ma egli inorridiva di sè notando la crescente indifferenza con cui
-assisteva il povero vecchio, e quella sostituzione di causa gli
-ripugnava.
-
-Per fortuna sua madre era partita. Se fosse rimasta ella gli avrebbe
-letto nel cuore, e il crudele segreto si sarebbe forse rivelato
-da sè medesimo agli occhi vigili e alle affannose investigazioni
-dell'inquietudine materna.
-
-Povera mamma sua!
-
-Nella tenace preoccupazione egli si era staccato con una soddisfazione
-amara da quelle braccia amorose. Povera mamma! Quanti dispiaceri le
-aveva dati: quanti doveva dargliene!...
-
-Prima l'aveva rattristata con la passione delle scienze positive, che a
-lei, educata a cercare la pace e la felicità nella sottomissione alle
-tradizioni, ispirava una specie di terrore; poi, l'aveva contrariata
-nel suo desiderio di vederlo unito ad una fanciulla nobile e ricca;
-infine, trascinata ad approvare una unione che a lei non pareva bene
-assortita... Ah! se ella avesse saputo fino a qual punto... Ma non
-doveva saperlo. Egli non voleva. Argìa sarebbe morta ed egli sarebbe
-morto con lei portando nella tomba il loro segreto. Nessuno doveva
-sapere che Argìa non era degna...
-
-Questi pensieri passavano in turbinante visione traverso lo spirito del
-giovine medico, mentre la sua mano correva febbrilmente sopra la carta
-scrivendo le parole della scienza, che il cervello connetteva quasi
-meccanicamente.
-
-Quand'ebbe finito gettò la penna e restò un momento sopra pensiero.
-
-Poi trasse dal petto una lettera; la spiegò; la lisciò col palmo della
-mano, la guardò a lungo, e infine si mise a leggerla, attirato dal
-fascino misterioso che da essa emanava.
-
-L'aveva già letta parecchie volte; ma il suo spirito vi ritornava sopra
-continuamente.
-
-«Tu vuoi sapere — scriveva Argìa — il nome di colui; sapere i
-particolari di un fatto che, meglio per noi se lo si potesse
-dimenticare! Il nome conta poco. Quell'uomo è lontano e tu non lo
-conosci. Ma i particolari?... È impossibile! Io stessa rifuggo dal
-ripensarvi, e quando vi penso provo una vertigine.
-
-«Te l'ho già detto, meglio sarebbe stato che tu mi voltassi le spalle,
-senz'altro cercare, appena hai saputo... che non potevo essere tua
-moglie.
-
-«Abbandonata a me stessa avrei presa una risoluzione, buona o cattiva.
-Mi sarei buttata dal ponte, dove il Ticino è più fondo, o sarei fuggita
-per vivere sola e nascosta con la mia creatura, che avrei amata forse,
-malgrado tutto.
-
-«Questa sospensione sull'abisso è più crudele della morte.
-
-«Questa commedia che tu mi hai imposta, questo fingerci in buon
-accordo, simulando una felicità che è un incubo, mi fa paura e mi
-umilia. Quanto più tu sei buono con me, tanto più mi sento avvilita.
-
-«Ah! se avessi saputo che tu mi amavi così!... Se avessi saputo... Ma
-tu puoi pensare che io dico queste cose per avere una scusa ai tuoi
-occhi e questo mi umilia più di tutto.
-
-«Senti, se fosse possibile l'impossibile, cioè che tu mi sposassi per
-salvarmi, io mi ammazzerei piuttosto che accettare. E ti amo sai, ti
-amo di un amore così grande che non mi par vero di avere ancora in
-me la forza di amare tanto. Ma di vera felicità per noi non ce ne può
-essere, ormai, in nessuna maniera. Ed io preferisco morire, o vivere
-sola, lontana, vituperata, piuttosto che vivere con te pensando sempre
-alla felicità che non si può avere più. Ho paura che ti odierei. Vi è
-dentro di me un sentimento strano di cui non mi rendo conto. Forse è la
-mia perversità? In ogni modo è tanto forte questo sentimento, che non
-lo posso vincere. Devo dirtelo?
-
-«Ti sembrerà mostruoso. Ecco, in fondo, io non mi posso convincere di
-meritare la morte, nè il disonore, nè il disprezzo... e meno che mai
-il perdono che tu potresti accordarmi, un perdono che intorbidirebbe la
-fonte di tutte le nostre gioie, un perdono di cui leggerei, sempre, nei
-tuoi occhi l'angoscia od il pentimento!...
-
-«Da dove mi vengono questi pensieri? In quali libri li ho letti? Chi me
-li ha suggeriti?...
-
-«Non so, Fausto; non so. Li ritrovo in me, come erbe maligne cresciute
-spontaneamente in un orto mal custodito. Sono pensieri perversi,
-contrari a tutto quello che mi hanno insegnato; ma non potrei
-sradicarli dal mio cervello.
-
-«Certo questo ti deve convincere che io non ero donna per te, in nessun
-caso. Tu non puoi stimarmi e il tuo amore non è che una illusione. Io
-non ero la donna che tu sognavi. Per quanto ti avessi amato, forse non
-sarei mai riuscita ad amarti come tu vuoi essere amato. Giustamente tua
-madre mi vede di mal'occhio. Ella mi ha intuita: non ero nuora per lei.
-Meglio così. Questo convincimento ti guarirà. Sarai ancora felice: io
-non avrò il rimorso di avere distrutta la tua vita, la tua felicità.
-
-«Intanto, ti prego, ti supplico: lasciami al mio destino, se non puoi
-o se non vuoi aiutarmi a fuggire, o a morire; liberami almeno da questa
-terribile commedia che tu mi hai imposta: non ne posso più.
-
-«Anche con tua madre hai voluto che fingessi! Ma perchè? Con quale
-speranza? Quella finzione con tua madre mi è pesata oltre ogni dire.
-Come mi guardava, lei, con quell'aria aristocratica; come si sforzava
-ad essere gentile per farti piacere!... Ma neppure lei è nata per
-simulare. Sentivo che le ripugnavo. E se non ti avessi data la mia
-parola di non parlare, le avrei detto: «Stia tranquilla, non se ne farà
-niente!» Sono sicura che allora mi avrebbe abbracciata con un vero
-slancio di riconoscenza. Povera donna!... Non si è potuta tenere: ha
-detto, ch'ero veramente troppo matronale per una fanciulla!
-
-«Oh! Fausto! Per il bene che ti voglio e che tu mi vuoi, finiamola
-presto questa commedia. Io soffoco. Presto non mi potrò più nascondere
-in nessun modo. La gente comincerà a parlare... e incolperanno te!...
-Mi sento gelare tutte le volte che mio padre mi guarda. Se si accorge,
-se lo piglia la collera, una di quelle sue collere rapide e cieche,
-è capace di ammazzarmi, o di ammazzare te, il primo che gli capita! E
-poi?... Tutta la famiglia disonorata; rovinata per colpa mia!
-
-«Lasciami partire. Ho pensato. Andrò dalla zia Geltrude a Napoli.
-Partirò da Milano approfittando della gita che devo fare la settimana
-ventura, per certe spese, con mia cugina Carmela. Appena partita
-scriverò a mio padre che sono andata via perchè non ti amo e non
-ti voglio sposare. Tu gli dirai che sapevi; e a poco a poco, se
-sarà necessario, gli scriverò tutto. La zia Geltrude mi nasconderà
-in qualche luogo. Napoli è grande. Dopo... quando sarò guarita...
-m'imbarcherò per l'America del Nord: so un po' d'inglese: so lavorare
-da sarta: lavorerò; dicono che in America pagano molto meglio il lavoro
-delle donne. Mio padre si consolerà... Ha tanti mezzi di consolazione,
-lui!... E tu pure, Fausto, tu pure!
-
-«Addio!
-
-«Non credere che io non ti ami!... Ti amo, ti amo...
-
-«Ma preferisco che tu mi creda fredda amante che desiderosa di scusarmi
-ai tuoi occhi per farmi perdonare. Appunto perchè non voglio essere
-scusata, non te li posso raccontare i particolari che tu mi chiedi.
-
-«Sii discreto. Io non ti domando nulla a te. Eppure ce li hai anche tu,
-i tuoi segreti. Fortunatamente per te, i tuoi non hanno conseguenze.
-Ho pensato tanto e mi sono convinta che non vi è altra differenza.
-Soltanto per questo, io sono colpevole e tu sei innocente.
-
-«Vedi?... Sono così. Consolati, non hai perso nulla di buono: non la
-donna mite ed inconsapevole: non la santa e soave compagna.
-
-«Sono quasi tranquilla pensando che mentre ti addoloro, ti do pure un
-forte rimedio che ti sanerà.
-
-«Stasera ci vedremo a casa tua. E se non pioverà, quando ci
-riaccompagnerete tu e Vittorio, proponi di fare una passeggiata.
-Vittorio e Amelia correranno avanti come il solito, e noi si potrà
-parlare.»
-
-Fausto restò alcuni momenti con gli occhi fissi su quei caratterini
-minuti; poi ripiegò il foglio e se lo cacciò nel petto.
-
-Era disperato, sopratutto perchè Argìa aveva ragione: non era donna
-per lui: non la dolce e ingenua compagna che egli aveva sognata. Questa
-convinzione che avrebbe dovuto guarirlo, lo esasperava.
-
-Invano si ammoniva a dimenticarla. Invano si diceva che avrebbe dovuto
-aiutarla a partire, aiutarla a vivere lontana, per quell'affetto
-amichevole preesistente all'amore, che nulla poteva cancellare; e non
-pensarci più.
-
-Perchè non se ne sarebbe consolato? Aveva la famiglia, la scienza,
-una giovinezza ricca di entusiasmi. Per distrarsi poteva ricorrere al
-mezzo più efficace: viaggiare. I denari non gli mancavano. Se non aveva
-più voglia di studiare poteva smettere. E nel mondo lontano avrebbe
-forse incontrata un'altra fanciulla, candida e serena, con la quale
-ricominciare il dolce romanzo, senza rancori, senza vergogne.
-
-Eppure questo non gli giovava.
-
-Con sorda collera, cui si mesceva una specie di terrore, egli doveva
-riconoscere che la sua passione era ingigantita dopo l'orribile
-scoperta. E quanto più si affannava a combatterla, tanto più cresceva.
-Non poteva sottrarsi a quel fascino: un fascino acre e penetrante, che
-si attaccava ai sensi e allo spirito.
-
-I suoi desiderii d'innamorato si irritavano presso a quella falsa
-vergine che conosceva le segrete voluttà dell'amore. E l'istinto
-dominatore del maschio — fortissimo in lui — si esasperava di fronte a
-quella inconscia ribelle.
-
-E quel mistero che non gli era dato squarciare; quell'uomo ignoto,
-sempre presente al pensiero — fantasma inafferrabile di un eterno
-incubo — dava un senso di vertigine, un carattere di ossessione alle
-voluttuose visioni che lo perseguitavano.
-
-In mezzo a queste battaglie dei sensi, egli chiamava a soccorso il suo
-forte intelletto, la saldezza vigorosa dell'animo suo.
-
-Ma l'aiuto sperato mancava.
-
-Il suo intelletto subiva, come i suoi sensi, una irresistibile
-attrazione.
-
-Invano l'avevano educato con le massime tradizionali e i pregiudizi di
-una famiglia severa, nella quale l'elemento aristocratico e l'elemento
-borghese si fondevano mirabilmente per formare uno dei più saldi
-puntelli della vecchia società. Invano egli aveva portato seco, nel
-nascere, la sua parte di eredità atavista nei nervi e nel sangue:
-invano aveva assorbite fin dall'infanzia le idee preconcette della
-provincia e della famiglia. Troppa luce di scienza era entrata nel suo
-spirito; troppe nuove idee vi si erano maturate.
-
-E in forza di queste nuove idee, egli la scusava quella colpevole: il
-giudice diventava difensore. E a marcio dispetto del proprio istinto
-di borghese, il giovine studente, già quasi medico, l'entusiasta
-adoratore della scienza, sentiva che Argìa aveva ragione di non potersi
-convincere che il fallo commesso la rendesse degna di un castigo
-terribile, nè del disonore, nè di un perdono umiliante: ragione, di
-ribellarsi alla confessione particolareggiata ch'egli voleva da lei. I
-pensieri che germogliavano, per semplice intuizione, in quella povera
-anima martoriata, erano giusti; e nulla avevano in sè di perverso.
-Erano pensieri e sentimenti derivanti dai principii scientifici e
-liberali ch'egli stesso aveva abbracciati con entusiasmo, allorchè
-non poteva dubitare di trovarsi in lotta con essi: ignaro dell'enorme
-differenza che passa tra il pensare da filosofo e da scienziato, e
-l'operare da semplice uomo nelle vicissitudini della vita.
-
-Fausto non era un debole, nè un retore, nè uno di quegli uomini
-condannati a rimanere in perpetua oscillazione tra una fede e l'altra,
-tra due opinioni disparate. Egli era forte, entusiasta, e la sua
-evoluzione si doveva compiere immancabilmente in un senso o nell'altro.
-
-Ma egli si trovava per la prima volta nell'attanagliante vicenda. E le
-antiche massime succhiate col latte, e i pregiudizi necessariamente
-assorbiti, e l'istinto autocratico di maschio, fortificato dalla
-millenaria abitudine delle fibre e dei muscoli, tenevano forte in
-questo giovine rampollo della vecchia società, e non potevano mutarsi
-senza uno schianto di tutto l'essere.
-
-La gelosia poi irritava il suo orgoglio, nel medesimo tempo che
-eccitava i suoi sensi; e cercando ausiliari da per tutto, li trovava
-appunto nei vigorosi istinti, nelle abitudini ereditarie; e con essi
-lo spingeva alla reazione, suscitandogli in cuore un oscuro bisogno
-di vendetta; facendo sorgere, nella sua mente scomposta, insensati
-pensieri di punizione.
-
-Un combattimento mortale questo, titanico; nel quale la volontà
-impotente si abbandonava volta a volta al soffio più gagliardo: una
-lotta capace di sorgere così violenta soltanto in una organizzazione
-eccezionale.
-
-Perdonarle, sposarla, la sua povera Argìa; accettare siccome proprio
-il figliuolo di cui ignorava il padre: o meglio, fuggire con lei,
-vivere accanto a lei, nell'appagamento della passione consumatrice che
-non poteva divellere dal proprio cuore: ma andare lontano assai, in
-un paese sconosciuto, in una terra vergine, dove nessuno gli avrebbe
-chiesto lo stato di famiglia e le fedi di nascita, queste catene del
-mondo civile!
-
-Tale, il voto affannoso del cuore innamorato, la richiesta imperiosa
-della carne.
-
-Ma l'orgoglio non lo concedeva; ma tutte le altre potenze dell'essere
-si ribellavano gridando che sarebbe stata la più codarda viltà.
-
-Lei stessa, fiera e nobile a sua volta, non avrebbe accettato: lo
-diceva francamente nella sua lettera.
-
-Dunque: vivere con lei... No! Abbandonarla?... Neppure.
-
-Una sola uscita si presentava al desolato spirito: un unico
-scioglimento per quel dilemma: morire con lei.
-
-La morte livellava tutto: la morte li salvava tutti e due dalla
-bassezza e dalla disperazione. La morte, questa fatalità misteriosa
-che fa dell'uomo un essere predestinato e gl'imprime in fronte il
-marchio della sventura, da cui sgorga la sublime pietà e la ineffabile
-tenerezza: la morte si presentava a lui come una madre amorosa, che
-apre le braccia possenti e si stringe al seno i disperati figliuoli.
-
-Egli si fermava in questa contemplazione e andava inebbriandosene a
-poco a poco.
-
-Che cosa sarebbe mai stata la vita senza quel rifugio supremo, senza
-quell'ombra misteriosa dell'_al di là_, che mette in così alto rilievo
-i deboli conati di una breve esistenza?
-
-La invocava; la chiamava amica degli uomini: divina consolatrice.
-
-Per lui veramente essa era l'amore e la libertà.
-
-Debole uomo gli pareva di non poter sciogliere i vincoli che lo
-legavano alle tradizioni, ai pregiudizii.
-
-Ma con l'aiuto della morte spezzava tutto!
-
-Mostrava agli uomini il suo disprezzo per una vita schiava ed
-incompleta: diceva chiaramente a tutti, che piuttosto di venire a
-patti con le miserie della vita, con le inevitabili debolezze, voleva
-scendere nel sepolcro, libero e forte, e con l'amor suo.
-
-Dunque? Era deciso: sarebbero morti insieme!
-
-
-
-
-IV.
-
-
-— Fausto! — chiamò don Paolo svegliandosi — Vittorio! Perchè mi avete
-lasciato dormire così tardi? Dovevo andare in Duomo, dovevo alzarmi
-presto!...
-
-I due giovani si appressarono al letto, con premura, ma senza
-inquietudine. Sapevano; era sempre così.
-
-Quando don Paolo si svegliava, non si rammentava più di nulla.
-Qualunque ora fosse, trovandosi a letto, credeva fosse mattina e si
-lagnava perchè l'avevano lasciato dormire troppo tardi.
-
-Essi gli presero le mani e si chinarono su lui accarezzandolo.
-
-— Perchè siete venuti così presto? Cosa facevate?...
-
-— Fausto aveva da scrivere per il suo professore; io fingevo di
-studiare il codice e guardavo fuori della finestra quella pazzerella di
-Amelia che mi canzonava.
-
-L'infermo sorrise vagamente alla evocazione dalla graziosa immagine.
-Ma il languido sorriso presto scomparve, e due lagrime colarono sulle
-scarne gote.
-
-— Zio!...
-
-— Caro zio!...
-
-Don Paolo stese le mani, quasi trasparenti, sulle due teste brune, in
-un gesto famigliare di benedizione e di tenerezza.
-
-— Sono infermo... Non posso alzarmi... Me ne ero scordato!...
-
-— Non è una infermità, è una convalescenza che si prolunga causa il
-freddo; tutto passerà con la bella stagione.
-
-Il vecchio crollò il capo e osservò che a lui era sempre stato
-più favorevole il freddo. Perciò sperava poco. E poi... e poi...
-secondo lui, avevano sbagliata la diagnosi. Non conoscevano il suo
-temperamento. Certo, questo non faceva onore al professor Pisani, dopo
-tanto tempo che gli andava per casa!... Lui aveva sempre sofferto
-d'infiammazioni, e quello che faceva bene agli altri non conveniva
-a lui. Del resto, diceva che la sapeva lunga sui pregiudizi della
-scienza. Ammetteva che la medicina d'una volta avesse indebolita la
-gente a forza di salassi e purganti; ma la medicina moderna a sua volta
-non era buona per tutti i temperamenti. Ai vecchi come lui non giovava.
-
-I medici moderni non vedevano che anemici e linfatici. Lui invece
-era sanguigno. Avrebbero dovuto levargli sangue appena gli era venuto
-il male. Sarebbe guarito! Ma un professore moderno sarebbe morto di
-vergogna, se avesse ordinato un salasso ad un vecchio. Anche la scienza
-aveva i suoi bigotti!
-
-Fausto e Vittorio ascoltavano pazientemente, scambiando occhiate
-malinconiche. Quella era la fissazione del vecchio: credersi ammalato
-di pletora, mentre moriva di esaurimento!
-
-Dopo un istante di silenzio l'abate ricominciava le sue requisitorie.
-
-No, il buon Pisani non aveva capito niente questa volta. Eppure, altre
-volte l'aveva curato benissimo. Chi sa! Forse aveva cambiato sistema.
-Cambiavano sempre! Erano sempre alla ricerca di qualche cosa di nuovo.
-
-— Zio — disse Fausto — vuole che facciamo venire un altro dottore?
-Pisani non se l'avrà a male: ci penso io. Chi vorrebbe consultare? Ha
-qualcuno in mente, o vuole che cerchi io?
-
-Ancora una volta il vecchio crollò il capo, e rispose con infinita
-amarezza:
-
-— È inutile, non val la pena. Non saprei chi chiamare. Fanno tutti lo
-stesso. Pisani è una autorità. Chiunque tu chiami mi ordinerà sempre
-china, digitale, carne cruda o mal cotta, vino vecchio e cognac col
-brodo... Non val la pena... Dopo tutto che importa?... Ho settantadue
-anni... la mia vita è agli sgoccioli. Bisogna rassegnarsi. E mi
-rassegnerei, se almeno non fossi così abbandonato!...
-
-— Oh! zio!... Noi passiamo qui tutte le ore che abbiamo disponibili...
-
-— Non dico per voi due!...
-
-«So che mi volete bene. Ma il professore? Ma le ragazze? Come mi
-trascurano!
-
-Non era vero; tuttavia nessuno lo contraddisse.
-
-— Argìa è stata poco bene — disse Fausto. — Ma stasera verrà e verrà
-anche l'Amelia.
-
-— Bene!... Ora vorrei mangiare. Dov'è la signora Luisa? Non ho fatto
-colazione!...
-
-— La signora Luisa sale le scale. Presto sarà pronto il pranzo.
-
-— Il pranzo?... Ma che si pranza a quest'ora? La colazione si chiama
-pranzo adesso. Tutto cambia. È il disordine delle abitudini nel
-disordine delle idee!
-
-Intanto Fausto era andato a prendere l'ampia poltrona a rotelle;
-Vittorio, la vestaglia.
-
-Approfittando della loro disattenzione, il malato frugò sotto il
-guanciale e ne trasse una scatolina, dalla quale prese una pillola che
-inghiottì precipitosamente con un gesto scimmiesco.
-
-Ritornando presso di lui i giovani si accorsero subito ch'egli aveva
-mutato aspetto e che i suoi occhi brillavano.
-
-Glie l'aveva fatta alla scienza, e ne gongolava.
-
-Vittorio diede nel gomito al cugino mormorando sommessamente:
-
-— Ha preso la pillola! Bisognerà avvertire la signora Luisa.
-
-L'aiutarono a scendere dal letto. Sarebbe stata una cosa da nulla, per
-loro, muovere quel piccolo corpo disseccato. Ma bisognava lasciargli
-credere che l'aiutavano soltanto un poco, e questo aggravava la cosa.
-
-Appena gli si accostavano gridava:
-
-— Faccio da me!
-
-Ed era miracolo se non precipitava dal letto.
-
-Ad un certo punto, mentre gridava; «Faccio da me!» cadde col viso sulle
-coperte, piegato in due come un cencio.
-
-Allora soltanto, profondamente umiliato, ma dissimulando sempre e
-facendo le viste di scherzare, si lasciò prendere e sostenere.
-
-Lo vestirono alla meglio, e lo fecero sedere in poltrona, adagio adagio
-perchè le sue gambe indurite si piegavano difficilmente.
-
-Egli si lasciava fare, un po' sbalordito, con un vago sorriso sul
-labbro, un'ombra negli occhi ancora intelligenti.
-
-La porta fu aperta senza rumore, e una donna alta e magra, vestita
-di un abito di lanetta verde che pareva nuovo e contava degli anni —
-sottana liscia, senza una gala, senza un drappeggio; vita a sacchetto;
-goletta bianca di tela e grembiale nero — entrò nella camera mostrando
-il suo viso di creatura sofferente, rallegrato da un largo sorriso
-benevolo.
-
-— Oh! signora Luisa, finalmente! Che cosa porta?
-
-— L'acqua tepida per farle la _toilette_, come tutti i giorni prima del
-pranzo. Bisogna farsi belli quando si aspettano delle belle visite; non
-è vero?
-
-— Basta che vengano poi!
-
-— To!... Non vengono tutte le sere?
-
-— Ohibò!... Si scordano di me volentieri... Povero don Paolo!...
-Visitare gli infermi è una grande opera di misericordia; ma pochi si
-curano di praticarla quando l'infermo è un povero vecchio.
-
-Egli tacque; poi come se la piena coscienza del proprio stato gli
-balenasse soltanto allora, mormorò con grande abbattimento:
-
-— Vecchio!.. Infermo!... Ah!... non avrei mai creduto che queste cose
-toccassero a me!
-
-— Alzi un po' la testa, don Paolo, altrimenti non posso lavarle il
-collo.
-
-Lentamente il prete arrovesciò la testa sullo schienale della poltrona,
-senza parlare, dolcemente accarezzato dalle cure di quella mano
-femminile ancora morbida e delicata.
-
-— Ora il pettine... Dovrebbe lasciarmeli un po' accorciare questi
-riccioli, don Paolo; si arruffano troppo.
-
-Il vecchio crollò la testa con impeto.
-
-— No, no! No, no!
-
-— Ebbene, no; non s'inquieti.
-
-Fausto e Vittorio si erano un po' allontanati.
-
-Guardavano fuori della finestra nella strada e nella casa di rimpetto.
-
-— Verranno poi?
-
-— Certo. Andremo a fare una passeggiata, se lui ci lascia andar via
-presto.
-
-Un leggero sorriso inarcò i piccoli baffi di Vittorio.
-
-— Povero zio — continuò Fausto — la tabe senile lo fa impazzire anche
-lui. È triste la morte a quel modo.
-
-La governante continuava a discorrere con don Paolo, mentre lo
-pettinava.
-
-— Adesso è bello e all'ordine come un giovinotto. Vuole mangiare?
-
-— Sì, ma accanto al fuoco.
-
-Fausto andò a mettersi dietro alla poltrona per farla rotolare
-vicino al caminetto; mentre Vittorio sosteneva delicatamente le gambe
-intirizzite dell'infermo.
-
-Quando fu a posto gli collocarono davanti una piccola tavola già
-apparecchiata, e la cuoca recò la minestra.
-
-— Siamo qui anche noi! — gridò la petulante Amelia con la sua voce
-argentina, precipitandosi nella camera.
-
-— Oh! cara Amelia! come sei bella! Più bella del solito, che è tutto
-dire.
-
-Ella era veramente leggiadra nel suo costumino di panno rosso antico,
-guernito in piuma di struzzo grigio chiaro; con la piccola toque
-assortita all'abito, sui capelli biondi.
-
-— Siedi qui accanto a me: mangerò di migliore appetito.
-
-La guardava con tenerezza; le sorrideva. E il vecchio viso consunto si
-rischiarava, e gli occhi stanchi brillavano di nuova luce.
-
-Non era soltanto una bella fanciulla, allegra, la cui vista lo
-consolava: era per lui una dolce immagine della giovinezza; un vivo
-riflesso del bel tempo passato.
-
-— E la nostra sposina?
-
-A passi misurati ma disinvolta e spigliata, Argìa, che era rimasta un
-po' indietro, traversò la camera e salutò affettuosamente il «suo buon
-zio.»
-
-Il prete voleva ch'essa lo chiamasse così, anticipando sull'avvenire.
-
-Era quasi impossibile indovinare il doloroso segreto, vedendola così
-elegante e sicura. Portava un lungo mantello di felpina color lontra,
-che l'allungava e l'assottigliava; e il suo bel viso appariva fresco,
-verginale, di sotto al cappellino «Direttorio» della stoffa e del
-color del mantello. Soltanto il suo sguardo aveva qualcosa di strano:
-scattando di sotto alle lunghe ciglie, contornato dalle occhiaie
-azzurrognole, leggermente affossate, esso aveva un'espressione così
-intensa e addolorata, che lei stessa sentiva il bisogno di velarlo
-abbassando le palpebre appena qualcuno la fissava. Anche quando si ebbe
-levato il mantello, la sua figura si rivelò correttissima nelle pieghe
-sapienti di una polonese riccamente drappeggiata.
-
-— Come sa soffrire! — pensò Fausto che la osservava.
-
-I giovani si assisero formando un circolo intorno al piccolo desco. La
-signora Luisa, ritta in piedi presso all'infermo, continuò a servirlo,
-rompendogli il pane, tagliandogli il lesso in minutissimi pezzi,
-mescendogli da bere, badando che egli non versasse il vino nell'alzare
-il bicchiere con la mano tremolante.
-
-Imbruniva. Il crepuscolo invernale si allargava rapidamente nella vasta
-camera; la fiamma rosseggiava nel caminetto.
-
-— Come fa notte presto!
-
-Entrò il domestico coi candelabri accesi, e accese pure la lampada
-pendente dal soffitto.
-
-— Oh! così mi piace! Ho sempre amato la luce, io, la gran luce. Faccia
-il piacere, Luisa, accenda anche quelle candele laggiù accanto al
-letto. Oh! bello così! L'oscurità mi è sempre parsa il simbolo della
-morte...
-
-— Dicono che in paradiso c'è tanta luce!..
-
-— Birichina!... Dicono, già...
-
-Egli sorrise, poi si rabbuiò improvvisamente.
-
-— Mi dirà se le piace questa frittura, don Paolo; l'ho fatta su una
-ricetta del giornale di mode che mi ha dato la signorina.
-
-— Si occupa di mode lei, Luisa?... È per codesti sacchetti che le
-occorre il giornale?
-
-I giovani proruppero in una risata; la stessa Luisa non potè a meno di
-ridere:
-
-— Ah! don Paolo, come mi canzona!... Leggo i romanzi, non sa?...
-
-— E le ricette di cucina — completò l'Amelia.
-
-— Questo fritto è eccellente davvero; evviva i giornali di mode! E ora
-cosa mi dà?
-
-— Un arrosto di vitello.
-
-— Quel fritto è piaciuto anche al babbo; l'abbiamo fatto l'altro
-giorno. C'era anche il dottor Fausto — la birichina lo chiamava sempre
-così. — Ma lui non si accorge di queste cose... vive d'aria come mia
-sorella.
-
-— E d'amore! — completò l'abate con un piccolo sospiro.
-
-— A proposito del babbo: mi ha detto di fare le sue scuse se non è
-venuto oggi; non ha potuto; verrà questa sera.
-
-— Bravo! Ci bisticceremo.... Ah! Luisa, questo non è buono. È coniglio!
-
-La governante protestò; era vitello del più fine.
-
-Ma don Paolo crollò il capo e respinse il piatto con una sorta di
-orrore.
-
-La governante portò via l'arrosto mal venuto, abituata a questi
-capricci del malato.
-
-— Vuole un _bifstec?_
-
-— No... non voglio più carne. Quel coniglio mi ha disgustato. Dammi il
-dolce.
-
-— Ma, che cos'ha coi conigli, don Paolo? Il signor Fausto ne voleva
-tenere l'anno passato per certi esperimenti, ma non fu possibile...
-
-— Canaglie di medici!... Tormentano anche le bestie!
-
-— È per la scienza, zio...
-
-Il vecchio alzò le spalle.
-
-— Bella scienza, che dopo tante fatiche, tanti tormenti e tante
-pretese, ci lascia invecchiare e morire come prima! Quanto ai conigli
-essi mi rammentano una delle più tristi e forti impressioni della mia
-infanzia.
-
-— Racconti, don Paolo!... Racconti!
-
-— Sono vecchie storie che non possono interessarvi.
-
-— Cattivo don Paolo! Ci mette in curiosità e poi non vuol raccontare! —
-esclamò l'Amelia accostandosi al vecchio con un gesto vezzoso, come una
-gattina che fa le fusa.
-
-— Racconti, don Paolo!
-
-— Racconti, zio!...
-
-Argìa e Fausto si scambiarono un'occhiata. Se ora don Paolo si metteva
-a raccontare, addio passeggiata.
-
-— Ah! ragazzi, voi non sapete... _Nessun maggior dolore che ricordarsi
-del tempo felice nella miseria!_
-
-— Era felice allora, don Paolo?
-
-— Ero un fanciullo, e adesso sono un vecchio. Voi non potete intendere
-questa verità che io vi dico. La sola, grande ventura della vita è la
-gioventù con la salute; la sola, irreparabile infelicità è la vecchiaia
-co' suoi malanni.
-
-— Eppure vi sono tanti giovani infelicissimi.
-
-— Efflorescenze, caldane!... Io darei vent'anni di vecchiaia felice per
-un solo mese delle vostre grandi infelicità!
-
-— Ah! don Paolo — esclamò la governante — Si vede bene che lei è stato
-un uomo fortunato. Io ho quarant'anni; ma preferirei averne tutto di un
-colpo sessanta, piuttosto che tornare indietro ai miei venti.
-
-Il prete la guardò stupito; poi, volgendo ai giovani una delle sue
-occhiate maliziose di vecchio impenitente, mormorò a mezza voce:
-
-— Povera figliuola, capisco!
-
-Ma i giovani non sorrisero. La sola Amelia strinse il bocchino, poi
-tornò a insistere sui conigli. Non che lei fosse curiosa di quelle
-vecchie storie; ma le piaceva di far dispetto ai due fidanzati che
-indovinava impazienti. Don Paolo cominciò:
-
-— Avrò avuto circa otto anni; mio fratello cinque o sei. Avevamo un
-precettore, certo don Bortolo, un buon diavolo di pretonzolo ignorante,
-assai bell'uomo se ben ricordo, robustissimo: nato certo per tutt'altra
-professione. Più che maestro, don Bortolo era un compagno dei nostri
-giuochi; meglio che in biblioteca si passava il tempo in corte o in
-giardino; fra noi tre, e due conigli che un amico del babbo ci aveva
-regalati, ci si divertiva un mondo. Più d'una volta don Bortolo era
-sgridato per colpa nostra. In compenso noi lo si amava quasi quanto
-Nino e Bianchetto, i due bei conigli. Bianchetto era candido e portava
-al collo un nastrino celeste che mi aveva regalato la mamma: Nino aveva
-le orecchiette nere e portava un nastro rosso. Il nostro primo pensiero
-la mattina appena alzati, era di correre in corte a trovare i conigli
-che ci venivano incontro come due cagnolini.
-
-«Una mattina — credete, mi pare adesso — la mamma disse che non si
-doveva andare in corte, che faceva freddo. Allora io domandai che Nino
-e Bianchetto fossero portati in cucina. La mamma si allontanò senza
-rispondere, e la cuoca si mise a ridere sgangheratamente. — Andiamo
-a dirlo a don Bortolo — mormorò Carlo che è sempre stato più furbo
-di me. Tutti e due ci avviammo alla camera del precettore che era
-quella dove dorme Vittorio. Eravamo certi che Bortolo avrebbe trovato
-il modo di accontentarci. Ma si era appena salite le due prime scale,
-allorchè i nostri occhi stupiti, enormemente spalancati, rimasero in
-contemplazione di una cosa orrenda, incredibile, che ci appariva sulla
-terrazza al di là del finestrone. Erano — o almeno parevano — i corpi
-di Nino e Bianchetto appesi per le zampine alla corda del bucato. Le
-testine piatte penzolavano nel vuoto, con le orecchiette floscie.
-
-«Carlino cacciò un urlo, io sentii come un rivoltolone nelle mie
-viscere; mi parve di cadere, vacillai; poi ad un tratto, preso da un
-impeto che centuplicava le mie forze, traversai l'andito in due salti
-e mi trovai sulla terrazza. Carlino che si era attaccato ai miei abiti,
-inciampò, cadde e si rialzò senza lamentarsi, ammutolito nel terrore.
-
-«Non vi so dire, sebbene io lo senta ancora, quello che provai quando
-vidi le due pelli dalla parte interna, con le tracce del sangue
-rappreso, la testina vuota, le zampette sparate; mi si oscurò la vista,
-sentii un gran freddo nella schiena, e rimasi intontito. Ma nel mio
-cervello era un subbuglio di idee confuse. Nino e Bianchetto ridotti in
-quello stato... Perchè? Come?...
-
-«Li avevano ammazzati.... come la cuoca faceva coi polli... Per questo
-rideva la cuoca!... Erano morti... Non li avrei riveduti mai più...
-Mai più avrebbero giuocato con noi... mai più... mai più!... E il
-terribile enigma della morte in cui il mio pensiero infantile non si
-poteva fissare, paralizzava il mio spirito inconscio con le sue truci
-immagini. Le impressioni sono in noi e la loro intensità è raramente
-subordinata all'importanza della causa. Per me fanciullo, quella fu una
-impressione di prima forza, ed ebbe influenza su tutta la mia vita. La
-sento ancora. Quando ho visto morire mio padre, quella prima immagine
-tragica si riaffacciò alla mia memoria; capii che fino da quel momento
-avevo avuto la percezione dell'immane tragedia, che sempre ci sta sopra
-e a cui nessuno sfugge.
-
-— Nervi delicati, sensibilità squisita e precoce: malattia di famiglia
-— osservò Fausto con un sorriso.
-
-— E chi aveva ammazzato Nino e Bianchetto? Quell'ipocrita di don
-Bortolo, scommetto!
-
-— Proprio lui. Irritato perchè gli mangiavano certi legumi ch'egli
-aveva piantato in un angolo del giardino! Quando noi lo si seppe, fu
-uno scoppio di collera e di indignazione. Lui, don Bortolo?! Uno che
-diceva di volerci bene, che giuocava con noi, che faceva le carezze
-alle due bestiole come le faceva a noi!... Le nostre anime candide non
-potevano concepire tanta crudeltà. E con la fiera logica infantile, ci
-si diceva che don Bortolo avrebbe potuto ammazzarci noi pure. Appena
-lo vedevo, fuggivo trascinandomi dietro Carlino, pazzo di terrore e di
-odio. Naturalmente egli dovette andarsene dalla nostra casa. Mi ricordo
-che piangeva, e mi fece un certo senso. Ma quando si accostò per
-baciarmi, voltai la faccia. L'orrore che egli m'ispirava soverchiava
-ogni altro sentimento.
-
-Il narratore si arrestò improvvisamente: era stanchissimo e la sua voce
-aveva un suono così fioco e debole che appena si sentiva.
-
-Dopo alcuni istanti riprese:
-
-— Ho parlato troppo, ragazzi, non voglio farmi sgridare dalla «Facoltà»
-che mi troverà spossato!... Perciò andatevene; approfittate della mia
-discrezione. Io tornerò a letto.
-
-— Noi accompagneremo le signorine in casa Donati, poi verremo a pranzo;
-vero Luisa che abbiamo il tempo?
-
-— Ricordatevi del povero vecchio; è un'opera di carità visitare gli
-infermi.
-
-Le ragazze protestarono gentilmente: era un piacere per loro...
-
-Poi gli strinsero la mano e chinarono le giovani teste, che egli
-benedisse col suo gesto famigliare e paterno.
-
-
-
-
-V.
-
-
-L'aria umida e nebbiosa diacciava il viso.
-
-— Camminiamo lesti — disse l'Amelia allo zoppino che le si era messo al
-fianco.
-
-— Si va in piazza Castello?
-
-— Sì.
-
-Entrarono nel Corso Vittorio Emanuele, la strada principale della
-città. Qui la luce era un poco più viva in grazia dei negozi. Gruppi di
-studenti fermi sui marciapiedi chiacchierottavano, guardando le poche
-donnine passanti per caso. Altri scendevano il corso cantarellando, per
-recarsi al solito caffè o alla solita osteria, dove li aspettavano i
-soliti compagni e la inevitabile partita alle carte.
-
-Fausto e Vittorio scambiarono alcuni saluti.
-
-Le due coppie camminavano in una sola fila: le due ragazze in mezzo, i
-due giovani, uno per parte.
-
-Andarono così, quasi senza parlare, fino in fondo al Corso.
-
-Quando giunsero in piazza Castello, Amelia e Vittorio cominciarono
-a discutere sul monumento a Garibaldi che Amelia difendeva sempre
-contro gli scherzi satirici del futuro avvocato; non perchè a lei
-importasse qualche cosa del monumento, ma per il semplice gusto della
-contraddizione.
-
-Disputando affrettarono il passo e si staccarono dai compagni.
-
-Argìa e Fausto continuarono a camminare lentamente uno accanto
-all'altra. Tacevano.
-
-— Vuoi il mio braccio?
-
-Ella si appoggiò senza rispondere.
-
-— Hai freddo?
-
-— No...
-
-— Tremi...
-
-— Anche tu...
-
-Tacquero nuovamente.
-
-Lenta, grigia, fumante, la nebbia saliva dalle acque, scendeva dalle
-nubi, impadronendosi dello spazio. Tutte le cose ne erano avviluppate.
-
-I contorni svanivano. La piazza appariva più vasta; le case più
-lontane. Un rivenditore di castagne passava come un'ombra gridando
-la sua merce. Le fiammelle del gas prendevano toni rossastri, senza
-splendore.
-
-Il vecchio castello, trasformato in caserma, pareva una enorme massa
-nera coperta di fumo denso; e in mezzo al fumo guizzavano di tratto in
-tratto languidi lumicini, come le prime scintille di un incendio che
-cova.
-
-Una tromba squillò, rimbombando nello spazio.
-
-Argìa e Fausto sedettero un momento su una panchina; ma presto si
-rimisero a camminare.
-
-La passeggiata dello stradone che essi ricordavano così animata, era
-deserta. I grandi candelabri centrali non si accendevano più; ogni
-cosa entrava nell'abbandono invernale, che rende così tristi i luoghi
-destinati alla ricreazione estiva.
-
-Si sentiva da lontano un tram che arrivava e le campanelle attaccate al
-collo dei cavalli tintinnavano malinconicamente.
-
-Davanti al ricovero «Pio Albergo Pertusati,» Vittorio si fermò per
-interrogare Fausto sullo stato di un certo giovane che aveva subita una
-terribile operazione sotto il professore Pisani.
-
-— È in grave pericolo...
-
-— Il babbo spera ancora!
-
-A poco a poco Vittorio e Amelia, spinti dal freddo ripresero il passo
-affrettato e si allontanarono.
-
-— Dunque, Fausto? Hai pensato alla mia partenza? — domandò Argìa.
-
-Egli ebbe un soprassalto e strinse violentemente il braccio che
-s'appoggiava al suo.
-
-— Non posso pensarvi.
-
-— E allora?...
-
-— Non so!...
-
-Ricaddero nel loro silenzio affannoso, oppressi da una invincibile
-agitazione.
-
-Finalmente Argìa mormorò:
-
-— Non mi resta dunque che il suicidio... O lasciarmi ammazzare dal
-babbo appena saprà... È orribile!
-
-— Consolati... Moriremo insieme, io ti farò coraggio...
-
-Sentendosi vacillare, Argìa si appoggiò con più forza. Fausto si fermò,
-le cinse la vita col braccio destro, poi con l'altro le accerchiò le
-spalle e se la strinse al petto in un impeto disperato.
-
-— Ti amo! — singhiozzò — Ti amo tanto!...
-
-— Io non voglio che tu muoia!
-
-— Morire con te è ormai la sola felicità a cui aspiro!...
-
-Rimasero un momento così, stretti, nella suprema dolcezza, come rapiti.
-
-Lo stradone era completamente deserto. In alto, sul bastione, Amelia e
-Vittorio ridevano, e le loro voci giovani, cristalline, si allargavano
-nel silenzio della notte.
-
-— Oh! Fausto! Fausto! tu non devi morire! Io sola, se mai, io sola!
-
-Egli sospirò profondamente, mentre le sue labbra si piegavano a un
-amaro sorriso.
-
-— Bambina!... Io solo, «se mai», come tu dici. Poichè tu troveresti
-ancora una ragione alla vita nell'amore della tua creatura... A me
-invece non resta più nulla, nulla! Dammi ancora un bacio!
-
-Un rumore di passi li fece riscuotere.
-
-— Andiamo più in su; saremo più tranquilli.
-
-Cominciarono lentamente la salita del bastione, lei ansando un poco
-nel busto troppo serrato, provando un senso penoso di vergogna tutte
-le volte che il suo compagno era costretto a fermarsi un istante per
-lasciarla rifiatare.
-
-— Dove sono loro?
-
-— Camminano in là, sull'erba del contrafforte; li ritroveremo poi. Ci
-aspetteranno come le altre volte, sull'ultimo spalto. Siediti qui un
-momento, sei troppo stanca.
-
-Sedettero sul parapetto.
-
-Il bastione andava giù a picco, in un praticello acquitrinoso, solcato
-da un rigagnolo e contornato da una roggia, che formava una cascatella
-il cui rumore saliva dolcemente. Di tratto in tratto una locomotiva
-lanciava un sibilo dalla vicina stazione sepolta nella nebbia.
-
-Si provavano le macchine. Un treno partiva o arrivava.
-
-— Partire! — mormorò Argìa sospirando. — Andare lontano lontano. Vivere
-ignoti...
-
-Fausto si scosse e crollò il capo.
-
-— Si sarebbe sempre noi due!
-
-— Vuoi dire che non si dimenticherebbe mai! — esclamò la fanciulla dopo
-un istante di riflessione. — Questo lo so anch'io; te l'ho già scritto.
-
-— Un amore come il mio non dimentica nulla. Tu mi hai ben compreso.
-
-— Quello che io non comprendo — riprese Argìa con la voce velata dalla
-commozione — quello che non so spiegarmi è che tu voglia protrarre
-questo stato d'incertezza, questa commedia inutile. Perchè non ti
-stacchi da me? Perchè non mi abbandoni al destino mio?
-
-— Perchè non posso. Non capisci? Non posso. Ti amo più che mai; e
-tu sei persa per me! persa irreparabilmente. Non posso rassegnarmi a
-questa perdita. Come vedi è una cosa semplicissima. Non posso amare
-la vita senza di te, e nemmeno sopportarla. Per questo ho risoluto di
-morire. Non è un sacrificio che ti faccio: è piuttosto una grazia che
-ti domando: lasciami morire con te.
-
-— Oh! Fausto! tu vuoi morire!
-
-— Sì. Senti: se potessi vivere senza di te, se potessi dimenticarti, ti
-abbandonerei, come dici tu, al tuo destino; poichè, in fondo, ti odio!
-Ma l'amore unito all'odio diventa più forte, più tenace.
-
-«Non sapevi questo eh,?... Neppure io! Adesso lo so. Ti odio perchè
-sei stata di un altro e perchè non sei quella che io credevo: non
-sei la mia fanciulla. Dopo l'ultima lettera che mi hai scritto ho
-capito anche meglio quanto ti amo e quanto ti odio. Io, con te, sarei
-sempre infelice; anche se per una grazia impossibile della sorte
-potessi dimenticare il maledetto fatto. Anche se potessi cancellarlo:
-fare che non sia successo. Sarei infelice perchè tu hai pensieri,
-sentimenti, istinti, che mi ripugnano in una donna; che stimo contrari
-alla felicità famigliare, quale io l'ho sognata. Sei giovine e non ti
-conosci abbastanza. Ma io ti ho compresa meglio, io so come saresti e
-cosa penseresti da qui a dieci anni. Tutta contraria a me saresti: mi
-giudicheresti con la tua intelligenza e mi troveresti illogico, poco
-generoso. Cesseresti di amarmi, ne sono certo. Per questo voglio che tu
-muoia con me, adesso che mi ami.»
-
-— Ah! dunque non sei più tu che vuoi morire con me; bensì io che devo
-morire con te? È strano!
-
-— È strano apparentemente soltanto. È logico se pensi che io morirei in
-tutte le maniere. È una cosa così: una cosa irrimediabile. Dacchè ti ho
-penetrata, dacchè ti condanno, tu mi affascini, come non mi avevi mai
-affascinato; e sento di amarti come non t'avevo amata mai, neppure in
-sogno.
-
-Egli parlava a voce bassa, con una intonazione dolce e molle come se
-avesse dette le cose più semplici e naturali. Una blanda esaltazione
-s'era impadronita del suo pensiero. E Argìa si lasciava penetrare a
-poco a poco, e si lasciava vincere da quella sottile ebbrezza. La testa
-appoggiata sulla spalla di lui, le palme abbandonate, essa lo ascoltava
-chetamente. Quella voce soave la cullava; quelle parole appassionate la
-trasportavano fuori del mondo.
-
-Dopo un silenzio che durò alcuni istanti, Fausto riprese:
-
-— Questo stato dell'anima mia è incomprensibile a me stesso. Non
-saprei scrutarne la natura. Le cause mi sfuggono. Davanti a certi
-misteri dell'anima e del sentimento siamo tutti ignoranti. La scienza
-dà una formula, come la fede un dogma. Il fenomeno resta inesplicato
-e il mistero ci deride. La sola cosa che io so è che l'amor mio,
-quest'amore nuovo che mi lega a te, è di sua natura indistruttibile;
-ma so pure che mi deve distruggere. E il perchè di tale distruzione
-lo intravedo. Ci dev'essere troppo distacco, troppa disarmonia fra
-quest'amore e la mia indole, fra le idee a cui quest'amore si collega
-e le idee e gl'istinti che la tradizione e l'eredità mi hanno dato.
-Le idee vecchie e i sentimenti ereditati vivono in me di una vita
-troppo tenace. Una volta credei di averli domati con la scienza. Ma la
-scienza non è che un'astrazione superba senza l'esperienza della vita.
-Davanti alla scienza, gli astuti finsero di cedere, e si accovacciarono
-nella parte più intima del mio essere. Adesso che si tratta di una
-vera battaglia sanguinosa, li ritrovo più forti, più implacabili e
-baldanzosi. Perchè io potessi vivere, bisognerebbe sradicare le vecchie
-idee dal mio cervello e strappare dal mio cuore i vecchi sentimenti:
-oppure, strappare questo amore, come si strappa una escrescenza
-pericolosa e deforme. Una operazione chirurgica come tante altre! Ma
-vi sono operazioni apparentemente facili, alle quali certi individui
-apparentemente robusti non possono resistere. Un'altra cosa questa, che
-la scienza non mi spiega!
-
-Egli ebbe un riso strano e tacque un istante, come sorpreso dalle
-immagini indeterminate, tumultuose che si affollavano nel suo cervello.
-
-A poco a poco la sua fronte eretta incontro alla brezza fredda, si
-chinò; e le sue labbra cercarono le labbra della fanciulla.
-
-— Oh! i tuoi baci!... i tuoi baci!... Se si potesse baciarsi sempre e
-non pensare mai!...
-
-«Del resto tu hai intuito il mio stato scrivendomi che una felicità
-inferiore a quella che avremmo avuta — o immaginata — senza la tua
-disgrazia... ti sarebbe intollerabile. Soltanto, la parola «inferiore»
-non dipinge la situazione: non dice quello che io sento. La gioia
-che provo quando ti stringo fra le mie braccia è suprema gioia,
-insuperabile ebbrezza. Non vi può essere felicità maggiore. Ma questa
-felicità è avvelenata da un dolore senza nome e senza misura. È uno
-stato difficile a intendersi, più difficile a spiegarsi, lo stato
-dell'anima mia ammalata. Sento nel medesimo tempo tutta la soavità di
-un amore immenso e tutta l'amarezza dell'odio divoratore. Una vita così
-— tu l'hai compreso — non è possibile sopportarla: nessuno la potrebbe
-vivere. Ma per morire insieme non si potrebbe immaginare nulla di più
-inebbriante. La nostra morte sarà deliziosa!
-
-— Oh! sì! — mormorò Argìa, stringendosi sempre più fortemente al petto
-di lui.
-
-— Sì, t'intendo!
-
-E dopo un istante di silenzio, con nuovo impeto mormorò:
-
-— T'intendo, sì!.. Guarda l'acqua laggiù come c'invita!... Senti
-come ci chiama teneramente! Lasciamoci cadere laggiù, da questa
-altezza. Moriremo subito. E non si potrà mai sapere se siamo caduti
-per imprudenza, o se abbiamo voluto morire. Il primo caso sembrerà
-più probabile. Stretti in un amplesso, i nostri cuori cesseranno
-di palpitare nel medesimo istante e le nostre anime si involeranno
-insieme...
-
-Fausto la interruppe, crollò il capo e si alzò.
-
-— No, Argìa, no!... Alzati! andiamo! Non voglio cedere alla tua
-vertigine. Non così, non così... Tu non hai capito. La nostra morte
-deve essere una festa, un tripudio. E poi, i nostri corpi devono
-rimanere nascosti, il più che si può... M'intendi? La mia gelosia
-sorpassa la morte.
-
-Tornò a stringerla ed a baciarla quasi in delirio.
-
-— Io vorrei morire subito — mormorò la fanciulla. — La morte è incerta
-come la vita!... Forse un istante simile non ritornerà mai più. Moriamo
-subito, Fausto!
-
-Curva sull'abisso nero, ella fissava il vuoto con gli occhi intenti,
-ascoltando la cascatella che ridacchiava in fondo al muraglione.
-
-Si sentiva attirata da un fascino misterioso.
-
-Ma Fausto la strappò via.
-
-— Vieni, Argìa, vieni! Più bella deve essere la nostra fine, più
-poetica. Vieni!
-
-Le circondò la vita col braccio robusto e trascinandola, quasi
-portandola, s'allontanò rapidamente per fuggire quella tentazione,
-il cuore palpitante di un gaudio nuovo, la fantasia abbagliata da una
-visione luminosa di amore eterno, infinito.
-
-
-
-
-VI.
-
-
-In città, i Pisani abitavano, sul Corso Cavour, il migliore
-appartamento di un vecchio palazzo posto di fronte alla casa di Don
-Paolo Giudici. Esteriormente, il palazzo conservava tutto il carattere
-vetusto, sebbene l'interno avesse subito varie trasformazioni per
-servire agli usi moderni. Rimaneva sempre un'abitazione incomoda, mal
-distribuita per i bisogni di una famiglia borghese. In compenso, i muri
-grossi, i soffitti a vôlta la rendevano fresca l'estate, e non troppo
-fredda nell'inverno. E poi, il professore si compiaceva di quegli ampi
-locali, di quella vecchia magnificenza un poco sbiadita e maltrattata,
-ma pur sempre imponente. La sua figura soldatesca si addossava bene a
-quei camini di marmo colossali: s'incorniciava pittorescamente nelle
-inquadrature delle porte e delle finestre; e poteva muoversi con tutta
-la libertà di cui abbisognava, in quei larghi spazi che nessuna mobilia
-riesciva a ingombrare.
-
-Un salone, tagliato in due sensi, aveva dato le camere per le ragazze
-e una bella galleria. Esse stavano di solito qui a lavorare, come due
-antiche dame, nel vano delle grandi finestre; e lo spessore del muro
-consentiva a ciascuna una sorta d'isolamento e di autonomia.
-
-Amelia, preoccupata di vedere nella strada, quando girava la testa
-per rompere la noia mentre stava cucendo o ricamando, aveva messo un
-rialzo sotto alla sua sedia. Non bastando questo, vi posava sopra un
-guanciale, come le signore fanno nei loro palchetti in teatro. Ed era
-veramente come in un palchetto, poichè non uno studente passava di là
-senza levar la testa per salutare la bionda del Pisani.
-
-Seduta molto più in basso, Argìa rimaneva invisibile alla gente della
-strada, e non vedeva, lei stessa, altro che il cielo e la casa di
-fronte. Le bastava.
-
-Negli anni addietro, allorchè il suo amore per Fausto viveva di sole
-occhiate, ella era felice di mettersi là ad aspettare ch'egli si
-affacciasse e le desse il buon giorno con un sorriso, prima di uscire
-per recarsi alla scuola. Tutta la giornata le pareva bella, se aveva
-avuto quel sorriso.
-
-Adesso ella pensava con disperazione a quei tempi lontani e innocenti.
-
-Era sola. Amelia non sarebbe ritornata dalla Magistrale fino alle tre.
-Poi si sarebbe chiusa in camera per studiare le sue lezioni e fare i
-còmpiti.
-
-Argìa trovava un sollievo nell'assenza della sorella. Sola così poteva
-pensare liberamente alle cose che Fausto le aveva dette alcune sere
-prima.
-
-Quale trasformazione di tutto il suo essere, dopo quel colloquio!
-
-Fin da quando era ritornato da Mantova, ella sapeva che Fausto l'amava
-di un amore eccezionale; ma non avrebbe creduto ch'egli l'amasse al
-punto di morire con lei. Questo le pareva troppo.
-
-Eppure era vero. Egli l'amava così; l'amava disperatamente: non voleva
-che lei; la vita senza di lei, gli pareva odiosa. E non potendo vivere
-con lei, felice, voleva portarla con sè nella morte.
-
-Dire che don Paolo aveva tanto paura della morte, e loro niente!...
-
-Socchiuse gli occhi: rivedeva tutta la scena del bastione, le grandi
-linee indeterminate, la nebbia, i lumi arrossati; sentiva l'acqua
-gorgogliare laggiù in fondo al muraglione.
-
-E il ricordo di un bacio la faceva riscuotere. Egli non l'aveva mai
-baciata così.
-
-Si rammaricava soltanto di non poter vivere un po' dippiù con lui in
-quei giorni. Pensare che erano gli ultimi! Pensare che avevano le ore
-contate e non erano quasi mai soli!
-
-Aveva tante cose a dirgli; ma davanti alla gente non le riusciva di
-parlare.
-
-E neppure a lui. Così ammutolivano tutti e due, e Amelia li trovava
-noiosi.
-
-Quel giorno se avesse potuto parlargli, gli avrebbe detto una cosa
-che le stava molto a cuore. Egli si era ingannato giudicandola una
-inconscia ribelle. Lei stessa si era ingannata in certi momenti. Non
-era vero. Lei non era ribelle. Se egli l'avesse presa e l'avesse amata
-sempre così, avrebbe potuto modellarla come un pezzo di creta.
-
-Le sarebbe piaciuto tanto obbedirgli in tutto... non avere alcuna
-volontà propria... non essere nulla altro che una parte di lui! Questo
-pensiero dell'annientamento di sè nell'uomo amato, le faceva provare
-una tenerezza infinita. Vi si compiaceva; lo raffinava con molta
-delicatezza.
-
-Appunto perchè, in realtà, questa era una cosa contraria alla sua
-natura, ella vi s'infervorava; per quel bisogno che gli spiriti ardenti
-hanno di tutto sacrificare all'oggetto o al pensiero che li esalta. E
-le pareva che soltanto per questo rimpiangeva la vita. Come sarebbe
-stato sorpreso Fausto di trovarla così mite, così sottomessa; e di
-quale dolce sorpresa!... Mah! inutile pensarci. Dovevano morire.
-
-Ebbene, avrebbe concentrato tutto il suo amore, tutto il suo entusiasmo
-in quel momento supremo.
-
-Del resto, lei non aveva alcun rimpianto per sè. Che cosa avrebbe
-rimpianto? La morte era la sua salvezza. La morte le dava tutto. Si
-sarebbe addormentata nelle braccia del suo Fausto, sapendo che era per
-sempre; che quel dolce sonno non doveva avere risvegli, nè pentimenti.
-
-Gettò il lavoro. Si alzò e andò nella sua camera.
-
-Fausto le aveva dato un romanzo russo bellissimo, nel quale si parlava
-molto della morte. Voleva leggerlo: ma non poteva fermarsi sui pensieri
-dell'autore, trascinata siccome era dai pensieri propri.
-
-E questi pensieri diventavano più tristi, più foschi. Vi era un punto
-nero che si allargava a poco a poco opprimendola come un incubo;
-distruggendo la sua gioia trascendentale.
-
-Quel punto nero era un rimorso. Sì, ella scopriva nell'anima sua un
-rimorso nuovo, insoffribile.
-
-Perchè non gli aveva detto tutto? Perchè non s'era confidata a lui?
-L'aveva tanto pregata!... E poi non voleva passare per ribelle?
-Pretendeva di identificarsi con lui?!...
-
-Ah! non poteva, no, non poteva!
-
-Era inutile: non sapeva sacrificarsi.
-
-Poteva morire, non cedere la sua orgogliosa personalità.
-
-Eppure, no! non era orgoglio, nè ribellione. Lei avrebbe voluto. Le
-faceva tanto male di vederlo in collera il suo Fausto: peggio che mai,
-addolorato.
-
-Ma era una cosa impossibile quella narrazione. Tutta la sua femminilità
-si rivoltava.
-
-Come doveva fare, soltanto a dargli un'idea delle cose passate e dello
-stato dell'anima sua, delle battaglie segrete, delle indefinibili
-aspirazioni, e di quella completa atonia della sua volontà?...
-
-Avrebbe raccontati i fatti brutalmente, e Fausto non avrebbe capito
-nulla, oppure avrebbe capito qualche cosa di mostruoso.
-
-No!... Non poteva.
-
-Ma anche se avesse raccontato tutto; se avesse raccontato bene: poteva
-egli credere?...
-
-Non erano incredibili i fatti ch'ella doveva narrare?
-
-Non ne dubitava lei stessa qualche volta?... Non giungeva fino ad
-accusarsi, a darsi tutta la colpa, per la rabbia di non capire?...
-
-Nessuno poteva crederle!...
-
-Fausto avrebbe pensato che lei mentiva meschinamente; o almeno che si
-scusava, che cercava di attenuare la propria responsabilità. E questo,
-questo era l'intollerabile per lei; questo le chiudeva la bocca: essere
-creduta così vile!...
-
-Eppure... vi era nella scienza moderna qualche cosa che poteva
-confermare le sue parole. Ne aveva sentito parlare.
-
-Sì. Ma, nel caso concreto, chi ci credeva veramente?...
-
-Appunto a lei doveva essere toccato?.. Che!...
-
-Si ammette la possibilità, ma il fatto lo si discute, quando si tratta
-di cose così strane.
-
-La scienza dubita nella mancanza di prove; l'inganno essendo tanto
-facile!
-
-Lei stessa che cosa ne sapeva?...
-
-Se Fausto avesse voluto convincerla con argomenti scientifici, che
-lei era molto più colpevole di quello che pensava: che la parte sua di
-consapevolezza e di condiscendenza era molto maggiore; lei, che cosa
-avrebbe risposto?... Come si sarebbe difesa?...
-
-Ahimè! Avrebbe chinato la fronte, umiliata, vinta.
-
-La sua sventura era completa.
-
-Un fiotto di lagrime le oscurò la vista. Si appoggiò al letto
-sopraffatta. Tutto il suo corpo tremava, scosso dai singhiozzi.
-
-Ah! come era debole!...
-
-L'ebbrezza cerebrale che Fausto aveva trasfuso in lei l'abbandonava
-così; ed ella cadeva, da quella vertiginosa altezza nel più profondo
-scoramento.
-
-Ma no, no, non voleva essere tanto debole: era una vergogna.
-
-Lasciarsi abbattere voleva dire mancare alla promessa che aveva fatta a
-Fausto: voleva dire deluderlo ancora.
-
-Doveva deluderlo in tutto?... Era dunque proprio vero che lei non
-poteva essere la vera compagna dell'uomo che amava?
-
-Perchè si amavano tanto se così era?...
-
-Fausto diceva che si amavano appunto per quello; che le loro indoli
-così diverse e nel medesimo tempo così affini anelavano a quella
-conflagrazione per trasformarsi o distruggersi.
-
-Ma questo la opprimeva, lei.
-
-Inconsciamente sentiva che Fausto aveva la parte bella, mentre a lei
-rimaneva la parte odiosa. Lui, dotato di un forte ingegno, buono,
-amato, ricco e... senza colpe — sì, senza colpe lui, poichè seppure
-ne aveva assai più di lei, in lui non contavano!... lui si sacrificava
-per lei... dava la vita utile e bella, per una ragazza caduta che non
-poteva più vivere onestamente nella società... Era lei che l'uccideva.
-Per lei usciva dal mondo quella intelligenza elevata, quel cuore
-nobile, che avrebbe fatto tanto bene all'umanità!
-
-Lui era il generoso; e poteva esaltarsi e inebbriarsi della sua propria
-generosità, dimenticando le cose positive! Era naturale!
-
-Ma lei?
-
-Ah! lei non faceva che il male perfino morendo! E lo sentiva e ne
-era schiacciata, perchè lei non aveva alcuna illusione generosa per
-consolarsi. Da parte di lei, la gioia, l'esaltamento, non potevano
-essere che egoismo.
-
-E la sua anima femminile, educata al sacrificio, predisposta al
-sacrificio dall'eredità atavista di tanti milioni di donne: la sua
-povera anima soffriva acutamente di quello spostamento di parti.
-
-Nè gl'istinti ribelli, che pure erano in lei così manifesti, bastavano
-a farle accettare tale situazione.
-
-Al pari di tutte le donne di cuore, ella era ribelle soltanto di fronte
-alla ingiustizia, alla crudeltà e alla prepotenza del maschio e delle
-leggi sociali che fanno a lui la parte del leone.
-
-Di fronte all'amore, e al sentimento generoso dell'uomo amato, ella era
-trascinata da una forza ineluttabile ad immolarsi completamente, felice
-di essere schiava, gelosa della sua destinazione al sacrificio, come di
-un tesoro dovuto a lei sola.
-
-Ritornò al suo posto nella galleria; riprese il lavoro.
-
-Voleva dominarsi; non voleva uscire dal ciclo di pensieri che Fausto
-le aveva suggeriti. Era anche questa una specie di dedizione della
-sua volontà; un rinunciamento: il solo sacrificio concessole; e vi si
-aggrappava.
-
-Ma invano ella voleva limitare lo spazio alla sua fantasia, e mantenere
-il suo dolore nella via tracciata.
-
-Involontariamente ritornava sul passato, su quel passato doloroso e
-incredibile, che non poteva raccontare.
-
-Gli avvenimenti si svolgevano nella sua memoria, come erano succeduti
-realmente quattro mesi prima; e, forse per la millesima volta, ella si
-sforzava ad analizzarli, a scrutarli, a comprenderli.
-
-
-
-
-VII.
-
-
-Era nel principio di quella ultima estate. I giorni passavano, le
-settimane, i mesi, e Fausto non ritornava più da Mantova, dalle
-vacanze di Pasqua in poi. Vittorio badava a dire che donna Evangelina,
-indisposta, voleva il figliuolo presso di sè.
-
-Ma la voce pubblica diceva ch'egli interrompesse gli studi, perchè sua
-madre, sempre avversa alla medicina — scienza atea — non voleva avere
-un figliuolo medico; e perchè egli sposava la contessina d'Arco.
-
-Per molto tempo, Argìa non aveva prestato fede a tale voce.
-
-Prima di partire, stringendole le mani, Fausto le aveva detto: «A
-rivederci Argìa.» Nient'altro. Ma con tale accento, con tale sguardo da
-valere un giuramento.
-
-Ah! perchè non l'avevano lasciata nella sua fede?
-
-Perchè avevano voluto strapparle quel conforto?
-
-Di tutto avevano fatto per convincerla dell'abbandono di Lamberti: come
-se tutto il male della vita consistesse nel nutrire una vana illusione;
-e non fosse peggio, mille volte peggio non averne più nessuna.
-
-Suo padre che aveva fatto conto su quel matrimonio, era furente contro
-i Lamberti, e perfino contro don Paolo.
-
-A volte pareva abbattuto, lui che nulla abbatteva. Era il primo
-schiaffo della sorte, e lo sentiva.
-
-Un giorno, un amico venuto da Mantova disse che il matrimonio
-Lamberti-D'Arco era fissato: si vedevano i due giovani andare fuori
-insieme: si aspettavano le pubblicazioni che dovevano essere prossime.
-
-Allora, come un ragazzo che ha bisogno di sfogarsi, il professore aveva
-preso Argìa a parte, e fatto un appello al coraggio, alla saggezza,
-all'orgoglio di lei — il solito appello che si fa quando si sta per
-ferire a morte una povera creatura, con una notizia perversa — egli
-le narrava tutto quello che aveva sentito, aggravandolo col proprio
-furore, dando carattere di verità alla semplice diceria.
-
-Assalita a quel modo, dopo tanto che soffriva nelle incertezze,
-la fanciulla si sentì mancare; cercò però di nascondere quello che
-provava.
-
-Chiamò a soccorso tutto il suo coraggio, tutto il suo orgoglio, e —
-pallida come la morte, ma con apparente calma — rispose che per lei era
-lo stesso: Fausto non le aveva fatta alcuna promessa!
-
-Il padre la baciò e la lodò molto di quella fermezza.
-
-Ma non bastava che fosse calma e coraggiosa: egli la voleva allegra e
-felice.
-
-E si mise a darle dei consigli pratici, intramezzati da ripigli di
-collera che lo spingevano a nuove sfuriate contro il Lamberti.
-
-Doveva divertirsi. Egli avrebbe fatto di tutto per trovarle un
-altro partito egualmente vantaggioso. Doveva assecondarlo. Bisognava
-fargliela vedere a quei borghesacci quattrinai, pieni di boria, che
-non volevano la figliuola di un povero professore; bisognava fargliela
-vedere a quei tirchi!...
-
-La fanciulla, che si sentiva morire, e non vedeva l'ora di essere sola
-nella sua cameretta, ascoltava in silenzio e rispondeva macchinalmente
-qualche monosillabo.
-
-Ma il professore non voleva lasciarla sola: sapeva che avrebbe pianto,
-che si sarebbe intenerita; ed egli temeva quelle lagrime, quei ritorni
-dell'affetto che soffocano l'orgoglio.
-
-Per distrarla la condusse a Milano; le fece conoscere molte persone.
-Ritornando a Pavia, continuò nel proposito di farla divertire a
-qualunque costo.
-
-Lei restava malinconica, fredda, indifferente a tutto. Non basta: stava
-anche male. Allora il professore pensò di mandarla in campagna. L'aria
-dei campi l'avrebbe rinvigorita. Fu dunque deciso che Argìa avrebbe
-passato qualche mese in villa con la cugina Carmela e Bice Chiari.
-Altre amiche erano invitate a passare alcuni giorni.
-
-Il professore si recava a trovarla due volte la settimana, conducendo
-seco l'Amelia, i suoi studenti prediletti e altri amici. In tali
-occasioni si ballava, si faceva musica.
-
-Argìa aveva sempre amato il ballo e la musica con passione. Anche
-triste, anche affranta, quando la musica penetrava nei suoi nervi, ella
-si lasciava trascinare nel vortice di un valzer e volontariamente si
-stordiva. Non per questo dimenticava i suoi tormenti, nè cessava di
-soffrire; ma era una sofferenza diversa, più acuta e nel medesimo tempo
-quasi dolce, con una sensazione di ebbrezza nella disperazione.
-
-Non durava però quello stato. Poco dopo, cessata la musica, ella
-ricadeva in un abbattimento più profondo e più cupo. Allora il
-professore s'inquietava. Venivano le ammonizioni.
-
-Se faceva così era inutile! Aveva perduto già due partiti: due uomini
-molto agiati, non tanto giovani, però tanto più sicuri. Si erano
-innamorati vedendola ballare, ma poi avevano mutata opinione trovandola
-così malinconica e fredda. Non capiva che era una bambina? Non così
-andava presa la vita. La vita era una palestra, bisognava lottare e
-vincere i primi premi. L'arma della donna era la bellezza e l'amore. Il
-premio, un ricco matrimonio, e il piacere di essere adorata.
-
-Da parte di una fanciulla, l'amore andava inteso quale un mezzo per
-accasarsi bene, e un passatempo piacevole: un affare e una farsa; guai
-a chi ne faceva la tragedia della vita!
-
-Gli uomini non meritavano l'amore delicato, esclusivo, spesso sublime
-di certe donne. Quelle illusioni, quelle tenerezze erano margherite
-gettate ai porci.
-
-Era un pezzo ch'egli le pensava quelle cose. Finchè si trattava
-delle altre lasciava correre: che gl'importava? Peggio per loro se
-l'esperienza e l'esempio non le illuminava; peggio per i loro genitori
-che le allevavano così stupidamente.
-
-Ora però, ora che si trattava della sua Argìa, della sua creatura
-prediletta, tirata su con tanto amore, con tanta cura; ora non poteva
-tacere, lasciar correre. Argìa non doveva soffrire per un uomo: avrebbe
-parlato tanto finchè l'avrebbe convinta che nessuno, proprio nessuno
-meritava le lagrime, il dolore di lei. Fausto meno di chiunque.
-
-Nella passione di convincerla giungeva ad accusare sè stesso.
-
-Già, neppure lui, il buon padre ch'ella conosceva, neppure lui aveva
-meritato completamente l'amore di quell'angelo di sua moglie!
-
-Non l'aveva compresa, poverina, non aveva saputo essere abbastanza
-dolce, abbastanza poetico... sebbene l'amasse realmente, come pochi
-mariti amavano.
-
-Dunque, se lui, il suo buon babbo, non era stato capace di dare alla
-donna amata quella felicità di amore che le donne sognavano, che cosa
-poteva sperare Argìa ragionevolmente da un altro uomo? In nome di Dio,
-come poteva illudersi ancora?
-
-Pochi giorni dopo aveva un altro partito, un eccellente matrimonio
-pronto per lei.
-
-Era un collega dell'Università.
-
-Quarantacinque anni, ma un uomo sano, benissimo conservato. Di quelli
-che tengono la giovinezza nel salvadanaio per ispenderla tutta in
-una volta al momento buono. Diecimila lire di rendita e cinquemila di
-stipendio! Un partito magnifico insomma!
-
-Argìa rifiutò. Non voleva maritarsi dacchè gli uomini erano così
-indegni di amore; non voleva saperne di nessuno. Vi fu un alterco tra
-padre e figlia, e il padre fu violento, poi debole.
-
-Dopo tutto, se non voleva maritarsi, peggio per lei: lui era contento
-di tenersela in casa, purchè fosse allegra e si divertisse.
-
-E continuava l'andazzo solito.
-
-Intanto una immensa amarezza era entrata nell'animo dell'infelice sua
-figlia.
-
-Le teorie paterne la rendevano pessimista, senza ch'ella potesse trarre
-da quel pessimismo il supposto profitto.
-
-L'amore per Fausto rimaneva incolume: ma si vergognava di amarlo
-ancora, come ci si vergogna di una debolezza. Lo avrebbe dimenticato se
-avesse potuto. E adagio adagio ella faceva ogni giorno più largo posto
-al bisogno di stordirsi.
-
-Sentiva oscuramente il desiderio fatale della vendetta. Solamente,
-poichè non avrebbe mai avuto il cuore di far del male a Fausto, si
-sarebbe vendicata sugli uomini in generale.
-
-Nessuno dei giovani che suo padre conduceva in villa era capace
-d'interessarla. Nemmeno il professore suo pretendente che continuava a
-farle la corte.
-
-Li trovava mediocri, noiosi: troppo dissimili da Fausto la cui immagine
-l'assediava. Ma il ballo poteva ancora distrarla. La musica penetrava
-l'animo suo e s'impadroniva di tutte le sue facoltà.
-
-Quegli stessi uomini che discorrendo le parevano insulsi e noiosi, si
-trasformavano per lei nel ballare; o meglio non li vedeva, nè sentiva
-i loro discorsi. Non sentiva che la musica; non vedeva che il turbinio
-confuso, inebbriante del ballo.
-
-E certi motivi di _valtzer_ le davano la sensazione di smarrirsi in
-un vortice misterioso. Allora il braccio di un indifferente le pareva
-il braccio di Fausto: e di Fausto era l'alito caldo che le sfiorava il
-viso. Era lui che la portava via nell'ebbrezza.
-
-Negli intervalli rimaneva spossata, senza idee, quasi senza coscienza.
-
-La notte non poteva dormire, stava lungamente alla finestra,
-trasognata, triste; la testa in fiamme, il cervello pieno di visioni.
-Soltanto verso l'alba, quando la frescura penetrava il suo corpo,
-sentiva il bisogno di coricarsi e dormiva un poco.
-
-Qualche volta ella passava quelle ore di veglia, nella disperazione
-e nel pianto. E il nome di Fausto ritornava continuamente sulle sue
-labbra arse.
-
-Una sera il Pisani arrivò alla villa in compagnia di alcuni musicisti,
-tra i quali un violinista celebre; Adolfo Ruggeri, venuto da Milano per
-salutare gli amici prima di partire per la capitale della Russia, dove
-andava a stabilirsi con lauto stipendio.
-
-Argìa non l'aveva mai visto.
-
-Come sempre quando conduceva degli ospiti, il Pisani si era fatto
-precedere dal cuoco. Le ragazze dunque sapevano che sarebbero arrivati
-alcuni signori, ma ne ignoravano i nomi.
-
-Verso le cinque, Bice Chiari aspettava con molta curiosità, a una
-finestra del secondo piano. Argìa e Carmela erano occupate nella sala
-da pranzo.
-
-Improvvisamente la Bice entrò gridando:
-
-— Arrivano! Hanno lasciato le carrozze in fondo al viale. Sono tre gli
-ospiti!... Amelia ha un vestito nuovo tutto rosso...
-
-Poi, dopo un momento di esitazione:
-
-— C'è Fausto Lamberti!
-
-Argìa diventò pallida, ma non disse nulla. Salì le scale in un baleno
-e si affacciò alla finestra da cui si scopriva tutto il viale. Il
-cuore le balzò. Era tra quei signori, un giovane di statura media, di
-proporzioni eleganti, un po' esile; la sua testa finamente disegnata,
-aveva un'aria pensosa. A quella distanza, sotto a quella luce, pareva
-tutto Fausto. Una gioia ineffabile s'impadronì della povera Argìa.
-
-— Pare proprio lui! — mormorò rivolgendosi alle amiche che l'avevano
-seguita.
-
-La comitiva avanzava discorrendo allegramente. Si sentivano le voci.
-
-L'abito rosso di Amelia sfolgorava.
-
-— Ah! — gridò Argìa, gettandosi tra le braccia della Carmela — non è
-lui!
-
-Più tardi, passata la crisi, cancellati i segni delle lagrime, Argìa
-sedeva a tavola vicino al maestro Ruggeri, che suo padre le aveva
-presentato. Era il primo uomo che le paresse degno di attenzione dopo
-Fausto Lamberti.
-
-Esisteva realmente tra il Ruggeri e il Lamberti, una di quelle
-affinità per cui, in dati momenti, certe persone si rassomigliano,
-mentre l'istante appresso; mutando espressione non si rassomigliano
-più. Ruggeri aveva di Fausto la figura, la forma generale del viso
-con piccoli baffi senza barba; e, in certi momenti l'espressione
-appassionata dello sguardo. Senonchè gli occhi di Fausto erano scuri,
-dolci, benevoli. Il musicista invece aveva le pupille chiare, cangianti
-di tono e di uno splendore che abbagliava.
-
-A suo malgrado Argìa era trascinata a guardarlo. E quando egli fissava
-in lei lo sguardo fiammeggiante, ella provava un malessere indefinito
-che la faceva tremare e impallidire.
-
-Il musicista si accorse presto di quella attenzione timorosa e se ne
-compiacque; fatuo, pensò di avere fatta una conquista. Forse credè
-che Argìa fosse una di quelle donne, non rare nella società, che
-volentieri accettano l'amore degli uomini in procinto di partire con la
-probabilità di non ritornare per lungo tempo, o mai più.
-
-Cominciò a guardarla con insistenza. Era una bella figliuola, per Dio!
-E se fosse stata un poco compiacente...
-
-Il fatuo non dubita di nulla; non ha scrupoli, va diritto per la
-sua strada, convinto che tutto è dovuto al suo merito; indifferente
-alle sofferenze altrui. Adolfo Ruggeri macchiava di questa volgare
-perversità la sua anima di artista. Qualcuno gli aveva detto che Argìa
-amava uno studente di Mantova poco curante di lei, e che tale amore
-infelice la rendeva indifferente a tutti gli omaggi. Subito, prima di
-vederla, il violinista aveva pensato: se avessi tempo proverei io a
-farle la corte. Ed ora, mentalmente, egli si diceva: «Forse riesco in
-una sola sera: i miei occhi fecero altre volte cotali miracoli.»
-
-Le sue grandi pupille grigie, abbaglianti, avevano ricevuto realmente
-dalla cieca natura, una strana potenza di fascinazione. Ed egli, come
-se ne valeva!
-
-La povera Argìa era assediata, mitragliata da quegli occhi, capaci di
-esprimere tutti i sentimenti, senza che l'anima vi prendesse parte.
-
-Già non era padrona di non guardarlo.
-
-Di tratto in tratto, aveva come un barlume del pericolo: la sua volontà
-si risvegliava improvvisamente, e con grande fatica ella riesciva a
-tenere gli occhi bassi.
-
-Ma non ci reggeva a lungo.
-
-Egli le imponeva di guardarlo; ed ella doveva obbedire al fascinatore,
-dopo un istante di lotta intima. Cedeva senza accorgersene, e trovava
-una sorta di benessere, un dolce riposo in quell'abbandono della
-volontà.
-
-Allora le accadeva una cosa strana: non vedeva più nulla del viso di
-quell'uomo; non vedeva che gli occhi. E quegli occhi scintillanti,
-magnetici, imperiosi, erano di Fausto! Era Fausto che la guardava così.
-
-L'allucinazione non durava che brevi istanti, ma era terribile.
-
-Per fare festa al suo ospite, il Pisani aveva fatto avvertire alcune
-famiglie di villeggianti vicini, che in casa sua era Adolfo Ruggeri e
-che nella serata avrebbe suonato.
-
-In campagna simili inviti non si lasciano cadere: a poco a poco la
-società diventò numerosa.
-
-Ruggeri prese il violino; uno dei suoi amici, arrivato alla villa con
-lui, un eccellente pianista, si apprestò ad accompagnarlo. Col violino
-in mano, Ruggeri cessava di essere fatuo: non pensava che all'arte e si
-elevava con essa.
-
-Argìa si era seduta nel posto più lontano, presso al balcone,
-nell'ombra della tenda drappeggiata. Raramente nella sua vita ella
-aveva avuto occasione di sentire della musica così buona. E siccome
-aveva nell'anima la facoltà di comprenderla, l'impressione fu
-potente... Quei suoni s'impadronirono dei suoi sensi.
-
-Il violino di Ruggeri era affascinante come gli occhi di lui. Non uno
-strumento pareva ad Argìa quel violino, bensì una voce sovrumana,
-una voce misteriosa che parlava all'anima sua un linguaggio nuovo,
-consolante, divino.
-
-Dopo il primo pezzo che era di Sgambati — un po' troppo serio per la
-media del pubblico ascoltante — Ruggeri volle dare un saggio anche del
-suo non comune ingegno di compositore.
-
-La notizia che il pezzo: «Canti dell'anima» deposto sul leggìo, era
-lavoro dello stesso esecutore, circolò subito per la sala, e signore e
-signorine si entusiasmarono anticipatamente, fantasticando su la poesia
-di quel titolo.
-
-Il pezzo era lungo, ma assai svariato. Con le armonie potenti, le dolci
-e vibranti melodie, le sapienti dissonanze, gli inaspettati passaggi,
-l'artista aveva voluto esprimere le diverse passioni che agitano
-l'anima umana.
-
-La bontà del pezzo, non piccola, era portata al massimo effetto dalla
-meravigliosa esecuzione.
-
-Argìa ascoltava rapita un motivo pieno di dolcezza, un lamento di cuore
-infranto.
-
-Esso le narrava l'eterna e crudele storia dell'amore tradito. Era il
-canto dell'anima nel dolore.
-
-A un certo punto ella dovette uscire sul terrazzino per non darsi in
-ispettacolo e piangere liberamente.
-
-Era una notte stellata meravigliosa. La campagna sembrava incantata.
-Argìa sentiva nell'aria qualche cosa di solenne, d'inesplicabile. E la
-voce del violino giungeva al suo cuore, più dolce, più appassionata.
-
-Improvvisamente il canto patetico cessò, rotto da uno scoppio di note
-selvagge come una risata infernale; e da quello scoppio, che aveva
-agghiacciato l'anima della fanciulla, scaturì un motivo cristallino,
-saltellante, pieno di foga e di spensierata, superba gaiezza.
-
-Era la canzone del capriccio, giocondo, spietato, irresistibile. A
-poco a poco questo si trasformava in un inno di guerra, cui faceva
-seguito un canto irrefrenato, di trionfo, di tripudio. Ritornava il
-motivo flebile del principio, più straziante, angoscioso. Ma la canzone
-della gioia lo interrompeva perentoriamente, lo derideva, lo forzava
-al silenzio, e finalmente lo trascinava con sè nella ridda vertiginosa
-delle note ebbre. Argìa seguiva con ansia il tramutarsi della tenue
-melodia sentimentale. Le pareva una voce di anima in pena, balbettante
-i ritornelli del piacere, con delizioso terrore. Ma presto non la
-distingueva più, soffocata, agonizzante, in quel tripudio di note, in
-quel delirio di fantasie di affetti opposti, di ebbrezze, che pure si
-fondevano in un insieme armonioso, potente, straordinario.
-
-Così agonizzava anche l'anima di lei, in un vortice d'abbaglianti
-immagini, straziata da un dolore acuto, sopraffatta da una potenza
-ignota, irresistibile.
-
-Il pezzo finiva stupendamente con un canto largo, pieno di voluttà e di
-sospiri, che andava perdendosi lontano.
-
-Uno scoppio di applausi salutò il maestro. E siccome l'entusiasmo
-delle signore si prolungava un po' troppo, Ruggeri ebbe lo spirito
-d'interromperlo intonando un valtzer.
-
-I giovani si misero a ballare in mezzo alle acclamazioni e agli evviva.
-
-Argìa rientrò; voleva ballare anche lei. Era mezza sbalordita, con le
-ossa rotte, le membra pesanti; ma voleva ballare. Ballare fino alla
-vertigine, fino all'annientamento delle forze.
-
-E in fondo all'anima aveva un sentimento oscuro di dover fare così; era
-un obbligo, una promessa. A chi aveva promesso? A suo padre? Oh! no!...
-Uno più potente di lui le aveva imposto di tutto obliare.
-
-Ballava. E nei momenti in cui si sentiva stanca e debole, era come se
-un nuovo impulso l'avesse sostenuta, rialzata.
-
-E ballava ancora, e rideva e chiacchierottava con tutti, come non mai
-aveva fatto.
-
-Due o tre volte il Pisani le si accostò, incoraggiandola col suo
-sorriso. Gli pareva guarita e si congratulava con sè stesso di quella
-cura tanto difficile. Ella non pensava: non faceva alcuna riflessione;
-era come una ruota che ha ricevuto un impulso e va fino in fondo
-all'abisso.
-
-Ruggeri aveva deposto il violino: voleva ballare.
-
-Tutto a un tratto, Argìa si sentì presa, portata via. Non ballava:
-aveva la sensazione di volare. Chi era quell'uomo?... Fausto?... No.
-Era quell'altro!
-
-Provò un senso di raccapriccio: una vertigine. Si arrestò: volle
-fuggire.
-
-Ma il braccio potente di Ruggeri la sollevò e la trascinò seco.
-
-Inutile lottare contro quell'uomo.
-
-Egli la guardava sempre, e quegli occhi fissi in lei, così da vicino,
-la turbavano profondamente.
-
-Le pareva ch'ei le dicesse con voce ineffabile:
-
-— Guardami!... Guardami!...
-
-E se si arrischiava a levare gli occhi su lui sentiva una fiamma
-salirle al viso e tremava tutta. Ma a poco a poco, ella si abituava a
-quella sensazione: non poteva più farne a meno. Ballava guardandolo
-fisso, e tutto spariva d'intorno a lei. Non vedeva che quello
-sfolgorio. Non sentiva che quella fiamma. E intanto le sue forze
-s'illanguidivano; ella diventava sempre più debole, sempre più debole.
-Il sonno magnetico la opprimeva.
-
-Prima di lasciarla, mentre la società si scioglieva, Ruggeri le mormorò
-alcune parole, che lei intese benissimo, ma di cui non le fu mai
-possibile risovvenirsi, poi, nelle posteriori rievocazioni.
-
-Essendo troppo tardi per ritornare in città,. Ruggeri e i suoi due
-compagni restavano ospiti del Pisani anche per la notte.
-
-Ruggeri aveva la camera di Filippo che guardava verso mezzogiorno,
-con un balcone. Gli altri due erano insieme in una camera grande verso
-tramontana.
-
-Sola nella sua camera, Argìa spalancò la finestra per guardare la
-notte, come faceva sempre.
-
-In cielo era sorta la luna, bianca, falcata; e la sua presenza rendeva
-la notte ancor più bella e fantastica.
-
-Argìa aveva il sentimento di non aver visto mai una notte così; ed era
-nella vaga incosciente aspettazione di un avvenimento straordinario.
-Le pareva che tutta la campagna guardasse a lei e che i due alberi
-della corte, quei due custodi giganteschi, bisbigliassero sommessamente
-parole misteriose.
-
-Improvvisamente ella balzò in piedi. Doveva scendere nella corte! Non
-poteva resistere alla voce imperiosa che la chiamava. Eppure, una parte
-della sua volontà rimaneva libera e tentava di resistere.
-
-Tornò a sedere. No, no! non sarebbe discesa. Ma un'altra chiamata
-imperiosa risuonò dentro di lei e la scotè tutta.
-
-Doveva obbedire. Lentamente però obbediva.
-
-Il suo petto era oppresso; la sua testa, in fiamme; respirava
-faticosamente.
-
-Discese al buio: attraversò i corridoi e alcune stanze, senza far
-rumore, senza inciampare. Andò diritta al verone della sala; aprì la
-portiera, poi le persiane, adagio adagio, con precauzione, e scese
-nella corte.
-
-I cancelli erano chiusi; ma lei non voleva uscire.
-
-Il vecchio _Fido_ le si accostò dimenando la coda. Ella gl'intimò di
-ritirarsi nella sua cuccia.
-
-Camminava lentamente sull'erba umida di rugiada e quel contatto faceva
-bene ai suoi piedi stanchi e indolenziti. Provava un sollievo in tutto
-il corpo.
-
-Non più oppressione, nè affanno.
-
-Ma la sua anima cosa diceva?
-
-Non le era mai riuscito di rammentarsene.
-
-Quando rievocava quei momenti funesti e cercava di penetrare nello
-stato dell'anima sua, non riusciva a scoprir nulla. Un gran buio era
-dentro di lei.
-
-Andò diritta fino alla panca di pietra, al piede della rovere, e
-il breve tragitto bastò a stancarla. Si lasciò cadere sulla panca:
-appoggiò le spalle al tronco coperto di musco.
-
-Alzò gli occhi al cielo. Come era limpido! Come era profondo! Mai le
-stelle avevano brillato così sul suo capo.
-
-Ad un tratto le parve che si velassero.
-
-Erano i suoi occhi, che si velavano: piangeva. Quello splendore la
-inteneriva...
-
-Qualcuno camminava nella corte...
-
-Ella ebbe un sussulto. Quella piccola parte della sua volontà che
-resisteva ancora, la fece balzare.
-
-Volle fuggire: volle gridare.
-
-Non potè. Ricadde sulla panca, inerte. Una lassitudine mortale
-avviluppava tutto il suo corpo: le sue palpebre fatte pesanti si
-chiudevano.
-
-Furtivo e ardito, Ruggeri era sceso nella corte. Quell'avventura gli
-pareva alquanto arrischiata; ma non era uomo da ritirarsi davanti a una
-ragazza così bella. Tutto stava che non lo cogliessero sul fatto! Dopo,
-lui partiva subito, e la Russia era lontana! Del resto, non doveva
-già essere il primo, che diamine! Sul finire della serata, mentre
-gl'invitati si congedavano, egli aveva stretto la mano della fanciulla,
-chiedendole arditamente di poterle parlare da solo a sola; ed ella non
-aveva ricusato.
-
-Solo nella sua camera, si era messo al balcone aspettando un cenno.
-
-Argìa era alla finestra, ma non faceva alcun cenno, nè pareva disposta
-a muoversi.
-
-La vedeva bene nel riverbero della luna; la guardava fisso, e
-sommessamente le diceva: — Vieni amor mio! — mettendo tutta la forza
-del suo desiderio in quella invocazione.
-
-Ed ecco che lei si era mossa ed era discesa. Non gli aveva fatto alcun
-cenno, ma era andata ad aspettarlo laggiù nell'ombra fitta di quel
-grand'albero; proprio come lui aveva pensato, per maggior sicurezza,
-sapendo bene che, alla peggio, se lo sorprendevano all'aria aperta
-avrebbe trovata qualche scappatoia; mentre il solo fatto di essere
-sorpreso nella camera della fanciulla poteva cagionargli i più gravi
-imbarazzi.
-
-Adolfo Ruggeri non era un ipnotizzatore scientificamente conscio
-dell'opera sua.
-
-Se aveva sentito parlare d'ipnotismo, certamente non se ne era
-occupato. Profondo soltanto in musica, come la maggior parte dei
-musicisti, tutto il resto dello scibile gli era indifferente. Sapeva
-però che le sue larghe pupille fosforescenti affascinavano; sapeva
-pure di possedere una forza d'attrazione che, in certi casi e con certe
-persone, era addirittura irresistibile. Ma tale coscienza del proprio
-potere non valeva che ad aumentare la sua fatuità. Non aveva neppure
-il sospetto che le sue seduzioni rapide potessero essere, in dati casi,
-veri delitti; le sue vittime, vere innocenti violentate.
-
-Non faceva mai violenza alle donne, lui! Esse lo amavano, lo volevano
-perchè era bello, perchè aveva i più dolci occhi e i più luminosi. Non
-doveva egli compiacerle quelle care donnine?
-
-Se poi, alla conclusione, alcune fingevano di non capire, o se
-giocavano alle estatiche, alle mezze morte... arti femminili erano, si
-sapeva bene! O che doveva confondersi lui per quelle commedie?...
-
-Le donne eran fatte a quel modo: desideravano la voluttà come gli
-uomini; ma poi non volevano che si dicesse!...
-
-Non più alto di così il pensiero di quell'artista destinato a una
-brillante carriera; non più fine, il suo sentimento.
-
-Argìa aveva penato molto per ricordarsi di quello che era avvenuto
-sotto la rovere, e sempre rimaneva per lei un lato oscuro in quella
-tragedia della sua vita.
-
-Era in uno stato anormale, letargico.
-
-Sognava, o le pareva di sognare. L'allucinazione la dominava. Le
-pareva che Fausto fosse ritornato... che sedesse accanto a lei...
-le parlasse... Tutto a un tratto, un barlume: era veramente Fausto,
-quell'uomo?...
-
-Era l'amore, la gioia, l'oblio.
-
-E dopo un momento, una sensazione terribile, che la risvegliava
-completamente.
-
-Aveva gridato con tutta la sua forza. Quel grido avrebbe dovuto
-risuonare alto nella notte, destando tutti. Ma la sua voce soffocata
-non aveva alcun suono!
-
-Eppure ella era presente a sè stessa: aveva riconosciuto quell'uomo;
-compreso il delitto. Senonchè, rapida come il baleno, era stata quella
-percezione. La sua intelligenza si smarriva in profonde tenebre.
-
-Come dal fondo di un pozzo sentì abbaiare il cane. Poi nulla: il sonno
-pesante, senza visioni, senza sogni.
-
-Allorchè finalmente si svegliò da quel letargo, era sola e non si
-ricordava di niente. Tremava di freddo e il suo corpo era tutto un
-dolore.
-
-Nel cielo buio, senza luna nè stelle, apparivano le prime striature
-dell'alba.
-
-Perchè era là in quello stato? Perchè aveva passato la notte su quella
-panca?
-
-Si alzò a fatica. Lentamente, vacillando un poco, riattraversò la corte.
-
-_Fido_ tornò a farle festa. Ella rabbrividì; un ricordo confuso di cose
-spaventevoli si ridestava nel suo cervello.
-
-Il terrore si era impadronito di lei; le pareva di essere inseguita e
-non osava voltarsi. Saltò sul verone; entrò, e rinchiuse, con rapidità
-convulsa, le imposte e i vetri.
-
-Il cuore le batteva furiosamente.
-
-Nel medesimo tempo si chiudeva adagio adagio il balcone della camera di
-Ruggeri.
-
-Il violinista andava a dormire dopo di avere aspettato che Argìa
-rientrasse.
-
-Consumato il delitto, un vago rimorso aveva turbato quel suo cuore di
-fatuo. Gli girava la testa. Quel letargo, quella rigidità della vittima
-lo spaventavano. Avrebbe voluto svegliarla, e non osava. Aveva paura
-de' suoi rimproveri, de' suoi lamenti. E se l'avessero sorpreso con
-lei in quello stato?!.. Se il professore avesse avuto un sospetto?...
-Doveva affrettarsi a rientrare. Argìa si sarebbe svegliata da sè e
-avrebbe provveduto a' casi suoi.
-
-La preoccupazione personale aveva cancellato così il tenue rimorso:
-egli non aveva pensato più che a mettersi in salvo, con infinite
-precauzioni, evitando i punti illuminati dalla luna, tenendosi lontano
-dal cane, come un ladro vigliacco.
-
-E allorchè finalmente vide rientrare la povera fanciulla apparentemente
-tranquilla, gli ultimi scrupoli tacquero ed egli andò a letto e dormì
-beatamente, il sonno del giusto.
-
-La mattina, intorno alle dieci, la Carmela entrò nella camera di sua
-cugina. Come mai dormiva così tardi? Non aveva sentito che confusione
-nella corte quando quei signori erano partiti?... L'aspettavano per
-salutarla. Ma il professore aveva detto che era meglio lasciarla
-dormire, che si era coricata tardi. D'altra parte il signor Ruggeri
-aveva fretta, dovendo ritornare a Milano per mettersi in viaggio nella
-giornata...
-
-Argìa ebbe un sobbalzo.
-
-— Ruggeri?! — gridò: — Ruggeri!? Chi è?...
-
-Ricadde sul letto spossata.
-
-La Carmela che non era ragazza di molta fantasia, restò sbalordita.
-
-Toccò le mani di Argìa e sentì che bruciavano. Aveva la febbre e il
-professore era partito! Bisognava subito mandare un messo.
-
-Argìa restò così tre giorni; apparentemente, colpita da una febbre
-d'infezione per la quale le fecero trangugiare forti dosi di chinino.
-
-In realtà, essa era assediata da un incubo che la faceva impazzire. Che
-cosa era stato di lei?... Quale avvenimento terribile l'aveva colpita?
-
-Il terrore di cui si ricordava, le immagini confuse, i latrati del
-cane che la facevano riscuotere ogni volta che si ripetevano, erano
-altrettanti indizi di un pericolo ch'ella aveva corso. Ma era stato
-soltanto un pericolo?...
-
-Dopo alcuni giorni cominciò a stare meglio.
-
-La febbre scomparve.
-
-Ma non l'angoscia che la struggeva. Cercava, frugava nella memoria.
-
-Voleva ricordarsi: voleva sapere. E non le riusciva!...
-
-Certi giorni era più tranquilla. Metteva ogni cosa sul conto della
-febbre: doveva aver delirato, e nel suo cervello indebolito erano
-rimasti i fantasmi del delirio....
-
-Ma la notte la gettava nella disperazione, ridandole la coscienza della
-realtà.
-
-Il professore decretò che dopo quella febbre l'aria della campagna non
-le conveniva più.
-
-Argìa ritornò con le amiche in città, dove passò giorni tetri,
-sconsolati.
-
-Eppure la sua speranza non era completamente estinta: di tratto in
-tratto risorgeva nell'animo contristato. Ella si sentiva portare in
-alto da un nuovo soffio di vita, e le sue illusioni rinverdivano.
-Fausto sarebbe ritornato, e lei non poteva essere indegna di lui....
-
-Ma una circostanza, da prima non avvertita, dissipò l'ultimo inganno.
-La sua salute deperiva tutti i giorni. Ella aveva dei sintomi strani
-che un angoscioso pudore le vietava di palesare.
-
-Nel settembre, ritornando in villa, rivedendo quei luoghi, si ricordò
-improvvisamente di tutto.
-
-Ah! non sogno era stato; non sogno, ma irreparabile realtà!...
-
-Era perduta!
-
-E non solo il fatto orrendo era vero, indistruttibile; non solo,
-ahimè!...
-
-Il frutto di quell'infamia viveva nelle sue viscere.
-
-La prima idea che le venne fu quella del suicidio; e per alcuni giorni
-la nutrì con ardore.
-
-Voleva distruggersi: cancellare la colpa col proprio sangue.
-
-Ma a poco a poco il suo coraggio diminuì, poi le mancò affatto. La
-disperazione acuta cedette il posto all'abbattimento; e una specie di
-torpore sempre più grave s'impadronì del suo corpo e della sua anima.
-
-In tale stato ella era durata fino al giorno in cui Fausto si
-presentava improvvisamente dinanzi a lei.
-
-Oh! come si augurò allora di essere scomparsa, sepolta!
-
-Egli l'amava come prima: più di prima: i suoi occhi lo dicevano.
-
-Vinti i contrasti, sormontate le difficoltà, egli si presentava a lei
-come un trionfatore; e nel suo viso raggiante sfavillava la gioia.
-
-E lei, poverina, si sentiva come un cadavere a cui il destino perverso
-avesse lasciato — per colmo di malvagità — la facoltà di soffrire e
-l'apparenza ingannevole della vita....
-
-Oh! se Fausto avesse potuto leggerle in cuore, come avrebbe dovuto
-compiangerla!...
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-Anche quel giorno, mentre Argìa ritornava così tristamente sul passato,
-il giovine medico incalzato dalle furie, errava per le vie della città,
-alla ricerca dell'ignoto rivale.
-
-Gli pareva impossibile che non fosse a Pavia; e se era a Pavia, doveva
-incontrarlo; e se l'incontrava, l'avrebbe indovinato! Ne era convinto.
-
-Nell'atrio dell'università, uno studente di legge lo urtò in malo modo;
-e nel chiedergli scusa, parve a Fausto che sorridesse malignamente. Era
-colui forse!
-
-Ah! se avesse potuto strappargli il suo segreto!...
-
-Questo era avvenuto nella mattinata; man mano che le ore avanzavano, il
-primo fuggevole sospetto diveniva certezza nell'animo del geloso.
-
-Quasi senza saperlo entrò nella nota via; infilò il noto uscio; salì
-in due salti le scale e si precipitò nella galleria, dove la sua povera
-fidanzata stava lavorando.
-
-Così stralunato e sconvolto le fece paura.
-
-— Ah Fausto!.. sospirò.
-
-— Devo parlarti. Devi rispondere francamente alle mie domande. L'ho
-visto!... Tu hai sempre mentito dicendomi che non era qui!... L'ho
-incontrato e.., l'ho indovinato nel ghigno beffardo!...
-
-— Chi?.... — Si turbò e s'interruppe. Poi riprese: — Non è
-possibile!... Non oserà mai più, quel vigliacco!...
-
-— Speravi forse che interrompesse gli studi? La fanciulla allibì.
-
-— Di che studi parli!...
-
-— Lo sai bene perdio! gli studi di legge!... Non farò l'ipocrita! Sai
-bene che parlo del contino...
-
-E abbassando la voce pronunziò il nome di un giovine conte molto alla
-moda.
-
-Inconsapevolmente il viso di Argìa si rischiarò e un largo sospiro le
-sollevò il petto.
-
-— T'inganni, Fausto!...
-
-Ei le aveva prese le mani e la fissava con gli occhi ardenti.
-
-— M'inganno!... Devo crederti, poichè il tuo viso non mi nasconde che
-tu sei lieta del mio errore.
-
-Ghignò amaramente.
-
-— Ebbene, se non è lui, è un altro: io voglio conoscerne il nome.
-Questa incertezza mi è insopportabile. Non voglio morire senza
-conoscerlo... Senza avergli rotta la testa! Parla: chi è?
-
-— Che cosa t'importa, Fausto? Io morirò... E quell'uomo è lontano...
-
-— Che cosa m'importa?!... Ah!.. Dimmi dov'è.
-
-Ella balbettò:
-
-— È a Pietroburgo.
-
-— M'inganni!..
-
-— No, Fausto: è la verità.
-
-— Dimmi il suo nome!...
-
-— ... Ruggeri...
-
-— Il violinista?!... Oh!... Come l'hai conosciuto?... Dove?...
-
-— In villa... Lo condusse il babbo...
-
-— Ah! Questo gli somiglia al tuo babbo!...
-
-— Povero babbo!... Mi vedeva morire per il tuo abbandono... Voleva
-distrarmi...
-
-— E tu eri contenta di distrarti, eh?.... Parla!... L'hai amato!... È
-stato un capriccio violento!... Parla!...
-
-Ella non poteva parlare; scoteva il capo in segno di diniego.
-
-— Ma dunque! Vuoi farmi credere che ti sei data, così, ad un uomo che
-vedevi forse per la prima volta; che, certamente, conoscevi appena... e
-ciò senza essere pazza di lui?... Vuoi dunque che io ti creda... una...
-
-Un riso atroce gli stirò la bocca e una parola oscena uscì fischiando
-dalle sue labbra.
-
-Egli stesso n'ebbe vergogna, e nell'ira subitanea ed inconscia di
-essersi abbassato a quel punto, afferrò la giovine alle spalle, e
-scuotendola brutalmente le gridò nella gola:
-
-— Parla o ti ammazzo!... Inventa delle scuse. Menti, sii femmina! Ma
-racconta qualche cosa! Non vedi che impazzisco?
-
-— Non posso! — sospirò Argìa. — Vorrei dirti tutto... Ti sembrerei
-meno... rea... Ma non posso... non so raccontare... È impossibile!.. E
-poi, tu non mi crederesti...
-
-— Vuol dire ch'è tutto falsità quello che pensi di dirmi!
-
-— Como vuoi: io non mi difendo.
-
-— Mi sfidi?... Maledetta!...
-
-Si voltò per afferrare una forbice lunga, affilata, che splendeva sul
-tavolino da lavoro; ma Argìa lo prevenne. Afferrata la forbice, prima
-ch'ei potesse raggiungerla, se l'appressò al collo.
-
-Bastò tale atto per far cadere la collera di Fausto, che si gettò su
-lei per trattenerla, disperato, ansimante.
-
-— Lasciami morire! — ripeteva Argìa con voce sorda. — E tu vivi, per
-amor mio! Tu devi vivere e io devo morire!...
-
-Finalmente egli riuscì a disarmarla. Allora soltanto s'accorse che,
-nella lotta, Argìa si era ferita alla mano sinistra. Il sangue colava
-e le goccie si fermavano come perle di granato sul vestito di flanella
-celeste.
-
-Le mani del medico tremavano così forte, ch'ei non riesciva a fasciarla.
-
-E aveva voluto ucciderla!...
-
-— O Argìa! Argìa!... Amore santo, amore mio unico!... Perdonami;
-perdona al tuo povero Fausto che ti ha insultata, ferita... Non
-togliermi il tuo amore, non rifiutarmi la suprema consolazione di
-morire con te!...
-
-Piangeva come un fanciullo, vinto da un impeto nuovo di tenerezza.
-
-Ma Argìa aveva ritrovata la tetra calma, stato abituale dell'animo suo
-in quei giorni; e con parole dolci e disperate, piene di un profondo
-convincimento, gli andava spiegando le ragioni per cui egli doveva
-vivere e abbandonare lei al suo destino.
-
-— Per amor mio devi farlo!... — insisteva la misera, stringendolo fra
-le sue braccia — per amor mio! Se tu muori con me, la mia agonia sarà
-amareggiata dai rimorsi. Morirò disperata. Se tu mi lasci morire sola,
-ti benedirò.
-
-L'arrivo di Amelia troncò la disputa dolorosa.
-
-Poco dopo Fausto si ritirò, e il suo ultimo sguardo, la sua ultima
-stretta di mano ripeterono ancora alla fidanzata della morte, che egli
-non poteva lasciarla, perchè non poteva vivere senza di lei.
-
-La mattina seguente, egli così le scriveva:
-
-«Non tormentarti, mia povera Argìa, con vani rimorsi: non turbare con
-inutili torture questi supremi istanti.
-
-«E perdona a me di averti tormentata con le mie insistenze. Perdona al
-mio amore, alla mia intensa passione. Ora è finito: ho vinto...
-
-«Quello che so, basta. E che mi gioverebbe sapere di più?... Intendo
-quale tormento sarebbe per te ritornare su quei fatti; ricercarne i
-particolari nella memoria, e ripeterli a me: intendo lo spasimo della
-tua anima, l'angoscia del tuo pudore...
-
-«Ed io stesso, quale soddisfazione ne avrei?... Una morbosa
-soddisfazione che mi avvilirebbe ai tuoi occhi ed ai miei.
-
-«Più in alto! Più in alto!...
-
-«Ti ricordi quel che ti ho detto sul bastione l'ultima sera? Noi
-dobbiamo librarci nell'infinito con l'anima serena, il cuore ebbro di
-un amore rinnovato e purificato. Lungi da noi le miserie della vita
-comune, le stupide convenzioni, le meschine idee ricevute. Tu non sei
-niente più colpevole di me, Argìa! Lo sa la mia coscienza. Quando ti
-accuso sono ingiusto: sono un povero essere debole e geloso. Tu devi
-compatirmi, perdonarmi: non darmi ragione però: non mai avvilirti.
-
-«E se tu avessi ceduto al mio barbaro intento di farti narrare ciò che
-tanto ti affligge, ti saresti avvilita. Ti ringrazio, o mia Argìa, di
-non averlo fatto!... Io ti amo tanto, appunto per questo tuo orgoglio.
-No, tu non sei più colpevole di me. Se io non ti avessi abbandonata, tu
-non saresti caduta; e se io fossi stato veramente forte, se non avessi
-titubato di fronte alla suggestione della famiglia e del pregiudizio,
-non ti avrei lasciata così, sei lunghi mesi; nutrendo la sciocca
-pretesa che tu non disperassi di me, mentre io mi dibattevo con le mie
-debolezze.
-
-«Alza la testa stanca ed oppressa, dolce fanciulla mia! Ma non
-disdegnare il tuo povero compagno. Non dirmi che vuoi morire sola. So
-che nel tuo pensiero intendi di pronunciare la tua condanna e la mia
-assoluzione: ma io, che per indole scruto la logica fatale delle idee
-e dei sentimenti, io so quello che tu non sospetti: so che il pensiero
-di morire sola ti viene da un oscuro disprezzo della mia debolezza: so
-che a tua insaputa nel tuo cuore s'insinua un inesprimibile disgusto di
-questo misero che muore d'amore per te, e non ha mai saputo, e non sa
-neppure ora amarti come vorrebbe.
-
-«Non protestare, Argìa, non protestare: se tu avessi cuore di
-scrutarti, vedresti che ho ragione io.
-
-«Ma tu sei donna e detesti le amare indagini. Ebbene, sii generosa:
-aprimi il paradiso del tuo amore e lasciami precipitare con te
-nell'eterna notte — una notte d'amore che non finirà mai.
-
-«E se alla tua femminea generosità ripugna il crederti superiore:
-ebbene, ammetti pure che siamo tutti e due egualmente deboli; due
-povere creature sospinte e risospinte dalle correnti contradditorie
-della vita intima e della vita esteriore: due povere anime umane
-innamorate, che cercano fuori del mondo un asilo intangibile all'ideale
-del loro amore.
-
-«Addio Argìa, a domani.
-
- «_Fausto_.»
-
-
-
-
-IX.
-
-
-In quei giorni cadde una enorme quantità di neve che il freddo intenso
-fece gelare.
-
-Ciò ispirò a Fausto il pensiero di andare a morire nella campagna, in
-mezzo alla neve.
-
-Varie altre maniere di morte, lungamente discusse, quasi accettate,
-erano state messe da parte per diversi motivi. Vi era sempre
-il pericolo di essere scoperti troppo presto, o di non riuscire
-completamente.
-
-La campagna gelata offriva un nascondiglio più sicuro e accontentava
-l'immaginazione.
-
-La mattina del 28 dicembre — un sabato — Fausto mandò alla fanciulla
-i primi giacinti fioriti nella piccola serra ch'egli coltivava; e coi
-fiori della morte, questo breve biglietto:
-
-«Vado a cercare il nostro nido: questa sera vi andremo insieme, mentre
-gli altri saranno in teatro. Mi tarda di averti con me per sempre.»
-
-Egli uscì di città passando per il ponte coperto, celebre costruzione
-che costituisce una porta di Pavia a cui il Ticino dà il nome.
-
-Il fiume era alto e scendeva lento e maestoso, inseguito dalla nebbia
-bassa bassa, che il vento portava sulla medesima direzione.
-
-Il giovine camminava del suo passo ordinario, guardando lontano,
-all'orizzonte, dove la massa argentea dell'acqua sembrava congiungersi
-col cielo grigio, pesante.
-
-Lunghe file di carri carichi di legna, di ghiaccio, di sassi, passavano
-vicino a lui, fra le cento colonne di granito che sostengono il tetto
-del ponte. Ogni tanto, un calessino; degli uomini intabarrati, il capo
-coperto da cappelli a larghe tese.
-
-Era giorno di mercato a Pavia. Quelli che già avevano conchiuso i
-loro affari se ne ritornavano alle loro case. Altri, pochi, giungevano
-appena.
-
-Il freddo intenso arrossava i nasi; i fiati gravi fumavano come i
-caminetti delle pipe.
-
-Sulla neve gelata, su i carichi dei carri, su tutte le superficie
-immaginabili, la brina alta alcuni centimetri, scintillava come
-cristallo sfaccettato.
-
-Sulla _Via dei Mille_, sozze baracche di rivenditori di commestibili
-aperte in pieno gelo; ragazzi sudici e intirizziti; la facciata,
-stupenda di Santa Maria in Betlemme; qualche bella casa; una fila di
-casuccie; e luridi monticelli di neve fangosa e nera, attendenti il
-disgelo, parte per parte, presso agli ingressi delle abitazioni.
-
-Alla fine del Borgo, sulla strada di campagna, una donna che pareva
-cieca, con due bambini seduti contro le sue ginocchia, cercava di
-toccare il cuore ai passanti.
-
-— Mi dia volentieri qualche centesimo per questi piccini!
-
-La voce nasale e rauca recitava questa lezione imparata a memoria,
-come un pezzo di orazione. I bimbi, tremanti di freddo, incretiniti da
-quella vita, guardavano i passanti con occhi stupidi.
-
-Fausto, tra infastidito e pietoso, gettò una moneta.
-
-Allora la voce fioca si rianimò per benedire il benefico passeggero.
-
-— Dio gli dia bene! Vita lunga e felice! Tutto quello che desidera!
-
-— Vita lunga e felice! — balbettavano i piccini con le labbra paonazze.
-
-Ma altri passanti si avvicinavano; e subito la cieca — falsa od
-autentica — mutava metro ripigliando il suo ritornello, senza
-transazione, parola per parola, come un fonografo.
-
-Un pallido sorriso passò sulle labbra di Fausto.
-
-La vita! l'eterna commedia!
-
-Ed ecco a pochi passi di là un altro povero, col braccio al collo; e
-poi uno sciancato, una vecchia pellagrosa; e, immancabile, il vecchio
-cieco col solito cane, unica guida fedele.
-
-Il mercato attirava quei disgraziati, istintivamente filosofi e
-osservatori; poichè, chi va al mercato per tentare un colpo cede
-facilmente alla superstizione e dà il suo obolo per timore di un
-cattivo augurio; e chi ritorna dall'aver fatto un buon affare apre
-facilmente il cuore alla pietà e ai sentimenti generosi.
-
-Tutti d'accordo quegli affamati gettavano a Fausto l'eterno augurio.
-
-— Vita lunga e felice... Tutto quello che desidera!...
-
-Ma il pensiero del giovine medico, un istante distratto, tornò a
-concentrarsi.
-
-La strada era ora isolata ed alta, come un ponte, in mezzo ai campi di
-neve che si avvallavano, orlati da filari interminabili di salici ed
-alberelle. La brina scintillante decorava i rami sottili e sfrondati;
-e a tutta la campagna, uniforme e bassa, il gelo e la neve davano una
-bellezza fantastica.
-
-Di tratto in tratto, in mezzo ai filari, o più in là, un olmo solitario
-sorgeva come un gigante tra una folla di mediocri.
-
-Sulla vasta distesa dei campi la neve intatta era interrotta a distanze
-regolari da mozziconi neri di gelsi potati; strani cadaveri aspettanti
-la risurrezione primaverile. E da tutte due le parti l'orizzonte
-pareva chiuso da una larga zona di fumo nero che in alto si schiariva
-prendendo dei toni grigi, perlacei, violetti, rossicci... A poco a poco
-l'occhio scopriva che erano gli scheletri neri di grandi boschi avvolti
-nella nebbia.
-
-Sulla strada continuava il passaggio dei calessini, dei tabarroni, dei
-grandi cappelli.
-
-La figura elegante di Fausto, il bel viso espressivo e nobile,
-destavano una certa curiosità.
-
-I campagnuoli intabarrati lo guardavano di sotto in su, avendo l'aria
-di chiedersi, dove poteva andare a quell'ora e con quel po' po' di
-freddo, un signorino in _paletot_ corto e attillato.
-
-Certo non potevano supporre qual lugubre meta egli si proponesse. Altre
-immaginazioni occorrevano, altre intelligenze per leggere in quello
-sguardo limpido e freddo, in quel viso fresco e delicato, su cui la
-sventura non aveva ancora avuto il tempo d'imprimere il suo marchio.
-
-Quanto a lui, non guardava nessuno, forse non vedeva che ombre confuse.
-Gli occhi suoi non si staccavano dal paesaggio, che gli appariva
-animato e coscente e legato a lui e al suo destino per recondite
-simpatie.
-
-Si fermava di tratto, in tratto, senza volontà determinata, dinanzi
-agli stagni gelati, fantastici specchi su cui si riflettevano bizzarri
-disegni, misteriose immagini.
-
-La lucentezza grigiastra di quegli abissi trasparenti attirava le
-sue pupille. Ed egli guardava senza pensare, in quello stato di vaga
-inconsapevolezza piena d'immagini, propria alle nature poetiche nelle
-ore desolate.
-
-A un dato punto, sul lato destro, trovò una viottola fiancheggiata da
-alti olmi, e vi entrò.
-
-La viottola affondava sempre più come in un padule, staccandosi dalla
-strada maestra per tutto lo spessore di un bosco ceduo, dai tronchi
-fitti, dai rami sottili, splendenti di gemme.
-
-Fausto camminava lentamente e i suoi passi producevano un rumore secco
-sulla terra gelata.
-
-La strada alta spariva; ma i passanti che sovr'essa camminavano,
-apparivano, traverso il bosco sfrondato, come campati in aria, ombre
-fantastiche nella nebbia.
-
-Il mercato doveva essere chiuso, poichè tutti ritornavano, parlando
-animatamente degli affari buoni o cattivi, propri o degli altri. E la
-campagna gelata e silenziosa trasmetteva lontano il suono delle parole,
-le grasse risate.
-
-Fausto pensava:
-
-— Quando il nostro suicidio sarà conosciuto e si scopriranno i
-nostri cadaveri, la gente che passerà per questa strada parlerà di
-noi: i nostri nomi risuoneranno per questi campi lungo tempo dopo la
-putrefazione dei nostri corpi!
-
-Una sensazione opprimente gli mozzò il respiro: sentì stringersi la
-gola come se soffocasse.
-
-La putrefazione!...
-
-La distruzione completa!...
-
-Un brivido lo scosse. Sentì nelle carni il morso del freddo non peranco
-avvertito. Il freddo!... il supplizio a cui egli condannava sè e Argìa!
-
-La morte?!...
-
-Strana cosa, non vi aveva pensato prima di quel momento.
-
-La morte!...
-
-Crollò le spalle e sorrise, sentenziando ad alta voce:
-
-— La morte non esiste! è una figura rettorica, come il freddo. Soltanto
-la vita esiste e la trasformazione della materia. Che v'ha egli di
-terribile in ciò? Nulla di terribile.
-
-Egli la conosceva bene la trasformazione; l'aveva studiata a fondo, e
-non se n'era mai impressionato eccessivamente.
-
-Conosceva la morte, poichè «morte» si diceva. L'aveva vista tante
-volte: combattuta e vista combattere accanitamente con le armi della
-scienza nei corpi infermi: l'aveva vista estirpare, estirpata egli
-stesso, insieme alle carni putride.
-
-Una volta, l'anno addietro, il professore Pisani gli aveva affidato
-l'esportazione di un tumore cancrenoso, standogli al fianco durante
-l'operazione, vegliandolo e incoraggiandolo.
-
-Si ricordava perfettamente. Le sue mani avevano tremato un istante
-quando il paziente urlava. Poi nulla. La volontà aveva dominata la
-sensibilità.
-
-Del resto, il malato gli era indifferente... La morte?... Non vi
-pensava affatto.
-
-Non pensava che a farsi onore, a vincere le difficoltà: precisamente
-come un artista.
-
-Ma quando l'infermo cominciò a rimettersi, quale piacere! Allora
-l'amava: non era più un miserabile indifferente, era l'opera sua.
-
-Proprio così.
-
-Dopo un mese, allorchè pareva guarito del tutto, quell'imbecille
-s'immaginò di morire.
-
-Che rabbia! Ma nient'altro che rabbia. Dopo tutto, l'operazione era
-riuscita benissimo.
-
-Il peggio fu che il povero Pietro Sangiorgi si punse un dito con una
-scheggia d'osso, sezionando quel cadavere — un vero putridume!
-
-Che momento terribile quello!
-
-Perfino il professore era impallidito. Certo pensavano tutti la stessa
-cosa; pensavano che il pericolo li minacciava ad ogni momento. Che
-maledetto mestiere!
-
-Uno studente molto giovane era svenuto.
-
-E il povero Sangiorgi, tre mesi fra la morte e la vita!
-
-Quello era stato proprio un duello a corpo a corpo tra la scienza e la
-morte.
-
-E finalmente la scienza aveva creduto di vincere. Sangiorgi era
-guarito... tutti lo dicevano. Lui stesso. E studiava più indefessamente
-di prima. Ma in capo a sei mesi lo trovarono morto una mattina, in casa
-di suo padre, accanto al letto intatto.
-
-Si era suicidato col laudano.
-
-Perchè si era ucciso?
-
-Chi sa perchè!...
-
-All'università qualcuno diceva che era pazzo, che la malattia
-d'infezione apparentemente guarita gli aveva prodotto la paralisi del
-cervello.
-
-Altri sostenevano che si era ucciso perchè non poteva più studiare
-su i cadaveri, tormentato da invincibile terrore. E per lui, senza la
-scienza, la vita non valeva un soldo.
-
-Chi sa!
-
-Morire per la scienza... uccidersi per un amore...
-
-— Ah! Come siamo sempre stupidi! — mormorò Fausto battendosi la fronte.
-— Eppure, domani, io non parlerò più, non respirerò più! Non avrò più
-questa noia del pensare; e la gente che si stima savia parlerà della
-mia pazzia! Il più stupefatto sarà don Paolo, lui che non vede altro
-male al mondo fuori della morte e della vecchiaia! Appunto, caro zio,
-appunto, il meglio è morire giovani.
-
-Rise.
-
-Un momento dopo, inconsapevolmente rabbrividì.
-
-— Oh! Argìa! Argìa!...
-
-Ed ebbe come uno scoppio di pianto interno che represse.
-
-Dinanzi a lui, un cancello aperto lasciava apparire un cortile ed un
-caseggiato.
-
-Sostò un momento; interrogò i suoi ricordi. Era da quella parte?...
-Sì... gli pareva...
-
-Entrò francamente e traversò il cortile.
-
-Un contadino che stava rimovendo del letame fumante in una larga buca,
-guardò il passeggero e lo salutò con naturale rispetto.
-
-Le donne filavano nella stalla. Si sentiva il loro chiacchiericcio. Due
-curiose aprirono una porticina ed uscirono. Una colonna di fumo denso
-e grasso si sprigionò subito da quell'apertura. Pareva che nella stalla
-fosse un incendio.
-
-— Che freddo! — gridarono alcune voci rauche, di dentro la stalla.
-
-Le due curiose rientrarono e l'uscio fu richiuso.
-
-Lamberti era già lontano. Voleva andare verso i boschi laggiù. Camminò
-un pezzo a caso; e intorno a lui era un silenzio interrotto appena
-dall'eco di rumori lontani.
-
-Sull'orlo del bosco incontrò una vecchietta e due ragazze coi grembiali
-pieni di legna. Vedendo quel giovane signore, che poteva essere il
-figliuolo di un fittavolo o di un proprietario, la vecchia fu sul punto
-di gettare il suo carico per scappare più presto. L'aria indifferente
-di Fausto la rassicurò. Intanto le due ragazze passavano alla lontana,
-mute e rapide come ombre.
-
-Nel bosco, silenzio e solitudine di tomba. La nebbia, sempre più densa,
-ne celava i confini; pareva una foresta immensa in uno sterminato
-deserto.
-
-Non un'orma su quella neve. Fausto era il primo che ne sfiorasse il
-candore; e i suoi passi risuonavano lugubremente come sulle pietre di
-un tempio deserto, sotto agli archi slanciati e bianchi, che i rami
-brinati formavano; lungo le ampie navate.
-
-Che superbe colonne, e quale fantastica architettura!
-
-Quello era il degno tempio della morte; un tempio che in pochi mesi
-sì sarebbe trasformato completamente, come si sarebbero trasformati
-i corpi dei due amanti suicidi... ahi, ma per quale diversa
-trasformazione!...
-
-Improvvisamente la fantasia gli rappresentò quel medesimo bosco quale
-egli l'aveva veduto in primavera, tutto verde e fiorito; animato dal
-canto degli uccelli e dal ronzìo degli insetti.
-
-Mai più egli non avrebbe riveduta la primavera!.. E quel bimbo, ch'egli
-condannava a morire prima di nascere, non vedrebbe mai il sole!...
-
-Quest'idea gli attraversò il cervello come una nebulosa; ed egli la
-lasciò passare senza esaminarla.
-
-Beati quelli che muoiono... più beati ancora quelli che non sono nati!..
-
-La testa bassa, gli occhi torbidi, egli camminava ora quasi
-automaticamente, senza pensiero. Provava una specie di stupore che gli
-offuscava la mente.
-
-Il bosco aveva mutato aspetto. Un fitto d'alberi altissimi, dai grossi
-tronchi neri, dai lunghi rami intralciati, spandeva un tenebrore
-improvviso. Le piante apparivano vecchissime, moribonde; alcuni tronchi
-spezzati erano imputriditi.
-
-Un'acqua scorreva al di là di quegli alberi, gorgogliando sotto a un
-ponticello.
-
-Un ramo del Gravellone!
-
-Fausto affrettò il passo e si fermò sulla sponda gelata, preso da un
-grande amore improvviso per quell'acqua corrente, che era come una
-dolce immagine della vita in mezzo al silenzio o al gelo della morte.
-
-Gli pareva che quell'acqua lo invitasse con un mormorio misterioso,
-penetrante.
-
-— Vieni, vieni — diceva la voce sommessa — non tornare in città...
-lascia vivere Argìa col suo bimbo... quell'_altro_ forse tornerà,
-l'amerà, saranno felici. Muori tu solo che non puoi essere felice, che
-non puoi amare, nè credere.
-
-Egli ebbe un sussulto.
-
-La gelosia che dormiva in fondo al suo cuore come un mostro in un
-antro, si scatenò improvvisamente.
-
-Lasciare vivere Argìa?... Lasciarla libera?
-
-— Ah! no! no!
-
-Non voleva morire solo.
-
-Non voleva lasciarla vivere quella perfida, capace di dimenticarlo e di
-essere felice con un altro.
-
-La odiava. L'amore e l'odio che da tanto tempo tenzonavano nell'anima
-sua, venivano nuovamente a formidabile conflitto.
-
-Come sempre, vincevano tutti e due.
-
-Ma in mezzo al tumulto di quel conflitto, la voce sommessa della
-coscienza riprendeva ancora la difesa di Argìa.
-
-Argìa era innocente... Argìa doveva vivere, perchè il suo spirito era
-portato in alto dal soffio dei tempi nuovi: perchè vedeva la luce e
-intendeva la verità.
-
-Ella doveva vivere per sè e per il suo bambino.
-
-Ah! se egli avesse avuta la forza di vivere con lei e di amare quel
-povero bimbo! Se avesse saputo assurgere nella vita al grande ideale
-della generosità e dell'amore, invece di rifugiarsi nella morte!
-
-Gli mancava la forza. Era un uomo vecchio. Vecchio a ventitrè anni.
-Un uomo del passato, a cui l'intelligenza e gli studi rivelavano
-l'avvenire senza alcun profitto, per tormentarlo di più, perchè egli
-sentisse più intimamente il peso della propria miseria.
-
-Incalzato da questi pensieri, camminava a caso, risalendo i giri
-tortuosi dell'acqua.
-
-Cresceva il freddo e ricominciava a nevicare. Il cielo si oscurava.
-
-Fausto pareva indifferente, insensibile alle cose esteriori. Cercava
-sempre e non riusciva a trovare.
-
-Ma che cosa cercava? Una soluzione, o il posto remoto dove morire con
-Argìa? Neppure lui sapeva. A poco a poco il fascino della morte lo
-riallacciava. Come sulla campagna, le tenebre si addensavano nell'anima
-sua.
-
-Non valeva la pena di vivere, di fare uno sforzo così grande, per stare
-alcuni anni a logorarsi tra le miserie e le volgarità della vita.
-
-La morte era molto più bella!
-
-La morte nell'amore, nell'ebbrezza divina!
-
-Benvenuta la nuova neve che li avrebbe ricoperti come un lenzuolo!
-
-Lungamente egli andò così vagando come trasognato, internandosi nel
-bosco; smarrendo la strada; perdendo il filo dei suoi ragionamenti;
-affranto, sfinito. Cercando sempre.
-
-La morte lo derideva! Era una nuova ironia delle cose!
-
-E non sapeva staccarsi dal desiderio ostinato di ritrovare quel
-posto... proprio quello!
-
-A un tratto si fermò.
-
-Era là, forse?
-
-Non sapeva decidere, ma il luogo gli piaceva.
-
-Era ritornato a quel fitto di piante altissime e vecchie, dai tronchi
-neri, deformi; ma ora si trovava dalla parte opposta. Qui il luogo era
-meno selvaggio, egualmente triste. Rami secchi, vecchi tronchi spezzati
-erano sparsi sulla neve, coperti di neve alla loro volta.
-
-Presso al fiume un albero intero giaceva abbattuto, come un gigante
-morto.
-
-Fausto andava in su e in giù lentamente; sognando; inseguendo la sua
-visione; e di tratto in tratto si scuoteva di dosso la neve con un
-gesto automatico.
-
-Quello era l'asilo... si, là sotto a quei rami... Nessuno li avrebbe
-cercati, nè visti per caso... fino a primavera. Qualche superstizione
-doveva pesare su quel luogo remoto, poichè nessuno si curava di quella
-legna morta.
-
-In primavera, prima degli uomini, sarebbe arrivata la piena... e
-l'acqua del Gravellone li avrebbe portati con sè, chi sa fin dove
-lontano.. Dovevano legarsi ben stretti con una sciarpa... per non
-essere separati.
-
-Un brivido di freddo insopportabile lo fece trasalire.
-
-Sorrise.
-
-Era quello il primo saluto della morte: ella si annunziava così.
-
-Oh! Argìa bella!...
-
-Come l'avrebbe stretta al suo cuore negli ultimi istanti!...
-
-S'inteneriva, vinto da una inesprimibile angoscia.
-
-Ad un tratto s'accorse che annottava.
-
-Era tardi...
-
-Come mai aveva fatto così tardi? Voleva correre dalla sua Argìa.
-
-Si mise a camminare risolutamente, combattendo la spossatezza con uno
-sforzo supremo della volontà, spinto da un folle terrore di non poter
-giungere fino a casa: di morire solo!...
-
-— Oh! Argìa! Oh! Argìa! — andava ripetendo tra i singulti.
-
-Aveva le ossa rotte; gli occhi bruciati, la gola arsa.
-
-Prese una manata di neve e se la portò alla bocca.
-
-Cercava di affrettarsi, ma ad ogni poco traballava.
-
-Finalmente, ansimante per la fatica, si trovò fuori del bosco; si sentì
-salvo.
-
-Quando fu giunto sulla strada maestra, al ponte del Gravellone, sedette
-un momento sul parapetto.
-
-L'acqua scorreva lenta e scura, impaludandosi in un canneto;
-traversando una boschina che pareva galleggiare. La neve cadeva
-turbinando, e il cielo plumbeo pesava sul tetro paesaggio. E Fausto
-si ricordava di una mattina lontana, in cui il piccolo fiume pareva un
-largo nastro d'argento e la boschina e il canneto profumavano l'aria...
-
-Ma egli non faceva confronti. Le immagini fluttuavano nel suo cervello,
-come le cose disparate che la piena delle acque trasporta quando la
-campagna è innondata.
-
-Si alzò con fatica. Aveva dei dolori da per tutto.
-
-Come avrebbe fatto a trascinarsi fino a casa, e poi, a ritornare fin
-laggiù con Argìa?
-
-Se lo forze lo tradivano... se quell'occasione andava perduta... Che
-cosa sarebbe avvenuto?
-
-Ah! La morte vagheggiata lo fuggiva come la felicità... Tutto lo
-derideva.
-
-Cercò d'irrigidirsi ancora, con uno sforzo supremo, concentrando la
-poca energia che gli rimaneva in un solo proposito: arrivare a casa,
-rivedere Argìa!
-
-
-
-
-X.
-
-
-Nella camera di don Paolo, piena di ombra e di tristezza, le ragazze
-aspettavano sedute davanti al caminetto, coi piedi sugli alari,
-guardando il fuoco in silenzio.
-
-Argìa soffriva crudelmente. Tutto il giorno era stata nell'ansia, col
-pensiero fisso ad un punto solo.
-
-Il ritardo di Fausto l'angosciava.
-
-Amelia era in preda alla noia; e la sua noia si traduceva in dispetto.
-
-Quell'invernata le pareva eccessivamente pesante. Soltanto qualche
-passatempo di tratto in tratto; e tutte le sere quelle visite al
-vecchio infermo, con la compagnia di quei due fidanzati così poco
-allegri!
-
-L'unica vera distrazione in quelle occasioni era per lei Vittorio;
-ma non le bastava. Avrebbe voluto qualche cosa di meglio. Con questo
-desiderio insoddisfatto ricadeva naturalmente nella noia; e annoiandosi
-osservava che sua sorella non pareva niente più soddisfatta di lei, e
-Fausto meno di tutti.
-
-Che amore ingrugnito! E che famiglia noiosa e musona avrebbero fatto
-quei due! Già lei non sarebbe andata ad incomodarli! Una volta sola in
-casa, il babbo avrebbe dovuto occuparsi di lei... e allora...
-
-Anche don Paolo almanaccava tra sè e sè nel suo letto.
-
-Aveva peggiorato sensibilmente; il suo intelletto tramontava. Era senza
-forze, e non se ne accorgeva.
-
-Tutti i giorni si faceva levare dal letto tre o quattro volte per
-mangiare una minestra, per bere una tazza di thè o di latte.
-
-Lo prendevano in braccio, come un bambino in fasce, e lui s'illudeva
-ancora di muoversi da sè, di avere appena bisogno di un lieve aiuto.
-
-Quando era seduto in poltrona pareva un fantasma.
-
-— Sono le sei suonate: non verranno più stasera! — mormorò Amelia
-pestando i piedini nella cenere.
-
-Argìa trasalì e tremò tutta.
-
-— Le sei?... le sei?
-
-— Già, le sei!... Oh che ti fissi anche tu sulle ore, come quello lì!
-C'è un contagio, si vede, in questa casa.
-
-La governante entrò col domestico per alzare il malato e farlo
-mangiare. Le lampade furono accese.
-
-— Perchè svegliarmi nel cuor della notte? — esclamò don Paolo irritato.
-— Che avete? Siete pazzi? Sono appunto suonate le tre alla torre, e
-volete farmi alzare... farmi mangiare... Ah! so io cosa volete! Volete
-portarmi via... È il complotto...
-
-Egli si interruppe, spaventato dai fantasmi della sua immaginazione,
-ripigliando poscia con voce querula:
-
-— Dov'è Fausto?... dov'è Vittorio? Perchè mi abbandonano ai miei
-nemici?... Bisogna chiamarli. Su, avvertiteli! Se non vegliano loro
-è finita!.... È una cosa grave.... un'infamia.... Dove sono?...
-Rispondete! Argìa? Amelia? Cosa fate lì?.... Chiamate i vostri
-amanti!.... Ah! essi dormono, poveretti: dormono a quest'ora, e voi
-altre siete qui... d'accordo coi miei nemici. Ecco! È poco vero che
-sono tradito? I cattivi approfittano dell'ora in cui i miei ragazzi
-dormono.
-
-«Ah! i gesuiti! i gesuiti! Quando c'entrano i gesuiti, non c'è
-speranza!.... Sono i gesuiti che mi ammazzano. Mi hanno sempre odiato.
-Adesso mi spiano per cogliermi nell'abbandono. Sì, sì, li ho visti
-passeggiare sui tetti, là!...
-
-«E lei... e lei... signora Luisa, si lascia raggirare!
-
-«Pss!... Non se n'abbia a male. Non dico che sia complice!... Ma debole
-femmina: un bel giovanotto... una parola dolce... sempre l'amore,
-sempre! Le donne ci perdono la testa!
-
-«E io, povero vecchio, che non ho più speranza di amore, che nessuno
-ama, muoio, abbandonato, in mano ai miei nemici!
-
-«Mi vogliono portare via... in un altra casa... per farmi morire più
-presto... più presto!.. Già una volta mi hanno portato... Si ricorda
-signora Luisa? E ho patito tanto allora... tanto!
-
-Sempre più fioca diventava la voce, sempre più incomprensibile. Di
-tratto in tratto s'interrompeva; poi ricominciava, borbottando fra i
-denti; smozzicando le parole.
-
-E faceva senso quella voce senza timbro, quella voce morta che si
-lamentava, attraversata da sibili e da rantoli.
-
-Ma la gente di casa vi si era abituata. Amelia rideva sommessamente;
-Argìa non ascoltava, sempre lontana col pensiero, attendendo che il
-noto passo si facesse sentire nell'anticamera.
-
-Il domestico condannato a stare serio e corretto, si mordeva le labbra,
-impaziente.
-
-La sola governante era penetrata e soffriva.
-
-Non poteva rassegnarsi a quelle ingiurie del suo vecchio padrone, della
-cui incoscenza e irresponsabilità non poteva convincersi.
-
-Le lagrime le facevano nodo alla gola; soffocava i singulti a fatica.
-
-Dopo un silenzio penoso, scattò.
-
-A lei dire di quelle cose! A lei?.... Con la vita che aveva fatta,
-irreprensibile e di sacrifici! Vita che don Paolo conosceva benissimo.
-Insultarla così, dopo tanti anni che lo serviva? Dopo tante bizze e
-capricci che lei aveva sopportati! A lei, dopo tante prove di fedeltà e
-di devozione?...
-
-A questo punto, essendosi esaltata e irritata sempre più con le proprie
-parole, la povera donna non potè più continuare, nè frenare i suoi
-nervi; e i singhiozzi scoppiarono: le lagrime le inondarono il viso.
-
-Don Paolo, ammutolito spalancava gli occhi, facendo girare le sue
-pupille come due lanterne.
-
-Capiva?
-
-Nessuno avrebbe potuto dirlo.
-
-Certo era impressionato. Passata la burrasca, la sua mente ebbe un
-ritorno di lucidità; e fece come certi ragazzi birichini e furbi: finse
-di avere scherzato.
-
-Al solito! quella benedetta Luisa non capiva gli scherzi! Dopo tanti
-anni non s'era ancora abituata! Prendeva ogni cosa in tragico.
-
-E sorrideva di un sorriso inesplicabile.
-
-— Il caffè?... Mi ha portato il caffè?
-
-— No, don Paolo... Il pranzo è pronto.
-
-— Il pranzo?... Ma che?... Luisa! Luisa!...
-
-La chiamava sommessamente.
-
-— Luisa, mandi via questo domestico: è uno di quelli...
-
-Poi, dopo una pausa:
-
-— Voglio il caffè.
-
-— Subito...
-
-La governante uscì soffocando un sospiro, e le ragazze restarono
-nuovamente sole col vecchio infermo.
-
-Il piedino impaziente di Amelia battè un colpo secco sopra un
-tizzone che si arrovesciò nella brace provocando una vera eruzione di
-scintille.
-
-— Sono stufa, sai!... ma stufa! Perchè tu sposi il signor Lamberti non
-c'è ragione che io venga a incretinirmi in questo manicomio. Tanto, io,
-l'altro, non lo sposo davvero! Che, che! Non voglio zoppi, io!...
-
-Si alzò con dispetto; fece un mezzo giro per la camera; poi, essendosi
-accorta che don Paolo le accennava di accostarsi a lui, gli voltò le
-spalle; andò alla finestra e si mise a guardare nella strada, traverso
-i vetri.
-
-Un momento dopo, un rumore sordo, come di ossa battute, e un grido di
-Argìa, la fecero voltare spaventata.
-
-— Ah! don Paolo in terra!
-
-Egli giaceva sul tappeto, nella più completa immobilità; e non pareva
-neppure un corpo umano ma una cosa bianca informe.
-
-Aveva voluto scendere dal letto; chi sa, forse per rincorrere quella
-birichina di Amelia; forse per andarsene da quella casa, come spesso
-diceva; e al primo contatto dei suoi piedi inerti col pavimento, era
-scivolato.
-
-Amelia si mise a gridare; Argìa toccò il bottone del campanello
-elettrico. Il panico le aveva prese: non osavano muoversi.
-
-E lui forse capiva che avevano paura e ribrezzo. Povero don Paolo!
-Essere ridotto in quello stato, lui, innamorato dell'estetica, della
-vita, di ogni poesia!
-
-Improvvisamente l'uscio fu spalancato, e Vittorio Giudici si precipitò
-nella camera, pallidissimo, in uno stato di sovraeccitazione appena
-sostenibile.
-
-Senza accorgersi di quello che accadeva, egli andò diritto all'Argìa,
-le afferrò le mani e scuotendola un poco, le sussurrò con voce rauca:
-
-— Fausto è malato! L'ho trovato per istrada che non poteva camminare...
-
-E più basso ancora:
-
-— Ho paura che abbia voluto uccidersi!... Cosa gli ha fatto?... —
-S'interruppe, smarrito.
-
-Argìa non rispose. Oppressa, annientata, ricadde sulla sedia. Pareva
-impietrita. Un momento dopo trovò la forza di rialzarsi e balbettò:
-
-— Dov'è?... Andiamo!
-
-E s'avviò risoluta.
-
-Vittorio e Amelia la seguirono.
-
-Dimenticato da tutti, incapace di fare il più piccolo sforzo per
-sollevarsi da sè, e vergognandosi di chiamare, don Paolo restò solo,
-disteso sul tappeto.
-
-
-
-
-XI.
-
-
-— Fausto Lamberti muore, mentre suo zio infermo, imbecillito, minaccia
-di campare chi sa quanto tempo!
-
-La dura notizia correva la città, destando un senso di terrore;
-eccitando gli animi alle sorde imprecazioni.
-
-La morte si accaniva contro il giovine vigoroso e fiero che l'aveva
-sfidata; e pareva disposta a lasciar vegetare nella demenza il vecchio
-pauroso ed inutile.
-
-Era il terzo giorno.
-
-La casa dell'abate aveva un aspetto desolato. La governante correva dal
-vecchio infermo al giovine; i domestici perdevano la testa.
-
-Nelle stanze terrene, un via vai di gente affannata e curiosa. Medici,
-studenti, professori, preti, signori e signore, amici del Lamberti e
-dei Giudici.
-
-Il professore Pisani dirigeva la cura di Fausto; ma altri due medici lo
-assistevano.
-
-In generale, poche speranze. Era una pleurite delle più arcigne.
-
-Una sola circostanza favorevole: la parte attaccata, la destra. Inoltre
-il cuore pareva sano e capace di resistere, se la malattia faceva un
-corso regolare.
-
-Ma la febbre saliva a quarant'un gradi e più. Se cresceva ancora,
-impossibile scongiurare la combustione: la fine fatale.
-
-Da tre giorni Argìa non dormiva, nè si staccava da quel letto di pena.
-
-Invano suo padre aveva tentato di allontanarla.
-
-Ella spasimava con Fausto, agonizzando nell'ansia. Il vecchio rimorso
-l'accasciava: come aveva potuto permettere che Fausto si preparasse
-a morire con lei... per lei?... Ora più che mai, quel proposito di
-suicidio le pareva un delitto. In conseguenza di quella aberrazione,
-a cui lei aveva ceduto, Fausto era stato colpito dalla terribile
-malattia; ed ella doveva vederlo penare così... morire, forse...
-
-Quale punizione!
-
-L'immagine di Fausto, freddo, insensibile, morto... le si fissava nella
-mente, con la persistenza di un incubo che la schiacciava.
-
-Tuttavia, la sua volontà sempre sveglia e tenace, si ribellava alla
-truce immagine. No! no! no! Fausto non sarebbe morto!... Lei non voleva
-che morisse: non doveva morire. I medici dovevano trovare il modo di
-guarirlo. Si trattava di un giovine robusto, che non aveva sofferto di
-nessun male: se non riescivano in quel caso, potevano affogarsi tutti
-quanti erano, professoroni insensati!
-
-Aspettava suo padre nell'anticamera, si avvinghiava a lui,
-scongiurandolo, singhiozzante, fuori di sè.
-
-Egli s'irritava.
-
-— Credi dunque che dipenda dalla mia volontà?... Credi che io non
-faccia tutto il possibile?...
-
-Ella, in cuor suo, ripeteva: — Mio Dio! fatelo guarire!... Io andrò
-poi via, lontano, per vivere sola, povera, dimenticata, ma felice di
-saperlo vivo!...
-
-Fausto la indovinava, guardandola fisso, gli occhi smisuratamente
-dilatati.
-
-Malgrado l'acutezza della febbre egli non delirava.
-
-Aveva qualche visione; ma in complesso, conservava piena coscienza di
-sè e del proprio stato. Il suo pensiero dominante era questo:
-
-Sarebbe morto, avrebbe lasciato Argìa nella vita senza di lui. Il
-destino a cui aveva voluto sfuggire si compiva. Era giusto. Argìa
-doveva vivere per il suo bambino. Era giusto! Lui solo doveva morire...
-lui che non aveva avuto il coraggio di prendersela così... nè la forza
-di strapparsela dal cuore.
-
-Intanto però, leggendole negli occhi che lei sarebbe morta, perchè
-voleva seguirlo, egli si sentiva sollevato; e soffriva meno di
-quell'atroce puntura al polmone e di quella oppressione affannosa.
-
-La ringraziava con un pallido sorriso; l'accarezzava dolcemente. Ma
-di tratto in tratto, un violento scoppio di tosse interrompeva le
-carezze. L'angoscia lo riafferrava. Doveva morire solo, distrutto dalla
-malattia; in mezzo agli spasimi... Mentre la morte sognata con Argìa
-sarebbe stata così dolce!...
-
-Il destino non aveva voluto concedergli quell'unica gioia. La morte
-implorata amica, lo assaliva a tradimento, lo colpiva nell'ombra, come
-fa l'assassino. Gli pareva di averla dinanzi, fantasma terribile, e
-l'apostrofava, la insultava.
-
-Una nebbia pesante gravava, quella sera, il suo intelletto. Non
-discerneva più chiaramente le immagini del pensiero dalle figure vere;
-il sogno dalla realtà. Tutto si confondeva.
-
-Gli parve... sognò... di essere già morto. Non poteva muoversi. Lo
-portavano al cimitero.
-
-Argìa lo seguiva, additata dalla folla, e qualcuno mormorava una parola
-che poi tutti ripetevano.
-
-— Non ha fatto a tempo a farsi sposare — dicevano le amiche sorridendo
-malignamente.
-
-Egli sentiva quelle risatine feroci; ma non poteva muoversi; non poteva
-difenderla, povera Argìa!...
-
-Si scosse e la chiamò sommessamente:
-
-— Argìa! Argìa!
-
-Ella si chinò su lui, bagnandogli il volto di lagrime. Questo lo calmò:
-si assopì.
-
-Ritornò a sognare. Rivedeva Argìa col suo bimbo in una bella casa in un
-paese lontano. Presso a lei era un giovine. Chi?
-
-Lui stesso forse? No, ah! no! Non lui... quell'altro! L'aveva sposata:
-si amavano, e parlavano di lui, morto, con quella mestizia leggera, per
-cui i felici sentono più intensamente la gioia di vivere e di amare.
-
-Egli assisteva ai loro colloqui: sentiva i loro baci lunghi,
-sonanti... Voleva fuggire; fuggire l'odiato spettacolo, ma non poteva:
-l'attrazione lo inchiodava. Un peso enorme gli gravava il petto... Era
-la pietra tumulare, che lo divideva dal mondo, la pietra su cui Argìa
-aveva voluto morire... Ah! ah! ah! ah! ah! Come rideva!
-
-Il riso atroce si mutò in un terribile scoppio di tosse. Pareva che il
-petto gli si frangesse. Uno sputo oscuro, sanguinolento, gli insozzò
-la bocca. Il professor Pisani e Vittorio accorsero con premura per
-sostenerlo. Passato l'assalto gli somministrarono alcune cucchiaiate di
-una pozione efficacissima, fatta preparare dal Pisani.
-
-Tornò la calma ed il sonno. Ma la febbre era cresciuta ancora!
-
-Entrò un altro medico che brandiva l'occhialetto. Il Pisani trasse di
-sotto l'ascella del malato il piccolo termometro per mostrarlo al nuovo
-venuto, e si misero a parlare tra loro sommessamente, masticando le
-parole.
-
-Poi l'uomo dall'occhialetto volle fare una rapida ascoltazione
-al polmone ed al cuore del paziente, sotto agli occhi ansiosi del
-professore e di Argìa.
-
-Era un medico giovane, sebbene già famoso; non ancora avvezzo alla
-morte, mal corazzato contro le angoscie dei parenti e degli amici che
-vegliano presso ad un ammalato in pericolo.
-
-Quando si raddrizzò mostrò un viso pallido, disfatto, e i suoi occhi
-atterriti si fissarono in quelli del professore improvvisamente
-ammutolito.
-
-
-
-
-XII.
-
-
-Una nottata affannosa seguì la giornata pessima.
-
-L'estrazione dell'acqua dalla pleura diede poco risultato.
-
-Verso l'alba Fausto si assopì; la testa alzata sui guanciali, i capelli
-incollati alle tempie dal sudore; il viso terreo, i pomelli accesi.
-
-Anche Argìa si assopì. Ed anche il suo viso appariva smunto ed
-emaciato. Ella giaceva abbandonata all'indietro sulla poltroncina,
-vinta dalla stanchezza di tutti quei giorni.
-
-Colta dal sonno così improvvisamente, in quello stato di prostrazione,
-aveva dimenticato le solite precauzioni, l'arte suprema di stare e di
-presentarsi, assiduo pensiero suo.
-
-La fascetta le si era slacciata; le pieghe delle gonne ricadevano
-all'indietro, lasciando la stoffa quasi liscia sulle accentuate
-rotondità dei fianchi. E la tenue luce che spandeva intorno una lucerna
-di porcellana azzurrata, scendeva direttamente sopra di lei, mettendo
-vieppiù in evidenza ciò ch'ella aveva così affannosamente nascosto.
-
-Il professore e Vittorio, seduti all'altro capo della stanza,
-discorrevano sommessamente della necessità di scrivere ai Lamberti,
-andando pure contro la volontà di Fausto.
-
-— Ma, io non capisco... perchè mai Fausto non vuol vedere sua madre?...
-
-Vittorio esitò un istante.
-
-— Mah!... A me disse che voleva risparmiarle questo affanno perchè
-soffre di cuore... Vorrebbe si aspettasse un miglioramento...
-altrimenti... gli estremi...
-
-— Eh!... — mormorò il professore crollando il capo — se domani non
-migliora, saremo presto agli estremi!
-
-— È appunto questo che mi trattiene; poichè, se scrivo, Fausto capirà...
-
-— Crede proprio che non lo sappia?... È medico anche lui: ha studiato
-molto. Deve capire.
-
-Vittorio non rispose. I suoi occhi si erano fermati su quel punto
-troppo illuminato della figura di Argìa, e quella visione lo turbava
-profondamente. Da parecchio tempo egli aveva dei sospetti sui quali non
-voleva fermarsi e che, suo malgrado, lo rendevano inquieto. Ma dalla
-sera in cui aveva trovato Fausto sul ponte del Ticino, in quello stato
-di prostrazione e di sfinimento, il viso improntato da una disperazione
-che non si celava più sotto la maschera abituale: da quella sera, il
-povero Vittorio non sapeva come sottrarsi alle ossessioni del terribile
-punto interrogativo a cui non poteva in alcun modo rispondere.
-
-L'ansia più acuta, che gli cagionava lo stato del suo Fausto, lo
-distoglieva di tratto in tratto dalla pungente ricerca; ma appena lo
-spirito aveva agio di riflettere, ricompariva il punto uncinato.
-
-Molte volte, mentre il malato si assopiva, ed egli rimaneva là a
-vegliarlo insieme alla giovine fidanzata, il bisogno di conoscere quel
-mistero lo assaliva con prepotenza. Voleva scoprire la verità: doveva
-scoprirla.
-
-E si rimetteva a cercarla, frugando e rifrugando in quel complicato
-insieme di dati, di dubbi, di affermazioni e di negazioni tenzonanti
-nel suo cervello.
-
-Quante faccie aveva per lui quel problema!
-
-Se Argìa aveva ceduto... Se Fausto... Insomma... se quello che di
-tratto in tratto appariva, era vero... Perchè non avevano affrettato il
-matrimonio?....
-
-E ad ogni modo — era quella una causa sufficiente alla disperazione
-tante volte sorpresa negli occhi di Fausto?...
-
-E da dove veniva Fausto, quella tal sera, per essere così stanco, così
-sfinito e quasi fuori di sè?...
-
-Perchè quelle lagrime nei suoi occhi?...
-
-Certo, il fatto di avere compromesso l'onore della sua fidanzata, e il
-pensiero dei parenti irritati, dovevano tormentarlo. Ma... alla fine
-poi, se loro si amavano, potevano sposarsi subito e partire appena
-sposati... stare via un anno... viaggiare... Eran ricchi!... E anche se
-dovevano affrontare l'opinione pubblica... bella roba!... Quando due si
-amano...
-
-E fissava lo sguardo in faccia ad Argìa come per interrogarla.
-
-Ma il viso pallido e grave, dall'espressione verginale, rimaneva
-impenetrabile... Che! forse non era vero niente, ed egli sognava a
-occhi aperti. Forse aveva ragione l'Amelia quando diceva che in quella
-casa c'era un contagio di pazzìa!
-
-Ed ecco che, tutto a un tratto, ogni dubbio svaniva.
-
-In un istante d'oblio e di stanchezza invincibile, Argìa lasciava
-apparire il suo stato, nascosto con tanta cura, a costo di acerbe e
-continue torture.
-
-Non ricevendo alcuna risposta, il Pisani scrutò il viso del suo
-interlocutore e sussultò.
-
-Quel viso rivelava l'impressione di una scoperta penosa.
-
-Atterrito, egli girò lo sguardo sull'ammalato. Nulla di nuovo... pareva
-assopito come poco prima; e Argìa...
-
-— Ah!...
-
-Fu un urlo soffocato.
-
-Vittorio comprese il male che aveva fatto; cercò di ripararvi,
-ripigliando il discorso con simulata tranquillità; ma non gli riescì.
-La sua voce tremava, non sapeva quel che diceva.
-
-Il professore gli troncò la parola accennandogli Argìa con un gesto
-brusco.
-
-— Guardava mia figlia?
-
-— No!... s'inganna...
-
-— Non finga! Non sa fingere!...
-
-E crollò le spalle maestose con superbo disprezzo.
-
-In due passi fu presso alla giovine addormentata; la scosse rudemente,
-e appena vide che aveva aperti gli occhi le intimò di seguirlo, con
-depressa eppure formidabile voce.
-
-Completamente desta dalla violenza della commozione; completamente
-presente a sè stessa, e conscia della gravità di quel momento, Argìa si
-alzò pronta a obbedire.
-
-Dopo un istante d'incertezza e di perplessità Vittorio cercò
-d'intromettersi, sentendo il bisogno di difendere la fanciulla da lui
-così involontariamente accusata.
-
-Il professore l'arrestò seccamente. Restasse a guardia di Fausto.
-
-— Argìa!... — mormorò l'ammalato sobbalzando.
-
-— Argìa — ripetè più basso, e tornò a smarrirsi nel letargo pesante.
-
-Il professore traversò due stanze buie, trascinandosi dietro la figlia;
-e sostò in una sala dov'era un po' di luce.
-
-Una enorme libreria occupava la parete di fondo di questa sala,
-destinata alla lettura e, in casi eccezionali, alla scherma; le altre
-pareti erano decorate da carte geografiche e fasci d'armi disposti
-a guisa di trofei. Una stuoia di juta copriva l'ammattonato. Pochi
-mobili: alcuni tavolini, una scrivania in un cantone, e varie sedie
-e seggioloni coperti di cuoio e ornati di borchie dorate, imitazioni
-dell'antico, di fabbrica milanese.
-
-Su un tavolino agonizzava per tre beccucci una lucernina d'ottone,
-lucente come oro. E soltanto questa lucernina dalle catenelle
-scintillanti rivelava la vecchia casa di provincia.
-
-Da una finestra rimasta aperta si vedeva il giardino pieno di neve e
-una distesa di cielo imbiancato dai primi lucori dell'alba.
-
-Il professore trascinò Argìa fino a quella finestra che era nell'angolo
-più remoto, serrandole i polsi, scuotendola con involontaria violenza.
-
-Il primo impeto lo agitava ancora, ma era evidente che voleva dominarsi.
-
-Argìa non fiatava.
-
-Lasciata libera, si appoggiò al muro per non cadere. I suoi occhi
-muti fissavano il suolo. Pareva insensibile. Non le balenava neppure
-che il cuore del suo povero babbo aspettasse una rivolta suprema,
-contro quelle asprezze, che lei avrebbe dovuto trovare ingiustificate,
-pazzesche.
-
-Egli la guardava intensamente, spogliandola con l'occhio del medico; e
-tremava come un paralitico.
-
-Finalmente proruppe.
-
-— Non dici niente?.. Non ti ribelli?... È vero, dunque, è vero! Tu
-confessi... Ti sei lasciata... Uff!...
-
-Digrignò una bestemmia e una parolaccia e con un gesto energico si
-battè un pugno sulla bocca.
-
-— Ah! imbecille che sono, speravo ancora che i miei occhi m'avessero
-ingannato!... Ma non sai che ti dovrei ammazzare?...
-
-Un leggero stringimento di spalle fu la risposta.
-
-Questo esasperò il padre. Tornò ad afferrarla; la scosse, la piegò in
-due come il vento furioso fa di un povero arbusto.
-
-— Mi hai disonorato!... hai disonorato tuo fratello ufficiale.... la
-tua sorellina!... E non dici una parola?... E non ti giustifichi?...
-Non capisci? Dì'! Cosa pensi?... Che cosa pensavi?..
-
-Parla! Dio di Dio! Non sai che dire di sì?..
-
-Ella spiccicò a stento:
-
-— Mi sarei punita da me... Puniscimi tu!..
-
-— Ah! punirti?... Che cosa avrò guadagnato quando ti avrò punita?...
-Chi lo punirà, lui?... Ah! Perchè non ti sei fatta sposare a tempo
-piuttosto?
-
-Ella non rispose neppure con un gesto.
-
-Il professore si allontanò di qualche passo, si asciugò la fronte
-madida. Il sangue tumultuava nelle sue vene gonfie. Aveva paura di
-sè stesso. Voleva vincersi e dominare con fermezza di spirito quella
-situazione così difficile; salvare l'onore della famiglia. Ma la
-collera tenace gli offuscava il cervello; aveva impulsi ciechi e lo
-sforzo che faceva per reprimerli, lo soffocava.
-
-— Tutto perchè non hai avuto confidenza in tuo padre!... Ma quando è
-stato? Quando?... Eppure, io ho vegliato!... Ah! no, per Iddio, io non
-ho meritato questa vergogna! Ho sacrificato tanto per voi altri, per
-non darvi una matrigna, per starvi sempre al fianco!... E tu, la mia
-figliuola maggiore, la ragazza savia di cui non ho mai dubitato, tu mi
-hai tradito così!...
-
-Parlava a scatti, battendo i denti; e nella voce rotta era lo schianto
-di un dolore più grande della collera.
-
-— Parla, Argìa! non farmi perdere la ragione col tuo mutismo. Perchè
-appena ti sei accorta, non hai cercato di affrettare il matrimonio?...
-E se tu non osavi, perchè non hai detto qualche cosa a me?... Avrei
-parlato io con quel signorino!...
-
-S'interruppe e poi riprese cambiando tono e come parlando a sè stesso:
-
-— Oh! mi pare ancora impossibile!... Un ragazzo intelligente e leale
-come Fausto!.... Uno studente di medicina, quasi dottore!.... Non pare
-vero!...
-
-Si mise a camminare per la stanza ripensando tra sè. Non poteva
-capacitarsi. La debolezza, sì, purtroppo, la capiva. Ma quella condotta
-così grulla?!... Quella mancanza di ogni senso della vita pratica?...
-
-Tutto a un tratto si battè la fronte e ritornò precipitosamente presso
-a sua figlia, gridandole nella faccia:
-
-— Non ti ama forse più?!..
-
-— Oh!... povero Fausto!... Mi ama sempre!..
-
-— Meno male.... Purchè non muoia, quel minchione!... Che cosa faremo se
-muore?!..
-
-— Morirò anch'io!...
-
-— Ah, sì?... Brava! Che bella consolazione tu ti figuri di dare a tuo
-padre!...
-
-Era commosso. Una invincibile tenerezza gli entrava nell'anima. Se
-avesse potuto salvarla, la sua Argìa... renderla felice malgrado
-tutto!...
-
-L'amava più di tutti i suoi figli. Era sempre stato superbo di lei.
-Avrebbe potuto strozzarla nel primo impeto, appunto perchè l'amava
-così. Ma sentirla, lei, parlare di morire, lo agghiacciava: gli serrava
-il cuore.
-
-Si rimise a camminare in su e in giù, per riflettere, per cercare.
-La tenerezza gli recava un leggiero accasciamento; le sue spalle si
-curvavano un poco e la sua larga schiena si arrotondava. Visto così,
-nella luce livida, il bel professore appariva assai meno fresco e
-giovane. L'accasciamento non era soltanto esteriore. Qualche cosa di
-strano accadeva nel buio della sua coscienza.
-
-La grande sicurezza che l'aveva sostenuto in tutti i momenti, pareva
-scossa: e il benefico convincimento di avere sempre operato saviamente,
-correttamente, e che ciò bastasse nella vita, minacciava di sfasciarsi:
-un vago dubbio sorgeva nel punto più riposto, più imprecisabile della
-sua compagine. Forse qualche volta aveva fatto meno bene che non
-credesse...
-
-Forse... nel suo affetto c'era più egoismo..
-
-Si raddrizzò come uno che si prepara a combattere un nemico occulto.
-
-Assurdo! La sua coscienza aveva torto di tormentarlo!
-
-Sorgeva il giorno.
-
-I beccucci della lucernina avevano una bracetta rossa in mezzo alla
-fiamma torbida, agonizzante; e la luce di fuori, sempre più diffusa,
-recava nell'ampia stanza quel senso di freddo e di tristezza che mette
-i brividi dopo una notte di veglia.
-
-Per una singolare coincidenza di luce e di colore, il Pisani ebbe la
-visione di un'altra alba, lontana di molti anni. Era il tempo delle
-guerre contro lo straniero. Un cielo livido, un paesaggio piatto,
-biancheggiante per la brina caduta nella notte; e nello stanzone
-dove sostavano dopo una marcia forzata di sette ore, una lucernetta
-agonizzante... così! Arrivavano tardi per aiutare; lo scontro era
-terminato, il nemico aveva ceduto il campo. Si sentiva il rullo dei
-tamburi che si allontanavano malinconicamente nella nebbia. Quanti
-morti! Quanti feriti sparsi sulla spianata!...
-
-Presto all'opera!
-
-Ed egli ci s'era messo all'opera, con tutto l'ardore della gioventù.
-Lavorava per quattro, fresco, arzillo, come se si fosse alzato allora.
-Tutti lo benedicevano; tutti gli obbedivano e l'ammiravano. Ah! quelli
-eran tempi!
-
-Ebbene? Decadeva forse? Per quei pochi brividi? Per quel senso di
-spezzatura che ogni tanto lo forzava a curvarsi?...
-
-Ah! I cinquant'anni, le prime avvisaglie della inevitabile sconfitta!
-Anche per lui sarebbe suonata l'ora fatale, anche per lui!...
-
-Tutto ciò in confuso; più sentito che pensato.
-
-Con un movimento quasi inconsapevole, egli scattò a guisa di protesta,
-per il bisogno, innato in lui e strapotente, di trovarsi forte; di
-vincere tutto e sopra tutto l'età.
-
-Argìa intanto era rimasta nella sua immobilità, presso alla finestra,
-gli occhi fissi sul padre, domandandosi che cosa egli avrebbe risoluto
-e a quali altre dure prove l'avrebbe messa.
-
-Finalmente egli tornò presso di lei e si mise a sedere quasi calmo.
-
-— Spegni quella lucerna, mi dà noia. Ora vieni qui: siedi accanto a me.
-Io voglio salvarti, figlia mia! Abbi confidenza in me. Sono tuo padre,
-ti adoro. Non pretendo di essere stato un santo nella mia vita, ma
-come padre non ho rimorsi: ho amato teneramente tutti i miei figli, te
-specialmente. Voglio salvarti, dunque: salvare l'onore della mia povera
-casa! Ma tu, assecondami per carità! Senti bene: è necessario agire
-subito: noi dobbiamo essere prudenti, avveduti: non possiamo affidarci
-al caso... Senti, Fausto può morire: è molto aggravato, sai! Se non
-morirà tanto meglio... Non piangere così, perdio!... Farò di tutto
-perchè non muoia. Intanto però bisogna ch'egli ti sposi. Io gli parlerò
-in nome dell'onore; che diamine, è un uomo!... Tu poi gli parlerai del
-tuo amore...
-
-— No, babbo!
-
-Ella stava ora di fronte a lui, la testa alta, gli occhi fissi, con
-qualche cosa di rigido, di teso nella persona e nella espressione del
-volto.
-
-— No! — ripetè — e la sua voce morì come strozzata.
-
-— No?... Che cosa «no»?...
-
-Egli non capiva realmente.
-
-Era tanto anormale quel «no» per lui, che la sua intelligenza si
-ribellava.
-
-— Parla, scimunita! Che cosa «no»?
-
-La voce tuonò a insaputa di lui. Ora la collera lo prendeva davvero:
-lo schiantava. Era un uragano, un ciclone. Con un gesto istintivo si
-sbottonò il colletto. Soffocava. Dopo un istante, con voce rauca e
-concitata rantolò:
-
-— Parla, Argìa! Che cosa è quello che non vuoi?...
-
-— Non voglio che Fausto mi sposi!... — disse Argìa con voce ferma.
-
-Era troppo. La longanimità del padre non giungeva fino a tale eccesso.
-
-Di scatto egli balzò in piedi e si avventò su lei coi pugni stretti,
-livido; tanto più esasperato che non riesciva a penetrare il pensiero
-di sua figlia.
-
-— Sei pazza?... Ti burli di me?
-
-Argìa indietreggiò atterrita. Nel medesimo tempo le passò per la mente
-come un lampo la promessa fatta a Fausto di non rivelare quel segreto
-funesto. Si riprese e balbettò:
-
-— Non voglio che mi sposi così...
-
-— Ah!
-
-Le braccia protese ricaddero lentamente, ma i pugni restarono chiusi.
-
-Vi fu un silenzio.
-
-Il professore tornò a sedere. Cercò di calmarsi e non parlò finchè non
-fu padrone di sè.
-
-Quando cominciò aveva la voce sicura e dolce, l'accento persuasivo.
-
-— Capisco ciò che tu hai voluto dire. In fondo il tuo rifiuto deriva
-da un sentimento delicato, nobile; malgrado ciò, rimane insensato. E
-poi... tu non pensi che all'amante. E il... bambino? Vuoi tu mettere al
-mondo un miserabile, senza nome, senza padre?
-
-Il viso di Argìa tradì una intensa commozione.
-
-Egli se ne compiacque: aveva toccata la corda sensibile.
-
-— Vedi! Non ci avevi pensato alla tua creatura! Lasciati dunque guidare
-da me. Vedi come è buono tuo padre!
-
-— Sì, tu sei buono, e ti ringrazio... Ma io non posso... non voglio!...
-
-— Ah! No!... Sei cattiva e ostinata. Ma non importa. Farò senza il tuo
-aiuto: e tu obbedirai, come è tuo dovere. E ora va! La mia pazienza è
-esaurita. Va!...
-
-Argìa fece per ritornare da Fausto; ma il professore la prese per un
-braccio e la strappò via.
-
-— Non di là!... A casa devi andare. Non lo vedrai più, giacchè non vuoi
-che ti sposi, sgualdrina!...
-
-— Oh! babbo! babbo!...
-
-E s'attaccava a lui per seguirlo. Ma egli la respinse brutalmente e
-chiuse l'uscio a chiave.
-
-Prima di rientrare dall'ammalato, il Pisani volle ricomporsi e
-riflettere, su quello che doveva fare.
-
-Le due stanze attraversate prima al buio, erano ora abbastanza chiare.
-Una era la camera di Vittorio; l'altra, l'anticamera che metteva
-alle scale. Restò nella prima e si gettò su un divano perchè gli
-pareva d'avere le gambe rotte. La testa chinata fra le mani, cercò di
-raccapezzarsi, di riflettere. Ciò che un momento prima gli era parso
-facilissimo, gli si presentava ora sott'altro aspetto.
-
-Bisognava parlare a Fausto dell'imminente pericolo... vale a dire
-prostrarlo nell'istante in cui aveva il maggior bisogno di tutte le
-sue forze! Se moriva, la desolazione di Argìa avrebbe rinfacciato
-eternamente, al padre, quell'imprudenza, come un omicidio!.. E Argìa
-stessa poteva morire, uccidersi!.. Non aveva ella detto: «Morirò
-anch'io?...»
-
-Che terribile rischio!...
-
-Ma d'altra parte, se Fausto moriva ugualmente per la forza della
-malattia, egli non si sarebbe mai perdonato di non avere fatto quanto
-era da lui per salvare l'onore della sua figliuola, l'onore della
-famiglia!... Maledetto anche l'onore!
-
-Un leggiero rumore venne a distrarlo. Alzò la fronte. Vittorio stava
-dinanzi a lui aspettando.
-
-— Che c'è?... Un peggioramento?...
-
-E balzò in piedi.
-
-— No no... direi quasi il contrario. Pare stanchissimo, ma ha la mente
-chiara... Ha sognato.... ha pianto.... ha chiamato Argìa.... Dov'è la
-signorina?...
-
-— Di là... E adesso che cosa dice?...
-
-— Adesso egli vuol parlare a lei, professore... sa... io non ho potuto
-nascondergli che lei ha scoperto...
-
-— Ah!... meglio così!... E si è agitato...?...
-
-— Non tanto... Anzi, ha detto come lei «meglio così!» Ma venga, venga...
-
-Il professore si incamminò, come sollevato da un gran peso; la fortuna
-fedele non l'abbandonava neppure in quel frangente! Tornava giovine;
-era sempre forte.
-
-Un'occhiata gli bastò a giudicare dello stato di Fausto. Qualche cosa
-d'insolito era avvenuto: una crisi che poteva condurlo a salvamento
-od a morte nel volgere di poche ore. I pomelli accesi, di un rosso
-più intenso, facevano paura. Ma il raggio di limpida intelligenza che
-brillava nei dolci occhi, era una speranza.
-
-— Ebbene Fausto? Come stai?...
-
-— Non saprei... La morte mi è passata accanto: mi ha sorriso e mi ha
-dato un consiglio...
-
-— Dà consigli la morte?...
-
-— Qualche volta...
-
-— Vediamo intanto il termometro!...
-
-Con terrore, che non riuscì a nascondere, il Pisani constatò ancora
-un aumento di temperatura. Fausto sorrise tristamente e un'ombra gli
-oscurò la fronte. Ma in quel medesimo istante entrò nella camera Argìa
-al fianco di Vittorio, e la fronte oscurata si rischiarò.
-
-— Oh! Argìa non m'abbandonare! Mi hai lasciato, e ho sognato di
-morire!...
-
-Pallida, ma sicura in volto, ella si chinò su lui e lo baciò,
-mormorando:
-
-— Non ti lascierò più.
-
-E la voce commossa, solenne, palesò tutto il significato della promessa.
-
-Il professore rabbrividì. Voleva parlare e si sentiva paralizzato.
-
-Finalmente, Fausto disse:
-
-— Professore, mi vuol sempre bene, vero? Non mi ha perso la stima?...
-
-— Oh! Fausto!.. protestò il Pisani commosso.
-
-E sebbene egli credesse di avere dinanzi a sè il seduttore della figlia
-sua, colui che aveva compromesso l'onore dei Pisani, sentiva in cuore
-— al posto della collera che avrebbe dovuto provare — una tenerezza
-infinita e qualche cosa di strano, di solenne che lo scuoteva e non
-avrebbe saputo esprimere nè spiegare.
-
-— Ebbene... dunque — mi faccia una grazia... padre mio... faccia che io
-sposi Argìa... che ripari... il male... subito... subito... prima che
-venga la morte!...
-
-— Oh! Fausto!... No!... No, Fausto!... — gridò Argìa fuori di sè.
-
-Ma egli le impose silenzio con uno sguardo supplichevole, e si
-abbandonò sui guanciali stremato di forze.
-
-
-
-
-XIII.
-
-
-Le formalità indispensabili, la richiesta di permessi speciali, i
-preparativi di diverso genere, occuparono tutta la giornata.
-
-IL professore e Vittorio Giudici giravano gli uffici pubblici; davano
-e ricevevano appuntamenti; scrivevano biglietti nelle anticamere dei
-pubblici funzionari occupati.
-
-Appena era possibile correvano un momento a casa; si assicuravano dello
-stato di Fausto, e poi, via, di gran carriera, verso un altro punto
-della città.
-
-La temperatura dell'ammalato era discesa di mezzo grado circa; sempre
-altissima, ma meno allarmante.
-
-— È il cuore che mi fa paura; sempre il cuore! — diceva Fausto con un
-pallido sorriso.
-
-E il professore crollava il capo dall'alto al basso, in segno di grave
-preoccupazione.
-
-— Se il cuore resiste siamo salvi!...
-
-La parte principale della cura era rivolta a sostenere quel povero
-cuore tanto bersagliato.
-
-Ogni volta che Vittorio o il Pisani apparivano sulla soglia, Fausto li
-interrogava con lo sguardo ansioso.
-
-Che paura aveva di morire prima!
-
-Finalmente, verso le quattro, Vittorio recò la buona novella: tutte le
-difficoltà erano vinte, l'ufficiale civile aveva promesso di arrivare
-puntualmente, tra le cinque e mezzo e le sei.
-
-La signora Luisa addobbava la camera, rasciugandosi le lagrime che
-voleva nascondere a Fausto.
-
-— Ah! chi l'avrebbe detto! chi l'avrebbe detto! — ripeteva tristamente.
-— Sposarsi a questo modo! che disgrazia!...
-
-Argìa aveva mandato a prendere uno degli abiti del suo corredo, già
-mezzo pronto; un abito di felpa azzurra fatto terminare in tutta
-fretta; e stava vestendosi nella camera della signora Luisa.
-
-Dacchè Fausto aveva pronunciato quelle solenni parole, e tutti si
-agitavano intorno a lei per quella cerimonia ufficiale, che doveva dare
-a lei e al figlio suo il nome onorato dei Lamberti, ella rimaneva come
-trasognata.
-
-A momenti le pareva di essere fuori del mondo e che tutto quanto
-accadeva intorno a lei non fosse realtà ma visione fantastica.
-
-Lei stessa non si riconosceva. I sentimenti che l'agitavano erano tanti
-e così diversi e nel medesimo tempo così intralciati, che non riesciva
-a discernerli.
-
-Ora le pareva di potersi rallegrare, poichè non era possibile che
-Fausto dovesse morire dacchè la sposava. Una strana sicurezza le
-entrava in cuore. Avrebbero vissuto insieme tanti e tanti anni, e
-sarebbero stati felici!
-
-E aveva dei sussulti di gioia che la rendevano più bella, tingendole il
-volto di un vago carnato.
-
-Ma tutto a un tratto si ricordava che Fausto si era risolto a sposarla
-soltanto perchè si teneva sicuro di morire, e voleva che lei vivesse
-onorata e tranquilla.
-
-Pochi momenti prima le aveva detto:
-
-— Ricordati che tu devi vivere!...
-
-Vivere? Le pareva una imposizione ingiusta e crudele. Perchè doveva
-vivere se lui moriva?... Per chi?...
-
-Per quel figlio?... Oh! se fosse stato di Fausto, sì. Sarebbe vissuta,
-sempre nel lutto, consacrandosi a quella creatura. Ma, così, no!
-Sentiva che non l'avrebbe mai amato quel bimbo; vedeva in esso la causa
-di tutti i suoi mali, e, soprattutto, la causa materiale della morte di
-Fausto.
-
-No, non poteva amarlo! Un sordo rancore le germogliava in cuore contro
-quell'essere. Per lui doveva affrontare la vergogna di un matrimonio di
-riparazione; gli sguardi scrutatori di Vittorio, la collera del padre e
-del fratello, e il risolino falsamente ingenuo di quella maligna di sua
-sorella.
-
-Perchè avrebbe dovuto amarlo quel frutto non desiderato del capriccio
-altrui? Perchè avrebbe dovuto sacrificarsi a quell'intruso che già
-le aveva fatto tanto male e sarebbe diventato il tormento, forse il
-tiranno di tutta la sua vita?
-
-Ma perchè c'era questa cosa terribile nella vita della donna?...
-
-Perchè, una fanciulla ignara poteva diventare madre, anche senza il
-concorso della sua volontà, senza sapere, senza averci pensato?
-
-Un uomo passava nella sua vita, approfittava della sua debolezza o
-della sua ignoranza, e continuava il proprio cammino.
-
-La fanciulla era diventata donna e madre. Tutta la sua vita era
-legata all'intruso — e doveva amarlo! Aveva dei doveri sacri. Se li
-conculcava, la società l'avrebbe chiamata infame: se li adempiva era
-disonorata. I benevoli l'avrebbero compatita, perdonata forse, in
-grazia della sua espiazione.
-
-Espiazione di che cosa?
-
-Si può espiare un delitto, un fallo volontario.... Ma dovere espiare
-la legge di cui si è vittime!... Espiare!... E poi? Inutile anche
-l'espiazione.
-
-Fausto la sposava. Ebbene, anche se egli viveva, anche se tutti
-continuavano a credere che il bimbo fosse di lui; di là a trent'anni,
-quando lei sarebbe stata nonna, i suoi conoscenti, i suoi amici, i
-parenti dei parenti si sarebbero ricordati ancora di quella piccola
-infrazione alla legge, come di una macchia incancellabile! E intorno a
-lei ne avrebbero parlato ad ogni occasione!
-
-E le cugine, le nipoti, le vecchie serve si sarebbero raccontate
-sommessamente che Fausto l'aveva sposata dal letto di morte, perchè era
-incinta... Tali cose non si dimenticavano mai.
-
-Dunque non bastava che la donna fosse condannata dalla natura a
-tutte le miserie della maternità: non bastava che dovesse perdere
-l'indipendenza, la bellezza, le forze, e, molte volte, la vita, per
-dare la vita ad un essere che, in moltissimi casi, il suo cuore non
-aveva sognato, nè desiderato?... Non bastava, no! Gli uomini vi avevano
-aggiunto le loro leggi, i loro pregiudizi, che disonorano la madre per
-tutta la vita e degradano il figlio prima della nascita!...
-
-Era troppo. Lei non voleva sottoporsi: non voleva vivere per adempire i
-doveri che lei non aveva accettati. Non voleva vivere per il figliuolo
-di un ladro che l'aveva derubata e resa madre contro la sua volontà, a
-tradimento!
-
-Vi erano delle donne... che sopprimevano l'essere ignoto.... L'aveva
-letto in una cronaca di giornale, recentemente.... con grande
-sorpresa.... L'avrebbe fatto lei?...
-
-No.... Le faceva troppo orrore. Poi, se ne sarebbe ricordata tutta la
-vita, e sarebbe stata infelice lo stesso, irreparabilmente infelice per
-tutta la vita.
-
-Non si faceva alcun merito però di questo sentimento delicato. Non si
-credeva migliore di quelle altre. Le compiangeva anzi. La rettitudine
-che era in lei, le pareva una cosa involontaria, come quei pensieri che
-le venivano, chi sa da dove: come le sue ribellioni.
-
-Forse l'aver pensato a fuggire, per andare a vivere lontano, tra
-persone sconosciute, col guadagno del proprio lavoro, come una povera
-operaia, era una conseguenza dello spirito battagliero ereditato dal
-padre.
-
-Anche da bambina, quando si sentiva a disagio nella casa paterna dopo
-la morte della mamma; quando Filippo la tormentava e Amelia aveva
-troppi capricci, quante volte aveva pensato di fuggire, di andare
-lontano, sola, senza denari; come una piccola profuga; senza alcuna
-paura; contenta di avere dinanzi a sè il mondo aperto.
-
-E come sognava allora!...
-
-Perfino la morte le si era affacciata sotto la forma di una fuga: di
-un lungo viaggio nell'infinito, al di là, e al di là ancora; sempre più
-lontano. Così l'aveva sedotta quel progetto di suicidio.
-
-Ma ora non ritrovava più quelle immagini affascinanti, quei vaghi
-sogni. Invano vi ripensava.
-
-Anche la morte l'aveva delusa!
-
-L'idea che Fausto moriva negli spasimi della malattia, le rendeva la
-morte orrenda, paurosa.
-
-Ma se Fausto guariva?...
-
-Ah! se egli guariva, tanto più doveva morire, lei!
-
-Voleva forse condannarlo a vivere tutta la vita, supposto padre di un
-figlio non suo?.... Se Fausto guariva, ella doveva uccidersi. E subito.
-E farlo in modo che tutti credessero a una morte accidentale...
-
-Tale era il destino suo. Condannata: irreparabilmente condannata!... E
-tutto per quell'essere senza nome, senza forma precisa: quell'ignoto..
-quel figlio di un vile che lei odiava!...
-
-Aveva dei brividi; tremava tutta, e le sue mani convulse non riescivano
-ad abbottonare il bell'abito azzurro, attillatissimo.
-
-Improvvisamente, ella ebbe una sensazione così strana, così nuova, così
-inesprimibile, che si sentì gelare, e quasi mancar la vita.
-
-Restò un momento perplessa, paralizzata, ansimante.
-
-Quella strana sensazione si rinnovò. Era come se le sue viscere si
-fossero sollevate esultando in un impeto di gioia.
-
-Gioia, in lei che agonizzava nel dolore della condanna appena
-pronunciata?!...
-
-Soffocava dal caldo, e un sudore diaccio le bagnava le tempie; il cuore
-le balzava fortemente e uno strano terrore soggiogava il suo spirito.
-
-Che cosa avveniva dentro di lei?... Chi l'agitava così?... E perchè si
-ammolliva la sua fibra tesa, perchè sentiva tanta tenerezza in luogo
-del rancore e dell'odio di poco prima?...
-
-Quell'essere senza nome, che lei chiamava un intruso... era egli
-passato improvvisamente dalla vegetazione alla vera vita?... Aveva
-egli forse già una coscienza?... Sentiva forse, o presentiva il dolore
-a cui era condannato? le cieche ostilità degli uomini, che per lui —
-sciagurata creatura — si preannunziavano nelle ostilità della madre?...
-
-Scoppiò in singhiozzi e pianse a lungo.
-
-Questa benefica crisi le fece dimenticare le dolorose recriminazioni.
-La madre si era rivelata in lei, e la madre aveva altri pensieri.
-
-Oh! povera creaturina innocente senza difesa! Povero piccino che
-esultava in lei al primo impulso della vita, ignaro del male che le
-faceva, ignaro del destino che l'aspettava!... Povero!... Povero!...
-
-Era vinta, soprafatta da una commozione suprema; i suoi occhi si
-fissavano in una contemplazione interiore... Un corpicino esile le
-appariva, un corpicino tutto roseo, con un visetto d'angelo, che
-stendeva verso di lei le manine...
-
-Oh! lei non ci reggeva! Era suo il bimbo, viveva in lei! E non aveva
-che lei al mondo! E lei aveva bestemmiato di odiarlo!...
-
-Involontariamente incrociò le braccia nell'atto di stringersi il bimbo
-sul cuore: e restò assorta, rapita in un'estasi nuova.
-
-
-
-
-XIV.
-
-
-Tutto era pronto per la cerimonia nuziale. A destra del letto di
-Fausto, il tavolino, coperto da un bel tappeto ricamato, lavoro della
-signora Luisa, sosteneva i candelabri d'argento con le candele accese
-e il registro municipale. Presso al tavolino, la poltrona in velluto
-per l'assessore. Più in là, il tavolino e la sedia per lo scrivano
-municipale, e quelle destinate ai testimoni: Vittorio Giudici e il
-dottore Antonio Giberti professore di patologia che assisteva il Pisani
-nella cura di Fausto, in qualità di medico consultore.
-
-Argìa entrò, pallida e tremante; ma nei grandi occhi lucenti le ardeva
-un raggio d'immenso amore.
-
-— Oh! Fausto! Il babbo mi ha detto che stai meglio!...
-
-Il malato sorrise beatamente, guardandola negli occhi, e l'attirò fra
-le sue braccia.
-
-— Mia sposa, mia!..
-
-L'assessore e le poche persone che dovevano assistere alla cerimonia,
-arrivavano a lenti passi, parlando sommesso.
-
-La notizia del miglioramento — per quanto leggiero e forse illusorio —
-rischiarò le fisonomie e rese la riunione meno lugubre.
-
-L'assessore si accostò al letto e presentò i suoi complimenti.
-
-Era uomo di società, amico del Pisani. Si parlò di don Paolo, di donna
-Evangelina... Non l'aspettavano? No. Sarebbe arrivata più tardi insieme
-al marito: avevano telegrafato di non disturbare l'autorità con un
-rinvio...
-
-L'assessore capì benissimo che quel matrimonio, celebrato così,
-offendeva la suscettibilità dei Lamberti e ch'essi preferivano di non
-assistervi; ma, da uomo di spirito, non fece vista di nulla.
-
-All'ultimo momento, allorchè tutti erano a posto, e l'assessore
-sfoderava la sciarpa tricolore — tramutandosi da amabile uomo di
-società in un impassibile rappresentante della legge — entrò la signora
-Luisa tutta affannata e andò a parlare a Vittorio.
-
-Don Paolo voleva assistere alla cerimonia!
-
-L'assessore, gentilissimo, si dichiarò soddisfatto di compiacere
-l'abate e di rivederlo, dopo tanto tempo.
-
-Carmela Donati e Bice Chiari che scoppiavano di curiosità,
-approfittarono di quella interruzione per scivolare nella camera,
-insieme alla vivace Amelia.
-
-L'assessore, ancora bell'uomo, dalla chioma opulenta sparsa di
-ciocche grigie, dal naso prepotente, andò a passare quel momento di
-aspettazione in mezzo alle giovani.
-
-È sempre da saggio ornare di qualche fiore l'arido cammino del dovere.
-E siccome l'Amelia aveva quella sera una bellezza provocante, con gli
-occhi pieni di scintille e le narici leggermente dilatate per meglio
-aspirare il vago profumo di scandalo e di peccato che era nell'aria,
-l'assessore intavolò con lei una di quelle conversazioni, grulle e
-insignificanti per chi le ascolta — per chi le sostiene, invece, irte
-di punte e di uncini, a cui si pungono e si attaccano con ispeciale
-voluttà le ragazze che cercano e gli uomini... che dovrebbero aver
-paura di trovare.
-
-Passò una buona mezz'ora.
-
-Ogni tanto una delle ragazze andava a vedere se don Paolo si spicciava.
-Ma le notizie di queste esploratrici non erano consolanti.
-
-Eh! sì! ce ne voleva del tempo.
-
-... Gli radevano la barba!...
-
-... Gli facevano i riccioli, a uno a uno!...
-
-... Lo profumavano!...
-
-... Gli mettevano le scarpe con le fibbie d'argento; e ci stavano
-attorno in quattro!...
-
-... Voleva mettersi la vesta nera... Oh! che affare era quello!...
-
-... Non si sapeva come infilargli le maniche...
-
-... Bisognava vedere, per mettergli il colletto, che stenti!... Non
-poteva tenere il capo ritto!...
-
-Queste notizie circolavano ed erano commentate a bassa voce, in un
-bisbigliamento quasi gaio. E chi crollava le spalle; chi sorrideva a
-mezz'aria.
-
-Finalmente; la gran notizia:
-
-— Don Paolo arriva!...
-
-Lo portavano con la poltrona, il cameriere e la cuoca. Anche Amelia
-andò a vedere. Secondo lei pareva uno di quei santi di legno che
-si portavano in processione nei piccoli paesi, il giorno di _Corpus
-Domini_.
-
-Ma quando la grande poltrona, in fondo alla quale don Paolo quasi
-spariva come un'ombra, fu deposta in terra presso al letto di Fausto,
-e il vecchio levò sul nipote gli occhi ancora intelligenti umidi di
-pianto, non si trovò più nessuno che avesse voglia di sorridere; la
-stessa Amelia si fece seria.
-
-L'avvicinamento di quei due moribondi stringeva i cuori.
-
-Profondamente commosso, Fausto stese al povero vecchio una mano madida
-di sudore. Ma le mani tremanti di don Paolo, brancicarono un istante,
-prima di afferrare quella mano a lui tanto cara.
-
-Quando l'ebbe in suo possesso, restò un momento come estatico, poi la
-strinse lievemente e mormorò, abbozzando un sorriso:
-
-— Ho ancora un poco di forza...
-
-Tutti compresero che egli non aveva perduta ogni illusione sul proprio
-stato; e che questa continua preoccupazione di sè medesimo gl'impediva
-di comprendere lo stato di Fausto.
-
-Così l'egoismo senile lo sosteneva, proteggendolo fino all'ultimo
-istante.
-
-Seduta accanto al letto dall'altra parte, Argìa non osava alzare gli
-occhi su tutta quella gente.
-
-La cerimonia dell'atto civile fu cominciata con le solite formalità.
-
-Ben presto, don Paolo, che da un momento all'altro non si ricordava
-più di nulla, ricadde in una delle sue fissazioni, girando gli occhi
-esterrefatti, borbottando tra sè:
-
-— ... Il complotto!... Ci siamo... La Luisa mi ha tirato in trappola...
-Sono preso...
-
-E cercava di nascondersi, rannicchiandosi nella poltrona.
-
-Ma nell'istante in cui i due giovani pronunciarono il sacramentale
-sì, egli si scosse; e quasi sognando — per un ricordo meccanico di
-prete che aveva unite tante coppie di sposi — levò su di loro le mani
-tremolanti, e li benedisse.
-
-
-
-
-XV.
-
-
-Il treno filava a tutto vapore e dietro a lui rimanevano i ghiacci
-e le brine fantastiche, le nebbie ostinate e l'intenso freddo
-dell'interminabile inverno. Come un tormentato incontro alla sua
-liberazione, correva il treno incontro alla primavera su quel lembo di
-terra bagnato dal mare.
-
-Oh! il dolce tepore... il forte profumo dell'aria marina!...
-
-In un _coupé_ di prima classe, Fausto ed Argìa guardavano il mare. Le
-loro anime si libravano, i loro cuori traboccanti di amore rinascevano
-a nuova vita.
-
-All'uscire da quella lunga _galleria_, là dove i lombardi che vanno
-in Riviera nei mesi invernali, hanno la sensazione di un passaggio
-portentosamente rapido dal nord al sud, Fausto aveva detto alla giovine
-sposa, stringendosela sul cuore:
-
-— Così la nostra vita passa dalle tenebre alla luce: dal gelo al sole!
-
-Ella si era commossa, aveva pianto e sorriso: ma in fondo al cuore
-le rimaneva un'ombra ostinata: un angolo buio che la faceva fremere e
-rabbrividire.
-
-Erano soli e liberi, e andavano via, lontano dai luoghi dove tanto
-avevano sofferto... Andavano, con la speranza di non ritornare per
-lungo tempo.
-
-La salute di Fausto, riacquistata a fatica, dopo sì dure prove,
-aveva bisogno di un clima più mite, di un'aria più vivificante, per
-ristabilirsi completamente. Nessuno meglio di lui avrebbe giudicato
-della durata di questo bisogno.
-
-Una villetta bianca li aspettava laggiù, presso Bordighera, un vero
-nido d'amore. Potevano rimanervi degli anni.
-
-Don Paolo era morto pochi giorni dopo la cerimonia del loro matrimonio.
-La morte pietosa, che egli aveva tanto temuta, lo coglieva nel sonno,
-senza dolore, quasi senza transizione.
-
-Erano dunque ricchi i due sposi, ricchi, e indipendenti.
-
-Fausto non si curava di prendere il diploma universitario: avrebbe
-continuato a studiare da sè per amore della scienza, non per esercitare
-una professione di cui non aveva alcuna necessità.
-
-Ed egli ripeteva queste cose alla giovine, accarezzandole dolcemente
-i capelli, accennandole di tratto in tratto un punto incantevole: una
-cresta di monte dorata dal sole, un colle tutto verde, un pittoresco
-villaggio.
-
-Ma ella non poteva staccarsi dalla contemplazione del mare che vedeva
-per la prima volta.
-
-Tacquero lungamente, cullati dal treno, nel dolce tepore dei loro corpi
-vicini. A un tratto Fausto si scosse.
-
-— Argìa!...
-
-— Fausto!...
-
-— Tu sei sempre triste... Non ti basta il mio amore?...
-
-— Oh! Fausto!...
-
-— E perchè pensi a lasciarlo? Cattiva!...
-
-— Oh! No!...
-
-— Non negare!... Io sento che tu mi vuoi fuggire. Tu pensi sempre al
-nostro vecchio sogno di morte... Forse pensi ancora che era meglio
-morire con me, che vivere con me?
-
-— Oh! Come potrei pensar questo, Fausto?
-
-E un dolce sorriso le illuminò il volto. Poscia riprese:
-
-— Ebbene, giacchè vuoi sapere, io penso che tu sei stato troppo
-generoso... che hai fatto un sacrificio troppo grande... troppo!....
-
-«Insomma, che in questa nostra unione, tu porti tutto per la comune
-felicità... io, nulla!... Vale a dire... peggio ancora!...»
-
-Si coprì il viso con le mani, e con voce soffocata mormorò:
-
-— Se almeno tu non mi avessi sposata... se non portassi il tuo
-nome.. se si avesse potuto vivere insieme liberamente.. o se tu fossi
-povero!.. Sarei meno umiliata!...
-
-— Ah! piccola borghese! Piccola orgogliosa! Tu che ti davi l'aria di
-essere una ribelle, ti riveli più borghese di me! Sì, sì! Poichè dai
-tanta importanza a cose che io non considero affatto... od almeno non
-portano nel mio giudizio alcuna differenza. È merito mio se son ricco?
-È merito mio se l'uomo dà il nome?... Bella roba! Usi sociali, semplici
-combinazioni delle cose esteriori, indipendenti da noi. Ah! ora non ho
-più paura che tu mi preceda sulla via della ribellione, e che tu guardi
-a me con disprezzo. Passato, quel tempo! Del resto io non ti ho sposata
-— come tu forse pensi — soltanto per sottrarti alla collera di tuo
-padre e perchè egli non ti strappasse dal mio capezzale, perchè credevo
-di morire. No, Argìa. Da lungo tempo combattevano dentro di me l'amore
-e l'intelligenza contro i pregiudizi e gl'istinti ereditari: da lungo
-tempo sentivo che dovevo salvarti, te e il tuo bambino; e farti vivere
-felice, e vivere con te, giacchè senza di te non sapevo vivere.
-
-«Mi mancava la forza di eseguire quello che pensavo e desideravo.
-
-«Ma nella, malattia, in quelle eterne ore di angoscia tra la vita e
-la morte, una voce più chiara, più alta, parlò nell'anima mia. Negli
-accessi della febbre, allorchè la mia mente era turbata da strane
-visioni, mi pareva che la morte avesse preso forma accanto al mio
-letto, e deridendomi mi dicesse: «Muori! Muori, decrepito vecchio!
-Meriti di morire solo e di essere dimenticato!
-
-«Perciò, Argìa, quando tuo padre ti strappò dal mio capezzale in quella
-notte terribile, e Vittorio mi disse ch'egli sapeva il tuo stato, fu
-come se una gran luce fosse entrata nel mio cervello: dovevo sposarti
-subito!
-
-«Sentii che sarei morto meno disperato, che quella orribile figura
-non avrebbe potuto beffarmi coi suoi sarcasmi, nè dirmi che meritavo
-di morire perchè ero un vecchio decrepito irreparabilmente legato
-ai vecchi pregiudizi, ai vecchi egoismi!.. E non solo questo sentii;
-una tenue speranza mi sollevò, mi diè forza: sarei forse guarito...
-forse... avrei vissuto ancora, amato, felice!...
-
-«La febbre diminuì: le visioni sparirono; e quella speranza divenne
-sempre più gagliarda e le mie forze si ristabilirono.
-
-«Sono guarito. Ebbene, Argìa, io che sono medico, ma che alla medicina
-credo piuttosto poco, penso che, se quella buona risoluzione non avesse
-dirò così preparata la crisi, lo svolgimento della malattia sarebbe
-stato forse diverso e non sarei guarito. Capisci?»
-
-Incapace di rispondere, vinta da una tenerezza infinita, ella si
-strinse a lui, guardandolo amorosamente.
-
-Restarono alcuni istanti così, silenziosi e stretti.
-
-Poco prima di scendere alla stazione di Bordighera, Fausto riprese:
-
-— Ricordati dunque, amor mio, non più sofismi, non più vani rimorsi,
-mi offenderesti. Dobbiamo godere la felicità che ci è concessa,
-rispettandola, venerandola, come cosa sacra: e dobbiamo fare quanto
-sta in noi perchè duri. Quello che a noi sembrava magnanima fierezza:
-«rifiutare la felicità perchè non poteva più essere quale l'avevamo
-sognata, o per timore che ci mancasse poi, o che fosse traversata da
-momenti penosi e da qualche umiliazione dell'orgoglio,» era follia,
-stupidaggine! Non grandezza di spirito, ma calcolo balordo di piccoli
-vigliacchi!...
-
-«Bisogna vivere, Argìa, vivere per amare ed essere felici, come meglio
-si può, quanto più si può!
-
-«Questa è la filosofia che mi ha insegnato la Morte quando bazzicava
-intorno al mio letto: lei che ha sciolto il nostro lugubre e puerile
-romanzo di suicidio, rigettandoci, per bontà sua, nell'eterno e sempre
-nuovo romanzo della vita e dell'amore!»
-
-Egli sorrideva in un modo speciale, finissimo e pieno di dolci
-sottintesi. E il suo colorito caldo annunciava il completo ritorno
-della salute; i suoi occhi raggianti, la piena fiducia in sè e nella
-vita.
-
-Argìa pendeva dal suo labbro, gli occhi negli occhi di lui, affascinata
-e come irradiata da quella potente giovinezza virile.
-
-Ancora pochi minuti e il treno entrò nella stazione, fischiando e
-mugghiando.
-
-Il campanello elettrico cinguettava allegramente; impiegati e fattorini
-aspettavano, fermi al loro posto, fissando il treno.
-
-— Guarda — disse Fausto, indicando alla sua compagna il magnifico
-panorama della Riviera che si stendeva dinanzi a loro in tutta la sua
-meravigliosa bellezza. — Guarda, questo è il paradiso!... Sarà per un
-giorno... per un anno, per dieci... Ciò non dipende da noi e non val
-la pena di pensarci. L'importante è che ci siamo e che questa gioia
-immensa ce la siamo conquistata, e nessuno ce la ruba più!...
-
-Argìa chiuse gli occhi per frenare le lagrime che le gonfiavano le
-palpebre, poi, con gesto rapido, quasi febbrile — mentre gli sportelli
-si spalancavano ai _coupés_ vicini e le voci stentoree gridavano a
-perdifiato: «Bordighera! Bordighera!» — gettò le braccia al collo al
-suo salvatore, al suo sposo, e solennemente lo baciò sulla bocca.
-
-
-FINE.
-
- Autunno 1888.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Il romanzo della morte, by Beatrice Speraz
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL ROMANZO DELLA MORTE ***
-
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-The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
-mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
-date contact information can be found at the Foundation's web site and
-official page at www.gutenberg.org/contact
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
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-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
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-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
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-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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