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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Santippe - Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno - -Author: Alfredo Panzini - -Release Date: June 10, 2021 [eBook #65586] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at - http://www.pgdp.net (This file was produced from images made - available by the HathiTrust Digital Library) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK SANTIPPE *** - - ALFREDO PANZINI - - - SANTIPPE - - PICCOLO ROMANZO FRA - L’ANTICO E IL MODERNO - - - _propter speciem mulieris - multi homines perierunt_ - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - — - =10.º migliaio.= - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA. - - _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati - per tutti i paesi, compresi i regni di Svezia, - Norvegia e Olanda._ - - Copyright by Fratelli Treves, 1914. - - Tip. Treves. — 1921. - - - - - ALL’AMICO - AVV. NICOLA MONTANARI - - - - -A CHI LEGGERÀ. - - -_Questo piccolo romanzo non è stato scritto per gli eruditi, benchè -parli della Grecia; e sebbene parli di un filosofo, non è stato scritto -per i filosofi._ - -_Si intitola bensì con il nome di Santippe, un nome di donna infamata -nei secoli; e si potrebbe pensare che l’autore avesse avuto in mente di -servirsi di Santippe, moglie di Socrate, come di un laido pupazzo per -ripetere vecchie e sgarbate cose contro le donne: le quali cose, anche -se fossero verità, sarebbero pur sempre verità maschili, a cui è lecito -opporre altre verità femminili. E poi quale irriverenza è mai questa di -dir male della donna che è l’anfora della vita?_ - -_No, il libro non ha questo scopo; forse non ha scopo nessuno; è venuto -al mondo, così, come noi veniamo al mondo, senza scopo._ - -_La sua prima pubblicazione è stata nella_ Nuova Antologia, _nella -primavera dell’anno passato; così che si può dire che Giovanni Cena -la tenne a battesimo, questa povera Santippe. In questo tempo però si -è fatta più sciolta e vivace; cioè il libro è divenuto più facile e -snello._ - -_Però, se pure essendo tale, se pure essendo breve, non si ripeterà -di lui la brutta lode_, si legge tutto d’un fiato; _se molte cose che -comunemente si credono serie, faranno sorridere; e molte altre cose -ritenute ridicole indurranno ad alcuna meditazione, il piccolo libro -crederà non del tutto inutile la sua venuta al mondo. Anzi crederà di -essere anche lui venuto al mondo per amare e servire Iddio._ - - _Milano, primavera del 1914._ - - - - -SANTIPPE - - - - -I. - -Ellade, giovinezza del mondo. - - -Nel tempo antichissimo, quando gli uomini erano molto occupati per -popolare il mondo, ci fu come una piccola schiera di uomini che -pervenne ad una piccola terra. Essa era ricamata dai mari, e pareva -come l’umbelico del mondo. Era stagione di primavera e il mare mandava -tutt’intorno i suoi effluvi. - -Quegli uomini sostarono. - -Si scoprivano di lassù i corsi degli astri; si vedevano le vie del -mare. Allora essi scoprirono le vie della loro anima, ed una divina -esaltazione li vinse. Rivaleggiarono con gli Dei immortali: crearono -quelle multiformi opere che rimangono anche oggi come modelli, e non -furono mai più superate in bellezza. - -Questa piccola terra fu l’Ellade: quel piccolo popolo fu il popolo -ellenico. La vita che esso visse si chiamò «giovinezza»! - -Ma esso visse una breve vita; esso consumò, bruciò, — per così dire, — -nel giro di qualche secolo l’ardore della sua vita, cinta di rose. - - * - -Più tardi, gli uomini ripresero ancora il loro viaggio; buttarono via -le rose, e si coronarono di una corona di spine, anzi inalberarono per -loro emblema una croce da cui pendeva un povero morto, che si chiamava -Cristo. - -Questa, probabilmente, era la verità più vera e le spine erano più vere -delle rose. - -Senonchè un bel giorno gli uomini si accorsero con terrore di una -spaventosa cosa: che essi in questo modo anticipavano sotto il sole il -regno delle tenebre. - -Da allora serbarono per Cristo un culto di semplice simpatia: rifecero -la loro strada, avanzarono ancora nei secoli, poi si moltiplicarono, -coprirono anzi la faccia del mondo, e fecero infinite scoperte e -progressi. - -Siccome faceva molto freddo, inventarono anche il riscaldamento a -termosifone; e similmente per rinfrescarsi, d’estate, crearono il -ghiaccio artificiale. Innumerevoli, incredibili si susseguirono le -creazioni dell’uomo; le macchine per correre, le macchine per cucire, -le macchine per volare, le macchine per votare, le macchine per -ammazzare, le macchine per cantare. Scoprirono i microbi, il colletto -inamidato, il positivismo, il socialismo, la burocrazia, i campanelli -elettrici: ma non rividero più la loro giovinezza. - -Un cittadino nord-americano dei nostri tempi potrebbe ben far risuonare -il suo grosso riso paragonando, ad esempio, il suo Mississipì ai -fiumicelli dell’Attica, così poveri di acque che nell’estate non -arrivavano al mare. Ma che nomi! L’Illisso, il Cefiso! I monti -dell’Attica avrebbero fatto contorcere di sprezzo le labbra altezzose -di un alpinista teutonico, che trasporta, come niente fosse, le sue -scarpe ferrate e le penne di gallo cedrone sino in vetta al Cervino. - -Senonchè quei monti avevano meravigliosi nomi, meravigliose virtù: -dal Parnaso cantavano le Muse: Muse titaniche e severe — non come le -odierne Muse che sembrano una _troupe_ di malsane dame viennesi. Esse, -figlie della memoria e del vaticinio, cantavano, non per facilitare -la digestione, ma canti non più uditi cantavano per accompagnare ed -aiutare il cammino della vita. - -Un altro monte si chiamava l’Imetto. Intorno ad esso era tutto uno -sciame di api scintillanti d’oro, e ne sgorgava il miele, che si -trasfuse poi nel linguaggio; il più volubile, scorrevole, lieve -linguaggio che mai sia stato parlato, senza bisogno di domandare ogni -tanto: «Come si dice, signor grammatico? mi è lecito adoperare questa -parola, signor accademico?». - -Un altro monte si chiamava il Pentelico; ma la sua pietra bianca e -immortale si plasmava docilmente sotto la divina forza dell’uomo, -in quelle statue di cui qualcuna, mùtila ed esule, sotto la vòlta di -qualche cimitero o museo, ancora e come prigioniera rimane. - -Non che io, contemplando queste statue, mi sia messo a piangere come -fece Arrigo Heine davanti alla Venere di Milo. Arrigo Heine, poveretto, -era paralitico, allora, e può aver pianto anche in considerazione della -sua esistenza finita; ma certo un gran fremito vinse me pure: «Oh, -destatevi nude carni, ridonateci la giovinezza meravigliosa!» sospirai. - -Qualche monte abbastanza alto e gelido lo avevano pur anche gli Elleni; -ma ci collocavano gli Dei. - -Del resto era un povero e sterile paese l’Ellade, tanto che ai suoi -abitanti, per mangiare, conveniva navigare e combattere. Mancavano i -cereali. Però dalla roccia calcarea balzava il tralcio della vite e -sorgeva impetuoso, con le sue pallide chiome, l’ulivo. - -Il mare che penetrava fra le terre, teneva in vibrazione gli spiriti, -come in una azzurra irrequietudine: tutt’all’intorno poi fiorivano le -viole, colore della morte e profumo della pura giovinezza, tanto che -un poeta, come vinto da quella ebrietà, cantava: «O, Atene, splendida, -gloriosa città, incoronata di viole, celebrata, sostegno della Grecia, -demoniaca».[1] - -Questo popolo ellenico fu come la cicala[2] canora, come l’ape -industre, che sono animali alati, asciutti, preziosi, irrequieti, -diffonditori di armonie e di dolcezza: non fu come altri popoli, -che hanno in loro qualcosa di pesante, di viscido, di adiposo, di -strisciante, di tossico, da cui la mano delicata del filosofo rifugge. -Questo popolo si affacciò in un mattino puro alla finestra della vita, -e vide quelle cose della vita che hanno vero valore; e meravigliò non -per le cose meccaniche, come noi meravigliamo, ma per le cose naturali, -come fa la cortigiana Diotima quando dice: «Cosa divina è questa, e in -creature mortali, cosa immortale: il concepire e il generare». - - * - -A noi la conoscenza di questo popolo è venuta attraverso il martirio -della scuola, attraverso un nembo di parole irte, pungenti, con cui i -greci mai non avrebbero tormentato la loro giovinezza. - -A dispetto di queste memorie dolorose della scuola, la mia ammirazione -per questo piccolo popolo ellenico mi è venuta crescendo quanto più mi -apparvero piccoli i così detti popoli grandi. - -Io lo ho ammirato nelle sue contraddizioni, nelle sue lotte fratricide -e terribili, nella sua breve vita. - -Soprattutto le sue contraddizioni! Esse sono il cuscino su cui qualche -volta riposa la mia testa stanca. Pensare! un popolo che ha disputato -di filosofia più che non cantassero le sue adorabili cicale, eppure -non ha imposto un dogma, non ha avuto preti; un popolo che ha creato -quel magnifico parlamento di Dei e di Dee sull’Olimpo, con tutti i -vizi ed i servizi possibili: il nèttare, l’ambrosia, Ebe, Ganimede, il -meccanico Vulcano, Mercurio per i dispacci fra la terra ed il cielo; -e poi un bel giorno se ne stancò dei suoi Numi! e: «Via, parassiti! — -gridò — via oziosi! via crudeli! via buffoni!» E poi atterrì vedendo il -vuoto nell’Olimpo gelido, e il vuoto nel suo cuore: un popolo che ebbe -la magnifica impertinenza di chiamare barbare tutte le altre genti; -che in politica ci lasciò questo terribile ammaestramento, che non è -possibile vivere che, o sotto la tirannia di un individuo o sotto la -tirannia della plebe: il _demos_ e la _tirannis_, come la tragedia e la -commedia: un popolo che adorò la sua minuscola città, la sua _polis_, -ed ebbe per patria il mondo! Ma la patria, la patria, cioè il genio -della stirpe, guai chi l’avesse obliata! guai all’infingardo che avesse -scioperato nel divino lavoro, che avesse obliato la patria! E così -Ulisse ai compagni, stanchi, strappa il dolce oblioso frutto del loto. -«Via! via! il vile dolce frutto del loto, che fa obliare la patria!» - -E guai a chi avesse disturbato questo popolo nel suo lavoro di -creazione! Come l’ape s’avventa contro il nemico e infigge l’aculeo -pur sapendo che ne morrà, così questo popolo s’avventava alla morte con -l’asta e con lo scudo, nel divino impeto della sua Minerva guerriera, -contro il barbaro disturbatore. E adorava la vita! - -E sapeva che laggiù non era resurrezione dei morti. Sapeva? certamente -sapeva che laggiù erano tenebre, e se anche era vita, era vita di -tenebre, alcunchè di oscuro e di severo come, l’aspetto di Tànatos, il -melanconico iddio. - -No, un popolo, così unico e savio, non era destinato nè a vivere a -lungo, nè a formare una di quelle nazioni che oggi diciamo una _grande -nazione_. - -Esso fu dilaniato dalla forza contradditoria dello stesso suo genio: -cadde in balìa di quei virtuosissimi ma pesantissimi Romani: forse -anche con il suo esempio volle illustrare la verità della sua sentenza: -_che è meglio morire che vivere, e che ad ogni modo muore giovane chi è -caro agli Dei._ - - * - -Questa meravigliosa Ellade antica è oggi ai miei occhi come una -necropoli bianca, una città morta piena di statue bianche, dai marmorei -occhi vuoti. - -Molte volte io, alquanto seccato dai fischi delle macchine, irritati i -nervi dal sibilare delle sirene, nauseato anche un po’ dalle circolari, -dagli avvisi fiscali di questa nostra civiltà, mi sono rifugiato per -mio spirituale riposo in questa necropoli bianca dei grandi morti -ellenici. - -Quando voi siete ammalati di nervi, il medico vi dice: «Fate un bel -viaggio!» Ma non tutti hanno la possibilità di fare un bel viaggio; ed -è per questo che allora io viaggio per questa necropoli di morti; così -imperturbabili in apparenza, così commossi in profondo. - - * - -Ora un giorno io stavo guardando Socrate, personaggio molto conosciuto, -e lo guardavo non soltanto perchè lui fu, come tutti sanno, il -fondatore di quella che si chiama _filosofia morale_; ma perchè lui -spiccava assai brutto in mezzo a una corona di splendenti giovani. -E come sotto la scrittura di un codice antico avviene di scoprire -le tracce di una seconda scrittura, così io dietro Socrate vedevo -accampare, entro contorni nebulosi, una figura enorme, rossiccia, quasi -furiosa. - -«Oh, ma chi è costei?» dissi prendendo la lente. - -Non uno dei discepoli di Socrate, certamente! - -Anzi i suoi discepoli, i bei giovani splendenti di giovinezza, si -rivolgevano verso quella figura con un sentimento di dolore, di -meraviglia o di riso. - -Allora, dopo aver molto guardato, ben conobbi chi era colei: essa era -Santippe, la mala femmina, rossa di pelo, la tormentatrice dell’eroe, -la moglie di Socrate. Santippe, dico! - - * - -Da quel tempo la mia ammirazione per il popolo ellenico è venuta -crescendo. - -Perchè è cosa nota che gli Elleni ci hanno lasciato anche i modelli più -vari e straordinari del tipo femminile; da Elena, dalla chioma fiorita, -per cui tanti eroi morirono volontieri; ad Aspasia, donna intellettuale -che teneva un salotto e rovinò la politica del suo paese; a Penelope, -straordinaria, che giunse ad ingannare gli amanti per mantenere fede -al marito, il quale non soltanto era lontano, ma dicevano anzi che era -morto. - -Tutti i tipi, dico, ha fornito la Grecia, del furore guerriero, del -furore erotico.... Clitennestra lorda di sangue e di lussuria ed -Antigone, la santa della terra, più bella di Ofelia! Tutti i tipi; -eppure io sentiva che mancava qualche cosa. Ora, trovata Santippe, non -mancava più niente! - -Ma mi pareva ben impossibile che i Greci avessero tralasciato di -consegnare all’umanità uno dei modelli più comuni, come quello che -anche oggi va sotto la denominazione di Santippe. - -Ah, sì! Noi abbiamo fatto una grande scoperta viaggiando per la -necropoli dei morti ellenici. Noi abbiamo scoperto la infame Santippe. - -È strano però come gli eruditi non se ne siano accorti! Forse perchè -non era nei codici. - -E allora, benchè io sia uomo modesto, mi sono congratulato con me -stesso della bella scoperta. - - - - -II. - -Come io mi trovai alle prese con Santippe. - - -Dunque io presi Santippe, e pensai fra me: ci sei cascata finalmente, -o progenitrice di tutte le mogli fastidiose, rossa Santippe! Noi ti -faremo la vivisezione, e così vendicheremo quel povero e santo uomo di -tuo marito e consoleremo tutti i mariti vivi ed anche tutti i mariti -morti. - -Però, esaminiamo le cose con saviezza e ponderazione. - -Noi, ben è vero, sappiamo pochissimo intorno a Santippe; ma sappiamo di -certo che essa fu la moglie di Socrate. - -I discepoli e gli amici del grande filosofo ne parlarono anche, ma -con un senso di raccapriccio e di paura, come si fosse trattato -di un’orribile malattia attaccata a quell’uomo straordinario. Ma -certamente, ripeto, Santippe fu la moglie di Socrate; perchè una cosa -è certa, che Socrate, il più savio degli uomini, prese moglie; e questa -moglie si chiamava Santippe. - -E adesso vediamo quello che gli amici di Socrate tramandarono intorno a -costei. - -Senofonte scrive con chiarezza e brutalità che «Santippe fu la moglie -più bisbetica e riottosa di quante furono, sono e saranno». - -«Ma come fai, Socrate, — domandava il bellissimo Alcibiade, — a -sopportare una donna così importuna e maldicente?» - -«Ci sono abituato, — gli rispondeva Socrate. — Per me oramai è come -sentir stridere la carrùcola del pozzo.» - -Non era molto gentile, Socrate; ma non bisogna scandolezzarci: a quei -tempi la cavalleria con le dame usava poco. In Omero, per esempio, -si legge che fra i premi alle corse si metteva indifferentemente un -tripode, una donna ed un bue. - -«Come fai, Socrate, — insisteva Alcibiade, — a convivere con una donna -che non ti può offrire oramai se non lo spettacolo di una stupidità -permanente e clamorosa?» - -«Scusa, Alcibiade, ma tu non sopporti le oche che strepitano e gridano -continuamente?» - -«Sì, ma le oche fanno le uova ed i pàperi.» - -«Lo stesso, caro: Santippe fa i figliuoli.» - -Socrate, come si vede, usava l’arma dell’ironia; e noi sappiamo di -alcune donne che sopportarono anche le busse, anche di essere valutate -meno di un tripode: ma non l’ironia! - -Busse, anzi, Socrate non ne dava, come appare da quest’altro episodio. - -Un giorno, Socrate tornava a casa insieme con gli amici, ed ecco venire -incontro Santippe, che aveva fra mani il mantello di lui; e non appena -lo vide, cominciò a dire: - -«Eccolo, eccolo qua. E non è solo. Ha con sè tutta la compagnia, -e anche quel suo bardasso di Fedone! È questo il momento buono per -dirgli, ben alto e ben forte, quello che gli va detto: Di’, amorino, -vieni tu ora dalle case di Aspasia, di Diotima, le svergognate femmine -che maneggiarono più amori, che non lance Diomede? Ma alla moglie si -consegnano gli stracci da rammendare! Ah, tu non rispondi?» - -E con le unghie si accostò alle sporgenti pupille di Socrate. - -Gli amici allora le dissero «vergogna», e colei inferocì e proferì le -più laide parole che possano offendere la rispettabilità del nostro -sesso. - -Allora Alcibiade disse ridendo: «Socrate, la senti? Ecco il momento per -darle una lezione a suon di busse». - -Ma Socrate si rivolse agli amici e disse: «Sì, per far divertir la -gente alle nostre spalle e sentir dire: To’ guarda Socrate! Guarda -Santippe! Bravi tutti e due! sotto! dài! Oh, come si bastonano di -gusto! Ma vi pare, amici, una cosa da farsi?» - -Sembrerebbe anzi che fosse stata Santippe a picchiare. - -Il silenzio filosofico del marito aveva la virtù di esasperare la buona -donna sino al parossismo. - -E Socrate, silenzioso. Silenzioso sì, ma meditante la fuga. - -Ma Santippe si è accorta della fuga. Ha afferrato un vil vaso -domestico; ha atteso al varco, cioè alla finestra. E quando Socrate è -passato sotto la finestra, ha scaricato il vaso. - -«Non dicevo io, — spiegò Socrate ai vicini che erano accorsi al -diverbio, — che Santippe dopo aver tanto tuonato, stava per piovere?» - -Questo episodio è così conosciuto che anche gli scolaretti lo sanno, -perchè i professori lo fanno servire di esercizio per i loro innocenti -latinucci. (Tutto serve ai maestri di scuola per i loro latinucci e le -loro cosucce: i teschi degli uomini morti servono ai barbari per motivo -architettonico). - -Oh, non si creda per questo esempio che Socrate fosse uomo timido! Più -volte fu anzi in guerra e vide intorno a sè il sangue rosseggiare. Ma -anche nella battaglia è ricordato come uomo assorto e meditabondo. - -Alla battaglia di Potidea, per esempio, i soldati, meravigliando, lo -videro tutto un dì ed una notte ritto in piedi, con la faccia pensosa, -sinchè non cominciò a rosseggiare l’aurora e non si fu levato il sole: -e allora, fatta una preghiera al sole, se ne andò. - -E così, serenamente assorto, egli era anche il dì della sua ultima -battaglia, perchè si dice che il dì innanzi la morte, quando Critone -tutto affannoso entrò nella carcere, che non era nè notte nè giorno, -per indurlo a fuggire, Socrate, quasi destandosi alle cose esterne, gli -domandò: «Critone, come è a quest’ora? è già mattutino?». - -Ora in questo stato di assorbimento, sentire i lunghi discorsi di lei, -tutti pieni di _Idiòtes_, _màtaios_ (_cretino_, _insensato_, direbbe -una nostra signora), io credo che dovesse far dispiacere a Socrate. - -Sì, io credo che dovesse far dispiacere, non soltanto per le mani -adunche di lei, ma perchè con quello strappo lo aveva tolto dalla -mirabile primavera del suo pensiero e lo aveva richiamato ai sensi -materiali, i quali secondo l’opinione di Santippe erano diventati -ottusi. Anzi lei diceva: «Quest’uomo oramai non sente più niente». - - * - -Ma — si può chiedere, — delle altre cose, di quelle brutte cose che -fanno le mogli ai mariti, nulla fece Santippe? - -Non pare, o non fu tramandato. Parrebbe anzi che lei si dolesse che -tutto il servizio domestico fosse un po’ in cattivo stato. Perchè un -giorno Socrate disse a Santippe: «Senti, cara, domani verranno a casa -alcuni amici miei ospiti, e tu preparerai da pranzo». - -E lei disse: «Ma come mai hai il coraggio di invitare la gente a pranzo -che mancano i piatti, che non vi sono tovaglioli, che c’è appena da -mangiare per noi?», - -Socrate così le rispose: «Sta di buon animo, Santippe. Se gli invitati -saranno discreti e frugali, non rifiuteranno quello che c’è in tavola; -se saranno indiscreti e senza rispetto, noi non ci cureremo di loro». - -Qui, — diciamo il vero, — Santippe, come padrona di casa, non era in -obbligo di gustare tutta la saviezza della risposta di Socrate. - -Queste sono le cose che la Storia tramanda intorno a Santippe. Ed ora -vediamo del «tipo Santippe». - - * - -Santippe, — la mal famata nei secoli, Santippe, — ha dato origine -al tipo Santippe, alla cui formazione quelle tali brutte cose non -sono proprio necessarie; ma anche senza di esse, la vita diventa -intollerabile. - -Oh! chi avrebbe mai supposto che quella creatura tutta bianca, tutta -pavida, tutta docile che noi orgogliosamente conducemmo, in un dì -beato, in carrozza, davanti al codice del signor sindaco, si sarebbe -ammalata e sarebbe diventata Santippe? - -Sì, è vero, si dice anche per celia, «la mia Santippe», per significare -«la mia signora». Ma una signora non dirà mai: «Io sono la Santippe di -mio marito». Potrà esclamare: «Te lo farò vedere io chi è Santippe». -E può anche farglielo vedere! Perchè se lei dicesse ponderatamente: -«Sì, io sono la Santippe di mio marito», rivelerebbe di possedere la -coscienza, e in tale caso non sarebbe più Santippe. - -Le varietà del tipo Santippe sono molte; e forse non è inutile, a -beneficio di quelli che non conoscono le conseguenze del viaggio -davanti al codice del signor sindaco, riferire qualche onesto esempio; -benchè in questo, come in altre cose, la sagace natura ha provveduto -alla propria salvezza facendo sì che l’uomo non potesse acquistar -conoscenza se non dopo il fatto o _experimentum_, cioè una conoscenza -che non serve nemmeno ad accender la pipa! - - * - -Un marito era incanutito precocemente: ma la signora non poteva -soffrire quel bianco e versava premurosamente sulla testa del marito -fini tinture. Considerazioni del marito: «Non era meglio, o donna, -evitare che i miei capelli diventassero canuti così presto?» - -Altro esempio: - -Noi siamo giunti a casa, abbiamo mangiato un boccone. La stufa era -accesa, il sofà ci invitava. Noi vi ci siamo distesi per obliare in -un breve chiudersi della pupilla i fastidi e le cure della mattina e -quelle che ci aspettano nel dopo pranzo. - -Noi invochiamo una piccola dose di sonno, cioè una piccola dose di -morte, dieci minuti, ecco, per immagazzinare l’energia indispensabile -per l’altra metà del giorno. Già ci pare di chiudere gli occhi, il -cuore ha dato un impercettibile tuffo, una specie di registrazione -automatica con cui esso attenua le sue pulsazioni; la memoria ha -distaccato i suoi dolorosi corsieri.... - -«Ah, con quella testa unta sul sofà! con quei piedacci sul mio -_voltaire_! L’ho stirato proprio questa mattina. E quella puzza -nauseabonda di pipa! Un marito non ha più nessun riguardo. Ma chi ha -creato i mariti?» - -Chi parla così? - -È una Santippe che parla così. Ella spalanca le finestre. - -«Moglie mia — diceva un marito prudente che voleva andare a letto -presto la sera, — che camicetta ti metterai tu per andare a teatro?» -Oppure, quando voleva una minestrina leggera in brodo: «Moglie mia, -perchè non fai quegli eccellenti gnocchi di patate?» - -Altro esempio: - -Un signore era diventato principe-consorte. Non che egli avesse sposato -una principessa di sangue reale; ma soltanto una principessa della -penna. La signora sdegnava nominarsi e firmarsi col nome del suo ignoto -marito. Questi non poteva invocare l’intervento del signor sindaco; -è evidente! ma in lui era così a dismisura cresciuto il terrore per -l’arte, per la penna, per la gloria letteraria che se per caso doveva -subire qualche presentazione di signora, domandava in antecedenza: -«scusi, la signora scrive?» - - * - -Da ciò avviene che qualche volta uomo e donna si dividano senza -voltarsi indietro; ma ciò avviene più di rado del necessario, perchè la -sagace natura ha provveduto in modo che le voci dei bimbi che dicono: -«Babbo mamma, perchè ci abbandonate?» abbiano tali vibrazioni che il -cuore umano difficilmente vi regge. - -Creda, il signor sindaco: questa è la forza maggiore del suo codice! - - * - -Come giunsi a questo punto delle mie piacevoli meditazioni, ecco che -quello che sino allora mi era apparso quasi barbarico, mi si disegnò -come cosa ideale: cioè la biografia della perfetta donna presso gli -antichi Romani: _Rimase in casa, filò la lana, parlò poco, visse -casta._ - -E allora più ideale ancora l’educazione giapponese delle loro -pulitissime donne! Dice, un marito giapponese alla sua piccola _musmè_: - -«Nessuna cosa, piccola _musmè_, è più dannosa alla pace domestica -della vostra loquacità; e il non sapere cuocere il riso a puntino, è un -giusto motivo per ripudiarvi!» - -E la piccola _musmè_ risponde con le manine in croce e gli occhioni -abbassati: - -«Onorevole marito, sì! Le vostre parole sono tutte onorevoli verità, e -le vostre azioni sono tutte onorevoli azioni!» - - * - -A questo punto fu da me udito un crepitare di sibili e di metalli. Mio -Dio, Santippe si destava, Santippe parlava! Non avevo io con me preso -Santippe?. - -Gran Dio, a quanti pericoli si espongono i pacifici uomini di studio -nei loro esperimenti! - -Santippe parlava, e parlava appunto così: - -«Infame razza prepotente, ipocrita, di uomini! rimasta tal quale! Ah, -a voi torna comoda la donna, oca di Strasburgo e ingrassata pel vostro -egoismo! A noi le gravi cure! Noi siamo uomini! — Tu torna, o donna, -all’ago e al pennecchio infra le ancelle; e ti ricorda che niuna cosa -rende più brutta la donna come la inverecondia. E poi le vanno a cercar -fuori le donne con gli occhi cerchiati di inverecondi pallori! Sii -massaia, o donna! E sono capaci di far soffrire la fame in casa per far -baldoria con le baldracche!...» - -«Oh buona donna, — io dissi, — se tu puoi parlare, parla. Ma di una -cosa ti prego: non parlare così. Tempera la voce; fa pausa ogni tanto! -Qualunque cosa tu dica, dilla con voce soave, senza irruenza. Tutto è -tollerabile, forse, dalla donna quando avviene soavemente.» - -Oimè, ella non poteva far pause, la sua voce si alimentava con la sua -voce, ed io cominciai a sentirmi male, e mormorai con Cristo: Perdona -a lei che ignora la sua spaventevole voce! Però che sistema nervoso -straordinario e perfetto deve aver avuto Socrate! - -«Maledette le vostre lusinghe, — proseguì la irritante voce di -Santippe, — che ci hanno ridotte a questo stato di servitù! Noi siamo -state troppo buone, troppo generose di cuore, ed ecco la ricompensa! -Noi siamo uguali a voi! - -Sapete voi che in origine eravamo forti e pelose anche noi come voi? -I figliuoli, si è vero, li facevamo noi; ma quando eravamo stanche di -allattare i marmocchi, li davamo all’uomo, e dicevamo: «To’, allatta -tu,» e andavamo fuori di casa a caccia dell’orso anche noi. - -Poi, per compiacervi, siamo rimaste in casa; per compiacervi ci siamo -profumate col paciulì, abbiamo fatto la voce di flauto, i piedini -piccoli, e vi sono anche oggi delle donne che non stanno in piedi, se -non sono appoggiate ad un maschio. Maledetto lo specchio di Venere! Oh, -ma noi lo romperemo e allora vedremo chi vale di più! Che diritto, che -diritto aveva il poeta Archiloco sopra le figlie di Licambe, che non ne -volevano sapere di lui? E lui perseguitarle coi suoi versi, finchè le -poverette, disperate, si impiccarono?» - -Così parlò Santippe. - -Or bene, prescindendo dalla voce che offendeva il mio sistema -nervoso, non posso negare che nelle parole di lei v’era qualcosa che -impressionava quel delicatissimo sentimento della giustizia che per mia -sventura possiedo. - -Io non so se la donna fosse nei tempi preistorici pelosa e guerriera: -le più antiche memorie storiche risalgono ad Eva, la quale era bianca -e la prima cosa che fece, dopo aver perso il pudore, fu una _toilette_ -con la pianta del fico: e quanto alle lusinghe ed al programma di -creare una nuova morale frantumando lo specchio di Venere, io credo -che sia impossibile. Ne è prova la signora Curie, la quale dopo -essere diventata grande scienziata, dopo avere scoperto il radio, pur -non essendo così giovane nè così bella come Eva, non potè sfuggire -alle seduzioni di Venere e sedusse o si lasciò sedurre da un suo -collaboratore di gabinetto. - -Certo è che alcune delle osservazioni di Santippe erano impressionanti; -e non si può affermare che l’uomo sia stato eccessivamente logico. -Vediamo un po’: - -Ha detto l’uomo: - -«Amami, o donna, senza di te l’universo è vuoto, il sole è tenebra. Un -bacio, un bacio, un bacio per carità!» E pareva che senza quel bacio -non potessero addormentarsi, poveri uomini, non potessero neanche -morire, come i bimbi che domandano il bacio della mamma. Ed ella fu -compiacente e gentile: si attorcigliò la chioma, o se la lasciò cader -giù sulle spalle, secondo i casi: imparò a dare i baci, a languire con -gli occhi chiusi, come morta, e diceva all’uomo: «Va bene così? O devo -prendere un’altra posizione?» Dopo avere imparato i baci, imparò a -fare l’infermiera. Spesso l’uomo giungeva a casa ferito o ammalato, e -allora quelle mani che gli si erano attorcigliate al collo al tempo dei -baci, se le sentì posare come un balsamo su le sue ferite; e le pupille -che si erano chiuse nel piacere dei baci, egli le sentì sopra di sè -vigilanti e materne. Non basta; ma spesso il focolare dell’uomo era -spento e lo ha ritrovato acceso; la sua casa era vuota, e la presenza -di lei sola, la donna, bastò a renderla piena e consolata. - -E poi dopo tutti questi benefici, hanno avuto il coraggio di dire alla -donna: - -«Ah l’impudica! Torna all’ago e al pennecchio.» - -E i dominatori del mondo? Noi li abbiamo, visti troppo spesso ai piedi -di lei. - -E i santi della Chiesa non hanno fatto lo stesso come gli altri uomini? -Un giorno hanno detto alla donna: «Tu sei Maria Vergine Santissima!» - -Un altro giorno, stralunando gli occhi, hanno detto «Tu sei il demonio -in figura di Venere! Fuggite, fuggite la demoniaca, la insaziabile!» Ma -in verità non fuggivano. Gridavano come i passeri attorno alla civetta. - -Ed è altresì vero che tutto il lavoro del mondo se lo è preso lui, -l’uomo: alla donna niente! - -«Alla donna, con la scusa che non capiva, le si vietò persino di -affacciarsi alla finestra e di contemplare il creato!» — gridò -Santippe. - -E i poeti? Sono poco illogici i poeti? - -Essi hanno celebrato continuamente i denti, gli occhi, i capelli ed -altre cose della donna. - -«Mai la nostra intelligenza, mai il nostro cuore....» - -«Sì, signora Santippe, qui posso convenire con lei! Francesco Petrarca -impiegò tre lunghe canzoni per lodare gli occhi della sua donna....» - -«Che dovevamo noi celebrare, la barba, i piedi dell’uomo?» gridò ancora -Santippe. - -«Sì, signora Santippe; ed io non escludo che la donna lusingata -da tutto quel gorghèggio abbia avuto come una spinta ad ingrandire -gli occhi, ad allungare i capelli, a cambiarli di biondi in bruni -e viceversa, ad impicciolire i piedi, ad affusolare le mani, e -specialmente a prendere quell’aria di bambolina, profumata di paciulì -e con la voce di flauto, che costituisce, anche nei tempi nostri, la -qualità che l’uomo stima di più nella donna. Ammetto tutto questo e -convengo che Archiloco ebbe torto, signora, e fu un prepotente. - -Potrei recare altro esempio di torti e di prepotenze in poeti -posteriori, anche più grandi di Archiloco. Per esempio, Dante. - -Una signora gli disse di no, e Dante che cantò l’universo, perdette -la sua calma e chiamò quella donna, _ladra, scherana, micidiale, -insensibile pietra_, e che la voleva pigliar per le trecce bionde, e -darle una coltellata nel cuore; ed il Leopardi, un santo oltre che un -filosofo, non perdette gran parte della sua filosofia quando una bella -donna gli disse ridendo «Caro conte, no!»? - -Così io parlai per amor di giustizia ed anche per acquetar Santippe, la -quale nei ventitrè secoli da che era all’inferno, mi pareva che fosse -diventata assai intelligente e saccente; quand’ecco, quei due nomi del -Leopardi e di Dante, proferiti come a caso, mi spalancarono per così -dire le porte del pensiero, e vidi una terribile visione. Allora non mi -seppi più frenare, alzai anch’io la voce, e dissi: - -«Sta però il fatto, signora, che voi, Santippe, siete stata -la tormentatrice degli eroi, o almeno degli eroi metafisici; e -specialmente degli eroi che presero moglie. È una schiera infinita; è -una legge costante! Udite, udite, o Santippe: - -Ercole ebbe una moglie chiamata Deianira che regalò a suo marito una -camicia avvelenata. Deianira era Santippe; il saggio Minosse ebbe una -moglie chiamata Pasifae che regalò a suo marito quel mostro chiamato -Minotauro; Eschilo, il gran tragico, ebbe una moglie tremendamente -Santippe, che gli mutò la dolce vita in tragedia; Marco Aurelio, il più -savio degli imperatori, ebbe una moglie che non nominerò, ma Santippe -certamente; Sady, gran poeta persiano, ebbe una moglie ricca, ma -Santippe, che non gli lasciò aver bene un giorno solo della sua vita. -Passando poi al nostro occidente e ai nostri tempi, io potrei compilare -un elenco non meno lungo di eroi: da Martin Lutero a Leone Tolstoi, -che ebbero mogli Santippe, cioè fecero un’orribile attraversata della -vita. Fra gli eroi, che io ricordi, non ci fu che Cristo a salvarsi; -Cristo ai cui piedi insanguinati Maria di Magdala versò tutto il nardo -prezioso che possedeva, contro il parere di Giuda che voleva specularci -sopra favorendo i pezzenti. Ma è pur vero, signora, che Cristo non -sposò Maria di Magdala. Chi sa come sarebbero andate le cose, se Cristo -la avesse sposata! Anzi Cristo fu un dio, e transitò come un sogno per -la vita. - -Ora, o signora Santippe, quando una legge è costante dai tempi di -Minosse a Leone Tolstoi, dall’oriente all’occidente, essa deve pur -avere un valore!» - -Così io parlai. Ma un crepitare terribile e come compresso, come un -mugghiare feroce mi arrestò. Ne uscì una voce sardonica: - -«Gli eroi! Gente moscia che vale meno degli altri. Inutili gli eroi! -Gli eroi metafisici, più che inutili!» - -Strabiliai! Così aveva risposto Santippe. - -«Ah, signora! Inutili gli eroi? Inutile vostro marito? Socrate inutile? -il metafisico, il fondatore della filosofia morale? Anzi il creatore — -io direi — della morale, perchè prima di lui non esisteva morale, ed -il mondo è fondato sulla morale; così che possiamo ben affermare che -il mondo gràvita su quel grand’uomo di cui voi aveste l’onore di essere -consorte!» - -«E chi ti dice, _idiotes_, che sia necessaria la morale inventata da -mio marito?» - -Così villanamente sibilarono le parole di Santippe contro di me. -Era diventata socialista costei in ventitrè secoli di abitazione -all’inferno? - -«Chi lo dice? Già, chi lo dice? Ma tutti lo dicono! Dai libri delle -scuole elementari ai discorsi del trono e dei ministri voi trovate, o -signora, la morale, cioè vostro marito....» - -«Sì, l’etichetta buona per i calli!» - -Nella mia qualità di uomo giusto e morale, confesso che strabiliai -una seconda volta a queste parole di Santippe. Credetti opportuno -per la dignità di Socrate, della morale, ed un poco anche mia, di -non replicare. Santippe, come donna, essendo fisica, non poteva forse -penetrare dentro la metafisica. - -Però dissi: «Ah, signora, adesso capisco per quale ragione quando -Critone entrò nel carcere e disse: «Socrate, fuggi!», Socrate non volle -fuggire e preferì la morte. Ah, signora, se le vostre labbra fossero -state capaci di qualche parola gentile, se le vostre mani fossero state -capaci di preparare un tranquillo desco con una bella zuppa di ceci con -olio e rosmarino, se aveste conservato un poco di nardo per ungere la -dolorante anima di vostro marito, egli sarebbe evaso dalla prigione: -l’umanità avrebbe avuto un martire di meno, ma anche un infelice di -meno!» - -E già proferendo queste parole, io mi preparavo a proteggere il mio -volto, quando con somma stupefazione non udii alcuna risposta. - -Fissai Santippe. Le sue pallide labbra tremavano di un convulso -tremore. Disse a pena, disdegnosamente: «Va, va un po’ anche a cercare -chi era lui!» - - * - -Allora è come dicono i dizionari, quando si cerca «Santippe», che -rimandano a «Santippe: vedi Socrate». - -Oh, ma che orribile mostro, Santippe! Che non sia una donna? - -Eppure, no! Lei era la donna, era la glabra, la mammifera, la contorta, -la chiomata, dall’ampio grembo generatore, la portatrice dell’uomo! - -Inutile però interrogarla di più! - -Non rimaneva che seguire il suo consiglio, ed andare in cerca di -Socrate. - -Però, conveniamone, la scoperta di Santippe, di cui tanto mi ero -rallegrato in principio, mi portava ad un viaggio piuttosto lungo e -difficile. - - - - -III. - -Socrate per le vie di Atene. - - -Andiamo, dunque, in cerca di Socrate. Egli non suole muoversi da Atene. -Noi siamo certi di trovarlo in Atene. - -E andando, io pensava: perchè Socrate prese moglie? - -Si racconta che una volta gli amici domandassero a Socrate: — Come fai, -o Socrate, a sopportare tua moglie? - -— Perchè, — rispose gravemente il filosofo, — se io riesco a sopportare -costei, riuscirò a sopportare qualunque altro individuo del genere -umano. Anzi, — confermò, — la ho scelta apposta! - -Eccomi, dunque, per le vie di Atene, ed ecco Socrate! Egli si riconosce -subito: è diverso da tutti gli altri uomini; è brutto in mezzo a uomini -belli; e a differenza dei filosofi che scrivono libri e svelano il loro -pensiero nelle Accademie, Socrate non scrisse libri, e parlava per le -strade. - -Se, per così dire, io chiudo gli occhi, io lo vedo ancora, Socrate! Lo -vedo per le vie della sua dolce Atene. - -Anche la città era bella, non troppo grande, ma meravigliosa città; -marmorea, sì anche. Ma i marmi di Atene erano screziati di azzurro, di -oro, intermezzati da piante, animati da tante significazioni della vita -che quei marmi rallegravano l’umanità, e non avevano l’aria di volerla -soffocare. Atene non era nemmeno una delle nostre moderne città piatte -e monotone. Si elevava nell’acropoli, sino all’asta e all’elmo di -Minerva: poi declinava verso il mare. - -Ora in una città così bella e fra gente così bella, Socrate doveva -spiccare stranamente. È vero che i suoi pensieri erano bellissimi ed -armonici come una musica, anzi; ma questi pensieri non si vedevano; si -vedevano invece i suoi abiti che dovevano essere in disordine. - -I suoi calzari certamente dovevano portare la traccia del suo perpetuo -vagabondare per le vie di Atene, giacchè Socrate era un continuo andare -e stare; e credo di non essere troppo lontano dal vero paragonando i -calzari di Socrate a quelli dei nostri frati zoccolanti. - -Ora guai agli uomini dalla calzatura in disordine; essi sono destinati -in vita ad assaggiare il sapore della cicuta. - -Al tempo dì Socrate si portavano i sandali, e queste cose si capivano -meno. Ma al tempo nostro in cui usano le scarpe, non sarà, mai -abbastanza raccomandata la maggior cura e la maggior spesa nelle -scarpe. Gli Inglesi, dominatori del mondo, portano scarpe di eccellente -modello. I Tedeschi, che vengono dopo gli Inglesi, hanno l’abitudine di -portare scarpe solidissime. Gli Americani si affermano con la filosofia -delle loro scarpe: _american shoe!_ - -La bellezza di Socrate era tutta di dentro. Ma ciò non poteva esser -bene apprezzato se non da un Dio, ed infatti Apolline, uno dei più seri -fra i dodici Iddii greci, lo aveva proclamato «il più savio fra tutti -gli uomini», che in greco si dice _sofòtatos_! - -Ma è pur vero che Apolline non vestiva mica come Socrate, ma con rara -eleganza; le pieghe della clamide di quel Dio erano molto curate, i -calzari stupendi, e la chioma la portava lucida e fluente come quella -di una bellissima femmina. - -Non si pensi per tutto questo che Socrate fosse, come i filosofi -cristiani, un disprezzatore della bellezza. Lui non era bello ma era un -entusiasta della bellezza, alla quale anzi non dava i confini ristretti -che diamo noi. Le chiome bionde del giovanetto Fedone gli producevano -un intenso piacere; ma lui era senza chiome e nel volto era piuttosto -anti-estetico. - -Tutti gli Ateniesi avevano una fronte diritta ed il naso regolare. -Socrate, invece, aveva una fronte un po’ sfuggevole, ed una brutta -insenatura si approfondiva tra la fronte ed il naso. Ciò oggidì sarebbe -poco avvertito; ma a quei tempi, in cui tutti possedevano quella -squisita conformazione, doveva produrre uno spiacevole effetto. - -Il naso, poi, sarebbe sembrato brutto anche ai nostri tempi: lunghetto -ed in avanti, con le narici scoperte e dilatate, quasi in atto di -indagare, di fiutare, di cercare che cosa ci fosse dentro in ogni cosa, -_ti en ècaston_, come si dice in greco. E questa era la sua passione. - -Due baffi, lasciando scoperto il labbro inferiore, labbro tumido ed -alquanto carnale, si accartocciavano, in giù per il mento, in due -volute che si intrecciavano con altre grosse arricciature della barba, -e con un pizzo sul mento; rigonfio il pizzo ed a punta caprina. Il -tutto poi si confondeva con i folti cernecchi di una specie di tonsura -naturale, perchè il cranio era lungo, bozzoluto; ma calvo del tutto. -Un barbiere moderno si sarebbe trovato in grande impaccio per dipanare -e mettere in ordine quella testa, e distinguere baffi, barba, pizzo, -capelli. I suoi occhi erano grossi, intenti, sporgenti e come fissi -nello stupore delle cose che lui solo aveva veduto indagando quel -terribile _ti en ècaston_. - -Sapientissimo, dunque, era stato proclamato Socrate, ma non bellissimo, -e, pur troppo, neanche felicissimo. - -Era proprio ellenico Socrate, o asiatico, o trace? Forse di tutto il -mondo; e forse aveva dal deforme Esopo strappato, con la linea esterna, -anche una scintilla di immortale gaiezza. - -Già! Cadrebbe in errore chi imaginasse Socrate come un melanconico, -oppure un infastidito. Era così bella la vita, e così splendente il suo -pensiero! E poi come si poteva far amare la sapienza, se la sapienza ha -il tristo privilegio di renderci melanconici? - -Io non dico per ciò che fosse un ottimista, perchè ottimista vuol dire -anche imbecille. Ecco: era un uomo allegro, che però non fu aiutato dal -cielo, come dice il proverbio, che il cielo aiuta gli uomini allegri. - -Anche quando Anito, un signore di cui parleremo più avanti, lo -obbligò in fine a bere la cicuta, egli non era di cattivo umore verso -l’umanità! Non disse come Cristo: «passi lungi da me questo amaro -calice!» ma bevve la sua cicuta. - -Ma era possibile che per un po’ di cicuta propinata dalla malvagità -di Anito e compagni si dovesse spegnere del tutto questa bella lampada -del sole? e tutta quella bella lampada ardente che era dentro di lui, -dovesse scomparire? E allora dove andava a finire la logica? - - * - -Brutto, dunque, col mantello un po’ in disordine, gioviale, anzi pieno -di spirito, come si dice noi, e piuttosto avanti con gli anni. Attorno -poi a questo vecchio c’erano molti bei giovani. Sì, così! Ma per -carità, non venga in mente un professore. - -Perchè questo paragone è stato fatto, ma è erroneo per molte ragioni, -fra cui non ultima è questa: che Socrate dichiarava apertamente di -non saper nulla; e un professore che oggi dicesse così, verrebbe -squalificato, nè alcun merito avrebbe per aver, forse, dichiarato il -vero. - -A me, dunque, pare di vedere questo vecchio Socrate per le vie di -Atene. Egli conosceva tutti nella sua cara città e da tutti era -conosciuto. Fermava la gente, ammiccava con quei suoi occhi grossi, -sorrideva, si studiava di parere piacente, anzi allettatore. In quella -città loquace come le sue cicale, egli era loquacissimo con tutti. -Fermava la gente e diceva: - -— Amico, bada a me, io sono un buon mezzano: sai che ci stanno di belle -giovinette lassù? Di’, le vogliamo andare a trovare? - -— Sì bene, o Socrate, e come si chiamano esse? - -— Una si chiama Aretè (Virtù), l’altra Enkràteia (Temperanza): e poi -c’è Dike (Giustizia), c’è Sofrosine (Saggezza). - -— Sta buono, Socrate; tu hai tempo da perdere: lasciami andare per -le mie faccende.... Dike è un pezzo che ha abbandonato il mondo degli -uomini. Lo dice anche Esiodo. Si vede che fra noi non ci stava troppo -bene ed ha chiesto a Giove il passaporto. - -— Ma di’, amico, non vogliamo noi diventare belli e buoni, e richiamare -in terra la nobile Dike, anche se ella si è disgustata di noi, e -promettere di non farle più oltraggio? E non ci piglieremo noi cura -della bellissima Aretè, figlia abbandonata? E non ti pare ella cosa per -cui noi saremmo superiori agli Dei, non fare mai oltraggio e torto a -nessuno, nemmeno, sì, nemmeno ai nostri nemici? - -— Sono cose troppo difficili. Io credo che sarà bene rimandarle per -un’altra volta. Ora preferisco ragazze di più dilettevole genere che -la non più giovane signorina Aretè. Sai che c’è in Atene Cleonetta, -Socrate caro? È il più bel fiore che io abbia mai visto sbocciare nei -giardini umani; essa poi è stata qualche tempo a scuola a Mitilene, -nell’isola di Lesbo, ed è sbarcata, or non è molto, piena di sapienza e -di entusiasmo. - -— Oh, amico, — gli rispondeva Socrate, — pensa a questa cosa: le -tarantole che sono ragni grandi non più di mezzo òbolo, se toccano -l’uomo con la bocca, lo straziano e gli fanno perdere il giudizio. Se -tanto arriva a fare una bestia così piccola, pensa che cosa può fare -una bestia così grossa con i suoi baci! E poi, di’ un po’, dov’è la -dignità dell’uomo, dov’è la libertà dello spirito, ed anche la sanità -del corpo a star lì, appiccicato ad una donna, a domandare la carità -dei baci come un mendicante? - -— Avrai ragione anche qui, non ti dico di no. Ma se tu mi incominci a -far della morale, ti saluto gioia della vita! Preferisco Cleonetta. - -E quegli se ne andava. - -E allora Socrate ne fermava un altro: — To’, senti: io ho una vergine, -la più bella di tutte le donne.... - -— Più di Leena? più di Cioè? - -— Più di tutte. - -— Vediamo se la conosco. Si chiama?... - -— Eleuteria (Libertà). - -— Va, pazzerellone! Eleuteria? La libertà? Vergine costei? Vecchia -baldracca ella è! Non c’è nessuna spia, vero? nessun sicofante c’è -qui vicino che ci ascolti? Bene, senti, Socrate mio: io non ne posso -più della libertà, siamo soffocati dalla libertà, qui in Atene. -Come si stava bene quando il lacedemone Lisandro inaugurò coi suoi -trenta Tiranni il sistema della cuffia del silenzio e delle verghe! -I galantuomini potevano vivere in pace, in quei giorni di stato -d’assedio. Oggi la libertà è tutta a beneficio dei politicanti e dei -birbanti. Oh, ma non ti scappi mica per detto, sai! - -— Ma io non ti parlo, o ammirabile uomo, di quella libertà; ma di -un’altra libertà ben più vera: la libertà dell’animo io voglio dire. - -— Bravo, Socrate, e di quella poi cosa me ne faccio? Mi dovrò regolare -io con la mia testa e non con la testa degli altri? Ma sai che è -una vaga fatica questa che mi vuoi far fare tu? No, caro Socrate, la -libertà dell’anima sarà una cosa assai bella; ma, credi, non è pratica. - - * - -Non v’erano che i giovani, l’eterna purità della vita, non ancora -contaminata dall’esperimento, che lo ascoltavano con entusiasmo. - -La divina giovinezza ha sempre creduto, e crede anche oggi, che sia -cosa facile rinnovare il mondo. E ci credeva probabilmente, anzi -certamente, anche Socrate. Egli era vecchio, sì bene; ma il mondo era -giovane; il mondo era piccolo, il mondo era Atene, utero dell’avvenire. - -Oh, i giovani subivano il fascino dell’ammirabile favolatore. Essi -venivano da lontano per ascoltarlo. Antistene di Tracia faceva quaranta -stadi al giorno per poterlo ascoltare; Euclide di Megara si travestiva -da donna per potere entrare in Atene, e le parole di lui accendevano -tale ebbrezza che nell’udirle balzava a quei giovani il cuore come -ai coribanti. E quali potenti ed ingenue imagini essi trovarono per -esaltare il loro maestro! Memnone, un altro discepolo, paragonava -Socrate ad una torpedine, che è un brutto pesce di mare, gelatinoso, -tutto maculato e a bitorzoli; ma guai a chi lo tocca: dà una scossa e -fa cader nel torpore. Così la parola di Socrate faceva cadere l’anima -in un divino torpore. - -Bisognava chiamarsi Anito per rimanere insensibili! - -Ma il bell’Alcibiade aveva un paragone anche più folgorante e superbo. -Egli diceva: «Tu, o Socrate, sei come un Sileno, buffone al di fuori -con zampogne e con flauti in mano; ma divino dentro tu sei, e tutto -pieno delle terribili imagini dei Numi». - -Oh, incredibile paragone! Dunque attraverso la corporalità materiale -di Socrate intuivano quei giovani alcunchè di divino e di terribile? -Sì! Essi, attraverso la mobilità irrequieta dei gesti e delle parole -di Socrate, vedevano una cotale impassibilità interiore, un che di -incognito di dentro, proprio come quando noi riguardiamo negli occhi -aperti, ma senza luce, di una statua di nume greco. - - * - -— Ma sai tu, o uomo, — proseguì allora Socrate, accendendosi di -entusiasmo contro colui che non sapea che farsene della libertà, — sai -tu il segreto degli Dei? - -— Io no, ma se è bello raccontalo! - -— Sai tu quello che il Dio ha detto all’uomo? Dio ha detto all’uomo: io -non ti do un volto, non ti do una sede fissa, non ti do una speciale -forza o istinto come agli altri animali; ma quello che vorrai, sarai. -Tutte le altre cose ubbidiscono a leggi immutabili; tu, uomo, sei -nell’arbitrio tuo. Tutto ha confine; ma tu, uomo, lo stabilirai tu il -tuo confine. Ti collocai in mezzo al mondo perchè tu vedessi quello -che è il mondo. Non ti ho creato nè terreno, nè celeste, nè mortale, -nè immortale. Sarai quello che tu vorrai! Tu, tu potrai, se vuoi, -degenerare giù sino ai bruti; potrai, se vuoi, trasformarti sino agli -Dei.... - -— Bravo, — rispose l’allegro Ateniese, — e i miei affari allora? Ci -badi tu ai miei affari? Dare la scalata all’Olimpo? All’Olimpo della -ricchezza, del gran _chic_, eh, eh! ci starei. Ma all’Olimpo degli Dei, -oibò, Socrate! Oh, ma guarda, Socrate, Socrate, già che tu mi costringi -a pensare anche con la mia testa, guarda un po’: gli Dei poi in fin dei -conti cosa sono? un gran _chic_, un gran _snob_. Te lo dimostro subito: -noi andiamo a piedi o a cavallo, se abbiamo il cavallo: loro vanno in -processione sulle nubi: noi soffriamo qualche volta di indigestione, -essi no: essi godono il piacere della guerra, ma evitano la noia -di farsi del male o di morire: essi si divertono a mettere al mondo -figliuoli, ma hai visto mai Giunone fasciare ed allattare marmocchi o -Giove condurli a scuola? «Gli Dei dinanzi al piacere posero il sudore!» -hanno sentenziato gli Dei. Bella sentenza! Per i minchioni, però. Hai -visto mai un Dio sudare? Mai! Bensì dall’Olimpo loro si divertono a -veder sudare gli uomini e dicono: «Oh, gli industri uomini!» Dunque -sì, Socrate, io voglio essere simile agli Dei, cioè stare in panciolle, -libero di godere e niente lavorare. - -— Altri, altri Dei più veri e più grandi.... — disse Socrate. - -— Questi li hai tu nel tuo cervello strambo, o Socrate. Va là, non -mi far pensare! Sai tu perchè Giove ha quella bell’aria gioviale; -è sereno, olimpico, beato, ed è decorato di quella bella barba -nero-turchina, con quella capigliatura solida che gli ha appiccicato -Fidia? Perchè pensa poco, caro! Perciò non ha mai mal di testa. La sola -volta che se la sentì un poco pesante, prese una purga e venne fuori -Minerva: una dea, sia detto fra noi, un po’ turbolenta e seccante, -benchè sia la protettrice della nostra città. - -E colui se ne andava. - - * - -Colui se ne era andato; ed ecco cautamente un leggiadro giovanetto -si accostò a Socrate. Questo giovanetto oltre che leggiadro e ben -vestito, era anche molto prudente. Il suo nome era Iscomake. Costui era -innamorato di una bella giovinetta, la quale filava virtuosamente la -lana nel gineceo, con le ciglia abbassate, accanto alla cara madre. - -Ora Iscomake vedeva sotto le grandi ciglia abbassate modestamente della -sua cara fanciulla passare un lampo delizioso che gli metteva i brividi -addosso, e quel lampeggiare diceva: «Iscomake, Iscomake, sapessi come -mi annoio qui, nel gineceo, a filare, soletta soletta, la lana, e come -mi è faticoso oramai essere savia, savia, savia, come mi dice sempre la -mamma!» - -Anche vedeva quel suo bianco piccolo piede nudo, sorretto da un sottile -calzare che le dava una grazia ed una venustà senza pari; sentiva -l’umido profumo della sua chioma nera e delle sue carni di ambra. - -Dunque Iscomake era molto innamorato ma anche molto prudente. Egli -perciò, sapendo della grande sapienza di Socrate, gli domandò: — -Socrate, faccio bene o faccio male a prender moglie? - -E Socrate contemplò con quei suoi occhi la ingenua giovinezza di -Iscomake, e disse: — Io dico, Iscomake, che quale di queste due cose -farai, tu te ne pentirai. - -— Oh, Socrate, — disse il giovane. — quale risposta è la tua! Pensa che -i miei genitori e i genitori di lei oramai tutto hanno disposto perchè -le nozze avvengano nel più breve tempo, ed io altra cosa non desidero -più ardentemente. La mia domanda a te, che sei savio, voleva piuttosto -dire questo: «che cosa è il matrimonio? come devo comportarmi verso -quella che amo, e come lei verso di me, affinchè noi possiamo condurre -una vita felice?» - -E Iscomake cominciò a lagrimare, come quegli che vedeva per quella -strana risposta un’ombra lugubre distendersi sull’orizzonte della sua -vita. - -— Io ti rispondo come è veramente: io ti dico, Iscomake, — disse -Socrate, — che tu farai male a non prender moglie, e la ragione è -questa: perchè la casa dell’uomo senza la donna è infinitamente triste. -Il focolare di Vesta, o amico, non arde e non riscalda, se Vesta, la -dea, cioè la donna, manca nella casa. - -— Ed allora, perchè, o Socrate, io mi pentirò lo stesso se prenderò -moglie? - -— Perchè tu, Iscomake, credi che il matrimonio sia la soddisfazione del -piacere, mentre è la soddisfazione della saviezza. - -— Oh, per questo, Socrate, — disse Iscomake, — sta pur sicuro che i -miei genitori mi hanno allevato bene: mio padre mi ha sempre detto: «il -tuo dovere, Iscomake, è di esser savio». - -— Bene, Iscomake. E la tua sposa? È savia anche lei? - -— La madre di lei, — rispose Iscomake, — le ripete sempre: «il tuo -dovere, figliuola, è di essere savia». - -— Sa tessere e filare? - -— Sa tessere e filare. - -— Docilmente e silenziosamente? - -— Io credo di sì, Socrate. - -— Hai osservato anche se per caso non abbia disposizione a consumare in -un mese quello che deve bastare per un anno? a comparire più bella di -quello che è, perchè il matrimonio — bada! — è anche la società di due -corpi! - -— Ha quindici anni soltanto, Socrate. Ma io credo che sia massaia, -silenziosa, docile, modesta. Però ti dico che a tutte queste cose -non ho mai pensato. Ad ogni modo io farò come fanno tutti gli altri -Ateniesi che hanno moglie: provvederò che le serrature del gineceo -chiudano bene. - -— Sì, ma questo che si usa in Atene, non è, o Iscomake, il matrimonio -come fu stabilito dal Dio che ha costruito il mondo, — disse Socrate. - -— Che cosa ha stabilito il Dio, quello che tu chiami il costruttore del -mondo? - -— Ha stabilito che il matrimonio fosse una specie di giogo, o tiro a -due, rappresentato da un uomo e da una donna. Ti spiegherò meglio: una -società mutua in cui le condizioni dei due contraenti, cioè dell’uomo -e della donna, siano perfettamente eguali e squisitamente leali. -Il contratto non sarà leale, se, per esempio, la donna cercherà di -apparire più bella col lavorarsi la faccia, o più affascinante col -camminare sopra un paio di sandali alti! - -— Ed anche se io sono più ricco di lei, lei sarà uguale a me? — domandò -Iscomake. - -— Anche, Iscomake! Se lei saprà meglio di te amministrare questa -società del matrimonio, lei sarà superiore a te. E se la donna sarà -migliore dell’uomo, tu sarai ben felice di esserle servo e cavaliere. - -— Ma questa cosa non si è mai sentita dire, che la donna sia uguale -all’uomo, — disse Iscomake. - -— Eppure è proprio così, — rispose Socrate. — L’uomo e la donna sono -stati fabbricati con le stesse facoltà, e per questo non si distingue -se sia superiore il genere maschile o il femminile. La differenza -consiste in questo, che i due sessi non sono adatti per le stesse cose: -anzi il Dio punisce l’uomo che fa opera da donna, e la donna che fa -opera da uomo. L’uomo è più adatto per le cose esterne; la donna, per -le cose interne. La donna ha più affettività, una attività più solerte -e minuziosa, un senso di previdenza del pericolo. Alla sua volta l’uomo -è più forte ed ha il dovere della intrepidità e della difesa. Perciò i -due sessi si completano in quanto l’uno ha bisogno dell’altro. - -— E quando la donna diventa brutta o vecchia, — domandò Iscomake, — non -la ripudierò io per prenderne un’altra più bella e più fresca? - -— Quanto più la donna — disse Socrate — sarà buona compagna, custode di -te, dei figli, della casa, tanto più la onorerai, perchè i veri beni si -acquistano non con la bellezza, ma con la virtù. - -— Ma allora il matrimonio è un esercizio di virtù, — disse Iscomake, -molto avvilito. — E tutto questo sacrificio, perchè? - -— A vantaggio del genere umano, — rispose Socrate. — Il piacere serve -per la vita, ma non è la vita. - -Ora Iscomake aveva poco più di vent’anni. Egli aveva pensato a portarsi -a casa la sua adorabile giovinetta, e non a lavorare per il genere -umano. - -Era il volto di Iscomake assai triste e avvilito, nè sapea che -rispondere, quando improvvisamente esclamò: - -— Ecco, ecco, anche tu, Socrate, ti volti e la guardi! - -In quel punto passava Cleonetta, la bella etèra che era stata agli -studi nell’isola di Lesbo, ed ora era venuta in Atene a vendere rose; -e profumo di rose e di muschio sfuggiva dalla sua persona, come da -un’anfora. - -— Che mi guardi anche tu, figlio di Sofronisco? — disse la bella etèra. -— Sta in pace, Socrate, la deliziosa taràntola non morderà al tuo -vecchio cuoio! - - * - -Che cosa abbia poi deliberato il giovanetto Iscomake, noi non sappiamo -e ci interessa ben poco. A noi importa di assicurare che il discorso su -riferito non è per niente una nostra invenzione: ma è autentico. Esso -dimostra che razza di complicazione fosse fin da allora il matrimonio -nella mente di quel giudizioso filosofo! - -Ah, se invece di un Dio, grande Architetto dell’Universo, fosse stata -una Dea, la Architetta, le cose sarebbero passate più semplici e meno -melanconiche! - -Ma una cosa a me sta a cuore di notare in questi ragionamenti di -Socrate ad Iscomake intorno al matrimonio, ed è la questione dei -calzari, che noi diremmo delle scarpette. - -Si tratta di una seria questione, perchè Socrate dice: «il contratto -fra l’uomo e la donna non sarà leale se la donna cercherà di apparire -più splendente col tingersi la faccia, o più dominante ed affascinante -camminando sopra un paio di sandali alti». - -Ora è il vero che un paio di pantofole — invece delle scarpette — -rendono una donna antiestetica, e non è questa una scoperta — come ben -si vede — fatta ai nostri tempi! - -E generalmente accade che una donna preferisce apparire sleale -piuttosto che antiestetica per colpa delle pantofole. - -Tuttavia è indiscutibile che le pantofole hanno, sotto un certo -aspetto, un pregio molto superiore alla questione della lealtà: esse -non fanno rumore! - -Imaginiamo una moglie che passi come un crotalo da una stanza -all’altra, battendo sul pavimento i tacchi alti delle sue scarpette; -e un’altra moglie invece che si muove silenziosamente, monacalmente -silenziosa entro due pantofole.... - -Ah, sì! io lo so: un’anima giovane di uomo rimane atterrita da quelle -pantofole: egli sogna due tacchi alti in due scarpette lucide. E dato -il caso che possano far rumore, ci stende sotto una processione di -viole e di rose, o più semplicemente un folto tappeto d’oriente. E dopo -le scarpette, sogna due mani carezzevoli ambrate e profumate, che sono -il prolungamento tattile di due braccia tenere e poderose insieme, le -quali — quando lui torna a casa con la bocca un poco amara per avere -mangiato le prime foglie secche della delusione — gli si avviticchiano -dietro le spalle; e le mani soavi gli si posano sulle guance, poi sugli -occhi. Una voce adorabile dice intanto: «Mi conosci, amore? Chi è? -È la tua adorabile sposina?» E spesso le lebbra umidette e ristrette -si allungano, si applicano sul volto dell’uomo in un’azione benefica, -e, dirò così, antiflogistica, come fa la sanguisuga che porta via le -acrità e il mal calore del sangue. - -Io ho visto questa semplice e deliziosa scena ripetuta molte volte sui -teatri da alcune nostre graziosissime attrici, per le quali la menzogna -è piacere e insieme dovere professionale: e devo confessare che in -verità erano meravigliose operazioni allo scopo di rinfrescare l’uomo -dopo il calore della battaglia quotidiana. - -Dopo ho veduto l’uomo alzarsi, scuotersi, buttare quasi a terra le -scaglie del dubbio, della tristezza, dell’abbattimento: balzare in -piedi rinnovato di fronte alle lotte della vita, come se avesse dormito -dodici ore di sonno riparatore. Egli esclama: «Adesso mi sento forte!» - -Questo spettacolo è attraente e seduce non soltanto i giovani, ma anche -i vecchi spettatori; e chi ha di già preso moglie e questa si è fatta -acida e matura, sogna di procurarsi una seconda moglie o qualcosa di -equivalente, con cui ripetere questa cura igienica ed insieme patetica. - -Nella realtà della vita questo spettacolo bellissimo si ripete come sul -palcoscenico: ma con meno frequenza. - -Il giovane, ahimè, dimentica che le rose e le viole fioriscono in -tempo di primavera; che i tappeti orientali costano caro; e che quello -spettacolo che abbiamo descritto, riesce bene, se esiste anche un’abile -cuoca che sopraintenda alla cucina. - -Se queste ed altre condizioni non si mettono insieme, l’esperienza -a lungo andare riesce col non riuscire più bene. Anzi non soltanto -non riesce affatto; ma può accadere di vedere quelle care labbra, -già socchiuse ai baci, ingrandirsi smisuratamente, come in un’antica -maschera tragica, ed in cambio delle parolette flautate, sgorga un -torrente di male parole, di recriminazioni amare, triste seme di frutti -più amari. - -Ma gli uomini, con tutto questo, seguitano ad andare in cerca di -quelle donne che portano le scarpette lucide, coi tacchi sovrani; ed -anche Socrate, dopo il saggio discorso, si era voltato a contemplare -Cleonetta, la bellissima etèra. - - - - -IV. - -Socrate e la Morte. - - -Socrate col lungo naso fiutava la scìa dei profumi che lasciava dietro -a sè Cleonetta, quando ecco un altro giovane di nome Clinia, figlio -di Assioco, che accompagnato da un amico e dal suo maestro di musica, -corre per le vie di Atene: — Socrate, Socrate, — grida, — dove è -Socrate? - -Lo trovò alfine. Egli era presso all’Ilisso, dove sgorga la Bella -Fontana. Allora Clinia, riempiendosi gli occhi di lagrime, disse: — -Ora è tempo, Socrate, di mostrare coi fatti quella sapienza che tu lodi -sempre. Non sai? mio padre è in fin di vita: egli che poco fa si rideva -di quelli che hanno paura della morte, ora è disperato! Vieni, vieni tu -a confortarlo, così che egli senza lamenti, si avvii al suo fato, ed io -mostri di essere anche in ciò pietoso figliuolo. - -E Socrate, levandosi, disse: — Tu non chiederai inutilmente a me cosa -alcuna che sia giusta; ma questa poi è santa! — E si affrettò verso la -casa di Assioco. Come vi arrivarono, videro costui il quale giaceva nel -letto ed era molto disperato perchè doveva morire. Assioco era stato, -come noi diremmo, un lottatore della vita, un uomo politico. Ma allora -era assai languido ed afflitto, perchè doveva assolutamente morire. - -Socrate, appena lo vide, così gli parlò: — Oh, ma cosa è questo, -Assioco? Come? tu che ti sei sempre mostrato valoroso nei finti -combattimenti, adesso hai paura di quelli veri? Ma non sapevi tu che la -vita è come una peregrinazione, un passaggio? No, non è da uomo nè da -Ateniese lamentarsi così. - -— Belle parole, Socrate, — rispose Assioco faticosamente, — ma non -valgono un fico secco: io ho paura, capisci tu?, quando penso che -fra poco sarò senza luce e privato di tutti i miei poderi e delle mie -ricchezze, e mi sentirò trasmutato in putrefazione ed in vermini; e -questo avverrà in qualunque luogo mi mettano. Sai tu che è orribile? - -— Ma tu parli, Assioco, — disse Socrate, — come se dopo morto avessi -da tornare ancora vivo! Di’ un po’, Assioco, al tempo del governo di -Dracone soffrivi tu qualche male? No, perchè tu non eri ancor nato. -Bene, così tu non soffrirai nessun male dopo morto. Dove vuoi che trovi -posto il male, se tu non ci sarai più? - -— Ma è — ripeteva Assioco — che io voglio bene alla vita e che adesso -soffro per il dolore di vedere distrutta la mia vita! - -E allora Socrate cominciò, per confortarlo, a raccontare tutti i mali -della vita: «Gli Dei filarono ai mortali una dolorosa vita, perchè -nessun animale è più miserabile dell’uomo fra quelli che respirano -l’aria e strisciano per terra». - -E siccome Assioco era stato uomo di governo, e Atene era una città -democratica, così Socrate gli parlò di tutti gli inconvenienti della -democrazia, come io credo avrebbe parlato di tutti gli inconvenienti -della aristocrazia, se Atene fosse stata una città governata a -tirannide. — Tu, mio caro, — diceva Socrate, — sei stato come un -balocco in mano della plebe: oggi applausi, feste, carezze: domani -sei stato fischiato, esigliato, scomunicato. Ti pare? È una bella vita -questa? - -— Sì, sì, — dice Assioco, — questo è vero. Quel cervello balzano di -Aristofane che disse male di tutti, in fine non aveva torto quando -satireggiò il Demos; ed io lo so, che ci sono stato dentro. Chi si -accosta al popolo è molto più miserabile di lui. Ma anche con tutto -questo di morire non ne voglio sapere: io voglio invece diventare -vecchio, molto vecchio; ma non morire. - -E allora Socrate cominciò dolcemente a persuaderlo che diventar vecchi -è una cosa anche più brutta che aver da fare col popolo. — La Natura, -vedi, Assioco, ci ha dato la vita come fosse un prestito. Un’usuraia, -sai, è la Natura! Se tu non sei disposto a restituirle il suo prestito, -cioè la vita, lei te la ipoteca, ti mette le mani alla gola, ti porta -via la vista, l’udito. Tu resisti? e lei ti rende paralitico, brutto. -Tu resisti ancora? e lei ti rende imbecille come un bambino. Ecco -perchè molti vecchi sono come bambini. Credi, Assioco, che la partenza -da questa vita non è che un passaggio da un male ad un bene, tanto -è vero che gli Dei liberano molto presto dalla vita quelli che essi -amano. - -— Bravo! — sospirò con amaritudine Assioco. — E allora tu che sai tutte -queste belle cose, perchè stai al mondo? perchè non muori anche tu? - -— Caro, è qui l’errore, — disse Socrate. — Ma io non so che poche -cose, e le più comuni, che sono quelle che ti ho dette. Queste poche -cognizioni che io possiedo, le ho comperate da un gran sapiente, -che però, bada, se le faceva pagare. Niente per niente. Per alcune -cognizioni voleva otto oboli, per altre due dramme; alcune non le -cedeva che a quattro dramme l’una. Io ci ho speso tutto quel po’ che mi -lasciò il mio povero padre. Ma credi, che ne sono contento, perchè da -ora innanzi, o Assioco, la mia anima desidera la morte. - -— Be’, contami un po’ su, — disse Assioco, — perchè la tua anima -desidera la morte. - -E allora cominciò Socrate a dire il sogno delle meravigliose parole. -Oh, allora quale olio santo egli recò al morente! - -Oh, preti; oh, preti, che al morente ripetete le lugubri parole di non -so quale enorme peccato, ed impassibili compite i gesti macabri col -crisma, leggete di Socrate, e interpreterete meglio Cristo, redentore -nostro! - -Perchè Socrate apri le sue labbra e disse: — Oltre alle cose che ti -ho dette, vedi, Assioco, vi sono molte e belle ragioni per credere -anche nell’immortalità dell’anima. Ma ti pare che una natura mortale -avrebbe potuto levarsi a tanta altezza da domare le belve, passare i -mari, conoscere il cammino del sole e delle stelle, fondare le città, -gli stati, tramandarne la memoria, se non ci fosse in noi uno spirito -immortale? Io credo proprio che tu non andrai verso la morte, ma verso -la immortalità, o Assioco! Perchè tu devi sapere che l’anima, essendo -sparsa per i pori del corpo, si trova come imprigionata in questa -materia, e perciò desidera di ritornare al suo luogo proprio, al suo -principio, così che non appena ti sarai liberato da questa composizione -corporale, tu ti troverai immerso nell’eternità, cioè in una nuova vita -senza dolore e senza vecchiaia, dove tu potrai contemplare tutta la -verità, viva e fiorente, e potrai ragionare sul serio, mentre sino a -qui tu hai ragionato, o per far piacere alla moltitudine o per metterti -in bella vista. Consòlati, dunque, consòlati, Assioco: non c’è posto -per la morte, perchè non c’è un atomo che essa possa ridurre in niente. - -Ma ad Assioco poco importava della prigione del corpo dove si -era sempre trovato abbastanza bene, e meno ancora della verità -fiorente: voleva sapere di preciso quello che sarebbe accaduto di -lui personalmente; e allora Socrate gli parlò della geografia di -oltretomba, cosa molto incerta anche allora, cioè di certe beate isole -dove vanno a finire i morti. - -— Queste beate isole lontane sono circondate dal profondo oceano. Tre -volte all’anno la terra ferace matura di per sè rigogliosi frutti e -dolci come il miele. Le anime dei morti vi soggiornano libere da ogni -affanno. Ma bada, Assioco, che prima di arrivare a quelle isole, si -va in una pianura chiamata il luogo della verità perchè lì ci stanno -i giudici, e bugie non se ne possono dire, nè i giudici si possono -comperare come in Atene. Se nella vita sarai stato buono, o Assioco, se -sarai vissuto piamente, allora essi ti imbarcano per quelle isole che -si chiamano Fortunate: la primavera lì non finisce mai, gli alberi sono -pieni di frutta, vi sono banchetti, danze e molti altri divertimenti, -come mi disse un mago che mi ha insegnato tutte queste cose. - - * - -Quest’ultimo genere di discorso consolò Assioco più di ogni altro -discorso. - -— Se è così, quasi quasi mi fa piacere di morire, — disse, — benchè -morire sia in tale caso un termine improprio, non ti pare, Socrate? - -— Ma certamente! Noi non moriamo; noi andiamo all’immortalità. - -— E allora senti, Socrate: torna dopo mezzogiorno a ripetermelo -un’altra volta questo bel discorso. Adesso mi metto qui quieto! — E -le palpebre gli scesero giù, e Assioco vide il suo viaggio verso le -Isole Fortunate, con tutte quelle belle cose che lo aspettavano di -là. Peccato che ci fosse quella pianura della verità; ma sperava di -cavarsela abbastanza bene. Del resto, poi, tutto il mondo è paese, e i -giudici di quella pianura era probabile che fossero anche loro un po’ -come quelli di Atene, cioè gente da bene con cui non è difficile venire -ad onesti accomodamenti. - -Stette un po’ Socrate riguardando silenziosamente, quando Assioco si -riscosse e domandò: - -— Credi tu, Socrate, che sia necessario molto denaro portare nell’Ade? - -— Non credo. - -Assioco volse, consolato, uno sguardo verso il forziere dell’oramai -vana pecunia. - - * - -Socrate uscì piano piano dalla camera di Assioco, e additò il morente, -ora tranquillo e sopito, a Clinia; e dopo alquanto si ritrovò ancora -presso l’Ilisso, alla Bella Fontana, che era un luogo fuori di porta. - - - - -V. - -Questioni molto serie proposte da Santippe a Socrate. - - -Ed era oramai il mezzodì. - -Volgendo gli occhi in alto, si vedeva sul vertice enorme del Partenone -la gran figura bronzea di Pallade folgorante nel sole, erta sopra tutti -gli Dei, tutta chiusa nelle armi; il divino suo volto e l’asta protesa -contro ogni barbarie. - -Socrate, seduto presso la fontana, pensava al padre suo che fu un uomo -buono, ed alla madre sua. Ambedue erano morti da molto tempo, ma egli -li rivedeva presenti ancora, al di là della morte. - -E la bella fontana mormorava nel mezzodì. - -Suo padre era stato uno scultore e si chiamava Sofronisco; la madre -sua si chiamava Fenarete, ed era stata una levatrice. Ebbene, egli -proseguiva nel mestiere del padre e della madre: era uno scultore di -anime ed un alleviatore del dolore umano, come sua madre, la levatrice. - -Pensava anche alle fole dette ad Assioco, a quelle improvvise, -strane parole che gli erano venute su dal cuore: _Oltre a ciò sappi, -o Assioco, che molte e belle sono le ragioni le quali mostrano la -immortalità dell’anima_; e non sapeva più se quelle erano fole o -realtà. Il rombo delle sue parole al morente gli durava ancora nel -cuore. Dolce è il profumo d’ambra e di rose che sprigionava il corpo -di Cleonetta: dal disfatto corpo di Assioco già si diffondeva il -lezzo della morte. Misteriosi sensi! Eppure vi doveva essere una -resurrezione; un divino eterno ritorno! - -Il sole faceva splendere la non lontana marina. Lontano, lontano, -in più lontano mare, ecco apparire le Isole Beate; e sul prato -dell’asfodelo sotto il gran verde di belle piante, sorridevano coloro -che piansero in vita; quelli che qui soffersero per ingiusto giudizio, -erano colà da più veri giudici consolati. - -Felicità inconcepibile! E allora Socrate ripetè a sè stesso quelle -parole che poco prima aveva dette ad Assioco: «Da quest’ora l’anima mia -desidera la morte!» - -La fontana mormorando dolcemente, pareva consentire con lui; e su nel -cielo il sole pareva una grande pupilla che lo guardasse. Egli riguardò -nel sole, e come un brivido gli passò per il cuore in quel calore del -mezzodì. Forse non fu soltanto Sofronisco il padre suo nè Fenarete -la sua sola madre; forse anche quello lassù, il sole, Apolline, fu il -padre suo. - -Ma oramai era già trascorsa l’ora che gli Ateniesi dicevano del mercato -vuoto, cioè del mezzodì, quando tutti ritornano a casa. - -Ed anche Socrate si avviò, come era usato, verso casa, e tutta la sua -mente era infiorata e come inabissata in questi pensieri della vita e -della morte. Ma non appena fu giunto in vista della sua casa, sentì la -voce di Santippe, la quale era su la porta, e disse: — Tu diventi un -po’ carogna, Socrate! Mi sai dire cosa si fa oggi da mangiare? Tu vai -via la mattina; non lasci nemmeno un obolo per la spesa e poi quand’è -mezzogiorno, eccolo, bell’e fresco come una rosa. Cosa credi che noi -campiamo d’aria come le cicale, o di chiacchiere come fai tu? Hai -portato almeno qualche cosa da desinare? - -Socrate non portava niente da desinare perchè era stato astratto in -altre cose, nè aveva lasciato oboli molti per la spesa, perchè ne aveva -pochi. Socrate infine non era ricco, anzi egli viveva «in una miriade -di povertà», come ebbe a dichiarare. - -Disponeva, ben è vero, di un piccolo patrimonio lasciatogli da suo -padre, compresa quella sua casetta; ma tutto sommato, stando al computo -che fece Senofonte, — uomo pratico di affari, — il suo capitale non -arrivava alle cinque mine, che sarebbe come dire cinquecento lire, «al -patto però che si fosse trovato un buon compratore». - -Di questo capitale egli aveva speso qualche obolo e qualche dramma per -comperare, come abbiamo veduto, quel poco di scienza che possedeva: -ma nell’esercizio di rivendita non domandava niente. Faceva con tutti -come con Assioco, a cui aveva dato così bei conforti per prepararsi -a morire. «A me costano tanto» aveva detto, ma non disse, «e tu dammi -tanto». - -Già, egli avrebbe potuto mandare a Clinia una nota delle sue -prestazioni: _Per avere consolato l’anima di tuo padre, venticinque -dramme_. Ma come si fa? Come si fa a mandare la parcella per simili -cose? - -E bisogna dire ad onore di Santippe, che non era lei sola a -disapprovare questo sistema gratuito di suo marito. Qualcuno anche -degli amici gli andava dicendo: «Ma allora, Socrate, la tua scienza non -vale niente, se la dài per niente». - -E Santippe continuava: «Mi sai dire dove sei stato tutta questa -mattina? A predicare la castità ai passeri? Ad accarezzare i capelli di -Fedone, quel vergognoso mistero del sesso che non è nè uomo, nè donna? -O sei andato a misurare quanto è lungo il salto della pulce? o a fare -gli esperimenti sulle cicale per vedere se le cantano con la bocca o -col deretano? Be’, cos’hai guadagnato?» - - * - -Egli aveva guadagnato meno ancora di frate Egidio, seguace di -San Francesco, perchè frate Egidio voleva vivere affaticandosi -corporalmente, cioè della sua fatica; e una volta andò a opera a -bacchiare noci, e quando le ebbe bacchiate, gliene toccarono tante di -sua parte che si dovette levare la tonaca e, legate le maniche ed il -cappuccio, ne fece un sacco che tutto riempì di noci. Naturalmente non -le vendette frate Egidio, ma con grande letizia le distribuì ai poveri. - -Almeno si fosse presentato così Socrate a Santippe, con delle noci, dei -fichi, dell’uva da distribuire ai figliuoli, che aveva piccini, e si -sarebbero rallegrati di quei doni. - -Ma niente! - -Che cosa doveva rispondere Socrate a Santippe? - -Forse doveva offrirle il banchetto che Santo Francesco offrì a Santa -Chiara, che lasciarono sulla mensa il pane corporale perchè Santo -Francesco nutrì l’estatica monacella di pane spirituale? - -O doveva rispondere come Gesù Cristo: «Guarda, Santippe, come crescono -i gigli delle convalli. Nemmeno Salomone in tutta la sua splendidezza -fu mai vestito come uno di questi: guarda, come si nutrono gli uccelli -dell’aria»? - -Ma Cristo — come Santo Francesco — non aveva figliuoli nè moglie che -avessero fame; e in caso proprio di necessità, Cristo avrebbe operato -la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma a Socrate non venne mai -in mente di operare miracoli, o di camminare su le acque come Cristo, -o di risuscitare i morti. E per tutto questo Socrate tacque davanti a -Santippe. E quanto a Cristo, poi, sembra che anche Cristo fosse seccato -di dovere riposare il capo sopra un cuscino di pietra, mentre gli -uomini usano cuscini di lana e di piume. - -Io devo credere che Socrate dovesse rimanere assai malinconioso oltre -che silenzioso, davanti alle recriminazioni di Santippe. - -Perciò io non so come facciano i grandi scrittori a dire nei loro -celebri volumi che Socrate _era meravigliosamente esente da bisogni -personali_; e meno ancora capisco come i professori delle scuole -facciano ai loro scolari tradurre in greco questa stupida proposizione: -_Socrate con poche sostanze viveva contentissimo_. - -No, non è proprio così, illustri e garbati signori. È un’altra -faccenda; è che quando si è «dentro pieni di imagini degli Dei» come -era Socrate, i soldi non trovano la via per entrare; ovvero quando si -è pieni di imagini degli Dei non è lecito prender moglie per continuare -questa stirpe umana! - -E Santippe continuava: «Ah, tu vai predicando l’Aretè, la Sofrosine, -la Sofia, il Dovere! Il dovere l’ho fatto io che ho tirato su questi -figliuoli e li ho nutriti con queste qui! e non li ho mica esposti -come fanno le belle signore del tuo cuore! Eh, sì, che il più grande lo -meritava d’esser bacchiato: un vagabondo già come te, e che parolacce -dice a sua madre! A quello lì dovresti parlare e dirgli quello che gli -va detto, se non fossi o un grande impostore o un vecchio rimbambito. -Ma se, figlio di un cane, proprio non puoi fare a meno di andare in -giro a chiacchierare e hai questa malattia nel tuo sangue infelice, -invece di quell’aria melensa «io non so niente, io so che non so -niente», e poi dài dell’imbecille, dell’ignorante a tutti che oramai -non c’è uno solo che ti possa più sopportare in Atene, fa almeno come -Protagora. Anche lui chiacchiera, ma le sue chiacchiere le sa però -mutare in tanta buona moneta sonante!» - - - - -VI. - -Come Santippe ferì Socrate nel cuore. - - -Santippe lo aveva ferito nel cuore. - -Non perchè aveva detto: «O tu sei un impostore, o tu sei un vecchio -rimbambito»; ma perchè la buona donna aveva detto: «Fa, almeno, come -Protagora!» - -Il nome di Protagora era l’ombra della mente di Socrate. - -Protagora era, prima di tutto, un signore molto irreprensibile; la sua -clamide era fluente, i suoi calzari erano eleganti, la sua chioma era -profumata. Socrate, invece, benchè gli piacessero le chiome fluenti, -non possedeva la chioma; i suoi calzari erano in uno stato deplorevole, -come abbiamo osservato; ed il suo mantello non teneva più i punti, come -aveva dichiarato Santippe. - -Protagora era un personaggio straordinariamente affascinatore e -simpaticissimo; la sua parola scendeva giù per le orecchie di tutti -come una musica facile ed uguale. - -Poteva forse Protagora sembrare orgoglioso, in quanto che affermava -di essere sapiente in ogni scibile e _de quibusdam aliis_; mentre -Socrate affermava con quella sua aria melensa, come aveva notato anche -Santippe, di non sapere niente. - -Si, ma il vero è che Protagora si sarebbe ben guardato dal prendere in -giro il prossimo come faceva Socrate e di obbligare la gente a furia di -domande, a confessare che anche essi non sapevano niente. - -Il linguaggio di Socrate era piano e le sue imagini erano sensibili -ad ogni intelligenza. «Ma se io ti comprendo, tu sei uguale a me.» -Il linguaggio di Protagora era spesso artificiosamente drappeggiato. -«Ma se io non ti comprendo, tu sei superiore a me!» Ma Protagora -aveva tutti i ferri del mestiere nel suo arsenale dialettico; tutti, -fuorchè l’ironia: ma Protagora era squisitamente gentile, e se egli -era sapiente, «Tutti, tutti, signori Ateniesi, ornatissimi signori -Ateniesi, potete — diceva Protagora — diventare sapienti come me». - -Ah, sì; quel signore fece alle dottrine di Socrate la più implacabile -delle concorrenze, e bisogna ben confessare che questa concorrenza dura -anche oggi. - -Protagora poteva aver press’a poco l’età di Socrate, ma non era -Ateniese. Siccome però Atene era la città più intellettuale della -Grecia, così vi capitava spesso. - -E quando egli vi capitava, non aveva bisogno di sbarcare ad un hôtel, -perchè tutti i signori di Atene andavano a gara per averlo ospite nelle -loro case. - -Egli faceva anche, qualche volta, dei graziosi giuochi di prestigio. - -«Intelligentissimi signori Ateniesi, — diceva, — io prendo questa -pallina nera che, supponiamo, rappresenta la Giustizia. La prendo con -la mano destra, delicatamente così! Passa, passa, pallina! La pallina -è passata nella mano sinistra. Adesso prendo la bacchetta magica, dico: -un, due, tre! Pallina, scompari! E la pallina è scomparsa!» - -Tutto ciò si ripete anche oggi: ma bisogna conoscere il trucco. - -Ora il popolo Ateniese era molto giovane. La generazione precedente si -era affaticata in una lotta spaventosa: aveva sparso fiumi di sangue -combattendo contro una barbarie immane che lo aveva minacciato di -soffocazione. Ne era uscito vittorioso, perciò ora amava divertirsi e -di imparare i giuochi di prestigio, e il loro piacevole trucco. - -Per queste ragioni, tutti quelli che avevano figliuoli, pregavano -Protagora perchè desse loro delle lezioni private. Molti che aspiravano -alla carriera politica, offrivano grosse somme per sapere fare anche -loro bene quei giuochi così graziosi delle palline. I giovani di Atene -buttarono via dei capitali per potere imparare a parlar bene come -Protagora. - -Ed è vero che Protagora era un uomo onestissimo, al punto da -dichiarare: «Cari signori, fissate voi la ricompensa che credete di -darmi; ma non negatemi la ricompensa, perchè chi mi toglie il denaro, -mi toglie l’onore». - -Fu allora che il ministro della Pubblica Istruzione in Atene propose a -Protagora un grosso stipendio, se si fosse degnato di fissare la sua -dimora in quella città. Sventuratamente egli non potè aderire perchè -era aspettato in Italia; nelle città d’Italia del sud, e ciò unicamente -perchè a quei tempi non esistevano le città dell’Italia del nord. - - * - -Un giorno Socrate aveva trovato che le strade di Atene erano spopolate. -Era arrivato Protagora, e tutti erano andati a sentirlo. - -Anche gli amici di Socrate erano andati a sentirlo. - -Platone, che aspirava, sino dalla nascita, a diventare sopra tutto un -illustre sapiente accademico, era andato a sentirlo. - -Alcibiade, che aspirava all’alta politica, era andato a sentirlo. - -Socrate non incontrò che Apollodoro, che era un’anima candida; e -Fedone, l’adorabile adolescente che adorava Socrate, perchè Socrate gli -aveva trasfuso di dentro il divino martirio dell’anima. - -— Che tristezza, — diceva Fedone, — a pensare che tu, Socrate, la devi -quasi fermare per il petto la gente perchè ti stia ad ascoltare; e -quello lì, invece, basta che arrivi in Atene perchè tutti mettano da -parte i loro affari per andare alle sue conferenze. Eppure tu dici le -cose come veramente sono. Come sono spregevoli e vani questi Ateniesi! - -— No, — disse Apollodoro ancor più tristamente. — È che il popolo -ateniese è un popolo gaio. La bellezza, l’illusione, la gioia, ecco -quello che il popolo ateniese sente: qui tutti sono d’accordo. Ma tu -sei melanconico senza fine, Socrate. - -— Ma se, amici miei, — disse Socrate, — voi stessi mi chiamate Sileno, -il buono, l’allegro giullare! - -— No, Socrate! Triste è la tua anima, tristi sono le tue parole. Tu -dici di rispettare le leggi della nostra città, ma io sento che tutto -l’edificio fabbricato dagli uomini trema con sinistri rumori dalle -fondamenta alle tue parole. - -— Io sono l’uomo mansueto, — disse Socrate. - -— Ma sotto la tua mansuetudine, c’è un terrore di ribellione. Sai che -spesso ho paura per te, Socrate? - -— Paura? di che? degli uomini? della morte, forse? Temere la morte -null’altra cosa è che sembrare di essere saggio, senza essere. - - * - -Ma così conversando, essi erano oramai giunti alla casa di Callia, -il quale aveva l’alto onore di ospitare Protagora. L’atrio era pieno -della più eletta società, di Atene: nelle prime poltrone sedevano -gli Arconti, e Protagora non era solo, ma aveva con sè alcuni suoi -mammalucchi, giacchè il ventre di Protagora era fecondo. Esso seguita a -generare anche oggi. - -Il silenzio era meraviglioso, tanto che Socrate, Apollodoro e Fedone -poterono ascoltare assai bene. - -— Socrate? Oh, ecco Socrate! Salute a te, Socrate, — disse, con ben -paludata parola, Protagora non appena scorse Socrate in fondo alla -sala, — salute a te, Socrate! Anche noi, onorevoli signori Ateniesi, -intendiamo, come il vostro concittadino Socrate, informare il carattere -e l’intelligenza dei nobili giovani Ateniesi, educarli nelle virtù -pubbliche e private. Anche noi adoriamo la verità. Ma dove è la verità? -Intelligentissimi signori Ateniesi, se gli Dei non abitassero troppo -lontano, se la nostra vita non fosse così breve e così incerta, noi -potremmo benissimo sapere che cosa è la verità! Ma non tutti noi, -umanissimi uditori, abbiamo, come il vostro fortunato concittadino -Socrate, la rara fortuna di possedere un dio suggeritore, un demone -buono, nelle proprie tasche. La verità dunque bisogna che ce la -fabbrichiamo noi, secondo noi, tagliata sulla nostra misura! Che vale, -intelligentissimi signori Ateniesi, possedere l’arco di Ulisse se -nessuno lo può tendere? Che vale un grappolo d’uva, se è perennemente -acerbo? Una cosa si deve da noi chiamare vera, o signori, in quanto -che, messa in pratica, rende. E se non rende, non è verità. E perciò -non esiste nel mondo reale una verità unica, ma esistono due verità, -tre verità, molte verità, anzi tante verità quanti sono i gusti ed i -capricci degli uomini; e così non esiste una sola virtù ma esistono -molte virtù. Non esiste un solo Diritto, ma esistono molti Diritti. -V’è il diritto dell’agnello; ma vi è anche il diritto del lupo! Esiste -evidentemente la virtù di chi muore per la patria; ma esiste anche la -virtù di chi canta i morti per la patria, come esiste la virtù di chi -si conserva in buona salute per la patria. Esiste certamente, come dice -l’illustre cittadino vostro, Socrate, la glandola della coscienza; ma -non stimolàtela! Anzi, se avete coraggio, estirpàtela, e canterete -tutte le mattine vispi come canerini, e vi sembrerà ogni mattina di -tornare gioiosamente a vivere! - -Dopo di che tutti, cominciando dai signori Arconti, andarono a -congratularsi per la bella conferenza col signor Protagora. - -— Ma è evidente, — disse Meleto, l’arconte basileo, che era assai -adiposo e rappresentava la suprema autorità religiosa e giudiziaria -di Atene, — che se tutti avessero la sola virtù di morire per la -patria, chi resterebbe per fare gli elenchi dei morti per la patria, -chi resterebbe per fare le commemorazioni e le poesie pei morti per la -patria? - -Anche Socrate andò a congratularsi con Protagora. - -Disse Socrate: — Voi commerciate splendidamente al minuto nei -commestibili dell’anima. - -— E voi, disse di rimando graziosamente Protagora a Socrate, -commerciate un po’ troppo all’ingrosso. Sono partite colossali. -Scusate, chi volete che le comperi? Soltanto gli Immortali Iddii le -potrebbero comperare. Ma gli Iddii non ne hanno bisogno. Agli uomini, -— bisbigliò a pena l’insigne Protagora, — occorre vendere bagattelle, -possibilmente piacevoli. E poi, in confidenza, virtù e vizio, rose e -cipolle sono tutte produzioni del suolo. Credo che voi soffriate di -esaltazioni liriche, Socrate carissimo. - - * - -Strano! Dal tempo di Protagora e di Socrate i sistemi filosofici si -sono susseguiti come le onde del mare: erti di idealità sino alle -nuvole, cupi di pessimismo sin giù negli abissi! Gli uomini come tante -navicelle di carta, hanno seguitato a ballare su e giù per quelle onde -della filosofia, felici di essere giù, felici di essere su. - -Non ci fu che qualche individuo stravagante a dichiararsene -insoddisfatto, come per esempio Messer Lò, professore medievale -nell’università di Parigi, il quale, dopo essere stato sballottato -a lungo in cerca della perfetta letizia, finì col dire: _Linquo coax -ranis_ (lascio il gracchiare alle rane), e terminò col farsi frate, -secondo il costume di quel tempo; come Arrigo Heine, il quale dichiarò -che, dopo avere amoreggiato con tutti i possibili sistemi filosofici -senza rimanerne soddisfatto, — come Messalina dopo una notte di orgia, -— si veniva a trovare sullo stesso fondamento su cui si trovava il -povero negro, lo zio Tom. - -Ma non c’è dubbio che fra i tanti sistemi filosofici, quello -dell’illustre Protagora è il solo che gli uomini abbiano -coscienziosamente capito ed anche applicato. - -Gli Arconti e i Lucomoni vanno sempre a congratularsi con Protagora e -coi suoi mammalucchi. - -I servizi di Socrate non furono niente affatto riconosciuti dallo -Stato; e quella volta che il Governo si occupò seriamente di lui, fu -per fargli bere la cicuta. - - * - -Certo, Socrate, lui come lui, non ha l’onore di aver costruito nessun -edificio, nessun sistema filosofico, anche perchè non gliene lasciarono -il tempo, avendogli fatto bere la cicuta. - -Di lui non rimase che una pietra quadrangolare di marmo. - -Ma io lo vedo ancora col suo melanconico sorriso di Sileno, quel povero -figlio di Sofronisco scultore e di Fenarete, la levatrice. Egli sta -presso la sua pietra quadrangolare. Io lo vedo ancora. Dal convito -d’amore escono gli amici alquanto ebbri e con le rose sfiorite oramai; -gli amici e le amiche fra cui stanno le belle cortigiane. Essi vanno a -riposare. Socrate va alla bella fontana, si lava e si purifica. Sorge -il sole sull’acropoli. Egli riprende il suo dialogo eterno: «Di’, o -uomo meraviglioso, vogliamo noi diventare belli e buoni?» - -E gli uomini, da tanti secoli, non hanno sovrapposto una pietra su -quella pietra. - -Ma vero è anche che molti uomini, vicini a noi, dopo l’esperimento -della vita, vollero morire per quella terra, ed in quella piccola terra -che fu la patria di Socrate, considerandola come uguale al vasto mondo. - - - - -VII. - -La cena dell’amore. - - -Non si deve credere però che la buona società di Atene non istimasse -Socrate. In questo caso sarebbero stati Beoti, ed essi erano Ateniesi! -Certo spendevano più alla bottega di Protagora che a quella di Socrate; -ma, oh, buon figliuolo di Sofronisco, come potevi tu pretendere che la -gente venisse da te a comperare la _Dike_, la _Enkrateia_, la _Noùs_, -quel tremendo esplosivo che è la _Noùs_? Vendere la _Noùs_ per le -strade, sono cose, figlio di Sofronisco, che fanno strabiliare! Sono -cose che non poterono avvenire che in Atene, la città della giovinezza -del mondo. - -— Signori Ateniesi, questa merce si vende per nulla. Si vende per -nulla, non perchè non sia preziosa, chè la è preziosissima! Ma è che -uno dei due sfuma, o il denaro o la merce! — così diceva Socrate. - -E gli Ateniesi lo ascoltavano con curioso piacere: naturalmente, non -comperavano. - -— Se comperiamo codesta merce, — dicevano, — noi temiamo, o Socrate, -di diventare brutti come te! — Lo ascoltavano però volontieri: spesso -lo invitavano a cena, e mai gli fecero delle beffe: la qual cosa gli -sarebbe certamente accaduta se fosse vissuto in _Fiorenza_, la città -delle beffe. Naturalmente, quando era invitato a cena, il buon uomo -si ripuliva alquanto, perchè la società ateniese ci teneva molto -all’eleganza: non però sino al grado di noi moderni, in cui i venditori -di eleganza — camiciai, sarti, scarpai, ecc. — costituiscono un -sindacato della rispettabilità. - -E fu così che un giorno Apollodoro vide Socrate tutto ripulito, e -siccome questa cosa gli accadeva di rado, Apollodoro meravigliò forte. -Non mancava a Socrate che di essere profumato come costumavano tutti -allora indistintamente gli Ateniesi. - -Allora non c’era il precetto: «Amate il vostro prossimo!» e si -suppliva con quest’altro: «Profumate il vostro prossimo!» E così -l’uomo accostando il naso al suo prossimo, sentiva subito qualcosa di -piacevole. Ma Socrate preferiva il profumo della verità. - -Apollodoro che lo vide così azzimato, meravigliò forte. Apollodoro era -un’anima candida e quindi un poco irosa. - -— Dove vai, Socrate? Perchè così vestito? Che sollecitudine è la tua di -questa pomposità mondana e superflua? Non carichiamo e scarichiamo oggi -la _Noùs_, la _Dike_? - -— Caro, — disse Socrate, — io, come vedi, mi sono fatto bello perchè -oggi sono chiamato a cena da persone che sono tutte belle. - -Egli era in quel giorno invitato da Callia, un giovane signore, uno -_sportman_ — diremmo noi oggi — il quale aveva vinto il _grand prix_ -delle Panatenaiche. - -— Vieni anche tu, Apollodoro, — disse Socrate. - -— Ma non sono invitato! — rispose Apollodoro, il quale appunto come -anima candida ed irosa, era anche anima timida. - -— E se non sei invitato? Ti invito io. Una persona per bene è sempre -ospitata con piacere da un’altra persona per bene. - -Così parlò Socrate, e così si avviarono, lui e Apollodoro, alla casa di -Callia. - - * - -Callia abitava una villetta, un po’ fuori di Atene, sulla riva del -mare. Una piacevole passeggiata! E i sandali di Socrate e di Apollodoro -andavano allegramente. - -Appena Socrate fu in vista della villa di Callia, vide molti e bei -giovani che lo attendevano. - -Callia si fece incontro a Socrate e lo salutò con queste parole: - -— Ben venuto, Socrate: noi ti abbiamo invitato a cena, perchè tu, -essendo libero da cure mondane, farai più onore a noi che se avessimo -invitato Anito, il presidente della Repubblica, o Meleto il basileo, o -qualsiasi altro arconte o generale. - -(Mai uno _sportman_ dei nostri tempi sarebbe stato capace di così -intelligenti e graziose espressioni!) - - * - -E quando tutti si furono acconciati ne’ loro divani attorno alla mensa, -data l’acqua rosata alle dita, disse Callia bonariamente ai servi: -— Fate da voi, ragazzi, e fate le cose per bene, perchè noi vogliamo -mangiare e bere in pace. - -«Ma, e le signore? non c’erano al banchetto di quel _gentleman_ le -signore?» potrà domandare qualche signora, se qualche signora sarà -lettrice di questo libro. - -«No! a quei tempi le signore erano escluse dai banchetti. Servivano -soltanto come decorazione; muta, però. - -Ma è imaginabile, signora, Socrate che va alla cena di Callia con -Santippe a braccetto? È stato Cristo, signora, che ha introdotto le -signore nei banchetti: una marsina nera ed uno scollato bianco, in gran -contegno. Gli Ateniesi non usavano nemmeno il contegno, perchè stavano -sdraiati sui sofà, ed i fiori, anzichè sulla tavola, erano collocati -sulle teste. - -«Oh, gli orribili Ateniesi, sdraiati sui sofà senza l’intervento del -sesso gentile! Chi sa quali scostumatezze!» - -«Pur troppo, signora! L’uomo, o signora, è in alcuni rari casi di tipo -apollineo, qualche rara volta di tipo dionisiaco, ma più spesso di tipo -faunico, cioè bestia, e allora ruzzola sotto la tavola tanto oggi come -allora.» - - * - -La cena passò lietamente. I piatti erano d’argento e non usava la -seccatura di mutarli. - -Finita la cena, fu fatta entrare una leggiadrissima giovinetta, vestita -di un semplice _kiton_, che null’altro era che un quadratello di -stoffa, come un vessillo, ma messo con garbo: allora le Ateniesi belle -vestivano tutte così, con molta semplicità; come oggi, che le signore -portano certe _toilettes_, come dire? semplici. - -Un giovane aulete, o suonatore di flauto, accompagnava la fanciulla. - -Questi intonò il suono, e poco dopo, ella, come indolente, slegò e -scosse le membra della sua statua: le animò un po’ per volta, poi -furentemente, freneticamente. Ora ella, lieve, si trascinava dietro -il ritmo dell’aulete che, a fatica, con il collo turgido, la seguiva -zufolando. - -I signori, sdraiati sui loro sofà, contemplavano. - -D’improvviso la fanciulla ricompose le membra della sua statua; cessò -la danza: l’aulete potè allora trarre il respiro dal petto profondo. - -— Quella fanciulla pare vuota di dentro come la locusta! — disse -ammirando più d’uno. - -— Signori, — disse Filippo, uno dei commensali, — questo è effetto -della danza, esercizio utilissimo e graziosissimo. Io ho il ventre -grosso, e voglio diventare grazioso e leggero. Piglierò lezioni di -danza. Anche Socrate ha il ventre grosso e pesante e deve ballare, se -vuole diventare grazioso. - -— Tutti i giorni, o Filippo, — disse Socrate, — sta certo, io faccio in -casa esercizi di ballo. - -— Così, vedi, convien fare, — disse Filippo. — Tu, fatti in costà, — -e accennando alla donna che si scostasse, Filippo balzò dal sofà e si -mise a ballare col suo grosso ventre. - -Spumeggiò di risa la gioia del convito. - -— Da bere, — ordinò Callia. - -Tutti avevano gran sete. - -— Portate i cratèri più grandi, — ordinò Callia ai servi. - -— Callia, se permetti, — disse Socrate, — ordina i bicchieri più -piccoli. Il vino è cosa miracolosa come la pianta della mandragora: -addormenta il dolore, e sveglia la gioia, come l’olio sveglia la -fiamma. Ma in piccole tazze! Noi siamo come la sementa della terra. Se -l’acqua diluvia, la sementa marcisce; se invece scendono piogge soavi, -ecco tutta la bella fiorita della primavera. - -I servi recarono in giro piccole tazze. - -Disse per primo Callia: — Io bevo alla Ricchezza, alla mia dolce e -docile Ricchezza, dispensiera di libertà. Essa mi concede di onorare -con bei simposi, in questa bella casa, con tanti servi, con questo -inebriante vino, i cari amici. - -Disse un altro dei convitati: — Ed io, o Callia, propino e bevo — -perchè tu ci offri questo nobile vino — alla mia grande, vergine, -libera Povertà. Divina cosa, amici, la Povertà! Già tu la custodisci -senza forzieri, con la dolce negligenza essa fruttifica, il dente -dell’invidia non la morde; i figli non ti augurano di andar presto -a ritrovare Caronte. Anch’io sono libero, o Callia, io con la mia -povertà! - -(Queste cose si potevano dire allora quasi sul serio, per tante ragioni -per le quali la povertà non aveva l’odore così cadaverico che ha oggi). - -Un giovanetto non ancora segnato nel volto di alcuna lanugine, -inghirlandata la breve fronte di rose come un nume, fissando Callia con -ferme pupille, parlò così per terzo e come devotamente: — Io mi glorio -e mi esalto della mia, oh fuggitiva bellezza! la quale mi concede di -essere caro a te, o Callia, o unico, o solo mio bene! - -(E anche ciò poteva a quei tempi esser detto, se è permessa la -contraddizione, naturalmente. Le signore non potevano protestare). - -— Permettete allora, signori ed amici, — disse quel tal Filippo, — che -anch’io dica la mia. Io mi esalto e glorio perchè son nato buffone. -Socrate nostro non può profferire parola che non sia seria; io invece -non posso dir cosa che non sia buffonesca. Dire una cosa seria è per -me impossibile: come diventare immortale. Socrate dice di sentire -l’ambrosia di non so qual Nume o Demone di dentro. Io sento dentro di -me un onesto suino che annusa l’ambrosia delle buone pietanze......... - -— Ehi, ehi! — interruppe d’un tratto il buffone Filippo. — Si può -sapere che cosa fanno quei due laggiù? Ma quella è la danza, diciamo -così, del ventre! - -Infatti la bella donna ed il giovane aulete, rimasti senza occupazione, -avevano per conto loro attaccata una danza, una danza.... Come -dire? Un’abbominevole danza: quella che è detta oggi la danza degli -Apaches, la danza dei selvaggi che piace anche alla nostra buona -società. Io credo che sia una riproduzione dell’antica danza che i -due primi selvaggi, Adamo ed Eva, danzarono la prima volta ed ebbe per -conseguenza Caino ed Abele: una specie di _tango_. - -La donna era di un verismo assai perturbante. - -— Smetti, ragazza, — gridò Filippo. — Mi si desta Afrodite, e sorge -Eros. - -Cosa strana! In tutti si destava Afrodite, ed anche Eros. - -E poichè i due smisero, furono mandati via. - -— Per Giove, — esclamò Callia, — sapete, amici, che Eros, Amore, è un -dio misterioso anche lui! Misteriosa certamente è Demetra; misteriosa è -Minerva, ma anche Amore non ischerza! - -— E il modo come si manifesta! - -— E come è invincibile! - -— E come è indomabile! - -— Il più giovane ed il più bello degli Iddii, perchè chi può imaginare, -signori, Amore non dirò con la barba bianca, ma con la barba? - -— E nel tempo stesso, signori, il più vecchio fra gli Iddii, perchè -come sarebbe nato Giove se prima non c’era Amore? - -— E il più corroborante fra gli Iddii! Più assai di Dioniso di cui poco -fa parlava Socrate! Non ci fu che quel vile di Paride, che quando era -preso da Eros, si sdraiava sul letto: ma io allora sbranerei i leoni, -lotterei coi centauri, coi Lapiti, pur di arrivare all’oggetto che -concupisco! - -— La più bella istituzione del mondo è Eros! - -— La più piacevole! - -— La più esilarante! - -— Sparsa dovunque: dovunque ci si volta, ecco Amore! - -Così dissero i convitati di Callia in lode d’Amore. - - * - -«Oh, gli indecenti maschi avvinazzati! gli orribili Ateniesi!» — -potrebbe qui esclamare la mia ideale signora — «I profanatori, non i -lodatori d’Amore!» - -«Ecco, signora: io credo piuttosto che tutto provenga da un diverso -modo di giudicare l’Amore. Per noi moderni l’Amore è una cosa così -complicata, così difficile, così piena di conseguenza! E poi troppo -ideale: e spesso l’ideale se ne va, e non rimane, _pardon!_, che il -pitale d’Amore. - -Per gli Elleni invece era una cosa più semplice. Essi volevano soltanto -conoscere che cosa era quel delizioso furore di Eros: un problema -scientifico! E perciò i nostri convitati stanno per dire cose un po’ -sciocchine, un po’ puerili specialmente per chi è abituato alla nostra -così spaventosa psicologia dell’Amore; e, forse, un po’ invereconde: ma -tutto il loro discorso non fu inverecondo perchè nella loro mente Eros -si presentava come un problema scientifico. - - * - -Disse, dunque, uno dei commensali: - -— Come si spiega, o amici, l’arduo problema che c’è l’amore degli eroi -e l’amore, diremo così, dei suini? - -— È semplicissimo, — rispose un altro dei commensali. — Afrodite, la -mamma di Amore, ha avuto due figliuoli; cioè due Amorini, un Amorino -eroe e un Amorino maiale, in quanto che la nobile dea ha creduto di non -far torto a nessuno.... - -— Ma, e perchè, — chiese un terzo, — due putti, uno maschio ed uno -femmina, sono a un dipresso uguali, sino ad una certa età: ridono, -scherzano insieme; poi viene un bel momento che la puttina trema -davanti al maschio; ha paura e fugge; fugge, ma lascia andare tutte le -chiome lunghe lunghe per essere presa, e quando è presa, non piange ma -ride? Se poi giungono alla vecchiezza, perchè tornano uguali, tornano a -giocare in pace innocente ancora, come Filemone e Bauci? - -— E perchè, — disse un altro, — questa caccia furibonda e continua; e -perchè, questo è ben un mistero! perchè qualche volta avviene che un -maschio rincorre un altro maschio; e qualche volta una femmina corre -dietro una femmina? - -— Oh, — disse un altro, — la spiegazione è abbastanza semplice: Giove -quando creò la creatura umana, si pensò di congegnarla nel modo più -compiuto e dilettevole; e perciò la combinò per tal guisa che in -un solo individuo ci fosse maschio e femmina insieme. In principio, -dunque, non esisteva l’uomo e la donna: ma soltanto l’androgìno, cioè -l’uomo-donna. - -Chi sa come andarono le cose? Giove dice che l’androgìno era -prepotente, cattivo ed ingrato. V’è chi dice che Giove si stancò -dell’androgìno, nello stesso modo che i gran signori si stancano dello -stesso balocco. Il fatto è che Giove si mise a spaccare tutti gli -androgìni in due, come si fa con le acciughe, e diceva: Se non siete -buoni, vi spaccherò in quattro, ed anche in otto! Ed ecco che, fatta -appena questa operazione, la metà maschia si mise a cercare la sua metà -femmina, spasimando come tante biscie tagliate. Questa cosa è tanto -vera che anche oggi la moglie è chiamata la mia «metà». Ma chi sa dove -si trova la sua metà? Ed è per questo che quasi nessuno è contento -della sua metà, ma desidera molto di mutare la propria metà, per vedere -se trova quella che già combinava con lui. Spesso poi avviene che una -metà maschia si attacca ad un’altra metà maschia, ed una metà femmina -si appiccica con un’altra metà femmina, tanto è il cieco furore della -caccia! - -Così spiegò uno dei convitati, e tutti furono soddisfattissimi. - -Tutte queste spiegazioni non erano propriamente la verità: ma è -necessaria agli uomini la verità quando basta agli uomini una fola? - -Ora siccome ognuno aveva detta la sua, così si volle sentire anche -Socrate; ed ecco, quest’uomo, dissimile da tutti gli altri uomini, -venir fuori, non con un’altra storiella piacevole, ma con una di quelle -cose lugubri che si chiamano verità. - -— Perdonate, signori ed amici, — disse, — la mia dappocaggine, la mia -inguaribile dappocaggine, per effetto della quale non mi è possibile -dire altra cosa che non sia la verità. Vi devo dire che cos’è Amore? -Amore è una volontà di vivere, un disperato e oscuro bisogno che ogni -essere mortale sente di generare la sua immortalità. Perciò ogni essere -creato combatte e vive in difesa del suo germoglio, cioè de’ suoi -figli, che formano la sua immortalità. - -— Ma allora, — esclamò con dolce stupore il giovanetto che si era -vantato della sua bellezza, — i miei amori sarebbero riprovevoli amori -perchè io non germoglio. - -— Allora, Socrate, — disse Callia, — Amore non sarebbe precisamente il -Piacere! - -— Il Piacere, — ripetè Socrate, — serve per la vita, caro Callia, ma -non è la vita. - -— Permettimi, caro Socrate, di osservarti, — disse Filippo, — che le -tue opinioni sono piuttosto melanconiche e restrittive. Io per me mi -sento perfettamente suino o faunico che tu voglia dire; io non ho alcun -bisogno di immortalità; anzi ho paura dell’immortalità. Da bere, da -bere, Callia, e in grandi crateri, questa volta, anche se a Socrate non -pare. Tu ci vuoi far digerire male la gioia del convito! - - * - -Povero Socrate, così buono e intelligente! Egli non aveva nessuna -intenzione di disturbare la gioia di quel convito: era quella malattia -della verità! - -E chi non beve il dolce vino della favola, ma si ostina a bere l’acqua -cruda della verità, corre il rischio di rotolare e far mala fine, -come San Francesco gran bevitore d’acqua, che, per contemplare l’alta -verità, rotolò dal monte della Vernia. - - * - -Sul far dell’alba ognuno se ne tornò alle sue case. - -Ma Socrate era ancora lì con il suo buon Apollodoro sulla riva del mare. - -Parlò allora Apollodoro, che per timidezza mai aveva parlato durante il -banchetto. - -— Quale splendente verità tu hai detto, Socrate mio, — esclamò -Apollodoro con venerazione, — più bella e luminosa dell’occhio del sole -che ora sorge e accarezza l’Acropoli. - -— Considera, considera, Apollodoro mio, — diceva Socrate, — anche -queste altre verità. - -— Quali, Socrate? - -— Ecco: sai tu, Apollodoro, quanti figliuoli abbia avuto Giove? - -— Impossibile, Socrate. Chi li può numerare? - -— Vero! I figliuoli di Giove sono innumerevoli. Però osserverai una -cosa: che, fatta una sola eccezione per la dea Minerva la quale venne -fuori da per sè dal cervello di Giove e non succhiò latte di donna, -tutti gli altri figliuoli Giove li ha generati dalle più belle femmine -del mondo, tutte bianche, tutte docili, tutte devote, tutte silenziose: -Elettra, Europa, Leda, Alcmena! È strabiliante, Apollodoro, ma è così, -proprio così! Il termine più alto della bellezza che la nostra mente -contempla, è la donna; e noi cerchiamo appunto di procreare nella -maggior bellezza per creare la immortalità più bella. - -— Sublime verità tu hai detto, o Socrate, — rispose l’estatico -Apollodoro. — Oh, ecco che spiego ora a me stesso perchè anch’io, che -disprezzo tutte le cose mondane, pure non so staccare questi peccanti -miei occhi dalla bianchezza della donna! E anche tu la guardi, Socrate. - -Socrate sospirò profondamente. - -— Ah, perchè — prosegui Apollodoro — le belle donne allontanano invece -lo sguardo da te? Perchè tu, come Giove, non puoi ingannare la loro -stupidità, trasformandoti in cigno, in pioggia d’oro, in bianco toro -come fece quel Dio? Chi sa quale generazione immortale verrebbe fuori! -Altro che Ercole! altro che Achille! altro che Castore e Polluce! -Oh, ecco Minerva, vedi, o Socrate, — esclamò Apollodoro, — la divina -Minerva dovrebbe congiungersi con te. - -— La quale sventuratamente — disse Socrate sorridendo — è nata sterile. - -Apollodoro, col capo in giù, pensava alla singolare fatalità che -Minerva era sterile, e solo quella bianca oca di Leda fu capace di -covare quattro ova per volta! - -— Però, — disse Socrate levando la faccia camusa e sorridendo alquanto, -— tu puoi generare anche con Minerva! - -— Generare con Minerva? — chiese Apollodoro. — E che nascerà? - -— Nascerà l’idea! — disse Socrate. - -(Beatrice, l’amante di Dante, infatti, non soltanto fu sterile, ma -non aveva che due grandi occhi ed un manto; eppure generò la _Divina -Commedia_). - -— Sublime, generare l’idea! Questa è la grande immortalità! — esclamò -Apollodoro. - -Ma ora anche Socrate ritornava col capo all’ingiù. - -Forse pensava come fosse complicato quel problema di Amore, che egli -aveva al banchetto di Callia enunciato un po’ troppo semplicemente. -Dall’Amore del suino per la bella suina allo scopo di immortalare la -razza dei suini, all’Amore di Dante per la scarnificata Beatrice, è -tutta una scala indefinita: ma una femmina è indispensabile: o suina o -Beatrice. - -Ahimè! forse la fola dell’androgìno valeva quanto la verità enunciata -da Socrate! - -Essi così si stavano muti sulla riva dell’azzurro mare al mattino, e il -sole indorava l’Acropoli, quando Apollodoro esclamò: - -— Socrate, guardati! ecco viene Santippe. - -— Fuggiamo, figliuolo mio, — disse Socrate. - -— Impossibile! Ti ha riconosciuto. Senti già le alte strida? - -Era Santippe, infatti. Ella si era imbattuta nella comitiva dei -convitati di Callia, che ritornavano in Atene. Aveva chiesto di Socrate -e quelli ridevano. - -— Maledetti bardassi! cinedi porci! — aveva detto contro le loro -risa, ed aveva seguitato a girare per ritrovarlo quel vagabondo di suo -marito. - -— Eccolo qui, — disse, — che non si accontenta di aver persa la notte; -ma anche il mattino! A casa, dico, che tu sei ubriaco fradicio! - -E presolo per la mano se lo trascinava dietro a gran passi. — Ma che -proprio tutto io, tutto io? io accendere il fuoco? io scopare? e tu in -giro a far gozzoviglia, muso da cane? - - * - -E quando Socrate fu giunto a casa, un visetto, un po’ camuso anche lui, -si levò dagli stracci della sua cuna: due occhietti luccicarono, due -manine batterono a palma a palma: _File pappos_, Papà mio! - -Era il suo ultimo germoglio. - - - - -VIII. - -Il colloquio fra Anito e Meleto. - - -Le profezie di Santippe non tardarono ad avverarsi. - -— Socrate, — diceva Santippe, — sta a casina tua, metti la testa a -partito, chè sei vecchio; chiacchiera meno; se no ti predìco che farai -mala fine. - -Ma Socrate si era sempre profumato — come già dicemmo — col profumo -della verità, e perciò non poteva star zitto. - -Qui è indispensabile osservare come Socrate non fu lui solo ad avere -questa abitudine: Cristo parlava dall’alto della montagna; Dante -parlava dall’alto dei secoli; Campanella portava per emblema una -campana, e aveva per motto: «_Non tacebo_, non starò mai zitto!» -San Francesco andò scalzo e lacero a parlare davanti alla maestà del -Papa; Tolstoi cammina per la neve, con la sua barba bianca, sino ad -affacciarsi al nostro occidente e grida: «Io non posso tacere!» - -Ora quando si consideri come tutti costoro fecero mala fine, che -Tolstoi, che era un signore, morì su la neve, risulta evidente che è -assai meglio tenere la fiaccola sotto il moggio e non sopra il moggio: -cioè seguire la saggezza del sentenzioso Bertoldo, il quale assicurava -che in bocca chiusa non entrano mosche; e Bertoldo fu pure una -rispettabile persona, e se morì male fu anzi per eccesso di delicatezze -a cui il suo stomaco di bifolco non era abituato. - - * - -Dunque Socrate era un predestinato a far mala fine. Ma quando io penso -che Socrate non fu condannato da un tribunale segreto, coi giudici -notturni e mascherati; non fu crocifisso da fanatici ebbri di odio; -ma fu condannato alla luce del sole, legalmente, da cento tranquilli -cittadini giurati, allora io sono preso da una gioia furibonda, ed -esclamo, come in principio: — Oh, Atene luce del mondo, non solo nelle -arti, ma anche nella politica! - - * - -Atene — ci pare di averlo detto — era una repubblica, cioè uno stato in -cui tutti i cittadini sono proprietari della sovranità. Ora, siccome la -repubblica è quel governo appunto che è fondato sulla virtù, Socrate, -il quale vendeva la virtù per le strade, avrebbe dovuto essere almeno -presidente della repubblica. - -Invece Socrate fu condannato a morte, e appunto in una repubblica -democratica. Questa cosa può fare dispiacere alle nostre convinzioni -democratiche, per la quale cosa ci domandiamo: Come avvenne -questo fatto strano che Socrate fu condannato a morte in una città -democratica? - -Avvenne perchè Anito ebbe un importante colloquio con Meleto. - - * - -In Atene, città raffinata, la democrazia costava cara come la -aristocrazia. Tutti i cittadini essendo sovrani, aspiravano anche ad -una piccola lista civile, cioè a vivere sovvenzionati dallo Stato, -tanto che lo Stato dava anche gli spettacoli del teatro gratis. - -Il denaro — equivalente sensibile della virtù — era molto ricercato e -molto onorato in Atene. E similmente, come conseguenza, avvenne questo, -che una volta un re che assediava Atene, invece di bombardare la città, -vi fece entrare degli asini carichi d’oro: nessuna cavalcata eroica -sortì effetto più bello! Atene fu presa risparmiando vite ed edifici. - -Per evitare quest’inconveniente, gli Spartani, che erano aristocratici, -fecero coniare certe monete di bronzo da mezzo quintale l’una. Ma ciò -non documenta se non la puerilità e la rozzezza degli Spartani, perchè -l’uomo, quando si tratta di trasportare il denaro, è più robusto della -formica la quale è capace di trascinare un peso circa duecento volte -superiore al proprio peso. - -Questa è una facoltà che hanno gli uomini tanto in democrazia quanto in -aristocrazia. - -Ma un inconveniente anche più grave e più speciale di Atene era la -facilità con cui gli uomini, forniti di bella voce, arrivavano al -potere. E quando si consideri che quasi tutti in Atene avevano bella -voce, si capirà anche quanta gara ci fosse e quanta difficoltà nel -mantenersi al potere. - -Gli Spartani invece non parlavano che a monosillabi. - -Questa diversità del modo di parlare fu, nel caso speciale di Atene e -Sparta, uno dei motivi per cui i due popoli si guerreggiarono a morte. -Ma anche altre diversità, come del colore, del modo di mangiare, di -dire le orazioni, ecc., posson essere cagione di guerra. Ecco, dunque, -gli Spartani che facevano guerra a morte agli Ateniesi. - -E noi possiamo osservare che in tutti i tempi i grandi guerrieri, -questi tetri agenti della morte, sono taciturni come la morte. Perciò -gli Spartani, che parlavano a monosillabi, furono vincitori degli -Ateniesi che parlavano troppo! - -L’ultima battaglia navale fu un disastro irreparabile. La bella armata -di mare degli Ateniesi, la più bella armata che allora navigasse il -Mediterraneo, gloria e scudo di Atene, in un giorno di distrazione e -discussione dei suoi capitani, fu sorpresa dagli Spartani, e andò in -pezzi. - -Per effetto di questo disastro, Atene perdette la sua libertà e gli -Spartani vi insediarono trenta Oligarchi, taciturni e sanguinari, che -spadroneggiavano in Atene, tenevano chiusi i teatri, non permettevano -di parlare e mandavano la gente a casa all’ora del coprifoco. - -Socrate anche in quella circostanza seguitò a parlare lo stesso. - -Ed allora il capo degli Oligarchi lo mandò a chiamare e con voce cupa -gli disse: — Socrate, noi siamo stanchi fracidi dei tuoi discorsi! - -Ê molto probabile che Socrate avrebbe fatto già da allora cattiva fine. - -Ma gli Ateniesi, piuttosto che stare zitti, preferirono morire, e -fecero una rivoluzione. E allora gli Oligarchi, che incutevano tanta -paura, ebbero paura e scapparono. E qui diciamo come questo bello -spettacolo di vedere i tiranni aver paura e scappare davanti alla -rivoluzione, è uno dei vantaggi della democrazia. - -Atene, cacciati che ebbe gli Oligarchi, ritornò più democratica di -prima, e il presidente della Repubblica, o primo arconte, si chiamava -Anito, ed era di professione cuoiaio. - -Anito era una rispettabile persona ed era intelligente, prima perchè -tutti gli Ateniesi erano intelligenti, secondo perchè le persone -che arrivano al potere sono intelligenti. Era anche un formidabile -democratico, perchè aveva sofferto l’esilio durante la tirannia dei -trenta Oligarchi, e gli interessi della sua conceria erano stati molto -danneggiati. Per impedire che la flotta andasse in frantumi una seconda -volta, egli aveva provveduto facendo votare una legge che prescriveva -che tutte le navi fossero fasciate con un triplice rivestimento di -cuoio. - -Allo scopo poi di evitare congiurazioni contro lo Stato, Anito -ispezionava e faceva diligentemente ispezionare le vie di Atene. - -Ora noi sappiamo che Socrate passeggiava per le vie di Atene e vendeva -gratuitamente la _noùs_ ai giovani. - -Se Socrate avesse sparlato della democrazia e dei cuoiai puzzolenti, -oppure avesse deriso il progetto del rivestimento di triplice cuoio per -le navi, il sospettoso Anito avrebbe capito subito. - -Anito parlava lo stesso linguaggio di Socrate, ma non capì troppo bene. -Le orecchie di Anito erano pelose. Ora quando si pensi che frate Egidio -e re Luigi il Santo parlavano due diversi linguaggi, e pur si capirono -soltanto alle sfavillanti, lagrimanti pupille; anzi l’uno davanti -l’altro devotamente si inginocchiò, bisogna ammettere che questo umano -linguaggio ha meno valore che non si crede comunemente. - -E non soltanto Anito capì poco; ma gli parve che il saluto a lui, -presidente della Democrazia, fosse poco reverente. - -Alcibiade, nepote di Pericle (un intellettuale molto sospetto!) diceva -bensì: «Salute, Anito!»; ma le sue pupille, dall’alto della pura -clàmide, giravano così sardonicamente, che parevano dire: «Dove sei, -Anito, verme della terra?» - -Ed i sicofanti avevano riferito per certe queste parole del giovane -Senofonte: «Salcicciai e cuoiai arricchiti vadano pure al potere: ma -col voto dei salcicciai e cuoiai soltanto. Noi, piuttosto che dare il -voto a simili candidati, boicoteremo lo Stato, andremo volontariamente -in esilio.» - -«Tutto questo, — pensava Anito, — è effetto della filosofia di quel -vecchio. E che è questa filosofia che rende gli uomini indaganti, -oltracotanti, ciarlanti, boicotanti, scioperanti?» - -Egli non sapeva che cosa fosse la filosofia; ma come uomo politico, -cioè intelligente, capì che quel vecchio parlava parole a lui nemiche, -e quindi era nemico pericoloso per la democrazia. (E questo di -giudicare pericolosi i filosofi è, pur troppo, una qualità tanto delle -aristocrazie quanto delle democrazie.) - -«Ah, è troppo tempo, — diceva Anito, — che quel vecchio chiacchiera per -le vie di Atene!» - -E andava considerando fra sè come lo si potesse togliere dalla -circolazione. - -«Ecco, — esclamò trionfalmente Anito, puntando l’indice contro la -fronte, — noi possediamo l’organo legale, l’ostracismo! Blandamente, -dolcemente, noi togliamo questo individuo dalla circolazione. Sì, ma -dove li troviamo noi tremila cittadini che diano il voto per mandare -Socrate in esilio? Per quale motivazione? Perchè parla troppo? Ma -allora bisognerebbe mandare in esilio tutti gli Ateniesi! Eppure un -motivo ci deve essere!» - -Anito, uomo politico, sentiva al fiuto che un motivo c’era. Ma quale? -Non riusciva a trovarlo, e perciò si decise ad andare da Meleto, che -era l’arconte basileo, e aveva l’orecchio più sottile. - -Questo Meleto non era un sacerdote: Atene non ebbe sacerdoti, chè -se li avesse avuti, non sarebbe stata più Atene. Era soltanto una -mente sacerdotale. Oltre a ciò convien dire che questo Meleto era -un eupatrida, cioè un nobile, e lo si diceva un po’ partitante -dell’aristocrazia. Ma essendo al potere, ed avendo anche lui approvato -il rivestimento di cuoio per le navi, Anito e Meleto — cioè demagogo ed -oligarca — si trovavano in buoni rapporti. - -Mentre dunque Anito si reca da Meleto, noi ci domandiamo: Perchè -questa legge dell’ostracismo, cioè di un esilio blando e niente affatto -disonorevole, non fu conservata nelle legislazioni che vennero di poi? -Perchè quella legge fu trovata ingenua, cioè superflua. - -Dove Anito o Meleto salgono ai primi onori di uno Stato, gli uomini -buoni si eliminano automaticamente, senza ostracismo. - - * - -Meleto era un personaggio flemmatico e maestoso, e il discorso -che seguì fra i due uomini di Stato fu di molto interesse, anzi è -memorando. - -— Quell’uomo, quel Socrate, — cominciò a dire Anito, — io l’ho -ascoltato attentamente; parla di fabbri, di falegnami, di asini col -basto, dice che conviene essere _kaloikagatoi_,[3] _filosofoi_....; -eppure io sento che quell’uomo è pericoloso allo Stato. Pensa o non -pensa vostra Eminenza quest’uomo pericoloso allo Stato? - -— Mah! — rispose Meleto. - -— Che cosa vuol dire «Mah!»? — domandò Anito che era uomo impaziente. - -— Mah, — rispose gravemente Meleto, — vuol dire «pericoloso» e vuol -dire anche «niente affatto pericoloso». - -— Abbiate la cortesia di spiegarvi, perchè io non sono nato interprete -paziente di enigmi. - -— Non è un enigma, buon uomo, — rispose Meleto, — è una cosa semplice. -Se i peli delle vostre orecchie non vi avessero intercluso l’udito, voi -avreste inteso che Socrate non parla soltanto degli asini col basto, ma -parla anche di una voce misteriosa che ogni tanto gli ragiona, e lui -solo ode, e lo mette in diretta comunicazione con Giove. Ora vostra -Celsitudine può capire molto bene che se tutti gli Ateniesi fossero, -come Socrate, in diretta comunicazione con Giove, io sommo pontefice, -io arconte basileo, che servo appunto da interprete fra gli uomini e -gli Dei, _fututus sum!_ - -Detto ciò, Meleto tacque e sorrise. L’orlo del suo manto era scomposto, -e se lo ricompose. - -— _Ne dia_, — esclamò Anito, — ma allora se tutti gli Ateniesi -diventeranno ragionanti e ragionevoli, anch’io, arconte polemarco, -_fututus sum!_ - -Gli occhi sereni di Meleto fissavano lo scomposto volto di Anito. - -— _Ne dia_, per Giove, per la gran barba di Giove, — esclamò poco dopo -ancora Anito, come percosso da un secondo lampo di luce, — se tutti gli -Ateniesi, anzi se tutti gli uomini diventano _kaloikagatoi_, oltrechè -_filosofoi_, siamo f..... tutti! Non più guerre, non più rivestimenti -di cuoio alle navi! _Ne dia!_ le cose sono di una gravità immensa! Quel -vecchio melenso mi fa una rivoluzione più terribile di quella che ho -fatto io! Addio Meleto, vi do il buon giorno! - -— E dove va vostra Celsitudine? - -— Vado a salvare lo Stato, vado ad arrestare Socrate.... - -— Io credo che si possa aspettare anche domani, — disse pacatamente -Meleto. — Domani, o anche mai! - -— Mai? - -— Mai, buon Anito! perchè mai verrà il giorno che gli Ateniesi -diverranno ragionanti e ragionevoli, mai verrà il giorno in cui gli -asini col basto ubbidiranno alla voce del proprio Demone, mai gli -uomini diventeranno _kaloikagatoi_! Il pericolo socratico, credete, -Anito, è del tutto insussistente; è un futurismo senza futuro! - -— Ma il rivestimento di cuoio per le navi? - -— Il rivestimento di cuoio per le navi si farà, e così si faranno le -armi, e così si faranno le guerre in perpetuo, — rispose Meleto. — -La nobile Atene ha, a venti chilometri a nord, gli idioti Beoti; a -venti chilometri a sud, i taciturni Spartani, che dove passano una -sola traccia lasciano; quella della loro mano insanguinata e brutale: -tutt’attorno poi a nord, tutt’intorno a sud, dalla parte dove il sole -si leva, e dalla parte dove il sole tramonta, crescono e montano le -generazioni dei barbari che nessuna forza o dio distruggerà! Non vi -date, dunque, pensiero, Anito, nè per la guerra, nè per le armi, nè pel -rivestimento di cuoio. La nobile Atene dovrà guerreggiare in perpetuo -se vorrà salvare la sua Minerva! - -— Cosicchè voi, Meleto, — domandò Anito, — non condannereste Socrate -nemmeno con il più dolce, con il più blando ostracismo? - -— Io lo avrei, e da tempo, colpito di morte, — rispose Meleto con -gravità solenne; — ma noi siamo in una città democratica! - -Anito stupì e strinse calorosamente la mano a Meleto. - -— Allora convenite con me che quell’uomo è pericoloso allo Stato. Ma se -prima dicevate che urgenza di pericolo non c’era? - -— No, buon Anito, urgenza di pericolo non esiste. Per la salute del -mondo, mai gli asini col basto udranno la voce del Demone, mai gli -uomini diventeranno _kaloikagatoi_, e sotto quest’aspetto il pericolo -è insussistente. Ma ben è vero che gli Ateniesi sono già per loro -natura troppo schernevoli, troppo mobili! Da troppo tempo hanno preso -il mal vezzo di mettere, anche sul teatro, in burletta gli Dei! Mai -codesto sarebbe tollerato in governo aristocratico! Perchè sappiate, -o Anito, che per la salvezza di Atene e della terra, è sommamente -necessario conservare intatto Giove, il Cesare del Cielo, con le sue -gerarchie disciplinate: Briareo dalle cento braccia, Proteo dalle cento -forme, Ercole con la clava enorme; i gran gendarmi di Giove! Imperio, -ubbidienza e servitù. Ciò risponde alla configurazione della terra! -Ma le democrazie sono instabili, fermentanti, tumultuose. Vanno alle -estreme conseguenze della logica e della illogica; ed allora non è più -possibile governare gli Stati. Ora quel vecchio pazzo che su tutto -indaga, che su tutto discute, che insegna agli altri ad indagare e -discutere; che crea il diritto e la sovranità dell’individuo, mentre -non ci deve essere che un solo diritto, una sola sovranità, lo Stato, -quel vecchio è l’essere deleterio e perniciosissimo alla salute della -Repubblica. - -— Allora Socrate, — disse Anito con istupore, — è secondo voi -essenzialmente democratico! Io lo credevo aristocratico.... Però -sappiate, o Meleto, che se è necessario salvare la patria, io per -questa occasione posso diventare aristocratico! - -Il grave capo di Meleto, l’arconte basileo, si chinò alquanto. -— Confortatevi, Anito, — disse poi. — Forse Socrate è un -aristocratico.... - -— Allora io avevo capito subito.... — disse Anito. - -— Comunque sia, o aristocratico o democratico, — disse Meleto, — vano -è ricercare. Una cosa è certa: Socrate è pestifero. Quella gioventù -che indaga, dubita, discute, si affolla intorno a lui, è di mal seme! -Atene, circondata come è da Spartani e Beoti, di una sola cosa ha -bisogno, di una pesante spada di bronzo che cali con altrettanta -brutalità come la spada spartana. Per parlare, uno solo basta, -l’arconte. Gli altri basta che sappiano, con disciplinato silenzio, -morire. - -— Oh, ammirabile uomo! — esclamò Anito. — Ma è ben pericolosa la -filosofia! - -— Una malattia dello spirito, — sentenziò Meleto. - -— Una malattia, — rincalzò Anito, — che non ha altro effetto pratico -se non quello di rendere i nostri Ateniesi malcontenti, impertinenti, -disubbidienti, poco rispettosi anche verso di me. Andrò io bene alle -radici del male, Meleto! - -— Sì, ma procedete, vi prego, con la legalità più scrupolosa. -Siamo in città democratica, e per questo evitai io di prendere -un’iniziativa qualsiasi. Ma poichè a voi così pare, fate. Badate -però che la procedura non deve essere soggetta ad alcuna critica. -Ricavate la sentenza sulle coordinate del Codice. Tutto sia — ripeto — -perfettamente legale. Noi non vogliamo che una luce fosca sia gettata -sui nostri costumi politici. - -Così parlò Meleto ad Anito ed Anito a Meleto. - - * - -E fu in conseguenza di questo colloquio fra Anito e Meleto, uno dei -più interessanti colloqui storici che la politica ricordi ancorchè -non si trovi registrato in alcun testo, che nell’anno primo della -novantacinquesima Olimpiade, cioè l’anno 399, cioè quattro secoli -prima ancora della passione di nostro Signore Gesù Cristo, gli Ateniesi -lessero, — perchè tutti gli Ateniesi avevano l’istruzione obbligatoria, -e quindi sapevano leggere, — affisso sotto il portico dell’Arconte -Basileo, questa citazione, o libello, così concepito: «Socrate, -figlio del fu Sofronisco e della fu Fenarete, ammogliato con prole, -di professione scultore disoccupato, è accusato di perniciosissima -propaganda contro lo Stato. Arrogi che egli non mostra il dovuto -rispetto verso Giove, padre degli Dei e imperatore degli uomini, in -quanto che insegna dottrine religiose contrarie alla religione dello -Stato e alla democrazia, e perciò è di grave scandalo alla gioventù». - - * - -Quel giorno Santippe aspettò proprio invano suo marito per l’ora del -desinare. - - - - -IX. - -Oh, povera Santippe! - - -Non a pena Santippe venne a sapere che suo marito era stato messo in -prigione, ne fu molto perturbata. - -«Lo dicevo io che una volta o l’altra ci sarebbe capitato addosso -qualcosa di serio! Eh, avessi io sposato un onesto trippaio! Suvvia, -figliuoli, vestitevi con i peggiori abiti che avete (già di buoni non -ne avete) e andiamo a metterci sulla porta per dove devono passare i -giudici». - -I signori giudici giurati passavano gravemente in lunga fila di -cento giurati, tutti vestiti coi manti bianchi. Essi si recavano al -dikasterio, che vuol dire _la casa di Dike_, quella tale vergine e -troppo delicata Giustizia, la quale vedendo che non c’era modo di -salvare il suo onore, tornò su ancora in cielo: e allora ci andò ad -abitare al dikasterio una buona donna più accomodante, la quale non -essendo niente affatto vergine, era corazzata contro gli oltraggi degli -uomini, da ogni parte, con triplice cuoio, come le navi di Anito. - -Ora Santippe all’angolo del dikasterio, faceva insieme coi figliuoli, -gran corrotto, e tutti quei suoi capellacci rossi e quelle sue strida -mettevano quasi paura, anche ai signori giurati. - -— Meschini noi! — urlava. — Or che faremo noi, deserti del nostro uomo? -Adess’adesso vengo su anch’io nel dikasterio, e ci mettiamo tutti noi, -insieme con lui, a piangere! - -Ma tutti i signori giurati erano di una gravità nera ed impressionante -benchè vestiti di bianco. - -Mostravano verso Santippe la palla bianca degli occhi e le palme delle -mani ai due lati degli occhi come per dire: «È una cosa grave, grave, -grave!» - -E qualcuno pur le diceva: — Pare si tratti di un delitto contro lo -Stato. _Crimen lesae maiestatis!_ - -— _Proditionis insimulatus!_ — diceva un altro. - -— L’arconte basileo, oimè, sostiene l’accusa! — diceva un terzo. - -— Mah! — sospirava un quarto. - -— Sentiremo quello che risponde lui! Ma non sa nè parlare nè star zitto! - -— Voi, ad ogni buon conto, la mia buona donna, tenetevi qui pronta con -questi marmocchi; al momento opportuno, quando si farà la votazione, vi -manderemo a chiamare.... - -E qualcuno più disposto a pietà, diceva piano ai colleghi: — Se non -fosse una cosa sì grave, potrebbe costei tentar di inviare qualche -donativo ad Anito.... - -— Infatti, — rispondeva ancor più piano il collega, — _mùnera placant -hominesque deosque_.... Ma che può mandare costei? - -— Che vai dicendo? — chiedeva Santippe. - -— Diciamo, buona donna, che Anito è di animo sensibile. - -Così dicevano, nei primi giorni del processo, i giurati alla buona -donna, e lei si stava tutto il dì alla porta del dikasterio. Bene -avrebbe elevato nell’aula le strida, e fatto gran corrotto non appena -l’avessero chiamata! - -Mai però Santippe si sarebbe imaginata una simile tragedia, la quale -avrebbe travolto anche il suo umile nome nella rivista della storia! - -Ma passavano i giorni, e Santippe non era chiamata su in tribunale. -L’aspetto dei signori giurati era sempre più nero ed enigmatico. - -— Bisogna che vi armiate di coraggio, la mia donna, — disse uno dei -giurati; — ma le cose si mettono al male, e quel disgraziato si vuol -rovinare! Invece di star zitto e lasciar parlare il suo avvocato, parla -lui! Invece di lagrimare o di strapparsi quei quattro cernecchi che -gli avanzano in testa, sorride, sorride proprio in faccia all’arconte -basileo, e in faccia ad Anito...., e in faccia a noi! Pare che si sia -come fissato; e i suoi occhi spenti guardano cose lontane! Mah! — e le -teste dei giudici più pietosi crollavano compassionevolmente sopra i -candidi manti. - -— Ma lo sapete pure che è un insensato! — urlava Santippe. — Quando -vennero a casa a prenderlo, sorrideva anche allora, e si lasciò portar -via come un pecorino. Io gli volevo sformare il muso a quei sicofanti, -ma lui mi disse di stare cheta e di non contrastare. - -— Non è una buona ragione essere insensato, — rispondevano gravemente -i giurati. — Certo parla come insensato. Egli ha dichiarato che -è dolentissimo; ma che per far piacere ad Anito e Meleto non può, -specialmente alla sua età, mutare la sua vita. Lo vorrebbe anche, ma -il suo Dio non vuole, il suo Dio, capite voi? chè per quello che anche -noi se ne può capire, è più misterioso di Demetra, più intelligente di -Minerva, più autorevole di Giove stesso. È l’accusa di Meleto! E lui, -infelice, la ribadisce! - -— Meleto e Anito allora hanno ragione! - -— _Crimen impietatis_, oltre che _crimen lesae maiestatis!_ — -mormoravano i giudici del popolo e non volgevano più nemmeno il bianco -delle pupille verso Santippe. - -E venne un nunzio quando fu sera e disse: — Santippe, Socrate vostro fu -giudicato reo! - -— Oimè, oimè, deserta, — urlava Santippe fuggendo per le vie d’Atene, -— me l’hanno condannato quel povero uomo. L’hanno giudicato reo! Ma reo -dì che? Disoccupato, scioperato, mentecatto, ma reo di che? - -— Datti pace, Santippe, — diceva la gente per le vie, — ogni speranza -non è perduta.... L’hanno giudicato reo: questo è vero, ma la -maggioranza è di soli tre voti. L’ultima parola non è ancor detta. -Domani è l’ultima seduta. Meleto, sì, è vero, proporrà domani la pena; -ma Socrate ha il diritto di fare una controproposta. È per legge! E -allora sappi, Santippe, che sono ancora i giurati quelli i quali devono -stabilire la pena. - - * - -Or dunque, quando venne l’ultimo giorno, grande fu la trepidazione di -Santippe. - -Ma il dikasterio pareva quel dì muto come la casa dei morti. Declinava -ancora il sole. - -Ad un tratto fu udito un gran tumulto, un urlo di cento voci, poi -silenzio ancora, poi, dopo alquanto, furono spalancate le porte e tutte -le cento toghe bianche dei signori giurati si precipitarono fuori in -gran tumulto. Travolsero Santippe. - -Ultimi, lentamente, uscirono Meleto, Anito ed i notari e fiscali. - -— Noi abbiamo salvato la Repubblica! — diceva gravemente Anito. - -— Nel presente e nel futuro, — diceva Meleto. - -I notari, loro intorno, facevano reverenza, e si ripetevano l’un -l’altro: — Una pervicacia inaudita, signori! Il disprezzo di ogni -tradizione, di ogni legge! - - * - -Che cosa dunque era accaduto nell’aula del dikasterio? - -Questo era accaduto: - -I signori giurati avevano il giorno precedente approvato l’accusa di -reità. Ma la maggioranza dei voti era stata assai scarsa. Tre voti -appena! - -E Anito e Meleto uscirono dal dikasterio in quel dì con accigliato -cipiglio squadrando i cento giurati, fra cui quarantasette (certo) -erano quelli che giudicavano Socrate, non reo. - -Tutta notte Meleto, al lume della lucerna, meditò nel nero cuore la -sua requisitoria. E come spuntò il dì, la recitò, e rimbombò l’aula del -dikasterio. Egli, l’arconte basileo, domandava la pena di morte, _pro -crimine impietatis_! - -— Ma perchè, signori giurati, — proseguì Meleto, — nulla la democrazia -ateniese fece e farà mai contro la legge, prima che voi diate sentenza, -a te, Socrate, spetta proporre di quale pena ti giudichi meritevole. - -— In verità, Meleto, in verità, Anito, e tutti voi, signori di Atene, — -cominciò allora Socrate, — io ben considerando di avere speso tutta la -mia vita in pro’ vostro e di avere per questo trascurato gli interessi -miei e quelli della mia famiglia, domanderei invece un premio. Ma -sono vecchio oramai, ho settantacinque anni e perciò io mi restringo -a chiedervi una tenue pensione; e quanto a voi, Meleto ed Anito, io -chiedo la nomina nel Pritaneo, dove lo Stato onora e nutre i suoi -cittadini più benemeriti. - -(Noi oggi diremmo la nomina a membro del Senato.) - -E fu allora che un clamore immenso si levò fra i giudici: — Quell’uomo -schernisce la maestà della legge! - -— No, membro del Pritaneo? — continuò Socrate. — Voi mi volete -condannare ad ogni modo? Ebbene: io allora ubbidirò e pagherò una -multa: tutto quello che io vi posso dare, vi darò, signori giudici! - -E così dicendo, Socrate levò e presentò alta una moneta: un obolo! - -(Noi diremmo: due centesimi.) - -E fu così che quegli onesti bruti votarono la pena di morte a totale -maggioranza. - -Tutti quei cento bruti da molti giorni soffrivano di una cotale -prurigine alla pelle, come se le parole di Socrate fossero state -un’invisibile, un’impalpabile polvere vescicatoria. - -— A morte! — gridarono i giudici. - -— A morte, signori Ateniesi? — domandò allora Socrate senza mutar voce. -— Ma ci potremo intendere benissimo, giacchè il Dio solo sa e conosce -se la morte è un male od un bene. - - * - -E fu così che Socrate, per profumarsi col profumo della verità e più -specialmente per non poter tacere, fu condannato a morte. - -Avete ucciso, o Ateniesi, l’usignolo delle Muse, il savio vero, -l’innocente, il miglior uomo che fosse tra voi. - -E gli uomini giudicarono savio l’insensato, ma soltanto dopo che -l’insensato era morto! - - - - -X. - -Santippe nella prigione di Socrate. - - -Vi sono nella vita certe cose meravigliose ed indomite che la ragione -di un galantuomo non riesce a capire. - -Io, per esempio, non capisco perchè Socrate non volle fuggire dal -carcere quando quel giorno, che non era nè notte nè l’alba, venne -l’amico Critone e gli disse: — Socrate, fuggi! - -E glielo disse con quella sollecitudine e con quell’affanno con cui noi -avvertiamo una persona molto cara di campare da un grave pericolo e la -sollecitiamo, perchè essa non vede, non cura, non è sollecita. - -E Critone trovò Socrate non stoicamente «impassibile», nel suo carcere, -come spesso si legge di alcuni grandi eroi che erano condannati a -morte; ma lo trovò, come sempre, buono ed affabile. Era forse un po’ -disturbato, in quanto che Critone lo aveva allontanato dal sonno, e -pareva quasi voler rimproverare il suo giovane discepolo con quelle -parole: — Come, Critone, a quest’ora? È già spuntato il sole? — e -pareva volesse dire: — Perchè mi hai tu chiamato alla vita? - -— Perchè tu devi fuggire, — dice Critone, — devi salvarti: tutto è -pronto per la fuga, le guardie del carcere sono state comperate da noi. - -E Socrate disse che non voleva fuggire, e Critone vide la faccia di -Socrate distendersi nel suo umile sorriso come se dentro un lume di -letizia si fosse improvvisamente acceso. - -Critone cominciò a lagrimare. E Socrate cominciò a spiegargli le belle -ragioni perchè non voleva fuggire. - -Ed è proprio vero quello che noi sappiamo, cioè che Socrate non -volle fuggire per non far del male alla sua adorata, unica patria -disubbidendo alle sue leggi? - -Sì, questo può darsi. Allora non usavano le nostre grandi patrie; ma -usavano piccole patrie, le quali si abbracciavano con un’occhiata, e si -abbracciavano anche col cuore più facilmente che non le nostre troppo -grandi patrie. Ma può anche darsi che Socrate udisse al di là della -voce di Critone che supplicava: «Socrate, fuggi!», la voce dell’umanità -che diceva: «Socrate, non fuggire; Socrate, per carità, fatti -ammazzare!». Perchè è un fatto che l’umanità ha bisogno, ha bisogno, -ogni tanto, come l’Orco della favola, di divorare qualche uomo giusto. - -E potrebbe darsi inoltre che Socrate avesse sentito in quell’ora tutta -la verità di quelle parole inebbrianti che egli già aveva dette ad -Assioco: «Da quest’ora in avanti la mia anima desidera la morte». - -E potrebbe anche darsi che Socrate provasse in quell’ora quel furente -entusiasmo, quella follia che Dante colloca nell’animo di un altro eroe -tutt’altro che ingenuo, quando lo sospinge, vecchio, ad affrontare -l’immenso mare, ignoto, delle tenebre: «Suvvia, Socrate, facciamo -l’esperimento della morte! Scagliamo la nostra vita, con ancora tutte -le fiaccole dei sensi vive ed accese, contro la morte!» - -Ma che ne sappiamo noi? - -Noi sappiamo che egli non volle fuggire e che la mattina in cui, a -giorno già fatto, gli amici suoi, Fedone, Critone, Apollodoro, Cebete -e altri entrarono nel carcere, per l’ultima volta, vi trovarono già -Santippe. - -Povera e calunniata signora! - -Quante volte abbiamo letto nei libri, nei giornali, che mentre il -marito sta per morire, la moglie consulta la sarta sull’abito da lutto! - -Ma Santippe, no: ella era nel carcere di suo marito perchè aveva -saputo che in quel giorno Socrate doveva morire. Ella non disse: «Oh, -finalmente se ne va quel buon uomo». - -Ella seguiva il marito. - - * - -Però la sentenza non potè subito essere coronata dalla esecuzione; -passò più di un mese tra la sentenza e l’esecuzione. Ciò avvenne perchè -non sarebbe stato legale uccidere Socrate in quel frattempo! Quello -era un sacro tempo! Ogni anno una nave salpava dal porto di Atene per -portare doni _ex voto solemni pro accepta gratia_, al dio Apollo che -abitava l’isoletta di Delo. Ora per tutto quel tempo era per legge -vietato di ammazzare. Dopo, sì, si poteva ammazzare! Ma a cagione del -mare cattivo e dei sacri banchetti, la sacra nave tardava ad arrivare. -Ora finalmente era ’arrivata ed era permesso ammazzare. - -Ad Anito e Meleto, all’aristocrazia ed alla democrazia, stava a cuore -la più scrupolosa legalità. - -Gli ufficiali di giustizia, che erano Undici, si erano affrettati -di buon mattino a slegare Socrate, che per tutto quel mese era stato -incatenato come una malvagia bestia, e il servo dei magistrati — noi -diremmo, il boia — pestava tranquillamente la cicuta nel suo mortaio. - -Era press’a poco l’ora lugubre in cui l’_esecutore delle grandi opere_ -— come i Francesi, eleganti sempre, chiamano il carnefice — sorveglia -al lume delle fiaccole se la ghigliottina è montata a dovere; e si -veste l’abito nero: l’ora lugubre in cui gli elettricisti in America -provano la bontà della corrente nella sedia elettrica: in cui in altri -paesi il boia impiccatore sporge per l’apertura della carcere la sua -pupilla per vedere sul condannato di quale lunghezza deve essere la -corda della forca. Ai tempi di Socrate non esistevano questi lugubri -progressi tecnici e la morte legale era somministrata in una maniera -più intima e meno spettacolosa. - -Si dava la cicuta. - -La cicuta è una pianticella che cresce nei luoghi umidi. Essa è molto -simile all’utile prezzemolo e produce una morte — dicono — quasi -tranquilla, come quella che spesso avviene naturalmente, quando questo -povero nostro cuore improvvisamente si ferma per non riprendere più. -Certo non così estetica e tranquilla come la descrive Platone, ma -insomma una cosa discreta! - -Dunque gli amici entrarono e trovarono Santippe nella prigione. - -Ella era venuta di buon’ora insieme con i magistrati, detti gli Undici. -Si era levata presto quella mattina perchè aveva saputo anche lei che -la sacra nave era giunta. Il più piccino dei figliuoli si era svegliato -di soprassalto sentendo che la mamma si levava che era quasi notte, e: -— No via, no via anche tu, come il babbo! — aveva detto e poi si era -messo a piangere; e allora Santippe lo aveva infagottato alla meglio -per non farlo piangere di più e non svegliare gli altri due fratelli -che, per fortuna, dormivano. - -E per le vie ancor buie di Atene, era corsa alle carceri e aveva -veduto entrare i signori Undici. Allora s’era messa a galoppare col suo -figliuolo in braccio; li aveva raggiunti e: — Oh, Madonna, oh, Signore, -è vero — chiedeva all’uno e all’altro degli Undici — è vero che oggi -mio marito deve morire? - -— E arrivata infine la sacra nave da Delo, — risposero gravemente gli -uomini della legge. - -— Andate là, vedete di aspettare, lasciatemi andare da Anito, — chi sa -che non gli possa parlare, che non abbia pietà di noi meschinelli. - -— La mia buona donna, — disse uno degli Undici — intanto a quest’ora -Sua Celsitudine Anito dorme, e poi dite un po’, dove andrebbe a finire -il mondo se si potesse così leggermente fermare la spada punitrice -della Giustizia? - -— Ma infine, — urlò Santippe, — cos’ha fatto questo pover’uomo? Ha -rubato? Ha ammazzato? No! Diceva delle cose senza capo nè coda perchè -aveva come una fissazione! Eh, se si dovessero ammazzare gli uomini per -le sciocchezze che dicono, allora non ci resterebbe neppur più la cria -della vostra brutta razza prepotente. - -— Delle «sciocchezze»? — disse il più grave degli Undici, spalancando -la bocca ammirativa dentro la sua venerabile barba, mentre gli altri -degli Undici già salivano le scale della prigione. — Delle sciocchezze? -Ha fatto grande scandalo! - -— Ma che scandalo?... - -— Ha disprezzato la legge della città! Ma sapete voi cos’è la legge? La -legge è quella cosa...... - -— Che la fa chi può, e la mangia chi deve, — disse Santippe. - -— Vi compatisco che non sapete quel che vi dite. E l’avere offeso Giove -Olimpio che è il padre degli dei e degli uomini, vi par poco? - -— Eh, che non ci credete più neppur voi a Giove Olimpio, buffoni! - -E a quell’invettiva il bambinello che aveva, coi grandi occhi attoniti, -sull’alto della spalla di Santippe, assistito a quella scena al lume -delle lanterne che ingiallivano già, per l’alba nascente, scoppiò in -pianto dirotto. - -— Sta buono, cocco di mamma tua, sta buono; ora andiamo dal babbo. Vuoi -vedere il babbo? Sì? Ora lo andiamo a vedere. Ma non piangere. - -E salì dietro gli Undici, i quali erano molto seriamente occupati a -levare le catene a Socrate. - -Ora appena fu entrata: — Socrate, Socrate, Socrate, — esclamò Santippe -— ma dunque è vero? Ma perchè ti sei difeso così male? Anche Pericle -si è messo a piangere davanti ai giurati, e tu perchè non l’hai fatto? -Perchè non hai gridato «è Anito che mi odia»? E adesso come si fa? E -per gli affari chi ci pensa? E come si rimedia a quell’ipoteca che ci -mangia tutta la casa? Ah, vedi, che guadagno ci hai fatto con quella -tua idea fissa del _kaloì kagathoì_! - -Intanto gli Undici avevano tolto la catena e se ne erano andati, -lasciando Santippe, giacchè le antiche leggi ateniesi non erano così -formaliste come le nostre, in quanto che non era stata ancora ben -perfezionata la burocrazia. - -E quando fu sola con lui, gli si assise vicino sul letticciuolo, -col bimbo, che tirava al babbo la barba con le sue dolci manine, e -proseguì: — Ma se ieri l’altro, prima che arrivasse quella maledetta -nave, Critone aveva combinato tutto, aveva pagato i carcerieri, era -venuto a casa a dirmi di tenerci pronti! Io avevo messo da parte -quei quattro stracci per poter scappare tutti insieme.... Io pensava: -To’, non tutto il male vien per nuocere. Andremo a vivere a Megara, a -Tebe; là, lontano dalle occasioni, senza più tutti quei suoi cattivi -compagni che lo fanno parlare, chi sa che lui non badi di più alla sua -famiglia. Così io pensava e chi sa anche che non gli entri in testa che -il primo dovere di un uomo serio è quello di badare a sè ed alla sua -famiglia.... Ma cosa ti saltò in mente, povero infelice, di rifiutare? -Ma almeno parla, rispondi, ma di’! Se non lo vuoi fare per me, chè -non mi vuoi bene, lo so!, fallo per questa creaturina qui, che è tuo -sangue.... Non vedi come è pallidino, smorto? Ha un’anima anche lui, -sai! Alza la testa. - -E fu in quel punto, che già il giorno era ben chiaro, che entrarono gli -amici di Socrate; e allora Santippe, come una lampada su cui è versato -dell’olio, scoppiò in un gran pianto, e la realtà imminente della morte -le si affacciò nel suo orrore. - -— O Socrate, Socrate, — gridava fra i singhiozzi, — ecco l’ultima volta -che io e i tuoi amici parleremo con te e tu con noi! - -E allora Socrate infine parlò. Si rivolse specialmente a Critone e gli -disse: — Suvvia, amici, conducete via quella donna e rimenatela a casa. - -E allora avvenne una dolorosa scena perchè Santippe non voleva -andar via, e ingiuriava e piangeva, lei e il bimbo. Ma finalmente fu -trascinata a forza e spinta fuori e poi fu chiusa la porta. - -E stavano gli amici in mortale silenzio, quando Socrate, che era seduto -— come dicemmo — sul lettuccio, soffregandosi la gamba che era stata -per quasi un mese stretta nel morso della bestiale catena, sorridendo -disse: — Ecco qui, — e indicava il lividore delle carni piagate dalla -catena, — io provo un grande piacere, mentre prima provavo un grande -dolore. Sapete che è una gran cosa, una meravigliosa cosa quella del -dolore e del piacere? Che cosa sono essi? Ci stavo appunto pensando -quando entrò colei, anzi mi era venuto in mente di comporre una -favola come quelle di Esopo, nella quale volevo dire quello che me -ne pareva, cioè che il Piacere ed il Dolore sono così strettamente -congiunti insieme, che quando l’uomo vuole prendere l’uno è costretto -a prendere anche l’altro. Vi pare? E perciò imaginavo che Esopo -componesse così la favola, che il Dio volendo far fare pace a questi -due nemici inconciliabili, il Piacere ed il Dolore, e non potendo, li -legò insieme. Ed è quello che è avvenuto a me. Nella gamba, prima, per -effetto della catena vi era il dolore, adesso, tolta la catena, vi è -il piacere. Bella la favola, è vero? Più bella del ragionamento. Ora ci -vorrebbero i versi. Ma chi ne ha tempo? - -Ora urgeva il tempo della morte. - -Mentre così parlava, Santippe col figlioletto si era rincantucciata, -disperata e piangente, in fondo a un corridoio della prigione. - - * - -Che peccato che Sofocle, il vecchio immortale, che fu trascinato anche -lui dai figli davanti ai giudici perchè pe’ suoi sogni negligeva gli -affari di casa, che peccato — dico — che egli fosse morto da qualche -anno! Se fosse stato in vita allora, avrebbe scritto su la povera -Santippe una nuova tragedia, più potente assai delle molte che scrisse -su gli eroi e sugli Dei. - - - - -XI. - -La Immortalità dell’anima. - - -La presenza di Santippe presumibilmente contrastava con l’argomento -che Socrate, dopo essersi soffregata la gamba, stava per trattare con i -suoi amici: cioè dell’immortalità dell’anima. - -Egli, come già, abbiamo veduto, non appena gli fu tolta la catena, -aveva sentito il piacere, mentre prima sentiva il dolore. Una vera -scoperta come quella di Archimede. - -Socrate naturalmente non tripudiò, come Archimede, per la sua scoperta -sulla legge morale del Piacere e del Dolore. - -Gli faceva ancora un po’ male la gamba, per saltare; e forse gli -faceva male anche il cuore per la vista di quel suo povero piccino, -che dalle braccia di Santippe si protendeva sino al volto di lui, -invano, per l’ultima volta, tentando e inconsapevolmente di conciliare -gli inconciliabili e pure gli inseparabili, cioè Socrate e Santippe: -inconciliabili ed inseparabili come il piacere ed il dolore: ed aveva -esclamato il povero piccino: — _File pappos, pappos emòs_, caro babbo; -oh, babbo mio! — E poi era stato trascinato via con sua mamma. - -Ben fu crudele Socrate verso Santippe e verso il suo sangue! Lo -accerta Platone che non prese moglie, non ebbe figli. Ma forse può -darsi che sia stato così! Socrate stava per isciogliere il suo ultimo -canto sull’immortalità dell’anima. Egli era giunto in vista del -grande oceano; egli, come il cigno morente, sentiva il canto salire -vertiginoso. Santippe co’ suoi piagnistei, avrebbe dato disturbo. - -Ma può anche essere un’altra causa, che Platone non dice, cioè che -Dioniso, il dio terribile e insieme pietoso, abbia concesso a Socrate -in quelli estremi momenti quell’ebrietà, che toglie la sensazione delle -cose vere presenti e dona la esaltazione per cui, tanto al savio come -all’infante, la buia morte appare come una continuata vita. - -Dunque Socrate, prima di morire, parlò a lungo della immortalità -dell’anima. - -Questo famoso discorso di Socrate sull’immortalità dell’anima, conserva -anche oggi una strana forza di attualità. Sì, sì: il problema della -morte rimane ancora uno dei più seri problemi della vita, ma sarà -meglio non parlarne. - -Chi ha visto su di un caro volto immobile rinchiudersi il coperchio -della bara, preferisce non parlarne. Dirò soltanto che dei molti -argomenti di Socrate, o di Platone, questo più mi piace, come quello -che più è semplice, tanto semplice che non è nemmeno un argomento: «Se -non ci fosse la vita futura, ben fortunati sarebbero gli uomini malvagi -perchè con la loro anima scomparirebbe anche la loro malvagità». - -Come anche pare una cosa assurda che per un bicchiere di cicuta, -una innocente pianticella, propinata da Anito, si debba spegnere la -meravigliosa sensazione del vivere. - - * - -Cadeva il sole quando il lungo discorso di Socrate sull’_immortalità -dell’anima_ ebbe fine. - -Ebbe fine? - -Era dal mattino che il servo degli Undici teneva pronto il bicchiere -della cicuta, e con una cortesia del tutto ellenica, attendeva che -Socrate chiamasse. - -Infatti Socrate già disse agli amici: — Voi vi avvierete a questo passo -che io transito, alquanto più tardi di me; ma già «ora mi chiama il -fato», come direbbe un poeta tragico. - -E disse anche: — E’ mi par meglio prendere ora il bagno e lavarmi bene -e poi bere il veleno, senza dare poi alle donne ed a Santippe la noia -di lavare il cadavere. - -E questa fu l’ultima sua cortesia verso Santippe. - -Poi gli furono condotti i figli e Santippe anche. Conversò con essi -alquanto, diede alcune sue disposizioni, e poi li rimandò. - -Noi non sappiamo altro. - -Dopo queste cose egli parlò poco di più. - -Venne il servo; portò il veleno; gli insegnò, da persona esperta, il -modo che doveva seguire perchè il veleno presto salisse al cuore. - -Poi il servo se ne andò, dicendo a Socrate: — Addio, Socrate, procura -di sopportare l’inevitabile meno dolorosamente che tu possa. - -— Si, addio anche a te, caro, — gli rispose Socrate: E vòlto agli -amici: — Era una garbata persona, colui. Mi ha tenuto spesso compagnia. - -Poi prese con mano ferma il veleno e bevve tutto di un fiato. - -Allora la carcere si riempì di gran pianto. Ma Apollodoro, che tutto -quel dì aveva lagrimato come Santippe invece di ascoltare i discorsi di -Socrate sull’_immortalità dell’anima_, diè in un urlo, e venne fuori -di sè, e fu allora che Socrate gli disse: — Ho mandato via Santippe -specialmente per questo, per non vedere questi eccessi e queste -lagrime. — Ed affissando con le grandi pupille gli amici, soggiunse: — -Io ho sempre inteso dire che conviene morire lietamente. - -Poi attese camminando, finchè il gelo della morte gli giunse al cuore. -Allora si sdraiò e si copri il volto. Ma ad un certo punto si riscosse -e discoprendosi del lenzuolo e rivolgendosi a Critone, mormorò queste -ultime parole: — Critone, noi siamo in debito di un gallo ad Esculapio. -Dateglielo. Non ve ne dimenticate! - - * - -Esculapio era il dio della medicina, ed era costume in Atene, come oggi -si paga il medico dopo che vi ha curato da qualche infermità, di fare -un regalo al dio. E così Socrate voleva pagare e ringraziare il medico -Esculapio per averlo guarito con la morte del male della vita. - -Socrate aveva, forse, trovato l’ultimo corollario della legge sul -Piacere e sul Dolore. Era stato liberato dalla catena della vita, -e forse allora sentiva piacere. Questo è quanto di più preciso noi -sappiamo intorno all’_immortalità dell’anima._ - -Dopo, ancora, ritornò il servo degli Undici. Percepì un fremito sotto -il lenzuolo. Scoperse Socrate e vide che aveva l’occhio fisso. - -Questa cosa vedendo, Critone gli chiuse gli occhi e la bocca. - - * - -Sono passati parecchi secoli da quel giorno che Socrate morì per aver -bevuto la cicuta, propinatagli dai suoi concittadini; ma strana cosa: -io non mi posso raffigurare Socrate morto e la sua bocca sigillata per -sempre. E sì che egli era ben morto corporalmente! Un poeta racconta -che quando fu già dopo il tramonto, uscirono dalla prigione, a capo -chino, in silenzio, quegli amici di Socrate, e poi quella povera -Santippe; e c’erano davanti alla carcere alcuni monelli che giocavano -con gli scarabei, e martoriando una civetta, e cantando: - - E gira, gira a tondo, - E gira tutt’il mondo.... - -Poi quando videro uscire coloro e dilungare così tristamente, capirono -che l’uomo che doveva morire in quel dì, era morto; e allora ruppero le -danze e corsero su dal carceriere, e sì gli dissero: - -— È vero che hanno ucciso quell’uomo brutto? Facci vedere l’uomo brutto -che è morto. - -E quegli disse: — Se sarete buoni, vi farò vedere l’uomo morto. - -E così li condusse, perchè piace a molti che non hanno ancor lagrimato -dentro il loro cuore, andare a vedere il morto. - -Ma cosa strana! Io non so imaginare Socrate morto. E la favola degli -eroi che spezzano il marmo del sepolcro e risorgono, mi pare pur vera -cosa! Io me lo vedo ancora tornare davanti, Socrate, col suo sorriso; -e mi domanda con quei suoi grandi occhi tondi: — Che c’è di nuovo? Gli -uomini sono diventati belli e buoni? - -— Si attende ancora, figlio di Sofronisco. Gli uomini stan diventando -meccanici. - - - - -XII. - -Avvertimenti agli infelici figli di Santippe. - - -Il vostro buon papà, cari figliuoli di Socrate, si è ostinato a voler -bere la cicuta. Ora giace col naso affilato e con le palpebre chiuse: -le sue parole non le udirete mai più. Per questa ragione e per altre -cause, che voi siete figli di un filosofo e di una donna bisbetica, il -vostro avvenire probabilmente sarà infelice. - -Il vostro buon papà era un grande ammiratore di Omero, e aveva ragione. -Voi lo ricordate, è vero, il povero babbo, con tutti quei suoi paragoni -semplici e sottili del fabbro, del falegname, degli asini col basto? - -Anche il vostro povero babbo fu un gran falegname della verità. Ma ogni -tanto, lo ricordate? veniva fuori con citazioni e versi di Omero. Omero -è stato fra i poeti quello che più si è accostato alla verità umana, e -perciò era assai caro a Socrate, il padre vostro. - -E se è vero, che nel mondo dei morti sarà ai poeti strappato un dente -per tutte le bugie che hanno detto, è certo che moltissimi saranno i -poeti sdentati. Ma Omero li ha tutti i suoi denti. Egli non mangiava -lo zucchero filato dell’estetica, ma il nero pane della verità, che fa -bene ai denti. Lo ricordate Omero — o figli di Santippe — quando parla -di Astianatte figlio del re Ettore e di Andromaca, rimasto orfano dopo -che Achille gli ha trucidato il padre e per tre volte ne ha trascinato -il cadavere nudo dietro la furia dei cavalli correnti attorno alle mura -di Troia? - -E lo aveva, lagrimando, Ettore sollevato su, il suo bambino, quasi per -accostarlo a Giove che lo vedesse come era carino, e gli avesse un po’ -di pietà. Macchè! L’insensato dio non vide! Povero Astianatte, poveri -figliuoli di Socrate e di Santippe! - -Astianatte orfano e solo, va ora, con le guance lagrimose e smunte, a -trovare quelli che già furono amici di suo padre, e tocca agli uni il -saio, agli altri il mantello. Ma essi rispondono: — Va, non ti conosco. -— Il più pietoso fra essi gli accosta appena la tazza alle labbra, e i -giovani orgogliosi lo ributtano e dicono: — Non toccare il pane delle -nostre mense! — E i vicini, con la protezione delle leggi, portano via -i termini del suo terreno e lo privano di tutto. Tale fu il destino di -Astianatte, figlio del morto re Ettore; tale sarà il vostro destino, -figli di Socrate. - - * - -Siete andati, o figli di Socrate, anche voi a tirare il mantello ed -il saio agli amici del babbo? Vi hanno dato niente? Santippe forse era -con voi, più vecchia, più bisbetica, più arruffata che mai. Ella avrà -anche detto villania e vergogna. Avrà detto: — Guarda là! vedili là, -quei bei _gingin_, che facevano bellin bellino a quel povero màrtoro -di mio marito. To’! Fanno finta di non conoscermi. Non la conoscete più -Santippe? la moglie di Socrate, _ne Dia_, per Giove; e questi qui sono -i suoi figliuoli. Non vi hanno nemmeno guardato in faccia, creature -mie, e sì che la fisonomia di vostro padre l’avete! - -— Oh, — hanno detto coloro sollevando gli occhi al cielo, — non -dovreste mai nominarlo, voi, Santippe, quel sant’uomo di vostro marito, -dopo tutto quello che gli avete fatto soffrire. - -— Soffrire io? Ah, vigliacchi di uomini! Parlano così loro, dopo che -mi hanno sviato di casa quel pover’uomo, che gli hanno messa quella -vesania, quella frenesia nella testa di andare a cercare il segreto -delle cose, e a tener ferma in terra la Dike. - -Sì, c’era da lasciarci il ricordo delle unghie in faccia a quei -signori, e Santippe il coraggio di lasciare le impronte delle unghie ce -l’aveva; ma per allora si tenne quieta per la pietà dei figliuoli. Ma -disse: - -— Suvvia, voi che foste amici di Socrate, vedete di trovare qualche -impiego a questi ragazzi. - -Ma a chi parlava, o sventurata Santippe? - -Gli amici di Socrate non c’erano più! - -Critone, perseguitato, era fuggito da Atene; il dolce Apollodoro non -aveva saputo sopravvivere. Socrate, il dio per cui viveva, era morto. -Servire il mondo? Meglio morire! Senofonte, il gagliardo, era esulato -da Atene, gonfio il cuore di sdegno, lontano, per lontane terre, -per lontane guerre; Alcibiade, bellissimo, viveva chiuso nella sua -perfida mente, e dopo aver meditato su la morte di Socrate, si era -convinto della necessità di divenire magnificamente belluino, e perciò -era diventato uomo politico, come Anito e Meleto; Platone, il soave -Platone, quando ebbe visto il suo povero Socrate ridotto a quel modo, -col naso all’insù, si era messo in un gran spavento, ed aveva giurato -a se stesso di non occuparsi se non di cose tanto alte e sublimi che -nessuno ci trovasse a che dire. - -«Anche nella storia dei filosofi, — meditava l’antiveggente Platone, -— c’è puzza di sangue e di bruciaticcio. Ê bene cercare la immortalità -per altra strada che non sia la prematura morte.» - -Perciò Santippe, che si era recata a trovare il buon Platone, non lo -trovò. - -Andò da Alcibiade. Ma la casa di lui era guardata da cento servi in -livrea, che non lasciavano passare. - -E gli altri? Gli altri, fatti già uomini, si ricordavano della -avventura socratica tutt’al più come di una scappata di giovinezza. -Qualcuno, forse, come Pietro, seguace di Cristo, si vergognava di -essere riconosciuto quale discepolo di Socrate; qualche altro, come -Giuda Iscariota, si era dato al traffico delle monete d’argento ed allo -sfruttamento dei pezzenti. Dunque dagli ex-amici di Socrate non c’era -proprio da sperar niente! - -Povera Santippe! Una piccola pensione dallo Stato non la avrà -potuta ottenere, nemmeno. — Capisco, — le avrà risposto qualche capo -divisione, — vostro marito è morto in servizio della Repubblica; è una -tesi che si può sostenere. Egli esercitava l’ufficio di calabrone, -come si qualificava da se stesso, il quale deve pungere un nobile -ma indolente cavallo come era il popolo d’Atene. Ma era un servizio -non richiesto, ed il cavallo ha dato una zampata ed ha schiacciato -il povero calabrone. Una disgrazia, ma se la poteva aspettare la mia -donna! Denari no, non ve ne possiamo dare, perchè sapeste quanto costò -il rivestimento di cuoio per le navi! Volete dei biglietti gratuiti -per il teatro? delle tessere per le cucine economiche? Stendete una -regolare domanda. - - * - -Andò Santippe infine a trovare Eritreo. Eritreo, faccia ossuta, glabra, -color limone, sorriso acido, volontà di macigno, erudizione spaventosa, -ma senza Demone. Era il professore del Lyceum. - -Abitava una bella casa, ben ordinata e provveduta a cura dello Stato. -Santippe, quando potè arrivare sino a lui, vide la sua gran faccia -pallida sollevarsi dai codici. - -— Lei è? - -— Io son Santippe, moglie di Socrate, e questi sono i suoi figliuoli. -Guardali in faccia, son lui nati e sputati! - -— Oh, pover’uomo! — esclamò Eritreo. - -— Cosa, pover’uomo! — garrì Santippe. — Pover’uomo lo posso dir io, non -lei; perchè per quelle cose lì dei libri valeva più di tutti. Oh, non -l’ha proclamato l’Oracolo di Delfo il più sapiente di tutti gli uomini, -_andròn apànton Sòcrates sofòtatos?_ - -Eritreo, oltre ai codici, aveva alcuni fidi discepoli che studiavano -sui codici ed erano come nascosti dietro i codici. - -Un sorriso acido increspò le labbra di Eritreo all’esclamazione di -Santippe e tutti i suoi discepoli sorrisero a quel modo, acidamente. - -— Ah, ah, — disse Eritreo, — la sentite, bennati giovani, codesta -donna? Anche lei ripete, come taluni, che Socrate _primus deduxit -philòsophiam de cœlo in terram!_ - -— Ah! — esclamarono i discepoli. - -— _Deduxit nèbulas_, — disse Eritreo. — Ci portò delle fantasticherie! -Buon uomo, che diceva di sentire un dio ignoto parlare.... Lo sentite -voi? - -— Mai sentito! mai visto! — risposero premurosamente i bennati -giovani, i quali, come Eritreo, avevano l’occhio lucido soltanto per le -superficie non per gli abissi profondi. - -— E quale cosa — disse gravemente Eritreo, rivolto a Santippe — più -contraria alla vera saggezza, al vero positivismo che volere gli uomini -diversi da quello che sono? E quale cosa più ingenua che vivere la -propria filosofia? Si professa, non si vive una filosofia. - -Le vampe salgono alle gote di Santippe. - -Dice quasi singhiozzando: — Ma se l’ha proclamato l’Apollo in Delfo.... - -— E dov’è, buona donna, l’Apollo Delfico? Chi l’ha visto mai? Povero -Socrate, in materia di religione egli è morto da ieri, ma ci pare già -un antenato, uno dei tempi semplici del buon Solone. Un disgraziato -che andava soggetto ad esaltazioni ed allucinazioni liriche! _Verum -enim vero, quando quidem, dubio procul, edepol, meus deus fidius_, -quand’anche fosse che vostro marito sia stato un valentissimo uomo, -io sono desolatissimo, ma io prego di lasciarmi in pace, e di non -compromettermi. Quel vostro marmocchio più piccolo già mi ha quasi -sgualcito un codice. - - * - -E Santippe se ne andò peregrinando coi figliuoli nella Focide dove -era il santuario di Apolline in Delfo. Ma il dio, che, in mancanza -d’altri, ella voleva interrogare, non c’era, in fatti, come affermava -quel letterato. Aveva emigrato per sempre; e Santippe non trovò che una -scritta, un ben curioso geroglifico, inciso su di un macigno enorme. - -E il povero Socrate aveva camminato con quel macigno enorme sulle -spalle nel cammino della sua vita; ed era stato schiacciato. E dopo -Socrate verrà Cristo e rimarrà schiacciato, ed altri verranno nei -secoli, attratti dal fascino del divino enigma che era scolpito -profondamente su quel macigno, e conteneva queste tre parole: _conosci -te stesso!_ E rimarranno schiacciati! - - * - -Ora è ben più triste la casa di Socrate: nemmeno più le strida di -Santippe! Ella fa andare sul tagliere il setaccio per cuocere sul testo -una focaccia, una crescia, un pulmento qualsiasi. - -Come nei tristi silenziosi tramonti invernali il raggio del sole balena -su le pareti scialbe; dispare, riappare con un ultimo guizzo sanguigno; -poi incombono le tenebre fredde violacee; così l’imagine di lui, di -Socrate, si sofferma ancora nella povera casa, balena, scompare. - -Fra il ciarpame, in un angolo, stanno vecchie masserizie, che paiono -avere quasi l’anima infranta; v’è anche una povera cuna. Quivi -giacquero i figli di Socrate. Ed al mattino, quando il sole indorava la -stanza, il sole scopriva i cari volti infantili: la dolce primavera, -il cinguettìo dal nido ridesto al tepore del sole: «Ba.... ba.... -babbo, pappas!» Salutavano gioiosamente lui che li aveva chiamati, non -richiedenti, alla faticosa vita: — _Pappas! Pappas, file pappas,_ bel -papà! - -Ma tu non le udisti le care voci, o Socrate, tu col tuo cupo demone nel -cuore che ti spingeva a cercare che cosa ci fosse nell’intima natura di -ogni cosa: _ti en écaston!_ Va, va a ricercare _ti en écaston_, chè non -lo saprai mai e quando l’avrai saputo, le cose saranno come prima. - -— Se vi salta in mente di andar dietro all’_Andreia_ (valore), -all’_Aretè_ (virtù), alla _Sofrosine_ (sapienza), all’_Encratia_, -al _Ti en écaston_, — dice Santippe ai figliuoli, — vi sbatto questo -setaccio sulla testa e ve ne faccio una berretta. - - * - -E la notte è venuta. - -Ma di chi è il suono dei vecchi sandali? Di chi è quella voce armoniosa -ed ironica? - -Chi è? - -E Santippe balza sul giaciglio: un soffio come di un bacio si posa sui -rossi capelli, biancheggianti ormai, un ardore come di lagrime cadenti, -e una voce risponde e mormora: — È Socrate, tuo marito.... - - * - -E per tutto ciò ci sembra opportuno terminare questa narrazione con un -passo o citazione autorevole, come è costume dei nostri eruditi. - -Esso è del gigante Gargantua, figlio di Rabelais. Gargantua, mangiando -una certa insalata, non si era accorto menomamente di avere inghiottito -sei pellegrini errabondi, che erano in essa. Ma se ne accorse ad un -certo pizzicore che sentiva nello stomaco. Ed allora li rimandò fuori e -così li ammonì: - -«D’ora innanzi non siate propensi a codesti oziosi ed inutili viaggi -nei deserti dell’umano sapere. Rimanete nelle vostre famiglie, lavorate -secondo l’animo vostro, educate i vostri figliuoli e vivete come vi -insegna il buon Apostolo San Paolo. Per tale modo avrete la protezione -di Dio e dei Santi, nè mai danno o peste graverà sulle vostre case». - - - FINE. - - - - -INDICE. - - - A CHI LEGGERÀ Pag. IX - I. Ellade, giovinezza del mondo 1 - II. Come io mi trovai alle prese con Santippe 18 - III. Socrate per le vie di Atene 51 - IV. Socrate e la Morte 88 - V. Questioni molto serie proposte da Santippe - a Socrate 101 - VI. Come Santippe ferì Socrate nel cuore 113 - VII. La cena dell’amore 131 - VIII. Il colloquio fra Anito e Meleto 163 - IX. Oh, povera Santippe! 189 - X. Santippe nella prigione di Socrate 202 - XI. La immortalità dell’anima 220 - XII. Avvertimenti agli infelici figli di Santippe 231 - - - - -OPERE DI ALFREDO PANZINI: - - - _Piccole storie del mondo grande_ L. 7 — - _La lanterna di Diogene_ 7 — - _Le fiabe della virtù_, novelle 7 — - _Il 1859. Da Plombières a Villafranca_ 5 — - _Santippe, piccolo romanzo tra l’antico e il moderno_ 7 — - _La madonna di Mamà, romanzo del tempo della guerra_ 7 — - _Novelle d’ambo i sessi_ 4 — - _Viaggio di un povero letterato_ 7 — - _Io cerco moglie!_ 7 — - _Il mondo è rotondo_ 7 — - - - - -NOTE: - - -[1] Demoniaco: qui ha il senso antico, di _sovrumano_, _ottimo_, -_beato_, non di _sinistro_ o _malefico_. - -[2] Cara fu la cicala ai Greci e giustamente piacevole il suo canto che -a noi pare noioso. _Dolce profetessa dell’estate. La vecchiaia non ti -raggiunge, o cicaletta saggia, nobile, piena di canti e senza dolore._ -Così il vecchio Anacreonte. Ma la nostra età plutocratica e positiva -chiama saggia la esosa formica. - -[3] Vuol dire, _belli e buoni_, cioè uomini puri, coscienti, capaci di -governarsi da sè. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK SANTIPPE *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. 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Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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