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-The Project Gutenberg eBook of Santippe, by Alfredo Panzini
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-using this eBook.
-
-Title: Santippe
- Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno
-
-Author: Alfredo Panzini
-
-Release Date: June 10, 2021 [eBook #65586]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
- http://www.pgdp.net (This file was produced from images made
- available by the HathiTrust Digital Library)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK SANTIPPE ***
-
- ALFREDO PANZINI
-
-
- SANTIPPE
-
- PICCOLO ROMANZO FRA
- L’ANTICO E IL MODERNO
-
-
- _propter speciem mulieris
- multi homines perierunt_
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- —
- =10.º migliaio.=
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
- _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
- per tutti i paesi, compresi i regni di Svezia,
- Norvegia e Olanda._
-
- Copyright by Fratelli Treves, 1914.
-
- Tip. Treves. — 1921.
-
-
-
-
- ALL’AMICO
- AVV. NICOLA MONTANARI
-
-
-
-
-A CHI LEGGERÀ.
-
-
-_Questo piccolo romanzo non è stato scritto per gli eruditi, benchè
-parli della Grecia; e sebbene parli di un filosofo, non è stato scritto
-per i filosofi._
-
-_Si intitola bensì con il nome di Santippe, un nome di donna infamata
-nei secoli; e si potrebbe pensare che l’autore avesse avuto in mente di
-servirsi di Santippe, moglie di Socrate, come di un laido pupazzo per
-ripetere vecchie e sgarbate cose contro le donne: le quali cose, anche
-se fossero verità, sarebbero pur sempre verità maschili, a cui è lecito
-opporre altre verità femminili. E poi quale irriverenza è mai questa di
-dir male della donna che è l’anfora della vita?_
-
-_No, il libro non ha questo scopo; forse non ha scopo nessuno; è venuto
-al mondo, così, come noi veniamo al mondo, senza scopo._
-
-_La sua prima pubblicazione è stata nella_ Nuova Antologia, _nella
-primavera dell’anno passato; così che si può dire che Giovanni Cena
-la tenne a battesimo, questa povera Santippe. In questo tempo però si
-è fatta più sciolta e vivace; cioè il libro è divenuto più facile e
-snello._
-
-_Però, se pure essendo tale, se pure essendo breve, non si ripeterà
-di lui la brutta lode_, si legge tutto d’un fiato; _se molte cose che
-comunemente si credono serie, faranno sorridere; e molte altre cose
-ritenute ridicole indurranno ad alcuna meditazione, il piccolo libro
-crederà non del tutto inutile la sua venuta al mondo. Anzi crederà di
-essere anche lui venuto al mondo per amare e servire Iddio._
-
- _Milano, primavera del 1914._
-
-
-
-
-SANTIPPE
-
-
-
-
-I.
-
-Ellade, giovinezza del mondo.
-
-
-Nel tempo antichissimo, quando gli uomini erano molto occupati per
-popolare il mondo, ci fu come una piccola schiera di uomini che
-pervenne ad una piccola terra. Essa era ricamata dai mari, e pareva
-come l’umbelico del mondo. Era stagione di primavera e il mare mandava
-tutt’intorno i suoi effluvi.
-
-Quegli uomini sostarono.
-
-Si scoprivano di lassù i corsi degli astri; si vedevano le vie del
-mare. Allora essi scoprirono le vie della loro anima, ed una divina
-esaltazione li vinse. Rivaleggiarono con gli Dei immortali: crearono
-quelle multiformi opere che rimangono anche oggi come modelli, e non
-furono mai più superate in bellezza.
-
-Questa piccola terra fu l’Ellade: quel piccolo popolo fu il popolo
-ellenico. La vita che esso visse si chiamò «giovinezza»!
-
-Ma esso visse una breve vita; esso consumò, bruciò, — per così dire, —
-nel giro di qualche secolo l’ardore della sua vita, cinta di rose.
-
- *
-
-Più tardi, gli uomini ripresero ancora il loro viaggio; buttarono via
-le rose, e si coronarono di una corona di spine, anzi inalberarono per
-loro emblema una croce da cui pendeva un povero morto, che si chiamava
-Cristo.
-
-Questa, probabilmente, era la verità più vera e le spine erano più vere
-delle rose.
-
-Senonchè un bel giorno gli uomini si accorsero con terrore di una
-spaventosa cosa: che essi in questo modo anticipavano sotto il sole il
-regno delle tenebre.
-
-Da allora serbarono per Cristo un culto di semplice simpatia: rifecero
-la loro strada, avanzarono ancora nei secoli, poi si moltiplicarono,
-coprirono anzi la faccia del mondo, e fecero infinite scoperte e
-progressi.
-
-Siccome faceva molto freddo, inventarono anche il riscaldamento a
-termosifone; e similmente per rinfrescarsi, d’estate, crearono il
-ghiaccio artificiale. Innumerevoli, incredibili si susseguirono le
-creazioni dell’uomo; le macchine per correre, le macchine per cucire,
-le macchine per volare, le macchine per votare, le macchine per
-ammazzare, le macchine per cantare. Scoprirono i microbi, il colletto
-inamidato, il positivismo, il socialismo, la burocrazia, i campanelli
-elettrici: ma non rividero più la loro giovinezza.
-
-Un cittadino nord-americano dei nostri tempi potrebbe ben far risuonare
-il suo grosso riso paragonando, ad esempio, il suo Mississipì ai
-fiumicelli dell’Attica, così poveri di acque che nell’estate non
-arrivavano al mare. Ma che nomi! L’Illisso, il Cefiso! I monti
-dell’Attica avrebbero fatto contorcere di sprezzo le labbra altezzose
-di un alpinista teutonico, che trasporta, come niente fosse, le sue
-scarpe ferrate e le penne di gallo cedrone sino in vetta al Cervino.
-
-Senonchè quei monti avevano meravigliosi nomi, meravigliose virtù:
-dal Parnaso cantavano le Muse: Muse titaniche e severe — non come le
-odierne Muse che sembrano una _troupe_ di malsane dame viennesi. Esse,
-figlie della memoria e del vaticinio, cantavano, non per facilitare
-la digestione, ma canti non più uditi cantavano per accompagnare ed
-aiutare il cammino della vita.
-
-Un altro monte si chiamava l’Imetto. Intorno ad esso era tutto uno
-sciame di api scintillanti d’oro, e ne sgorgava il miele, che si
-trasfuse poi nel linguaggio; il più volubile, scorrevole, lieve
-linguaggio che mai sia stato parlato, senza bisogno di domandare ogni
-tanto: «Come si dice, signor grammatico? mi è lecito adoperare questa
-parola, signor accademico?».
-
-Un altro monte si chiamava il Pentelico; ma la sua pietra bianca e
-immortale si plasmava docilmente sotto la divina forza dell’uomo,
-in quelle statue di cui qualcuna, mùtila ed esule, sotto la vòlta di
-qualche cimitero o museo, ancora e come prigioniera rimane.
-
-Non che io, contemplando queste statue, mi sia messo a piangere come
-fece Arrigo Heine davanti alla Venere di Milo. Arrigo Heine, poveretto,
-era paralitico, allora, e può aver pianto anche in considerazione della
-sua esistenza finita; ma certo un gran fremito vinse me pure: «Oh,
-destatevi nude carni, ridonateci la giovinezza meravigliosa!» sospirai.
-
-Qualche monte abbastanza alto e gelido lo avevano pur anche gli Elleni;
-ma ci collocavano gli Dei.
-
-Del resto era un povero e sterile paese l’Ellade, tanto che ai suoi
-abitanti, per mangiare, conveniva navigare e combattere. Mancavano i
-cereali. Però dalla roccia calcarea balzava il tralcio della vite e
-sorgeva impetuoso, con le sue pallide chiome, l’ulivo.
-
-Il mare che penetrava fra le terre, teneva in vibrazione gli spiriti,
-come in una azzurra irrequietudine: tutt’all’intorno poi fiorivano le
-viole, colore della morte e profumo della pura giovinezza, tanto che
-un poeta, come vinto da quella ebrietà, cantava: «O, Atene, splendida,
-gloriosa città, incoronata di viole, celebrata, sostegno della Grecia,
-demoniaca».[1]
-
-Questo popolo ellenico fu come la cicala[2] canora, come l’ape
-industre, che sono animali alati, asciutti, preziosi, irrequieti,
-diffonditori di armonie e di dolcezza: non fu come altri popoli,
-che hanno in loro qualcosa di pesante, di viscido, di adiposo, di
-strisciante, di tossico, da cui la mano delicata del filosofo rifugge.
-Questo popolo si affacciò in un mattino puro alla finestra della vita,
-e vide quelle cose della vita che hanno vero valore; e meravigliò non
-per le cose meccaniche, come noi meravigliamo, ma per le cose naturali,
-come fa la cortigiana Diotima quando dice: «Cosa divina è questa, e in
-creature mortali, cosa immortale: il concepire e il generare».
-
- *
-
-A noi la conoscenza di questo popolo è venuta attraverso il martirio
-della scuola, attraverso un nembo di parole irte, pungenti, con cui i
-greci mai non avrebbero tormentato la loro giovinezza.
-
-A dispetto di queste memorie dolorose della scuola, la mia ammirazione
-per questo piccolo popolo ellenico mi è venuta crescendo quanto più mi
-apparvero piccoli i così detti popoli grandi.
-
-Io lo ho ammirato nelle sue contraddizioni, nelle sue lotte fratricide
-e terribili, nella sua breve vita.
-
-Soprattutto le sue contraddizioni! Esse sono il cuscino su cui qualche
-volta riposa la mia testa stanca. Pensare! un popolo che ha disputato
-di filosofia più che non cantassero le sue adorabili cicale, eppure
-non ha imposto un dogma, non ha avuto preti; un popolo che ha creato
-quel magnifico parlamento di Dei e di Dee sull’Olimpo, con tutti i
-vizi ed i servizi possibili: il nèttare, l’ambrosia, Ebe, Ganimede, il
-meccanico Vulcano, Mercurio per i dispacci fra la terra ed il cielo;
-e poi un bel giorno se ne stancò dei suoi Numi! e: «Via, parassiti! —
-gridò — via oziosi! via crudeli! via buffoni!» E poi atterrì vedendo il
-vuoto nell’Olimpo gelido, e il vuoto nel suo cuore: un popolo che ebbe
-la magnifica impertinenza di chiamare barbare tutte le altre genti;
-che in politica ci lasciò questo terribile ammaestramento, che non è
-possibile vivere che, o sotto la tirannia di un individuo o sotto la
-tirannia della plebe: il _demos_ e la _tirannis_, come la tragedia e la
-commedia: un popolo che adorò la sua minuscola città, la sua _polis_,
-ed ebbe per patria il mondo! Ma la patria, la patria, cioè il genio
-della stirpe, guai chi l’avesse obliata! guai all’infingardo che avesse
-scioperato nel divino lavoro, che avesse obliato la patria! E così
-Ulisse ai compagni, stanchi, strappa il dolce oblioso frutto del loto.
-«Via! via! il vile dolce frutto del loto, che fa obliare la patria!»
-
-E guai a chi avesse disturbato questo popolo nel suo lavoro di
-creazione! Come l’ape s’avventa contro il nemico e infigge l’aculeo
-pur sapendo che ne morrà, così questo popolo s’avventava alla morte con
-l’asta e con lo scudo, nel divino impeto della sua Minerva guerriera,
-contro il barbaro disturbatore. E adorava la vita!
-
-E sapeva che laggiù non era resurrezione dei morti. Sapeva? certamente
-sapeva che laggiù erano tenebre, e se anche era vita, era vita di
-tenebre, alcunchè di oscuro e di severo come, l’aspetto di Tànatos, il
-melanconico iddio.
-
-No, un popolo, così unico e savio, non era destinato nè a vivere a
-lungo, nè a formare una di quelle nazioni che oggi diciamo una _grande
-nazione_.
-
-Esso fu dilaniato dalla forza contradditoria dello stesso suo genio:
-cadde in balìa di quei virtuosissimi ma pesantissimi Romani: forse
-anche con il suo esempio volle illustrare la verità della sua sentenza:
-_che è meglio morire che vivere, e che ad ogni modo muore giovane chi è
-caro agli Dei._
-
- *
-
-Questa meravigliosa Ellade antica è oggi ai miei occhi come una
-necropoli bianca, una città morta piena di statue bianche, dai marmorei
-occhi vuoti.
-
-Molte volte io, alquanto seccato dai fischi delle macchine, irritati i
-nervi dal sibilare delle sirene, nauseato anche un po’ dalle circolari,
-dagli avvisi fiscali di questa nostra civiltà, mi sono rifugiato per
-mio spirituale riposo in questa necropoli bianca dei grandi morti
-ellenici.
-
-Quando voi siete ammalati di nervi, il medico vi dice: «Fate un bel
-viaggio!» Ma non tutti hanno la possibilità di fare un bel viaggio; ed
-è per questo che allora io viaggio per questa necropoli di morti; così
-imperturbabili in apparenza, così commossi in profondo.
-
- *
-
-Ora un giorno io stavo guardando Socrate, personaggio molto conosciuto,
-e lo guardavo non soltanto perchè lui fu, come tutti sanno, il
-fondatore di quella che si chiama _filosofia morale_; ma perchè lui
-spiccava assai brutto in mezzo a una corona di splendenti giovani.
-E come sotto la scrittura di un codice antico avviene di scoprire
-le tracce di una seconda scrittura, così io dietro Socrate vedevo
-accampare, entro contorni nebulosi, una figura enorme, rossiccia, quasi
-furiosa.
-
-«Oh, ma chi è costei?» dissi prendendo la lente.
-
-Non uno dei discepoli di Socrate, certamente!
-
-Anzi i suoi discepoli, i bei giovani splendenti di giovinezza, si
-rivolgevano verso quella figura con un sentimento di dolore, di
-meraviglia o di riso.
-
-Allora, dopo aver molto guardato, ben conobbi chi era colei: essa era
-Santippe, la mala femmina, rossa di pelo, la tormentatrice dell’eroe,
-la moglie di Socrate. Santippe, dico!
-
- *
-
-Da quel tempo la mia ammirazione per il popolo ellenico è venuta
-crescendo.
-
-Perchè è cosa nota che gli Elleni ci hanno lasciato anche i modelli più
-vari e straordinari del tipo femminile; da Elena, dalla chioma fiorita,
-per cui tanti eroi morirono volontieri; ad Aspasia, donna intellettuale
-che teneva un salotto e rovinò la politica del suo paese; a Penelope,
-straordinaria, che giunse ad ingannare gli amanti per mantenere fede
-al marito, il quale non soltanto era lontano, ma dicevano anzi che era
-morto.
-
-Tutti i tipi, dico, ha fornito la Grecia, del furore guerriero, del
-furore erotico.... Clitennestra lorda di sangue e di lussuria ed
-Antigone, la santa della terra, più bella di Ofelia! Tutti i tipi;
-eppure io sentiva che mancava qualche cosa. Ora, trovata Santippe, non
-mancava più niente!
-
-Ma mi pareva ben impossibile che i Greci avessero tralasciato di
-consegnare all’umanità uno dei modelli più comuni, come quello che
-anche oggi va sotto la denominazione di Santippe.
-
-Ah, sì! Noi abbiamo fatto una grande scoperta viaggiando per la
-necropoli dei morti ellenici. Noi abbiamo scoperto la infame Santippe.
-
-È strano però come gli eruditi non se ne siano accorti! Forse perchè
-non era nei codici.
-
-E allora, benchè io sia uomo modesto, mi sono congratulato con me
-stesso della bella scoperta.
-
-
-
-
-II.
-
-Come io mi trovai alle prese con Santippe.
-
-
-Dunque io presi Santippe, e pensai fra me: ci sei cascata finalmente,
-o progenitrice di tutte le mogli fastidiose, rossa Santippe! Noi ti
-faremo la vivisezione, e così vendicheremo quel povero e santo uomo di
-tuo marito e consoleremo tutti i mariti vivi ed anche tutti i mariti
-morti.
-
-Però, esaminiamo le cose con saviezza e ponderazione.
-
-Noi, ben è vero, sappiamo pochissimo intorno a Santippe; ma sappiamo di
-certo che essa fu la moglie di Socrate.
-
-I discepoli e gli amici del grande filosofo ne parlarono anche, ma
-con un senso di raccapriccio e di paura, come si fosse trattato
-di un’orribile malattia attaccata a quell’uomo straordinario. Ma
-certamente, ripeto, Santippe fu la moglie di Socrate; perchè una cosa
-è certa, che Socrate, il più savio degli uomini, prese moglie; e questa
-moglie si chiamava Santippe.
-
-E adesso vediamo quello che gli amici di Socrate tramandarono intorno a
-costei.
-
-Senofonte scrive con chiarezza e brutalità che «Santippe fu la moglie
-più bisbetica e riottosa di quante furono, sono e saranno».
-
-«Ma come fai, Socrate, — domandava il bellissimo Alcibiade, — a
-sopportare una donna così importuna e maldicente?»
-
-«Ci sono abituato, — gli rispondeva Socrate. — Per me oramai è come
-sentir stridere la carrùcola del pozzo.»
-
-Non era molto gentile, Socrate; ma non bisogna scandolezzarci: a quei
-tempi la cavalleria con le dame usava poco. In Omero, per esempio,
-si legge che fra i premi alle corse si metteva indifferentemente un
-tripode, una donna ed un bue.
-
-«Come fai, Socrate, — insisteva Alcibiade, — a convivere con una donna
-che non ti può offrire oramai se non lo spettacolo di una stupidità
-permanente e clamorosa?»
-
-«Scusa, Alcibiade, ma tu non sopporti le oche che strepitano e gridano
-continuamente?»
-
-«Sì, ma le oche fanno le uova ed i pàperi.»
-
-«Lo stesso, caro: Santippe fa i figliuoli.»
-
-Socrate, come si vede, usava l’arma dell’ironia; e noi sappiamo di
-alcune donne che sopportarono anche le busse, anche di essere valutate
-meno di un tripode: ma non l’ironia!
-
-Busse, anzi, Socrate non ne dava, come appare da quest’altro episodio.
-
-Un giorno, Socrate tornava a casa insieme con gli amici, ed ecco venire
-incontro Santippe, che aveva fra mani il mantello di lui; e non appena
-lo vide, cominciò a dire:
-
-«Eccolo, eccolo qua. E non è solo. Ha con sè tutta la compagnia,
-e anche quel suo bardasso di Fedone! È questo il momento buono per
-dirgli, ben alto e ben forte, quello che gli va detto: Di’, amorino,
-vieni tu ora dalle case di Aspasia, di Diotima, le svergognate femmine
-che maneggiarono più amori, che non lance Diomede? Ma alla moglie si
-consegnano gli stracci da rammendare! Ah, tu non rispondi?»
-
-E con le unghie si accostò alle sporgenti pupille di Socrate.
-
-Gli amici allora le dissero «vergogna», e colei inferocì e proferì le
-più laide parole che possano offendere la rispettabilità del nostro
-sesso.
-
-Allora Alcibiade disse ridendo: «Socrate, la senti? Ecco il momento per
-darle una lezione a suon di busse».
-
-Ma Socrate si rivolse agli amici e disse: «Sì, per far divertir la
-gente alle nostre spalle e sentir dire: To’ guarda Socrate! Guarda
-Santippe! Bravi tutti e due! sotto! dài! Oh, come si bastonano di
-gusto! Ma vi pare, amici, una cosa da farsi?»
-
-Sembrerebbe anzi che fosse stata Santippe a picchiare.
-
-Il silenzio filosofico del marito aveva la virtù di esasperare la buona
-donna sino al parossismo.
-
-E Socrate, silenzioso. Silenzioso sì, ma meditante la fuga.
-
-Ma Santippe si è accorta della fuga. Ha afferrato un vil vaso
-domestico; ha atteso al varco, cioè alla finestra. E quando Socrate è
-passato sotto la finestra, ha scaricato il vaso.
-
-«Non dicevo io, — spiegò Socrate ai vicini che erano accorsi al
-diverbio, — che Santippe dopo aver tanto tuonato, stava per piovere?»
-
-Questo episodio è così conosciuto che anche gli scolaretti lo sanno,
-perchè i professori lo fanno servire di esercizio per i loro innocenti
-latinucci. (Tutto serve ai maestri di scuola per i loro latinucci e le
-loro cosucce: i teschi degli uomini morti servono ai barbari per motivo
-architettonico).
-
-Oh, non si creda per questo esempio che Socrate fosse uomo timido! Più
-volte fu anzi in guerra e vide intorno a sè il sangue rosseggiare. Ma
-anche nella battaglia è ricordato come uomo assorto e meditabondo.
-
-Alla battaglia di Potidea, per esempio, i soldati, meravigliando, lo
-videro tutto un dì ed una notte ritto in piedi, con la faccia pensosa,
-sinchè non cominciò a rosseggiare l’aurora e non si fu levato il sole:
-e allora, fatta una preghiera al sole, se ne andò.
-
-E così, serenamente assorto, egli era anche il dì della sua ultima
-battaglia, perchè si dice che il dì innanzi la morte, quando Critone
-tutto affannoso entrò nella carcere, che non era nè notte nè giorno,
-per indurlo a fuggire, Socrate, quasi destandosi alle cose esterne, gli
-domandò: «Critone, come è a quest’ora? è già mattutino?».
-
-Ora in questo stato di assorbimento, sentire i lunghi discorsi di lei,
-tutti pieni di _Idiòtes_, _màtaios_ (_cretino_, _insensato_, direbbe
-una nostra signora), io credo che dovesse far dispiacere a Socrate.
-
-Sì, io credo che dovesse far dispiacere, non soltanto per le mani
-adunche di lei, ma perchè con quello strappo lo aveva tolto dalla
-mirabile primavera del suo pensiero e lo aveva richiamato ai sensi
-materiali, i quali secondo l’opinione di Santippe erano diventati
-ottusi. Anzi lei diceva: «Quest’uomo oramai non sente più niente».
-
- *
-
-Ma — si può chiedere, — delle altre cose, di quelle brutte cose che
-fanno le mogli ai mariti, nulla fece Santippe?
-
-Non pare, o non fu tramandato. Parrebbe anzi che lei si dolesse che
-tutto il servizio domestico fosse un po’ in cattivo stato. Perchè un
-giorno Socrate disse a Santippe: «Senti, cara, domani verranno a casa
-alcuni amici miei ospiti, e tu preparerai da pranzo».
-
-E lei disse: «Ma come mai hai il coraggio di invitare la gente a pranzo
-che mancano i piatti, che non vi sono tovaglioli, che c’è appena da
-mangiare per noi?»,
-
-Socrate così le rispose: «Sta di buon animo, Santippe. Se gli invitati
-saranno discreti e frugali, non rifiuteranno quello che c’è in tavola;
-se saranno indiscreti e senza rispetto, noi non ci cureremo di loro».
-
-Qui, — diciamo il vero, — Santippe, come padrona di casa, non era in
-obbligo di gustare tutta la saviezza della risposta di Socrate.
-
-Queste sono le cose che la Storia tramanda intorno a Santippe. Ed ora
-vediamo del «tipo Santippe».
-
- *
-
-Santippe, — la mal famata nei secoli, Santippe, — ha dato origine
-al tipo Santippe, alla cui formazione quelle tali brutte cose non
-sono proprio necessarie; ma anche senza di esse, la vita diventa
-intollerabile.
-
-Oh! chi avrebbe mai supposto che quella creatura tutta bianca, tutta
-pavida, tutta docile che noi orgogliosamente conducemmo, in un dì
-beato, in carrozza, davanti al codice del signor sindaco, si sarebbe
-ammalata e sarebbe diventata Santippe?
-
-Sì, è vero, si dice anche per celia, «la mia Santippe», per significare
-«la mia signora». Ma una signora non dirà mai: «Io sono la Santippe di
-mio marito». Potrà esclamare: «Te lo farò vedere io chi è Santippe».
-E può anche farglielo vedere! Perchè se lei dicesse ponderatamente:
-«Sì, io sono la Santippe di mio marito», rivelerebbe di possedere la
-coscienza, e in tale caso non sarebbe più Santippe.
-
-Le varietà del tipo Santippe sono molte; e forse non è inutile, a
-beneficio di quelli che non conoscono le conseguenze del viaggio
-davanti al codice del signor sindaco, riferire qualche onesto esempio;
-benchè in questo, come in altre cose, la sagace natura ha provveduto
-alla propria salvezza facendo sì che l’uomo non potesse acquistar
-conoscenza se non dopo il fatto o _experimentum_, cioè una conoscenza
-che non serve nemmeno ad accender la pipa!
-
- *
-
-Un marito era incanutito precocemente: ma la signora non poteva
-soffrire quel bianco e versava premurosamente sulla testa del marito
-fini tinture. Considerazioni del marito: «Non era meglio, o donna,
-evitare che i miei capelli diventassero canuti così presto?»
-
-Altro esempio:
-
-Noi siamo giunti a casa, abbiamo mangiato un boccone. La stufa era
-accesa, il sofà ci invitava. Noi vi ci siamo distesi per obliare in
-un breve chiudersi della pupilla i fastidi e le cure della mattina e
-quelle che ci aspettano nel dopo pranzo.
-
-Noi invochiamo una piccola dose di sonno, cioè una piccola dose di
-morte, dieci minuti, ecco, per immagazzinare l’energia indispensabile
-per l’altra metà del giorno. Già ci pare di chiudere gli occhi, il
-cuore ha dato un impercettibile tuffo, una specie di registrazione
-automatica con cui esso attenua le sue pulsazioni; la memoria ha
-distaccato i suoi dolorosi corsieri....
-
-«Ah, con quella testa unta sul sofà! con quei piedacci sul mio
-_voltaire_! L’ho stirato proprio questa mattina. E quella puzza
-nauseabonda di pipa! Un marito non ha più nessun riguardo. Ma chi ha
-creato i mariti?»
-
-Chi parla così?
-
-È una Santippe che parla così. Ella spalanca le finestre.
-
-«Moglie mia — diceva un marito prudente che voleva andare a letto
-presto la sera, — che camicetta ti metterai tu per andare a teatro?»
-Oppure, quando voleva una minestrina leggera in brodo: «Moglie mia,
-perchè non fai quegli eccellenti gnocchi di patate?»
-
-Altro esempio:
-
-Un signore era diventato principe-consorte. Non che egli avesse sposato
-una principessa di sangue reale; ma soltanto una principessa della
-penna. La signora sdegnava nominarsi e firmarsi col nome del suo ignoto
-marito. Questi non poteva invocare l’intervento del signor sindaco;
-è evidente! ma in lui era così a dismisura cresciuto il terrore per
-l’arte, per la penna, per la gloria letteraria che se per caso doveva
-subire qualche presentazione di signora, domandava in antecedenza:
-«scusi, la signora scrive?»
-
- *
-
-Da ciò avviene che qualche volta uomo e donna si dividano senza
-voltarsi indietro; ma ciò avviene più di rado del necessario, perchè la
-sagace natura ha provveduto in modo che le voci dei bimbi che dicono:
-«Babbo mamma, perchè ci abbandonate?» abbiano tali vibrazioni che il
-cuore umano difficilmente vi regge.
-
-Creda, il signor sindaco: questa è la forza maggiore del suo codice!
-
- *
-
-Come giunsi a questo punto delle mie piacevoli meditazioni, ecco che
-quello che sino allora mi era apparso quasi barbarico, mi si disegnò
-come cosa ideale: cioè la biografia della perfetta donna presso gli
-antichi Romani: _Rimase in casa, filò la lana, parlò poco, visse
-casta._
-
-E allora più ideale ancora l’educazione giapponese delle loro
-pulitissime donne! Dice, un marito giapponese alla sua piccola _musmè_:
-
-«Nessuna cosa, piccola _musmè_, è più dannosa alla pace domestica
-della vostra loquacità; e il non sapere cuocere il riso a puntino, è un
-giusto motivo per ripudiarvi!»
-
-E la piccola _musmè_ risponde con le manine in croce e gli occhioni
-abbassati:
-
-«Onorevole marito, sì! Le vostre parole sono tutte onorevoli verità, e
-le vostre azioni sono tutte onorevoli azioni!»
-
- *
-
-A questo punto fu da me udito un crepitare di sibili e di metalli. Mio
-Dio, Santippe si destava, Santippe parlava! Non avevo io con me preso
-Santippe?.
-
-Gran Dio, a quanti pericoli si espongono i pacifici uomini di studio
-nei loro esperimenti!
-
-Santippe parlava, e parlava appunto così:
-
-«Infame razza prepotente, ipocrita, di uomini! rimasta tal quale! Ah,
-a voi torna comoda la donna, oca di Strasburgo e ingrassata pel vostro
-egoismo! A noi le gravi cure! Noi siamo uomini! — Tu torna, o donna,
-all’ago e al pennecchio infra le ancelle; e ti ricorda che niuna cosa
-rende più brutta la donna come la inverecondia. E poi le vanno a cercar
-fuori le donne con gli occhi cerchiati di inverecondi pallori! Sii
-massaia, o donna! E sono capaci di far soffrire la fame in casa per far
-baldoria con le baldracche!...»
-
-«Oh buona donna, — io dissi, — se tu puoi parlare, parla. Ma di una
-cosa ti prego: non parlare così. Tempera la voce; fa pausa ogni tanto!
-Qualunque cosa tu dica, dilla con voce soave, senza irruenza. Tutto è
-tollerabile, forse, dalla donna quando avviene soavemente.»
-
-Oimè, ella non poteva far pause, la sua voce si alimentava con la sua
-voce, ed io cominciai a sentirmi male, e mormorai con Cristo: Perdona
-a lei che ignora la sua spaventevole voce! Però che sistema nervoso
-straordinario e perfetto deve aver avuto Socrate!
-
-«Maledette le vostre lusinghe, — proseguì la irritante voce di
-Santippe, — che ci hanno ridotte a questo stato di servitù! Noi siamo
-state troppo buone, troppo generose di cuore, ed ecco la ricompensa!
-Noi siamo uguali a voi!
-
-Sapete voi che in origine eravamo forti e pelose anche noi come voi?
-I figliuoli, si è vero, li facevamo noi; ma quando eravamo stanche di
-allattare i marmocchi, li davamo all’uomo, e dicevamo: «To’, allatta
-tu,» e andavamo fuori di casa a caccia dell’orso anche noi.
-
-Poi, per compiacervi, siamo rimaste in casa; per compiacervi ci siamo
-profumate col paciulì, abbiamo fatto la voce di flauto, i piedini
-piccoli, e vi sono anche oggi delle donne che non stanno in piedi, se
-non sono appoggiate ad un maschio. Maledetto lo specchio di Venere! Oh,
-ma noi lo romperemo e allora vedremo chi vale di più! Che diritto, che
-diritto aveva il poeta Archiloco sopra le figlie di Licambe, che non ne
-volevano sapere di lui? E lui perseguitarle coi suoi versi, finchè le
-poverette, disperate, si impiccarono?»
-
-Così parlò Santippe.
-
-Or bene, prescindendo dalla voce che offendeva il mio sistema
-nervoso, non posso negare che nelle parole di lei v’era qualcosa che
-impressionava quel delicatissimo sentimento della giustizia che per mia
-sventura possiedo.
-
-Io non so se la donna fosse nei tempi preistorici pelosa e guerriera:
-le più antiche memorie storiche risalgono ad Eva, la quale era bianca
-e la prima cosa che fece, dopo aver perso il pudore, fu una _toilette_
-con la pianta del fico: e quanto alle lusinghe ed al programma di
-creare una nuova morale frantumando lo specchio di Venere, io credo
-che sia impossibile. Ne è prova la signora Curie, la quale dopo
-essere diventata grande scienziata, dopo avere scoperto il radio, pur
-non essendo così giovane nè così bella come Eva, non potè sfuggire
-alle seduzioni di Venere e sedusse o si lasciò sedurre da un suo
-collaboratore di gabinetto.
-
-Certo è che alcune delle osservazioni di Santippe erano impressionanti;
-e non si può affermare che l’uomo sia stato eccessivamente logico.
-Vediamo un po’:
-
-Ha detto l’uomo:
-
-«Amami, o donna, senza di te l’universo è vuoto, il sole è tenebra. Un
-bacio, un bacio, un bacio per carità!» E pareva che senza quel bacio
-non potessero addormentarsi, poveri uomini, non potessero neanche
-morire, come i bimbi che domandano il bacio della mamma. Ed ella fu
-compiacente e gentile: si attorcigliò la chioma, o se la lasciò cader
-giù sulle spalle, secondo i casi: imparò a dare i baci, a languire con
-gli occhi chiusi, come morta, e diceva all’uomo: «Va bene così? O devo
-prendere un’altra posizione?» Dopo avere imparato i baci, imparò a
-fare l’infermiera. Spesso l’uomo giungeva a casa ferito o ammalato, e
-allora quelle mani che gli si erano attorcigliate al collo al tempo dei
-baci, se le sentì posare come un balsamo su le sue ferite; e le pupille
-che si erano chiuse nel piacere dei baci, egli le sentì sopra di sè
-vigilanti e materne. Non basta; ma spesso il focolare dell’uomo era
-spento e lo ha ritrovato acceso; la sua casa era vuota, e la presenza
-di lei sola, la donna, bastò a renderla piena e consolata.
-
-E poi dopo tutti questi benefici, hanno avuto il coraggio di dire alla
-donna:
-
-«Ah l’impudica! Torna all’ago e al pennecchio.»
-
-E i dominatori del mondo? Noi li abbiamo, visti troppo spesso ai piedi
-di lei.
-
-E i santi della Chiesa non hanno fatto lo stesso come gli altri uomini?
-Un giorno hanno detto alla donna: «Tu sei Maria Vergine Santissima!»
-
-Un altro giorno, stralunando gli occhi, hanno detto «Tu sei il demonio
-in figura di Venere! Fuggite, fuggite la demoniaca, la insaziabile!» Ma
-in verità non fuggivano. Gridavano come i passeri attorno alla civetta.
-
-Ed è altresì vero che tutto il lavoro del mondo se lo è preso lui,
-l’uomo: alla donna niente!
-
-«Alla donna, con la scusa che non capiva, le si vietò persino di
-affacciarsi alla finestra e di contemplare il creato!» — gridò
-Santippe.
-
-E i poeti? Sono poco illogici i poeti?
-
-Essi hanno celebrato continuamente i denti, gli occhi, i capelli ed
-altre cose della donna.
-
-«Mai la nostra intelligenza, mai il nostro cuore....»
-
-«Sì, signora Santippe, qui posso convenire con lei! Francesco Petrarca
-impiegò tre lunghe canzoni per lodare gli occhi della sua donna....»
-
-«Che dovevamo noi celebrare, la barba, i piedi dell’uomo?» gridò ancora
-Santippe.
-
-«Sì, signora Santippe; ed io non escludo che la donna lusingata
-da tutto quel gorghèggio abbia avuto come una spinta ad ingrandire
-gli occhi, ad allungare i capelli, a cambiarli di biondi in bruni
-e viceversa, ad impicciolire i piedi, ad affusolare le mani, e
-specialmente a prendere quell’aria di bambolina, profumata di paciulì
-e con la voce di flauto, che costituisce, anche nei tempi nostri, la
-qualità che l’uomo stima di più nella donna. Ammetto tutto questo e
-convengo che Archiloco ebbe torto, signora, e fu un prepotente.
-
-Potrei recare altro esempio di torti e di prepotenze in poeti
-posteriori, anche più grandi di Archiloco. Per esempio, Dante.
-
-Una signora gli disse di no, e Dante che cantò l’universo, perdette
-la sua calma e chiamò quella donna, _ladra, scherana, micidiale,
-insensibile pietra_, e che la voleva pigliar per le trecce bionde, e
-darle una coltellata nel cuore; ed il Leopardi, un santo oltre che un
-filosofo, non perdette gran parte della sua filosofia quando una bella
-donna gli disse ridendo «Caro conte, no!»?
-
-Così io parlai per amor di giustizia ed anche per acquetar Santippe, la
-quale nei ventitrè secoli da che era all’inferno, mi pareva che fosse
-diventata assai intelligente e saccente; quand’ecco, quei due nomi del
-Leopardi e di Dante, proferiti come a caso, mi spalancarono per così
-dire le porte del pensiero, e vidi una terribile visione. Allora non mi
-seppi più frenare, alzai anch’io la voce, e dissi:
-
-«Sta però il fatto, signora, che voi, Santippe, siete stata
-la tormentatrice degli eroi, o almeno degli eroi metafisici; e
-specialmente degli eroi che presero moglie. È una schiera infinita; è
-una legge costante! Udite, udite, o Santippe:
-
-Ercole ebbe una moglie chiamata Deianira che regalò a suo marito una
-camicia avvelenata. Deianira era Santippe; il saggio Minosse ebbe una
-moglie chiamata Pasifae che regalò a suo marito quel mostro chiamato
-Minotauro; Eschilo, il gran tragico, ebbe una moglie tremendamente
-Santippe, che gli mutò la dolce vita in tragedia; Marco Aurelio, il più
-savio degli imperatori, ebbe una moglie che non nominerò, ma Santippe
-certamente; Sady, gran poeta persiano, ebbe una moglie ricca, ma
-Santippe, che non gli lasciò aver bene un giorno solo della sua vita.
-Passando poi al nostro occidente e ai nostri tempi, io potrei compilare
-un elenco non meno lungo di eroi: da Martin Lutero a Leone Tolstoi,
-che ebbero mogli Santippe, cioè fecero un’orribile attraversata della
-vita. Fra gli eroi, che io ricordi, non ci fu che Cristo a salvarsi;
-Cristo ai cui piedi insanguinati Maria di Magdala versò tutto il nardo
-prezioso che possedeva, contro il parere di Giuda che voleva specularci
-sopra favorendo i pezzenti. Ma è pur vero, signora, che Cristo non
-sposò Maria di Magdala. Chi sa come sarebbero andate le cose, se Cristo
-la avesse sposata! Anzi Cristo fu un dio, e transitò come un sogno per
-la vita.
-
-Ora, o signora Santippe, quando una legge è costante dai tempi di
-Minosse a Leone Tolstoi, dall’oriente all’occidente, essa deve pur
-avere un valore!»
-
-Così io parlai. Ma un crepitare terribile e come compresso, come un
-mugghiare feroce mi arrestò. Ne uscì una voce sardonica:
-
-«Gli eroi! Gente moscia che vale meno degli altri. Inutili gli eroi!
-Gli eroi metafisici, più che inutili!»
-
-Strabiliai! Così aveva risposto Santippe.
-
-«Ah, signora! Inutili gli eroi? Inutile vostro marito? Socrate inutile?
-il metafisico, il fondatore della filosofia morale? Anzi il creatore —
-io direi — della morale, perchè prima di lui non esisteva morale, ed
-il mondo è fondato sulla morale; così che possiamo ben affermare che
-il mondo gràvita su quel grand’uomo di cui voi aveste l’onore di essere
-consorte!»
-
-«E chi ti dice, _idiotes_, che sia necessaria la morale inventata da
-mio marito?»
-
-Così villanamente sibilarono le parole di Santippe contro di me.
-Era diventata socialista costei in ventitrè secoli di abitazione
-all’inferno?
-
-«Chi lo dice? Già, chi lo dice? Ma tutti lo dicono! Dai libri delle
-scuole elementari ai discorsi del trono e dei ministri voi trovate, o
-signora, la morale, cioè vostro marito....»
-
-«Sì, l’etichetta buona per i calli!»
-
-Nella mia qualità di uomo giusto e morale, confesso che strabiliai
-una seconda volta a queste parole di Santippe. Credetti opportuno
-per la dignità di Socrate, della morale, ed un poco anche mia, di
-non replicare. Santippe, come donna, essendo fisica, non poteva forse
-penetrare dentro la metafisica.
-
-Però dissi: «Ah, signora, adesso capisco per quale ragione quando
-Critone entrò nel carcere e disse: «Socrate, fuggi!», Socrate non volle
-fuggire e preferì la morte. Ah, signora, se le vostre labbra fossero
-state capaci di qualche parola gentile, se le vostre mani fossero state
-capaci di preparare un tranquillo desco con una bella zuppa di ceci con
-olio e rosmarino, se aveste conservato un poco di nardo per ungere la
-dolorante anima di vostro marito, egli sarebbe evaso dalla prigione:
-l’umanità avrebbe avuto un martire di meno, ma anche un infelice di
-meno!»
-
-E già proferendo queste parole, io mi preparavo a proteggere il mio
-volto, quando con somma stupefazione non udii alcuna risposta.
-
-Fissai Santippe. Le sue pallide labbra tremavano di un convulso
-tremore. Disse a pena, disdegnosamente: «Va, va un po’ anche a cercare
-chi era lui!»
-
- *
-
-Allora è come dicono i dizionari, quando si cerca «Santippe», che
-rimandano a «Santippe: vedi Socrate».
-
-Oh, ma che orribile mostro, Santippe! Che non sia una donna?
-
-Eppure, no! Lei era la donna, era la glabra, la mammifera, la contorta,
-la chiomata, dall’ampio grembo generatore, la portatrice dell’uomo!
-
-Inutile però interrogarla di più!
-
-Non rimaneva che seguire il suo consiglio, ed andare in cerca di
-Socrate.
-
-Però, conveniamone, la scoperta di Santippe, di cui tanto mi ero
-rallegrato in principio, mi portava ad un viaggio piuttosto lungo e
-difficile.
-
-
-
-
-III.
-
-Socrate per le vie di Atene.
-
-
-Andiamo, dunque, in cerca di Socrate. Egli non suole muoversi da Atene.
-Noi siamo certi di trovarlo in Atene.
-
-E andando, io pensava: perchè Socrate prese moglie?
-
-Si racconta che una volta gli amici domandassero a Socrate: — Come fai,
-o Socrate, a sopportare tua moglie?
-
-— Perchè, — rispose gravemente il filosofo, — se io riesco a sopportare
-costei, riuscirò a sopportare qualunque altro individuo del genere
-umano. Anzi, — confermò, — la ho scelta apposta!
-
-Eccomi, dunque, per le vie di Atene, ed ecco Socrate! Egli si riconosce
-subito: è diverso da tutti gli altri uomini; è brutto in mezzo a uomini
-belli; e a differenza dei filosofi che scrivono libri e svelano il loro
-pensiero nelle Accademie, Socrate non scrisse libri, e parlava per le
-strade.
-
-Se, per così dire, io chiudo gli occhi, io lo vedo ancora, Socrate! Lo
-vedo per le vie della sua dolce Atene.
-
-Anche la città era bella, non troppo grande, ma meravigliosa città;
-marmorea, sì anche. Ma i marmi di Atene erano screziati di azzurro, di
-oro, intermezzati da piante, animati da tante significazioni della vita
-che quei marmi rallegravano l’umanità, e non avevano l’aria di volerla
-soffocare. Atene non era nemmeno una delle nostre moderne città piatte
-e monotone. Si elevava nell’acropoli, sino all’asta e all’elmo di
-Minerva: poi declinava verso il mare.
-
-Ora in una città così bella e fra gente così bella, Socrate doveva
-spiccare stranamente. È vero che i suoi pensieri erano bellissimi ed
-armonici come una musica, anzi; ma questi pensieri non si vedevano; si
-vedevano invece i suoi abiti che dovevano essere in disordine.
-
-I suoi calzari certamente dovevano portare la traccia del suo perpetuo
-vagabondare per le vie di Atene, giacchè Socrate era un continuo andare
-e stare; e credo di non essere troppo lontano dal vero paragonando i
-calzari di Socrate a quelli dei nostri frati zoccolanti.
-
-Ora guai agli uomini dalla calzatura in disordine; essi sono destinati
-in vita ad assaggiare il sapore della cicuta.
-
-Al tempo dì Socrate si portavano i sandali, e queste cose si capivano
-meno. Ma al tempo nostro in cui usano le scarpe, non sarà, mai
-abbastanza raccomandata la maggior cura e la maggior spesa nelle
-scarpe. Gli Inglesi, dominatori del mondo, portano scarpe di eccellente
-modello. I Tedeschi, che vengono dopo gli Inglesi, hanno l’abitudine di
-portare scarpe solidissime. Gli Americani si affermano con la filosofia
-delle loro scarpe: _american shoe!_
-
-La bellezza di Socrate era tutta di dentro. Ma ciò non poteva esser
-bene apprezzato se non da un Dio, ed infatti Apolline, uno dei più seri
-fra i dodici Iddii greci, lo aveva proclamato «il più savio fra tutti
-gli uomini», che in greco si dice _sofòtatos_!
-
-Ma è pur vero che Apolline non vestiva mica come Socrate, ma con rara
-eleganza; le pieghe della clamide di quel Dio erano molto curate, i
-calzari stupendi, e la chioma la portava lucida e fluente come quella
-di una bellissima femmina.
-
-Non si pensi per tutto questo che Socrate fosse, come i filosofi
-cristiani, un disprezzatore della bellezza. Lui non era bello ma era un
-entusiasta della bellezza, alla quale anzi non dava i confini ristretti
-che diamo noi. Le chiome bionde del giovanetto Fedone gli producevano
-un intenso piacere; ma lui era senza chiome e nel volto era piuttosto
-anti-estetico.
-
-Tutti gli Ateniesi avevano una fronte diritta ed il naso regolare.
-Socrate, invece, aveva una fronte un po’ sfuggevole, ed una brutta
-insenatura si approfondiva tra la fronte ed il naso. Ciò oggidì sarebbe
-poco avvertito; ma a quei tempi, in cui tutti possedevano quella
-squisita conformazione, doveva produrre uno spiacevole effetto.
-
-Il naso, poi, sarebbe sembrato brutto anche ai nostri tempi: lunghetto
-ed in avanti, con le narici scoperte e dilatate, quasi in atto di
-indagare, di fiutare, di cercare che cosa ci fosse dentro in ogni cosa,
-_ti en ècaston_, come si dice in greco. E questa era la sua passione.
-
-Due baffi, lasciando scoperto il labbro inferiore, labbro tumido ed
-alquanto carnale, si accartocciavano, in giù per il mento, in due
-volute che si intrecciavano con altre grosse arricciature della barba,
-e con un pizzo sul mento; rigonfio il pizzo ed a punta caprina. Il
-tutto poi si confondeva con i folti cernecchi di una specie di tonsura
-naturale, perchè il cranio era lungo, bozzoluto; ma calvo del tutto.
-Un barbiere moderno si sarebbe trovato in grande impaccio per dipanare
-e mettere in ordine quella testa, e distinguere baffi, barba, pizzo,
-capelli. I suoi occhi erano grossi, intenti, sporgenti e come fissi
-nello stupore delle cose che lui solo aveva veduto indagando quel
-terribile _ti en ècaston_.
-
-Sapientissimo, dunque, era stato proclamato Socrate, ma non bellissimo,
-e, pur troppo, neanche felicissimo.
-
-Era proprio ellenico Socrate, o asiatico, o trace? Forse di tutto il
-mondo; e forse aveva dal deforme Esopo strappato, con la linea esterna,
-anche una scintilla di immortale gaiezza.
-
-Già! Cadrebbe in errore chi imaginasse Socrate come un melanconico,
-oppure un infastidito. Era così bella la vita, e così splendente il suo
-pensiero! E poi come si poteva far amare la sapienza, se la sapienza ha
-il tristo privilegio di renderci melanconici?
-
-Io non dico per ciò che fosse un ottimista, perchè ottimista vuol dire
-anche imbecille. Ecco: era un uomo allegro, che però non fu aiutato dal
-cielo, come dice il proverbio, che il cielo aiuta gli uomini allegri.
-
-Anche quando Anito, un signore di cui parleremo più avanti, lo
-obbligò in fine a bere la cicuta, egli non era di cattivo umore verso
-l’umanità! Non disse come Cristo: «passi lungi da me questo amaro
-calice!» ma bevve la sua cicuta.
-
-Ma era possibile che per un po’ di cicuta propinata dalla malvagità
-di Anito e compagni si dovesse spegnere del tutto questa bella lampada
-del sole? e tutta quella bella lampada ardente che era dentro di lui,
-dovesse scomparire? E allora dove andava a finire la logica?
-
- *
-
-Brutto, dunque, col mantello un po’ in disordine, gioviale, anzi pieno
-di spirito, come si dice noi, e piuttosto avanti con gli anni. Attorno
-poi a questo vecchio c’erano molti bei giovani. Sì, così! Ma per
-carità, non venga in mente un professore.
-
-Perchè questo paragone è stato fatto, ma è erroneo per molte ragioni,
-fra cui non ultima è questa: che Socrate dichiarava apertamente di
-non saper nulla; e un professore che oggi dicesse così, verrebbe
-squalificato, nè alcun merito avrebbe per aver, forse, dichiarato il
-vero.
-
-A me, dunque, pare di vedere questo vecchio Socrate per le vie di
-Atene. Egli conosceva tutti nella sua cara città e da tutti era
-conosciuto. Fermava la gente, ammiccava con quei suoi occhi grossi,
-sorrideva, si studiava di parere piacente, anzi allettatore. In quella
-città loquace come le sue cicale, egli era loquacissimo con tutti.
-Fermava la gente e diceva:
-
-— Amico, bada a me, io sono un buon mezzano: sai che ci stanno di belle
-giovinette lassù? Di’, le vogliamo andare a trovare?
-
-— Sì bene, o Socrate, e come si chiamano esse?
-
-— Una si chiama Aretè (Virtù), l’altra Enkràteia (Temperanza): e poi
-c’è Dike (Giustizia), c’è Sofrosine (Saggezza).
-
-— Sta buono, Socrate; tu hai tempo da perdere: lasciami andare per
-le mie faccende.... Dike è un pezzo che ha abbandonato il mondo degli
-uomini. Lo dice anche Esiodo. Si vede che fra noi non ci stava troppo
-bene ed ha chiesto a Giove il passaporto.
-
-— Ma di’, amico, non vogliamo noi diventare belli e buoni, e richiamare
-in terra la nobile Dike, anche se ella si è disgustata di noi, e
-promettere di non farle più oltraggio? E non ci piglieremo noi cura
-della bellissima Aretè, figlia abbandonata? E non ti pare ella cosa per
-cui noi saremmo superiori agli Dei, non fare mai oltraggio e torto a
-nessuno, nemmeno, sì, nemmeno ai nostri nemici?
-
-— Sono cose troppo difficili. Io credo che sarà bene rimandarle per
-un’altra volta. Ora preferisco ragazze di più dilettevole genere che
-la non più giovane signorina Aretè. Sai che c’è in Atene Cleonetta,
-Socrate caro? È il più bel fiore che io abbia mai visto sbocciare nei
-giardini umani; essa poi è stata qualche tempo a scuola a Mitilene,
-nell’isola di Lesbo, ed è sbarcata, or non è molto, piena di sapienza e
-di entusiasmo.
-
-— Oh, amico, — gli rispondeva Socrate, — pensa a questa cosa: le
-tarantole che sono ragni grandi non più di mezzo òbolo, se toccano
-l’uomo con la bocca, lo straziano e gli fanno perdere il giudizio. Se
-tanto arriva a fare una bestia così piccola, pensa che cosa può fare
-una bestia così grossa con i suoi baci! E poi, di’ un po’, dov’è la
-dignità dell’uomo, dov’è la libertà dello spirito, ed anche la sanità
-del corpo a star lì, appiccicato ad una donna, a domandare la carità
-dei baci come un mendicante?
-
-— Avrai ragione anche qui, non ti dico di no. Ma se tu mi incominci a
-far della morale, ti saluto gioia della vita! Preferisco Cleonetta.
-
-E quegli se ne andava.
-
-E allora Socrate ne fermava un altro: — To’, senti: io ho una vergine,
-la più bella di tutte le donne....
-
-— Più di Leena? più di Cioè?
-
-— Più di tutte.
-
-— Vediamo se la conosco. Si chiama?...
-
-— Eleuteria (Libertà).
-
-— Va, pazzerellone! Eleuteria? La libertà? Vergine costei? Vecchia
-baldracca ella è! Non c’è nessuna spia, vero? nessun sicofante c’è
-qui vicino che ci ascolti? Bene, senti, Socrate mio: io non ne posso
-più della libertà, siamo soffocati dalla libertà, qui in Atene.
-Come si stava bene quando il lacedemone Lisandro inaugurò coi suoi
-trenta Tiranni il sistema della cuffia del silenzio e delle verghe!
-I galantuomini potevano vivere in pace, in quei giorni di stato
-d’assedio. Oggi la libertà è tutta a beneficio dei politicanti e dei
-birbanti. Oh, ma non ti scappi mica per detto, sai!
-
-— Ma io non ti parlo, o ammirabile uomo, di quella libertà; ma di
-un’altra libertà ben più vera: la libertà dell’animo io voglio dire.
-
-— Bravo, Socrate, e di quella poi cosa me ne faccio? Mi dovrò regolare
-io con la mia testa e non con la testa degli altri? Ma sai che è
-una vaga fatica questa che mi vuoi far fare tu? No, caro Socrate, la
-libertà dell’anima sarà una cosa assai bella; ma, credi, non è pratica.
-
- *
-
-Non v’erano che i giovani, l’eterna purità della vita, non ancora
-contaminata dall’esperimento, che lo ascoltavano con entusiasmo.
-
-La divina giovinezza ha sempre creduto, e crede anche oggi, che sia
-cosa facile rinnovare il mondo. E ci credeva probabilmente, anzi
-certamente, anche Socrate. Egli era vecchio, sì bene; ma il mondo era
-giovane; il mondo era piccolo, il mondo era Atene, utero dell’avvenire.
-
-Oh, i giovani subivano il fascino dell’ammirabile favolatore. Essi
-venivano da lontano per ascoltarlo. Antistene di Tracia faceva quaranta
-stadi al giorno per poterlo ascoltare; Euclide di Megara si travestiva
-da donna per potere entrare in Atene, e le parole di lui accendevano
-tale ebbrezza che nell’udirle balzava a quei giovani il cuore come
-ai coribanti. E quali potenti ed ingenue imagini essi trovarono per
-esaltare il loro maestro! Memnone, un altro discepolo, paragonava
-Socrate ad una torpedine, che è un brutto pesce di mare, gelatinoso,
-tutto maculato e a bitorzoli; ma guai a chi lo tocca: dà una scossa e
-fa cader nel torpore. Così la parola di Socrate faceva cadere l’anima
-in un divino torpore.
-
-Bisognava chiamarsi Anito per rimanere insensibili!
-
-Ma il bell’Alcibiade aveva un paragone anche più folgorante e superbo.
-Egli diceva: «Tu, o Socrate, sei come un Sileno, buffone al di fuori
-con zampogne e con flauti in mano; ma divino dentro tu sei, e tutto
-pieno delle terribili imagini dei Numi».
-
-Oh, incredibile paragone! Dunque attraverso la corporalità materiale
-di Socrate intuivano quei giovani alcunchè di divino e di terribile?
-Sì! Essi, attraverso la mobilità irrequieta dei gesti e delle parole
-di Socrate, vedevano una cotale impassibilità interiore, un che di
-incognito di dentro, proprio come quando noi riguardiamo negli occhi
-aperti, ma senza luce, di una statua di nume greco.
-
- *
-
-— Ma sai tu, o uomo, — proseguì allora Socrate, accendendosi di
-entusiasmo contro colui che non sapea che farsene della libertà, — sai
-tu il segreto degli Dei?
-
-— Io no, ma se è bello raccontalo!
-
-— Sai tu quello che il Dio ha detto all’uomo? Dio ha detto all’uomo: io
-non ti do un volto, non ti do una sede fissa, non ti do una speciale
-forza o istinto come agli altri animali; ma quello che vorrai, sarai.
-Tutte le altre cose ubbidiscono a leggi immutabili; tu, uomo, sei
-nell’arbitrio tuo. Tutto ha confine; ma tu, uomo, lo stabilirai tu il
-tuo confine. Ti collocai in mezzo al mondo perchè tu vedessi quello
-che è il mondo. Non ti ho creato nè terreno, nè celeste, nè mortale,
-nè immortale. Sarai quello che tu vorrai! Tu, tu potrai, se vuoi,
-degenerare giù sino ai bruti; potrai, se vuoi, trasformarti sino agli
-Dei....
-
-— Bravo, — rispose l’allegro Ateniese, — e i miei affari allora? Ci
-badi tu ai miei affari? Dare la scalata all’Olimpo? All’Olimpo della
-ricchezza, del gran _chic_, eh, eh! ci starei. Ma all’Olimpo degli Dei,
-oibò, Socrate! Oh, ma guarda, Socrate, Socrate, già che tu mi costringi
-a pensare anche con la mia testa, guarda un po’: gli Dei poi in fin dei
-conti cosa sono? un gran _chic_, un gran _snob_. Te lo dimostro subito:
-noi andiamo a piedi o a cavallo, se abbiamo il cavallo: loro vanno in
-processione sulle nubi: noi soffriamo qualche volta di indigestione,
-essi no: essi godono il piacere della guerra, ma evitano la noia
-di farsi del male o di morire: essi si divertono a mettere al mondo
-figliuoli, ma hai visto mai Giunone fasciare ed allattare marmocchi o
-Giove condurli a scuola? «Gli Dei dinanzi al piacere posero il sudore!»
-hanno sentenziato gli Dei. Bella sentenza! Per i minchioni, però. Hai
-visto mai un Dio sudare? Mai! Bensì dall’Olimpo loro si divertono a
-veder sudare gli uomini e dicono: «Oh, gli industri uomini!» Dunque
-sì, Socrate, io voglio essere simile agli Dei, cioè stare in panciolle,
-libero di godere e niente lavorare.
-
-— Altri, altri Dei più veri e più grandi.... — disse Socrate.
-
-— Questi li hai tu nel tuo cervello strambo, o Socrate. Va là, non
-mi far pensare! Sai tu perchè Giove ha quella bell’aria gioviale;
-è sereno, olimpico, beato, ed è decorato di quella bella barba
-nero-turchina, con quella capigliatura solida che gli ha appiccicato
-Fidia? Perchè pensa poco, caro! Perciò non ha mai mal di testa. La sola
-volta che se la sentì un poco pesante, prese una purga e venne fuori
-Minerva: una dea, sia detto fra noi, un po’ turbolenta e seccante,
-benchè sia la protettrice della nostra città.
-
-E colui se ne andava.
-
- *
-
-Colui se ne era andato; ed ecco cautamente un leggiadro giovanetto
-si accostò a Socrate. Questo giovanetto oltre che leggiadro e ben
-vestito, era anche molto prudente. Il suo nome era Iscomake. Costui era
-innamorato di una bella giovinetta, la quale filava virtuosamente la
-lana nel gineceo, con le ciglia abbassate, accanto alla cara madre.
-
-Ora Iscomake vedeva sotto le grandi ciglia abbassate modestamente della
-sua cara fanciulla passare un lampo delizioso che gli metteva i brividi
-addosso, e quel lampeggiare diceva: «Iscomake, Iscomake, sapessi come
-mi annoio qui, nel gineceo, a filare, soletta soletta, la lana, e come
-mi è faticoso oramai essere savia, savia, savia, come mi dice sempre la
-mamma!»
-
-Anche vedeva quel suo bianco piccolo piede nudo, sorretto da un sottile
-calzare che le dava una grazia ed una venustà senza pari; sentiva
-l’umido profumo della sua chioma nera e delle sue carni di ambra.
-
-Dunque Iscomake era molto innamorato ma anche molto prudente. Egli
-perciò, sapendo della grande sapienza di Socrate, gli domandò: —
-Socrate, faccio bene o faccio male a prender moglie?
-
-E Socrate contemplò con quei suoi occhi la ingenua giovinezza di
-Iscomake, e disse: — Io dico, Iscomake, che quale di queste due cose
-farai, tu te ne pentirai.
-
-— Oh, Socrate, — disse il giovane. — quale risposta è la tua! Pensa che
-i miei genitori e i genitori di lei oramai tutto hanno disposto perchè
-le nozze avvengano nel più breve tempo, ed io altra cosa non desidero
-più ardentemente. La mia domanda a te, che sei savio, voleva piuttosto
-dire questo: «che cosa è il matrimonio? come devo comportarmi verso
-quella che amo, e come lei verso di me, affinchè noi possiamo condurre
-una vita felice?»
-
-E Iscomake cominciò a lagrimare, come quegli che vedeva per quella
-strana risposta un’ombra lugubre distendersi sull’orizzonte della sua
-vita.
-
-— Io ti rispondo come è veramente: io ti dico, Iscomake, — disse
-Socrate, — che tu farai male a non prender moglie, e la ragione è
-questa: perchè la casa dell’uomo senza la donna è infinitamente triste.
-Il focolare di Vesta, o amico, non arde e non riscalda, se Vesta, la
-dea, cioè la donna, manca nella casa.
-
-— Ed allora, perchè, o Socrate, io mi pentirò lo stesso se prenderò
-moglie?
-
-— Perchè tu, Iscomake, credi che il matrimonio sia la soddisfazione del
-piacere, mentre è la soddisfazione della saviezza.
-
-— Oh, per questo, Socrate, — disse Iscomake, — sta pur sicuro che i
-miei genitori mi hanno allevato bene: mio padre mi ha sempre detto: «il
-tuo dovere, Iscomake, è di esser savio».
-
-— Bene, Iscomake. E la tua sposa? È savia anche lei?
-
-— La madre di lei, — rispose Iscomake, — le ripete sempre: «il tuo
-dovere, figliuola, è di essere savia».
-
-— Sa tessere e filare?
-
-— Sa tessere e filare.
-
-— Docilmente e silenziosamente?
-
-— Io credo di sì, Socrate.
-
-— Hai osservato anche se per caso non abbia disposizione a consumare in
-un mese quello che deve bastare per un anno? a comparire più bella di
-quello che è, perchè il matrimonio — bada! — è anche la società di due
-corpi!
-
-— Ha quindici anni soltanto, Socrate. Ma io credo che sia massaia,
-silenziosa, docile, modesta. Però ti dico che a tutte queste cose
-non ho mai pensato. Ad ogni modo io farò come fanno tutti gli altri
-Ateniesi che hanno moglie: provvederò che le serrature del gineceo
-chiudano bene.
-
-— Sì, ma questo che si usa in Atene, non è, o Iscomake, il matrimonio
-come fu stabilito dal Dio che ha costruito il mondo, — disse Socrate.
-
-— Che cosa ha stabilito il Dio, quello che tu chiami il costruttore del
-mondo?
-
-— Ha stabilito che il matrimonio fosse una specie di giogo, o tiro a
-due, rappresentato da un uomo e da una donna. Ti spiegherò meglio: una
-società mutua in cui le condizioni dei due contraenti, cioè dell’uomo
-e della donna, siano perfettamente eguali e squisitamente leali.
-Il contratto non sarà leale, se, per esempio, la donna cercherà di
-apparire più bella col lavorarsi la faccia, o più affascinante col
-camminare sopra un paio di sandali alti!
-
-— Ed anche se io sono più ricco di lei, lei sarà uguale a me? — domandò
-Iscomake.
-
-— Anche, Iscomake! Se lei saprà meglio di te amministrare questa
-società del matrimonio, lei sarà superiore a te. E se la donna sarà
-migliore dell’uomo, tu sarai ben felice di esserle servo e cavaliere.
-
-— Ma questa cosa non si è mai sentita dire, che la donna sia uguale
-all’uomo, — disse Iscomake.
-
-— Eppure è proprio così, — rispose Socrate. — L’uomo e la donna sono
-stati fabbricati con le stesse facoltà, e per questo non si distingue
-se sia superiore il genere maschile o il femminile. La differenza
-consiste in questo, che i due sessi non sono adatti per le stesse cose:
-anzi il Dio punisce l’uomo che fa opera da donna, e la donna che fa
-opera da uomo. L’uomo è più adatto per le cose esterne; la donna, per
-le cose interne. La donna ha più affettività, una attività più solerte
-e minuziosa, un senso di previdenza del pericolo. Alla sua volta l’uomo
-è più forte ed ha il dovere della intrepidità e della difesa. Perciò i
-due sessi si completano in quanto l’uno ha bisogno dell’altro.
-
-— E quando la donna diventa brutta o vecchia, — domandò Iscomake, — non
-la ripudierò io per prenderne un’altra più bella e più fresca?
-
-— Quanto più la donna — disse Socrate — sarà buona compagna, custode di
-te, dei figli, della casa, tanto più la onorerai, perchè i veri beni si
-acquistano non con la bellezza, ma con la virtù.
-
-— Ma allora il matrimonio è un esercizio di virtù, — disse Iscomake,
-molto avvilito. — E tutto questo sacrificio, perchè?
-
-— A vantaggio del genere umano, — rispose Socrate. — Il piacere serve
-per la vita, ma non è la vita.
-
-Ora Iscomake aveva poco più di vent’anni. Egli aveva pensato a portarsi
-a casa la sua adorabile giovinetta, e non a lavorare per il genere
-umano.
-
-Era il volto di Iscomake assai triste e avvilito, nè sapea che
-rispondere, quando improvvisamente esclamò:
-
-— Ecco, ecco, anche tu, Socrate, ti volti e la guardi!
-
-In quel punto passava Cleonetta, la bella etèra che era stata agli
-studi nell’isola di Lesbo, ed ora era venuta in Atene a vendere rose;
-e profumo di rose e di muschio sfuggiva dalla sua persona, come da
-un’anfora.
-
-— Che mi guardi anche tu, figlio di Sofronisco? — disse la bella etèra.
-— Sta in pace, Socrate, la deliziosa taràntola non morderà al tuo
-vecchio cuoio!
-
- *
-
-Che cosa abbia poi deliberato il giovanetto Iscomake, noi non sappiamo
-e ci interessa ben poco. A noi importa di assicurare che il discorso su
-riferito non è per niente una nostra invenzione: ma è autentico. Esso
-dimostra che razza di complicazione fosse fin da allora il matrimonio
-nella mente di quel giudizioso filosofo!
-
-Ah, se invece di un Dio, grande Architetto dell’Universo, fosse stata
-una Dea, la Architetta, le cose sarebbero passate più semplici e meno
-melanconiche!
-
-Ma una cosa a me sta a cuore di notare in questi ragionamenti di
-Socrate ad Iscomake intorno al matrimonio, ed è la questione dei
-calzari, che noi diremmo delle scarpette.
-
-Si tratta di una seria questione, perchè Socrate dice: «il contratto
-fra l’uomo e la donna non sarà leale se la donna cercherà di apparire
-più splendente col tingersi la faccia, o più dominante ed affascinante
-camminando sopra un paio di sandali alti».
-
-Ora è il vero che un paio di pantofole — invece delle scarpette —
-rendono una donna antiestetica, e non è questa una scoperta — come ben
-si vede — fatta ai nostri tempi!
-
-E generalmente accade che una donna preferisce apparire sleale
-piuttosto che antiestetica per colpa delle pantofole.
-
-Tuttavia è indiscutibile che le pantofole hanno, sotto un certo
-aspetto, un pregio molto superiore alla questione della lealtà: esse
-non fanno rumore!
-
-Imaginiamo una moglie che passi come un crotalo da una stanza
-all’altra, battendo sul pavimento i tacchi alti delle sue scarpette;
-e un’altra moglie invece che si muove silenziosamente, monacalmente
-silenziosa entro due pantofole....
-
-Ah, sì! io lo so: un’anima giovane di uomo rimane atterrita da quelle
-pantofole: egli sogna due tacchi alti in due scarpette lucide. E dato
-il caso che possano far rumore, ci stende sotto una processione di
-viole e di rose, o più semplicemente un folto tappeto d’oriente. E dopo
-le scarpette, sogna due mani carezzevoli ambrate e profumate, che sono
-il prolungamento tattile di due braccia tenere e poderose insieme, le
-quali — quando lui torna a casa con la bocca un poco amara per avere
-mangiato le prime foglie secche della delusione — gli si avviticchiano
-dietro le spalle; e le mani soavi gli si posano sulle guance, poi sugli
-occhi. Una voce adorabile dice intanto: «Mi conosci, amore? Chi è?
-È la tua adorabile sposina?» E spesso le lebbra umidette e ristrette
-si allungano, si applicano sul volto dell’uomo in un’azione benefica,
-e, dirò così, antiflogistica, come fa la sanguisuga che porta via le
-acrità e il mal calore del sangue.
-
-Io ho visto questa semplice e deliziosa scena ripetuta molte volte sui
-teatri da alcune nostre graziosissime attrici, per le quali la menzogna
-è piacere e insieme dovere professionale: e devo confessare che in
-verità erano meravigliose operazioni allo scopo di rinfrescare l’uomo
-dopo il calore della battaglia quotidiana.
-
-Dopo ho veduto l’uomo alzarsi, scuotersi, buttare quasi a terra le
-scaglie del dubbio, della tristezza, dell’abbattimento: balzare in
-piedi rinnovato di fronte alle lotte della vita, come se avesse dormito
-dodici ore di sonno riparatore. Egli esclama: «Adesso mi sento forte!»
-
-Questo spettacolo è attraente e seduce non soltanto i giovani, ma anche
-i vecchi spettatori; e chi ha di già preso moglie e questa si è fatta
-acida e matura, sogna di procurarsi una seconda moglie o qualcosa di
-equivalente, con cui ripetere questa cura igienica ed insieme patetica.
-
-Nella realtà della vita questo spettacolo bellissimo si ripete come sul
-palcoscenico: ma con meno frequenza.
-
-Il giovane, ahimè, dimentica che le rose e le viole fioriscono in
-tempo di primavera; che i tappeti orientali costano caro; e che quello
-spettacolo che abbiamo descritto, riesce bene, se esiste anche un’abile
-cuoca che sopraintenda alla cucina.
-
-Se queste ed altre condizioni non si mettono insieme, l’esperienza
-a lungo andare riesce col non riuscire più bene. Anzi non soltanto
-non riesce affatto; ma può accadere di vedere quelle care labbra,
-già socchiuse ai baci, ingrandirsi smisuratamente, come in un’antica
-maschera tragica, ed in cambio delle parolette flautate, sgorga un
-torrente di male parole, di recriminazioni amare, triste seme di frutti
-più amari.
-
-Ma gli uomini, con tutto questo, seguitano ad andare in cerca di
-quelle donne che portano le scarpette lucide, coi tacchi sovrani; ed
-anche Socrate, dopo il saggio discorso, si era voltato a contemplare
-Cleonetta, la bellissima etèra.
-
-
-
-
-IV.
-
-Socrate e la Morte.
-
-
-Socrate col lungo naso fiutava la scìa dei profumi che lasciava dietro
-a sè Cleonetta, quando ecco un altro giovane di nome Clinia, figlio
-di Assioco, che accompagnato da un amico e dal suo maestro di musica,
-corre per le vie di Atene: — Socrate, Socrate, — grida, — dove è
-Socrate?
-
-Lo trovò alfine. Egli era presso all’Ilisso, dove sgorga la Bella
-Fontana. Allora Clinia, riempiendosi gli occhi di lagrime, disse: —
-Ora è tempo, Socrate, di mostrare coi fatti quella sapienza che tu lodi
-sempre. Non sai? mio padre è in fin di vita: egli che poco fa si rideva
-di quelli che hanno paura della morte, ora è disperato! Vieni, vieni tu
-a confortarlo, così che egli senza lamenti, si avvii al suo fato, ed io
-mostri di essere anche in ciò pietoso figliuolo.
-
-E Socrate, levandosi, disse: — Tu non chiederai inutilmente a me cosa
-alcuna che sia giusta; ma questa poi è santa! — E si affrettò verso la
-casa di Assioco. Come vi arrivarono, videro costui il quale giaceva nel
-letto ed era molto disperato perchè doveva morire. Assioco era stato,
-come noi diremmo, un lottatore della vita, un uomo politico. Ma allora
-era assai languido ed afflitto, perchè doveva assolutamente morire.
-
-Socrate, appena lo vide, così gli parlò: — Oh, ma cosa è questo,
-Assioco? Come? tu che ti sei sempre mostrato valoroso nei finti
-combattimenti, adesso hai paura di quelli veri? Ma non sapevi tu che la
-vita è come una peregrinazione, un passaggio? No, non è da uomo nè da
-Ateniese lamentarsi così.
-
-— Belle parole, Socrate, — rispose Assioco faticosamente, — ma non
-valgono un fico secco: io ho paura, capisci tu?, quando penso che
-fra poco sarò senza luce e privato di tutti i miei poderi e delle mie
-ricchezze, e mi sentirò trasmutato in putrefazione ed in vermini; e
-questo avverrà in qualunque luogo mi mettano. Sai tu che è orribile?
-
-— Ma tu parli, Assioco, — disse Socrate, — come se dopo morto avessi
-da tornare ancora vivo! Di’ un po’, Assioco, al tempo del governo di
-Dracone soffrivi tu qualche male? No, perchè tu non eri ancor nato.
-Bene, così tu non soffrirai nessun male dopo morto. Dove vuoi che trovi
-posto il male, se tu non ci sarai più?
-
-— Ma è — ripeteva Assioco — che io voglio bene alla vita e che adesso
-soffro per il dolore di vedere distrutta la mia vita!
-
-E allora Socrate cominciò, per confortarlo, a raccontare tutti i mali
-della vita: «Gli Dei filarono ai mortali una dolorosa vita, perchè
-nessun animale è più miserabile dell’uomo fra quelli che respirano
-l’aria e strisciano per terra».
-
-E siccome Assioco era stato uomo di governo, e Atene era una città
-democratica, così Socrate gli parlò di tutti gli inconvenienti della
-democrazia, come io credo avrebbe parlato di tutti gli inconvenienti
-della aristocrazia, se Atene fosse stata una città governata a
-tirannide. — Tu, mio caro, — diceva Socrate, — sei stato come un
-balocco in mano della plebe: oggi applausi, feste, carezze: domani
-sei stato fischiato, esigliato, scomunicato. Ti pare? È una bella vita
-questa?
-
-— Sì, sì, — dice Assioco, — questo è vero. Quel cervello balzano di
-Aristofane che disse male di tutti, in fine non aveva torto quando
-satireggiò il Demos; ed io lo so, che ci sono stato dentro. Chi si
-accosta al popolo è molto più miserabile di lui. Ma anche con tutto
-questo di morire non ne voglio sapere: io voglio invece diventare
-vecchio, molto vecchio; ma non morire.
-
-E allora Socrate cominciò dolcemente a persuaderlo che diventar vecchi
-è una cosa anche più brutta che aver da fare col popolo. — La Natura,
-vedi, Assioco, ci ha dato la vita come fosse un prestito. Un’usuraia,
-sai, è la Natura! Se tu non sei disposto a restituirle il suo prestito,
-cioè la vita, lei te la ipoteca, ti mette le mani alla gola, ti porta
-via la vista, l’udito. Tu resisti? e lei ti rende paralitico, brutto.
-Tu resisti ancora? e lei ti rende imbecille come un bambino. Ecco
-perchè molti vecchi sono come bambini. Credi, Assioco, che la partenza
-da questa vita non è che un passaggio da un male ad un bene, tanto
-è vero che gli Dei liberano molto presto dalla vita quelli che essi
-amano.
-
-— Bravo! — sospirò con amaritudine Assioco. — E allora tu che sai tutte
-queste belle cose, perchè stai al mondo? perchè non muori anche tu?
-
-— Caro, è qui l’errore, — disse Socrate. — Ma io non so che poche
-cose, e le più comuni, che sono quelle che ti ho dette. Queste poche
-cognizioni che io possiedo, le ho comperate da un gran sapiente,
-che però, bada, se le faceva pagare. Niente per niente. Per alcune
-cognizioni voleva otto oboli, per altre due dramme; alcune non le
-cedeva che a quattro dramme l’una. Io ci ho speso tutto quel po’ che mi
-lasciò il mio povero padre. Ma credi, che ne sono contento, perchè da
-ora innanzi, o Assioco, la mia anima desidera la morte.
-
-— Be’, contami un po’ su, — disse Assioco, — perchè la tua anima
-desidera la morte.
-
-E allora cominciò Socrate a dire il sogno delle meravigliose parole.
-Oh, allora quale olio santo egli recò al morente!
-
-Oh, preti; oh, preti, che al morente ripetete le lugubri parole di non
-so quale enorme peccato, ed impassibili compite i gesti macabri col
-crisma, leggete di Socrate, e interpreterete meglio Cristo, redentore
-nostro!
-
-Perchè Socrate apri le sue labbra e disse: — Oltre alle cose che ti
-ho dette, vedi, Assioco, vi sono molte e belle ragioni per credere
-anche nell’immortalità dell’anima. Ma ti pare che una natura mortale
-avrebbe potuto levarsi a tanta altezza da domare le belve, passare i
-mari, conoscere il cammino del sole e delle stelle, fondare le città,
-gli stati, tramandarne la memoria, se non ci fosse in noi uno spirito
-immortale? Io credo proprio che tu non andrai verso la morte, ma verso
-la immortalità, o Assioco! Perchè tu devi sapere che l’anima, essendo
-sparsa per i pori del corpo, si trova come imprigionata in questa
-materia, e perciò desidera di ritornare al suo luogo proprio, al suo
-principio, così che non appena ti sarai liberato da questa composizione
-corporale, tu ti troverai immerso nell’eternità, cioè in una nuova vita
-senza dolore e senza vecchiaia, dove tu potrai contemplare tutta la
-verità, viva e fiorente, e potrai ragionare sul serio, mentre sino a
-qui tu hai ragionato, o per far piacere alla moltitudine o per metterti
-in bella vista. Consòlati, dunque, consòlati, Assioco: non c’è posto
-per la morte, perchè non c’è un atomo che essa possa ridurre in niente.
-
-Ma ad Assioco poco importava della prigione del corpo dove si
-era sempre trovato abbastanza bene, e meno ancora della verità
-fiorente: voleva sapere di preciso quello che sarebbe accaduto di
-lui personalmente; e allora Socrate gli parlò della geografia di
-oltretomba, cosa molto incerta anche allora, cioè di certe beate isole
-dove vanno a finire i morti.
-
-— Queste beate isole lontane sono circondate dal profondo oceano. Tre
-volte all’anno la terra ferace matura di per sè rigogliosi frutti e
-dolci come il miele. Le anime dei morti vi soggiornano libere da ogni
-affanno. Ma bada, Assioco, che prima di arrivare a quelle isole, si
-va in una pianura chiamata il luogo della verità perchè lì ci stanno
-i giudici, e bugie non se ne possono dire, nè i giudici si possono
-comperare come in Atene. Se nella vita sarai stato buono, o Assioco, se
-sarai vissuto piamente, allora essi ti imbarcano per quelle isole che
-si chiamano Fortunate: la primavera lì non finisce mai, gli alberi sono
-pieni di frutta, vi sono banchetti, danze e molti altri divertimenti,
-come mi disse un mago che mi ha insegnato tutte queste cose.
-
- *
-
-Quest’ultimo genere di discorso consolò Assioco più di ogni altro
-discorso.
-
-— Se è così, quasi quasi mi fa piacere di morire, — disse, — benchè
-morire sia in tale caso un termine improprio, non ti pare, Socrate?
-
-— Ma certamente! Noi non moriamo; noi andiamo all’immortalità.
-
-— E allora senti, Socrate: torna dopo mezzogiorno a ripetermelo
-un’altra volta questo bel discorso. Adesso mi metto qui quieto! — E
-le palpebre gli scesero giù, e Assioco vide il suo viaggio verso le
-Isole Fortunate, con tutte quelle belle cose che lo aspettavano di
-là. Peccato che ci fosse quella pianura della verità; ma sperava di
-cavarsela abbastanza bene. Del resto, poi, tutto il mondo è paese, e i
-giudici di quella pianura era probabile che fossero anche loro un po’
-come quelli di Atene, cioè gente da bene con cui non è difficile venire
-ad onesti accomodamenti.
-
-Stette un po’ Socrate riguardando silenziosamente, quando Assioco si
-riscosse e domandò:
-
-— Credi tu, Socrate, che sia necessario molto denaro portare nell’Ade?
-
-— Non credo.
-
-Assioco volse, consolato, uno sguardo verso il forziere dell’oramai
-vana pecunia.
-
- *
-
-Socrate uscì piano piano dalla camera di Assioco, e additò il morente,
-ora tranquillo e sopito, a Clinia; e dopo alquanto si ritrovò ancora
-presso l’Ilisso, alla Bella Fontana, che era un luogo fuori di porta.
-
-
-
-
-V.
-
-Questioni molto serie proposte da Santippe a Socrate.
-
-
-Ed era oramai il mezzodì.
-
-Volgendo gli occhi in alto, si vedeva sul vertice enorme del Partenone
-la gran figura bronzea di Pallade folgorante nel sole, erta sopra tutti
-gli Dei, tutta chiusa nelle armi; il divino suo volto e l’asta protesa
-contro ogni barbarie.
-
-Socrate, seduto presso la fontana, pensava al padre suo che fu un uomo
-buono, ed alla madre sua. Ambedue erano morti da molto tempo, ma egli
-li rivedeva presenti ancora, al di là della morte.
-
-E la bella fontana mormorava nel mezzodì.
-
-Suo padre era stato uno scultore e si chiamava Sofronisco; la madre
-sua si chiamava Fenarete, ed era stata una levatrice. Ebbene, egli
-proseguiva nel mestiere del padre e della madre: era uno scultore di
-anime ed un alleviatore del dolore umano, come sua madre, la levatrice.
-
-Pensava anche alle fole dette ad Assioco, a quelle improvvise,
-strane parole che gli erano venute su dal cuore: _Oltre a ciò sappi,
-o Assioco, che molte e belle sono le ragioni le quali mostrano la
-immortalità dell’anima_; e non sapeva più se quelle erano fole o
-realtà. Il rombo delle sue parole al morente gli durava ancora nel
-cuore. Dolce è il profumo d’ambra e di rose che sprigionava il corpo
-di Cleonetta: dal disfatto corpo di Assioco già si diffondeva il
-lezzo della morte. Misteriosi sensi! Eppure vi doveva essere una
-resurrezione; un divino eterno ritorno!
-
-Il sole faceva splendere la non lontana marina. Lontano, lontano,
-in più lontano mare, ecco apparire le Isole Beate; e sul prato
-dell’asfodelo sotto il gran verde di belle piante, sorridevano coloro
-che piansero in vita; quelli che qui soffersero per ingiusto giudizio,
-erano colà da più veri giudici consolati.
-
-Felicità inconcepibile! E allora Socrate ripetè a sè stesso quelle
-parole che poco prima aveva dette ad Assioco: «Da quest’ora l’anima mia
-desidera la morte!»
-
-La fontana mormorando dolcemente, pareva consentire con lui; e su nel
-cielo il sole pareva una grande pupilla che lo guardasse. Egli riguardò
-nel sole, e come un brivido gli passò per il cuore in quel calore del
-mezzodì. Forse non fu soltanto Sofronisco il padre suo nè Fenarete
-la sua sola madre; forse anche quello lassù, il sole, Apolline, fu il
-padre suo.
-
-Ma oramai era già trascorsa l’ora che gli Ateniesi dicevano del mercato
-vuoto, cioè del mezzodì, quando tutti ritornano a casa.
-
-Ed anche Socrate si avviò, come era usato, verso casa, e tutta la sua
-mente era infiorata e come inabissata in questi pensieri della vita e
-della morte. Ma non appena fu giunto in vista della sua casa, sentì la
-voce di Santippe, la quale era su la porta, e disse: — Tu diventi un
-po’ carogna, Socrate! Mi sai dire cosa si fa oggi da mangiare? Tu vai
-via la mattina; non lasci nemmeno un obolo per la spesa e poi quand’è
-mezzogiorno, eccolo, bell’e fresco come una rosa. Cosa credi che noi
-campiamo d’aria come le cicale, o di chiacchiere come fai tu? Hai
-portato almeno qualche cosa da desinare?
-
-Socrate non portava niente da desinare perchè era stato astratto in
-altre cose, nè aveva lasciato oboli molti per la spesa, perchè ne aveva
-pochi. Socrate infine non era ricco, anzi egli viveva «in una miriade
-di povertà», come ebbe a dichiarare.
-
-Disponeva, ben è vero, di un piccolo patrimonio lasciatogli da suo
-padre, compresa quella sua casetta; ma tutto sommato, stando al computo
-che fece Senofonte, — uomo pratico di affari, — il suo capitale non
-arrivava alle cinque mine, che sarebbe come dire cinquecento lire, «al
-patto però che si fosse trovato un buon compratore».
-
-Di questo capitale egli aveva speso qualche obolo e qualche dramma per
-comperare, come abbiamo veduto, quel poco di scienza che possedeva:
-ma nell’esercizio di rivendita non domandava niente. Faceva con tutti
-come con Assioco, a cui aveva dato così bei conforti per prepararsi
-a morire. «A me costano tanto» aveva detto, ma non disse, «e tu dammi
-tanto».
-
-Già, egli avrebbe potuto mandare a Clinia una nota delle sue
-prestazioni: _Per avere consolato l’anima di tuo padre, venticinque
-dramme_. Ma come si fa? Come si fa a mandare la parcella per simili
-cose?
-
-E bisogna dire ad onore di Santippe, che non era lei sola a
-disapprovare questo sistema gratuito di suo marito. Qualcuno anche
-degli amici gli andava dicendo: «Ma allora, Socrate, la tua scienza non
-vale niente, se la dài per niente».
-
-E Santippe continuava: «Mi sai dire dove sei stato tutta questa
-mattina? A predicare la castità ai passeri? Ad accarezzare i capelli di
-Fedone, quel vergognoso mistero del sesso che non è nè uomo, nè donna?
-O sei andato a misurare quanto è lungo il salto della pulce? o a fare
-gli esperimenti sulle cicale per vedere se le cantano con la bocca o
-col deretano? Be’, cos’hai guadagnato?»
-
- *
-
-Egli aveva guadagnato meno ancora di frate Egidio, seguace di
-San Francesco, perchè frate Egidio voleva vivere affaticandosi
-corporalmente, cioè della sua fatica; e una volta andò a opera a
-bacchiare noci, e quando le ebbe bacchiate, gliene toccarono tante di
-sua parte che si dovette levare la tonaca e, legate le maniche ed il
-cappuccio, ne fece un sacco che tutto riempì di noci. Naturalmente non
-le vendette frate Egidio, ma con grande letizia le distribuì ai poveri.
-
-Almeno si fosse presentato così Socrate a Santippe, con delle noci, dei
-fichi, dell’uva da distribuire ai figliuoli, che aveva piccini, e si
-sarebbero rallegrati di quei doni.
-
-Ma niente!
-
-Che cosa doveva rispondere Socrate a Santippe?
-
-Forse doveva offrirle il banchetto che Santo Francesco offrì a Santa
-Chiara, che lasciarono sulla mensa il pane corporale perchè Santo
-Francesco nutrì l’estatica monacella di pane spirituale?
-
-O doveva rispondere come Gesù Cristo: «Guarda, Santippe, come crescono
-i gigli delle convalli. Nemmeno Salomone in tutta la sua splendidezza
-fu mai vestito come uno di questi: guarda, come si nutrono gli uccelli
-dell’aria»?
-
-Ma Cristo — come Santo Francesco — non aveva figliuoli nè moglie che
-avessero fame; e in caso proprio di necessità, Cristo avrebbe operato
-la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma a Socrate non venne mai
-in mente di operare miracoli, o di camminare su le acque come Cristo,
-o di risuscitare i morti. E per tutto questo Socrate tacque davanti a
-Santippe. E quanto a Cristo, poi, sembra che anche Cristo fosse seccato
-di dovere riposare il capo sopra un cuscino di pietra, mentre gli
-uomini usano cuscini di lana e di piume.
-
-Io devo credere che Socrate dovesse rimanere assai malinconioso oltre
-che silenzioso, davanti alle recriminazioni di Santippe.
-
-Perciò io non so come facciano i grandi scrittori a dire nei loro
-celebri volumi che Socrate _era meravigliosamente esente da bisogni
-personali_; e meno ancora capisco come i professori delle scuole
-facciano ai loro scolari tradurre in greco questa stupida proposizione:
-_Socrate con poche sostanze viveva contentissimo_.
-
-No, non è proprio così, illustri e garbati signori. È un’altra
-faccenda; è che quando si è «dentro pieni di imagini degli Dei» come
-era Socrate, i soldi non trovano la via per entrare; ovvero quando si
-è pieni di imagini degli Dei non è lecito prender moglie per continuare
-questa stirpe umana!
-
-E Santippe continuava: «Ah, tu vai predicando l’Aretè, la Sofrosine,
-la Sofia, il Dovere! Il dovere l’ho fatto io che ho tirato su questi
-figliuoli e li ho nutriti con queste qui! e non li ho mica esposti
-come fanno le belle signore del tuo cuore! Eh, sì, che il più grande lo
-meritava d’esser bacchiato: un vagabondo già come te, e che parolacce
-dice a sua madre! A quello lì dovresti parlare e dirgli quello che gli
-va detto, se non fossi o un grande impostore o un vecchio rimbambito.
-Ma se, figlio di un cane, proprio non puoi fare a meno di andare in
-giro a chiacchierare e hai questa malattia nel tuo sangue infelice,
-invece di quell’aria melensa «io non so niente, io so che non so
-niente», e poi dài dell’imbecille, dell’ignorante a tutti che oramai
-non c’è uno solo che ti possa più sopportare in Atene, fa almeno come
-Protagora. Anche lui chiacchiera, ma le sue chiacchiere le sa però
-mutare in tanta buona moneta sonante!»
-
-
-
-
-VI.
-
-Come Santippe ferì Socrate nel cuore.
-
-
-Santippe lo aveva ferito nel cuore.
-
-Non perchè aveva detto: «O tu sei un impostore, o tu sei un vecchio
-rimbambito»; ma perchè la buona donna aveva detto: «Fa, almeno, come
-Protagora!»
-
-Il nome di Protagora era l’ombra della mente di Socrate.
-
-Protagora era, prima di tutto, un signore molto irreprensibile; la sua
-clamide era fluente, i suoi calzari erano eleganti, la sua chioma era
-profumata. Socrate, invece, benchè gli piacessero le chiome fluenti,
-non possedeva la chioma; i suoi calzari erano in uno stato deplorevole,
-come abbiamo osservato; ed il suo mantello non teneva più i punti, come
-aveva dichiarato Santippe.
-
-Protagora era un personaggio straordinariamente affascinatore e
-simpaticissimo; la sua parola scendeva giù per le orecchie di tutti
-come una musica facile ed uguale.
-
-Poteva forse Protagora sembrare orgoglioso, in quanto che affermava
-di essere sapiente in ogni scibile e _de quibusdam aliis_; mentre
-Socrate affermava con quella sua aria melensa, come aveva notato anche
-Santippe, di non sapere niente.
-
-Si, ma il vero è che Protagora si sarebbe ben guardato dal prendere in
-giro il prossimo come faceva Socrate e di obbligare la gente a furia di
-domande, a confessare che anche essi non sapevano niente.
-
-Il linguaggio di Socrate era piano e le sue imagini erano sensibili
-ad ogni intelligenza. «Ma se io ti comprendo, tu sei uguale a me.»
-Il linguaggio di Protagora era spesso artificiosamente drappeggiato.
-«Ma se io non ti comprendo, tu sei superiore a me!» Ma Protagora
-aveva tutti i ferri del mestiere nel suo arsenale dialettico; tutti,
-fuorchè l’ironia: ma Protagora era squisitamente gentile, e se egli
-era sapiente, «Tutti, tutti, signori Ateniesi, ornatissimi signori
-Ateniesi, potete — diceva Protagora — diventare sapienti come me».
-
-Ah, sì; quel signore fece alle dottrine di Socrate la più implacabile
-delle concorrenze, e bisogna ben confessare che questa concorrenza dura
-anche oggi.
-
-Protagora poteva aver press’a poco l’età di Socrate, ma non era
-Ateniese. Siccome però Atene era la città più intellettuale della
-Grecia, così vi capitava spesso.
-
-E quando egli vi capitava, non aveva bisogno di sbarcare ad un hôtel,
-perchè tutti i signori di Atene andavano a gara per averlo ospite nelle
-loro case.
-
-Egli faceva anche, qualche volta, dei graziosi giuochi di prestigio.
-
-«Intelligentissimi signori Ateniesi, — diceva, — io prendo questa
-pallina nera che, supponiamo, rappresenta la Giustizia. La prendo con
-la mano destra, delicatamente così! Passa, passa, pallina! La pallina
-è passata nella mano sinistra. Adesso prendo la bacchetta magica, dico:
-un, due, tre! Pallina, scompari! E la pallina è scomparsa!»
-
-Tutto ciò si ripete anche oggi: ma bisogna conoscere il trucco.
-
-Ora il popolo Ateniese era molto giovane. La generazione precedente si
-era affaticata in una lotta spaventosa: aveva sparso fiumi di sangue
-combattendo contro una barbarie immane che lo aveva minacciato di
-soffocazione. Ne era uscito vittorioso, perciò ora amava divertirsi e
-di imparare i giuochi di prestigio, e il loro piacevole trucco.
-
-Per queste ragioni, tutti quelli che avevano figliuoli, pregavano
-Protagora perchè desse loro delle lezioni private. Molti che aspiravano
-alla carriera politica, offrivano grosse somme per sapere fare anche
-loro bene quei giuochi così graziosi delle palline. I giovani di Atene
-buttarono via dei capitali per potere imparare a parlar bene come
-Protagora.
-
-Ed è vero che Protagora era un uomo onestissimo, al punto da
-dichiarare: «Cari signori, fissate voi la ricompensa che credete di
-darmi; ma non negatemi la ricompensa, perchè chi mi toglie il denaro,
-mi toglie l’onore».
-
-Fu allora che il ministro della Pubblica Istruzione in Atene propose a
-Protagora un grosso stipendio, se si fosse degnato di fissare la sua
-dimora in quella città. Sventuratamente egli non potè aderire perchè
-era aspettato in Italia; nelle città d’Italia del sud, e ciò unicamente
-perchè a quei tempi non esistevano le città dell’Italia del nord.
-
- *
-
-Un giorno Socrate aveva trovato che le strade di Atene erano spopolate.
-Era arrivato Protagora, e tutti erano andati a sentirlo.
-
-Anche gli amici di Socrate erano andati a sentirlo.
-
-Platone, che aspirava, sino dalla nascita, a diventare sopra tutto un
-illustre sapiente accademico, era andato a sentirlo.
-
-Alcibiade, che aspirava all’alta politica, era andato a sentirlo.
-
-Socrate non incontrò che Apollodoro, che era un’anima candida; e
-Fedone, l’adorabile adolescente che adorava Socrate, perchè Socrate gli
-aveva trasfuso di dentro il divino martirio dell’anima.
-
-— Che tristezza, — diceva Fedone, — a pensare che tu, Socrate, la devi
-quasi fermare per il petto la gente perchè ti stia ad ascoltare; e
-quello lì, invece, basta che arrivi in Atene perchè tutti mettano da
-parte i loro affari per andare alle sue conferenze. Eppure tu dici le
-cose come veramente sono. Come sono spregevoli e vani questi Ateniesi!
-
-— No, — disse Apollodoro ancor più tristamente. — È che il popolo
-ateniese è un popolo gaio. La bellezza, l’illusione, la gioia, ecco
-quello che il popolo ateniese sente: qui tutti sono d’accordo. Ma tu
-sei melanconico senza fine, Socrate.
-
-— Ma se, amici miei, — disse Socrate, — voi stessi mi chiamate Sileno,
-il buono, l’allegro giullare!
-
-— No, Socrate! Triste è la tua anima, tristi sono le tue parole. Tu
-dici di rispettare le leggi della nostra città, ma io sento che tutto
-l’edificio fabbricato dagli uomini trema con sinistri rumori dalle
-fondamenta alle tue parole.
-
-— Io sono l’uomo mansueto, — disse Socrate.
-
-— Ma sotto la tua mansuetudine, c’è un terrore di ribellione. Sai che
-spesso ho paura per te, Socrate?
-
-— Paura? di che? degli uomini? della morte, forse? Temere la morte
-null’altra cosa è che sembrare di essere saggio, senza essere.
-
- *
-
-Ma così conversando, essi erano oramai giunti alla casa di Callia,
-il quale aveva l’alto onore di ospitare Protagora. L’atrio era pieno
-della più eletta società, di Atene: nelle prime poltrone sedevano
-gli Arconti, e Protagora non era solo, ma aveva con sè alcuni suoi
-mammalucchi, giacchè il ventre di Protagora era fecondo. Esso seguita a
-generare anche oggi.
-
-Il silenzio era meraviglioso, tanto che Socrate, Apollodoro e Fedone
-poterono ascoltare assai bene.
-
-— Socrate? Oh, ecco Socrate! Salute a te, Socrate, — disse, con ben
-paludata parola, Protagora non appena scorse Socrate in fondo alla
-sala, — salute a te, Socrate! Anche noi, onorevoli signori Ateniesi,
-intendiamo, come il vostro concittadino Socrate, informare il carattere
-e l’intelligenza dei nobili giovani Ateniesi, educarli nelle virtù
-pubbliche e private. Anche noi adoriamo la verità. Ma dove è la verità?
-Intelligentissimi signori Ateniesi, se gli Dei non abitassero troppo
-lontano, se la nostra vita non fosse così breve e così incerta, noi
-potremmo benissimo sapere che cosa è la verità! Ma non tutti noi,
-umanissimi uditori, abbiamo, come il vostro fortunato concittadino
-Socrate, la rara fortuna di possedere un dio suggeritore, un demone
-buono, nelle proprie tasche. La verità dunque bisogna che ce la
-fabbrichiamo noi, secondo noi, tagliata sulla nostra misura! Che vale,
-intelligentissimi signori Ateniesi, possedere l’arco di Ulisse se
-nessuno lo può tendere? Che vale un grappolo d’uva, se è perennemente
-acerbo? Una cosa si deve da noi chiamare vera, o signori, in quanto
-che, messa in pratica, rende. E se non rende, non è verità. E perciò
-non esiste nel mondo reale una verità unica, ma esistono due verità,
-tre verità, molte verità, anzi tante verità quanti sono i gusti ed i
-capricci degli uomini; e così non esiste una sola virtù ma esistono
-molte virtù. Non esiste un solo Diritto, ma esistono molti Diritti.
-V’è il diritto dell’agnello; ma vi è anche il diritto del lupo! Esiste
-evidentemente la virtù di chi muore per la patria; ma esiste anche la
-virtù di chi canta i morti per la patria, come esiste la virtù di chi
-si conserva in buona salute per la patria. Esiste certamente, come dice
-l’illustre cittadino vostro, Socrate, la glandola della coscienza; ma
-non stimolàtela! Anzi, se avete coraggio, estirpàtela, e canterete
-tutte le mattine vispi come canerini, e vi sembrerà ogni mattina di
-tornare gioiosamente a vivere!
-
-Dopo di che tutti, cominciando dai signori Arconti, andarono a
-congratularsi per la bella conferenza col signor Protagora.
-
-— Ma è evidente, — disse Meleto, l’arconte basileo, che era assai
-adiposo e rappresentava la suprema autorità religiosa e giudiziaria
-di Atene, — che se tutti avessero la sola virtù di morire per la
-patria, chi resterebbe per fare gli elenchi dei morti per la patria,
-chi resterebbe per fare le commemorazioni e le poesie pei morti per la
-patria?
-
-Anche Socrate andò a congratularsi con Protagora.
-
-Disse Socrate: — Voi commerciate splendidamente al minuto nei
-commestibili dell’anima.
-
-— E voi, disse di rimando graziosamente Protagora a Socrate,
-commerciate un po’ troppo all’ingrosso. Sono partite colossali.
-Scusate, chi volete che le comperi? Soltanto gli Immortali Iddii le
-potrebbero comperare. Ma gli Iddii non ne hanno bisogno. Agli uomini,
-— bisbigliò a pena l’insigne Protagora, — occorre vendere bagattelle,
-possibilmente piacevoli. E poi, in confidenza, virtù e vizio, rose e
-cipolle sono tutte produzioni del suolo. Credo che voi soffriate di
-esaltazioni liriche, Socrate carissimo.
-
- *
-
-Strano! Dal tempo di Protagora e di Socrate i sistemi filosofici si
-sono susseguiti come le onde del mare: erti di idealità sino alle
-nuvole, cupi di pessimismo sin giù negli abissi! Gli uomini come tante
-navicelle di carta, hanno seguitato a ballare su e giù per quelle onde
-della filosofia, felici di essere giù, felici di essere su.
-
-Non ci fu che qualche individuo stravagante a dichiararsene
-insoddisfatto, come per esempio Messer Lò, professore medievale
-nell’università di Parigi, il quale, dopo essere stato sballottato
-a lungo in cerca della perfetta letizia, finì col dire: _Linquo coax
-ranis_ (lascio il gracchiare alle rane), e terminò col farsi frate,
-secondo il costume di quel tempo; come Arrigo Heine, il quale dichiarò
-che, dopo avere amoreggiato con tutti i possibili sistemi filosofici
-senza rimanerne soddisfatto, — come Messalina dopo una notte di orgia,
-— si veniva a trovare sullo stesso fondamento su cui si trovava il
-povero negro, lo zio Tom.
-
-Ma non c’è dubbio che fra i tanti sistemi filosofici, quello
-dell’illustre Protagora è il solo che gli uomini abbiano
-coscienziosamente capito ed anche applicato.
-
-Gli Arconti e i Lucomoni vanno sempre a congratularsi con Protagora e
-coi suoi mammalucchi.
-
-I servizi di Socrate non furono niente affatto riconosciuti dallo
-Stato; e quella volta che il Governo si occupò seriamente di lui, fu
-per fargli bere la cicuta.
-
- *
-
-Certo, Socrate, lui come lui, non ha l’onore di aver costruito nessun
-edificio, nessun sistema filosofico, anche perchè non gliene lasciarono
-il tempo, avendogli fatto bere la cicuta.
-
-Di lui non rimase che una pietra quadrangolare di marmo.
-
-Ma io lo vedo ancora col suo melanconico sorriso di Sileno, quel povero
-figlio di Sofronisco scultore e di Fenarete, la levatrice. Egli sta
-presso la sua pietra quadrangolare. Io lo vedo ancora. Dal convito
-d’amore escono gli amici alquanto ebbri e con le rose sfiorite oramai;
-gli amici e le amiche fra cui stanno le belle cortigiane. Essi vanno a
-riposare. Socrate va alla bella fontana, si lava e si purifica. Sorge
-il sole sull’acropoli. Egli riprende il suo dialogo eterno: «Di’, o
-uomo meraviglioso, vogliamo noi diventare belli e buoni?»
-
-E gli uomini, da tanti secoli, non hanno sovrapposto una pietra su
-quella pietra.
-
-Ma vero è anche che molti uomini, vicini a noi, dopo l’esperimento
-della vita, vollero morire per quella terra, ed in quella piccola terra
-che fu la patria di Socrate, considerandola come uguale al vasto mondo.
-
-
-
-
-VII.
-
-La cena dell’amore.
-
-
-Non si deve credere però che la buona società di Atene non istimasse
-Socrate. In questo caso sarebbero stati Beoti, ed essi erano Ateniesi!
-Certo spendevano più alla bottega di Protagora che a quella di Socrate;
-ma, oh, buon figliuolo di Sofronisco, come potevi tu pretendere che la
-gente venisse da te a comperare la _Dike_, la _Enkrateia_, la _Noùs_,
-quel tremendo esplosivo che è la _Noùs_? Vendere la _Noùs_ per le
-strade, sono cose, figlio di Sofronisco, che fanno strabiliare! Sono
-cose che non poterono avvenire che in Atene, la città della giovinezza
-del mondo.
-
-— Signori Ateniesi, questa merce si vende per nulla. Si vende per
-nulla, non perchè non sia preziosa, chè la è preziosissima! Ma è che
-uno dei due sfuma, o il denaro o la merce! — così diceva Socrate.
-
-E gli Ateniesi lo ascoltavano con curioso piacere: naturalmente, non
-comperavano.
-
-— Se comperiamo codesta merce, — dicevano, — noi temiamo, o Socrate,
-di diventare brutti come te! — Lo ascoltavano però volontieri: spesso
-lo invitavano a cena, e mai gli fecero delle beffe: la qual cosa gli
-sarebbe certamente accaduta se fosse vissuto in _Fiorenza_, la città
-delle beffe. Naturalmente, quando era invitato a cena, il buon uomo
-si ripuliva alquanto, perchè la società ateniese ci teneva molto
-all’eleganza: non però sino al grado di noi moderni, in cui i venditori
-di eleganza — camiciai, sarti, scarpai, ecc. — costituiscono un
-sindacato della rispettabilità.
-
-E fu così che un giorno Apollodoro vide Socrate tutto ripulito, e
-siccome questa cosa gli accadeva di rado, Apollodoro meravigliò forte.
-Non mancava a Socrate che di essere profumato come costumavano tutti
-allora indistintamente gli Ateniesi.
-
-Allora non c’era il precetto: «Amate il vostro prossimo!» e si
-suppliva con quest’altro: «Profumate il vostro prossimo!» E così
-l’uomo accostando il naso al suo prossimo, sentiva subito qualcosa di
-piacevole. Ma Socrate preferiva il profumo della verità.
-
-Apollodoro che lo vide così azzimato, meravigliò forte. Apollodoro era
-un’anima candida e quindi un poco irosa.
-
-— Dove vai, Socrate? Perchè così vestito? Che sollecitudine è la tua di
-questa pomposità mondana e superflua? Non carichiamo e scarichiamo oggi
-la _Noùs_, la _Dike_?
-
-— Caro, — disse Socrate, — io, come vedi, mi sono fatto bello perchè
-oggi sono chiamato a cena da persone che sono tutte belle.
-
-Egli era in quel giorno invitato da Callia, un giovane signore, uno
-_sportman_ — diremmo noi oggi — il quale aveva vinto il _grand prix_
-delle Panatenaiche.
-
-— Vieni anche tu, Apollodoro, — disse Socrate.
-
-— Ma non sono invitato! — rispose Apollodoro, il quale appunto come
-anima candida ed irosa, era anche anima timida.
-
-— E se non sei invitato? Ti invito io. Una persona per bene è sempre
-ospitata con piacere da un’altra persona per bene.
-
-Così parlò Socrate, e così si avviarono, lui e Apollodoro, alla casa di
-Callia.
-
- *
-
-Callia abitava una villetta, un po’ fuori di Atene, sulla riva del
-mare. Una piacevole passeggiata! E i sandali di Socrate e di Apollodoro
-andavano allegramente.
-
-Appena Socrate fu in vista della villa di Callia, vide molti e bei
-giovani che lo attendevano.
-
-Callia si fece incontro a Socrate e lo salutò con queste parole:
-
-— Ben venuto, Socrate: noi ti abbiamo invitato a cena, perchè tu,
-essendo libero da cure mondane, farai più onore a noi che se avessimo
-invitato Anito, il presidente della Repubblica, o Meleto il basileo, o
-qualsiasi altro arconte o generale.
-
-(Mai uno _sportman_ dei nostri tempi sarebbe stato capace di così
-intelligenti e graziose espressioni!)
-
- *
-
-E quando tutti si furono acconciati ne’ loro divani attorno alla mensa,
-data l’acqua rosata alle dita, disse Callia bonariamente ai servi:
-— Fate da voi, ragazzi, e fate le cose per bene, perchè noi vogliamo
-mangiare e bere in pace.
-
-«Ma, e le signore? non c’erano al banchetto di quel _gentleman_ le
-signore?» potrà domandare qualche signora, se qualche signora sarà
-lettrice di questo libro.
-
-«No! a quei tempi le signore erano escluse dai banchetti. Servivano
-soltanto come decorazione; muta, però.
-
-Ma è imaginabile, signora, Socrate che va alla cena di Callia con
-Santippe a braccetto? È stato Cristo, signora, che ha introdotto le
-signore nei banchetti: una marsina nera ed uno scollato bianco, in gran
-contegno. Gli Ateniesi non usavano nemmeno il contegno, perchè stavano
-sdraiati sui sofà, ed i fiori, anzichè sulla tavola, erano collocati
-sulle teste.
-
-«Oh, gli orribili Ateniesi, sdraiati sui sofà senza l’intervento del
-sesso gentile! Chi sa quali scostumatezze!»
-
-«Pur troppo, signora! L’uomo, o signora, è in alcuni rari casi di tipo
-apollineo, qualche rara volta di tipo dionisiaco, ma più spesso di tipo
-faunico, cioè bestia, e allora ruzzola sotto la tavola tanto oggi come
-allora.»
-
- *
-
-La cena passò lietamente. I piatti erano d’argento e non usava la
-seccatura di mutarli.
-
-Finita la cena, fu fatta entrare una leggiadrissima giovinetta, vestita
-di un semplice _kiton_, che null’altro era che un quadratello di
-stoffa, come un vessillo, ma messo con garbo: allora le Ateniesi belle
-vestivano tutte così, con molta semplicità; come oggi, che le signore
-portano certe _toilettes_, come dire? semplici.
-
-Un giovane aulete, o suonatore di flauto, accompagnava la fanciulla.
-
-Questi intonò il suono, e poco dopo, ella, come indolente, slegò e
-scosse le membra della sua statua: le animò un po’ per volta, poi
-furentemente, freneticamente. Ora ella, lieve, si trascinava dietro
-il ritmo dell’aulete che, a fatica, con il collo turgido, la seguiva
-zufolando.
-
-I signori, sdraiati sui loro sofà, contemplavano.
-
-D’improvviso la fanciulla ricompose le membra della sua statua; cessò
-la danza: l’aulete potè allora trarre il respiro dal petto profondo.
-
-— Quella fanciulla pare vuota di dentro come la locusta! — disse
-ammirando più d’uno.
-
-— Signori, — disse Filippo, uno dei commensali, — questo è effetto
-della danza, esercizio utilissimo e graziosissimo. Io ho il ventre
-grosso, e voglio diventare grazioso e leggero. Piglierò lezioni di
-danza. Anche Socrate ha il ventre grosso e pesante e deve ballare, se
-vuole diventare grazioso.
-
-— Tutti i giorni, o Filippo, — disse Socrate, — sta certo, io faccio in
-casa esercizi di ballo.
-
-— Così, vedi, convien fare, — disse Filippo. — Tu, fatti in costà, —
-e accennando alla donna che si scostasse, Filippo balzò dal sofà e si
-mise a ballare col suo grosso ventre.
-
-Spumeggiò di risa la gioia del convito.
-
-— Da bere, — ordinò Callia.
-
-Tutti avevano gran sete.
-
-— Portate i cratèri più grandi, — ordinò Callia ai servi.
-
-— Callia, se permetti, — disse Socrate, — ordina i bicchieri più
-piccoli. Il vino è cosa miracolosa come la pianta della mandragora:
-addormenta il dolore, e sveglia la gioia, come l’olio sveglia la
-fiamma. Ma in piccole tazze! Noi siamo come la sementa della terra. Se
-l’acqua diluvia, la sementa marcisce; se invece scendono piogge soavi,
-ecco tutta la bella fiorita della primavera.
-
-I servi recarono in giro piccole tazze.
-
-Disse per primo Callia: — Io bevo alla Ricchezza, alla mia dolce e
-docile Ricchezza, dispensiera di libertà. Essa mi concede di onorare
-con bei simposi, in questa bella casa, con tanti servi, con questo
-inebriante vino, i cari amici.
-
-Disse un altro dei convitati: — Ed io, o Callia, propino e bevo —
-perchè tu ci offri questo nobile vino — alla mia grande, vergine,
-libera Povertà. Divina cosa, amici, la Povertà! Già tu la custodisci
-senza forzieri, con la dolce negligenza essa fruttifica, il dente
-dell’invidia non la morde; i figli non ti augurano di andar presto
-a ritrovare Caronte. Anch’io sono libero, o Callia, io con la mia
-povertà!
-
-(Queste cose si potevano dire allora quasi sul serio, per tante ragioni
-per le quali la povertà non aveva l’odore così cadaverico che ha oggi).
-
-Un giovanetto non ancora segnato nel volto di alcuna lanugine,
-inghirlandata la breve fronte di rose come un nume, fissando Callia con
-ferme pupille, parlò così per terzo e come devotamente: — Io mi glorio
-e mi esalto della mia, oh fuggitiva bellezza! la quale mi concede di
-essere caro a te, o Callia, o unico, o solo mio bene!
-
-(E anche ciò poteva a quei tempi esser detto, se è permessa la
-contraddizione, naturalmente. Le signore non potevano protestare).
-
-— Permettete allora, signori ed amici, — disse quel tal Filippo, — che
-anch’io dica la mia. Io mi esalto e glorio perchè son nato buffone.
-Socrate nostro non può profferire parola che non sia seria; io invece
-non posso dir cosa che non sia buffonesca. Dire una cosa seria è per
-me impossibile: come diventare immortale. Socrate dice di sentire
-l’ambrosia di non so qual Nume o Demone di dentro. Io sento dentro di
-me un onesto suino che annusa l’ambrosia delle buone pietanze.........
-
-— Ehi, ehi! — interruppe d’un tratto il buffone Filippo. — Si può
-sapere che cosa fanno quei due laggiù? Ma quella è la danza, diciamo
-così, del ventre!
-
-Infatti la bella donna ed il giovane aulete, rimasti senza occupazione,
-avevano per conto loro attaccata una danza, una danza.... Come
-dire? Un’abbominevole danza: quella che è detta oggi la danza degli
-Apaches, la danza dei selvaggi che piace anche alla nostra buona
-società. Io credo che sia una riproduzione dell’antica danza che i
-due primi selvaggi, Adamo ed Eva, danzarono la prima volta ed ebbe per
-conseguenza Caino ed Abele: una specie di _tango_.
-
-La donna era di un verismo assai perturbante.
-
-— Smetti, ragazza, — gridò Filippo. — Mi si desta Afrodite, e sorge
-Eros.
-
-Cosa strana! In tutti si destava Afrodite, ed anche Eros.
-
-E poichè i due smisero, furono mandati via.
-
-— Per Giove, — esclamò Callia, — sapete, amici, che Eros, Amore, è un
-dio misterioso anche lui! Misteriosa certamente è Demetra; misteriosa è
-Minerva, ma anche Amore non ischerza!
-
-— E il modo come si manifesta!
-
-— E come è invincibile!
-
-— E come è indomabile!
-
-— Il più giovane ed il più bello degli Iddii, perchè chi può imaginare,
-signori, Amore non dirò con la barba bianca, ma con la barba?
-
-— E nel tempo stesso, signori, il più vecchio fra gli Iddii, perchè
-come sarebbe nato Giove se prima non c’era Amore?
-
-— E il più corroborante fra gli Iddii! Più assai di Dioniso di cui poco
-fa parlava Socrate! Non ci fu che quel vile di Paride, che quando era
-preso da Eros, si sdraiava sul letto: ma io allora sbranerei i leoni,
-lotterei coi centauri, coi Lapiti, pur di arrivare all’oggetto che
-concupisco!
-
-— La più bella istituzione del mondo è Eros!
-
-— La più piacevole!
-
-— La più esilarante!
-
-— Sparsa dovunque: dovunque ci si volta, ecco Amore!
-
-Così dissero i convitati di Callia in lode d’Amore.
-
- *
-
-«Oh, gli indecenti maschi avvinazzati! gli orribili Ateniesi!» —
-potrebbe qui esclamare la mia ideale signora — «I profanatori, non i
-lodatori d’Amore!»
-
-«Ecco, signora: io credo piuttosto che tutto provenga da un diverso
-modo di giudicare l’Amore. Per noi moderni l’Amore è una cosa così
-complicata, così difficile, così piena di conseguenza! E poi troppo
-ideale: e spesso l’ideale se ne va, e non rimane, _pardon!_, che il
-pitale d’Amore.
-
-Per gli Elleni invece era una cosa più semplice. Essi volevano soltanto
-conoscere che cosa era quel delizioso furore di Eros: un problema
-scientifico! E perciò i nostri convitati stanno per dire cose un po’
-sciocchine, un po’ puerili specialmente per chi è abituato alla nostra
-così spaventosa psicologia dell’Amore; e, forse, un po’ invereconde: ma
-tutto il loro discorso non fu inverecondo perchè nella loro mente Eros
-si presentava come un problema scientifico.
-
- *
-
-Disse, dunque, uno dei commensali:
-
-— Come si spiega, o amici, l’arduo problema che c’è l’amore degli eroi
-e l’amore, diremo così, dei suini?
-
-— È semplicissimo, — rispose un altro dei commensali. — Afrodite, la
-mamma di Amore, ha avuto due figliuoli; cioè due Amorini, un Amorino
-eroe e un Amorino maiale, in quanto che la nobile dea ha creduto di non
-far torto a nessuno....
-
-— Ma, e perchè, — chiese un terzo, — due putti, uno maschio ed uno
-femmina, sono a un dipresso uguali, sino ad una certa età: ridono,
-scherzano insieme; poi viene un bel momento che la puttina trema
-davanti al maschio; ha paura e fugge; fugge, ma lascia andare tutte le
-chiome lunghe lunghe per essere presa, e quando è presa, non piange ma
-ride? Se poi giungono alla vecchiezza, perchè tornano uguali, tornano a
-giocare in pace innocente ancora, come Filemone e Bauci?
-
-— E perchè, — disse un altro, — questa caccia furibonda e continua; e
-perchè, questo è ben un mistero! perchè qualche volta avviene che un
-maschio rincorre un altro maschio; e qualche volta una femmina corre
-dietro una femmina?
-
-— Oh, — disse un altro, — la spiegazione è abbastanza semplice: Giove
-quando creò la creatura umana, si pensò di congegnarla nel modo più
-compiuto e dilettevole; e perciò la combinò per tal guisa che in
-un solo individuo ci fosse maschio e femmina insieme. In principio,
-dunque, non esisteva l’uomo e la donna: ma soltanto l’androgìno, cioè
-l’uomo-donna.
-
-Chi sa come andarono le cose? Giove dice che l’androgìno era
-prepotente, cattivo ed ingrato. V’è chi dice che Giove si stancò
-dell’androgìno, nello stesso modo che i gran signori si stancano dello
-stesso balocco. Il fatto è che Giove si mise a spaccare tutti gli
-androgìni in due, come si fa con le acciughe, e diceva: Se non siete
-buoni, vi spaccherò in quattro, ed anche in otto! Ed ecco che, fatta
-appena questa operazione, la metà maschia si mise a cercare la sua metà
-femmina, spasimando come tante biscie tagliate. Questa cosa è tanto
-vera che anche oggi la moglie è chiamata la mia «metà». Ma chi sa dove
-si trova la sua metà? Ed è per questo che quasi nessuno è contento
-della sua metà, ma desidera molto di mutare la propria metà, per vedere
-se trova quella che già combinava con lui. Spesso poi avviene che una
-metà maschia si attacca ad un’altra metà maschia, ed una metà femmina
-si appiccica con un’altra metà femmina, tanto è il cieco furore della
-caccia!
-
-Così spiegò uno dei convitati, e tutti furono soddisfattissimi.
-
-Tutte queste spiegazioni non erano propriamente la verità: ma è
-necessaria agli uomini la verità quando basta agli uomini una fola?
-
-Ora siccome ognuno aveva detta la sua, così si volle sentire anche
-Socrate; ed ecco, quest’uomo, dissimile da tutti gli altri uomini,
-venir fuori, non con un’altra storiella piacevole, ma con una di quelle
-cose lugubri che si chiamano verità.
-
-— Perdonate, signori ed amici, — disse, — la mia dappocaggine, la mia
-inguaribile dappocaggine, per effetto della quale non mi è possibile
-dire altra cosa che non sia la verità. Vi devo dire che cos’è Amore?
-Amore è una volontà di vivere, un disperato e oscuro bisogno che ogni
-essere mortale sente di generare la sua immortalità. Perciò ogni essere
-creato combatte e vive in difesa del suo germoglio, cioè de’ suoi
-figli, che formano la sua immortalità.
-
-— Ma allora, — esclamò con dolce stupore il giovanetto che si era
-vantato della sua bellezza, — i miei amori sarebbero riprovevoli amori
-perchè io non germoglio.
-
-— Allora, Socrate, — disse Callia, — Amore non sarebbe precisamente il
-Piacere!
-
-— Il Piacere, — ripetè Socrate, — serve per la vita, caro Callia, ma
-non è la vita.
-
-— Permettimi, caro Socrate, di osservarti, — disse Filippo, — che le
-tue opinioni sono piuttosto melanconiche e restrittive. Io per me mi
-sento perfettamente suino o faunico che tu voglia dire; io non ho alcun
-bisogno di immortalità; anzi ho paura dell’immortalità. Da bere, da
-bere, Callia, e in grandi crateri, questa volta, anche se a Socrate non
-pare. Tu ci vuoi far digerire male la gioia del convito!
-
- *
-
-Povero Socrate, così buono e intelligente! Egli non aveva nessuna
-intenzione di disturbare la gioia di quel convito: era quella malattia
-della verità!
-
-E chi non beve il dolce vino della favola, ma si ostina a bere l’acqua
-cruda della verità, corre il rischio di rotolare e far mala fine,
-come San Francesco gran bevitore d’acqua, che, per contemplare l’alta
-verità, rotolò dal monte della Vernia.
-
- *
-
-Sul far dell’alba ognuno se ne tornò alle sue case.
-
-Ma Socrate era ancora lì con il suo buon Apollodoro sulla riva del mare.
-
-Parlò allora Apollodoro, che per timidezza mai aveva parlato durante il
-banchetto.
-
-— Quale splendente verità tu hai detto, Socrate mio, — esclamò
-Apollodoro con venerazione, — più bella e luminosa dell’occhio del sole
-che ora sorge e accarezza l’Acropoli.
-
-— Considera, considera, Apollodoro mio, — diceva Socrate, — anche
-queste altre verità.
-
-— Quali, Socrate?
-
-— Ecco: sai tu, Apollodoro, quanti figliuoli abbia avuto Giove?
-
-— Impossibile, Socrate. Chi li può numerare?
-
-— Vero! I figliuoli di Giove sono innumerevoli. Però osserverai una
-cosa: che, fatta una sola eccezione per la dea Minerva la quale venne
-fuori da per sè dal cervello di Giove e non succhiò latte di donna,
-tutti gli altri figliuoli Giove li ha generati dalle più belle femmine
-del mondo, tutte bianche, tutte docili, tutte devote, tutte silenziose:
-Elettra, Europa, Leda, Alcmena! È strabiliante, Apollodoro, ma è così,
-proprio così! Il termine più alto della bellezza che la nostra mente
-contempla, è la donna; e noi cerchiamo appunto di procreare nella
-maggior bellezza per creare la immortalità più bella.
-
-— Sublime verità tu hai detto, o Socrate, — rispose l’estatico
-Apollodoro. — Oh, ecco che spiego ora a me stesso perchè anch’io, che
-disprezzo tutte le cose mondane, pure non so staccare questi peccanti
-miei occhi dalla bianchezza della donna! E anche tu la guardi, Socrate.
-
-Socrate sospirò profondamente.
-
-— Ah, perchè — prosegui Apollodoro — le belle donne allontanano invece
-lo sguardo da te? Perchè tu, come Giove, non puoi ingannare la loro
-stupidità, trasformandoti in cigno, in pioggia d’oro, in bianco toro
-come fece quel Dio? Chi sa quale generazione immortale verrebbe fuori!
-Altro che Ercole! altro che Achille! altro che Castore e Polluce!
-Oh, ecco Minerva, vedi, o Socrate, — esclamò Apollodoro, — la divina
-Minerva dovrebbe congiungersi con te.
-
-— La quale sventuratamente — disse Socrate sorridendo — è nata sterile.
-
-Apollodoro, col capo in giù, pensava alla singolare fatalità che
-Minerva era sterile, e solo quella bianca oca di Leda fu capace di
-covare quattro ova per volta!
-
-— Però, — disse Socrate levando la faccia camusa e sorridendo alquanto,
-— tu puoi generare anche con Minerva!
-
-— Generare con Minerva? — chiese Apollodoro. — E che nascerà?
-
-— Nascerà l’idea! — disse Socrate.
-
-(Beatrice, l’amante di Dante, infatti, non soltanto fu sterile, ma
-non aveva che due grandi occhi ed un manto; eppure generò la _Divina
-Commedia_).
-
-— Sublime, generare l’idea! Questa è la grande immortalità! — esclamò
-Apollodoro.
-
-Ma ora anche Socrate ritornava col capo all’ingiù.
-
-Forse pensava come fosse complicato quel problema di Amore, che egli
-aveva al banchetto di Callia enunciato un po’ troppo semplicemente.
-Dall’Amore del suino per la bella suina allo scopo di immortalare la
-razza dei suini, all’Amore di Dante per la scarnificata Beatrice, è
-tutta una scala indefinita: ma una femmina è indispensabile: o suina o
-Beatrice.
-
-Ahimè! forse la fola dell’androgìno valeva quanto la verità enunciata
-da Socrate!
-
-Essi così si stavano muti sulla riva dell’azzurro mare al mattino, e il
-sole indorava l’Acropoli, quando Apollodoro esclamò:
-
-— Socrate, guardati! ecco viene Santippe.
-
-— Fuggiamo, figliuolo mio, — disse Socrate.
-
-— Impossibile! Ti ha riconosciuto. Senti già le alte strida?
-
-Era Santippe, infatti. Ella si era imbattuta nella comitiva dei
-convitati di Callia, che ritornavano in Atene. Aveva chiesto di Socrate
-e quelli ridevano.
-
-— Maledetti bardassi! cinedi porci! — aveva detto contro le loro
-risa, ed aveva seguitato a girare per ritrovarlo quel vagabondo di suo
-marito.
-
-— Eccolo qui, — disse, — che non si accontenta di aver persa la notte;
-ma anche il mattino! A casa, dico, che tu sei ubriaco fradicio!
-
-E presolo per la mano se lo trascinava dietro a gran passi. — Ma che
-proprio tutto io, tutto io? io accendere il fuoco? io scopare? e tu in
-giro a far gozzoviglia, muso da cane?
-
- *
-
-E quando Socrate fu giunto a casa, un visetto, un po’ camuso anche lui,
-si levò dagli stracci della sua cuna: due occhietti luccicarono, due
-manine batterono a palma a palma: _File pappos_, Papà mio!
-
-Era il suo ultimo germoglio.
-
-
-
-
-VIII.
-
-Il colloquio fra Anito e Meleto.
-
-
-Le profezie di Santippe non tardarono ad avverarsi.
-
-— Socrate, — diceva Santippe, — sta a casina tua, metti la testa a
-partito, chè sei vecchio; chiacchiera meno; se no ti predìco che farai
-mala fine.
-
-Ma Socrate si era sempre profumato — come già dicemmo — col profumo
-della verità, e perciò non poteva star zitto.
-
-Qui è indispensabile osservare come Socrate non fu lui solo ad avere
-questa abitudine: Cristo parlava dall’alto della montagna; Dante
-parlava dall’alto dei secoli; Campanella portava per emblema una
-campana, e aveva per motto: «_Non tacebo_, non starò mai zitto!»
-San Francesco andò scalzo e lacero a parlare davanti alla maestà del
-Papa; Tolstoi cammina per la neve, con la sua barba bianca, sino ad
-affacciarsi al nostro occidente e grida: «Io non posso tacere!»
-
-Ora quando si consideri come tutti costoro fecero mala fine, che
-Tolstoi, che era un signore, morì su la neve, risulta evidente che è
-assai meglio tenere la fiaccola sotto il moggio e non sopra il moggio:
-cioè seguire la saggezza del sentenzioso Bertoldo, il quale assicurava
-che in bocca chiusa non entrano mosche; e Bertoldo fu pure una
-rispettabile persona, e se morì male fu anzi per eccesso di delicatezze
-a cui il suo stomaco di bifolco non era abituato.
-
- *
-
-Dunque Socrate era un predestinato a far mala fine. Ma quando io penso
-che Socrate non fu condannato da un tribunale segreto, coi giudici
-notturni e mascherati; non fu crocifisso da fanatici ebbri di odio;
-ma fu condannato alla luce del sole, legalmente, da cento tranquilli
-cittadini giurati, allora io sono preso da una gioia furibonda, ed
-esclamo, come in principio: — Oh, Atene luce del mondo, non solo nelle
-arti, ma anche nella politica!
-
- *
-
-Atene — ci pare di averlo detto — era una repubblica, cioè uno stato in
-cui tutti i cittadini sono proprietari della sovranità. Ora, siccome la
-repubblica è quel governo appunto che è fondato sulla virtù, Socrate,
-il quale vendeva la virtù per le strade, avrebbe dovuto essere almeno
-presidente della repubblica.
-
-Invece Socrate fu condannato a morte, e appunto in una repubblica
-democratica. Questa cosa può fare dispiacere alle nostre convinzioni
-democratiche, per la quale cosa ci domandiamo: Come avvenne
-questo fatto strano che Socrate fu condannato a morte in una città
-democratica?
-
-Avvenne perchè Anito ebbe un importante colloquio con Meleto.
-
- *
-
-In Atene, città raffinata, la democrazia costava cara come la
-aristocrazia. Tutti i cittadini essendo sovrani, aspiravano anche ad
-una piccola lista civile, cioè a vivere sovvenzionati dallo Stato,
-tanto che lo Stato dava anche gli spettacoli del teatro gratis.
-
-Il denaro — equivalente sensibile della virtù — era molto ricercato e
-molto onorato in Atene. E similmente, come conseguenza, avvenne questo,
-che una volta un re che assediava Atene, invece di bombardare la città,
-vi fece entrare degli asini carichi d’oro: nessuna cavalcata eroica
-sortì effetto più bello! Atene fu presa risparmiando vite ed edifici.
-
-Per evitare quest’inconveniente, gli Spartani, che erano aristocratici,
-fecero coniare certe monete di bronzo da mezzo quintale l’una. Ma ciò
-non documenta se non la puerilità e la rozzezza degli Spartani, perchè
-l’uomo, quando si tratta di trasportare il denaro, è più robusto della
-formica la quale è capace di trascinare un peso circa duecento volte
-superiore al proprio peso.
-
-Questa è una facoltà che hanno gli uomini tanto in democrazia quanto in
-aristocrazia.
-
-Ma un inconveniente anche più grave e più speciale di Atene era la
-facilità con cui gli uomini, forniti di bella voce, arrivavano al
-potere. E quando si consideri che quasi tutti in Atene avevano bella
-voce, si capirà anche quanta gara ci fosse e quanta difficoltà nel
-mantenersi al potere.
-
-Gli Spartani invece non parlavano che a monosillabi.
-
-Questa diversità del modo di parlare fu, nel caso speciale di Atene e
-Sparta, uno dei motivi per cui i due popoli si guerreggiarono a morte.
-Ma anche altre diversità, come del colore, del modo di mangiare, di
-dire le orazioni, ecc., posson essere cagione di guerra. Ecco, dunque,
-gli Spartani che facevano guerra a morte agli Ateniesi.
-
-E noi possiamo osservare che in tutti i tempi i grandi guerrieri,
-questi tetri agenti della morte, sono taciturni come la morte. Perciò
-gli Spartani, che parlavano a monosillabi, furono vincitori degli
-Ateniesi che parlavano troppo!
-
-L’ultima battaglia navale fu un disastro irreparabile. La bella armata
-di mare degli Ateniesi, la più bella armata che allora navigasse il
-Mediterraneo, gloria e scudo di Atene, in un giorno di distrazione e
-discussione dei suoi capitani, fu sorpresa dagli Spartani, e andò in
-pezzi.
-
-Per effetto di questo disastro, Atene perdette la sua libertà e gli
-Spartani vi insediarono trenta Oligarchi, taciturni e sanguinari, che
-spadroneggiavano in Atene, tenevano chiusi i teatri, non permettevano
-di parlare e mandavano la gente a casa all’ora del coprifoco.
-
-Socrate anche in quella circostanza seguitò a parlare lo stesso.
-
-Ed allora il capo degli Oligarchi lo mandò a chiamare e con voce cupa
-gli disse: — Socrate, noi siamo stanchi fracidi dei tuoi discorsi!
-
-Ê molto probabile che Socrate avrebbe fatto già da allora cattiva fine.
-
-Ma gli Ateniesi, piuttosto che stare zitti, preferirono morire, e
-fecero una rivoluzione. E allora gli Oligarchi, che incutevano tanta
-paura, ebbero paura e scapparono. E qui diciamo come questo bello
-spettacolo di vedere i tiranni aver paura e scappare davanti alla
-rivoluzione, è uno dei vantaggi della democrazia.
-
-Atene, cacciati che ebbe gli Oligarchi, ritornò più democratica di
-prima, e il presidente della Repubblica, o primo arconte, si chiamava
-Anito, ed era di professione cuoiaio.
-
-Anito era una rispettabile persona ed era intelligente, prima perchè
-tutti gli Ateniesi erano intelligenti, secondo perchè le persone
-che arrivano al potere sono intelligenti. Era anche un formidabile
-democratico, perchè aveva sofferto l’esilio durante la tirannia dei
-trenta Oligarchi, e gli interessi della sua conceria erano stati molto
-danneggiati. Per impedire che la flotta andasse in frantumi una seconda
-volta, egli aveva provveduto facendo votare una legge che prescriveva
-che tutte le navi fossero fasciate con un triplice rivestimento di
-cuoio.
-
-Allo scopo poi di evitare congiurazioni contro lo Stato, Anito
-ispezionava e faceva diligentemente ispezionare le vie di Atene.
-
-Ora noi sappiamo che Socrate passeggiava per le vie di Atene e vendeva
-gratuitamente la _noùs_ ai giovani.
-
-Se Socrate avesse sparlato della democrazia e dei cuoiai puzzolenti,
-oppure avesse deriso il progetto del rivestimento di triplice cuoio per
-le navi, il sospettoso Anito avrebbe capito subito.
-
-Anito parlava lo stesso linguaggio di Socrate, ma non capì troppo bene.
-Le orecchie di Anito erano pelose. Ora quando si pensi che frate Egidio
-e re Luigi il Santo parlavano due diversi linguaggi, e pur si capirono
-soltanto alle sfavillanti, lagrimanti pupille; anzi l’uno davanti
-l’altro devotamente si inginocchiò, bisogna ammettere che questo umano
-linguaggio ha meno valore che non si crede comunemente.
-
-E non soltanto Anito capì poco; ma gli parve che il saluto a lui,
-presidente della Democrazia, fosse poco reverente.
-
-Alcibiade, nepote di Pericle (un intellettuale molto sospetto!) diceva
-bensì: «Salute, Anito!»; ma le sue pupille, dall’alto della pura
-clàmide, giravano così sardonicamente, che parevano dire: «Dove sei,
-Anito, verme della terra?»
-
-Ed i sicofanti avevano riferito per certe queste parole del giovane
-Senofonte: «Salcicciai e cuoiai arricchiti vadano pure al potere: ma
-col voto dei salcicciai e cuoiai soltanto. Noi, piuttosto che dare il
-voto a simili candidati, boicoteremo lo Stato, andremo volontariamente
-in esilio.»
-
-«Tutto questo, — pensava Anito, — è effetto della filosofia di quel
-vecchio. E che è questa filosofia che rende gli uomini indaganti,
-oltracotanti, ciarlanti, boicotanti, scioperanti?»
-
-Egli non sapeva che cosa fosse la filosofia; ma come uomo politico,
-cioè intelligente, capì che quel vecchio parlava parole a lui nemiche,
-e quindi era nemico pericoloso per la democrazia. (E questo di
-giudicare pericolosi i filosofi è, pur troppo, una qualità tanto delle
-aristocrazie quanto delle democrazie.)
-
-«Ah, è troppo tempo, — diceva Anito, — che quel vecchio chiacchiera per
-le vie di Atene!»
-
-E andava considerando fra sè come lo si potesse togliere dalla
-circolazione.
-
-«Ecco, — esclamò trionfalmente Anito, puntando l’indice contro la
-fronte, — noi possediamo l’organo legale, l’ostracismo! Blandamente,
-dolcemente, noi togliamo questo individuo dalla circolazione. Sì, ma
-dove li troviamo noi tremila cittadini che diano il voto per mandare
-Socrate in esilio? Per quale motivazione? Perchè parla troppo? Ma
-allora bisognerebbe mandare in esilio tutti gli Ateniesi! Eppure un
-motivo ci deve essere!»
-
-Anito, uomo politico, sentiva al fiuto che un motivo c’era. Ma quale?
-Non riusciva a trovarlo, e perciò si decise ad andare da Meleto, che
-era l’arconte basileo, e aveva l’orecchio più sottile.
-
-Questo Meleto non era un sacerdote: Atene non ebbe sacerdoti, chè
-se li avesse avuti, non sarebbe stata più Atene. Era soltanto una
-mente sacerdotale. Oltre a ciò convien dire che questo Meleto era
-un eupatrida, cioè un nobile, e lo si diceva un po’ partitante
-dell’aristocrazia. Ma essendo al potere, ed avendo anche lui approvato
-il rivestimento di cuoio per le navi, Anito e Meleto — cioè demagogo ed
-oligarca — si trovavano in buoni rapporti.
-
-Mentre dunque Anito si reca da Meleto, noi ci domandiamo: Perchè
-questa legge dell’ostracismo, cioè di un esilio blando e niente affatto
-disonorevole, non fu conservata nelle legislazioni che vennero di poi?
-Perchè quella legge fu trovata ingenua, cioè superflua.
-
-Dove Anito o Meleto salgono ai primi onori di uno Stato, gli uomini
-buoni si eliminano automaticamente, senza ostracismo.
-
- *
-
-Meleto era un personaggio flemmatico e maestoso, e il discorso
-che seguì fra i due uomini di Stato fu di molto interesse, anzi è
-memorando.
-
-— Quell’uomo, quel Socrate, — cominciò a dire Anito, — io l’ho
-ascoltato attentamente; parla di fabbri, di falegnami, di asini col
-basto, dice che conviene essere _kaloikagatoi_,[3] _filosofoi_....;
-eppure io sento che quell’uomo è pericoloso allo Stato. Pensa o non
-pensa vostra Eminenza quest’uomo pericoloso allo Stato?
-
-— Mah! — rispose Meleto.
-
-— Che cosa vuol dire «Mah!»? — domandò Anito che era uomo impaziente.
-
-— Mah, — rispose gravemente Meleto, — vuol dire «pericoloso» e vuol
-dire anche «niente affatto pericoloso».
-
-— Abbiate la cortesia di spiegarvi, perchè io non sono nato interprete
-paziente di enigmi.
-
-— Non è un enigma, buon uomo, — rispose Meleto, — è una cosa semplice.
-Se i peli delle vostre orecchie non vi avessero intercluso l’udito, voi
-avreste inteso che Socrate non parla soltanto degli asini col basto, ma
-parla anche di una voce misteriosa che ogni tanto gli ragiona, e lui
-solo ode, e lo mette in diretta comunicazione con Giove. Ora vostra
-Celsitudine può capire molto bene che se tutti gli Ateniesi fossero,
-come Socrate, in diretta comunicazione con Giove, io sommo pontefice,
-io arconte basileo, che servo appunto da interprete fra gli uomini e
-gli Dei, _fututus sum!_
-
-Detto ciò, Meleto tacque e sorrise. L’orlo del suo manto era scomposto,
-e se lo ricompose.
-
-— _Ne dia_, — esclamò Anito, — ma allora se tutti gli Ateniesi
-diventeranno ragionanti e ragionevoli, anch’io, arconte polemarco,
-_fututus sum!_
-
-Gli occhi sereni di Meleto fissavano lo scomposto volto di Anito.
-
-— _Ne dia_, per Giove, per la gran barba di Giove, — esclamò poco dopo
-ancora Anito, come percosso da un secondo lampo di luce, — se tutti gli
-Ateniesi, anzi se tutti gli uomini diventano _kaloikagatoi_, oltrechè
-_filosofoi_, siamo f..... tutti! Non più guerre, non più rivestimenti
-di cuoio alle navi! _Ne dia!_ le cose sono di una gravità immensa! Quel
-vecchio melenso mi fa una rivoluzione più terribile di quella che ho
-fatto io! Addio Meleto, vi do il buon giorno!
-
-— E dove va vostra Celsitudine?
-
-— Vado a salvare lo Stato, vado ad arrestare Socrate....
-
-— Io credo che si possa aspettare anche domani, — disse pacatamente
-Meleto. — Domani, o anche mai!
-
-— Mai?
-
-— Mai, buon Anito! perchè mai verrà il giorno che gli Ateniesi
-diverranno ragionanti e ragionevoli, mai verrà il giorno in cui gli
-asini col basto ubbidiranno alla voce del proprio Demone, mai gli
-uomini diventeranno _kaloikagatoi_! Il pericolo socratico, credete,
-Anito, è del tutto insussistente; è un futurismo senza futuro!
-
-— Ma il rivestimento di cuoio per le navi?
-
-— Il rivestimento di cuoio per le navi si farà, e così si faranno le
-armi, e così si faranno le guerre in perpetuo, — rispose Meleto. —
-La nobile Atene ha, a venti chilometri a nord, gli idioti Beoti; a
-venti chilometri a sud, i taciturni Spartani, che dove passano una
-sola traccia lasciano; quella della loro mano insanguinata e brutale:
-tutt’attorno poi a nord, tutt’intorno a sud, dalla parte dove il sole
-si leva, e dalla parte dove il sole tramonta, crescono e montano le
-generazioni dei barbari che nessuna forza o dio distruggerà! Non vi
-date, dunque, pensiero, Anito, nè per la guerra, nè per le armi, nè pel
-rivestimento di cuoio. La nobile Atene dovrà guerreggiare in perpetuo
-se vorrà salvare la sua Minerva!
-
-— Cosicchè voi, Meleto, — domandò Anito, — non condannereste Socrate
-nemmeno con il più dolce, con il più blando ostracismo?
-
-— Io lo avrei, e da tempo, colpito di morte, — rispose Meleto con
-gravità solenne; — ma noi siamo in una città democratica!
-
-Anito stupì e strinse calorosamente la mano a Meleto.
-
-— Allora convenite con me che quell’uomo è pericoloso allo Stato. Ma se
-prima dicevate che urgenza di pericolo non c’era?
-
-— No, buon Anito, urgenza di pericolo non esiste. Per la salute del
-mondo, mai gli asini col basto udranno la voce del Demone, mai gli
-uomini diventeranno _kaloikagatoi_, e sotto quest’aspetto il pericolo
-è insussistente. Ma ben è vero che gli Ateniesi sono già per loro
-natura troppo schernevoli, troppo mobili! Da troppo tempo hanno preso
-il mal vezzo di mettere, anche sul teatro, in burletta gli Dei! Mai
-codesto sarebbe tollerato in governo aristocratico! Perchè sappiate,
-o Anito, che per la salvezza di Atene e della terra, è sommamente
-necessario conservare intatto Giove, il Cesare del Cielo, con le sue
-gerarchie disciplinate: Briareo dalle cento braccia, Proteo dalle cento
-forme, Ercole con la clava enorme; i gran gendarmi di Giove! Imperio,
-ubbidienza e servitù. Ciò risponde alla configurazione della terra!
-Ma le democrazie sono instabili, fermentanti, tumultuose. Vanno alle
-estreme conseguenze della logica e della illogica; ed allora non è più
-possibile governare gli Stati. Ora quel vecchio pazzo che su tutto
-indaga, che su tutto discute, che insegna agli altri ad indagare e
-discutere; che crea il diritto e la sovranità dell’individuo, mentre
-non ci deve essere che un solo diritto, una sola sovranità, lo Stato,
-quel vecchio è l’essere deleterio e perniciosissimo alla salute della
-Repubblica.
-
-— Allora Socrate, — disse Anito con istupore, — è secondo voi
-essenzialmente democratico! Io lo credevo aristocratico.... Però
-sappiate, o Meleto, che se è necessario salvare la patria, io per
-questa occasione posso diventare aristocratico!
-
-Il grave capo di Meleto, l’arconte basileo, si chinò alquanto.
-— Confortatevi, Anito, — disse poi. — Forse Socrate è un
-aristocratico....
-
-— Allora io avevo capito subito.... — disse Anito.
-
-— Comunque sia, o aristocratico o democratico, — disse Meleto, — vano
-è ricercare. Una cosa è certa: Socrate è pestifero. Quella gioventù
-che indaga, dubita, discute, si affolla intorno a lui, è di mal seme!
-Atene, circondata come è da Spartani e Beoti, di una sola cosa ha
-bisogno, di una pesante spada di bronzo che cali con altrettanta
-brutalità come la spada spartana. Per parlare, uno solo basta,
-l’arconte. Gli altri basta che sappiano, con disciplinato silenzio,
-morire.
-
-— Oh, ammirabile uomo! — esclamò Anito. — Ma è ben pericolosa la
-filosofia!
-
-— Una malattia dello spirito, — sentenziò Meleto.
-
-— Una malattia, — rincalzò Anito, — che non ha altro effetto pratico
-se non quello di rendere i nostri Ateniesi malcontenti, impertinenti,
-disubbidienti, poco rispettosi anche verso di me. Andrò io bene alle
-radici del male, Meleto!
-
-— Sì, ma procedete, vi prego, con la legalità più scrupolosa.
-Siamo in città democratica, e per questo evitai io di prendere
-un’iniziativa qualsiasi. Ma poichè a voi così pare, fate. Badate
-però che la procedura non deve essere soggetta ad alcuna critica.
-Ricavate la sentenza sulle coordinate del Codice. Tutto sia — ripeto —
-perfettamente legale. Noi non vogliamo che una luce fosca sia gettata
-sui nostri costumi politici.
-
-Così parlò Meleto ad Anito ed Anito a Meleto.
-
- *
-
-E fu in conseguenza di questo colloquio fra Anito e Meleto, uno dei
-più interessanti colloqui storici che la politica ricordi ancorchè
-non si trovi registrato in alcun testo, che nell’anno primo della
-novantacinquesima Olimpiade, cioè l’anno 399, cioè quattro secoli
-prima ancora della passione di nostro Signore Gesù Cristo, gli Ateniesi
-lessero, — perchè tutti gli Ateniesi avevano l’istruzione obbligatoria,
-e quindi sapevano leggere, — affisso sotto il portico dell’Arconte
-Basileo, questa citazione, o libello, così concepito: «Socrate,
-figlio del fu Sofronisco e della fu Fenarete, ammogliato con prole,
-di professione scultore disoccupato, è accusato di perniciosissima
-propaganda contro lo Stato. Arrogi che egli non mostra il dovuto
-rispetto verso Giove, padre degli Dei e imperatore degli uomini, in
-quanto che insegna dottrine religiose contrarie alla religione dello
-Stato e alla democrazia, e perciò è di grave scandalo alla gioventù».
-
- *
-
-Quel giorno Santippe aspettò proprio invano suo marito per l’ora del
-desinare.
-
-
-
-
-IX.
-
-Oh, povera Santippe!
-
-
-Non a pena Santippe venne a sapere che suo marito era stato messo in
-prigione, ne fu molto perturbata.
-
-«Lo dicevo io che una volta o l’altra ci sarebbe capitato addosso
-qualcosa di serio! Eh, avessi io sposato un onesto trippaio! Suvvia,
-figliuoli, vestitevi con i peggiori abiti che avete (già di buoni non
-ne avete) e andiamo a metterci sulla porta per dove devono passare i
-giudici».
-
-I signori giudici giurati passavano gravemente in lunga fila di
-cento giurati, tutti vestiti coi manti bianchi. Essi si recavano al
-dikasterio, che vuol dire _la casa di Dike_, quella tale vergine e
-troppo delicata Giustizia, la quale vedendo che non c’era modo di
-salvare il suo onore, tornò su ancora in cielo: e allora ci andò ad
-abitare al dikasterio una buona donna più accomodante, la quale non
-essendo niente affatto vergine, era corazzata contro gli oltraggi degli
-uomini, da ogni parte, con triplice cuoio, come le navi di Anito.
-
-Ora Santippe all’angolo del dikasterio, faceva insieme coi figliuoli,
-gran corrotto, e tutti quei suoi capellacci rossi e quelle sue strida
-mettevano quasi paura, anche ai signori giurati.
-
-— Meschini noi! — urlava. — Or che faremo noi, deserti del nostro uomo?
-Adess’adesso vengo su anch’io nel dikasterio, e ci mettiamo tutti noi,
-insieme con lui, a piangere!
-
-Ma tutti i signori giurati erano di una gravità nera ed impressionante
-benchè vestiti di bianco.
-
-Mostravano verso Santippe la palla bianca degli occhi e le palme delle
-mani ai due lati degli occhi come per dire: «È una cosa grave, grave,
-grave!»
-
-E qualcuno pur le diceva: — Pare si tratti di un delitto contro lo
-Stato. _Crimen lesae maiestatis!_
-
-— _Proditionis insimulatus!_ — diceva un altro.
-
-— L’arconte basileo, oimè, sostiene l’accusa! — diceva un terzo.
-
-— Mah! — sospirava un quarto.
-
-— Sentiremo quello che risponde lui! Ma non sa nè parlare nè star zitto!
-
-— Voi, ad ogni buon conto, la mia buona donna, tenetevi qui pronta con
-questi marmocchi; al momento opportuno, quando si farà la votazione, vi
-manderemo a chiamare....
-
-E qualcuno più disposto a pietà, diceva piano ai colleghi: — Se non
-fosse una cosa sì grave, potrebbe costei tentar di inviare qualche
-donativo ad Anito....
-
-— Infatti, — rispondeva ancor più piano il collega, — _mùnera placant
-hominesque deosque_.... Ma che può mandare costei?
-
-— Che vai dicendo? — chiedeva Santippe.
-
-— Diciamo, buona donna, che Anito è di animo sensibile.
-
-Così dicevano, nei primi giorni del processo, i giurati alla buona
-donna, e lei si stava tutto il dì alla porta del dikasterio. Bene
-avrebbe elevato nell’aula le strida, e fatto gran corrotto non appena
-l’avessero chiamata!
-
-Mai però Santippe si sarebbe imaginata una simile tragedia, la quale
-avrebbe travolto anche il suo umile nome nella rivista della storia!
-
-Ma passavano i giorni, e Santippe non era chiamata su in tribunale.
-L’aspetto dei signori giurati era sempre più nero ed enigmatico.
-
-— Bisogna che vi armiate di coraggio, la mia donna, — disse uno dei
-giurati; — ma le cose si mettono al male, e quel disgraziato si vuol
-rovinare! Invece di star zitto e lasciar parlare il suo avvocato, parla
-lui! Invece di lagrimare o di strapparsi quei quattro cernecchi che
-gli avanzano in testa, sorride, sorride proprio in faccia all’arconte
-basileo, e in faccia ad Anito...., e in faccia a noi! Pare che si sia
-come fissato; e i suoi occhi spenti guardano cose lontane! Mah! — e le
-teste dei giudici più pietosi crollavano compassionevolmente sopra i
-candidi manti.
-
-— Ma lo sapete pure che è un insensato! — urlava Santippe. — Quando
-vennero a casa a prenderlo, sorrideva anche allora, e si lasciò portar
-via come un pecorino. Io gli volevo sformare il muso a quei sicofanti,
-ma lui mi disse di stare cheta e di non contrastare.
-
-— Non è una buona ragione essere insensato, — rispondevano gravemente
-i giurati. — Certo parla come insensato. Egli ha dichiarato che
-è dolentissimo; ma che per far piacere ad Anito e Meleto non può,
-specialmente alla sua età, mutare la sua vita. Lo vorrebbe anche, ma
-il suo Dio non vuole, il suo Dio, capite voi? chè per quello che anche
-noi se ne può capire, è più misterioso di Demetra, più intelligente di
-Minerva, più autorevole di Giove stesso. È l’accusa di Meleto! E lui,
-infelice, la ribadisce!
-
-— Meleto e Anito allora hanno ragione!
-
-— _Crimen impietatis_, oltre che _crimen lesae maiestatis!_ —
-mormoravano i giudici del popolo e non volgevano più nemmeno il bianco
-delle pupille verso Santippe.
-
-E venne un nunzio quando fu sera e disse: — Santippe, Socrate vostro fu
-giudicato reo!
-
-— Oimè, oimè, deserta, — urlava Santippe fuggendo per le vie d’Atene,
-— me l’hanno condannato quel povero uomo. L’hanno giudicato reo! Ma reo
-dì che? Disoccupato, scioperato, mentecatto, ma reo di che?
-
-— Datti pace, Santippe, — diceva la gente per le vie, — ogni speranza
-non è perduta.... L’hanno giudicato reo: questo è vero, ma la
-maggioranza è di soli tre voti. L’ultima parola non è ancor detta.
-Domani è l’ultima seduta. Meleto, sì, è vero, proporrà domani la pena;
-ma Socrate ha il diritto di fare una controproposta. È per legge! E
-allora sappi, Santippe, che sono ancora i giurati quelli i quali devono
-stabilire la pena.
-
- *
-
-Or dunque, quando venne l’ultimo giorno, grande fu la trepidazione di
-Santippe.
-
-Ma il dikasterio pareva quel dì muto come la casa dei morti. Declinava
-ancora il sole.
-
-Ad un tratto fu udito un gran tumulto, un urlo di cento voci, poi
-silenzio ancora, poi, dopo alquanto, furono spalancate le porte e tutte
-le cento toghe bianche dei signori giurati si precipitarono fuori in
-gran tumulto. Travolsero Santippe.
-
-Ultimi, lentamente, uscirono Meleto, Anito ed i notari e fiscali.
-
-— Noi abbiamo salvato la Repubblica! — diceva gravemente Anito.
-
-— Nel presente e nel futuro, — diceva Meleto.
-
-I notari, loro intorno, facevano reverenza, e si ripetevano l’un
-l’altro: — Una pervicacia inaudita, signori! Il disprezzo di ogni
-tradizione, di ogni legge!
-
- *
-
-Che cosa dunque era accaduto nell’aula del dikasterio?
-
-Questo era accaduto:
-
-I signori giurati avevano il giorno precedente approvato l’accusa di
-reità. Ma la maggioranza dei voti era stata assai scarsa. Tre voti
-appena!
-
-E Anito e Meleto uscirono dal dikasterio in quel dì con accigliato
-cipiglio squadrando i cento giurati, fra cui quarantasette (certo)
-erano quelli che giudicavano Socrate, non reo.
-
-Tutta notte Meleto, al lume della lucerna, meditò nel nero cuore la
-sua requisitoria. E come spuntò il dì, la recitò, e rimbombò l’aula del
-dikasterio. Egli, l’arconte basileo, domandava la pena di morte, _pro
-crimine impietatis_!
-
-— Ma perchè, signori giurati, — proseguì Meleto, — nulla la democrazia
-ateniese fece e farà mai contro la legge, prima che voi diate sentenza,
-a te, Socrate, spetta proporre di quale pena ti giudichi meritevole.
-
-— In verità, Meleto, in verità, Anito, e tutti voi, signori di Atene, —
-cominciò allora Socrate, — io ben considerando di avere speso tutta la
-mia vita in pro’ vostro e di avere per questo trascurato gli interessi
-miei e quelli della mia famiglia, domanderei invece un premio. Ma
-sono vecchio oramai, ho settantacinque anni e perciò io mi restringo
-a chiedervi una tenue pensione; e quanto a voi, Meleto ed Anito, io
-chiedo la nomina nel Pritaneo, dove lo Stato onora e nutre i suoi
-cittadini più benemeriti.
-
-(Noi oggi diremmo la nomina a membro del Senato.)
-
-E fu allora che un clamore immenso si levò fra i giudici: — Quell’uomo
-schernisce la maestà della legge!
-
-— No, membro del Pritaneo? — continuò Socrate. — Voi mi volete
-condannare ad ogni modo? Ebbene: io allora ubbidirò e pagherò una
-multa: tutto quello che io vi posso dare, vi darò, signori giudici!
-
-E così dicendo, Socrate levò e presentò alta una moneta: un obolo!
-
-(Noi diremmo: due centesimi.)
-
-E fu così che quegli onesti bruti votarono la pena di morte a totale
-maggioranza.
-
-Tutti quei cento bruti da molti giorni soffrivano di una cotale
-prurigine alla pelle, come se le parole di Socrate fossero state
-un’invisibile, un’impalpabile polvere vescicatoria.
-
-— A morte! — gridarono i giudici.
-
-— A morte, signori Ateniesi? — domandò allora Socrate senza mutar voce.
-— Ma ci potremo intendere benissimo, giacchè il Dio solo sa e conosce
-se la morte è un male od un bene.
-
- *
-
-E fu così che Socrate, per profumarsi col profumo della verità e più
-specialmente per non poter tacere, fu condannato a morte.
-
-Avete ucciso, o Ateniesi, l’usignolo delle Muse, il savio vero,
-l’innocente, il miglior uomo che fosse tra voi.
-
-E gli uomini giudicarono savio l’insensato, ma soltanto dopo che
-l’insensato era morto!
-
-
-
-
-X.
-
-Santippe nella prigione di Socrate.
-
-
-Vi sono nella vita certe cose meravigliose ed indomite che la ragione
-di un galantuomo non riesce a capire.
-
-Io, per esempio, non capisco perchè Socrate non volle fuggire dal
-carcere quando quel giorno, che non era nè notte nè l’alba, venne
-l’amico Critone e gli disse: — Socrate, fuggi!
-
-E glielo disse con quella sollecitudine e con quell’affanno con cui noi
-avvertiamo una persona molto cara di campare da un grave pericolo e la
-sollecitiamo, perchè essa non vede, non cura, non è sollecita.
-
-E Critone trovò Socrate non stoicamente «impassibile», nel suo carcere,
-come spesso si legge di alcuni grandi eroi che erano condannati a
-morte; ma lo trovò, come sempre, buono ed affabile. Era forse un po’
-disturbato, in quanto che Critone lo aveva allontanato dal sonno, e
-pareva quasi voler rimproverare il suo giovane discepolo con quelle
-parole: — Come, Critone, a quest’ora? È già spuntato il sole? — e
-pareva volesse dire: — Perchè mi hai tu chiamato alla vita?
-
-— Perchè tu devi fuggire, — dice Critone, — devi salvarti: tutto è
-pronto per la fuga, le guardie del carcere sono state comperate da noi.
-
-E Socrate disse che non voleva fuggire, e Critone vide la faccia di
-Socrate distendersi nel suo umile sorriso come se dentro un lume di
-letizia si fosse improvvisamente acceso.
-
-Critone cominciò a lagrimare. E Socrate cominciò a spiegargli le belle
-ragioni perchè non voleva fuggire.
-
-Ed è proprio vero quello che noi sappiamo, cioè che Socrate non
-volle fuggire per non far del male alla sua adorata, unica patria
-disubbidendo alle sue leggi?
-
-Sì, questo può darsi. Allora non usavano le nostre grandi patrie; ma
-usavano piccole patrie, le quali si abbracciavano con un’occhiata, e si
-abbracciavano anche col cuore più facilmente che non le nostre troppo
-grandi patrie. Ma può anche darsi che Socrate udisse al di là della
-voce di Critone che supplicava: «Socrate, fuggi!», la voce dell’umanità
-che diceva: «Socrate, non fuggire; Socrate, per carità, fatti
-ammazzare!». Perchè è un fatto che l’umanità ha bisogno, ha bisogno,
-ogni tanto, come l’Orco della favola, di divorare qualche uomo giusto.
-
-E potrebbe darsi inoltre che Socrate avesse sentito in quell’ora tutta
-la verità di quelle parole inebbrianti che egli già aveva dette ad
-Assioco: «Da quest’ora in avanti la mia anima desidera la morte».
-
-E potrebbe anche darsi che Socrate provasse in quell’ora quel furente
-entusiasmo, quella follia che Dante colloca nell’animo di un altro eroe
-tutt’altro che ingenuo, quando lo sospinge, vecchio, ad affrontare
-l’immenso mare, ignoto, delle tenebre: «Suvvia, Socrate, facciamo
-l’esperimento della morte! Scagliamo la nostra vita, con ancora tutte
-le fiaccole dei sensi vive ed accese, contro la morte!»
-
-Ma che ne sappiamo noi?
-
-Noi sappiamo che egli non volle fuggire e che la mattina in cui, a
-giorno già fatto, gli amici suoi, Fedone, Critone, Apollodoro, Cebete
-e altri entrarono nel carcere, per l’ultima volta, vi trovarono già
-Santippe.
-
-Povera e calunniata signora!
-
-Quante volte abbiamo letto nei libri, nei giornali, che mentre il
-marito sta per morire, la moglie consulta la sarta sull’abito da lutto!
-
-Ma Santippe, no: ella era nel carcere di suo marito perchè aveva
-saputo che in quel giorno Socrate doveva morire. Ella non disse: «Oh,
-finalmente se ne va quel buon uomo».
-
-Ella seguiva il marito.
-
- *
-
-Però la sentenza non potè subito essere coronata dalla esecuzione;
-passò più di un mese tra la sentenza e l’esecuzione. Ciò avvenne perchè
-non sarebbe stato legale uccidere Socrate in quel frattempo! Quello
-era un sacro tempo! Ogni anno una nave salpava dal porto di Atene per
-portare doni _ex voto solemni pro accepta gratia_, al dio Apollo che
-abitava l’isoletta di Delo. Ora per tutto quel tempo era per legge
-vietato di ammazzare. Dopo, sì, si poteva ammazzare! Ma a cagione del
-mare cattivo e dei sacri banchetti, la sacra nave tardava ad arrivare.
-Ora finalmente era ’arrivata ed era permesso ammazzare.
-
-Ad Anito e Meleto, all’aristocrazia ed alla democrazia, stava a cuore
-la più scrupolosa legalità.
-
-Gli ufficiali di giustizia, che erano Undici, si erano affrettati
-di buon mattino a slegare Socrate, che per tutto quel mese era stato
-incatenato come una malvagia bestia, e il servo dei magistrati — noi
-diremmo, il boia — pestava tranquillamente la cicuta nel suo mortaio.
-
-Era press’a poco l’ora lugubre in cui l’_esecutore delle grandi opere_
-— come i Francesi, eleganti sempre, chiamano il carnefice — sorveglia
-al lume delle fiaccole se la ghigliottina è montata a dovere; e si
-veste l’abito nero: l’ora lugubre in cui gli elettricisti in America
-provano la bontà della corrente nella sedia elettrica: in cui in altri
-paesi il boia impiccatore sporge per l’apertura della carcere la sua
-pupilla per vedere sul condannato di quale lunghezza deve essere la
-corda della forca. Ai tempi di Socrate non esistevano questi lugubri
-progressi tecnici e la morte legale era somministrata in una maniera
-più intima e meno spettacolosa.
-
-Si dava la cicuta.
-
-La cicuta è una pianticella che cresce nei luoghi umidi. Essa è molto
-simile all’utile prezzemolo e produce una morte — dicono — quasi
-tranquilla, come quella che spesso avviene naturalmente, quando questo
-povero nostro cuore improvvisamente si ferma per non riprendere più.
-Certo non così estetica e tranquilla come la descrive Platone, ma
-insomma una cosa discreta!
-
-Dunque gli amici entrarono e trovarono Santippe nella prigione.
-
-Ella era venuta di buon’ora insieme con i magistrati, detti gli Undici.
-Si era levata presto quella mattina perchè aveva saputo anche lei che
-la sacra nave era giunta. Il più piccino dei figliuoli si era svegliato
-di soprassalto sentendo che la mamma si levava che era quasi notte, e:
-— No via, no via anche tu, come il babbo! — aveva detto e poi si era
-messo a piangere; e allora Santippe lo aveva infagottato alla meglio
-per non farlo piangere di più e non svegliare gli altri due fratelli
-che, per fortuna, dormivano.
-
-E per le vie ancor buie di Atene, era corsa alle carceri e aveva
-veduto entrare i signori Undici. Allora s’era messa a galoppare col suo
-figliuolo in braccio; li aveva raggiunti e: — Oh, Madonna, oh, Signore,
-è vero — chiedeva all’uno e all’altro degli Undici — è vero che oggi
-mio marito deve morire?
-
-— E arrivata infine la sacra nave da Delo, — risposero gravemente gli
-uomini della legge.
-
-— Andate là, vedete di aspettare, lasciatemi andare da Anito, — chi sa
-che non gli possa parlare, che non abbia pietà di noi meschinelli.
-
-— La mia buona donna, — disse uno degli Undici — intanto a quest’ora
-Sua Celsitudine Anito dorme, e poi dite un po’, dove andrebbe a finire
-il mondo se si potesse così leggermente fermare la spada punitrice
-della Giustizia?
-
-— Ma infine, — urlò Santippe, — cos’ha fatto questo pover’uomo? Ha
-rubato? Ha ammazzato? No! Diceva delle cose senza capo nè coda perchè
-aveva come una fissazione! Eh, se si dovessero ammazzare gli uomini per
-le sciocchezze che dicono, allora non ci resterebbe neppur più la cria
-della vostra brutta razza prepotente.
-
-— Delle «sciocchezze»? — disse il più grave degli Undici, spalancando
-la bocca ammirativa dentro la sua venerabile barba, mentre gli altri
-degli Undici già salivano le scale della prigione. — Delle sciocchezze?
-Ha fatto grande scandalo!
-
-— Ma che scandalo?...
-
-— Ha disprezzato la legge della città! Ma sapete voi cos’è la legge? La
-legge è quella cosa......
-
-— Che la fa chi può, e la mangia chi deve, — disse Santippe.
-
-— Vi compatisco che non sapete quel che vi dite. E l’avere offeso Giove
-Olimpio che è il padre degli dei e degli uomini, vi par poco?
-
-— Eh, che non ci credete più neppur voi a Giove Olimpio, buffoni!
-
-E a quell’invettiva il bambinello che aveva, coi grandi occhi attoniti,
-sull’alto della spalla di Santippe, assistito a quella scena al lume
-delle lanterne che ingiallivano già, per l’alba nascente, scoppiò in
-pianto dirotto.
-
-— Sta buono, cocco di mamma tua, sta buono; ora andiamo dal babbo. Vuoi
-vedere il babbo? Sì? Ora lo andiamo a vedere. Ma non piangere.
-
-E salì dietro gli Undici, i quali erano molto seriamente occupati a
-levare le catene a Socrate.
-
-Ora appena fu entrata: — Socrate, Socrate, Socrate, — esclamò Santippe
-— ma dunque è vero? Ma perchè ti sei difeso così male? Anche Pericle
-si è messo a piangere davanti ai giurati, e tu perchè non l’hai fatto?
-Perchè non hai gridato «è Anito che mi odia»? E adesso come si fa? E
-per gli affari chi ci pensa? E come si rimedia a quell’ipoteca che ci
-mangia tutta la casa? Ah, vedi, che guadagno ci hai fatto con quella
-tua idea fissa del _kaloì kagathoì_!
-
-Intanto gli Undici avevano tolto la catena e se ne erano andati,
-lasciando Santippe, giacchè le antiche leggi ateniesi non erano così
-formaliste come le nostre, in quanto che non era stata ancora ben
-perfezionata la burocrazia.
-
-E quando fu sola con lui, gli si assise vicino sul letticciuolo,
-col bimbo, che tirava al babbo la barba con le sue dolci manine, e
-proseguì: — Ma se ieri l’altro, prima che arrivasse quella maledetta
-nave, Critone aveva combinato tutto, aveva pagato i carcerieri, era
-venuto a casa a dirmi di tenerci pronti! Io avevo messo da parte
-quei quattro stracci per poter scappare tutti insieme.... Io pensava:
-To’, non tutto il male vien per nuocere. Andremo a vivere a Megara, a
-Tebe; là, lontano dalle occasioni, senza più tutti quei suoi cattivi
-compagni che lo fanno parlare, chi sa che lui non badi di più alla sua
-famiglia. Così io pensava e chi sa anche che non gli entri in testa che
-il primo dovere di un uomo serio è quello di badare a sè ed alla sua
-famiglia.... Ma cosa ti saltò in mente, povero infelice, di rifiutare?
-Ma almeno parla, rispondi, ma di’! Se non lo vuoi fare per me, chè
-non mi vuoi bene, lo so!, fallo per questa creaturina qui, che è tuo
-sangue.... Non vedi come è pallidino, smorto? Ha un’anima anche lui,
-sai! Alza la testa.
-
-E fu in quel punto, che già il giorno era ben chiaro, che entrarono gli
-amici di Socrate; e allora Santippe, come una lampada su cui è versato
-dell’olio, scoppiò in un gran pianto, e la realtà imminente della morte
-le si affacciò nel suo orrore.
-
-— O Socrate, Socrate, — gridava fra i singhiozzi, — ecco l’ultima volta
-che io e i tuoi amici parleremo con te e tu con noi!
-
-E allora Socrate infine parlò. Si rivolse specialmente a Critone e gli
-disse: — Suvvia, amici, conducete via quella donna e rimenatela a casa.
-
-E allora avvenne una dolorosa scena perchè Santippe non voleva
-andar via, e ingiuriava e piangeva, lei e il bimbo. Ma finalmente fu
-trascinata a forza e spinta fuori e poi fu chiusa la porta.
-
-E stavano gli amici in mortale silenzio, quando Socrate, che era seduto
-— come dicemmo — sul lettuccio, soffregandosi la gamba che era stata
-per quasi un mese stretta nel morso della bestiale catena, sorridendo
-disse: — Ecco qui, — e indicava il lividore delle carni piagate dalla
-catena, — io provo un grande piacere, mentre prima provavo un grande
-dolore. Sapete che è una gran cosa, una meravigliosa cosa quella del
-dolore e del piacere? Che cosa sono essi? Ci stavo appunto pensando
-quando entrò colei, anzi mi era venuto in mente di comporre una
-favola come quelle di Esopo, nella quale volevo dire quello che me
-ne pareva, cioè che il Piacere ed il Dolore sono così strettamente
-congiunti insieme, che quando l’uomo vuole prendere l’uno è costretto
-a prendere anche l’altro. Vi pare? E perciò imaginavo che Esopo
-componesse così la favola, che il Dio volendo far fare pace a questi
-due nemici inconciliabili, il Piacere ed il Dolore, e non potendo, li
-legò insieme. Ed è quello che è avvenuto a me. Nella gamba, prima, per
-effetto della catena vi era il dolore, adesso, tolta la catena, vi è
-il piacere. Bella la favola, è vero? Più bella del ragionamento. Ora ci
-vorrebbero i versi. Ma chi ne ha tempo?
-
-Ora urgeva il tempo della morte.
-
-Mentre così parlava, Santippe col figlioletto si era rincantucciata,
-disperata e piangente, in fondo a un corridoio della prigione.
-
- *
-
-Che peccato che Sofocle, il vecchio immortale, che fu trascinato anche
-lui dai figli davanti ai giudici perchè pe’ suoi sogni negligeva gli
-affari di casa, che peccato — dico — che egli fosse morto da qualche
-anno! Se fosse stato in vita allora, avrebbe scritto su la povera
-Santippe una nuova tragedia, più potente assai delle molte che scrisse
-su gli eroi e sugli Dei.
-
-
-
-
-XI.
-
-La Immortalità dell’anima.
-
-
-La presenza di Santippe presumibilmente contrastava con l’argomento
-che Socrate, dopo essersi soffregata la gamba, stava per trattare con i
-suoi amici: cioè dell’immortalità dell’anima.
-
-Egli, come già, abbiamo veduto, non appena gli fu tolta la catena,
-aveva sentito il piacere, mentre prima sentiva il dolore. Una vera
-scoperta come quella di Archimede.
-
-Socrate naturalmente non tripudiò, come Archimede, per la sua scoperta
-sulla legge morale del Piacere e del Dolore.
-
-Gli faceva ancora un po’ male la gamba, per saltare; e forse gli
-faceva male anche il cuore per la vista di quel suo povero piccino,
-che dalle braccia di Santippe si protendeva sino al volto di lui,
-invano, per l’ultima volta, tentando e inconsapevolmente di conciliare
-gli inconciliabili e pure gli inseparabili, cioè Socrate e Santippe:
-inconciliabili ed inseparabili come il piacere ed il dolore: ed aveva
-esclamato il povero piccino: — _File pappos, pappos emòs_, caro babbo;
-oh, babbo mio! — E poi era stato trascinato via con sua mamma.
-
-Ben fu crudele Socrate verso Santippe e verso il suo sangue! Lo
-accerta Platone che non prese moglie, non ebbe figli. Ma forse può
-darsi che sia stato così! Socrate stava per isciogliere il suo ultimo
-canto sull’immortalità dell’anima. Egli era giunto in vista del
-grande oceano; egli, come il cigno morente, sentiva il canto salire
-vertiginoso. Santippe co’ suoi piagnistei, avrebbe dato disturbo.
-
-Ma può anche essere un’altra causa, che Platone non dice, cioè che
-Dioniso, il dio terribile e insieme pietoso, abbia concesso a Socrate
-in quelli estremi momenti quell’ebrietà, che toglie la sensazione delle
-cose vere presenti e dona la esaltazione per cui, tanto al savio come
-all’infante, la buia morte appare come una continuata vita.
-
-Dunque Socrate, prima di morire, parlò a lungo della immortalità
-dell’anima.
-
-Questo famoso discorso di Socrate sull’immortalità dell’anima, conserva
-anche oggi una strana forza di attualità. Sì, sì: il problema della
-morte rimane ancora uno dei più seri problemi della vita, ma sarà
-meglio non parlarne.
-
-Chi ha visto su di un caro volto immobile rinchiudersi il coperchio
-della bara, preferisce non parlarne. Dirò soltanto che dei molti
-argomenti di Socrate, o di Platone, questo più mi piace, come quello
-che più è semplice, tanto semplice che non è nemmeno un argomento: «Se
-non ci fosse la vita futura, ben fortunati sarebbero gli uomini malvagi
-perchè con la loro anima scomparirebbe anche la loro malvagità».
-
-Come anche pare una cosa assurda che per un bicchiere di cicuta,
-una innocente pianticella, propinata da Anito, si debba spegnere la
-meravigliosa sensazione del vivere.
-
- *
-
-Cadeva il sole quando il lungo discorso di Socrate sull’_immortalità
-dell’anima_ ebbe fine.
-
-Ebbe fine?
-
-Era dal mattino che il servo degli Undici teneva pronto il bicchiere
-della cicuta, e con una cortesia del tutto ellenica, attendeva che
-Socrate chiamasse.
-
-Infatti Socrate già disse agli amici: — Voi vi avvierete a questo passo
-che io transito, alquanto più tardi di me; ma già «ora mi chiama il
-fato», come direbbe un poeta tragico.
-
-E disse anche: — E’ mi par meglio prendere ora il bagno e lavarmi bene
-e poi bere il veleno, senza dare poi alle donne ed a Santippe la noia
-di lavare il cadavere.
-
-E questa fu l’ultima sua cortesia verso Santippe.
-
-Poi gli furono condotti i figli e Santippe anche. Conversò con essi
-alquanto, diede alcune sue disposizioni, e poi li rimandò.
-
-Noi non sappiamo altro.
-
-Dopo queste cose egli parlò poco di più.
-
-Venne il servo; portò il veleno; gli insegnò, da persona esperta, il
-modo che doveva seguire perchè il veleno presto salisse al cuore.
-
-Poi il servo se ne andò, dicendo a Socrate: — Addio, Socrate, procura
-di sopportare l’inevitabile meno dolorosamente che tu possa.
-
-— Si, addio anche a te, caro, — gli rispose Socrate: E vòlto agli
-amici: — Era una garbata persona, colui. Mi ha tenuto spesso compagnia.
-
-Poi prese con mano ferma il veleno e bevve tutto di un fiato.
-
-Allora la carcere si riempì di gran pianto. Ma Apollodoro, che tutto
-quel dì aveva lagrimato come Santippe invece di ascoltare i discorsi di
-Socrate sull’_immortalità dell’anima_, diè in un urlo, e venne fuori
-di sè, e fu allora che Socrate gli disse: — Ho mandato via Santippe
-specialmente per questo, per non vedere questi eccessi e queste
-lagrime. — Ed affissando con le grandi pupille gli amici, soggiunse: —
-Io ho sempre inteso dire che conviene morire lietamente.
-
-Poi attese camminando, finchè il gelo della morte gli giunse al cuore.
-Allora si sdraiò e si copri il volto. Ma ad un certo punto si riscosse
-e discoprendosi del lenzuolo e rivolgendosi a Critone, mormorò queste
-ultime parole: — Critone, noi siamo in debito di un gallo ad Esculapio.
-Dateglielo. Non ve ne dimenticate!
-
- *
-
-Esculapio era il dio della medicina, ed era costume in Atene, come oggi
-si paga il medico dopo che vi ha curato da qualche infermità, di fare
-un regalo al dio. E così Socrate voleva pagare e ringraziare il medico
-Esculapio per averlo guarito con la morte del male della vita.
-
-Socrate aveva, forse, trovato l’ultimo corollario della legge sul
-Piacere e sul Dolore. Era stato liberato dalla catena della vita,
-e forse allora sentiva piacere. Questo è quanto di più preciso noi
-sappiamo intorno all’_immortalità dell’anima._
-
-Dopo, ancora, ritornò il servo degli Undici. Percepì un fremito sotto
-il lenzuolo. Scoperse Socrate e vide che aveva l’occhio fisso.
-
-Questa cosa vedendo, Critone gli chiuse gli occhi e la bocca.
-
- *
-
-Sono passati parecchi secoli da quel giorno che Socrate morì per aver
-bevuto la cicuta, propinatagli dai suoi concittadini; ma strana cosa:
-io non mi posso raffigurare Socrate morto e la sua bocca sigillata per
-sempre. E sì che egli era ben morto corporalmente! Un poeta racconta
-che quando fu già dopo il tramonto, uscirono dalla prigione, a capo
-chino, in silenzio, quegli amici di Socrate, e poi quella povera
-Santippe; e c’erano davanti alla carcere alcuni monelli che giocavano
-con gli scarabei, e martoriando una civetta, e cantando:
-
- E gira, gira a tondo,
- E gira tutt’il mondo....
-
-Poi quando videro uscire coloro e dilungare così tristamente, capirono
-che l’uomo che doveva morire in quel dì, era morto; e allora ruppero le
-danze e corsero su dal carceriere, e sì gli dissero:
-
-— È vero che hanno ucciso quell’uomo brutto? Facci vedere l’uomo brutto
-che è morto.
-
-E quegli disse: — Se sarete buoni, vi farò vedere l’uomo morto.
-
-E così li condusse, perchè piace a molti che non hanno ancor lagrimato
-dentro il loro cuore, andare a vedere il morto.
-
-Ma cosa strana! Io non so imaginare Socrate morto. E la favola degli
-eroi che spezzano il marmo del sepolcro e risorgono, mi pare pur vera
-cosa! Io me lo vedo ancora tornare davanti, Socrate, col suo sorriso;
-e mi domanda con quei suoi grandi occhi tondi: — Che c’è di nuovo? Gli
-uomini sono diventati belli e buoni?
-
-— Si attende ancora, figlio di Sofronisco. Gli uomini stan diventando
-meccanici.
-
-
-
-
-XII.
-
-Avvertimenti agli infelici figli di Santippe.
-
-
-Il vostro buon papà, cari figliuoli di Socrate, si è ostinato a voler
-bere la cicuta. Ora giace col naso affilato e con le palpebre chiuse:
-le sue parole non le udirete mai più. Per questa ragione e per altre
-cause, che voi siete figli di un filosofo e di una donna bisbetica, il
-vostro avvenire probabilmente sarà infelice.
-
-Il vostro buon papà era un grande ammiratore di Omero, e aveva ragione.
-Voi lo ricordate, è vero, il povero babbo, con tutti quei suoi paragoni
-semplici e sottili del fabbro, del falegname, degli asini col basto?
-
-Anche il vostro povero babbo fu un gran falegname della verità. Ma ogni
-tanto, lo ricordate? veniva fuori con citazioni e versi di Omero. Omero
-è stato fra i poeti quello che più si è accostato alla verità umana, e
-perciò era assai caro a Socrate, il padre vostro.
-
-E se è vero, che nel mondo dei morti sarà ai poeti strappato un dente
-per tutte le bugie che hanno detto, è certo che moltissimi saranno i
-poeti sdentati. Ma Omero li ha tutti i suoi denti. Egli non mangiava
-lo zucchero filato dell’estetica, ma il nero pane della verità, che fa
-bene ai denti. Lo ricordate Omero — o figli di Santippe — quando parla
-di Astianatte figlio del re Ettore e di Andromaca, rimasto orfano dopo
-che Achille gli ha trucidato il padre e per tre volte ne ha trascinato
-il cadavere nudo dietro la furia dei cavalli correnti attorno alle mura
-di Troia?
-
-E lo aveva, lagrimando, Ettore sollevato su, il suo bambino, quasi per
-accostarlo a Giove che lo vedesse come era carino, e gli avesse un po’
-di pietà. Macchè! L’insensato dio non vide! Povero Astianatte, poveri
-figliuoli di Socrate e di Santippe!
-
-Astianatte orfano e solo, va ora, con le guance lagrimose e smunte, a
-trovare quelli che già furono amici di suo padre, e tocca agli uni il
-saio, agli altri il mantello. Ma essi rispondono: — Va, non ti conosco.
-— Il più pietoso fra essi gli accosta appena la tazza alle labbra, e i
-giovani orgogliosi lo ributtano e dicono: — Non toccare il pane delle
-nostre mense! — E i vicini, con la protezione delle leggi, portano via
-i termini del suo terreno e lo privano di tutto. Tale fu il destino di
-Astianatte, figlio del morto re Ettore; tale sarà il vostro destino,
-figli di Socrate.
-
- *
-
-Siete andati, o figli di Socrate, anche voi a tirare il mantello ed
-il saio agli amici del babbo? Vi hanno dato niente? Santippe forse era
-con voi, più vecchia, più bisbetica, più arruffata che mai. Ella avrà
-anche detto villania e vergogna. Avrà detto: — Guarda là! vedili là,
-quei bei _gingin_, che facevano bellin bellino a quel povero màrtoro
-di mio marito. To’! Fanno finta di non conoscermi. Non la conoscete più
-Santippe? la moglie di Socrate, _ne Dia_, per Giove; e questi qui sono
-i suoi figliuoli. Non vi hanno nemmeno guardato in faccia, creature
-mie, e sì che la fisonomia di vostro padre l’avete!
-
-— Oh, — hanno detto coloro sollevando gli occhi al cielo, — non
-dovreste mai nominarlo, voi, Santippe, quel sant’uomo di vostro marito,
-dopo tutto quello che gli avete fatto soffrire.
-
-— Soffrire io? Ah, vigliacchi di uomini! Parlano così loro, dopo che
-mi hanno sviato di casa quel pover’uomo, che gli hanno messa quella
-vesania, quella frenesia nella testa di andare a cercare il segreto
-delle cose, e a tener ferma in terra la Dike.
-
-Sì, c’era da lasciarci il ricordo delle unghie in faccia a quei
-signori, e Santippe il coraggio di lasciare le impronte delle unghie ce
-l’aveva; ma per allora si tenne quieta per la pietà dei figliuoli. Ma
-disse:
-
-— Suvvia, voi che foste amici di Socrate, vedete di trovare qualche
-impiego a questi ragazzi.
-
-Ma a chi parlava, o sventurata Santippe?
-
-Gli amici di Socrate non c’erano più!
-
-Critone, perseguitato, era fuggito da Atene; il dolce Apollodoro non
-aveva saputo sopravvivere. Socrate, il dio per cui viveva, era morto.
-Servire il mondo? Meglio morire! Senofonte, il gagliardo, era esulato
-da Atene, gonfio il cuore di sdegno, lontano, per lontane terre,
-per lontane guerre; Alcibiade, bellissimo, viveva chiuso nella sua
-perfida mente, e dopo aver meditato su la morte di Socrate, si era
-convinto della necessità di divenire magnificamente belluino, e perciò
-era diventato uomo politico, come Anito e Meleto; Platone, il soave
-Platone, quando ebbe visto il suo povero Socrate ridotto a quel modo,
-col naso all’insù, si era messo in un gran spavento, ed aveva giurato
-a se stesso di non occuparsi se non di cose tanto alte e sublimi che
-nessuno ci trovasse a che dire.
-
-«Anche nella storia dei filosofi, — meditava l’antiveggente Platone,
-— c’è puzza di sangue e di bruciaticcio. Ê bene cercare la immortalità
-per altra strada che non sia la prematura morte.»
-
-Perciò Santippe, che si era recata a trovare il buon Platone, non lo
-trovò.
-
-Andò da Alcibiade. Ma la casa di lui era guardata da cento servi in
-livrea, che non lasciavano passare.
-
-E gli altri? Gli altri, fatti già uomini, si ricordavano della
-avventura socratica tutt’al più come di una scappata di giovinezza.
-Qualcuno, forse, come Pietro, seguace di Cristo, si vergognava di
-essere riconosciuto quale discepolo di Socrate; qualche altro, come
-Giuda Iscariota, si era dato al traffico delle monete d’argento ed allo
-sfruttamento dei pezzenti. Dunque dagli ex-amici di Socrate non c’era
-proprio da sperar niente!
-
-Povera Santippe! Una piccola pensione dallo Stato non la avrà
-potuta ottenere, nemmeno. — Capisco, — le avrà risposto qualche capo
-divisione, — vostro marito è morto in servizio della Repubblica; è una
-tesi che si può sostenere. Egli esercitava l’ufficio di calabrone,
-come si qualificava da se stesso, il quale deve pungere un nobile
-ma indolente cavallo come era il popolo d’Atene. Ma era un servizio
-non richiesto, ed il cavallo ha dato una zampata ed ha schiacciato
-il povero calabrone. Una disgrazia, ma se la poteva aspettare la mia
-donna! Denari no, non ve ne possiamo dare, perchè sapeste quanto costò
-il rivestimento di cuoio per le navi! Volete dei biglietti gratuiti
-per il teatro? delle tessere per le cucine economiche? Stendete una
-regolare domanda.
-
- *
-
-Andò Santippe infine a trovare Eritreo. Eritreo, faccia ossuta, glabra,
-color limone, sorriso acido, volontà di macigno, erudizione spaventosa,
-ma senza Demone. Era il professore del Lyceum.
-
-Abitava una bella casa, ben ordinata e provveduta a cura dello Stato.
-Santippe, quando potè arrivare sino a lui, vide la sua gran faccia
-pallida sollevarsi dai codici.
-
-— Lei è?
-
-— Io son Santippe, moglie di Socrate, e questi sono i suoi figliuoli.
-Guardali in faccia, son lui nati e sputati!
-
-— Oh, pover’uomo! — esclamò Eritreo.
-
-— Cosa, pover’uomo! — garrì Santippe. — Pover’uomo lo posso dir io, non
-lei; perchè per quelle cose lì dei libri valeva più di tutti. Oh, non
-l’ha proclamato l’Oracolo di Delfo il più sapiente di tutti gli uomini,
-_andròn apànton Sòcrates sofòtatos?_
-
-Eritreo, oltre ai codici, aveva alcuni fidi discepoli che studiavano
-sui codici ed erano come nascosti dietro i codici.
-
-Un sorriso acido increspò le labbra di Eritreo all’esclamazione di
-Santippe e tutti i suoi discepoli sorrisero a quel modo, acidamente.
-
-— Ah, ah, — disse Eritreo, — la sentite, bennati giovani, codesta
-donna? Anche lei ripete, come taluni, che Socrate _primus deduxit
-philòsophiam de cœlo in terram!_
-
-— Ah! — esclamarono i discepoli.
-
-— _Deduxit nèbulas_, — disse Eritreo. — Ci portò delle fantasticherie!
-Buon uomo, che diceva di sentire un dio ignoto parlare.... Lo sentite
-voi?
-
-— Mai sentito! mai visto! — risposero premurosamente i bennati
-giovani, i quali, come Eritreo, avevano l’occhio lucido soltanto per le
-superficie non per gli abissi profondi.
-
-— E quale cosa — disse gravemente Eritreo, rivolto a Santippe — più
-contraria alla vera saggezza, al vero positivismo che volere gli uomini
-diversi da quello che sono? E quale cosa più ingenua che vivere la
-propria filosofia? Si professa, non si vive una filosofia.
-
-Le vampe salgono alle gote di Santippe.
-
-Dice quasi singhiozzando: — Ma se l’ha proclamato l’Apollo in Delfo....
-
-— E dov’è, buona donna, l’Apollo Delfico? Chi l’ha visto mai? Povero
-Socrate, in materia di religione egli è morto da ieri, ma ci pare già
-un antenato, uno dei tempi semplici del buon Solone. Un disgraziato
-che andava soggetto ad esaltazioni ed allucinazioni liriche! _Verum
-enim vero, quando quidem, dubio procul, edepol, meus deus fidius_,
-quand’anche fosse che vostro marito sia stato un valentissimo uomo,
-io sono desolatissimo, ma io prego di lasciarmi in pace, e di non
-compromettermi. Quel vostro marmocchio più piccolo già mi ha quasi
-sgualcito un codice.
-
- *
-
-E Santippe se ne andò peregrinando coi figliuoli nella Focide dove
-era il santuario di Apolline in Delfo. Ma il dio, che, in mancanza
-d’altri, ella voleva interrogare, non c’era, in fatti, come affermava
-quel letterato. Aveva emigrato per sempre; e Santippe non trovò che una
-scritta, un ben curioso geroglifico, inciso su di un macigno enorme.
-
-E il povero Socrate aveva camminato con quel macigno enorme sulle
-spalle nel cammino della sua vita; ed era stato schiacciato. E dopo
-Socrate verrà Cristo e rimarrà schiacciato, ed altri verranno nei
-secoli, attratti dal fascino del divino enigma che era scolpito
-profondamente su quel macigno, e conteneva queste tre parole: _conosci
-te stesso!_ E rimarranno schiacciati!
-
- *
-
-Ora è ben più triste la casa di Socrate: nemmeno più le strida di
-Santippe! Ella fa andare sul tagliere il setaccio per cuocere sul testo
-una focaccia, una crescia, un pulmento qualsiasi.
-
-Come nei tristi silenziosi tramonti invernali il raggio del sole balena
-su le pareti scialbe; dispare, riappare con un ultimo guizzo sanguigno;
-poi incombono le tenebre fredde violacee; così l’imagine di lui, di
-Socrate, si sofferma ancora nella povera casa, balena, scompare.
-
-Fra il ciarpame, in un angolo, stanno vecchie masserizie, che paiono
-avere quasi l’anima infranta; v’è anche una povera cuna. Quivi
-giacquero i figli di Socrate. Ed al mattino, quando il sole indorava la
-stanza, il sole scopriva i cari volti infantili: la dolce primavera,
-il cinguettìo dal nido ridesto al tepore del sole: «Ba.... ba....
-babbo, pappas!» Salutavano gioiosamente lui che li aveva chiamati, non
-richiedenti, alla faticosa vita: — _Pappas! Pappas, file pappas,_ bel
-papà!
-
-Ma tu non le udisti le care voci, o Socrate, tu col tuo cupo demone nel
-cuore che ti spingeva a cercare che cosa ci fosse nell’intima natura di
-ogni cosa: _ti en écaston!_ Va, va a ricercare _ti en écaston_, chè non
-lo saprai mai e quando l’avrai saputo, le cose saranno come prima.
-
-— Se vi salta in mente di andar dietro all’_Andreia_ (valore),
-all’_Aretè_ (virtù), alla _Sofrosine_ (sapienza), all’_Encratia_,
-al _Ti en écaston_, — dice Santippe ai figliuoli, — vi sbatto questo
-setaccio sulla testa e ve ne faccio una berretta.
-
- *
-
-E la notte è venuta.
-
-Ma di chi è il suono dei vecchi sandali? Di chi è quella voce armoniosa
-ed ironica?
-
-Chi è?
-
-E Santippe balza sul giaciglio: un soffio come di un bacio si posa sui
-rossi capelli, biancheggianti ormai, un ardore come di lagrime cadenti,
-e una voce risponde e mormora: — È Socrate, tuo marito....
-
- *
-
-E per tutto ciò ci sembra opportuno terminare questa narrazione con un
-passo o citazione autorevole, come è costume dei nostri eruditi.
-
-Esso è del gigante Gargantua, figlio di Rabelais. Gargantua, mangiando
-una certa insalata, non si era accorto menomamente di avere inghiottito
-sei pellegrini errabondi, che erano in essa. Ma se ne accorse ad un
-certo pizzicore che sentiva nello stomaco. Ed allora li rimandò fuori e
-così li ammonì:
-
-«D’ora innanzi non siate propensi a codesti oziosi ed inutili viaggi
-nei deserti dell’umano sapere. Rimanete nelle vostre famiglie, lavorate
-secondo l’animo vostro, educate i vostri figliuoli e vivete come vi
-insegna il buon Apostolo San Paolo. Per tale modo avrete la protezione
-di Dio e dei Santi, nè mai danno o peste graverà sulle vostre case».
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE.
-
-
- A CHI LEGGERÀ Pag. IX
- I. Ellade, giovinezza del mondo 1
- II. Come io mi trovai alle prese con Santippe 18
- III. Socrate per le vie di Atene 51
- IV. Socrate e la Morte 88
- V. Questioni molto serie proposte da Santippe
- a Socrate 101
- VI. Come Santippe ferì Socrate nel cuore 113
- VII. La cena dell’amore 131
- VIII. Il colloquio fra Anito e Meleto 163
- IX. Oh, povera Santippe! 189
- X. Santippe nella prigione di Socrate 202
- XI. La immortalità dell’anima 220
- XII. Avvertimenti agli infelici figli di Santippe 231
-
-
-
-
-OPERE DI ALFREDO PANZINI:
-
-
- _Piccole storie del mondo grande_ L. 7 —
- _La lanterna di Diogene_ 7 —
- _Le fiabe della virtù_, novelle 7 —
- _Il 1859. Da Plombières a Villafranca_ 5 —
- _Santippe, piccolo romanzo tra l’antico e il moderno_ 7 —
- _La madonna di Mamà, romanzo del tempo della guerra_ 7 —
- _Novelle d’ambo i sessi_ 4 —
- _Viaggio di un povero letterato_ 7 —
- _Io cerco moglie!_ 7 —
- _Il mondo è rotondo_ 7 —
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Demoniaco: qui ha il senso antico, di _sovrumano_, _ottimo_,
-_beato_, non di _sinistro_ o _malefico_.
-
-[2] Cara fu la cicala ai Greci e giustamente piacevole il suo canto che
-a noi pare noioso. _Dolce profetessa dell’estate. La vecchiaia non ti
-raggiunge, o cicaletta saggia, nobile, piena di canti e senza dolore._
-Così il vecchio Anacreonte. Ma la nostra età plutocratica e positiva
-chiama saggia la esosa formica.
-
-[3] Vuol dire, _belli e buoni_, cioè uomini puri, coscienti, capaci di
-governarsi da sè.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK SANTIPPE ***
-
-Updated editions will replace the previous one--the old editions will
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-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
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-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
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-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
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