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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Il Lago di Como e il Pian d'Erba - Escursioni autunnali - -Author: Pier Ambrogio Curti - -Release Date: July 10, 2021 [eBook #65610] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -Produced by: Barbara Magni - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LAGO DI COMO E IL PIAN -D'ERBA *** - - P. A. CURTI - - - IL LAGO DI COMO - E - IL PIAN D’ERBA - - - ESCURSIONI AUTUNNALI - - ILLUSTRATE DA INCISIONI IN LEGNO. - - - Dal bel rapir mi sento - Che natura vi diè. - PARINI. - - - - MILANO, - PRESSO L’EDITORE GAETANO BRIGOLA - — - 1872 - - - - - TIP. BERNARDONI. - - - - -L’andare in villa, non molt’anni addietro, era di pochi, di que’ -felici soltanto che la fortuna aveva dalla nascita privilegiati, o ne’ -commerci arricchiti: ora gli è, può dirsi, dei più. - -S’è così tornati alla manía del basso tempo antico, quando noi s’era -colonia di que’ famosi prepotenti che erano i Romani. Cicerone — -tanto per nominare qualcuno d’universal conoscenza — che non era -tra i più facoltosi, nè da patrizia famiglia nato, s’era appagato -di una sua velleità e contava nientemeno che ventiquattro ville di -sua proprietà, quantunque invero non prediligesse che le sue case di -Tusculo e di Pompei; e Cajo Plinio il Giovane, quello stesso che fu -delle nostre parti, anzi della città di Como, — senza dir del suo Tusci -che egli aveva alle pendici dell’Appennino toscano, e del Laurentino -che possedeva in Romagna sul litorale del Mediterraneo fra le città -d’Ostia e di Laurento — lungo le sponde ridentissime di questo Lario, -dove sto per accompagnare il mio lettore, ne aveva due, l’una a Villa, -che denominò _Commedia_, l’altra prossima a Bellagio, che denominò -_Tragedia_. - -Io perfino, che divido le cure della vita fra le cause, i processi -criminali e le umane lettere, ma che da Cicerone e da Plinio son per -merito e ricchezza lontano quanto ci corre dal gregario al generale, -partecipe della febbre che ha i moderni invaso, mi son passata alla mia -volta la follia di una villa, piccola sì, ma a me bastevole: _parva sed -apta mihi_, come direbbe il gran lirico latino. - -La manía poi del viaggiare a solo titolo di divertimento è tutta -propria dei nostri tempi; è il portato inevitabile delle tante vie -ferrate e de’ vapori che solcano tutti i mari; i Romani l’avevan pure, -ma pel solo gusto matto di tribolar le nazioni cui portavano la guerra -e di svaligiarle interamente... - -Ma io la piglio forse soverchio da lontano, per ispiegare al mio -lettore le ragioni di questo libro, nè va bene che l’annoi sin dal -principio. - -Volevo dire adunque che da noi, in Lombardia principalmente, non c’è -caso: quando arriva l’autunno, si vuol proprio andare alla campagna; -che noi della capitale — intendo la morale — si sognan tutto l’anno -le rive del Lario o i placidi e verdeggianti colli del Pian d’Erba, e -beati se ci possiamo andare! So di chi s’acconcia a scampagnare nella -catapecchia della nutrice d’alcun suo bambolo; d’altri a condannarsi -a starsene chiusi nelle case di Milano, purchè si creda che siasi alla -campagna. - -I viaggiatori che ci visitano, non ci lasciano se prima una giornata -non abbiano passato sul lago di Como, percorrendolo su per i piroscafi -che vanno e vengono da un capo all’altro; e chi appena lo possa, -si sofferma non pochi giorni ne’ diversi e veramente confortevoli -alberghi, che si sono venuti stabilendo ne’ varî punti di queste rive -popolate di paeselli e di ville leggiadre, che incantano di sè anche -coloro che han pur visto que’ miracoli di natura che sono i golfi di -Napoli e di Genova. - -Nel Pian d’Erba, è vero, non ci vanno come noi; ma la colpa è tutta -nostra, che non siamo pur anco giunti a praticarvi strade un po’ -convenienti e, meno ancora, alberghi; perchè tali davvero non ponno -dirsi que’ che adesso se ne hanno arrogato il nome. Ma la locomotiva -non tarderà guari a prolungarsi da Seregno almeno ad Erba, e sarà -allora un’altra cosa; la Brianza superiore non sarà più certo un mito -pe’ forestieri che saranno stati nella nostra Italia, e il bisogno -d’impiantarvi adatte stazioni verrà dietro per conseguenza. - -Or bene; villeggianti e viaggiatori, nel soggiorno di questi luoghi, si -domandano bene spesso: dove si va oggi? dove domani? - -Il mio libro è la risposta. - - Milano, maggio 1872. - - [Illustrazione: Castello Baradello.] - - - - -ESCURSIONE PRIMA. - -IL BARADELLO. - - Il Castello. — Uno sproposito di geografia. — Etimologia del - Baradello. — Un cenno geologico. — La storia del castello. — - Liutprando. — Barbarossa. — Camerlata. — Scopo del Baradello. - — Napo della Torre. — La chiesa di San Carpoforo. — Lapide. — - Villa Venini ora Castellini. — Il collegio alla Camerlata. — - Opificî industriali. — Ville Larderia, Martignoni, Prudenziana - e Carloni. - - -I. - -Non è alcuno di noi che, giungendo la prima volta in ferrovia alla -Camerlata, non appena uscito dal vagone, non abbia rivolto lo sguardo -a quella torre che sta di sopra il colle che sogguarda alla stazione, -e non sia corso a ricordare le mille storie che nell’infanzia gli -saranno state raccontate dalla nonna o dalla fante intorno ad essa, e -con certa curiosità non vi abbia per qualche istante tenuto l’occhio, -quasi a dirsi: non era dunque una panzana quella che aveva udito del -_Castell Baravell_, che così appunto nel nostro bisbetico dialetto -abbiam travisato il nome di Baradello. E siccome una volta almeno anche -l’ultimo de’ popolani s’è tolto lo spasso di visitare la città de’ -_missoltini_, — così chiamati que’ dolcissimi pesci che dà il Lario, -quando si misaltano o vengono disseccati —; così non è più adesso pel -minuto popolo nostro un mito, una favola, un alcun che di immaginoso -questo _Castell Baravell_, che ha udito le tante volte ne’ suoi giorni -d’infanzia ricordare. - -Ma siccome questo libro non è fatto unicamente per i miei concittadini, -non mi soffermerò più altro nè a ritessere quella storia della prima -fanciullezza, nè a sceverarla dalle ubbie e dalle fole immaginate -all’opportunità dalle serve o bambinaie per aver savî i lor marmocchi; -così ora toccherò al sodo ed a quel meglio che interessi. - -Sia che tu movendo da Milano percorrendo il cammin di ferro che si -ferma a Camerlata, sia che da Colico tu scenda col piroscafo per il -lago infino a Como, il castello Baradello ti si annunzia prestamente; -perocchè egli torreggi sovra il colle, o monte che meglio ti piaccia -di chiamare, il qual si eleva fuori appena la porta che riesce appunto -alla via che scorge a Camerlata e per di là a Milano. - -Questo colle, io ti consiglio di ascendere, o lettore, nella gita -che vorrai fare a Como, perocchè di là ti si parerà avanti il più -superbo panorama che si possa figurare; miracolo di cielo e d’aria, -vista di città e di paesi, di lago e di ville, di giardini e di -poggi amenissimi, di palagi e di chiese, di poveri tugurî e di -vasti stabilimenti industriali, di monti selvosi e di massi e vette -cinericcie e brulle d’Italia e di Svizzera, che gli è a pochi tratti di -distanza, ed anche di Savoja, che si fa rappresentare dal nevoso Monte -Rosa. - - -II. - -Sa ognuno di tutti noi come il monte Baradello chiuda il varco al -Milanese, e non sia vero che girando intorno ad esso si ritrovi la -strada che passa a Chiasso, primo villaggio della Svizzera italiana: -parrà strano nondimeno che a falsamente indicarlo fossero appunto -due scrittori di Como, e di quel valore che nessuno loro ricusa, -come sono Paolo Giovio, lo storico, o _storicone_, come chi il voglia -coll’Aretino corbellare[1], e Gastone Rezzonico prosatore e poeta non -degli ultimi. Scrisse il primo, parlando del Baradello: _in edito jugo -saxosae viae, quae tendit ad Helvetios_; cantò il secondo: - - minacciar dal giogo - Lo svizzero pedon che incerto move - Per l’aspro calle i faticosi passi. - -Di molto e molto si perdona al poeta, disse Orazio; è vero: ma forse -non si è disposti ad accordargli la favolosa possa di Atlante di -prendersi sulle spalle poderose un monte per piantarlo, come gli garba, -fuor del posto che gli ha assegnato madre natura. - -Perchè si chiami Baradello, io potrei dirtene più d’una, chè nulla è -più agevole che immaginare origini, etimologie: mi basterà invece di -accennare, come coloro che ne’ varî nomi di radice greca che si trovano -lungo il lago ne’ paesi — Lemna, Dorio, Nesso, Corenno, Colono, ecc. -— presumono argomentare essere qui state colonie greche, vogliano -il nome di Baradello derivare dalle voci _baris deile_ (βαρυς δειλη) -ossia torre della bass’ora o d’occidente, perchè dietro quelle giogaie -tramonti il sole; e chi invece dal celtico _Barrdell_, che significa -_monte piccolo_; e infatti è nome pur dato all’altro monte _Barr_ -presso Lecco, tra Malgrate e Oggiono — Baro —, che Plinio, copiando -Catone autore antico, non saprei con qual giudizio, pretende avesse -sul suo culmine una città denominata Barra, donde ne sarebbero venuti i -Bergamaschi e il nome della Brianza. - -Pei geologi può interessare per contrario il sapere come il colle -Baradello si costituisca di pietra arenaria, non altrimenti che sono -dell’egual roccia altre colline della provincia, e, stando agli _Atti -della società patriotica di Milano_ (Vol. III), se ne sarebbe nel -passato tratto allume e giallamina. - - -III. - -Se veniamo alla storia, cose del pari malsicure ne segnano i primordî -del castello che sovraggiudica questo monte. - -L’illustre autore della _Storia della città e diocesi di Como_, Cesare -Cantù, che, del resto, di notizie del suo lago e della Brianza ne ha -diffuse per tanti libri, nè sarà certo l’ultima volta che a lui per -esse ricorrerò, nel far cenno di questa torre quadrata che fra le -ruine grandeggia di Baradello, la trovò mentovata nel documento di -Liutprando re, che reca la data del 4 delle none d’aprile dell’anno -dell’incarnazione 800, primo del regno, indizione X, che, riferito -in nota a pagina 103 (vol. I, edizione Le Monnier), attesterebbe di -assai doni da lui largiti alla chiesa de’ santi Carpoforo e compagni -da lui fondata. Al qual proposito commenta lo storico: _Sebbene troppi -argomenti abbiamo addotti per giudicarlo, perciò vogliam fare stima che -chi lo finse avrà procurato, quanto l’ignoranza glielo permetteva, di -dargli aspetto di verità._ - -E soggiunge così le altre notizie che concernono il fabbricato: - -“L’abate Uspergense veramente ne attribuisce la fabbrica al Barbarossa; -ma può ben essere che abbia il terribile imperatore fatto risorgere -quel forte, smantellato dai Milanesi, allorchè Como distrussero. Il -castello fu abbattuto, sicchè nulla possiamo dedurre dalla sua forma: -resta una torre massiccia, ma senza porta, nè altro carattere. Chi però -ne guarda la solidità non troverà improbabile tanta antichità sua. La -tradizione aggiunge che una via sotterranea guidasse di lassù sino al -piano: fantasie applicate ad ogni castello, e nel nostro la rende meno -probabile l’immensa difficoltà! Alla torre si avrà avuto accesso per -un ballatoio a quella finestra grande che è alla metà; e le fosse, che -vogliono credere vestigia della strada segreta, saranno state cisterne -per conservar l’acqua.„ - -Dei tre castelli che fiancheggiavano la città di Como, e che erano il -Nuovo sopra San Martino, quel di Carnasino e il Baradello, è certo che -quest’ultimo fosse il meglio importante. - -L’opportunità del luogo (perocchè incomba alla città, e perchè non -occupata da sue forze e da’ suoi, la rocca le si sarebbe potuto -rivolger contro, se tenuta da nemici) non lascia dubitare che da -antichissimo, e prima ancora di re Liutprando, fosse una cittadella su -quella cima e forse una di quelle ventotto che ricorda il Giovio essere -state oppugnate in queste parti da Marcello. - -Federico Barbarossa la mise di poi in nuovo assetto, e dovea -chiudere nell’ampia sua cerchia il quartiere per la guarnigione ed -anche il palazzo ove stanziava il podestà e dove pure albergarono -quell’imperatore e la sua donna. - -Non sarebbe difficile, a chi volesse studiarvi sulle ruine, assegnar il -luogo del di lui palazzo, se esso fosse nel piano eminente, o se alle -falde: certo è dato argomentare come esso dalle munizioni traesse il -nome di _Ca-merlata_. - -E ad altro vantaggioso scopo valeva eziandio la torre del Baradello, se -vuolsi, com’io penso, aggiunger fede a quelle argute osservazioni dello -storico testè citato, e che pure è prezzo dell’opera il riportare. - -“Vi sarete accorti — scrive egli a pagina 47 del volume primo -dell’opera succitata — come i luoghi principali fossero in punto di -fortificazioni, così da resistere alla agitata fortuna. Ma poichè -ognuno per sè era troppo poco o per difendersi o per offendere, -formavano una maniera di federazione, o fosse colla città principale, -o contro di quella; ed era perciò mestieri usar qualche guisa per -comunicarsi uno all’altro i pericoli, le decisioni, le avventure. L’età -nostra adopera meravigliosi telegrafi, che colla velocità dello sguardo -tramandano a centinaia di miglia con esattezza le notizie; allora vi -si doveva supplire con grossolane maniere. Se ti fai a considerare, o -lettore, le nostre parti, vedrai delle torri sulle punte, sui poggi, -d’onde lontano possa la vista; or quelli appunto erano i posti su -cui stavano le scolte per esplorare la campagna e per ricevere e -tramandare i segni telegrafici. Accadeva un bisogno? doveasi chiamare -a parlamento, alle armi? comunicar un ordine, una notizia? Bandiere -di colore diverso e variamente sciorinate, o meglio una o più fiamme -disposte ne’ luoghi e nelle guise convenute, e replicate di vedetta in -vedetta, propagavano abbastanza rapidamente le novelle. - -“Per questo erano stabilite le torri in modo che una guardasse -l’altra. Al Baradello, se vogliamo toglierlo come centro de’ segni, -corrisponde, verso il lago, Torno, o piuttosto quel colle presso -Pognana che chiamano la Collina della Guardia; indi Argegno, oppure -la Cavagnola, che potevano comunicare alla Val Intelvi; poi Bellagio, -che da una parte alla Valassina, dall’altra al ramo di Lecco, da sera -mandava il cenno alla Val Menaggio e pel castello di Grandola al lago -di Lugano, e superiormente a Rezzonico, donde alla torre d’Olonio, -posta all’imboccatura della Valtellina. Da quella potea propagarsi -all’altra torre, che si vede ancora sopra Samolaco, donde al castel di -Gordona, feudo vescovile, ed a quel di Chiavenna; e per la Valtellina -al castello di Domosolo; e per le torri, poste principalmente sul -vertice degli angoli salienti, fino alla serra che chiudeva i risoluti -Bormini. Volgendo a nord-ovest, rispondeva al Baradello la torre -di San Nicolao a sopracapo di Mendrisio, poi forse l’erta ed amena -cima di San Salvatore, visibile a tutto il Ceresio; poi pel monte -Cenere tramandavasi il cenno a Bellinzona, al Verbano, alla _Chiusa_ -(la ciosa) dei Lombardi. Verso mezzodì era la posta a Cantù, donde -propagavasi al Milanese ed alla rôcca del Montorfano, che può a’ -lontanissimi confini della Brianza vedersi. I castelli posti tra mezzo -apprendevano le novelle di que’ principali.„ - -Il Castello di Baradello è ricordato come arnese che assai figura -nelle lotte guelfe e ghibelline del secolo decimoterzo. Sono note -le guerresche fazioni de’ Torriani e de’ Visconti. I primi, comunque -usciti dalla Valsássina della provincia di Como, pur essendo di parte -guelfa, s’erano legati a Milano con amicizia veramente larga. Avversi -essi ai nobili, ch’erano stati cacciati, ed eletti a capitani del -popolo, li combattevano con coraggio e valore, e se crudeli nelle ore -solenni della pugna, erano miti nondimeno e generosi dopo di essa; onde -la storia registrò quel che Martino della Torre ebbe a dire quando non -volle trucidare i ghibellini da lui fatti prigionieri: “Poichè non -ho potuto dar la vita, a nessuno vo’ toglierla.„ Ma espiarono tanta -generosità; soccombendo a’ Visconti nella battaglia di Desio, Napo -della Torre ed altri di sua famiglia vennero chiusi in una gabbia del -Castello Baradello, ed ivi così fieramente trattati da empir di gemiti -la valle ed a far iscrivere al Cronista: _In castro de Baradeìlo quasi -canes tractati sunt._ - - -IV. - -Sovra il colle medesimo del Baradeìlo vedesi ancora a’ dì nostri quella -chiesa, che più sopra ho menzionata, sacra a San Carpoforo, che si -vuole in paese sia stata eretta ne’ primi secoli dell’êra cristiana. -La tradizione pretende che in origine fosse tempio pagano dedicato a -Mercurio, e venisse poi convertita in chiesa cristiana e vi fossero -deposti e venerati i santi avanzi di Esanto, Cassio, Severo, Secondo, -Licinio e Carpoforo, che si dicono qui presso martirizzati per la fede, -sotto l’impero di Massimiano Erculeo. Siccome poi nella medesima chiesa -sarebbe, giusta la pia tradizione, sepolto anche Felice, pur chiamato -santo e che fu il primo vescovo di Como, così alla esistenza di tutte -queste preziose e venerate reliquie rese testimonianza una latina -lapide, che or più non sussiste, ma che letta in addietro così suonava: - - Huc veniens discat quæ corpora sancta requirat - Hoc altare tenet, sex tanto lumine splendent. - Hic sunt Carpoforus, tum Cassius, atque Secundus, - Et simul Exantus, Licinius atque Severus. - Hi spernendo viri mortem pro nomine Christi, - Nec metuendo mori, simul hic voluere reponi. - At talem numquam potuit quis cernere tumbam - Hic sanctis, sanctus locus est, multum venerandus, - Quem nullus cædat, potius sed dona rependat. - Extat et hic Felix divinis ductus habenis, - Verum divinum studuit qui dicere primum - Comi nempe bonus, primus fuit iste patronus: - In cœlis felix merito sit nomine Felix[2]. - -Il medesimo re Liutprando, che più sopra ho nominato, e il quale -restaurò questo tempio e gli fe’, come già dissi, molti doni, vuolsi vi -facesse da Roma trasferire eziandio i corpi de’ santi Giacinto e Proto. - -Mette conto a chi ha asceso il Baradello il visitare questi -interessanti avanzi. Si conserva tuttavia l’abside rotonda, la torre -del campanile quadrata, la confessione sotto l’altare, o _scurolo_, -come si direbbe dal volgo, od altrimenti cripta. All’altare poi si -ascende per due laterali gradinate. - - -V. - -Ora il Baradello non è più calpesto da militi catafratti, ma percorso -da allegre villanelle e da operosi contadini, perciocchè sia tutto -ricinto di fertili colli e vi si scorgano signorili ville. A fianco -della suddescritta chiesa di S. Carpoforo sorge la villa de’ signori -Venini, ora acquistata dal signor Castellini che ha un suo florido -collegio di maschile educazione a Camerlata. Non più l’_all’erta_ -delle scolte parte dall’ampia torre, ma la canzone rustica di chi vi -alberga si diffonde da quelle coltivate alture; non armi accolgonsi, -ma istrumenti di agricoltura; ed alla bassa Camerlata non fortilizî -più si ritrovano, ma gli edifizî operosi della ferrovia; e più in giù, -nella vallata, alla destra di Como, opificî industriali; e al piede -del colle, verso Garzola, la magnifica villa Larderia, ricca di acque -che le scaturigini del monte le somministrano; poi quelle altre de’ -Martignoni, della Prudenziana e del dottor Carboni. Così ai frequenti -gridi di guerra che per quelle vaghe pendici s’udivano ripercossi -dagli echi de’ monti circostanti, è succeduto il sibilo prolungato ed -acuto, ma pacifico, della locomotiva che annunzia l’arrivo o che saluta -la partenza di tanti e quotidiani viaggiatori; alle agitazioni delle -fazioni e alle intestine discordie tennero dietro le tranquille cure -e i riposi, a’ quali questi beati recessi, privilegiati da natura, -sembrano unicamente destinati. - - [Illustrazione: Monte Generoso.] - - - - -ESCURSIONE SECONDA. - -IL GENEROSO. - - La città di Como. — La chiesa di S. Fedele. — La basilica di S. - Abbondio. — Il Teatro. — Il Camposanto. — L’albergo Volta. - — Chiasso. — Il Crotto e le _polpette_ della Giovannina. — - L’_Albergo di Mendrisio_. — Dottore e albergatore. — Il Monte - Generoso. — Salita. — L’albergo del dottor Pasta. — La cura - dell’aria. — Geologia, flora e fauna. — Il dottor Pasta. — - L’albergo del Generoso. — Il tramonto. — Il Dosso-Bello. - — La vetta. — Panorama. — Ancora l’albergo di Mendrisio. - — La Cantina di Mendrisio. — L’Ospizio. — Vincenzo Vela. — - Ligornetto. — Le cave di Arzo. — Le acque solforose di Stabio. - — San Pietro di Castello. — Romanzo storico. - - -I. - -Discesi dalla facile e coltivata eminenza del Baradello, non s’aspetti -il lettore ch’io lo conduca subitamente al lago e quivi il tragga al -piroscafo che fumiga, ardente della sua corsa quotidiana a Colico, o -il faccia entrare nel burchiello, come vorrebbe il navicellaio, che -ci sollecita, il berretto nell’una e la catena della barca nell’altra -mano. - -Como ha ben altro ad intrattenerlo per un giorno, e anche più, quando -ami le cose veder per bene, non già solo per la futile soddisfazione di -poter dire: “ho visto.„ - -Fuor le mura avrà a vedere la chiesa di S. Fedele e la vicina fabbrica -di macchine idrauliche del Regazzoni; la basilica di Sant’Abbondio, -contemporanea a quella di S. Carpoforo, che ha già visitata sul -Baradello, e che servì di cattedrale insino al 1013, in cui il vescovo -Alberico v’ebbe a collocare i monaci retti dalla regola di S. Benedetto -e la cattedrale aprì in città nel Duomo attuale, che pur interessa -di visitare, come uno dei più insigni monumenti architettonici di -Lombardia, autore Lorenzo degli Spazzi di Valtellina, compiuto poi -da Tomaso Rodari di Maroggia, del quale son forse le due porticine -dei fianchi, di squisitissimo lavoro. Ammirerà in esso diversi buoni -quadri, fra cui il Natale di Gesù; l’Adorazione dei Magi; i santi -Cristoforo e Sebastiano e lo stupendo S. Girolamo di Bernardino Luini; -lo Sposalizio di Maria e la Fuga in Egitto di Gaudenzio Ferrari. -Nè lasci di dare uno sguardo al Pretorio, che sta a lato del Duomo; -al santuario del Crocifisso, per la fama che vi chiama a migliaja i -divoti; al Liceo, dove è interessante il gabinetto di fisica, in cui -si trovano macchine che servirono a quel sovrano intelletto scopritore -della pila, ad Alessandro Volta vuo’ dire, al quale nella piazzetta -prossima al lago venne eretta una statua, mediocre opera di Pompeo -Marchesi; al Teatro, architettato dal Cusi, ampliato dal Ruspini e co’ -bei dipinti del Pagliano e dello Speluzzi. Veda anche il Camposanto, -architettato dal Tatti, e in cui si chiudono lodevoli monumenti, fra -cui uno lodatissimo d’Antonio Tantardini di Milano. - -Il ricapito poi per l’intera giornata e per quanto ti avverrà di -passare in Como, non andrai errato ad eleggerlo all’albergo Volta che, -in riva al lago, sta presso al luogo d’imbarcazione sui piroscafi. -Ammodernato, vi si introdussero tutte le lautezze d’un albergo di -prim’ordine, e il forestiero di qualunque nazione e di qualunque più -elevata condizione non può che trovarsi a suo bell’agio. - -Era indispensabile codesta indicazione; il lasciarla sarebbe stata -mancanza verso il lettore, ingiustizia verso chi ha dotato Como di uno -stabilimento, senza cui avevasi ragione, scesi appena dalla Camerlata, -difilarsi pari pari al vapore, per ire in traccia d’albergo o alla -Regina d’Inghilterra presso Cernobbio, o alla Cadenabbia, o a Bellagio -od a Menaggio. - - -II. - -Una passeggiata conviene ora che facciamo insieme, la quale avrei -volontieri riservata, per procedere ordinatamente, allorchè giunti a -mezzo del lago, che or misuro da Como a Bellagio, ci sarebbe occorso di -scendere dalla barca o dal vapore ad Argegno, per metterci dentro la -Valle Intelvi. Ma siccome non intendo di abusare delle gambe del mio -lettore, nè farlo inerpicare di troppo su per le balze di San Fedele, -così per giungere all’egual meta, approfittando delle mutate condizioni -politiche che ricondussero fra noi e i nostri vicini della Svizzera -le migliori relazioni d’amicizia, perchè già della medesima famiglia, -onde non sia più mestieri ricorrere a passaporti o ad altri documenti -personali, usciamo di Como, montiamo adagiati in carrozza il facile -pendio dell’Olimpino, varchiamo il confine italiano, e, oltrepassato -Chiasso... - -Ma no; prima di oltrepassarlo, d’una promessa ho a sdebitarmi. - -Chiasso era dapprima una borgata, che sembrava fatta apposta per -beneficio di noi Lombardi, che volevamo sdrucciolar fuori dalle mani -de’ nostri passati dominatori, quando, per un capriccio di poliziotto, -per un sospetto generato da cattiva digestione del direttore di polizia -di Milano, ci volevano agguantare. Al di là de’ pilastrini che per -mezzo di una trave abbarrano il confine, Chiasso si distende, per mezzo -diviso dalla strada che conduce a Capolago ed a Lugano, fiancheggiato -da erbosi colli e da montagne popolate da paeselli e casolari, come -_branco di pecore pascenti_[3], direbbe il nostro Manzoni. Ora Chiasso -ha bel rilievo da una nascente fabbrica di tabacchi, che prepara sì -eccellenti cigari, da sembrare che lo faccia espressamente a rendere -ancora più insopportabili quelli che a noi dà la Regía; ha un albergo; -e per noi, che non abbiamo l’agio di soggiornarvi, ha il _Crotto della -Giovannina_, deliziosissimo _chalet_, d’architettura svizzera, che -il mio ottimo ed ospitale amico, il colonnello federale Costantino -Bernasconi, ha fabbricato, ma che alla barba sua prese il nome dalla -sua conduttrice, e che io raccomando a chi transita per Chiasso, -non a’ gaudenti della vicina Como, che già vi corrono la domenica a -chiedere le _polpette della Giovannina_, rese celebri oramai, e che -farebbero venire l’acquolina... no, volevo dire l’absinzio in bocca -al chiarissimo autore della _Giovinezza di Giulio Cesare_, perchè _di -color mogano_, com’ei le brama. - -La promessa era appunto quella di segnalare questo simpatico recesso, -a pochi passi dal paese, lungo l’acqua della Falopia che scorre in -sottil vena, protetto dall’ombra di superbi tigli, fatto più bello e -più fresco da una cascata pittoresca, e più ricerco pel suo vino di -Chambery che vi si beve. Non dimenticherò l’ora che vi ho passata, nè -il ballo della sera, dove al suono dell’organetto, uomini e donne di -tutte le condizioni repubblicanamente ballonzolavano e si turbinavano -in certe polke e in certi waltzer, che direbbonsi impossibili, se -veduti non li avessi. Vidi colà l’elegante dalla cravatta bianca -irreprensibile e il contrabbandiere in manica di camicia rimboccata -all’insù del gomito, la guardia di finanza italiana e lo svizzero -carabiniere, l’impiegato e il contadino, l’operaja e la sguajata -manutengola del frodo; una baraonda, insomma, vispa, matta e rumorosa -da comunicarvi, anche vostro malgrado, il buon umore e l’allegria. - - -III. - -Dopo ciò, tiriamo dritto. - -Passiamo Balerna, villa un dì del vescovo di Como, rivendicata ora dal -Comune, e arrestiamoci in Mendrisio all’albergo che dal paese assunse -il nome d’_Albergo di Mendrisio_, del signor Bernardino Pasta, che, -prima d’essere albergatore fu un egregio pittor di genere, le opere del -quale andavan spesso assai lodate alle esposizioni di belle arti nel -palazzo di Brera a Milano. Sono quivi le pazienti cavalcature che ci -devono condurre sul Generoso; perocchè non abbia detto ancora che lo -scopo della nostra passeggiata è l’ascesa al Generoso. - -E sarà bene che ci informiamo dapprima se l’albergo che sta sopra a -questo monte abbia ancora qualche camera in libertà; perchè avvenga -non di rado che inglesi e americani, tedeschi e francesi, italiani e -svizzeri, tanto in numero vi si trovino, da non lasciarvi uno de’ cento -e più letti che vi stanno; e in tal caso il signor Pasta Bernardino -di Mendrisio, fratello al dottor Carlo Pasta, ch’è l’albergatore del -Generoso, vi potrà allora ospitare degnamente; perocchè vi abbia adesso -allestito il proprio albergo di tutti i conforti della vita. - -Ad ogni modo, salvo a ridirne nel ritorno dal Generoso, noi possiamo -farvi qui l’asciolvere nostro, mentre staccansi gli asini ed i muli -dalla greppia e vi s’adattano le selle per le signore, e troveremo il -nostro conto. La via ne richiamerà almen due ore; l’aria del monte ne -renderà acuto l’appetito; sarà bene pertanto seguire il mio avviso. - -Intanto che facciamo onore alla buona colazione che ci dà il signor -Pasta, discorriamo un po’ del Generoso, che dovremo ascendere fra -breve. - -Esso è il monte più alto di quel gruppo delle Prealpi che sorge fra -le valli di Mendrisio e d’Intelvi, e De Welden ne misurò l’altezza -barometrica della punta meridionale fino a metri 1740, e il ticinese -Lavezzari quella della punta settentrionale fino a metri 1733 sopra il -livello del mare[4]. Vien chiamato eziandio Mendrisone e Calvagione, -con quest’ultimo nome venendo designato da’ valligiani del versante -lombardo; ed appartiene tanto alla Svizzera italiana che alla nostra -Lombardia, perchè appunto pria di giungere sulla vetta sta la pietra -che divide i due territorj. Ma siccome a noi insegnano gli statistici -che nel dire de’ confini d’un paese, non si abbadi a que’ limiti -temporanei che può imporre la politica contingente, così certo non andò -lontano dal vero chi il Monte Generoso, per la maraviglia del panorama -di cui dispone da’ suoi culmini, ebbe a chiamarlo il Righi lombardo, a -simiglianza di quello svizzero, che ergesi al di sopra di Zurigo, dove, -malgrado la sua antica celebrità e la vista de’ sottoposti laghi di -Zug, dei Quattro Cantoni, di Loverz e di Sempach, e de’ monti elvetici, -non ha però l’ampiezza dell’orizzonte e la serenità del Generoso, -ricinto non da brulle roccie, ma da monti coperti di verzura e di -fiori, e sorridente alle acque del Lario e del Ceresio che si vedono -scorrergli ai piedi, e più lontano a quelle del lago di Varese coi -vicini laghetti di Biandronno, di Monate, di Comabbio e di Muzzano, e -più lontano ancora a quelle del Verbano. - - -IV. - -Ma le nostre cavalcature scalpitano, le nostre guide attendono: -affrettiamoci. Quando discenderemo domani, occuperemo la giornata nel -visitare gli interessanti dintorni del piano. - -La via che scegliamo è la migliore. Se non abbiamo aspettato ad andare -sul Generoso dalla parte di Vall’Intelvi, a causa del cammino dirupato, -mai più non ci vorremmo noi avventurare per l’erta e non meno difficile -via di Maroggio sul lago di Lugano e che passa per Rovio. Pigliamo -adunque questa stradicciuola che ci scorge a Salorino: sarà la più -facile, la più amena. - -Breve è il tratto che riesce a quel montano paesello, e presto -lasciatolo addietro, s’entra in una valle e quindi in boschi di -castagni e faggi, poi si traversano praterie, si rasentano burroni, si -aprono prospettive mirabili ed incantevoli: dappertutto si svolgono -quadri d’una natura agreste, ma piena di poesia, onde legittima è -l’estasi degli artisti, che ad ogni istante vi rinvengono _trovate_ e -soggetti a studî ed a schizzi. A quando ridente, a quando severa, sia -che si presentino verdi tappeti smaltati di fiori, sia che si parino -avanti roccie ed abissi, la via riesce ognora interessante, ed è -appena se dal tumulto degli affetti che vi tenzonano nell’anima, tutta -occupata dalle più svariate sensazioni, ora liete or melanconiche, e se -dalle or sublimi ed or terrene imagini, che vi avvicendano il sorriso -e la volontà del piangere, l’inno e l’anacreontica, vi richiama il -tintinnío della campanella del vostro ronzino, o l’inciampar di esso in -qualche ciottolo importuno. - -Non temere, gentile compagna della nostra peregrinazione; nessun -pericolo si presenta lungo tutta la via; affidati secura alla robusta -guida che fiancheggia la tua comoda cavalcatura, e tutta e interamente -godi del nuovo spettacolo che ti si offre davanti. - -Ma il filo telegrafico che d’un tratto si vede, ti invita a seguirne -il corso e presto ti fa scorgere primi i fumajuoli, che mandando -dalle loro gole colonne di fumo, avvertono che la meta è vicina, che -l’abitato è imminente. - -Ecco, l’albergo si affaccia finalmente; ecco.... lo vedi in tutta la -sua estensione. Tanta grandiosità ti fa maravigliato e corri subito -a pensare quanto ardimento sia stato quello di chi osò escogitarlo a -tanta altezza, poichè siamo a 1209 metri sul livello del mare[5], e -quanta fede abbia egli avuto nella sua impresa da avventurare tanta -fortuna. - -Questo coraggioso fu il signor Carlo Pasta. - - -V. - -Vorrei descrivere l’albergo magnifico a cui siamo arrivati; ma prima -ne reclama l’attenzione nostra la persona del suo proprietario. Egli -è venuto incontro a riceverci del miglior garbo possibile; è di lui -dunque che prima dobbiamo intrattenerci. - -Il signor Carlo Pasta non è soltanto albergatore: egli è il dottor -Pasta. Non è quindi a cercarsi se in lui l’idea di rizzare questo -magnifico stabilimento sia stata pullulata dall’interesse unicamente: -egli, se da esso fosse stato mosso soltanto, non l’avrebbe osato; -vorrei dire di più, sarebbe stato temerario. Medico dotto, egli -vagheggiò la sua impresa anche a beneficio di chi vorrebbe poi -ricercare il ristauramento della salute alla salubrità dell’aere. Sì, -quassù sul Generoso non si viene per cure termali; il buon dottore -lascia che le acque di queste balze scendano pei due versanti e si -gittino per una parte nel Lario, per l’altra nel Ceresio; la cura -ch’egli vi offre è quella dell’aria, ed è la meno incomoda, la meno -dispendiosa, la più certa. Qui si allargano i polmoni che la bevono, -si rinnova l’appetito, si rintegrano le forze, si alleggerisce dalle -cure lo spirito, e si discende poi con tanto tesoro di salute e di buon -umore da sfidare e le umide brume della bassa e il cumulo, non meno -infesto, delle cure cittadine. - -Lettore, se a te sono aperte le discipline delle scienze naturali, -il tuo cammino può fornirti inoltre larga materia ad osservazioni e -studî. Le condizioni geologiche delle roccie e l’abbondanza dei fossili -possono esercitare assai spesso il tuo martello, se geologo; come la -ricchissima flora ad ogni momento può arricchire la tua raccolta, se -botanico. - -La natura delle roccie è la calcarea grigia basica dell’êra giurassica; -più in su per altro si incontrano banchi estesi stratificati di calcare -rosso ammonitico, e più in su ancora altri banchi di un calcare bianco, -più comunemente detto majolica, atto a mutarsi in calce eccellente. -Sulle vette del Generoso, nella roccia di calcare fosco si scoprirono -conchiglie, _spirifere, terebratule_ e _pentacriniti_, e nel calcare -rosso molte specie di ammoniti. - -Se poi si voglia erborizzare, verrà in copia sotto mano l’aconito, -l’arnica, la genziana, la belladonna, l’assenzio, i rododendri, le -rose, gli anemoni, le primule soavi, i ranuncoli, le achillee, le -sassifraghe, le cinerarie, i candidi asfodeli, il nero veratro, le -dafni alpine, le rute, le peonie, le silene, le betulle, le orchidee, -i crisantemi corimbosi, e cento altre specie di piante, che io non -saprei enumerare, ma delle quali il dotto Lavizzari ha tenuto esatto -conto colla nomenclatura di Linneo e d’altri botanici[6]. Tutti però, -anche al nostro occhio profano, col loro abito roseo o cilestro, giallo -oppur bianco, violaceo o nero, fra tappeti di verzura e con tutte le -gradazioni dell’iride, cospirano a smaltarci il cammino, a rallegrarci -la vista, a profumarci l’aere, a compiere l’incanto di sì diverse -scene. Fra’ cespugli s’ode il zirlare del tordo, su per gli alberi -il gorgheggiare dell’usignuolo e il trillar della capinera; mentre -dai greppi inaccessibili modulano i loro canti il passero solitario -e il codirosso, e lontano lontano s’ode l’intermittente suono delle -campanelle delle mandre pascolanti sulla montagna. - -A tutto ciò aggiungi l’azzurra vôlta de’ cieli, limpida e pura come -tra’ monti, il bacio dell’aure che ti refrigerano e fanno stormir -le frondi, le liste argentee dei laghi che ti vengono poco a poco -apparendo, mano mano che salendo domini l’orizzonte, e ti scompajono -quindi dietro un colle, per ricomparirti dipoi più estesi. - -Io vi consiglio adunque la cura dell’aria del Generoso per una ventina -di giorni almeno. Dai primi di maggio a tutto settembre lo stabilimento -del dottor Pasta è a vostra disposizione; con riserva, io credo, che -lo sia tutto l’anno, quando la ragione e la moda pe’ viaggiatori vi -trarranno non interrotto concorso, e una via di ferro, come ho udito -dirsi che intendasi di fare, ne agevolerà la salita. - -Questo brav’uomo del dottor Pasta diventa ben presto l’amico e il -consigliero de’ suoi ospiti. Di gentili e aperte maniere, colto non -solo ma dotto, voi vivete tranquilli anche sul più leggiero incomodo -di salute. Tutto ciò costituisce il segreto che attira tanto concorso -a quest’albergo, sì che non valse a rattenere in Mendrisio più d’un -Inglese, cui fu dall’alto telegrafato essere tutte occupate le camere -dell’albergo e i più che cento suoi letti. - -Stretta la mano al simpatico albergatore, sul piazzale stesso che sta -davanti all’albergo, malgrado che la salita vi abbia per avventura -un po’ affaticati, pure non potete a meno di rivolgervi a scorrere -d’un’occhiata tutt’all’intorno il superbo e pittoresco orizzonte che vi -si schiera davanti. - -Ma esso vi basti per ora: di quell’orizzonte, ed anche di meglio, -ci occuperemo nella gita che faremo sulla vetta di questo monte; ora -piuttosto uno sguardo all’edificio. - -La sua ortografia non presenta a primo aspetto eleganza di linee -architettoniche; ma in compenso il suo disegno è pieno di armonia e -severo. Sorge a tre piani da un terrazzo, entro il quale sono praticati -sotterranei, dove è la cucina, la panatteria ed altri locali di -servizio. Dalla parte opposta al piazzale d’ingresso ve ne ha un altro -con giardino, e da dove l’occhio si spazia lungo il piano lombardo, -giù per la china della valle del Po. Quivi è collocato un telescopio -inglese, intorno al quale sono sempre i numerosi ospiti in traccia del -più diletto punto di vista. Le città, le grosse borgate, le migliaja -di villaggi, i santuari co’ loro acuminati campanili, le ferrovie, le -lunghe linee delle più vaste strade e quelle de’ fiumi, e i bacini de’ -laghi coi fumiganti piroscafi che li solcano, sono disseminati nel più -stupendo panorama. - -Entrati nell’albergo, tutto ammirar dobbiamo distribuito colla migliore -intelligenza. V’è una vasta sala da pranzo, dove tutti i numerosi -ospiti convengono all’ora indetta per la _table d’hôte_; una per la -lettura, e vi stanno libri e giornali d’ogni nazione; un’altra assai -ben intesa pel bigliardo; e tutte adorne di bei quadri e di specchi e -addobbate con semplicità ed eleganza. - -I tre piani superiori hanno ognuno una propria sala comune di -ricevimento e numerose camere con eleganti suppellettili ed assai -soffici letti. - -Ho già detto più sopra che i _comforts_ di questo stabilimento -sono completati da un servizio telegrafico: la posta poi vi giunge -quotidiana colle lettere e coi giornali. - -Se si chiede poi quale il trattamento, la risposta si riassume in una -parola: squisito. La cucina vi è ottima e scelta; latte, burro e miele -freschissimi sempre e saporitissimi, quali possono fornire l’erbe -aromatiche e i fiori della montagna onde si nutrono mandre ed alveari; -e dopo tutto, la vostra borsa non si spaventi: i prezzi vi sono -moderatissimi. - -L’albergo, insomma, è accessibile a tutti, ed è già molto che in -mezzo a tanta letizia non si cacci il roditore pensiero che poi vi si -abbia a far iscontare in danaro gli splendidi orizzonti, le poetiche -passeggiate e il sottile e salutare aere bevuto. - - -VI. - -Cominciamo ora le nostre escursioni, poichè ci siamo riposati e -rifocillati col copioso pranzo. Come, chiederete voi, ora che il sole -tramonta? - -— Precisamente perchè il sole tramonta. - -Entriamo in questo sentiero quasi orizzontale che fiancheggia l’albergo -e guida in dieci minuti alla spianata dal lato occidentale del monte. - -Qui esso declina, qui sotto scintilla l’onda del lago di Lugano, -ripercossa dai raggi del sole che piega al tramonto. - -La scena è stupenda che ti si distende davanti. Nuvoletti frangiati -d’oro o porporini vagano là sul confine dell’orizzonte, dove il Rosa lo -chiude colle sue cime candide di neve; lunghe strisce del color della -viola in altre parti listano il firmamento; il rancio del lembo estremo -si muterà fra breve nel rosso di fuoco, onde sembra che il - - Ministro maggior della natura - -pria di calar dietro i monti, ne baci d’un ardente bacio i culmini più -sublimi. - -Voi riguardate a quel solenne occaso, nel silenzio religioso -di quell’ora; e dalla valle sottoposta, dove l’ombre giganti si -distendono, sorge e viene insino a voi la squilla vespertina del -villaggio che saluta il dì che muore. - -La brezza aleggia più sollecita e viva... - -Il sole è sceso dietro la linea de’ lontani monti: la luna gli succede -nell’impero del firmamento. — Ritorniamo all’albergo. - -Se t’arresti più giorni sul Generoso, non obbliare l’altra vaghissima -escursione al Dosso-Bello, da dove ti si offriranno le ridenti sponde -del Lario, colla fila non interrotta di paesi e di ville, e ti verrà -dato rivedere da lunge la terra che già visitasti del Baradello, e la -striscia del fumo che libera la locomotiva che da Camerlata muove per -Monza e Milano. - -L’indomani affréttati alla escursione più vagheggiata, fino alla -vetta cioè del Generoso. È la meta di quanti traggono al già descritto -albergo: e ben ne vale la pena. Sono alquanto più di cinquecento metri -di altitudine a montarsi (531); il cammino richiede almeno un’ora e -mezza. - -Non isgomentarti, o lettore, delle prime asperità delle vie aperte sul -fianco orientale del monte; più agevole si rende di poi la salita, -mercè le cure del dottor Pasta. Sono cinque anfratti che avrai a -percorrere, ma dolci, senza vepri nè ciottoloni, in mezzo a pascoli -ubertosi, ricchi di mandre, che vedete liberamente pascolare, sì che -non la sete, ma piuttosto la curiosità di trovarvi fra roccie calcari -una fonte a un chilometro dall’albergo, vi trae a gustar la limpida -linfa che vi sorge. - -Ma lieti e non affaticati, eccoci pervenuti alla vetta. L’ho già -detto: la punta meridionale è a 1740 metri sul livello del mare e la -settentrionale è di sei metri più depressa. - -Qui sul molle e verde tappeto sediamo, perocchè le infinite meraviglie -che ad un tratto si rivelano all’esterrefatto sguardo sieno troppe, e -convenga una ad una distinguerle ed ammirarle. - -Ah! voi vi sentite ora maggiori di quel che siete, quasi numi che -imperate al creato, nel veder tanta e sì stupenda natura svolgersi -sotto di voi. Ne’ giorni estivi, mentre sul vostro capo si distende -limpida e serena la vôlta de’ cieli, vedreste adunarsi i nembi -sotto de’ vostri piedi, scoppiar gli uragani, guizzar le folgori, e -l’illusione della vostra divinità vi parrebbe più vera. - -Ecco: la vetta, come dissi, è partita in due distinte prominenze, l’una -dall’altra distante di circa trecento metri; questa che sogguarda al -Lario segna il principio dell’Italia; quella che al Ceresio segna il -principio della Svizzera. Su quest’ultima veggonsi gli avanzi di un -segnale trigonometrico che servì per la triangolazione iniziata dagli -astronomi ai tempi del primo regno d’Italia. - -Qui posiamo, esclama pure il Lavizzari, sotto il cielo di Dante, di -Colombo, di Leonardo, di Raffaello, di Galileo; qui viviamo sul suolo -di Lutero, di Haller, di Rousseau, di Bernouilli, di Saussure. Qui -l’anello delle due nazioni; qui la terra dei vulcani tocca la terra dei -ghiacciai; qui cessano i lauri, i mirti; qui incominciano i licheni, -gli abeti; qui la rosa delle Alpi si intreccia colla peonia peregrina; -qui il ranuncolo glaciale s’annoda alla silena insubrica; qui infine la -flora del Mediterraneo si sposa alla flora germanica. - -Girate ora lentamente lo sguardo all’intorno del vastissimo orizzonte. -Da questa parte, che direi italiana, voi vedete dalle montagne della -Valtellina, giù giù, seguendo la linea del lago di Como, tutta la -lunga sequela di quelle, verdeggianti per lo più, che costituiscono -l’ultimo contrafforto delle Alpi, e dietro le altre sul cui pendio -s’adagia Bellagio e più giù la Pliniana, il Moncodine o Grigna, il -Monte Campione ed il Monte Serada o, come più popolarmente è detto, il -Resegone, onorato di mirabile descrizione da Manzoni. - -Pervenuto il vostro occhio alla città dei Plinii e di Volta, più in là -sospingendolo, per una infinita serie di punti biancheggianti, che sono -altrettanti paesi, vi trovate a Monza, quindi a Milano, subito di essa -avvertiti dalla freccia ardita dell’aguglia principale del suo Duomo; -indi vi si presenta la valle del Po e nel fondo l’azzurra linea degli -Appennini. Convergete la pupilla a destra e vedrete Varese, Arona, -Novara, Torino: Crema, Cremona e Vigevano le vedrete del pari al manco -lato, o in direzione su per giù di Milano. - -Poi, a sfondo di quella ove avete distinta Torino, vedete le cime del -Rosa e del Bianco incoronati di perpetui geli, il Monviso, il Cenisio, -l’Ortlerspitz, il Mischabel, il Pizzo della Bernina, lo Spluga, il -Medelser, il Lucmagno, il Gottardo, il Galenstock, il Wetterhorn, -il Fünsteraarhorn, l’Eiger, il Mönch, la Jungfrau, il Bietschœrner, -l’Aletschkorn, il Fletschorner, il Mittagshorn, il Weissmies, il -Cervino, il Winterberg ed altri moltissimi, che dalla vetta di questo -Generoso vide e nominò quel rinomato naturalista che è G. Studer, nel -suo _Panorama des Alpes_, disegnato sullo stesso nel 23 settembre 1869, -e che io sono lieto di possedere. - -Verso ponente poi la vista riesce per avventura più pittoresca, -dominando sulla vasta regione montuosa che dalla Val Sássina si stende -alla Val Cavargna, scorgendovisi l’estremità del lago di Lugano col -villaggio di Porlezza, un breve tratto di quel di Como verso Bellagio, -e belle ondulazioni di monti, e vallate disseminate di villaggi, di -prati e di boschi, coi più graziosi contrasti di luce e d’ombra, da -innamorare un pittore. - -L’intrepido passeggiero, dove il voglia, potrà nel suo soggiorno sul -Generoso pigliarsi un bel dì lo spasso di scendere dalla sua vetta alla -Vall’Intelvi, prendendo il sentiero che mena ad Orimento, indi a San -Fedele o a Castiglione in due ore e mezza; da dove potrà andare per -San Fedele e Luino ad Osteno, che si specchia nelle onde del Ceresio, -oppure per Dizzasco ad Argegno, che si specchia in quelle del Lario. - -Ma noi dobbiamo rifare la nostra strada, riedere all’albergo del dottor -Pasta, dove le cavalcature ci attendono per ridiscendere a Mendrisio. - - -VII. - -E poichè siam di nuovo all’_Albergo di Mendrisio_ del signor Bernardino -Pasta, ch’era una vera necessità per questa grossa borgata (la quale -vi rammenta la _Gismonda_ di Silvio Pellico), le lautezze che offre e -le comodità che lo fanno raccomandatissimo ai _touristes_, v’invogliano -certo a fermarvi una o più giornate. - -Nè vi troverete pentiti, da che le vicinanze hanno non dubbie -attrattive per chi a viaggi od anco alle escursioni di piacere non pone -scopo il materiale diletto soltanto, ma la ricreazione dello spirito -eziandio. - -A coloro che di quest’ultima sono poco curanti e preferiscono il primo, -additerò le rinomate cantine di Mendrisio stesso, e avanti tutte quella -che si denomina il Crotto del monte Generoso, e il buon vino parrà loro -migliore per la vaghezza del luogo. - -Agli altri indicherò visitare dapprima l’Ospizio di Mendrisio -stesso, aperto agli infermi del Canton Ticino, giusta il volere -del suo fondatore, il conte Alfonso Turconi. Quivi ammireranno -un pregevolissimo bassorilievo in istucco dello scultore Pietro -Bernasconi, e una statua rappresentante il Turconi medesimo, alla lode -della quale basta pronunziare il nome del suo autore: Vincenzo Vela. — -_Tanto nomini nullum par elogium!_ - -E poichè v’ho proferito il suo nome, come non visitarne l’elegante -edificio, o villa, in Ligornetto, che sta a mezz’ora da Mendrisio -e sorge in piccola eminenza tutto recinto da giardini, e dove -quell’egregio si ritrasse troppo presto ad onorato riposo? La cupola -che si eleva nel mezzo piove la luce sull’ampio locale, dove l’illustre -artefice raccolse i modelli delle opere principali sue, che il resero -così illustre, da divider egli meritamente col toscano Dupré lo scettro -della italiana scultura. - -Poi potrete visitare le cave de’ marmi di Arzo, che sono di un -rosso variegato, e le acque solforose di Stabio efficacissime e che -solo han d’uopo d’avere decenti stabilimenti che le ministrino, per -conseguire fama ed affluenza maggiori; e finalmente la storica chiesa -di San Pietro presso Castello, che dista pure non più di mezz’ora da -Mendrisio. - -La rinomanza della chiesuola non è soltanto per la bella vista che -vi si gode di parecchie terre svizzere e lombarde, ma altresì per -un’orrenda strage avvenutavi in que’ miserevoli tempi che ardevano le -ire fratricide de’ Guelfi e de’ Ghibellini. - -Gli è un soggetto da romanzo, e però chiuderò la passeggiata nostra, -col toglierla di netto dal Lavizzari e ripetervela adesso. - - -VIII. - -L’avo dell’illustre letterato Virunio Pontico della famiglia dei -Busioni di Mendrisio, era Pietro, uomo d’alto affare; e Margherita -sua moglie era ornamento delle donne de’ suoi tempi. La loro figlia -Lavinia colla rara sua bellezza destava tale ammirazione, che vedevasi -costretta ad evitare il pubblico sguardo. Invaghitosi perdutamente -di costei il ghibellino Vizzardo Rusca, dimandolla sposa, rinunciando -alla dote, e offrendosi non solo alla pace, ma ad imbrandire le armi -contro i nemici della famiglia di lei. La supplichevole inchiesta -fu negata dai genitori; ma Vizzardo, non perdendo la speranza, e -vagando di nottetempo al modo degli innamorati intorno alla dimora -della fanciulla, udì una sera da una stanza terrena i genitori di -Lavinia dire che avrebbero piuttosto strozzata colle mani loro la -figlia, anzichè concederla sposa a Vizzardo. Questi, fremendo d’amore -e di sdegno, diessi ad ordire il feroce disegno di esterminare tutta -la nemica famiglia. Egli uccise nove figli di Pietro; ma non potè -raggiungere Lavinia, che il padre aveva nascosta entro un sotterraneo, -ove rimase finchè Vizzardo fu ucciso. Il costui cadavere fu trascinato -sulla sepoltura dei nove innocenti e quivi lasciato in pasto alle -fiere. Frattanto moriva il padre, il quale fu sepolto in marmoreo -avello nella chiesa di San Sisinio alla Torre, sovra un poggio presso -Mendrisio. - -I Ghibellini andavano tessendo insidie a Giorgio, avvenente fanciullo, -decimoquinto figlio di Pietro, e che fu poi padre di Virunio -Pontico[7]; volevano farlo divorare dai mastini, che a tal uopo -nutrivano. A Margherita riescì di celare il prediletto Giorgio ne’ suoi -poderi di Besazio presso il monte San Giorgio. Ma nel tornarsene a casa -l’afflitta e irrequieta donna, di nuovo corse indietro per rivedere -il figlio, e non avendolo tantosto colà trovato, cadde svenuta, nè si -riebbe se non quando il rivide. Diede allora al figlio molto denaro -ed un gomitolo di refe (_marsupium pecuniarum auri et glomum rephi -tradit_)[8], comandandogli di fuggire tanto lungi che non udisse più -il nome del suo paese. Giorgio recossi a Napoli; e mentre da parecchi -anni viveva in molto favore della regina Giovanna, la madre, caduta in -potere degli spietati nemici, veniva tratta da Mendrisio al castello -di Capolago, e quivi sul lato sinistro della via crudelmente sospesa -ad un’arbore. L’infelice Margherita, in procinto di morte, implorava -contro gli uccisori de’ nove innocenti suoi figli un vendicatore. Udito -l’orrendo fatto, Antonio, altro suo figlio, maggiore di Giorgio, radunò -la sua fazione, e nella notte di Natale, entrato nella chiesa di San -Pietro in Castello, trucidò uomini, donne, fanciulli ed il sacerdote -all’altare; vi lasciò più di cento cadaveri. Questa inaudita strage -avvenne nel 1390, quando già da dieci anni Antonio e Giorgio erano -andati in lontano esilio. Lavinia, innocente causa di sì miserandi -fatti, ricoveratasi a Belluno, ove il fratello Giorgio era capitano -del presidio, si consacrò a vita claustrale e fu sepolta nella chiesa -di San Francesco. Antonio, andando peregrino al Santo Sepolcro per -espiare, secondo l’uso de’ tempi, i suoi delitti, perì in mare. - - -Compiuta così questa gioconda camminata, rifacciamo ora la strada e -riconduciamoci, piena l’anima di sì svariate impressioni, a Como; nè -più deviamo quindinnanzi dal proposito delle nostre escursioni per le -sole terre dal Lario e per quelle dall’Éupili bagnate. - - - - -ESCURSIONE TERZA. - -IL NINO. - - Brunate e la leggenda di Guglielmina. — La Grotta del Mago. — - Le ville Castiglioni, Sessa, Pertusati e Cornaggia. — Villa - Angiolini. — Villa Rattazzi. — U. Rattazzi e Maria Bonaparte - Wyse. — Villa Pedraglio. — Le ville Trubetzkoi, Ricordi e - Artaria. — La villa Carena inabissata. — Blevio. — La villa - Bocarmé e la Comton, ora Lattuada. — Il Pertugio di Blevio. — - Il Buco del Nasone. — Le ville Taglioni, Schuwaloff, Vigoni e - Sparks. — La Roda e Giuditta Pasta. — Adele Curti. — Il Nino. - - -Dovrei dedicare questa escursione, più che alla comune de’ miei -lettori, a que’ beati gaudenti che si chiaman felici allora che hanno -potuto snidare alcun luogo, in cui il buon vino, o la specialità di -qualche intingolo o manicaretto li han solleticati. Essi vi danno una -fama, una celebrità, che si conserva anche quando la ragione più non ne -esista affatto. - -E i beati gaudenti intraprendono pellegrinaggi appositi per visitare -queste stazioni epicuree: testimonio questo Nino, a cui traggono non -soltanto i buongustai della vicina Como, ma e da’ paesi più alquanto -lontani e perfin da Milano. Una bella giornata di primavera o d’estate, -una festa, il ferragosto, deve essere consacrata a qualche baldoria -che già abbia il suo principale obbiettivo nella tavola e più ancora -nel buon vino? La brigata operaja di Milano o di Como per acclamazione -elegge subito d’andare al Nino. - -Seguiamoli noi pure. Avremo noi di tal guisa occasione, più che di -deliziarci del buon vino, di rapidamente percorrere le ville che sono -sulla destra sponda del lago infino alle sette città di Blevio, che -così designansi per celia quelle frazioni d’un unico villaggio che si -sparpagliano sul monte, infino a quella punta sporgente, che con quella -che ha di fronte, e che denominasi del Pizzo, accenna al fine del primo -bacino del lago, il quale si viene ripartendo in tanti bacini, tutti -aventi peculiari bellezze, qual più vasto, qual meno. - -Pigliam la barca pertanto, e il nostro uomo costeggi pur lentamente -questa sponda, su cui poggia il Nino; chè pria di giugnervi, avremo a -parlar di più cose. - -E poichè ci siamo, vedete là su in alto del monte il paesello di -Brunate. A me che amo raccogliere le leggende popolari, come ad un -geologo balzerebbe il cuore di gioja alla scoperta d’un petrefatto, o -ad un numismatico il ritrovare una medaglia antica, non è possibile -passar oltre senza narrarvi che lassù raccontino le comari, come la -figliuola di un possente re d’Inghilterra, a cui fanno il nome di -Guglielmina, avesse un bel dì (l’epoca però non sanno e tutt’al più -se ne sbarazzano colla frase d’uso: _ne’ tempi antichi_) a fuggire -dalla reggia di suo padre, e per farvi vita santa ricoverasse a -Brunate e vi morisse poscia in odore di santità. E la pia leggenda ha -sì fonde le radici, che le madri alle quali il latte faccia difetto, -la invocano protettrice. Quale poi sia la relazione che corra fra la -santa giovinetta ed il latte, nè esse lo sanno dire, nè m’accingo a -indovinarlo. - -Alla falda del monte v’è la Grotta del Mago che potrebbesi visitare, -costituita di banchi calcarei che s’incavernano; ma siccome non mi fu -detto perchè mai così con nome di mistero nominata, voghiamo avanti. - -Qui appena usciti dalla cinta del nuovo porto — il quale, se risponde -forse meglio al bisogno cittadino e varrà fors’anco a infrenare certe -piene che in passato troppo spesso han nuociuto alla parte di Como -che si curva intorno al lago, certo poi le ha rapito anche parte della -vista del lago stesso, e il discapito mi par grande —, passato il borgo -di Sant’Agostino, incominciano le ville. - -E prima la Castiglioni, indi la Sessa, poi la Pertusati; e questa -che s’avanza sul promontorio detto di Geno è la villa dei Marchesi -Cornaggia, dove un giorno era un convento di Umiliati, che durò dal -1225 al 1516, tramutatosi poi in lazzaretto pei colpiti dalla peste, -onde fu travagliata non solo Como, ma Lombardia tutta sul finir del -secolo XVI. - -Svolta la punta di Geno, si nicchia, come in un angolo che fa il monte, -la villa Angiolini; ma più in vista vi tien dietro quella che assume -il nome da quell’eminente uomo di Stato che è il commendatore Urbano -Rattazzi, a cui ingiustamente tiene Lombardia il broncio per averle -estese sollecitamente quelle leggi amministrative che aveva il Piemonte -e che le sarebbero pervenute egualmente più tardi, se non dovevano -essere un’irrisione il patto dello Statuto patrio che vuol la legge -eguale per tutti e l’unità nazionale; senza aggiungere che taluno de’ -lombardi deputati d’allora avesse fatto nel Parlamento suonare alta -la voce che, fossero state anche ottime le leggi austriache che si -avevano prima, per ciò solo si dovessero mutare. Il più liberale di -quanti ministri ebbero Piemonte ed Italia, è sventura che scribivendoli -piovutici in Milano, e impossessatisi de’ nostri giornali, abbiano -potuto sostituirne l’opinione e, facendo la storia a loro talento, -avessero a presentare questo illustre personaggio, dal cuore pari allo -ingegno eccellente, poco men d’un nemico del paese. Il tempo che non è -così grullo e che non giura nelle parole di questi sicofanti, farà la -giustizia. - -È in questa leggiadra casina che Maria Bonaparte Wyse, bella e colta -consorte sua, e fra le più riputate scrittrici francesi, dettò le -più lodate pagine della sua _Louise de Kelner_, in cui tanta parte è -trasfusa delle amarezze, onde l’anima sua generosa venne dagli stolti -abbeverata. - -Se recinto da maggiori simpatie, alle quali avrebbe avuto diritto -Urbano Rattazzi, nella quiete di codesta sua villa, dopo le lotte -parlamentari e le cure di Stato, vi sarebbe più frequente venuto a -ritemprare lo spirito e rinnovare le forze. - -Tien dietro, a poca distanza, la villa Pedraglio, e poi ci si affaccia -il sospirato Nino. - -Diamovi gli ordini pel pranzo, indi proseguiamo a costeggiare questa -sponda. - -Il principe Trubetzkoi, colle mine si preparò lo spazio entro la dura -roccia del monte per rizzarvi un casino di stile nordico, onde colla -più sciagurata freddura fu chiamato del principe _Turbascogli_; non è -forse la postura più allegra ad una villa; l’arido sasso che incumbe -non vi concede quella gajezza di pensiero, che tutta invece vi ispira -la villa Mylius, che, se al vero non mi appongo, è tra le meglio intese -del lago. Casa e giardino vi sono egregiamente distribuiti. - -Le ville Ricordi e Artaria hanno del pari i loro pregi: presso a -queste era la villa Carena, ma un bel dì del novembre 1868 inabissò -nelle ore meridiane, volendo fortuna che nessuno degli uomini che vi -lavoravano perisse, perchè appena usciti. Fosse lezione ai molti che -troppo spesso, ad ampliamento di loro possessi, invadono ciò che spetta -al lago, il quale non attende a’ loro comodi, ma viene il dì che si -ripiglia i suoi diritti! - -Eccoci a Blevio. - -È paese alpestre che non mette conto di ascendere, da che le belle -ville che adornan la sponda ci seducano meglio; a meno che non -vogliate visitar quella che più su è dei signori Bocarmé e che dicono -meritevole di vedersi, e la villa e vaghissimo giardino già Comton -ed ora spettante al signor F. L. Lattuada, negoziante di Milano; o -spingendosi ancora più su, noncuranti delle asprezze del cammino, non -vi prenda curiosità di cercare il _Pertugio di Blevio_, lunga galleria -orizzontale alta un braccio al più e occupata dalle acque colatizie -della montagna. Se di siffatte naturali cose voi siete amanti, non -lasciate allora di volgere la vostra attenzione all’altro speco, o -spacco verticale, che da quegli alpigiani vien designato col nome -di _Buco del Nasone_, opportunamente difeso da macigni onde non vi -precipitino dentro gli armenti che vi pascolano vicino. Forse nel fondo -di tale speco si potrebbero rinvenire fossili, se fosse possibile di -praticarvi indagini. - -Presso alla chiesa parrocchiale di Blevio è la villa di quella famosa -danzatrice che fu Maria Taglioni, la quale, fabbricandola, sperò -passarvi gli ozî dell’età matura, quivi pascendosi delle floride -memorie che le avrebbero richiamate le corone d’alloro, i ritratti e -tante altre opime spoglie de’ suoi teatrali trionfi, che qui depose. Ma -la fortuna, bizzarra e spesso crudele iddia, volle disporre altrimenti. - -Così chi avrebbe detto al principe Schuwaloff, che vi eresse vicino -una graziosa villa con architettura russa, che di essa, come d’ogni -altra pompa e commodità mondana, sarebbe stato sì presto schivo, e -colla religione greca de’ suoi padri, l’avesse ad abbandonare per -rendersi barnabita in Milano, e poscia in Parigi, ove scrisse _La mia -conversione e la mia vocazione_, ivi morendo nel 1859?.... Legata egli -questa sua villa del lago a’ suoi compagni di religione, veniva da -essi venduta a quel dotto intelletto di donna che fu Cristina Trivulzio -principessa di Belgiojoso, autrice di lodate opere dettate nell’idioma -francese, e spentasi soltanto nel passato anno 1871. Ora toccò la villa -in eredità alla figlia Maria maritata al marchese Trotti. - -Tengon dietro le ville Belvedere Vigoni e la Sparks, questa -d’architettura svizzera; ambe leggiadre, e con peculiari -caratteristiche che le rendono interessanti allo spettatore. - -Un’altra villa succede, che ricorda pure entusiasmi teatrali: La Roda -è detta e fu di quella grande artista cantante che si nomò Giuditta -Pasta. Apparteneva prima a madama Ribier, la crestaja che a Milano -fu ricerca da tutto il mondo elegante e accumulò gran fortuna. Venuta -poi alle mani della celebre cantante, per la quale Bellini scrisse la -_Norma_ e la _Sonnambula_, cioè i suoi insuperati capolavori musicali, -la ampliò d’assai, vi fabbricò, vi dispose giardini ed ombre, e fino -a certo tempo vi accolse anche ospiti e amici, fra cui sovente quella -gentile e rinomata poetessa che fu Adele Curti, troppo presto rapita -alle lettere, e troppo presto e ingiustamente dimenticata, anche da -chi ipocritamente si scagliò su colui che fu creduto averne con offesa -d’amore accelerato il fine, su colui che invece non ha cessato ancora -d’amarla, testimonî questi versi, che di lui si leggono stampati -sulla strenna edita in Napoli, intitolata _Il Vesuvio_, a scopo di -beneficenza, e dettati ventiquattro anni dopo quella immatura morte. - - Sovente l’ora quando è fatta bruna, - A te pensando che ogni dì più adoro, - Io chieggo ai raggi dell’argentea luna, - Se il tuo bel peplo è della luce loro. - - Ed alle stelle che la notte aduna, - Se son le gemme del tuo serto d’oro, - E se dal ciel se ne dispicca alcuna, - Io tremo e quasi per dolcezza moro. - - Chè penso allor che tu fedel mantenga - Quella promessa che mi festi pia, - E che ti prego dal Signor m’ottenga. - - E che la stella fuggitiva sia - L’anima tua, che dall’empireo venga - A raccoglier la stanca anima mia. - -Giuditta Pasta in questi suoi diletti recessi della Roda trascorse i -suoi anni provetti, ma afflitti però da domestici lutti. Ella anche vi -morì. Un suo busto, opera egregia dello scalpello del milanese Antonio -Tantardini, fu da’ Comensi collocato nel loro casino. - -Ma l’ora del pranzo ci richiama al Nino. - -La mensa, noi, stando in barca, la vediamo apparecchiata sotto un -pergolato che dà sul lago; così al diletto dei cibi avrem congiunto -quello non meno grato della vista. - -Risparmio la descrizione del Nino: è un’osteria, un _restaurant_, quel -che volete chiamarlo, di volgare architettura a cui chi giunge non -fa attenzione. Vi si sbarca, si pon piede su d’un terrazzo, dove son -disposte tavole per chi vi mangerà o beverà; v’è buona cucina, v’è -buona cantina; chi ci viene, lo sa, se ne approfitta; nè parte, come da -tanti altri luoghi, disilluso. - -D’altre specialità, che non sieno brigate, canti, giuochi alla morra, -suoni di qualche menestrello che capita da Como, non vi saprei dire -veramente. - -Il Nino è il ritrovo della buona classe borghese, per definirlo -in due parole; come per la _haute volée_ è l’albergo della Regina -d’Inghilterra, che sta alquanto più in su nella sponda opposta, ed al -quale riserbo condurre il lettore in una prossima escursione. - - [Illustrazione: Villa Raimondi.] - - - - -ESCURSIONE QUARTA. - -L’OLMO. - - San Fermo e i volontarî di Garibaldi. — Borgo Vico. — Villa - Barbò. — Il Museo di monsignor Giovio e la villa Gallia. — - Villa Saporiti, già Villani. — Bonaparte e i deputati di Como. - — Palazzo Resta. — Ville Salazar, Bellotti, Mancini, Brivio, - Belgiojoso, D’Adda e Pisa. — Villa Mondolfo. — L’Olmo del - marchese Raimondi. — Caninio Rufo e Plinio il Giovane. - - -La meta di questa escursione è pel contrario un cotal po’ -aristocratica. Non prometto ai lettori di condurli alla scoperta d’un -_Crotto_, o di qualche elegante albergo: la nostra passeggiata non va -che di pochi passi fuor del sobborgo Vico, che si distende sulla destra -sponda del lago, il qual può dirsi in questo suo primo bacino una serie -non interrotta di ville, che si riflettono con femminile civetteria -nelle onde. - -Ci basti all’uopo noleggiare un burchiello, e così, toccando appena -dei remi, farlo avanzare lentamente. Nè vi darò l’incomodo di scendere -ad ogni tratto, chè mi sento d’informarvi d’ogni cosa interessante -rimanendo in barca seduti. - -Quel filare di piante è il pubblico passeggio della città; più dietro -e per la via che vi fu praticata forse trent’anni fa, si ascende a -S. Fermo dove ne’ primi di giugno 1859 audacemente i volontarî di -Garibaldi attaccarono gli austriaci di Urban e li ruppero con prodigi -infiniti di valore. - -Dopo la chiesa di S. Giorgio, che precede al pubblico passeggio, -incomincia il Borgo Vico e con esso la villa dei marchesi Barbò da -Soresina, dove un giorno sorse la celebre villa denominata il Museo del -già ricordato Paolo Giovio, vescovo di Nocera, che, a’ suoi giorni, -aveva il poco invidiabile coraggio di altamente proclamare aver egli -a propria disposizione due penne, l’una d’oro per chi ben lo pagava, -di ferro l’altra per chi ciò non faceva: su per giù del resto il -mal vezzo di certi giornalisti d’oggidì di mia conoscenza, che senza -quel coraggio di dirlo, han tuttavia quell’altro di farlo. Or bene -il Giovio, lo _storicone altissimo_ dell’Aretino, in quella sua villa -accumulato aveva quante preziosità potè racimolare, sia per doni avuti -spontaneamente, sia per premi imposti e ricatti. Nella prefazione alle -sue opere _Ritratti d’uomini illustri_ ne fece una lunga descrizione, -che, comunque interessante, risparmio al lettore, del quale debbo -già di troppo esercitar la pazienza col narrargli delle ville che -sussistono realmente adesso. L’abate Gallio demolì nel 1616 il Museo, -e la villa che ne sorse sulle rovine si chiamò la Gallia, che ultimò il -marchese Fossani, ed ha buone pitture del Morazzone e del Bianchi. - -Segue la villa Saporiti, che un dì apparteneva ai marchesi Villani -e figurò allora nel processo intentatosi a Londra contro Carlotta di -Brunswick, regina d’Inghilterra, del quale dirò parte a parte nella -ventura escursione, e narra Cesare Cantù che vi alloggiasse nel 1797 il -generale Bonaparte, prescelta per l’eleganza del suo ammobigliamento, -e che ai deputati di Como che gli si erano presentati, porgesse franche -assicurazioni che non sarebbero ni francesi, ni tedeschi, ma italiani. -Dopo i Villani ebbero la villa i Battaglia. - -Sul terreno della Badia di Vico fu eretto il palazzo dei conti Resta; -più indietro è la villetta elegante dei conti Salazar; ancora lungo -il lago sorge quella de’ Bellotti; poi quella de’ nobili Mancini, -dei conti Belgiojoso, dei marchesi Brivio, de’ marchesi D’Adda, -del banchiere Pisa, e finalmente del conte Sebastiano Mondolfo, che -coll’orgoglio legittimo consentito dal merito, giusta il concetto -d’Orazio, _sume superbiam quæsitam meritis_, può come il romano -Oratore vantarsi incominciare da sè la nobiltà. Colle ingenti somme -da lui consacrate a scopi di beneficenza, coll’ajutare nazionali -imprese, egli, triestino, s’è conquistato la cittadinanza milanese e la -benemerenza nostra. - -In questa sua villa, che siede sulle rive ridenti del Lario, trovò -nell’acquisto un prezioso e grandioso dipinto del pittor Bossi, -rappresentante l’ingresso del general Pino in Milano da Porta Romana -alla testa dell’armata italiana reduce dalle campagne napoleoniche del -nord. Interessantissimo riesce principalmente un tal quadro per tutte -le foggie di vestir popolare che vi si riscontrano nelle molteplici -figure che lo popolano, e più ancora per i ritratti dei principali -personaggi che vi sono rappresentati. Vi si ammirano altresì quattro -pregevolissimi acquerelli del Migliara, resi ancora più interessanti, -perchè istoriati da quattro diversi episodî di quel tristissimo tumulto -che finì coll’eccidio dell’infelice ministro Prina, onde si bruttò la -storia della mia città. - -E così eccoci giunti ora alla meta della nostra odierna escursione: -all’Olmo. - -Possiamo lasciare la barca. - -Codesta villeggiatura, veramente principesca, oscura tutte le altre in -grandiosità e ricchezza. Anche la villa che su questa dell’Olmo o ben -presso sorgeva, a’ tempi di Plinio, ed era di Caninio Rufo, non era di -certo inferiore, se non all’odierna grandiosità, certo alla sua amenità -e vaghezza; e poichè mi son proposto di ricordare storici fatti e -tradizioni che si collegano a queste ville lariane, mi si permetta che -io qui trascriva il brano di Plinio il Giovane[9], nel quale l’amico -Caninio Rufo intrattiene di questa sua villa: - - “C. Plinio a Caninio Rufo. - -„Che fa Como, tua e mia delizia? Che quell’amenissima tua villetta? -che quel portico, dove è sempre primavera? Che quell’ombroso boschetto -di platani? Che quel verde e lucidissimo canale? Che quel sottoposto -ed util lago? Che quel molle e pur saldo stradon gestatorio? Che quel -bagno tutto quanto riempito e circondato di sole? Che quel tinello per -molti e l’altro per pochi? Che le stanze da giorno e quelle da notte? -Ti godi forse a vicenda or le une or le altre? O, come îl solito, ne -sei distolto da frequenti corse, a fine di attendere a’ tuoi negozi? Se -tu ne godi, sei felice e beato; non sei che volgo se ne fai senza.„ - -Distrutta, non si sa come nè quando, la villetta di Caninio Rufo, -ora questa più vasta vi sorge, che dicesi dell’Olmo. La fabbricò il -marchese Innocenzo Odescalchi di Como su’ disegni di quell’illustre -architetto ticinese che fu Simone Cantoni[10], vi profuse stucchi, -dorature, specchi e dipinti. V’è in una sala una gran fascia di figure -scolpite da quell’emulo di Canova che fu Thorwaldsen, e vi sono mille -altre preziose cose d’arte. - -Toccò questa villa in eredità al marchese Giorgio Raimondi, che -generosissimo vi menò lungo tempo la vita; ma dopo le sventure toccate -alla insurrezione nostra del 1848, fra le proprietà sequestrate dalla -stoltezza de’ proconsoli austriaci, questa fu pure dell’Olmo, che, a -sommo dispregio delle cose nostre e in odio del Raimondi, le dorate -sale convertirono in caserma, e sallo Iddio di qual modo conciassero -tutte quelle preziosità. - -Sciolti dopo i sequestri, di tanti guasti stomacato forse il marchese -Raimondi, piacendosi d’altre sue comode e non profanate villeggiature, -questa più non curò e, se la voce non erra, non ricuserebbe dallo -spropriarsene. - -Qualche regnante o gran ricco che aspiri a trovarsi lungo il Lario una -delizia — poichè nella amenità di queste terre e di queste acque si -danno convegni principi e ricchi d’ogni nazione —, vi troverebbe alla -villeggiatura dell’Olmo il suo conto, e la villeggiatura dell’Olmo -ritornar potrebbe tuttavia a’ suoi giorni di prosperità e splendore. - - - - -ESCURSIONE QUINTA. - -IL PERTUGIO DELLA VOLPE. - - Gite montane. — Il trovante dell’Alpe di S. Primo. — Il Sarizzo. - — Grotte e caverne. — Grumello. — Villa Celesia. — La Zuccotta - e I Tre Simili. — Il signor G. B. Brambilla. — Villa Caprera - del signor Loria. — La Tavernola e l’Albergo. — Villa Gonzales. - — Il capitano De Cristoforis. — La Villa Bignami. — La Villa - Blasis. — A Carlo Blasis. Versi. — Il Bisbino. — Il Pertugio - della Volpe. — Marmi e pietre. - - -Alla campagna, non è sempre a paesi, a mercati, a ville che si ami, a -ragion di piacevole passeggiata, andare; ma assai spesso ben anco a -cert’altri luoghi, dove o la natura li rese interessanti, o la loro -postura concede che si godano panorami od estesi orizzonti. Nè sono -cotali escursioni le meno piacevoli, anzi il più spesso sono quelle che -divertono meglio. Il lago di Como e il Pian d’Erba, che noi dobbiamo -percorrere allegramente insieme, ti presentano, amico lettore, molti e -amenissimi punti di tal fatta, che saran certo anche per te deliziose -mete a gite, a refezioni allegre, come lo sono per tanti. - -D’ordinario infatti vi si va recando il necessario per la colazione: -è così buono anche il più semplice companatico quando è ammanito -dall’appetito, reso più acuto dal lungo cammino fatto a piedi o sul -dosso di qualche mulo o asinello, e dalla fresca brezza che spira -sempre dalle frondose selvette, onde si vestono le nostre colline, i -nostri monti. E quelle chiare, dolci e fresche linfe che scaturiscono -improvvise dai massi, e, formantisi in rivoletti, scendono così -seducenti di balza in balza, che t’invitano a gustarle o nel palmo -della mano, o alla foggia dei biblici soldati di Gedeone, o nella -barchettina di cuojo. - -Qui lungo il lago di Como avviene che nelle corse montane che si -fanno si trovino altre curiosità, che, anche senza essere geologi e -naturalisti, richiamano l’attenzione; quali, a mo’ d’esempio, enormi -massi o trovanti di granito, staccati dal monte e per nulla aventi -a fare colla natura della roccia di esso. Celebre è quello, a cagion -d’esempio, che scorgesi a sinistra del lago sull’alpe di S. Primo e che -molti traggono a vedere, e quelli che vedremo sul monte che sovrasta -a Blevio. La presenza di tali trovanti ci attesta de’ cataclismi -avvenuti, come i fossili e le conchiglie, che su per le vette di queste -Prealpi si trovano, ne lascian credere che veramente un giorno fosse -questa nostra Lombardia tutta quanta un mare. - -Ma di secoli da quel tempo devono essere trascorsi a centinaja. - -Diffatti massi erratici si sfruttano dall’industria per fabbriche, e in -commercio si conoscono sotto il nome di sarizzo; tanto l’uomo sa trar -profitto di tutto! - -Richiamano altresì l’attenzione e de’ geologi e dei profani certe -grotte e pozzi e caverne che si trovano, come il Pertugio detto della -volpe, al quale è diretta la nostra peregrinazione odierna; il Buco di -Blevio e quello appellato del Nasone che gli stanno rimpetto; quello -dell’Orso su Torrigia, a cui pure ne ho destinata un’altra; e la Grotta -della Masera sopra Careno e Premenù sopra Pognana, e il Buco della -Nicolina e quello di Vallombria sovra il piano del Tivano, dove pure -condurrò più avanti il lettore, e la Tana Selvatica sopra Grandola in -Val Menaggio e Biancamonda sopra Villeso, per non dir di tutte. - -E siccome mi piace serbare un po’ d’ordine in queste nostre escursioni, -e far in modo che nulla sfugga alla nostra osservazione (s’intende -nulla del meglio), così, rammentandomi che siam rimasti alla villa del -marchese Raimondi, denominata l’Olmo, passiamo in rassegna le graziose -e ricche ville che si vengono succedendo: ci parrà più corta la via, -per giungere al Pertugio. - -Se vi pare di variare, qui potete farne senza della barca; perocchè -è una buona via abbastanza larga per trascorrervi la carrozza e farvi -pure lo scambio con quell’altra che le venisse incontro per ricondurvi -al sentiero che si sale alla montagna. Io per altro ho promesso di -accennarvi a tutte queste leggiadre casine che si specchiano come vaghe -odalische nel lago, e tiro dritto in barca. - -La prima che s’incontra è il Grumello, villa ora del genovese banchiere -Celesia, ma che prima fu dei Gallio e poi de’ Giovi. Ha vicino la sua -darsena, come, quale in un modo, quale in un altro, l’hanno tutte; -perocchè aver la villa lungo il lago e non possedere la sua lancia, o -la gondola, o il canotto, o il piccino ed agile sandolino che sfiora -appena l’acqua, è quanto non averla. La più parte delle passeggiate è -sul lago, e sovr’esso si trascorre sempre al mattino, meno al meriggio, -indispensabilmente prima o dopo il desinare. Con taluna di queste -snelle imbarcazioni si va al mercato di Como, si passa alla posta del -paese a dare e ritirar le lettere, si rasenta la sponda o si traversa -per le visite, si va incontro a’ piroscafi per vedervi i passeggieri, o -per la sola voluttà di farsi cullare dalle grosse onde che nel moversi -ne fan le ruote; si fanno infine le escursioni di piacere; insomma -si san sempre trovare le occasioni d’essere in barca; così che possa -dirsi, senza dare nell’iperbole, che gran parte della giornata la si -passi sovra il lago. - -Eccovi questa villa che è al di là della strada: è la Zuccotta e -appartiene al signor Giovan Battista Brambilla, banchiere di Milano. -Innanzi ad essa sarei tratto a farvi un po’ di maldicenza, non a danno -del suo ultimo possessore, ma a beneficio del suo antecessore, sempre -nell’interesse della storia; ma preferisco rimandarvi a quel libretto -divertentissimo che dettò quello svegliato ingegno di Defendente -Sacchi, molti e molti anni fa, allorchè la Zuccotta era venuta alle -mani di quel furbissimo abate che fu il professore Pietro Configliachi. -Il libretto ha per titolo _I tre Simili_, e ci dice come qualmente -la villa la Zuccotta, acquistata co’ danari d’una signora, rimanesse -invece con mirabile artificio proprietà dello abate. L’è tutta una -rappresentazione di prestidigitazione da disgradare Cagliostro. A’ -tempi in cui usciva questa storia per le stampe, gli Austriaci erano -qui nell’apogeo della loro dominazione; epperò dovette stamparsi alla -macchia e passarsi dall’uno all’altro, quasi un numero rivoluzionario -della _Giovine Italia_. - -Questa villa era stata edificata dai signori Volpi; il Configliachi, -da uomo di sottile ingegno, ne l’aveva di molto abbellita; ma chi la -ridusse alla vaghezza d’oggidì fu l’odierno proprietario di essa signor -Brambilla, che elevandola fino al sommo della collina e occupando parte -del Cereseto, che il Cantù dice _lodato per fichi squisiti_, la fece -tra le migliori onde il lago si pompeggia. Quivi accolse oggetti di -pittura e di scultura, e deve essere per lui di non poca soddisfazione -nel vederli innanzi a sè, ripensare che ognun di essi rappresenta una -commissione da lui data a questo o a quell’artista, e da lui data in -tempo, quando cioè può valere altresì a beneficenza. Queste cose sono -omai così poco e da’ pochi comprese, che rilevarle, per lo scrittore è -un dovere. - -Più avanti il medesimo signor Brambilla, traendo partito da qualche -spazio concessogli dal capriccioso lago, fabbricò un bellissimo -palazzino, che, in omaggio al Titano d’Italia, intolò Caprera, e non è -a dirsi come lo fornisse d’elegante suppellettile. L’una sola di queste -ville oh come appagherebbe le aspirazioni di molti! Ora essa divenne -proprietà del ricchissimo signor Loria, che la grande fortuna ammassata -ne’ commerci in Egitto sfrutta degnamente fra noi. Il suo palazzo di -Milano è tra le migliori e suntuose opere architettoniche del nostro -tempo. - -Dalla Caprera alla Tavernola, già degli Stagnoli, ora di proprietario -tedesco, non corrono che pochi passi. Quivi è facile trovare chi vi -affitti, se bramate gustarvi gli ozî lacuali, molto più poi che ora vi -si è stabilito un albergo. Il luogo è bello, comoda la casa, proprie -le suppellettili, splendide le vicinanze. Non sarà certo inopportuna -questa mia designazione. Essa venne architettata da quel valoroso che è -il Tatti. - -La villa Gonzales vi succede. Sorge a testimonio di quanto possa -l’ingegno anche sopra la nascita e l’educazione di convenzione. -Il Gonzales, datosi agli appalti e fattosi più volte milionario, -qui si aveva preparato deliziosissimi ozî e riposi dalle annuali -fatiche. Spiegò il gusto de’ gran signori dalla natività: le sue -allogazioni artistiche non sono state mai a casaccio, ma presiedute -dalla intelligenza. Il Fasanotti, principe de’ nostri paesisti, della -villa del Gonzales fece uno de’ soliti suoi capolavori. Fu l’onore -allora della pubblica mostra di belle arti di Brera; ora lo è della -superba casa del signor Gonzales. Fra gli altri molti oggetti d’arte -che vi accolse, evvi il bellissimo Ismaele dello Strazza e un bel -quadro di Sebastiano De Albertis, raffigurante la morte del capitano -De Cristoforis, avvenuta nella fazione di S. Fermo già ricordata. Ma, -tanta delizia, contro la comune aspettazione, ora da lui fu ceduta a -ricco straniero; tanto è vero che l’uomo propone e Iddio dispone. - -Poi la villa Bignami, eseguita dietro disegno dell’architetto -Clerichetti, e basta per dirla di buona architettura; e quindi la Cima, -che deve la sua esistenza al generale Pino, di cui dissi già addietro -e avrò a dire nella prossima escursione ancora. Fu in questa villa che -quel famoso vi moriva nell’anno 1826. - -Dietro di queste ultime ville, al di là della strada carrozzabile, che -ho già sopra ricordata, presso il torrente della Breggia, che passando -nella Vall’Intelvi, viene presto a buttarsi nel lago, una graziosa -villetta, che per me ha grandissimo valore, attrae il vostro sguardo. -Tersicore vorrebbe esser detta, perocchè essa appartenga al suo più -celebre sacerdote vivente, a Carlo Blasis vuo’ dire, che congiuntamente -a quella somma artista che fu Annunziata Ramaccini, che gli è -compagna, portò la R. scuola di perfezionamento di ballo di Milano a -quell’altezza e fama che ognun sa. Nel Blasis l’insegnamento egregio -non fu l’effetto soltanto delle tecniche nozioni apprese alla sua -volta in giovinezza, ma il frutto altresì di quella coltura onde erudì -lo spirito, e delle dottrine estetiche nelle quali è maestro e per le -quali potè donare alle lettere e all’arte sua un preziosissimo _Manuale -della danza_, un filosofico volume _Sull’uomo fisico intellettuale e -morale_, e infinità d’altri lavori di scienza e di erudizione, che -il resero l’indispensabile collaboratore di non so quanti giornali -artistici italiani ed esteri. - -Mi conceda il lettore che io dedichi all’amico la versione d’un -enfatico carme latino che il direttore del _Propagateur du Var_, Dario -De Rossi, pubblicava in onore di lui. È sì raro che periodici francesi -riconoscano il merito de’ nostri, che chi legge avrà caro che le pagine -di prosa ora alterni con versi che sì onorevolmente testimoniano d’un -nostro concittadino. - - Non mai, se il dolce di Calliope labbro - Mi sorridesse, o da Polinnia il dotto - Artificio non fosse a me negato - De’ carmi, o pur se d’imitar col canto - Mi fosse Orfeo da pio destin concesso; - Non mai, Blasis, potria le tue virtudi - Degnamente narrar onde risplendi, - Siccome astro fulgente in sul creato. - A la palestra le solerti membra - Ad addestrar tu insegni, e tu la danza - Guidi ed al piede la cadenza, e il modo, - E la posa ed il gesto e ogni movenza, - Memore ancor dell’arte prisca, apprendi. - Il diviso dall’orbe irto britanno, - Ammira e plaude; e quei che pria Colombo - Sotto l’ardente sol scopriva audace - Dopo acerbe fortune e l’aspra gente - Delle Esperidi e quei che del Sequano - Flutto nobil si fa, popol di Francia, - Inclito in armi e nel civil costume, - Blasis, dal genio tuo, da tanta altezza - Di tua mente commossi, al ciel la lode - Del tuo nome innalzar e della terra - Itala che ti fu larga nodrice - E della tua s’onora inclita fama. - Te la Gloria sublima e il tuo sembiante - Ritrae nel marmo. — A che ricordo io mai - Queste povere cose? — Oh! non da meno - De’ più gagliardi ingegni, osasti primo - Tu dell’uomo indagar le meraviglie - Note appena ridir ed ogni moto - Dell’animo a che valga e i nostri petti, - L’abito di natura, onde agli offici - C’informiam della vita ed alle eccelse - Regioni ci estolle, o in giù trascina - E ci offusca le menti e il corpo solve; - Che mai possa la donna e quanto ingegno - E nelle membra sue vigore accolga; - Quali rifulgan per sapere e quali - Alla patria devoti emergan forti - Nelle battaglie eroi, o la lor vita - Abbian dell’Arti al sacro culto intesa. - Quanto fai, quanto scrivi, a te le menti - Concilia, o Carlo, e raddolcisce i petti - Ed è fama così che la prestanza - De’ tuoi modi squisiti abbia lasciati - Ricordevoli molti; al par di pianta - Che frondosa al venir di primavera - S’incorona di fiori e nell’estiva - Stagion pendon dai rami i dolci pomi. - Quivi de’ lor melodïosi canti - Empion l’aure gli augelli e qui per lungo - Cammino il vïator stanco riposa - E le forze a la fresca ombra rintegra. - O dell’Italia onor, de la severa - Sofia decoro, lungamente vivi - All’arte e a’ tuoi, felice! e quando avrai - Grande e incolume i tuoi giorni compiuti, - Te Clio, te Euterpe e la virtù non morta - De la tua patria adducano immortale - Sovra nuvola ardente in grembo al cielo! - -Ma qui ne è forza balzar dalla barca e ascendere il monte che nomano il -Bisbino. Badiam però che la sua sommità sia libera e serena; perocchè -quando essa si incorona di nubi, gli è indizio che il cielo si turberà, -che non tarderà guari a piovere a dirotto: - - Se il Bisbin mette il cappello, - Corri a prendere l’ombrello; - -così avvertono, a mo’ di sentenza, quelli del luogo. - -Sulle sue pendici seggono le grosse terre di Piazza e di Rovenna, dove -è anche una bella chiesa e dove, non ricordo in qual tempo dell’anno, -è una sagra a cui corre gran gente, ma più ancora al Santuario sulla -vetta. - -Più in su è il Pertugio della Volpe. - -La vista che al di fuori ci si offre è incantevole: valeva la pena di -venirvi. Ma descrivervi il panorama non mi calza, da che la descrizione -è esaurita per chi montò sul Generoso. Tuttavia a chi non garba il -maggior incomodo di salire fin lassù, questa vista del Pertugio della -Volpe lo paga certo del minor disturbo. - -Entriamo adesso. È una grotta che s’addentra assai e assai: i -banchi calcarei che vi sorgono e la rendono ineguale, vi palliano -la lunghezza. Fu misurata novecento metri: sarà vero? Io non mi sto -fra coloro che si mostran troppo increduli, nè mi voglio, San Tomaso -novello, metter la mano a sindacare. Parmi migliore civiltà arrendermi -a chi me la spara grossa... e saran dunque novecento metri di -lunghezza, e voi credetevi, o lettori; e se no, pigliatevi il gomitolo -del villano di Barnabò Visconti e misuratela a vostro talento. - -Vuolsi ricca questa grotta — alla quale per avventura qualche volpe -snidata ha dato il nome — di alabastri venati; ma già questi monti -che fiancheggiano il vaghissimo Lario sono sì larghi depositari di -marmi e pietre che interessano il naturalista e lo speculatore, che -se n’avrebbero a scrivere volumi. Intanto godono gran rinomanza il -marmo bianco di Olgiasca che prolungasi sulla riva opposta del lago, -ove presso Musso già esistevane una cava; quello nero di Varenna; la -pietra di Moltrasio che riducesi anche a lamine sottili per grondaie di -tetti e pavimenti; le lumachelle della Tremezzina e il sarizzo che ho -testè accennato, e il marmo bindellino che è nel letto del Varrone, e -moltissimi sassi calcari che alimentano attivissime fornaci. - -E qui basti e discendiamo, perchè l’ora si fa tarda. - - [Illustrazione: Villa d’Este.] - - - - -ESCURSIONE SESTA. - -LA VILLA D’ESTE. - - Cernobbio. — Debitori e Monache. — Villa Bolognini. — Villa - Lejnati. — Villa Belinzaghi. — Garrovo. — Il general Pino. — - La villa d’Este. — Giorgio IV d’Inghilterra. — La principessa - di Galles. — Suo processo. — Sua morte. — Sue opere alla villa - d’Este. — L’Albergo della Regina d’Inghilterra. — L’acqua della - Coletta. - - -I. - -Un giorno m’accadde di dire che un libro ben curioso sarebbe quello che -s’avesse a fare _Dei misteri del lago di Como_. Già il lettore che mi -ha seguíto ne ha per avventura intraveduto taluno; ma siccome questo -volume è destinato a tutt’altro fine, non mi farò a rivelarli adesso, -limitandomi però a riassumere quelli che sono già caduti nel dominio -della storia, e che per conseguenza non ponno più esser misteri. - -D’altronde, so che il titolo di _Misteri del lago di Como_ piacque -ad altro scrittore e li ha dettati; non li ho letti, — come si può -giungere a tutto? — ma suppongo che saranno indubbiamente una storia -immaginosa, sul tenore delle altre congeneri, — e allora non era quella -la mia intenzione[11]. - -Io voleva con quel pensiero alludere alle cento misteriose scene cui -furono teatro le varie ville che si stendono dall’una e dall’altra -sponda del lago; scene d’amore, scene di crimini, di romanzo e di -assisie, burlevoli e più che serie, che a raccorle ed ammannirle vi -vorrebbe la penna di Sue o di Dumas, di Ponson du Terrail — poichè v’ha -anche il terribile — o di Gaborieau, i romanzieri alla moda in Francia. - -Ora in questa mia escursione non chiamerò il lettore ad assistere a -scene misteriose, ma ad uno storico avvenimento; quantunque il processo -cui fece luogo fu ben lungi dallo squarciare interamente il velo di -tutto quanto si compì fra le pareti della villa d’Este. - - -II. - -E prima di tutto non lasciamoci passare queste altre che ci conducono -alla nostra meta; esse hanno tutto l’interesse al nostro sguardo: -eleganti, graziose ne accivettano a far omaggio anzitutto alla -bellezza, poi a monsignor Milione. - -La prima è rappresentata nella villa Bolognini, dalla più leggiadra -e graziosa creatura, cui stia a maraviglia sulla bellissima testa -la corona ducale; la madre sua, divenuta principessa, ebbe la dedica -d’un magnifico romanzo di Balzac, in cui le è dato tributo altresì di -spirito, e quel messere in fatto di spirito poteva ben essere giudice -competente. - -Ma qui ci troviamo in Cernobbio: una parola del paese. - -Il nome di esso lo si fa derivare da _cœnobium_, cenobio, da un -monastero che v’era di cluniacensi, e credo che sia una delle migliori -e incontrovertibili etimologie. Ai cluniacensi succedettero le monache; -ma sembra che l’aria del lago e queste naturali maraviglie delle sue -rive rendano infiammabili gli animi, ardenti i cuori, e che le povere -recluse fossero facilmente spinte a voluttà e gusti poco ascetici, se -non soltanto qui, ma anche altrove, come vedremo, l’autorità regia, o -l’ecclesiastica, se ne dovette ingerire e mandarle a menare quella vita -altrove. Le monachelle di Cernobbio furono cacciate dal loro ridente -soggiorno da quel nemico di cocolle e di veli che fu Giuseppe II. - -La cronaca ha serbato memoria d’un solo avvenimento di questa borgata, -che pare dovesse essere un tempo più popolosa e forte. Narrasi che nel -1433 alcuni uomini di Cernobbio fossero stati tratti per debiti nelle -carceri di Bellagio; che ad altri loro conterranei fosse entrato il -ruzzolo di liberarneli, e là recatisi di cheto, ne li avessero cavati -a forza. Era duca di Milano allora quel prepotente di Filippo Maria -Visconti, il marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, che, -avuto sentore appena dell’avvenimento, mandò ad istituire il processo, -sperando scoprire i colpevoli; ma poichè la sapienza di quegli -inquisitori non giunse a darli nelle mani, il Visconti fece sommaria -vendetta, desolando tutta la terra di Cernobbio, ch’era assai più -industriosa, e consegnando alle forche quanti avevano osato opporgli -resistenza. - -L’industria maggiore de’ suoi abitanti è in oggi la pesca e i nauli, -guidando essi cioè le imbarcazioni de’ molti che affluiscono a bearsi -delle delizie del Lario, ed eseguendo i trasporti di pietre, calce e -derrate. - -Ho dato omaggio alla bellezza: ora alla ricchezza. - -Questa è rappresentata in Cernobbio dalle due ville dei banchieri -Lejnati e Belinzaghi, che vi raccolsero in esse tutte le opportune -comodità della vita. - -Più oltre un cancello vi annuncia il parco della Villa d’Este. - -Il cardinal Gallio, che si pretende nato in Cernobbio, fabbricò questa -villa che è fra le più grandi e sontuose del lago; tanto così che -or fan due anni l’imperatrice di tutte le Russie vi trovava comodo -albergo. Passò di poi in proprietà ai conti Calderari, onde da Garrovo, -che si chiamava dapprima, si nomò poscia da essi, infino al dì che -Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, principessa di Galles, venuta -in Italia nell’anno 1816, eleggendola a propria stanza, vi impose il -nome di Villa d’Este, che le rimane ancora. - -Il general Pino, che sposava una donna dei Calderari, riceveva con essa -anche la villa; e un bel dì che l’affettuosa sposa attendeva in quegli -ozj il marito, fece, sulle alture onde si chiude il recinto della villa -e che per felice combinazione rassomigliavano in minori proporzioni a -quelle su cui a Tarragona di Spagna si distendevano i fortilizî che il -marito aveva coll’armi italiane espugnati, rizzare tanti fortini che -imitassero in piccolo que’ maggiori, così preparando al marito la più -grata sorpresa. E poichè meglio si ravvivassero in lui quelle grate -e gloriose memorie, disponeva che gli alunni del collegio militare di -Milano, istituito a San Luca dal generale Teulié, vi venissero a far -loro armeggiamenti, attacchi e fuochi con mirabilissimo effetto. - -Ma la Villa d’Este fu teatro a scene più importanti di questa, per -lo scandalo che ne fu fatto per Europa tutta, e che rivelò il famoso -processo che si compì in Londra nel 1820; e siccome da tutti si chiede -come, perchè e quando venne dato alla villa il nome che essa ha, come e -perchè il nome di Regina d’Inghilterra fu imposto al bellissimo albergo -che nel giardino venne edificato dal barone Ciani, che tutta la villa -acquistò e vi fabbricò per entro casini, dominato, com’era solito a dir -egli, dal mal della pietra; così mette conto che io narri questa storia -scandalosa e più scandaloso processo, compendiandola da’ _Processi -Celebri_ che la resero ne’ suoi particolari. - - -III. - -La vita di disordine e di dissipazione, cui, dopo d’essere uscito -nel 1781 dalla minorità, s’era interamente abbandonato quel Giorgio -Augusto Federico, principe di Galles, erede presuntivo della corona -d’Inghilterra e che fu poi Giorgio IV, rimase così notoria, che di poco -aggiunse a popolarizzarla il bel romanzo di Gozlan. - -I suoi banchetti ricordavano le cene dell’impero di Roma: Fox, -Sheridan, Brummel, Erskine, Grey e Russel ne erano i compiacenti -compagni nelle orgie, negli stravizzi, nelle vergogne, come erano i -più eleganti che costituivano la _fashion_ inglese. Superbi equipaggi, -amanti di gran prezzo, dispendî pazzi in giardini e palazzi, e -perfino giunterie di giuoco si alternavano co’ stravizzi nelle più -ignobili taverne: non una tradizione in lui di quella moralità e -austerità, nella quale era stato nella fanciullezza cresciuto in corte. -Carlton-House fu il teatro di tanto scialacquo e dissolutezza. - -Non bastavano a sì grandi follie nè la rendita fattagli di -cinquantamila lire sterline, nè i redditi del ducato di Lancaster. A -capo di tre anni di sua maggiorità egli aveva già inoltre creato a sè -un debito di mezzo milione di sterline, vale a dire dodici milioni e -cinquecentomila franchi. Insorsero i creditori, il re Giorgio III si -ricusava di pagare, lo scandalo crebbe, e la Camera dei Comuni, dopo -un dibáttito scandaloso, finì col votare una somma di 161,000 sterline -(4,025,000 fr.) per pagarne i debiti. - -Incappato dipoi nelle reti di una signora Fitz-Hubert, cattolica -irlandese, costei giunse a farsi segretamente sposare, sebbene un tal -matrimonio fosse colpito di nullità, contrario essendo alle leggi -del regno, queste non permettendo a’ principi della famiglia reale -di contrarlo prima de’ venticinque anni; oltre che il matrimonio del -principe ereditario con una cattolica lo escludeva dalla successione al -trono. - -Aumentati inoltre i suoi debiti, dai quali punto non aveva ristato, -fino alla ingente somma di 642,890 sterline, a meglio cioè di sedici -milioni di franchi, parve al governo non esservi altro riparo che un -matrimonio legale. - -A vincere gli aperti rifiuti opposti dal principe, fu adoperato James -Harvis, più tardi conte di Malmesbury, esperto negoziatore durante -le guerre della repubblica e dell’impero francese, le cui _Memorie_, -lasciate dopo morte, forniscono i più curiosi particolari circa il modo -da lui usato per condurlo ad accogliere l’offertogli partito. - -I creditori, all’uopo sollecitati e divenuti a lui insopportabili, -determinarono finalmente l’adesione del principe al matrimonio, ch’egli -chiamava il proprio suicidio. - -Gli venne fidanzata Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, figlia di -quel duca di Brunswick che nel 1792 forzò audacemente le frontiere di -Francia. - -Mirabeau aveva attestato di lei esser amabilissima, spiritosa, bella e -assai vivace; ma il signor di Malmesbury nel 1794, quando fu conchiuso -il matrimonio (2 dicembre), la trovò, oltre che già di più di ventisei -anni, se abbastanza bella e con due stelle di occhi, anche un cotal po’ -triviale, con denti mezzo guasti e spalle impertinenti. - -La cronaca del paese mormorava di lei, come di donna leggiera, avida -di piaceri, e la faceva eroina d’una romanzesca fuga con un giovine -uffiziale della corte del padre. - -Ne completeranno il breve schizzo che ne ho fatto queste bizzarre -particolarità che si leggono nel giornale dello stesso conte di -Malmesbury. - -“— Il principe, madama, — le disse questo abile negoziatore un giorno — -è assai delicato per ciò che riguarda la nettezza. — Il giorno dopo la -principessa comparve assai bene lavata dalla testa ai piedi.„ - -“Ho avuto, scrive lo stesso Malmesbury, due colloquî colla principessa -Carolina, uno sulla pulizia e sulla decenza, ed un altro sul riserbo -nel parlare. Ho procurato, per quanto può farlo un uomo, di convincerla -della necessità di porre molta attenzione in tutte le parti del suo -abbigliamento, sia in quello che si vedeva, sia in quello che rimaneva -ascoso... Sapevo che portava delle sottane grossolane, delle camicie -ruvide e delle calze di filo, e non fossero neppure ben pulite e -cambiate abbastanza di frequente!... È singolare come su questo punto -sia stata trascurata la sua educazione e come sua madre, benchè inglese -(Augusta, sorella di re Giorgio III), vi abbia fatto poca attenzione. -L’altro nostro colloquio versò sul modo leggiero con cui parlava della -duchessa (sua madre), burlandosi sempre di lei e dinanzi a lei... Ella -capisce tutto ciò, ma lo dimentica...„ - -Questi erano gli sposi: vediamo i frutti di tal connubio. - - -IV. - -Il principe di Galles mandava a Greenwich, a ricevere la sua sposa, -lady Jersey sua recente amante, ciò che stabiliva fin dai primi -momenti in costei una acerrima nemica di Carolina, perchè non le aveva -dissimulato frizzi pungenti che non si perdonano. - -Trovo scritto che la prima notte di matrimonio fu degna di questi -sponsali. Dopo alcune ore, il principe abbandonava il letto nuziale, -senza dissimulare il suo turbamento, la sua collera e il suo disgusto. -Che pensare dei misteri di questa notte? Si parlò d’ubbriachezza, di -trasporti lubrici, di scoperte umilianti.... Checchè ne sia, è certo -che il principe, ubbriaco come un facchino, passò la maggior parte -della notte sdraiato, non nel letto nuziale, ma su d’un tappeto. - -Dopo tutto, il 7 febbrajo 1796, nove mesi successivi a quella notte, -Carolina dava alla luce la principessa Carolina Carlotta Augusta di -Galles. - -Ma non fu codesto un anello di ricongiunzione fra i due sposi. Il -principe di Galles continuò a vivere separato dalla moglie; anzi, dopo -due lettere scambiatesi fra essi, come a specie di convenzione d’una -separazione di fatto, la principessa di Galles si ritrasse a Black-Heat -nel Devonshire, da cui di rado si toglieva per comparire a corte; -intenta, del resto, alle cure della propria bambina. - -Nel 1804 cominciò la maldicenza, incitata da lady Jersey, a esercitarsi -a di lei danno. Disse di scandalosi amori suoi con lord Eardley, e si -pretese che William Billy Austin, fanciulletto da lei caritatevolmente -ricoverato e amato, fosse il frutto di adulteri amori. - -La delicata investigazione che si istituì l’assolse completamente, e -si trovò che il fanciullo era invece dello spedale di Brownlow-Street, -ed erano suoi genitori Sofia Austin e un falegname di Deptfort, -conchiudendosi che i di lei accusatori avrebbero meritato di essere -processati con tutta la severità delle leggi. - -Ma ciò non avendo giovato a ritornarle tutta la reverenza dovuta al -suo grado, molto più che l’investigazione e i suoi risultamenti erano -stati tenuti segreti, ella ne reclamò al re suo suocero, invocando la -pubblicità di tutto. _The Book_, che ne fu la raccolta degli atti, -comparve; ma giunto al potere Perceval, che era stato consigliero -alla principessa di quella pubblicazione, ne scongiurò lo scandalo e -soppresse il libro, e diè egualmente soddisfazione a Carolina, operando -in guisa che Giorgio III e i due fratelli del principe di Galles le -facessero solenni visite, e che una decisione del consiglio di Stato ne -confermasse l’innocenza. - -Ma gli odî del marito crebbero a dismisura, ed ei le tolse la figlia. -Ricorse ella, ebbe nuova riconferma d’incolpabilità, ma non riebbe la -figliuola. - -Le fu interdetto allora ricomparire a corte, non potendo il principe, -divenuto reggente per la demenza del padre, incontrarsi con lei. Ne -chiese ragione a lui medesimo, ma non n’ebbe risposta tampoco. - -La figlia Carlotta veniva destinata dal reggente al principe d’Orange, -erede presuntivo del trono de’ Paesi Bassi; dovendo mal suo grado -obbedirvi, in capo lista delle persone che dovevano invitarsi al -matrimonio la giovinetta scrisse il nome della madre. Giorgio gliela -ritornò radiandone il nome; ma Carlotta alla sua volta cancellò un -nome: era quello del futuro sposo, e rinviò al padre la lista. Ella -andava sposa poco dopo al duca di Sassonia Coburgo. - -La principessa di Galles risolse allora di abbandonar l’Inghilterra. - -Il Parlamento le fissava l’appannaggio d’annue lire cinquantamila -sterline; essa non ne accettò che trentacinquemila, e partiva il 9 -aprile 1814, assumendo il nome di contessa di Wolfenbüttel. - -Si diresse dapprima al suo paese natio; quindi partì per la Svizzera, -visitò l’Italia, la Grecia, la Turchia, la Palestina, Tunisi; poi si -stabiliva a Pesaro, e da ultimo a questa villa Calderari sul lago di -Como, che ricevette da lei, come già sa il lettore, il nome di Villa -d’Este. - - -V. - -Quale fosse la vita della principessa di Galles all’estero, e -principalmente su queste rive del lago, non ne è spenta la memoria -fra noi. V’hanno di molti ancora che rammentano averla veduta, che si -trovarono ai licenziosi balli cui ella assisteva alla Barona presso -Milano, che la riconobbero ai veglioni della Scala con travestimenti -impossibili o toalette sconvenienti; come moltissimi ne levano a cielo -ancora gli atti infiniti di una inesauribile generosità e carità. - -Queste sponde del Lario echeggiano tuttavia degli inni riconoscenti -alle sue splendide beneficenze. Ella allargò e compì la via che da -Como metteva alla sua residenza e spese assai denaro in altre opere -vantaggiose a quel paese. - -Se non che l’odio del marito e l’ira de’ nemici da lei lasciati in -Inghilterra non s’erano tenuti paghi di sua partenza: essi la seguivano -nelle sue peregrinazioni, nel suo volontario esilio. Neppur si volle -informarla della morte della figliuola, neppur di quella del suocero -Giorgio III, avvenuta il 29 gennajo 1820, da lei sapute entrambe -soltanto a caso. - -S’inasprì ancor più la persecuzione contro di lei coll’avvenimento di -suo marito Giorgio IV al trono. Il suo nome fu tolto dalle preghiere -della liturgia britannica, e le fu messa, per così dire, a’ fianchi una -commissione segreta che ne spiasse la vita. - -E questa nella sua permanente inchiesta, stabilita fra persone -influenti in Milano, raccoglieva fatti, circostanze, nomi e -testimonianze terribili contro di lei. - -Carolina, reclamando contro le misure summentovate prese in Inghilterra -contro di lei, minacciava recarsi a Londra a reclamare i suoi privilegi -di regina; ve la aizzavano i _whigs_ che avrebbero voluto suscitar con -ciò gravi imbarazzi al nuovo regno; sconsigliavanla i _tories_ collo -spauracchio d’uno scandaloso processo. Nulla temendo Carolina, sullo -scorcio del maggio 1821, arrivò in Francia, deliberata d’incarnare il -proprio progetto. - -Lord Hutchinson le venne incontro, e da parte di lord Liverpool, -ministro di Giorgio IV, le offriva aumentarle l’appannaggio fino a -50,000 lire sterline all’anno, purchè restasse fuor d’Inghilterra, -non assumesse titolo di regina, nè altro spettante alla famiglia reale -d’Inghilterra. - -Ella rispose a questa proferta, imbarcandosi sul pachebotto inglese -_Principe Leopoldo_ per Londra. - -Sbarcata sul suolo inglese, vi fu accolta colle dimostrazioni più -onorifiche dovute a regina e con entusiasmi che l’accompagnarono fino -alla capitale, dove passando innanzi alla residenza reale, la folla -emise all’indirizzo di Giorgio IV formidabili grugniti, modo col quale -quegli eccentrici isolani esprimono disapprovazione; ma questa marcia -trionfale veniva arrestata dal ministero in cui sedeva lord Liverpool, -il quale la sera del sei giugno presentava alla Camera dei Lord un -messaggio reale, mentre lord Castelreagh faceva altrettanto alla Camera -dei Comuni, quivi depositando un sacco verde contenente i documenti -d’accusa contro la regina, che nel messaggio e nelle parole de’ -ministri veniva tuttavia chiamata la principessa di Galles. L’accusa -era di adulterio. - -L’impressione prodotta fu grave, poichè si temesse non fosse per -riuscire a rinnovare i tempi d’Anna Bolena e Giovanna Grey; ma lord -Liverpool temperavala, dicendo che il fatto d’un adulterio commesso -all’estero con uno straniero non costituisse che un’ingiuria in linea -civile; e voleva con ciò rassicurare i nobili lord che non si sarebbe -trattato di pena di morte. - -Carolina intanto aveva preso alloggio in Brandenburg-House. - -Ecco il bill delle pene e delle penalità (_Bill of pains and -penalties_), che lord Liverpool lesse nel Parlamento: - -“Atteso che nell’anno 1814 S. M. Carolina Maria Elisabetta, allora -principessa di Galles, ed ora regina sposa d’Inghilterra, residente -allora a Milano, prese al suo servizio il nominato Bartolomeo Bergami -o Pergami, straniero, di bassa condizione, essendo stato domestico; -atteso che dopo d’essere il detto Bergami entrato al servizio di -S. A. R. vi fu tra di loro un’intimità sconveniente e ributtante, -e che non solo S. A. R. lo innalzò ad un posto eminente nella sua -casa e lo ammise a rapporti confidenziali colla propria persona, -ma gli conferì anche gli attestati più straordinarii di favore e di -distinzione, ottenendo per lui ordini cavallereschi e titoli onorifici, -conferendogli un preteso ordine di cavalleria, che S. A. R. erasi -arbitrata di istituire, senza averne nè il diritto, nè la facoltà; -atteso che la detta A. R., dimenticando sempre più l’elevatezza del -suo rango ed i suoi doveri verso V. M., non avendo più alcun riguardo -al suo onore ed al suo carattere, si è condotta col detto Bergami in -altre occasioni, tanto in pubblico che in privato, con una famigliarità -indecente ed una singolare libertà nei diversi paesi visitati da S. -A. R., e che finalmente ha avuto rapporti licenziosi, umilianti ed -adulteri col detto Bergami, che durarono per lungo lasso di tempo, -durante il soggiorno di S. A. R. all’estero, con grande scandalo e -disonore della famiglia reale e di questo regno; - -„Volendo, per tali motivi, manifestare la nostra intima convinzione -che con questa condotta scandalosa, disonorante e viziosa, S. M. -la regina ha violati i suoi doveri verso V. M. e si è resa indegna -dell’alto rango di regina sposa di questo regno; volendo attestare un -giusto rispetto alla dignità della corona ed all’onore della nazione; -noi umilissimi e fedelissimi sudditi di V. M., lordi spirituali e -temporali, e così pure i deputati della Camera dei Comuni, raccolti in -Parlamento, supplichiamo V. M. di ordinare quanto segue: - -„Che sia ordinato dalla Eccellentissima Maestà del re, coll’avviso -e il consenso dei lordi spirituali e temporali e dei deputati della -Camera dei Comuni, riuniti nel Parlamento al presente convocato, e -per la loro autorità, che la detta Maestà Carolina Amalia Elisabetta, -quando sia passato questo atto, abbia ad essere spogliata del titolo di -regina e di tutti i diritti, privilegi, prerogative ed esenzioni che -le appartengono come regina sposa di questo regno; che sia dichiarata -incapace ad esercitare alcuno di questi diritti, a godere alcuna di -queste prerogative, e di più che il matrimonio fra S. M. il re e la -detta Carolina Amalia Elisabetta, sia coll’atto presente sciolto per -sempre, totalmente annullato e reso vano sotto tutti i rapporti ed in -tutte le conseguenze.„ - - -VI. - -Il processo fu iniziato e consiglieri della regina furono i signori -Brougham, che fu poi illustre ministro, Denman, il dottor Lushington, -John Williams, Tindal e Wildas. - -Facciamo grazia a’ lettori delle particolarità della procedura e di -quanto deposero i testimonî, molti de’ quali chiamati da Milano e -dalle sponde del Lario circa gli scandali su di esse compiuti dalla -regina Carolina: sono particolarità indecenti che offenderebbero il -senso morale loro; ma d’altra parte resta monumento imperituro della -ingratitudine di molti, tra i quali di un Teodoro Maiocchi e di una -Dumont cameriera, che furono beneficati da quella donna dissoluta ma ad -un tempo di generosissimo cuore. Parve si mettessero in sodo gli amori -suoi con Bergami, aiutati da una sorella di lui, che figurò col nome -di contessa Oldi, dal fratello creato prefetto di palazzo alla villa -d’Este e dalla madre che assunse il nome di madama de Livris. - -Si parlò del teatro erettosi in questa villa del nostro lago, delle -rappresentazioni che vi si diedero, in cui la regina era sempre -l’amante di Bergami, e certi giuochi detti del turco Maometto di -eccessiva libertà e licenza. - -Ciò che per altro fu notato e sorprese, fu il fatto di danari e -promesse dati e fatte ai testimonî da parte d’uomini indettati col -governo; onde al popolo inglese e ai difensori della regina rimase -presa a revocar in dubbio le accuse e proclamarne la innocenza. - -“In quanto alla villa d’Este, disse il _Solicitor general_ nella sua -requisitoria, le deposizioni si accumulano. Là non provengono soltanto -dai domestici della regina. Dagli operai, dagli artigiani, impiegati -accidentalmente nella casa o nel giardino, si attestano tali intimità -che non lasciano il più piccolo dubbio sul commesso adulterio.„ - -Si seppe tuttavia che de’ molti testimonî chiamati da Cernobbio -a Londra a deporre in processo, la più parte, memore de’ ricevuti -beneficî, non le rese ingrata mercede. - -In quanto alla generosità, alla carità e alla bontà della principessa, -messa dai dibattimenti in piena evidenza, il medesimo _Solicitor -general_ fu costretto dire: “Io sono lontano dal voler contestare -queste virtù alla regina. Quando rammento di che illustre casa è -rampollo, non dubito punto che le possieda in tutta l’estensione -mostrata dalla lettera della testimone (la Dumont). Ma gli è andare -troppo oltre il dire che la generosità più elevata, la carità più -estesa, la sensibilità più squisita, non possano cambiarsi nel cuore di -una donna con un attaccamento ignobile e colpevole.„ - -La difesa degli avvocati della regina, quella di Brougham -principalmente, parve splendida; i lordi Erskine, Gray, Rosselyn, -Harrowby, King e l’Arcivescovo di Thuam vi aggiunsero nelle discussioni -proprî e vigorosi argomenti in favore. - -Si trattava finalmente di venire alla definitiva lettura del bill: -l’agitazione era immensa, impazientissimo il pubblico di vederne -il risultamento, perocchè tutto dipendesse da essa. Lo scrutinio fu -aperto: cent’otto membri avevano votato in favore, novantasette contro. -Non fu più permesso allora di pensare a mandare alla Camera dei Comuni -un atto votato con nove voci di maggioranza; e lord Liverpool si vide -forzato a mettere ai voti il rinvio del bill a sei mesi. Era questa -la formola consacrata per non parlarsene più e mettere a dormire per -sempre il processo. - -Questa accorta mozione venne votata il nove settembre alla unanimità. - - -VII. - -La vittoria fu dunque della regina: essa fu salutata dal popolo con -frenetica gioia, e le si fecero le più pazze dimostrazioni, con voci di -morte ai testi Maiocchi e Dumont. - -La plebe, portando queste sue gazzarre ovunque, voleva che tutti vi -pigliassero parte, e, ritrovandoli sul suo cammino, obbligò molti -aderenti del re ad unirsi ai proprî entusiasmi; ma lord Lauderdale, cui -fu arrestata dalla plebe la carrozza, costretto da essa a gridare: Viva -Carolina! se ne trasse con molta disinvoltura e spirito, dicendo: Vi -auguro a tutti una moglie come la principessa Carolina. - -Ma durarono poco i popolari saturnali. - -La regina s’era ritirata ancora a Brandenburg-House. Volendo ella nel -maggio 1821 reclamare di nuovo i diritti di regina sposa, e pretendere -d’essere pur ella incoronata, l’_Attorney general_ respinse il -reclamo, che nel di lei interesse era stato presentato dal suo avvocato -Brougham, sul motivo che nessuna legge accordasse alla regina sposa il -diritto agli onori dell’incoronazione; e quando nel dì medesimo della -stessa si presentò a ciascuna delle porte dell’abbazia di Westminster, -dove veniva celebrata, le si chiese rispettosamente il biglietto -d’entrata e le fu ricusato l’ingresso. Ella allora, nell’allontanarsi, -attendevasi una dimostrazione popolare; ma non raccolse che urli e -fischi sul suo passaggio. Andate a fidarvi dell’aura popolare! - -L’umiliazione di Westminster fu per Carolina il colpo mortale. Il 30 -luglio successivo cadeva malata, uscendo dal teatro di Drury-Lane. -Si vociferò che fosse stata avvelenata in una limonata che vi aveva -bevuta, quando moriva il 7 agosto; ma la sua morte fu dichiarato -invece, officialmente, che fosse stata in causa di infiammazione -intestinale. La malevola insinuazione era la naturale conseguenza degli -odî che universalmente si conoscevano nutrirsi dal sovrano contro di -lei. - -I suoi beni espresse ella medesima il desiderio che passassero alle -mani di William Austin, il trovatello, per il quale aveva subíto in -addietro i primi strali della calunnia, e che la sua salma venisse -trasportata in patria, essendosi preparato il seguente epitaffio: - -“Qui giace Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, vilipesa regina -d’Inghilterra.„ - -Sulle sponde del Lario la sua memoria, ho già detto, è congiunta a -molte opere di generosità e beneficenza ed alla via che ella aprì da -Como fino alla sua villa d’Este che aveva eletta a sede de’ suoi poco -regali amori; e pel filosofo rimane oggetto di meditazione per la -strana contraddizione ch’ella presentò di grandezza e di bassezza, di -carità e di corruzione, di virtù e di colpe. - - -VIII. - -In questi ultimi anni, nel fianco destro del giardino della Villa -d’Este, il baron Ciani eresse un magnifico albergo, che dal personaggio -che que’ luoghi abitò, assunse il nome di _Regina d’Inghilterra_, e -vi è condotto con tutte quelle commodità onde van lodati gli alberghi -della Svizzera. Magnifiche piante formano avanti ad esso una specie di -grato e fresco luogo di passeggio e lettura. - -Vi si aggiunse uno stabilimento idroterapico, fornito di doccie a -soffioni, al quale poteva giovare e l’acqua del torrente Garrovo, che -dava prima il nome al luogo, e quella leggiermente magnesiaca, che sul -colle sovrastante ha la sua sorgente e si denomina della _Coletta_; ma -forse più che a cura di malattia, vi traggono numerosi gli stranieri a -ricercarvi soggiorno ameno e tranquillo. - -La facilità di recarsi a Como, a cui muove più volte al giorno un -_omnibus_; quella di aversi pure più volte al giorno corrispondenze -e giornali; la strada Regina, abbastanza valevole a percorrerla -in carrozza; l’agio di passeggiate montane e di gite sul lago; la -non ampiezza del bacino, che permette di solcarlo e traversarlo in -pochi minuti, senza tema di pericoli, rendono quest’albergo assai -frequentato. Difeso dai venti troppo impetuosi dal promontorio di -Pizzo che gli sta a fianco, anche a chi meglio si piace di solitudine e -silenzio è conveniente asilo; ed io più d’una volta vi cercai riposo e -quiete dalle tumultuose cure dell’avvocare e dai cittadini rumori. - - - - -ESCURSIONE SETTIMA. - -IL PIZZO. - - Madama Musard. — La villa il Pizzo. — G. B. Speziano la fabbrica. - — I conti Muggiasca. — Il Vicerè del Regno Lombardo-Veneto. — - Migliorie. — La villa Curié. - - -A Parigi, al _Bois de Boulogne_, che è il convegno delle carrozze più -ricche, de’ campioni dello _Sport_ e de’ passeggianti e che noi diremmo -il corso di quella grande capitale, nazionali e stranieri ammirano -e seguono sempre collo sguardo avido e maravigliati, fra gli altri, -un equipaggio elegantissimo a cui sono attelate pariglie di superbi -cavalli, che traggono sempre una gentile signora, che “la dev’essere -ben ricca„ esclamano sempre quanti l’osservano. Le toalette di essa -rispondono allo sfarzo dell’equipaggio. - -— A chi appartengono equipaggio e toalette? — ognuno domanda e la -curiosità è ben naturale. - -— A madama Elisa Musard — vi si risponde subito da tutte parti, chè a -Parigi non v’ha persona, io credo, che lo ignori. - -Ed ella, madama Musard, la moglie di tale che ottenne una speciale -celebrità musicale, è la proprietaria pure di questa principesca villa -che, procedendo dall’albergo della Regina d’Inghilterra, che abbiamo -appena lasciato, in poco volger di remi vi si presenta sulla punta -sporgente nel lago e che con quella che le sta di fronte di Torno, -chiude il primo bacino del lago, il quale abbiamo oramai tutto quanto -percorso e visitato. - -Chi la vide in passato questa magnifica villa, più non la -riconoscerebbe; tanto la ricca signora la ingentilì, restaurando e -riducendo a nuovo la casa e le scuderie, e vi profuse cospicue somme -nell’arricchire il bel giardino a cui natura prestò i più opportuni e -vaghi accidenti di terreno. - -Fabbricata a mezzo circa il secolo decimosesto da Gian Battista -Speziano da Cremona, senatore, e fatto altresì per tanti meriti -patrizio di molte città, fra cui di quella di Como, vi apportò tutto -l’amore ch’egli aveva alla scienza agricola; e compiuta la parte del -fabbricato, vi avrebbe eziandio raccolto quanto di peregrine produzioni -gli fosse dato, se non fosse stato da morte arrestato nella esecuzione -del suo concetto. Passò di poi ai conti Muggiasca, e quel che di questa -famiglia fu vescovo di Como, e di essa si piacque approfittando della -pendice del monte a cui la villa s’addossa, vi ingrandì il giardino, -usando anche delle mine per aprirvi sentieri e vie, onde poterlo tutto -percorrere agevolmente. - -Il conte Giacomo Muggiasca, nipote di lui, poichè fu morto, la villa -fu acquistata dall’arciduca Ranieri, vicerè del Regno Lombardo-Veneto, -finchè sopravvenute le fortune politiche e l’italiana indipendenza, -che ne resero mal proprio alla famiglia sua, che si aveva alienate le -simpatie del paese, il possedimento, la signora Musard la comperò. - -Mai non sarà sembrato a questa signora di dovervi ritrovare tanta -negligenza di coltivazione e di abitato, pensando riceverla da -principesca famiglia, e certo vi dovette profondere egregie somme per -ridurla alla condizione presente. Infatti, per dir del solo giardino, -non vi trovò che produzioni spontanee delle nostre rive lacuali, e -tolti i cinquecento cipressi, anche la selva, bella senza dubbio, non -constava che di pini, di abeti, di lecci, di quercie, di faggi, di -alberi, di piante insomma tutt’altro che peregrine. - -Ora, mercè del signor Villoresi, che vi è preposto a cura, migliorò, -anche da questo lato d’assai e d’assai la villa. Piante esotiche, -arbusti rari, fiori ed erbe vaghissime e forestiere vi introdusse -e coltivò, con quell’amore e dottrina che si può dire tradizionale -nella sua famiglia. Tuttavia la villa del Pizzo, per essere di quella -rinomanza e valore a cui ha diritto di aspirare, non ha d’altro -bisogno che di essere arricchita nel palazzo, già sontuosamente -addobbato, d’oggetti d’arte insigni, ciò cui del resto la ricchezza -sfondolata della signora del luogo può facilmente provvedere; ella che -d’altronde con intelligente generosità s’acquistò già tanti titoli alla -benemerenza di queste terre circostanti. - -Confina colla villa del Pizzo quella modernissima, dell’inglese Curié, -il quale la nicchiò nella specie di seno che forma la punta che si -protende nel lago. Con enorme spesa rivestì la nuda roccia e la rese -tutta quanta verdeggiante per belle e preziose piante, e intorno alla -ricchissima casa seppe praticarvi un bel giardino ed un elegante parco. - -Quivi colla intelligente opera di Gioachimo Curti, che fu padre della -poetessa Adele, già per me ricordata in una precedente escursione, -adunò preziosità artistiche; ma resosi defunto chi s’era di questo -luogo così compiaciuto da erogarvi tanto denaro nel fabbricarsi la -villa, e passata questa al figlio che milita allo straniero, è appena -se egli la visiti qualche giorno entro l’anno; e però chi va a vederla -non vi rinviene quel non so che di indefinito che rivela la vita e la -presenza del nume famigliare. - - [Illustrazione: Cascata di Moltrasio.] - - - - -ESCURSIONE OTTAVA. - -LA CASCATA DI MOLTRASIO. - - Il bacino di Moltrasio. — L’osteria del Caramazza. — Un mio - episodio. — Villa dei signori Nulli. — La leggenda della Ghita. - — Perchè si nomi Moltrasio. — La Vignola dei Passalacqua. — E - la villa Durini? — Geologia. — La Cascata. - - -I. - -Io l’ho già detto in non so quale mio scritto, che del lago di Como, -di questa privilegiata parte d’Italia, benedetta dal sorriso della -natura, preferisco il bacino di Torno, che è il secondo del lago, e lo -preferisco pure a quello sì decantato della vaghissima Tremezzina; e -delle ragioni di siffatta predilezione, a non ripetermi, non mi farò -qui inutile espositore. - -Basti tuttavia a solo complemento di questo esordio il dire che, -sebben più angusto tale bacino e meno ricercato dell’altro, lo si -può nondimeno meglio godere, percorrendolo in ogni senso, senza tema -d’essere sorpresi a mezzo dalla tempesta, e liberi da quella soggezione -che troppo aristocratici villeggianti impongono, e che vi richiede -l’impegno di toalette e riguardi che vi infastidiscono e attossicano -gli ozj autunnali. - -Nel bacino di Torno, anzi proprio dicontro a questo paese, dove il -battello a vapore fa la sua prima ordinaria sosta dopo avere lasciato -Como, si adagia il bel villaggio di Moltrasio colle sue ville che -si specchiano nell’onde, coll’ampia strada _della Regina_ che lo -divide per mezzo, colle sue case scaglionate su per il declivio della -montagna, co’ suoi _crotti_ estivi pei dilettanti del buon vino, -massime con quello del Caramazza, osteria e convegno de’ buongustai di -Como che il preferiscono eziandio al Nino, co’ suoi rigagnoli, colla -sua cascata, col suo orrido... - -Ma non anticipiamo l’argomento... M’ho degli obblighi verso Moltrasio -da adempiere dapprima: or ringrazio l’occasione che mi si porge di -sdebitarmi. - -Era l’aprile del 1859. I tempi erano grossi, l’orizzonte politico nero, -le nubi presso a squarciarsi, la folgore a scoppiare; o, per uscir dal -figurato, stava per incominciare la guerra delle armi sardo-francesi -contro l’Austria, che doveva redimere l’Italia dalla oppressione -straniera. La polizia austriaca vedeva dovunque congiure e congiurati, -e a buoni conti andava pazzamente facendo razzia de’ liberali che, -non potendo varcare colle altre migliaia i confini per ingrossare le -fila dell’esercito piemontese, rimanevano ad agitar il paese, a tener -viva la fiamma della rivoluzione che non cessava di lavorare alla -cheta. Impossibile pertanto che un pensiero non si degnasse da essa -di concedere pure a me, che più d’una volta m’aveva fatto l’esagerato -onore di chiamare ne’ suoi segreti processi verbali _corifeo della -rivoluzione_. - -Aveva in que’ giorni arrestato già un mio fratello, e i miei -concittadini alla notizia scrollavano la testa; e l’un l’altro -si mormorava: hanno preso un granchio, doveva essere l’altro; e -declinavano il mio nome. In verità si giunse a mettermi nel cuore una -puntura di rimorso, e una mattina, a scandagliare il terreno sul quale -mi trovava, e all’occorrenza pronto a pagare di me l’equivoco preteso -dalla pubblica carità, osai picchiare all’ufficio del consigliere -M... commissario superiore di polizia nel temuto palazzo di Santa -Margherita. Avevo una scusa, mancando di carta di sicurezza — arnese -indispensabile a quei tempi di non compianta memoria tanto pel ladro -che per il galantuomo — e però entrato da quel signore manifestai il -mio bisogno. - -Il consigliere M... era un buon tedesco, una mosca bianca tra -i cagnotti polizieschi; nè appena avevo aperto bocca, che così -m’apostrofava: - -— Ma ella è malato; m’avevano detto ch’ella fosse in campagna a curare -la sua salute, perchè mo’ è tornato? - -— Hanno arrestato mio fratello, temevo non fosse un equivoco. - -— Ma no, no, suo fratello uscirà oggi o domani, ed ella è molto malato, -vada in campagna... e alzatosi mi fe’ senza perditempo disporre la mia -_carta di sicurezza_ e consegnandomela, tornò a dirmi: - -— Dunque la vada, curi la sua salute. - -Guardai commosso in faccia al buon tedesco, gli strinsi la mano e -risposi: - -— Anderò; ma dove in avvenire potesse aver bisogno di me, la mi comandi -— e me ne andai. - -Anche in Polizia gli impiegati tedeschi non erano i peggiori; se -valesse la pena di rammentar nomi, si vedrebbe che le più nefaste -memorie di que’ tempi si legano a nomi sventuratamente nostrali. - -Qualche ora dopo ebbi un altro amichevole avviso che riguardava la -_mia salute_; ond’è che quantunque mi sentissi perfettamente, pure -udendomi, come Don Basilio, gridare _che brutta cera!_ bisognava ben -che vi credessi, e me ne andassi non _a letto_, come quel messere della -commedia di Beaumarchais e di Rossini, ma sì a pigliare un po’ l’aria -balsamica della Svizzera. - -L’importante era il varcare i confini; passaporto non avevo nè potevo -chiedere, se non per la gattabuia, dov’erano già stati dati ordini -di ricevermi; dunque presi la via di Como e precisamente mi diressi -a questo bel paese di Moltrasio, da dove a notte una guida m’avrebbe -fatto passare la montagna per discendere nel Mendrisiotto. - -Una bella villetta fiancheggiata da due torricelle a finestrelle a -sesto acuto, come un castello tradizionale del medio evo, si fa innanzi -dipinta a nuovo e bagna i proprî piedi nell’acque del Lario: allora -apparteneva al signor Nulli, bravo e onesto commerciante di Milano, -che in un colla sua giovane sposa mi accolse, non dirò soltanto con -patriarcale ospitalità, ma perfino con entusiasmo, in grazia della -causa che ad essi mi conduceva. Non fu maniera di cordialità e cortesia -che non mi usassero questi eccellenti cuori, e così mi disposero a -calcar la via dell’esilio, che per sommo di ventura non doveva essere -molto lungo, quantunque subito amareggiato da grave malattia. - -Oh! io mi rammenterò tutta la vita quella giornata da me trascorsa -nella villa di Moltrasio! il mio pensiero ed il mio cuore la rammenta -con dolcezza e con sincera riconoscenza. - -Qualche anno dopo, io elessi a stanza autunnale una villa prossima a -Moltrasio, nel vicin paesello d’Urio: corsi difilato, come voleva il -cuore, alla villetta delle due torricelle; ma colà più non erano i -signori Nulli... - -Essa è ora di ragione dei conti Belgiojoso, e v’hanno appiccicato, come -s’usa a tante, un nome, e vien detta _Il Pensiero_. Per me, l’ho detto, -essa sarà sempre un pensiero di gratitudine. - -Rifaceva allora la via nel mio burchiello, che il Bellasio spingeva -avanti lentamente, quasi ei pure non volesse turbare il mio silenzio -e la mia penosa meditazione; poi l’accorto barcaiuolo, che sapeva un -cotal po’ de’ miei gusti prediletti, presumendo fosse tempo di finirla -colle ubbie, venne a rompere il silenzio. - - -II. - -— Vede? Anche qui a quello scoglio — e sospendendo un tratto i remi, -mi indicava una scogliera che dal lato manco del paese si protende un -cotal poco — si racconta una storiella, una di quelle ch’ella piacesi -d’ascoltare. — - -Il Bellasio (così chiamato per avventura, altro essendo il suo vero -nome, perchè venuto da Bellagio, borgata più in su del lago, che -visiteremo, e la quale sta a capo della punta che divide il Lario in -due rami, l’uno che scende infine a Como, l’altro che spingesi infino -a Lecco, da dove poi le sue acque ripiglian il diritto primitivo, -uscendo di sotto il ponte col nome anteriore di Adda e colla qualità -di fiume) era un valente barcaiuolo ed a lui più d’una volta mi son -mostrato avido di leggende e di racconti, come quegli che pur la storia -anedottica d’ogni terra del Lario e d’ogni villa aveva sulle dita; -mi aveva messo un giorno il ticchio di descrivere quella storia de’ -misteri del lago, della quale già feci cenno; e vi so dire che se tempo -e volontà m’avessero bastato, se ne sarebbero dettati più volumi tutti -pieni e palpitanti d’interesse. Dal santo chiodo e dalla gamba d’un de’ -bambini trucidati dal Re Erode, conservati nella chiesa di San Giovanni -Battista di Torno, al processo della regina Carolina d’Inghilterra; -dagli sposi annegati, ricordati dalla ballata del Cantù, al processo -B.... e alla conversione del principe Petrovich di Schuvaloff, fattosi -poscia barnabita e di cui si veggono le ville sulla sponda opposta -vicino a Blevio e che ho già rammentate, sapeva il Bellasio tutto; e -più d’una volta me ne aveva fatto curiosa imbandigione, nè era sempre -stata infruttifera a lui la parlantina. - -— E che si narra intorno a quella scogliera? — chiesi allora al -barcaiuolo. - -Questi incrociò di nuovo i suoi due remi e più lentamente ancora -adoperandoli, incominciò: - -— Erano i tempi antichi. La Ghita era una bella montanina che abitava -una casipola lassù presso alla cascata di Moltrasio. - -— La cascata? — interrogai io, come uomo che fosse nuovo a quella -locale particolarità. - -— Che? non c’è stato a veder la cascata di Moltrasio? La ci vada che ne -sarà contento. - -Io fermai dentro di me che vi sarei andato all’indomani. - -Il Bellasio proseguì: - -— Dunque la Ghita in sul pomeriggio d’una giornata era andata giù a -Cernobbio a trovare non so qual parente e fra una parola e l’altra il -tramonto approssimava e l’ora della cena pur con esso. — Che ti fermi, -Ghita, a mangiare con noi un bocconcino? le dice quella parente. — -Sì, no, è troppo tardi, m’aspetta la mamma — risponde la forosetta e -intanto la chinava la faccia fatta rossa come una melagrana. Gli è che -la Ghita, come ella può bene figurarsi, aveva a casa il suo Tonio che -l’attendeva, un pezzo di giovinotto che le invidiavan tutte le ragazze. -— To’, siedi: sono agoni che due momenti fa ballonzolavano ancora vivi -sul tagliere. — E la Ghita, mal resistendo, si sedeva sur un trespolo -di legno intorno a un desco su cui fumava una soda polenta e gli agoni -esalavano una fragranza provocante. L’ora così si era fatta tarda, -quando la Ghita si accommiatò. Ben è vero che qualcuno l’accompagnò -un piccol tratto di strada fino alla punta del Pizzo, ove è adesso la -villa del passato Vicerè e ch’ella sa; ma, qui giunta, sentendo venir -da lunge come uno zufolare d’uomo e credendo che si fosse il proprio -Tonio che le venisse all’incontro, licenziava l’uomo che l’aveva -accompagnata col pretesto che in due salti ella sarebbe a casa, nè -voleva di tanto dargli più incomodo e fatica. - -E la Ghita camminava. - -La strada allora non era come la vede adesso, così bella che la fu un -vero beneficio di quella donna caritatevole che è stata la principessa -di Galles, la regina che per tanto tempo fu la nostra provvidenza; la -strada era su e giù serpeggiante fra la boscaglia, fitta, scura, che -chi non fosse stato del paese non ci avrebbe certo a notte trovato il -conto di uscirne, e se incauto si fosse un po’ tenuto verso il lago, -avrebbe corso anche il rischio di fiaccarvi il collo; perocchè prima -che Monsù Curié avesse fabbricato la sua bella palazzina, là vi stavano -bronchi, massi e precipizî pericolosi mascherati da liane e spine -secolari. - -Era la Ghita giunta poco più avanti ove è appunto la villa Curié, che -sentissi da una voce sconosciuta intimare: - -— Alto, chi va là? - -— Son io, son la Ghita di Moltrasio — rispondeva sgomenta la fanciulla. - -E l’incognito ridendo allora di un riso satanico, venendole incontro, -le diceva: - -— Ah! ah! a quest’ora qui la Ghita di Moltrasio? Sei venuta ne’ miei -domini ed è giusto che paghi il tuo pedaggio — e stendeva ver lei la -mano. - -Diede la giovinetta un salto indietro e intimava al temerario: - -— Statevi un po’ sul vostro e lasciatemi ir oltre, perchè è tardi e -sono attesa. - -Lo sconosciuto rispose con un ghigno da demonio e mosse invece innanzi -risoluto per abbrancarla; ma la Ghita, lesta più ancor di lui, in un -attimo, fatto in cuore un voto alla Madonna a tutela del suo onore, -spiccò un salto per quei burroni, e quel tristo che la stava per -afferrare, nè pel bujo aveva avvertito l’imminenza del pericolo, -fallendogli il piede, giù egli pure precipitò. - -Si sentiva tosto dopo un lungo grido come d’uomo cui sia tocco una -terribile percossa, ed un giovane che muoveva da Moltrasio e l’udiva, -com’era ben naturale in quella generale quiete della sera, affrettando -i passi per il sentiero della foresta, giunto presso alla scogliera -dove il fatto era accaduto, presago in cuore che la sventura avesse -toccato la fanciulla dell’amor suo, si diè a chiamarla. - -— Ghita! Ghita! — - -La voce infatti della fanciulla gli rispose. Oh! era lei, proprio -lei, chè nel cadere per quei burroni la sua gonna s’era impigliata -fra i rovai e le liane e l’avevan impedita di rovinare giù nel lago -sfracellata, dove era andato invece a piombare il suo turpe tentatore. - -Tonio, il fidanzato della Ghita, espertissimo di que’ greppi, avvertita -dapprima la fanciulla che non si avesse ad agitare, ma cercasse -d’attenersi ad alberelli i più robusti, si condusse cautamente presso -ad essa e protendendole la mano, poichè l’ebbe ad afferrare, giunse in -breve a districare la sua Ghita e condurla a salvamento; e dopo udito -il tristo caso, quando presa la sua barca venne sotto alla scogliera -a cercarvi il mal capitato, nè egli, nè i suoi compagni che recavano -accesi de’ legni resinosi, ritrovarono il cadavere. Solo un feltro -galleggiava là vicino e la gente del paese andò divisa nel pensare -a chi spettasse. I più dicevan che ei fosse un contrabbandiere della -Svizzera vicina, altri invece e le comari affermarono, pel contrario, -che potesse essere il demonio, e che la Ghita fosse stata salva per -il voto alla Madonna. Certo è che ancora la sera, quando il tempo mena -burrasca, proprio come quella notte che avvenne il triste caso, vedesi -un fuoco errare su quel greppo, e chi passando lo vede si fa il segno -della croce, perchè o lo spirito del contrabbandiere o il demonio in -persona è condannato a qui far la penitenza. - -Il Bellasio gittò i remi: io sorrisi per la conclusione della -storiella e m’accorsi che eravamo giunti agli scaglioni della casa -de’ miei eccellenti amici, i signori Turati di Urio, che mi ospitavano -cordialmente. - - -III. - -Come avevo stabilito, all’indomani m’avviai a Moltrasio di nuovo, -alla ricerca della cascata che m’aveva accennato il barcaiuolo. -Attraversando il paese scaglionato su quel pendio, io, studioso -dell’antico, ricordai come gli etimologisti pretendano derivare il nome -del paese da _Monte Raso_, e misurandone tutta la lunghezza coll’occhio -vedevo l’ampio palazzo dei conti Passalacqua, detto la Vignola, -architettato da Felice Soave con soverchia semplicità, con giardino -avanti di esso a varî piani che discendono al lago sempre fiancheggiati -da cipressi. Volgevo poi lo sguardo da l’un lato e dall’altro della -villa e cercavo indovinare dove mai avesse potuto sorgere quella del -baron Durini, citata dall’abate Amoretti nel suo _Viaggio da Milano ai -tre laghi_, dove questo autore lasciò scritto trovarvisi una magnifica -raccolta ornitologica. - -Passai il paese, e a mano manca, fuori appena di esso, nella parte -superiore allo stesso si presenta infatti quel grande scoscendimento e -la cascata d’acqua che que’ del luogo chiamano l’Orrido di Moltrasio, -ma che non ne ha le condizioni, essendo ben lungi dall’ispirar orrore, -e da cui scende un torrente che attraversando il paese lo rende -veramente pittoresco. - -Il lettore ne ha l’idea nel disegno veritiero che ne ha tratto -felicemente il mio amico Curioni: le mie parole non gli apprenderanno -gran che di più. - -Il geologo qui ritrova un grandissimo interesse, e questa linea non -interrotta di montagne, che comincia dopo Cernobbio e procede lungo -il lago, è di un calcare bigio azzurrognolo e dell’epoca giurassica, -di struttura fossile, opportunissima alle costruzioni, facilmente -sfogliantesi in lastroni fin della grossezza di mezzo metro e con -qualche rara striscia di calcareo cristallino bianco e qualche vena di -litantrace. È conosciuta in pratica col nome di pietra di Moltrasio e -quivi cavansi altresì le ardesie onde copronsi i tetti in molti luoghi. - -I cataclismi formidabili in secoli antidiluviani imperversarono -certamente in tutte queste località, e le ammoniti che ritrova col -suo martello il geologo, pesci e rettili che si rinvengono sulle cime -di queste montagne, reliquie dell’_Ursus Spæleus_ raccolte in grotte, -crepacci spaventosi, burrati e fenditure, e questo dirupamento medesimo -di Moltrasio con quelli di Molina, di Nesso, di Bellano ed altri molti, -rivelano que’ tremendi sconvolgimenti naturali, per i quali si esercita -lo studio ed anco la fantasia di tanti indagatori della natura, così -spesso traviati dalle disparate dottrine e dai sistemi. - -La Caseata di Moltrasio è del più bello e singolare effetto. - -Una grossa massa d’acqua gittasi da una grande altezza fra una immensa -spaccatura di montagna. Superiormente alla caduta sonvi fertili e -popolati piani; onde rasente al punto di caduta evvi una casipola che, -a chi riguarda dal basso, molto aggiunge alla vaghezza pittorica del -luogo. L’acqua, rovesciandosi spumeggiante per quelle dirupate frane, -forma in basso un piccolo bacino su cui corrono, come ponte, alcune -tavole, dove sempre il visitatore si arresta nell’ammirazione di quella -grandiosa naturale maraviglia. Alberi ed alberelli, rampicanti verdi -e rossi e muschio rivestono qui e qua i grossi massi della frana e -prestansi mirabilmente a compiere una magnifica scena. - -Piena la testa, più che del frastuono dell’acque cadenti, delle -profonde impressioni lasciatemi dalla vista di sì imponenti bellezze, -ritornai sul mio cammino, raccolto nelle più svariate meditazioni, -nullamente distratto tampoco da quell’altro miracolo di cielo ed -acqua, di colli e monti, di ville e casali, di giardini e di colti -che mi stava tutt’all’intorno e che costituisce giustamente l’oggetto -dell’ammirazione e dello stupore anche del forestiero più disilluso. - - - - -ESCURSIONE NONA. - -MOMPIATTO. - - Perlasca. — Tradizione. — Villa Tanzi ora Taverna. — Torno. - — Storia. — Gli Sposi annegati. — Ville Croff, Righini, - Antonelli. — La chiesa di S. Giovanni e pia leggenda. — - Mompiatto. — Le sue monache. — La Pietra pendula e la Nariola. - - -La giornata è serena: lasciamo la sponda di Moltrasio e volgiamo la -lancia alla opposta di Torno. - -Il piroscafo ha già toccato la punta di Geno, su cui siede la villa -Cornaggia e già dirizza la prora verso Cernobbio, per venire a deporre -passeggieri nel burchio della _Regina d’Inghilterra_, dell’albergo, -s’intende, del quale ci siamo già intrattenuti. - -La riga di bianco fumo che lascia addietro di sè il vapore ci avverte -che va sollecito; affrettiamo, che lo vedremo passare dinnanzi a noi e -giungeremo in tempo di farci cullare dalle grosse onde che solleva col -volgere delle ampie sue ruote, e passeremo in rivista i passeggieri che -muovono ai diversi punti del lago. - -Intanto eccoci in faccia la villa Taverna sulla sponda destra: -dirizziamo la punta della lancia alla volta di essa, se vogliamo -trovarci al sito in cui il piroscafo rallenta; la campanella della -fermata suona e noi possiamo goderci dello spettacolo che ci siamo -ripromessi. - -Il paesello vicino è Perlasca, terricciuola già fiorente per -l’industria della lana che vi si esercitava, ammencita ora di molto -nelle guerre _astute e ladre_, direbbe il Torti, de’ passati tempi. Vi -è ancora una casetta in cui la tradizione pretende siavi nato Benedetto -Odescalchi, quegli che fu pontefice sotto il nome di Innocenzo XI, -da soldato ch’era dapprima. Quivi ad ogni modo era la villeggiatura -degli Odescalchi e quivi egli veniva al divertimento della caccia, come -lasciò ricordato in un suo scritto. - -Fu nel secolo scorso che venne edificata la villa Tanzi, ora denominata -dall’attuale suo possessore conte Lodovico Taverna, patrizio milanese, -che l’eredò da un conte Tanzi, senz’altra ragione, dicesi, che -quella della simpatia, con un bel gruzzolo insieme di denaro per la -relativa manutenzione. Fu l’incarnazione di uno di quei bei sogni -di una notte d’estate che facciamo noi popolani, e la cui realtà non -avrà già recato tutta quanta la sorpresa al già ricco patrizio, che -avrebbe fatta a noi. Era in addietro la più bella villa del lago: ora -si conserva sempre fra quelle che attraggono meglio l’attenzione, -senza pretendere al primitivo vanto. Delle due ale sporgenti del -fabbricato, una non è internamente ultimata ancora. Accrescono pregio -i giardini disposti maestrevolmente, con serre chiudenti peregrinità -botaniche e fiori d’ogni specie, su tutti ottenendovi culto speciale -la rosa in infinite sue varietà, e ve ne aggiungono eziandio belle ed -esotiche piante. Nè ciò faccia maraviglia, da che il conte Taverna si -piacque di orticoltura e giardinaggio, e Lombardia gli va debitrice -dell’introduzione di più d’una delle piante ornamentali, venute poscia -in voga tra noi, e tra le quali quella bellissima tussilaginea, detta -il _Farsugium grande_. - -Ma ecco il vapore ci è alle spalle; sostiamo. - -Gustata la voluttà di questi sobbalzi dell’onda, progrediamo verso la -meta della nostra odierna peregrinazione. - -Questo paese è Torno col suo bel promontorio. Ebbe un dì stabilimento -degli Umiliati che vi fabbricavano panni. Narra il Cantù, che mentre -Francesi e Svizzeri combatteano contro i Tedeschi, i Tornaschi -favorirono i primi, e quando rimasero sconfitti alla Bicocca (1522), -resistettero ancora, come Brescia nel 1849, e ne corser la sorte. -Perocchè il governatore di Como assalse e mandò a ruba e fuoco Torno, -neppur la chiesa risparmiando; e restò memoria d’una fanciulla che -il fior verginale salvò dirupandosi da una finestra e perendo colla -patria. Lo stesso Cantù verseggiò un’altra pietosa romanza o storia di -sposi annegati, sotto il titolo: _I morti di Torno_. Io mi fo lecito -ridurla a prosa. - -Linda, la bella fanciulla di Torno, era fidanzata a Fernando, quando -questi aveva dovuto partir soldato per la guerra. Si scambiarono i -due giovani i giuramenti d’amore, e, mentre Fernando era alla guerra, -ella attendea e pregava la Vergine e i santi pel suo ritorno. Un dì -finalmente, reduce Fernando dalla Spagna, spediva lettera a Linda che -le annunziava la sua venuta al paese fra sette dì. Ognuno immagina -la gioia della poveretta a tal novella, ognuno le ansie di sì lunga -settimana: alla fine spuntò l’alba dell’ultimo giorno. Spia tutte le -navi, i battelli che solcano il lago; ma egli non viene: finalmente, -alla militare assisa che è in un burchio, più col cuore che coll’occhio -lo divina, lo riconosce... è lui. Ma intanto sul lago si è ingrossato -un fiero temporale, il tuono scoppia, l’acqua diluvia, è un tempo -d’inferno. L’amato burchio avanza lentamente lottando colle onde, e -Linda, a seguir meglio il progresso di esso, a meglio vedere il suo -bene, vola su d’un’eminenza che sta lungo il lago; ma giunta a mezzo -dell’erta, per l’erba molle e bagnata, il piè le scivola, e giù dalla -china precipita nell’onde. La vide Fernando e la conobbe, nè curando -il furiare dei flutti, si slancia in mezzo ad essi, drizzando il -nuoto verso la sua fidanzata. Invano facevano forza di remi i battelli -spiccatisi dal lido e il burchio dove era Fernando, per accostarsi agli -infelici sposi che non si videro più ricomparire. Solo la dimane se ne -ritrovarono i corpi: erano abbracciati insieme nell’amplesso castissimo -di morte. Là venne posta una croce a memoria del pietosissimo caso e il -barcaiuolo che vi transita prega loro la requie eterna. - -Poichè siam presso al porto, ecco vedete là su è la villa Croff: -vi stan presso le ville Righini e l’Antonelli a destra, due operosi -negozianti milanesi che raggranellarono gran fortuna e procacciaronsi -questi agî signorili; a sinistra sono la casa e i giardini a cedriere -sporgenti sul lago appartenenti ai signori Ruspini e da’ quali si -gode di bellissimo panorama. Nella casa di questi signori di Como, -fra qualche altro oggetto d’arte è un marmo egregiamente scolpito dal -Tantardini di Milano, del quale abbiamo già ammirato in Como altre -opere commendevoli. - -Scesi a terra, ci si para avanti la chiesa del paese e più su l’altra -dedicata a San Giovanni Battista, intorno alla quale è pure una -leggenda. Narrasi da que’ pescatori che al tempo delle crociate un -arcivescovo tedesco tornando da Palestina ne riportasse un santo -chiodo e la gamba d’uno degli Innocenti. Fermatosi a Torno, ebbe sì -continuamente contrario il vento, che gli parve riconoscere in ciò la -volontà del cielo ch’ivi lasciasse quelle sante reliquie, e le depose -infatti nella chiesa suddetta di San Giovanni. - -Per questo calle montiamo, montiamo, onde raggiungere l’altipiano a -cui siamo diretti, a Mompiatto. Nè lunga, nè aspra la salita: rivoletti -d’acqua limpida scendono lungo il cammino, che presto ci scorge avanti -la chiesa che sta in cima e dov’era già un chiostro di vergini. Quivi -però le monachelle, più che a _mattinar lo sposo_ divino, come direbbe -l’Alighieri, ed attendere a vita contemplativa, s’abbandonavano -ad amori e baldorie poco canoniche e meno caste; tal che S. Carlo -Borromeo, che alle monache ed a’ frati solea spesso riveder le bucce, -ne lo chiuse, e le suore trasferì al Sacro Monte di Varese a più severa -disciplina. L’episodio ricorda la novella prima della terza giornata -del Decamerone del Boccaccio, fondata sulla vecchia tradizione del -contado toscano che presso a Lamporecchio fosse un convento di monache, -che pel vezzo di divertirsi come quelle di Mompiatto, ebbero il -convento demolito ed esse furono trasferite altrove. - -Sull’ameno altipiano del Mompiatto vengono sovente le brigatelle -villeggianti ad asciolvere allegramente; ma più matte e curiose sono -quelle che vi chiama quella sagra che al due luglio vi si celebra e -dove è tutta la giornata il più lieto via vai, su e giù per l’erte -viuzze, d’uomini e donne e di fanciulli; ed in cima si merenda sotto -gruppi di annose piante; si gozzoviglia e canta finchè calano da’ più -alti monti le ombre, e alla chiesa di San Giovanni spirano i tocchi -dell’avemmaria vespertina. - -Su questo monte, che s’eleva sovra tutte queste ville che si schierano -da Blevio infino a Torno, attira poi la curiosità la _Pietra pendula_, -di forma conica, sulla cui punta sta in bilico un trovante o masso -granitico di due metri d’altezza e di cinque di diametro, che -pretendesi formi sistema col _Poncione di Blevio_, che gli abitanti -chiamano _Nariola_, altro masso più enorme che sporge sul pendio che -tocca appena d’una estremità la terra, solo sorretto dalla punta d’una -roccia calcare, sicchè guardato di fianco, sembra prossimo a rovinare. - - [Illustrazione: La Pliniana.] - - - - -ESCURSIONE DECIMA. - -LA PLINIANA. - - Le vittime del lago. — La villa Matilde dei signori Juva. — - Villa Canzi. — La Pliniana. — Plinio il Giovane e il flusso e - riflusso. — Spiegazione del fenomeno. — La Breva e il Tivano. — - L’assassinio di Pier Luigi Farnese. — Giovanni Anguissola. — La - villa e l’attuale proprietaria. - - -I. - -Non erano più i giorni gloriosi della celebre danzatrice, di Maria -Taglioni... Il tempo, questo terribile devastatore della bellezza e -del valore, aveva già da un pezzo chiuso i battenti de’ più cospicui -teatri a quella grande artista che aveva stancato i plausi dei pubblici -più difficili d’Europa, ed eletto soggiorno in Parigi, lasciava deserta -la sua vaghissima villa di Blevio, la quale si specchia nell’onda del -Lario. - -Non erano dunque più gli ammiratori e gli amici di quella illustre -alunna di Tersicore che animavano di loro presenza nell’agosto 1868 i -freschi recessi della suntuosa villeggiatura; ma sì i vispi figliuoli -di mia sorella, a cui era stata locata, ed io che, dopo un’arringa -al Tribunale di Como, ero venuto ad abbracciarli, io di fianco alla -mia buona Emilia, sorridevo alla bravura di Giulio e di Gigi suoi che -maneggiavano il remo, come se fossero nati e cresciuti sempre su quelle -sponde e facevano volare il canotto, leggiero come un alcione, sulla -quieta faccia del lago. - -Avevamo già lasciato addietro quelle ville che al piede di Blevio -abbiam passato in rassegna; già sussurrato mentalmente un vale alla -memoria del povero figlio dell’Inghilterra[12], che assueto al mare, -credette far troppo a sicurtà colle onde del Lario, le quali ogni anno -reclamano il tributo di vittime umane; passata innanzi alla villa -Taverna ed a Torno; già svolto i giardini dei signori Ruspini che -fiancheggiano vagamente Torno; rasentata la villa Matilde dei signori -Juva, piccola ma elegante, da cui uscivano note dolcissime di canto, -come le sa rendere quella esimia dilettante, che a valore potrebbesi -dire artista, che è la signara Matilde Branca, la quale ne è la -proprietaria; e quindi la villa dell’ingegnere Canzi architettata sul -far de’ palagi di Venezia, con finestre e loggie di terra cotta, come -ne è la balaustrata: quattro colpi di remo, ed ecco ci trovammo nel -pieno ed austero seno della Pliniana. - -— La Pliniana! esclamò Emilia. - -Infatti ci riconoscemmo in grado di vederne il fabbricato intero. -Un grandioso loggiato d’ordine dorico prospetta il lago e serve di -vestibolo al palazzo che si addossa al monte con giardino a varii -piani, i quali s’innalzano fino ad una specie di romitaggio, in cui la -solitudine profonda e l’isolamento assoluto della villa ispirano gravi, -melanconiche o appassionate meditazioni. Un torrente che le sta a lato, -dall’altezza di novanta metri balza con bell’effetto dalle roccie e -rumoreggia transitando per l’atrio, per confondersi da ultimo colle -acque del lago. - -— Fu Plinio forse qui ad abitare ed a lasciarvi il suo nome? — mi -domandò Antonietta, la mia eccellente e affettuosa nipote. - -— No — rispos’io. — Plinio il Giovane lasciò nelle opere sue la -descrizione della fontana intermittente, che avrai veduta nella villa -e di cui anzi fa cenno la lapide latina che vi avrai scorta, ma non -capita, e che qui chiama la curiosità del forastiero; ma la villa non -appartenne mai a quell’illustre. - -— Ah sì, la fontana che ha il flusso e riflusso come il mare e che è -inesauribile. - -— Essa ha infatti un’intermittenza; or cresce a ricolmare un bacino, -ed ora, ad occhio veggente, scema; ma questo flusso e riflusso non è -regolare come quello del mare, nè poi è tutta vera la credenza ch’essa -sia inesauribile. Vuolsi inoltre ch’essa abbia relazione col _Buco del -piombo_, che si vede all’opposto versante della montagna che sogguarda -il Piano d’Erba, ma non sono che supposizioni codeste. - -Ora udite quale spiegazione ne dia il detto Plinio, non già per dirvi -che l’abbia azzeccata giusta; ma per darvi un saggio della scienza -fisica d’allora: la traduzione dal latino è del Paravia: - - “C. Plinio a Licinio. - - „Io ti ho recato dalla mia patria il regaluccio di una quistione, - la quale è degnissima della profondità del tuo ingegno. Scaturisce - da un monte una sorgente, scorre fra sassi, si raccoglie in un - loghicciuolo fabbricato per cenarvi; quivi dimorata un tantino, va - a perdersi nel lago di Como (_in Larium lacum decidit_). Mirabile - è la sua natura; tre volte al giorno con invariabili aumenti e - diminuzioni si alza ed abbassa. Ciò si vede apertamente, nè può - vedersi senza un grande diletto. Colà presso tu siedi e mangi, - e bevi anche a quella medesima fonte, da che è freschissima; ed - essa intanto a certi e misurati intervalli o cala o cresce. Poni - all’asciutto un anello o chechessia, l’acqua a poco a poco lo - bagna, e tutto finalmente il ricopre, e si scopre di nuovo e bel - bello rimane all’asciutto. Se ti fermi ad osservar questo giuoco, - il vedrai rinnovarsi e due e tre volte. È forse un qualche occulto - vento, che la bocca e le fauci della sorgente or apre, or chiude, - secondo che entra cacciando l’acqua, o esce cacciato da questa? Il - che noi veggiamo avvenir nei fiaschi e in tutti i vasi di questo - genere, i quali non hanno una libera e súbita uscita. Poichè ancor - questi, benchè capovolti e inchinati, rattenuti da non so qual - vento contrario, ritardano il liquore, il qual non esce in certa - guisa che a frequenti singhiozzi! Forse le leggi dell’oceano son - le medesime che quelle del fonte? E per la stessa cagione che - quello ora s’innalza, or s’abbassa, eziandio questa fonticella con - alterna vicenda ora sporge, or s’arresta? O forse come i fiumi, - che scaricandosi in mare, sono dagli avversi venti e dall’impeto - dell’onda risospinti, evvi qualcosa che ritarda per qualche istante - il corso di questo fonte? O hanno gli interni canali un’assegnata - misura, per cui, mentre si rimettono le perdute acque, il rivo - si fa più scarso e lento, e rimesse che siano, corre più spedito - e copioso? Od evvi, non so quale, interno ed occulto recipiente, - che quando è vuoto desta e sospinge la fonte, quando è pieno la - ritarda e la soffoca? Or tu che il puoi, fa d’investigar le cagioni - che producono questo fenomeno. Per me è anche troppo, se ti ho a - sufficienza dimostrato com’esso avvenga. Addio[13].„ - -L’Amoretti invece, nel suo _Viaggio da Milano ai tre laghi_, dopo aver -notato come i movimenti dell’acqua abbiano un’esatta relazione con -lo spirare del vento, sì che incominciando su que’ monti a spirare -il ponente verso la nona ora del mattino, che quei del lago chiamano -la _Breva_, a quell’ora eziandio incomincia a crescer l’acqua nella -fonte; dice questo crescimento potersi generalmente calcolare di tre -in quattro ore. Infatti ad un’ora, al _Tivano_ del mattino succede -il vento che procede da Como e si denomina la _Breva_[14]. Simile -interviene alla sera. Più cresce il vento, più si alza la fonte; -l’aria è affatto placida, e la fonte punto non s’altera. Or come fa -egli il vento a produrvi sì fatte cose? L’Amoretti, premesso che in -vetta a’ monti soprastanti alla fonte Pliniana v’ha delle caverne o -pozzi naturali, che penetrano nel seno del monte e vi mantengono degli -interni serbatoi d’acqua, spiega il fenomeno in questo modo: “Siavi in -seno del monte uno o più recipienti d’acqua, corrispondenti alle bocche -superiori, i quali all’orlo abbiano delle uscite che portano alla -Pliniana. Soffiando il vento perpendicolarmente, comprime l’acqua e la -spinge all’orlo in maggior copia, e quindi più copiosi sono i canaletti -pei quali portasi alla fonte. Quando il vento cessa, l’acqua si rimette -a livello, e l’interno laghetto, a cui il monte ne somministra cogli -incessanti stillicidi, torna a ricolmarsi d’acqua, che il seguente -vento torna a respinger fuori. Ma quando un forte vento ha soffiato -lungamente, più d’un giorno sta la fonte senz’alterazione, perchè -l’interno recipiente di tropp’acqua è stato privato, e il consueto -spazio di tempo non basta a riempirlo nuovamente. Se questa spiegazione -non soddisfa pienamente, quella mi sembra almeno che soffra minori -difficoltà[15].„ - -— Ma allora chi fabbricò la Pliniana, se il luogo non fu di Plinio? — -chiesero in coro i miei nipoti. - -— La è tutta una storia — risposi io. - -— Contala, zio; contala. - -Giulio e Gigi macchinalmente appena muovevano il loro remo; noi -lentamente intanto approssimandoci ognor più al silenzioso palazzo e -di pochi tratti discosti dallo scalo della Riviera, sospeso ogni altro -movimento, il canotto sostò, ed io m’accinsi a dire la storia che mi -veniva domandata. - - -II. - -— Mi bisogna far viaggiare la vostra mente da queste rive a Piacenza, e -farvi dar addietro, meglio certo di tre secoli, all’anno 1547. - -Pier Luigi Farnese, da non molto creato duca di Piacenza e di Parma -da papa Paolo III, teneva stanza in quella città ed era da essa che -esercitava la sua tirannica signoria. Se egli avesse virtù alcuna, -hanno gli storici taciuto; all’incontro il Varchi ne lasciò orribile -pittura de’ suoi difetti, che del resto erano anche proprî del tempo, e -il Segni poi, altro storico fiorentino, non so con qual fondamento di -verità, ce lo descrisse storpio di mani e di piedi, sicchè bisognava -aiutarlo fino al mangiare; e tuttavia rotto a tutti i vizî. - -Proprio a que’ giorni Spagna e Francia tenevan l’occhio sul paese -nostro, e Carlo V imperatore l’aveva a morte col Farnese, e perchè -lo stimava, se non promotore, complice almeno dell’attentato di Gian -Luigi del Fiesco contro Genova, e perchè, ciò che più gli cuoceva, -scorgesse in lui propensione maggiore per Francia, tanto più che -il Pontefice aveva ottenuto a Orazio Farnese per moglie Diana, -figlia naturale del re di Francia Enrico II. Riuscì facile pertanto -all’imperatore di soffiar dentro gli odî de’ nobili Piacentini, che -lamentavano la passata libertà, e la tirannide attuale mal sapevano -comportare, e si tramò allora una congiura ch’ebbe a capi Girolamo e -Camillo _Pallavicino_, Agostino _Landi_, Giovanni _Anguissola_ e Gian -Luigi _Confalonieri_. Si pretese poi da chi si piace di stranezze e di -bisticci che i nomi loro fossero già preconizzati nella parola _Plac_ -(Placentia), che abbreviata si leggeva impressa nella moneta del Duca. - -Ai dieci di settembre di quell’anno 1547, que’ congiurati, con alcuni -loro aderenti, in numero di trentasette persone, portanti soppanni -armi coperte, côlta l’ora che il Duca avesse pranzato e i suoi ministri -fossero pure a tavola, entrarono alla spicciolata nella cittadella, ove -dimorava Pier Luigi, nullamente impediti dagli svizzeri che vi stavano -a custodia e che di nulla certo erano in sospetto. - -Vuolsi che il Farnese fosse stato, per avvisi venuti da Milano e da -Roma, prevenuto della trama; ma quando incalza il destino, invano vi si -vuole porre ostacolo: egli allora non vi pose attenzione. - -Mentre adunque taluni de’ congiurati, uccidendo alcuni labardieri -svizzeri e tedeschi, si impodestarono delle porte della cittadella e -della sala, Giovanni Anguissola con due fidati suoi compagni penetrò in -quest’ultima dove stava Pier Luigi in ragionamenti con Cesare Fogliano, -e fattoglisi sopra, con poche pugnalate lo freddò, senza provare -resistenza; perocchè il Duca, a causa di sua intemperanza, si fosse -reso quasi infermo agli atti. - -Il popolo e il capitano delle milizie ducali Alessandro da Terni -avrebbero voluto accorrere al parapiglia in fortezza; ma i congiurati -ne avevano prevenuto il colpo alzando il ponte, e Agostino Landi, -rappresentando al popolo il fatto e a lui mostrando il cadavere di Pier -Luigi, gridò Libertà, Libertà, Imperio, ed annunziò l’imminente venuta, -per S. M. Cattolica, di don Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, -colle truppe di Cesare, il quale due giorni dopo infatti capitò e prese -possesso della città a nome dell’imperatore. - -Così si intendeva la libertà allora in Italia, e così poteva dire di -noi con ragione alcun tempo dopo il Filicaia: - - Per servir sempre o vincitori o vinti. - - -III. - -Poco frutto veramente raccolse del perpetrato assassinio il conte -Giovanni Anguissola. Perocchè, se egli venne a rifugiarsi a Milano -sotto le tende di Carlo V, il quale malgrado l’aver attizzato la -congiura, non era però meno parente suo per la figliuola Margherita -data in moglie ad Ottavio figlio di Pier Luigi, e se fu poi nominato -al governo di Como; non egli potè tuttavia far tacere il grido della -coscienza che l’accusava assassino, comunque le sue mani si fossero -insanguinate del sangue di un tiranno. - -Papa Paolo III aveva risentito acerbissimo dolore della uccisione -del figliuolo, e il re di Francia egualmente; nè si ritenne dal -dissimularne i fieri risentimenti, se lo stesso suo ambasciatore in -pieno palazzo a Coira ebbe a tirare all’Anguissola una stoccata, che -per altro no’l tolse da questo mondo. Anche il sicario che in abito -da frate lungo tempo fu veduto aggirarsi nelle circostanze di Como, -aspettando luogo e tempo per iscannarlo, ed altri emissarî, con non -dissimili propositi, se non vennero a capo del loro truce mandato, -mantennero pur sempre nell’Anguissola quella paura continua e quelle -agitazioni che gli dovevano turbar l’esistenza. - -Fu allora che nel 1570 egli elesse questo luogo, ove è la fonte -da Plinio il Giovane descritta, a edificarvi questa villa, e -dove, malgrado le naturali bellezze, la cascata e la magnificenza -dell’edifizio, pure è impossibile difendere l’animo da un certo senso -di malinconia. - -Ben poco il conte Giovanni Anguissola potè godere degli ozî non gai che -qui egli si era preparato; la villa poscia venne acquistata dal conte -Fabio Visconti Borromeo, indi dai Canarisi, sinchè pervenne al principe -Emilio Belgiojoso, dove un amor tempestoso gli abbreviò una vita che -era dapprima sembrata così sorridente ed elegante, passando per tal -modo la proprietà della Pliniana alla figliuola sua che impalmò il -milanese marchese Lodovico Trotti. - - -IV. - -La mia storia era finita. - -I miei nipoti ripresero taciturni il remo, virarono la barca e si -scostarono dall’austero luogo. - -Intanto le ombre scendevano giganti sul palazzo e ne’ giardini: al -mio povero occhio, non armato in quell’istante dell’occhialino, parve -per quella tetraggine e per le liane della cascata veder qualcosa -che si agitasse, forse lo sparnazzare di qualche augello notturno, e -l’immaginazione, ch’io medesimo avevo eccitata col richiamo di truci -fatti antichi, mi raffigurò lo spettro del primo signore di quel luogo, -dell’assassino, cioè, di Pier Luigi Farnese. - - - - -ESCURSIONE UNDECIMA. - -DA MOLTRASIO A TORRIGIA. - - Orrido di Molina. — Lemna e la Colonia greca. — Una sventura - nel 1863. — La villa Buttafava. — Pognana e Palanzo. — - Premenù. — Ancora a Moltrasio. — Ville Salterio, Invernizzi, - Tarchini-Bonfanti, De Plaisance. — Pensiero. — Rosiera. — - Villa Pavia. — La Partenope. — Igea. — Villa Savoja. — La - Minerva, ora villa Elena. — Villa Ostinelli-Turati. — Urio. - — Ville Melzi, Jenny, Calcagnini, Taroni. — Sofia Fuoco. — - G. B. Lampugnani. — Sonetto a Katinka Evers. — Ville Rocca, - Tarantola, Ottolini, Battaglia, Viglezzi. — Villa Sangiuliani. - — Ville Lavizzari, Porro e Longoni. — Cantiere dei fratelli - Taroni. — Laglio. — Monumento a Giuseppe Franck. — Villa - Galbiati. — Torrigia. — Villa Cetti. — La punta. - - -Perchè ci tratterremmo ancora in questo seno della Pliniana così severo -e malinconico? Solo ne’ giorni più ardenti del luglio potrebbe fornirci -un freschissimo recesso: or che siamo in pieno autunno, della frescura -non abbiam troppo bisogno. - -E poi, le dolorose memorie che di questa parte conservo, mi fanno dire -coll’Epico latino: _Eheu fuge... fuge litus avarum._ - -È vero che a pochi tratti avvi l’Orrido di Molina, che non è tempo -certo sprecato il visitare e che è dato argomentare non esistesse -in addietro, se nessuno degli scrittori del lago ne fa menzione. È -veramente orrido, come invece quello di Moltrasio, che non lo è, ho -preferito, per maggior verità, appellare Cascata. L’acqua si precipita -per un burrone dall’altezza d’una cinquantina di metri e mette i -brividi addosso a chi vi guarda. - -Presso a Lemna — paese, il cui nome greco, come altri che troveremo -lungo il lago, rivela la presenza un giorno di una colonia greca, -quella forse che vi si dice dedotta da Giulio Cesare — e giù al piede -ove era un gruppo di case e una villa, una notte dell’ottobre 1863, -ospite io a Urio in casa della signora Ostinelli-Turati, sulla sponda -opposta era un furiare di pioggia e di vento, e gli echi dei monti -avevan dopo, in mezzo al silenzio succeduto, ripercosso dall’una -all’altra sponda un forte e cupo rumore. Ognun che l’intese si -domandò che avesse potuto essere. L’indomani mattina il sole riapparso -illuminava a Lemna uno spaventoso disastro. Le acque infiltrandosi tra -la roccia e la terra sovrapposta ve l’avevano staccata interamente; -sicchè nel colmo della notte tutta quanta scivolando improvvisamente in -basso e producendo un borro, o lavina, aveva abbattuto e invaso tutti -i sottoposti casolari, seppellendovi sotto ben quarantacinque persone. -Anche la villa Buttafava fu nella massima parte riempita di fango, e -tale ne fu l’orrore della scena, che i proprietarî se ne debbono essere -disgustati e fu detto infatti che non vi volessero più ritornare. - -Io visitai quel tristissimo e toccante spettacolo l’indomani e vidi -più di un cadavere sterrarsi, più d’un orfano desolarsi, più d’un -superstite reso quasi stupido dal dolore. - -Tutto il terreno franato e melmoso giaceva là; la roccia era nuda e da -essa scendeva un rivolo d’acqua. - -Più avanti sull’alto vi sono i villaggi di Pognana e di Palanzo (nome -pur greco quest’ultimo), ma deserti assai, perchè la più parte de’ loro -abitanti emigrano mercanti girovaghi. Nulla poi offrono che chiamino -a visitarli, se pur non interessi Premenù, che è uno dei soliti -bacini o pozzi che su quest’Alpi si incontrano, ma non ha speciali -particolarità. - -Ritraversiamo pertanto il lago e ritorniamo al sorriso della opposta -sponda. - -Da Moltrasio a Torrigia non è che una serie di leggiadri palazzini. -Disseminate per il paese vi sono case civili di villeggiatura; rasente -il lago vi sono quelle dei signori Salterio, poi degli Invernizzi, a -cui fa seguito la villa del barone Tarchini-Bonfanti, distintissimo -medico milanese. - -Usciti appena dal primo paese, ci si offrono i due corpi di casa -costituenti la villa della Duchessa di Piacenza, illustre dama francese -che s’innamorò dell’Italia, o, a meglio dire, della nostra Lombardia, -e da tanti anni divide il suo soggiorno fra Milano e il lago di Como. -Della villa Pensiero dei conti Belgiojoso, che le vien dopo, già parlai -nella escursione alla Cascata di Moltrasio; così passiamo a quella -che succede, e che si denomina Rosiera: essa appartiene a Giovanni -Casati, uno de’ migliori coreografi de’ nostri tempi, e il nome che le -fu imposto ricorda appunto una delle più applaudite sue composizioni -coreografiche date nel massimo teatro milanese. - -Un grazioso _chalet_ svizzero, ch’era prima del nobile Vitali, fu -ceduto ai signori Pavia e continua la lunga e graziosa sequela delle -ville. Dopo di esso sorge la Partenope, che colla vicina Minerva -venne fabbricata dal signor Ambrogio Robiati, per condurvi il suo -collegio d’educazione maschile che aveva in Milano, e dove largheggiò -cospicue somme a beneficio... di chi le comperò di poi a prezzi -d’assai inferiori. La Partenope è divenuta ora proprietà del conte -Gamberini di Imola, che v’ampliò il giardino, abbellì la casa, tutto -informando alle proprie comodità. La Minerva ha mutato ora nome, quello -assumendo di villa Elena, essendo al presente posseduta dalla russa -contessa Elena Goloubtzoff nata Pahlen, sorella di quella generosissima -contessa Samoyloff, che per tanti anni erogò in Milano gran parte del -suo patrimonio in beneficenze. Essa pure sta annettendovi locali e -migliorie e vi fa erigere scuderie che mancavano, poichè da qualche -anno la via che corre dietro alla villa fu resa carrozzabile infino a -Torrigia. - -Tra la Partenope e la Minerva, l’editore e libraio Gaetano Brigola di -Milano si fabbricò la sua graziosa Igea, e può dire che il commercio -librario, da lui con tanta intelligenza esercitato, _hæc otia fecit_. — -Anche l’ing. cav. Savoja vi eresse a fianco un elegante casino. - -Fa séguito alla Minerva la villa della signora Ostinelli-Turati, -due nomi che ricordano due notorie case librarie, la prima di Como, -la seconda di Milano, nella quale, come già dissi al lettore, ebbi -ospitalità cordialissima e più d’una volta, perchè ad amici della -tempra de’ Turati rifiutare è offesa. Vuolsene ammirare la bella e -buona architettura del cav. Dupuy. - -Vien presso il paesello di Urio, a fianco del quale scorre il torrente -Strona e una grandiosa villa che già apparteneva ai Melzi e poscia di -padrone in padrone capitò alle mani dell’avvocato Peduzzi, che la va -affittando, finchè capiti qualche gran signore che se ne invaghisca e -la ristauri e perfezioni, di che ha veramente bisogno per essere detta -fra le più interessanti del lago. Evvi anche molto terreno addetto, -attissimo a convertirsi in bel giardino, ed ha al piede una bella -darsena, che all’uopo basterebbe a tramutarsi essa sola in villa. - -Quella detta _Jenny_, che seguita, è dei signori Uboldi; quindi la -villa Calcagnini, e dopo altre due spettanti ai signori Taroni, una -cioè al di là della strada, l’altra di qua e respiciente il lago. - -Sofia Fuoco, or fa qualch’anno rinomata danzatrice, uscita dagli -insegnamenti del Blasis, si raccolse qui a Carate in una comoda -villetta a riposarsi sui conquistati lauri teatrali. — Quivi si -tramutò pure da una villeggiatura suburbana di Monza, ch’ebbe cara -finchè fu rallegrata dal sorriso dell’unica figliuoletta Giuditta, -leggiadra, spiritosa e di sè assai promettente, il mio amico dottor G. -B. Lampugnani; ma rapitagli questa da inesorabil morte, più non volle -rivederla, ricercando i conforti di tanta jattura a queste amenissime -rive. Alla consorte sua, quell’esimia artista cantante che fu Katinka -Evers, la quale ne divideva inconsolabile il dolore, io in quel suo -domestico lutto rivolsi questo sonetto. - - Alle lagrime il fren, povera afflitta, - Lascia libero pur, che n’hai ben d’onde: - No, non basta il saper che a più gioconde - Regïoni volò la tua Giuditta. - Solo t’è in cor la verità confitta - Che tu la chiami ed ella non risponde, - Che col tuo bacio il suo più non confonde. - Ch’ella per sempre t’ha quaggiù relitta. - Era sì bella, sì gentil, modesta - E del suo spirto le virtù supreme - Così colpian ogni persona onesta; - Che nell’acerbo duol che il cor ti preme, - Altra parola non so dir che questa: - Povera madre, lagrimiamo insieme. - -Qui pure in Carate hanno ville il signor Rocca, che ristaurò la propria -recentemente; il conte Alfonso Visconti, che dall’angustia dello -spazio seppe trarre il miglior partito, e però chiamolla Ripiego ed -ha assai leggiadra architettura; il Battaglia, il cav. dott. fisico -Francesco Viglezzi, il Tarantola e la Ottolini, tutti accorrenti dalla -ricca Milano; e qui la contessa Sangiuliani, presso la quale a sera -convengono i villeggianti a conversari e danze. Al suo giardino la -piena del lago ritolse, or fa qualch’anno, un chiosco ch’era in riva e -che con tutto il mobiglio una bella notte scomparve, a nuova prova che -il Lario non patisce gli si rubi terreno. Quindi si schierano in bella -mostra le ville Lavizzari, Porro e Antongini, or passata quest’ultima -in proprietà del nostro bravo generale Longoni, che ne abbelliva casa -e giardino col miglior gusto, e che dopo le cure ed esercitazioni -militari quivi - - _Scende_ del campo a tergere - Il nobile sudor[16]. - -È nello stesso paese di Carate che i fratelli Taroni hanno operoso -cantiere per la costruzione di ogni sorta d’imbarcazione del lago: -navi, battelli, canotti, gondole, lancie, quattrassi e sandolini, tutto -vi si fa e con bella eleganza. - -E così eccoci giunti a Laglio, altro paesello montano, senza alcuna -particolarità, come tutti gli altri che discorriamo, costituiti dalla -chiesa e suo campanile, da casupole di pescatori e tutt’al più da una -osteriuccia, dove si eccettui il dottor Casella, del quale avverrà -nella prossima escursione che più intrattenga il lettore. - -È fuori di Laglio che fu collocato il monumento piramidale ad un -medico, Giuseppe Franck, che, transitando sul piroscafo, ognuno crede -possa essere di Pietro, l’illustre, il quale lasciò molte opere della -sua scienza, ma che non è; essendo invece eretto a Giuseppe, figlio, -autore per altro egli pure, ma di meno riputate opere di medicina: nè -si comprende perchè abbiasi voluto funestar con quel segno funebre il -sorriso di questa sponda. - -Affrettiamoci invece a esaminare la villa che succede ed è de’ -Galbiati, che ci avvicina a Torrigia, dove alla punta sporgente -nel lago sorge la villa dei signori Cetti, alla famiglia de’ quali -appartenne il gesuita Francesco Cetti, che a mezzo il secolo scorso -insegnò e dettò opere lodatissime di storia naturale. - -Qui, in antico, forse perchè il lago restringesi, era una torre che -diede per avventura nome al paese, _turris regia_, che aveva un faro, -buono a dirigere a notte le imbarcazioni. Ora a notte questo tratto -pescoso di lago è occupato dalle reti, che calate vi avvertono di loro -presenza coll’agitarsi continuo de’ campanelli, scossi dall’onde o -dal vento, i cui suoni scorrendo monotoni sulla superficie del lago, -producono un singolare effetto per chi ignora che stanno a segnale de’ -pescatori. - -E qui fermandosi la via carrozzabile, arrestiamoci anche noi; -rimanendoci una interessante escursione a compiere da qui, prima di -allontanarci. - - [Illustrazione: Buco dell’Orso.] - - - - -ESCURSIONE DUODECIMA. - -IL BUCO DELL’ORSO. - - Il dottor Casella di Laglio. — La brigatella. — La vista. — Il - cammino. — Il Buco dell’Orso. — Sua scoperta. — Descrizione. - — Visite di dotti. — Le scarpe di S. Pietro. — Questioni - geologiche. — Paleontologia. — Gallerie o pozzi scoperti dopo. - — La discesa. - - -I. - -Per l’escursione attuale mi risparmio la fatica d’intrattenervi del -Buco dell’Orso con nuovo scritto: parmi ne dirà meglio quello che ne -dettai nell’anno 1864, quando, come già feci sapere, essendo ospite ad -Urio, consegnai nel seguente articolo le impressioni in me prodotte -e le analoghe osservazioni. Doveano essere allora sì pochi i giorni -che m’eran dati ai riposi autunnali, che neppure avevo fatto conto di -procacciarmi questi nuovi e studiosi ricreamenti, a’ quali or chiamo a -parte il lettore. - -Dopo le fatiche autunnali, qui venuto a ragion solo di riposo, a me -sarebbe bastato il solo aspetto di questo tranquillo lago, sospinto -nelle ore mattutine verso Como dall’immanchevole soffio del _Tivano_ -e nelle ore pomeridiane di colà respinto dalla _Breva_, quasi a -giovamento delle cento vele che riconducono a’ paeselli delle riviere -chi è corso per la mercanzia alla città; sarebbe bastata la voluttà di -scivolarne la piana superficie sul burchio o sul canotto, mollemente -adagiato in traccia della curiosa emozione che vi dà l’onda agitata, -come la lasciano i piroscafi percorrenti la lunghezza del lago; -sarebbe bastato in una parola il _dolce far niente_ che ha sì recondite -dolcezze per chi tutto l’anno si trova nel _mare magnum_ della città, -perchè potessi dire ottimamente impiegati i pochi giorni concessi; -ma pure distrazione novella, impreveduta mi attendeva. Lascerò ora i -simpatici ritrovi di parecchie ville che mi si dischiusero amicamente e -che valsero tanto a ingannare deliziosamente le ore della sera, lunghe, -interminabili alla campagna; lascerò le danze e le musiche da cui eran -bandite le ricercate toalette, e piuttosto vi dirò di quella spedizione -che feci in allegra compagnia al _Buco dell’Orso_, spedizione che -interessa tanto il profano, quanto chi si piace di geologiche novità. - - -II. - -A noi fu guida in questa alpestre escursione il bravo dottor Giuseppe -Casella, medico condotto di Laglio e d’altre terre vicine. - -Chi sa quanti nell’udire tal nome si rammenteranno di giorni amenamente -passati sul Lario! Perocchè il dottore Casella, colto e socievole -quant’altri mai, è una vera fortuna per quanti passano i bei giorni -di ottobre ne’ paesi di questo incantevole bacino: egli direbbesi il -tratto d’unione fra l’una famiglia e l’altra, l’autore de’ progetti -di gite e di comitive; senza lui non seguirebbero le ilari carovane -che pellegrinano al _Piano del Tivano_; senza lui infine non avremmo -compiuta l’ascesa al _Buco dell’Orso_. - -Egli aveva data la posta alle varie famiglie villeggianti ad Urio, -Carate e Laglio per la mattina del 5 d’ottobre al paese di Torrigia: -si diceva che le leggiadre signore, che avrebbero fatto parte della -brigata, sarebbero venute in abito d’amazzone, perocchè i greppi su cui -avevasi a inerpicare, le boscaglie che si dovevano transitare avrebbero -dilaniato crinolini e gonne, e di ciò pure ci ripromettevamo spettacolo -sollazzevole; ma di questo fummo compiutamente delusi: al mattino ci -trovammo al convegno in una ventina soltanto, le amazzoni brillarono -per la loro assenza: una sola non era mancata, ma il suo costume,... di -vestiario... ah! il suo costume non era quello che avevamo vagheggiato. - -Il dottor Casella diè il segno della partenza e ci precedette, e noi -ci difilammo dietro a lui. Difilammo è la parola sola che conviene, -perocchè non appena usciti di Torrigia fosse mestieri mettersi per -l’angusto sentiero de’ monti. Presto una viuzza di ciottoli e di -pietruzze acuminate provò il nostro coraggio, perchè difficilmente vi -si potesse reggere; ma vinte le prime scabrosità, si ascese liberamente -per le mille anfrattuosità di quella montagna. E qui notiamo, poichè ne -viene il destro, come sia questa di roccia calcarea bigia azzurrognola, -continuazione più o meno eguale di quella che incomincia appena fuor -di Cernobbio e si prolunga fino all’insù del lago, costituita di -tante sovrapposizioni o grosse lastre dello spessore talvolta d’oltre -il mezzo metro, che valgono assai opportunamente alle costruzioni, -sostituendo la materia laterizia con moltissimo vantaggio di resistenza -e di spesa[17]. L’ombra e la frescura vi è procurata dai frequenti -castani isolati o da macchioni, che vedevamo da montanine e garzonetti -flagellati per farne cadere i già maturi frutti. Fuor di costoro -non eran rotti que’ solenni silenzi che dalla lontana campanella -delle capre che scorazzavano per i più alti dirupi, o dalla monotona -cantilena delle fanciulle che pascolavano su qualche altipiano le loro -magre giovenche. A tratti noi sostavamo a ripigliar lena, ad attendere -i più tardi e ad ammirare i maravigliosi punti prospettici che ci si -venivano mano mano presentando. Di fronte vedevamo il villaggio di -Careno, più su quello di Zelbio, a destra Lemna, Molina e l’orrido suo, -a manca Nesso e la punta di Cavagnola, e quando, voltandosi alquanto -a manca la montuosa via, noi riguardavamo in basso, scorgevamo Brienno -e più in là Argegno, il capoluogo della Valle Intelvi, e quei paeselli -eziandio che dal greco nome accusano quali colonie vi stanziassero un -giorno. - -Una colonna di denso fumo dal mezzo del lago svolgevasi lungamente -per l’aere e pareva come una nuvola leggiera adagiarsi sulla costiera -che ne stava dirimpetto, e noi seguendola coll’occhio potemmo appena -distinguere ch’essa liberavasi da uno dei battelli a vapore che in -quell’ora drizzava la prua verso la punta di Torrigia, perocchè noi -dovessimo essere in quell’istante a seicento metri sopra il livello del -lago. - -Il mattino si faceva alto, e noi, chiedendo consiglio alla voce -imperiosa dello stomaco nostro, ci credevamo vicini alla meta, ma -questa pareva discostarsi ognor più: essa ci era come il fatale -miraggio del deserto. - -Poi si giunse dove il monte s’addentra e si forma come un letto -torrenziale: colà la via si faceva più scabra e il nostro attento -duce ne faceva avvertiti che non dovessimo riguardar in basso se -temevamo delle vertigini, perchè paresse che a noi di sotto la valle -si sprofondasse quasi a picco. Fuvvi un tratto di strada che era tutta -pietra brulla e alquanto declive: a noi fu però mestieri d’addoppiare -le precauzioni; una voce sola era sorta a segnale di scoraggiamento, -ma la parola e l’esempio d’altri vinsero quelle paure, e dieci minuti -dopo, per un sentiero apertoci fra virgulti ed arbusti, ci trovammo -innanzi al _Buco dell’Orso_. Il viaggio aveva durato un’ora e mezzo. -_Italiam! Italiam!_ gridammo noi pure, che ci vedevamo giunti allo -scopo del nostro pellegrinaggio, e in quest’inno di gioia c’entravan -certo di molto gli acuti stimoli della fame. All’essere poetico -preferisco l’essere veritiero. - -Ci sedemmo allora sui massi che sono sparsi avanti l’ingresso -della caverna, e tratte le nostre copiose provvigioni, ci diemmo -ad asciolvere con un appetito che meglio s’accostava alla voracità, -mescendoci del buon vino e dell’acqua limpida e fresca che ci forniva -una polla della caverna stessa. - - -III. - -Poichè fummo tutti rifocillati, ci disponemmo ad entrare nella profonda -cavità, e tutti allora accendemmo il moccolo, di che ognun di noi -doveva esser munito a rompere le tenebre e godere delle bellezze -naturali della natura, e dello spettacolo di che noi eravamo materia a -noi stessi. - -A noi aveva il Casella saviamente consigliato di servirci di questi -moccoli anzi che di torcie a vento o di legni resinosi, e perchè meno -incommodi a portarsi fra quelle sassose latebre, e perchè ci avrebbero -risparmiato d’ingoiarci l’esecrabile fumo che le altre fiaccole -avrebbero mandato per quelle volte. Perdevamo così del pittoresco, -ma innanzi tutto curar ne piacque il più conveniente, e pur di questo -vogliamo essere riconoscenti all’esperto mentore nostro. - -Il Casella e don Baldassare Bernasconi, buon prete di Laglio della più -eccellente pasta, che aveva voluto unirsi alla brigata, ci andavano -innanzi rischiarando ed additando le traccie che avevamo a seguire, -perocchè e i frequenti massi colà trascinati in antico dalle correnti -o là sfranati dalla vôlta superiore, tutti investiti d’un’argilla umida -e sdrucciolevole, e le filtrazioni dell’acqua che formavano rigagnoli, -e le stalattiti della vôlta rendessero lento e pericoloso il passo. -Dapprima avevamo trovato il suolo piano, poi s’era venuto abbassando -con inclinazione sensibile, che ci obbligava a passare carpone per un -angusto varco o pertugio, onde poter progredire. - -Come fummo giunti per entro una certa galleria più vasta, ci -compiacemmo volgere addietro lo sguardo e riguardarci scambievolmente, -e in verità tutti que’ venti giovani, quale in piedi, quale assiso su -d’enorme sasso, tutti il moccolo acceso alla mano, presentavano una -scena curiosa, strana, suscitatrice di un mondo di idee. - -Fu qui che il dottor Casella, a renderci più importante la gita, a -farci comprendere tutto l’interesse che aveva preso la scienza alla -scoperta di quella grotta che a lui primo era dovuta, ad incoraggiarci -a percorrerla interamente, ce ne venne raccontando per filo e per segno -quella storia, che noi procaccerem modo di riassumere sotto brevità. - -Era la state del 1841, quando ad esso dottor Casella, che aveva udito -parlare della esistenza d’una grotta superiormente a Torrigia, cui -la tradizione popolare, che la credeva antica tana di orsi, aveva -imposto il nome di _Buco dell’Orso_, prese vaghezza di rintracciarla. -Associatosi alcuni amici, percorse la montagna, sinchè appunto sul -versante del monte che sovrasta a Brienno, a due terzi di esso, rivolta -a N. N. E., la discopriva. Si presentava quella caverna quasi un ampio -crepaccio apertosi nella roccia, alto metri 2,7, largo quattordici e -profondo dieci, e pareva a prima giunta non dovesse aprire l’adito -ad un lungo cammino. Sgominate le tenebre che vi regnavan perpetue -col mezzo di faci ch’egli aveva seco recate, percorso quel tratto -testè da me ricordato, parevagli avesse qui il suo termine l’antro -che decoravasi di belle stalattiti e corrispondenti stalagmiti, come -veggonsi frequenti nelle varie grotte che s’aprono nelle montagne -che costeggiano questo lago. Se non che, piegando a destra alquanto, -trovava quel pertugio che rivelavagli prolungarsi ulteriormente la -caverna, e cacciatovisi animosamente dentro, si era veduto in quella -più ampia galleria che sì pittorescamente a noi offeriva lo spettacolo -di una processione che ritraeva del misterioso e dell’infernale, -siccome a me rammentava il _facile descensus Averni_ di Virgilio. Le -cristallizzazioni or bianche, or grigie, or giallognole, bizzarre e -spesso trasparenti, venivano riflesse da quella luce con bell’effetto; -ma nulla di più interessante erasi offerto fin là, se si eccettui un -cupo rumorío che richiamò pur la nostra attenzione, prodotto dallo -scorrere di una fiumana dietro le non grosse pareti a destra dell’antro -e che in verità sgomenta, poichè sembra che agevolmente possa -dischiudersi un varco e irrompere ad allagar lo speco. Questa recondita -corrente viene a gittarsi in un lago, che vietò la prima volta al -Casella, ed a’ suoi compagni, come lo contese anche a noi, di andar più -oltre. Dalla bocca dell’antro a questo speco la lunghezza è di passi -370 o metri duecento. - - -IV. - -Da quel dì il _Buco dell’Orso_ fu scopo a frequenti pellegrinaggi -del dott. Casella, e quando nel settembre 1850 vi ritornò con don -Vincenzo Barelli, proposto allora di Laglio, e con altri suoi amici, -il caso lo favorì, poichè, avendo messo allo scoperto un frammento -di costola uscente da quell’intonaco argilloso, lui e il Barelli -consigliava a tentare altre escavazioni, che procacciarono infatti -alcuni denti smisurati ed altre ossa gigantesche, che si ravvisarono -come appartenenti ad animali, la cui specie ora più non esiste. Qualche -tempo dopo il Casella vi scopriva un immane cranio, e questo, come -le ossa già scoperte, veniva riconosciuto essere stato di orso, che -Blumenbach e i naturalisti designano col nome di _Ursus Spæleus_. -Queste spoglie petrefatte vennero dal Casella donate al civico Museo di -Milano, dove, per la rarità di esse, il cranio venne formato in gesso -ed inviato ad altri gabinetti di scienze naturali: tutte poi coordinate -valsero alla ricomposizione d’uno scheletro che è di un grande -interesse per la paleontologia. - -La curiosità nel Casella e nel prete Barelli di ulteriori indagini -crebbe allora ognor più, e trasportatevi due navicelle, o _scarpe di -S. Pietro_, come si chiamano quelle imbarcazioni da quei del lago[18], -poterono navigare tre laghetti, l’ultimo de’ quali, lungo circa -cinquanta braccia, non fu possibile percorrerlo tutto quanto, perchè la -vôlta vien così declinandosi al pelo dell’acqua che l’imbarcazione non -vi può passare. La lunghezza quindi accessibile si valuta a trecento -metri. - -Dopo Casella e Barelli la curiosità dei dotti fu vivamente eccitata, -e da allora trassero a visitar il _Buco dell’Orso_ e il dottor Emilio -Cornalia, che ne lasciò un’accurata descrizione già per noi citata, -e l’abate Antonio Stoppani, che vi consacrò pure una parte nella -sua _Paleontologia Lombarda_, a cui rimandiamo il lettore per le più -proprie informazioni della scienza, e il dott. Giovanni Omboni, e il -prof. F. De Filippi, e il professor L. Patellani, e i fratelli Villa. -A complemento anzi di questo scritto, io verrò spiccando alle memorie -del Cornalia quel tanto che giovi a somministrare più esatte quelle -notizie che hanno più stretta attinenza colla scienza, e così io pure -avrò agevolato il cómpito che mi sono proposto, e il lettore vi avrà di -certo guadagnato, più che con una semplice e inconcludente narrazione. -Riferirò ciò che riguarda alle condizioni del suolo ed alle cause che -produssero l’agglomeramento delle ossa fossili discoperte: le sole -indagini, credo io, che interessi di istituire in argomento. - - -V. - -“Giunti al punto di maggior declivio, scrive adunque il dottor -Cornalia, il suolo comincia a rialzarsi tutto coperto di massi -accatastati l’uno sull’altro. È tra questi giganteschi, ma ancor mal -fermi macigni, che bisogna avanzarsi. Qui pure cominciano i depositi -di argilla alternantisi con croste stalattitiche e strati di sabbie -e ghiaie; le quali stratificazioni solo nelle parti più interne si -mostrano con ordine disposte, lasciando là prendere precisa idea -de’ loro rapporti. Altrove o l’uno o l’altro degli strati manca, -il fossilifero rimanendo il più costante. Le pareti dello speco e i -massi più voluminosi che ne ingombrano il suolo mostrano le striature -che le correnti rovinose e trascinanti ciottoli sogliono imprimere -alla superficie delle roccie che ne sopportano e frenano gli urti. Al -di sopra di questi massi, e lungo tutti i fianchi della grotta, una -crosta stalattitica vela agli occhi dell’osservatore la natura del -terreno; la qual crosta in alcuni luoghi arriva alla grossezza di 0.08 -e più. Spaccata, mostra una serie di zone o strati d’un bell’alabastro -cristallizzato a varî colori, traccie delle successive deposizioni. - -„Più s’interna il torrente, di cui prima s’udiva solo il fragore tra -i sassi profondo, e più comparisce alla superficie aggirandosi per un -piano leggermente declive. — Di là poco un lago di qualche estensione -occupa tutto il fondo che solo con un istrumento adattato alle angustie -del luogo si può traghettare. A nuoto non vi si regge: l’acqua non ha -più di 7 gr. R.[19]. - -„.... Fra la prima raccolta d’acqua e la seconda esistono, come io -prevedeva, altre argille che bisognerà smuovere con regolari scavi... È -nelle vicinanze del primo lago, ove non è necessaria una istraordinaria -innondazione affinchè il livello delle acque s’elevi molto e -v’abbandonino i loro depositi, che si osserva il maggiore numero di -strati. - -„Superiore a tutti si ha uno strato di ghiaia, mista a sabbia -nereggiante. I ciottoli sono in parte della calcarea che forma il -monte, in parte di roccie d’altra natura. Questa sabbia si vede solo -in siti limitati. È dovuta certamente alle ultime innondazioni che -saranno state le più parziali. — Al di sotto delle ghiaie (ed ove -queste non esistono, direttamente allo scoperto) si trova la prima -crosta stalagmitica che s’estende quasi uniformemente da per tutto. -Dopo il deposito calcareo havvi uno strato considerevole di un’argilla -cinericcia d’una purezza e d’una finezza straordinaria. È compenetrata -da molta umidità, sicchè lasciasi facilmente tagliare con una lamina -da coltello e si spoglia in straterelli orizzontali esilissimi e -paralleli. È si tenace da parere elastica, e non contiene nè sabbie, -nè ciottoli, nè avanzi organici; questo deposito arriva anche a un -metro di potenza, e lui oltrepassato si trova un’altra argilla di color -bruno. Questo strato è piccolo (0^m 1) e di poca importanza mancando in -più luoghi. L’un deposito però è sempre assai distinto dall’altro. Ove -l’argilla cinerea manca, la bruna è coperta direttamente dalla crosta -calcarea. Lo strato che più di tutto deve attirare la nostra attenzione -è il sottoposto fossilifero. Consta di un’argilla tutta distinta, -grossolana, mista a del tritume calcareo; il suo colore è il gialliccio -per ossido ferrico; la sua durezza varia, in alcune parti già compatta -passando ad una marna in attualità di formazione. Questo strato -contiene dei ciottoli, taluni anche voluminosi, arrotondati, per lo più -ellittici e deposti col loro piano massimo orizzontale. Questi noduli -non appartengono tutti al calcare bituminoso della montagna, ma altresì -a roccia di diversa natura, e vanno misti a frammenti di stalattiti. -L’argilla gialla costituisce uno strato di circa 0^m 4 di spessore, ed -è in essa che si rinviene la massima parte delle ossa. Continuando gli -scavi, dopo questo strato si trova un’altra crosta stalagmitica simile -per natura e potenza alla prima, sotto la quale si ripete un’argilla -eguale alla fossilifera e che del pari contiene ossa sebbene in minore -abbondanza. È però più compatta, come più anteriore; ed i fossili sono -maggiormente petrificati. La potenza di questo strato non la conosco; -poggiando direttamente sul masso, varierà secondo i luoghi. Nuovi siti -tentati potranno in avvenire fornire differenti cifre per la potenza di -questi strati; dipendendo questi dagli accidenti del suolo. - -„La natura e i rapporti di questi strati ci chiariscono -sufficientemente del modo con cui si depositarono e delle cause che li -produssero. Una corrente alquanto forte, e quale appunto sarà stata la -più antica, fu quella che depose l’argilla ocracea. Lo provano la sua -estensione, i ciottoli che contiene, le grosse ossa cilindriche che -travolse. Gli altri strati indicano correnti più miti, che durarono -però più tempo; infatti sono più limitati in estensione e composti di -finissimo limo esenti di ciottoli e di ghiaie. - -„Questi depositi poi occuparono lungo spazio di tempo a formarsi e -furono separati da lunghi intervalli, come ne sono prova i ripetuti -e grossi strati stalagmitici interposti. La corrente attuale è del -certo un tenue avanzo di quelli, cui gli strati descritti devono la -loro esistenza, e che altre volte avrà sempre o assai di frequente -occupato tutto il lume della caverna. Che se anche attualmente le acque -venissero a crescere a dismisura e la crepa già esistente non bastasse -ad inghiottire quelle che a metà della caverna si inabissano, esse, -occupato tutto il primo basso fondo, si alzerebbero a segno di livello -da uscire dall’apertura attuale della grotta. - -„Nel vedere questa successione di strati tanto simili a quelle -descritte per le caverne ossifere di Francia, di Germania, di Ungheria, -ecc. ecc., ricorre subito alla mente la possibilità della presenza di -ossa fossili. Queste che io rinvenni, e delle quali sotto il rapporto -paleontologico parlerò poi, hanno nel _Buco dell’Orso_ due modi -distinti di giacitura, che però accennano ad una medesima causa: le -correnti. - -„L’uno di essi già indicai per incidenza: la giacitura cioè nel -deposito dell’argilla giallastra inferiore alle prime due. È sulla fine -di questo strato che esse si depositarono, ed anzi molte giacciono alla -sua superficie tra l’argilla gialla e la bruna. Alcune anzi trovansi -già in quest’ultima, e il colore bigio che assunsero indica la loro -giacitura. - -„Anche la seconda argilla, quella che giace al di sotto della più -antica crosta stalattitica, contiene questo avanzo organico, ma in -minor copia: una sola mezza mascella inferiore e qualche osso della -gamba (genere _Ursus_) io vi trovai in tutto fino ad ora. Questi pezzi -sono più che gli altri alterati. - -„Le ossa robuste e solide sono le più numerose; le più fragili -andarono quasi tutte perdute. Sebbene anche delle prime alcune siano -abbondantissime, altre invece rare assai. Così, per esempio, mentre -che raccolsi molte ossa del carpo e del tarso, e falangi (persin le -unghiali), e piccoli molari, trovai appena una vertebra caudale e -qualche incisivo. Forse perchè queste parti assai facili a staccarsi -dal restante scheletro vennero dalle prime correnti in altre direzioni -trascinate e altrove deposte. Una prova che queste ossa debbono -la loro attuale giacitura alle correnti, la trovo in ciò che la -maggior parte si ricetta nei piccoli seni che formano le rientranti -e sporgenti pareti della grotta, e che rimangono per opera de’ massi -difesi dall’impetuosa corrente. Ivi l’acqua, perdendo di sua forza e -diffondendosi più tranquilla, potè deporre le ossa fin là travolte. Un -altro modo di trovarsi le ossa nel _Buco dell’Orso_ merita attenzione, -giacchè spiega l’origine d’una natura particolare di roccie: impasto -di ossami, di frantumi calcari e di marne da tempo celebri lungo le -rive del Mediterraneo, intendo dire delle _breccie ossifere_. Su quei -grossi macigni che dissi occupare per lungo tratto e molto spessore il -suolo della caverna, l’acqua attualmente non scorre o scorrerà solo -nelle epoche di massima innondazione, mentre che in tempi più remoti -facilmente avrà raggiunto quel livello e vi avrà sopra trascinate le -sostanze che travolgeva. Ma le ossa, e le voluminose di preferenza, e -i grossi tritumi di roccia, percorsi alcuni dei meati esistenti tra i -massi, vi si impegnarono e valsero anzi ad arrestare alla lor volta le -sorvegnenti materie che tenevano la medesima via. Il limo, le sabbie -sottili, ecc. passaron oltre per quella specie di filtro. Queste ossa -così non restarono circondate dall’argilla che invase le altre. Che se -però andarono prive d’una materia meccanicamente deposta, valsero ad -attirare e trattenere chimicamente le particelle di carbonato calcare -che le acque del torrente o stillanti contenevano, e di esse se ne -fecero involucro e cemento. Io stesso, non senza fatica, introducendo -delle picche tra gli interstizi dei macigni, riuscii a staccare molte -ossa disordinatamente aggruppate e cementate da un calcare grossolano e -cavernoso. Così ha origine una breccia, alla cui formazione noi siamo -contemporanei e presenti, simile alle descritte da Cuvier[20] e da -altri. — Così anche questo modo di trovarsi delle ossa è spiegato dalle -correnti. Le quali sono provate altresì dalla mancanza di coproliti, -dalla mancanza di quello strato di terra nera, bituminosa, comune in -altre grotte e che s’attribuisce allo sfasciamento delle parti molli -dell’animale; finalmente dalla mancanza delle ossa di animali che -avrebbero potuto servire di cibo a quei primi feroci abitatori della -caverna[21].„ - - -VI. - -Il dottor Casella portò diversa opinione da quella del Cornalia circa -alla causa di queste ossa riunite, ritrovate da quest’ultimo nelle -correnti, e noi, riferendola, pensiamo poter egli alla sua volta avere -ragioni forse maggiori di probabilità. Crede egli adunque che queste -ossa possano aver appartenuto ad animali antidiluviani, giacchè per la -loro mostruosa grandezza appartengono a specie ora affatto perduta. Su -di che io penso non esservi controversia, ed anzi nell’opera di Figuier -_La Terre avant le déluge_, parlando appunto dell’_Ursus Spæleus_, -reca la descrizione e il disegno del cranio di tal animale scoperto -dal Casella, regalato al Museo Civico di Milano, e da questo, come -già avvertimmo, distribuito in esemplari di gesso a varî gabinetti -di scienze naturali, come lo riprodusse istessamente nella sua -_Paleontologia_ l’abate Antonio Stoppani. A quell’epoca tali animali -avranno per molte generazioni trovato rifugio in questa caverna, e -successivamente in essa terminata la loro esistenza o per vecchiaia, -o per alluvione, o per qualunque altra causa dipendente dai grandi -sconvolgimenti geologici. Queste congetture non torrebbero egualmente -che le correnti, introdottesi poscia nella caverna, abbiano ravvolte -quelle ossa di que’ sedimenti che valsero o alla loro fossilizzazione, -od a determinare quelle condizioni nelle quali si rinvennero a’ dì -nostri. E mi pare ancor più probabile una tale supposizione in quanto -mi sembri assai arduo l’immaginare che le correnti intime del monte -possano avere trascinate le ossa intatte e giganti, quali si videro -alcune di esse. L’ipotesi del dottor Cornalia ci obbligherebbe inoltre -a premettere l’esistenza di un’altra località, da dove le correnti -abbian potuto impodestarsi di quelle ossa per poi qui trascinarle; -mentre la capacità di questa tana porge maggior argomento a credere -che servisse prima a ricovero di orsi, come gli abitatori di questi -monti per tradizione ne ebbero sempre credenza, se l’appellarono -il _Buco dell’Orso_, assai prima che il dottor Casella discoprisse -le ossa e queste si riconoscessero della specie _Ursus_, anzi da -tempo immemoriale. Il qual argomento della tradizione deve essere di -importantissima significazione in questa tesi. - - -VII. - -Il medesimo dottor Cornalia, in questo lodato suo studio intorno ad -_Alcune caverne ossifere dei monti del lago di Como_, ne dedusse le -seguenti conclusioni, che è prezzo dell’opera il trascrivere, perchè -speciali nella massima parte al _Buco dell’Orso_ di cui parliamo. - -1.º Anche in Lombardia esistono caverne ossifere identiche a quelle di -Germania, Francia, Inghilterra. Anche fra noi è la calcarea giurese che -le offre. - -2.º Le grotte di questi monti, appendici ad una catena delle nostre -Prealpi (catena Ceresia), riconoscono forse una sola epoca e una sola -causa: l’emersione delle roccie che rialzarono e sconvolsero il calcare -bigio. - -3.º Gli strati che si depositarono nelle caverne spettano o all’epoca -_quadernaria_, o all’epoca _attuale_. - -4.º I fossili del _Buco dell’Orso_ (quadernari) vi furono strascinati -dalle correnti. Lo strato dei fossili, il sito profondo assai ove si -rinvengono (continuamente umido e tenebroso), la mancanza di molte -circostanze fanno preferire quest’opinione all’altra che ammette aver -quegli animali vissuto là entro; — opinione che si adatta assai più ai -depositi moderni delle altre grotte. - -5.º I varî depositi richiesero molto tempo a formarsi. La loro -potenza, l’alternanza colle croste stalagmitiche, lo stato vario di -fossilizzazione delle ossa in rapporto colla profondità lo provano. - -6.º Le ossa trovate spettano quali a specie ancora viventi tra noi, -quali a specie perdute, e quali finalmente ad animali che ora vivono -solo in paese più meridionale. - - -VIII. - -In quanto a me, pellegrino recente al _Buco dell’Orso_, pago degli -studî per altri fatti, mi bastava di constatarli, ma arrestandomi -però sulla sponda del primo lago, perchè non avevo avvertito dapprima -tampoco alla probabilità di tragittare quelle acque interne, e però -non avevo provveduto le opportune imbarcazioni. Quivi nella parete -friabile incidemmo io e i miei compagni i nostri nomi, espressione di -quella contentezza che ci aveva dato la longanimità di avventurarci -per quelle cavità tenebrose ed aspre. Seduti poscia su questi umidi -massi ad asciugarci il sudore della fronte che ci gocciava, prodotto -dal trascinarci a fatica collo stomaco pieno, e rimasti colà alquanto, -ripigliammo poscia la processione del ritorno. Qualche moccolo veniva -già meno, sollecitammo quindi i passi rifacendo il cammino percorso. - -E fu nel ritorno, a distanza di forse sessanta a settanta metri -dell’uscita, che il buon prete Bernasconi mi faceva accorto della -esistenza di un pozzo od apertura, per la quale si poteva calare in una -galleria, sottoposta a quella che percorrevamo e dentro cui mostravasi -pronto a calare, quando noi ne avessimo esternato il desiderio, siccome -quegli che già vi fosse altre volte disceso, ciò che per altro non -volemmo, accontentandoci di quegli schiarimenti ch’egli e il Casella -ci fornirono. Io mi intratterrò alcun poco di questo pozzo, da che -le precedenti relazioni del _Buco dell’Orso_ non ne abbiano fatto -ancora parola e da che potrebbe valere d’argomento ad altre indagini e -discussioni geologiche. La discesa adunque è di circa quindici metri, -e la galleria alla quale si riesce ne percorre circa quaranta, sempre -nel senso stesso della lunghezza della galleria superiore verso N. N. -E., e sempre a massi e piano ineguali, come è superiormente. Quasi -in corrispondenza a questo pozzo se ne vede un altro nella galleria -sottoposta, per il quale si cala ad una terza galleria, scendendovi per -circa altri venti metri. In questa non è calato ancora alcuno, perchè -presenta per avventura pericolo di franamento, nè sarebbe prudente -l’esporsi a vedersi chiusa l’uscita e impossibilitato il ritorno. -Converrebbe all’occorrenza prendere le maggiori precauzioni ed essere -assistiti da più. Tuttavia nel fondo della terza inferiore galleria -sentesi il mugghio delle correnti ancor più forte che non nella prima -o superiore. Forse è la corrente stessa della galleria superiore che -viene a scaricarsi e che forse esce da quelle latébre pel versante -del monte e alimenta l’acqua o fonte detta il _Vermocane_, che serve a -mettere in movimento il mulino che è di poco sopra Brienno. - -Nella galleria intermedia si trovarono e vi sono pure altre ossa della -stessa specie che nella superiore, con questo solo divario che quelle -della galleria superiore sonosi trovate intatte, perchè ravvolte -nelle stratificazioni argillose che le hanno preservate dal contatto -dell’aria, e quelle invece della galleria intermedia si veggono parte -in istato di decomposizione, o tarlate, perchè non vennero ricoperte -da veruno strato. Io ho avuto nelle mani ed esaminate e le une e -le altre, come si conservano dal dottor Casella, e credetti nella -predetta mia osservazione di ravvisare un’induzione di più che avvalora -l’ipotesi del Casella, anzi che quella del Cornalia; perocchè se il -rinvenirsi di tali ossa fosse l’effetto esclusivo delle correnti, tutte -indistintamente le ossa sarebbersi ritrovate involute dai sedimenti -argillosi: mentre invece è lecito di inferire che i petrefatti della -galleria superiore saranno stati ricoperti da tali strati per i -depositi che vi avranno fatto le correnti, e quelli della galleria -intermedia, immuni dal passaggio di esse, saranno rimasti nello stato -primitivo, dove cioè saranno morti gli orsi che in quella caverna -debbono necessariamente un tempo aver avuto ricovero. - -Come poi queste gallerie inferiori siensi formate, io credo di spiegare -dicendo, che tutte le probabilità conducono a ritenere che prima non -fosse che una sola ed ampia caverna, che poi per la caduta di massi -dalla vôlta siansi venute facendo; perocchè percorrerebbero esse -nell’egual senso della galleria superiore quasi la medesima lunghezza. - -Siccome recentissima sia la scoperta di questi altri due pozzi, così -chiamar io reputo su di essi l’attenzione dei nostri geologi e massime -del Cornalia, dello Stoppani e dell’Omboni, i quali forse da una -novella loro visita al _Buco dell’Orso_ potrebbero trarre materia a -nuovi studî non infecondi di buoni risultamenti per la geologia. - - -IX. - -Finalmente, dopo un’ora che eravamo rimasti nell’antro, lieti, ma -inzaccherati e molli degli stillicidi che non avevamo potuto evitare e -de’ rigagnoli nei quali il piede non aveva fatto a meno di scivolare, -via gettando la stearica che tuttavia ardeva, - - Uscimmo quindi a riveder le stelle.... - -come direbbe Dante, o a meglio esser precisi, a riveder il più limpido -sole, il quale era ormai giunto al meriggio. - -Allora riconoscemmo qualche disertore della nostra brigatella che, dati -pochi passi appena nella oscurità della caverna, era tosto ritornato -addietro; scambiata qualche celia e riposatici ancora alquanto, -ripigliammo il primitivo sentiero. - -La discesa a Torrigia fu naturalmente più presta che non era stata la -faticosa salita, e consolata alla pendice del monte dalla apparizione -della leggiadra fanciulla del dottor Casella che ne veniva incontro a -scusare la non involontaria mancanza alla gita. - -Se rivolgendo indietro lo sguardo alla asperità della via, ai disagi -del camminare fra i dirupati meandri della caverna dell’Orso, io -posso essere indotto a dire che non vi tornerei una seconda volta, per -l’adipe che un cotal poco mi si è messa intorno ad accusare l’età che -avanza a gran passi, è altresì indubitabile che io, che tutti che mi -furono compagni in quella gita, conchiudemmo sinceramente assicurando -d’essere lietissimi d’averla fatta. - -Ma prima di chiudere la presente escursione, mi sento in debito di -porgere le mie scuse a quelle cortesi leggitrici che ho per avventura -fatto sbadigliare, loro tenendo un linguaggio arido e tutto di scienza, -esse che si attendevano amenità di racconto. Ma che farci? Il libro -è fatto per tutti i lettori, massime se il libro è del genere del -mio; epperò molteplici e svariatissimi i gusti, e nell’_olla potrida_ -degli argomenti non doveva dimenticare i palati dei geologi e dei -naturalisti. D’altronde fra le molte caverne che ho già avvertito su -questi monti, mi verrà perdonato se almeno scientificamente trattando -di una, avrò chiarito la natura, assai somigliante, delle altre. - - [Illustrazione: Piano del Tivano.] - - - - -ESCURSIONE DECIMATERZA. - -IL PIANO DEL TIVANO. - - La Cavagnola. — Careno e Quarsano. — La Grotta della Masera. - — Nesso. — Erno, Veleso, Gerbio. — Il Piano del Tivano. - — La brigata del Pian d’Erba. — Il Buco della Nicolina. — - Vallombria. — Il palazzo di Andefleda. — La marcia della - partenza. - - -Se si piglia il piroscafo che vien da Como, allorquando in faccia ad -Argegno la campanella suona e l’impiegato grida — Argegno e Cavagnola -— voi, se volete visitare il _Piano del Tivano_, è qui che dovete -scendere, purchè non prenda capriccio all’Amministrazione di far sosta -a Nesso, come accade in qualche stagione, perchè allora è a Nesso che -converrà smontare. - -Ma d’ordinario la gita al Piano del Tivano non è che l’effetto -di amichevoli concerti e spesso ben anco accada che l’andarvi sia -combinato da amici che villeggino lungo il lago di Como e da amici che -villeggino nel versante opposto del Tivano, cioè nel _Pian d’Erba_. Il -convegno allora è più allegro e il lettore che mi segue lo vedrà. - -Ad ogni modo, se a questo convegno egli giunga col mezzo del vapore -che vien da Como e ne smonti alla Cavagnola, non lasci di visitarne la -modesta osteria: vi beverà buon vino; se no da un pozzo che è nella -cantina ne faccia trarre acqua che troverà freschissima, come in -nessun’altra parte del lago. - -Da Cavagnola, retrocedendo per un sentiero praticato fra’ boschi, -giungerà a Nesso, punto di convegno della brigata che sale al Tivano; -ma se non è giunta ancora e vuol visitare più giù qualche terra fino -ai limiti di Pognana, che ho mentovato già con Palanzo e Lemna, oltre -Nesso troverà un piccol gruppo di case, poi a egual distanza Careno, -e a egual distanza ancora Quarsano. Ma importanza tutti questi luoghi -non hanno, ove eccettui la _Grotta della Masera_ sopra Careno, che può -essere altro punto di passeggiata per chi brama di variare. Ma questa -grotta non ha nè ossa fossili, come il _Buco dell’Orso_ che abbiamo non -ha guari visitato, e neppur ossa d’animali dell’epoca nostra, come il -_Pertugio della Volpe_ che abbiamo visto del pari: tutt’al più alcune -ammoniti che interessano il geologo. Nondimeno ha la particolarità -di un lago e fa veramente piacere su in alto la scoperta d’un capace -bacino d’acqua; qui esso si sprofonda per un cammino di un quarto d’ora -ed ha per fine una voragine. - -Ma ritorniam presto sui nostri passi, onde non farci aspettare da -coloro che ci attendono a Nesso. - -E Nesso, rimpetto a tutti i paeselli che ho testè nominati, è -grossa borgata e si distende per tre fila di case sulla montagna con -bell’effetto per chi la riguarda dal lago: il torrente vi passa per -mezzo con fragore che s’ode anche lontano. Que’ del paese vogliono -che la loro chiesa prepositurale sia stata fondata da Sant’Ermagora: i -passeggeri invece, e massime quelli che dai piroscafi osservano Nesso, -ricordano che Gian Battista Bazzoni, morto in età assai provetta e -dell’amicizia del quale mi onoravo, come ne son ricordevole del cuore, -che aveva al par dell’ingegno eccellente, lo illustrò col suo _Falco -della Rupe_, romanzo, che forse quarant’anni fa ebbe la propria voga, -nè vuol essere ancora dimenticato. - -Ma raccoltici tutti in Nesso, acceleriamo i passi alla volta del Piano -del Tivano. Pigli chi vuole la sua cavalcatura e su e su. - -Si arriva dapprima ad Erno, quindi a Veleso, poscia a Gerbio: il -divertimento della salita è indescrivibile. Noi ci facciamo spettacolo -di noi stessi; la lunga fila della carovana, or si vede spuntar da -un greppo, or interrompersi, or riapparire. Quando è un cappellino -da signora che domina, quando è un gruppo di amici; io resto ultimo, -poichè mi piaccia godere dell’effetto curioso. Poi si intendono parole -interrotte che pervengono da chi è in capo della fila, poi più spiccate -di chi segue, poi un grido di chi incespica, uno scroscio di risa, un -commento, uno scherzo: è un assieme lieto, piacevole, artistico. - -Il Tivano, per chi nol sa, è un’alta montagna che si eleva tra la -Valassina ed il lago di Como: ecco perchè i villeggianti del Pian -d’Erba si dan la posta con quelli del lago per ritrovarsi tutti in cima -al monte e vi traggono, mettendosi per la via che, oltrepassato Canzo, -Asso e Lasnigo, s’inoltra appunto per la Valassina. - -Sulla vetta è una grande spianata erbosa a 1280 metri sul livello del -mare, ed è questa che si designa col nome di _Piano dei Tivano_. - -I nostri contadini ci hanno preceduto colle gerla piene del pranzo; -hanno disposto il luogo dove assiderci: ma que’ del pian d’Erba sono -essi arrivati? Attendiamoli e intanto racconciamo le nostre toalette -scomposte dalla disagiata cavalcatura. - -La piccola banda musicale seco noi venuta apre a un tratto i suoi -concerti; sono gli amici che giungono trafelanti dalla Valassina, -che si son visti spuntare dall’ultimo anfratto, e la musica nostra li -annunzia. - -Allora saluti, strette di mano, baci fra donne, discorsi, complimenti, -pettegolezzi narrati e scambiati: in cinque minuti que’ del Pian d’Erba -han narrato a que’ del lago le storielle tutte del mercato di Lecco, di -quello di Incino, gli episodî erotici, i _cancans_ d’ogni villa; e di -ricambio hanno fatto altrettanto que’ del lago con essi. - -Ma l’appetito ne reclama. Per un po’ si tace, intenti tutti a -smascellare; poi si ripiglia il chiaccherio, si fa anzi, maggiore, -a seconda che i fiaschi di buon vino si vuotano. Levate le mense -improvvisate, incominciano le danze sull’erboso piano e le due brigate -qui convenute si mescono a vivaci polcke, a più concitati valzer, a più -vorticose galoppe. - -Ma anche questa vetta ha le sue curiosità per chi la sale e cerca -di più utile che il ballare sulle ineguali zolle. Il naturalista vi -ravvisa le torbe miste a enormi larici ed a petrolio, e conviene che -l’altipiano potesse un giorno, come fu scritto, essere stato un lago: -i curiosi corrono a vedere il _Buco della Nicolina_, che è una grande -grotta, come le tante altre che ho diggià ricordate. Quando è stata -assai piovosa la stagione, vi si vedono le acque che vi sono dentro -scolate; ma deve essere ben profonda, se nessuno n’ha saputo trovare il -fine. - -Un miglio infatti a distanza di questo Piano del Tivano e ad ostro del -medesimo, è un’altra pianura circondata da scoscesi monti, che solo si -vede in tempo d’estate abitata da’ pastori colle mandre numerose; essa -appellasi Vallombria. Ora in una di quelle montagne si riscontra una -forte e profonda spaccatura, per la quale vien detto che un dì essendo -penetrato un cane, vi sarebbe poscia uscito per il Buco della Nicolina. - -Se mi chiedete poi se anco quassù si piaccia la tradizione di voler -favoleggiare; anche quassù, vi risponderei. Perocchè senza darvi ragion -di sorta, gli alpigiani vi narrino seriamente come vi fosse _ai tempi -antichi_ fabbricato un gran palazzo abitato da Andefleda, moglie del -goto re Teodorico. Qualche cialtrone si sarà divertito alle spalle di -questa buona gente, dandole a bere questa fiaba, e la poco spiritosa -giunteria trovò presa in quegli animi semplici e per essi si è fatta -pretta e indiscutibile storia. - -Ma l’aura imbruna; il cammino che ci resta a scendere vuol più ore: -rifocillati e rinnovati di forze, salutiamo gli amici dell’opposto -versante e disponiamoci a partire. - -La marcia della partenza suona, le resinose torcie a vento ardono -e si squassano; i lampioni si accendono e ne dan nuovo e inatteso -spettacolo; succede un bisbiglio di voci che si salutano, baci che -scoccano, addii che si vanno ripetendo e allontanando delle due -comitive e che gli echi ripercuotono, la canzone si intuona da una -parte e dall’altra per gli opposti versanti, la secondano tutti, e -allegramente si riprendono i sentieri che ci tornano a Nesso, dove i -nostri barcaiuoli ne attendono per ricondurci alle nostre ville. - - - - -ESCURSIONE DECIMAQUARTA. - -LA VALL’INTELVI. - - Brienno. — Archigene fonda Argegno. — La Vall’Intelvi. — Sua - parte nella guerra decenne. — Diventa feudo. — La rivolta - del 1806. — Cospirazione del 1833. — Insurrezione nel 1848. — - Andrea Brenta. — I cospiratori del 1854. — L’insurrezione e i - volontarî del 1859. - - -Vale davvero consacrare una buona giornata a percorrere questa -alpestre, ma bella e simpatica parte del territorio comasco. - -Noi proseguendo il cammino nostro da Torrigia, lungo la sinistra -sponda del lago, per certo tratto di riva non rinveniamo più nè ville, -nè case; le prime che rompono la monotonia di quelle roccie, non più -così fiorenti e verdeggianti, come quelle che abbiamo lasciate, sono -i casolari del montuoso Brienno. Quivi furono trovate iscrizioni -romane, di cui una rammenta un Archigene, dal quale si vuol derivata -la denominazione del non discosto paese di Argegno e ne lo si dà per -fondatore. Null’altro offre che valga ricordare. - -È da Argegno che si entra in Vall’Intelvi per due vie; l’una sulla -sinistra del torrente Telo che va a Sant’Anna e Schignano; l’altra -sulla destra, per la quale ponno ascendere carri, e riesce a San -Sisino, a Castiglione e a San Fedele, e da cui si può andare a Lugano: -ambe poi belle di alpestri bellezze. - -È dall’ultima via che si accede al Calvagione, o monte Gionaro, che è -quello che conosciamo già col nome di Generoso. - -Tutta la Vall’Intelvi è bella di prospetti, di naturali bellezze, -di vegetazione; essa è anche interessante per gli episodî delle sue -sommosse, che attestano i suoi abitatori animosi e teneri di libertà. - -Vollero alcuni derivato il suo nome dall’intelligenza de’ suoi figli, -quasi Val d’Intelletto; ma chi nelle carte dell’ottavo secolo la trovò -indicata col nome di _Intellavi_, la volle parola corrotta da _Inter -lacus_, sorgendo essa difatti fra il Lario ed il Ceresio. - -Nella guerra decenne, incominciata col 1118 ed ultimata il 1127 -fra Milano e Como, e nella quale le terre del Lario si scissero -parteggiando per quella o per questa città, questi alpigiani furono -utilissimi difensori di Como, e poscia, al tempo della dominazione -spagnuola, divennero le loro terre feudo dei Marliani. - -Bartolomeo Passerini, curato di Ramponio, terra della Vall’Intelvi, nel -1806, indegnato che Napoleone tradisse la libertà facendosi imperatore, -alzò il vessillo della ribellione: lo seguirono gli altri curati di -Dizasco e Cerano e seco loro trassero altri generosi; ma privi di -armi e d’ogni altro mezzo, pochi gendarmi bastarono a disperderne il -manipolo: e carcerati tutti, decapitati i capi, gli altri, dopo breve -carcere, rimisero in libertà. - -Di sè non diè a parlare la Vall’Intelvi se non nel 1833, quando essa -ruminando una sollevazione ad ajutar la Giovine Italia, il governo -Austriaco vi mandò il commissario Piccinini ad arrestare un Piazzoli, -che si dava per l’anima della cospirazione in quella parte; ma una -fucilata stese morto il commissario, il Piazzoli riparò in Isvizzera e -ogni cosa fu ultimata. - -A maggiori avvenimenti fu teatro invece negli anni 1848 e 1859, quando -la causa dell’italiana indipendenza fu intrapresa seriamente; ma a -narrarli mi valgo di quanto ne scrisse Gaetano Ferrabini e stampò a -beneficio della famiglia di Andrea Brenta, perocchè per essere il -Ferrabini mio cognato, non m’è tolto dal ricordarlo come fervente -patriota, egli essendo stato animoso volontario nelle fazioni patrie -allo Stelvio, dopo d’aver avuto nelle cinque giornate di Milano -mutilato più d’un dito della destra mano dalle sciabole poliziesche. -Come in quel di congiunto, metto franca la mano e senza scrupoli nel -suo sacco[22]. - -Argegno e la sua vallata singolarmente sono assai memorabili, come -dissi, per la loro insurrezione dell’autunno 1848, quando volevasi, -rivoluzionando tutta la parte montuosa della Lombardia, ritentare il -nostro riscatto. - -Quell’ardimentoso rivolgimento, che si potrebbe appellare l’ultimo -disperato sforzo della Lombardia per vendicarsi a libertà, perchè già -chiusa colla peggio la male augurata campagna combattuta dall’armi -sarde contro gli Austriaci colla capitolazione di Milano, fu iniziato -in Argegno da _Andrea Brenta_, nativo di Varenna, ostiere e fornajo -di San Fedele d’Intelvi, ove si stabilì fin dal 1833; uomo, che -comunque di volgar condizione, era nondimeno distinto per l’ardore di -patriottici sentimenti e degno al certo di più vasto ed importante -arringo. Disceso costui, poco dopo la metà dell’ottobre, ad Argegno -con soli quattro determinati compagni (fra cui piacemi segnalare il -prete don Francesco Cavalli, in allora parroco del luogo di Pigra), -vi disarmò subito la imperiale gendarmeria, e cacciandosi poi nella -vallata, la faceva insorgere tutta quanta. - -Que’ gendarmi disarmati si portavano di cheto a Como, ove riferivano -l’accaduto al comandante militare di questa città, generale Wimpfen. Il -27 di quel mese, ordinati da costui, giungevano ad Argegno, trasportati -dai battelli a vapore, più di 700 Austriaci affin di reprimere quel -movimento. — Avviaronsi essi per la strada a destra della valle; -ma giunti appena al luogo detto Cavrano, o Crotto del Piazza, poco -oltre la chiesa di S. Sisino, dovettero far sosta, perchè salutati -da ben nudrita moschetteria dei nostri quivi destramente imboscati, -quantunque non fossero questi che in numero di sette. Erano costoro il -Brenta medesimo, i quattro suoi compagni, e Bernarda Niceforo e Grandi -Andrea detto _Botris_ di Argegno, i quali eransi ad essi aggiunti. — -Si impegnò allora uno scambio non interrotto di fucilate, che lasciò -credere a quelli di parte avversa che assai più numerosi fossero i -sollevati coi quali avevano a fare, e non s’ebbe in quel primo scontro -a lamentare dai nostri alcun danno, nè a perdere, ciò che meglio -importava, la posizione. - -Il mattino del dì susseguente (28), gli Austriaci ripresero primi il -fuoco, senza osare, per altro, avanzarsi oltre il summentovato luogo, -certo sospettando che l’avvisaglia del giorno innanzi accennasse -ad una più estesa partecipazione di tutti i valligiani. — Con molto -accorgimento erano i nostri gagliardi qua e là distribuiti, e dietro le -macchie degli alberi o gli accidenti del terreno montuoso mascherati; -sorprendente era la lestezza che usavano nel ricaricare le bocche -da fuoco; ed a tanto pervenne da ultimo il loro ardimento, che il -summentovato Andrea Grandi, balzato solo fuor d’una macchia, stringendo -sempre il proprio moschetto, simulando che altri molti il seguitassero, -li andava ad alta voce chiamando ed eccitando a buttarsi su’ nemici; a -tal che questi ne furono sgomentati in guisa che gli fuggirono davanti. -E così finalmente procedettero le cose in quel giorno, che verso le -due pomeridiane gli Austriaci, i quali già contavano perdite e feriti -in buon dato, si trovarono costretti a volger le spalle e discendere -precipitosi e nella massima confusione, raccogliendosi a mala pena -in Argegno. — Avevano però prima gli infami, seguendo il barbaro loro -costume, appiccato il fuoco a ventotto cascinali e a due crotti, di cui -uno del Piazza, le rovine del quale veggonsi ancora oggidì. - -In Argegno, a rifarsi della vergognosa ritirata, usarono con quei -terrieri, senza riguardo a sesso ed età, ogni modo di violenze, mali -trattamenti e minaccie; e tolti con loro sette uomini del paese quali -ostaggi, nelle persone di Antonio Cresseri, Francesco Peroni, Adriano -Balzaretti, Santo Scotti, Giovanni Rigatti, Giovanni Santi ed altro di -cui non si ha il nome, s’imbarcarono e si ricondussero a Como. - -Di quei sette statichi, i quali non è a dirsi a quali e quanti insulti -e tormenti avessero, contro il diritto delle genti, a patire per -opera di quei sicarî piuttosto che soldati, basterà rammentare come -venissero tenuti per ben due intere giornate colle mani legate al tergo -e senza cibo, e non ne fossero poi rimessi liberi che sei; l’altro, -il Cresseri, uomo di avanzata età, ammogliato e con figli, essendo -barbaramente fucilato in Como a’ 17 novembre di quell’anno, perchè lo -si volle ritenere proprietario di una pistola sguernita di acciarino, -rinvenuta dietro un muricciolo in Argegno presso cui s’era trovato nel -momento del di lui arresto. — In quella stessa occasione che l’infelice -Cresseri veniva messo a morte, questi avevasi a compagno di pena un -tal De Maestri di Orzinovi, incolpato d’aver donate dodici lire a due -giovani di una famiglia ungherese. - -Il Comitato della Emigrazione Italiana residente in Lugano, al quale -avevano fatto ricapito dal precedente agosto gran parte di coloro -che avevano anteposto l’esiglio al ritornare sotto gli artigli -dell’Austria, venuto a cognizione di quella sollevazione, nella -speranza avesse essa a prendere più vaste proporzioni, decretò -sostenerla; e mandò a tale uopo danaro, armi e munizioni, e più di -400 militi, de’ quali il maggior numero disertori dalle bandiere -dell’Austria, capitanati una parte dal generale D’Apice, l’altra dal -comandante Arcioni. - -Nella Chiesa di S. Sisino, posta a breve distanza sopra Argegno, venne -istituito un governo insurrezionale per la provincia di Como, il quale -assumesse la direzione del movimento e delle operazioni militari; e -allora fu che molti altri paesi del lago insorsero del pari, e corsero -ad ajutare la insurrezione. - -Così provocati in più audace e considerevole modo gli Austriaci, -ritornati in grosso corpo, tentarono essi più volte di penetrare -nella Valle, non per le vie di Argegno soltanto, sibbene da varie -altre direzioni; ma furono sempre e gagliardamente dovunque respinti -con gravissimi loro danni, finchè nel giorno 3 novembre, dopo aver -sostenuto con quelli del lago un breve fuoco, riuscirono, scortati -da due guide di Finanza — Pensa e Melloni — che a loro vergogna van -ricordati, a salire per il Bisbino, e avanzandosi a rapida marcia, -pervennero poi ad impadronirsi delle vette dei monti che fiancheggiano -a sinistra la parte della Vall’Intelvi, la qual si chiama di Schignano, -dal paese di tal nome — ciò che non sarebbe stato loro possibile -certamente, se il generale D’Apice, che fin dal giorno avanti -occupava co’ suoi 200 bravi soldati quelle cime, veduti da lontano -gli Austriaci, non avesse fatto retrocedere la sua truppa infino a -Schignano. — - -È la gente di questo paese assai rimarchevole per islancio, per -coraggio e per costanza in tutto che riguarda alla patria libertà: e -dove il D’Apice avesse fatto debito assegnamento su di essa, avrebbe -indubbiamente trovato nella medesima un validissimo appoggio. Ma egli, -riuniti e fatti schierare sulla piazza comunale tutti gli uomini suoi, -che sommavano, come si è detto, a meglio di 400, ordinò loro la marcia -di ritirata per le gole che transitano al territorio della Svizzera. - -Perchè mai questo generale aveva egli lasciato scoperto il passo alla -Valle dalla parte del Bisbino?.... Perchè non ha poi riparato a tale -mancanza approfittando delle magnifiche posizioni che avrebbe potuto -agevolmente tenere con duecento militi valenti come quelli che erano -sotto i proprî comandi, ed ardentissimi inoltre di battersi per la -libertà d’Italia, e da dove si sarebbe potuto di leggieri, non che -impedire al nemico d’inoltrarsi, respingerlo e sbaragliarlo quantunque -assai superiore di forze; ed ordinava invece, all’appressarsi degli -Austriaci, l’abbandono vigliacco di quel campo senza colpo ferire, -lasciando così ai medesimi libera la via a discendere nella insorta -vallata, che metteva poi tutta in loro balía ed in preda alle loro -vendette? - -Operò così il D’Apice per codardia, ovvero per tradimento?.... Non si -potè da alcuno asserire se per l’una o per l’altro; soltanto corse voce -allora che forti dissidî fossero nati tra lui e il comandante Arcioni: -certo è che egli bruttò la sua fama con quel fatto, che ridusse quella -nobile insurrezione alle proporzioni d’una inutile fazione, che valse a -nuovo pretesto alla bestiale ferocia dei nostri oppressori. - -Perdurando nella lotta con tanto vigore ed entusiasmo fino allora -sostenuta, ed alla quale avevan già presa parte energica molti altri -paesi del lago, è a credersi che, caldi com’erano tuttavia in quei -giorni gli animi lombardi, si sarebbe tradotta in fatto la idea -preconcetta di redimere nuovamente colla rivoluzione la Lombardia. -Perocchè, alimentata la sollevazione e mantenuto inviolabile quel -centro d’opposizione per alcuni mesi ancora, avrebbe di non poco -contribuito alla campagna che si aprì nel marzo del successivo -anno; e divergendo parte delle forze nemiche e costituendo un nucleo -importante, sarebbe stato un freno ai tradimenti che disonestarono in -quell’epoca il nome italiano e la nostra causa, ed un eccitamento a non -vederla finita nella giornata infelice di Novara. - -I pochi dei nostri, quelli cioè di Argegno e della vallata cui s’erano -collegati alcuni Ungheresi disertori dell’Austria, trovatisi soli nel -vasto campo, distesisi in catena pel monte S. Bernardo, sperarono un -momento, dandosi a molestare il nemico che loro stava di fronte, di -potersi ancora sostenere. Ma dopo poche ore di accanito combattimento, -scarsi troppo di numero, privi di chi sapesse con valentia dirigerli, -difettosi affatto di viveri e disperando soccorsi, cessarono, ma -onoratamente, dal loro gagliardo e generoso proposito. - -Gli Austriaci, cui erano toccate nei diversi fatti di quella -rivoluzione considerevoli perdite, baldanzosi di trovarsi finalmente -— senza alcun loro merito — padroni di quei luoghi, si diedero a fare -stragi e mal governo. - -Il Casino, detto dei Signori, posto sulla cresta della montagna alla -destra di Schignano e che dà alla Svizzera, fu da loro saccheggiato: -la povera osteria del Brenta, noto ad essi per il promotore di quella -sollevazione, soqquadrarono tutta quanta e poi diedero alle fiamme, sì -che fu tolta alla diserta famiglia di lui, che s’era di là involata e -ramingava altrove, la speranza perfino del ritorno: fucilarono un tal -Domenico Ceresa detto _Tardett_ di Schignano, che tentava sottrarre -alla loro rapacità i proprî armenti, ed un Ungherese che, diretto alla -Svizzera, si era per quelle vie smarrito. - -La insurrezione per tal guisa soffocata, ebbero la Valle Intelvi -ed Argegno a deplorare in seguito, oltre ad enormi contribuzioni, -la carcerazione e la morte di parecchi individui che furono dei più -risoluti, il cui arresto avvenne nella festa di Pasqua del 1849 in -una osteria di Casasco, chiamata del Foino, dove i medesimi trovavansi -tuttora armati; e ciò in seguito a delazione fatta dalla Gendarmeria di -Castiglione di Intelvi all’I. R. Comando Militare di Como. — Costoro -erano: _Andrea Brenta, Giuseppe Manzoni, detto_ Rossin, _un disertore -ungherese, Giovanni Pizzala, Niceforo e Luigi Bernarda, uno svizzero ed -un varesotto_. - -Meno i primi tre, che furono fucilati nel sesto giorno dopo la suddetta -Pasqua, cioè a mezzo l’aprile (14), gli altri ottennero poi la libertà, -perchè s’avesse anche il dovere di proclamare l’austriaca clemenza. -Taluni di questi ultimi per altro, onde assicurarsi della vita, -dovettero tosto emigrare, conscî che l’Austria non perdona e non oblía. - -Brenta, il caldo patriota, l’iniziatore di quell’insurrezione, andò -incontro alla morte da coraggioso ed intrepido, siccome aveva vissuto. -Egli contava soli 37 anni. Sul luogo del supplizio, che fu il piano -della Camerlata, stringendo la croce, simbolo del comune riscatto, -rivolse al popolo efficaci parole di fede sulla redenzione della patria -nostra, e moriva, come muoiono gli eroi, ricusando aver bendati gli -occhi, poichè il morir per la patria non l’atterriva, e gridando: _Viva -Italia!_ Lo stesso ufficiale austriaco, che dovette comandare di far -fuoco sopra di lui, fu talmente commosso da cotanto patriottismo ed -intrepidezza, ch’ebbe a dire, che se gli fosse stato possibile, avrebbe -voluto ad ogni costo salvar la vita di quel magnanimo. — Mentre veniva -tradotto al luogo della esecuzione, al Giuseppe Manzoni che doveva -subir l’egual pena e che si lamentava di dover per quel modo morire, -così francamente parlava il Brenta: _Taci, e tienti contento, chè anche -tu hai fatta la tua parte!_ - -Queste prove d’eroismo si rinnovarono fortunatamente spesso tra noi -in questi ultimi anni di lotta; e si vorrebbe che a perpetua memoria -si scolpissero i nomi e i fasti gloriosi in marmorei monumenti, e -che il paese non fosse così trascurato, siccome si mostra, della -povera condizione delle famiglie de’ suoi martiri. Chi finora ha -pensato a quella, per esempio, numerosa del Brenta? — Egli lasciava -nella desolazione e nella miseria la moglie e nove teneri figli, che -ancora attendono che la patria paghi inverso di essi il debito della -riconoscenza. - -Ridotta la Valle Intelvi ed Argegno al silenzio, gittati nella -costernazione per la morte di tanti suoi valorosi, non si diedero -i loro abitatori a vigliacco avvilimento; ma chiusi nelle più -generose aspirazioni, tenendo l’occhio alla capitale d’onde muovevano -quotidianamente esempî di ostinata opposizione contra l’austriaco -governo, stettero aspettando che suonasse nuovamente l’ora della -riscossa. Impazienti per altro taluni de’ sunnominati, fra cui l’Andrea -Grandi e un de’ Bernarda, nell’atto che dalla Svizzera, nell’anno -1854, stavano riportando alle loro case le armi che avean ricevuto dal -partito d’azione in Lugano, venivano arrestati e tradotti nelle segrete -di Mantova, da dove, dopo la tortura inquisitoria di quei famigerati -che furono Sanchez e Pichler, uscirono condannati agli ergastoli -di Padova, da cui vennero liberati dall’amnistia del 1857, prima -conseguenza del congresso di Plombières. - -Dieci anni durò la dolorosa prova e l’aspettazione degli animi: spuntò -finalmente il 1859. - -Voci di guerra, mosse primamente dalle sponde della Senna, corsero -presto anche le rive del Lario: il tempo della rivincita si appressava, -quello dell’espiazione per l’Austria era imminente. - -Non tardò essa a scoppiare: noi tutti salutammo felici e benedicemmo -la terribile distruggitrice dell’uman genere, la grande sventura dei -popoli, la guerra: era essa l’unico mezzo onde porre fine alla sventura -ancora più grande e deplorabile, la oppressione straniera. - -Sul principiar della guerra di quell’anno, Argegno, fra i più -ardenti paesi di Lombardia, fremeva attendendo il momento propizio di -infrangere alla sua volta, e per sempre, il giogo della schiavitù. - -Son note le ragioni che servirono a rompere le ostilità fra Piemonte -ed Austria, ad allearsi Sardegna e Francia; son noti i gloriosi -combattimenti dell’armi alleate: io non mi arresterò a tener conto di -essi, onde venir difilato all’argomento mio. - -Giunse il 26 maggio: in quel mattino un battello a vapore percorreva -il lago annunciando ai varî paesi d’ambe le sponde, allo scopo di -farli insorgere, la vittoria riportata dal corpo del prode Garibaldi -a Malnate, terra fra Varese e Como. Ognuno sa come il fatato -Nizzardo, spiccatosi coi Cacciatori delle Alpi da lui comandati dal -nucleo dell’esercito alleato, si fosse condotto pei paesi del Lago -Maggiore a Varese, e di là avesse incominciato una serie di gloriosi -combattimenti, di fatti d’armi arditi e fortunati: e però la notizia -che si diffondeva era di non dubbia importanza. - -Don Battista Rosati, vicario della parrocchiale d’Argegno, uomo -svisceratissimo della sua patria, italiano in cui fu sempre calda -la fede della redenzione di essa, e che molto si adoperò nei tempi -difficili a propagarla in quei dintorni, onde vi fosse prontezza -d’ajuti nel giorno del cimento, messosi in un burchio, andò incontro a -quel piroscafo per aver nuove da Como, e vi raccolse infatti la fausta -novella. - -Ritornato costui alla sponda d’Argegno, non è a dirsi con quale accento -di giubilo e di entusiasmo gridasse a’ suoi conterranei: _Figliuoli, -viva Italia! — l’ora segnata dalla Provvidenza è giunta — vittoria di -Garibaldi a Malnate — il generale Garibaldi colle sue valorose truppe -è in vicinanza di Como. — Ringraziamo Iddio, e facciamo tosto il dover -nostro._ - -E la gente d’Argegno fu pronta e sollecita alla riscossa. Avendo a capo -quel medesimo prete, parecchi, de’ quali i nomi sono: Plinio Peroni, -Giacomo Bernarda, Tomaso Spinelli, Antonio, Luigi e Santino fratelli -Rosati, Costante Ambrosoli, Pasquale Grandi, Carlo Fraquelli, Antonio -Visini, Giacomo e Antonio fratelli Grandi, Ernesto Bernarda, Carlo -Patriarca, Andrea Grandi, Eugenio Zucchi, G. B. Bosisio ed Eugenio -Bernarda — ristrettisi insieme, disarmarono in quel Comune i soldati -austriaci, i finanzieri e i gendarmi; indi percorrendo la valle, dove -si unì loro, prestando energico ajuto, un giovane milanese, l’ingegnere -Tizzoni, che per lavori censuari colà si ritrovava, operarono dovunque -il disarmo delle guardie di Finanza, fecero l’arresto del commissario -di dette guardie in San Fedele d’Intelvi, signor Durini, uomo che -si rese indegno del nome italiano e della illustre famiglia alla -quale appartiene; e sarebbero pur riusciti ad arrestare anche quelle -due guide di Finanza, Pensa e Melloni, che nella rivoluzione della -Vall’Intelvi nel 1848 si erano infamati guidando gli Austriaci nella -detta valle per la via del Bisbino, se costoro, avvertendo al pericolo -che lor sovrastava, non se ne fossero in tempo sottratti. Essi vennero -catturati in appresso per cura della R. Questura di Como. - -Cotali atti della gente di Argegno devono dirsi di sommo ardimento, -considerato che nel giorno 26 maggio si compivano da quel solo paese, -mentre le altre terre del lago se ne stavano ancora titubanti a cagione -che l’Urban, generale dell’Austria, aveva in Como concentrato un corpo -di oltre dodicimila uomini, e si mostrava disposto, bestiale siccome -era, a far man bassa con chichessia avesse mostrato di partecipare -al generale commovimento; talchè da tutti si dicevano impazziti gli -abitanti di Argegno. - -I battelli a vapore del lago, che fin dal mattino di quel dì si -emanciparono dal servizio austriaco, ebbero in detto giorno e nel -susseguente ad unico sito di stazione la riva di Argegno: nè vi fu -modo, finchè gli Austriaci rimasero, che si riconducessero a Como, -dov’erano istantemente richiamati, perchè il capitano di uno di essi, -lo Scannagatta, che collo scampanellar del suo piroscafo e con efficace -parola avea contribuito potentemente a bandir quella sommossa, risoluto -ad ogni audace impresa, seppe persuadere il rifiuto. — E gli abitanti -di questo paese furono i primi altresì che, partendo la notte dal 27 al -28, si portarono a Como per ricevervi festosamente l’invitto Garibaldi -e la valorosa sua armata, alla quale si unirono tosto come volontarî -ventitrè di essi Argegnesi. E qui è da notarsi che la popolazione di -Argegno, sommando soltanto a 650 anime, forniva con quei 23 volontarî -un ben importante contingente alla guerra nazionale. - -Onore pertanto a questa valorosa terra, onore a’ suoi animosi -abitanti!... - -A coloro che, leggendo questo libro, avranno domandato a questa -Escursione la semplice descrizione di luoghi, o romanzesche leggende, -io penso che la narrazione che ho fatto invece di antichi e gloriosi -fatti e della patriottica partecipazione di questa amena e magnifica -valle all’epopea della italiana indipendenza, penso che sarà stato di -largo compenso, come sarà di più efficace eccitamento a percorrerla ed -ammirarla. - - [Illustrazione: Isola Comacina, Balbianello, Bellagio.] - - - - -ESCURSIONE DECIMAQUINTA. - -L’ISOLA COMACINA. - - Le cascate di Camoggia. — Colono. — Sala. — Villa Beccaria. - — Zocca dell’Olio. — Isola Comacina. — La sua storia. — La - processione e la Scorobiessa. — Isola. — La torre del Soccorso. - — Campo. — La villa Delmati. — Dosso di Lavedo. — Balbianello - e la villa Arconati. — Il torrente Perlana. — La Madonna del - Soccorso. - - -Riconducendoci ad Argegno, e da qui movendo all’insù del lago, seguendo -la medesima sponda, dobbiamo questa volta proporre a meta della -nostra peregrinazione questa Isola Comacina, un dì più famosa certo di -quello non lo sia oggidì. Vi troveremo importanti memorie di storici -avvenimenti, che non sarà, per chi ha cuore e amor di studî, discaro di -ricordare. - -Intanto lungheggiando questa sponda, la sua severità, che ebbe, a -vero dire, il suo principio dalla punta di Torrigia, è divertita dalle -bellissime cascate di Camoggia, le cui acque con molto fragore balzan -dalle alture e spumeggianti si gettano nel lago. Una semplice casetta -da contadino sta al piede del monte e testimonia che vi ha chi sfrutta -e que’ pascoli e que’ boschi. - -Dopo un certo tratto silenzioso e disabitato, si presenta Colono, -paesello, come Blevio, Careno, forse Corinto in antico, Palanzo, Lemna -e Nesso che già visitammo, il qual rivela nel suo nome, che ricorda -altresì l’_Edipo a Colono_ di Sofocle, la presenza di una immigrazione -greca; la quale, come già altre volte notai, pur si manifesta nel -nome di altre terre, come Campo, che troverem tra breve, Lenno, Dorio -e Dervio, forse anticamente Delfo; avvalorandosi così la credenza -di coloro che pretesero aver qui, come pur già dissi, Giulio Cesare -dedotta una colonia ellenica di cinquecento uomini di prestanti -famiglie. E pare che gli abitatori di questi paesi serbassero le -costumanze antiche, computando gli anni dai consoli, e rammentando -l’autorità dell’imperatore greco sedente in Costantinopoli, quantunque -non ne avesse su di essi giurisdizione, negli anni di Cristo 571 e 572, -a’ quali accennano due lapidi latine che si distinguono tuttavia in -Lenno, e che riferirò a suo luogo. - -Tuttavia a Colono si hanno traccie sufficienti di colonia romana nei -ricordi di un arco antico, che evidentemente lo attestano di romana -architettura. - -Succede a Colono, Sala, paesello che vive di pescagione e sul confine -del quale ha il suo letto il torrente Premonte, e sulla punta sporgente -nel lago sorge la villa Beccaria, che appartenne a Cesare, l’immortale -autore _Dei Delitti e delle Pene_ e dove vi morì il suo degno figlio -marchese Giulio; e la quale chi la visitò afferma somigliare ad un buon -libro che attiene più che non prometta. - -Tutta questa parte, che forma un certo grazioso bacino, la si può dire -una primavera anche nel verno: la neve, se cala, vi sparisce subito: il -verde vi è costante e però agrumi e ulivi vi allignano, per la mitezza -del clima, all’aperto, nè i fiori han d’uopo di serre: lo stesso che -sul lago Maggiore avviene ne’ dintorni di Cannero, che si trovano -nell’eguale condizione di postura. La calma che anche regna nelle onde -di questo seno, a cui l’isola forma quasi baluardo contro l’ira dei -venti e dei flutti, ha fatto dare a questo tratto dagli abitanti del -paese la denominazione di Zocca dell’Olio. Perocchè davanti a questa -villa Beccaria si schierino a fianco Sala e davanti l’Isola Comacina, a -cui eravamo diretti, e che è anche la sola isola del lago. - -Essa conta tutta una storia; nè è a credersi che la sua estensione -fosse quella che presenta oggidì, dovendo certamente essere stata -maggiore, rôsa quindi all’intorno dalle innondazioni che via ne -trascinarono poco a poco molto terreno. - -Chi conobbe l’itinerario d’Antonino, vuole che dell’Isola Comacina vi -sia fatta menzione: certo all’epoca dell’invasione longobarda cominciò -ad essere teatro di lotte animose e fiere. Un Francione, generale di -Maurizio imperatore d’Oriente, vi si rifuggì e mantenne indipendente, -l’isola appellando Cristopoli, quasi posta sotto la protezione -speciale di Cristo. Ma Autari, re longobardo, la strinse e l’assalì -vigorosamente con numerosa flottiglia, e dopo una gagliarda resistenza -di sei mesi, l’ebbe per onorevole capitolazione di quel prode, che -ottenne di ritirarsi colla moglie a Ravenna. Ricchissimo fu il bottino -che vi fe’, occupandola, il longobardo. - -Successivamente fu l’isola ricovero a Gaidulfo duca di Bergamo, -allorchè si ribellò a re Agilulfo; poi al re Cuniberto, quando dovette -cedere alla prevalenza del duca Alachi di Brescia; quindi alla famiglia -di Ausprando, dove per altro essa fu immolata dal suo nemico Ariberto, -che a maggiore vendetta smantellò anche l’isola che l’aveva ricoverata. - -Quivi pure rifugiavasi la famiglia di Berengario nel 962 dall’irruenza -delle armi del suo più felice competitore Ottone di Germania, e -gli abitanti di queste rive che, parteggiando per quest’ultimo, lo -forzarono alla resa e ne disarmarono il castello, ebbero in premio la -conferma dei diritti di comune all’isola nel seguente documento, che -val la pena di conoscere: - - “In nome della santa ed indivisibile Trinità, Ottone, per voler di - Dio, imperatore augusto. - - „Se assentiamo alla domanda degli altri nostri fedeli, molto più - giustamente inclinar dobbiamo le orecchie alle preci della diletta - consorte nostra. Sappiano dunque tutti i fedeli nostri e della - santa Chiesa di Dio presenti e futuri, che Adelaide imperatrice - augusta, moglie nostra, invocò la nostra clemenza, affinchè per - amor suo gli abitanti dell’isola Comasca e del luogo che dicesi - Menaggio ricevessimo sotto la nostra tutela e confermassimo - coll’autorità nostra i privilegi che ebbero dagli antecessori - nostri e da noi stessi aventi l’unzione imperiale, cioè di non far - oste, non aver l’albergario, non dar la curatura, il terratico, - il ripatico, e la decima del nostro regno, nè andar, se non tre - volte l’anno, al placito generale in Milano. Tanto concediamo ecc. - Dato all’ottavo avanti le calende di settembre (25 agosto), anno - dell’incarnazione 962, I dell’impero del piissimo Ottone, indizione - V, in Como.„ - -La giurisdizione politica dell’isola doveva estendersi a que’ giorni, -oltre l’isola propriamente detta, a tutto il tratto da Argegno sino a -Villa di Lenno, dall’una e dall’altra sponda. - -Gli isolani nella guerra dei dieci anni, dal 1118 al 1127, mossa dai -Comaschi a’ Milanesi stati prima amici coi primi, poscia congiuntamente -a Menaggio, Gravedona e a tutte quelle terre del lago ch’erano a queste -vicine, lor si chiarirono avversi; onde i Comaschi ne tiraron vendetta, -desolando molti loro paesi e l’isola, che da allora cessò d’essere -popolata e dal dare a parlare di sè. - -Oggi, a chi la vede, par non credibile che possa essere stata -importante luogo: eppure fu scritto che sul ripiano più elevato -sorgesse il castello, che i pochi abitanti odierni additano ancora ove -fosse; che ben nove chiese vi esistessero e che il vescovo Litigerio vi -avesse collocato perfino una Collegiata di canonici. - -Ruderi ad ogni modo di fortilizî veggonsi tuttavia, che si vanno però -sempre struggendo, per sostituirvi piante e seminagioni, e in una -festa annuale, nel 24 giugno, per antichissima tradizione, si riproduce -intorno ad essa una delle tante assurde e superstiziose scene, onde non -è libero ancora il cristianesimo del contado. - -In quella giornata, sacra a San Giovanni Battista, il clero in -processione vi gira in una gran barca detta la _Scorobiessa_, e negli -anni addietro essa veniva altresì accompagnata dalla rappresentazione -scenica della decollazione del Precursore. - -Raffiguravasi il re Erode, che, in mezzo al suo corteo, comandava -decapitarsi il santo, il qual doveva essere un fantoccio, perchè -realmente si vedeva, al calar del fendente, balzare la testa e il -sangue sprizzare da un otre che vi era predisposto dentro, con immensa -edificazione e gaudio della devota popolazione. - -In seguito della suddetta guerra decenne, gli abitanti, parte -ripararono a Varenna; gli altri si fabbricarono sul lido le loro -case, e il paese che ne uscì appellarono dal luogo che avevan dovuto -abbandonare, Isola, dove risiedette anche la Collegiata che ho testè -ricordata. - -Lasciando Isola, in su spingendo l’occhio, vedesi su d’un greppo un -avanzo di torre, che denominano del Soccorso, di solida costruzione, -quadrata, e che doveva servire o di vedetta o di momentaneo rifugio. - -Subito dopo Isola, è Campo, ove la villa che prima era dei Giovio, -venduta poscia a Tolomeo Gallio, che di ville sul lago n’ebbe più -d’una, ebbe a ritornare di poi ai Giovio; nel 1787 venne da essi ceduta -al cardinale Angelo Durini, che l’ampliò ed arricchì di molto; e forse -è questa la villa del prelato, che, colla scorta dell’Amoretti, io -cercavo a Moltrasio invanamente. - -La superstizione, svegliata dal giuoco dei venti che vi producevano -rumori, tenne lungo tempo disabitata la villa; ma essa ora appartiene -ai signori Delmati, che l’abitano senza tema che diavoli e fantasime vi -facciano ridda e tregenda. - -Proseguendo il cammino, giungesi al Dosso di Lavedo, ov’era prima un -convento di Francescani, che, acquistato dallo splendido cardinale -sunnominato, vi fabbricò un portico sull’eminenza, e ne costituì la -villa che vi si vede, che si noma Balbianello, e spetta adesso al -marchese Arconati. Da questa villa si domina il maraviglioso bacino -della Tremezzina, cui ci tarda di giungere, e più giù il tratto -di lago che abbiam trascorso in questa nostra escursione, la quale -chiuderemo additando all’insù di Spurano ed Ossuccio il Santuario della -Madonna del Soccorso, al quale conduce un’ampia strada fiancheggiata -da quindici cappelle sul far di quelle della Madonna del Monte di -Varese, con entro raffigurati, taluni in plastica, taluni in pittura, -i religiosi misteri. L’opera di queste cappelle è dovuta alla pia -costanza di Timoteo Snider, che fu eremita di questi monti, il quale -e col mendicare e collo insistere presso le famiglie più facoltose, -potè recare ad effetto il suo divisamento. Degli artisti che vi -lavorarono, si addita un Francesco Torriani da Mendrisio per la -cappella dell’Orazione di Gesù nell’Orto, dipinta; e un Agostino Silva, -per le figure non senza merito scolpite in quella che rappresenta la -disputa dei dottori, che è anche la più ricca cappella. Forse è pur -egli l’autore di sculture di altre cappelle. Il Santuario è un bel -tempio cui traggono continuamente, massime alla Madonna di settembre, -i devoti. A mezzo la via, si passa sul torrente Perlana, traversandolo -su di un ponte di legno, e le tumultuose sue acque, che mettono in -movimento de’ mulini, precipitandosi al basso, formano una cascata di -effetto assai pittoresco. - -L’origine del Santuario vogliono che derivi da una effigie mutilata -di sasso rinvenuta colà, Dio sa come, da’ montanari, alla quale, -appiccicata una testa e una figura di bambino, la salutarono Madonna, -la venerarono in una chiesuola; poi, per grazia ricevuta, questa, a -spesa de’ terrieri del lago, fu tramutata nel grandioso Santuario, -conosciuto sotto il nome della Madonna del Soccorso, stato consacrato -nel 1837 dal vescovo di Como, allora monsignor Bonesana. - -Un’altra statua si conserva ed è dipinta e porta infatti questa -iscrizione: _Questa figura è quella che fu depinta quando questa gexia -comenzò ad essere frequentata per li molti miracoli e grazie._ - -Legati e doni arricchirono la chiesa per parte di chi si professò -riconoscente per qualche grazia colà supplicata ed ottenuta. - - - - -ESCURSIONE DECIMASESTA. - -LA TREMEZZINA. - - Le bellezze della Tremezzina. — Versi. — Villa. — Villeggiatura - Carove e la _Commedia_ di Plinio. — Ville Torri e Vacani. — - Lenno. — Lapidi antiche. — L’abbazia dell’Acquafredda. — Il - chiostro di S. Benedetto. — Ville Litta, Barbavara, Carmagnola - e Carcano. — Bolvedro. — Villa Busca. — Le ville Spreafico, - Scorpioni, Kramer, Gerli, Della Tela, De Orchi, Campagnani, - Sala, Mainoni, Guy, Giulini. — Il caffè di Tremezzo. — Albergo - Bazzoni. — _Hôtel garni_. — Grianta. — La grotta. - - -Entrati in questo bacino, che è il più bello, il più ampio e il più -ridente, una vera meraviglia insomma di terra e di acque, par che -il cuore ci si allarghi, che si dilati il polmone a bevere quanto di -questo aere purissimo è capace, e la mente corre a cercare immagini -poetiche e versi che esprimano tutto quell’ineffabile sentimento che -si prova. _Hic ver assiduum, atque alienis mensibus æstas_[23], come -direbbe il Poeta delle Georgiche; ma se poi avviene che al fianco vi -troviate un’Eva qualunque di questo paradiso, l’inno allora vi sgorga -più limpido ed acceso, perocchè l’ammirazione divisa e più accesa si -avvalori, si faccia maggiore. - -Molt’anni addietro, ne’ passeggi che facevo tra questi monti, che -ricingono verdeggianti queste rive; nelle gite del lago, durante il -giorno; nelle sale di conversazione, a notte, non c’era caso, una -giovinetta leggiadra e sola, piena di riserbo e cortese ad un tempo, io -la scontravo sempre, s’anco avessi preferito, al chiudermi la sera in -una sala, lentamente trascorrere in canotto sotto i vaghi palazzini; se -mi giungevano i suoni or mesti, or lieti di Schubert o di Fumagalli, -chiedendo da chi il piano-forte fosse stato tocco, ero certo mi si -dicesse da lei, da quella giovinetta che aveva finito per appellare il -_Genius loci_, per desiderarla in ogni escursione, per non divertirmi -ov’ella non fosse. Era agevole farsi a quella simpatica abitudine. - -Lo seppe ella? Nol so: prima di partire, a mo’ di memoria, mi -chiese de’ versi pel suo _Album_: eccoli, che non so com’io li abbia -conservati. - - O del Lario incantevoli - E benedette sponde, - Ov’io passai dei liberi - Ozî l’ore gioconde, - Qual mai spirto cortese - A voi rivolse il piè - E in voi l’oblio discese, - E cancellarvi dal suo cor potè? - Non io, non io: fra i turbini - Della città ravvolto, - Fra i polverosi codici, - Ne’ studi miei sepolto, - O nel rumor del giorno, - O nel notturno orror, - Sempre fa a voi ritorno - Sull’ale del pensiero il mesto cor. - E veggo allor sorridermi - Il vostro azzurro cielo, - Sento il mitissimo aëre - Scender nel petto anelo, - M’inerpico pei monti - Con fervido desir - Vaghissimi orizzonti, - Non prima immaginati, a discoprir. - E fiso il guardo immobile, - Come se mai non pago, - Nell’onda queta e cerula - Del scintillante lago, - In cui superbe a mille - Come odalische in mar, - Terre, palagi e ville - La lor bellezza alternansi a specchiar. - Poi, come fosse il genio - Di quelle rive amiche, - O come ondina e silfide - Delle canzoni antiche, - Dovunque il guardo io giro, - Nel suo leggiadro vel - Una fanciulla io miro, - Quasi una cara visïon di ciel. - Entro la snella gondola, - Fra i ciclamin’ del monte - D’ogni ruscel sul margine, - Sempre mi sorge a fronte; - E i balli se rammento, - O l’ilare canzon, - Veggo il suo piè, ne sento - E mi accarezza di sua voce il suon. - Anco i vocali avorii - Da lei percossi ascolto, - Seguo il vivace eloquio - Che sì le irradia il volto: - No, questi monti e il lago - Più non potrò veder - Che la gentile immago - Non s’affacci repente al mio pensier. - O del Lario incantevoli - E benedette sponde, - Ov’io passai dei liberi - Ozî l’ore gioconde, - L’anima pellegrina - Sovente a voi verrà - A chieder la divina - Che m’ispiraste arcana voluttà. - O voi, se a quelle floride - Pendici un dì trarrete, - E in quel leggiadro spirito - Se mai v’incontrerete, - Non creder che a me il canto - Fiamma volgar dettò: - — Ella fu a me soltanto - Musa che gli estri accese ed ispirò. — - -La Tremezzina, delle etimologie del cui nome faccio grazia al lettore, -per non infilargliene di marchiane, seguendo i diversi che la pretesero -indovinare, e che forse ebbe il suo nome da Tremezzo, paese che siede -_tra mezzo_ il bellissimo golfo, comprende quel tratto di lago che, -dopo Balbianello, si distende fino a Menaggio, ed è in quanto ai monti -a cui s’addossa tutto ricco della più rigogliosa vegetazione: a campi, -a vigne, a uliveti, a giardini, a quando a quando intersecati da’ -torrenti che portano abbondanti acque al lago; e in quanto alla sponda -del lago, essa non è che una serie continua di ville, di paeselli, di -palazzi, di alberghi, che riflettonsi vagamente nell’onde. - -Passiamoli tutti in rassegna. - -Primo del bacino è il paesello di Villa, interessante a vedersi, -perocchè qui si dica vi fosse, nel luogo ove sorge adesso la villa -dell’ingegnere Carove, la villeggiatura di Plinio il Giovane, ch’egli -chiamava _Commedia_, e della quale dicono si veggano tuttavia avanzi -entro il lago, allorchè limpida è l’onda. Qui vi hanno ville di -presente anche le famiglie Torri e Vacani. - -Procedendo oltre, a breve distanza è Lenno, terricciuola non priva -d’interesse ed ove ci tratterremo alquanto di più. Il suo nome è pur -desunto da Grecia, Lenno, essendo un’isola del mar Egeo già sacra -a Vulcano. Eravi in addietro un tempio periptero, o tutto recinto -da portici, e nella cripta pur sussistente si leggono due lapidi -cristiane, delle quali feci parola nella escursione passata, come -testimonî che i greci qui immigrati continuarono per lungo tempo a -contare gli anni come se ancora fossero stati nella madre patria. - -Eccole: - -_Hic requiescit in pace B. M._ (bonæ memoriæ) _Cyprianus qui vixit in -hoc sæculo annos p. m. XXXII dep. sub. d. VII. octob. ind. V. post -cons. d. n. Justini p. p. aug. ann. VI_, cioè nell’anno sesto dopo -il consolato di Giustino nostro signore perpetuo augusto; lo che -equivarrebbe all’anno 572 di Cristo. - -La seconda: .... _Vixit in hoc sæculo a p. m. XXVI dep. sub..... III -post consulatum Basilii d. n._; e sarebbe nel 545. - -A Lenno è il torrente detto dell’Acquafredda, che si butta nel lago: -più sopra diede già il nome ad un’abbazia di Cistercensi soppressi nel -1785 da Giuseppe II; e chi la visita, salendo il monte, trova compenso -alla fatica nel più superbo panorama che gli si distende avanti. Da -questo chiostro, per sentieri praticati nel monte ed aspri, non par -vero che si giunga poi ad altro edifizio non meno interessante e -bello, il chiostro di S. Benedetto, dove l’architettura della chiesa -dell’undecimo secolo merita essere veduta e dove mirabile del pari e -pittoresca è la veduta. - -Non si lasci Lenno senza volgere lo sguardo alle ville dei Litta, dei -Barbavara, dei Carmagnola e dei Rezia, ora Carcano, che si succedono, -una dell’altra più bella. - -A Bolvedro, altro paesello che segue, havvi la villa più superba de’ -marchesi Busca, dove l’ultimo di essi, Antonio, arricchì di opere -d’arte il palazzo, ivi, fra l’altre, trovandosi quel bellissimo quadro -del mio povero amico, Cesare Poggi, da cui è trattato l’evangelico -episodio l’_Adultera_. Al giardino aggiunse nuove vaghezze. Narrano -que’ di Bolvedro che appena sposa la marchesa Busca-Serbelloni, venuta -a questa sua villa, ne avesse nell’unica notte che vi soggiornò così -turbata la fantasia da creduti fantasmi, che rifattasi subito a Milano, -non vi riportasse in tutta la sua vita più il piede. Lungo queste -sponde abbiam già trovato radicate ubbíe e superstizioni, alimentate -forse da qualche avvenimento di naturali fenomeni e dalla solitudine -che vi regna, ma spariranno certo fra breve. Non così è infatti della -erede ed attuale proprietaria, la gentile contessina Antonietta, figlia -di que’ miei due dilettissimi amici che furono i marchesi Lodovico e -Clementina Busca, rapiti troppo presto entrambi all’amor delle figlie -ed all’affetto degli amici, che le prime letizie di un ben assortito -connubio col giovane conte Sola rese ancora, non ha guari, più soavi -nel soggiorno di questo suo Bolvedro. - -Delle ville Spreafico, Scorpioni, Kramer, Gerli, Della Tela, De Orchi, -Campagnani, Sala, Mainoni, Guy ed altri avrebbesi a dire ed a lungo; -ma come occuparci di tutte? Degne son esse di trovarsi l’una all’altra -vicine e d’essere a Tremezzo, dove è il convegno di tutto il mondo -elegante milanese. La villa Giulini, ora ad altri venduta, fu l’oggetto -di tutte le cure del suo primo proprietario, che lo aveva fatto il più -leggiadro ed olezzante nido. Comodità di casa, ricchezza di serre e -giardino vaghissimo, oh! come lo ha egli potuto mutare col pur elegante -suo palazzino di Milano? - -Nel caffè che si asside in mezzo a queste ville sontuose, riserbatevi -ad entrare a sera, quando i villeggianti vi si danno la posta. Gli -uomini al bigliardo, le signore s’accolgono tutte all’intorno di -una sala a ripetersi gli avvenimenti della giornata, i progetti -dell’indomani, le visite scambiate, i romanzi iniziati, le somme -perdute al giuoco dagli eleganti fannulloni, le divertenti maldicenze, -i pettegolezzi tutti cittadini, che qui concentrati, tramutano la -quiete che vi si viene a ricercare in soggezione e preoccupazione. -Ah! io amerei davvero non mescermi a tanta baraonda, per fruire invece -delle sole dolcezze di questi luoghi. - -Nell’albergo Bazzoni e nell’_Hôtel garni_ si convengono coloro -che non avendo villa propria o possibilità di valersi dell’altrui, -amano tuttavia godere di questo terrestre paradiso che si chiama la -Tremezzina. - -Da qui breve è la via che conduce per boschi a Grianta, paese che -dà ragione agli etimologi, che il nome dedur vorrebbero da _riant_, -sorridente, perchè infatti è amena e lieta per ogni riguardo. Beyle vi -collocò le più interessanti scene del suo bel romanzo la _Chartreuse de -Parme_: io invece ricordo le case signorili dei Riva, dei Mainoni e de’ -Malacrida. - -Montando più in alto si ritrova una delle molte grotte di questi -monti che fiancheggiano il Lario, dove se ben si riguardasse al masso -che vi esiste sconnesso dalla montagna, inorridirebbe pensando alla -possibilità che un dì avesse a staccarsi e rovinar giù nel lago, -suscitandovi uno sconvolgimento pari a quello che il masso staccatosi -nella notte del 4 novembre 1856 di sopra le gallerie di Varenna ebbe -già a produrre, cagionando non pochi danni. - - [Illustrazione: Villa Sommariva o Carlotta.] - - - - -ESCURSIONE DECIMASETTIMA. - -LA VILLA SOMMARIVA. - - La villa Sommariva. — Suo primo proprietario. — Opere d’arte. — - Giardino. — Carlotta di Prussia e il principe di Sax-Meiningen. - — La Cadenabbia. — Albergo di Belvedere. — Ville Brentano, - Noseda, Piatti, duca di Sangro e Seufferheld. — La Majolica. — - L’albergo Righini. — Villa Ricordi. — Maxime Lari. — Questione - filologica. - - -Dicono i Francesi: _à tout seigneur, tout honneur_; e però a questa -villa denominata ancor Sommariva, che per universal sentimento si -estima la più grandiosa e splendida di quante abbellano le ridenti -sponde del Lario, vuolsi, come da quanti visitano questi luoghi, -dedicare una speciale escursione. - -Sorge essa fra Tremezzo e la vicina Cadenabbia, isolata come una -regina a cui le altre dame stieno per reverenza a certa distanza. È -ingiustizia della sorte che non le sia stato conservato il nome del -suo primo proprietario che la fe’ costrurre, del marchese Giorgio -Clerici, cioè, che fu presidente a Milano del Senato e del quale pure -era il magnifico palazzo nella contrada appunto detta de’ Clerici, -convertito ora in sede della Corte d’Appello, dove pitture e dorature -in profusione attestano ancora della immensa ricchezza di sua famiglia; -perocchè il primo merito andrebbe dovuto a questo nome. - -Incominciata essa da quel patrizio, veniva ultimata da Anton Giorgio -suo nipote, che, a dir di Gianbattista Giovio, l’amico di Foscolo, vi -esercitò lo splendore e la magnificenza cinto d’ospiti numerosi e in -banchetti luculei. - -Ma piacque tanto, e per la casa e per i ben disposti giardini, e per -le acque che vi zampillavano, al lodigiano avvocato Sommariva, che -fu tra i direttori della repubblica cisalpina e che vi si arricchì, a -prova che in ogni maniera di governo la fame dell’oro prende sempre i -maggiorenti, che se la fece sua, acquistandola. - -Nè è a dire quanto alla sua volta l’abbellisse ed arricchisse; -dipinti e sculture vi recò de’ più eminenti artisti antichi e moderni. -Parecchi quadri vi si veggono di scuola fiamminga; una bella testa, -di Leonardo; e de’ moderni, l’ira di Achille, del Bossi, e le ceneri -di Temistocle rese alla patria, dell’Appiani; un Marte disarmato dalle -Grazie, del Landi; il bacio di Giulietta e Romeo, di Hayez; e la morte -d’Atala, del Lordon. E di scultura, di antico, un’Andromeda che si -fa passare per opera di greco scalpello; di moderno, il Palamede, -il gruppo Amore e Psiche; e la Maddalena e la Tersicore di Canova, -e diversi suoi modelli; e la fascia in basso rilievo rappresentante -il trionfo d’Alessandro, di Thorwaldsen, allogato al grandissimo -artista da Napoleone il Grande per il Quirinale di Roma e valutato -ben settecentomila lire; un gruppo dell’Acquisti, raffigurante Marte e -Venere; poi nell’attigua chiesuola due monumenti ai Sommariva, padre e -figlio; l’uno eseguito da Pompeo Marchesi, l’altro da Pietro Tenerani -con quattro statue di Luigi Manfredini, e una Deposizione dalla Croce, -di Benedetto Cacciatori. - -A tanta ricchezza d’arte corrisponde la vaghezza del giardino e la -peregrinità delle piante e de’ fiori. - -Vi si ponno spendere insomma nell’ammirazione più ore e partirne -contenti. - -La villa fu anche detta Carlotta, perchè dopo acquistata da una -principessa di Prussia di questo nome, che naturalmente l’aprì ad -ospitarvi spesso regnanti e principi stranieri, e dalla quale, morta -il 30 marzo 1855, passò al marito di lei, il principe Giorgio, duca di -Sax-Meiningen. - -Confina colla bellissima villa l’albergo della Bellavista (Hôtel de -Bellevue) della Cadenabbia, — paese che originò forse da _cà de’ nauli_ -— e il forestiero anche più schifiltoso vi trova tutto e le lautezze e -i comodi degli alberghi svizzeri. - -Dopo l’albergo e le poche case della Cadenabbia, si trovano le ville -Brentano e Noseda, quelle dell’artista Piatti, e accanto, colla -medesima architettura, quella dei duca di Sangro, che rivela che a -quelle due ville presiedette il pensiero d’una fraterna amicizia. -Seguita poi la villa de’ signori Seufferheld, e dopo, il paese -mutandosi in quello della Majolica, segue l’albergo Righini, cui tien -dietro la villa del principe de’ nostri musicali editori, Tito di -Giovanni Ricordi, al quale Euterpe e Melpomene hanno preparato il più -gradito e riposato nido. Vuolsi che il solo spartito del _Trovatore_ di -Verdi abbia, ne’ guadagni fruttati, fornito la spesa di così splendida -villeggiatura. - -Oggi è breve la nostra escursione: ma in ricambio tante bellezze -di natura e d’arte ammirabili ci occupano siffattamente, che è bene -arrestarci e riandarle poi tutte nella memoria: _meminisse juvabit_. - -Immenso è il dominio dell’arte e immenso è il campo a meditare in esso, -come ampio si presenta il bacino allo svolger del lido, appena tocca -la villa Ricordi; e noi quivi fermadoci, pare che il vasto pelago -armonizzi colla vastità del pensiero che accoglie e medita tutte le -meraviglie vedute. - -Da qui si comprende come si potesse credere finora dai più, che -_massimo_ venisse chiamato il Lario, nella Georgica seconda di -Virgilio, leggendone così i versi: - - _An mare, quod supra, memorem, quodque alluit infra?_ - _Anne lacus tantos? te_ LARI MAXIME; _teque_ - _Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino?_[24] - -Ma forse il poeta volle dire invece: _te, Lari, Maxime; teque_ etc., -e così ricordare e il Lario e il Verbano, che tuttavia chiamiamo -Maggiore, e il Benaco, che così meglio risponderebbe al concetto -espresso da Virgilio nel _tantos lacus_, perchè due soli laghi, -il Lario e il Benaco non sarebbero, a vero dire, _tanti laghi_. A -coloro poi, i quali a questa lezione oppor volessero che in antico -si chiamasse _Verbanus_ e non _Maximus_ quel lago, potrei rispondere -che, se accademicamente quello fosse il suo nome, potrebbe anche -essere stato che volgarmente venisse detto anche _Maximus_, se poi -italianamente fu da poi appellato Maggiore. - -Congeneri esempî si potrebbero all’uopo recare; ma rammentandomi che il -mio dire non deve essere irto di discettazioni filologiche, abbandono -cui piaccia la nuova questione; chiedendo anche questa volta scusa, se -immemore d’essere un semplice cicerone da campagna, ho dato mano per un -istante alla ferula del pedagogo. - - - - -ESCURSIONE DECIMOTTAVA. - -LA BELLAGINA. - - Lézzeno. — Villa Vigoni. — Villa e Cappelletta. — I Sassi - Grosgalli. — Il Buco de’ Carpi. — Pietosa istoria. — Villa - Besana. — S. Giovanni. — Ville Ciceri, Trotti e Poldi-Pezzoli. - — Villa Luppia. — Villa Melzi. — Bellagio. — La _Tragedia_, - villa di Plinio. — Il castello di Bellagio. — Marchesino Stanga - vi edifica la villa e que’ della Cavargna la distruggono. — - Ercole Sfondrati la riedifica. — La Sfondrata. — La contessa - di Borgomanero, tradizione. — La villa passa ai Serbelloni. - — Parini vi ospita. — Ora mutata in albergo. — La Crella dei - Frizzoni. — Pescaù. — La villa Giulia, ora albergo. - - -Anche la sponda opposta alla Tremezzina ha le sue vaghezze in questo -bacino, le quali possono rivaleggiare con essa, e noi dalla Cavagnola -dove siamo rimasti nel visitare tale sponda, costeggiamo colla nostra -barca, che l’escursione riescirà amena ed istruttiva. - -Il primo tratto è un po’ malinconico, è vero, e disabitato; ma svoltato -il piccolo promontorio ci vediamo avanti Lézzeno. Ecco il clivo è -più coltivato, il dosso dei monti più selvoso, le case sparpagliate -ne formano il paese e ve n’ha taluna di bella mostra, e quivi soleva -passarvi gli ozî autunnali quel distinto oratore e pubblicista che fu -il prete Ambrogio Ambrosoli, che vi morì il passato anno, il cui busto, -scolpito da Pompeo Marchesi, fu, non ha guari, donato dalla _Gazzetta -di Milano_, arringo ordinario de’ suoi liberali e dotti scritti, alla -Società di mutuo soccorso tipografico della quale fu benemerito. Così -più anni addietro da qui mossero due Mocchetti che ebbero qualche fama -nelle lettere. Con tutto ciò gli abitatori di queste rive ne ripetono -questa cattiva raccomandazione del paese: - - Lezzen dalla mala fortuna, - D’inverno non c’è sol, d’està la luna. - -Avviene tuttavia che vi ci si trovi la particolarità di buoni fichi -in primavera, che son quelli dell’anno precedente, che, non maturati -in autunno, si compiono all’aprirsi della buona stagione dell’anno -successivo. - -Un po’ più all’aprico, dopo Lézzeno, si specchia nel lago la villa -Vigoni; poi segue il gruppo di case denominato Villa; quindi un altro -detto la Cappelletta, dopo la quale si elevano i Sassi Grosgalli, -brulli ed enormi massi e però formanti uno strano contrasto col -rimanente del bacino tutto verdeggiante e sorridente. Scabra ne è la -pendice che va a picco nel lago reso oscuro e tetro da essi, che vi -progettano l’ombra e appena vi si può per aspro sentiero percorrerla. -Sotto di essi, di fronte a Lenno, scavata nel sasso, evvi come un’ampia -grotta, che i paesani chiamano il _Buco de’ Carpi_, forse perchè in -quel riparo abbondano i pesci di questo nome, ed è qui che le genti -de’ luoghi circonvicini narrano una storia pietosa d’amore, che formò -soggetto ad una commovente novella di Antonio Picozzi, la quale provò -anche una volta, dopo la _Guerra di Pret_ del Porta, o la _Fuggitiva_ -del Grossi, la potenza del milanese vernacolo a trattare la cosa più -seria ed anche lagrimosa. - -Se sapessi che il libro non andasse tra le mani di lombardi, sarei -tratto a commettere un reato di contraffazione letteraria, riproducendo -l’intero episodio nel suo bell’originale; ma siccome non sarà così, -debbo chiedere venia al mio concittadino, se le sue belle e toccanti -sestine riassumerò in modestissima prosa. - -Erano i tempi del primo Napoleone, di colui che ci aveva regalata -quella coscrizione militare che colla guerra ne mieteva il fiore -della nostra gioventù; e nella Tremezzina viveva un buono e aitante -giovane, che s’era fidanzato a Teresa, la più leggiadra fanciulla dei -dintorni. Poichè tutti ora sanno come costei fosse bella, per coloro -che capiscono il vernacolo nostro non so trattenermi dal farne loro il -ritratto coi versi del poeta: - - De sedes ann, dersett, minga deppù, - Bianca la carnagion, rosa el faccin, - Folt negher i cavej comè on velù, - Negher i bej oggioni de bambin.... - Dal tutt’insemma con la prima oggiada - Se ghe vedeva l’anima ben fada. - -Erano già intese le nozze che compier dovevansi nel successivo -carnevale, e però la Teresa attendeva a prepararsi il suo corredo. -Ma ecco un dì del settembre il Peppino, che a questo nome rispondeva -l’innamorato garzone, facevasi attendere alquanto e la poverina a -correre a pensar male. Nè l’ingannava il cuore. Cápita il fidanzato -alla fine e tutto conturbato le narra come, côlto dalla coscrizione, -egli debba il posdomani essere a Como all’estrazione del numero ed alla -visita militare. Ognun pensi l’affanno della giovinetta. Il posdomani -arriva, Peppino è a Como, è ritrovato abile al militare servizio, ei -deve giurare.... è soldato e appena gli son concessi tre giorni agli -addii, perchè ei dovrà marciare per la Russia. - -Egli è dunque di ritorno al paese; i tre giorni passano velocissimi -fra i pianti della Teresa e i giuramenti del coscritto: l’ora della -partenza definitiva è suonata. La povera tosa, presaga di sventure, -poichè dentro di sè ella sente - - comè ona vôs - Che tœujendegh el fiaa la ghe dis su: - “Teresa, el tò Peppin tel vedet pu;„ - -non sa staccarsi da lui, e però s’imbarca ella pure con un suo minore -fratello e lo vuole per qualche tratto accompagnare. - -Ma il tempo, triste dapprima, viene facendosi peggiore, l’uragano -imperversa sul lago: - - Han penna ciappaa el largh, che a pocch a pocch - Oltra el piœuv, se destend ona fiadura; - El ciel vers Val d’Intelvi a tocch a tocch - L’è già scur, burrascôs ch’el fa pagura; - Ma el coscritt per la sira a tutt i cost, - Piœuva, tempesta, l’ha de vess al post. - Cress el brutt temp anmò col cress del vent - Ch’el sifola piangend in di orecc; - Ingajarda la sluscia in d’on moment, - Ch’el par che la stravacchen cont i secc; - No se pò pu andà innanz; bœugna cercà - Quai paes o quai riva de prodà. - -Ma il vento ha sbattute le fragili imbarcazioni verso l’opposto lido, -e giunte presso il _Buco dei Carpi_, qui dentro traggonle i rematori -a riparo dalla bufera, attendendo ne passi la furia. Quivi nuova scena -d’amore e di strazio. La Teresa coglie un ciclamino, che sbucciava tra -i crepacci della grotta, e il porge al suo Peppino a memoria sua. Il -vento si è alquanto calmato, il lago può ritentarsi di nuovo; i due -amanti si abbracciano e baciano tra le lagrime e si son detti addio. -Esce prima la barca che si dirizza col coscritta a Como, poi l’altra -della Teresa. Si riguardano mestamente finchè lo possono, poi ognuno se -ne va. La Teresa, di ritorno a casa, trova la madre del suo fidanzato -affranta dal colpo che le è toccato d’esser priva del figlio, indi a -pochi giorni se ne muore. La Teresa vive da allora nel corrotto e nel -duolo, e sola consolazione è al suo cuore visitare talvolta il _Buco -de’ Carpi_, testimonio de’ suoi estremi saluti al suo Peppino, e vi ci -va anche soletta una volta almeno la settimana a nutricarvi il cespo -de’ ciclamini da cui avea spiccato quello ch’ella aveva dato al suo -povero amico. Ma ella pure deperiva in salute. Un venerdì dell’aprile, -anniversario della partenza del suo Peppino, essa, giusta il consueto, -si avviava al _Buco de’ Carpi_: il lago era tranquillo, era l’ora -del vespro, e un pensiero di tristezza, un malore che provava, la -sconsigliavano alla gita; ma l’idea che non andarvi sembrasse cosa -di poco amore alla memoria del suo caro, la prosegue inesorabile. -Essa dunque solca le onde col suo burchio, traversa il lago, vi è -presso, è sull’orlo della grotta, già la prua vi penetra; quand’ecco -un uccellaccio con rumoroso e largo sparnazzare d’ali, vi sbuca -improvviso, rasenta la fronte della Teresa, - - Scappand giò per el lagh alla distesa. - -La povera tosa, per lo spavento dell’inatteso augello, si china onde -schivarlo; il battello a quel suo movimento urta nel masso e si torce, -ella perde l’equilibrio per la scossa, rovescia fuor dello stesso, -gitta uno strido e giù va sotto l’onda. Due volte parve venisse ella -respinta sulla superficie, e due volte risospinta giù, finchè l’onda si -chiuse per sempre su di lei. - -I parenti più non la vedendo ritornare, andavano in cerca di lei, -e dopo lungo affannarsi, trovarono il burchio vuoto, che dondolava -a discrezione dell’onde, ma nulla di lei, per quanto la chiamassero -altamente a voce. Solo due mesi dopo, un pescatore, ritirando le reti, -ne raccolse la inanimata spoglia. Narra il poeta, che lo scheletro -dell’infelice fanciulla stia ora nell’ossario di Lenno presso alla -chiesa e vi appaja ginocchione; che il soldato reduce dalla Russia, -quando credeva aver cessato di soffrire, ebbe il più fiero martirio, -ritrovando morta e la madre e l’amante; sicchè non volesse più vivere -che mesto e sconsolato nella memoria de’ suoi poveri morti. - -Proseguiamo ora l’escursione nostra. - -Oltrepassati i Sassi Grosgalli, si presenta la villa Besana e ritorna -da questo lato pienamente ridente il golfo. Perocchè a breve tratto -si schiera il paese di S. Giovanni colle belle ville dei Crivelli, -ora Ciceri, e de’ Trotti; quest’ultima di stile fra il bizantino e il -lombardo; succeduta poi da quella del nobile Poldi-Pezzoli, che prima -era dei Taverna, più grandiosa e rinnovata da quell’abile architetto -che è il milanese Balzaretti, al quale si debbono i nuovi giardini -pubblici della sua città, e non poche architetture civili, fra cui ne -primeggia la recentissima, appena ultimata, della Cassa di Risparmio in -via Monte di Pietà. La casa qui, o piuttosto palazzo del nobile Poldi, -si costituisce di tre corpi legati insieme da due eleganti terrazzi; il -giardino poi è ricco di piante straniere, tra cui la canna di zucchero, -il sovero, la canfora, l’_olea fragrans_ e boschetti di magnolie che -profuman l’aere tutt’all’intorno. - -Poi v’è una villa Luppia, e da ultimo si chiude a San Giovanni colla -più superba villeggiatura del duca Melzi, che mi reclama maggiori -parole. - -Francesco Melzi D’Eril, che fu vicepresidente della repubblica -italiana e poi duca di Lodi, l’edificò al principiare del secolo -su disegno di quell’esimio artista che fu Giocondo Albertolli, del -quale io già dettai le memorie biografiche e artistiche nel giornale -dell’_Ingegnere-Architetto_ del Saldini di Milano. Come quegli che -ridusse alla sua castigatezza l’arte ornamentale, l’Albertolli vi -portò semplicità di linee architettoniche, ma ad un tempo armoniche e -di gusto. Il proprietario poi l’arricchì internamente d’ogni maniera -d’opera d’arte. A memoria di quel suo antenato, Francesco Melzi, che fu -allievo di Leonardo ed erede dello studio di lui, volle il duca che il -pittore Giuseppe Bossi in quattro sopraporte monocromatiche dipingesse -quattro episodî del sommo Leonardo, e l’opera riuscì egregia. Nell’un -disegno vedesi Leonardo che insegna al Melzi il disegno: nel secondo, -il gran maestro, che recinto da’ suoi scolari sta pingendo il proprio -ritratto; nel terzo, la scena in cui lascia erede il Melzi; nel quarto, -il Melzi che insegna nella scuola eredata da quel grande. — In altre -sale ammiransi dipinti dello stesso Bossi, di Appiani, di Migliara -e di Sanquirico; le statue, il Davide del Fraccaroli, l’Esmeralda, -il busto somigliantissimo di Giocondo Albertolli, e copie de’ famosi -capolavori antichi, il Laocoonte e la Cerere, e i busti di quattro -imperatori romani e di Letizia e Giuseppina Bonaparte; oltre affreschi -pregevolissimi di quel famoso prospettico che fu il sunnominato -Sanquirico, per non dire d’opere di altri minori. Nella cappella -mortuaria, pur disegno dell’Albertolli, e in cui riposano le ceneri -del duca, vedesi l’avello lavorato da Vittorio Nesti; il Salvatore, -scultura del Comolli e un bellissimo cartone del Bossi. - -Ma se è degno di osservazione il palazzo, non ne son meno i -giardini, cui presta la natura del suolo, che è un colle, la cui -cima sovraggiudica il busto d’Alfieri. Il marmoreo gruppo di Dante -e Beatrice, sculto dal suddetto Comolli, è nel mezzo del viale che -costeggia il lago; se poi l’economia dell’opera me lo concedesse, -darei un mezzo trattato di botanica nel descrivere i fiori, le erbe, -le piante che li decorano in tanta copia da essere eziandio altrettanti -vivai per altre ville. - -Ma altre cose degnissime abbiamo a vedere in questa nostra escursione: -affrettiamoci dunque alla vicina borgata di Bellagio. - -Oltre San Giovanni e i giardini della villa Melzi, è Bellagio, che gli -etimologi fanno derivare da _Bilacus_, come a dire fra i due laghi, -non altrimenti che in Isvizzera per la stessa ragione vi è Interlaken, -perchè infatti Bellagio siede sulla punta d’un promontorio, che i -paesani appellano Colunga, appunto perchè quasi una lingua di terra il -cui capo si prolunghi nel pelago, dove il Lario che vien da Colico si -divide in due rami, l’uno quello che già conosciamo e che va a Como, -e l’altro che discende a Lecco. Una tale situazione dà a Bellagio una -particolare vaghezza, nè per essa, nè per le magnifiche ville onde è -lieto e che gli fan corona, e diciamo anche per i due ottimi alberghi, -non vi ha persona che tragga alla Tremezzina, senza che ne traversi -il lago e venga a vedere Bellagio. Tutta questa plaga può contenderla -in bellezze di natura a quelle meraviglie cantate da’ poeti e levate -a cielo da’ forestieri, che sono Posilippo e Mergellina, Portici e -Sorrento. - -Voi vedete allora di che buon gusto dovesse essere Cajo Plinio Cecilio -Secondo, detto il Giovane, nello eleggersi proprio la cima di questa -scogliera che sta a capo del promontorio per erigervi la sua villa -che, a riscontro di quella che nomò _Commedia_ e che ricordammo a -Villa presso a Lenno, come attesta il Giovio, o sul basso lido presso -Varenna, come vorrebbe il Boldoni, appellò _Tragedia_. - -Più tardi, ne’ tempi di mezzo, come le altre terre del lago si facevano -irte di fortilizî e torri, arnesi di guerra giovati spesso a contenere -le rapine degli Elvezî che facevano frequenti scorrerie, ma ben anco a -mantener vive le lotte fraterne e massime contro Como; anche Bellagio -ebbe il suo forte castello, riparo di facinorosi e banditi, il quale -venne poi fatto smantellare da Galeazzo Visconti nel 1375. Risiedeva -allora in Bellagio un capitano del lago, e convien dire che vi facesse -capo ogni terra del Lario, se i cattivi debitori di Cernobbio ve -li abbiamo veduti cacciati nelle carceri di Bellagio, dove i loro -compaesani vennero a trarneli colla forza al tempo di Filippo Visconti, -come narrai quando dissi di quei paesi del primo bacino. - -Ogni traccia di efferatezza sparve dal colle di Bellagio qualche tempo -dopo, quando un Marchesino Stanga, favorito di Lodovico il Moro, vi -edificò una splendidissima villa. Ma non era appena compiuta, che que’ -della Val Cavargna, a vendicar non so qual torto, vennero furibondi e -la misero a ferro ed a fuoco. - -Ercole Sfondrati, duca di Monte Marciano, nipote di papa Gregorio XIV -e capitano suo nella spedizione che fece in ajuto della lega e contro -il Bearnese, dopo le battaglie, avuto a sè infeudato il borgo, riparò -su questo colle e vi rialzò la villa e riordinò i giardini, piantandovi -lecci, quercie, allori, cipressi e pini, che pur esistono in gran -parte, e vi eresse qui e qua sacre cappelle, che or non si veggono più. - -E un edificio esisteva pure verso il lato del ramo del lago che sporge -a Lecco e che dicevasi la Sfondrata; e qui la tradizione del paese -rammenta una di quelle infami memorie di dissolutezza e di crudeltà, -onde in Francia andò tristamente famosa la Torre de Nesle, e in Italia -si ricordano i trabocchetti di Castel dell’Ovo di Giovanna I regina di -Napoli, e che io brevemente riassumo. - -Una Contessa di Borgomanero, forse legata per parentela agli Sfondrati, -e qui dimorata per qualche tempo, abbandonandosi a osceni amori, vuolsi -che facesse pei trabocchetti precipitar giù per le acute balze della -scogliera che sta a picco del lago i mal capitati suoi amatori d’una -notte, a ciò forse non ripetessero intorno le sue brutte lascivie, e -fors’anco troppo presto desiderevole del nuovo; ma di più non se ne sa -dire, e certo allude a questa tradizione la poesia scritta da signora -che da un album dell’albergo della Cadenabbia trascrisse Cesare Cantù, -diligentissimo indagatore d’ogni particolarità del lago, nella seguente -terzina: - - O ti piacesse più, solcando l’acque, - Veder le balze dell’opposto lido, - Ove talor precipitato giacque - Il drudo infido. - -Poscia il feudo passò ai conti della Riviera, signori della Valassina; -ma la villa degli Sfondrati passò per eredità ai Serbelloni, onde -villa Serbelloni si noma in oggi tutto l’ampio recinto che chiude la -vasta casa, che altamente reclama una migliore architettura esterna -e più moderni riattamenti. Come Plinio, ne’ tempi di Roma, Parini -al principiar del secolo nostro veniva nella villa de’ Serbelloni a -ricrearsi e ispirarsi, e ne aveva ben d’onde. - -Estintasi in questi ultimi anni questa patrizia famiglia, ora -l’appigionò Antonio Mella per convertirla in albergo, a soccorso -dell’altro che ha in riva al lago, detto della Gran Brettagna, l’uno e -l’altro forniti di tutte le comodità. - -Un albergo ha pure in questo borgo Melchisedecco Gandola, sotto il nome -di Antico albergo e pensione Genazzini, e vi ha pari importanza e fama. - -Più prossima alla punta è la Crella, villa dei Frizzoni da Bergamo, che -su disegno di Rodolfo Vantini, di stile bramantesco, costò un ingente -patrimonio. Bella, ricca, splendida, non è per avventura così comoda, -come si vuole sia una villeggiatura molto più signorile. - -Per un ampio viale, che fa maravigliare come sia stato praticato -nella roccia, da Pescaù, che sta in cima di Bellagio, si arriva alla -villa Giulia, con dir della quale mi piace chiudere l’escursione per -la Bellagina. Essa sta sul poggio a cavaliere dei due rami del lago -e sorge maestosa, quantunque la facciata più bella riguardi, non -saprei dire perchè, i giardini. Fu il luogo dapprima dei Camozzi, poi -l’acquistò la famiglia Venini sullo scorcio del passato secolo, e don -Pietro vi costruì la villa che volle portasse il nome della moglie, -Giulia, onde ancor si designa, malgrado che divenisse poi proprietà -di Leopoldo, re del Belgio, che vi condusse a grande spesa le acque -e la rese una vera delizia regale, che non lo lusingò per altro così -possentemente, da non cederla in affitto dodicenne al signor Mella che -la tramutò in albergo. Il panorama stupendo che si gode dalla villa -Giulia, dell’un ramo del lago e dell’altro, impreziosito da poggi -fioriti, da grotte, da fontane, da ruscelli, da boschetti, da pratelli -e da piante peregrine, e le attrattive d’ogni maniera che presenta, -rendono questo luogo uno de’ più deliziosi ritrovi che lungo le sponde -del Lario meritino d’essere visitati. - - - - -ESCURSIONE DECIMANONA. - -IL SASSO RANCIO. - - Il Monte degli Stampi e l’Arca di Noè. — Ville di Menaggio. - — Loveno. — Ville Pensa, Garovaglio, Alberti, Azeglio, - Mylius-Vigoni. — Cardano. — Villa Galbiati. — La Val Cavargna. - — Porlezza. — Fabbrica di vetro. — Il Castello di Menaggio. — - La Sanagra. — Lapide romana. — Nobiallo. — Ligomana, Plesio e - Naggio. — Il Sasso Rancio. — I cosacchi al Sasso Rancio. - - -Visitata la Bellagina, riconduciamoci all’opposto lido, dove nuove -dolcezze ne attendono. Veramente il bacino della Tremezzina non -s’arresta alla villa Ricordi: non è lungi Menaggio, che vi è compreso, -e merita che vi ci andiamo e vi vediamo le cose interessanti de’ -dintorni. E poichè siam ritornati da questa parte, non lasciamo di -rivolgere l’attenzione al Monte che sta sopra la Tremezzina e si -appella degli Stampi, non per altro, che per la stranissima tradizione -che corre nel paese, che lassù vi sostasse, al cessar del diluvio -universale, l’arca di Noè. D’onde mai traesse origine la fiaba, è -presto detto. Su quel monte, nel masso, si ravvisarono impronte di -zampe d’animali della grandezza perfino di trenta centimetri, come si -trovarono crostacei di tempi antidiluviani: ciò basta perchè il volgo, -amante sempre del maraviglioso, sognasse che non sull’Ararat, ma su -questo culmine posasse l’arca di quel patriarca. - -Oltre le ville che ho rammentate nella escursione della Tremezzina, -la Majolica non offre che meriti vedere e neppur nominare. La -continuazione della via carrozzabile da Majolica a Menaggio è sempre -ne’ pii desideri; ma noi pigliamo il canotto: — è così bello lo -scivolare su d’esso quando è calmo il lago. - -Nondimeno abbiatevi un avvertimento. Se anche un nuvoletto solo turba -il sereno del cielo, non avventuratevi a traversare il lago da Bellagio -alla Tremezzina; a più d’uno quel nuvoletto, non anco giunto a mezzo -del lago, che, come dissi, qui è larghissimo, si dilatò, coprì tutto il -cielo e apportò tempesta, naufragio e morte. Propriamente per dividersi -il lago e formare i due rami, oltre che dalla valle di Menaggio, i -venti vi soffiano e menano furibonda ridda e in nessuna parte del Lario -come qui sono avvenuti tanti disastri. - -Ma poichè ho ricordata la valle di Menaggio, se vi fermate nella -Tremezzina alcun giorno, non lasciate di percorrerla e ne sarete -contenti. Vi troverete su d’un poggio assidersi Loveno, colle belle -villeggiature dei Pensa, dei Garovaglio, degli Alberti, degli Azeglio -e dei Mylius-Vigoni. I Garovaglio vi tengono una copiosa collezione di -pregevoli stampe, massimamente inglesi, e un giardino interessante pei -botanici. - -Nella sua villa Massimo d’Azeglio immaginò e scrisse parte del suo -miglior romanzo _Ettore Fieramosca_, e raccolse alla sua volta buone -stampe e buoni dipinti con quel gusto che ognun conobbe all’illustre -romanziere e paesista. Nel palazzo Mylius vedreste poi preziosità -artistiche ancor maggiori. Intanto vi piacerà l’architettura sua -semplice, opera del Besia: meglio poi le ricchezze dell’interno e -la sua eccellente distribuzione. Non dirò degli arredi, nè di altre -splendidezze: solo restringendomi all’arte, e nella casa e nel giardino -si ammirano statue e gruppi di rinomatissimi scultori, come la Nemesi, -di Thorwaldsen; l’Eva, di Baruzzi; la Ruth, dell’Himos; oltre la madre -di Mosè, del Gandolfi; il David, del Manfredini; il gruppo insigne -della Igea, dell’Argenti. Circa a pitture, ve n’hanno dell’Hayez, -del Servi, del Canella, dell’Uaed; e ad incisioni, tutte le battaglie -napoleoniche del Longhi, ritratte dai famosi affreschi di Appiani. Il -giardino ha rarità di fiori e d’alberi e di prospetti. - -Non lunge da Loveno, mette conto di vedere la bizzarra villa di -Galbiati a Cardano, che non dovrebbe essere negletta dal suo attuale -proprietario. Costò al barone Baldassare Galbiati assaissimo il far -su quest’altura trasportare il gruppo della Clemenza di Tito, da lui -acquistato allo scultore Comolli, ma non è opera che ne francasse la -spesa. Piuttosto se visitate il sepolcreto domestico, vi ammirerete il -monumento eretto dalla pietà del figlio Carlo al padre, collo scalpello -di quell’esimio artista che è Antonio Tantardini. L’Angelo della -Risurrezione che vi raffigurò è di un fortunatissimo ardimento, come -d’una felicissima trovata. Maestra e sapiente ne è l’esecuzione. - -Se amanti di natura alpestre, vi direi di percorrere la Val Cavargna -e poi di spingervi anche a Porlezza a vedervi la fabbrica di vetro de’ -Campioni e a guardare il Ceresio che giunge fino al piede del borgo: ma -io non vuo’ dimenticare il Lario che mi son proposto di farvi conoscere -e però ritorniamo a Menaggio. - -Sovra il paese torreggia il castello, da cui si ha superba la vista -e dove un ricco che l’acquistasse vi troverebbe motivi di magnifica -villa. In basso, viene a gittarsi nel lago la Sanagra, acqua che -dev’essere medicinale, se gli etimologi ne fan derivare il nome da -_Sanat ægros_, cioè sana i malati. Entrando poi nel grosso borgo, -importante per belle case e per commerci ed anche per alberghi, fra cui -primeggia quello del Piantanida, che da Bergamo qui trasportò i suoi -penati e vi adattò da un pajo d’anni tutti i conforti de’ più sontuosi, -ed è da contarsi tra i migliori del lago. - -Sulla piazza è una delle lapidi massime dell’antichità, che così fu -letta: - - _Minicius L. F. Ouf. Exoratus_, - - Flam. Divi Titi Aug. Vespasiani consensu Decurion. tr. mil. IIII - vir. a. p. II. vir. i. d. præf. fabr. Cæsaris et consulis pontif. - sibi et Geminæ q. f. Priscæ uxori et Miniciæ l. f. Bisiæ V. f.[25]. - -Usciti di Menaggio, tenendoci sempre al lago, incontriamo Nobiallo. -Il suo suolo abbonda di gesso, d’alabastro venato e di scagliola -speculare. Levando lo sguardo al monte, scorgonsi i villaggi di -Ligomana, Plesio e Naggio, dove dicono vi sieno vaghissime montanine. -Non arrivai mai fin là, quantunque il bello facilmente mi seduca; ma -d’altronde la comitiva tirava dritto, perchè la meta del nostro cammino -di quel giorno era il _Sasso rancio_, e sarebbe stata poca creanza -lasciare la compagnia. - -Mentre passando per costì ci approssimavamo a questo _Sasso_, più d’uno -mi chiese perchè _rancio_ lo si nomasse, e mi tornò facile il darne la -spiegazione: il colore che tutto copre questa parte di monte è prodotto -dall’ocra di ferro che si contiene nella roccia e che infatti vien -cavato in copia a Gaeta, lì presso. Una signora, che aveva di recente -letto il sentimentale romanzo di Davide Bertolotti, che si intitola -appunto _Il Sasso rancio_, spiegò allora la sua erudizione, ripetendone -brevemente l’intreccio con tanta gravità come fosse stata pretta -storia. - -Giunti al Sasso, vi trovammo un’erta scogliera quasi a picco del lago, -e vi si gode di là una magnifica vista. Vicino vi sono parecchie grotte -che si sprofondano nelle viscere del monte. - -Su pel difficile sentiero, che serba il nome di via della _Regina_, -che è la prosecuzione di quella che costeggia tutta la sponda sinistra -del lago, nel 1799, quando le nostre belle contrade erano infestate -dalle orde russe, un drapello di cavalleria cosacca di Souwarow -volle peritarsi; ma gli irrequieti cavalli, accostumati a liberamente -scorrazzare per le lande dell’Ukrania, sbizzarrendo, diruparono per -que’ greppi, seco traendo nel precipizio anche molti de’ cavalieri. - -Noi invece che v’andammo a piedi non corremmo alcun pericolo; -ricordammo lo storico fatto, misurammo tutta l’altezza del precipizio -e inorridimmo, e vi trovammo invece alla fine della nostra escursione -tutto quel divertimento che desidero a’ lettori. - - - - -ESCURSIONE VENTESIMA. - -LE FERRIERE DI DONGO. - - Rezzonico e il suo Castello. — Il Castello di Musso. — Il - Medeghino. — Le Tre Pievi. — Villa Manzi. — Dongo. — Casa - Polti. — Villa del vescovo di Como. — Chiese di S. Stefano e - S. Maria. — Valle dell’Albano. — Le miniere di ferro. — I forni - fusori. — Garzeno. — Brenzio. — Le _Frate_. - - -La manía de’ forastieri e villeggianti s’arresta per ordinario alla -Tremezzina, nè più si cura delle altre bellezze del lago superiore. È -ben vero che non c’è più quel sorriso continuo di ville che nella parte -da noi già percorsa abbiam vedute; ma è vero altresì che v’hanno molte -e molte ragioni a non dimenticare anche quest’altra parte del lago, che -forse per l’artista riesce più interessante. Io ne dirò con sollecite -parole de’ principali luoghi, acciò il libro non manchi al suo titolo. - -Secondando sempre la sinistra sponda del lago, passato avanti il -_Sasso rancio_ e San Siro, vedesi su d’un promontorio il paese e -il castello dei Rezzonico, famiglia d’onde uscirono quel Clemente -XIII, al quale il Canova lasciò famoso monumento in Roma, e i conti -Gastone e Antongioseffo, buoni letterati. Il luogo ora è reso ameno -per bellissimo parco fattovi all’intorno, per coltura e per magnifici -limoni che vi fioriscono. - -Proseguendo, scorgesi un altro promontorio che si spinge nel lago e che -un dì portava un castello ed era quello famoso di Musso, che ricorda -le gesta di quel formidabile filibustiere, che fu Gian Giacomo Medici, -detto il Medeghino di Milano. L’ebbero prima i Visconti, quindi il -maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, e in fine, per inganno, il Medici -suddetto, che, fatta incetta della peggior ribaldaglia, vi si stabilì -come in nido sicuro di rapaci avoltoi. A renderla più inespugnabile, -la circondò d’opere militari d’ogni maniera, al compimento delle -quali coll’esempio incoraggiavano perfino le sorelle di lui, Clarina -e Margherita, la qual’ultima, sposa, al conte Giberto Borromeo, fu -poi madre di quel Carlo che divenne arcivescovo di Milano, cardinale -di Santa Chiesa e canonizzato da ultimo come santo. Era da questa -rôcca che il Medeghino, approfittando della debolezza del governo di -Lombardia, che ora stava nelle mani de’ Francesi, or passava a quelle -degli Spagnuoli, ed a tratti ben anco funestato dalle orde alemanne, -colla flottiglia che s’era formata di sette navi grosse a tre vele -e quarant’otto remi, ed aveva armata cadauna perfin di cento uomini, -tutta schiuma di scellerati, spandeva il terrore pel lago e rendevasi -tanto formidabile e potente, da tenere a segno i Grigioni, ai quali -anzi toglieva Chiavenna; da oppor resistenza agli Sforza dapprima, -quindi ben anco all’esercito cesareo, capitanato dal duca di Leyva, -che soleva dire dargli maggior fastidio il Medeghino che non tutto -l’esercito dello Sforza; da trattar da pari co’ principi, battere -moneta, e dopo d’avere assalito il territorio di Lecco, quello della -Valtellina e la Valsolda, intitolavasi conte di Musso e di Lecco, -governatore del lago e della Valsássina. Se Carlo V volle togliersi -questa spina, gli fu giuocoforza venire a patti con lui, concedendogli -forti somme di denaro, il feudo di Marignano col titolo di marchese e -il comando di quell’esercito che gli affidava per abbattere a Siena -l’ultimo avanzo di guelfa libertà. Ciò avveniva nel marzo 1532; e -quando, in seguito a tali atti, egli abbandonava il suo castello -di Musso, i Grigioni, che ne spiavano la partenza, inerpicavansi -su per que’ greppi, impazienti di demolirlo; scortili il Medeghino, -retrocedette, scese a terra e intimò rispettasser il castello finchè -egli fosse in condizione di vederlo; e tanto imposero la sua presenza e -la minaccia, che alla demolizione non si mise la mano che sol quando la -sua nave non fu più veduta per il lago. - -Ora il picco sopra cui il castello si elevava, costituendosi d’un marmo -saccaroide dolomitico, somministra marmi alla fabbrica del duomo di -Como; le molte mine che ne aprirono le viscere, dischiusero un varco -che lascia veder tutta la vallata che riesce a Dongo, e i signori -Manzi, a cui spetta, accomodaronlo come a parco. - -Detto delle sorti di questo castellotto che meritamente servì a -novellieri e romanzieri di largo e fantastico tema, avanzando, s’entra -nel territorio delle Tre Pievi, che comprendeva nella sua giurisdizione -Dongo, Gravedona e Sórico, e che ne’ tempi medievali costituiva di per -sè una piccola repubblica, è vero, ma tale da sapersi far rispettare. -E la piccola repubblica ebbe pure l’istoriografo suo nel vivace -Rebuschini. - -Seguendo il parco dei signori Manzi che abbiam veduto a’ piedi delle -rovine del castel di Musso, perveniamo in mezzo al seno dove sorge -il palazzo di questi medesimi signori e dove siede il paese di Dongo. -Altre case signorili qui vi sono, fra cui quella dei Polti: il vescovo -di Como vi ha pure la sua villeggiatura, acquistata avendo il vescovo -Romanò la villa che già fu di Antonio Cossoni, discendente di quel fra -Daniele Cossoni che fu ministro di Filippo IV di Spagna. - -Qui villeggiava il notajo Sormani di Milano, che si ebbe a’ nostri -giorni la maggior riputazione e clientela, ed al quale i figliuoli -eressero nella parrocchiale di Santo Stefano un monumento. In questa -chiesa vi sono anche mediocri statue del Salterio; affreschi di Giovan -Mauro, Gian Battista e Marco della Rovere, detti i Fiamminghini, vi -sono nell’altra chiesa di Santa Maria. - -Nella vicina valle dell’Albano vi sono ricche miniere di ferro e le -si dan scoperte da un Giacomo di Desio nel 1460, che un’altra pure -discoperse di rame presso Barbignano. - -Nell’archivio de’ Trivulzio di Milano leggesi un documento in cui -è scritto che lo stesso Giacomo di Desio rinvenisse in questa valle -massi di smeraldo e di rubino, forse schisto di color verde e qualche -pirite di rame, certo non di quella grossezza nè tale da farne tavole e -colonne; onde in benemerenza il duca gli assegnasse dieci scudi il mese -di pensione, purchè quelle pietre ad altri non offerisse prima che a -lui, per un prezzo da misurarsi a norma di loro volume; diritto poi da -esso duca ceduto al maresciallo Gian Giacomo Trivulzio. - -Colle miniere era facile immaginare che presto vi si sarebbero -stabiliti forni fusorî, e infatti furono attivati nel 1465 e furono per -lungo tempo posseduti dai conti Giuliani di Milano. - -I Rubini per altro li acquistarono nel 1790 e vi portarono tali -miglioramenti e incremento all’industria, da poter modellare la -ghisa. Ma più ancora questa industria s’avantaggiò, quando nel 1839 -venne costituita la società Rubini, Scalini e C. che le diè più -ampio svolgimento; per modo che se ne’ primi quarant’anni del secolo -producevano le cave per circa cinquantamila pesi, ora può dirsi che -siasi il ricavo portato a diecimila quintali, di cui un terzo di ghisa, -occupandovisi ben quattrocento operai. - -Visitare queste ferriere deve essere un amenissimo scopo di escursione -a chiunque, sia per chi di questa industria sia intelligente, sia per -qualsiasi profano che pur si interessi all’attivo lavoro ed al curioso -processo, onde la roccia si tritura, il metallo si fonde, si schiumano -le scorie, e poi l’incandescente e liquido ferro trabocca e si distende -come un igneo torrente per le diverse forme che gli si vogliano far -assumere e che raffreddandosi ritiene. - -Quelle terre che si mostrano sopra Dongo non sono indegne d’essere -visitate per chi ama l’arte. Perocchè a Garzeno v’abbian pitture di -Giovanni della Rovere suddetto, altro de’ Fiamminghini; ed a Brenzio -ve n’abbian molte di Isidoro Bianchi da Campione, celebre pittore, -allievo di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, e parecchie -pure de’ Fiamminghini. - -D’una particolarità ancora di questo monte, alle cui pendici è -Dongo, intratterò, e poi per questa escursione imporrò freno allo -scilinguagnolo; ed è che le sue donne, per un voto fatto nella -peste del secolo XVI, vestono da cappuccine, quantunque abbelliscano -il grossolano costume di ricche cinture e finissime trine. Queste -contigie non vietano che attraggano la curiosità di chi visita la -montagna, e che loro si dia il nome di _frate_, appunto per il fratesco -abbigliamento. - - - - -ESCURSIONE VENTESIMAPRIMA. - -GRAVEDONA. - - Consiglio di Rumo e San Gregorio. — Pizzo di Gino. — Valle - di Lesio. — Gravedona e la sua storia. — La chiesa di San - Vincenzo. — S. Maria del Tiglio. — La Madonna sfolgorante. — - Peglio. — Liro e i tre laghetti. — Il Sasso acuto. — Domaso. — - Gera. — Sórico. - - -Quanto torto si ha a non comprendere fra la parte di lago, che si -suol meglio ricercare da’ forestieri e villeggianti, questo territorio -delle _Tre Pievi_, già dissi. Esso divide infatti, col resto che già -percorremmo, i bellissimi prospetti e la ricca vegetazione, e forse -forse, perchè protetta a settentrione dall’alta schiena de’ monti che -la difendono dai soffii gelati, ha mitezza di clima maggiore degli -altri inferiori bacini, sicchè i giardini vi abbiano agrumi e fiori, e -la camelia perfino vi alligni e prosperi, l’inverno senz’uopo di stufe. - -Noi, spiccandoci da Dongo, dove siamo restati nella nostra ultima -escursione, e via trascorrendo Consiglio di Rumo e San Gregorio, -giù scendendo, potremmo ammirare buoni dipinti del cavaliere Isidoro -Bianchi, e salendo più in su, ove comincia il Pizzo di Gino, troveremmo -la chiesuola di San Gottardo. Poi ci vediamo davanti la Valle di Lesio, -oltrepassata la quale si sparpaglia sul pendio del monte la grossa -borgata di Gravedona. - -Non fu solo il Rebuschini che ricordò nella sua _Storia delle Tre -Pievi_ gli avvenimenti di Gravedona: altro storico l’aveva preceduto, -Anton Maria Stampa, che fu autore d’una _Storia dell’insigne borgo -di Gravedona, altre volte repubblica_, da lui scritta a bandir la -noja della prigione, perchè, sospettato di torbidi popolari, venne -chiuso nel forte di Fuentes, che sta a capo del lago sulla via di -Chiavenna e intorno al quale si potrebbero spendere molte parole, -se dal mio soggetto non temessi di scostarmi soverchio. Non lasciò -questo scrittore di rimontare a remotissimi tempi del suo insigne -borgo, per isnocciolarne di grosse, e non so da qual codice infatti -imparasse egli come prima Gravedona si appellasse Laricola; ma che poi, -ivi stanziando, un Garbatone, figliuol d’un re Garibaldo anteriore a -Brenno, vi imponesse il proprio nome e fosse il principio d’una serie -di re e di eroi. Di tutto ciò si dispensa d’indicare le fonti: la -tradizione è la sua autorità; ma invano anche questa voi domandereste a -que’ della borgata. - -Il Rebuschini attinge invece a più verosimili tradizioni, e ricorda che -Gravedona sostenesse onorevole parte nelle guerre repubblicane; che nel -tempo del Barbarossa, - - Di cui dolente ancor Milan ragiona, - -come diceva a’ suoi giorni l’Alighieri, nel soggettarsi Lombardia, -preponesse al governo delle _Tre Pievi_ un Amizzone, uomo sanguinario e -rapace, il quale, a togliere ogni motivo ad insurrezione, smantellava -il castello di Gravedona e la Torre di Melia, e così inoltre operasse -da tiranno, che stancati quegli alpigiani ne scuotessero il giogo -ed egli fosse costretto a rifugiarsi in Valtellina. Rammenta pure -come lo stesso Barbarossa, dopo la tregua di Venezia, tornando pel -lago in Germania, venisse da que’ di Gravedona audacemente assalito, -depredandolo delle bandiere e del corredo, e la corona stessa -imperiale, tutta d’oro, caduta pur nelle mani loro, deponessero poi -nella chiesa del Battistero, onde nella pace di Costanza volesse -Federico esclusa dal parteciparne a’ beneficî Gravedona. - -Già toccai della parte dalle _Tre Pievi_ avuta nella guerra -decenne; poi Gravedona divenne feudo del cardinale Tolomeo Gallio, -facoltosissimo ed influente, e che nutrendo pensiero di farne la -capitale della Valtellina, al cui conquisto agognava, vi fabbricò, su -buon disegno del Pellegrini, un grandioso e turrito palazzo, il cui -loggiato si vede da chi viaggia per il lago. È in esso che fu detto che -si volesse trasferire il Concilio ecumenico di Trento; ma non se n’ha -nella storia alcun documento che tale intento comprovi; onde siffatta -pretesa de’ Gravedonesi è suffragata unicamente dalla circostanza che -nel detto palazzo si conservino solenni seggioloni con iscritto su -ciascuno il nome de’ cardinali. - -Dal Gallio passò il feudo alla ducal famiglia d’Alvito di Napoli, -che la più parte del ricco mobigliare, onde istruivasi il palazzo, -si trasportò nella sua casa di questa città e in quella di Genova; -ma a conservare gli eredati diritti vi mantenne un commissario per -amministrare la giustizia. - -Merita qui esser veduta la chiesa parrocchiale di S. Vincenzo, che -si vuole del secolo V, con cripta di stile lombardo, e dove si vede -il sepolcro del dottissimo cardinale Michelangelo Ricci, e tra gli -arredi una pianeta di forma greca a bei ricami, una pace d’argento -del XIV secolo, un calice egregiamente cesellato con molti giri di -santi raffigurati in ismalto, non che una croce grande con ornati e -figurine, lavorata per _Franciscum de Sancto Gregorio da Grabedona_. Nè -si dimentichi di osservare il battistero di Santa Maria del Tiglio, che -si pretende eretto dalla pia regina longobarda Teodolinda, alla quale -per altro si attribuiscono troppe cose, perchè vi si possa credere -sulla parola. Esso battistero è quadrilungo, con tre absidi pentagone -all’esterno e con campanile ottagono di bell’effetto, e internamente -ha una galleria nella parte superiore che lo gira tutt’all’intorno, -e le pareti lasciano intravvedere come già fossero tutte rivestite di -pitture. È qui dove esiste dipinta una Vergine col Bambino, or tutta -rovinata dal tempo, che l’Aimoin nel suo libro _De Gestis Francorum_, -afferma essere stata un tempo per più giorni sfolgorante di celeste -luce. — Oggidì sappiamo quanto valore si abbiano codeste storie e -miracoli, che preti ignoranti e pinzochere accreditano fra le zotiche -popolazioni, come che loro non paja bastevole la buona e sana dottrina -del Cristo a persuaderne la santità della religione. - -Agli amatori dell’arte si ponno additare altresì un buon quadro della -scuola del Guercino nella chiesa de’ Santi Gusmeo e Matteo; nella -vicina terra di Peglio vi hanno i dipinti di Gian Mauro della Rovere, -altro de’ Fiamminghini, che ho già mentovati, fra cui il proprio -ritratto nel battistero; una Madonna del far di Bernardino Luini, -una Santa Rosalia della scuola del Guercino, e minori pitture di un -Antonio Scherino del 1635, di Giovanni Valerio, del Rodriguez, del -Caracciolo di Vercana, terra di questi dintorni; oltre la _Via Crucis_ -e il Trionfo della Morte nell’ossario, dipinti nel 1715 da Alessandro -Valdini; e a Liro, ne’ cui monti scopronsi a Darenco, Caprico e Ledi -tre piccoli laghi; nella chiesa abbandonata di San Giacomo vi sono -affreschi che portano la data del 1412 e il nome di Bernardo Somassi, -al quale appartengono, e che metterebbe conto che fossero esaminati da -chi avesse a ritessere la storia dell’arte italiana, massime ne’ suoi -primi tempi. - -Sovra Gravedona i buoni passeggiatori non lasciano di montare al _Sasso -acuto_, picco, la cui forma è designata dal suo qualificativo, che ha -la vetta rilucente, ed ha sparso il cammino di lucide tormaline. - -Ma non volendoci adesso scostar dal lago, oltre Gravedona si distende, -come in un semicerchio, Domaso, che si presenta più bello e seducente -soggiorno se riguardi al suo vago prospetto ed all’attività de’ -suoi commerci; ma chi non è avvezzo ai troppo vivi scorrazzamenti -della _breva_, che sembra qui s’accolga, quasi l’antro di Eolo, per -poi sprigionarsene sul lago, s’accorge presto che non è sì grato il -dimorarvi. Da un’antica poesia di quell’Anton Maria Stampa che ho -ricordato nella passata escursione, e che il Cantù ha pubblicata, -raccogliesi che a que’ di Domaso venisse a’ suoi giorni appiccicato -vituperevole epiteto, per essere talun del paese trascorso ad alcun -atto d’empietà. Ecco i versi che vi fanno allusione: - - O signori, udite come - A Domaso sia rimaso - Quell’orrendo soprannome - Di cui fe’ poc’anzi acquisto, - Del mozzar le braccia a Cristo. - -Più avanti si incontra Gera, sito di pescatori, e più avanti ancora -Sórico; ma le scialbe faccie de’ suoi abitatori ne avvertono dell’aria -malsana a causa d’acque che vi stagnano; onde sarà bene che noi -retrocediamo, perocchè di malinconie il mio lettore non ha di certo -bisogno, e d’altronde da qui i canneti che vediamo ci annunciano presso -la fine del lago. - - - - -ESCURSIONE VENTESIMASECONDA. - -REGOLEDO. - - Olgiasca. — Piona e il suo lago. — Colico e i suoi padroni. - — Dorio, Carenno e Dervio. — Bellano. — Grossi e Boldoni. — - L’Orrido. — Il Sasso di Morcate. — Riva di Gittana. — Varenna. - — Albergo e villa Venini. — L’Uga e la Capuana. — Il Fiume - Latte. — Regoledo. - - -Poichè siamo a capo del lago, visitiamo rapidamente anche le altre -terre della sponda opposta a quella che abbiamo veduta. - -Prima si presenta Olgiasca; ma non ti rallegra: delle sue pietre -calcaree silicee si fecero le colonne di S. Lorenzo di Milano, e al -nostro tempo quelle dell’Arco del Sempione. Hai appena oltrepassato le -case, che vedi addentrarsi il villaggio di Piona, forse da Peonia de’ -Greci, che ha un piccolo ma pescoso lago, un vecchio ma bel monastero, -ed una chiesa che si pretende esistere fin dal sesto secolo, perchè -un’iscrizione che vi si lesse la disse consacrata da Sant’Agrippino nel -607. - -A poca distanza schierasi sul lido il paese di Colico, e le febbri -che vi dominano sembrano legittimare il suo nome. Ciò malgrado, è -attivissimo scalo, quivi mettendo capo i piroscafi che muovono da -Como e moltissime navi di mercanzia e i molti viaggiatori diretti al -paese di Chiavenna e di Valtellina; come le merci e i viaggiatori che -si dirigono da questi luoghi a Lecco, Como e Milano. Un dì fu contea -eretta dai Visconti pei Sanseverino; poi infeudata dal duca Lodovico -Sforza al proprio cameriere Giovanni Casati, che dovette in seguito -restituirla alla giurisdizione dei Comaschi, che provarono d’avervi -diritto. I Caldarini l’ebbero poscia da Carlo V; e dopo passò prima -ai Pusterla, quindi ad Anton Maria Quadrio e da ultimo a un Rubini di -Dervio. - -Si succedono a Colico tre altre terre con nomi grecanici, Dorio, -Corenno e Dervio, corrotti forse da Dori, Corinto e Delfo; -d’interessante, Corenno presenta un castello di spettanza dei conti -Andreani, e Dervio pure una rôcca di pittoresco effetto. - -Più assai offre argomento di intrattenerci la bella borgata di Bellano, -che vi tien dietro e già fu corte degli arcivescovi di Milano, come ce -lo fe’ sapere quel simpaticissimo ingegno, nativo di questo luogo, che -fu Tomaso Grossi, nel suo _Marco Visconti_. - -Ha bella chiesa del secolo XIV di stile lombardo, a fasce la facciata -di marmo bianco e nero, con bel finestrone rotondo nel mezzo recinto di -fogliami in terra cotta. Se ne dà merito a Giovan da Campione, Antonio -da Castellazzo e Cornelio da Osteno, i quali la architettarono. Or -s’è fatto un bel viale lungo il lago a comodo di passeggiata, e lo si -denominò dal sullodato concittadino poeta e notajo Tomaso Grossi, che -col Manzoni tenne per tanti anni in Milano il primato delle lettere -italiane, alle quali, oltre al _Marco Visconti_ summentovato, che sarà -sempre una bella e cara lettura, diede eziandio un poema dal titolo _I -Lombardi alla prima Crociata_, e le novelle patetiche _Ildegonda_, _La -Fuggitiva_ e _Ulrico e Lida_, nonchè crebbe dicevolmente la collana -de’ poeti vernacoli milanesi colla stessa _Fuggitiva_ in dialetto, -colla _Prineide_ e colla _Pioggia d’oro_[26]. Milano eresse alla sua -memoria una statua nel cortile del Palazzo di Brera, opera di Vincenzo -Vela, perocchè l’ebbe come suo per lunghissimo soggiorno; e Bellano ne -commise il busto allo scalpello di Antonio Tantardini, onde collocarlo -a capo del detto viale. Ma vorrei che l’obolo de’ suoi compaesani e -degli amici ed estimatori che già concorsero, affrettasse l’esecuzione -di questo che poi non è costosissimo monumento. Son già molt’anni che -se ne parla. - -Era pure di Bellano Sigismondo Boldoni, medico ed egregio latinista -e poeta del secolo XVII, avendo scritto in ottave la Caduta dei -Longobardi, e latinamente intorno agli avvenimenti del suo lago. - -Dalla Valsássina, che finisce a Bellano, giunge la Pioverna, torrente -che qui, gettandosi da un’altezza di forse sessanta metri, produce -un orrido cui traggon tutti a vedere. Quando il luogo di sua caduta -apparteneva alla famiglia Fumagalli, dalla quale ero considerato ne’ -miei giorni d’infanzia coll’affetto di figliuolo, e che io, dopo tanta -lontananza di tempo ho sempre nel cuore, su quell’abisso eravi un ponte -sospeso a catene, sul quale essendo, anche perchè paresse malfermo e -dondolasse, si rabbrividiva. - -Io non lo vidi, perchè già rotto nel 1816 da un masso che vi era -rovinato. - -Ora il luogo divenuto proprietà dei signori Gavazzi, questi -usufruttarono di quell’acqua per dar anima e moto ad officine, -setificî, lanificî, cartiere, laminatoi e mulini, essendo ora Bellano -uno de’ paesi del lago più industriosi. - -Poichè vi siamo presso, andiamo ora a vedere Varenna. - -Passiamo pel Sasso di Morcate, cui la mina ha squarciato le viscere, -per continuarvi la strada militare, e giungiamo alla Riva di Gittana, -di cui in addietro appena appena si sapeva da’ barcaiuoli il nome; non -adesso che da tutte parti vi arriva la gente per ascendere a Regoledo, -luogo silvestre non è gran tempo, divenuto oggidì uno de’ più popolati -ritrovi termali. - -Ma prima di ascendervi anche noi, proseguiamo a Varenna, che fu già -nella dipendenza degli arcivescovi di Milano. Già fiorente un dì, non -conta ora più di un migliaio di persone, ciò che non impedisce che viva -tuttavia sul labbro de’ suoi abitatori il ritornello che stereotipa il -carattere de’ suoi abitatori: - - Varenna su uno scoglio, - Del mio non ho, del tuo non voglio; - Ma piena son d’orgoglio. - -La grandiosa villa che quivi avevano gli Isimbardi fu ridotta ad -albergo; i Venini ve l’hanno ancora; il clima è più che proprio a -mantenervi anche fiori e piante esotiche. - -Poco discosta è la fonte Uga, che sgorga da un antro e trascorrendo -sotto di un pergolato di allori, scende e s’unisce alla cascata -artificiale della sottoposta Capuana. - -Finalmente si giunge alla cascata del Fiume Latte, le cui acque, -per un cammino lunghissimo entro le viscere del monte, si gittan poi -spumeggianti e fredde per un’altezza di trecento metri pei dirupi, e -dopo d’avere rumorosamente giovato a mulini, ad una fabbrica di vetri e -ad un filatojo, si confondono coll’acque del lago. - -Retrocediamo ora alla Riva di Gittana e saliamo a Regoledo. - -Chi parlava prima di Regoledo? Francesco Maglia di Milano, fabbricatore -di carta, ritrattosi dal commercio, che abbandonava a’ suoi figli, su -questa deliziosa e facile altura, che è di soli 225 metri sul livello -del mare, vi edificò coraggiosamente un vasto e comodo stabilimento -idroterapico. - -Superate le prime difficoltà che accompagnano sempre qualunque impresa -ardita, Regoledo è divenuta ora una stazione estiva di moda. La sua -posizione felice, il facile modo di giungervi, il buon trattamento, -tutti gli apparecchi e le innovazioni dell’idroterapia, e l’assistenza -d’un medico specialista, vi chiamano la più eletta compagnia, che anche -rinnovandosi, non perde mai di suo valore. - -Da qui si può muovere a stupende escursioni, oltre che sul lago, -anche per la Valsássina, sul Moncodine e sulla Grigna. La vegetazione -che circonda Regoledo è bella e perfino lussureggiante, le acque -son copiose, deliziosi i prospetti, l’aria pura ed eccellente; e -però s’anco il medico non lo ordini, pellegrinate ne’ mesi di luglio -e di agosto a Regoledo e vi ci starete, sotto tutti i riguardi, a -meraviglia. - - - - -ESCURSIONE VENTESIMATERZA. - -IL MERCATO DI LECCO. - - Vassena. — Limonta. — La Pietra Luna. — Civenna. — I Marroni. - — Perledo e la Regina Teodolinda. — Lierna. — Olcio. — Villa - Pini. — Mandello. — Abbadia. — La Gessima. — Lodovico Savelli. - — Le Caviate e la Maddalena. — La strada militare. — Onno. - — Parè. — Lecco. — Il Maglio. — Acquate e Pescarenico. — Il - Galeotto. — Il Mercato di Lecco. — Le _robiole_. — Gli alberghi - del _Leon d’Oro_ e della _Croce di Malta_. - - -Noi coglieremo un bel giorno di sabato del mese d’ottobre per -imbarcarci mattinieri sul piroscafo, che partito da Como, non va già, -come d’ordinario, a Colico, ma a Lecco, perchè a chi villeggia lungo -il Lario, come a chi villeggia nella Brianza superiore, il mercato che -si fa a quella piccola ma leggiadra città, è una delle imperscrittibili -mete alle eleganti escursioni. - -Noi abbiamo già dimezzato il cammino, ritrovandoci già oltre la punta -di Bellagio, ed entrati in quel ramo del lago che appunto s’incammina a -Lecco. - -E prima di scostarci da queste sponde, dopo la Sfondrata, oltre quel -gruppo di povere case che si intitola Vassena, il romanzo di Grossi, -che tutti abbiamo letto, ci suggerisce d’occuparci di Limonta, -“terricciuola, — è scritto nel Marco Visconti — pressochè ascosa -fra i castani al guardo di chi, spiccatosi dalla punta di Bellagio -per navigare verso Lecco, la cerca a mezza costa in faccia a Lierna. -Cominciando dall’ottavo secolo fino agli ultimi tempi che fur tolti -i feudi in Lombardia, essa fu soggetta al monastero di Sant’Ambrogio -di Milano, e l’abate, fra gli altri titoli, aveva quello di conte di -Limonta e di Civenna, terra più in alto, al lembo della Valassina.„ I -geologi e gli archeologi ricordano sovrastante a Limonta un masso del -volume di circa cinquanta metri cubi, che sembrerebbe rovinare ad ogni -più lieve scossa, ma che è sorretto invece da tre pietre della medesima -natura. Su questo trovante si leggono scolpite le lettere: - - P. L. D. B. - -che il chiarissimo archeologo cavaliere Bernardino Biondelli, -interpretò per _Pietra Luna di Bellagio_. Infatti si denomina _Pietra -Luna_ un tale trovante e lo si pretende una reliquia del culto celtico, -come qui dal linguaggio celtico si hanno più vestigia in molti nomi di -paesi e monti, come Grianta e Grosgalli. Completerò le notizie intorno -a questa minima terra, ricordando le cave di gesso che son proprio -a lido, e quelle di marmo nero sul fianco del monte; onde gli scoppi -delle mine destano frequentemente gli echi di quest’ultimo contrafforto -delle Alpi; e per coloro che sono alquanto più epicurei, ricordando che -il luogo è celebre pe’ suoi saporiti marroni. Anche la vicina terra di -Civenna divide una tale gustosa particolarità, che un giorno era tutto -a profitto dei detti monaci di Sant’Ambrogio. Qual gaudente non si -sarebbe fatto monaco allora? Le più belle ville, le leccornie migliori, -privilegi d’ogni sorta, immunità, tutto era per essi. - -La citazione del Grossi rammenta Lierna che sta in faccia a Limonta, ed -è paese su’ cui greppi soprastanti si fanno vini che dicono buoni per -chi patisce di gotta e di calcoli, mali oramai resi troppo comuni. - -Più in alto è Perledo, da dove si ha una magnifica vista. Lassù, dicesi -dalla tradizione che la Regina Teodolinda — la quale in tutta questa -parte di Lombardia si ha tutti i momenti e per tutte le occasioni alla -mano —, dopo d’avere abdicato in favore del figlio Adaloaldo, s’avesse -a ritirare per ivi passare nella quiete i vecchi giorni[27]. - -Su questa riva orientale, dopo Lierna, si incontra Olcio, ove si scava -pure marmo nero, del quale parte va alla fabbrica del duomo di Como; -quindi si arriva a Mandello, grosso paese, dove il palazzo Airoldi, ora -Pini, contavasi fra i più suntuosi del lago. - -Oltre Mandello è l’Abbadia, così chiamata per una antica badia che fu -prima de’ Benedettini, e quindi de’ Servi di Maria, e vi son case di -villeggiatura. Più avanti, verso Lecco, è la Gessima, luogo brullo -e sassoso, che trae forse il suo nome dalla roccia propria a far -gesso, e va ricordato da Paolo Giovio pel fatto miserando intervenuto -a Lodovico Savelli, che, essendosi inerpicato per questa scogliera, -scivolatogli il piè, e giù rovinando, potè nella caduta avvinghiarsi -ad un ramo sporgente e colà vi stette, colla forza dell’istinto che -ognuno ha della propria conservazione, per ben cinque ore; finchè, più -non potendovisi sostenere e mancategli le forze, stremate vieppiù dalla -sferza del sole, malgrado che que’ terrieri, inorriditi spettatori di -quella scena, gli avessero disposto sotto letti di felci, di strame e -di materassi, giù lasciandosi andare, prima di toccar terra s’era già -reso cadavere. — Seguono le Caviate e poi la Maddalena, casali ultimi -che rompono l’uniformità della strada militare, la quale da Lecco -dirigesi a Colico e che corre tra il lago e la montagna brulla, cui di -tratto in tratto ha squarciate, per aprirsi il varco, le pendici. - -Sull’opposta riva, rimpetto a Mandello, sorge il paesello di Onno, -dove a notte le ardenti fornaci ti dicono che vi si produce calce; -poscia Parè, sovra cui spuntano que’ picchi che si chiamano i _Corni di -Canzo_, perchè dall’opposto versante sogguardano la grossa borgata di -Canzo, e che stando sui bastioni di Milano, in una limpida giornata, -si veggono a incitamento de’ molti che vi traggono a passare alle -lietissime falde le autunnali vacanze. - -Ma ritraversiamo lo sguardo: Lecco c’è in faccia; la campanella del -piroscafo ci annunzia che ci accostiamo al lido. - -Entrati in questo bel bacino tutto recinto di monti, non è possibile -non ripetere mentalmente il saluto a questi luoghi, che leggemmo nel -capitolo VIII dei _Promessi Sposi_: “Addio, montagne sorgenti dalle -acque ed erette al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra -voi, e impresse nella sua mente non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi -più famigliari; torrenti, de’ quali egli distingue lo scroscio come il -suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, -come branco di pecore pascenti; addio!„ - -Con questa soave reminiscenza di Manzoni vi ho invitato a guardare -tutto l’ameno territorio, che sembra, pei tanti paesi che si succedono -senza interruzione, una sola città, fin su a Laorca, da dove per un -risvolto di via si entra nella Valsássina. - -Ma che è codesto cupo e cadenzato rumore — potrà chiedere il lettore -che mai non fu a Lecco — che s’intende lontano? — Gli risponderò coi -superbi versi di Foscolo, che fu in questi luoghi ad ispirarsi, e ch’io -spicco al _Carme delle Grazie_, e il quale tutto spira attica fragranza -e venustà: - - Come quando più gajo Euro provóca - Sull’alba il queto Lario e a quel sussurro - Canta il nocchiero, allegransi i propinqui - Lïuti e molle il flauto si duole - D’innamorati giovani e di ninfe - Sulle gondole erranti; e dalla sponda - Risponde il pastorel colla sua piva. - Per entro i colli rintronano i corni - Terror del capriol, mentre in cadenza - Di Lecco il maglio, domator del bronzo, - Fuma dagli antri ardenti; stupefatto - Pende le reti il pescatore, ed ode. - -È dunque il maglio delle officine di ferro di Castello e San Giovanni, -il cui martellare mi svegliava nel religioso efebeo a’ giorni della mia -adolescenza. - -È, fra tutti i paesi che vedete sparpagliati in questo bel pendio -fiancheggiato dal monte di San Martino e dal Resegone, che stanno -Acquate all’insù, a lido Pescarenico, ove seguirono tante interessanti -scene del romanzo del sommo nostro Manzoni, fatto così popolare che -non v’abbia persona che, giungendo a Lecco, non s’informi d’ogni -luogo in quel libro mentovato. E così pure domanda ognuno dove sia il -_Galeotto_, bella palazzina dove il Manzoni appunto dimorò tanto tempo -quando attendeva a scrivere questa sua opera d’oro, e che sta a mano -destra di Lecco, a poco più d’un quarto di miglia. - -Ma via, scendiamo dal battello che è approdato, tocchiamo la terra -che ha tenuto parola al vaticinio di questo illustre scrittore, -affrettandosi a diventare città; e la è infatti per attività di -commerci, se non per ampiezza, e mettiamoci nel mercato, che già ferve -da più ore. - -Gentili signore e molte nostre cittadine conoscenze lo percorrono su -e giù. A che mai son venuti? Quale attrattiva li ha chiamati? Non è -già la brama di ammirarne le derrate e le merci esposte; chi mai ad -esse ha pensato? Per quanto siano peregrine le _robiole_ o cacini -di Introbbio, che Valsássina vi spedisce, non son esse di certo per -cui sono accorse. Ma per che dunque? La voga. È detto che il mercato -di Lecco sia una gran cosa, massime a’ sabati d’ottobre, e ognun vi -corre che stia in villa, o lungo il lago, o nel vicino Pian d’Erba, o -nella restante Brianza superiore. Gli è che ognuno serve di spettacolo -all’altro: giugne una carrozza, ne giugne un’altra; gli uni attendono -a vederne scendere gli altri; son persone che si conoscono, che si -salutano, che si stringono la mano, si baciano, si scambiano notizie e -complimenti; poi a braccetto si passeggia a veder altri, poi si parla -e si sparla di tutto; si ingombra il caffè; si impegna a fermarsi per -la sera al teatro, che per consueto ha in autunno buona compagnia di -canto; poi, se sì, si va all’albergo, il _Leon d’Oro_ o la _Croce di -Malta_, forniti d’ogni comodità; se no, dopo un pajo d’ore, chi rimonta -in carrozza, chi riascende il vapore; gli uni vanno di qua, gli altri -di là, tutti ritornano alle loro ville a diffondere alla loro volta le -notizie e i pettegolezzi uditi, e a domandarsi spesso: ma infine, che -cosa v’era a Lecco? Perchè vi ci si va? — e malgrado che la risposta -che ognuno si dà a sè stesso non contenga grande costrutto, pure il -sabato successivo vi si ritorna. Andatevi dunque anche voi, o miei -cortesi lettori. - - -ESCURSIONE VENTESIMAQUARTA. - -VALMADRERA. - - Malgrate. — Gli etimologisti. — Casa Agudio e i suoi ospiti - illustri. — La chiesa parrocchiale e il pittore Cornienti. — - Valmadrera. — La Chiesa. — Il trovante utilizzato. — Le Cappelle - della _Via Crucis_. — La villa del signor Egidio Gavazzi. — La - villa del signor Pietro Gavazzi. - - -Essendomi proposto di condurre il mio lettore dal lago di Como al Pian -d’Erba, dopo il mercato di Lecco non l’obbligherò a rifar la via del -lago; ma traversatolo in carrozza sul bel ponte di sotto il quale esce -l’Adda, volgiam verso Malgrate che fronteggia Lecco, dove sono belle -ville, e il colle o promontorio che si spinge nel lago, il qual si -mostra tutto verdeggiante pei giardini che vi si adagiano. Sul vertice -di esso si signoreggia tutto il vaghissimo territorio; e presso vi sono -sparse altre case signorili e ville, e il tenere de’ Fate-bene-fratelli -di Milano, che qui, come a Valmadrera, vi ereditarono dai Mandelli. - -Sempre quegli eterni etimologisti pretendono far credere che Grato -si chiamasse prima questa terra, ma che per una immane strage che vi -fecero i Comaschi nel 1126, mutasse in quello di Malgrate il nome; non -altrimenti, per l’opposto, era accaduto a Malevento ne’ primi tempi -della romana repubblica che una fortunata battaglia facesse alla città -cangiare il nome in Benevento, che serba tuttavia. - -In Malgrate han casa gli Agudio, ed era in essa che Giuseppe Parini, -ospite del canonico Candido Agudio, scriveva gran parte del suo poema -_Il Giorno_. Anche il poeta vernacolo Balestrieri, vi fu ospite -festeggiato e vi conduceva la traduzione in versi milanesi della -_Gerusalemme_ del Tasso; nè certo vi sarà rimasta muta la musa del -fecondissimo abate Passeroni, che pur vi conveniva. - -Nella chiesa parrocchiale, che sta nella parte più alta del paese, -cerchiamovi i due bei dipinti di Cherubino Cornienti, rappresentanti -l’Annunciazione della Vergine e la Natività, e vedendoli, si sente -maggiore il rammarico che sì giovane ne sia stato il loro autore rapito -da morte. - -Lasciato Malgrate, poco avanti si vede a man destra, ed adagiata sulle -pendici boscose del monte, Valmadrera. È un grosso borgo industrioso -per fiorenti setificî, massime quello de’ fratelli Gavazzi, e per -ottima calce che vi si cava; e l’attenzione e curiosità vi son deste -per una bella chiesa, sacra a Sant’Antonio, architettata nel 1814 da -Simone Cantoni, con modificazioni dell’ingegnere Bovara di Lecco, -e nella quale sono affreschi pregevolissimi di Luigi Sabatelli da -Firenze, che vi dipinse la visione dell’Apocalisse, ed un quadro antico -del Lomazzo; un Cristo e Sant’Antonio, scolture di B. Cacciatori; e -per le magnifiche villeggiature del signor Egidio e del signor Pietro -Gavazzi, a non dir di qualche altra del pari interessante. Nè van -dimenticate le cappelle della _Via Crucis_, di cui due condotte pure -a buon fresco dall’egregio pittore Vitale Sala da Cernusco Lombardone, -che in queste parti lasciò altre memorie del suo vigoroso pennello. - -Nella chiesa, oltre i suddetti affreschi del Sabatelli, merita essere -ricordato che le quattro colonne di granito, del diametro ciascuna di -metri due e mezzo e dell’altezza di metri ventisette, che sorreggono -il cornicione e la vôlta a mo’ di cupola o lucernario, si sono tratte -da un trovante ch’era sul monte di Valmadrera, a 1200 piedi sul livello -del lago, che equivale a 1854 su quello del mare. - -Nella villa dei signori fratelli Gavazzi poi molte altre ragioni vi -sono di curioso interesse. - -A parte la bella posizione sua, che dovette indubbiamente costare -assai al suo proprietario, per superare le difficoltà della roccia e -l’ineguaglianza del terreno; tanto la casa, o grandioso palazzo che dir -si dovrebbe, quanto il giardino, sono d’una vaghezza incomparabile. E -siccome non tutto boscoso è il monte che serve di sfondo, ma v’è anche -molta scogliera nuda; così tutta questa delizia si direbbe suscitata -dalla magica bacchetta d’una benefica fata, e il vario genere vi crea -il più grazioso contrasto. - -L’arte addita nell’unito oratorio, che è una rotonda d’ordine corintio, -un monumento eretto alla memoria di Giuseppe Maria Gavazzi, lodevole -opera di Benedetto Cacciatori, e un quadro pure lodevolissimo di -Giuseppe Sabatelli. - -Nel giardino è un bel laghetto, perocchè l’acqua vi accresca vita -e bellezza: vi sono profonde e spaziose grotte, chioschi eleganti -e capanne da pastore, macchie d’alberelli, sabbiosi sentieri, -tappeti erbosi, piante peregrine e fiori; tutto insomma disposto con -meravigliosa sagacità e buon gusto. - -Presso alla sala da pranzo e da essa, mediante un’acconcia vetriata, -si vede il giardino detto d’inverno, dove sono adunate piante e fiori, -che sappiano anche nella stagione inclemente fare di sè bella mostra. -Abbandono il pensiero di venir passando in rassegna le varie peregrine -vegetazioni per tema di voler parere botanico, non lo essendo. Noto per -altro e le stufe opportunamente erette a grandi vetriate col sistema -dell’ingegnere Balzaretti, che nel giardinaggio è veramente maestro, e -la bella fontana. - -Se, in una parola, il lettore vorrà veramente pellegrinare a -Valmadrera, pria d’entrare al vicino Pian d’Erba, vedrà che la villa -dei signori fratelli Gavazzi sorpasserà di molto quell’aspettazione che -le mie povere e disadorne parole gli avranno per avventura ispirata. - -Non si diparta allora da quella borgata senza visitare anche l’altra -villa del signor Pietro Gavazzi. Dal suo belvedere, che domina -il grazioso palazzo, gli verrà dato di ammirare un leggiadrissimo -panorama, di genere affatto diverso da quelli che, dai culmini che già -abbiamo insieme ascesi, ci accadde di vedere spiegati avanti di noi. - - - - -ESCURSIONE VENTESIMAQUINTA. - -IL MONTE BARO. - - Bartesate, Villavergano, Figina. — La casa degli Umiliati. — - Ello. — Ville Prinetti, Annoni, De’ Vecchi. — La villa Paolina. - — La Bellavista del signor Cereda. — Galbiate. — Palazzi - Brioschi e Ballabio. — La villa Sanchioli e l’eco polisillabo. - — Case Curti e Riva. — La chiesa di S. Michele. — La lapide - di piazza. — Il Monte Baro. — Fiabe archeologiche. — L’effigie - immobile. — La Rôcca di Re Desiderio. — La fanciulla nel pozzo. - — Il Monte delle Crocette. - - -Essere in questi dintorni, sentirsi di buona gamba e volontà di veder -cose nuove e provar grate emozioni, e non ascendere a Monte Baro, è -pressochè impossibile. Pellegriniamovi noi pure, amico lettore, più -fortunati se avremo con noi, e meglio ancora se ci saranno compagne -le signore, perchè allora più lieta, svariata e simpatica ci parrà la -gita. - -Eleggiamo la via di Galbiate, che tornerà men faticosa. E tuttavia -questo bel paese è sul ciglio del monte; ma appunto per questo sarà più -divertente l’escursione nostra. - -Mano mano che si ascende, l’orizzonte si allarga. Il ridentissimo -bacino dell’antico Éupili si distende innanzi a noi. È dall’alto -che terrem conto di tutto; intanto le terre che su questo monte, -o piuttosto collina si veggono, sono Bartesate e Villavergano; più -sopra Figina, ove si vede una casa che apparteneva agli Umiliati, e -quindi Ello, che conta diverse villeggiature amenissime de’ Prinetti, -dell’Annoni, del signor Pasquale de’ Vecchi, la villa Paolina, -fabbricata dal general Pino, e quella dei Riva, che ha un giardino -da cui si vede da una parte l’Adda e dall’altra il Pian d’Erba, -e sovratutto quella che già fu del signor Bonomi ed ora è passata -all’ingegnere Cereda, che per me ha la più simpatica postura della -Brianza, come quella che sorga sulla parte più alta e libera del paese -e domini tutto un meraviglioso orizzonte di monti e di colli, di laghi, -di paesi. L’han detta _La Bellavista_; ma siccome è un nome affibbiato -troppo comunemente tra noi a qualunque luogo che appena abbia una -spanna di prospetto o di sfondo, così non rende tutto l’incanto che -realmente possiede. Ben architettato e comodo ne è il palazzo, e -stupendamente da natura mosso e accidentato il giardino, anzi parco che -le sta intorno, ricco di boschetti e rarità botaniche; insomma un vero -Eden. - -Giunti a Galbiate, ci accorgiamo come questo colle separi la valle -dell’Adda da quella dell’Éupili; perocchè dall’opposto versante veggasi -appunto quel fiume, che uscito tale di sotto del ponte di Lecco, -rasenta Olginate e va giù a Brivio. Il duplice orizzonte è pertanto un -pregio di poche località; godiamolo nel mentre raccogliamo il vigore -per compiere la gita montana che abbiamo intrapresa. Guardando giù -per la parte donde siamo venuti, vediamo tutta una serie di laghetti: -quel d’Oggionno e quel d’Annone, che ne è appena diviso da una lingua -di terra che chiaman Isella; quindi quel di Pusiano, poscia a mano -manca quel più piccolo di Alserio. Senza molto dubitare si può essere -indotti a credere che un dì fossero tutti uniti in un sol lago, che -Plinio denomina l’Éupili, e dal quale esce il Lambro, ch’egli chiama il -_Flumen frigidum_, fiume freddo, che ha le proprie scaturigini tra le -montagne della Vallassina. - -In Galbiate poi, passando innanzi a bellissime case e palazzi, si è -tratti a chiedere a chi appartengano: e si sa che sono proprietarî -i Brioschi d’un palazzo, che sta sulla piazza della chiesa, con -magnifiche sale ed ampie cantine, e che già fu del barone Pietro -Custodi, il continuatore della _Storia di Milano_ di P. Verri e il -dotto economista; d’altro i Ballabio, con magnifico giardino verso -Oggionno, e dove si incominciarono scene dolorose di domestico dramma, -nel quale era catastrofe l’affogamento d’un bambino e scena ultima -la Corte delle Assise di Milano per lo snaturato suo padre; quindi la -villa Sanchioli, dove esiste un eco polisillabo, che ripete persino un -intero endecasillabo, e le case de’ Curti e dei Riva. - -Se accadrà al lettore di tornare altra volta in Galbiate, perchè oggi -siam diretti a Monte Baro, girando intorno al colle verso la parte -della valle dell’Adda, non lasci di visitare la chiesa di San Michele -che sta sul pendio verso Lecco. La sua fondazione è attribuita a -Desiderio, l’ultimo re longobardo, e vi godrà di altro nuovo orizzonte, -perchè si vedrà in faccia tutto il territorio di Lecco e il corso -serpeggiante dell’Adda. - -Prima di lasciare Galbiate, decifriamo la lapide che si vede sulla -piazza della chiesa. - -Essa suona così: - - Libertas - Quæ toto non bene venditur auro - Labore lite prætio parta - Galbiatensi viciniæ ac finitimis oppidis - Regia concessione firmata tandem arrisit - Felix dies XVII junii anni MDCLXXI. - Que infeudationis ac omnis inferioris judicii - excusso onere - Populus hic sub potentiss. regis Hispaniarum - Vicaria potestate nempe mediolanensis Senatus - Se immediate redegit. - Tantæ exemptionis memoriæ - Quam Francisci Georgii Ottolini - Regiæ ducalis Cameræ notarii - Autentica scripta privatim asservant - Hujus lapidis retentivæ custodiæ - Publice resignantur - Die XVIII septembris anno MDCLXXI[28]. - -Così impariamo che Galbiate, ch’era una volta dipendenza del feudatario -della Pieve d’Oggionno, ebbe a comperare a’ 17 giugno 1671 la propria -emancipazione. - -Ora ripigliamo la strada pel monte Baro. Essa è montuosa, ma non aspra, -e presto vi si arriva. - -Figuratevi quanto s’esercitasse l’erudizione intorno a questo monte! -S’è detto prima che su questa sua vetta, dove noi ci troviamo adesso, -vi fosse nientemeno che una città e che questa si denominasse Bara, -i cui abitanti andassero poi a fondare Bergamo. Gli è tutto un sogno -codesto, chè nulla rimase che dia presa soltanto ad argomentare che -qualche fondamento avesse di verità, dove s’eccettui il nome del monte. -Ma pure i barbassori che misero innanzi tal fiaba, sono nientemeno -che Plinio il Vecchio, il quale per altro ciò afferma sulla fede di un -vecchio autore, che dice essere Catone. E a Bara e da’ suoi abitatori -si vuole discesa tutta la famiglia briantea. - -Non so poi davvero di qual ragione possa valere a rafforzare questa -pretesa la tradizione di quella vecchia e rozza effigie che si venerava -quassù, e che essendosi tentata da’ divoti di rimovere, onde porla -in luogo più dicevole ed accessibile, non solo non vi riuscirono, ma -rimasero colpiti da cecità. Ciò riferirebbesi ad êra cristiana. Quella -effigie fu rivolta a culto cristiano, e quei di Galbiate vi eressero -anzi una chiesa, nel 1480, che poi ebbero i Francescani, i quali vi -studiarono la riforma del loro ordine, e vi stettero finchè Giuseppe -II, nel 1810, volle sbarazzarsi di frati e di conventi. - -Qui sul monte vuolsi ancora che re Desiderio vi avesse una rôcca; e -qui davanti alla chiesa, non fan più di quattr’anni, che in quel pozzo -che vi si vede, precipitasse un’inconscia fanciulla, credendo riparare -entro il recinto di muro dalla furia d’una buféra. Dicono vi rimanesse -inavvertita ben sette giorni, a capo de’ quali, venuti per cagion d’una -festa gli apparatori e udendo ascendere da quella profondità un gemito, -calati dentro vi rinvenissero viva ancora, sebbene intirizzita, la -poveretta che sopravisse con meraviglia di tutti. - -La vista da questa altura è maravigliosa, più che per la sua estensione -— perchè da oriente è arrestata dalle vette de’ monti che le stanno in -faccia, — per la sua vaghezza. Le digradanti colline che le stan sotto, -i laghi che sembrano gli bacino i piedi, quel di Lecco e l’Adda da una -parte, e quei di Oggionno e d’Annone dall’altra; gli altri leggiadri -bacini, la miriade di paeselli e di casali disseminati per la valle -dell’Adda e dell’Éupili, prestano allo sguardo uno di que’ panorami che -a parole mal si sanno descrivere. - -Una bella selva di faggi sussiste ancora, entro cui i buoni Francescani -s’erano aperta un’incantevole via, che se serviva di delizioso -passeggio a que’ frati, or vale a riposo di chi pellegrina a questa -vetta. - -Più su si sale al cocuzzolo del monte, dove furono infisse nel suolo -tre crocette, che si veggono stando al basso della valle e che a -quel più alto vertice fan dare il nome di Monte delle Crocette. Ivi -naturalmente si allarga ancor più l’orizzonte e spazia vieppiù la -vista. - -Ma l’ora si è fatta alta, e la salita, l’aria sottile del monte ci -hanno reso acuto l’appetito; mano alle provvigioni. Non dimentichi il -lettore la purissima linfa del monte, e con Properzio gridi a chi lo -serve: - - _Et puris manibus sumite fontis aquam._ - - - - -ESCURSIONE VENTESIMASESTA. - -LA VALLE DELL’ORO. - - Corni di Canzo. — Civate. — Il monastero benedettino. — Il re - Desiderio e Adelchi. — La tradizione del miracolo. — La Valle - dell’Oro. — Barzaguta. — La cascata. - - -Come già notai in una precedente escursione, anche dai bastioni -orientali della nostra Milano, fra quella lunga fila di montagne di -cerulea lontananza che contermina l’orizzonte, si distingue quel monte -che elevandosi in due acute punte, vien detto dei _Corni di Canzo_, -dal bel paese che loro dà il nome, e che divide la Brianza dalla -Vallassina. Era ad essi che Giovanni Torti, il poeta della _Torre di -Capua_ e dei versi che Manzoni additava come _pochi ma valenti_, faceva -cenno in questi: - - O selvose montagne, o gioghi erbosi, - O di lontan sovreminenti al verde - Cornuti massi, o dolce aere vitale... - -Come appendice di questo monte, si protende un bel declivio che vien -morendo in riva al lago di Annone. Su questo allegro pendío si posa il -villaggio di Civate, o Clivate, come appellavasi in addietro, derivando -la propria denominazione dalla sua stessa postura. - -Fu già Civate una grossa terra, che v’ha chi pretende perfino essere -stata una piccola città, argomentando da alcune vicinanze, come -_Borneu_, che vorrebbe dire Borgo nuovo, Castello o Castelnovo e la -Selva di Diana. Certo in tempi meno rimoti fu signoria degli Abbati -Commendatori del monastero benedettino de’ SS. Pietro e Calocero, il -quale sorge a mezzo del monte che sovraggiudica il paese stesso, e la -storia e la tradizione hanno lasciato e all’eremo ed alla chiesa tutto -ancora quell’interesse che pur l’avevano allorquando l’abbazia era nel -pieno suo fiore. - -Per chi amasse conoscere per filo e per segno della origine del -cenobio e della chiesa, degli scrittori che ne han parlato, fra’ quali -Tristano Calco ed il Fiamma, Bernardino Corio e Ripamonti, per non -dire dei tanti altri, farà bene a consultare le _Memorie storiche_ che -pubblicava l’abate Longoni[29]. - -Tutti i cronisti, scrive codesto autore, citando il Corio, concordano -quindi nell’affermare che Desiderio, l’ultimo re longobardo, innalzasse -la chiesa di S. Pietro per compiere il voto per la guarigione del -figlio Adalgisio od Adelchi, come lo chiama il Manzoni. Desiderio amava -oltremodo questo suo figlio, che viene dipinto da Paolo il Diacono, da -Varnefrido e da Manzoni stesso come duce valoroso; e lo avea in tanta -considerazione, da chiamarlo a parte del regno, dividendo con esso lui -gli onori ed il peso della corona. - -Il Corio narra come Desiderio, dopo la sconfitta avuta da Adriano a -Spoleto, oppure, come meglio si vuole, dopo la fuga e la rotta de’ -Longobardi dispersi dall’esercito franco, si ritirasse colle sue -genti ne’ monti della Brianza ad un luogo detto Montebaro, dove si -fortificasse in modo che di un monte solitario fosse divenuta una vera -città opulenta. È quindi probabilissimo, inferisce il Longoni, che -trovandosi in que’ luoghi andasse a caccia per quei circonvicini monti, -che a quell’epoca erano per le folte selve abbondanti di selvaggina, -e che abbattutosi Algiso in qualche fiera, che viene chiamata nelle -cronache porco selvatico (cinghiale), o fosse assalito da essa, o -nell’ucciderla restasse offeso dalle armi proprie o da quelle di -altro cacciatore di lui seguace. Forse i monaci Benedettini, che si -erano già sparsi nell’Italia e stabiliti negli eremi i più solitari, -soccorsero il giovane Algiso o Adelchi nella sua sventura e lo -curarono con affetto; per cui re Desiderio, mosso dalla premura da essi -addimostrata, fece loro erigere una chiesa più vasta di quella di San -Benedetto, che forse già esisteva, e la dotò di beni. - -Ma il Corio stesso riferiva supposizione diversa, quella cioè che il -Fiamma aveva diggià udito. - -“Questo tempio fece edificare Desiderio a similitudine della Chiesa -Pontificale in Roma. Et la cagione intervenne che, andando un dì -Algisio, suo figliuolo, con assai comitiva et gran numero di carri alla -caccia di porci (cignali) su quel monte dove è edificato il tempio, a -caso ferendo un porco, di subito, per divina volontà, divenne cieco. -La qual cosa intendendo il padre il votò a S. Pietro ad honore di -cui, al figliuolo essendo ritornato il vedere, nel monte predetto -fece edificare il memorato tempio e quello dotò di honoranti redditi, -siccome nei suoi privilegi si contiene e per li quali si vede ancora la -indulgenza che Adriano pontefice gli concesse.„ - -La quale opinione dello storico milanese riceve il suo valore dalla -popolare tradizione che ancora sussiste: perocchè i molti devoti che -traggono a quella chiesa sogliano lavare gli occhi in una fonte di -acqua viva che scaturisce presso alla stessa, e che pretendono sia pur -quella che rese la vista all’infelice Adelchi. - -Ma che c’entrano, chiederà il lettore, tutte queste leggende colla -Valle dell’Oro, di cui vi siete proposto di dire? - -— C’entrano sì, o discreto lettore. - -Perocchè, se visitando il Pian d’Erba, piace a te per avventura fra le -cose meglio interessanti salire a que’ venerabili avanzi dell’antico, -dove tanta storia di nostra casa si può imparare, e sarà certo fra’ -tuoi migliori partiti che ti allegrino il delizioso soggiorno, una -delle due vie che vi conduce, transita appunto per la piccola Valle -che si denomina dell’Oro; ed io, ponendoti al giorno della pietosa -tradizione che ancor ripetesi dalla buona gente della montagna, ho -pensato meglio invaghirti a salire per l’erta scabrosa, prendendo -quel sentiero che parte da Civate, anzi che dal più agiato viottolo -che dalla Croce così detta di Pieve mette fra dirupi e cespugli alla -medesima meta. - - [Illustrazione: Valle dell’Oro.] - -L’orrido pittoresco della Valle dell’Oro è del più bello artistico -che immaginare si possa. Perchè chiamata dell’Oro, non è presto -detto, variando al proposito le sentenze. V’ha chi attribuisce questo -nome alle molte piante d’alloro di cui tutta quanta era un tempo -disseminata; v’ha chi pensa esistesse un giorno qualche aurifera -miniera, ma di traccie non se ne riscontrano; v’ha chi poi lo vorrebbe -derivare — e potrebbe essere probabile — dal cognome di alcuna famiglia -che là ebbe un giorno a possedere. Ma di siffatte investigazioni non -credo possa venirne utile a chichessia e però passo oltre. - -Presso al poggio, designato da quei del paese col nome di _Barzaguta_ -(balza acuta), si discende verso un torrente, le cui acque nella caduta -mettono in movimento mulini e filatoi. Poco dopo ne si para dinanzi una -magnifica cascata, quella appunto di che or ti si offre il disegno. -Il fondo di questa incantevole scena è costituito da due altissime e -smisurate roccie, e le acque, precipitando spumeggianti e rumorose, -formano nel letto del torrente un bel bacino. Al piede di esso l’occhio -si perde in una gola oscura, attonito dapprima per le dirupate frane -e pei pensili massi che sembrano ad ogni istante rovinare, e se mai -ti piglia il talento di ascendere al sommo della cascata, una rozza -gradinata praticata nella roccia ti agevola la salita. - -Oh sì, fra tanto frastuono delle acque cadenti, e fatto maggiore dagli -echi che si ripercuotono, l’anima nostra è compresa da un insolito -sentimento fra la meraviglia e l’orrore; gli svariati effetti di luce, -le tinte ora cariche, ora sfumanti della intera scena, e quelle ombre, -che i pittori chiamerebbero _portate_, e il cupo verde de’ cespugli, -e il gruppo degli alberi, e l’enormità de’ macigni, ne ingigantiscono -così quelle sensazioni che ognun si sente quasi incatenato al luogo e -mal si sa togliersi di colà. - -Il geologo poi in quest’orrido della Valle dell’Oro studia uno dei -fatti più curiosi della sua scienza; cioè il gran banco madreporico, -anzi muraglia di corallo che si stende per tutta la Lombardia, dove -mal distinto dalla dolomia bianca e grigia che può dirsi azoica, dove -conservando le forme di polipaio. - -Valle dell’Oro è pur chiamato quel povero gruppo di capanne, al quale -scorge il sentiero che percorre la costa della rupe, e se il cammino -scabroso ti ha fatto stanco, una polla di limpida e fresc’acqua -colà ritrovi che ti ristora dall’arsura e ti fa cuore a terminare -l’aggradevole pellegrinaggio. - - - - -ESCURSIONE VENTESIMASETTIMA. - -LA CASA DEL PARINI. - - Annone. — La Squadra dei Mauri. — Suello. — Cesana e San Fermo. — - Bosisio. — La Chiesa e l’Oratorio — Casa Banfi. — Monumento ad - Appiani e Parini. — Uno stregone dei tempi antichi. — La casa - del Parini. — Lapide commemorativa. — Onta lavata. - - -Discendendo dall’altura di Civate, rasentati i laghi d’Oggionno e di -Annone, de’ quali il lettore s’è già intrattenuto per averli veduti -dalle vette di Galbiate e di Monte Baro, pigliamo la via che mena a -Bosisio, chè oggi la nostra escursione è un caro pellegrinaggio alla -casa in cui nacque quell’intemerato intelletto di Giuseppe Parini, che -fu tanto lume delle italiane lettere e che si recò a sommo di gloria il -poter dire di sè: - - Io volsi - L’Itale Muse a render saggi e buoni - I cittadini miei[30]. - -Vediamo da lungi Annone, che dà nome al lago, ma che non ha importanza -speciale, malgrado la bella chiesa che vi sorge su disegno del Bovara, -di stile jonico. E ad Annone dicono sia venuto il nome da uno dei -trenta duchi longobardi. Se sul Monte Baro e in Civate la tradizione -ricorda la presenza in questi luoghi di Desiderio e di Algiso, nulla di -più facile che anche un altro duce di loro razza sia qui stato e abbia -lasciato a’ posteri memoria di sè in questo paese. - -A mano destra, e addossata alla montagna, è quella parte di territorio -che si denomina ancora la _Squadra dei Mauri_, e anche qui la -tradizione spiega la denominazione, pretendendo stabilita qui una -colonia di Mori... ma in qual tempo? Se ne tolgono d’impaccio questi -fabbricatori di storia, rispondendo: al tempo delle invasioni, che io -mal saprei definire ancora quando fosse, ignorando davvero che i Mori -facessero mai invasioni nelle nostre parti e molto meno in queste. -Compresa in tale Squadra è Cesana o San Fermo, come più propriamente si -nomina, terra vaghissima e ferace, e che si han più dati per ritenere -che avesse un giorno una maggiore importanza. - -Poi via trascorriamo Suello, e di contro a Cesana, pria di giungere a -Pusiano, volgiamo a manca, e dopo breve cammino, girando pur alquanto -intorno al lago di Pusiano, salutiamo Bosisio. - -Un dì, e non è molto, era poverissima terra; ora il comune è de’ -più ricchi, grazie alle torbiere che si trovano sul suo, e che gli -fruttarono e fruttano tuttavia una ingente moneta. Ogni fuoco di questo -paese ha diritto ad una parte di torba; nè avviene qui ciò che altrove -di queste parti si lamenta, che cioè i nullatenenti e i vagabondi si -caccino nell’altrui per i boschi a far legna. E sovrabbonda in tanta -quantità la torba, che ne può esser venduta con larghissimo ed annual -beneficio. - -Tuttavia, malgrado l’antica povertà, non era l’arte nome affatto -straniero in Bosisio, se nella sua chiesa parrocchiale ti veniva -mostrata come preziosità una tavola dipinta da Gaudenzio Ferrari, una -tela di quel più recente ma esimio artista Vitale Sala, di cui vedemmo -già a Valmadrera due freschi, ed un’altra del Narducci nell’Oratorio di -casa Appiani, architettato dal valente Moraglia, dove era un bellissimo -quadro del sullodato Vitale Sala, rappresentante l’Annunciazione di -Maria Vergine; e finalmente nella casa del signor Banfi, dove io fui -l’ospite benvenuto nel 1845, si trovava che il colto proprietario aveva -nel suo grazioso giardino, che digradava al lago di Pusiano, eretto -monumento a due illustri che da Bosisio eran partiti a far parlar -alto di sè stessi il mondo; ad Andrea Appiani, giustamente chiamato -il _Pittor delle Grazie_, ed a Giuseppe Parini. E siffatta reverenza -dimostrava il Banfi quando non s’era per anco da alcuno pensato a -mettere pure una pietra commemorativa là dove l’illustre Poeta era nato -ed aveva abitato; e su di quel monumento scolpiva i versi di lui, ne’ -quali entrambi sono così rammentati, e son questi: - - Te di stirpe gentile - E me di casa popolar, cred’io, - Dall’Éupili natio, - Come fortuna variò di stile, - Guidaron gli avi nostri - De la città fra i clamorosi chiostri. - E noi dall’onde pure, - Dal chiaro cielo e da quell’aere vivo - Seme portammo attivo - Pronto a lavarne da le genti oscure, - Tu Appiani col pennello, - Ed io col plettro seguitando il bello[31]. - -Dirò di più a chiarire la noncuranza. In quell’occasione mi rammento -che, visitato per la prima volta il Pian d’Erba, all’incantevole -vista de’ suoi facili colli, de’ suoi ridenti paesi, de’ tranquilli -suoi laghi, m’erano venuti spontanei sul labbro i versi del cantore -del _Giorno_, della satira mordace e potente, ma elegante e in guanti -gialli, che così questi suoi luoghi salutava, quando, stomacato della -vita politica e cittadina, faceva ad essi ritorno: - - Colli beati e placidi - Che il vago Éupili mio - Cingete con dolcissimo - Insensibil pendio, - Dal bel rapir mi sento - Che natura vi diè, - Ed esule contento - A voi rivolgo il piè[32]. - -E allora, trovandomi a Bosisio, andai percorrendo tutto il paese, -cercando quale delle umili casette che lo costituivano sarebbe stata -quella in cui schiuso aveva gli occhi alla vita il grande poeta; e come -che nessuna mi paresse tale da invitarmi a chiedere se quella fosse, -una comare, cui finalmente mi rivolsi perchè il mio desiderio facesse -pago, incominciò a sbarrarmi gli occhi in faccia, maravigliata dallo -intendere il nome di Parini; poi, quasi vergognando ch’io, straniero, -fossi di lei più esperto del paese, come se raccogliesse in quel punto -tutte le sue memorie, finì col dirmi sbadatamente: - -— Sì, sì; era uno stregone dei tempi antichi. - -Quindi, crollando il capo, mi significò che di più non avrebbe saputo -aggiungervi, e molto meno dove fosse la casa de’ suoi padri. - -Povero Parini! Uno stregone! - - [Illustrazione: Casa del Parini.] - -Pure la natale casetta scoprii finalmente a furia d’inchieste -e d’induzioni; nè presi errore, da che due anni dopo, quando il -sentimento della italiana rigenerazione parlò potente al cuore di -tutti, e cercavamo raffermarci ne’ propositi santi e generosi col -rimettere in onore le glorie del paese, e massime quelle che avevano -gittato negli animi nostri il germe di essi, nelle opere del loro -ingegno a noi lasciate, si impose il nome di Parini alla via dove -sorgeva, e su di essa, in una solenne festa, fra un concorso infinito -di popolo e di villani che non avevano mai sognato prima chi si fosse -e pur allora ne capivano verbo, e fra letture di prose e di versi in -onore di lui, fu collocata una lapide che recava sculte le seguenti -parole: - - A GIUSEPPE PARINI - GLORIA DELL’INGEGNO LOMBARDO - CHE NUOVI SENTIERI APRÌ - ALL’ITALICA POESIA - E LA FE’ POTENTE INTERPRETE - D’ALTI PENSIERI E DI SDEGNI MAGNANIMI - DERISOR SUBLIME DE’ FIACCHI COSTUMI - BANDITOR SINCERO DELLE VERITÀ PIÙ UTILI - MAESTRO D’UNO STILE PELLEGRINO TEMPERATO - CHE OBBEDISCE AL CONCETTO E GLI CRESCE ENERGIA - ALCUNI ESTIMATORI - PERCHÈ QUI DOVE POVERAMENTE NACQUE - E PRIMA S’ISPIRÒ NEL RISO - DI CIEL SÌ LIETO - ABBIA IL NOME DI LUI PERENNE OSSEQUIO - P. NEL MDCCCXLVII. - -L’iscrizione, a mio avviso, avrebbe fatto meglio ad essere più concisa, -e ricordar invece il dì in cui il grande cittadino e poeta nasceva. -Avrebbe almen giovato a qualche cosa. - -Ad ogni modo la generazione presente ha lavata l’onta che Foscolo -gittava al volto della città che l’ospitava, ch’egli acremente chiamava -ne’ _Sepolcri_ - - lasciva - D’evirati cantori allevatrice, - -perchè non ombra, non pietra, non parola avesse posto a Parini: Milano, -nel suo palazzo di Brera, rizzavagli maestoso monumento, affiggeva -memore lapide sulla casa che l’aveva albergato e dava il nome di lui ad -una nuova sua via. - - - - -ESCURSIONE VENTESIMOTTAVA. - -L’ISOLA DE’ CIPRESSI. - - Il lago di Pusiano. — Il primo battello a vapore in Italia. — Un - mio processo. — Armi di pietra e palafitte lacustri. — Pusiano. - — Villa Conti. — Scene di superstizione. — La Processione - del Venerdì Santo. — L’Isola de’ Cipressi. — Il romanzo di - Bertolotti. - - -Se vivo ancor fosse quell’eccellente uomo di Banfi, presso cui, vi -dissi, ospitai nel 1845, non rifacendo più la via che ne condusse -a Bosisio, dal giardino suo saremmo montati nella barchetta che vi -stava legata, per pigliare il largo su questo lieto e tranquillo lago -di Pusiano, onde condurci al paese che sta quasi di fronte e che gli -diede il nome; ma di lui non resta che la buona memoria in chi lo -conobbe d’anima aperta e cortese. Qui s’era ritirato a fruire d’una -vita calma, dopo aver assistito a’ burrascosi avvenimenti che chiusero -l’êra napoleonica e condussero sciaguratamente in Lombardia l’austriaca -dominazione, che le pesò sul collo per quarantacinque anni; qui gli -consolava gli estremi giorni l’amore d’una figliuola e qui costei vi -soggiorna ora colla corona de’ suoi figliuoli. - -Ritorniamo adunque per la strada primitiva. In pochi minuti il lago ci -riappare. - -Il suo bacino non è grande siccome un giorno, quando abbracciava tutto -quello spazio che segnano da una parte il lago, ora detto d’Oggionno, -e dall’altra quello d’Alserio; esso è quanto avanza del vecchio Éupili; -ma se ha perduto in vastità, ha guadagnato, a mio credere, in vaghezza. -Dall’una sponda corre l’occhio all’altra, e tutti si veggono e contano -i paesi che vi seggono in riva e lo circondan dappresso. - -È inoltre pescoso, e vi si raccolgono specialmente anguille e lucci, -tinche e barbi, arborelle e carpi, e vi si potrebbe ottenere di meglio, -se la piscicoltura non fosse tra noi sì poco curata, o se fosse vissuto -più a lungo quel Giuseppe Conti, che qui con molto amore la coltivava. - -Fu su questo lago che, nel 1820, per la prima volta in Italia fu -visto un battello a vapore; ma al sospettoso governo d’allora, a -quel governo che giunse a farmi sul serio un processo criminale nel -1855, per _perturbazione della pubblica tranquillità contro il nesso -politico dell’impero_ (!), per avere scritto che il finale del terzo -atto del _Profeta_ di Meyerbeer era una _ladra cosa_, essendosi capito -ch’io aveva voluto alludere all’inno nazionale austriaco di Haydn, -da cui quel finale aveva tolto qualche nota; a quel governo parve che -il battello a vapore potesse essere invece qualche macchinazione che -coprisse mene di carbonari; e il battello un bel dì fu riportato via. - -La scienza ha intorno a questo lago fatto qualche scoperta importante. -Da un opuscolo pubblicato da quel dotto naturalista che è Antonio -Villa, e che ha per titolo: _Gite malacologiche e geologiche nella -Brianza e nei dintorni di Lecco_, negli _Atti della Società italiana -di scienze naturali_ (vol. IV, fasc. 6, 1863); non che dal _Fotografo_ -del 2 agosto 1856, in un articolo dei fratelli Antonio e G. B. Villa, -rilevai come nella torba di Bosisio venne trovata dal signor Federico -Landriani, alla profondità di circa tre metri dalla superficie, una -scure riferibile, secondo l’archeologo prof. Biondelli, ai tempi del -primo secolo dell’Impero Romano, di buon metallo e ben lavorato; e -meglio ancora si rinvennero diverse punte di freccia, dell’epoca dei -Galli Celti, di silice, e quindi della più remota antichità, quando -cioè ancora non si conosceva l’arte di lavorare in ferro. Freccie di -pietra silice si rinvennero anche nelle torbiere del lago, nel luogo -detto Comarchia, assieme ad altri arnesi; e l’abate prof. Antonio -Stoppani, presso a quest’Isola de’ Cipressi, nello stesso bacino -del lago, trovò indizi di palafitte, ciò che potrà fornir lume a chi -s’intrattiene intorno alle abitazioni lacustri degli antichi popoli. - -A capo del lago siede la terra di Pusiano. Il palazzo che vi si vede -d’una architettura secentista, apparteneva ai marchesi Carpani; poi -fu comperato dall’Arciduca Ferdinando d’Austria, che di questi luoghi -si piaceva e vi veniva a villeggiare; e da ultimo venne alle mani de’ -signori Conti, che vi aprirono una capace filanda. Apparteneva ad essi -anche il lago, dal quale ho già detto esce il Lambro presso Mojana, che -poco prima vi si era intromesso, ed ora è stato acquistato dal Comune -di Bosisio. - -Altro d’interessante non saprei trovare in Pusiano oltre i suoi -bellissimi dintorni, dove non fosse che per segnalare la buona fede e -l’ignoranza de’ suoi terrieri sfruttata da’ chiesastri, che alle spalle -d’una _Teresotta_, volgarmente conosciuta sotto il nome di _Calimera_ -e d’una sua sorella, _Angiolina_, che danno a bere d’essere ispirate -da Dio, e tenute per sante, le si lasciano catechizzare in piazza e -nella parrocchia, e per le quali traggono credenzoni da tante parti -a portarvi regali e denaro, che scialano in pranzi ed in gallorie. -Qual meraviglia allora che ivi pure si creda alla ciurmeria d’un’altra -santocchia, nomata _Peppinetta_, che fa credere di vivere senza bisogno -di nutrimento? Di queste tre, la più _astuta_ è la _santa Calimera_ -(la serva del Curato), e come tale è anche la prediletta, ed ogni anno -viene, con pubblica solennità, sposata a Gesù Cristo. Ella è poi quella -che ha saputo e sa infondere tale fanatismo nelle masse ignoranti, -che guai a chi osasse dir male di lei: quello sarebbe un uomo perduto, -come lo fu un certo Bosisio, di Morchiuso, che, ad istigazione degli -aderenti di quella santa, molti vogliono che sia stato ammazzato in -mezzo ad una campagna, quantunque i partigiani della _santa_ andassero, -come vanno tuttavia gridando che sia morto di coléra fulminante. Tanto -è vero quanto cantò Lucrezio: - - _Religio peperit scelerosa atque impia facta._ - -Compirò il quadro della superstizione che qui ha attecchito, riferendo -i particolari fornitimi da un mio caro amico della processione del -Venerdì Santo, da lui veduta nell’anno 1870, e che ha la somiglianza -tutta d’una indecente mascherata. - -La processione veniva aperta da un picchetto di guardia nazionale, che -a giusto titolo dovrebbe chiamarsi _guardia del sepolcro_, perocchè -all’infuori di questo giorno essa non esista che sui ruoli. — La musica -d’Asso, dall’uniforme inglese, dalle spalline di maggiore, dall’elmo -polacco e dalla durlindana di dragone, la seguiva facendo risuonare -l’aere di mesti concenti e di marcie funebri. — Subito dopo veniva -la Confraternita di bianco e rosso vestita, tenendosi in mezzo qual -prigioniero un eremita, che, mi si dice, rappresenti S. Miro. — Poi una -miriade di angioletti, portanti ciascuno una lunga asta, in cima alla -quale vi sono i diversi arnesi della passione, vale a dire, tamburo, -dadi, martello, tenaglie, chiodi, corona di spine, spugna, ecc. ecc., -insomma una bottega ambulante di giocattoli. — Coperta la faccia di un -fitto velo, ed a piedi nudi imbrattati di fango, e di qualche altra -cosa, un _ex gendarme austriaco_ faceva da Cireneo, portandosi sulle -spalle una pesantissima croce. - -Qui faccio una digressione per dire che per avere l’onore di -rappresentare il Cireneo e portare la croce, si tiene un’asta pubblica, -che in quest’anno subì un forte ribasso, e fruttò alla Santa Bottega -soltanto L. 5.20, ultima offerta fatta dall’_ex gendarme_, mentre -l’anno antecedente fu deliberata ad un pizzicagnolo per lire 20. - -Ora torniamo alla processione. — Il Cireneo ex gendarme, che un tempo -scortava gli altri, quel venerdì era egli scortato da molti Giudei, -faccie proibite, dalla barba posticcia, e vestiti alla spagnuola con -elmo romano, meno uno che invece dell’elmo ha creduto meglio mettersi -un kepì della nostra artiglieria. Alcuni di questi moderni Giudei -tenevano le loro lancie rivolte con posa comica, mimica e tragica al -Cireneo, nella tema che fuggisse per le campagne col dolce peso dei -due travi formanti una croce; ed il rimanente appuntava le proprie -lancie contro un uomo tutto vestito di rosso, dai capegli e barba di -canapa, dai piedi scalzi trascinantesi una grossa catena, che, se non -vado errato, doveva essere tolta poche ore prima dalla greppia di una -stalla. Costui raffigurava il Cristo che saliva il Golgota, ma non era -il Cristo falegname, bensì un Cristo ciabattino. - -Seguiva il Cristo un’altra Confraternita con alla testa S. Carlo in -abito vescovile ed armato di pastorale. Alla Confraternita tenevan -dietro alcuni vessilli neri, ed il _Velo del tempio_, portati da uomini -vestiti in nero. - -Un’altra musica, quella del signor Perego di Cremnago, faceva eco alla -prima coi suoi funerei concenti. Intanto i preti esilarati da quella -musica intuonavano e cantavano il _Vexilla regis prodeunt_. - -Sotto poi un elegante baldacchino veniva portato da quattro uomini, -vestiti alla foggia di sacerdoti pagani, il cadavere di Cristo, di modo -che nella stessa processione vi si vedevano due Cristi: vivo l’uno, -l’altro morto. - -Le tre Marie seguivano la bara, e dietro ad esse si scorgeva un nugolo -di Santi, tutti in costume, e tra questi qualcuno di mia conoscenza, -cioè, S. Luigi Gonzaga, S. Ambrogio, S. Maria Maddalena, S. Caterina da -Siena, S. Margherita da Cortona, ecc. ecc. - -Quella però che ha fatto destare maggiore ilarità nel pubblico profano, -e che, _incredibile dictu_, ha fatto ridere la stessa Madonna Assunta -che le stava di dietro, fu Santa Rita, la quale sentendosi pungere le -tempie dalla corona di spine che cingevale la testa, dimenticava la -propria santità, e, come gli altri mortali, mandò acuti lai, infino -a che gliela accomodarono per benino ed in modo da non risentirne più -dolore. - -Chiudevano il corteo tutte le Madonne e gli Angeli d’ogni specie. -L’Assunta la vedevi colle braccia alzate ed in atto di volare al cielo. -L’Addolorata, con sette pugnali nel petto, teneva lo sguardo rivolto a -terra, ed era immersa in profondo dolore. L’Immacolata tutta sorridente -mostrava d’essere in un’estasi paradisiaca. - -La processione ritornò in chiesa, e poco dopo il Cireneo, il Cristo, -i Giudei, gli Angioli, i Santi e le Madonne ridiventarono semplici -mortali, contenti di aver dato alla Santa Bottega il loro obolo per -aver fatto la loro parte in commedia. - -Innanzi a tutte queste giullerie, indegne dell’età presente, d’una cosa -almeno si ha diritto di chiedere: e l’autorità intanto che fa? - -Era peccato che su queste sponde del lago non vi fossero belle -imbarcazioni, onde mai non vi si vedessero sopra signori a diporto. -Era appena se si poteva trovare qualche barchetta da pescatore per -remigare all’isola de’ Cipressi, che unica sta nel mezzo di esso e che -abbiamo eletta per iscopo della presente escursione. A cotale difetto -pensò rimediare il Comune di Bosisio, che, volgendo la ricchezza -procacciatagli dalla torba a migliorare le proprie sorti, vi stabilì -eleganti navicelli che invitano ad ascendervi. - -Voghiamo quindi adesso a questa graziosa isoletta. Non ha che -l’estensione di ventiquattro antiche pertiche. Gli alti cipressi e -pioppi, che si vedono sorgere come dall’onde, vi vennero piantati verso -il 1770 dal proprietario di essa, marchese Molo, onde assunse il nome -da quelli alberi, l’Isola de’ Cipressi. Il sullodato signor Giuseppe -Conti, che vi fu dopo il proprietario, non son molt’anni ne aveva -all’estremità praticato un taglio per istabilirvi un vivajo di pesci, -studiosissimo com’era, e come più sopra ricordai, di piscicoltura. -Nell’isola, del resto non si vedono ora particolarità maggiori delle -ombre amiche che invitano a riposo nelle ore più calde del giorno: -_frigus captabis opacum_, e dell’indistinto piacere che si prova di -ritrovarsi in piccol luogo tutto recinto dalle acque. - -Da qui tuttavia, Davide Bertolotti, sentimentale scrittore e poeta, -immaginò un suo gentile romanzo, che intitolò appunto _L’Isola de’ -Cipressi_. - -Il Comune di Bosisio non farebbe, credo io, opera vana ed infeconda, -traendo maggior profitto dalla bella isoletta, erigendovi qualche -casetta e trattoria. Sarebbe certo attrattiva maggiore a visitarla, -sarebbe richiamo pei villeggianti, che ne farebbero meta di passeggiata -e di divertimento. Sapere, come adesso si sa, che nell’isola non -c’è albergo, a pochi entra in capo di andarvi. Le vaghissime isole -del Verbano, perchè fornite di case e di alberghi, sono da tutti -frequentate e levate a cielo, come gemme di quelle acque; e perchè non -lo potrebbe essere di queste l’Isola de’ Cipressi? - - [Illustrazione: Isola dei Cipressi.] - - - - -ESCURSIONE VENTESIMANONA. - -IL BEL DOSSO. - - Corneno. — La _Cà di strii_. — Villa Besana. — Galliano. — - Carella. — Mariaga. — Alpe di Carella. — Il Bel Dosso. — Villa - Graziani. — Longone. — Osteria. — La Malpensata. — Penzano. — - Bindella. — Villa Galimberti. — Proserpio. — Villa Baroggi. — - Inarca. - - -Or lasciamo la vettura e camminiamo su queste magnifiche alture che -seguono dopo Pusiano. - -Il primo paese che veggiamo è Corneno. Bella è la sua posizione e con -qualche buona casa. Isolata ne sorge una, proprietà dei signori Conti, -intorno alla quale corrono le più strambe dicerie. Vuolsi dal volgo -che il diavolo vi faccia a fidanza, che s’odan la notte strascico di -catene e lamenti; chi ne fornisce una storia, chi l’altra: certo si -è che rimase il palazzo, a cui fu appiccicato il nome di _Palazzo del -diavolo_, od anche di _Cà di strii_, molto tempo senza essere abitato, -malgrado la felicissima sua situazione e la vista che vi si gode. - -Io raccolsi la tradizione, e ne feci subbietto d’un racconto nella -mia opera delle _Tradizioni e leggende di Lombardia_; epperò, a non -copiarmi, rimanderò il lettore a quel mio libro, s’egli ne voglia -sapere di più. Anche adesso la _Cà di strii_ non è abitata, ma mi -fu detto che i suoi proprietarî abbian di meglio per villeggiare, -nè quindi si cerchino di dare una smentita, col soggiornarvi, alle -vecchie ed insulse ubbíe del paese. Nella villa Besana, ora proprietà -del dottore Strambio, ed un tempo del pittore Andrea Appiani, su d’un -camino, in una sala, l’illustre pittore disegnò col carbone _Amore che -incatena il Tempo colle rose_, il qual disegno si conserva tuttavia -difeso da cornice. - -Segue Galliano, terricciuola ove son case e giardini signorili. Nel -grandioso giardino attinente l’ampia casa del milanese Paolo Biffi, -notabilità della confetteria e pasticceria, che qui or passa i suoi -vecchi giorni, veggonsi vecchie torri, istoriate da Giovanni Biffi -nella sua narrazione _La Ghita del Carrobio_. In molta prossimità di -Galliano trovansi i villaggi di Carella e Mariaga, pur onorati di -case di villeggiatura. Dietro a questi si distendono ridenti valli -intersecate da acque correnti, ed è in mezzo d’una di esse che la sua -vita d’artista e di poeta passò qualche tempo quel vivace scrittore che -è Antonio Ghislanzoni, togliendo a pigione una villetta, cui veramente -poteva dire _parva sed apta mihi_; e là fui a trovarlo, sempre -constatandogli il buon umore e la vena pronta ai motti, ai frizzi, -alle piccanti osservazioni. È di là che mandava a Verdi, a Petrella -e ad altri maestri i suoi libretti, di là i suoi articoli di critica -musicale al giornale di Ricordi; di là i suoi romanzetti scherzevoli -che ne han fatto di lui il nostro ameno Paul de Kock. - -Sopra queste alte vallate s’alza l’Alpe di Carella, che si può senza -molta fatica ascendere e da dove si corre coll’occhio per un piano -tutto sparso di paesi e di ville, fino a distinguere la freccia -dell’aguglia del Duomo milanese, e più in là tutta la valle del Ticino. - -Io invece non abuserò delle gambe del lettore e, fattolo uscire da -Galliano a una decina di minuti di cammino, batteremo alla porta del -_Bel Dosso_, alla villeggiatura principesca di Francesco Graziani, -il baritono dalla simpaticissima voce, che adoperò a raggranellar -un’ingente fortuna, massime cantando per molti anni di seguito a -Pietroburgo e Londra, e per la quale potè comperarsi questo superbo -ritiro, che prima aveva appartenuto a due miei amici, che morte rapì -nel fiore della loro età e delle speranze, voglio dire Giuseppe Galli -e l’avvocato Paolo Emilio Beretta. Il Graziani vi spese d’aggiunta -un’ingente somma ad abbellirla, a dotarla d’ogni comodità; dirò di più, -a fregiare la casa di ricca e preziosa suppellettile, perocchè, fra le -altre sale, una ne vidi con mobili intarsiati di malachite e con tavolo -tutto di questa pietra; ma il meglio della villa esisteva già, e questo -meglio è la sua posizione che la rende superiore a tutte l’altre, è -l’essere sulla punta di un promontorio, per il che le è dato di tutte -ammirare da un lato le bellezze del bacino dell’Éupili, ossia de’ laghi -che già abbiamo veduti, e dall’altro quelle non minori del Pian d’Erba. - -Dal Bel Dosso si entra nel paese di Longone, dove qualche tempo fa -si trovò un’ara coll’iscrizione: _Herculi invicto V. S. L. M; L. -Domitius Germanus salvo patrono_. Essa fu portata nel giardino della -villa Traversi a Desio. Qui a Longone raccomando l’osteria del paese, -dove chi cerca appagar l’appetito con cibi casalinghi vi è di certo -soddisfattissimo. Spesso l’osteria di Longone è il convegno de’ signori -del Pian d’Erba, a colazioni e pranzi, massime se si possa contare su -qualche lepre che vi si cucina a perfezione. Più sotto è Bindella con -migliore orizzonte, di poco diverso da quello del Bel Dosso, con villa -de’ Galimberti. Nel vicino Penzano due altri egregi artisti, i conjugi -Agostino Dell’Armi e Luigia Ponti, si procacciarono una comoda villa. - -La strada di Longone, che dovremo rimontare per fare una corsa a -Canzo ed Asso, ha principio alla Malpensata, dove riesce la strada -provinciale che viene da Inverigo, per tripartirsi, procedendosi per -un ramo a Pusiano e Lecco, per un altro ad Erba e per il terzo alla -Vallassina. Qui presso al ponte della Malpensata si rinvennero sepolcri -romani colla marca del figulino _R. I. D._ e vasi di terra contenenti -uno specchio metallico, armille, braccialetti e monete dell’epoca -imperiale. - -Arrestandoci per questa escursione a Longone, è impossibile che -non montiamo al vicino villaggio di Proserpio, dove han villa gli -Staurenghi, ora de’ Baroggi. Di qui era l’avv. Pietro Staurenghi, -presso il quale crebbi all’avvocatura, e dove più d’una volta ebbi -cortese ospitalità. - -Facile è correre colla mente a pensare che Proserpio derivi da -Proserpina, la Iddia infernale, che gli scrittori dicono avesse qui -delubro e culto. - -Rammento che il mio maestro ed amico, quando mi ebbe in sua casa, -mi condusse alla non lontana Inarca, breve accolta di casolari che -riguardano verso il lago Segrino, ma che nondimeno ha un superbo -orizzonte. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMA. - -LA VALLASSINA. - - Il lago Segrino. — Canzo. — Il Vespetrò. — I Corni. — La fontana - del Gajumo. — La cascata della Vallategna. — Il torcitojo - Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. — Asso. — Lapide - antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. — Pagnano, Fraino, - Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. — Lasnigo. — Le donne della - valle. — Le serve. — Onno. — San Carlo e la sua mula. - - -Lasciato addietro Longone, e mettendoci per la bella e spaziosa via, -che da pochi anni fu compiuta, che scorge alla Vallassina, vediamo -subito il Segrino e lo rasentiamo in tutta la sua lunghezza, che -non è molta. Questi eterni chiaccheroni, che sono gli etimologisti, -vorrebbero che il nome venisse a questo lago dal francese _chagrin_, -affanno, quasi che il bacino sia tristo e malinconico. Piacemi -rispondere ad essi anzi tutto che non potei mai comprendere per qual -ragione si ostinino a dir tristo questo lago. Se non è tutt’all’intorno -popolato di villaggi e palazzi, solo a capo del medesimo vedendovisi -abitato, non significa per ciò solo che lo si debba condannare. Se in -luogo del dosso verde e boscoso, che sta dalla riva opposta a quella -che noi percorriamo, sorgessero picchi nudi e ferruginosi, potrebbesi -aver ragione; ma quando invece questo bacino è tutt’all’intorno lieto -di verzura, quantunque solitario, non può dirsi tale da meritarsi -titolo di affannoso. Oltre di ciò, qual bisogno vi sarebbe stato di -tôrre a prestanza al linguaggio francese un vocabolo per battezzarlo? -Segrino finalmente si legge scritto in documenti antichi assai più -della venuta de’ Francesi in Lombardia ai tempi di Carlo VIII, e quindi -Segrino sarà un nome come qualunque altro, e se si sottrae diversamente -all’interpretazione, segue la sorte della maggior parte degli altri -nomi di laghi e di paesi. - -Oltre questo lago ci troviamo a capo del bivio in cui si scinde la -strada della Vallassina; perocchè vediamo l’altra via che mette -a Pontelambro, e che faremo noi pure al ritorno della presente -escursione. - -Dopo due corte miglia da Longone, ci si affaccia Canzo. È borgata -abbastanza grossa, che ha molte case di villeggiatura, sì che in questo -tempo di autunno vi si vegga una vera colonia milanese; tanto così che -venne eretto un teatro, dove si canta l’opera o si recita la commedia -con affluenza di pubblico, e vi si fanno liete feste di ballo. Così -popolato è sempre a sera il caffè, come di giorno frequenti sono gli -equipaggi che da’ paesi circonvicini traggono a scopo di visita o di -passeggiata. Famoso è poi il _vespetrò_ che vi si fabbrica, liquore che -arieggia la _chartreuse_ di Grenoble, la quale ci giunge di Francia e -che è sì ricerca e gustata. - -Succedono, al fianco destro di Canzo, i _Corni_, acuti picchi -altissimi, a metri 1385 sul livello del mare, che a Milano, come già -notai, si veggono; ma colla loro nudità non aggiungono tristezza, -e solo formano contrasto col resto, che è tutto lussureggiante di -vegetazione. - -Erano un dì rinomate le saje di Canzo che vi si fabbricavano; poi -prevalse la seta, e vi ebbero e vi hanno filande e filatoj i Verza ed i -Gavazzi. - -Traggono quei del paese, a titolo di divozione, a San Miro, che fu -nativo di questo borgo, nella prima domenica di agosto, alla sagra che -in onore di questo santo si celebra nel luogo solitario e alpestre che -vien detto la _Fontana del Gajumo_. Come accade in simili circostanze, -si merenda colà allegramente e la divozione si muta in un vero -divertimento. - -Dopo Canzo, seguendo il corso della via che conduce ad Asso, il tuo -cuore si esilara subito in questa nuova e vaghissima valle, dove si -presenta al manco lato Asso, il non men bello paese da cui prende -il nome tutto quell’importante territorio che si appella appunto -Vallassina, e che si vede, come scena teatrale, posar sul fianco del -burrone entro cui rumoreggia il Lambro, che non vi ha molto lontana la -sua scaturigine. - -La cascata della Vallategna, balzante a picco da erta rupe, sulla cui -vetta fa leggiadramente capolino il grande torcitojo dei signori Verza, -spruzza nella sua caduta, colle sue spume minutissime come atomi di -polve, a molti passi i viandanti. Altre cascatelle scendono giù dai -monti selvosi, che quantunque restringano l’orizzonte, pure non tolgono -bellezza alla graziosa valle, i cui facili e verdi declivî si avvivano -di grotte e di abituri, di ville e casali, ed è dimezzata dal Lambro -che vi scorre. Dall’opposta sponda è Scarenna, sopra la quale vi viene -additata la Casa dell’eremita, ove è fama che sul finir del duodecimo -secolo vivesse appunto un sant’uomo che s’era dato ad istruire la -puerizia e contasse fra i suoi alunni anche quel Miro, che fu poi santo -egli pure e che ho mentovato più sopra. - -Pochi passi e siamo ad Asso, il cui nome si suol dedurre dal celtico -_as_, significante sorgente. Ebbe, ne’ tempi efferati, castello di -cui non esiste che la torre in rovina. Un’altra torre, arnese di -guerra, era quella che fu poi convertita in campanile della chiesa -prepositurale. - -Era Asso una delle Pievi che componevano la Martesana; a’ tempi -pagani ebbe culto per Asclepio, nome greco di Esculapio, e forse da -Asclepio derivò il nome suo, avendosene dagli antiquarî ad argomento -l’iscrizione romana trovata in Vallassina fra Onno e Vassena, e che fu -letta così dal dotto archeologo Giovanni Labus - - Genio Asclepii - Lucius Plinius - Burrus et F. Plinius - Ternus votum solvunt. - -Nel medio evo fu Asso, come tutta la Vallassina, della mensa -arcivescovile di Milano. Allo spirare della signoria de’ Visconti -ne appare infeudato Facino Cane, celebre capitano di ventura e primo -marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, poi l’altro capitano -Luigi del Verme e via via altri. Ebbe però governo proprio e statuto -indipendente sino all’editto 16 maggio 1765, in cui la Vallassina venne -incorporata al ducato di Milano. - - [Illustrazione: Ponte Oscuro.] - -Visitando Asso, veggasi la prepositurale, dove son dipinti egregiamente -i Misteri del rosario, ed è di Giulio Cesare Campi una pala -rappresentante l’Annunciazione. Qui pure sonvi signorili famiglie, tra -cui i Romagnoli, i Magnocavallo, i Merzario, i Mazza, per non dire di -tutti, ecc. - -Gli è da Asso per Sormanno e per Rezzago che le allegre comitive, messe -insieme dai paesi circonvicini, precedute da fanfare e ribechini, -ascendevano, più frequenti in passato, per il piano del Tivano, e -correvano a vedere quell’imbuto conosciuto sotto il nome del Buco della -Nicolina, dove, provenienti dalle ville del lago di Como, pur salivano -per l’opposto versante altre liete brigatelle a convegno concertato -alla città, e da cui entrambe non si toglievano che a notte fra lo -splendore delle faci resinose, come ho già fatto noto nell’apposita -escursione. - -Fuori appena di Asso, il pittorico è ancor maggiore; perocchè, oltre -le diverse intonazioni risultanti da’ caseggiati civili a’ rustici -commisti, oltre le torri ed i villaggi sovrastanti di Pagnano e di -Fraino ed i verdi altipiani di Caglio e di Gemù, ti si para subito -davanti una scena di bell’effetto nella vista del Ponte Oscuro, che -a certa altezza si gitta da un masso all’altro della roccia, su cui -corre la via che scorge a Valbrona e sotto cui, tra grossi ciottoli e -pietre staccate dalle pareti o rotolate dalle acque, scorre il Lambro, -dinanzi al quale sembra la roccia si sia aperta e divisa per aprirgli -il passaggio. - -A che i pittori e i _toristi_ nostri, domando io, vanno cercando alla -Svizzera scene e paesaggi per i loro quadri, per le loro impressioni, -se la nostra Lombardia e i monti dell’alta nostra Brianza ponno -loro offerirne di solenni e di belle, di svariate, e di ispiratrici -egualmente? - -A chi volesse deliziarsi di maravigliosi punti di vista; a chi -amasse gli erbosi altipiani alternare a’ villaggi, e a’ rugiadosi e -impervi sentieri preferisse ampio e regolare cammino, io consiglierei -volontieri di eleggere la recente strada che traversa tutta la -Vallassina per il corso di ben dieci miglia e riesce a Bellagio, uno -de’ più ameni paesi del Lario. Uscita appena dagli anfratti di Asso, -quella strada ritorna ampia e comoda per Lasnigo, ove hanno villa i -Rusconi ed altri, ed è prosecuzione di quella che dalla Malpensata -conduce, per Longone, a Canzo ed Asso. - -Visitando la Vallassina, a questa vaghezza di natura inanimata, altre -ne troverà della animata il lettore; e senza dire degli uomini d’un -ingegno svegliato, industriosi ed ospitali, i quali più spesso cercando -fortuna al di fuori e colà eziandio stabilendosi, non crebbero guari -fortuna al loro luogo nativo, accennerò delle donne col giudizio che -ne reca un non sospetto autore, l’oblato prevosto Vincenzo Mazza di -Lasnigo, autore d’una storia manoscritta della Valle, veduta dal Cantù. -Esse gli parvero modelli, come di avvenenza, così di costumatezza; -sobrie, pudiche, casalinghe, matronali sì da rimovere qualsiasi licenza -d’atti e di parole, e le fanciulle sanno all’uopo difendersi cogli -zoccoli, con sassi e colle spadine che portano come un’aureola in capo. -E poichè e alla città e altrove si ha tanto difetto di buone serventi, -il buon prevosto vi fa sapere come le donne della Vallassina sieno -ricercate come fantesche, nè v’abbia esempio che una sia stata espulsa -da una casa. Non ho voluto dimenticare questa particolarità della -Vallassina, perocchè ogni dì più cresca il lamento per la mancanza -di buone serventi. Gli aumentati opificî e la corruzione cittadina e -campagnola hanno distratto moltissime di queste donne dal mestiere del -servire che un dì pareva loro sì profittevole cosa. - -Se a riposarsi di tratto in tratto dal cammino avvenga di interrogare -quella buona gente alpestre, s’odono storie e tradizioni, leggende e -fiabe a illustrazione di castelli e di paesi, di genti e di famiglie; -e se non istessi io sull’avviso contro me stesso che di _tradizioni -e leggende_ parecchie son già stato narratore, potrei qui cingermi -la giornea e ripetere quello che ho appreso nella Vallassina, nè il -lettore sarebbe certo sì fortunato di finirla così presto d’esercitar -meco la sua pazienza. Non tacerò tuttavia d’accennar ciò che i -terrieri non chiamano fiaba o tradizione, ma pretta storia e miracolo. -Già toccai alla sfuggita di Onno, terricciuola della Vallassina che -siede sul versante del lago di Lecco; or bene raccontasi che quel -vigile arcivescovo che fu San Carlo Borromeo, nel visitare tutta -la sua diocesi onde conoscerla per l’appunto e recarvi i saggi suoi -povvedimenti, percorrendo questi luoghi aspri e montani, qui presso ad -Onno, cavalcando una mula, precipitasse con essa dentro un profondo -precipizio, ma che per sommo di ventura — essi dicon miracolo — ne -uscisse incolume. - -Ma io debbo, cortese lettore, qui arrestarmi, nè proseguire nella -Vallassina, per non discostarmi troppo dal Pian d’Erba, nei confini del -quale deve restringersi il mio libro. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMAPRIMA. - -CASTELMARTE. - - Val di Giano. — Caslino e suoi cacini. — Mulino S. Marco. — - Fabbrica di coltelleria. — Setificî Invernizzi, Castelletti, - Prina e Mambretti. — _Ademprivo._ — Castelmarte. — Ville - Bertoglio, Parravicini, Biondelli. — Fu Castelmarte capo della - Martesana? — _Castrum Martis._ — Giunteria archeologica. — - Reliquie antiche. - - -Ritornando per la strada percorsa venendo da Longone, giungendo ora -dopo Canzo al bivio che ho già avvertito nella passata escursione, -pigliam la via alla mano destra e presto ci saremo introdotti in una -valletta amena, che il paesano denomina Val di Giano. - -È qui che ci si offre sull’altura a mano destra il paese di Caslino, -che ora fa parlare di sè pe’ suoi cacini, e a cui si va per una bella -strada, presso al luogo detto Mulino San Marco, dove c’è, oltre un -recente filatojo e un mulino, una fabbrica di coltelleria di Dionigi -Carpani, che gode assai credito, massime per certi coltelli da cucina. - -Caslino ha la sua storia, e il prevosto Carlo Annoni ne dettò una dotta -Memoria. Ora vi sono altre filande e filatoj degli Invernizzi, dei -Castelletti, Prina e Mambretti. Bella è la vallata erbosa del comune -che sta dietro il paese, e dove per una specie di _ademprivo_, quelli -abitanti pascolano le capre del cui latte si fanno i cacini suddetti. - -Dalla strada che seguiamo di Canzo, avanzando qualche passo, ci -troviamo ai piedi del colle su cui pompeggia Castelmarte. - -In attesa che si faccia da Pontelambro la strada più ampia e più -comoda, come se ne fa ora iniziatore quell’egregio uomo e rinomato -operatore chirurgico che è il dottor cav. Lamberto Parravicini, -inerpichiamoci per questo boscoso declivio. - -Non lungo è il cammino, e però presto ci troviamo in mezzo al paese. - -Dalle ville degli eredi Bertoglio, del dottor Parravicini sullodato, -che acquistò il luogo che prima era di don Giulio Ferrario, l’autore -del _Costume antico e moderno di tutte le nazioni_ e d’altre opere -dotte, non che da quella del ch. archeologo cav. Bernardino Biondelli -si può godere il più superbo panorama. Distendesi avanti allo sguardo -tutto il Pian d’Erba non solo, ma giù giù la Brianza inferiore co’ -suoi mille paesi e ville; di qui il lago d’Alserio, di là quello di -Pusiano, poi la lunga linea che segna il corso del Lambro, quindi un -confine d’orizzonte che si perde nell’azzurro ondeggiante dei monti, -che del resto non è difficile scernere e nominare. Una volta si montava -a Castelmarte per ammirare le pitture de’ più rinomati artisti moderni -nella villa Bertoglio e la raccolta completa di stampe in quella del -Ferrario; ora invece la ragione principale di curiosità è nella villa -del Biondelli, ove, fra tante pregevoli opere di pittura, di scoltura e -d’incisione, è degno d’osservazione un gabinetto tutto di leggiadrie e -lavori chinesi. - -L’amore che a questi luoghi indusse il dottor cav. Parravicini a -far sua la villa che fu del Ferrario, fa credere che la ridurrà a -quella proprietà e comodità dalla quale s’era venuta discostando -per l’abbandono in cui per tant’anni s’era da eredi e da acquirenti -lasciata. - -In quanto al paese, che dire? Dell’antico non avrei a ripetere che -ciò che sembra una favola, perchè nulla nulla si ha che autorizzi a -crederla una verità, che Castelmarte, cioè, sia stato il capoluogo -della Martesana, che si sa comprendere molte pievi. Chi lo affermò -non lo provò, nè mi fermerò oltre su questa maggiore importanza che a -questa minima terra si vorrebbe aggiungere, cui solo dal nome (_Castrum -Martis_) puossi a maggior ragione arguire che fosse un dì una rôcca e -che vi avesse culto speciale Marte, il Dio della guerra. La sua eccelsa -posizione rendevala propria a vedetta militare ed a luogo di difesa. - -Quanto piglierebbesi volontieri per le orecchie quell’inventore di -fatti e glorie storiche, che, cancellando l’iscrizione della pietra -che si vede incastrata nel muro esterno della parte posteriore della -chiesa, e che forse un giorno avrà coperto una sepoltura, vi sostituì -la seguente menzogna: - - D. O. M. - Ugone Franc. Functo - Esecrandi hostis - Aerumnis Ecclesiæ - Ineundo bello - Hierosolyma red. - Ucitur jam Nicea - Nicomedia Antiochia - Bisantio Vanei Fin. - Boemon Tane. Bald. - Redeun. Trand. com. - Goffredus regens - Palestina gloria - Onusto mortuo in - Sanguine patriæ - Ossibus restitutis - Ubaldo Prinæ - Duci fido socio - Rinaldo Estensi - Ferrariensi principi. - M - -È facile accorgersi dal dirsi l’Ubaldo Prina fido compagno del Rinaldo -da Casa d’Este, personaggio imaginario della _Gerusalemme liberata_ del -Tasso, come anche esso Ubaldo sia figlio della fantasia e della boria -di qualche Prina, de’ quali abbondano questi paesi, e che a costui sia -entrato il matto pensiero di giuntare gli archeologi dell’avvenire e -farsene beffa, per altro non di buon genere. - -Piuttosto segnalerò l’esistenza di altri avanzi antichi incastrati -nei muri esterni della detta chiesa parrocchiale, fra cui, sopra la -porta interna del campanile, un leone in bassorilievo e due tirsi -per istipiti di essa porta, poi nell’alto del campanile un busto di -donna frammezzo a due d’uomini, con sotto alcune parole che si lessero -_Ma.... conisi maximus_ e che appajono di colore oscuro. - -Visto Castelmarte, fra le case Bertoglio e Parravicini evvi una -stradicciuola che ci porta ad una stradetta o scala di ben quattrocento -scaglioni a più riparti, per i quali, a guadagno di tempo, mettiamoci -noi per condurci a Mazonio e Ponte, cui è destinata la ventura nostra -escursione. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMASECONDA. - -PONTELAMBRO. - - Mazonio. — La sua chiesa — Il pittor Ferrabini. — La Fusina. — - Filatoio Ohli. — Zocco Romano. — Zocco Battista. — La Bistonda. - — L’annegato. — Pontelambro. — Case Guaita e Carpani. — Una - lapide nel Camposanto. — Filatojo Bressi. — Villa Matilde. — - La Plejade de’ poeti politici moderni, sonetti. — Affresco - luinesco distrutto. — Villa Carpani. — Lezza. — Carpesino. - — Arcellasco. — Resica. — Filatoj Ronchetti e Mambretti. — - Brugora. - - -Scesi i quattrocento gradini della scala di Castelmarte, eccoci sulla -via che ne adduce a Mazonio, gruppo di quattro case da contadini, a -capo delle quali è la chiesa della parrocchia, che comprende, oltre -Mazonio, Ponte, Lezza e Carpesino. - -La chiesa è bella, architettata da Simone Cantoni, sebbene non abbia -ancora compiuta la facciata. Non ha quadri di valore, dove eccettui -una tela del milanese Giuseppe Sogni raffigurante Sant’Anna. I freschi -laterali all’altare sarebbero stati rinnovati da Pietro Ferrabini -da Lodi, prospettico e frescante eccellente della scuola del celebre -Sanquirico; ma mentre attendeva a disegnarne i cartoni e ad un tempo -frescava la chiesa a Rancio di Lecco, cadeva da un ponte eretto nella -chiesa, colpito da apoplessia. La posizione della chiesa di Ponte è -piuttosto alta, e dal suo piazzaletto si ha un’allegra vista. Da questo -si discende per una lunga scalea cordonata. Volgendo a destra, si va a -Caslino, incominciando la via a montare. - -La Fusina è un cascinale, ove è cartiera, molino e torchio, che si -presenta da questa parte dopo una casa incompiuta che siede su d’una -specie di dosso, che sarebbe buon sito a casa di campagna, se non fosse -signoreggiata dal vento, ma che non toglie sia nomata Bel Dosso. Fuor -del cascinale, il Lambro ha il suo letto sassoso, e il più spesso con -poc’acqua, sì che si passa a guado, tutt’al più facendo appoggio al -piede di qualche ciottolo più grosso. - -È qui che dirompendosi il letto del torrente nella roccia del suolo -lascia scoperto il fondo granitico, e l’acqua, raccogliendosi in un -canale, va più rapida a mettere in movimento il bello stabilimento di -filatura di seta del signor Ohli, condotto con tutta l’intelligenza e -proprietà d’un vero prussiano, com’egli è. Questo punto chiamasi il -_Zocco Romano_; ma perchè così si chiami non lo chiedete: nè io, nè -quei del paese ve lo sapremmo dire. Certo è di una sua propria alpestre -bellezza il luogo. Varcato il Lambro, s’entra come in una selva, dove, -a mano manca, da un dirupo scende lungo la nuda roccia una vena sottile -d’acqua che forma bacino, d’onde esce un rivolo, e il romantico sito è -designato col poco romantico nome di _Zocco Battista_. Migliore è la -cascata che a qualche centinaio di passi di distanza, a mano destra, -si precipita da un’altezza di forse una sessantina di metri dentro un -bacino assai più vasto e profondo e che s’incaverna di sotto il masso, -e vien detta la _Bistonda_. Poetico è il ritrovo e quasi incamerata -appare la cascata, e il raggio di sole che vi penetra vi si rifrange -bellamente. Narrasi d’un garzone che venuto a bagnarsi in quest’acqua -freschissima, inoltrando di troppo, vi sarebbe perito. Un poeta -sentimentale vi troverebbe il soggetto d’un amore di Ondina, cui il -nuzial talamo sarebbero state le liane della roccia galleggianti sulla -superficie del limpido laghetto. - - [Illustrazione: La Bistonda.] - -Tutto questo tratto solitario che s’addossa al monte, alla metà -del quale corre l’alpestre via che da Caslino guida a Pontelambro, -fiancheggiata da un rigagnolo che lascia parte delle sue linfe acciò -si gittino a dar vaghezza al paesaggio in spumeggianti cascate, è d’una -silvestre bellezza, e le ombre che presta giovano d’assai nella estiva -calura. - -Or ritorneremo sui nostri passi, e dalla scalea della chiesa -volgiamo all’opposto lato che or percorremmo per entrare in Ponte. A -distinguerlo da Ponte di Valtellina gli si aggiunse il nome del fiume -sulla cui sponda siede e che qui lo attraversa con un ponte, da cui -certo il paese si nominò, e che è di un bello e ardito arco ristaurato -in questi ultimi tempi, rendendosene più facile l’accesso col -diminuirne la pendenza verso il paese; il quale va ognor più allargando -la sua via principale che gli corre in mezzo, a scemare i pericoli -de’ rotanti nello scambio ed a rinsanire ognor più le abitazioni. -Continuandosi nelle migliorie, di cui vuol darsi lode al già suo -sindaco, il cav. Giuseppe Guaita, che per esse affrontò ben anco -l’impopolarità, è a sperare che sparisca la brutta fama guadagnatasi -dal paese, che passa per essere copioso di gozzuti, che per altro io -non vidi mai. - -Oltre la casa del predetto signor Guaita, ve n’ha pure altra signorile -del signor Cesare Carpani, al quale molto è debitore il paese per aver -concesso che da’ suoi fondi si derivasse l’acqua eccellente della quale -è ora abbondevolmente fornito; ed altra casa della signora Erminia -Carpani. Dalla prima si gode il prospetto severo della vallata di -Caslino, degna dello studio e del pennello d’un artista. Qui infatti -venivano negli anni scorsi e lo Stefani e il De Albertis e il Castoldi, -che nell’autunno del passato 1871 vi perdette la buona e affettuosa -moglie. Nel camposanto vi fu da lui collocato il monumento, pel quale -io dettai, a memoria della egregia donna, la seguente iscrizione: - - A Giovanna Castoldi-Villa - Che dalla natia Milano - Venuta invano a chiedere - Alla purezza di questo aere - I consueti conforti - Vi moriva addì XVI ottobre MDCCCLXXI - Il marito Guglielmo Castoldi pittore - E i giovanetti figli Romeo e Cesare - Seco portando ovunque - La santa memoria di sue miti virtù - Qui - Dove ne deposero inconsolabili le spoglie - P. Q. P. - -Presso il ponte e lungo il fiume sorge lo stabilimento a filatojo di -seta già del Bonsignori, ora del Bressi; e a notte, allorquando vi si -lavora, quelle tante finestre illuminate in quell’avvallamento in cui -si trova servono di fantastico effetto alla villa Carpani ed alla villa -Matilde, che stanno sulla sponda opposta, le quali s’uniscono ai voti -delle case Cesare Carpani e Guaita, perchè il camino del vapore venga -alzato e sia tolto l’incomodo fumo e il puzzo che in densa colonna si -svolgono da esso. - - [Illustrazione: Villa Matilde a Pontelambro.] - -Nella primavera del 1863 io era ospite del signor Carlo Carpani, -e nel passare questo ponte, rivolgendomi ad ammirare la pittoresca -scena del Lambro dalla parte appunto di Caslino, meravigliavo come mai -nessuno avesse mai pensato a tramutare in villa il brutto casolare che -s’ascondeva tra i peschi e mille altre piante; perocchè la postura -fosse fra le più invidiabili, essendo su facile poggio, avente a -ridosso la montagna boscosa che gli serviva di sfondo magnifico, e al -piede gli si sprofondava il Lambro col più pittoresco effetto; e sì mi -invaghii dell’idea, che in breve ora ne conchiusi per me l’acquisto, -e nel successivo anno s’elevava già su quell’eminenza la piccola -mia villa, cui, in omaggio alla mia sposa, imponevo il nome di villa -Matilde. - -Perdonerà il lettore, se l’affetto ch’io porto a questo loghicciuolo, -al quale ebbi la presunzione d’essere io medesimo architetto, mi trasse -qui a fornirgli il riscontro di sua veduta; nè poi, permettendo ch’io -dica dell’opera mia, concederà che ne parli, togliendo alcuni brani -da un’appendice a stampa del giornale _La Fama_, di quel mio dotto -e dilettissimo amico che è Pietro Cominazzi, e che egli riprodusse a -parte nell’accompagnarmi sette sonetti ad illustrazione di altrettanti -medaglioni di marmo de’ quali decorai, per un mio concetto patriottico -e letterario ad un tempo, la terrena sala. - -“E poichè parlasi del Pian d’Erba non vuole chi traduce[33] lasciarsi -sfuggire il destro di ricordare la _Villa Matilde_, proprietà dello -scrittore di queste lettere, un Casino Svizzero che, quasi grazioso -nido d’augelli, si addossa al monte di San Salvatore non lungi dalle -scaturigini del Lambro e sovrasta al popoloso ed industre borgo di -Ponte. Coll’intuizione del poeta, il Curti scoperse quel sito, sebbene -nascosto tra fittissime piante, e coll’ingegno dell’artista architetto -il cangiò da umile abituro in leggiadra dimora, non angusta, ma -comodissima, sebbene ristretta, togliendo ai massi della montagna lo -spazio che facea d’uopo ad ampliarla ed a compierne la salita ed il -giardino. L’amore alle arti, che il guidò nell’opera bella e sagace, e -diresse ogni cosa dalle bisogne più ricercate alle più umili, il trasse -ad arricchire l’amenissimo soggiorno di squisiti dipinti e di pregiate -scolture, sette delle quali, a bella posta trattate in medaglioni -con cui adornar si piacque un’ampia sala, recano, effigiate dallo -scalpello del Tantardini, del Magni e del Buzzi-Leone, le sembianze -dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, del Parini, del Niccolini, -del Leopardi e del Giusti; oltre un bel gruppo di Giovanni Cabialia, -cresciuto alla scuola di P. Marchesi. Una copiosa biblioteca conforta, -nei riposi del corpo, lo spirito del Poeta, lo ristora delle assidue -ed onorate fatiche del Foro e del Parlamento, e giova a rinvigorire la -memoria dell’erudito, che da quel suo tranquillo e beato asilo scopre -ne’ villaggi circostanti le grandi orme del Popolo Re. Fra i molti -dipinti primeggiano un Salvator Rosa, un Maratti ed un Poussin, e -recano fede del buon gusto e dell’amore del Curti allo stile classico -ed immortale, e fra le opere moderne ha i primi onori un bel ritratto -di donna, di Cesare Poggi e una bella tela del Castoldi, testè ammirata -alla pubblica mostra nel Palazzo di Brera, nella quale si raccoglie -e compenetra il bello per arte e per natura, esternamente visibile, -della villa che abbiamo in guisa rapida e succinta imperfettamente -descritta.„ - -Più tardi, cioè nell’agosto 1870, il medesimo Cominazzi, regalandomi -d’una sua pubblicazione _Plejade dei Poeti Politici Italiani moderni, -medaglioni in marmo nella villa Matilde_[34], ristampando la lettera -suddetta, vi soggiungeva: - -“Ora risalutando la villa e le sembianze dei Poeti, Plejade gloriosa -da te riunita a ricordo di quegli illustri che fecero famosa ai nostri -giorni o poco addietro nel politico arringo l’età che viviamo, pensai -di tributare a ciascheduno di loro, col mio povero verso, l’omaggio di -chi sente e non dimentica, - - VITTORIO ALFIERI. - - _Dello scultore cav. Pietro Magni._ - - Onta e sprezzo a colui che te maestro, - Te non saluta libero poeta, - E nell’opra del tuo terribil estro - L’ingegno reverente non accheta! - Tu per cammino al cieco volgo alpestro - Traevi ardito a generosa meta, - E noi guidavi, tu vigile e destro, - Al raggio singolar del tuo Pianeta: - - Di Libertà il Pianeta, e di quel lume, - — Fiaccola ai vivi, eterna gloria ai morti, — - Inconsumabil fiamma è il tuo volume. - - Or che stupir se Libertà traligna - Quando Italia, non più popol di forti, - Al suo grande Astigian fatta è matrigna! - - GIUSEPPE PARINI. - - _Dello stesso._ - - A te del vizio correttor sagace, - Gentil cantor del _nobile Mattino_, - Cui diede amico il Ciel del Venosino - Arguzia, grazia, fantasia ferace; - - A te la moda, petulante, audace, - Fronda non tolse dell’allôr divino; - Chè fra l’ira di parte è tuo destino - Agli avversi vessilli intimar pace. - - Tu l’aureo stil, le immagini venuste - Chiedi al passato e del saver la fonte, - Chiedi alla nuova età le idee robuste. - - Così d’Arte sovrana il magistero - Stringe, di tempo e d’uom sfidando l’onte, - In connubio immortale il Bello e il Vero. - - VINCENZO MONTI. - - _Dello scultore cav. Antonio Tantardini._ - - Solo una volta il vidi, e ancor mi suona - Dentro la mente quella voce amica: - Non può l’età, che pur nulla perdona, - La sacra cancellar memoria antica: - - Che splendida risorge e par mi dica - Nell’immagine sua: “Fa core e tuona - Contro una gente, che al ben far nimica, - Coll’insulto e l’oblio mi guiderdona. - - Me cantor di Prometeo e di Bassville, - Redivivo Allighier me plaudía Roma, - Chè in quel Sol fisse io primo ho le pupille. - - Per me, per me nell’italo idïoma - Men famosa non è l’ira d’Achille.... - Or si nieghi l’alloro alla mia chioma!„ - - UGO FOSCOLO. - - _Dello scultore Luigi Buzzi-Leone._ - - Spirto inquieto, indomito, iracondo, - Dei mali altrui più che de’ tuoi profeta, - Disdegnoso degli uomini, profondo - Critico e pensator, divin poeta: - - Ond’è che il verso, onde il tuo stil fecondo - D’una tant’aura popolar si allieta? - Ond’è che tu, forse ad altrui secondo, - Della gloria primier tocchi la meta? - - LIBERTÀ e PATRIA, che un amor congiunse, - — E di lor sole poche menti han sazie, — - Le magnanime idee t’ebber dischiuse. - - Quando sull’urna tua scrisser le Muse: - “_Al Cantor de’ Sepolcri e delle Grazie_,„ — - “_Alla Fede immutata_„ Italia aggiunse. - - GIAN. BATT. NICCOLINI. - - _Dello scultore cav. Antonio Tantardini._ - - Veglio, che pensi? Dal sembiante austero - Quanta spirar profetic’aura io miro, - L’aura che un tempo all’italo deliro - L’altrui scoverse menzogner pensiero? - - “Non credete a costei![35] Sogna l’impero, - Sogna e cova nel petto onta e raggiro: - A Libertà, dei Popoli sospiro, - Può il varco aprir la cattedra di Piero?„ - - E il ver dicevi, o generoso Vate; - Colei tradiva, e lo stranier ribaldo - Ribadia le catene a Libertate. - - Col verso intanto vigoroso e caldo - — Tremendo esempio alla più tarda etate — - Tu evocavi la grande ombra di Arnaldo. - - GIACOMO LEOPARDI. - - _Del medesimo._ - - Sofo e Poeta, Te l’Italia inchina - Sublime ingegno, e non bugiarda fama - Di tre favelle imperador ti chiama, - E tre corone al tuo capo destina. - - Di Libertà, che indocile si ostina - Spezzare i ceppi della patria grama, - Svegli nei cor la generosa brama - Colla splendida tua mente indovina. - - Ecco, libera Italia, ed i nepoti - Alzare i marmi al Ghibellin sdegnoso, - Che scopria del futuro i mondi ignoti. - - Ma l’opra è monca... e Tu dal tuo riposo - Sorgi e un inerte popolo riscuoti, - Ad osar pronto ed a compir ritroso. - - GIUSEPPE GIUSTI. - - _Dello scultore cav. P. Magni._ - - D’Archiloco lo strale e d’Aristarco - Il flagello tu vibri acre, temuto, - E collo stil sprezzatamente arguto - Facile t’apri agli intelletti il varco. - - Se il colpo aggiusta l’infallibil arco, - Punge e vellica a un tempo il ferro acuto, - Chè tu mai non obblii, prudente e astuto, - D’ammonir dilettando il doppio incarco. - - Come, o Cantor di _Gingillino_, il verso, - Che dal semplice trae forma e vaghezza, - Nella mente s’addentra e vi si chiude! - - Tal che il tuo dir, sì dall’altrui diverso, - Più volontier s’ascolta, e più s’apprezza, - Quanto si mostra men, la sua virtude. - -Su Ponte, sotto l’arco presso la casa de’ Bonsignori, ora Bressi, eravi -un fresco, riconosciuto come indubbiamente di Bernardino Luini; ma con -imperdonabile incuria di tutti, abbandonato alle ingiurie del tempo e -delle stagioni, in questi ultimi anni deperì e si scrostò talmente, che -l’ultimo resto, fattovi sparire dal signor Bressi, non gli può essere -ascritto a colpa. - -Ora non lasceremo Pontelambro senza ascendere la vicina e magnifica -villa del signor Luigi Carpani, che l’eredò dal padre Carlo, e che fu -già architettata dal Moraglia, con giardino eseguito su disegno di quel -grande prospettico che fu Alessandro Sanquirico. - -Vi precede come una specie di parco, che le aggiunge grandiosità, con -ampio viale fiancheggiato di alti alberi e roseti e tuje, e pel quale -si monta in carrozza alla casa. In essa poi vi sono pregevoli quadri -d’animali, del Londonio; qualche buon Fiammingo; due battaglie, del -Borgognone; una tela d’Arienti ed una del Migliara. Recentemente il -suo attuale proprietario vi recò altri pregevolissimi dipinti di scuole -antiche, come lo Sposalizio di S. Caterina col Bambino, del Padovanino; -una tavola di Cima da Conegliano rappresentante S. Giovanni Battista e -S. Pietro Martire; una figura veneziana, di Gentile Bellini; quattro -quadri di Santi Benedettini, di Daniele Crespi, e due tele di Brill, -una testa del Velasquez, ecc. ecc. — Dallo spiazzo avanti la casa si ha -una superba vista del Pian d’Erba. - -Uscendo dalla villa Carpani, in due passi s’è al paesello di Lezza, -dove era un tempo un convento di Serviti, che il tennero dal 1508 al -1510 e che ora è abbandonato al nitro che ne invade i bei sotterranei. -La piscina che vi fu eretta e coperta di portico, raccoglie l’acqua -fresca e salubre che vi scende dal monte sovrastante. - -Lezza ha estremo bisogno di imitare Pontelambro e di dar mano al -piccone ed al martello e allargare la sua unica via, così angusta da -passarvi appena una carrozza, e causa che i diretti per la Vallassina -abbandonassero affatto questa parte ed eleggessero esclusivamente la -strada di Longone. - -Oltre Lezza, al di là del Lambro, siede Carpesino, che taluni presumono -tragga il nome da _Carpe sinum_, piglia il porto; e se ciò fosse, -sarebbe memoria che sin qui si estendesse l’Éupili. Vi hanno ville i -Nava e i Caldara; più su vi è Brugora come sul ciglio di un pendío, -e per istrade praticate fra’ boschi si va a Proserpio e Longone, che -noi già abbiamo conosciuto; mentre progredendo per la via che qui ne -condusse, si trova Arcellasco, poi la Resica, ove è un filatojo già de’ -Carpani di Ponte, ora dei fratelli Ronchetti; e un altro dei Mambretti; -e finalmente si giugne al ponte della Malpensata. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMATERZA. - -SAN SALVATORE. - - I _Geritt_. — Mornico. — Crevenna. — Ville Bressi e Genolini. — - Il torrente Bova. — La dara. — San Salvatore. — Il convento. — - Il signor Boselli. — Giovanni Biffi. — Il tronco mellifero. — - La villa Righetti. - - -Da Lezza, per una via ampia sì ma acclive e che mano mano si ascende -scopre miglior orizzonte, perchè rivela da una parte il lago di Pusiano -e dall’altra quello d’Alserio, e con essi i loro vicini paesi, si -arriva a Mornico, villaggio che si confonde con quel di Crevenna, sì -che il nome del primo, più che sulla pietra miliare, non è ripetuto da -alcuno. - -A mezzo per altro di quest’ampia via dove si volge, formando angolo, -s’apre una tal vista, che chi vi avesse a fabbricare una casa vi -troverebbe certo a deliziare lo sguardo. - -Invece meno accorti speculatori, nel sottoposto vallone, vi eressero -casini, tra cui quello detto dei Gerini (_Geritt_), nel quale già -prendeva riposo dalle teatrali fatiche il tenore di bella fama -Bulterini, e da qualche anno quella esimia artista soprano, che è -la signora Enrichetta Berini e il di lei marito Osmondo Meini, basso -cantante di egregia riputazione. In compenso della limitata vista, vi -si gode della piena libertà, perchè fuor dell’accesso e dello sguardo -comune. - -In Crevenna vi sono le ville dei signori Bressi e dei Genolini, e -presso il paese si dirupa in profondo vallone il torrente Bova, che -poi, quando mena le sue acque tumultuose, le gitta nel Lambro poco -disotto a Carpesino. - -Nella villa de’ Genolini, quando apparteneva ai signori Fontana, traeva -frequente ospite amatissimo quel gentile scrittore e poeta, che ognun -conosce in Giulio Carcano, e quivi ispiravasi egli ad inni leggiadri, -de’ quali alcun breve saggio reca il presente mio libro. - -Sul piazzale della chiesa parrocchiale s’apre la via che guida a San -Salvatore. Quantunque essa sia abbastanza erta, pure è ampia e tale da -potersi valere della _dara_, specie di veicolo primitivo trascinato da’ -buoi, di che i proprietarî delle ville che vi sono a quell’altezza si -valgono bene spesso. - -Merita di salire a San Salvatore, che, stando al piano vedesi poggiare -a mezzo la montagna, cui dà il nome, come un nido di aquile. - -Quando si è giunti colà, si trova soddisfatti, perchè dal viale che -sta innanzi al caseggiato si ha uno stupendo panorama, tale da far -riscontro alla cima di Galbiate che gli sta di fronte sull’ultimo -confine del bacino dell’Éupili antico. - -Pervenuto a quell’altezza, al cospetto di sì maravigliosa natura, a voi, -come già a me, correrebbero al labbro i versi del buon Parini: - - Oh beato terreno, - Del vago Éupili mio, - Ecco alfin nel tuo seno - M’accogli; e del natio - Aëre mi circondi, - E il petto avido inondi![36] - -San Salvatore è un convento che già fu de’ Cappuccini, e che dalla loro -soppressione fu tramutato in villeggiatura. L’ebbe il signor Boselli, -rinomato istitutore di Milano, che qui conduceva i suoi convittori a -ritemprare la salute, nelle vacanze autunnali, coll’aere puro che vi -regna; ma sorvenuto il 1848, nelle memorande cinque giornate, caduto -vittima del piombo austriaco, la villa venne dalle leggiadrissime sue -figlie tenuta. - -Visitandola, più d’una volta vi trovai, come vi trovano tutti, il -più grazioso ricevimento dalla gentilissima signora Irene Boselli, -moglie a quel colto scrittore che è Giovanni Biffi, l’autore della -_Ghita del Carrobio_ e del _Prina_, il quale una volta mi fu anche -cicerone del luogo, e mi mostrò parte a parte ogni sala, ogni cella, -e la chiesa, a cui traggono i devoti di Crevenna in certe solennità, -e sulla quale, non saprei con quanto diritto, spiega il Comune pretesa -_ab immemorabili_, additandomi la stanza dove venne ospitato San Carlo -Borromeo e i mobili da lui usati, e via via l’orto, il cascinale e -il viale che poi mette al sentiero che percorre la montagna fino a -Caslino. Quel giorno, sorridendo, dopo avermi condotto presso un gran -tronco d’albero che giaceva in terra, mi ripeteva i versi del Manzoni: - - Stillano miele i tronchi: - Ove copriano i bronchi, - Ivi germoglia il fior; - -ed accennando a quel tronco abbattuto, dicevami come il dì prima -avesse trovato essere stato tutto cavo e pieno del più eletto miele, -che estraeva in due ben capaci recipienti. Da qui egli poi muoveva, -infaticabile Nembrod, a cacciar lepri pei monti, delle quali prese -frequenti fa parte agli amici. - -Il convento di San Salvatore è ora esclusiva proprietà della signora -Boselli-Righetti, figliuola al sullodato istitutore milanese. - -Le comitive allegre ed instancabili, a San Salvatore non fanno spesso -che una prima sosta; perocchè si dirigano sovente dopo per aspro -sentiero al _Buco del Piombo_, cui ho riservata la ventura escursione, -o alla _Colma_, che altro non è che il vertice del monte, dal quale è -dato di spaziare per gli opposti versanti; e lo sguardo, signore da una -parte del Pian d’Erba e della Brianza, dall’altra segue tutta la linea -non meno superba del lago di Como. I coraggiosi son molti, e fra questi -non mancano mai le gentili signore. - - [Illustrazione: Interno del Buco del Piombo.] - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMAQUARTA. - -IL BUCO DEL PIOMBO. - - La strada. — Il Buco del Piombo. — Onde il nome? — Aneddoto. — - Esterno. — Scopo. — Interno. — Iscrizione. — Concorso di gente. - — I versi di Torti. - - -E noi, poichè siamo già a San Salvatore, continuiamo la via pel _Buco -del Piombo_. È lunga, è aspra, ma retrocedere per pigliar l’altra -dell’opposto ciglione del monte non ne pare conveniente. - -È però cammino ameno e pittoresco, e se i piedi faticano, lo sguardo si -diverte e gode. - -Sorpassiamo gli incidenti del cammino, ed eccoci di sotto al Buco del -Piombo. - -Anni addietro abbisognava di certo coraggio per inerpicarsi fino al -punto, dal quale, per mezzo d’una scala a mano, si poteva penetrare -nell’antro; ma dopo che tutte queste Alpi, come le chiamano quei -del paese, vennero in proprietà del conte Turati, che su di esse vi -stabilì una razza di cavalli, la bisogna è mutata: l’accesso è reso più -praticabile e comodo. - -Non creda il lettore che la caverna per la quale entriamo tenga fede al -suo nome; traccia di piombo non vi si riscontra, nè pare vi sia stato -mai; non diamo però le spese al cervello per indovinarne la ragion -del nome; vi chiaccherarono intorno e scrissero assai e assai, ed un -costrutto non se n’è per anco cavato. Narrasi anzi, a tale proposito, -un aneddoto. Nel vicino convento de’ Cappuccini di San Salvatore, -che abbiamo testè veduto, nella biblioteca del chiostro, stava un -volume legato, sul cui dosso leggevasi il titolo: _Origine del Buco -del Piombo_. La mano d’ogni visitatore correva a togliere il volume -dallo scaffale, curioso di leggervi una tale origine; ma ne rimaneva -scornato: il volume non era che un pezzo di legno foggiato a libro, -fratesco scherzo, del quale si trova il riscontro in Venezia ai Frari, -dove è consimile volume lavorato dal celebre Brustolon. - -Sull’ingresso dell’antro veggonsi avanzi di muraglie e d’arpioni, -onde s’ha a credere che vi fossero applicate porte e che però vi -abitasse gente. Serviva a vedetta militare od a presidio? era rifugio -di predoni o di banditi? ricoveravan qui, com’altri presumono, i -Longobardi cacciati dall’ira de’ Franchi? Non v’è memoria o scritto -che il dica. L’atrio che sarebbe stata la parte abitabile, è spazioso: -ha la larghezza di metri 38, l’altezza di 42 e la lunghezza di 55, -ed è sempre qui che le brigate che vi montano si rifocillano colle -provvigioni di bocca mandate innanzi. - -Ma la caverna si interna e sprofonda per un vano quasi continuo della -larghezza di metri nove e dell’altezza di otto, e vi si può camminare -per circa 188 metri coll’aiuto della luce del giorno; più avanti si va, -si va accendendo qualche torcia, e dopo 18 metri di cammino, si giunge -a un punto dove a destra s’apre altra caverna larga circa metri 1,30, -ed avanzando per una trentina d’altri metri, leggesi una lapide che vi -fu messa, del tenore seguente: - - S. A. I. il Princ. Raineri Vicerè - Consigliere De-Capitani - Ciambellano conte Paar. - Gli 8 maggio 1819. - -Altri si spinsero più in là; trovarono che lo speco ora abbassavasi, -ora rialzavasi; che acque vi correvano in ruscelli o formavano pozze; -finchè non parve andare più avanti, forse essendo anche ciò pericoloso. - -Ho già detto a suo luogo come vi abbia chi opini che questa caverna -vada e s’inoltri fin presso la fonte Pliniana del lago di Como; ma non -sono che pure supposizioni, alle quali nulla porge fondamento. - -Sotto dell’antro, o Buco del Piombo, corre il torrente Bova, per mezzo -a un letto franato e fra roccie, che ne fan quasi un orrido d’artistico -effetto; ma pur di questo torrente ho parlato nella passata escursione. - -La curiosità chiama moltissimi visitatori al Buco del Piombo; dirò -di più: non v’ha villeggiante o forestiero che sia venuto nel Pian -d’Erba, il quale non l’abbia una volta almeno fatto scopo di una sua -pellegrinazione. - -Così lo ricordava il Torti in que’ versi che dal Pian d’Erba dettava: - - O selvose montagne, o gioghi erbosi, - O di lontan sovreminenti al verde - Cornuti massi, o dolce aere vitale, - O dal sol di settembre illuminate - Felici rive, umili poggi e sparsi - Casali e ville, e pascoli e vigneti - Dell’Éupili ridente; o vasto speco - Di nome senza origine, su in alto - A mezzo monte dalle curve strade - Per gran paese riveduto sempre; - O collinetta sovra l’altre amica - Ov’io sedeva a contemplar la mesta - Valle del mio Segrin; voi già mia prima - Delizia e voluttà, di tutto l’anno - Speme e pensier... - -Oh! veramente son questi luoghi tali da ispirare e da accendere gli -estri del poeta; nè vi fu amico delle Muse che a queste delizie del -Pian d’Erba traendo, non se ne sia ispirato, non ne abbia poi ne’ carmi -espresse le soavi dolcezze. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMAQUINTA. - -LA VILLA AMALIA. - - La villa Amalia. — Guido Carpano e il convento di S. Maria degli - Angeli. — L’avv. Rocco Marliani. — Il palazzo, il giardino e - il bosco. — Il monumento a Parini. — Monti e Foscolo ospiti. — - Episodio della Mascheroniana. — La torre. - - -Ridiscesi a Crevenna, proseguiamo la via che ci condusse da Lezza, e -dopo qualche centinaia di passi, ci ritroviamo ad Erba superiore. - -Noi riserbandoci a veder il paese, per ora arrestiamoci qui davanti -alla villa Amalia, che ha innanzi vaghi tappeti d’erba e vasto -piazzale. Due facciate ha la villa; l’una riguarda al giardino, l’altra -alla corte: a quella cresce grandiosità una gradinata e un padiglione; -a questa bellissimi bassorilievi in terra cotta; ma l’ingresso è per un -cancello da questa parte che sta di fronte ad Erba. La chiesa laterale -ti rammenta subito che un dì potesse essere questo luogo un convento. -Infatti vi fu fabbricato da Guido Carpano e dalla chiesa fu detto di -Santa Maria degli Angeli. - -Francesco Del Conte vi stabilì i Cappuccini; passò di poi ai Filippini; -finchè al principiar del secolo corrente, l’avvocato milanese Rocco -Marliani, consigliere della Corte d’Appello, l’acquistò, e su disegno -di quel valente architetto che fu Leopoldo Polak, vi eresse la sontuosa -villa che, dal nome della propria sposa, appellò Amalia. - -Nel cortile di essa lasciò memoria di ciò nell’iscrizione seguente: - - Rochus Petri Fil. Marlianus - Domo Mediolano - Cœnobi veteris operibus a solo ampliatis - Villam extruxit ornavit - Amaliam - Ex conjugis karissimæ nomine appellandum - Anno 1801[37]. - -E dirimpetto a tal lapide stanno i seguenti versi d’Orazio: - - Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus - Hortus ubi, et tecto vicinus jugis aquæ fons, - Et paulum sylvæ super his foret. Auctius, atque - Dî melius fecere. Bene est. Nihil amplius oro[38]. - -Vi condusse il Marliani artisti ad abbellirla, e di Giuseppe Bossi -infatti vedesi un’Aurora, dipinta nella sala di mezzo del palazzo; -e nel giardino, o a meglio dire, nel bosco che vi fa parte, rizzò -un tempietto sacro alla Prudenza, rappresentata da una statua che vi -sorge nel mezzo, e poco appresso collocò due statue, Diana ed Atteone. -Dove poi l’ombra è più oscura del bosco, eresse un monumento con un -busto, opera di Giuseppe Franchi, tutto recinto di macchie d’alloro, -fiancheggiato da funereo cipresso, e lo consacrò alla memoria di -Giuseppe Parini, che fu sovente ospite venerato del Marliani; e comechè -nel sottoposto sotterraneo ei vi avesse collocato un organo che, tocco, -mandava una mesta armonia, così aveva fatto scolpire sulla base del -monumento a Parini i quattro versi di lui, tolti all’ode _All’inclita -Nice_: - - Qui ferma il passo, e attonito - Udrai del pio cantore - Le commosse reliquie - Sotto la terra argute sibilar. - -E come Parini, qui venivano accolti dalla cordialità e dall’affetto -riverente del Marliani anche Foscolo e Monti, il qual ultimo raccomandò -alla imperitura memoria dei posteri il nome della villa, illustrando -la tomba del grande poeta che vi è conservata, nelle seguenti terzine -della sua _Mascheroniana_: - - I placidi cercai poggi felici - Che con dolce pendío cingon le liete - Dell’Éupili lagune irrigatrici; - - E nel vederli mi sclamai: Salvete, - Piagge dilette al ciel, che al mio Parini - Foste cortesi di vostr’ombre quete! - - Quand’ei fabbro di numeri divini - L’acre bile fe’ dolce, e la vestía - Di tebani concenti e venosini, - - Parea de’ carmi suoi la melodia - Per quell’aura ancor viva; e l’aure e l’onde - E le selve eran tutte un’armonia. - - Parean d’intorno i fior, l’erbe, le fronde - Animarsi e iterarmi in suon pietoso: - Il cantor nostro ov’è? chi lo nasconde? - - Ed ecco in mezzo di recinto ombroso - Sculto un sasso funebre che dicea: - _Ai sacri Mani di Parin riposo_... - - Ed una non so ben se donna o dea - (Tese l’orecchio, aguzzò gli occhi il vate - E spianava le rughe e sorridea) - - Colle dita venia bianco rosate - Spargendolo di fiori e di mortella, - Di rispetto atteggiata e di pietate! - - Bella la guancia in suo pudor; più bella - Sulla fronte splendea l’alma serena - Come in limpido rio raggio di stella. - - Poscia che dati i mirti ebbe a man piena, - Di lauro, che parea lieto fiorisse - Tra le sue man, fe’ al sasso una catena; - - E un sospir trasse affettuoso e disse - Pace eterna all’amico; e te chiamando - I lumi al cielo sì pietosi affisse, - - Che gli occhi anch’io levai, fermo aspettando - Che tu scendessi, e vidi che mortale - Grido agli Eterni non salía più, quando - - Il costei prego a te non giunse; il quale - Se alle porte celesti invan percote, - Per là dentro passar null’altro ha l’ale. - - Riverente in disparte alla devota - Ceremonia assistea, colle tranquille - Luci nel volto della donna immote, - - Uom d’alta cortesia, che il ciel sortille - Più che consorte, amico. Ed ei che vuole - Il voler delle care alme pupille, - - Sol per farle contente eccelsa mole - D’attico gusto ergea, su cui fermato - Pareami in cielo, per gioirne, il sole. - - E _Amalia_ la dicea, dal nome amato - Di colei che del loco era la diva, - E più del cor che al suo congiunse il fato. - - Al pietoso olocausto, a quella viva - Gara d’amor mirando, già di mente - Del mio gir oltre la cagion m’usciva. - - Mossi alfine, e quei colli ove si sente - Tutto il bel di natura abbandonai - L’orme segnando al cor contrarie e lente[39]. - -Fu lunga la citazione, ma in compenso splendida, come splendidi sono -sempre i versi di Vincenzo Monti, al quale l’età più prosaica osa -temeraria levarsi e contendere il lauro di poeta. - -La villa Amalia passò dopo a diversi signori, finchè pervenne al -marchese Massimiliano Stampa Soncino, che vi aggiunse bellezze a -bellezze. - -Dalla torre che vi sta, si può abbracciare collo sguardo il più -stupendo orizzonte ed estasiarsi alla vista di monti e colli, di laghi -e fiumi, di paesi e ville infinite e campagne e boschi. - -Gli amatori di botanica avrebbero per più d’un’ora a deliziarsi -ammirando le infinite camelie di più qualità, boschetti di fusaria -del Giappone, cespugli di azalee e di rododendri, e rose magnifiche, -e mazzi di _olea fragrans_, per non dir d’altri molti e fiori e piante -peregrine, che di loro vaghezza e profumo imparadisan la villa, degna -della ricchezza e nobiltà del suo cortese proprietario, e però va -meritamente tra le più splendide e deliziose della Brianza annoverata. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMASESTA. - -ERBA. - - Erba Superiore. — Il suo panorama. — La sua storia. — Il castello - e la villa Valaperta. — Pravalle. — Il torrente Bocogna. — - Villa Conti. — Erba Inferiore. — Pretura, ufficio telegrafico, - albergo e botteghe. — Il caffè e gli _amaretti_. — Il teatro. - — Ville Clerici e Brivio. — Vill’incino. — Mercato d’Incino. — - _Liciniforum._ — Lapidi. — Ninfeo antico. — Fatti storici. — Il - mercato del giovedì. - - -Questa borgata, che dà il suo nome al bellissimo territorio che -vengo dichiarando al lettore, distendendosi su d’una eminenza a mo’ -d’anfiteatro per quelli che la riguardano venendo dalla Malpensata, fa -sì che alla parte più alta si assegnasse il nome di Erba Superiore, ed -è certo la migliore, perocchè domini una quantità maggiore d’orizzonte, -potendosi spingere l’occhio sin là presso Cesana e Galbiate, e vedere -il Monte Baro, e via via quelle ridenti colline che finiscono alla -Montevecchia, e quella ridente estensione della Brianza co’ suoi -infiniti villaggi; mentre poi da sinistra si posa sui colli placidi e -d’insensibil pendío di Proserpio, colla biancheggiante sua chiesa che -s’avanza fin sull’estremo limite d’un promontorio, su Castelmarte e -sui denti o corni di Canzo e sull’Alpe di Carella che, massime all’ora -del tramonto, si veste delle più calde tinte che mano mano si vengono -trasformando in auree, poi in porporine, quindi in violacee, finchè -l’ombra notturna non le abbia confuse nell’uniforme bruno. - -Era certamente nell’ammirazione di questo stupendo panorama che lo -scrittore d’_Angiola Maria_ esclamava: - - O monti, o vette aeree, - O piani d’Erba, addio! - O valli, o poggi placidi - Dal fertile pendío, - Asil soave e muto - Di rustica beltà; - Io v’amo, io vi saluto - Con mesta voluttà. - - Salvete, o voi tranquille - Innumere borgate, - Liete cosparse ville, - Campagne invidïate! - Io v’amo, e in cor vi sento - Com’inno del mattin, - Come il primiero accento - Dell’italo bambin. - -Erba non può contare, è vero, una storia ricca di avvenimenti; ma -per l’aiuto dato all’armi milanesi alla battaglia da questi ultimi -combattuta contro gli aderenti del Barbarossa nel nove agosto 1160 — -fu una nobile e generosa azione — s’ebbe il diritto di cittadinanza, -che le fu mantenuto anche in seguito e da Ottone Visconti, e dagli -Spagnuoli e dai Tedeschi. Di più ne dice il prevosto Annoni nella sua -_Memoria storica e archeologica intorno al Pian d’Erba_, cui rimando -il lettore, per non essere tratto dall’amore degli storici studî a -cingermi la giornea e mettere a cimento la pazienza di lui. - -Attivamente poi partecipa il suo territorio all’industria che meglio si -fa alla Brianza, alla serica vo’ dire, potendo contare oltre quaranta -filande e quaranta filatoi, e così vien presso agli altri distretti di -Oggionno, di Vimercate e di Lecco, che si additano come i meglio dotati -in Lombardia di congeneri stabilimenti. - -Sull’angolo sinistro d’Erba Superiore sorgeva un tempo, come del resto -si riscontra in ogni terra di qualche importanza, il castello, ora -convertito alla più felice villeggiatura de’ signori Valaperta, dove -più d’una volta vidi ospite quel valoroso campione dell’arte pittorica -moderna che è Francesco Hayez. - -Di sotto al castello si avvalla con grazioso effetto il terreno, epperò -vien detto Pravalle, pel quale un dì precipitavasi il torrente Bocogna, -menando i soliti guasti de’ suoi pari; ma i Valaperta ne rivolsero a -bene le acque, facendole servire ad una filanda o filatoio. - -Sul ciglio dell’opposta eminenza, al di là di Pravalle, si pavoneggia -la elegante villeggiatura de’ signori Conti, che divide coi Valaperta i -vantaggi della fortunatissima posizione. - -Erba Superiore è occupata per lo più da ville o case da villeggiatura: -il movimento principale è nondimeno in Erba Inferiore. La borgata è -dotata di Pretura, di ufficio telegrafico e di albergo: ha tutte le -botteghe occorrevoli al vitto, come in una città; massime le carni vi -si trovano eccellenti dai villeggianti; al suo caffè, elegantemente -riaddobbato di fresco e famoso pe’ suoi _amaretti_, sorta di pasticcini -torrefatti e che contendono il primato con quelli di Saronno, nelle -ore pomeridiane d’autunno vi convengono i signori e le eleganti dei -dintorni, sia venendovi a piedi, sia cogli equipaggi, felici del -vedersi gli uni gli altri; perocchè, del resto, la sosta avvenga in una -via ristretta e senza attrattiva di sorta. - -Sulla vetta dell’eminenza su cui seggono le sue case, il pittor Rosa, -nel grandioso caseggiato da lui fabbricato e che affitta nelle ferie -autunnali a famiglie per lo più milanesi in distinti e ammobigliati -appartamenti, costruì un teatro, nel quale in quella stagione recita -talvolta qualche drammatica compagnia sviata. - -O per la postale, o per sentieri si discende nel sottoposto piano -a Vill’Incino, dove sorge la prepositurale nella cui giurisdizione -è Erba. Scendendo per la prima, al risvolto trovasi la villa già -Clerici, ora Mazzucchetti, che ognun veggendo augura veder tramutato -in albergo, tanto se ne sente il bisogno e propizia ne appaia la -posizione; ed a fianco di essa al principio della via che si interna -e guida a Lezza sorge altra villa de’ signori Brivio ed un filatoio. -Proseguendo invece per la postale, dopo la Clerici, a un centinaio -di passi si è alla suddetta prepositurale. Alquanto più in là è -Incino, o Mercato d’Incino, che, comunque spopolato tutti i dì della -settimana all’infuori del giovedì, in cui v’è l’antichissimo mercato -con opportuni portici e che diè nome al paese, pure ha memoria di fatti -storici. Eravi certo una colonia romana e vi si trovarono sepolcri e -ossa giganti e armature dell’epoca. Chiamavasi allora _Liciniforum_, -ossia foro o mercato di Licinio, dal nome di qualche pretore o patrono -che vi comandava la stazione militare, o la colonia; onde il conservato -nome di per sè vale a scalzare d’ogni fondamento la pretesa di chi -volle collocare _Liciniforum_ nel luogo del poco discosto Parravicino. - -Del tempo romano qui si sterrarono e lessero due lapidi. - -La prima: - - Herculi - C. Metilius - Secundus - Votum Solvit Libens Merito. - -La seconda: - - Jovi Optimo Maximo - Cœsia Tullii Filia - Maxima - Sacerdos - Divae Matidiae[40]. - -Una terza lapide importa poi di qui riferire, come rinvenuta in alcune -escavazioni, perchè forse fa cenno di un ninfeo qui esistito: - - Lymphis Viribus Quintus Vibius - Severus votum solvit. - -Anche più tardi, nel medio-evo, da Landolfo da Cardano, arcivescovo di -Milano (979-998), venne Incino eretto in capitanato, investendone della -suprema autorità un suo fratello, come aveva egualmente fatto degli -altri due capitanati di Carcano e Pirovano con Missaglia. I Comaschi e -i Torriani, combattendo Ottone Visconti arcivescovo di Milano e capo di -parte nobilesca, lo diroccarono. Su queste terre, in età più inoltrata, -fervendo le lotte guelfe e ghibelline, la fazione guelfa portò -desolazione e morte, soqquadrando ogni avere e commettendo i più infami -assassinî. - -Era poi Incino la pieve più vasta ed importante dell’arcivescovato di -Milano, e fino dal 1288 contava sotto la propria giurisdizione sessanta -chiese. Alla sua prepositurale andava inoltre aggiunta una collegiata -di più canonici, che San Carlo, nel 1584, trasferì alla, prossima -chiesa di Vill’Incino, avendo trovato spopolato il paese. Quella chiesa -antica è per altro degnissima, per la sua vetustà, di osservazione. - -Il giovedì, frequentatissimo è ora il mercato anche da’ villeggianti -de’ dintorni; ma verso il meriggio si dirada il concorso, e poco poco -il vecchio mercato di Incino ricade nel primitivo silenzio e nella -solitudine. - -Con tutto ciò vi sono due decenti alberghi, dove trovan alloggio -benestanti famiglie sempre nella stagione autunnale, e alle quali -appunto la quotidiana solitudine toglie soggezione e aggiunge quella -maggiore tranquillità che si accorre appunto dalla città a ricercare in -campagna. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMASETTIMA. - -LA VILLA ADELAIDE. - - Villa Maria. — Bucinigo. — Pomerio. — Villalbese. — Parravicino. - — Ville Parravicini, Belgiojoso e Gariboldi. — La torre - pendente. — Casiglio. — Carcano. — Battaglia contro il - Barbarossa. — Orsenigo. — Il Carudo. — Le Lische Amare. — - Alserio. — Castellazzo. — La Ca’ de’ ladri. — La Retusa. — - Tassera. — La villa Adelaide. - - -Da Erba, salendo la via che corre sotto l’antico castello, ora villa -Valaperta, e volgendo a manca, dietro la villa Conti è la strada che va -a Parravicino e subito s’incontra la villa Maria, della contessa Maria -Lurani. - -Solo prima dirò una parola di Bucinigo e Pomerio, che si comprendono -nel Pian d’Erba; perocchè dopo segua Villalbese, celebre per ottime -castagne e per freschissimi crotti, a cui gli amatori del buon -vino corrono ad ogni lieta occasione, ma che entra in una diversa -circoscrizione da quella del Pian d’Erba; onde avanti di esso mi -convenga arrestarmi, perchè, tratto dalle bellezze dei luoghi, -facilmente sarei fuorviato dal mio cómpito e arriverei presto per -quella via a Como. - -Bucinigo, terricciuola resa vivace da filande e incannatoî, ha più -d’una villa, e fra queste quella de’ signori Vidiserti, che giovami -specialmente ricordare perchè famosa per la sua patriarcale ospitalità, -ivi i moltissimi amici rinvenendo sempre la più graziosa accoglienza. -A noi poco importa di discettare sulla pretesa di coloro che il -nome al paese sia stato lasciato da un _buco iniquo_, che dicono -esistere tuttavia in un giardino, e così appellato perchè nei tempi -delle prepotenze feudali ivi si desse martirio agli infelici che non -entravan nel genio de’ padroni; o sulla contraria opinione di chi -invece dalla terminazione presume aver il nome radice celtica: lasciamo -ai dotti il trarsi d’impaccio. La torre, di cui son superstiti pochi -ruderi, rammenta le lotte fra loro sostenute dalle famiglie Sacco e -Parravicino. - -A Pomerio, vicinissimo, veggonsi avanzi di fortificazioni, che dovevano -esservi necessariamente per rispondere al nome di _post murum_, il -quale d’altronde era nella terminologia militare d’allora. - -A Parravicino, vediamo seguitarsi tre o quattro ville graziose dei -Parravicini, dei Belgiojoso e dei Gariboldi. - -Nel giardino de’ Belgiojoso vedesi una torre pendente, come il -campanile di Pisa e la Carisenda di Bologna, ricordata da Dante nel -canto XXXI dell’_Inferno_. - -Segna essa la dimora de’ Parravicini, che, sbandeggiati dai Rusconi di -Como, qui venuti, diedero origine al villaggio. - -Di Casiglio non vale far cenno, che per dire essere nella sua chiesa il -sepolcro di Beltramino Parravicino, il qual fu vescovo di Como e poi di -Bologna. - -Fuor della strada, è Carcano, che fu già castello forte e sostenne più -assedî, e diè origine alla patrizia famiglia de’ Carcano. In queste -campagne fra Carcano, Orsenigo e Tassera, nel nove agosto 1160 fu -combattuta una fiera battaglia fra gli aderenti di Federico Barbarossa -e quelli de’ Milanesi, e che altri chiamano di Tassera, altri di -Carcano, altri di Orsenigo; ma non importa il nome, mentre giovi invece -conoscere come ne fosse felicissimo risultamento la sconfitta del -Barbarossa e il pieno trionfo de’ Milanesi, determinato dall’improvviso -intervento di quei di Orsenigo ed Erba, ai quali fu in guiderdone -concesso di poi il diritto di cittadinanza. In mezzo a questi campi, -l’arcivescovo Uberto da Pirovano, cantato aveva allora sul carroccio -milanese la messa e tenuta una sacra arringa a’ soldati onde eccitarli -alla pugna contro l’invasore straniero. Nel primo scontro, che fu -terribile, quel sacro carro caduto nelle mani nemiche, veniva distrutto -nel luogo detto il Carudo; ma poi, per l’insperato soccorso, ristorate -d’un tratto le sorti della battaglia, i Milanesi s’erano presa la -rivincita gloriosa. - -L’oste nemica si era spinta fino al lago d’Alserio, breve bacino di -un miglio e un quarto di lunghezza e di mezzo di larghezza, sulla -cui sponda è Alserio piccol paese che gli dà il nome. Era nel pantano -delle Lische Amare che vuolsi s’impigliasse il corsiero del Barbarossa, -onde il tempo perduto a districarsene gli avesse a riuscire fatale. -— Castellazzo, paesello, su d’una facile eminenza, fu così detto -da un forte che i Milanesi vi costrussero nel luglio del 1162 per -contrapporre a quello di Carcano, ove si erano rifugiati, pronti a -rinnovare le offese, i fautori dell’Enobarbo. - -Al piede di questa bella eminenza evvi un casale ed un’osteria, detta -la _Ca’ de’ ladri_: è facile indovinare come la brutta denominazione le -venisse dall’essere il luogo isolato e proprio, massime in addietro, a -ricoverarvi siffatta genìa. - -Tutti questi paesi or sono animati da ville ed opificî, e nella parte -più elevata di questo punto, vicino al lago, evvi la _Retusa_, fonte -limpida, salubre e perenne, usufruttata a muovere macine, e ad animare -stabilimenti di serica industria. - -Affrettiamoci invece a visitare la villa Adelaide, che sorge a Tassera -e presso alla riva del lago d’Alserio. - -Dapprima l’ebbe la famiglia Imbonati, della quale fu ultimo rampollo -quel marchese Carlo, alla cui memoria consacrò Manzoni splendidissimi -versi sciolti, che ora ha il torto di respingere dalle edizioni fatte -sotto gli auspicî suoi; poi l’ereditò il barone Patroni, che, fattala -dall’architetto Clerichetti di Milano ultimare, riducendola a stile -nordico, forse scozzese, diventò fra le più splendide che si conoscano -anche per ricchezza degli interni adornamenti. I giardini sono -egregiamente ordinati; getti d’acque perenni la ravvivano, comunque -non sia tutto ciò giunto, per sentimento degli schifiltosi, a togliere -quell’aria poco allegra che quel seno del lago vi dà. Morto il Patroni -e legata ai Calvi la villa, questi la tennero per poco, vendendola a -un commerciante genovese che volle lucrare togliendovi molti alberi; ma -essa fortunatamente, fin allora chiamata Patroni, dal suo più generoso -proprietario, venne di recente alle mani del cav. Domenico Basevi, -che, profondendovi egregie somme, non solo la restituì al primitivo -splendore, ma ne lo aumentò d’assai. - -Figuri quindi il lettore se non avessi allora ragione di dedicarle una -speciale escursione. - -Oggi essa ha nuovo battesimo, e dal nome della sposa dell’attuale -proprietario, si intitola _Villa Adelaide_. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMOTTAVA. - -MONGUZZO. - - Pontenuovo. — Merone, Mojana, Rogeno, Casletto e Garbagnate - Rota. — Nobero. — Le sue pesche. — Il Cavolto. — Le fornaci. - — Monguzzo. — Il suo castello e la sua storia. — I marchesi - Rosales. — Villeggiatura Mondolfo. - - -Tanto da questa parte ove ci troviamo, quanto dall’altra parte del -lago d’Alserio, per la via che dalla Vallassina si va ad Inverigo, -si può ascendere sulla vetta del colle su cui signoreggia Monguzzo: -noi attendendo di continuare per la via di Parravicino nella ventura -escursione, scegliamo adesso la seconda. - -Esciti da Vill’Incino, che già vedemmo, ci troviamo, dopo avere -attraversato una strada che si chiude fra i campi, alla via provinciale -della Malpensata, e, volgendo a ritroso di essa, cioè a destra, in poco -tratto di cammino ci troviamo a Pontenuovo, da dove una via riesce -a Merone, quindi a Moiana, Rogeno, Casletto e Garbagnate Rota, paesi -tutti rallegrati da signorili villeggiature, che di poco discosti da -Bosisio chiudono da una parte, all’intorno al lago di Pusiano, quel -territorio che abbiam percorso del Pian d’Erba. Proseguendo poi per -quella onde siam venuti, ci vediamo a Nobero, o Nobile, come altri -chiama questo quadrato di caseggiati aperto da un lato, che, tinto -per la più parte in roseo, ti accenna com’esso appartenga ad un solo -proprietario, al signor dottor Domenico Porro, che personalmente -attendendo alla sapiente direzione dei suoi fondi, ne ottiene i più -fecondi risultamenti. Particolarità di questo villaggio sono le più -eccellenti pesche, sulle quali conta il colono fra i prodotti a sè -dovuti: diritto cotesto limitato a questi terrieri, onde moltiplicate -se ne veggano le piante. - -Prima però d’entrare in Nobero, non sarà inopportuno dare uno sguardo -al _Cavolto_, specie di serbatoio del Lambro, da cui si deduce l’acqua -che va ad irrigare il real parco di Monza, dopo avere percorso una -quindicina di miglia. - -Alle fornaci presso Nobile si fanno mattoni marmorati, valendosi di -un’argilla che si cava dal pendío orientale d’un poggio, che ha un -color plumbeo, e mescendola con altra ordinaria gialla. - -Per una strada praticata nel colle, si monta a Monguzzo. - -Il paese è in felicissima postura, perchè a mattino vede il Pian -d’Erba, a mezzogiorno domina il bacino dell’Éupili, a ponente la -Brianza, e a sera la villa del Soldo, Fabbrica e infiniti altri -paeselli, tutto recinto poi l’orizzonte da una corona azzurra di -montagne, colle onde del lago d’Alserio che gli baciano le pendici del -colle su cui posa. - -In antico fu paese nella podestà dell’arciprete di Monza, che vi -esercitava giurisdizione feudale, come su molte altre terre; quindi -parve luogo a fortilizî, e vi fu fabbricato un acconcio castello, e -Francesco II Sforza lo concedeva in feudo ad Alessando Bentivoglio, -spodestato signore di Bologna e governatore del Milanese, della cui -famiglia è la cappella che in Milano si vede nella chiesa di San -Maurizio del Monastero Maggiore sul corso di porta Magenta. - -Ma quel famigerato prepotente del Gian Giacomo De’ Medici, detto il -Medeghino, del quale già narrai in una passata escursione le ribalde -gesta, lo lasciò per poco godere degli ozî di Monguzzo; perocchè, -parendogliene la rôcca assai propria a’ suoi disegni, un dì, nel -1533, assalitola alla sprovvista, ne cacciò quelli che la presidiavano -pel Bentivoglio, e se ne installò padrone, spargendo d’ogni intorno -per le terre della Brianza, e massime per la Valsorda, il terrore. -E taglieggiava da qui non i massai soltanto, ma anche i signori, che -cercava di imprigionare e non rilasciare che contro enormi riscatti -e teneva in allarme la fortezza di Brivio e massime di Trezzo di più -grande importanza. - -Il Missaglia, amico di questo fiero capitano di ventura e storico di -sue gesta, lo scagiona dall’aver tolto al Bentivoglio il castello, -narrando come all’occupazione di esso fosse stato dallo Sforza medesimo -ordinato, e fornendone le ragioni. “Possedeva, scrive egli, in quel -tempo il castello di Monguzzo come suo proprio Alessandro Bentivoglio, -figliuolo di Giovanni, già signore di Bologna, parente del duca e di -molta autorità appresso lui, uomo di gran sincerità, ma poco inclinato -all’armi. Il castellano, visto con che poca cura e guardia era tenuto -quel luogo dal Bentivoglio, per sue lettere e col mezzo d’amici suoi, -fece intendere al duca con quanta facilità e con quanto suo danno -quel luogo, mal guardato, poteva capitare in mano degli imperiali -(gli Spagnuoli di Carlo V comandati da Antonio De Leyva), offrendosi -quando fosse rimesso alla sua custodia non solo di ben guardarlo, ma -eziandio con la comodità di quello, danneggiare molto i nemici, ed -assicurare quella parte del ducato dalle invasioni degli Spagnuoli; -il che sarebbe stato come un freno a Lecco, tenuto da essi. Il duca, -che, reso il castello di Milano, si trovava in Lodi, tolto dalle mani -degli imperiali e dato alla lega da Lodovico Vistarino, benchè dopo la -prigionia del Morone gli mostrasse poca inclinazione e poco fidasse -di lui, pur conoscendo vere le sue ragioni e dubitando di peggio, -e anco come quel ch’era posto in gran necessità di denari, sentiva -volentieri che quel castello si avesse a guardare senza suo costo. -Scrisse al Bentivoglio che rimettesse il castello alla guardia del -Medici, e le lettere furono inviate a lui stesso, perchè le presentasse -al Bentivoglio. Il Medici accortissimo, conoscendo quanto fosse per -spiacere questo al Bentivoglio, e quanto egli potesse appresso il duca, -dubitò, e ragionevolmente, che se gli mandava le lettere fosse per -riuscire vano il suo disegno; onde con l’aiuto di molti principali del -paese suoi amici fatta una buona raccolta di gente, accostastosi una -notte a Monguzzo, e scalatolo, si appresentò alla rocchetta ove era il -Bentivoglio con la sua famiglia e con le lettere ducali, e con la forza -strinselo ad uscire dal castello[41].„ - -Quando il De Leyva ebbe contezza della caduta di Monguzzo nelle mani -del Medeghino, così se ne dolse, perchè da lui si attendesse maggior -travaglio che non dal Bentivoglio, vi spacciò il conte Lodovico -Belgioioso con buon nerbo di forze onde ritorglielo; ma questi, dopo -varî assalti e perdita d’un centinaio d’uomini, disperando venire a -capo del suo proposito, si levò di là. - -Certo Martino da Mondonico, animoso, ma avido di ricchezza, aveva -saputo entrar nelle grazie del Medici ed ottenuto aveva da lui il -commissariato di alcune tasse e contribuzioni che con durezza esigeva. -Parve al De Leyva di poter guadagnar coll’oro il Mondonico, onde -agevolarsi il conquisto di Monguzzo che gli intercettava la strada da -Lecco a Milano, ed infatti se l’ebbe facilmente a’ suoi interessi. -Ma l’ingordo traditore volle dapprima di compiere il tradimento -arricchirsi, ed abusando del nome del Medici, si impadroniva un bel -dì del castel di Perego. Poichè vi fu penetrato, buttata la maschera, -vi prosciolse i prigionieri e si chiarì al servizio del De Leyva. Il -Medici mandò subito il capitano Pellicione a riprendere il castello, e -l’ebbe coi traditori, i quali condotti a Monguzzo vi vennero appiccati -per la gola, e il Mondonico, posto prima a’ tormenti, fu poi vivo, -siccome si meritava, inruotato. - -Poneva allora il Medeghino in suo luogo castellano di Monguzzo il -fratello Battista; ma poi, quando gli parve trasferirlo a comandare -la più importante fortezza di Lecco della quale s’era insignorito, vi -sostituì il suddetto capitano Pellicione. - -Non mi so che il castello di Monguzzo fosse teatro a ulteriori fatti di -guerra; perocchè buttata, a questo cerbero dalle tre gole, intendo dire -del Medeghino, l’offa da Carlo V, col crearlo marchese di Marignano -e coll’inviarlo altrove a portar guerra, spulezzò il Medeghino pur da -questi luoghi. - -Più tardi il castello apparve tramutato in amenissima villeggiatura, -mercè le cure dei marchesi Rosales alle cui mani pervenne; ma -l’ultimo di essi, che molto di sua fortuna adoperò a pro dell’italiana -indipendenza, nel 1853 la vendette al conte e banchiere Sebastiano -Mondolfo, delle cui sapienti liberalità m’avvenne già di intrattenere, -quando m’ebbi ad occupare dell’altra sua villa in Borgo Vico a Como. - -E liberalità sapienti operò anche qui in questa sua villeggiatura di -Monguzzo, perocchè aprisse a sue spese una scuola, e nel cascinale che -fe’ erigere introducesse molte comodità, per le quali mostrò come pur -i poveri coloni chiamar si debbano, per migliorarli, a partecipare alle -inevitabili esigenze del vivere sociale moderno. - -È una consolazione quando si vede alcuno de’ privilegiati dalla -fortuna, in mezzo agli agî, rammentarsi che v’ha chi soffre e penuria e -gli stende misericorde la mano. Sebastiano Mondolfo ha provato in tante -occasioni d’essere uno di costoro. - - - - -ESCURSIONE TRENTESIMANONA. - -IL SOLDO. - - Il casolare del Monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. — Il Soldo - degli Appiani. — Villa Turati. — La casa, il giardino e il - parco. — Gli acquedotti. — Casino rustico. — Orsenigo. — Casa - Carcano. — Anzano. — Villa del marchese Carcano. — Piccolo - albergo. — Alzate. — Vecchio castello. — Palazzo Clerici. — - Fabbrica. — Brenna e don Antonio Daverio. - - -A stretto rigore, il colle di Monguzzo, a parer mio, chiuder dovrebbe -il bacino del vecchio Éupili, o, come suolsi oggi dire, del Pian -d’Erba; ma siccome è assai indeterminato anche nella mente di que’ -del paese il confine di questa ridentissima porzione di territorio che -designasi sotto la denominazione di Pian d’Erba, io credo non uscir da’ -limiti che s’è prefisso il mio libro spingendo questa volta la nostra -escursione da questa parte insino alla stupenda villeggiatura del -Soldo. - -E d’altronde fosse anche fuori affatto della cerchia de’ paesi che -dall’universale si assegna approssimativamente al Pian d’Erba, siccome -al Soldo ci va ognuno che venga al Pian d’Erba; così anch’io non posso -a meno che condurvi il mio lettore. - -Vi arriveremo dalla via di Parravicino, alla quale facciamo ritorno, -oltre la _Ca’ de’ ladri_, che abbiamo veduta. - -Lo si scorge presto, perchè esso s’alza tronfio sulla cima della -più lieta eminenza e di là sembra accivettare quanti necessariamente -percorrendo la via che mena alla Valsorda, vi rivolgono lo sguardo. -Altri poggi vi stanno presso, tutti diligentemente coltivati, e di -pertinenza del medesimo signore, del conte Turati, salito per operosi -commerci in filati di cotone a sterminata ricchezza e al patriziato -italiano. - -Allorquando si è sotto la collina del Soldo, vi pare di avere -davanti una scena teatrale: mulino a vento, chioschi e padiglioni, -_chalets_ e _cottages_, introduzioni leggiadre di cose forestiere, -viali, telegrafo, una ben ordinata e splendida vegetazione, il tutto -incoronato dal palazzo che sta in cima. La prima impressione ci avverte -subito che la villa gode di meritata fama. - -Molti rammentano ancora come quivi non fossero prima che una meschina -sodaglia, borri profondi e frane, rovi ed arbusti inutili: non vi aveva -infatti alla sommità del colle che un casolare di ragione del monastero -di Sant’Ambrogio di Cantù. Chi mai avrebbe detto allora che si sarebbe -tramutato tanto squallore nella più gioconda plaga? Questa metamorfosi -prodigiosa, iniziata da don Giacomo Appiani d’Aragona, che ridusse -quell’aspro colle a villa su disegno dell’egregio architetto Moraglia, -del senno del quale già ammirammo in queste nostre escursioni non poche -opere, fu perfezionata dal conte Turati. - -E veramente scrissero i signori Zoncada e Garovaglio nella loro -opera _I giardini dell’alto Milanese e del Comasco_, levando a cielo -il Soldo[42]. Sarebbe difficile, sentenziaron essi, trovare altrove -più stupenda varietà di scene, più ampie vedute, più diverse, e nel -tempo stesso, e qui è il merito dell’uomo, una struttura, un disegno -meglio ideati, più acconci alla qualità del sito, più rispondenti -agli ultimi progressi dell’arte de’ giardini, una coltivazione più -ricca, più lussureggiante, e per certe parti più degna che si pigli -ad esempio. Sono pregi e bellezze che a comprenderle non arriva che -la vista; per la parola è molto ancora se le riesca di lasciarle -indovinare. Que’ viali, que’ passeggi, che larghi, agevoli, spazzati, -girano il poggio serpeggiando con sì dolce movenza e dominando sempre -l’immenso orizzonte; quelle costiere che verdi, fiorite, sparse d’ogni -maniera di piante, si prolungano di qua, di là sì pittoresche fin giù -nella valle; que’ prati, que’ piani ameni dove l’occhio si riposa sì -tranquillo e beato; quel contrasto tra il semplice e il grandioso, il -ridente e l’austero, tra l’arte e la natura, per cui passi dalla rigida -vegetazione delle Alpi alla sfoggiata delle zone più favorite dal sole; -che li vedi affratellarsi, dal vivace padiglione Chinese al chiosco -orientale e al positivo casolare dello svizzero o dell’olandese, dal -ponte di legno che ricorda la primitiva età de’ pastori alle fontane -marmoree, alle statue, opera di famosi scalpelli e documenti della più -alta civiltà; bisogna vederli chi voglia farsene il giusto concetto: -noi non possiamo che rammentare così a sbalzi, come la memoria ci -soccorre, di tante meraviglie quelle pochissime delle quali ci è -rimasta una impressione più profonda, e che per la qualità delle cose -torna meno difficile a comunicarsi altrui. - -Così, per esempio, potrà di leggieri, pare a noi, anche chi mai non la -vide, imaginare quale debba essere il magico effetto di quella serie -di stufe tutte eleganti, tutte magnifiche, che giù giù pel dosso della -collina discendono a gradinata, quasi emiciclo di vasto anfiteatro. -Vi aggiunga colla fantasia i grandi balaustrati che la riparano per -davanti con vasi di classica forma, con piante di rara bellezza; vi -aggiunga grandi e piccole fontane in marmo ai diversi ripiani, belle -tutte, bellissima qualcuna, quella vogliamo dire che raffigura le tre -Grazie, opera di egregio scalpello, che ritrae quanto di più puro seppe -mai creare il cinquecento; vi aggiunga appiè di quel dosso a disuguali -distanze le spelonche, le grotte di vario genere, alte, spaziose, -tortuose, foggiate a galleria, a labirinto, fornite a dovizie d’ogni -comodità, con polle, zampilli, giuochi d’acqua d’ogni sorta, con istipi -a tarsia, busti, are, idoletti, medaglioni, con seggiole, scannelli, -divani, lettucci, tavoli e tavolini d’ottimo gusto; e tutto questo -sotto il più bel cielo che occhio d’uomo possa vedere, e dovrà farsi -certamente un concetto grande di questo luogo incantato. E sempre -maggiore si farà chi consideri le difficoltà senza numero che bisognò -superare per tramutarlo, di selvaggio che era, nella forma e stato -presente. Una sola vogliamo qui accennare che valga per molte, tanto -è grave; vedete quella copia d’acqua volta dall’un capo all’altro de’ -giardini a sì diversi usi in forma qui di fontana, là di ruscello o -di torrente, più giù di lago solcato da gai navicelli? Sul luogo in -origine non se ne avea pur stilla; tutta, tutta quanta si derivò da -lontani monti, e per magnifici acquedotti si condusse per mezzo a -queste terre riarse dal sole con ingente dispendio. - -Essa infatti si condusse con ingente spesa fin dai monti d’Albese, -facendola viaggiare per 9000 metri di tubi di ghisa. - -Lascio agli intelligenti di botanica il tener conto delle ricchezze -d’alberi e fiori d’ogni clima e paese che qui son disseminati, e di -estasiarsi davanti alle loro peregrine specie; io m’accontento di -ammirare i leggiadri colori, di aspirare i soavissimi profumi: accetto -i soli risultamenti e sarà meglio anche pel lettore, che certo non -cercherà al mio libro un trattato di quella scienza. - -Piuttosto non lascerò di accennare che il palazzo, se non è forse -corrispondente in vastità al giardino e parco, ha tuttavia da ospitare -una cinquantina di persone. Il casino rustico che gli sta accanto è -forse migliore nella sua semplicità; presso al casino svizzero vi è -poi uno steccato che racchiude alcuni dei più rari animali indigeni e -forestieri, fra cui primeggiano bellissimi merinos. - -Ah veramente aveva dunque ragione il nostro povero Raiberti, quando -diceva di questa villa essere un _Sold che var un milion_! - -Fra le terre circostanti ho già nella precedente escursione nominato -Orsenigo, quella terra che con Erba trasse in aiuto dell’armi milanesi -contro quelle del Barbarossa: quivi adesso ricorderò la bella casa -Carcano, architettata dal bravo Moraglia. - -Tirando dritto sulla via per la quale siamo venuti, tocchiamo Anzano, -bello per la sua elevata postura e per la villa e grandioso parco del -marchese Carcano; a man destra poi di questo paese, v’è la via che -conduce ad Alzate al principiar della quale or si eresse un piccolo -albergo. In Alzate poi, oltre qualche ricca casa, meritano osservazione -un vecchio castello che si volle reliquia di romana potenza ed il -palazzo Clerici. - -Ma, come che l’escursione nostra fosse bastevolmente lunga per le -tante cose ammirate al _Soldo_, chiudiamola a Fabbrica, dove sulla -eminenza sorge la villa dei conti Durini, che fruisce di bellissima -vista e dalla, quale, vedendo a destra sul ciglio della collina che -per l’opposto versante sogguarda al lago di Montorfano il paese di -Brenna, ivi sapendo come vi sia stato dimenticato parroco quel fior di -dottrina, di patriottismo e di bontà che è Antonio Daverio, mio maestro -di latine ed italiane lettere, mi felicito della diversa e libera -carriera da me poscia nella adolescenza abbracciata. - - - - -ESCURSIONE QUARANTESIMA. - -INVERIGO. - - Lurago. — Villa Sormani-Andreani. — Lambrugo. — Ville Galli - e Venini. — Inverigo. — L’arcivescovo Ariberto. — Bacco di - Brianza. — L’albergo. — La Rotonda. — Il castello e la villa - Crivelli. — Il Gigante. — L’Orrido. — S. Maria della Noce. — - Cremnago. — Villa Perego. — Il Cimitero. - - -Se ci siamo alquanto spinti al di fuori del Pian d’Erba dalla parte di -Parravicino per vedere il Soldo de’ Turati, perchè non ci spingeremo -ora oltre Nobero per ammirare la famosa Rotonda d’Inverigo e l’Orrido -dello stesso paese, che chiamano da ogni dove dalla Brianza brigate di -villeggianti e di curiosi; e la villa Perego di Cremnago? - -Centro Inverigo di tutta la Brianza, sarà per noi il limite ultimo -delle escursioni che ci siam proposti di fare durante gli ozî -autunnali. - -Da Nobero, che abbiam già visitato, per una bella strada si arriva a -Lurago. Quivi è la villa del conte Sormani-Andreani, con bel giardino -a pineti. Dapprima spettava alla patrizia famiglia Crivelli, che vi -risiedeva ed era feudataria d’Inverigo. Posta nella parte alta del -paese, la villa vi pompeggia e chiama lo sguardo di ognuno che passi. - -Poco fuori di Lurago, la via intristisce e si fa fangosa e trascurata -fin oltre Inverigo e puossi dire fino ad Arosio, onde infiniti e -generali i reclami dai moltissimi obbligati a percorrere questo -stradale importante. E se ne riscossero finalmente i comuni limitrofi e -l’autorità, e una nuova strada e più diretta fu ordinata ed appaltata, -e comunque le opere ne procedano lentamente, fra breve sarà tuttavia -un fatto compiuto. A sinistra di Lurago, prima d’arrivare ad Inverigo e -sul ciglio della valle del Lambro, è Lambrugo, ov’era prima un chiostro -di monache, tramutato poi in villa dalla famiglia Galli. Vi villeggia -anche la famiglia Venini. - -Eccoci ad Inverigo. I soliti antiquarî vorrebbero originato il nome -dalle due parole latine in aprico, come a dire un luogo situato -all’aperto ed al sole; ma altri invece pretendono sia nome celtico: -non ci frapponiamo noi a dir la nostra opinione, meglio sembrandoci -d’accettarlo qual è. Piuttosto non sarà privo d’interesse il sapere -come qui nel 1023 l’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano, -celebre nelle nostre storie per la parte presa nelle accanite contese -surte pel celibato de’ preti, possedesse beni, ch’egli poi assegnò al -rinomato monastero di San Dionigi da lui fondato in Milano. - -I colti gaudenti rammentano con maggior piacere che il vino d’Inverigo -godeva fino in antico una tal quale riputazione fra i migliori, e -appoggiano l’erudizione loro coll’autorità d’un poeta di nome Bertucci, -che, arieggiando il Ditirambo del Redi, che ognun comosce, del _Bacco -in Toscana_, scrisse alla sua volta un _Bacco di Brianza_, nel quale si -leggono i seguenti versi, che pone in bocca allo stesso Nume: - - Il terzo infine colma d’Inyerigo - Valentissimo vin, la cui mercede - Al par di Siracusa - Vanta Milano ancora il suo Archimede[43]. - -Ma per associazione di idee, dal buon vino ricorre il pensiero -all’albergo d’Inverigo. Quest’albergo, se non presenta i conforti tutti -dell’eleganza e dell’esigenza forastiera, è nondimeno il migliore di -tutta questa parte della Brianza, onde l’autunno vegga più famiglie -di conto prendervi stanza ed esservi arcicontente. Sostiamoci quindi, -amico lettore, e dopo esserci rifocillati, potremo pigliare le mosse -per ascendere alla Rotonda. - -S’innalza essa sulla parte più elevata della collina, sotto cui si -distende bellissima una valle, come tale pur ricordata nelle sue -opere da Sant’Agostino, disseminata di paesi; la sua facciata, che -giustamente fu detto rassomigliare a’ propilei d’Atene, è però rivolta -a tramontana. - -La fabbricò il marchese e architetto Luigi Cagnola di Milano nell’anno -1813, — quegli cui è dovuta l’architettura dell’Arco del Sempione -di Milano, — e vi spiegò tutta la grandiosità e il gusto classici, -profondendovi egregie somme, a smentita di que’ cialtroni ch’erano -venuti accusandolo d’architettar sempre grandiosamente quando si fosse -trattato di non ispendere danari proprî. - -Il fabbricato ha nel mezzo un’ampia sala circolare, che s’alza gigante -con cupola che costituisce la Rotonda; quindi tutto l’edifizio è -esteriormente riquadrato, poste essendosi agli angoli le camere della -restante abitazione. Il concetto d’una rotonda maestosa fece sì che gli -altri locali fossero ad essa sagrificati. Fu compiuta così un’opera -del più perfetto classicismo, se si vuole; ma dopo ciò, si domandano -molti, cosa vuole, a che serve, perchè qui collocato questo gigantesco -edificio? Come villa ha l’esteriore principesco; ma l’interno, a parte -la sala principale della Rotonda, non vi corrisponde. - -Come nella facciata, così pure nella parte postica, a mezzogiorno, -e che sogguarda la superba valle, vi sono ampie scalee; quella della -facciata poggia sopra un sotterraneo; l’altra su d’un terrazzo recinto -di balaustrata e sorretto da sei gigantesche cariatidi, che sono dello -scalpello di Pompeo Marchesi. - -Fu da esso che il re di Napoli, Ferdinando II, padre dello spodestato, -venuto tra noi, ammirando la sottoposta valle, di non so quante miglia -di circuito, così ben coltivata e ordinata quasi ad aiuole di fiori, -ebbe a chiedere bonariamente al marchese Cagnola, se tutto quel che si -vedeva fosse giardino della sua villa. - - [Illustrazione: Orrido d’Inverigo.] - -Se la collina su cui posa la Rotonda si digrada al paese, dall’opposto -lato risorge ad eminenza, sovra cui è il castello, ora palazzo e -giardino del marchese Luigi Crivelli, che ognun desidera veder meglio -curati, perchè abbian tutte le forme per costituire una delle più -grandiose ville. Ha molti ed annosi cipressi, e su d’un altipiano a -sinistra del palazzo vedesi una colossale statua di Ercole, alquanto -offesa dagli anni, che da’ terrieri si designa col nome di _Gigante_. - -Discendendo la collina de’ Crivelli, pei loro campi si va al bosco, -dove la natura e i cataclismi hanno prodotto siffatte spaccature di -roccia, per dove filtrano e scorrono limpide e fresche acque, che -formano un Orrido dell’effetto il più pittoresco. - -E meglio ancora il produrrebbero, se l’acque più riunite scorressero; -ma come l’età piega al positivo, così parte furono deviate a mettere in -movimento mulini. - -Con tutto ciò all’Orrido d’Inverigo, di proprietà del marchese Luigi -Crivelli suddetto, non v’ha chi venga al paese e che non tragga a -vederlo, sovente convegno ad amiche brigatelle che lo eleggono a luogo -di refezioni e riposo. - -A ponente della villa Crivelli si discende per uno stradone alla -Madonna della Noce, luogo piacevole assai e al quale convengono a -settimanale mercato da tutti i circonvicini paesi. - -Chi ama conoscere le migliori villeggiature e farsi adeguato concetto -della ricchezza de’ loro proprietarî, essendo in Inverigo, non lascia -di fare una scarrozzata a Cremnago, dove sorge il magnifico palazzo -della famiglia Perego. Se gliene è dato l’accesso, potrà il lettore -ammirarlo nelle sue parti tutte; e se nelle ampie scuderie vedrà molti -cavalli e taluni anche pensionati a riposo perpetuo, sorretti persino -da cinghie, potrà cavar argomento del cuore del ricchissimo padrone, -il quale del resto non restrinse alle bestie sole gli effetti della sua -bontà, prima avendola addimostrata nel dotare i suoi coloni di belle e -comode case. - -Il cimitero del paese merita pure di essere veduto. È buona -architettura di Giuseppe Chierichetti, e in esso è il sepolcreto -della famiglia Perego. È questo un’edicola di forma quadrangolare e -cilindrica, e alla parte superiore con gradinata e cupola d’ordine -dorico, colle pareti laterali fregiate di colonne, quattro delle -quali formano il pronao con cornice, architrave e frontone, entro cui -leggesi scolpito _Hypogeum_, e tutto condotto in miarolo rosso. Le -pareti interne sono a stucco lucido, la luce piove dal lucernario della -cupola, e nel fondo è l’altare marmoreo, con un bel gruppo in marmo -di Carrara, rappresentante la Maddalena a’ piedi della Croce, lodevole -opera dello scultore Labus. - -Per ritornare ora al nostro Pian d’Erba, rifacciam la medesima via di -Lurago e Nobero: è più agiata e vi giungeremo più presto. - - - - -CONCLUSIONE. - - -Altri paesi, altre ville, altre meraviglie di natura e d’arte ci -solleticherebbero ad altre escursioni; ma invaderei la Brianza, della -quale già qualche lembo abbiam tocco, e allora mi ci vorrebbe un altro -volume; perocchè per essa a buon dritto potrebbesi citare del pari -quanto l’Ariosto cantò de’ dintorni di Firenze: - - A veder pien di tante ville i colli - Par che il terren ve le germogli, come - Vermene germogliar suole e rampolli: - - Se dentro a un mur sotto un medesmo nome - Fosser raccolti i tuoi palagi sparsi, - Non ti sarian da pareggiar due Rome. - -E Baretti, proprio del suolo della nostra Brianza parlando, lo -chiamava “il più delizioso paese di tutta Italia per la varietà delle -sue vedute, per la placidezza de’ suoi fiumi, per la moltitudine de’ -suoi laghi, ed offre il rezzo dei boschi, la verdura dei prati, il -mormorio delle acque, e quella felice stravaganza che mette la natura -ne’ suoi assortimenti; insomma in questo vaghissimo paese, ovunque -si porti lo sguardo, non si scorgono che paesaggi ornati di tutte le -grazie campestri, la cui contemplazione produce quei momenti di dolce -meditazione, che tengono l’animo in grato riposo.„ - -Io ho promesso condurre il lettore con me lungo le rive del Lario e al -Pian d’Erba; credo avergli attenuta la promessa, mostrandogli quanto di -meglio mi è sembrato. Che se alcuna cosa ho lasciato, se passai avanti -qualche villa, senza farvi entrare il lettore, o, fors’anco senza pur -nominarla, consideri che nell’imbarazzo di ricchezza di luoghi e di -meraviglie in cui ci trovavamo, l’ommissione era agevole a commettersi, -molto più che v’abbian di molti che si ricusin perfino a rivelar le -più semplici cose, quasi che si tratti di violar, parlando, i loro -domestici lari; epperò non mi resta che invocarne la sua indulgenza. - -Ho avuto il pensiero, unendo il mio dire intorno al Pian d’Erba -a quello intorno al lago di Como, di chiamare più specialmente la -curiosità del forastiero sul primo e d’invogliarlo a farne soggetto -delle proprie escursioni; perocchè mi fosse sembrata non troppo nota -questa parte sì bella di nostra Lombardia; e se avrò raggiunto in -qualche modo l’intento, io mi chiamerò soddisfatto. - - -FINE - - - - -INDICE. - - - Introduzione Pag. 5 - - Escursione prima. — IL BARADELLO » 9 - - Il Castello. — Uno sproposito di geografia. — Etimologia del - Baradello. — Un cenno geologico. — La storia del - castello. — Liutprando. — Barbarossa. — Camerlata. — Scopo - del Baradello. — Napo della Torre. — La - chiesa di San Carpoforo. — Lapide. — Villa Venini ora - Castellini. — Il collegio alla Camerlata. — Opificî - industriali. — Ville Larderia, Martignoni, - Prudenziana e Carloni. - - Escursione seconda. — IL GENEROSO » 21 - - La città di Como. — La chiesa di S. Fedele. — La basilica di - S. Abbondio. — Il Teatro. — Il Camposanto. — L’albergo - Volta. — Chiasso. — Il Crotto e le _polpette_ della - Giovannina. — L’albergo di Mendrisio. — Dottore - e albergatore. — Il Monte Generoso. — Salita. — L’albergo del - dottor Pasta. — La cura dell’aria. — Geologia, fiora e fauna. — Il - dottor Pasta. — L’albergo del Generoso. — Il tramonto. — Il - Dosso-Bello. — La vetta. — Panorama. — Ancora l’albergo di - Mendrisio. — Le Cantine di Mendrisio. — L’Ospizio. — Vincenzo - Vela. — Ligornetto. — Le cave di Arzo. — Le acque solforose di - Stabio. — San Pietro di Castello. — Romanzo storico. - - Escursione terza. — IL NINO » 45 - - Brunate e la leggenda di Guglielmina. — La Grotta del - Mago. — Le ville Castiglioni, Sessa, Pertusati e - Cornaggia. — Villa Angiolini. — Villa Rattazzi. — U. Rattazzi - e Maria Bonaparte Wyse. — Villa Pedraglio. — Le ville Trubetzkoi, - Ricordi e Artaria. — La villa Carena inabissata. — Blevio. — La - villa Bocarmé e la Comton, ora Lattuada. — Il Pertugio - di Blevio. — Il Buco del Nasone. — Le ville Taglioni, Schuwaloff, - Vigoni e Sparks. — La Roda e Giuditta Pasta. — Adele Curti. — - Il Nino. - - Escursione quarta. — L’OLMO » 53 - - San Fermo e i volontarî di Garibaldi. — Borgo Vico. — Villa - Barbò. — Il Museo di monsignor Giovio e la villa Gallia. — Villa - Saporiti, già Villani. — Bonaparte e i deputati di Como. — Palazzo - Resta. — Ville Salazar, Bellotti, Mancini, Brivio, Belgiojoso, - D’Adda e Pisa. — Villa Mondolfo. — L’Olmo del marchese - Raimondi. — Caninio Rufo e Plinio il Giovane. - - Escursione quinta. — IL PERTUGIO DELLA VOLPE » 59 - - Gite montane. — Il trovante dell’Alpe di S. Primo. — Il - Sarizzo. — Grotte e Caverne. — Grumello. — Villa Celesia. — La - Zuccotta e _I Tre Simili_. — Il signor G. B. Brambilla. — Villa - Caprera del signor Loria. — La Tavernola e l’Albergo. — Villa - Gonzales. — Il capitano De Cristoforis. — La Villa Bignami. — La - Villa Blasis. — A Carlo Blasis. Versi. — Il Bisbino. — Il Pertugio - della Volpe. — Marmi e pietre. - - Escursione sesta. — LA VILLA D’ESTE » 69 - - Cernobbio. — Debitori e Monache. — Villa Bolognini. — Villa - Lejnati. — Villa Belinzaghi. — Garrovo. — Il general Pino. — La - villa d’Este. — Giorgio IV d’Inghilterra. — La principessa di - Galles. — Suo processo. — Sua morte. — Sue opere alla villa - d’Este. — L’Albergo della Regina d’Inghilterra. — L’acqua - della Coletta. - - Escursione settima. — IL PIZZO » 89 - - Madama Musard. — La villa il Pizzo. — G. B. Speziano la - fabbrica. — I conti Muggiasca. — Il Vicerè del Regno - Lombardo-Veneto. — Migliorie. — La villa Curié. - - Escursione ottava. — LA CASCATA DI MOLTRASIO » 93 - - Il bacino di Moltrasio. — L’osteria del Caramazza. — Un mio - episodio. — Villa dei signori Nulli. — La leggenda della - Ghita. — Perchè si nomi Moltrasio. — La Vignola dei - Passalacqua. — E la villa Durini? — Geologia. — La - cascata. - - Escursione nona. — MOMPIATTO » 105 - - Perlasca. — Tradizione. — Villa Tanzi ora - Taverna. — Torno. — Storia. — Gli sposi annegati. — Ville - Croff, Righini, Antonelli. — La chiesa di - S. Giovanni e pia leggenda. — Mompiatto. — Le sue monache. — La - Pietra pendula e la Nariola. - - Escursione decima. — LA PLINIANA » 111 - - Le vittime del lago. — La villa Matilde dei signori Juva. — - Villa Canzi. — La Pliniana. — Plinio il Giovane e il flusso - e riflusso. — Spiegazione del fenomeno. — La Breva e il - Tivano. — L’assassinio di Pier Luigi Farnese. — Giovanni - Anguissola. — La villa e l’attuale proprietaria. - - Escursione undecima. — DA MOLTRASIO A TORRIGIA » 123 - - Orrido di Molina. — Lemna e la Colonia greca. — Una sventura - nel 1163. — La villa Buttafava. — Pognana e Palazzo. — - Premenù. — Ancora a Moltrasio. — Ville Salterio, Invernizzi, - Tarchini-Bonfanti, De Plaisance. — Pensiero. — Rosiera. — Villa - Pavia. — La Partenope. — Igea. — Villa Savoja. — La Minerva, - ora villa Elena. — Villa Ostinelli-Turati. — Urio. — Ville - Melzi, Jenny, Calcagnini, Taroni. — Sofia Fuoco. — G. B. - Lampugnani. — Sonetto a Katinka Evers. — Ville Rocca, Tarantola, - Ottolini, Battaglia, Viglezzi. — Villa Sangiuliani. — Ville - Lavizzari, Porro e Longoni. — Cantiere dei fratelli Taroni. — - Laglio. — Monumento a Giuseppe Franck. — Villa Galbiati. — - Torrigia. — Villa Cetti. — La punta. - - Escursione duodecima. — IL BUCO DELL’ORSO » 131 - - Il dottor Casella di Laglio. — La brigatella. — La vista. — - Il cammino. — Il Buco dell’Orso. — Sua scoperta. — - Descrizione. — Visite di dotti. — Le scarpe di S. Pietro. — - Questioni geologiche. — Paleontologia. — Gallerie - o pozzi scoperti dopo. — La discesa. - - Escursione decimaterza. — IL PIANO DEL TIVANO » 155 - - La Cavagnola. — Careno e Quarsano. — La Grotta della - Masera. — Nesso. — Erno, Veleso, Gerbio. — Il Piano del - Tivano. — La brigata del Pian d’Erba. — Il Buco della - Nicolina. — Vallombria. — Il palazzo di Andefleda. — - La marcia della partenza. - - Escursione decimaquarta. — LA VALL’INTELVI » 161 - - Brienno. — Archigene fonda Argegno. — La Vall’Intelvi. — - Sua parte nella guerra decenne. — Diventa feudo. — La rivolta - del 1806. — Cospirazione del 1833. — Insurrezione nel 1848. — - Andrea Brenta. — I cospiratori del 1854. — L’insurrezione - e i volontarî del 1859. - - Escursione decimaquinta. — L’ISOLA COMACINA » 177 - - Le cascate di Camoggia. — Colono. — Sala. — Villa Beccaria. — - Zocca dell’Olio. — Isola Comacina. — La sua storia. — La - processione e la _Scorobiessa_. — Isola. — La torre del - Soccorso. — Campo. — La villa Delmati. — Dosso di Lavedo. — - Balbianello e la villa Arconati. — Il torrente Perlana. — - La Madonna del Soccorso. - - Escursione decimasesta. — LA TREMEZZINA » 185 - - Le bellezze della Tremezzina. — Versi. — Villa. — Villeggiatura - Carove e la _Commedia_ di Plinio. — Ville Torri e Vacani. — - Lenno. — Lapidi antiche. — L’abbazia dell’Acquafredda. — - Il chiostro di S. Benedetto. — Ville Litta, Barbavara, - Carmagnola e Carcano. — Bolvedro. — Villa Busca. — Le ville - Spreafico, Scorpioni, Kramer, Gerli, Della Tela, De Orchi, - Campagnani, Sala, Mainoni, Guy, Giulini. — Il caffè di - Tremezzo. — Albergo Bazzoni. — _Hôtel garni_. — Grianta. — - La grotta. - - Escursione decimasettima. — LA VILLA SOMMARIVA » 193 - - La villa Sommariva. — Suo primo proprietario. — Opere - d’arte. — Giardino. — Carlotta di Prussia e il principe di - Sax-Meiningen. — La Cadenabbia. — Albergo di Belvedere. — - Ville Brentano, Noseda, Piatti, duca di Sangro e - Seufferheld. — La Majolica. — L’albergo Righini. — Villa - Ricordi. — _Maxime Lari._ — Questione filologica. - - Escursione decimottava. — LA BELLAGINA » 201 - - Lézzeno. — Villa Vigoni. — Villa e Cappelletta. — I Sassi - Grosgalli. — Il Buco de’ Carpi. — Pietosa istoria. — Villa - Besana. — S. Giovanni. — Ville Ciceri, Trotti e - Poldi-Pezzoli. — Villa Luppia. — Villa Melzi. — Bellagio. — - La _Tragedia_, villa di Plinio. — Il castello di Bellagio. — - Marchesino Stanga vi edifica la villa e que’ della Cavargna - la distruggono. — Ercole Sfondrati la riedifica. — La - Sfondrata. — La Contessa di Borgomanero, tradizione. — La - villa passa ai Serbelloni. — Parini vi ospita. — Ora mutata - in albergo. — La Crella dei Frizzoni. — Pescaù. — La villa - Giulia, ora albergo. - - Escursione decimanona. — IL SASSO RANCIO » 211 - - Il Monte degli Stampi e l’Arca di Noè. — Ville di Menaggio. — - Loveno. — Ville Pensa, Garovaglio, Alberti, Azeglio, - Mylius-Vigoni. — Cardano. — Villa Galbiati. — La Val - Cavargna. — Porlezza. — Fabbrica di vetro. — Il Castello di - Menaggio. — La Sanagra. — Lapide romana. — Nobiallo. — - Ligomana, Plesio e Naggio. — Il Sasso Rancio. — I cosacchi - al Sasso Rancio. - - Escursione ventesima. — LE FERRIERE DI DONGO » 217 - - Rezzonico e il suo Castello. — Il Castello di Musso. — Il - Medeghino. — Le Tre Pievi. — Villa Manzi. — Dongo. — Casa - Polti. — Villa del vescovo di Como. — Chiese di S. Stefano - e S. Maria. — Valle dell’Albano. — Le miniere di ferro. — - I forni fusori. — Garzeno. — Brenzio. — Le _Frate_. - - Escursione ventesimaprima. — GRAVEDONA » 223 - - Consiglio di Rumo e San Gregorio. — Pizzo di Gino. — Valle - di Lesio. — Gravedona e la sua storia. — La chiesa di San - Vincenzo. — S. Maria del Tiglio. — La Madonna sfolgorante. — - Peglio. — Liro e i tre laghetti. — Il Sasso acuto. — Domaso. — - Gera. — Sórico. - - Escursione ventesimaseconda. — REGOLEDO » 229 - - Olgiasca. — Piona e il suo lago. — Colico e i suoi padroni. — - Dorio, Carenno e Dervio. — Bellano. — Grossi e Boldoni. — - L’Orrido. — Il Sasso di Morcate. — Riva di Gittana. — - Varenna. — Albergo e villa Venini. — L’Uga e la Capuana. — - Il Fiume Latte. — Regoledo. - - Escursione ventesimaterza. — IL MERCATO DI LECCO » 235 - - Vassena. — Limonta. — La Pietra Luna. — Civenna. — I - Marroni. — Perledo e la Regina Teodolinda. — Lierna. — - Olcio. — Villa Pini. — Mandello. — Abbadia. — La - Gessima. — Lodovico Savelli. — Le Caviate e la Maddalena. — - La strada militare. — Onno. — Parè. — Lecco. — Il Maglio. — - Acquate e Pescarenico. — Il Galeotto. — Il Mercato di - Lecco. — Le _robiole_. — Gli alberghi del _Leon d’Oro_ e - della _Croce di Malta_. - - Escursione ventesimaquarta. — VALMADRERA » 243 - - Malgrate. — Gli etimologisti. — Casa Agudio e i suoi ospiti - illustri. — La chiesa parrocchiale e il pittore Cornienti. — - Valmadrera. — La Chiesa. — Il trovante utilizzato. — Le - Cappelle della _Via Crucis_. — La villa del signor Egidio - Gavazzi. — La villa del signor Pietro Gavazzi. - - Escursione ventesimaquinta. — IL MONTE BARO » 247 - - Bartesate, Villavergano, Figina. — La casa degli Umiliati. — - Ello. — Ville Prinetti, Annoni, De’ Vecchi. — La villa - Paolina. — La _Bellavista_ del signor Cereda. — Galbiate. — - Palazzi Brioschi e Ballabio. — La villa Sanchioli e l’eco - polisillabo. — Case Curti e Riva. — La chiesa di S. Michele. — - La lapide di piazza. — Il Monte Baro. — Fiabe archeologiche. — - L’effigie immobile. — La Rocca di Re Desiderio. — La fanciulla - nel pozzo. — Il Monte delle Crocette. - - Escursione ventesimasesta. — LA VALLE DELL’ORO » 253 - - I Corni di Canzo. — Civate. — Il monastero benedettino. — - Il re Desiderio e Adelchi. — La tradizione del miracolo. — - La Valle dell’Oro. — Barzaguta. — La cascata. - - Escursione ventesimasettima. — LA CASA DEL PARINI » 259 - - Annone. — La Squadra dei Mauri. — Suello. — Cesana e San - Fermo. — Bosisio. — La Chiesa e l’Oratorio. — Casa Banfi. — - Monumento ad Appiani e Parini. — Uno stregone dei tempi - antichi. — La casa del Parini. — Lapide commemorativa. — - Onta lavata. - - Escursione ventesimottava. — L’ISOLA DE’ CIPRESSI » 265 - - Il lago di Pusiano. — Il primo battello a vapore in - Italia. — Un mio processo. — Armi di pietra e palafitte - lacustri. — Pusiano. — Villa Conti. — Scene di - superstizione. — La Processione del Venerdì Santo. — L’Isola - de’ Cipressi. — Il romanzo di Bertolotti. - - Escursione ventesimanona. — IL BEL DOSSO » 273 - - Corneno. — La _Ca’ di strii_. — Villa Besana. — Galliano. — - Carella. — Mariaga. — Alpe di Carella. — Il Bel Dosso. — - Villa Graziani. — Longone. — Osteria. — La Malpensata. — - Penzano. — Bindella. — Villa Galimberti. — Proserpio. — - Villa Baroggi. — Inarca. - - Escursione trentesima. — LA VALLASSINA » 277 - - Il lago Segrino. — Canzo. — Il _Vespetrò_. — I Corni. — - La fontana del Gajumo. — La cascata della Vallategna. — - Il torcitoio Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. — - Asso. — Lapide antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. — - Pagnano, Fraino, Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. — - Lasnigo. — Le donne della valle. — Le serve. — Onno. — San - Carlo e la sua mula. - - Escursione trentesimaprima. — CASTELMARTE » 285 - - Val di Giano. — Caslino e suoi cacini. — Mulino S. Marco. — - Fabbrica di coltelleria. — Setificî Invernizzi, Castelletti, - Prina e Mambretti. — _Ademprivo._ — Castelmarte. — Ville - Bertoglio, Parravicini, Biondelli. — Fu Castelmarte capo - della Martesana? — _Castrum Martis._ — Giunteria - archeologica. — Reliquie antiche. - - Escursione trentesimaseconda. — PONTELAMBRO » 289 - - Mazonio. — La sua chiesa. — Il pittor Ferrabini. — La - Fusina. — Filatojo Ohli. — Zocco Romano. — Zocco Battista. — - La Bistonda. — L’annegato. — Pontelambro. — Case Guaita e - Carpani. — Una lapide nel Camposanto. — Filatojo Bressi. — - Villa Matilde. — La Plejade de’ poeti politici moderni, - sonetti. — Affresco luinesco distrutto. — Villa Carpani. — - Lezza. — Carpesino. — Arcellasco. — Resica. — Filatoj - Ronchetti e Mambretti. — Brugora. - - Escursione trentesimaterza. — SAN SALVATORE » 301 - - I _Geritt_. — Mornico. — Crevenna. — Ville Bressi e - Genolini. — Il torrente Bova. — La dara. — San Salvatore. — - Il convento. — Il signor Boselli. — Giovanni Biffi. — Il - tronco mellifero. — La villa Righetti. - - Escursione trentesimaquarta. — IL BUCO DEL PIOMBO » 305 - - La strada. — Il Buco del Piombo. — Onde il nome? — - Aneddoto. — Esterno. — Scopo. — Interno. — Iscrizione. — - Concorso di gente. — I versi di Torti. - - Escursione trentesimaquinta. — LA VILLA AMALIA » 309 - - La villa Amalia. — Guido Carpano e il convento di S. Maria - degli Angeli. — L’avv. Rocco Marliani. — Il palazzo, il - giardino e il bosco. — Il monumento a Parini. — Monti e - Foscolo ospiti. — Episodio della Mascheroniana. — La - torre. - - Escursione trentesimasesta. — ERBA » 315 - - Erba Superiore. — Il suo panorama. — La sua storia. — Il - castello e la villa Valaperta. — Pravalle. — Il torrente - Bocogna. — Villa Conti. — Erba Inferiore. — Pretura, ufficio - telegrafico, albergo e botteghe. — Il caffè e gli _amaretti_. — - Il teatro. — Ville Clerici e Brivio. — Vill’Incino. — Mercato - d’Incino. — _Liciniforum._ — Lapidi. — Ninfeo antico. — - Fatti storici. — Il mercato del giovedì. - - Escursione trentesimasettima. — LA VILLA ADELAIDE » 321 - - Villa Maria. — Bucinigo. — Pomerio. — Villalbese. — - Parravicino. — Ville Parravicini, Belgioioso e Gariboldi. — - La torre pendente. — Casiglio. — Carcano. — Battaglia - contro il Barbarossa. — Orsenigo. — Il Carudo. — Le - Lische Amare. — Alserio. — Castellazzo. — La Ca’ de’ - ladri. — La Retusa. — Tassera. — La villa Adelaide. - - Escursione trentesimottava. — MONGUZZO » 325 - - Pontenuovo. — Merone, Mojana, Rogeno, Casletto e Garbagnate - Rota. — Nobero. — Le sue pesche. — Il Cavolto. — Le - fornaci. — Monguzzo. — Il suo castello e la sua storia. — - I marchesi Rosales. — Villeggiatura Mondolfo. - - Escursione trentesimanona. — IL SOLDO » 331 - - Il casolare del Monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. — Il - Soldo degli Appiani. — Villa Turati. — La casa, il giardino - e il parco. — Gli acquedotti. — Casino rustico. — - Orsenigo. — Casa Carcano. — Anzano. — Villa del marchese - Carcano. — Piccolo albergo. — Alzate. — Vecchio - castello. — Palazzo Clerici. — Fabbrica. — Brenna e don - Antonio Daverio. - - Escursione quarantesima. — INVERIGO » 337 - - Lurago. — Villa Sormani-Andreani. — Lambrugo. — Ville Galli - e Venini. — Inverigo. — L’arcivescovo Ariberto. — Bacco di - Brianza. — L’albergo. — La Rotonda. — Il castello e la villa - Crivelli. — Il Gigante. — L’Orrido. — Cremnago. — S. - Maria della Noce. — Villa Perego. — Il Cimitero. - - Conclusione » 343 - - - - -NOTE: - - -[1] Questo è il mordace epigramma od epitaffio che al vescovo di Nocera -preparava quell’indemoniato: - - Qui giace il Giovio storicone altissimo, - Che di tutto sparlò, fuor che dell’asino, - Scusandosi col dir: egli è mio prossimo. - -Ma il Giovio era stato primo a scrivere di lui: - - Qui giace l’Aretin poeta tosco, - Di tutti parlò mal, fuor che di Dio, - Scusandosi col dir: non lo conosco. - -[2] “Chi ricerca le sante spoglie, qui venga e le ritroverà. Questo -altare le chiude in numero di sei che splendono di immensa luce. Qui -sono Carpoforo, Cassio e Secondo, unitamente ad Esanto, Licinio e -Severo. Costoro, dispregiando pel nome di Cristo la morte, nè temendo -morire, vollero qui essere collocati. Nessuno potè mai dividerli -nella tomba: santo e molto venerando essendo questo luogo, che -ognuno rispetti ed anzi onori di doni. Qui da divino consiglio fu pur -trasferito Felice, che pel primo predicò la divina parola; perocchè -egli fu il primo patrono di Como; onde tenendo fede al nome di Felice, -è meritamente felice su nei cieli.„ - -[3] _Promessi Sposi_, Cap. VIII. - -[4] Vedi _Bullettino del Club alpino Italiano_ (che si pubblica, in -Torino), N. 13 del secondo semestre 1868, in un articolo dell’ingegnere -Edoardo Kramer. Nello specchio delle ordinate che si vede in fine, -oltre la misura fattane dal De Welden, si dà quella di Dufour, che è di -soli metri 1698; di Oriani, che è di metri 1738, e del Lavizzari, che è -di metri 1739. - -[5] LAVIZZARI, pag. 14. - -[6] _Il Monte Generoso ed i suoi dintorni_, del dottor Luigi Lavizzari. -Lugano, tipografia Veladini, 1869. - -[7] Nato nel 1490, in Belluno, fu uomo erudito nelle lettere greche -e latine. Secondo il costume de’ letterati di que’ tempi, si impose -questo nome togliendolo dalla famiglia Da Ponte quivi illustre. -Fu precettore de’ figli di Lodovico Sforza, compose molte opere in -greco e latino, che ignoro se pubblicate, e si meritò che Belluno gli -decretasse una statua di bronzo. - -[8] Sussiste tuttavia in Lombardia una frase imaginosa, che riesce -identica a questa simbolica tradizione del gomitolo di refe consegnato -da Margherita al figliuolo Giorgio. _Va distante un gomitolo di refe_ -significa appunto presso noi: va molto e molto lontano. - -[9] C. PLINII. _Epistol._, Lib. 1-3. - -[10] Ne dettai la biografia nell’_Ingegnere Architetto_, giornale che -si pubblica in Milano da B. Saldini. - -[11] _I Misteri del Lario_, Racconto di Giuseppe Arnaud. Milano, 1867, -pubblicato nel giornale _La Lombardia_. - -[12] Una lapide incastrata nel muro di cinta d’un giardino ricorda -il dolorosissimo caso di Enrico Lok, annegato in cospetto de’ proprî -parenti e della moglie, che nulla poterono fare per lui! - - GULIELMUS LOK - ANGLUS - SUBMERSUS - IN CONSPECTU - PARENTUM - ET CONJUGIS - 14 SEPT. 1832 AET. 33 - -[13] C. PLINII CÆCILII SECUNDI. _Epistol._ Lib. IV, Cap. XXX. - -[14] _Tivano_ è così detto sul lago il vento boreale o di tramontana. -Ordinariamente è regolare, facendosi sentire in tempo di notte -e cessando alla mattina poco prima dell’alzarsi del sole. Cessa -egualmente la sua regolarità a mezzo il settembre. Lo stesso dicasi -della _Breva_ che succede al _Tivano_, e che si fa sentire dopo il -meriggio, aiutando le imbarcazioni che a vela spiegata ritornano da -Como. - -[15] AMORETTI. _Viaggio da Milano ai tre laghi_. Milano, 1817, pag. 271. - -[16] MANZONI. _Adelchi_. - -[17] Questa roccia è quella stessa che forma il secondo dei cinque -gruppi, di cui pare si componga la zona giurese nelle Alpi Lombarde e -che giace tra l’arenaria rossa di Varenna, di S. Martino e d’Introbbio -che le sta sotto, e il calcare bigio azzurrognolo talvolta arenaceo con -fossili (Viggiù, Arzo, Saltrio) che lo ricopre. (Dott. Emilio Cornalia: -_Su alcune caverne ossifere dei monti del Lago di Como_, inserte nei -_Nuovi Annali delle Scienze naturali di Bologna_, fascicolo di gennaio -e febbraio 1850 e riprodotte da lui nel _Manuale della provincia di -Como_ per l’anno bisestile 1852.) - -[18] Le _scarpe di S. Pietro_, così appellate forse da ciò che il -principe degli Apostoli, alla chiamata di Cristo, camminò sul lago di -Tiberiade, non sono altro che due imbarcazioni a foggia di lunga spola -da tessitore, collegate insieme, oblunghe, cioè, e strette. Chiuse -tutte e reggendovisi sopra, quasi servendosi di scarpa, è impossibile -che anche per bufera si affondino. - -[19] Per altro il dottor Casella ci assicurò d’avere il primo laghetto -passato a nuoto in una delle prime sue visite. - -[20] _Ossements fossiles._ Tom. IV. - -[21] _Su alcune caverne ossifere_, ecc., superiormente citate. - -[22] _Argegno e la Vall’Intelvi_, negli anni 1848 e 1859 per Gaetano -Ferrabini. Milano 1860. Tip. Fratelli Borroni. - -[23] VIRGILIO. _Georgica II_, e si potrebbe così tradurre: - - Perpetua qui la primavera ride, - E la state ne’ mesi ancor non suoi. - -[24] Eccone la versione: - - Forse che il mar, che l’una e l’altra sponda - Bagna io qui rammento? O i tanti laghi, - E te, massimo Lario, e te, o Benaco, - Che pari al mar, gonfi i tuoi flutti e fremi? - -[25] Eccone la versione: “Minicio Esorato, figlio di Lucio, della -tribù Oufentina, flamine del divo Tito Augusto Vespasiano, per consenso -dei decurioni, tribuno de’ soldati, quatuorviro con podestà di edile, -duumviro di giustizia, prefetto dei fabbri di Cesare e del Console, -pontefice, a sè ed alla moglie Geminia Prisca figlia di Quinto ed a -Minicia Bisia figlia di Lucio, vivente fece.„ - -[26] Io ne dettai la biografia, che fu mandata innanzi alle _Opere -complete_ sue pubblicate in Milano da Ernesto Oliva ed al _Marco -Visconti_, edito pure più volte in Milano da Amalia Bettoni. - -[27] Di questa Regina vedi il bello ed elegante studio fattone nelle -_Donne illustri_, da quel gentile e colto intelletto di donna che fu -Adele Curti. - -[28] “La libertà, che mal si vende per tutto l’oro, con fatica, litigio -e denaro acquistata, a quella di Galbiate ed alle terre finittime -arrise per regia concessione finalmente. Felice il giorno 17 giugno -dell’anno 1671, nel quale, scosso il peso dell’infeudazione e d’ogni -inferiore giurisdizione, questo popolo si ridusse direttamente sotto -la vicaria podestà del potentissimo re delle Spagne e del Senato. -La memoria di tanto riscatto, conservata privatamente negli scritti -autentici di Francesco Giorgio Ottolini, notajo della Regia Camera -ducale, viene pubblicamente affidata alla salda custodia di questa -lapide il giorno diciotto settembre dell’anno 1671.„ - -[29] _Memorie storiche_ della Chiesa ed Abbazia di S. Pietro al Monte, -e del Monastero di S. Calocero in Civate, raccolte dall’abate Giacinto -Longoni. Milano, 1850, tip. G. B. Radaelli. - -[30] Al barone De Martini. Ediz. Reina. - -[31] _Frammenti d’Ode_ ad Andrea Appiani. - -[32] Ode: _La Vita Rustica_. - -[33] Il mio amico Cominazzi aveva tradotte pel suo giornale due mie -lettere francesi ch’io aveva dettate per le _Matinées Italiennes_, che -si stampavano in Firenze. - -[34] Milano, Tip. Guglielmini. - -[35] La Corte di Roma. - -[36] _La salubrità dell’aria._ Ode. - -[37] Rocco Marliani, figlio di Pietro, di Milano, ampliato il vecchio -convento, eresse ed ornò la villa, che volle si chiamasse Amalia dal -nome della sua carissima consorte, 1801. - -[38] _Satira VI._ Lib. II. Gargallo così li traduce: - - Un discreto poder, nè già sì vasto, - Che avesse un orticello, e una fontana - D’acqua perenne, a la magion vicina; - Un po’ di bosco ancor per giunta; ed ecco - Tutto qual era il voto mio. Gli dei - Han fatto meglio e più: sien benedetti! - . . . . . . . altro non chieggo. - -[39] Canto IV. Edizione Resnati. - -[40] Matidia era nipote di Trajano e suocera di Adriano; epperò qui la -veggiamo divinizzata. - -[41] _Vita di Gian Giacomo Medici_, di Marcantonio Missaglia. Milano, -ediz. Colombo, 1854. - -[42] Presso l’editore B. Saldini di Milano. - -[43] Intende parlare del marchese Pietro Caravaggi, la cui famiglia -molto possedeva in Inverigo, e il quale fu professore nelle matematiche -presso l’università di Pavia, e morì nell’anno 1688. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LAGO DI COMO E IL PIAN D'ERBA *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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