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-The Project Gutenberg eBook of Il Lago di Como e il Pian d'Erba, by Pier
-Ambrogio Curti
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-using this eBook.
-
-Title: Il Lago di Como e il Pian d'Erba
- Escursioni autunnali
-
-Author: Pier Ambrogio Curti
-
-Release Date: July 10, 2021 [eBook #65610]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LAGO DI COMO E IL PIAN
-D'ERBA ***
-
- P. A. CURTI
-
-
- IL LAGO DI COMO
- E
- IL PIAN D’ERBA
-
-
- ESCURSIONI AUTUNNALI
-
- ILLUSTRATE DA INCISIONI IN LEGNO.
-
-
- Dal bel rapir mi sento
- Che natura vi diè.
- PARINI.
-
-
-
- MILANO,
- PRESSO L’EDITORE GAETANO BRIGOLA
- —
- 1872
-
-
-
-
- TIP. BERNARDONI.
-
-
-
-
-L’andare in villa, non molt’anni addietro, era di pochi, di que’
-felici soltanto che la fortuna aveva dalla nascita privilegiati, o ne’
-commerci arricchiti: ora gli è, può dirsi, dei più.
-
-S’è così tornati alla manía del basso tempo antico, quando noi s’era
-colonia di que’ famosi prepotenti che erano i Romani. Cicerone —
-tanto per nominare qualcuno d’universal conoscenza — che non era
-tra i più facoltosi, nè da patrizia famiglia nato, s’era appagato
-di una sua velleità e contava nientemeno che ventiquattro ville di
-sua proprietà, quantunque invero non prediligesse che le sue case di
-Tusculo e di Pompei; e Cajo Plinio il Giovane, quello stesso che fu
-delle nostre parti, anzi della città di Como, — senza dir del suo Tusci
-che egli aveva alle pendici dell’Appennino toscano, e del Laurentino
-che possedeva in Romagna sul litorale del Mediterraneo fra le città
-d’Ostia e di Laurento — lungo le sponde ridentissime di questo Lario,
-dove sto per accompagnare il mio lettore, ne aveva due, l’una a Villa,
-che denominò _Commedia_, l’altra prossima a Bellagio, che denominò
-_Tragedia_.
-
-Io perfino, che divido le cure della vita fra le cause, i processi
-criminali e le umane lettere, ma che da Cicerone e da Plinio son per
-merito e ricchezza lontano quanto ci corre dal gregario al generale,
-partecipe della febbre che ha i moderni invaso, mi son passata alla mia
-volta la follia di una villa, piccola sì, ma a me bastevole: _parva sed
-apta mihi_, come direbbe il gran lirico latino.
-
-La manía poi del viaggiare a solo titolo di divertimento è tutta
-propria dei nostri tempi; è il portato inevitabile delle tante vie
-ferrate e de’ vapori che solcano tutti i mari; i Romani l’avevan pure,
-ma pel solo gusto matto di tribolar le nazioni cui portavano la guerra
-e di svaligiarle interamente...
-
-Ma io la piglio forse soverchio da lontano, per ispiegare al mio
-lettore le ragioni di questo libro, nè va bene che l’annoi sin dal
-principio.
-
-Volevo dire adunque che da noi, in Lombardia principalmente, non c’è
-caso: quando arriva l’autunno, si vuol proprio andare alla campagna;
-che noi della capitale — intendo la morale — si sognan tutto l’anno
-le rive del Lario o i placidi e verdeggianti colli del Pian d’Erba, e
-beati se ci possiamo andare! So di chi s’acconcia a scampagnare nella
-catapecchia della nutrice d’alcun suo bambolo; d’altri a condannarsi
-a starsene chiusi nelle case di Milano, purchè si creda che siasi alla
-campagna.
-
-I viaggiatori che ci visitano, non ci lasciano se prima una giornata
-non abbiano passato sul lago di Como, percorrendolo su per i piroscafi
-che vanno e vengono da un capo all’altro; e chi appena lo possa,
-si sofferma non pochi giorni ne’ diversi e veramente confortevoli
-alberghi, che si sono venuti stabilendo ne’ varî punti di queste rive
-popolate di paeselli e di ville leggiadre, che incantano di sè anche
-coloro che han pur visto que’ miracoli di natura che sono i golfi di
-Napoli e di Genova.
-
-Nel Pian d’Erba, è vero, non ci vanno come noi; ma la colpa è tutta
-nostra, che non siamo pur anco giunti a praticarvi strade un po’
-convenienti e, meno ancora, alberghi; perchè tali davvero non ponno
-dirsi que’ che adesso se ne hanno arrogato il nome. Ma la locomotiva
-non tarderà guari a prolungarsi da Seregno almeno ad Erba, e sarà
-allora un’altra cosa; la Brianza superiore non sarà più certo un mito
-pe’ forestieri che saranno stati nella nostra Italia, e il bisogno
-d’impiantarvi adatte stazioni verrà dietro per conseguenza.
-
-Or bene; villeggianti e viaggiatori, nel soggiorno di questi luoghi, si
-domandano bene spesso: dove si va oggi? dove domani?
-
-Il mio libro è la risposta.
-
- Milano, maggio 1872.
-
- [Illustrazione: Castello Baradello.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE PRIMA.
-
-IL BARADELLO.
-
- Il Castello. — Uno sproposito di geografia. — Etimologia del
- Baradello. — Un cenno geologico. — La storia del castello. —
- Liutprando. — Barbarossa. — Camerlata. — Scopo del Baradello.
- — Napo della Torre. — La chiesa di San Carpoforo. — Lapide. —
- Villa Venini ora Castellini. — Il collegio alla Camerlata. —
- Opificî industriali. — Ville Larderia, Martignoni, Prudenziana
- e Carloni.
-
-
-I.
-
-Non è alcuno di noi che, giungendo la prima volta in ferrovia alla
-Camerlata, non appena uscito dal vagone, non abbia rivolto lo sguardo
-a quella torre che sta di sopra il colle che sogguarda alla stazione,
-e non sia corso a ricordare le mille storie che nell’infanzia gli
-saranno state raccontate dalla nonna o dalla fante intorno ad essa, e
-con certa curiosità non vi abbia per qualche istante tenuto l’occhio,
-quasi a dirsi: non era dunque una panzana quella che aveva udito del
-_Castell Baravell_, che così appunto nel nostro bisbetico dialetto
-abbiam travisato il nome di Baradello. E siccome una volta almeno anche
-l’ultimo de’ popolani s’è tolto lo spasso di visitare la città de’
-_missoltini_, — così chiamati que’ dolcissimi pesci che dà il Lario,
-quando si misaltano o vengono disseccati —; così non è più adesso pel
-minuto popolo nostro un mito, una favola, un alcun che di immaginoso
-questo _Castell Baravell_, che ha udito le tante volte ne’ suoi giorni
-d’infanzia ricordare.
-
-Ma siccome questo libro non è fatto unicamente per i miei concittadini,
-non mi soffermerò più altro nè a ritessere quella storia della prima
-fanciullezza, nè a sceverarla dalle ubbie e dalle fole immaginate
-all’opportunità dalle serve o bambinaie per aver savî i lor marmocchi;
-così ora toccherò al sodo ed a quel meglio che interessi.
-
-Sia che tu movendo da Milano percorrendo il cammin di ferro che si
-ferma a Camerlata, sia che da Colico tu scenda col piroscafo per il
-lago infino a Como, il castello Baradello ti si annunzia prestamente;
-perocchè egli torreggi sovra il colle, o monte che meglio ti piaccia
-di chiamare, il qual si eleva fuori appena la porta che riesce appunto
-alla via che scorge a Camerlata e per di là a Milano.
-
-Questo colle, io ti consiglio di ascendere, o lettore, nella gita
-che vorrai fare a Como, perocchè di là ti si parerà avanti il più
-superbo panorama che si possa figurare; miracolo di cielo e d’aria,
-vista di città e di paesi, di lago e di ville, di giardini e di
-poggi amenissimi, di palagi e di chiese, di poveri tugurî e di
-vasti stabilimenti industriali, di monti selvosi e di massi e vette
-cinericcie e brulle d’Italia e di Svizzera, che gli è a pochi tratti di
-distanza, ed anche di Savoja, che si fa rappresentare dal nevoso Monte
-Rosa.
-
-
-II.
-
-Sa ognuno di tutti noi come il monte Baradello chiuda il varco al
-Milanese, e non sia vero che girando intorno ad esso si ritrovi la
-strada che passa a Chiasso, primo villaggio della Svizzera italiana:
-parrà strano nondimeno che a falsamente indicarlo fossero appunto
-due scrittori di Como, e di quel valore che nessuno loro ricusa,
-come sono Paolo Giovio, lo storico, o _storicone_, come chi il voglia
-coll’Aretino corbellare[1], e Gastone Rezzonico prosatore e poeta non
-degli ultimi. Scrisse il primo, parlando del Baradello: _in edito jugo
-saxosae viae, quae tendit ad Helvetios_; cantò il secondo:
-
- minacciar dal giogo
- Lo svizzero pedon che incerto move
- Per l’aspro calle i faticosi passi.
-
-Di molto e molto si perdona al poeta, disse Orazio; è vero: ma forse
-non si è disposti ad accordargli la favolosa possa di Atlante di
-prendersi sulle spalle poderose un monte per piantarlo, come gli garba,
-fuor del posto che gli ha assegnato madre natura.
-
-Perchè si chiami Baradello, io potrei dirtene più d’una, chè nulla è
-più agevole che immaginare origini, etimologie: mi basterà invece di
-accennare, come coloro che ne’ varî nomi di radice greca che si trovano
-lungo il lago ne’ paesi — Lemna, Dorio, Nesso, Corenno, Colono, ecc.
-— presumono argomentare essere qui state colonie greche, vogliano
-il nome di Baradello derivare dalle voci _baris deile_ (βαρυς δειλη)
-ossia torre della bass’ora o d’occidente, perchè dietro quelle giogaie
-tramonti il sole; e chi invece dal celtico _Barrdell_, che significa
-_monte piccolo_; e infatti è nome pur dato all’altro monte _Barr_
-presso Lecco, tra Malgrate e Oggiono — Baro —, che Plinio, copiando
-Catone autore antico, non saprei con qual giudizio, pretende avesse
-sul suo culmine una città denominata Barra, donde ne sarebbero venuti i
-Bergamaschi e il nome della Brianza.
-
-Pei geologi può interessare per contrario il sapere come il colle
-Baradello si costituisca di pietra arenaria, non altrimenti che sono
-dell’egual roccia altre colline della provincia, e, stando agli _Atti
-della società patriotica di Milano_ (Vol. III), se ne sarebbe nel
-passato tratto allume e giallamina.
-
-
-III.
-
-Se veniamo alla storia, cose del pari malsicure ne segnano i primordî
-del castello che sovraggiudica questo monte.
-
-L’illustre autore della _Storia della città e diocesi di Como_, Cesare
-Cantù, che, del resto, di notizie del suo lago e della Brianza ne ha
-diffuse per tanti libri, nè sarà certo l’ultima volta che a lui per
-esse ricorrerò, nel far cenno di questa torre quadrata che fra le
-ruine grandeggia di Baradello, la trovò mentovata nel documento di
-Liutprando re, che reca la data del 4 delle none d’aprile dell’anno
-dell’incarnazione 800, primo del regno, indizione X, che, riferito
-in nota a pagina 103 (vol. I, edizione Le Monnier), attesterebbe di
-assai doni da lui largiti alla chiesa de’ santi Carpoforo e compagni
-da lui fondata. Al qual proposito commenta lo storico: _Sebbene troppi
-argomenti abbiamo addotti per giudicarlo, perciò vogliam fare stima che
-chi lo finse avrà procurato, quanto l’ignoranza glielo permetteva, di
-dargli aspetto di verità._
-
-E soggiunge così le altre notizie che concernono il fabbricato:
-
-“L’abate Uspergense veramente ne attribuisce la fabbrica al Barbarossa;
-ma può ben essere che abbia il terribile imperatore fatto risorgere
-quel forte, smantellato dai Milanesi, allorchè Como distrussero. Il
-castello fu abbattuto, sicchè nulla possiamo dedurre dalla sua forma:
-resta una torre massiccia, ma senza porta, nè altro carattere. Chi però
-ne guarda la solidità non troverà improbabile tanta antichità sua. La
-tradizione aggiunge che una via sotterranea guidasse di lassù sino al
-piano: fantasie applicate ad ogni castello, e nel nostro la rende meno
-probabile l’immensa difficoltà! Alla torre si avrà avuto accesso per
-un ballatoio a quella finestra grande che è alla metà; e le fosse, che
-vogliono credere vestigia della strada segreta, saranno state cisterne
-per conservar l’acqua.„
-
-Dei tre castelli che fiancheggiavano la città di Como, e che erano il
-Nuovo sopra San Martino, quel di Carnasino e il Baradello, è certo che
-quest’ultimo fosse il meglio importante.
-
-L’opportunità del luogo (perocchè incomba alla città, e perchè non
-occupata da sue forze e da’ suoi, la rocca le si sarebbe potuto
-rivolger contro, se tenuta da nemici) non lascia dubitare che da
-antichissimo, e prima ancora di re Liutprando, fosse una cittadella su
-quella cima e forse una di quelle ventotto che ricorda il Giovio essere
-state oppugnate in queste parti da Marcello.
-
-Federico Barbarossa la mise di poi in nuovo assetto, e dovea
-chiudere nell’ampia sua cerchia il quartiere per la guarnigione ed
-anche il palazzo ove stanziava il podestà e dove pure albergarono
-quell’imperatore e la sua donna.
-
-Non sarebbe difficile, a chi volesse studiarvi sulle ruine, assegnar il
-luogo del di lui palazzo, se esso fosse nel piano eminente, o se alle
-falde: certo è dato argomentare come esso dalle munizioni traesse il
-nome di _Ca-merlata_.
-
-E ad altro vantaggioso scopo valeva eziandio la torre del Baradello, se
-vuolsi, com’io penso, aggiunger fede a quelle argute osservazioni dello
-storico testè citato, e che pure è prezzo dell’opera il riportare.
-
-“Vi sarete accorti — scrive egli a pagina 47 del volume primo
-dell’opera succitata — come i luoghi principali fossero in punto di
-fortificazioni, così da resistere alla agitata fortuna. Ma poichè
-ognuno per sè era troppo poco o per difendersi o per offendere,
-formavano una maniera di federazione, o fosse colla città principale,
-o contro di quella; ed era perciò mestieri usar qualche guisa per
-comunicarsi uno all’altro i pericoli, le decisioni, le avventure. L’età
-nostra adopera meravigliosi telegrafi, che colla velocità dello sguardo
-tramandano a centinaia di miglia con esattezza le notizie; allora vi
-si doveva supplire con grossolane maniere. Se ti fai a considerare, o
-lettore, le nostre parti, vedrai delle torri sulle punte, sui poggi,
-d’onde lontano possa la vista; or quelli appunto erano i posti su
-cui stavano le scolte per esplorare la campagna e per ricevere e
-tramandare i segni telegrafici. Accadeva un bisogno? doveasi chiamare
-a parlamento, alle armi? comunicar un ordine, una notizia? Bandiere
-di colore diverso e variamente sciorinate, o meglio una o più fiamme
-disposte ne’ luoghi e nelle guise convenute, e replicate di vedetta in
-vedetta, propagavano abbastanza rapidamente le novelle.
-
-“Per questo erano stabilite le torri in modo che una guardasse
-l’altra. Al Baradello, se vogliamo toglierlo come centro de’ segni,
-corrisponde, verso il lago, Torno, o piuttosto quel colle presso
-Pognana che chiamano la Collina della Guardia; indi Argegno, oppure
-la Cavagnola, che potevano comunicare alla Val Intelvi; poi Bellagio,
-che da una parte alla Valassina, dall’altra al ramo di Lecco, da sera
-mandava il cenno alla Val Menaggio e pel castello di Grandola al lago
-di Lugano, e superiormente a Rezzonico, donde alla torre d’Olonio,
-posta all’imboccatura della Valtellina. Da quella potea propagarsi
-all’altra torre, che si vede ancora sopra Samolaco, donde al castel di
-Gordona, feudo vescovile, ed a quel di Chiavenna; e per la Valtellina
-al castello di Domosolo; e per le torri, poste principalmente sul
-vertice degli angoli salienti, fino alla serra che chiudeva i risoluti
-Bormini. Volgendo a nord-ovest, rispondeva al Baradello la torre
-di San Nicolao a sopracapo di Mendrisio, poi forse l’erta ed amena
-cima di San Salvatore, visibile a tutto il Ceresio; poi pel monte
-Cenere tramandavasi il cenno a Bellinzona, al Verbano, alla _Chiusa_
-(la ciosa) dei Lombardi. Verso mezzodì era la posta a Cantù, donde
-propagavasi al Milanese ed alla rôcca del Montorfano, che può a’
-lontanissimi confini della Brianza vedersi. I castelli posti tra mezzo
-apprendevano le novelle di que’ principali.„
-
-Il Castello di Baradello è ricordato come arnese che assai figura
-nelle lotte guelfe e ghibelline del secolo decimoterzo. Sono note
-le guerresche fazioni de’ Torriani e de’ Visconti. I primi, comunque
-usciti dalla Valsássina della provincia di Como, pur essendo di parte
-guelfa, s’erano legati a Milano con amicizia veramente larga. Avversi
-essi ai nobili, ch’erano stati cacciati, ed eletti a capitani del
-popolo, li combattevano con coraggio e valore, e se crudeli nelle ore
-solenni della pugna, erano miti nondimeno e generosi dopo di essa; onde
-la storia registrò quel che Martino della Torre ebbe a dire quando non
-volle trucidare i ghibellini da lui fatti prigionieri: “Poichè non
-ho potuto dar la vita, a nessuno vo’ toglierla.„ Ma espiarono tanta
-generosità; soccombendo a’ Visconti nella battaglia di Desio, Napo
-della Torre ed altri di sua famiglia vennero chiusi in una gabbia del
-Castello Baradello, ed ivi così fieramente trattati da empir di gemiti
-la valle ed a far iscrivere al Cronista: _In castro de Baradeìlo quasi
-canes tractati sunt._
-
-
-IV.
-
-Sovra il colle medesimo del Baradeìlo vedesi ancora a’ dì nostri quella
-chiesa, che più sopra ho menzionata, sacra a San Carpoforo, che si
-vuole in paese sia stata eretta ne’ primi secoli dell’êra cristiana.
-La tradizione pretende che in origine fosse tempio pagano dedicato a
-Mercurio, e venisse poi convertita in chiesa cristiana e vi fossero
-deposti e venerati i santi avanzi di Esanto, Cassio, Severo, Secondo,
-Licinio e Carpoforo, che si dicono qui presso martirizzati per la fede,
-sotto l’impero di Massimiano Erculeo. Siccome poi nella medesima chiesa
-sarebbe, giusta la pia tradizione, sepolto anche Felice, pur chiamato
-santo e che fu il primo vescovo di Como, così alla esistenza di tutte
-queste preziose e venerate reliquie rese testimonianza una latina
-lapide, che or più non sussiste, ma che letta in addietro così suonava:
-
- Huc veniens discat quæ corpora sancta requirat
- Hoc altare tenet, sex tanto lumine splendent.
- Hic sunt Carpoforus, tum Cassius, atque Secundus,
- Et simul Exantus, Licinius atque Severus.
- Hi spernendo viri mortem pro nomine Christi,
- Nec metuendo mori, simul hic voluere reponi.
- At talem numquam potuit quis cernere tumbam
- Hic sanctis, sanctus locus est, multum venerandus,
- Quem nullus cædat, potius sed dona rependat.
- Extat et hic Felix divinis ductus habenis,
- Verum divinum studuit qui dicere primum
- Comi nempe bonus, primus fuit iste patronus:
- In cœlis felix merito sit nomine Felix[2].
-
-Il medesimo re Liutprando, che più sopra ho nominato, e il quale
-restaurò questo tempio e gli fe’, come già dissi, molti doni, vuolsi vi
-facesse da Roma trasferire eziandio i corpi de’ santi Giacinto e Proto.
-
-Mette conto a chi ha asceso il Baradello il visitare questi
-interessanti avanzi. Si conserva tuttavia l’abside rotonda, la torre
-del campanile quadrata, la confessione sotto l’altare, o _scurolo_,
-come si direbbe dal volgo, od altrimenti cripta. All’altare poi si
-ascende per due laterali gradinate.
-
-
-V.
-
-Ora il Baradello non è più calpesto da militi catafratti, ma percorso
-da allegre villanelle e da operosi contadini, perciocchè sia tutto
-ricinto di fertili colli e vi si scorgano signorili ville. A fianco
-della suddescritta chiesa di S. Carpoforo sorge la villa de’ signori
-Venini, ora acquistata dal signor Castellini che ha un suo florido
-collegio di maschile educazione a Camerlata. Non più l’_all’erta_
-delle scolte parte dall’ampia torre, ma la canzone rustica di chi vi
-alberga si diffonde da quelle coltivate alture; non armi accolgonsi,
-ma istrumenti di agricoltura; ed alla bassa Camerlata non fortilizî
-più si ritrovano, ma gli edifizî operosi della ferrovia; e più in giù,
-nella vallata, alla destra di Como, opificî industriali; e al piede
-del colle, verso Garzola, la magnifica villa Larderia, ricca di acque
-che le scaturigini del monte le somministrano; poi quelle altre de’
-Martignoni, della Prudenziana e del dottor Carboni. Così ai frequenti
-gridi di guerra che per quelle vaghe pendici s’udivano ripercossi
-dagli echi de’ monti circostanti, è succeduto il sibilo prolungato ed
-acuto, ma pacifico, della locomotiva che annunzia l’arrivo o che saluta
-la partenza di tanti e quotidiani viaggiatori; alle agitazioni delle
-fazioni e alle intestine discordie tennero dietro le tranquille cure
-e i riposi, a’ quali questi beati recessi, privilegiati da natura,
-sembrano unicamente destinati.
-
- [Illustrazione: Monte Generoso.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE SECONDA.
-
-IL GENEROSO.
-
- La città di Como. — La chiesa di S. Fedele. — La basilica di S.
- Abbondio. — Il Teatro. — Il Camposanto. — L’albergo Volta.
- — Chiasso. — Il Crotto e le _polpette_ della Giovannina. —
- L’_Albergo di Mendrisio_. — Dottore e albergatore. — Il Monte
- Generoso. — Salita. — L’albergo del dottor Pasta. — La cura
- dell’aria. — Geologia, flora e fauna. — Il dottor Pasta. —
- L’albergo del Generoso. — Il tramonto. — Il Dosso-Bello.
- — La vetta. — Panorama. — Ancora l’albergo di Mendrisio.
- — La Cantina di Mendrisio. — L’Ospizio. — Vincenzo Vela. —
- Ligornetto. — Le cave di Arzo. — Le acque solforose di Stabio.
- — San Pietro di Castello. — Romanzo storico.
-
-
-I.
-
-Discesi dalla facile e coltivata eminenza del Baradello, non s’aspetti
-il lettore ch’io lo conduca subitamente al lago e quivi il tragga al
-piroscafo che fumiga, ardente della sua corsa quotidiana a Colico, o
-il faccia entrare nel burchiello, come vorrebbe il navicellaio, che
-ci sollecita, il berretto nell’una e la catena della barca nell’altra
-mano.
-
-Como ha ben altro ad intrattenerlo per un giorno, e anche più, quando
-ami le cose veder per bene, non già solo per la futile soddisfazione di
-poter dire: “ho visto.„
-
-Fuor le mura avrà a vedere la chiesa di S. Fedele e la vicina fabbrica
-di macchine idrauliche del Regazzoni; la basilica di Sant’Abbondio,
-contemporanea a quella di S. Carpoforo, che ha già visitata sul
-Baradello, e che servì di cattedrale insino al 1013, in cui il vescovo
-Alberico v’ebbe a collocare i monaci retti dalla regola di S. Benedetto
-e la cattedrale aprì in città nel Duomo attuale, che pur interessa
-di visitare, come uno dei più insigni monumenti architettonici di
-Lombardia, autore Lorenzo degli Spazzi di Valtellina, compiuto poi
-da Tomaso Rodari di Maroggia, del quale son forse le due porticine
-dei fianchi, di squisitissimo lavoro. Ammirerà in esso diversi buoni
-quadri, fra cui il Natale di Gesù; l’Adorazione dei Magi; i santi
-Cristoforo e Sebastiano e lo stupendo S. Girolamo di Bernardino Luini;
-lo Sposalizio di Maria e la Fuga in Egitto di Gaudenzio Ferrari.
-Nè lasci di dare uno sguardo al Pretorio, che sta a lato del Duomo;
-al santuario del Crocifisso, per la fama che vi chiama a migliaja i
-divoti; al Liceo, dove è interessante il gabinetto di fisica, in cui
-si trovano macchine che servirono a quel sovrano intelletto scopritore
-della pila, ad Alessandro Volta vuo’ dire, al quale nella piazzetta
-prossima al lago venne eretta una statua, mediocre opera di Pompeo
-Marchesi; al Teatro, architettato dal Cusi, ampliato dal Ruspini e co’
-bei dipinti del Pagliano e dello Speluzzi. Veda anche il Camposanto,
-architettato dal Tatti, e in cui si chiudono lodevoli monumenti, fra
-cui uno lodatissimo d’Antonio Tantardini di Milano.
-
-Il ricapito poi per l’intera giornata e per quanto ti avverrà di
-passare in Como, non andrai errato ad eleggerlo all’albergo Volta che,
-in riva al lago, sta presso al luogo d’imbarcazione sui piroscafi.
-Ammodernato, vi si introdussero tutte le lautezze d’un albergo di
-prim’ordine, e il forestiero di qualunque nazione e di qualunque più
-elevata condizione non può che trovarsi a suo bell’agio.
-
-Era indispensabile codesta indicazione; il lasciarla sarebbe stata
-mancanza verso il lettore, ingiustizia verso chi ha dotato Como di uno
-stabilimento, senza cui avevasi ragione, scesi appena dalla Camerlata,
-difilarsi pari pari al vapore, per ire in traccia d’albergo o alla
-Regina d’Inghilterra presso Cernobbio, o alla Cadenabbia, o a Bellagio
-od a Menaggio.
-
-
-II.
-
-Una passeggiata conviene ora che facciamo insieme, la quale avrei
-volontieri riservata, per procedere ordinatamente, allorchè giunti a
-mezzo del lago, che or misuro da Como a Bellagio, ci sarebbe occorso di
-scendere dalla barca o dal vapore ad Argegno, per metterci dentro la
-Valle Intelvi. Ma siccome non intendo di abusare delle gambe del mio
-lettore, nè farlo inerpicare di troppo su per le balze di San Fedele,
-così per giungere all’egual meta, approfittando delle mutate condizioni
-politiche che ricondussero fra noi e i nostri vicini della Svizzera
-le migliori relazioni d’amicizia, perchè già della medesima famiglia,
-onde non sia più mestieri ricorrere a passaporti o ad altri documenti
-personali, usciamo di Como, montiamo adagiati in carrozza il facile
-pendio dell’Olimpino, varchiamo il confine italiano, e, oltrepassato
-Chiasso...
-
-Ma no; prima di oltrepassarlo, d’una promessa ho a sdebitarmi.
-
-Chiasso era dapprima una borgata, che sembrava fatta apposta per
-beneficio di noi Lombardi, che volevamo sdrucciolar fuori dalle mani
-de’ nostri passati dominatori, quando, per un capriccio di poliziotto,
-per un sospetto generato da cattiva digestione del direttore di polizia
-di Milano, ci volevano agguantare. Al di là de’ pilastrini che per
-mezzo di una trave abbarrano il confine, Chiasso si distende, per mezzo
-diviso dalla strada che conduce a Capolago ed a Lugano, fiancheggiato
-da erbosi colli e da montagne popolate da paeselli e casolari, come
-_branco di pecore pascenti_[3], direbbe il nostro Manzoni. Ora Chiasso
-ha bel rilievo da una nascente fabbrica di tabacchi, che prepara sì
-eccellenti cigari, da sembrare che lo faccia espressamente a rendere
-ancora più insopportabili quelli che a noi dà la Regía; ha un albergo;
-e per noi, che non abbiamo l’agio di soggiornarvi, ha il _Crotto della
-Giovannina_, deliziosissimo _chalet_, d’architettura svizzera, che
-il mio ottimo ed ospitale amico, il colonnello federale Costantino
-Bernasconi, ha fabbricato, ma che alla barba sua prese il nome dalla
-sua conduttrice, e che io raccomando a chi transita per Chiasso,
-non a’ gaudenti della vicina Como, che già vi corrono la domenica a
-chiedere le _polpette della Giovannina_, rese celebri oramai, e che
-farebbero venire l’acquolina... no, volevo dire l’absinzio in bocca
-al chiarissimo autore della _Giovinezza di Giulio Cesare_, perchè _di
-color mogano_, com’ei le brama.
-
-La promessa era appunto quella di segnalare questo simpatico recesso,
-a pochi passi dal paese, lungo l’acqua della Falopia che scorre in
-sottil vena, protetto dall’ombra di superbi tigli, fatto più bello e
-più fresco da una cascata pittoresca, e più ricerco pel suo vino di
-Chambery che vi si beve. Non dimenticherò l’ora che vi ho passata, nè
-il ballo della sera, dove al suono dell’organetto, uomini e donne di
-tutte le condizioni repubblicanamente ballonzolavano e si turbinavano
-in certe polke e in certi waltzer, che direbbonsi impossibili, se
-veduti non li avessi. Vidi colà l’elegante dalla cravatta bianca
-irreprensibile e il contrabbandiere in manica di camicia rimboccata
-all’insù del gomito, la guardia di finanza italiana e lo svizzero
-carabiniere, l’impiegato e il contadino, l’operaja e la sguajata
-manutengola del frodo; una baraonda, insomma, vispa, matta e rumorosa
-da comunicarvi, anche vostro malgrado, il buon umore e l’allegria.
-
-
-III.
-
-Dopo ciò, tiriamo dritto.
-
-Passiamo Balerna, villa un dì del vescovo di Como, rivendicata ora dal
-Comune, e arrestiamoci in Mendrisio all’albergo che dal paese assunse
-il nome d’_Albergo di Mendrisio_, del signor Bernardino Pasta, che,
-prima d’essere albergatore fu un egregio pittor di genere, le opere del
-quale andavan spesso assai lodate alle esposizioni di belle arti nel
-palazzo di Brera a Milano. Sono quivi le pazienti cavalcature che ci
-devono condurre sul Generoso; perocchè non abbia detto ancora che lo
-scopo della nostra passeggiata è l’ascesa al Generoso.
-
-E sarà bene che ci informiamo dapprima se l’albergo che sta sopra a
-questo monte abbia ancora qualche camera in libertà; perchè avvenga
-non di rado che inglesi e americani, tedeschi e francesi, italiani e
-svizzeri, tanto in numero vi si trovino, da non lasciarvi uno de’ cento
-e più letti che vi stanno; e in tal caso il signor Pasta Bernardino
-di Mendrisio, fratello al dottor Carlo Pasta, ch’è l’albergatore del
-Generoso, vi potrà allora ospitare degnamente; perocchè vi abbia adesso
-allestito il proprio albergo di tutti i conforti della vita.
-
-Ad ogni modo, salvo a ridirne nel ritorno dal Generoso, noi possiamo
-farvi qui l’asciolvere nostro, mentre staccansi gli asini ed i muli
-dalla greppia e vi s’adattano le selle per le signore, e troveremo il
-nostro conto. La via ne richiamerà almen due ore; l’aria del monte ne
-renderà acuto l’appetito; sarà bene pertanto seguire il mio avviso.
-
-Intanto che facciamo onore alla buona colazione che ci dà il signor
-Pasta, discorriamo un po’ del Generoso, che dovremo ascendere fra
-breve.
-
-Esso è il monte più alto di quel gruppo delle Prealpi che sorge fra
-le valli di Mendrisio e d’Intelvi, e De Welden ne misurò l’altezza
-barometrica della punta meridionale fino a metri 1740, e il ticinese
-Lavezzari quella della punta settentrionale fino a metri 1733 sopra il
-livello del mare[4]. Vien chiamato eziandio Mendrisone e Calvagione,
-con quest’ultimo nome venendo designato da’ valligiani del versante
-lombardo; ed appartiene tanto alla Svizzera italiana che alla nostra
-Lombardia, perchè appunto pria di giungere sulla vetta sta la pietra
-che divide i due territorj. Ma siccome a noi insegnano gli statistici
-che nel dire de’ confini d’un paese, non si abbadi a que’ limiti
-temporanei che può imporre la politica contingente, così certo non andò
-lontano dal vero chi il Monte Generoso, per la maraviglia del panorama
-di cui dispone da’ suoi culmini, ebbe a chiamarlo il Righi lombardo, a
-simiglianza di quello svizzero, che ergesi al di sopra di Zurigo, dove,
-malgrado la sua antica celebrità e la vista de’ sottoposti laghi di
-Zug, dei Quattro Cantoni, di Loverz e di Sempach, e de’ monti elvetici,
-non ha però l’ampiezza dell’orizzonte e la serenità del Generoso,
-ricinto non da brulle roccie, ma da monti coperti di verzura e di
-fiori, e sorridente alle acque del Lario e del Ceresio che si vedono
-scorrergli ai piedi, e più lontano a quelle del lago di Varese coi
-vicini laghetti di Biandronno, di Monate, di Comabbio e di Muzzano, e
-più lontano ancora a quelle del Verbano.
-
-
-IV.
-
-Ma le nostre cavalcature scalpitano, le nostre guide attendono:
-affrettiamoci. Quando discenderemo domani, occuperemo la giornata nel
-visitare gli interessanti dintorni del piano.
-
-La via che scegliamo è la migliore. Se non abbiamo aspettato ad andare
-sul Generoso dalla parte di Vall’Intelvi, a causa del cammino dirupato,
-mai più non ci vorremmo noi avventurare per l’erta e non meno difficile
-via di Maroggio sul lago di Lugano e che passa per Rovio. Pigliamo
-adunque questa stradicciuola che ci scorge a Salorino: sarà la più
-facile, la più amena.
-
-Breve è il tratto che riesce a quel montano paesello, e presto
-lasciatolo addietro, s’entra in una valle e quindi in boschi di
-castagni e faggi, poi si traversano praterie, si rasentano burroni, si
-aprono prospettive mirabili ed incantevoli: dappertutto si svolgono
-quadri d’una natura agreste, ma piena di poesia, onde legittima è
-l’estasi degli artisti, che ad ogni istante vi rinvengono _trovate_ e
-soggetti a studî ed a schizzi. A quando ridente, a quando severa, sia
-che si presentino verdi tappeti smaltati di fiori, sia che si parino
-avanti roccie ed abissi, la via riesce ognora interessante, ed è
-appena se dal tumulto degli affetti che vi tenzonano nell’anima, tutta
-occupata dalle più svariate sensazioni, ora liete or melanconiche, e se
-dalle or sublimi ed or terrene imagini, che vi avvicendano il sorriso
-e la volontà del piangere, l’inno e l’anacreontica, vi richiama il
-tintinnío della campanella del vostro ronzino, o l’inciampar di esso in
-qualche ciottolo importuno.
-
-Non temere, gentile compagna della nostra peregrinazione; nessun
-pericolo si presenta lungo tutta la via; affidati secura alla robusta
-guida che fiancheggia la tua comoda cavalcatura, e tutta e interamente
-godi del nuovo spettacolo che ti si offre davanti.
-
-Ma il filo telegrafico che d’un tratto si vede, ti invita a seguirne
-il corso e presto ti fa scorgere primi i fumajuoli, che mandando
-dalle loro gole colonne di fumo, avvertono che la meta è vicina, che
-l’abitato è imminente.
-
-Ecco, l’albergo si affaccia finalmente; ecco.... lo vedi in tutta la
-sua estensione. Tanta grandiosità ti fa maravigliato e corri subito
-a pensare quanto ardimento sia stato quello di chi osò escogitarlo a
-tanta altezza, poichè siamo a 1209 metri sul livello del mare[5], e
-quanta fede abbia egli avuto nella sua impresa da avventurare tanta
-fortuna.
-
-Questo coraggioso fu il signor Carlo Pasta.
-
-
-V.
-
-Vorrei descrivere l’albergo magnifico a cui siamo arrivati; ma prima
-ne reclama l’attenzione nostra la persona del suo proprietario. Egli
-è venuto incontro a riceverci del miglior garbo possibile; è di lui
-dunque che prima dobbiamo intrattenerci.
-
-Il signor Carlo Pasta non è soltanto albergatore: egli è il dottor
-Pasta. Non è quindi a cercarsi se in lui l’idea di rizzare questo
-magnifico stabilimento sia stata pullulata dall’interesse unicamente:
-egli, se da esso fosse stato mosso soltanto, non l’avrebbe osato;
-vorrei dire di più, sarebbe stato temerario. Medico dotto, egli
-vagheggiò la sua impresa anche a beneficio di chi vorrebbe poi
-ricercare il ristauramento della salute alla salubrità dell’aere. Sì,
-quassù sul Generoso non si viene per cure termali; il buon dottore
-lascia che le acque di queste balze scendano pei due versanti e si
-gittino per una parte nel Lario, per l’altra nel Ceresio; la cura
-ch’egli vi offre è quella dell’aria, ed è la meno incomoda, la meno
-dispendiosa, la più certa. Qui si allargano i polmoni che la bevono,
-si rinnova l’appetito, si rintegrano le forze, si alleggerisce dalle
-cure lo spirito, e si discende poi con tanto tesoro di salute e di buon
-umore da sfidare e le umide brume della bassa e il cumulo, non meno
-infesto, delle cure cittadine.
-
-Lettore, se a te sono aperte le discipline delle scienze naturali,
-il tuo cammino può fornirti inoltre larga materia ad osservazioni e
-studî. Le condizioni geologiche delle roccie e l’abbondanza dei fossili
-possono esercitare assai spesso il tuo martello, se geologo; come la
-ricchissima flora ad ogni momento può arricchire la tua raccolta, se
-botanico.
-
-La natura delle roccie è la calcarea grigia basica dell’êra giurassica;
-più in su per altro si incontrano banchi estesi stratificati di calcare
-rosso ammonitico, e più in su ancora altri banchi di un calcare bianco,
-più comunemente detto majolica, atto a mutarsi in calce eccellente.
-Sulle vette del Generoso, nella roccia di calcare fosco si scoprirono
-conchiglie, _spirifere, terebratule_ e _pentacriniti_, e nel calcare
-rosso molte specie di ammoniti.
-
-Se poi si voglia erborizzare, verrà in copia sotto mano l’aconito,
-l’arnica, la genziana, la belladonna, l’assenzio, i rododendri, le
-rose, gli anemoni, le primule soavi, i ranuncoli, le achillee, le
-sassifraghe, le cinerarie, i candidi asfodeli, il nero veratro, le
-dafni alpine, le rute, le peonie, le silene, le betulle, le orchidee,
-i crisantemi corimbosi, e cento altre specie di piante, che io non
-saprei enumerare, ma delle quali il dotto Lavizzari ha tenuto esatto
-conto colla nomenclatura di Linneo e d’altri botanici[6]. Tutti però,
-anche al nostro occhio profano, col loro abito roseo o cilestro, giallo
-oppur bianco, violaceo o nero, fra tappeti di verzura e con tutte le
-gradazioni dell’iride, cospirano a smaltarci il cammino, a rallegrarci
-la vista, a profumarci l’aere, a compiere l’incanto di sì diverse
-scene. Fra’ cespugli s’ode il zirlare del tordo, su per gli alberi
-il gorgheggiare dell’usignuolo e il trillar della capinera; mentre
-dai greppi inaccessibili modulano i loro canti il passero solitario
-e il codirosso, e lontano lontano s’ode l’intermittente suono delle
-campanelle delle mandre pascolanti sulla montagna.
-
-A tutto ciò aggiungi l’azzurra vôlta de’ cieli, limpida e pura come
-tra’ monti, il bacio dell’aure che ti refrigerano e fanno stormir
-le frondi, le liste argentee dei laghi che ti vengono poco a poco
-apparendo, mano mano che salendo domini l’orizzonte, e ti scompajono
-quindi dietro un colle, per ricomparirti dipoi più estesi.
-
-Io vi consiglio adunque la cura dell’aria del Generoso per una ventina
-di giorni almeno. Dai primi di maggio a tutto settembre lo stabilimento
-del dottor Pasta è a vostra disposizione; con riserva, io credo, che
-lo sia tutto l’anno, quando la ragione e la moda pe’ viaggiatori vi
-trarranno non interrotto concorso, e una via di ferro, come ho udito
-dirsi che intendasi di fare, ne agevolerà la salita.
-
-Questo brav’uomo del dottor Pasta diventa ben presto l’amico e il
-consigliero de’ suoi ospiti. Di gentili e aperte maniere, colto non
-solo ma dotto, voi vivete tranquilli anche sul più leggiero incomodo
-di salute. Tutto ciò costituisce il segreto che attira tanto concorso
-a quest’albergo, sì che non valse a rattenere in Mendrisio più d’un
-Inglese, cui fu dall’alto telegrafato essere tutte occupate le camere
-dell’albergo e i più che cento suoi letti.
-
-Stretta la mano al simpatico albergatore, sul piazzale stesso che sta
-davanti all’albergo, malgrado che la salita vi abbia per avventura
-un po’ affaticati, pure non potete a meno di rivolgervi a scorrere
-d’un’occhiata tutt’all’intorno il superbo e pittoresco orizzonte che vi
-si schiera davanti.
-
-Ma esso vi basti per ora: di quell’orizzonte, ed anche di meglio,
-ci occuperemo nella gita che faremo sulla vetta di questo monte; ora
-piuttosto uno sguardo all’edificio.
-
-La sua ortografia non presenta a primo aspetto eleganza di linee
-architettoniche; ma in compenso il suo disegno è pieno di armonia e
-severo. Sorge a tre piani da un terrazzo, entro il quale sono praticati
-sotterranei, dove è la cucina, la panatteria ed altri locali di
-servizio. Dalla parte opposta al piazzale d’ingresso ve ne ha un altro
-con giardino, e da dove l’occhio si spazia lungo il piano lombardo,
-giù per la china della valle del Po. Quivi è collocato un telescopio
-inglese, intorno al quale sono sempre i numerosi ospiti in traccia del
-più diletto punto di vista. Le città, le grosse borgate, le migliaja
-di villaggi, i santuari co’ loro acuminati campanili, le ferrovie, le
-lunghe linee delle più vaste strade e quelle de’ fiumi, e i bacini de’
-laghi coi fumiganti piroscafi che li solcano, sono disseminati nel più
-stupendo panorama.
-
-Entrati nell’albergo, tutto ammirar dobbiamo distribuito colla migliore
-intelligenza. V’è una vasta sala da pranzo, dove tutti i numerosi
-ospiti convengono all’ora indetta per la _table d’hôte_; una per la
-lettura, e vi stanno libri e giornali d’ogni nazione; un’altra assai
-ben intesa pel bigliardo; e tutte adorne di bei quadri e di specchi e
-addobbate con semplicità ed eleganza.
-
-I tre piani superiori hanno ognuno una propria sala comune di
-ricevimento e numerose camere con eleganti suppellettili ed assai
-soffici letti.
-
-Ho già detto più sopra che i _comforts_ di questo stabilimento
-sono completati da un servizio telegrafico: la posta poi vi giunge
-quotidiana colle lettere e coi giornali.
-
-Se si chiede poi quale il trattamento, la risposta si riassume in una
-parola: squisito. La cucina vi è ottima e scelta; latte, burro e miele
-freschissimi sempre e saporitissimi, quali possono fornire l’erbe
-aromatiche e i fiori della montagna onde si nutrono mandre ed alveari;
-e dopo tutto, la vostra borsa non si spaventi: i prezzi vi sono
-moderatissimi.
-
-L’albergo, insomma, è accessibile a tutti, ed è già molto che in
-mezzo a tanta letizia non si cacci il roditore pensiero che poi vi si
-abbia a far iscontare in danaro gli splendidi orizzonti, le poetiche
-passeggiate e il sottile e salutare aere bevuto.
-
-
-VI.
-
-Cominciamo ora le nostre escursioni, poichè ci siamo riposati e
-rifocillati col copioso pranzo. Come, chiederete voi, ora che il sole
-tramonta?
-
-— Precisamente perchè il sole tramonta.
-
-Entriamo in questo sentiero quasi orizzontale che fiancheggia l’albergo
-e guida in dieci minuti alla spianata dal lato occidentale del monte.
-
-Qui esso declina, qui sotto scintilla l’onda del lago di Lugano,
-ripercossa dai raggi del sole che piega al tramonto.
-
-La scena è stupenda che ti si distende davanti. Nuvoletti frangiati
-d’oro o porporini vagano là sul confine dell’orizzonte, dove il Rosa lo
-chiude colle sue cime candide di neve; lunghe strisce del color della
-viola in altre parti listano il firmamento; il rancio del lembo estremo
-si muterà fra breve nel rosso di fuoco, onde sembra che il
-
- Ministro maggior della natura
-
-pria di calar dietro i monti, ne baci d’un ardente bacio i culmini più
-sublimi.
-
-Voi riguardate a quel solenne occaso, nel silenzio religioso
-di quell’ora; e dalla valle sottoposta, dove l’ombre giganti si
-distendono, sorge e viene insino a voi la squilla vespertina del
-villaggio che saluta il dì che muore.
-
-La brezza aleggia più sollecita e viva...
-
-Il sole è sceso dietro la linea de’ lontani monti: la luna gli succede
-nell’impero del firmamento. — Ritorniamo all’albergo.
-
-Se t’arresti più giorni sul Generoso, non obbliare l’altra vaghissima
-escursione al Dosso-Bello, da dove ti si offriranno le ridenti sponde
-del Lario, colla fila non interrotta di paesi e di ville, e ti verrà
-dato rivedere da lunge la terra che già visitasti del Baradello, e la
-striscia del fumo che libera la locomotiva che da Camerlata muove per
-Monza e Milano.
-
-L’indomani affréttati alla escursione più vagheggiata, fino alla
-vetta cioè del Generoso. È la meta di quanti traggono al già descritto
-albergo: e ben ne vale la pena. Sono alquanto più di cinquecento metri
-di altitudine a montarsi (531); il cammino richiede almeno un’ora e
-mezza.
-
-Non isgomentarti, o lettore, delle prime asperità delle vie aperte sul
-fianco orientale del monte; più agevole si rende di poi la salita,
-mercè le cure del dottor Pasta. Sono cinque anfratti che avrai a
-percorrere, ma dolci, senza vepri nè ciottoloni, in mezzo a pascoli
-ubertosi, ricchi di mandre, che vedete liberamente pascolare, sì che
-non la sete, ma piuttosto la curiosità di trovarvi fra roccie calcari
-una fonte a un chilometro dall’albergo, vi trae a gustar la limpida
-linfa che vi sorge.
-
-Ma lieti e non affaticati, eccoci pervenuti alla vetta. L’ho già
-detto: la punta meridionale è a 1740 metri sul livello del mare e la
-settentrionale è di sei metri più depressa.
-
-Qui sul molle e verde tappeto sediamo, perocchè le infinite meraviglie
-che ad un tratto si rivelano all’esterrefatto sguardo sieno troppe, e
-convenga una ad una distinguerle ed ammirarle.
-
-Ah! voi vi sentite ora maggiori di quel che siete, quasi numi che
-imperate al creato, nel veder tanta e sì stupenda natura svolgersi
-sotto di voi. Ne’ giorni estivi, mentre sul vostro capo si distende
-limpida e serena la vôlta de’ cieli, vedreste adunarsi i nembi
-sotto de’ vostri piedi, scoppiar gli uragani, guizzar le folgori, e
-l’illusione della vostra divinità vi parrebbe più vera.
-
-Ecco: la vetta, come dissi, è partita in due distinte prominenze, l’una
-dall’altra distante di circa trecento metri; questa che sogguarda al
-Lario segna il principio dell’Italia; quella che al Ceresio segna il
-principio della Svizzera. Su quest’ultima veggonsi gli avanzi di un
-segnale trigonometrico che servì per la triangolazione iniziata dagli
-astronomi ai tempi del primo regno d’Italia.
-
-Qui posiamo, esclama pure il Lavizzari, sotto il cielo di Dante, di
-Colombo, di Leonardo, di Raffaello, di Galileo; qui viviamo sul suolo
-di Lutero, di Haller, di Rousseau, di Bernouilli, di Saussure. Qui
-l’anello delle due nazioni; qui la terra dei vulcani tocca la terra dei
-ghiacciai; qui cessano i lauri, i mirti; qui incominciano i licheni,
-gli abeti; qui la rosa delle Alpi si intreccia colla peonia peregrina;
-qui il ranuncolo glaciale s’annoda alla silena insubrica; qui infine la
-flora del Mediterraneo si sposa alla flora germanica.
-
-Girate ora lentamente lo sguardo all’intorno del vastissimo orizzonte.
-Da questa parte, che direi italiana, voi vedete dalle montagne della
-Valtellina, giù giù, seguendo la linea del lago di Como, tutta la
-lunga sequela di quelle, verdeggianti per lo più, che costituiscono
-l’ultimo contrafforto delle Alpi, e dietro le altre sul cui pendio
-s’adagia Bellagio e più giù la Pliniana, il Moncodine o Grigna, il
-Monte Campione ed il Monte Serada o, come più popolarmente è detto, il
-Resegone, onorato di mirabile descrizione da Manzoni.
-
-Pervenuto il vostro occhio alla città dei Plinii e di Volta, più in là
-sospingendolo, per una infinita serie di punti biancheggianti, che sono
-altrettanti paesi, vi trovate a Monza, quindi a Milano, subito di essa
-avvertiti dalla freccia ardita dell’aguglia principale del suo Duomo;
-indi vi si presenta la valle del Po e nel fondo l’azzurra linea degli
-Appennini. Convergete la pupilla a destra e vedrete Varese, Arona,
-Novara, Torino: Crema, Cremona e Vigevano le vedrete del pari al manco
-lato, o in direzione su per giù di Milano.
-
-Poi, a sfondo di quella ove avete distinta Torino, vedete le cime del
-Rosa e del Bianco incoronati di perpetui geli, il Monviso, il Cenisio,
-l’Ortlerspitz, il Mischabel, il Pizzo della Bernina, lo Spluga, il
-Medelser, il Lucmagno, il Gottardo, il Galenstock, il Wetterhorn,
-il Fünsteraarhorn, l’Eiger, il Mönch, la Jungfrau, il Bietschœrner,
-l’Aletschkorn, il Fletschorner, il Mittagshorn, il Weissmies, il
-Cervino, il Winterberg ed altri moltissimi, che dalla vetta di questo
-Generoso vide e nominò quel rinomato naturalista che è G. Studer, nel
-suo _Panorama des Alpes_, disegnato sullo stesso nel 23 settembre 1869,
-e che io sono lieto di possedere.
-
-Verso ponente poi la vista riesce per avventura più pittoresca,
-dominando sulla vasta regione montuosa che dalla Val Sássina si stende
-alla Val Cavargna, scorgendovisi l’estremità del lago di Lugano col
-villaggio di Porlezza, un breve tratto di quel di Como verso Bellagio,
-e belle ondulazioni di monti, e vallate disseminate di villaggi, di
-prati e di boschi, coi più graziosi contrasti di luce e d’ombra, da
-innamorare un pittore.
-
-L’intrepido passeggiero, dove il voglia, potrà nel suo soggiorno sul
-Generoso pigliarsi un bel dì lo spasso di scendere dalla sua vetta alla
-Vall’Intelvi, prendendo il sentiero che mena ad Orimento, indi a San
-Fedele o a Castiglione in due ore e mezza; da dove potrà andare per
-San Fedele e Luino ad Osteno, che si specchia nelle onde del Ceresio,
-oppure per Dizzasco ad Argegno, che si specchia in quelle del Lario.
-
-Ma noi dobbiamo rifare la nostra strada, riedere all’albergo del dottor
-Pasta, dove le cavalcature ci attendono per ridiscendere a Mendrisio.
-
-
-VII.
-
-E poichè siam di nuovo all’_Albergo di Mendrisio_ del signor Bernardino
-Pasta, ch’era una vera necessità per questa grossa borgata (la quale
-vi rammenta la _Gismonda_ di Silvio Pellico), le lautezze che offre e
-le comodità che lo fanno raccomandatissimo ai _touristes_, v’invogliano
-certo a fermarvi una o più giornate.
-
-Nè vi troverete pentiti, da che le vicinanze hanno non dubbie
-attrattive per chi a viaggi od anco alle escursioni di piacere non pone
-scopo il materiale diletto soltanto, ma la ricreazione dello spirito
-eziandio.
-
-A coloro che di quest’ultima sono poco curanti e preferiscono il primo,
-additerò le rinomate cantine di Mendrisio stesso, e avanti tutte quella
-che si denomina il Crotto del monte Generoso, e il buon vino parrà loro
-migliore per la vaghezza del luogo.
-
-Agli altri indicherò visitare dapprima l’Ospizio di Mendrisio
-stesso, aperto agli infermi del Canton Ticino, giusta il volere
-del suo fondatore, il conte Alfonso Turconi. Quivi ammireranno
-un pregevolissimo bassorilievo in istucco dello scultore Pietro
-Bernasconi, e una statua rappresentante il Turconi medesimo, alla lode
-della quale basta pronunziare il nome del suo autore: Vincenzo Vela. —
-_Tanto nomini nullum par elogium!_
-
-E poichè v’ho proferito il suo nome, come non visitarne l’elegante
-edificio, o villa, in Ligornetto, che sta a mezz’ora da Mendrisio
-e sorge in piccola eminenza tutto recinto da giardini, e dove
-quell’egregio si ritrasse troppo presto ad onorato riposo? La cupola
-che si eleva nel mezzo piove la luce sull’ampio locale, dove l’illustre
-artefice raccolse i modelli delle opere principali sue, che il resero
-così illustre, da divider egli meritamente col toscano Dupré lo scettro
-della italiana scultura.
-
-Poi potrete visitare le cave de’ marmi di Arzo, che sono di un
-rosso variegato, e le acque solforose di Stabio efficacissime e che
-solo han d’uopo d’avere decenti stabilimenti che le ministrino, per
-conseguire fama ed affluenza maggiori; e finalmente la storica chiesa
-di San Pietro presso Castello, che dista pure non più di mezz’ora da
-Mendrisio.
-
-La rinomanza della chiesuola non è soltanto per la bella vista che
-vi si gode di parecchie terre svizzere e lombarde, ma altresì per
-un’orrenda strage avvenutavi in que’ miserevoli tempi che ardevano le
-ire fratricide de’ Guelfi e de’ Ghibellini.
-
-Gli è un soggetto da romanzo, e però chiuderò la passeggiata nostra,
-col toglierla di netto dal Lavizzari e ripetervela adesso.
-
-
-VIII.
-
-L’avo dell’illustre letterato Virunio Pontico della famiglia dei
-Busioni di Mendrisio, era Pietro, uomo d’alto affare; e Margherita
-sua moglie era ornamento delle donne de’ suoi tempi. La loro figlia
-Lavinia colla rara sua bellezza destava tale ammirazione, che vedevasi
-costretta ad evitare il pubblico sguardo. Invaghitosi perdutamente
-di costei il ghibellino Vizzardo Rusca, dimandolla sposa, rinunciando
-alla dote, e offrendosi non solo alla pace, ma ad imbrandire le armi
-contro i nemici della famiglia di lei. La supplichevole inchiesta
-fu negata dai genitori; ma Vizzardo, non perdendo la speranza, e
-vagando di nottetempo al modo degli innamorati intorno alla dimora
-della fanciulla, udì una sera da una stanza terrena i genitori di
-Lavinia dire che avrebbero piuttosto strozzata colle mani loro la
-figlia, anzichè concederla sposa a Vizzardo. Questi, fremendo d’amore
-e di sdegno, diessi ad ordire il feroce disegno di esterminare tutta
-la nemica famiglia. Egli uccise nove figli di Pietro; ma non potè
-raggiungere Lavinia, che il padre aveva nascosta entro un sotterraneo,
-ove rimase finchè Vizzardo fu ucciso. Il costui cadavere fu trascinato
-sulla sepoltura dei nove innocenti e quivi lasciato in pasto alle
-fiere. Frattanto moriva il padre, il quale fu sepolto in marmoreo
-avello nella chiesa di San Sisinio alla Torre, sovra un poggio presso
-Mendrisio.
-
-I Ghibellini andavano tessendo insidie a Giorgio, avvenente fanciullo,
-decimoquinto figlio di Pietro, e che fu poi padre di Virunio
-Pontico[7]; volevano farlo divorare dai mastini, che a tal uopo
-nutrivano. A Margherita riescì di celare il prediletto Giorgio ne’ suoi
-poderi di Besazio presso il monte San Giorgio. Ma nel tornarsene a casa
-l’afflitta e irrequieta donna, di nuovo corse indietro per rivedere
-il figlio, e non avendolo tantosto colà trovato, cadde svenuta, nè si
-riebbe se non quando il rivide. Diede allora al figlio molto denaro
-ed un gomitolo di refe (_marsupium pecuniarum auri et glomum rephi
-tradit_)[8], comandandogli di fuggire tanto lungi che non udisse più
-il nome del suo paese. Giorgio recossi a Napoli; e mentre da parecchi
-anni viveva in molto favore della regina Giovanna, la madre, caduta in
-potere degli spietati nemici, veniva tratta da Mendrisio al castello
-di Capolago, e quivi sul lato sinistro della via crudelmente sospesa
-ad un’arbore. L’infelice Margherita, in procinto di morte, implorava
-contro gli uccisori de’ nove innocenti suoi figli un vendicatore. Udito
-l’orrendo fatto, Antonio, altro suo figlio, maggiore di Giorgio, radunò
-la sua fazione, e nella notte di Natale, entrato nella chiesa di San
-Pietro in Castello, trucidò uomini, donne, fanciulli ed il sacerdote
-all’altare; vi lasciò più di cento cadaveri. Questa inaudita strage
-avvenne nel 1390, quando già da dieci anni Antonio e Giorgio erano
-andati in lontano esilio. Lavinia, innocente causa di sì miserandi
-fatti, ricoveratasi a Belluno, ove il fratello Giorgio era capitano
-del presidio, si consacrò a vita claustrale e fu sepolta nella chiesa
-di San Francesco. Antonio, andando peregrino al Santo Sepolcro per
-espiare, secondo l’uso de’ tempi, i suoi delitti, perì in mare.
-
-
-Compiuta così questa gioconda camminata, rifacciamo ora la strada e
-riconduciamoci, piena l’anima di sì svariate impressioni, a Como; nè
-più deviamo quindinnanzi dal proposito delle nostre escursioni per le
-sole terre dal Lario e per quelle dall’Éupili bagnate.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TERZA.
-
-IL NINO.
-
- Brunate e la leggenda di Guglielmina. — La Grotta del Mago. —
- Le ville Castiglioni, Sessa, Pertusati e Cornaggia. — Villa
- Angiolini. — Villa Rattazzi. — U. Rattazzi e Maria Bonaparte
- Wyse. — Villa Pedraglio. — Le ville Trubetzkoi, Ricordi e
- Artaria. — La villa Carena inabissata. — Blevio. — La villa
- Bocarmé e la Comton, ora Lattuada. — Il Pertugio di Blevio. —
- Il Buco del Nasone. — Le ville Taglioni, Schuwaloff, Vigoni e
- Sparks. — La Roda e Giuditta Pasta. — Adele Curti. — Il Nino.
-
-
-Dovrei dedicare questa escursione, più che alla comune de’ miei
-lettori, a que’ beati gaudenti che si chiaman felici allora che hanno
-potuto snidare alcun luogo, in cui il buon vino, o la specialità di
-qualche intingolo o manicaretto li han solleticati. Essi vi danno una
-fama, una celebrità, che si conserva anche quando la ragione più non ne
-esista affatto.
-
-E i beati gaudenti intraprendono pellegrinaggi appositi per visitare
-queste stazioni epicuree: testimonio questo Nino, a cui traggono non
-soltanto i buongustai della vicina Como, ma e da’ paesi più alquanto
-lontani e perfin da Milano. Una bella giornata di primavera o d’estate,
-una festa, il ferragosto, deve essere consacrata a qualche baldoria
-che già abbia il suo principale obbiettivo nella tavola e più ancora
-nel buon vino? La brigata operaja di Milano o di Como per acclamazione
-elegge subito d’andare al Nino.
-
-Seguiamoli noi pure. Avremo noi di tal guisa occasione, più che di
-deliziarci del buon vino, di rapidamente percorrere le ville che sono
-sulla destra sponda del lago infino alle sette città di Blevio, che
-così designansi per celia quelle frazioni d’un unico villaggio che si
-sparpagliano sul monte, infino a quella punta sporgente, che con quella
-che ha di fronte, e che denominasi del Pizzo, accenna al fine del primo
-bacino del lago, il quale si viene ripartendo in tanti bacini, tutti
-aventi peculiari bellezze, qual più vasto, qual meno.
-
-Pigliam la barca pertanto, e il nostro uomo costeggi pur lentamente
-questa sponda, su cui poggia il Nino; chè pria di giugnervi, avremo a
-parlar di più cose.
-
-E poichè ci siamo, vedete là su in alto del monte il paesello di
-Brunate. A me che amo raccogliere le leggende popolari, come ad un
-geologo balzerebbe il cuore di gioja alla scoperta d’un petrefatto, o
-ad un numismatico il ritrovare una medaglia antica, non è possibile
-passar oltre senza narrarvi che lassù raccontino le comari, come la
-figliuola di un possente re d’Inghilterra, a cui fanno il nome di
-Guglielmina, avesse un bel dì (l’epoca però non sanno e tutt’al più
-se ne sbarazzano colla frase d’uso: _ne’ tempi antichi_) a fuggire
-dalla reggia di suo padre, e per farvi vita santa ricoverasse a
-Brunate e vi morisse poscia in odore di santità. E la pia leggenda ha
-sì fonde le radici, che le madri alle quali il latte faccia difetto,
-la invocano protettrice. Quale poi sia la relazione che corra fra la
-santa giovinetta ed il latte, nè esse lo sanno dire, nè m’accingo a
-indovinarlo.
-
-Alla falda del monte v’è la Grotta del Mago che potrebbesi visitare,
-costituita di banchi calcarei che s’incavernano; ma siccome non mi fu
-detto perchè mai così con nome di mistero nominata, voghiamo avanti.
-
-Qui appena usciti dalla cinta del nuovo porto — il quale, se risponde
-forse meglio al bisogno cittadino e varrà fors’anco a infrenare certe
-piene che in passato troppo spesso han nuociuto alla parte di Como
-che si curva intorno al lago, certo poi le ha rapito anche parte della
-vista del lago stesso, e il discapito mi par grande —, passato il borgo
-di Sant’Agostino, incominciano le ville.
-
-E prima la Castiglioni, indi la Sessa, poi la Pertusati; e questa
-che s’avanza sul promontorio detto di Geno è la villa dei Marchesi
-Cornaggia, dove un giorno era un convento di Umiliati, che durò dal
-1225 al 1516, tramutatosi poi in lazzaretto pei colpiti dalla peste,
-onde fu travagliata non solo Como, ma Lombardia tutta sul finir del
-secolo XVI.
-
-Svolta la punta di Geno, si nicchia, come in un angolo che fa il monte,
-la villa Angiolini; ma più in vista vi tien dietro quella che assume
-il nome da quell’eminente uomo di Stato che è il commendatore Urbano
-Rattazzi, a cui ingiustamente tiene Lombardia il broncio per averle
-estese sollecitamente quelle leggi amministrative che aveva il Piemonte
-e che le sarebbero pervenute egualmente più tardi, se non dovevano
-essere un’irrisione il patto dello Statuto patrio che vuol la legge
-eguale per tutti e l’unità nazionale; senza aggiungere che taluno de’
-lombardi deputati d’allora avesse fatto nel Parlamento suonare alta
-la voce che, fossero state anche ottime le leggi austriache che si
-avevano prima, per ciò solo si dovessero mutare. Il più liberale di
-quanti ministri ebbero Piemonte ed Italia, è sventura che scribivendoli
-piovutici in Milano, e impossessatisi de’ nostri giornali, abbiano
-potuto sostituirne l’opinione e, facendo la storia a loro talento,
-avessero a presentare questo illustre personaggio, dal cuore pari allo
-ingegno eccellente, poco men d’un nemico del paese. Il tempo che non è
-così grullo e che non giura nelle parole di questi sicofanti, farà la
-giustizia.
-
-È in questa leggiadra casina che Maria Bonaparte Wyse, bella e colta
-consorte sua, e fra le più riputate scrittrici francesi, dettò le
-più lodate pagine della sua _Louise de Kelner_, in cui tanta parte è
-trasfusa delle amarezze, onde l’anima sua generosa venne dagli stolti
-abbeverata.
-
-Se recinto da maggiori simpatie, alle quali avrebbe avuto diritto
-Urbano Rattazzi, nella quiete di codesta sua villa, dopo le lotte
-parlamentari e le cure di Stato, vi sarebbe più frequente venuto a
-ritemprare lo spirito e rinnovare le forze.
-
-Tien dietro, a poca distanza, la villa Pedraglio, e poi ci si affaccia
-il sospirato Nino.
-
-Diamovi gli ordini pel pranzo, indi proseguiamo a costeggiare questa
-sponda.
-
-Il principe Trubetzkoi, colle mine si preparò lo spazio entro la dura
-roccia del monte per rizzarvi un casino di stile nordico, onde colla
-più sciagurata freddura fu chiamato del principe _Turbascogli_; non è
-forse la postura più allegra ad una villa; l’arido sasso che incumbe
-non vi concede quella gajezza di pensiero, che tutta invece vi ispira
-la villa Mylius, che, se al vero non mi appongo, è tra le meglio intese
-del lago. Casa e giardino vi sono egregiamente distribuiti.
-
-Le ville Ricordi e Artaria hanno del pari i loro pregi: presso a
-queste era la villa Carena, ma un bel dì del novembre 1868 inabissò
-nelle ore meridiane, volendo fortuna che nessuno degli uomini che vi
-lavoravano perisse, perchè appena usciti. Fosse lezione ai molti che
-troppo spesso, ad ampliamento di loro possessi, invadono ciò che spetta
-al lago, il quale non attende a’ loro comodi, ma viene il dì che si
-ripiglia i suoi diritti!
-
-Eccoci a Blevio.
-
-È paese alpestre che non mette conto di ascendere, da che le belle
-ville che adornan la sponda ci seducano meglio; a meno che non
-vogliate visitar quella che più su è dei signori Bocarmé e che dicono
-meritevole di vedersi, e la villa e vaghissimo giardino già Comton
-ed ora spettante al signor F. L. Lattuada, negoziante di Milano; o
-spingendosi ancora più su, noncuranti delle asprezze del cammino, non
-vi prenda curiosità di cercare il _Pertugio di Blevio_, lunga galleria
-orizzontale alta un braccio al più e occupata dalle acque colatizie
-della montagna. Se di siffatte naturali cose voi siete amanti, non
-lasciate allora di volgere la vostra attenzione all’altro speco, o
-spacco verticale, che da quegli alpigiani vien designato col nome
-di _Buco del Nasone_, opportunamente difeso da macigni onde non vi
-precipitino dentro gli armenti che vi pascolano vicino. Forse nel fondo
-di tale speco si potrebbero rinvenire fossili, se fosse possibile di
-praticarvi indagini.
-
-Presso alla chiesa parrocchiale di Blevio è la villa di quella famosa
-danzatrice che fu Maria Taglioni, la quale, fabbricandola, sperò
-passarvi gli ozî dell’età matura, quivi pascendosi delle floride
-memorie che le avrebbero richiamate le corone d’alloro, i ritratti e
-tante altre opime spoglie de’ suoi teatrali trionfi, che qui depose. Ma
-la fortuna, bizzarra e spesso crudele iddia, volle disporre altrimenti.
-
-Così chi avrebbe detto al principe Schuwaloff, che vi eresse vicino
-una graziosa villa con architettura russa, che di essa, come d’ogni
-altra pompa e commodità mondana, sarebbe stato sì presto schivo, e
-colla religione greca de’ suoi padri, l’avesse ad abbandonare per
-rendersi barnabita in Milano, e poscia in Parigi, ove scrisse _La mia
-conversione e la mia vocazione_, ivi morendo nel 1859?.... Legata egli
-questa sua villa del lago a’ suoi compagni di religione, veniva da
-essi venduta a quel dotto intelletto di donna che fu Cristina Trivulzio
-principessa di Belgiojoso, autrice di lodate opere dettate nell’idioma
-francese, e spentasi soltanto nel passato anno 1871. Ora toccò la villa
-in eredità alla figlia Maria maritata al marchese Trotti.
-
-Tengon dietro le ville Belvedere Vigoni e la Sparks, questa
-d’architettura svizzera; ambe leggiadre, e con peculiari
-caratteristiche che le rendono interessanti allo spettatore.
-
-Un’altra villa succede, che ricorda pure entusiasmi teatrali: La Roda
-è detta e fu di quella grande artista cantante che si nomò Giuditta
-Pasta. Apparteneva prima a madama Ribier, la crestaja che a Milano
-fu ricerca da tutto il mondo elegante e accumulò gran fortuna. Venuta
-poi alle mani della celebre cantante, per la quale Bellini scrisse la
-_Norma_ e la _Sonnambula_, cioè i suoi insuperati capolavori musicali,
-la ampliò d’assai, vi fabbricò, vi dispose giardini ed ombre, e fino
-a certo tempo vi accolse anche ospiti e amici, fra cui sovente quella
-gentile e rinomata poetessa che fu Adele Curti, troppo presto rapita
-alle lettere, e troppo presto e ingiustamente dimenticata, anche da
-chi ipocritamente si scagliò su colui che fu creduto averne con offesa
-d’amore accelerato il fine, su colui che invece non ha cessato ancora
-d’amarla, testimonî questi versi, che di lui si leggono stampati
-sulla strenna edita in Napoli, intitolata _Il Vesuvio_, a scopo di
-beneficenza, e dettati ventiquattro anni dopo quella immatura morte.
-
- Sovente l’ora quando è fatta bruna,
- A te pensando che ogni dì più adoro,
- Io chieggo ai raggi dell’argentea luna,
- Se il tuo bel peplo è della luce loro.
-
- Ed alle stelle che la notte aduna,
- Se son le gemme del tuo serto d’oro,
- E se dal ciel se ne dispicca alcuna,
- Io tremo e quasi per dolcezza moro.
-
- Chè penso allor che tu fedel mantenga
- Quella promessa che mi festi pia,
- E che ti prego dal Signor m’ottenga.
-
- E che la stella fuggitiva sia
- L’anima tua, che dall’empireo venga
- A raccoglier la stanca anima mia.
-
-Giuditta Pasta in questi suoi diletti recessi della Roda trascorse i
-suoi anni provetti, ma afflitti però da domestici lutti. Ella anche vi
-morì. Un suo busto, opera egregia dello scalpello del milanese Antonio
-Tantardini, fu da’ Comensi collocato nel loro casino.
-
-Ma l’ora del pranzo ci richiama al Nino.
-
-La mensa, noi, stando in barca, la vediamo apparecchiata sotto un
-pergolato che dà sul lago; così al diletto dei cibi avrem congiunto
-quello non meno grato della vista.
-
-Risparmio la descrizione del Nino: è un’osteria, un _restaurant_, quel
-che volete chiamarlo, di volgare architettura a cui chi giunge non
-fa attenzione. Vi si sbarca, si pon piede su d’un terrazzo, dove son
-disposte tavole per chi vi mangerà o beverà; v’è buona cucina, v’è
-buona cantina; chi ci viene, lo sa, se ne approfitta; nè parte, come da
-tanti altri luoghi, disilluso.
-
-D’altre specialità, che non sieno brigate, canti, giuochi alla morra,
-suoni di qualche menestrello che capita da Como, non vi saprei dire
-veramente.
-
-Il Nino è il ritrovo della buona classe borghese, per definirlo
-in due parole; come per la _haute volée_ è l’albergo della Regina
-d’Inghilterra, che sta alquanto più in su nella sponda opposta, ed al
-quale riserbo condurre il lettore in una prossima escursione.
-
- [Illustrazione: Villa Raimondi.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE QUARTA.
-
-L’OLMO.
-
- San Fermo e i volontarî di Garibaldi. — Borgo Vico. — Villa
- Barbò. — Il Museo di monsignor Giovio e la villa Gallia. —
- Villa Saporiti, già Villani. — Bonaparte e i deputati di Como.
- — Palazzo Resta. — Ville Salazar, Bellotti, Mancini, Brivio,
- Belgiojoso, D’Adda e Pisa. — Villa Mondolfo. — L’Olmo del
- marchese Raimondi. — Caninio Rufo e Plinio il Giovane.
-
-
-La meta di questa escursione è pel contrario un cotal po’
-aristocratica. Non prometto ai lettori di condurli alla scoperta d’un
-_Crotto_, o di qualche elegante albergo: la nostra passeggiata non va
-che di pochi passi fuor del sobborgo Vico, che si distende sulla destra
-sponda del lago, il qual può dirsi in questo suo primo bacino una serie
-non interrotta di ville, che si riflettono con femminile civetteria
-nelle onde.
-
-Ci basti all’uopo noleggiare un burchiello, e così, toccando appena
-dei remi, farlo avanzare lentamente. Nè vi darò l’incomodo di scendere
-ad ogni tratto, chè mi sento d’informarvi d’ogni cosa interessante
-rimanendo in barca seduti.
-
-Quel filare di piante è il pubblico passeggio della città; più dietro
-e per la via che vi fu praticata forse trent’anni fa, si ascende a
-S. Fermo dove ne’ primi di giugno 1859 audacemente i volontarî di
-Garibaldi attaccarono gli austriaci di Urban e li ruppero con prodigi
-infiniti di valore.
-
-Dopo la chiesa di S. Giorgio, che precede al pubblico passeggio,
-incomincia il Borgo Vico e con esso la villa dei marchesi Barbò da
-Soresina, dove un giorno sorse la celebre villa denominata il Museo del
-già ricordato Paolo Giovio, vescovo di Nocera, che, a’ suoi giorni,
-aveva il poco invidiabile coraggio di altamente proclamare aver egli
-a propria disposizione due penne, l’una d’oro per chi ben lo pagava,
-di ferro l’altra per chi ciò non faceva: su per giù del resto il
-mal vezzo di certi giornalisti d’oggidì di mia conoscenza, che senza
-quel coraggio di dirlo, han tuttavia quell’altro di farlo. Or bene
-il Giovio, lo _storicone altissimo_ dell’Aretino, in quella sua villa
-accumulato aveva quante preziosità potè racimolare, sia per doni avuti
-spontaneamente, sia per premi imposti e ricatti. Nella prefazione alle
-sue opere _Ritratti d’uomini illustri_ ne fece una lunga descrizione,
-che, comunque interessante, risparmio al lettore, del quale debbo
-già di troppo esercitar la pazienza col narrargli delle ville che
-sussistono realmente adesso. L’abate Gallio demolì nel 1616 il Museo,
-e la villa che ne sorse sulle rovine si chiamò la Gallia, che ultimò il
-marchese Fossani, ed ha buone pitture del Morazzone e del Bianchi.
-
-Segue la villa Saporiti, che un dì apparteneva ai marchesi Villani
-e figurò allora nel processo intentatosi a Londra contro Carlotta di
-Brunswick, regina d’Inghilterra, del quale dirò parte a parte nella
-ventura escursione, e narra Cesare Cantù che vi alloggiasse nel 1797 il
-generale Bonaparte, prescelta per l’eleganza del suo ammobigliamento,
-e che ai deputati di Como che gli si erano presentati, porgesse franche
-assicurazioni che non sarebbero ni francesi, ni tedeschi, ma italiani.
-Dopo i Villani ebbero la villa i Battaglia.
-
-Sul terreno della Badia di Vico fu eretto il palazzo dei conti Resta;
-più indietro è la villetta elegante dei conti Salazar; ancora lungo
-il lago sorge quella de’ Bellotti; poi quella de’ nobili Mancini,
-dei conti Belgiojoso, dei marchesi Brivio, de’ marchesi D’Adda,
-del banchiere Pisa, e finalmente del conte Sebastiano Mondolfo, che
-coll’orgoglio legittimo consentito dal merito, giusta il concetto
-d’Orazio, _sume superbiam quæsitam meritis_, può come il romano
-Oratore vantarsi incominciare da sè la nobiltà. Colle ingenti somme
-da lui consacrate a scopi di beneficenza, coll’ajutare nazionali
-imprese, egli, triestino, s’è conquistato la cittadinanza milanese e la
-benemerenza nostra.
-
-In questa sua villa, che siede sulle rive ridenti del Lario, trovò
-nell’acquisto un prezioso e grandioso dipinto del pittor Bossi,
-rappresentante l’ingresso del general Pino in Milano da Porta Romana
-alla testa dell’armata italiana reduce dalle campagne napoleoniche del
-nord. Interessantissimo riesce principalmente un tal quadro per tutte
-le foggie di vestir popolare che vi si riscontrano nelle molteplici
-figure che lo popolano, e più ancora per i ritratti dei principali
-personaggi che vi sono rappresentati. Vi si ammirano altresì quattro
-pregevolissimi acquerelli del Migliara, resi ancora più interessanti,
-perchè istoriati da quattro diversi episodî di quel tristissimo tumulto
-che finì coll’eccidio dell’infelice ministro Prina, onde si bruttò la
-storia della mia città.
-
-E così eccoci giunti ora alla meta della nostra odierna escursione:
-all’Olmo.
-
-Possiamo lasciare la barca.
-
-Codesta villeggiatura, veramente principesca, oscura tutte le altre in
-grandiosità e ricchezza. Anche la villa che su questa dell’Olmo o ben
-presso sorgeva, a’ tempi di Plinio, ed era di Caninio Rufo, non era di
-certo inferiore, se non all’odierna grandiosità, certo alla sua amenità
-e vaghezza; e poichè mi son proposto di ricordare storici fatti e
-tradizioni che si collegano a queste ville lariane, mi si permetta che
-io qui trascriva il brano di Plinio il Giovane[9], nel quale l’amico
-Caninio Rufo intrattiene di questa sua villa:
-
- “C. Plinio a Caninio Rufo.
-
-„Che fa Como, tua e mia delizia? Che quell’amenissima tua villetta?
-che quel portico, dove è sempre primavera? Che quell’ombroso boschetto
-di platani? Che quel verde e lucidissimo canale? Che quel sottoposto
-ed util lago? Che quel molle e pur saldo stradon gestatorio? Che quel
-bagno tutto quanto riempito e circondato di sole? Che quel tinello per
-molti e l’altro per pochi? Che le stanze da giorno e quelle da notte?
-Ti godi forse a vicenda or le une or le altre? O, come îl solito, ne
-sei distolto da frequenti corse, a fine di attendere a’ tuoi negozi? Se
-tu ne godi, sei felice e beato; non sei che volgo se ne fai senza.„
-
-Distrutta, non si sa come nè quando, la villetta di Caninio Rufo,
-ora questa più vasta vi sorge, che dicesi dell’Olmo. La fabbricò il
-marchese Innocenzo Odescalchi di Como su’ disegni di quell’illustre
-architetto ticinese che fu Simone Cantoni[10], vi profuse stucchi,
-dorature, specchi e dipinti. V’è in una sala una gran fascia di figure
-scolpite da quell’emulo di Canova che fu Thorwaldsen, e vi sono mille
-altre preziose cose d’arte.
-
-Toccò questa villa in eredità al marchese Giorgio Raimondi, che
-generosissimo vi menò lungo tempo la vita; ma dopo le sventure toccate
-alla insurrezione nostra del 1848, fra le proprietà sequestrate dalla
-stoltezza de’ proconsoli austriaci, questa fu pure dell’Olmo, che, a
-sommo dispregio delle cose nostre e in odio del Raimondi, le dorate
-sale convertirono in caserma, e sallo Iddio di qual modo conciassero
-tutte quelle preziosità.
-
-Sciolti dopo i sequestri, di tanti guasti stomacato forse il marchese
-Raimondi, piacendosi d’altre sue comode e non profanate villeggiature,
-questa più non curò e, se la voce non erra, non ricuserebbe dallo
-spropriarsene.
-
-Qualche regnante o gran ricco che aspiri a trovarsi lungo il Lario una
-delizia — poichè nella amenità di queste terre e di queste acque si
-danno convegni principi e ricchi d’ogni nazione —, vi troverebbe alla
-villeggiatura dell’Olmo il suo conto, e la villeggiatura dell’Olmo
-ritornar potrebbe tuttavia a’ suoi giorni di prosperità e splendore.
-
-
-
-
-ESCURSIONE QUINTA.
-
-IL PERTUGIO DELLA VOLPE.
-
- Gite montane. — Il trovante dell’Alpe di S. Primo. — Il Sarizzo.
- — Grotte e caverne. — Grumello. — Villa Celesia. — La Zuccotta
- e I Tre Simili. — Il signor G. B. Brambilla. — Villa Caprera
- del signor Loria. — La Tavernola e l’Albergo. — Villa Gonzales.
- — Il capitano De Cristoforis. — La Villa Bignami. — La Villa
- Blasis. — A Carlo Blasis. Versi. — Il Bisbino. — Il Pertugio
- della Volpe. — Marmi e pietre.
-
-
-Alla campagna, non è sempre a paesi, a mercati, a ville che si ami, a
-ragion di piacevole passeggiata, andare; ma assai spesso ben anco a
-cert’altri luoghi, dove o la natura li rese interessanti, o la loro
-postura concede che si godano panorami od estesi orizzonti. Nè sono
-cotali escursioni le meno piacevoli, anzi il più spesso sono quelle che
-divertono meglio. Il lago di Como e il Pian d’Erba, che noi dobbiamo
-percorrere allegramente insieme, ti presentano, amico lettore, molti e
-amenissimi punti di tal fatta, che saran certo anche per te deliziose
-mete a gite, a refezioni allegre, come lo sono per tanti.
-
-D’ordinario infatti vi si va recando il necessario per la colazione:
-è così buono anche il più semplice companatico quando è ammanito
-dall’appetito, reso più acuto dal lungo cammino fatto a piedi o sul
-dosso di qualche mulo o asinello, e dalla fresca brezza che spira
-sempre dalle frondose selvette, onde si vestono le nostre colline, i
-nostri monti. E quelle chiare, dolci e fresche linfe che scaturiscono
-improvvise dai massi, e, formantisi in rivoletti, scendono così
-seducenti di balza in balza, che t’invitano a gustarle o nel palmo
-della mano, o alla foggia dei biblici soldati di Gedeone, o nella
-barchettina di cuojo.
-
-Qui lungo il lago di Como avviene che nelle corse montane che si
-fanno si trovino altre curiosità, che, anche senza essere geologi e
-naturalisti, richiamano l’attenzione; quali, a mo’ d’esempio, enormi
-massi o trovanti di granito, staccati dal monte e per nulla aventi
-a fare colla natura della roccia di esso. Celebre è quello, a cagion
-d’esempio, che scorgesi a sinistra del lago sull’alpe di S. Primo e che
-molti traggono a vedere, e quelli che vedremo sul monte che sovrasta
-a Blevio. La presenza di tali trovanti ci attesta de’ cataclismi
-avvenuti, come i fossili e le conchiglie, che su per le vette di queste
-Prealpi si trovano, ne lascian credere che veramente un giorno fosse
-questa nostra Lombardia tutta quanta un mare.
-
-Ma di secoli da quel tempo devono essere trascorsi a centinaja.
-
-Diffatti massi erratici si sfruttano dall’industria per fabbriche, e in
-commercio si conoscono sotto il nome di sarizzo; tanto l’uomo sa trar
-profitto di tutto!
-
-Richiamano altresì l’attenzione e de’ geologi e dei profani certe
-grotte e pozzi e caverne che si trovano, come il Pertugio detto della
-volpe, al quale è diretta la nostra peregrinazione odierna; il Buco di
-Blevio e quello appellato del Nasone che gli stanno rimpetto; quello
-dell’Orso su Torrigia, a cui pure ne ho destinata un’altra; e la Grotta
-della Masera sopra Careno e Premenù sopra Pognana, e il Buco della
-Nicolina e quello di Vallombria sovra il piano del Tivano, dove pure
-condurrò più avanti il lettore, e la Tana Selvatica sopra Grandola in
-Val Menaggio e Biancamonda sopra Villeso, per non dir di tutte.
-
-E siccome mi piace serbare un po’ d’ordine in queste nostre escursioni,
-e far in modo che nulla sfugga alla nostra osservazione (s’intende
-nulla del meglio), così, rammentandomi che siam rimasti alla villa del
-marchese Raimondi, denominata l’Olmo, passiamo in rassegna le graziose
-e ricche ville che si vengono succedendo: ci parrà più corta la via,
-per giungere al Pertugio.
-
-Se vi pare di variare, qui potete farne senza della barca; perocchè
-è una buona via abbastanza larga per trascorrervi la carrozza e farvi
-pure lo scambio con quell’altra che le venisse incontro per ricondurvi
-al sentiero che si sale alla montagna. Io per altro ho promesso di
-accennarvi a tutte queste leggiadre casine che si specchiano come vaghe
-odalische nel lago, e tiro dritto in barca.
-
-La prima che s’incontra è il Grumello, villa ora del genovese banchiere
-Celesia, ma che prima fu dei Gallio e poi de’ Giovi. Ha vicino la sua
-darsena, come, quale in un modo, quale in un altro, l’hanno tutte;
-perocchè aver la villa lungo il lago e non possedere la sua lancia, o
-la gondola, o il canotto, o il piccino ed agile sandolino che sfiora
-appena l’acqua, è quanto non averla. La più parte delle passeggiate è
-sul lago, e sovr’esso si trascorre sempre al mattino, meno al meriggio,
-indispensabilmente prima o dopo il desinare. Con taluna di queste
-snelle imbarcazioni si va al mercato di Como, si passa alla posta del
-paese a dare e ritirar le lettere, si rasenta la sponda o si traversa
-per le visite, si va incontro a’ piroscafi per vedervi i passeggieri, o
-per la sola voluttà di farsi cullare dalle grosse onde che nel moversi
-ne fan le ruote; si fanno infine le escursioni di piacere; insomma
-si san sempre trovare le occasioni d’essere in barca; così che possa
-dirsi, senza dare nell’iperbole, che gran parte della giornata la si
-passi sovra il lago.
-
-Eccovi questa villa che è al di là della strada: è la Zuccotta e
-appartiene al signor Giovan Battista Brambilla, banchiere di Milano.
-Innanzi ad essa sarei tratto a farvi un po’ di maldicenza, non a danno
-del suo ultimo possessore, ma a beneficio del suo antecessore, sempre
-nell’interesse della storia; ma preferisco rimandarvi a quel libretto
-divertentissimo che dettò quello svegliato ingegno di Defendente
-Sacchi, molti e molti anni fa, allorchè la Zuccotta era venuta alle
-mani di quel furbissimo abate che fu il professore Pietro Configliachi.
-Il libretto ha per titolo _I tre Simili_, e ci dice come qualmente
-la villa la Zuccotta, acquistata co’ danari d’una signora, rimanesse
-invece con mirabile artificio proprietà dello abate. L’è tutta una
-rappresentazione di prestidigitazione da disgradare Cagliostro. A’
-tempi in cui usciva questa storia per le stampe, gli Austriaci erano
-qui nell’apogeo della loro dominazione; epperò dovette stamparsi alla
-macchia e passarsi dall’uno all’altro, quasi un numero rivoluzionario
-della _Giovine Italia_.
-
-Questa villa era stata edificata dai signori Volpi; il Configliachi,
-da uomo di sottile ingegno, ne l’aveva di molto abbellita; ma chi la
-ridusse alla vaghezza d’oggidì fu l’odierno proprietario di essa signor
-Brambilla, che elevandola fino al sommo della collina e occupando parte
-del Cereseto, che il Cantù dice _lodato per fichi squisiti_, la fece
-tra le migliori onde il lago si pompeggia. Quivi accolse oggetti di
-pittura e di scultura, e deve essere per lui di non poca soddisfazione
-nel vederli innanzi a sè, ripensare che ognun di essi rappresenta una
-commissione da lui data a questo o a quell’artista, e da lui data in
-tempo, quando cioè può valere altresì a beneficenza. Queste cose sono
-omai così poco e da’ pochi comprese, che rilevarle, per lo scrittore è
-un dovere.
-
-Più avanti il medesimo signor Brambilla, traendo partito da qualche
-spazio concessogli dal capriccioso lago, fabbricò un bellissimo
-palazzino, che, in omaggio al Titano d’Italia, intolò Caprera, e non è
-a dirsi come lo fornisse d’elegante suppellettile. L’una sola di queste
-ville oh come appagherebbe le aspirazioni di molti! Ora essa divenne
-proprietà del ricchissimo signor Loria, che la grande fortuna ammassata
-ne’ commerci in Egitto sfrutta degnamente fra noi. Il suo palazzo di
-Milano è tra le migliori e suntuose opere architettoniche del nostro
-tempo.
-
-Dalla Caprera alla Tavernola, già degli Stagnoli, ora di proprietario
-tedesco, non corrono che pochi passi. Quivi è facile trovare chi vi
-affitti, se bramate gustarvi gli ozî lacuali, molto più poi che ora vi
-si è stabilito un albergo. Il luogo è bello, comoda la casa, proprie
-le suppellettili, splendide le vicinanze. Non sarà certo inopportuna
-questa mia designazione. Essa venne architettata da quel valoroso che è
-il Tatti.
-
-La villa Gonzales vi succede. Sorge a testimonio di quanto possa
-l’ingegno anche sopra la nascita e l’educazione di convenzione.
-Il Gonzales, datosi agli appalti e fattosi più volte milionario,
-qui si aveva preparato deliziosissimi ozî e riposi dalle annuali
-fatiche. Spiegò il gusto de’ gran signori dalla natività: le sue
-allogazioni artistiche non sono state mai a casaccio, ma presiedute
-dalla intelligenza. Il Fasanotti, principe de’ nostri paesisti, della
-villa del Gonzales fece uno de’ soliti suoi capolavori. Fu l’onore
-allora della pubblica mostra di belle arti di Brera; ora lo è della
-superba casa del signor Gonzales. Fra gli altri molti oggetti d’arte
-che vi accolse, evvi il bellissimo Ismaele dello Strazza e un bel
-quadro di Sebastiano De Albertis, raffigurante la morte del capitano
-De Cristoforis, avvenuta nella fazione di S. Fermo già ricordata. Ma,
-tanta delizia, contro la comune aspettazione, ora da lui fu ceduta a
-ricco straniero; tanto è vero che l’uomo propone e Iddio dispone.
-
-Poi la villa Bignami, eseguita dietro disegno dell’architetto
-Clerichetti, e basta per dirla di buona architettura; e quindi la Cima,
-che deve la sua esistenza al generale Pino, di cui dissi già addietro
-e avrò a dire nella prossima escursione ancora. Fu in questa villa che
-quel famoso vi moriva nell’anno 1826.
-
-Dietro di queste ultime ville, al di là della strada carrozzabile, che
-ho già sopra ricordata, presso il torrente della Breggia, che passando
-nella Vall’Intelvi, viene presto a buttarsi nel lago, una graziosa
-villetta, che per me ha grandissimo valore, attrae il vostro sguardo.
-Tersicore vorrebbe esser detta, perocchè essa appartenga al suo più
-celebre sacerdote vivente, a Carlo Blasis vuo’ dire, che congiuntamente
-a quella somma artista che fu Annunziata Ramaccini, che gli è
-compagna, portò la R. scuola di perfezionamento di ballo di Milano a
-quell’altezza e fama che ognun sa. Nel Blasis l’insegnamento egregio
-non fu l’effetto soltanto delle tecniche nozioni apprese alla sua
-volta in giovinezza, ma il frutto altresì di quella coltura onde erudì
-lo spirito, e delle dottrine estetiche nelle quali è maestro e per le
-quali potè donare alle lettere e all’arte sua un preziosissimo _Manuale
-della danza_, un filosofico volume _Sull’uomo fisico intellettuale e
-morale_, e infinità d’altri lavori di scienza e di erudizione, che
-il resero l’indispensabile collaboratore di non so quanti giornali
-artistici italiani ed esteri.
-
-Mi conceda il lettore che io dedichi all’amico la versione d’un
-enfatico carme latino che il direttore del _Propagateur du Var_, Dario
-De Rossi, pubblicava in onore di lui. È sì raro che periodici francesi
-riconoscano il merito de’ nostri, che chi legge avrà caro che le pagine
-di prosa ora alterni con versi che sì onorevolmente testimoniano d’un
-nostro concittadino.
-
- Non mai, se il dolce di Calliope labbro
- Mi sorridesse, o da Polinnia il dotto
- Artificio non fosse a me negato
- De’ carmi, o pur se d’imitar col canto
- Mi fosse Orfeo da pio destin concesso;
- Non mai, Blasis, potria le tue virtudi
- Degnamente narrar onde risplendi,
- Siccome astro fulgente in sul creato.
- A la palestra le solerti membra
- Ad addestrar tu insegni, e tu la danza
- Guidi ed al piede la cadenza, e il modo,
- E la posa ed il gesto e ogni movenza,
- Memore ancor dell’arte prisca, apprendi.
- Il diviso dall’orbe irto britanno,
- Ammira e plaude; e quei che pria Colombo
- Sotto l’ardente sol scopriva audace
- Dopo acerbe fortune e l’aspra gente
- Delle Esperidi e quei che del Sequano
- Flutto nobil si fa, popol di Francia,
- Inclito in armi e nel civil costume,
- Blasis, dal genio tuo, da tanta altezza
- Di tua mente commossi, al ciel la lode
- Del tuo nome innalzar e della terra
- Itala che ti fu larga nodrice
- E della tua s’onora inclita fama.
- Te la Gloria sublima e il tuo sembiante
- Ritrae nel marmo. — A che ricordo io mai
- Queste povere cose? — Oh! non da meno
- De’ più gagliardi ingegni, osasti primo
- Tu dell’uomo indagar le meraviglie
- Note appena ridir ed ogni moto
- Dell’animo a che valga e i nostri petti,
- L’abito di natura, onde agli offici
- C’informiam della vita ed alle eccelse
- Regioni ci estolle, o in giù trascina
- E ci offusca le menti e il corpo solve;
- Che mai possa la donna e quanto ingegno
- E nelle membra sue vigore accolga;
- Quali rifulgan per sapere e quali
- Alla patria devoti emergan forti
- Nelle battaglie eroi, o la lor vita
- Abbian dell’Arti al sacro culto intesa.
- Quanto fai, quanto scrivi, a te le menti
- Concilia, o Carlo, e raddolcisce i petti
- Ed è fama così che la prestanza
- De’ tuoi modi squisiti abbia lasciati
- Ricordevoli molti; al par di pianta
- Che frondosa al venir di primavera
- S’incorona di fiori e nell’estiva
- Stagion pendon dai rami i dolci pomi.
- Quivi de’ lor melodïosi canti
- Empion l’aure gli augelli e qui per lungo
- Cammino il vïator stanco riposa
- E le forze a la fresca ombra rintegra.
- O dell’Italia onor, de la severa
- Sofia decoro, lungamente vivi
- All’arte e a’ tuoi, felice! e quando avrai
- Grande e incolume i tuoi giorni compiuti,
- Te Clio, te Euterpe e la virtù non morta
- De la tua patria adducano immortale
- Sovra nuvola ardente in grembo al cielo!
-
-Ma qui ne è forza balzar dalla barca e ascendere il monte che nomano il
-Bisbino. Badiam però che la sua sommità sia libera e serena; perocchè
-quando essa si incorona di nubi, gli è indizio che il cielo si turberà,
-che non tarderà guari a piovere a dirotto:
-
- Se il Bisbin mette il cappello,
- Corri a prendere l’ombrello;
-
-così avvertono, a mo’ di sentenza, quelli del luogo.
-
-Sulle sue pendici seggono le grosse terre di Piazza e di Rovenna, dove
-è anche una bella chiesa e dove, non ricordo in qual tempo dell’anno,
-è una sagra a cui corre gran gente, ma più ancora al Santuario sulla
-vetta.
-
-Più in su è il Pertugio della Volpe.
-
-La vista che al di fuori ci si offre è incantevole: valeva la pena di
-venirvi. Ma descrivervi il panorama non mi calza, da che la descrizione
-è esaurita per chi montò sul Generoso. Tuttavia a chi non garba il
-maggior incomodo di salire fin lassù, questa vista del Pertugio della
-Volpe lo paga certo del minor disturbo.
-
-Entriamo adesso. È una grotta che s’addentra assai e assai: i
-banchi calcarei che vi sorgono e la rendono ineguale, vi palliano
-la lunghezza. Fu misurata novecento metri: sarà vero? Io non mi sto
-fra coloro che si mostran troppo increduli, nè mi voglio, San Tomaso
-novello, metter la mano a sindacare. Parmi migliore civiltà arrendermi
-a chi me la spara grossa... e saran dunque novecento metri di
-lunghezza, e voi credetevi, o lettori; e se no, pigliatevi il gomitolo
-del villano di Barnabò Visconti e misuratela a vostro talento.
-
-Vuolsi ricca questa grotta — alla quale per avventura qualche volpe
-snidata ha dato il nome — di alabastri venati; ma già questi monti
-che fiancheggiano il vaghissimo Lario sono sì larghi depositari di
-marmi e pietre che interessano il naturalista e lo speculatore, che
-se n’avrebbero a scrivere volumi. Intanto godono gran rinomanza il
-marmo bianco di Olgiasca che prolungasi sulla riva opposta del lago,
-ove presso Musso già esistevane una cava; quello nero di Varenna; la
-pietra di Moltrasio che riducesi anche a lamine sottili per grondaie di
-tetti e pavimenti; le lumachelle della Tremezzina e il sarizzo che ho
-testè accennato, e il marmo bindellino che è nel letto del Varrone, e
-moltissimi sassi calcari che alimentano attivissime fornaci.
-
-E qui basti e discendiamo, perchè l’ora si fa tarda.
-
- [Illustrazione: Villa d’Este.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE SESTA.
-
-LA VILLA D’ESTE.
-
- Cernobbio. — Debitori e Monache. — Villa Bolognini. — Villa
- Lejnati. — Villa Belinzaghi. — Garrovo. — Il general Pino. —
- La villa d’Este. — Giorgio IV d’Inghilterra. — La principessa
- di Galles. — Suo processo. — Sua morte. — Sue opere alla villa
- d’Este. — L’Albergo della Regina d’Inghilterra. — L’acqua della
- Coletta.
-
-
-I.
-
-Un giorno m’accadde di dire che un libro ben curioso sarebbe quello che
-s’avesse a fare _Dei misteri del lago di Como_. Già il lettore che mi
-ha seguíto ne ha per avventura intraveduto taluno; ma siccome questo
-volume è destinato a tutt’altro fine, non mi farò a rivelarli adesso,
-limitandomi però a riassumere quelli che sono già caduti nel dominio
-della storia, e che per conseguenza non ponno più esser misteri.
-
-D’altronde, so che il titolo di _Misteri del lago di Como_ piacque
-ad altro scrittore e li ha dettati; non li ho letti, — come si può
-giungere a tutto? — ma suppongo che saranno indubbiamente una storia
-immaginosa, sul tenore delle altre congeneri, — e allora non era quella
-la mia intenzione[11].
-
-Io voleva con quel pensiero alludere alle cento misteriose scene cui
-furono teatro le varie ville che si stendono dall’una e dall’altra
-sponda del lago; scene d’amore, scene di crimini, di romanzo e di
-assisie, burlevoli e più che serie, che a raccorle ed ammannirle vi
-vorrebbe la penna di Sue o di Dumas, di Ponson du Terrail — poichè v’ha
-anche il terribile — o di Gaborieau, i romanzieri alla moda in Francia.
-
-Ora in questa mia escursione non chiamerò il lettore ad assistere a
-scene misteriose, ma ad uno storico avvenimento; quantunque il processo
-cui fece luogo fu ben lungi dallo squarciare interamente il velo di
-tutto quanto si compì fra le pareti della villa d’Este.
-
-
-II.
-
-E prima di tutto non lasciamoci passare queste altre che ci conducono
-alla nostra meta; esse hanno tutto l’interesse al nostro sguardo:
-eleganti, graziose ne accivettano a far omaggio anzitutto alla
-bellezza, poi a monsignor Milione.
-
-La prima è rappresentata nella villa Bolognini, dalla più leggiadra
-e graziosa creatura, cui stia a maraviglia sulla bellissima testa
-la corona ducale; la madre sua, divenuta principessa, ebbe la dedica
-d’un magnifico romanzo di Balzac, in cui le è dato tributo altresì di
-spirito, e quel messere in fatto di spirito poteva ben essere giudice
-competente.
-
-Ma qui ci troviamo in Cernobbio: una parola del paese.
-
-Il nome di esso lo si fa derivare da _cœnobium_, cenobio, da un
-monastero che v’era di cluniacensi, e credo che sia una delle migliori
-e incontrovertibili etimologie. Ai cluniacensi succedettero le monache;
-ma sembra che l’aria del lago e queste naturali maraviglie delle sue
-rive rendano infiammabili gli animi, ardenti i cuori, e che le povere
-recluse fossero facilmente spinte a voluttà e gusti poco ascetici, se
-non soltanto qui, ma anche altrove, come vedremo, l’autorità regia, o
-l’ecclesiastica, se ne dovette ingerire e mandarle a menare quella vita
-altrove. Le monachelle di Cernobbio furono cacciate dal loro ridente
-soggiorno da quel nemico di cocolle e di veli che fu Giuseppe II.
-
-La cronaca ha serbato memoria d’un solo avvenimento di questa borgata,
-che pare dovesse essere un tempo più popolosa e forte. Narrasi che nel
-1433 alcuni uomini di Cernobbio fossero stati tratti per debiti nelle
-carceri di Bellagio; che ad altri loro conterranei fosse entrato il
-ruzzolo di liberarneli, e là recatisi di cheto, ne li avessero cavati
-a forza. Era duca di Milano allora quel prepotente di Filippo Maria
-Visconti, il marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, che,
-avuto sentore appena dell’avvenimento, mandò ad istituire il processo,
-sperando scoprire i colpevoli; ma poichè la sapienza di quegli
-inquisitori non giunse a darli nelle mani, il Visconti fece sommaria
-vendetta, desolando tutta la terra di Cernobbio, ch’era assai più
-industriosa, e consegnando alle forche quanti avevano osato opporgli
-resistenza.
-
-L’industria maggiore de’ suoi abitanti è in oggi la pesca e i nauli,
-guidando essi cioè le imbarcazioni de’ molti che affluiscono a bearsi
-delle delizie del Lario, ed eseguendo i trasporti di pietre, calce e
-derrate.
-
-Ho dato omaggio alla bellezza: ora alla ricchezza.
-
-Questa è rappresentata in Cernobbio dalle due ville dei banchieri
-Lejnati e Belinzaghi, che vi raccolsero in esse tutte le opportune
-comodità della vita.
-
-Più oltre un cancello vi annuncia il parco della Villa d’Este.
-
-Il cardinal Gallio, che si pretende nato in Cernobbio, fabbricò questa
-villa che è fra le più grandi e sontuose del lago; tanto così che
-or fan due anni l’imperatrice di tutte le Russie vi trovava comodo
-albergo. Passò di poi in proprietà ai conti Calderari, onde da Garrovo,
-che si chiamava dapprima, si nomò poscia da essi, infino al dì che
-Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, principessa di Galles, venuta
-in Italia nell’anno 1816, eleggendola a propria stanza, vi impose il
-nome di Villa d’Este, che le rimane ancora.
-
-Il general Pino, che sposava una donna dei Calderari, riceveva con essa
-anche la villa; e un bel dì che l’affettuosa sposa attendeva in quegli
-ozj il marito, fece, sulle alture onde si chiude il recinto della villa
-e che per felice combinazione rassomigliavano in minori proporzioni a
-quelle su cui a Tarragona di Spagna si distendevano i fortilizî che il
-marito aveva coll’armi italiane espugnati, rizzare tanti fortini che
-imitassero in piccolo que’ maggiori, così preparando al marito la più
-grata sorpresa. E poichè meglio si ravvivassero in lui quelle grate
-e gloriose memorie, disponeva che gli alunni del collegio militare di
-Milano, istituito a San Luca dal generale Teulié, vi venissero a far
-loro armeggiamenti, attacchi e fuochi con mirabilissimo effetto.
-
-Ma la Villa d’Este fu teatro a scene più importanti di questa, per
-lo scandalo che ne fu fatto per Europa tutta, e che rivelò il famoso
-processo che si compì in Londra nel 1820; e siccome da tutti si chiede
-come, perchè e quando venne dato alla villa il nome che essa ha, come e
-perchè il nome di Regina d’Inghilterra fu imposto al bellissimo albergo
-che nel giardino venne edificato dal barone Ciani, che tutta la villa
-acquistò e vi fabbricò per entro casini, dominato, com’era solito a dir
-egli, dal mal della pietra; così mette conto che io narri questa storia
-scandalosa e più scandaloso processo, compendiandola da’ _Processi
-Celebri_ che la resero ne’ suoi particolari.
-
-
-III.
-
-La vita di disordine e di dissipazione, cui, dopo d’essere uscito
-nel 1781 dalla minorità, s’era interamente abbandonato quel Giorgio
-Augusto Federico, principe di Galles, erede presuntivo della corona
-d’Inghilterra e che fu poi Giorgio IV, rimase così notoria, che di poco
-aggiunse a popolarizzarla il bel romanzo di Gozlan.
-
-I suoi banchetti ricordavano le cene dell’impero di Roma: Fox,
-Sheridan, Brummel, Erskine, Grey e Russel ne erano i compiacenti
-compagni nelle orgie, negli stravizzi, nelle vergogne, come erano i
-più eleganti che costituivano la _fashion_ inglese. Superbi equipaggi,
-amanti di gran prezzo, dispendî pazzi in giardini e palazzi, e
-perfino giunterie di giuoco si alternavano co’ stravizzi nelle più
-ignobili taverne: non una tradizione in lui di quella moralità e
-austerità, nella quale era stato nella fanciullezza cresciuto in corte.
-Carlton-House fu il teatro di tanto scialacquo e dissolutezza.
-
-Non bastavano a sì grandi follie nè la rendita fattagli di
-cinquantamila lire sterline, nè i redditi del ducato di Lancaster. A
-capo di tre anni di sua maggiorità egli aveva già inoltre creato a sè
-un debito di mezzo milione di sterline, vale a dire dodici milioni e
-cinquecentomila franchi. Insorsero i creditori, il re Giorgio III si
-ricusava di pagare, lo scandalo crebbe, e la Camera dei Comuni, dopo
-un dibáttito scandaloso, finì col votare una somma di 161,000 sterline
-(4,025,000 fr.) per pagarne i debiti.
-
-Incappato dipoi nelle reti di una signora Fitz-Hubert, cattolica
-irlandese, costei giunse a farsi segretamente sposare, sebbene un tal
-matrimonio fosse colpito di nullità, contrario essendo alle leggi
-del regno, queste non permettendo a’ principi della famiglia reale
-di contrarlo prima de’ venticinque anni; oltre che il matrimonio del
-principe ereditario con una cattolica lo escludeva dalla successione al
-trono.
-
-Aumentati inoltre i suoi debiti, dai quali punto non aveva ristato,
-fino alla ingente somma di 642,890 sterline, a meglio cioè di sedici
-milioni di franchi, parve al governo non esservi altro riparo che un
-matrimonio legale.
-
-A vincere gli aperti rifiuti opposti dal principe, fu adoperato James
-Harvis, più tardi conte di Malmesbury, esperto negoziatore durante
-le guerre della repubblica e dell’impero francese, le cui _Memorie_,
-lasciate dopo morte, forniscono i più curiosi particolari circa il modo
-da lui usato per condurlo ad accogliere l’offertogli partito.
-
-I creditori, all’uopo sollecitati e divenuti a lui insopportabili,
-determinarono finalmente l’adesione del principe al matrimonio, ch’egli
-chiamava il proprio suicidio.
-
-Gli venne fidanzata Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, figlia di
-quel duca di Brunswick che nel 1792 forzò audacemente le frontiere di
-Francia.
-
-Mirabeau aveva attestato di lei esser amabilissima, spiritosa, bella e
-assai vivace; ma il signor di Malmesbury nel 1794, quando fu conchiuso
-il matrimonio (2 dicembre), la trovò, oltre che già di più di ventisei
-anni, se abbastanza bella e con due stelle di occhi, anche un cotal po’
-triviale, con denti mezzo guasti e spalle impertinenti.
-
-La cronaca del paese mormorava di lei, come di donna leggiera, avida
-di piaceri, e la faceva eroina d’una romanzesca fuga con un giovine
-uffiziale della corte del padre.
-
-Ne completeranno il breve schizzo che ne ho fatto queste bizzarre
-particolarità che si leggono nel giornale dello stesso conte di
-Malmesbury.
-
-“— Il principe, madama, — le disse questo abile negoziatore un giorno —
-è assai delicato per ciò che riguarda la nettezza. — Il giorno dopo la
-principessa comparve assai bene lavata dalla testa ai piedi.„
-
-“Ho avuto, scrive lo stesso Malmesbury, due colloquî colla principessa
-Carolina, uno sulla pulizia e sulla decenza, ed un altro sul riserbo
-nel parlare. Ho procurato, per quanto può farlo un uomo, di convincerla
-della necessità di porre molta attenzione in tutte le parti del suo
-abbigliamento, sia in quello che si vedeva, sia in quello che rimaneva
-ascoso... Sapevo che portava delle sottane grossolane, delle camicie
-ruvide e delle calze di filo, e non fossero neppure ben pulite e
-cambiate abbastanza di frequente!... È singolare come su questo punto
-sia stata trascurata la sua educazione e come sua madre, benchè inglese
-(Augusta, sorella di re Giorgio III), vi abbia fatto poca attenzione.
-L’altro nostro colloquio versò sul modo leggiero con cui parlava della
-duchessa (sua madre), burlandosi sempre di lei e dinanzi a lei... Ella
-capisce tutto ciò, ma lo dimentica...„
-
-Questi erano gli sposi: vediamo i frutti di tal connubio.
-
-
-IV.
-
-Il principe di Galles mandava a Greenwich, a ricevere la sua sposa,
-lady Jersey sua recente amante, ciò che stabiliva fin dai primi
-momenti in costei una acerrima nemica di Carolina, perchè non le aveva
-dissimulato frizzi pungenti che non si perdonano.
-
-Trovo scritto che la prima notte di matrimonio fu degna di questi
-sponsali. Dopo alcune ore, il principe abbandonava il letto nuziale,
-senza dissimulare il suo turbamento, la sua collera e il suo disgusto.
-Che pensare dei misteri di questa notte? Si parlò d’ubbriachezza, di
-trasporti lubrici, di scoperte umilianti.... Checchè ne sia, è certo
-che il principe, ubbriaco come un facchino, passò la maggior parte
-della notte sdraiato, non nel letto nuziale, ma su d’un tappeto.
-
-Dopo tutto, il 7 febbrajo 1796, nove mesi successivi a quella notte,
-Carolina dava alla luce la principessa Carolina Carlotta Augusta di
-Galles.
-
-Ma non fu codesto un anello di ricongiunzione fra i due sposi. Il
-principe di Galles continuò a vivere separato dalla moglie; anzi, dopo
-due lettere scambiatesi fra essi, come a specie di convenzione d’una
-separazione di fatto, la principessa di Galles si ritrasse a Black-Heat
-nel Devonshire, da cui di rado si toglieva per comparire a corte;
-intenta, del resto, alle cure della propria bambina.
-
-Nel 1804 cominciò la maldicenza, incitata da lady Jersey, a esercitarsi
-a di lei danno. Disse di scandalosi amori suoi con lord Eardley, e si
-pretese che William Billy Austin, fanciulletto da lei caritatevolmente
-ricoverato e amato, fosse il frutto di adulteri amori.
-
-La delicata investigazione che si istituì l’assolse completamente, e
-si trovò che il fanciullo era invece dello spedale di Brownlow-Street,
-ed erano suoi genitori Sofia Austin e un falegname di Deptfort,
-conchiudendosi che i di lei accusatori avrebbero meritato di essere
-processati con tutta la severità delle leggi.
-
-Ma ciò non avendo giovato a ritornarle tutta la reverenza dovuta al
-suo grado, molto più che l’investigazione e i suoi risultamenti erano
-stati tenuti segreti, ella ne reclamò al re suo suocero, invocando la
-pubblicità di tutto. _The Book_, che ne fu la raccolta degli atti,
-comparve; ma giunto al potere Perceval, che era stato consigliero
-alla principessa di quella pubblicazione, ne scongiurò lo scandalo e
-soppresse il libro, e diè egualmente soddisfazione a Carolina, operando
-in guisa che Giorgio III e i due fratelli del principe di Galles le
-facessero solenni visite, e che una decisione del consiglio di Stato ne
-confermasse l’innocenza.
-
-Ma gli odî del marito crebbero a dismisura, ed ei le tolse la figlia.
-Ricorse ella, ebbe nuova riconferma d’incolpabilità, ma non riebbe la
-figliuola.
-
-Le fu interdetto allora ricomparire a corte, non potendo il principe,
-divenuto reggente per la demenza del padre, incontrarsi con lei. Ne
-chiese ragione a lui medesimo, ma non n’ebbe risposta tampoco.
-
-La figlia Carlotta veniva destinata dal reggente al principe d’Orange,
-erede presuntivo del trono de’ Paesi Bassi; dovendo mal suo grado
-obbedirvi, in capo lista delle persone che dovevano invitarsi al
-matrimonio la giovinetta scrisse il nome della madre. Giorgio gliela
-ritornò radiandone il nome; ma Carlotta alla sua volta cancellò un
-nome: era quello del futuro sposo, e rinviò al padre la lista. Ella
-andava sposa poco dopo al duca di Sassonia Coburgo.
-
-La principessa di Galles risolse allora di abbandonar l’Inghilterra.
-
-Il Parlamento le fissava l’appannaggio d’annue lire cinquantamila
-sterline; essa non ne accettò che trentacinquemila, e partiva il 9
-aprile 1814, assumendo il nome di contessa di Wolfenbüttel.
-
-Si diresse dapprima al suo paese natio; quindi partì per la Svizzera,
-visitò l’Italia, la Grecia, la Turchia, la Palestina, Tunisi; poi si
-stabiliva a Pesaro, e da ultimo a questa villa Calderari sul lago di
-Como, che ricevette da lei, come già sa il lettore, il nome di Villa
-d’Este.
-
-
-V.
-
-Quale fosse la vita della principessa di Galles all’estero, e
-principalmente su queste rive del lago, non ne è spenta la memoria
-fra noi. V’hanno di molti ancora che rammentano averla veduta, che si
-trovarono ai licenziosi balli cui ella assisteva alla Barona presso
-Milano, che la riconobbero ai veglioni della Scala con travestimenti
-impossibili o toalette sconvenienti; come moltissimi ne levano a cielo
-ancora gli atti infiniti di una inesauribile generosità e carità.
-
-Queste sponde del Lario echeggiano tuttavia degli inni riconoscenti
-alle sue splendide beneficenze. Ella allargò e compì la via che da
-Como metteva alla sua residenza e spese assai denaro in altre opere
-vantaggiose a quel paese.
-
-Se non che l’odio del marito e l’ira de’ nemici da lei lasciati in
-Inghilterra non s’erano tenuti paghi di sua partenza: essi la seguivano
-nelle sue peregrinazioni, nel suo volontario esilio. Neppur si volle
-informarla della morte della figliuola, neppur di quella del suocero
-Giorgio III, avvenuta il 29 gennajo 1820, da lei sapute entrambe
-soltanto a caso.
-
-S’inasprì ancor più la persecuzione contro di lei coll’avvenimento di
-suo marito Giorgio IV al trono. Il suo nome fu tolto dalle preghiere
-della liturgia britannica, e le fu messa, per così dire, a’ fianchi una
-commissione segreta che ne spiasse la vita.
-
-E questa nella sua permanente inchiesta, stabilita fra persone
-influenti in Milano, raccoglieva fatti, circostanze, nomi e
-testimonianze terribili contro di lei.
-
-Carolina, reclamando contro le misure summentovate prese in Inghilterra
-contro di lei, minacciava recarsi a Londra a reclamare i suoi privilegi
-di regina; ve la aizzavano i _whigs_ che avrebbero voluto suscitar con
-ciò gravi imbarazzi al nuovo regno; sconsigliavanla i _tories_ collo
-spauracchio d’uno scandaloso processo. Nulla temendo Carolina, sullo
-scorcio del maggio 1821, arrivò in Francia, deliberata d’incarnare il
-proprio progetto.
-
-Lord Hutchinson le venne incontro, e da parte di lord Liverpool,
-ministro di Giorgio IV, le offriva aumentarle l’appannaggio fino a
-50,000 lire sterline all’anno, purchè restasse fuor d’Inghilterra,
-non assumesse titolo di regina, nè altro spettante alla famiglia reale
-d’Inghilterra.
-
-Ella rispose a questa proferta, imbarcandosi sul pachebotto inglese
-_Principe Leopoldo_ per Londra.
-
-Sbarcata sul suolo inglese, vi fu accolta colle dimostrazioni più
-onorifiche dovute a regina e con entusiasmi che l’accompagnarono fino
-alla capitale, dove passando innanzi alla residenza reale, la folla
-emise all’indirizzo di Giorgio IV formidabili grugniti, modo col quale
-quegli eccentrici isolani esprimono disapprovazione; ma questa marcia
-trionfale veniva arrestata dal ministero in cui sedeva lord Liverpool,
-il quale la sera del sei giugno presentava alla Camera dei Lord un
-messaggio reale, mentre lord Castelreagh faceva altrettanto alla Camera
-dei Comuni, quivi depositando un sacco verde contenente i documenti
-d’accusa contro la regina, che nel messaggio e nelle parole de’
-ministri veniva tuttavia chiamata la principessa di Galles. L’accusa
-era di adulterio.
-
-L’impressione prodotta fu grave, poichè si temesse non fosse per
-riuscire a rinnovare i tempi d’Anna Bolena e Giovanna Grey; ma lord
-Liverpool temperavala, dicendo che il fatto d’un adulterio commesso
-all’estero con uno straniero non costituisse che un’ingiuria in linea
-civile; e voleva con ciò rassicurare i nobili lord che non si sarebbe
-trattato di pena di morte.
-
-Carolina intanto aveva preso alloggio in Brandenburg-House.
-
-Ecco il bill delle pene e delle penalità (_Bill of pains and
-penalties_), che lord Liverpool lesse nel Parlamento:
-
-“Atteso che nell’anno 1814 S. M. Carolina Maria Elisabetta, allora
-principessa di Galles, ed ora regina sposa d’Inghilterra, residente
-allora a Milano, prese al suo servizio il nominato Bartolomeo Bergami
-o Pergami, straniero, di bassa condizione, essendo stato domestico;
-atteso che dopo d’essere il detto Bergami entrato al servizio di
-S. A. R. vi fu tra di loro un’intimità sconveniente e ributtante,
-e che non solo S. A. R. lo innalzò ad un posto eminente nella sua
-casa e lo ammise a rapporti confidenziali colla propria persona,
-ma gli conferì anche gli attestati più straordinarii di favore e di
-distinzione, ottenendo per lui ordini cavallereschi e titoli onorifici,
-conferendogli un preteso ordine di cavalleria, che S. A. R. erasi
-arbitrata di istituire, senza averne nè il diritto, nè la facoltà;
-atteso che la detta A. R., dimenticando sempre più l’elevatezza del
-suo rango ed i suoi doveri verso V. M., non avendo più alcun riguardo
-al suo onore ed al suo carattere, si è condotta col detto Bergami in
-altre occasioni, tanto in pubblico che in privato, con una famigliarità
-indecente ed una singolare libertà nei diversi paesi visitati da S.
-A. R., e che finalmente ha avuto rapporti licenziosi, umilianti ed
-adulteri col detto Bergami, che durarono per lungo lasso di tempo,
-durante il soggiorno di S. A. R. all’estero, con grande scandalo e
-disonore della famiglia reale e di questo regno;
-
-„Volendo, per tali motivi, manifestare la nostra intima convinzione
-che con questa condotta scandalosa, disonorante e viziosa, S. M.
-la regina ha violati i suoi doveri verso V. M. e si è resa indegna
-dell’alto rango di regina sposa di questo regno; volendo attestare un
-giusto rispetto alla dignità della corona ed all’onore della nazione;
-noi umilissimi e fedelissimi sudditi di V. M., lordi spirituali e
-temporali, e così pure i deputati della Camera dei Comuni, raccolti in
-Parlamento, supplichiamo V. M. di ordinare quanto segue:
-
-„Che sia ordinato dalla Eccellentissima Maestà del re, coll’avviso
-e il consenso dei lordi spirituali e temporali e dei deputati della
-Camera dei Comuni, riuniti nel Parlamento al presente convocato, e
-per la loro autorità, che la detta Maestà Carolina Amalia Elisabetta,
-quando sia passato questo atto, abbia ad essere spogliata del titolo di
-regina e di tutti i diritti, privilegi, prerogative ed esenzioni che
-le appartengono come regina sposa di questo regno; che sia dichiarata
-incapace ad esercitare alcuno di questi diritti, a godere alcuna di
-queste prerogative, e di più che il matrimonio fra S. M. il re e la
-detta Carolina Amalia Elisabetta, sia coll’atto presente sciolto per
-sempre, totalmente annullato e reso vano sotto tutti i rapporti ed in
-tutte le conseguenze.„
-
-
-VI.
-
-Il processo fu iniziato e consiglieri della regina furono i signori
-Brougham, che fu poi illustre ministro, Denman, il dottor Lushington,
-John Williams, Tindal e Wildas.
-
-Facciamo grazia a’ lettori delle particolarità della procedura e di
-quanto deposero i testimonî, molti de’ quali chiamati da Milano e
-dalle sponde del Lario circa gli scandali su di esse compiuti dalla
-regina Carolina: sono particolarità indecenti che offenderebbero il
-senso morale loro; ma d’altra parte resta monumento imperituro della
-ingratitudine di molti, tra i quali di un Teodoro Maiocchi e di una
-Dumont cameriera, che furono beneficati da quella donna dissoluta ma ad
-un tempo di generosissimo cuore. Parve si mettessero in sodo gli amori
-suoi con Bergami, aiutati da una sorella di lui, che figurò col nome
-di contessa Oldi, dal fratello creato prefetto di palazzo alla villa
-d’Este e dalla madre che assunse il nome di madama de Livris.
-
-Si parlò del teatro erettosi in questa villa del nostro lago, delle
-rappresentazioni che vi si diedero, in cui la regina era sempre
-l’amante di Bergami, e certi giuochi detti del turco Maometto di
-eccessiva libertà e licenza.
-
-Ciò che per altro fu notato e sorprese, fu il fatto di danari e
-promesse dati e fatte ai testimonî da parte d’uomini indettati col
-governo; onde al popolo inglese e ai difensori della regina rimase
-presa a revocar in dubbio le accuse e proclamarne la innocenza.
-
-“In quanto alla villa d’Este, disse il _Solicitor general_ nella sua
-requisitoria, le deposizioni si accumulano. Là non provengono soltanto
-dai domestici della regina. Dagli operai, dagli artigiani, impiegati
-accidentalmente nella casa o nel giardino, si attestano tali intimità
-che non lasciano il più piccolo dubbio sul commesso adulterio.„
-
-Si seppe tuttavia che de’ molti testimonî chiamati da Cernobbio
-a Londra a deporre in processo, la più parte, memore de’ ricevuti
-beneficî, non le rese ingrata mercede.
-
-In quanto alla generosità, alla carità e alla bontà della principessa,
-messa dai dibattimenti in piena evidenza, il medesimo _Solicitor
-general_ fu costretto dire: “Io sono lontano dal voler contestare
-queste virtù alla regina. Quando rammento di che illustre casa è
-rampollo, non dubito punto che le possieda in tutta l’estensione
-mostrata dalla lettera della testimone (la Dumont). Ma gli è andare
-troppo oltre il dire che la generosità più elevata, la carità più
-estesa, la sensibilità più squisita, non possano cambiarsi nel cuore di
-una donna con un attaccamento ignobile e colpevole.„
-
-La difesa degli avvocati della regina, quella di Brougham
-principalmente, parve splendida; i lordi Erskine, Gray, Rosselyn,
-Harrowby, King e l’Arcivescovo di Thuam vi aggiunsero nelle discussioni
-proprî e vigorosi argomenti in favore.
-
-Si trattava finalmente di venire alla definitiva lettura del bill:
-l’agitazione era immensa, impazientissimo il pubblico di vederne
-il risultamento, perocchè tutto dipendesse da essa. Lo scrutinio fu
-aperto: cent’otto membri avevano votato in favore, novantasette contro.
-Non fu più permesso allora di pensare a mandare alla Camera dei Comuni
-un atto votato con nove voci di maggioranza; e lord Liverpool si vide
-forzato a mettere ai voti il rinvio del bill a sei mesi. Era questa
-la formola consacrata per non parlarsene più e mettere a dormire per
-sempre il processo.
-
-Questa accorta mozione venne votata il nove settembre alla unanimità.
-
-
-VII.
-
-La vittoria fu dunque della regina: essa fu salutata dal popolo con
-frenetica gioia, e le si fecero le più pazze dimostrazioni, con voci di
-morte ai testi Maiocchi e Dumont.
-
-La plebe, portando queste sue gazzarre ovunque, voleva che tutti vi
-pigliassero parte, e, ritrovandoli sul suo cammino, obbligò molti
-aderenti del re ad unirsi ai proprî entusiasmi; ma lord Lauderdale, cui
-fu arrestata dalla plebe la carrozza, costretto da essa a gridare: Viva
-Carolina! se ne trasse con molta disinvoltura e spirito, dicendo: Vi
-auguro a tutti una moglie come la principessa Carolina.
-
-Ma durarono poco i popolari saturnali.
-
-La regina s’era ritirata ancora a Brandenburg-House. Volendo ella nel
-maggio 1821 reclamare di nuovo i diritti di regina sposa, e pretendere
-d’essere pur ella incoronata, l’_Attorney general_ respinse il
-reclamo, che nel di lei interesse era stato presentato dal suo avvocato
-Brougham, sul motivo che nessuna legge accordasse alla regina sposa il
-diritto agli onori dell’incoronazione; e quando nel dì medesimo della
-stessa si presentò a ciascuna delle porte dell’abbazia di Westminster,
-dove veniva celebrata, le si chiese rispettosamente il biglietto
-d’entrata e le fu ricusato l’ingresso. Ella allora, nell’allontanarsi,
-attendevasi una dimostrazione popolare; ma non raccolse che urli e
-fischi sul suo passaggio. Andate a fidarvi dell’aura popolare!
-
-L’umiliazione di Westminster fu per Carolina il colpo mortale. Il 30
-luglio successivo cadeva malata, uscendo dal teatro di Drury-Lane.
-Si vociferò che fosse stata avvelenata in una limonata che vi aveva
-bevuta, quando moriva il 7 agosto; ma la sua morte fu dichiarato
-invece, officialmente, che fosse stata in causa di infiammazione
-intestinale. La malevola insinuazione era la naturale conseguenza degli
-odî che universalmente si conoscevano nutrirsi dal sovrano contro di
-lei.
-
-I suoi beni espresse ella medesima il desiderio che passassero alle
-mani di William Austin, il trovatello, per il quale aveva subíto in
-addietro i primi strali della calunnia, e che la sua salma venisse
-trasportata in patria, essendosi preparato il seguente epitaffio:
-
-“Qui giace Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, vilipesa regina
-d’Inghilterra.„
-
-Sulle sponde del Lario la sua memoria, ho già detto, è congiunta a
-molte opere di generosità e beneficenza ed alla via che ella aprì da
-Como fino alla sua villa d’Este che aveva eletta a sede de’ suoi poco
-regali amori; e pel filosofo rimane oggetto di meditazione per la
-strana contraddizione ch’ella presentò di grandezza e di bassezza, di
-carità e di corruzione, di virtù e di colpe.
-
-
-VIII.
-
-In questi ultimi anni, nel fianco destro del giardino della Villa
-d’Este, il baron Ciani eresse un magnifico albergo, che dal personaggio
-che que’ luoghi abitò, assunse il nome di _Regina d’Inghilterra_, e
-vi è condotto con tutte quelle commodità onde van lodati gli alberghi
-della Svizzera. Magnifiche piante formano avanti ad esso una specie di
-grato e fresco luogo di passeggio e lettura.
-
-Vi si aggiunse uno stabilimento idroterapico, fornito di doccie a
-soffioni, al quale poteva giovare e l’acqua del torrente Garrovo, che
-dava prima il nome al luogo, e quella leggiermente magnesiaca, che sul
-colle sovrastante ha la sua sorgente e si denomina della _Coletta_; ma
-forse più che a cura di malattia, vi traggono numerosi gli stranieri a
-ricercarvi soggiorno ameno e tranquillo.
-
-La facilità di recarsi a Como, a cui muove più volte al giorno un
-_omnibus_; quella di aversi pure più volte al giorno corrispondenze
-e giornali; la strada Regina, abbastanza valevole a percorrerla
-in carrozza; l’agio di passeggiate montane e di gite sul lago; la
-non ampiezza del bacino, che permette di solcarlo e traversarlo in
-pochi minuti, senza tema di pericoli, rendono quest’albergo assai
-frequentato. Difeso dai venti troppo impetuosi dal promontorio di
-Pizzo che gli sta a fianco, anche a chi meglio si piace di solitudine e
-silenzio è conveniente asilo; ed io più d’una volta vi cercai riposo e
-quiete dalle tumultuose cure dell’avvocare e dai cittadini rumori.
-
-
-
-
-ESCURSIONE SETTIMA.
-
-IL PIZZO.
-
- Madama Musard. — La villa il Pizzo. — G. B. Speziano la fabbrica.
- — I conti Muggiasca. — Il Vicerè del Regno Lombardo-Veneto. —
- Migliorie. — La villa Curié.
-
-
-A Parigi, al _Bois de Boulogne_, che è il convegno delle carrozze più
-ricche, de’ campioni dello _Sport_ e de’ passeggianti e che noi diremmo
-il corso di quella grande capitale, nazionali e stranieri ammirano
-e seguono sempre collo sguardo avido e maravigliati, fra gli altri,
-un equipaggio elegantissimo a cui sono attelate pariglie di superbi
-cavalli, che traggono sempre una gentile signora, che “la dev’essere
-ben ricca„ esclamano sempre quanti l’osservano. Le toalette di essa
-rispondono allo sfarzo dell’equipaggio.
-
-— A chi appartengono equipaggio e toalette? — ognuno domanda e la
-curiosità è ben naturale.
-
-— A madama Elisa Musard — vi si risponde subito da tutte parti, chè a
-Parigi non v’ha persona, io credo, che lo ignori.
-
-Ed ella, madama Musard, la moglie di tale che ottenne una speciale
-celebrità musicale, è la proprietaria pure di questa principesca villa
-che, procedendo dall’albergo della Regina d’Inghilterra, che abbiamo
-appena lasciato, in poco volger di remi vi si presenta sulla punta
-sporgente nel lago e che con quella che le sta di fronte di Torno,
-chiude il primo bacino del lago, il quale abbiamo oramai tutto quanto
-percorso e visitato.
-
-Chi la vide in passato questa magnifica villa, più non la
-riconoscerebbe; tanto la ricca signora la ingentilì, restaurando e
-riducendo a nuovo la casa e le scuderie, e vi profuse cospicue somme
-nell’arricchire il bel giardino a cui natura prestò i più opportuni e
-vaghi accidenti di terreno.
-
-Fabbricata a mezzo circa il secolo decimosesto da Gian Battista
-Speziano da Cremona, senatore, e fatto altresì per tanti meriti
-patrizio di molte città, fra cui di quella di Como, vi apportò tutto
-l’amore ch’egli aveva alla scienza agricola; e compiuta la parte del
-fabbricato, vi avrebbe eziandio raccolto quanto di peregrine produzioni
-gli fosse dato, se non fosse stato da morte arrestato nella esecuzione
-del suo concetto. Passò di poi ai conti Muggiasca, e quel che di questa
-famiglia fu vescovo di Como, e di essa si piacque approfittando della
-pendice del monte a cui la villa s’addossa, vi ingrandì il giardino,
-usando anche delle mine per aprirvi sentieri e vie, onde poterlo tutto
-percorrere agevolmente.
-
-Il conte Giacomo Muggiasca, nipote di lui, poichè fu morto, la villa
-fu acquistata dall’arciduca Ranieri, vicerè del Regno Lombardo-Veneto,
-finchè sopravvenute le fortune politiche e l’italiana indipendenza,
-che ne resero mal proprio alla famiglia sua, che si aveva alienate le
-simpatie del paese, il possedimento, la signora Musard la comperò.
-
-Mai non sarà sembrato a questa signora di dovervi ritrovare tanta
-negligenza di coltivazione e di abitato, pensando riceverla da
-principesca famiglia, e certo vi dovette profondere egregie somme per
-ridurla alla condizione presente. Infatti, per dir del solo giardino,
-non vi trovò che produzioni spontanee delle nostre rive lacuali, e
-tolti i cinquecento cipressi, anche la selva, bella senza dubbio, non
-constava che di pini, di abeti, di lecci, di quercie, di faggi, di
-alberi, di piante insomma tutt’altro che peregrine.
-
-Ora, mercè del signor Villoresi, che vi è preposto a cura, migliorò,
-anche da questo lato d’assai e d’assai la villa. Piante esotiche,
-arbusti rari, fiori ed erbe vaghissime e forestiere vi introdusse
-e coltivò, con quell’amore e dottrina che si può dire tradizionale
-nella sua famiglia. Tuttavia la villa del Pizzo, per essere di quella
-rinomanza e valore a cui ha diritto di aspirare, non ha d’altro
-bisogno che di essere arricchita nel palazzo, già sontuosamente
-addobbato, d’oggetti d’arte insigni, ciò cui del resto la ricchezza
-sfondolata della signora del luogo può facilmente provvedere; ella che
-d’altronde con intelligente generosità s’acquistò già tanti titoli alla
-benemerenza di queste terre circostanti.
-
-Confina colla villa del Pizzo quella modernissima, dell’inglese Curié,
-il quale la nicchiò nella specie di seno che forma la punta che si
-protende nel lago. Con enorme spesa rivestì la nuda roccia e la rese
-tutta quanta verdeggiante per belle e preziose piante, e intorno alla
-ricchissima casa seppe praticarvi un bel giardino ed un elegante parco.
-
-Quivi colla intelligente opera di Gioachimo Curti, che fu padre della
-poetessa Adele, già per me ricordata in una precedente escursione,
-adunò preziosità artistiche; ma resosi defunto chi s’era di questo
-luogo così compiaciuto da erogarvi tanto denaro nel fabbricarsi la
-villa, e passata questa al figlio che milita allo straniero, è appena
-se egli la visiti qualche giorno entro l’anno; e però chi va a vederla
-non vi rinviene quel non so che di indefinito che rivela la vita e la
-presenza del nume famigliare.
-
- [Illustrazione: Cascata di Moltrasio.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE OTTAVA.
-
-LA CASCATA DI MOLTRASIO.
-
- Il bacino di Moltrasio. — L’osteria del Caramazza. — Un mio
- episodio. — Villa dei signori Nulli. — La leggenda della Ghita.
- — Perchè si nomi Moltrasio. — La Vignola dei Passalacqua. — E
- la villa Durini? — Geologia. — La Cascata.
-
-
-I.
-
-Io l’ho già detto in non so quale mio scritto, che del lago di Como,
-di questa privilegiata parte d’Italia, benedetta dal sorriso della
-natura, preferisco il bacino di Torno, che è il secondo del lago, e lo
-preferisco pure a quello sì decantato della vaghissima Tremezzina; e
-delle ragioni di siffatta predilezione, a non ripetermi, non mi farò
-qui inutile espositore.
-
-Basti tuttavia a solo complemento di questo esordio il dire che,
-sebben più angusto tale bacino e meno ricercato dell’altro, lo si
-può nondimeno meglio godere, percorrendolo in ogni senso, senza tema
-d’essere sorpresi a mezzo dalla tempesta, e liberi da quella soggezione
-che troppo aristocratici villeggianti impongono, e che vi richiede
-l’impegno di toalette e riguardi che vi infastidiscono e attossicano
-gli ozj autunnali.
-
-Nel bacino di Torno, anzi proprio dicontro a questo paese, dove il
-battello a vapore fa la sua prima ordinaria sosta dopo avere lasciato
-Como, si adagia il bel villaggio di Moltrasio colle sue ville che
-si specchiano nell’onde, coll’ampia strada _della Regina_ che lo
-divide per mezzo, colle sue case scaglionate su per il declivio della
-montagna, co’ suoi _crotti_ estivi pei dilettanti del buon vino,
-massime con quello del Caramazza, osteria e convegno de’ buongustai di
-Como che il preferiscono eziandio al Nino, co’ suoi rigagnoli, colla
-sua cascata, col suo orrido...
-
-Ma non anticipiamo l’argomento... M’ho degli obblighi verso Moltrasio
-da adempiere dapprima: or ringrazio l’occasione che mi si porge di
-sdebitarmi.
-
-Era l’aprile del 1859. I tempi erano grossi, l’orizzonte politico nero,
-le nubi presso a squarciarsi, la folgore a scoppiare; o, per uscir dal
-figurato, stava per incominciare la guerra delle armi sardo-francesi
-contro l’Austria, che doveva redimere l’Italia dalla oppressione
-straniera. La polizia austriaca vedeva dovunque congiure e congiurati,
-e a buoni conti andava pazzamente facendo razzia de’ liberali che,
-non potendo varcare colle altre migliaia i confini per ingrossare le
-fila dell’esercito piemontese, rimanevano ad agitar il paese, a tener
-viva la fiamma della rivoluzione che non cessava di lavorare alla
-cheta. Impossibile pertanto che un pensiero non si degnasse da essa
-di concedere pure a me, che più d’una volta m’aveva fatto l’esagerato
-onore di chiamare ne’ suoi segreti processi verbali _corifeo della
-rivoluzione_.
-
-Aveva in que’ giorni arrestato già un mio fratello, e i miei
-concittadini alla notizia scrollavano la testa; e l’un l’altro
-si mormorava: hanno preso un granchio, doveva essere l’altro; e
-declinavano il mio nome. In verità si giunse a mettermi nel cuore una
-puntura di rimorso, e una mattina, a scandagliare il terreno sul quale
-mi trovava, e all’occorrenza pronto a pagare di me l’equivoco preteso
-dalla pubblica carità, osai picchiare all’ufficio del consigliere
-M... commissario superiore di polizia nel temuto palazzo di Santa
-Margherita. Avevo una scusa, mancando di carta di sicurezza — arnese
-indispensabile a quei tempi di non compianta memoria tanto pel ladro
-che per il galantuomo — e però entrato da quel signore manifestai il
-mio bisogno.
-
-Il consigliere M... era un buon tedesco, una mosca bianca tra
-i cagnotti polizieschi; nè appena avevo aperto bocca, che così
-m’apostrofava:
-
-— Ma ella è malato; m’avevano detto ch’ella fosse in campagna a curare
-la sua salute, perchè mo’ è tornato?
-
-— Hanno arrestato mio fratello, temevo non fosse un equivoco.
-
-— Ma no, no, suo fratello uscirà oggi o domani, ed ella è molto malato,
-vada in campagna... e alzatosi mi fe’ senza perditempo disporre la mia
-_carta di sicurezza_ e consegnandomela, tornò a dirmi:
-
-— Dunque la vada, curi la sua salute.
-
-Guardai commosso in faccia al buon tedesco, gli strinsi la mano e
-risposi:
-
-— Anderò; ma dove in avvenire potesse aver bisogno di me, la mi comandi
-— e me ne andai.
-
-Anche in Polizia gli impiegati tedeschi non erano i peggiori; se
-valesse la pena di rammentar nomi, si vedrebbe che le più nefaste
-memorie di que’ tempi si legano a nomi sventuratamente nostrali.
-
-Qualche ora dopo ebbi un altro amichevole avviso che riguardava la
-_mia salute_; ond’è che quantunque mi sentissi perfettamente, pure
-udendomi, come Don Basilio, gridare _che brutta cera!_ bisognava ben
-che vi credessi, e me ne andassi non _a letto_, come quel messere della
-commedia di Beaumarchais e di Rossini, ma sì a pigliare un po’ l’aria
-balsamica della Svizzera.
-
-L’importante era il varcare i confini; passaporto non avevo nè potevo
-chiedere, se non per la gattabuia, dov’erano già stati dati ordini
-di ricevermi; dunque presi la via di Como e precisamente mi diressi
-a questo bel paese di Moltrasio, da dove a notte una guida m’avrebbe
-fatto passare la montagna per discendere nel Mendrisiotto.
-
-Una bella villetta fiancheggiata da due torricelle a finestrelle a
-sesto acuto, come un castello tradizionale del medio evo, si fa innanzi
-dipinta a nuovo e bagna i proprî piedi nell’acque del Lario: allora
-apparteneva al signor Nulli, bravo e onesto commerciante di Milano,
-che in un colla sua giovane sposa mi accolse, non dirò soltanto con
-patriarcale ospitalità, ma perfino con entusiasmo, in grazia della
-causa che ad essi mi conduceva. Non fu maniera di cordialità e cortesia
-che non mi usassero questi eccellenti cuori, e così mi disposero a
-calcar la via dell’esilio, che per sommo di ventura non doveva essere
-molto lungo, quantunque subito amareggiato da grave malattia.
-
-Oh! io mi rammenterò tutta la vita quella giornata da me trascorsa
-nella villa di Moltrasio! il mio pensiero ed il mio cuore la rammenta
-con dolcezza e con sincera riconoscenza.
-
-Qualche anno dopo, io elessi a stanza autunnale una villa prossima a
-Moltrasio, nel vicin paesello d’Urio: corsi difilato, come voleva il
-cuore, alla villetta delle due torricelle; ma colà più non erano i
-signori Nulli...
-
-Essa è ora di ragione dei conti Belgiojoso, e v’hanno appiccicato, come
-s’usa a tante, un nome, e vien detta _Il Pensiero_. Per me, l’ho detto,
-essa sarà sempre un pensiero di gratitudine.
-
-Rifaceva allora la via nel mio burchiello, che il Bellasio spingeva
-avanti lentamente, quasi ei pure non volesse turbare il mio silenzio
-e la mia penosa meditazione; poi l’accorto barcaiuolo, che sapeva un
-cotal po’ de’ miei gusti prediletti, presumendo fosse tempo di finirla
-colle ubbie, venne a rompere il silenzio.
-
-
-II.
-
-— Vede? Anche qui a quello scoglio — e sospendendo un tratto i remi,
-mi indicava una scogliera che dal lato manco del paese si protende un
-cotal poco — si racconta una storiella, una di quelle ch’ella piacesi
-d’ascoltare. —
-
-Il Bellasio (così chiamato per avventura, altro essendo il suo vero
-nome, perchè venuto da Bellagio, borgata più in su del lago, che
-visiteremo, e la quale sta a capo della punta che divide il Lario in
-due rami, l’uno che scende infine a Como, l’altro che spingesi infino
-a Lecco, da dove poi le sue acque ripiglian il diritto primitivo,
-uscendo di sotto il ponte col nome anteriore di Adda e colla qualità
-di fiume) era un valente barcaiuolo ed a lui più d’una volta mi son
-mostrato avido di leggende e di racconti, come quegli che pur la storia
-anedottica d’ogni terra del Lario e d’ogni villa aveva sulle dita;
-mi aveva messo un giorno il ticchio di descrivere quella storia de’
-misteri del lago, della quale già feci cenno; e vi so dire che se tempo
-e volontà m’avessero bastato, se ne sarebbero dettati più volumi tutti
-pieni e palpitanti d’interesse. Dal santo chiodo e dalla gamba d’un de’
-bambini trucidati dal Re Erode, conservati nella chiesa di San Giovanni
-Battista di Torno, al processo della regina Carolina d’Inghilterra;
-dagli sposi annegati, ricordati dalla ballata del Cantù, al processo
-B.... e alla conversione del principe Petrovich di Schuvaloff, fattosi
-poscia barnabita e di cui si veggono le ville sulla sponda opposta
-vicino a Blevio e che ho già rammentate, sapeva il Bellasio tutto; e
-più d’una volta me ne aveva fatto curiosa imbandigione, nè era sempre
-stata infruttifera a lui la parlantina.
-
-— E che si narra intorno a quella scogliera? — chiesi allora al
-barcaiuolo.
-
-Questi incrociò di nuovo i suoi due remi e più lentamente ancora
-adoperandoli, incominciò:
-
-— Erano i tempi antichi. La Ghita era una bella montanina che abitava
-una casipola lassù presso alla cascata di Moltrasio.
-
-— La cascata? — interrogai io, come uomo che fosse nuovo a quella
-locale particolarità.
-
-— Che? non c’è stato a veder la cascata di Moltrasio? La ci vada che ne
-sarà contento.
-
-Io fermai dentro di me che vi sarei andato all’indomani.
-
-Il Bellasio proseguì:
-
-— Dunque la Ghita in sul pomeriggio d’una giornata era andata giù a
-Cernobbio a trovare non so qual parente e fra una parola e l’altra il
-tramonto approssimava e l’ora della cena pur con esso. — Che ti fermi,
-Ghita, a mangiare con noi un bocconcino? le dice quella parente. —
-Sì, no, è troppo tardi, m’aspetta la mamma — risponde la forosetta e
-intanto la chinava la faccia fatta rossa come una melagrana. Gli è che
-la Ghita, come ella può bene figurarsi, aveva a casa il suo Tonio che
-l’attendeva, un pezzo di giovinotto che le invidiavan tutte le ragazze.
-— To’, siedi: sono agoni che due momenti fa ballonzolavano ancora vivi
-sul tagliere. — E la Ghita, mal resistendo, si sedeva sur un trespolo
-di legno intorno a un desco su cui fumava una soda polenta e gli agoni
-esalavano una fragranza provocante. L’ora così si era fatta tarda,
-quando la Ghita si accommiatò. Ben è vero che qualcuno l’accompagnò
-un piccol tratto di strada fino alla punta del Pizzo, ove è adesso la
-villa del passato Vicerè e ch’ella sa; ma, qui giunta, sentendo venir
-da lunge come uno zufolare d’uomo e credendo che si fosse il proprio
-Tonio che le venisse all’incontro, licenziava l’uomo che l’aveva
-accompagnata col pretesto che in due salti ella sarebbe a casa, nè
-voleva di tanto dargli più incomodo e fatica.
-
-E la Ghita camminava.
-
-La strada allora non era come la vede adesso, così bella che la fu un
-vero beneficio di quella donna caritatevole che è stata la principessa
-di Galles, la regina che per tanto tempo fu la nostra provvidenza; la
-strada era su e giù serpeggiante fra la boscaglia, fitta, scura, che
-chi non fosse stato del paese non ci avrebbe certo a notte trovato il
-conto di uscirne, e se incauto si fosse un po’ tenuto verso il lago,
-avrebbe corso anche il rischio di fiaccarvi il collo; perocchè prima
-che Monsù Curié avesse fabbricato la sua bella palazzina, là vi stavano
-bronchi, massi e precipizî pericolosi mascherati da liane e spine
-secolari.
-
-Era la Ghita giunta poco più avanti ove è appunto la villa Curié, che
-sentissi da una voce sconosciuta intimare:
-
-— Alto, chi va là?
-
-— Son io, son la Ghita di Moltrasio — rispondeva sgomenta la fanciulla.
-
-E l’incognito ridendo allora di un riso satanico, venendole incontro,
-le diceva:
-
-— Ah! ah! a quest’ora qui la Ghita di Moltrasio? Sei venuta ne’ miei
-domini ed è giusto che paghi il tuo pedaggio — e stendeva ver lei la
-mano.
-
-Diede la giovinetta un salto indietro e intimava al temerario:
-
-— Statevi un po’ sul vostro e lasciatemi ir oltre, perchè è tardi e
-sono attesa.
-
-Lo sconosciuto rispose con un ghigno da demonio e mosse invece innanzi
-risoluto per abbrancarla; ma la Ghita, lesta più ancor di lui, in un
-attimo, fatto in cuore un voto alla Madonna a tutela del suo onore,
-spiccò un salto per quei burroni, e quel tristo che la stava per
-afferrare, nè pel bujo aveva avvertito l’imminenza del pericolo,
-fallendogli il piede, giù egli pure precipitò.
-
-Si sentiva tosto dopo un lungo grido come d’uomo cui sia tocco una
-terribile percossa, ed un giovane che muoveva da Moltrasio e l’udiva,
-com’era ben naturale in quella generale quiete della sera, affrettando
-i passi per il sentiero della foresta, giunto presso alla scogliera
-dove il fatto era accaduto, presago in cuore che la sventura avesse
-toccato la fanciulla dell’amor suo, si diè a chiamarla.
-
-— Ghita! Ghita! —
-
-La voce infatti della fanciulla gli rispose. Oh! era lei, proprio
-lei, chè nel cadere per quei burroni la sua gonna s’era impigliata
-fra i rovai e le liane e l’avevan impedita di rovinare giù nel lago
-sfracellata, dove era andato invece a piombare il suo turpe tentatore.
-
-Tonio, il fidanzato della Ghita, espertissimo di que’ greppi, avvertita
-dapprima la fanciulla che non si avesse ad agitare, ma cercasse
-d’attenersi ad alberelli i più robusti, si condusse cautamente presso
-ad essa e protendendole la mano, poichè l’ebbe ad afferrare, giunse in
-breve a districare la sua Ghita e condurla a salvamento; e dopo udito
-il tristo caso, quando presa la sua barca venne sotto alla scogliera
-a cercarvi il mal capitato, nè egli, nè i suoi compagni che recavano
-accesi de’ legni resinosi, ritrovarono il cadavere. Solo un feltro
-galleggiava là vicino e la gente del paese andò divisa nel pensare
-a chi spettasse. I più dicevan che ei fosse un contrabbandiere della
-Svizzera vicina, altri invece e le comari affermarono, pel contrario,
-che potesse essere il demonio, e che la Ghita fosse stata salva per
-il voto alla Madonna. Certo è che ancora la sera, quando il tempo mena
-burrasca, proprio come quella notte che avvenne il triste caso, vedesi
-un fuoco errare su quel greppo, e chi passando lo vede si fa il segno
-della croce, perchè o lo spirito del contrabbandiere o il demonio in
-persona è condannato a qui far la penitenza.
-
-Il Bellasio gittò i remi: io sorrisi per la conclusione della
-storiella e m’accorsi che eravamo giunti agli scaglioni della casa
-de’ miei eccellenti amici, i signori Turati di Urio, che mi ospitavano
-cordialmente.
-
-
-III.
-
-Come avevo stabilito, all’indomani m’avviai a Moltrasio di nuovo,
-alla ricerca della cascata che m’aveva accennato il barcaiuolo.
-Attraversando il paese scaglionato su quel pendio, io, studioso
-dell’antico, ricordai come gli etimologisti pretendano derivare il nome
-del paese da _Monte Raso_, e misurandone tutta la lunghezza coll’occhio
-vedevo l’ampio palazzo dei conti Passalacqua, detto la Vignola,
-architettato da Felice Soave con soverchia semplicità, con giardino
-avanti di esso a varî piani che discendono al lago sempre fiancheggiati
-da cipressi. Volgevo poi lo sguardo da l’un lato e dall’altro della
-villa e cercavo indovinare dove mai avesse potuto sorgere quella del
-baron Durini, citata dall’abate Amoretti nel suo _Viaggio da Milano ai
-tre laghi_, dove questo autore lasciò scritto trovarvisi una magnifica
-raccolta ornitologica.
-
-Passai il paese, e a mano manca, fuori appena di esso, nella parte
-superiore allo stesso si presenta infatti quel grande scoscendimento e
-la cascata d’acqua che que’ del luogo chiamano l’Orrido di Moltrasio,
-ma che non ne ha le condizioni, essendo ben lungi dall’ispirar orrore,
-e da cui scende un torrente che attraversando il paese lo rende
-veramente pittoresco.
-
-Il lettore ne ha l’idea nel disegno veritiero che ne ha tratto
-felicemente il mio amico Curioni: le mie parole non gli apprenderanno
-gran che di più.
-
-Il geologo qui ritrova un grandissimo interesse, e questa linea non
-interrotta di montagne, che comincia dopo Cernobbio e procede lungo
-il lago, è di un calcare bigio azzurrognolo e dell’epoca giurassica,
-di struttura fossile, opportunissima alle costruzioni, facilmente
-sfogliantesi in lastroni fin della grossezza di mezzo metro e con
-qualche rara striscia di calcareo cristallino bianco e qualche vena di
-litantrace. È conosciuta in pratica col nome di pietra di Moltrasio e
-quivi cavansi altresì le ardesie onde copronsi i tetti in molti luoghi.
-
-I cataclismi formidabili in secoli antidiluviani imperversarono
-certamente in tutte queste località, e le ammoniti che ritrova col
-suo martello il geologo, pesci e rettili che si rinvengono sulle cime
-di queste montagne, reliquie dell’_Ursus Spæleus_ raccolte in grotte,
-crepacci spaventosi, burrati e fenditure, e questo dirupamento medesimo
-di Moltrasio con quelli di Molina, di Nesso, di Bellano ed altri molti,
-rivelano que’ tremendi sconvolgimenti naturali, per i quali si esercita
-lo studio ed anco la fantasia di tanti indagatori della natura, così
-spesso traviati dalle disparate dottrine e dai sistemi.
-
-La Caseata di Moltrasio è del più bello e singolare effetto.
-
-Una grossa massa d’acqua gittasi da una grande altezza fra una immensa
-spaccatura di montagna. Superiormente alla caduta sonvi fertili e
-popolati piani; onde rasente al punto di caduta evvi una casipola che,
-a chi riguarda dal basso, molto aggiunge alla vaghezza pittorica del
-luogo. L’acqua, rovesciandosi spumeggiante per quelle dirupate frane,
-forma in basso un piccolo bacino su cui corrono, come ponte, alcune
-tavole, dove sempre il visitatore si arresta nell’ammirazione di quella
-grandiosa naturale maraviglia. Alberi ed alberelli, rampicanti verdi
-e rossi e muschio rivestono qui e qua i grossi massi della frana e
-prestansi mirabilmente a compiere una magnifica scena.
-
-Piena la testa, più che del frastuono dell’acque cadenti, delle
-profonde impressioni lasciatemi dalla vista di sì imponenti bellezze,
-ritornai sul mio cammino, raccolto nelle più svariate meditazioni,
-nullamente distratto tampoco da quell’altro miracolo di cielo ed
-acqua, di colli e monti, di ville e casali, di giardini e di colti
-che mi stava tutt’all’intorno e che costituisce giustamente l’oggetto
-dell’ammirazione e dello stupore anche del forestiero più disilluso.
-
-
-
-
-ESCURSIONE NONA.
-
-MOMPIATTO.
-
- Perlasca. — Tradizione. — Villa Tanzi ora Taverna. — Torno.
- — Storia. — Gli Sposi annegati. — Ville Croff, Righini,
- Antonelli. — La chiesa di S. Giovanni e pia leggenda. —
- Mompiatto. — Le sue monache. — La Pietra pendula e la Nariola.
-
-
-La giornata è serena: lasciamo la sponda di Moltrasio e volgiamo la
-lancia alla opposta di Torno.
-
-Il piroscafo ha già toccato la punta di Geno, su cui siede la villa
-Cornaggia e già dirizza la prora verso Cernobbio, per venire a deporre
-passeggieri nel burchio della _Regina d’Inghilterra_, dell’albergo,
-s’intende, del quale ci siamo già intrattenuti.
-
-La riga di bianco fumo che lascia addietro di sè il vapore ci avverte
-che va sollecito; affrettiamo, che lo vedremo passare dinnanzi a noi e
-giungeremo in tempo di farci cullare dalle grosse onde che solleva col
-volgere delle ampie sue ruote, e passeremo in rivista i passeggieri che
-muovono ai diversi punti del lago.
-
-Intanto eccoci in faccia la villa Taverna sulla sponda destra:
-dirizziamo la punta della lancia alla volta di essa, se vogliamo
-trovarci al sito in cui il piroscafo rallenta; la campanella della
-fermata suona e noi possiamo goderci dello spettacolo che ci siamo
-ripromessi.
-
-Il paesello vicino è Perlasca, terricciuola già fiorente per
-l’industria della lana che vi si esercitava, ammencita ora di molto
-nelle guerre _astute e ladre_, direbbe il Torti, de’ passati tempi. Vi
-è ancora una casetta in cui la tradizione pretende siavi nato Benedetto
-Odescalchi, quegli che fu pontefice sotto il nome di Innocenzo XI,
-da soldato ch’era dapprima. Quivi ad ogni modo era la villeggiatura
-degli Odescalchi e quivi egli veniva al divertimento della caccia, come
-lasciò ricordato in un suo scritto.
-
-Fu nel secolo scorso che venne edificata la villa Tanzi, ora denominata
-dall’attuale suo possessore conte Lodovico Taverna, patrizio milanese,
-che l’eredò da un conte Tanzi, senz’altra ragione, dicesi, che
-quella della simpatia, con un bel gruzzolo insieme di denaro per la
-relativa manutenzione. Fu l’incarnazione di uno di quei bei sogni
-di una notte d’estate che facciamo noi popolani, e la cui realtà non
-avrà già recato tutta quanta la sorpresa al già ricco patrizio, che
-avrebbe fatta a noi. Era in addietro la più bella villa del lago: ora
-si conserva sempre fra quelle che attraggono meglio l’attenzione,
-senza pretendere al primitivo vanto. Delle due ale sporgenti del
-fabbricato, una non è internamente ultimata ancora. Accrescono pregio
-i giardini disposti maestrevolmente, con serre chiudenti peregrinità
-botaniche e fiori d’ogni specie, su tutti ottenendovi culto speciale
-la rosa in infinite sue varietà, e ve ne aggiungono eziandio belle ed
-esotiche piante. Nè ciò faccia maraviglia, da che il conte Taverna si
-piacque di orticoltura e giardinaggio, e Lombardia gli va debitrice
-dell’introduzione di più d’una delle piante ornamentali, venute poscia
-in voga tra noi, e tra le quali quella bellissima tussilaginea, detta
-il _Farsugium grande_.
-
-Ma ecco il vapore ci è alle spalle; sostiamo.
-
-Gustata la voluttà di questi sobbalzi dell’onda, progrediamo verso la
-meta della nostra odierna peregrinazione.
-
-Questo paese è Torno col suo bel promontorio. Ebbe un dì stabilimento
-degli Umiliati che vi fabbricavano panni. Narra il Cantù, che mentre
-Francesi e Svizzeri combatteano contro i Tedeschi, i Tornaschi
-favorirono i primi, e quando rimasero sconfitti alla Bicocca (1522),
-resistettero ancora, come Brescia nel 1849, e ne corser la sorte.
-Perocchè il governatore di Como assalse e mandò a ruba e fuoco Torno,
-neppur la chiesa risparmiando; e restò memoria d’una fanciulla che
-il fior verginale salvò dirupandosi da una finestra e perendo colla
-patria. Lo stesso Cantù verseggiò un’altra pietosa romanza o storia di
-sposi annegati, sotto il titolo: _I morti di Torno_. Io mi fo lecito
-ridurla a prosa.
-
-Linda, la bella fanciulla di Torno, era fidanzata a Fernando, quando
-questi aveva dovuto partir soldato per la guerra. Si scambiarono i
-due giovani i giuramenti d’amore, e, mentre Fernando era alla guerra,
-ella attendea e pregava la Vergine e i santi pel suo ritorno. Un dì
-finalmente, reduce Fernando dalla Spagna, spediva lettera a Linda che
-le annunziava la sua venuta al paese fra sette dì. Ognuno immagina
-la gioia della poveretta a tal novella, ognuno le ansie di sì lunga
-settimana: alla fine spuntò l’alba dell’ultimo giorno. Spia tutte le
-navi, i battelli che solcano il lago; ma egli non viene: finalmente,
-alla militare assisa che è in un burchio, più col cuore che coll’occhio
-lo divina, lo riconosce... è lui. Ma intanto sul lago si è ingrossato
-un fiero temporale, il tuono scoppia, l’acqua diluvia, è un tempo
-d’inferno. L’amato burchio avanza lentamente lottando colle onde, e
-Linda, a seguir meglio il progresso di esso, a meglio vedere il suo
-bene, vola su d’un’eminenza che sta lungo il lago; ma giunta a mezzo
-dell’erta, per l’erba molle e bagnata, il piè le scivola, e giù dalla
-china precipita nell’onde. La vide Fernando e la conobbe, nè curando
-il furiare dei flutti, si slancia in mezzo ad essi, drizzando il
-nuoto verso la sua fidanzata. Invano facevano forza di remi i battelli
-spiccatisi dal lido e il burchio dove era Fernando, per accostarsi agli
-infelici sposi che non si videro più ricomparire. Solo la dimane se ne
-ritrovarono i corpi: erano abbracciati insieme nell’amplesso castissimo
-di morte. Là venne posta una croce a memoria del pietosissimo caso e il
-barcaiuolo che vi transita prega loro la requie eterna.
-
-Poichè siam presso al porto, ecco vedete là su è la villa Croff:
-vi stan presso le ville Righini e l’Antonelli a destra, due operosi
-negozianti milanesi che raggranellarono gran fortuna e procacciaronsi
-questi agî signorili; a sinistra sono la casa e i giardini a cedriere
-sporgenti sul lago appartenenti ai signori Ruspini e da’ quali si
-gode di bellissimo panorama. Nella casa di questi signori di Como,
-fra qualche altro oggetto d’arte è un marmo egregiamente scolpito dal
-Tantardini di Milano, del quale abbiamo già ammirato in Como altre
-opere commendevoli.
-
-Scesi a terra, ci si para avanti la chiesa del paese e più su l’altra
-dedicata a San Giovanni Battista, intorno alla quale è pure una
-leggenda. Narrasi da que’ pescatori che al tempo delle crociate un
-arcivescovo tedesco tornando da Palestina ne riportasse un santo
-chiodo e la gamba d’uno degli Innocenti. Fermatosi a Torno, ebbe sì
-continuamente contrario il vento, che gli parve riconoscere in ciò la
-volontà del cielo ch’ivi lasciasse quelle sante reliquie, e le depose
-infatti nella chiesa suddetta di San Giovanni.
-
-Per questo calle montiamo, montiamo, onde raggiungere l’altipiano a
-cui siamo diretti, a Mompiatto. Nè lunga, nè aspra la salita: rivoletti
-d’acqua limpida scendono lungo il cammino, che presto ci scorge avanti
-la chiesa che sta in cima e dov’era già un chiostro di vergini. Quivi
-però le monachelle, più che a _mattinar lo sposo_ divino, come direbbe
-l’Alighieri, ed attendere a vita contemplativa, s’abbandonavano
-ad amori e baldorie poco canoniche e meno caste; tal che S. Carlo
-Borromeo, che alle monache ed a’ frati solea spesso riveder le bucce,
-ne lo chiuse, e le suore trasferì al Sacro Monte di Varese a più severa
-disciplina. L’episodio ricorda la novella prima della terza giornata
-del Decamerone del Boccaccio, fondata sulla vecchia tradizione del
-contado toscano che presso a Lamporecchio fosse un convento di monache,
-che pel vezzo di divertirsi come quelle di Mompiatto, ebbero il
-convento demolito ed esse furono trasferite altrove.
-
-Sull’ameno altipiano del Mompiatto vengono sovente le brigatelle
-villeggianti ad asciolvere allegramente; ma più matte e curiose sono
-quelle che vi chiama quella sagra che al due luglio vi si celebra e
-dove è tutta la giornata il più lieto via vai, su e giù per l’erte
-viuzze, d’uomini e donne e di fanciulli; ed in cima si merenda sotto
-gruppi di annose piante; si gozzoviglia e canta finchè calano da’ più
-alti monti le ombre, e alla chiesa di San Giovanni spirano i tocchi
-dell’avemmaria vespertina.
-
-Su questo monte, che s’eleva sovra tutte queste ville che si schierano
-da Blevio infino a Torno, attira poi la curiosità la _Pietra pendula_,
-di forma conica, sulla cui punta sta in bilico un trovante o masso
-granitico di due metri d’altezza e di cinque di diametro, che
-pretendesi formi sistema col _Poncione di Blevio_, che gli abitanti
-chiamano _Nariola_, altro masso più enorme che sporge sul pendio che
-tocca appena d’una estremità la terra, solo sorretto dalla punta d’una
-roccia calcare, sicchè guardato di fianco, sembra prossimo a rovinare.
-
- [Illustrazione: La Pliniana.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE DECIMA.
-
-LA PLINIANA.
-
- Le vittime del lago. — La villa Matilde dei signori Juva. —
- Villa Canzi. — La Pliniana. — Plinio il Giovane e il flusso e
- riflusso. — Spiegazione del fenomeno. — La Breva e il Tivano. —
- L’assassinio di Pier Luigi Farnese. — Giovanni Anguissola. — La
- villa e l’attuale proprietaria.
-
-
-I.
-
-Non erano più i giorni gloriosi della celebre danzatrice, di Maria
-Taglioni... Il tempo, questo terribile devastatore della bellezza e
-del valore, aveva già da un pezzo chiuso i battenti de’ più cospicui
-teatri a quella grande artista che aveva stancato i plausi dei pubblici
-più difficili d’Europa, ed eletto soggiorno in Parigi, lasciava deserta
-la sua vaghissima villa di Blevio, la quale si specchia nell’onda del
-Lario.
-
-Non erano dunque più gli ammiratori e gli amici di quella illustre
-alunna di Tersicore che animavano di loro presenza nell’agosto 1868 i
-freschi recessi della suntuosa villeggiatura; ma sì i vispi figliuoli
-di mia sorella, a cui era stata locata, ed io che, dopo un’arringa
-al Tribunale di Como, ero venuto ad abbracciarli, io di fianco alla
-mia buona Emilia, sorridevo alla bravura di Giulio e di Gigi suoi che
-maneggiavano il remo, come se fossero nati e cresciuti sempre su quelle
-sponde e facevano volare il canotto, leggiero come un alcione, sulla
-quieta faccia del lago.
-
-Avevamo già lasciato addietro quelle ville che al piede di Blevio
-abbiam passato in rassegna; già sussurrato mentalmente un vale alla
-memoria del povero figlio dell’Inghilterra[12], che assueto al mare,
-credette far troppo a sicurtà colle onde del Lario, le quali ogni anno
-reclamano il tributo di vittime umane; passata innanzi alla villa
-Taverna ed a Torno; già svolto i giardini dei signori Ruspini che
-fiancheggiano vagamente Torno; rasentata la villa Matilde dei signori
-Juva, piccola ma elegante, da cui uscivano note dolcissime di canto,
-come le sa rendere quella esimia dilettante, che a valore potrebbesi
-dire artista, che è la signara Matilde Branca, la quale ne è la
-proprietaria; e quindi la villa dell’ingegnere Canzi architettata sul
-far de’ palagi di Venezia, con finestre e loggie di terra cotta, come
-ne è la balaustrata: quattro colpi di remo, ed ecco ci trovammo nel
-pieno ed austero seno della Pliniana.
-
-— La Pliniana! esclamò Emilia.
-
-Infatti ci riconoscemmo in grado di vederne il fabbricato intero.
-Un grandioso loggiato d’ordine dorico prospetta il lago e serve di
-vestibolo al palazzo che si addossa al monte con giardino a varii
-piani, i quali s’innalzano fino ad una specie di romitaggio, in cui la
-solitudine profonda e l’isolamento assoluto della villa ispirano gravi,
-melanconiche o appassionate meditazioni. Un torrente che le sta a lato,
-dall’altezza di novanta metri balza con bell’effetto dalle roccie e
-rumoreggia transitando per l’atrio, per confondersi da ultimo colle
-acque del lago.
-
-— Fu Plinio forse qui ad abitare ed a lasciarvi il suo nome? — mi
-domandò Antonietta, la mia eccellente e affettuosa nipote.
-
-— No — rispos’io. — Plinio il Giovane lasciò nelle opere sue la
-descrizione della fontana intermittente, che avrai veduta nella villa
-e di cui anzi fa cenno la lapide latina che vi avrai scorta, ma non
-capita, e che qui chiama la curiosità del forastiero; ma la villa non
-appartenne mai a quell’illustre.
-
-— Ah sì, la fontana che ha il flusso e riflusso come il mare e che è
-inesauribile.
-
-— Essa ha infatti un’intermittenza; or cresce a ricolmare un bacino,
-ed ora, ad occhio veggente, scema; ma questo flusso e riflusso non è
-regolare come quello del mare, nè poi è tutta vera la credenza ch’essa
-sia inesauribile. Vuolsi inoltre ch’essa abbia relazione col _Buco del
-piombo_, che si vede all’opposto versante della montagna che sogguarda
-il Piano d’Erba, ma non sono che supposizioni codeste.
-
-Ora udite quale spiegazione ne dia il detto Plinio, non già per dirvi
-che l’abbia azzeccata giusta; ma per darvi un saggio della scienza
-fisica d’allora: la traduzione dal latino è del Paravia:
-
- “C. Plinio a Licinio.
-
- „Io ti ho recato dalla mia patria il regaluccio di una quistione,
- la quale è degnissima della profondità del tuo ingegno. Scaturisce
- da un monte una sorgente, scorre fra sassi, si raccoglie in un
- loghicciuolo fabbricato per cenarvi; quivi dimorata un tantino, va
- a perdersi nel lago di Como (_in Larium lacum decidit_). Mirabile
- è la sua natura; tre volte al giorno con invariabili aumenti e
- diminuzioni si alza ed abbassa. Ciò si vede apertamente, nè può
- vedersi senza un grande diletto. Colà presso tu siedi e mangi,
- e bevi anche a quella medesima fonte, da che è freschissima; ed
- essa intanto a certi e misurati intervalli o cala o cresce. Poni
- all’asciutto un anello o chechessia, l’acqua a poco a poco lo
- bagna, e tutto finalmente il ricopre, e si scopre di nuovo e bel
- bello rimane all’asciutto. Se ti fermi ad osservar questo giuoco,
- il vedrai rinnovarsi e due e tre volte. È forse un qualche occulto
- vento, che la bocca e le fauci della sorgente or apre, or chiude,
- secondo che entra cacciando l’acqua, o esce cacciato da questa? Il
- che noi veggiamo avvenir nei fiaschi e in tutti i vasi di questo
- genere, i quali non hanno una libera e súbita uscita. Poichè ancor
- questi, benchè capovolti e inchinati, rattenuti da non so qual
- vento contrario, ritardano il liquore, il qual non esce in certa
- guisa che a frequenti singhiozzi! Forse le leggi dell’oceano son
- le medesime che quelle del fonte? E per la stessa cagione che
- quello ora s’innalza, or s’abbassa, eziandio questa fonticella con
- alterna vicenda ora sporge, or s’arresta? O forse come i fiumi,
- che scaricandosi in mare, sono dagli avversi venti e dall’impeto
- dell’onda risospinti, evvi qualcosa che ritarda per qualche istante
- il corso di questo fonte? O hanno gli interni canali un’assegnata
- misura, per cui, mentre si rimettono le perdute acque, il rivo
- si fa più scarso e lento, e rimesse che siano, corre più spedito
- e copioso? Od evvi, non so quale, interno ed occulto recipiente,
- che quando è vuoto desta e sospinge la fonte, quando è pieno la
- ritarda e la soffoca? Or tu che il puoi, fa d’investigar le cagioni
- che producono questo fenomeno. Per me è anche troppo, se ti ho a
- sufficienza dimostrato com’esso avvenga. Addio[13].„
-
-L’Amoretti invece, nel suo _Viaggio da Milano ai tre laghi_, dopo aver
-notato come i movimenti dell’acqua abbiano un’esatta relazione con
-lo spirare del vento, sì che incominciando su que’ monti a spirare
-il ponente verso la nona ora del mattino, che quei del lago chiamano
-la _Breva_, a quell’ora eziandio incomincia a crescer l’acqua nella
-fonte; dice questo crescimento potersi generalmente calcolare di tre
-in quattro ore. Infatti ad un’ora, al _Tivano_ del mattino succede
-il vento che procede da Como e si denomina la _Breva_[14]. Simile
-interviene alla sera. Più cresce il vento, più si alza la fonte;
-l’aria è affatto placida, e la fonte punto non s’altera. Or come fa
-egli il vento a produrvi sì fatte cose? L’Amoretti, premesso che in
-vetta a’ monti soprastanti alla fonte Pliniana v’ha delle caverne o
-pozzi naturali, che penetrano nel seno del monte e vi mantengono degli
-interni serbatoi d’acqua, spiega il fenomeno in questo modo: “Siavi in
-seno del monte uno o più recipienti d’acqua, corrispondenti alle bocche
-superiori, i quali all’orlo abbiano delle uscite che portano alla
-Pliniana. Soffiando il vento perpendicolarmente, comprime l’acqua e la
-spinge all’orlo in maggior copia, e quindi più copiosi sono i canaletti
-pei quali portasi alla fonte. Quando il vento cessa, l’acqua si rimette
-a livello, e l’interno laghetto, a cui il monte ne somministra cogli
-incessanti stillicidi, torna a ricolmarsi d’acqua, che il seguente
-vento torna a respinger fuori. Ma quando un forte vento ha soffiato
-lungamente, più d’un giorno sta la fonte senz’alterazione, perchè
-l’interno recipiente di tropp’acqua è stato privato, e il consueto
-spazio di tempo non basta a riempirlo nuovamente. Se questa spiegazione
-non soddisfa pienamente, quella mi sembra almeno che soffra minori
-difficoltà[15].„
-
-— Ma allora chi fabbricò la Pliniana, se il luogo non fu di Plinio? —
-chiesero in coro i miei nipoti.
-
-— La è tutta una storia — risposi io.
-
-— Contala, zio; contala.
-
-Giulio e Gigi macchinalmente appena muovevano il loro remo; noi
-lentamente intanto approssimandoci ognor più al silenzioso palazzo e
-di pochi tratti discosti dallo scalo della Riviera, sospeso ogni altro
-movimento, il canotto sostò, ed io m’accinsi a dire la storia che mi
-veniva domandata.
-
-
-II.
-
-— Mi bisogna far viaggiare la vostra mente da queste rive a Piacenza, e
-farvi dar addietro, meglio certo di tre secoli, all’anno 1547.
-
-Pier Luigi Farnese, da non molto creato duca di Piacenza e di Parma
-da papa Paolo III, teneva stanza in quella città ed era da essa che
-esercitava la sua tirannica signoria. Se egli avesse virtù alcuna,
-hanno gli storici taciuto; all’incontro il Varchi ne lasciò orribile
-pittura de’ suoi difetti, che del resto erano anche proprî del tempo, e
-il Segni poi, altro storico fiorentino, non so con qual fondamento di
-verità, ce lo descrisse storpio di mani e di piedi, sicchè bisognava
-aiutarlo fino al mangiare; e tuttavia rotto a tutti i vizî.
-
-Proprio a que’ giorni Spagna e Francia tenevan l’occhio sul paese
-nostro, e Carlo V imperatore l’aveva a morte col Farnese, e perchè
-lo stimava, se non promotore, complice almeno dell’attentato di Gian
-Luigi del Fiesco contro Genova, e perchè, ciò che più gli cuoceva,
-scorgesse in lui propensione maggiore per Francia, tanto più che
-il Pontefice aveva ottenuto a Orazio Farnese per moglie Diana,
-figlia naturale del re di Francia Enrico II. Riuscì facile pertanto
-all’imperatore di soffiar dentro gli odî de’ nobili Piacentini, che
-lamentavano la passata libertà, e la tirannide attuale mal sapevano
-comportare, e si tramò allora una congiura ch’ebbe a capi Girolamo e
-Camillo _Pallavicino_, Agostino _Landi_, Giovanni _Anguissola_ e Gian
-Luigi _Confalonieri_. Si pretese poi da chi si piace di stranezze e di
-bisticci che i nomi loro fossero già preconizzati nella parola _Plac_
-(Placentia), che abbreviata si leggeva impressa nella moneta del Duca.
-
-Ai dieci di settembre di quell’anno 1547, que’ congiurati, con alcuni
-loro aderenti, in numero di trentasette persone, portanti soppanni
-armi coperte, côlta l’ora che il Duca avesse pranzato e i suoi ministri
-fossero pure a tavola, entrarono alla spicciolata nella cittadella, ove
-dimorava Pier Luigi, nullamente impediti dagli svizzeri che vi stavano
-a custodia e che di nulla certo erano in sospetto.
-
-Vuolsi che il Farnese fosse stato, per avvisi venuti da Milano e da
-Roma, prevenuto della trama; ma quando incalza il destino, invano vi si
-vuole porre ostacolo: egli allora non vi pose attenzione.
-
-Mentre adunque taluni de’ congiurati, uccidendo alcuni labardieri
-svizzeri e tedeschi, si impodestarono delle porte della cittadella e
-della sala, Giovanni Anguissola con due fidati suoi compagni penetrò in
-quest’ultima dove stava Pier Luigi in ragionamenti con Cesare Fogliano,
-e fattoglisi sopra, con poche pugnalate lo freddò, senza provare
-resistenza; perocchè il Duca, a causa di sua intemperanza, si fosse
-reso quasi infermo agli atti.
-
-Il popolo e il capitano delle milizie ducali Alessandro da Terni
-avrebbero voluto accorrere al parapiglia in fortezza; ma i congiurati
-ne avevano prevenuto il colpo alzando il ponte, e Agostino Landi,
-rappresentando al popolo il fatto e a lui mostrando il cadavere di Pier
-Luigi, gridò Libertà, Libertà, Imperio, ed annunziò l’imminente venuta,
-per S. M. Cattolica, di don Ferrante Gonzaga, governatore di Milano,
-colle truppe di Cesare, il quale due giorni dopo infatti capitò e prese
-possesso della città a nome dell’imperatore.
-
-Così si intendeva la libertà allora in Italia, e così poteva dire di
-noi con ragione alcun tempo dopo il Filicaia:
-
- Per servir sempre o vincitori o vinti.
-
-
-III.
-
-Poco frutto veramente raccolse del perpetrato assassinio il conte
-Giovanni Anguissola. Perocchè, se egli venne a rifugiarsi a Milano
-sotto le tende di Carlo V, il quale malgrado l’aver attizzato la
-congiura, non era però meno parente suo per la figliuola Margherita
-data in moglie ad Ottavio figlio di Pier Luigi, e se fu poi nominato
-al governo di Como; non egli potè tuttavia far tacere il grido della
-coscienza che l’accusava assassino, comunque le sue mani si fossero
-insanguinate del sangue di un tiranno.
-
-Papa Paolo III aveva risentito acerbissimo dolore della uccisione
-del figliuolo, e il re di Francia egualmente; nè si ritenne dal
-dissimularne i fieri risentimenti, se lo stesso suo ambasciatore in
-pieno palazzo a Coira ebbe a tirare all’Anguissola una stoccata, che
-per altro no’l tolse da questo mondo. Anche il sicario che in abito
-da frate lungo tempo fu veduto aggirarsi nelle circostanze di Como,
-aspettando luogo e tempo per iscannarlo, ed altri emissarî, con non
-dissimili propositi, se non vennero a capo del loro truce mandato,
-mantennero pur sempre nell’Anguissola quella paura continua e quelle
-agitazioni che gli dovevano turbar l’esistenza.
-
-Fu allora che nel 1570 egli elesse questo luogo, ove è la fonte
-da Plinio il Giovane descritta, a edificarvi questa villa, e
-dove, malgrado le naturali bellezze, la cascata e la magnificenza
-dell’edifizio, pure è impossibile difendere l’animo da un certo senso
-di malinconia.
-
-Ben poco il conte Giovanni Anguissola potè godere degli ozî non gai che
-qui egli si era preparato; la villa poscia venne acquistata dal conte
-Fabio Visconti Borromeo, indi dai Canarisi, sinchè pervenne al principe
-Emilio Belgiojoso, dove un amor tempestoso gli abbreviò una vita che
-era dapprima sembrata così sorridente ed elegante, passando per tal
-modo la proprietà della Pliniana alla figliuola sua che impalmò il
-milanese marchese Lodovico Trotti.
-
-
-IV.
-
-La mia storia era finita.
-
-I miei nipoti ripresero taciturni il remo, virarono la barca e si
-scostarono dall’austero luogo.
-
-Intanto le ombre scendevano giganti sul palazzo e ne’ giardini: al
-mio povero occhio, non armato in quell’istante dell’occhialino, parve
-per quella tetraggine e per le liane della cascata veder qualcosa
-che si agitasse, forse lo sparnazzare di qualche augello notturno, e
-l’immaginazione, ch’io medesimo avevo eccitata col richiamo di truci
-fatti antichi, mi raffigurò lo spettro del primo signore di quel luogo,
-dell’assassino, cioè, di Pier Luigi Farnese.
-
-
-
-
-ESCURSIONE UNDECIMA.
-
-DA MOLTRASIO A TORRIGIA.
-
- Orrido di Molina. — Lemna e la Colonia greca. — Una sventura
- nel 1863. — La villa Buttafava. — Pognana e Palanzo. —
- Premenù. — Ancora a Moltrasio. — Ville Salterio, Invernizzi,
- Tarchini-Bonfanti, De Plaisance. — Pensiero. — Rosiera. —
- Villa Pavia. — La Partenope. — Igea. — Villa Savoja. — La
- Minerva, ora villa Elena. — Villa Ostinelli-Turati. — Urio.
- — Ville Melzi, Jenny, Calcagnini, Taroni. — Sofia Fuoco. —
- G. B. Lampugnani. — Sonetto a Katinka Evers. — Ville Rocca,
- Tarantola, Ottolini, Battaglia, Viglezzi. — Villa Sangiuliani.
- — Ville Lavizzari, Porro e Longoni. — Cantiere dei fratelli
- Taroni. — Laglio. — Monumento a Giuseppe Franck. — Villa
- Galbiati. — Torrigia. — Villa Cetti. — La punta.
-
-
-Perchè ci tratterremmo ancora in questo seno della Pliniana così severo
-e malinconico? Solo ne’ giorni più ardenti del luglio potrebbe fornirci
-un freschissimo recesso: or che siamo in pieno autunno, della frescura
-non abbiam troppo bisogno.
-
-E poi, le dolorose memorie che di questa parte conservo, mi fanno dire
-coll’Epico latino: _Eheu fuge... fuge litus avarum._
-
-È vero che a pochi tratti avvi l’Orrido di Molina, che non è tempo
-certo sprecato il visitare e che è dato argomentare non esistesse
-in addietro, se nessuno degli scrittori del lago ne fa menzione. È
-veramente orrido, come invece quello di Moltrasio, che non lo è, ho
-preferito, per maggior verità, appellare Cascata. L’acqua si precipita
-per un burrone dall’altezza d’una cinquantina di metri e mette i
-brividi addosso a chi vi guarda.
-
-Presso a Lemna — paese, il cui nome greco, come altri che troveremo
-lungo il lago, rivela la presenza un giorno di una colonia greca,
-quella forse che vi si dice dedotta da Giulio Cesare — e giù al piede
-ove era un gruppo di case e una villa, una notte dell’ottobre 1863,
-ospite io a Urio in casa della signora Ostinelli-Turati, sulla sponda
-opposta era un furiare di pioggia e di vento, e gli echi dei monti
-avevan dopo, in mezzo al silenzio succeduto, ripercosso dall’una
-all’altra sponda un forte e cupo rumore. Ognun che l’intese si
-domandò che avesse potuto essere. L’indomani mattina il sole riapparso
-illuminava a Lemna uno spaventoso disastro. Le acque infiltrandosi tra
-la roccia e la terra sovrapposta ve l’avevano staccata interamente;
-sicchè nel colmo della notte tutta quanta scivolando improvvisamente in
-basso e producendo un borro, o lavina, aveva abbattuto e invaso tutti
-i sottoposti casolari, seppellendovi sotto ben quarantacinque persone.
-Anche la villa Buttafava fu nella massima parte riempita di fango, e
-tale ne fu l’orrore della scena, che i proprietarî se ne debbono essere
-disgustati e fu detto infatti che non vi volessero più ritornare.
-
-Io visitai quel tristissimo e toccante spettacolo l’indomani e vidi
-più di un cadavere sterrarsi, più d’un orfano desolarsi, più d’un
-superstite reso quasi stupido dal dolore.
-
-Tutto il terreno franato e melmoso giaceva là; la roccia era nuda e da
-essa scendeva un rivolo d’acqua.
-
-Più avanti sull’alto vi sono i villaggi di Pognana e di Palanzo (nome
-pur greco quest’ultimo), ma deserti assai, perchè la più parte de’ loro
-abitanti emigrano mercanti girovaghi. Nulla poi offrono che chiamino
-a visitarli, se pur non interessi Premenù, che è uno dei soliti
-bacini o pozzi che su quest’Alpi si incontrano, ma non ha speciali
-particolarità.
-
-Ritraversiamo pertanto il lago e ritorniamo al sorriso della opposta
-sponda.
-
-Da Moltrasio a Torrigia non è che una serie di leggiadri palazzini.
-Disseminate per il paese vi sono case civili di villeggiatura; rasente
-il lago vi sono quelle dei signori Salterio, poi degli Invernizzi, a
-cui fa seguito la villa del barone Tarchini-Bonfanti, distintissimo
-medico milanese.
-
-Usciti appena dal primo paese, ci si offrono i due corpi di casa
-costituenti la villa della Duchessa di Piacenza, illustre dama francese
-che s’innamorò dell’Italia, o, a meglio dire, della nostra Lombardia,
-e da tanti anni divide il suo soggiorno fra Milano e il lago di Como.
-Della villa Pensiero dei conti Belgiojoso, che le vien dopo, già parlai
-nella escursione alla Cascata di Moltrasio; così passiamo a quella
-che succede, e che si denomina Rosiera: essa appartiene a Giovanni
-Casati, uno de’ migliori coreografi de’ nostri tempi, e il nome che le
-fu imposto ricorda appunto una delle più applaudite sue composizioni
-coreografiche date nel massimo teatro milanese.
-
-Un grazioso _chalet_ svizzero, ch’era prima del nobile Vitali, fu
-ceduto ai signori Pavia e continua la lunga e graziosa sequela delle
-ville. Dopo di esso sorge la Partenope, che colla vicina Minerva
-venne fabbricata dal signor Ambrogio Robiati, per condurvi il suo
-collegio d’educazione maschile che aveva in Milano, e dove largheggiò
-cospicue somme a beneficio... di chi le comperò di poi a prezzi
-d’assai inferiori. La Partenope è divenuta ora proprietà del conte
-Gamberini di Imola, che v’ampliò il giardino, abbellì la casa, tutto
-informando alle proprie comodità. La Minerva ha mutato ora nome, quello
-assumendo di villa Elena, essendo al presente posseduta dalla russa
-contessa Elena Goloubtzoff nata Pahlen, sorella di quella generosissima
-contessa Samoyloff, che per tanti anni erogò in Milano gran parte del
-suo patrimonio in beneficenze. Essa pure sta annettendovi locali e
-migliorie e vi fa erigere scuderie che mancavano, poichè da qualche
-anno la via che corre dietro alla villa fu resa carrozzabile infino a
-Torrigia.
-
-Tra la Partenope e la Minerva, l’editore e libraio Gaetano Brigola di
-Milano si fabbricò la sua graziosa Igea, e può dire che il commercio
-librario, da lui con tanta intelligenza esercitato, _hæc otia fecit_. —
-Anche l’ing. cav. Savoja vi eresse a fianco un elegante casino.
-
-Fa séguito alla Minerva la villa della signora Ostinelli-Turati,
-due nomi che ricordano due notorie case librarie, la prima di Como,
-la seconda di Milano, nella quale, come già dissi al lettore, ebbi
-ospitalità cordialissima e più d’una volta, perchè ad amici della
-tempra de’ Turati rifiutare è offesa. Vuolsene ammirare la bella e
-buona architettura del cav. Dupuy.
-
-Vien presso il paesello di Urio, a fianco del quale scorre il torrente
-Strona e una grandiosa villa che già apparteneva ai Melzi e poscia di
-padrone in padrone capitò alle mani dell’avvocato Peduzzi, che la va
-affittando, finchè capiti qualche gran signore che se ne invaghisca e
-la ristauri e perfezioni, di che ha veramente bisogno per essere detta
-fra le più interessanti del lago. Evvi anche molto terreno addetto,
-attissimo a convertirsi in bel giardino, ed ha al piede una bella
-darsena, che all’uopo basterebbe a tramutarsi essa sola in villa.
-
-Quella detta _Jenny_, che seguita, è dei signori Uboldi; quindi la
-villa Calcagnini, e dopo altre due spettanti ai signori Taroni, una
-cioè al di là della strada, l’altra di qua e respiciente il lago.
-
-Sofia Fuoco, or fa qualch’anno rinomata danzatrice, uscita dagli
-insegnamenti del Blasis, si raccolse qui a Carate in una comoda
-villetta a riposarsi sui conquistati lauri teatrali. — Quivi si
-tramutò pure da una villeggiatura suburbana di Monza, ch’ebbe cara
-finchè fu rallegrata dal sorriso dell’unica figliuoletta Giuditta,
-leggiadra, spiritosa e di sè assai promettente, il mio amico dottor G.
-B. Lampugnani; ma rapitagli questa da inesorabil morte, più non volle
-rivederla, ricercando i conforti di tanta jattura a queste amenissime
-rive. Alla consorte sua, quell’esimia artista cantante che fu Katinka
-Evers, la quale ne divideva inconsolabile il dolore, io in quel suo
-domestico lutto rivolsi questo sonetto.
-
- Alle lagrime il fren, povera afflitta,
- Lascia libero pur, che n’hai ben d’onde:
- No, non basta il saper che a più gioconde
- Regïoni volò la tua Giuditta.
- Solo t’è in cor la verità confitta
- Che tu la chiami ed ella non risponde,
- Che col tuo bacio il suo più non confonde.
- Ch’ella per sempre t’ha quaggiù relitta.
- Era sì bella, sì gentil, modesta
- E del suo spirto le virtù supreme
- Così colpian ogni persona onesta;
- Che nell’acerbo duol che il cor ti preme,
- Altra parola non so dir che questa:
- Povera madre, lagrimiamo insieme.
-
-Qui pure in Carate hanno ville il signor Rocca, che ristaurò la propria
-recentemente; il conte Alfonso Visconti, che dall’angustia dello
-spazio seppe trarre il miglior partito, e però chiamolla Ripiego ed
-ha assai leggiadra architettura; il Battaglia, il cav. dott. fisico
-Francesco Viglezzi, il Tarantola e la Ottolini, tutti accorrenti dalla
-ricca Milano; e qui la contessa Sangiuliani, presso la quale a sera
-convengono i villeggianti a conversari e danze. Al suo giardino la
-piena del lago ritolse, or fa qualch’anno, un chiosco ch’era in riva e
-che con tutto il mobiglio una bella notte scomparve, a nuova prova che
-il Lario non patisce gli si rubi terreno. Quindi si schierano in bella
-mostra le ville Lavizzari, Porro e Antongini, or passata quest’ultima
-in proprietà del nostro bravo generale Longoni, che ne abbelliva casa
-e giardino col miglior gusto, e che dopo le cure ed esercitazioni
-militari quivi
-
- _Scende_ del campo a tergere
- Il nobile sudor[16].
-
-È nello stesso paese di Carate che i fratelli Taroni hanno operoso
-cantiere per la costruzione di ogni sorta d’imbarcazione del lago:
-navi, battelli, canotti, gondole, lancie, quattrassi e sandolini, tutto
-vi si fa e con bella eleganza.
-
-E così eccoci giunti a Laglio, altro paesello montano, senza alcuna
-particolarità, come tutti gli altri che discorriamo, costituiti dalla
-chiesa e suo campanile, da casupole di pescatori e tutt’al più da una
-osteriuccia, dove si eccettui il dottor Casella, del quale avverrà
-nella prossima escursione che più intrattenga il lettore.
-
-È fuori di Laglio che fu collocato il monumento piramidale ad un
-medico, Giuseppe Franck, che, transitando sul piroscafo, ognuno crede
-possa essere di Pietro, l’illustre, il quale lasciò molte opere della
-sua scienza, ma che non è; essendo invece eretto a Giuseppe, figlio,
-autore per altro egli pure, ma di meno riputate opere di medicina: nè
-si comprende perchè abbiasi voluto funestar con quel segno funebre il
-sorriso di questa sponda.
-
-Affrettiamoci invece a esaminare la villa che succede ed è de’
-Galbiati, che ci avvicina a Torrigia, dove alla punta sporgente
-nel lago sorge la villa dei signori Cetti, alla famiglia de’ quali
-appartenne il gesuita Francesco Cetti, che a mezzo il secolo scorso
-insegnò e dettò opere lodatissime di storia naturale.
-
-Qui, in antico, forse perchè il lago restringesi, era una torre che
-diede per avventura nome al paese, _turris regia_, che aveva un faro,
-buono a dirigere a notte le imbarcazioni. Ora a notte questo tratto
-pescoso di lago è occupato dalle reti, che calate vi avvertono di loro
-presenza coll’agitarsi continuo de’ campanelli, scossi dall’onde o
-dal vento, i cui suoni scorrendo monotoni sulla superficie del lago,
-producono un singolare effetto per chi ignora che stanno a segnale de’
-pescatori.
-
-E qui fermandosi la via carrozzabile, arrestiamoci anche noi;
-rimanendoci una interessante escursione a compiere da qui, prima di
-allontanarci.
-
- [Illustrazione: Buco dell’Orso.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE DUODECIMA.
-
-IL BUCO DELL’ORSO.
-
- Il dottor Casella di Laglio. — La brigatella. — La vista. — Il
- cammino. — Il Buco dell’Orso. — Sua scoperta. — Descrizione.
- — Visite di dotti. — Le scarpe di S. Pietro. — Questioni
- geologiche. — Paleontologia. — Gallerie o pozzi scoperti dopo.
- — La discesa.
-
-
-I.
-
-Per l’escursione attuale mi risparmio la fatica d’intrattenervi del
-Buco dell’Orso con nuovo scritto: parmi ne dirà meglio quello che ne
-dettai nell’anno 1864, quando, come già feci sapere, essendo ospite ad
-Urio, consegnai nel seguente articolo le impressioni in me prodotte
-e le analoghe osservazioni. Doveano essere allora sì pochi i giorni
-che m’eran dati ai riposi autunnali, che neppure avevo fatto conto di
-procacciarmi questi nuovi e studiosi ricreamenti, a’ quali or chiamo a
-parte il lettore.
-
-Dopo le fatiche autunnali, qui venuto a ragion solo di riposo, a me
-sarebbe bastato il solo aspetto di questo tranquillo lago, sospinto
-nelle ore mattutine verso Como dall’immanchevole soffio del _Tivano_
-e nelle ore pomeridiane di colà respinto dalla _Breva_, quasi a
-giovamento delle cento vele che riconducono a’ paeselli delle riviere
-chi è corso per la mercanzia alla città; sarebbe bastata la voluttà di
-scivolarne la piana superficie sul burchio o sul canotto, mollemente
-adagiato in traccia della curiosa emozione che vi dà l’onda agitata,
-come la lasciano i piroscafi percorrenti la lunghezza del lago;
-sarebbe bastato in una parola il _dolce far niente_ che ha sì recondite
-dolcezze per chi tutto l’anno si trova nel _mare magnum_ della città,
-perchè potessi dire ottimamente impiegati i pochi giorni concessi;
-ma pure distrazione novella, impreveduta mi attendeva. Lascerò ora i
-simpatici ritrovi di parecchie ville che mi si dischiusero amicamente e
-che valsero tanto a ingannare deliziosamente le ore della sera, lunghe,
-interminabili alla campagna; lascerò le danze e le musiche da cui eran
-bandite le ricercate toalette, e piuttosto vi dirò di quella spedizione
-che feci in allegra compagnia al _Buco dell’Orso_, spedizione che
-interessa tanto il profano, quanto chi si piace di geologiche novità.
-
-
-II.
-
-A noi fu guida in questa alpestre escursione il bravo dottor Giuseppe
-Casella, medico condotto di Laglio e d’altre terre vicine.
-
-Chi sa quanti nell’udire tal nome si rammenteranno di giorni amenamente
-passati sul Lario! Perocchè il dottore Casella, colto e socievole
-quant’altri mai, è una vera fortuna per quanti passano i bei giorni
-di ottobre ne’ paesi di questo incantevole bacino: egli direbbesi il
-tratto d’unione fra l’una famiglia e l’altra, l’autore de’ progetti
-di gite e di comitive; senza lui non seguirebbero le ilari carovane
-che pellegrinano al _Piano del Tivano_; senza lui infine non avremmo
-compiuta l’ascesa al _Buco dell’Orso_.
-
-Egli aveva data la posta alle varie famiglie villeggianti ad Urio,
-Carate e Laglio per la mattina del 5 d’ottobre al paese di Torrigia:
-si diceva che le leggiadre signore, che avrebbero fatto parte della
-brigata, sarebbero venute in abito d’amazzone, perocchè i greppi su cui
-avevasi a inerpicare, le boscaglie che si dovevano transitare avrebbero
-dilaniato crinolini e gonne, e di ciò pure ci ripromettevamo spettacolo
-sollazzevole; ma di questo fummo compiutamente delusi: al mattino ci
-trovammo al convegno in una ventina soltanto, le amazzoni brillarono
-per la loro assenza: una sola non era mancata, ma il suo costume,... di
-vestiario... ah! il suo costume non era quello che avevamo vagheggiato.
-
-Il dottor Casella diè il segno della partenza e ci precedette, e noi
-ci difilammo dietro a lui. Difilammo è la parola sola che conviene,
-perocchè non appena usciti di Torrigia fosse mestieri mettersi per
-l’angusto sentiero de’ monti. Presto una viuzza di ciottoli e di
-pietruzze acuminate provò il nostro coraggio, perchè difficilmente vi
-si potesse reggere; ma vinte le prime scabrosità, si ascese liberamente
-per le mille anfrattuosità di quella montagna. E qui notiamo, poichè ne
-viene il destro, come sia questa di roccia calcarea bigia azzurrognola,
-continuazione più o meno eguale di quella che incomincia appena fuor
-di Cernobbio e si prolunga fino all’insù del lago, costituita di
-tante sovrapposizioni o grosse lastre dello spessore talvolta d’oltre
-il mezzo metro, che valgono assai opportunamente alle costruzioni,
-sostituendo la materia laterizia con moltissimo vantaggio di resistenza
-e di spesa[17]. L’ombra e la frescura vi è procurata dai frequenti
-castani isolati o da macchioni, che vedevamo da montanine e garzonetti
-flagellati per farne cadere i già maturi frutti. Fuor di costoro
-non eran rotti que’ solenni silenzi che dalla lontana campanella
-delle capre che scorazzavano per i più alti dirupi, o dalla monotona
-cantilena delle fanciulle che pascolavano su qualche altipiano le loro
-magre giovenche. A tratti noi sostavamo a ripigliar lena, ad attendere
-i più tardi e ad ammirare i maravigliosi punti prospettici che ci si
-venivano mano mano presentando. Di fronte vedevamo il villaggio di
-Careno, più su quello di Zelbio, a destra Lemna, Molina e l’orrido suo,
-a manca Nesso e la punta di Cavagnola, e quando, voltandosi alquanto
-a manca la montuosa via, noi riguardavamo in basso, scorgevamo Brienno
-e più in là Argegno, il capoluogo della Valle Intelvi, e quei paeselli
-eziandio che dal greco nome accusano quali colonie vi stanziassero un
-giorno.
-
-Una colonna di denso fumo dal mezzo del lago svolgevasi lungamente
-per l’aere e pareva come una nuvola leggiera adagiarsi sulla costiera
-che ne stava dirimpetto, e noi seguendola coll’occhio potemmo appena
-distinguere ch’essa liberavasi da uno dei battelli a vapore che in
-quell’ora drizzava la prua verso la punta di Torrigia, perocchè noi
-dovessimo essere in quell’istante a seicento metri sopra il livello del
-lago.
-
-Il mattino si faceva alto, e noi, chiedendo consiglio alla voce
-imperiosa dello stomaco nostro, ci credevamo vicini alla meta, ma
-questa pareva discostarsi ognor più: essa ci era come il fatale
-miraggio del deserto.
-
-Poi si giunse dove il monte s’addentra e si forma come un letto
-torrenziale: colà la via si faceva più scabra e il nostro attento
-duce ne faceva avvertiti che non dovessimo riguardar in basso se
-temevamo delle vertigini, perchè paresse che a noi di sotto la valle
-si sprofondasse quasi a picco. Fuvvi un tratto di strada che era tutta
-pietra brulla e alquanto declive: a noi fu però mestieri d’addoppiare
-le precauzioni; una voce sola era sorta a segnale di scoraggiamento,
-ma la parola e l’esempio d’altri vinsero quelle paure, e dieci minuti
-dopo, per un sentiero apertoci fra virgulti ed arbusti, ci trovammo
-innanzi al _Buco dell’Orso_. Il viaggio aveva durato un’ora e mezzo.
-_Italiam! Italiam!_ gridammo noi pure, che ci vedevamo giunti allo
-scopo del nostro pellegrinaggio, e in quest’inno di gioia c’entravan
-certo di molto gli acuti stimoli della fame. All’essere poetico
-preferisco l’essere veritiero.
-
-Ci sedemmo allora sui massi che sono sparsi avanti l’ingresso
-della caverna, e tratte le nostre copiose provvigioni, ci diemmo
-ad asciolvere con un appetito che meglio s’accostava alla voracità,
-mescendoci del buon vino e dell’acqua limpida e fresca che ci forniva
-una polla della caverna stessa.
-
-
-III.
-
-Poichè fummo tutti rifocillati, ci disponemmo ad entrare nella profonda
-cavità, e tutti allora accendemmo il moccolo, di che ognun di noi
-doveva esser munito a rompere le tenebre e godere delle bellezze
-naturali della natura, e dello spettacolo di che noi eravamo materia a
-noi stessi.
-
-A noi aveva il Casella saviamente consigliato di servirci di questi
-moccoli anzi che di torcie a vento o di legni resinosi, e perchè meno
-incommodi a portarsi fra quelle sassose latebre, e perchè ci avrebbero
-risparmiato d’ingoiarci l’esecrabile fumo che le altre fiaccole
-avrebbero mandato per quelle volte. Perdevamo così del pittoresco,
-ma innanzi tutto curar ne piacque il più conveniente, e pur di questo
-vogliamo essere riconoscenti all’esperto mentore nostro.
-
-Il Casella e don Baldassare Bernasconi, buon prete di Laglio della più
-eccellente pasta, che aveva voluto unirsi alla brigata, ci andavano
-innanzi rischiarando ed additando le traccie che avevamo a seguire,
-perocchè e i frequenti massi colà trascinati in antico dalle correnti
-o là sfranati dalla vôlta superiore, tutti investiti d’un’argilla umida
-e sdrucciolevole, e le filtrazioni dell’acqua che formavano rigagnoli,
-e le stalattiti della vôlta rendessero lento e pericoloso il passo.
-Dapprima avevamo trovato il suolo piano, poi s’era venuto abbassando
-con inclinazione sensibile, che ci obbligava a passare carpone per un
-angusto varco o pertugio, onde poter progredire.
-
-Come fummo giunti per entro una certa galleria più vasta, ci
-compiacemmo volgere addietro lo sguardo e riguardarci scambievolmente,
-e in verità tutti que’ venti giovani, quale in piedi, quale assiso su
-d’enorme sasso, tutti il moccolo acceso alla mano, presentavano una
-scena curiosa, strana, suscitatrice di un mondo di idee.
-
-Fu qui che il dottor Casella, a renderci più importante la gita, a
-farci comprendere tutto l’interesse che aveva preso la scienza alla
-scoperta di quella grotta che a lui primo era dovuta, ad incoraggiarci
-a percorrerla interamente, ce ne venne raccontando per filo e per segno
-quella storia, che noi procaccerem modo di riassumere sotto brevità.
-
-Era la state del 1841, quando ad esso dottor Casella, che aveva udito
-parlare della esistenza d’una grotta superiormente a Torrigia, cui
-la tradizione popolare, che la credeva antica tana di orsi, aveva
-imposto il nome di _Buco dell’Orso_, prese vaghezza di rintracciarla.
-Associatosi alcuni amici, percorse la montagna, sinchè appunto sul
-versante del monte che sovrasta a Brienno, a due terzi di esso, rivolta
-a N. N. E., la discopriva. Si presentava quella caverna quasi un ampio
-crepaccio apertosi nella roccia, alto metri 2,7, largo quattordici e
-profondo dieci, e pareva a prima giunta non dovesse aprire l’adito
-ad un lungo cammino. Sgominate le tenebre che vi regnavan perpetue
-col mezzo di faci ch’egli aveva seco recate, percorso quel tratto
-testè da me ricordato, parevagli avesse qui il suo termine l’antro
-che decoravasi di belle stalattiti e corrispondenti stalagmiti, come
-veggonsi frequenti nelle varie grotte che s’aprono nelle montagne
-che costeggiano questo lago. Se non che, piegando a destra alquanto,
-trovava quel pertugio che rivelavagli prolungarsi ulteriormente la
-caverna, e cacciatovisi animosamente dentro, si era veduto in quella
-più ampia galleria che sì pittorescamente a noi offeriva lo spettacolo
-di una processione che ritraeva del misterioso e dell’infernale,
-siccome a me rammentava il _facile descensus Averni_ di Virgilio. Le
-cristallizzazioni or bianche, or grigie, or giallognole, bizzarre e
-spesso trasparenti, venivano riflesse da quella luce con bell’effetto;
-ma nulla di più interessante erasi offerto fin là, se si eccettui un
-cupo rumorío che richiamò pur la nostra attenzione, prodotto dallo
-scorrere di una fiumana dietro le non grosse pareti a destra dell’antro
-e che in verità sgomenta, poichè sembra che agevolmente possa
-dischiudersi un varco e irrompere ad allagar lo speco. Questa recondita
-corrente viene a gittarsi in un lago, che vietò la prima volta al
-Casella, ed a’ suoi compagni, come lo contese anche a noi, di andar più
-oltre. Dalla bocca dell’antro a questo speco la lunghezza è di passi
-370 o metri duecento.
-
-
-IV.
-
-Da quel dì il _Buco dell’Orso_ fu scopo a frequenti pellegrinaggi
-del dott. Casella, e quando nel settembre 1850 vi ritornò con don
-Vincenzo Barelli, proposto allora di Laglio, e con altri suoi amici,
-il caso lo favorì, poichè, avendo messo allo scoperto un frammento
-di costola uscente da quell’intonaco argilloso, lui e il Barelli
-consigliava a tentare altre escavazioni, che procacciarono infatti
-alcuni denti smisurati ed altre ossa gigantesche, che si ravvisarono
-come appartenenti ad animali, la cui specie ora più non esiste. Qualche
-tempo dopo il Casella vi scopriva un immane cranio, e questo, come
-le ossa già scoperte, veniva riconosciuto essere stato di orso, che
-Blumenbach e i naturalisti designano col nome di _Ursus Spæleus_.
-Queste spoglie petrefatte vennero dal Casella donate al civico Museo di
-Milano, dove, per la rarità di esse, il cranio venne formato in gesso
-ed inviato ad altri gabinetti di scienze naturali: tutte poi coordinate
-valsero alla ricomposizione d’uno scheletro che è di un grande
-interesse per la paleontologia.
-
-La curiosità nel Casella e nel prete Barelli di ulteriori indagini
-crebbe allora ognor più, e trasportatevi due navicelle, o _scarpe di
-S. Pietro_, come si chiamano quelle imbarcazioni da quei del lago[18],
-poterono navigare tre laghetti, l’ultimo de’ quali, lungo circa
-cinquanta braccia, non fu possibile percorrerlo tutto quanto, perchè la
-vôlta vien così declinandosi al pelo dell’acqua che l’imbarcazione non
-vi può passare. La lunghezza quindi accessibile si valuta a trecento
-metri.
-
-Dopo Casella e Barelli la curiosità dei dotti fu vivamente eccitata,
-e da allora trassero a visitar il _Buco dell’Orso_ e il dottor Emilio
-Cornalia, che ne lasciò un’accurata descrizione già per noi citata,
-e l’abate Antonio Stoppani, che vi consacrò pure una parte nella
-sua _Paleontologia Lombarda_, a cui rimandiamo il lettore per le più
-proprie informazioni della scienza, e il dott. Giovanni Omboni, e il
-prof. F. De Filippi, e il professor L. Patellani, e i fratelli Villa.
-A complemento anzi di questo scritto, io verrò spiccando alle memorie
-del Cornalia quel tanto che giovi a somministrare più esatte quelle
-notizie che hanno più stretta attinenza colla scienza, e così io pure
-avrò agevolato il cómpito che mi sono proposto, e il lettore vi avrà di
-certo guadagnato, più che con una semplice e inconcludente narrazione.
-Riferirò ciò che riguarda alle condizioni del suolo ed alle cause che
-produssero l’agglomeramento delle ossa fossili discoperte: le sole
-indagini, credo io, che interessi di istituire in argomento.
-
-
-V.
-
-“Giunti al punto di maggior declivio, scrive adunque il dottor
-Cornalia, il suolo comincia a rialzarsi tutto coperto di massi
-accatastati l’uno sull’altro. È tra questi giganteschi, ma ancor mal
-fermi macigni, che bisogna avanzarsi. Qui pure cominciano i depositi
-di argilla alternantisi con croste stalattitiche e strati di sabbie
-e ghiaie; le quali stratificazioni solo nelle parti più interne si
-mostrano con ordine disposte, lasciando là prendere precisa idea
-de’ loro rapporti. Altrove o l’uno o l’altro degli strati manca,
-il fossilifero rimanendo il più costante. Le pareti dello speco e i
-massi più voluminosi che ne ingombrano il suolo mostrano le striature
-che le correnti rovinose e trascinanti ciottoli sogliono imprimere
-alla superficie delle roccie che ne sopportano e frenano gli urti. Al
-di sopra di questi massi, e lungo tutti i fianchi della grotta, una
-crosta stalattitica vela agli occhi dell’osservatore la natura del
-terreno; la qual crosta in alcuni luoghi arriva alla grossezza di 0.08
-e più. Spaccata, mostra una serie di zone o strati d’un bell’alabastro
-cristallizzato a varî colori, traccie delle successive deposizioni.
-
-„Più s’interna il torrente, di cui prima s’udiva solo il fragore tra
-i sassi profondo, e più comparisce alla superficie aggirandosi per un
-piano leggermente declive. — Di là poco un lago di qualche estensione
-occupa tutto il fondo che solo con un istrumento adattato alle angustie
-del luogo si può traghettare. A nuoto non vi si regge: l’acqua non ha
-più di 7 gr. R.[19].
-
-„.... Fra la prima raccolta d’acqua e la seconda esistono, come io
-prevedeva, altre argille che bisognerà smuovere con regolari scavi... È
-nelle vicinanze del primo lago, ove non è necessaria una istraordinaria
-innondazione affinchè il livello delle acque s’elevi molto e
-v’abbandonino i loro depositi, che si osserva il maggiore numero di
-strati.
-
-„Superiore a tutti si ha uno strato di ghiaia, mista a sabbia
-nereggiante. I ciottoli sono in parte della calcarea che forma il
-monte, in parte di roccie d’altra natura. Questa sabbia si vede solo
-in siti limitati. È dovuta certamente alle ultime innondazioni che
-saranno state le più parziali. — Al di sotto delle ghiaie (ed ove
-queste non esistono, direttamente allo scoperto) si trova la prima
-crosta stalagmitica che s’estende quasi uniformemente da per tutto.
-Dopo il deposito calcareo havvi uno strato considerevole di un’argilla
-cinericcia d’una purezza e d’una finezza straordinaria. È compenetrata
-da molta umidità, sicchè lasciasi facilmente tagliare con una lamina
-da coltello e si spoglia in straterelli orizzontali esilissimi e
-paralleli. È si tenace da parere elastica, e non contiene nè sabbie,
-nè ciottoli, nè avanzi organici; questo deposito arriva anche a un
-metro di potenza, e lui oltrepassato si trova un’altra argilla di color
-bruno. Questo strato è piccolo (0^m 1) e di poca importanza mancando in
-più luoghi. L’un deposito però è sempre assai distinto dall’altro. Ove
-l’argilla cinerea manca, la bruna è coperta direttamente dalla crosta
-calcarea. Lo strato che più di tutto deve attirare la nostra attenzione
-è il sottoposto fossilifero. Consta di un’argilla tutta distinta,
-grossolana, mista a del tritume calcareo; il suo colore è il gialliccio
-per ossido ferrico; la sua durezza varia, in alcune parti già compatta
-passando ad una marna in attualità di formazione. Questo strato
-contiene dei ciottoli, taluni anche voluminosi, arrotondati, per lo più
-ellittici e deposti col loro piano massimo orizzontale. Questi noduli
-non appartengono tutti al calcare bituminoso della montagna, ma altresì
-a roccia di diversa natura, e vanno misti a frammenti di stalattiti.
-L’argilla gialla costituisce uno strato di circa 0^m 4 di spessore, ed
-è in essa che si rinviene la massima parte delle ossa. Continuando gli
-scavi, dopo questo strato si trova un’altra crosta stalagmitica simile
-per natura e potenza alla prima, sotto la quale si ripete un’argilla
-eguale alla fossilifera e che del pari contiene ossa sebbene in minore
-abbondanza. È però più compatta, come più anteriore; ed i fossili sono
-maggiormente petrificati. La potenza di questo strato non la conosco;
-poggiando direttamente sul masso, varierà secondo i luoghi. Nuovi siti
-tentati potranno in avvenire fornire differenti cifre per la potenza di
-questi strati; dipendendo questi dagli accidenti del suolo.
-
-„La natura e i rapporti di questi strati ci chiariscono
-sufficientemente del modo con cui si depositarono e delle cause che li
-produssero. Una corrente alquanto forte, e quale appunto sarà stata la
-più antica, fu quella che depose l’argilla ocracea. Lo provano la sua
-estensione, i ciottoli che contiene, le grosse ossa cilindriche che
-travolse. Gli altri strati indicano correnti più miti, che durarono
-però più tempo; infatti sono più limitati in estensione e composti di
-finissimo limo esenti di ciottoli e di ghiaie.
-
-„Questi depositi poi occuparono lungo spazio di tempo a formarsi e
-furono separati da lunghi intervalli, come ne sono prova i ripetuti
-e grossi strati stalagmitici interposti. La corrente attuale è del
-certo un tenue avanzo di quelli, cui gli strati descritti devono la
-loro esistenza, e che altre volte avrà sempre o assai di frequente
-occupato tutto il lume della caverna. Che se anche attualmente le acque
-venissero a crescere a dismisura e la crepa già esistente non bastasse
-ad inghiottire quelle che a metà della caverna si inabissano, esse,
-occupato tutto il primo basso fondo, si alzerebbero a segno di livello
-da uscire dall’apertura attuale della grotta.
-
-„Nel vedere questa successione di strati tanto simili a quelle
-descritte per le caverne ossifere di Francia, di Germania, di Ungheria,
-ecc. ecc., ricorre subito alla mente la possibilità della presenza di
-ossa fossili. Queste che io rinvenni, e delle quali sotto il rapporto
-paleontologico parlerò poi, hanno nel _Buco dell’Orso_ due modi
-distinti di giacitura, che però accennano ad una medesima causa: le
-correnti.
-
-„L’uno di essi già indicai per incidenza: la giacitura cioè nel
-deposito dell’argilla giallastra inferiore alle prime due. È sulla fine
-di questo strato che esse si depositarono, ed anzi molte giacciono alla
-sua superficie tra l’argilla gialla e la bruna. Alcune anzi trovansi
-già in quest’ultima, e il colore bigio che assunsero indica la loro
-giacitura.
-
-„Anche la seconda argilla, quella che giace al di sotto della più
-antica crosta stalattitica, contiene questo avanzo organico, ma in
-minor copia: una sola mezza mascella inferiore e qualche osso della
-gamba (genere _Ursus_) io vi trovai in tutto fino ad ora. Questi pezzi
-sono più che gli altri alterati.
-
-„Le ossa robuste e solide sono le più numerose; le più fragili
-andarono quasi tutte perdute. Sebbene anche delle prime alcune siano
-abbondantissime, altre invece rare assai. Così, per esempio, mentre
-che raccolsi molte ossa del carpo e del tarso, e falangi (persin le
-unghiali), e piccoli molari, trovai appena una vertebra caudale e
-qualche incisivo. Forse perchè queste parti assai facili a staccarsi
-dal restante scheletro vennero dalle prime correnti in altre direzioni
-trascinate e altrove deposte. Una prova che queste ossa debbono
-la loro attuale giacitura alle correnti, la trovo in ciò che la
-maggior parte si ricetta nei piccoli seni che formano le rientranti
-e sporgenti pareti della grotta, e che rimangono per opera de’ massi
-difesi dall’impetuosa corrente. Ivi l’acqua, perdendo di sua forza e
-diffondendosi più tranquilla, potè deporre le ossa fin là travolte. Un
-altro modo di trovarsi le ossa nel _Buco dell’Orso_ merita attenzione,
-giacchè spiega l’origine d’una natura particolare di roccie: impasto
-di ossami, di frantumi calcari e di marne da tempo celebri lungo le
-rive del Mediterraneo, intendo dire delle _breccie ossifere_. Su quei
-grossi macigni che dissi occupare per lungo tratto e molto spessore il
-suolo della caverna, l’acqua attualmente non scorre o scorrerà solo
-nelle epoche di massima innondazione, mentre che in tempi più remoti
-facilmente avrà raggiunto quel livello e vi avrà sopra trascinate le
-sostanze che travolgeva. Ma le ossa, e le voluminose di preferenza, e
-i grossi tritumi di roccia, percorsi alcuni dei meati esistenti tra i
-massi, vi si impegnarono e valsero anzi ad arrestare alla lor volta le
-sorvegnenti materie che tenevano la medesima via. Il limo, le sabbie
-sottili, ecc. passaron oltre per quella specie di filtro. Queste ossa
-così non restarono circondate dall’argilla che invase le altre. Che se
-però andarono prive d’una materia meccanicamente deposta, valsero ad
-attirare e trattenere chimicamente le particelle di carbonato calcare
-che le acque del torrente o stillanti contenevano, e di esse se ne
-fecero involucro e cemento. Io stesso, non senza fatica, introducendo
-delle picche tra gli interstizi dei macigni, riuscii a staccare molte
-ossa disordinatamente aggruppate e cementate da un calcare grossolano e
-cavernoso. Così ha origine una breccia, alla cui formazione noi siamo
-contemporanei e presenti, simile alle descritte da Cuvier[20] e da
-altri. — Così anche questo modo di trovarsi delle ossa è spiegato dalle
-correnti. Le quali sono provate altresì dalla mancanza di coproliti,
-dalla mancanza di quello strato di terra nera, bituminosa, comune in
-altre grotte e che s’attribuisce allo sfasciamento delle parti molli
-dell’animale; finalmente dalla mancanza delle ossa di animali che
-avrebbero potuto servire di cibo a quei primi feroci abitatori della
-caverna[21].„
-
-
-VI.
-
-Il dottor Casella portò diversa opinione da quella del Cornalia circa
-alla causa di queste ossa riunite, ritrovate da quest’ultimo nelle
-correnti, e noi, riferendola, pensiamo poter egli alla sua volta avere
-ragioni forse maggiori di probabilità. Crede egli adunque che queste
-ossa possano aver appartenuto ad animali antidiluviani, giacchè per la
-loro mostruosa grandezza appartengono a specie ora affatto perduta. Su
-di che io penso non esservi controversia, ed anzi nell’opera di Figuier
-_La Terre avant le déluge_, parlando appunto dell’_Ursus Spæleus_,
-reca la descrizione e il disegno del cranio di tal animale scoperto
-dal Casella, regalato al Museo Civico di Milano, e da questo, come
-già avvertimmo, distribuito in esemplari di gesso a varî gabinetti
-di scienze naturali, come lo riprodusse istessamente nella sua
-_Paleontologia_ l’abate Antonio Stoppani. A quell’epoca tali animali
-avranno per molte generazioni trovato rifugio in questa caverna, e
-successivamente in essa terminata la loro esistenza o per vecchiaia,
-o per alluvione, o per qualunque altra causa dipendente dai grandi
-sconvolgimenti geologici. Queste congetture non torrebbero egualmente
-che le correnti, introdottesi poscia nella caverna, abbiano ravvolte
-quelle ossa di que’ sedimenti che valsero o alla loro fossilizzazione,
-od a determinare quelle condizioni nelle quali si rinvennero a’ dì
-nostri. E mi pare ancor più probabile una tale supposizione in quanto
-mi sembri assai arduo l’immaginare che le correnti intime del monte
-possano avere trascinate le ossa intatte e giganti, quali si videro
-alcune di esse. L’ipotesi del dottor Cornalia ci obbligherebbe inoltre
-a premettere l’esistenza di un’altra località, da dove le correnti
-abbian potuto impodestarsi di quelle ossa per poi qui trascinarle;
-mentre la capacità di questa tana porge maggior argomento a credere
-che servisse prima a ricovero di orsi, come gli abitatori di questi
-monti per tradizione ne ebbero sempre credenza, se l’appellarono
-il _Buco dell’Orso_, assai prima che il dottor Casella discoprisse
-le ossa e queste si riconoscessero della specie _Ursus_, anzi da
-tempo immemoriale. Il qual argomento della tradizione deve essere di
-importantissima significazione in questa tesi.
-
-
-VII.
-
-Il medesimo dottor Cornalia, in questo lodato suo studio intorno ad
-_Alcune caverne ossifere dei monti del lago di Como_, ne dedusse le
-seguenti conclusioni, che è prezzo dell’opera il trascrivere, perchè
-speciali nella massima parte al _Buco dell’Orso_ di cui parliamo.
-
-1.º Anche in Lombardia esistono caverne ossifere identiche a quelle di
-Germania, Francia, Inghilterra. Anche fra noi è la calcarea giurese che
-le offre.
-
-2.º Le grotte di questi monti, appendici ad una catena delle nostre
-Prealpi (catena Ceresia), riconoscono forse una sola epoca e una sola
-causa: l’emersione delle roccie che rialzarono e sconvolsero il calcare
-bigio.
-
-3.º Gli strati che si depositarono nelle caverne spettano o all’epoca
-_quadernaria_, o all’epoca _attuale_.
-
-4.º I fossili del _Buco dell’Orso_ (quadernari) vi furono strascinati
-dalle correnti. Lo strato dei fossili, il sito profondo assai ove si
-rinvengono (continuamente umido e tenebroso), la mancanza di molte
-circostanze fanno preferire quest’opinione all’altra che ammette aver
-quegli animali vissuto là entro; — opinione che si adatta assai più ai
-depositi moderni delle altre grotte.
-
-5.º I varî depositi richiesero molto tempo a formarsi. La loro
-potenza, l’alternanza colle croste stalagmitiche, lo stato vario di
-fossilizzazione delle ossa in rapporto colla profondità lo provano.
-
-6.º Le ossa trovate spettano quali a specie ancora viventi tra noi,
-quali a specie perdute, e quali finalmente ad animali che ora vivono
-solo in paese più meridionale.
-
-
-VIII.
-
-In quanto a me, pellegrino recente al _Buco dell’Orso_, pago degli
-studî per altri fatti, mi bastava di constatarli, ma arrestandomi
-però sulla sponda del primo lago, perchè non avevo avvertito dapprima
-tampoco alla probabilità di tragittare quelle acque interne, e però
-non avevo provveduto le opportune imbarcazioni. Quivi nella parete
-friabile incidemmo io e i miei compagni i nostri nomi, espressione di
-quella contentezza che ci aveva dato la longanimità di avventurarci
-per quelle cavità tenebrose ed aspre. Seduti poscia su questi umidi
-massi ad asciugarci il sudore della fronte che ci gocciava, prodotto
-dal trascinarci a fatica collo stomaco pieno, e rimasti colà alquanto,
-ripigliammo poscia la processione del ritorno. Qualche moccolo veniva
-già meno, sollecitammo quindi i passi rifacendo il cammino percorso.
-
-E fu nel ritorno, a distanza di forse sessanta a settanta metri
-dell’uscita, che il buon prete Bernasconi mi faceva accorto della
-esistenza di un pozzo od apertura, per la quale si poteva calare in una
-galleria, sottoposta a quella che percorrevamo e dentro cui mostravasi
-pronto a calare, quando noi ne avessimo esternato il desiderio, siccome
-quegli che già vi fosse altre volte disceso, ciò che per altro non
-volemmo, accontentandoci di quegli schiarimenti ch’egli e il Casella
-ci fornirono. Io mi intratterrò alcun poco di questo pozzo, da che
-le precedenti relazioni del _Buco dell’Orso_ non ne abbiano fatto
-ancora parola e da che potrebbe valere d’argomento ad altre indagini e
-discussioni geologiche. La discesa adunque è di circa quindici metri,
-e la galleria alla quale si riesce ne percorre circa quaranta, sempre
-nel senso stesso della lunghezza della galleria superiore verso N. N.
-E., e sempre a massi e piano ineguali, come è superiormente. Quasi
-in corrispondenza a questo pozzo se ne vede un altro nella galleria
-sottoposta, per il quale si cala ad una terza galleria, scendendovi per
-circa altri venti metri. In questa non è calato ancora alcuno, perchè
-presenta per avventura pericolo di franamento, nè sarebbe prudente
-l’esporsi a vedersi chiusa l’uscita e impossibilitato il ritorno.
-Converrebbe all’occorrenza prendere le maggiori precauzioni ed essere
-assistiti da più. Tuttavia nel fondo della terza inferiore galleria
-sentesi il mugghio delle correnti ancor più forte che non nella prima
-o superiore. Forse è la corrente stessa della galleria superiore che
-viene a scaricarsi e che forse esce da quelle latébre pel versante
-del monte e alimenta l’acqua o fonte detta il _Vermocane_, che serve a
-mettere in movimento il mulino che è di poco sopra Brienno.
-
-Nella galleria intermedia si trovarono e vi sono pure altre ossa della
-stessa specie che nella superiore, con questo solo divario che quelle
-della galleria superiore sonosi trovate intatte, perchè ravvolte
-nelle stratificazioni argillose che le hanno preservate dal contatto
-dell’aria, e quelle invece della galleria intermedia si veggono parte
-in istato di decomposizione, o tarlate, perchè non vennero ricoperte
-da veruno strato. Io ho avuto nelle mani ed esaminate e le une e
-le altre, come si conservano dal dottor Casella, e credetti nella
-predetta mia osservazione di ravvisare un’induzione di più che avvalora
-l’ipotesi del Casella, anzi che quella del Cornalia; perocchè se il
-rinvenirsi di tali ossa fosse l’effetto esclusivo delle correnti, tutte
-indistintamente le ossa sarebbersi ritrovate involute dai sedimenti
-argillosi: mentre invece è lecito di inferire che i petrefatti della
-galleria superiore saranno stati ricoperti da tali strati per i
-depositi che vi avranno fatto le correnti, e quelli della galleria
-intermedia, immuni dal passaggio di esse, saranno rimasti nello stato
-primitivo, dove cioè saranno morti gli orsi che in quella caverna
-debbono necessariamente un tempo aver avuto ricovero.
-
-Come poi queste gallerie inferiori siensi formate, io credo di spiegare
-dicendo, che tutte le probabilità conducono a ritenere che prima non
-fosse che una sola ed ampia caverna, che poi per la caduta di massi
-dalla vôlta siansi venute facendo; perocchè percorrerebbero esse
-nell’egual senso della galleria superiore quasi la medesima lunghezza.
-
-Siccome recentissima sia la scoperta di questi altri due pozzi, così
-chiamar io reputo su di essi l’attenzione dei nostri geologi e massime
-del Cornalia, dello Stoppani e dell’Omboni, i quali forse da una
-novella loro visita al _Buco dell’Orso_ potrebbero trarre materia a
-nuovi studî non infecondi di buoni risultamenti per la geologia.
-
-
-IX.
-
-Finalmente, dopo un’ora che eravamo rimasti nell’antro, lieti, ma
-inzaccherati e molli degli stillicidi che non avevamo potuto evitare e
-de’ rigagnoli nei quali il piede non aveva fatto a meno di scivolare,
-via gettando la stearica che tuttavia ardeva,
-
- Uscimmo quindi a riveder le stelle....
-
-come direbbe Dante, o a meglio esser precisi, a riveder il più limpido
-sole, il quale era ormai giunto al meriggio.
-
-Allora riconoscemmo qualche disertore della nostra brigatella che, dati
-pochi passi appena nella oscurità della caverna, era tosto ritornato
-addietro; scambiata qualche celia e riposatici ancora alquanto,
-ripigliammo il primitivo sentiero.
-
-La discesa a Torrigia fu naturalmente più presta che non era stata la
-faticosa salita, e consolata alla pendice del monte dalla apparizione
-della leggiadra fanciulla del dottor Casella che ne veniva incontro a
-scusare la non involontaria mancanza alla gita.
-
-Se rivolgendo indietro lo sguardo alla asperità della via, ai disagi
-del camminare fra i dirupati meandri della caverna dell’Orso, io
-posso essere indotto a dire che non vi tornerei una seconda volta, per
-l’adipe che un cotal poco mi si è messa intorno ad accusare l’età che
-avanza a gran passi, è altresì indubitabile che io, che tutti che mi
-furono compagni in quella gita, conchiudemmo sinceramente assicurando
-d’essere lietissimi d’averla fatta.
-
-Ma prima di chiudere la presente escursione, mi sento in debito di
-porgere le mie scuse a quelle cortesi leggitrici che ho per avventura
-fatto sbadigliare, loro tenendo un linguaggio arido e tutto di scienza,
-esse che si attendevano amenità di racconto. Ma che farci? Il libro
-è fatto per tutti i lettori, massime se il libro è del genere del
-mio; epperò molteplici e svariatissimi i gusti, e nell’_olla potrida_
-degli argomenti non doveva dimenticare i palati dei geologi e dei
-naturalisti. D’altronde fra le molte caverne che ho già avvertito su
-questi monti, mi verrà perdonato se almeno scientificamente trattando
-di una, avrò chiarito la natura, assai somigliante, delle altre.
-
- [Illustrazione: Piano del Tivano.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE DECIMATERZA.
-
-IL PIANO DEL TIVANO.
-
- La Cavagnola. — Careno e Quarsano. — La Grotta della Masera.
- — Nesso. — Erno, Veleso, Gerbio. — Il Piano del Tivano.
- — La brigata del Pian d’Erba. — Il Buco della Nicolina. —
- Vallombria. — Il palazzo di Andefleda. — La marcia della
- partenza.
-
-
-Se si piglia il piroscafo che vien da Como, allorquando in faccia ad
-Argegno la campanella suona e l’impiegato grida — Argegno e Cavagnola
-— voi, se volete visitare il _Piano del Tivano_, è qui che dovete
-scendere, purchè non prenda capriccio all’Amministrazione di far sosta
-a Nesso, come accade in qualche stagione, perchè allora è a Nesso che
-converrà smontare.
-
-Ma d’ordinario la gita al Piano del Tivano non è che l’effetto
-di amichevoli concerti e spesso ben anco accada che l’andarvi sia
-combinato da amici che villeggino lungo il lago di Como e da amici che
-villeggino nel versante opposto del Tivano, cioè nel _Pian d’Erba_. Il
-convegno allora è più allegro e il lettore che mi segue lo vedrà.
-
-Ad ogni modo, se a questo convegno egli giunga col mezzo del vapore
-che vien da Como e ne smonti alla Cavagnola, non lasci di visitarne la
-modesta osteria: vi beverà buon vino; se no da un pozzo che è nella
-cantina ne faccia trarre acqua che troverà freschissima, come in
-nessun’altra parte del lago.
-
-Da Cavagnola, retrocedendo per un sentiero praticato fra’ boschi,
-giungerà a Nesso, punto di convegno della brigata che sale al Tivano;
-ma se non è giunta ancora e vuol visitare più giù qualche terra fino
-ai limiti di Pognana, che ho mentovato già con Palanzo e Lemna, oltre
-Nesso troverà un piccol gruppo di case, poi a egual distanza Careno,
-e a egual distanza ancora Quarsano. Ma importanza tutti questi luoghi
-non hanno, ove eccettui la _Grotta della Masera_ sopra Careno, che può
-essere altro punto di passeggiata per chi brama di variare. Ma questa
-grotta non ha nè ossa fossili, come il _Buco dell’Orso_ che abbiamo non
-ha guari visitato, e neppur ossa d’animali dell’epoca nostra, come il
-_Pertugio della Volpe_ che abbiamo visto del pari: tutt’al più alcune
-ammoniti che interessano il geologo. Nondimeno ha la particolarità
-di un lago e fa veramente piacere su in alto la scoperta d’un capace
-bacino d’acqua; qui esso si sprofonda per un cammino di un quarto d’ora
-ed ha per fine una voragine.
-
-Ma ritorniam presto sui nostri passi, onde non farci aspettare da
-coloro che ci attendono a Nesso.
-
-E Nesso, rimpetto a tutti i paeselli che ho testè nominati, è
-grossa borgata e si distende per tre fila di case sulla montagna con
-bell’effetto per chi la riguarda dal lago: il torrente vi passa per
-mezzo con fragore che s’ode anche lontano. Que’ del paese vogliono
-che la loro chiesa prepositurale sia stata fondata da Sant’Ermagora: i
-passeggeri invece, e massime quelli che dai piroscafi osservano Nesso,
-ricordano che Gian Battista Bazzoni, morto in età assai provetta e
-dell’amicizia del quale mi onoravo, come ne son ricordevole del cuore,
-che aveva al par dell’ingegno eccellente, lo illustrò col suo _Falco
-della Rupe_, romanzo, che forse quarant’anni fa ebbe la propria voga,
-nè vuol essere ancora dimenticato.
-
-Ma raccoltici tutti in Nesso, acceleriamo i passi alla volta del Piano
-del Tivano. Pigli chi vuole la sua cavalcatura e su e su.
-
-Si arriva dapprima ad Erno, quindi a Veleso, poscia a Gerbio: il
-divertimento della salita è indescrivibile. Noi ci facciamo spettacolo
-di noi stessi; la lunga fila della carovana, or si vede spuntar da
-un greppo, or interrompersi, or riapparire. Quando è un cappellino
-da signora che domina, quando è un gruppo di amici; io resto ultimo,
-poichè mi piaccia godere dell’effetto curioso. Poi si intendono parole
-interrotte che pervengono da chi è in capo della fila, poi più spiccate
-di chi segue, poi un grido di chi incespica, uno scroscio di risa, un
-commento, uno scherzo: è un assieme lieto, piacevole, artistico.
-
-Il Tivano, per chi nol sa, è un’alta montagna che si eleva tra la
-Valassina ed il lago di Como: ecco perchè i villeggianti del Pian
-d’Erba si dan la posta con quelli del lago per ritrovarsi tutti in cima
-al monte e vi traggono, mettendosi per la via che, oltrepassato Canzo,
-Asso e Lasnigo, s’inoltra appunto per la Valassina.
-
-Sulla vetta è una grande spianata erbosa a 1280 metri sul livello del
-mare, ed è questa che si designa col nome di _Piano dei Tivano_.
-
-I nostri contadini ci hanno preceduto colle gerla piene del pranzo;
-hanno disposto il luogo dove assiderci: ma que’ del pian d’Erba sono
-essi arrivati? Attendiamoli e intanto racconciamo le nostre toalette
-scomposte dalla disagiata cavalcatura.
-
-La piccola banda musicale seco noi venuta apre a un tratto i suoi
-concerti; sono gli amici che giungono trafelanti dalla Valassina,
-che si son visti spuntare dall’ultimo anfratto, e la musica nostra li
-annunzia.
-
-Allora saluti, strette di mano, baci fra donne, discorsi, complimenti,
-pettegolezzi narrati e scambiati: in cinque minuti que’ del Pian d’Erba
-han narrato a que’ del lago le storielle tutte del mercato di Lecco, di
-quello di Incino, gli episodî erotici, i _cancans_ d’ogni villa; e di
-ricambio hanno fatto altrettanto que’ del lago con essi.
-
-Ma l’appetito ne reclama. Per un po’ si tace, intenti tutti a
-smascellare; poi si ripiglia il chiaccherio, si fa anzi, maggiore,
-a seconda che i fiaschi di buon vino si vuotano. Levate le mense
-improvvisate, incominciano le danze sull’erboso piano e le due brigate
-qui convenute si mescono a vivaci polcke, a più concitati valzer, a più
-vorticose galoppe.
-
-Ma anche questa vetta ha le sue curiosità per chi la sale e cerca
-di più utile che il ballare sulle ineguali zolle. Il naturalista vi
-ravvisa le torbe miste a enormi larici ed a petrolio, e conviene che
-l’altipiano potesse un giorno, come fu scritto, essere stato un lago:
-i curiosi corrono a vedere il _Buco della Nicolina_, che è una grande
-grotta, come le tante altre che ho diggià ricordate. Quando è stata
-assai piovosa la stagione, vi si vedono le acque che vi sono dentro
-scolate; ma deve essere ben profonda, se nessuno n’ha saputo trovare il
-fine.
-
-Un miglio infatti a distanza di questo Piano del Tivano e ad ostro del
-medesimo, è un’altra pianura circondata da scoscesi monti, che solo si
-vede in tempo d’estate abitata da’ pastori colle mandre numerose; essa
-appellasi Vallombria. Ora in una di quelle montagne si riscontra una
-forte e profonda spaccatura, per la quale vien detto che un dì essendo
-penetrato un cane, vi sarebbe poscia uscito per il Buco della Nicolina.
-
-Se mi chiedete poi se anco quassù si piaccia la tradizione di voler
-favoleggiare; anche quassù, vi risponderei. Perocchè senza darvi ragion
-di sorta, gli alpigiani vi narrino seriamente come vi fosse _ai tempi
-antichi_ fabbricato un gran palazzo abitato da Andefleda, moglie del
-goto re Teodorico. Qualche cialtrone si sarà divertito alle spalle di
-questa buona gente, dandole a bere questa fiaba, e la poco spiritosa
-giunteria trovò presa in quegli animi semplici e per essi si è fatta
-pretta e indiscutibile storia.
-
-Ma l’aura imbruna; il cammino che ci resta a scendere vuol più ore:
-rifocillati e rinnovati di forze, salutiamo gli amici dell’opposto
-versante e disponiamoci a partire.
-
-La marcia della partenza suona, le resinose torcie a vento ardono
-e si squassano; i lampioni si accendono e ne dan nuovo e inatteso
-spettacolo; succede un bisbiglio di voci che si salutano, baci che
-scoccano, addii che si vanno ripetendo e allontanando delle due
-comitive e che gli echi ripercuotono, la canzone si intuona da una
-parte e dall’altra per gli opposti versanti, la secondano tutti, e
-allegramente si riprendono i sentieri che ci tornano a Nesso, dove i
-nostri barcaiuoli ne attendono per ricondurci alle nostre ville.
-
-
-
-
-ESCURSIONE DECIMAQUARTA.
-
-LA VALL’INTELVI.
-
- Brienno. — Archigene fonda Argegno. — La Vall’Intelvi. — Sua
- parte nella guerra decenne. — Diventa feudo. — La rivolta
- del 1806. — Cospirazione del 1833. — Insurrezione nel 1848. —
- Andrea Brenta. — I cospiratori del 1854. — L’insurrezione e i
- volontarî del 1859.
-
-
-Vale davvero consacrare una buona giornata a percorrere questa
-alpestre, ma bella e simpatica parte del territorio comasco.
-
-Noi proseguendo il cammino nostro da Torrigia, lungo la sinistra
-sponda del lago, per certo tratto di riva non rinveniamo più nè ville,
-nè case; le prime che rompono la monotonia di quelle roccie, non più
-così fiorenti e verdeggianti, come quelle che abbiamo lasciate, sono
-i casolari del montuoso Brienno. Quivi furono trovate iscrizioni
-romane, di cui una rammenta un Archigene, dal quale si vuol derivata
-la denominazione del non discosto paese di Argegno e ne lo si dà per
-fondatore. Null’altro offre che valga ricordare.
-
-È da Argegno che si entra in Vall’Intelvi per due vie; l’una sulla
-sinistra del torrente Telo che va a Sant’Anna e Schignano; l’altra
-sulla destra, per la quale ponno ascendere carri, e riesce a San
-Sisino, a Castiglione e a San Fedele, e da cui si può andare a Lugano:
-ambe poi belle di alpestri bellezze.
-
-È dall’ultima via che si accede al Calvagione, o monte Gionaro, che è
-quello che conosciamo già col nome di Generoso.
-
-Tutta la Vall’Intelvi è bella di prospetti, di naturali bellezze,
-di vegetazione; essa è anche interessante per gli episodî delle sue
-sommosse, che attestano i suoi abitatori animosi e teneri di libertà.
-
-Vollero alcuni derivato il suo nome dall’intelligenza de’ suoi figli,
-quasi Val d’Intelletto; ma chi nelle carte dell’ottavo secolo la trovò
-indicata col nome di _Intellavi_, la volle parola corrotta da _Inter
-lacus_, sorgendo essa difatti fra il Lario ed il Ceresio.
-
-Nella guerra decenne, incominciata col 1118 ed ultimata il 1127
-fra Milano e Como, e nella quale le terre del Lario si scissero
-parteggiando per quella o per questa città, questi alpigiani furono
-utilissimi difensori di Como, e poscia, al tempo della dominazione
-spagnuola, divennero le loro terre feudo dei Marliani.
-
-Bartolomeo Passerini, curato di Ramponio, terra della Vall’Intelvi, nel
-1806, indegnato che Napoleone tradisse la libertà facendosi imperatore,
-alzò il vessillo della ribellione: lo seguirono gli altri curati di
-Dizasco e Cerano e seco loro trassero altri generosi; ma privi di
-armi e d’ogni altro mezzo, pochi gendarmi bastarono a disperderne il
-manipolo: e carcerati tutti, decapitati i capi, gli altri, dopo breve
-carcere, rimisero in libertà.
-
-Di sè non diè a parlare la Vall’Intelvi se non nel 1833, quando essa
-ruminando una sollevazione ad ajutar la Giovine Italia, il governo
-Austriaco vi mandò il commissario Piccinini ad arrestare un Piazzoli,
-che si dava per l’anima della cospirazione in quella parte; ma una
-fucilata stese morto il commissario, il Piazzoli riparò in Isvizzera e
-ogni cosa fu ultimata.
-
-A maggiori avvenimenti fu teatro invece negli anni 1848 e 1859, quando
-la causa dell’italiana indipendenza fu intrapresa seriamente; ma a
-narrarli mi valgo di quanto ne scrisse Gaetano Ferrabini e stampò a
-beneficio della famiglia di Andrea Brenta, perocchè per essere il
-Ferrabini mio cognato, non m’è tolto dal ricordarlo come fervente
-patriota, egli essendo stato animoso volontario nelle fazioni patrie
-allo Stelvio, dopo d’aver avuto nelle cinque giornate di Milano
-mutilato più d’un dito della destra mano dalle sciabole poliziesche.
-Come in quel di congiunto, metto franca la mano e senza scrupoli nel
-suo sacco[22].
-
-Argegno e la sua vallata singolarmente sono assai memorabili, come
-dissi, per la loro insurrezione dell’autunno 1848, quando volevasi,
-rivoluzionando tutta la parte montuosa della Lombardia, ritentare il
-nostro riscatto.
-
-Quell’ardimentoso rivolgimento, che si potrebbe appellare l’ultimo
-disperato sforzo della Lombardia per vendicarsi a libertà, perchè già
-chiusa colla peggio la male augurata campagna combattuta dall’armi
-sarde contro gli Austriaci colla capitolazione di Milano, fu iniziato
-in Argegno da _Andrea Brenta_, nativo di Varenna, ostiere e fornajo
-di San Fedele d’Intelvi, ove si stabilì fin dal 1833; uomo, che
-comunque di volgar condizione, era nondimeno distinto per l’ardore di
-patriottici sentimenti e degno al certo di più vasto ed importante
-arringo. Disceso costui, poco dopo la metà dell’ottobre, ad Argegno
-con soli quattro determinati compagni (fra cui piacemi segnalare il
-prete don Francesco Cavalli, in allora parroco del luogo di Pigra),
-vi disarmò subito la imperiale gendarmeria, e cacciandosi poi nella
-vallata, la faceva insorgere tutta quanta.
-
-Que’ gendarmi disarmati si portavano di cheto a Como, ove riferivano
-l’accaduto al comandante militare di questa città, generale Wimpfen. Il
-27 di quel mese, ordinati da costui, giungevano ad Argegno, trasportati
-dai battelli a vapore, più di 700 Austriaci affin di reprimere quel
-movimento. — Avviaronsi essi per la strada a destra della valle;
-ma giunti appena al luogo detto Cavrano, o Crotto del Piazza, poco
-oltre la chiesa di S. Sisino, dovettero far sosta, perchè salutati
-da ben nudrita moschetteria dei nostri quivi destramente imboscati,
-quantunque non fossero questi che in numero di sette. Erano costoro il
-Brenta medesimo, i quattro suoi compagni, e Bernarda Niceforo e Grandi
-Andrea detto _Botris_ di Argegno, i quali eransi ad essi aggiunti. —
-Si impegnò allora uno scambio non interrotto di fucilate, che lasciò
-credere a quelli di parte avversa che assai più numerosi fossero i
-sollevati coi quali avevano a fare, e non s’ebbe in quel primo scontro
-a lamentare dai nostri alcun danno, nè a perdere, ciò che meglio
-importava, la posizione.
-
-Il mattino del dì susseguente (28), gli Austriaci ripresero primi il
-fuoco, senza osare, per altro, avanzarsi oltre il summentovato luogo,
-certo sospettando che l’avvisaglia del giorno innanzi accennasse
-ad una più estesa partecipazione di tutti i valligiani. — Con molto
-accorgimento erano i nostri gagliardi qua e là distribuiti, e dietro le
-macchie degli alberi o gli accidenti del terreno montuoso mascherati;
-sorprendente era la lestezza che usavano nel ricaricare le bocche
-da fuoco; ed a tanto pervenne da ultimo il loro ardimento, che il
-summentovato Andrea Grandi, balzato solo fuor d’una macchia, stringendo
-sempre il proprio moschetto, simulando che altri molti il seguitassero,
-li andava ad alta voce chiamando ed eccitando a buttarsi su’ nemici; a
-tal che questi ne furono sgomentati in guisa che gli fuggirono davanti.
-E così finalmente procedettero le cose in quel giorno, che verso le
-due pomeridiane gli Austriaci, i quali già contavano perdite e feriti
-in buon dato, si trovarono costretti a volger le spalle e discendere
-precipitosi e nella massima confusione, raccogliendosi a mala pena
-in Argegno. — Avevano però prima gli infami, seguendo il barbaro loro
-costume, appiccato il fuoco a ventotto cascinali e a due crotti, di cui
-uno del Piazza, le rovine del quale veggonsi ancora oggidì.
-
-In Argegno, a rifarsi della vergognosa ritirata, usarono con quei
-terrieri, senza riguardo a sesso ed età, ogni modo di violenze, mali
-trattamenti e minaccie; e tolti con loro sette uomini del paese quali
-ostaggi, nelle persone di Antonio Cresseri, Francesco Peroni, Adriano
-Balzaretti, Santo Scotti, Giovanni Rigatti, Giovanni Santi ed altro di
-cui non si ha il nome, s’imbarcarono e si ricondussero a Como.
-
-Di quei sette statichi, i quali non è a dirsi a quali e quanti insulti
-e tormenti avessero, contro il diritto delle genti, a patire per
-opera di quei sicarî piuttosto che soldati, basterà rammentare come
-venissero tenuti per ben due intere giornate colle mani legate al tergo
-e senza cibo, e non ne fossero poi rimessi liberi che sei; l’altro,
-il Cresseri, uomo di avanzata età, ammogliato e con figli, essendo
-barbaramente fucilato in Como a’ 17 novembre di quell’anno, perchè lo
-si volle ritenere proprietario di una pistola sguernita di acciarino,
-rinvenuta dietro un muricciolo in Argegno presso cui s’era trovato nel
-momento del di lui arresto. — In quella stessa occasione che l’infelice
-Cresseri veniva messo a morte, questi avevasi a compagno di pena un
-tal De Maestri di Orzinovi, incolpato d’aver donate dodici lire a due
-giovani di una famiglia ungherese.
-
-Il Comitato della Emigrazione Italiana residente in Lugano, al quale
-avevano fatto ricapito dal precedente agosto gran parte di coloro
-che avevano anteposto l’esiglio al ritornare sotto gli artigli
-dell’Austria, venuto a cognizione di quella sollevazione, nella
-speranza avesse essa a prendere più vaste proporzioni, decretò
-sostenerla; e mandò a tale uopo danaro, armi e munizioni, e più di
-400 militi, de’ quali il maggior numero disertori dalle bandiere
-dell’Austria, capitanati una parte dal generale D’Apice, l’altra dal
-comandante Arcioni.
-
-Nella Chiesa di S. Sisino, posta a breve distanza sopra Argegno, venne
-istituito un governo insurrezionale per la provincia di Como, il quale
-assumesse la direzione del movimento e delle operazioni militari; e
-allora fu che molti altri paesi del lago insorsero del pari, e corsero
-ad ajutare la insurrezione.
-
-Così provocati in più audace e considerevole modo gli Austriaci,
-ritornati in grosso corpo, tentarono essi più volte di penetrare
-nella Valle, non per le vie di Argegno soltanto, sibbene da varie
-altre direzioni; ma furono sempre e gagliardamente dovunque respinti
-con gravissimi loro danni, finchè nel giorno 3 novembre, dopo aver
-sostenuto con quelli del lago un breve fuoco, riuscirono, scortati
-da due guide di Finanza — Pensa e Melloni — che a loro vergogna van
-ricordati, a salire per il Bisbino, e avanzandosi a rapida marcia,
-pervennero poi ad impadronirsi delle vette dei monti che fiancheggiano
-a sinistra la parte della Vall’Intelvi, la qual si chiama di Schignano,
-dal paese di tal nome — ciò che non sarebbe stato loro possibile
-certamente, se il generale D’Apice, che fin dal giorno avanti
-occupava co’ suoi 200 bravi soldati quelle cime, veduti da lontano
-gli Austriaci, non avesse fatto retrocedere la sua truppa infino a
-Schignano. —
-
-È la gente di questo paese assai rimarchevole per islancio, per
-coraggio e per costanza in tutto che riguarda alla patria libertà: e
-dove il D’Apice avesse fatto debito assegnamento su di essa, avrebbe
-indubbiamente trovato nella medesima un validissimo appoggio. Ma egli,
-riuniti e fatti schierare sulla piazza comunale tutti gli uomini suoi,
-che sommavano, come si è detto, a meglio di 400, ordinò loro la marcia
-di ritirata per le gole che transitano al territorio della Svizzera.
-
-Perchè mai questo generale aveva egli lasciato scoperto il passo alla
-Valle dalla parte del Bisbino?.... Perchè non ha poi riparato a tale
-mancanza approfittando delle magnifiche posizioni che avrebbe potuto
-agevolmente tenere con duecento militi valenti come quelli che erano
-sotto i proprî comandi, ed ardentissimi inoltre di battersi per la
-libertà d’Italia, e da dove si sarebbe potuto di leggieri, non che
-impedire al nemico d’inoltrarsi, respingerlo e sbaragliarlo quantunque
-assai superiore di forze; ed ordinava invece, all’appressarsi degli
-Austriaci, l’abbandono vigliacco di quel campo senza colpo ferire,
-lasciando così ai medesimi libera la via a discendere nella insorta
-vallata, che metteva poi tutta in loro balía ed in preda alle loro
-vendette?
-
-Operò così il D’Apice per codardia, ovvero per tradimento?.... Non si
-potè da alcuno asserire se per l’una o per l’altro; soltanto corse voce
-allora che forti dissidî fossero nati tra lui e il comandante Arcioni:
-certo è che egli bruttò la sua fama con quel fatto, che ridusse quella
-nobile insurrezione alle proporzioni d’una inutile fazione, che valse a
-nuovo pretesto alla bestiale ferocia dei nostri oppressori.
-
-Perdurando nella lotta con tanto vigore ed entusiasmo fino allora
-sostenuta, ed alla quale avevan già presa parte energica molti altri
-paesi del lago, è a credersi che, caldi com’erano tuttavia in quei
-giorni gli animi lombardi, si sarebbe tradotta in fatto la idea
-preconcetta di redimere nuovamente colla rivoluzione la Lombardia.
-Perocchè, alimentata la sollevazione e mantenuto inviolabile quel
-centro d’opposizione per alcuni mesi ancora, avrebbe di non poco
-contribuito alla campagna che si aprì nel marzo del successivo
-anno; e divergendo parte delle forze nemiche e costituendo un nucleo
-importante, sarebbe stato un freno ai tradimenti che disonestarono in
-quell’epoca il nome italiano e la nostra causa, ed un eccitamento a non
-vederla finita nella giornata infelice di Novara.
-
-I pochi dei nostri, quelli cioè di Argegno e della vallata cui s’erano
-collegati alcuni Ungheresi disertori dell’Austria, trovatisi soli nel
-vasto campo, distesisi in catena pel monte S. Bernardo, sperarono un
-momento, dandosi a molestare il nemico che loro stava di fronte, di
-potersi ancora sostenere. Ma dopo poche ore di accanito combattimento,
-scarsi troppo di numero, privi di chi sapesse con valentia dirigerli,
-difettosi affatto di viveri e disperando soccorsi, cessarono, ma
-onoratamente, dal loro gagliardo e generoso proposito.
-
-Gli Austriaci, cui erano toccate nei diversi fatti di quella
-rivoluzione considerevoli perdite, baldanzosi di trovarsi finalmente
-— senza alcun loro merito — padroni di quei luoghi, si diedero a fare
-stragi e mal governo.
-
-Il Casino, detto dei Signori, posto sulla cresta della montagna alla
-destra di Schignano e che dà alla Svizzera, fu da loro saccheggiato:
-la povera osteria del Brenta, noto ad essi per il promotore di quella
-sollevazione, soqquadrarono tutta quanta e poi diedero alle fiamme, sì
-che fu tolta alla diserta famiglia di lui, che s’era di là involata e
-ramingava altrove, la speranza perfino del ritorno: fucilarono un tal
-Domenico Ceresa detto _Tardett_ di Schignano, che tentava sottrarre
-alla loro rapacità i proprî armenti, ed un Ungherese che, diretto alla
-Svizzera, si era per quelle vie smarrito.
-
-La insurrezione per tal guisa soffocata, ebbero la Valle Intelvi
-ed Argegno a deplorare in seguito, oltre ad enormi contribuzioni,
-la carcerazione e la morte di parecchi individui che furono dei più
-risoluti, il cui arresto avvenne nella festa di Pasqua del 1849 in
-una osteria di Casasco, chiamata del Foino, dove i medesimi trovavansi
-tuttora armati; e ciò in seguito a delazione fatta dalla Gendarmeria di
-Castiglione di Intelvi all’I. R. Comando Militare di Como. — Costoro
-erano: _Andrea Brenta, Giuseppe Manzoni, detto_ Rossin, _un disertore
-ungherese, Giovanni Pizzala, Niceforo e Luigi Bernarda, uno svizzero ed
-un varesotto_.
-
-Meno i primi tre, che furono fucilati nel sesto giorno dopo la suddetta
-Pasqua, cioè a mezzo l’aprile (14), gli altri ottennero poi la libertà,
-perchè s’avesse anche il dovere di proclamare l’austriaca clemenza.
-Taluni di questi ultimi per altro, onde assicurarsi della vita,
-dovettero tosto emigrare, conscî che l’Austria non perdona e non oblía.
-
-Brenta, il caldo patriota, l’iniziatore di quell’insurrezione, andò
-incontro alla morte da coraggioso ed intrepido, siccome aveva vissuto.
-Egli contava soli 37 anni. Sul luogo del supplizio, che fu il piano
-della Camerlata, stringendo la croce, simbolo del comune riscatto,
-rivolse al popolo efficaci parole di fede sulla redenzione della patria
-nostra, e moriva, come muoiono gli eroi, ricusando aver bendati gli
-occhi, poichè il morir per la patria non l’atterriva, e gridando: _Viva
-Italia!_ Lo stesso ufficiale austriaco, che dovette comandare di far
-fuoco sopra di lui, fu talmente commosso da cotanto patriottismo ed
-intrepidezza, ch’ebbe a dire, che se gli fosse stato possibile, avrebbe
-voluto ad ogni costo salvar la vita di quel magnanimo. — Mentre veniva
-tradotto al luogo della esecuzione, al Giuseppe Manzoni che doveva
-subir l’egual pena e che si lamentava di dover per quel modo morire,
-così francamente parlava il Brenta: _Taci, e tienti contento, chè anche
-tu hai fatta la tua parte!_
-
-Queste prove d’eroismo si rinnovarono fortunatamente spesso tra noi
-in questi ultimi anni di lotta; e si vorrebbe che a perpetua memoria
-si scolpissero i nomi e i fasti gloriosi in marmorei monumenti, e
-che il paese non fosse così trascurato, siccome si mostra, della
-povera condizione delle famiglie de’ suoi martiri. Chi finora ha
-pensato a quella, per esempio, numerosa del Brenta? — Egli lasciava
-nella desolazione e nella miseria la moglie e nove teneri figli, che
-ancora attendono che la patria paghi inverso di essi il debito della
-riconoscenza.
-
-Ridotta la Valle Intelvi ed Argegno al silenzio, gittati nella
-costernazione per la morte di tanti suoi valorosi, non si diedero
-i loro abitatori a vigliacco avvilimento; ma chiusi nelle più
-generose aspirazioni, tenendo l’occhio alla capitale d’onde muovevano
-quotidianamente esempî di ostinata opposizione contra l’austriaco
-governo, stettero aspettando che suonasse nuovamente l’ora della
-riscossa. Impazienti per altro taluni de’ sunnominati, fra cui l’Andrea
-Grandi e un de’ Bernarda, nell’atto che dalla Svizzera, nell’anno
-1854, stavano riportando alle loro case le armi che avean ricevuto dal
-partito d’azione in Lugano, venivano arrestati e tradotti nelle segrete
-di Mantova, da dove, dopo la tortura inquisitoria di quei famigerati
-che furono Sanchez e Pichler, uscirono condannati agli ergastoli
-di Padova, da cui vennero liberati dall’amnistia del 1857, prima
-conseguenza del congresso di Plombières.
-
-Dieci anni durò la dolorosa prova e l’aspettazione degli animi: spuntò
-finalmente il 1859.
-
-Voci di guerra, mosse primamente dalle sponde della Senna, corsero
-presto anche le rive del Lario: il tempo della rivincita si appressava,
-quello dell’espiazione per l’Austria era imminente.
-
-Non tardò essa a scoppiare: noi tutti salutammo felici e benedicemmo
-la terribile distruggitrice dell’uman genere, la grande sventura dei
-popoli, la guerra: era essa l’unico mezzo onde porre fine alla sventura
-ancora più grande e deplorabile, la oppressione straniera.
-
-Sul principiar della guerra di quell’anno, Argegno, fra i più
-ardenti paesi di Lombardia, fremeva attendendo il momento propizio di
-infrangere alla sua volta, e per sempre, il giogo della schiavitù.
-
-Son note le ragioni che servirono a rompere le ostilità fra Piemonte
-ed Austria, ad allearsi Sardegna e Francia; son noti i gloriosi
-combattimenti dell’armi alleate: io non mi arresterò a tener conto di
-essi, onde venir difilato all’argomento mio.
-
-Giunse il 26 maggio: in quel mattino un battello a vapore percorreva
-il lago annunciando ai varî paesi d’ambe le sponde, allo scopo di
-farli insorgere, la vittoria riportata dal corpo del prode Garibaldi
-a Malnate, terra fra Varese e Como. Ognuno sa come il fatato
-Nizzardo, spiccatosi coi Cacciatori delle Alpi da lui comandati dal
-nucleo dell’esercito alleato, si fosse condotto pei paesi del Lago
-Maggiore a Varese, e di là avesse incominciato una serie di gloriosi
-combattimenti, di fatti d’armi arditi e fortunati: e però la notizia
-che si diffondeva era di non dubbia importanza.
-
-Don Battista Rosati, vicario della parrocchiale d’Argegno, uomo
-svisceratissimo della sua patria, italiano in cui fu sempre calda
-la fede della redenzione di essa, e che molto si adoperò nei tempi
-difficili a propagarla in quei dintorni, onde vi fosse prontezza
-d’ajuti nel giorno del cimento, messosi in un burchio, andò incontro a
-quel piroscafo per aver nuove da Como, e vi raccolse infatti la fausta
-novella.
-
-Ritornato costui alla sponda d’Argegno, non è a dirsi con quale accento
-di giubilo e di entusiasmo gridasse a’ suoi conterranei: _Figliuoli,
-viva Italia! — l’ora segnata dalla Provvidenza è giunta — vittoria di
-Garibaldi a Malnate — il generale Garibaldi colle sue valorose truppe
-è in vicinanza di Como. — Ringraziamo Iddio, e facciamo tosto il dover
-nostro._
-
-E la gente d’Argegno fu pronta e sollecita alla riscossa. Avendo a capo
-quel medesimo prete, parecchi, de’ quali i nomi sono: Plinio Peroni,
-Giacomo Bernarda, Tomaso Spinelli, Antonio, Luigi e Santino fratelli
-Rosati, Costante Ambrosoli, Pasquale Grandi, Carlo Fraquelli, Antonio
-Visini, Giacomo e Antonio fratelli Grandi, Ernesto Bernarda, Carlo
-Patriarca, Andrea Grandi, Eugenio Zucchi, G. B. Bosisio ed Eugenio
-Bernarda — ristrettisi insieme, disarmarono in quel Comune i soldati
-austriaci, i finanzieri e i gendarmi; indi percorrendo la valle, dove
-si unì loro, prestando energico ajuto, un giovane milanese, l’ingegnere
-Tizzoni, che per lavori censuari colà si ritrovava, operarono dovunque
-il disarmo delle guardie di Finanza, fecero l’arresto del commissario
-di dette guardie in San Fedele d’Intelvi, signor Durini, uomo che
-si rese indegno del nome italiano e della illustre famiglia alla
-quale appartiene; e sarebbero pur riusciti ad arrestare anche quelle
-due guide di Finanza, Pensa e Melloni, che nella rivoluzione della
-Vall’Intelvi nel 1848 si erano infamati guidando gli Austriaci nella
-detta valle per la via del Bisbino, se costoro, avvertendo al pericolo
-che lor sovrastava, non se ne fossero in tempo sottratti. Essi vennero
-catturati in appresso per cura della R. Questura di Como.
-
-Cotali atti della gente di Argegno devono dirsi di sommo ardimento,
-considerato che nel giorno 26 maggio si compivano da quel solo paese,
-mentre le altre terre del lago se ne stavano ancora titubanti a cagione
-che l’Urban, generale dell’Austria, aveva in Como concentrato un corpo
-di oltre dodicimila uomini, e si mostrava disposto, bestiale siccome
-era, a far man bassa con chichessia avesse mostrato di partecipare
-al generale commovimento; talchè da tutti si dicevano impazziti gli
-abitanti di Argegno.
-
-I battelli a vapore del lago, che fin dal mattino di quel dì si
-emanciparono dal servizio austriaco, ebbero in detto giorno e nel
-susseguente ad unico sito di stazione la riva di Argegno: nè vi fu
-modo, finchè gli Austriaci rimasero, che si riconducessero a Como,
-dov’erano istantemente richiamati, perchè il capitano di uno di essi,
-lo Scannagatta, che collo scampanellar del suo piroscafo e con efficace
-parola avea contribuito potentemente a bandir quella sommossa, risoluto
-ad ogni audace impresa, seppe persuadere il rifiuto. — E gli abitanti
-di questo paese furono i primi altresì che, partendo la notte dal 27 al
-28, si portarono a Como per ricevervi festosamente l’invitto Garibaldi
-e la valorosa sua armata, alla quale si unirono tosto come volontarî
-ventitrè di essi Argegnesi. E qui è da notarsi che la popolazione di
-Argegno, sommando soltanto a 650 anime, forniva con quei 23 volontarî
-un ben importante contingente alla guerra nazionale.
-
-Onore pertanto a questa valorosa terra, onore a’ suoi animosi
-abitanti!...
-
-A coloro che, leggendo questo libro, avranno domandato a questa
-Escursione la semplice descrizione di luoghi, o romanzesche leggende,
-io penso che la narrazione che ho fatto invece di antichi e gloriosi
-fatti e della patriottica partecipazione di questa amena e magnifica
-valle all’epopea della italiana indipendenza, penso che sarà stato di
-largo compenso, come sarà di più efficace eccitamento a percorrerla ed
-ammirarla.
-
- [Illustrazione: Isola Comacina, Balbianello, Bellagio.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE DECIMAQUINTA.
-
-L’ISOLA COMACINA.
-
- Le cascate di Camoggia. — Colono. — Sala. — Villa Beccaria.
- — Zocca dell’Olio. — Isola Comacina. — La sua storia. — La
- processione e la Scorobiessa. — Isola. — La torre del Soccorso.
- — Campo. — La villa Delmati. — Dosso di Lavedo. — Balbianello
- e la villa Arconati. — Il torrente Perlana. — La Madonna del
- Soccorso.
-
-
-Riconducendoci ad Argegno, e da qui movendo all’insù del lago, seguendo
-la medesima sponda, dobbiamo questa volta proporre a meta della
-nostra peregrinazione questa Isola Comacina, un dì più famosa certo di
-quello non lo sia oggidì. Vi troveremo importanti memorie di storici
-avvenimenti, che non sarà, per chi ha cuore e amor di studî, discaro di
-ricordare.
-
-Intanto lungheggiando questa sponda, la sua severità, che ebbe, a
-vero dire, il suo principio dalla punta di Torrigia, è divertita dalle
-bellissime cascate di Camoggia, le cui acque con molto fragore balzan
-dalle alture e spumeggianti si gettano nel lago. Una semplice casetta
-da contadino sta al piede del monte e testimonia che vi ha chi sfrutta
-e que’ pascoli e que’ boschi.
-
-Dopo un certo tratto silenzioso e disabitato, si presenta Colono,
-paesello, come Blevio, Careno, forse Corinto in antico, Palanzo, Lemna
-e Nesso che già visitammo, il qual rivela nel suo nome, che ricorda
-altresì l’_Edipo a Colono_ di Sofocle, la presenza di una immigrazione
-greca; la quale, come già altre volte notai, pur si manifesta nel
-nome di altre terre, come Campo, che troverem tra breve, Lenno, Dorio
-e Dervio, forse anticamente Delfo; avvalorandosi così la credenza
-di coloro che pretesero aver qui, come pur già dissi, Giulio Cesare
-dedotta una colonia ellenica di cinquecento uomini di prestanti
-famiglie. E pare che gli abitatori di questi paesi serbassero le
-costumanze antiche, computando gli anni dai consoli, e rammentando
-l’autorità dell’imperatore greco sedente in Costantinopoli, quantunque
-non ne avesse su di essi giurisdizione, negli anni di Cristo 571 e 572,
-a’ quali accennano due lapidi latine che si distinguono tuttavia in
-Lenno, e che riferirò a suo luogo.
-
-Tuttavia a Colono si hanno traccie sufficienti di colonia romana nei
-ricordi di un arco antico, che evidentemente lo attestano di romana
-architettura.
-
-Succede a Colono, Sala, paesello che vive di pescagione e sul confine
-del quale ha il suo letto il torrente Premonte, e sulla punta sporgente
-nel lago sorge la villa Beccaria, che appartenne a Cesare, l’immortale
-autore _Dei Delitti e delle Pene_ e dove vi morì il suo degno figlio
-marchese Giulio; e la quale chi la visitò afferma somigliare ad un buon
-libro che attiene più che non prometta.
-
-Tutta questa parte, che forma un certo grazioso bacino, la si può dire
-una primavera anche nel verno: la neve, se cala, vi sparisce subito: il
-verde vi è costante e però agrumi e ulivi vi allignano, per la mitezza
-del clima, all’aperto, nè i fiori han d’uopo di serre: lo stesso che
-sul lago Maggiore avviene ne’ dintorni di Cannero, che si trovano
-nell’eguale condizione di postura. La calma che anche regna nelle onde
-di questo seno, a cui l’isola forma quasi baluardo contro l’ira dei
-venti e dei flutti, ha fatto dare a questo tratto dagli abitanti del
-paese la denominazione di Zocca dell’Olio. Perocchè davanti a questa
-villa Beccaria si schierino a fianco Sala e davanti l’Isola Comacina, a
-cui eravamo diretti, e che è anche la sola isola del lago.
-
-Essa conta tutta una storia; nè è a credersi che la sua estensione
-fosse quella che presenta oggidì, dovendo certamente essere stata
-maggiore, rôsa quindi all’intorno dalle innondazioni che via ne
-trascinarono poco a poco molto terreno.
-
-Chi conobbe l’itinerario d’Antonino, vuole che dell’Isola Comacina vi
-sia fatta menzione: certo all’epoca dell’invasione longobarda cominciò
-ad essere teatro di lotte animose e fiere. Un Francione, generale di
-Maurizio imperatore d’Oriente, vi si rifuggì e mantenne indipendente,
-l’isola appellando Cristopoli, quasi posta sotto la protezione
-speciale di Cristo. Ma Autari, re longobardo, la strinse e l’assalì
-vigorosamente con numerosa flottiglia, e dopo una gagliarda resistenza
-di sei mesi, l’ebbe per onorevole capitolazione di quel prode, che
-ottenne di ritirarsi colla moglie a Ravenna. Ricchissimo fu il bottino
-che vi fe’, occupandola, il longobardo.
-
-Successivamente fu l’isola ricovero a Gaidulfo duca di Bergamo,
-allorchè si ribellò a re Agilulfo; poi al re Cuniberto, quando dovette
-cedere alla prevalenza del duca Alachi di Brescia; quindi alla famiglia
-di Ausprando, dove per altro essa fu immolata dal suo nemico Ariberto,
-che a maggiore vendetta smantellò anche l’isola che l’aveva ricoverata.
-
-Quivi pure rifugiavasi la famiglia di Berengario nel 962 dall’irruenza
-delle armi del suo più felice competitore Ottone di Germania, e
-gli abitanti di queste rive che, parteggiando per quest’ultimo, lo
-forzarono alla resa e ne disarmarono il castello, ebbero in premio la
-conferma dei diritti di comune all’isola nel seguente documento, che
-val la pena di conoscere:
-
- “In nome della santa ed indivisibile Trinità, Ottone, per voler di
- Dio, imperatore augusto.
-
- „Se assentiamo alla domanda degli altri nostri fedeli, molto più
- giustamente inclinar dobbiamo le orecchie alle preci della diletta
- consorte nostra. Sappiano dunque tutti i fedeli nostri e della
- santa Chiesa di Dio presenti e futuri, che Adelaide imperatrice
- augusta, moglie nostra, invocò la nostra clemenza, affinchè per
- amor suo gli abitanti dell’isola Comasca e del luogo che dicesi
- Menaggio ricevessimo sotto la nostra tutela e confermassimo
- coll’autorità nostra i privilegi che ebbero dagli antecessori
- nostri e da noi stessi aventi l’unzione imperiale, cioè di non far
- oste, non aver l’albergario, non dar la curatura, il terratico,
- il ripatico, e la decima del nostro regno, nè andar, se non tre
- volte l’anno, al placito generale in Milano. Tanto concediamo ecc.
- Dato all’ottavo avanti le calende di settembre (25 agosto), anno
- dell’incarnazione 962, I dell’impero del piissimo Ottone, indizione
- V, in Como.„
-
-La giurisdizione politica dell’isola doveva estendersi a que’ giorni,
-oltre l’isola propriamente detta, a tutto il tratto da Argegno sino a
-Villa di Lenno, dall’una e dall’altra sponda.
-
-Gli isolani nella guerra dei dieci anni, dal 1118 al 1127, mossa dai
-Comaschi a’ Milanesi stati prima amici coi primi, poscia congiuntamente
-a Menaggio, Gravedona e a tutte quelle terre del lago ch’erano a queste
-vicine, lor si chiarirono avversi; onde i Comaschi ne tiraron vendetta,
-desolando molti loro paesi e l’isola, che da allora cessò d’essere
-popolata e dal dare a parlare di sè.
-
-Oggi, a chi la vede, par non credibile che possa essere stata
-importante luogo: eppure fu scritto che sul ripiano più elevato
-sorgesse il castello, che i pochi abitanti odierni additano ancora ove
-fosse; che ben nove chiese vi esistessero e che il vescovo Litigerio vi
-avesse collocato perfino una Collegiata di canonici.
-
-Ruderi ad ogni modo di fortilizî veggonsi tuttavia, che si vanno però
-sempre struggendo, per sostituirvi piante e seminagioni, e in una
-festa annuale, nel 24 giugno, per antichissima tradizione, si riproduce
-intorno ad essa una delle tante assurde e superstiziose scene, onde non
-è libero ancora il cristianesimo del contado.
-
-In quella giornata, sacra a San Giovanni Battista, il clero in
-processione vi gira in una gran barca detta la _Scorobiessa_, e negli
-anni addietro essa veniva altresì accompagnata dalla rappresentazione
-scenica della decollazione del Precursore.
-
-Raffiguravasi il re Erode, che, in mezzo al suo corteo, comandava
-decapitarsi il santo, il qual doveva essere un fantoccio, perchè
-realmente si vedeva, al calar del fendente, balzare la testa e il
-sangue sprizzare da un otre che vi era predisposto dentro, con immensa
-edificazione e gaudio della devota popolazione.
-
-In seguito della suddetta guerra decenne, gli abitanti, parte
-ripararono a Varenna; gli altri si fabbricarono sul lido le loro
-case, e il paese che ne uscì appellarono dal luogo che avevan dovuto
-abbandonare, Isola, dove risiedette anche la Collegiata che ho testè
-ricordata.
-
-Lasciando Isola, in su spingendo l’occhio, vedesi su d’un greppo un
-avanzo di torre, che denominano del Soccorso, di solida costruzione,
-quadrata, e che doveva servire o di vedetta o di momentaneo rifugio.
-
-Subito dopo Isola, è Campo, ove la villa che prima era dei Giovio,
-venduta poscia a Tolomeo Gallio, che di ville sul lago n’ebbe più
-d’una, ebbe a ritornare di poi ai Giovio; nel 1787 venne da essi ceduta
-al cardinale Angelo Durini, che l’ampliò ed arricchì di molto; e forse
-è questa la villa del prelato, che, colla scorta dell’Amoretti, io
-cercavo a Moltrasio invanamente.
-
-La superstizione, svegliata dal giuoco dei venti che vi producevano
-rumori, tenne lungo tempo disabitata la villa; ma essa ora appartiene
-ai signori Delmati, che l’abitano senza tema che diavoli e fantasime vi
-facciano ridda e tregenda.
-
-Proseguendo il cammino, giungesi al Dosso di Lavedo, ov’era prima un
-convento di Francescani, che, acquistato dallo splendido cardinale
-sunnominato, vi fabbricò un portico sull’eminenza, e ne costituì la
-villa che vi si vede, che si noma Balbianello, e spetta adesso al
-marchese Arconati. Da questa villa si domina il maraviglioso bacino
-della Tremezzina, cui ci tarda di giungere, e più giù il tratto
-di lago che abbiam trascorso in questa nostra escursione, la quale
-chiuderemo additando all’insù di Spurano ed Ossuccio il Santuario della
-Madonna del Soccorso, al quale conduce un’ampia strada fiancheggiata
-da quindici cappelle sul far di quelle della Madonna del Monte di
-Varese, con entro raffigurati, taluni in plastica, taluni in pittura,
-i religiosi misteri. L’opera di queste cappelle è dovuta alla pia
-costanza di Timoteo Snider, che fu eremita di questi monti, il quale
-e col mendicare e collo insistere presso le famiglie più facoltose,
-potè recare ad effetto il suo divisamento. Degli artisti che vi
-lavorarono, si addita un Francesco Torriani da Mendrisio per la
-cappella dell’Orazione di Gesù nell’Orto, dipinta; e un Agostino Silva,
-per le figure non senza merito scolpite in quella che rappresenta la
-disputa dei dottori, che è anche la più ricca cappella. Forse è pur
-egli l’autore di sculture di altre cappelle. Il Santuario è un bel
-tempio cui traggono continuamente, massime alla Madonna di settembre,
-i devoti. A mezzo la via, si passa sul torrente Perlana, traversandolo
-su di un ponte di legno, e le tumultuose sue acque, che mettono in
-movimento de’ mulini, precipitandosi al basso, formano una cascata di
-effetto assai pittoresco.
-
-L’origine del Santuario vogliono che derivi da una effigie mutilata
-di sasso rinvenuta colà, Dio sa come, da’ montanari, alla quale,
-appiccicata una testa e una figura di bambino, la salutarono Madonna,
-la venerarono in una chiesuola; poi, per grazia ricevuta, questa, a
-spesa de’ terrieri del lago, fu tramutata nel grandioso Santuario,
-conosciuto sotto il nome della Madonna del Soccorso, stato consacrato
-nel 1837 dal vescovo di Como, allora monsignor Bonesana.
-
-Un’altra statua si conserva ed è dipinta e porta infatti questa
-iscrizione: _Questa figura è quella che fu depinta quando questa gexia
-comenzò ad essere frequentata per li molti miracoli e grazie._
-
-Legati e doni arricchirono la chiesa per parte di chi si professò
-riconoscente per qualche grazia colà supplicata ed ottenuta.
-
-
-
-
-ESCURSIONE DECIMASESTA.
-
-LA TREMEZZINA.
-
- Le bellezze della Tremezzina. — Versi. — Villa. — Villeggiatura
- Carove e la _Commedia_ di Plinio. — Ville Torri e Vacani. —
- Lenno. — Lapidi antiche. — L’abbazia dell’Acquafredda. — Il
- chiostro di S. Benedetto. — Ville Litta, Barbavara, Carmagnola
- e Carcano. — Bolvedro. — Villa Busca. — Le ville Spreafico,
- Scorpioni, Kramer, Gerli, Della Tela, De Orchi, Campagnani,
- Sala, Mainoni, Guy, Giulini. — Il caffè di Tremezzo. — Albergo
- Bazzoni. — _Hôtel garni_. — Grianta. — La grotta.
-
-
-Entrati in questo bacino, che è il più bello, il più ampio e il più
-ridente, una vera meraviglia insomma di terra e di acque, par che
-il cuore ci si allarghi, che si dilati il polmone a bevere quanto di
-questo aere purissimo è capace, e la mente corre a cercare immagini
-poetiche e versi che esprimano tutto quell’ineffabile sentimento che
-si prova. _Hic ver assiduum, atque alienis mensibus æstas_[23], come
-direbbe il Poeta delle Georgiche; ma se poi avviene che al fianco vi
-troviate un’Eva qualunque di questo paradiso, l’inno allora vi sgorga
-più limpido ed acceso, perocchè l’ammirazione divisa e più accesa si
-avvalori, si faccia maggiore.
-
-Molt’anni addietro, ne’ passeggi che facevo tra questi monti, che
-ricingono verdeggianti queste rive; nelle gite del lago, durante il
-giorno; nelle sale di conversazione, a notte, non c’era caso, una
-giovinetta leggiadra e sola, piena di riserbo e cortese ad un tempo, io
-la scontravo sempre, s’anco avessi preferito, al chiudermi la sera in
-una sala, lentamente trascorrere in canotto sotto i vaghi palazzini; se
-mi giungevano i suoni or mesti, or lieti di Schubert o di Fumagalli,
-chiedendo da chi il piano-forte fosse stato tocco, ero certo mi si
-dicesse da lei, da quella giovinetta che aveva finito per appellare il
-_Genius loci_, per desiderarla in ogni escursione, per non divertirmi
-ov’ella non fosse. Era agevole farsi a quella simpatica abitudine.
-
-Lo seppe ella? Nol so: prima di partire, a mo’ di memoria, mi
-chiese de’ versi pel suo _Album_: eccoli, che non so com’io li abbia
-conservati.
-
- O del Lario incantevoli
- E benedette sponde,
- Ov’io passai dei liberi
- Ozî l’ore gioconde,
- Qual mai spirto cortese
- A voi rivolse il piè
- E in voi l’oblio discese,
- E cancellarvi dal suo cor potè?
- Non io, non io: fra i turbini
- Della città ravvolto,
- Fra i polverosi codici,
- Ne’ studi miei sepolto,
- O nel rumor del giorno,
- O nel notturno orror,
- Sempre fa a voi ritorno
- Sull’ale del pensiero il mesto cor.
- E veggo allor sorridermi
- Il vostro azzurro cielo,
- Sento il mitissimo aëre
- Scender nel petto anelo,
- M’inerpico pei monti
- Con fervido desir
- Vaghissimi orizzonti,
- Non prima immaginati, a discoprir.
- E fiso il guardo immobile,
- Come se mai non pago,
- Nell’onda queta e cerula
- Del scintillante lago,
- In cui superbe a mille
- Come odalische in mar,
- Terre, palagi e ville
- La lor bellezza alternansi a specchiar.
- Poi, come fosse il genio
- Di quelle rive amiche,
- O come ondina e silfide
- Delle canzoni antiche,
- Dovunque il guardo io giro,
- Nel suo leggiadro vel
- Una fanciulla io miro,
- Quasi una cara visïon di ciel.
- Entro la snella gondola,
- Fra i ciclamin’ del monte
- D’ogni ruscel sul margine,
- Sempre mi sorge a fronte;
- E i balli se rammento,
- O l’ilare canzon,
- Veggo il suo piè, ne sento
- E mi accarezza di sua voce il suon.
- Anco i vocali avorii
- Da lei percossi ascolto,
- Seguo il vivace eloquio
- Che sì le irradia il volto:
- No, questi monti e il lago
- Più non potrò veder
- Che la gentile immago
- Non s’affacci repente al mio pensier.
- O del Lario incantevoli
- E benedette sponde,
- Ov’io passai dei liberi
- Ozî l’ore gioconde,
- L’anima pellegrina
- Sovente a voi verrà
- A chieder la divina
- Che m’ispiraste arcana voluttà.
- O voi, se a quelle floride
- Pendici un dì trarrete,
- E in quel leggiadro spirito
- Se mai v’incontrerete,
- Non creder che a me il canto
- Fiamma volgar dettò:
- — Ella fu a me soltanto
- Musa che gli estri accese ed ispirò. —
-
-La Tremezzina, delle etimologie del cui nome faccio grazia al lettore,
-per non infilargliene di marchiane, seguendo i diversi che la pretesero
-indovinare, e che forse ebbe il suo nome da Tremezzo, paese che siede
-_tra mezzo_ il bellissimo golfo, comprende quel tratto di lago che,
-dopo Balbianello, si distende fino a Menaggio, ed è in quanto ai monti
-a cui s’addossa tutto ricco della più rigogliosa vegetazione: a campi,
-a vigne, a uliveti, a giardini, a quando a quando intersecati da’
-torrenti che portano abbondanti acque al lago; e in quanto alla sponda
-del lago, essa non è che una serie continua di ville, di paeselli, di
-palazzi, di alberghi, che riflettonsi vagamente nell’onde.
-
-Passiamoli tutti in rassegna.
-
-Primo del bacino è il paesello di Villa, interessante a vedersi,
-perocchè qui si dica vi fosse, nel luogo ove sorge adesso la villa
-dell’ingegnere Carove, la villeggiatura di Plinio il Giovane, ch’egli
-chiamava _Commedia_, e della quale dicono si veggano tuttavia avanzi
-entro il lago, allorchè limpida è l’onda. Qui vi hanno ville di
-presente anche le famiglie Torri e Vacani.
-
-Procedendo oltre, a breve distanza è Lenno, terricciuola non priva
-d’interesse ed ove ci tratterremo alquanto di più. Il suo nome è pur
-desunto da Grecia, Lenno, essendo un’isola del mar Egeo già sacra
-a Vulcano. Eravi in addietro un tempio periptero, o tutto recinto
-da portici, e nella cripta pur sussistente si leggono due lapidi
-cristiane, delle quali feci parola nella escursione passata, come
-testimonî che i greci qui immigrati continuarono per lungo tempo a
-contare gli anni come se ancora fossero stati nella madre patria.
-
-Eccole:
-
-_Hic requiescit in pace B. M._ (bonæ memoriæ) _Cyprianus qui vixit in
-hoc sæculo annos p. m. XXXII dep. sub. d. VII. octob. ind. V. post
-cons. d. n. Justini p. p. aug. ann. VI_, cioè nell’anno sesto dopo
-il consolato di Giustino nostro signore perpetuo augusto; lo che
-equivarrebbe all’anno 572 di Cristo.
-
-La seconda: .... _Vixit in hoc sæculo a p. m. XXVI dep. sub..... III
-post consulatum Basilii d. n._; e sarebbe nel 545.
-
-A Lenno è il torrente detto dell’Acquafredda, che si butta nel lago:
-più sopra diede già il nome ad un’abbazia di Cistercensi soppressi nel
-1785 da Giuseppe II; e chi la visita, salendo il monte, trova compenso
-alla fatica nel più superbo panorama che gli si distende avanti. Da
-questo chiostro, per sentieri praticati nel monte ed aspri, non par
-vero che si giunga poi ad altro edifizio non meno interessante e
-bello, il chiostro di S. Benedetto, dove l’architettura della chiesa
-dell’undecimo secolo merita essere veduta e dove mirabile del pari e
-pittoresca è la veduta.
-
-Non si lasci Lenno senza volgere lo sguardo alle ville dei Litta, dei
-Barbavara, dei Carmagnola e dei Rezia, ora Carcano, che si succedono,
-una dell’altra più bella.
-
-A Bolvedro, altro paesello che segue, havvi la villa più superba de’
-marchesi Busca, dove l’ultimo di essi, Antonio, arricchì di opere
-d’arte il palazzo, ivi, fra l’altre, trovandosi quel bellissimo quadro
-del mio povero amico, Cesare Poggi, da cui è trattato l’evangelico
-episodio l’_Adultera_. Al giardino aggiunse nuove vaghezze. Narrano
-que’ di Bolvedro che appena sposa la marchesa Busca-Serbelloni, venuta
-a questa sua villa, ne avesse nell’unica notte che vi soggiornò così
-turbata la fantasia da creduti fantasmi, che rifattasi subito a Milano,
-non vi riportasse in tutta la sua vita più il piede. Lungo queste
-sponde abbiam già trovato radicate ubbíe e superstizioni, alimentate
-forse da qualche avvenimento di naturali fenomeni e dalla solitudine
-che vi regna, ma spariranno certo fra breve. Non così è infatti della
-erede ed attuale proprietaria, la gentile contessina Antonietta, figlia
-di que’ miei due dilettissimi amici che furono i marchesi Lodovico e
-Clementina Busca, rapiti troppo presto entrambi all’amor delle figlie
-ed all’affetto degli amici, che le prime letizie di un ben assortito
-connubio col giovane conte Sola rese ancora, non ha guari, più soavi
-nel soggiorno di questo suo Bolvedro.
-
-Delle ville Spreafico, Scorpioni, Kramer, Gerli, Della Tela, De Orchi,
-Campagnani, Sala, Mainoni, Guy ed altri avrebbesi a dire ed a lungo;
-ma come occuparci di tutte? Degne son esse di trovarsi l’una all’altra
-vicine e d’essere a Tremezzo, dove è il convegno di tutto il mondo
-elegante milanese. La villa Giulini, ora ad altri venduta, fu l’oggetto
-di tutte le cure del suo primo proprietario, che lo aveva fatto il più
-leggiadro ed olezzante nido. Comodità di casa, ricchezza di serre e
-giardino vaghissimo, oh! come lo ha egli potuto mutare col pur elegante
-suo palazzino di Milano?
-
-Nel caffè che si asside in mezzo a queste ville sontuose, riserbatevi
-ad entrare a sera, quando i villeggianti vi si danno la posta. Gli
-uomini al bigliardo, le signore s’accolgono tutte all’intorno di
-una sala a ripetersi gli avvenimenti della giornata, i progetti
-dell’indomani, le visite scambiate, i romanzi iniziati, le somme
-perdute al giuoco dagli eleganti fannulloni, le divertenti maldicenze,
-i pettegolezzi tutti cittadini, che qui concentrati, tramutano la
-quiete che vi si viene a ricercare in soggezione e preoccupazione.
-Ah! io amerei davvero non mescermi a tanta baraonda, per fruire invece
-delle sole dolcezze di questi luoghi.
-
-Nell’albergo Bazzoni e nell’_Hôtel garni_ si convengono coloro
-che non avendo villa propria o possibilità di valersi dell’altrui,
-amano tuttavia godere di questo terrestre paradiso che si chiama la
-Tremezzina.
-
-Da qui breve è la via che conduce per boschi a Grianta, paese che
-dà ragione agli etimologi, che il nome dedur vorrebbero da _riant_,
-sorridente, perchè infatti è amena e lieta per ogni riguardo. Beyle vi
-collocò le più interessanti scene del suo bel romanzo la _Chartreuse de
-Parme_: io invece ricordo le case signorili dei Riva, dei Mainoni e de’
-Malacrida.
-
-Montando più in alto si ritrova una delle molte grotte di questi
-monti che fiancheggiano il Lario, dove se ben si riguardasse al masso
-che vi esiste sconnesso dalla montagna, inorridirebbe pensando alla
-possibilità che un dì avesse a staccarsi e rovinar giù nel lago,
-suscitandovi uno sconvolgimento pari a quello che il masso staccatosi
-nella notte del 4 novembre 1856 di sopra le gallerie di Varenna ebbe
-già a produrre, cagionando non pochi danni.
-
- [Illustrazione: Villa Sommariva o Carlotta.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE DECIMASETTIMA.
-
-LA VILLA SOMMARIVA.
-
- La villa Sommariva. — Suo primo proprietario. — Opere d’arte. —
- Giardino. — Carlotta di Prussia e il principe di Sax-Meiningen.
- — La Cadenabbia. — Albergo di Belvedere. — Ville Brentano,
- Noseda, Piatti, duca di Sangro e Seufferheld. — La Majolica. —
- L’albergo Righini. — Villa Ricordi. — Maxime Lari. — Questione
- filologica.
-
-
-Dicono i Francesi: _à tout seigneur, tout honneur_; e però a questa
-villa denominata ancor Sommariva, che per universal sentimento si
-estima la più grandiosa e splendida di quante abbellano le ridenti
-sponde del Lario, vuolsi, come da quanti visitano questi luoghi,
-dedicare una speciale escursione.
-
-Sorge essa fra Tremezzo e la vicina Cadenabbia, isolata come una
-regina a cui le altre dame stieno per reverenza a certa distanza. È
-ingiustizia della sorte che non le sia stato conservato il nome del
-suo primo proprietario che la fe’ costrurre, del marchese Giorgio
-Clerici, cioè, che fu presidente a Milano del Senato e del quale pure
-era il magnifico palazzo nella contrada appunto detta de’ Clerici,
-convertito ora in sede della Corte d’Appello, dove pitture e dorature
-in profusione attestano ancora della immensa ricchezza di sua famiglia;
-perocchè il primo merito andrebbe dovuto a questo nome.
-
-Incominciata essa da quel patrizio, veniva ultimata da Anton Giorgio
-suo nipote, che, a dir di Gianbattista Giovio, l’amico di Foscolo, vi
-esercitò lo splendore e la magnificenza cinto d’ospiti numerosi e in
-banchetti luculei.
-
-Ma piacque tanto, e per la casa e per i ben disposti giardini, e per
-le acque che vi zampillavano, al lodigiano avvocato Sommariva, che
-fu tra i direttori della repubblica cisalpina e che vi si arricchì, a
-prova che in ogni maniera di governo la fame dell’oro prende sempre i
-maggiorenti, che se la fece sua, acquistandola.
-
-Nè è a dire quanto alla sua volta l’abbellisse ed arricchisse;
-dipinti e sculture vi recò de’ più eminenti artisti antichi e moderni.
-Parecchi quadri vi si veggono di scuola fiamminga; una bella testa,
-di Leonardo; e de’ moderni, l’ira di Achille, del Bossi, e le ceneri
-di Temistocle rese alla patria, dell’Appiani; un Marte disarmato dalle
-Grazie, del Landi; il bacio di Giulietta e Romeo, di Hayez; e la morte
-d’Atala, del Lordon. E di scultura, di antico, un’Andromeda che si
-fa passare per opera di greco scalpello; di moderno, il Palamede,
-il gruppo Amore e Psiche; e la Maddalena e la Tersicore di Canova,
-e diversi suoi modelli; e la fascia in basso rilievo rappresentante
-il trionfo d’Alessandro, di Thorwaldsen, allogato al grandissimo
-artista da Napoleone il Grande per il Quirinale di Roma e valutato
-ben settecentomila lire; un gruppo dell’Acquisti, raffigurante Marte e
-Venere; poi nell’attigua chiesuola due monumenti ai Sommariva, padre e
-figlio; l’uno eseguito da Pompeo Marchesi, l’altro da Pietro Tenerani
-con quattro statue di Luigi Manfredini, e una Deposizione dalla Croce,
-di Benedetto Cacciatori.
-
-A tanta ricchezza d’arte corrisponde la vaghezza del giardino e la
-peregrinità delle piante e de’ fiori.
-
-Vi si ponno spendere insomma nell’ammirazione più ore e partirne
-contenti.
-
-La villa fu anche detta Carlotta, perchè dopo acquistata da una
-principessa di Prussia di questo nome, che naturalmente l’aprì ad
-ospitarvi spesso regnanti e principi stranieri, e dalla quale, morta
-il 30 marzo 1855, passò al marito di lei, il principe Giorgio, duca di
-Sax-Meiningen.
-
-Confina colla bellissima villa l’albergo della Bellavista (Hôtel de
-Bellevue) della Cadenabbia, — paese che originò forse da _cà de’ nauli_
-— e il forestiero anche più schifiltoso vi trova tutto e le lautezze e
-i comodi degli alberghi svizzeri.
-
-Dopo l’albergo e le poche case della Cadenabbia, si trovano le ville
-Brentano e Noseda, quelle dell’artista Piatti, e accanto, colla
-medesima architettura, quella dei duca di Sangro, che rivela che a
-quelle due ville presiedette il pensiero d’una fraterna amicizia.
-Seguita poi la villa de’ signori Seufferheld, e dopo, il paese
-mutandosi in quello della Majolica, segue l’albergo Righini, cui tien
-dietro la villa del principe de’ nostri musicali editori, Tito di
-Giovanni Ricordi, al quale Euterpe e Melpomene hanno preparato il più
-gradito e riposato nido. Vuolsi che il solo spartito del _Trovatore_ di
-Verdi abbia, ne’ guadagni fruttati, fornito la spesa di così splendida
-villeggiatura.
-
-Oggi è breve la nostra escursione: ma in ricambio tante bellezze
-di natura e d’arte ammirabili ci occupano siffattamente, che è bene
-arrestarci e riandarle poi tutte nella memoria: _meminisse juvabit_.
-
-Immenso è il dominio dell’arte e immenso è il campo a meditare in esso,
-come ampio si presenta il bacino allo svolger del lido, appena tocca
-la villa Ricordi; e noi quivi fermadoci, pare che il vasto pelago
-armonizzi colla vastità del pensiero che accoglie e medita tutte le
-meraviglie vedute.
-
-Da qui si comprende come si potesse credere finora dai più, che
-_massimo_ venisse chiamato il Lario, nella Georgica seconda di
-Virgilio, leggendone così i versi:
-
- _An mare, quod supra, memorem, quodque alluit infra?_
- _Anne lacus tantos? te_ LARI MAXIME; _teque_
- _Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino?_[24]
-
-Ma forse il poeta volle dire invece: _te, Lari, Maxime; teque_ etc.,
-e così ricordare e il Lario e il Verbano, che tuttavia chiamiamo
-Maggiore, e il Benaco, che così meglio risponderebbe al concetto
-espresso da Virgilio nel _tantos lacus_, perchè due soli laghi,
-il Lario e il Benaco non sarebbero, a vero dire, _tanti laghi_. A
-coloro poi, i quali a questa lezione oppor volessero che in antico
-si chiamasse _Verbanus_ e non _Maximus_ quel lago, potrei rispondere
-che, se accademicamente quello fosse il suo nome, potrebbe anche
-essere stato che volgarmente venisse detto anche _Maximus_, se poi
-italianamente fu da poi appellato Maggiore.
-
-Congeneri esempî si potrebbero all’uopo recare; ma rammentandomi che il
-mio dire non deve essere irto di discettazioni filologiche, abbandono
-cui piaccia la nuova questione; chiedendo anche questa volta scusa, se
-immemore d’essere un semplice cicerone da campagna, ho dato mano per un
-istante alla ferula del pedagogo.
-
-
-
-
-ESCURSIONE DECIMOTTAVA.
-
-LA BELLAGINA.
-
- Lézzeno. — Villa Vigoni. — Villa e Cappelletta. — I Sassi
- Grosgalli. — Il Buco de’ Carpi. — Pietosa istoria. — Villa
- Besana. — S. Giovanni. — Ville Ciceri, Trotti e Poldi-Pezzoli.
- — Villa Luppia. — Villa Melzi. — Bellagio. — La _Tragedia_,
- villa di Plinio. — Il castello di Bellagio. — Marchesino Stanga
- vi edifica la villa e que’ della Cavargna la distruggono. —
- Ercole Sfondrati la riedifica. — La Sfondrata. — La contessa
- di Borgomanero, tradizione. — La villa passa ai Serbelloni.
- — Parini vi ospita. — Ora mutata in albergo. — La Crella dei
- Frizzoni. — Pescaù. — La villa Giulia, ora albergo.
-
-
-Anche la sponda opposta alla Tremezzina ha le sue vaghezze in questo
-bacino, le quali possono rivaleggiare con essa, e noi dalla Cavagnola
-dove siamo rimasti nel visitare tale sponda, costeggiamo colla nostra
-barca, che l’escursione riescirà amena ed istruttiva.
-
-Il primo tratto è un po’ malinconico, è vero, e disabitato; ma svoltato
-il piccolo promontorio ci vediamo avanti Lézzeno. Ecco il clivo è
-più coltivato, il dosso dei monti più selvoso, le case sparpagliate
-ne formano il paese e ve n’ha taluna di bella mostra, e quivi soleva
-passarvi gli ozî autunnali quel distinto oratore e pubblicista che fu
-il prete Ambrogio Ambrosoli, che vi morì il passato anno, il cui busto,
-scolpito da Pompeo Marchesi, fu, non ha guari, donato dalla _Gazzetta
-di Milano_, arringo ordinario de’ suoi liberali e dotti scritti, alla
-Società di mutuo soccorso tipografico della quale fu benemerito. Così
-più anni addietro da qui mossero due Mocchetti che ebbero qualche fama
-nelle lettere. Con tutto ciò gli abitatori di queste rive ne ripetono
-questa cattiva raccomandazione del paese:
-
- Lezzen dalla mala fortuna,
- D’inverno non c’è sol, d’està la luna.
-
-Avviene tuttavia che vi ci si trovi la particolarità di buoni fichi
-in primavera, che son quelli dell’anno precedente, che, non maturati
-in autunno, si compiono all’aprirsi della buona stagione dell’anno
-successivo.
-
-Un po’ più all’aprico, dopo Lézzeno, si specchia nel lago la villa
-Vigoni; poi segue il gruppo di case denominato Villa; quindi un altro
-detto la Cappelletta, dopo la quale si elevano i Sassi Grosgalli,
-brulli ed enormi massi e però formanti uno strano contrasto col
-rimanente del bacino tutto verdeggiante e sorridente. Scabra ne è la
-pendice che va a picco nel lago reso oscuro e tetro da essi, che vi
-progettano l’ombra e appena vi si può per aspro sentiero percorrerla.
-Sotto di essi, di fronte a Lenno, scavata nel sasso, evvi come un’ampia
-grotta, che i paesani chiamano il _Buco de’ Carpi_, forse perchè in
-quel riparo abbondano i pesci di questo nome, ed è qui che le genti
-de’ luoghi circonvicini narrano una storia pietosa d’amore, che formò
-soggetto ad una commovente novella di Antonio Picozzi, la quale provò
-anche una volta, dopo la _Guerra di Pret_ del Porta, o la _Fuggitiva_
-del Grossi, la potenza del milanese vernacolo a trattare la cosa più
-seria ed anche lagrimosa.
-
-Se sapessi che il libro non andasse tra le mani di lombardi, sarei
-tratto a commettere un reato di contraffazione letteraria, riproducendo
-l’intero episodio nel suo bell’originale; ma siccome non sarà così,
-debbo chiedere venia al mio concittadino, se le sue belle e toccanti
-sestine riassumerò in modestissima prosa.
-
-Erano i tempi del primo Napoleone, di colui che ci aveva regalata
-quella coscrizione militare che colla guerra ne mieteva il fiore
-della nostra gioventù; e nella Tremezzina viveva un buono e aitante
-giovane, che s’era fidanzato a Teresa, la più leggiadra fanciulla dei
-dintorni. Poichè tutti ora sanno come costei fosse bella, per coloro
-che capiscono il vernacolo nostro non so trattenermi dal farne loro il
-ritratto coi versi del poeta:
-
- De sedes ann, dersett, minga deppù,
- Bianca la carnagion, rosa el faccin,
- Folt negher i cavej comè on velù,
- Negher i bej oggioni de bambin....
- Dal tutt’insemma con la prima oggiada
- Se ghe vedeva l’anima ben fada.
-
-Erano già intese le nozze che compier dovevansi nel successivo
-carnevale, e però la Teresa attendeva a prepararsi il suo corredo.
-Ma ecco un dì del settembre il Peppino, che a questo nome rispondeva
-l’innamorato garzone, facevasi attendere alquanto e la poverina a
-correre a pensar male. Nè l’ingannava il cuore. Cápita il fidanzato
-alla fine e tutto conturbato le narra come, côlto dalla coscrizione,
-egli debba il posdomani essere a Como all’estrazione del numero ed alla
-visita militare. Ognun pensi l’affanno della giovinetta. Il posdomani
-arriva, Peppino è a Como, è ritrovato abile al militare servizio, ei
-deve giurare.... è soldato e appena gli son concessi tre giorni agli
-addii, perchè ei dovrà marciare per la Russia.
-
-Egli è dunque di ritorno al paese; i tre giorni passano velocissimi
-fra i pianti della Teresa e i giuramenti del coscritto: l’ora della
-partenza definitiva è suonata. La povera tosa, presaga di sventure,
-poichè dentro di sè ella sente
-
- comè ona vôs
- Che tœujendegh el fiaa la ghe dis su:
- “Teresa, el tò Peppin tel vedet pu;„
-
-non sa staccarsi da lui, e però s’imbarca ella pure con un suo minore
-fratello e lo vuole per qualche tratto accompagnare.
-
-Ma il tempo, triste dapprima, viene facendosi peggiore, l’uragano
-imperversa sul lago:
-
- Han penna ciappaa el largh, che a pocch a pocch
- Oltra el piœuv, se destend ona fiadura;
- El ciel vers Val d’Intelvi a tocch a tocch
- L’è già scur, burrascôs ch’el fa pagura;
- Ma el coscritt per la sira a tutt i cost,
- Piœuva, tempesta, l’ha de vess al post.
- Cress el brutt temp anmò col cress del vent
- Ch’el sifola piangend in di orecc;
- Ingajarda la sluscia in d’on moment,
- Ch’el par che la stravacchen cont i secc;
- No se pò pu andà innanz; bœugna cercà
- Quai paes o quai riva de prodà.
-
-Ma il vento ha sbattute le fragili imbarcazioni verso l’opposto lido,
-e giunte presso il _Buco dei Carpi_, qui dentro traggonle i rematori
-a riparo dalla bufera, attendendo ne passi la furia. Quivi nuova scena
-d’amore e di strazio. La Teresa coglie un ciclamino, che sbucciava tra
-i crepacci della grotta, e il porge al suo Peppino a memoria sua. Il
-vento si è alquanto calmato, il lago può ritentarsi di nuovo; i due
-amanti si abbracciano e baciano tra le lagrime e si son detti addio.
-Esce prima la barca che si dirizza col coscritta a Como, poi l’altra
-della Teresa. Si riguardano mestamente finchè lo possono, poi ognuno se
-ne va. La Teresa, di ritorno a casa, trova la madre del suo fidanzato
-affranta dal colpo che le è toccato d’esser priva del figlio, indi a
-pochi giorni se ne muore. La Teresa vive da allora nel corrotto e nel
-duolo, e sola consolazione è al suo cuore visitare talvolta il _Buco
-de’ Carpi_, testimonio de’ suoi estremi saluti al suo Peppino, e vi ci
-va anche soletta una volta almeno la settimana a nutricarvi il cespo
-de’ ciclamini da cui avea spiccato quello ch’ella aveva dato al suo
-povero amico. Ma ella pure deperiva in salute. Un venerdì dell’aprile,
-anniversario della partenza del suo Peppino, essa, giusta il consueto,
-si avviava al _Buco de’ Carpi_: il lago era tranquillo, era l’ora
-del vespro, e un pensiero di tristezza, un malore che provava, la
-sconsigliavano alla gita; ma l’idea che non andarvi sembrasse cosa
-di poco amore alla memoria del suo caro, la prosegue inesorabile.
-Essa dunque solca le onde col suo burchio, traversa il lago, vi è
-presso, è sull’orlo della grotta, già la prua vi penetra; quand’ecco
-un uccellaccio con rumoroso e largo sparnazzare d’ali, vi sbuca
-improvviso, rasenta la fronte della Teresa,
-
- Scappand giò per el lagh alla distesa.
-
-La povera tosa, per lo spavento dell’inatteso augello, si china onde
-schivarlo; il battello a quel suo movimento urta nel masso e si torce,
-ella perde l’equilibrio per la scossa, rovescia fuor dello stesso,
-gitta uno strido e giù va sotto l’onda. Due volte parve venisse ella
-respinta sulla superficie, e due volte risospinta giù, finchè l’onda si
-chiuse per sempre su di lei.
-
-I parenti più non la vedendo ritornare, andavano in cerca di lei,
-e dopo lungo affannarsi, trovarono il burchio vuoto, che dondolava
-a discrezione dell’onde, ma nulla di lei, per quanto la chiamassero
-altamente a voce. Solo due mesi dopo, un pescatore, ritirando le reti,
-ne raccolse la inanimata spoglia. Narra il poeta, che lo scheletro
-dell’infelice fanciulla stia ora nell’ossario di Lenno presso alla
-chiesa e vi appaja ginocchione; che il soldato reduce dalla Russia,
-quando credeva aver cessato di soffrire, ebbe il più fiero martirio,
-ritrovando morta e la madre e l’amante; sicchè non volesse più vivere
-che mesto e sconsolato nella memoria de’ suoi poveri morti.
-
-Proseguiamo ora l’escursione nostra.
-
-Oltrepassati i Sassi Grosgalli, si presenta la villa Besana e ritorna
-da questo lato pienamente ridente il golfo. Perocchè a breve tratto
-si schiera il paese di S. Giovanni colle belle ville dei Crivelli,
-ora Ciceri, e de’ Trotti; quest’ultima di stile fra il bizantino e il
-lombardo; succeduta poi da quella del nobile Poldi-Pezzoli, che prima
-era dei Taverna, più grandiosa e rinnovata da quell’abile architetto
-che è il milanese Balzaretti, al quale si debbono i nuovi giardini
-pubblici della sua città, e non poche architetture civili, fra cui ne
-primeggia la recentissima, appena ultimata, della Cassa di Risparmio in
-via Monte di Pietà. La casa qui, o piuttosto palazzo del nobile Poldi,
-si costituisce di tre corpi legati insieme da due eleganti terrazzi; il
-giardino poi è ricco di piante straniere, tra cui la canna di zucchero,
-il sovero, la canfora, l’_olea fragrans_ e boschetti di magnolie che
-profuman l’aere tutt’all’intorno.
-
-Poi v’è una villa Luppia, e da ultimo si chiude a San Giovanni colla
-più superba villeggiatura del duca Melzi, che mi reclama maggiori
-parole.
-
-Francesco Melzi D’Eril, che fu vicepresidente della repubblica
-italiana e poi duca di Lodi, l’edificò al principiare del secolo
-su disegno di quell’esimio artista che fu Giocondo Albertolli, del
-quale io già dettai le memorie biografiche e artistiche nel giornale
-dell’_Ingegnere-Architetto_ del Saldini di Milano. Come quegli che
-ridusse alla sua castigatezza l’arte ornamentale, l’Albertolli vi
-portò semplicità di linee architettoniche, ma ad un tempo armoniche e
-di gusto. Il proprietario poi l’arricchì internamente d’ogni maniera
-d’opera d’arte. A memoria di quel suo antenato, Francesco Melzi, che fu
-allievo di Leonardo ed erede dello studio di lui, volle il duca che il
-pittore Giuseppe Bossi in quattro sopraporte monocromatiche dipingesse
-quattro episodî del sommo Leonardo, e l’opera riuscì egregia. Nell’un
-disegno vedesi Leonardo che insegna al Melzi il disegno: nel secondo,
-il gran maestro, che recinto da’ suoi scolari sta pingendo il proprio
-ritratto; nel terzo, la scena in cui lascia erede il Melzi; nel quarto,
-il Melzi che insegna nella scuola eredata da quel grande. — In altre
-sale ammiransi dipinti dello stesso Bossi, di Appiani, di Migliara
-e di Sanquirico; le statue, il Davide del Fraccaroli, l’Esmeralda,
-il busto somigliantissimo di Giocondo Albertolli, e copie de’ famosi
-capolavori antichi, il Laocoonte e la Cerere, e i busti di quattro
-imperatori romani e di Letizia e Giuseppina Bonaparte; oltre affreschi
-pregevolissimi di quel famoso prospettico che fu il sunnominato
-Sanquirico, per non dire d’opere di altri minori. Nella cappella
-mortuaria, pur disegno dell’Albertolli, e in cui riposano le ceneri
-del duca, vedesi l’avello lavorato da Vittorio Nesti; il Salvatore,
-scultura del Comolli e un bellissimo cartone del Bossi.
-
-Ma se è degno di osservazione il palazzo, non ne son meno i
-giardini, cui presta la natura del suolo, che è un colle, la cui
-cima sovraggiudica il busto d’Alfieri. Il marmoreo gruppo di Dante
-e Beatrice, sculto dal suddetto Comolli, è nel mezzo del viale che
-costeggia il lago; se poi l’economia dell’opera me lo concedesse,
-darei un mezzo trattato di botanica nel descrivere i fiori, le erbe,
-le piante che li decorano in tanta copia da essere eziandio altrettanti
-vivai per altre ville.
-
-Ma altre cose degnissime abbiamo a vedere in questa nostra escursione:
-affrettiamoci dunque alla vicina borgata di Bellagio.
-
-Oltre San Giovanni e i giardini della villa Melzi, è Bellagio, che gli
-etimologi fanno derivare da _Bilacus_, come a dire fra i due laghi,
-non altrimenti che in Isvizzera per la stessa ragione vi è Interlaken,
-perchè infatti Bellagio siede sulla punta d’un promontorio, che i
-paesani appellano Colunga, appunto perchè quasi una lingua di terra il
-cui capo si prolunghi nel pelago, dove il Lario che vien da Colico si
-divide in due rami, l’uno quello che già conosciamo e che va a Como,
-e l’altro che discende a Lecco. Una tale situazione dà a Bellagio una
-particolare vaghezza, nè per essa, nè per le magnifiche ville onde è
-lieto e che gli fan corona, e diciamo anche per i due ottimi alberghi,
-non vi ha persona che tragga alla Tremezzina, senza che ne traversi
-il lago e venga a vedere Bellagio. Tutta questa plaga può contenderla
-in bellezze di natura a quelle meraviglie cantate da’ poeti e levate
-a cielo da’ forestieri, che sono Posilippo e Mergellina, Portici e
-Sorrento.
-
-Voi vedete allora di che buon gusto dovesse essere Cajo Plinio Cecilio
-Secondo, detto il Giovane, nello eleggersi proprio la cima di questa
-scogliera che sta a capo del promontorio per erigervi la sua villa
-che, a riscontro di quella che nomò _Commedia_ e che ricordammo a
-Villa presso a Lenno, come attesta il Giovio, o sul basso lido presso
-Varenna, come vorrebbe il Boldoni, appellò _Tragedia_.
-
-Più tardi, ne’ tempi di mezzo, come le altre terre del lago si facevano
-irte di fortilizî e torri, arnesi di guerra giovati spesso a contenere
-le rapine degli Elvezî che facevano frequenti scorrerie, ma ben anco a
-mantener vive le lotte fraterne e massime contro Como; anche Bellagio
-ebbe il suo forte castello, riparo di facinorosi e banditi, il quale
-venne poi fatto smantellare da Galeazzo Visconti nel 1375. Risiedeva
-allora in Bellagio un capitano del lago, e convien dire che vi facesse
-capo ogni terra del Lario, se i cattivi debitori di Cernobbio ve
-li abbiamo veduti cacciati nelle carceri di Bellagio, dove i loro
-compaesani vennero a trarneli colla forza al tempo di Filippo Visconti,
-come narrai quando dissi di quei paesi del primo bacino.
-
-Ogni traccia di efferatezza sparve dal colle di Bellagio qualche tempo
-dopo, quando un Marchesino Stanga, favorito di Lodovico il Moro, vi
-edificò una splendidissima villa. Ma non era appena compiuta, che que’
-della Val Cavargna, a vendicar non so qual torto, vennero furibondi e
-la misero a ferro ed a fuoco.
-
-Ercole Sfondrati, duca di Monte Marciano, nipote di papa Gregorio XIV
-e capitano suo nella spedizione che fece in ajuto della lega e contro
-il Bearnese, dopo le battaglie, avuto a sè infeudato il borgo, riparò
-su questo colle e vi rialzò la villa e riordinò i giardini, piantandovi
-lecci, quercie, allori, cipressi e pini, che pur esistono in gran
-parte, e vi eresse qui e qua sacre cappelle, che or non si veggono più.
-
-E un edificio esisteva pure verso il lato del ramo del lago che sporge
-a Lecco e che dicevasi la Sfondrata; e qui la tradizione del paese
-rammenta una di quelle infami memorie di dissolutezza e di crudeltà,
-onde in Francia andò tristamente famosa la Torre de Nesle, e in Italia
-si ricordano i trabocchetti di Castel dell’Ovo di Giovanna I regina di
-Napoli, e che io brevemente riassumo.
-
-Una Contessa di Borgomanero, forse legata per parentela agli Sfondrati,
-e qui dimorata per qualche tempo, abbandonandosi a osceni amori, vuolsi
-che facesse pei trabocchetti precipitar giù per le acute balze della
-scogliera che sta a picco del lago i mal capitati suoi amatori d’una
-notte, a ciò forse non ripetessero intorno le sue brutte lascivie, e
-fors’anco troppo presto desiderevole del nuovo; ma di più non se ne sa
-dire, e certo allude a questa tradizione la poesia scritta da signora
-che da un album dell’albergo della Cadenabbia trascrisse Cesare Cantù,
-diligentissimo indagatore d’ogni particolarità del lago, nella seguente
-terzina:
-
- O ti piacesse più, solcando l’acque,
- Veder le balze dell’opposto lido,
- Ove talor precipitato giacque
- Il drudo infido.
-
-Poscia il feudo passò ai conti della Riviera, signori della Valassina;
-ma la villa degli Sfondrati passò per eredità ai Serbelloni, onde
-villa Serbelloni si noma in oggi tutto l’ampio recinto che chiude la
-vasta casa, che altamente reclama una migliore architettura esterna
-e più moderni riattamenti. Come Plinio, ne’ tempi di Roma, Parini
-al principiar del secolo nostro veniva nella villa de’ Serbelloni a
-ricrearsi e ispirarsi, e ne aveva ben d’onde.
-
-Estintasi in questi ultimi anni questa patrizia famiglia, ora
-l’appigionò Antonio Mella per convertirla in albergo, a soccorso
-dell’altro che ha in riva al lago, detto della Gran Brettagna, l’uno e
-l’altro forniti di tutte le comodità.
-
-Un albergo ha pure in questo borgo Melchisedecco Gandola, sotto il nome
-di Antico albergo e pensione Genazzini, e vi ha pari importanza e fama.
-
-Più prossima alla punta è la Crella, villa dei Frizzoni da Bergamo, che
-su disegno di Rodolfo Vantini, di stile bramantesco, costò un ingente
-patrimonio. Bella, ricca, splendida, non è per avventura così comoda,
-come si vuole sia una villeggiatura molto più signorile.
-
-Per un ampio viale, che fa maravigliare come sia stato praticato
-nella roccia, da Pescaù, che sta in cima di Bellagio, si arriva alla
-villa Giulia, con dir della quale mi piace chiudere l’escursione per
-la Bellagina. Essa sta sul poggio a cavaliere dei due rami del lago
-e sorge maestosa, quantunque la facciata più bella riguardi, non
-saprei dire perchè, i giardini. Fu il luogo dapprima dei Camozzi, poi
-l’acquistò la famiglia Venini sullo scorcio del passato secolo, e don
-Pietro vi costruì la villa che volle portasse il nome della moglie,
-Giulia, onde ancor si designa, malgrado che divenisse poi proprietà
-di Leopoldo, re del Belgio, che vi condusse a grande spesa le acque
-e la rese una vera delizia regale, che non lo lusingò per altro così
-possentemente, da non cederla in affitto dodicenne al signor Mella che
-la tramutò in albergo. Il panorama stupendo che si gode dalla villa
-Giulia, dell’un ramo del lago e dell’altro, impreziosito da poggi
-fioriti, da grotte, da fontane, da ruscelli, da boschetti, da pratelli
-e da piante peregrine, e le attrattive d’ogni maniera che presenta,
-rendono questo luogo uno de’ più deliziosi ritrovi che lungo le sponde
-del Lario meritino d’essere visitati.
-
-
-
-
-ESCURSIONE DECIMANONA.
-
-IL SASSO RANCIO.
-
- Il Monte degli Stampi e l’Arca di Noè. — Ville di Menaggio.
- — Loveno. — Ville Pensa, Garovaglio, Alberti, Azeglio,
- Mylius-Vigoni. — Cardano. — Villa Galbiati. — La Val Cavargna.
- — Porlezza. — Fabbrica di vetro. — Il Castello di Menaggio. —
- La Sanagra. — Lapide romana. — Nobiallo. — Ligomana, Plesio e
- Naggio. — Il Sasso Rancio. — I cosacchi al Sasso Rancio.
-
-
-Visitata la Bellagina, riconduciamoci all’opposto lido, dove nuove
-dolcezze ne attendono. Veramente il bacino della Tremezzina non
-s’arresta alla villa Ricordi: non è lungi Menaggio, che vi è compreso,
-e merita che vi ci andiamo e vi vediamo le cose interessanti de’
-dintorni. E poichè siam ritornati da questa parte, non lasciamo di
-rivolgere l’attenzione al Monte che sta sopra la Tremezzina e si
-appella degli Stampi, non per altro, che per la stranissima tradizione
-che corre nel paese, che lassù vi sostasse, al cessar del diluvio
-universale, l’arca di Noè. D’onde mai traesse origine la fiaba, è
-presto detto. Su quel monte, nel masso, si ravvisarono impronte di
-zampe d’animali della grandezza perfino di trenta centimetri, come si
-trovarono crostacei di tempi antidiluviani: ciò basta perchè il volgo,
-amante sempre del maraviglioso, sognasse che non sull’Ararat, ma su
-questo culmine posasse l’arca di quel patriarca.
-
-Oltre le ville che ho rammentate nella escursione della Tremezzina,
-la Majolica non offre che meriti vedere e neppur nominare. La
-continuazione della via carrozzabile da Majolica a Menaggio è sempre
-ne’ pii desideri; ma noi pigliamo il canotto: — è così bello lo
-scivolare su d’esso quando è calmo il lago.
-
-Nondimeno abbiatevi un avvertimento. Se anche un nuvoletto solo turba
-il sereno del cielo, non avventuratevi a traversare il lago da Bellagio
-alla Tremezzina; a più d’uno quel nuvoletto, non anco giunto a mezzo
-del lago, che, come dissi, qui è larghissimo, si dilatò, coprì tutto il
-cielo e apportò tempesta, naufragio e morte. Propriamente per dividersi
-il lago e formare i due rami, oltre che dalla valle di Menaggio, i
-venti vi soffiano e menano furibonda ridda e in nessuna parte del Lario
-come qui sono avvenuti tanti disastri.
-
-Ma poichè ho ricordata la valle di Menaggio, se vi fermate nella
-Tremezzina alcun giorno, non lasciate di percorrerla e ne sarete
-contenti. Vi troverete su d’un poggio assidersi Loveno, colle belle
-villeggiature dei Pensa, dei Garovaglio, degli Alberti, degli Azeglio
-e dei Mylius-Vigoni. I Garovaglio vi tengono una copiosa collezione di
-pregevoli stampe, massimamente inglesi, e un giardino interessante pei
-botanici.
-
-Nella sua villa Massimo d’Azeglio immaginò e scrisse parte del suo
-miglior romanzo _Ettore Fieramosca_, e raccolse alla sua volta buone
-stampe e buoni dipinti con quel gusto che ognun conobbe all’illustre
-romanziere e paesista. Nel palazzo Mylius vedreste poi preziosità
-artistiche ancor maggiori. Intanto vi piacerà l’architettura sua
-semplice, opera del Besia: meglio poi le ricchezze dell’interno e
-la sua eccellente distribuzione. Non dirò degli arredi, nè di altre
-splendidezze: solo restringendomi all’arte, e nella casa e nel giardino
-si ammirano statue e gruppi di rinomatissimi scultori, come la Nemesi,
-di Thorwaldsen; l’Eva, di Baruzzi; la Ruth, dell’Himos; oltre la madre
-di Mosè, del Gandolfi; il David, del Manfredini; il gruppo insigne
-della Igea, dell’Argenti. Circa a pitture, ve n’hanno dell’Hayez,
-del Servi, del Canella, dell’Uaed; e ad incisioni, tutte le battaglie
-napoleoniche del Longhi, ritratte dai famosi affreschi di Appiani. Il
-giardino ha rarità di fiori e d’alberi e di prospetti.
-
-Non lunge da Loveno, mette conto di vedere la bizzarra villa di
-Galbiati a Cardano, che non dovrebbe essere negletta dal suo attuale
-proprietario. Costò al barone Baldassare Galbiati assaissimo il far
-su quest’altura trasportare il gruppo della Clemenza di Tito, da lui
-acquistato allo scultore Comolli, ma non è opera che ne francasse la
-spesa. Piuttosto se visitate il sepolcreto domestico, vi ammirerete il
-monumento eretto dalla pietà del figlio Carlo al padre, collo scalpello
-di quell’esimio artista che è Antonio Tantardini. L’Angelo della
-Risurrezione che vi raffigurò è di un fortunatissimo ardimento, come
-d’una felicissima trovata. Maestra e sapiente ne è l’esecuzione.
-
-Se amanti di natura alpestre, vi direi di percorrere la Val Cavargna
-e poi di spingervi anche a Porlezza a vedervi la fabbrica di vetro de’
-Campioni e a guardare il Ceresio che giunge fino al piede del borgo: ma
-io non vuo’ dimenticare il Lario che mi son proposto di farvi conoscere
-e però ritorniamo a Menaggio.
-
-Sovra il paese torreggia il castello, da cui si ha superba la vista
-e dove un ricco che l’acquistasse vi troverebbe motivi di magnifica
-villa. In basso, viene a gittarsi nel lago la Sanagra, acqua che
-dev’essere medicinale, se gli etimologi ne fan derivare il nome da
-_Sanat ægros_, cioè sana i malati. Entrando poi nel grosso borgo,
-importante per belle case e per commerci ed anche per alberghi, fra cui
-primeggia quello del Piantanida, che da Bergamo qui trasportò i suoi
-penati e vi adattò da un pajo d’anni tutti i conforti de’ più sontuosi,
-ed è da contarsi tra i migliori del lago.
-
-Sulla piazza è una delle lapidi massime dell’antichità, che così fu
-letta:
-
- _Minicius L. F. Ouf. Exoratus_,
-
- Flam. Divi Titi Aug. Vespasiani consensu Decurion. tr. mil. IIII
- vir. a. p. II. vir. i. d. præf. fabr. Cæsaris et consulis pontif.
- sibi et Geminæ q. f. Priscæ uxori et Miniciæ l. f. Bisiæ V. f.[25].
-
-Usciti di Menaggio, tenendoci sempre al lago, incontriamo Nobiallo.
-Il suo suolo abbonda di gesso, d’alabastro venato e di scagliola
-speculare. Levando lo sguardo al monte, scorgonsi i villaggi di
-Ligomana, Plesio e Naggio, dove dicono vi sieno vaghissime montanine.
-Non arrivai mai fin là, quantunque il bello facilmente mi seduca; ma
-d’altronde la comitiva tirava dritto, perchè la meta del nostro cammino
-di quel giorno era il _Sasso rancio_, e sarebbe stata poca creanza
-lasciare la compagnia.
-
-Mentre passando per costì ci approssimavamo a questo _Sasso_, più d’uno
-mi chiese perchè _rancio_ lo si nomasse, e mi tornò facile il darne la
-spiegazione: il colore che tutto copre questa parte di monte è prodotto
-dall’ocra di ferro che si contiene nella roccia e che infatti vien
-cavato in copia a Gaeta, lì presso. Una signora, che aveva di recente
-letto il sentimentale romanzo di Davide Bertolotti, che si intitola
-appunto _Il Sasso rancio_, spiegò allora la sua erudizione, ripetendone
-brevemente l’intreccio con tanta gravità come fosse stata pretta
-storia.
-
-Giunti al Sasso, vi trovammo un’erta scogliera quasi a picco del lago,
-e vi si gode di là una magnifica vista. Vicino vi sono parecchie grotte
-che si sprofondano nelle viscere del monte.
-
-Su pel difficile sentiero, che serba il nome di via della _Regina_,
-che è la prosecuzione di quella che costeggia tutta la sponda sinistra
-del lago, nel 1799, quando le nostre belle contrade erano infestate
-dalle orde russe, un drapello di cavalleria cosacca di Souwarow
-volle peritarsi; ma gli irrequieti cavalli, accostumati a liberamente
-scorrazzare per le lande dell’Ukrania, sbizzarrendo, diruparono per
-que’ greppi, seco traendo nel precipizio anche molti de’ cavalieri.
-
-Noi invece che v’andammo a piedi non corremmo alcun pericolo;
-ricordammo lo storico fatto, misurammo tutta l’altezza del precipizio
-e inorridimmo, e vi trovammo invece alla fine della nostra escursione
-tutto quel divertimento che desidero a’ lettori.
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMA.
-
-LE FERRIERE DI DONGO.
-
- Rezzonico e il suo Castello. — Il Castello di Musso. — Il
- Medeghino. — Le Tre Pievi. — Villa Manzi. — Dongo. — Casa
- Polti. — Villa del vescovo di Como. — Chiese di S. Stefano e
- S. Maria. — Valle dell’Albano. — Le miniere di ferro. — I forni
- fusori. — Garzeno. — Brenzio. — Le _Frate_.
-
-
-La manía de’ forastieri e villeggianti s’arresta per ordinario alla
-Tremezzina, nè più si cura delle altre bellezze del lago superiore. È
-ben vero che non c’è più quel sorriso continuo di ville che nella parte
-da noi già percorsa abbiam vedute; ma è vero altresì che v’hanno molte
-e molte ragioni a non dimenticare anche quest’altra parte del lago, che
-forse per l’artista riesce più interessante. Io ne dirò con sollecite
-parole de’ principali luoghi, acciò il libro non manchi al suo titolo.
-
-Secondando sempre la sinistra sponda del lago, passato avanti il
-_Sasso rancio_ e San Siro, vedesi su d’un promontorio il paese e
-il castello dei Rezzonico, famiglia d’onde uscirono quel Clemente
-XIII, al quale il Canova lasciò famoso monumento in Roma, e i conti
-Gastone e Antongioseffo, buoni letterati. Il luogo ora è reso ameno
-per bellissimo parco fattovi all’intorno, per coltura e per magnifici
-limoni che vi fioriscono.
-
-Proseguendo, scorgesi un altro promontorio che si spinge nel lago e che
-un dì portava un castello ed era quello famoso di Musso, che ricorda
-le gesta di quel formidabile filibustiere, che fu Gian Giacomo Medici,
-detto il Medeghino di Milano. L’ebbero prima i Visconti, quindi il
-maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, e in fine, per inganno, il Medici
-suddetto, che, fatta incetta della peggior ribaldaglia, vi si stabilì
-come in nido sicuro di rapaci avoltoi. A renderla più inespugnabile,
-la circondò d’opere militari d’ogni maniera, al compimento delle
-quali coll’esempio incoraggiavano perfino le sorelle di lui, Clarina
-e Margherita, la qual’ultima, sposa, al conte Giberto Borromeo, fu
-poi madre di quel Carlo che divenne arcivescovo di Milano, cardinale
-di Santa Chiesa e canonizzato da ultimo come santo. Era da questa
-rôcca che il Medeghino, approfittando della debolezza del governo di
-Lombardia, che ora stava nelle mani de’ Francesi, or passava a quelle
-degli Spagnuoli, ed a tratti ben anco funestato dalle orde alemanne,
-colla flottiglia che s’era formata di sette navi grosse a tre vele
-e quarant’otto remi, ed aveva armata cadauna perfin di cento uomini,
-tutta schiuma di scellerati, spandeva il terrore pel lago e rendevasi
-tanto formidabile e potente, da tenere a segno i Grigioni, ai quali
-anzi toglieva Chiavenna; da oppor resistenza agli Sforza dapprima,
-quindi ben anco all’esercito cesareo, capitanato dal duca di Leyva,
-che soleva dire dargli maggior fastidio il Medeghino che non tutto
-l’esercito dello Sforza; da trattar da pari co’ principi, battere
-moneta, e dopo d’avere assalito il territorio di Lecco, quello della
-Valtellina e la Valsolda, intitolavasi conte di Musso e di Lecco,
-governatore del lago e della Valsássina. Se Carlo V volle togliersi
-questa spina, gli fu giuocoforza venire a patti con lui, concedendogli
-forti somme di denaro, il feudo di Marignano col titolo di marchese e
-il comando di quell’esercito che gli affidava per abbattere a Siena
-l’ultimo avanzo di guelfa libertà. Ciò avveniva nel marzo 1532; e
-quando, in seguito a tali atti, egli abbandonava il suo castello
-di Musso, i Grigioni, che ne spiavano la partenza, inerpicavansi
-su per que’ greppi, impazienti di demolirlo; scortili il Medeghino,
-retrocedette, scese a terra e intimò rispettasser il castello finchè
-egli fosse in condizione di vederlo; e tanto imposero la sua presenza e
-la minaccia, che alla demolizione non si mise la mano che sol quando la
-sua nave non fu più veduta per il lago.
-
-Ora il picco sopra cui il castello si elevava, costituendosi d’un marmo
-saccaroide dolomitico, somministra marmi alla fabbrica del duomo di
-Como; le molte mine che ne aprirono le viscere, dischiusero un varco
-che lascia veder tutta la vallata che riesce a Dongo, e i signori
-Manzi, a cui spetta, accomodaronlo come a parco.
-
-Detto delle sorti di questo castellotto che meritamente servì a
-novellieri e romanzieri di largo e fantastico tema, avanzando, s’entra
-nel territorio delle Tre Pievi, che comprendeva nella sua giurisdizione
-Dongo, Gravedona e Sórico, e che ne’ tempi medievali costituiva di per
-sè una piccola repubblica, è vero, ma tale da sapersi far rispettare.
-E la piccola repubblica ebbe pure l’istoriografo suo nel vivace
-Rebuschini.
-
-Seguendo il parco dei signori Manzi che abbiam veduto a’ piedi delle
-rovine del castel di Musso, perveniamo in mezzo al seno dove sorge
-il palazzo di questi medesimi signori e dove siede il paese di Dongo.
-Altre case signorili qui vi sono, fra cui quella dei Polti: il vescovo
-di Como vi ha pure la sua villeggiatura, acquistata avendo il vescovo
-Romanò la villa che già fu di Antonio Cossoni, discendente di quel fra
-Daniele Cossoni che fu ministro di Filippo IV di Spagna.
-
-Qui villeggiava il notajo Sormani di Milano, che si ebbe a’ nostri
-giorni la maggior riputazione e clientela, ed al quale i figliuoli
-eressero nella parrocchiale di Santo Stefano un monumento. In questa
-chiesa vi sono anche mediocri statue del Salterio; affreschi di Giovan
-Mauro, Gian Battista e Marco della Rovere, detti i Fiamminghini, vi
-sono nell’altra chiesa di Santa Maria.
-
-Nella vicina valle dell’Albano vi sono ricche miniere di ferro e le
-si dan scoperte da un Giacomo di Desio nel 1460, che un’altra pure
-discoperse di rame presso Barbignano.
-
-Nell’archivio de’ Trivulzio di Milano leggesi un documento in cui
-è scritto che lo stesso Giacomo di Desio rinvenisse in questa valle
-massi di smeraldo e di rubino, forse schisto di color verde e qualche
-pirite di rame, certo non di quella grossezza nè tale da farne tavole e
-colonne; onde in benemerenza il duca gli assegnasse dieci scudi il mese
-di pensione, purchè quelle pietre ad altri non offerisse prima che a
-lui, per un prezzo da misurarsi a norma di loro volume; diritto poi da
-esso duca ceduto al maresciallo Gian Giacomo Trivulzio.
-
-Colle miniere era facile immaginare che presto vi si sarebbero
-stabiliti forni fusorî, e infatti furono attivati nel 1465 e furono per
-lungo tempo posseduti dai conti Giuliani di Milano.
-
-I Rubini per altro li acquistarono nel 1790 e vi portarono tali
-miglioramenti e incremento all’industria, da poter modellare la
-ghisa. Ma più ancora questa industria s’avantaggiò, quando nel 1839
-venne costituita la società Rubini, Scalini e C. che le diè più
-ampio svolgimento; per modo che se ne’ primi quarant’anni del secolo
-producevano le cave per circa cinquantamila pesi, ora può dirsi che
-siasi il ricavo portato a diecimila quintali, di cui un terzo di ghisa,
-occupandovisi ben quattrocento operai.
-
-Visitare queste ferriere deve essere un amenissimo scopo di escursione
-a chiunque, sia per chi di questa industria sia intelligente, sia per
-qualsiasi profano che pur si interessi all’attivo lavoro ed al curioso
-processo, onde la roccia si tritura, il metallo si fonde, si schiumano
-le scorie, e poi l’incandescente e liquido ferro trabocca e si distende
-come un igneo torrente per le diverse forme che gli si vogliano far
-assumere e che raffreddandosi ritiene.
-
-Quelle terre che si mostrano sopra Dongo non sono indegne d’essere
-visitate per chi ama l’arte. Perocchè a Garzeno v’abbian pitture di
-Giovanni della Rovere suddetto, altro de’ Fiamminghini; ed a Brenzio
-ve n’abbian molte di Isidoro Bianchi da Campione, celebre pittore,
-allievo di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, e parecchie
-pure de’ Fiamminghini.
-
-D’una particolarità ancora di questo monte, alle cui pendici è
-Dongo, intratterò, e poi per questa escursione imporrò freno allo
-scilinguagnolo; ed è che le sue donne, per un voto fatto nella
-peste del secolo XVI, vestono da cappuccine, quantunque abbelliscano
-il grossolano costume di ricche cinture e finissime trine. Queste
-contigie non vietano che attraggano la curiosità di chi visita la
-montagna, e che loro si dia il nome di _frate_, appunto per il fratesco
-abbigliamento.
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMAPRIMA.
-
-GRAVEDONA.
-
- Consiglio di Rumo e San Gregorio. — Pizzo di Gino. — Valle
- di Lesio. — Gravedona e la sua storia. — La chiesa di San
- Vincenzo. — S. Maria del Tiglio. — La Madonna sfolgorante. —
- Peglio. — Liro e i tre laghetti. — Il Sasso acuto. — Domaso. —
- Gera. — Sórico.
-
-
-Quanto torto si ha a non comprendere fra la parte di lago, che si
-suol meglio ricercare da’ forestieri e villeggianti, questo territorio
-delle _Tre Pievi_, già dissi. Esso divide infatti, col resto che già
-percorremmo, i bellissimi prospetti e la ricca vegetazione, e forse
-forse, perchè protetta a settentrione dall’alta schiena de’ monti che
-la difendono dai soffii gelati, ha mitezza di clima maggiore degli
-altri inferiori bacini, sicchè i giardini vi abbiano agrumi e fiori, e
-la camelia perfino vi alligni e prosperi, l’inverno senz’uopo di stufe.
-
-Noi, spiccandoci da Dongo, dove siamo restati nella nostra ultima
-escursione, e via trascorrendo Consiglio di Rumo e San Gregorio,
-giù scendendo, potremmo ammirare buoni dipinti del cavaliere Isidoro
-Bianchi, e salendo più in su, ove comincia il Pizzo di Gino, troveremmo
-la chiesuola di San Gottardo. Poi ci vediamo davanti la Valle di Lesio,
-oltrepassata la quale si sparpaglia sul pendio del monte la grossa
-borgata di Gravedona.
-
-Non fu solo il Rebuschini che ricordò nella sua _Storia delle Tre
-Pievi_ gli avvenimenti di Gravedona: altro storico l’aveva preceduto,
-Anton Maria Stampa, che fu autore d’una _Storia dell’insigne borgo
-di Gravedona, altre volte repubblica_, da lui scritta a bandir la
-noja della prigione, perchè, sospettato di torbidi popolari, venne
-chiuso nel forte di Fuentes, che sta a capo del lago sulla via di
-Chiavenna e intorno al quale si potrebbero spendere molte parole,
-se dal mio soggetto non temessi di scostarmi soverchio. Non lasciò
-questo scrittore di rimontare a remotissimi tempi del suo insigne
-borgo, per isnocciolarne di grosse, e non so da qual codice infatti
-imparasse egli come prima Gravedona si appellasse Laricola; ma che poi,
-ivi stanziando, un Garbatone, figliuol d’un re Garibaldo anteriore a
-Brenno, vi imponesse il proprio nome e fosse il principio d’una serie
-di re e di eroi. Di tutto ciò si dispensa d’indicare le fonti: la
-tradizione è la sua autorità; ma invano anche questa voi domandereste a
-que’ della borgata.
-
-Il Rebuschini attinge invece a più verosimili tradizioni, e ricorda che
-Gravedona sostenesse onorevole parte nelle guerre repubblicane; che nel
-tempo del Barbarossa,
-
- Di cui dolente ancor Milan ragiona,
-
-come diceva a’ suoi giorni l’Alighieri, nel soggettarsi Lombardia,
-preponesse al governo delle _Tre Pievi_ un Amizzone, uomo sanguinario e
-rapace, il quale, a togliere ogni motivo ad insurrezione, smantellava
-il castello di Gravedona e la Torre di Melia, e così inoltre operasse
-da tiranno, che stancati quegli alpigiani ne scuotessero il giogo
-ed egli fosse costretto a rifugiarsi in Valtellina. Rammenta pure
-come lo stesso Barbarossa, dopo la tregua di Venezia, tornando pel
-lago in Germania, venisse da que’ di Gravedona audacemente assalito,
-depredandolo delle bandiere e del corredo, e la corona stessa
-imperiale, tutta d’oro, caduta pur nelle mani loro, deponessero poi
-nella chiesa del Battistero, onde nella pace di Costanza volesse
-Federico esclusa dal parteciparne a’ beneficî Gravedona.
-
-Già toccai della parte dalle _Tre Pievi_ avuta nella guerra
-decenne; poi Gravedona divenne feudo del cardinale Tolomeo Gallio,
-facoltosissimo ed influente, e che nutrendo pensiero di farne la
-capitale della Valtellina, al cui conquisto agognava, vi fabbricò, su
-buon disegno del Pellegrini, un grandioso e turrito palazzo, il cui
-loggiato si vede da chi viaggia per il lago. È in esso che fu detto che
-si volesse trasferire il Concilio ecumenico di Trento; ma non se n’ha
-nella storia alcun documento che tale intento comprovi; onde siffatta
-pretesa de’ Gravedonesi è suffragata unicamente dalla circostanza che
-nel detto palazzo si conservino solenni seggioloni con iscritto su
-ciascuno il nome de’ cardinali.
-
-Dal Gallio passò il feudo alla ducal famiglia d’Alvito di Napoli,
-che la più parte del ricco mobigliare, onde istruivasi il palazzo,
-si trasportò nella sua casa di questa città e in quella di Genova;
-ma a conservare gli eredati diritti vi mantenne un commissario per
-amministrare la giustizia.
-
-Merita qui esser veduta la chiesa parrocchiale di S. Vincenzo, che
-si vuole del secolo V, con cripta di stile lombardo, e dove si vede
-il sepolcro del dottissimo cardinale Michelangelo Ricci, e tra gli
-arredi una pianeta di forma greca a bei ricami, una pace d’argento
-del XIV secolo, un calice egregiamente cesellato con molti giri di
-santi raffigurati in ismalto, non che una croce grande con ornati e
-figurine, lavorata per _Franciscum de Sancto Gregorio da Grabedona_. Nè
-si dimentichi di osservare il battistero di Santa Maria del Tiglio, che
-si pretende eretto dalla pia regina longobarda Teodolinda, alla quale
-per altro si attribuiscono troppe cose, perchè vi si possa credere
-sulla parola. Esso battistero è quadrilungo, con tre absidi pentagone
-all’esterno e con campanile ottagono di bell’effetto, e internamente
-ha una galleria nella parte superiore che lo gira tutt’all’intorno,
-e le pareti lasciano intravvedere come già fossero tutte rivestite di
-pitture. È qui dove esiste dipinta una Vergine col Bambino, or tutta
-rovinata dal tempo, che l’Aimoin nel suo libro _De Gestis Francorum_,
-afferma essere stata un tempo per più giorni sfolgorante di celeste
-luce. — Oggidì sappiamo quanto valore si abbiano codeste storie e
-miracoli, che preti ignoranti e pinzochere accreditano fra le zotiche
-popolazioni, come che loro non paja bastevole la buona e sana dottrina
-del Cristo a persuaderne la santità della religione.
-
-Agli amatori dell’arte si ponno additare altresì un buon quadro della
-scuola del Guercino nella chiesa de’ Santi Gusmeo e Matteo; nella
-vicina terra di Peglio vi hanno i dipinti di Gian Mauro della Rovere,
-altro de’ Fiamminghini, che ho già mentovati, fra cui il proprio
-ritratto nel battistero; una Madonna del far di Bernardino Luini,
-una Santa Rosalia della scuola del Guercino, e minori pitture di un
-Antonio Scherino del 1635, di Giovanni Valerio, del Rodriguez, del
-Caracciolo di Vercana, terra di questi dintorni; oltre la _Via Crucis_
-e il Trionfo della Morte nell’ossario, dipinti nel 1715 da Alessandro
-Valdini; e a Liro, ne’ cui monti scopronsi a Darenco, Caprico e Ledi
-tre piccoli laghi; nella chiesa abbandonata di San Giacomo vi sono
-affreschi che portano la data del 1412 e il nome di Bernardo Somassi,
-al quale appartengono, e che metterebbe conto che fossero esaminati da
-chi avesse a ritessere la storia dell’arte italiana, massime ne’ suoi
-primi tempi.
-
-Sovra Gravedona i buoni passeggiatori non lasciano di montare al _Sasso
-acuto_, picco, la cui forma è designata dal suo qualificativo, che ha
-la vetta rilucente, ed ha sparso il cammino di lucide tormaline.
-
-Ma non volendoci adesso scostar dal lago, oltre Gravedona si distende,
-come in un semicerchio, Domaso, che si presenta più bello e seducente
-soggiorno se riguardi al suo vago prospetto ed all’attività de’
-suoi commerci; ma chi non è avvezzo ai troppo vivi scorrazzamenti
-della _breva_, che sembra qui s’accolga, quasi l’antro di Eolo, per
-poi sprigionarsene sul lago, s’accorge presto che non è sì grato il
-dimorarvi. Da un’antica poesia di quell’Anton Maria Stampa che ho
-ricordato nella passata escursione, e che il Cantù ha pubblicata,
-raccogliesi che a que’ di Domaso venisse a’ suoi giorni appiccicato
-vituperevole epiteto, per essere talun del paese trascorso ad alcun
-atto d’empietà. Ecco i versi che vi fanno allusione:
-
- O signori, udite come
- A Domaso sia rimaso
- Quell’orrendo soprannome
- Di cui fe’ poc’anzi acquisto,
- Del mozzar le braccia a Cristo.
-
-Più avanti si incontra Gera, sito di pescatori, e più avanti ancora
-Sórico; ma le scialbe faccie de’ suoi abitatori ne avvertono dell’aria
-malsana a causa d’acque che vi stagnano; onde sarà bene che noi
-retrocediamo, perocchè di malinconie il mio lettore non ha di certo
-bisogno, e d’altronde da qui i canneti che vediamo ci annunciano presso
-la fine del lago.
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMASECONDA.
-
-REGOLEDO.
-
- Olgiasca. — Piona e il suo lago. — Colico e i suoi padroni.
- — Dorio, Carenno e Dervio. — Bellano. — Grossi e Boldoni. —
- L’Orrido. — Il Sasso di Morcate. — Riva di Gittana. — Varenna.
- — Albergo e villa Venini. — L’Uga e la Capuana. — Il Fiume
- Latte. — Regoledo.
-
-
-Poichè siamo a capo del lago, visitiamo rapidamente anche le altre
-terre della sponda opposta a quella che abbiamo veduta.
-
-Prima si presenta Olgiasca; ma non ti rallegra: delle sue pietre
-calcaree silicee si fecero le colonne di S. Lorenzo di Milano, e al
-nostro tempo quelle dell’Arco del Sempione. Hai appena oltrepassato le
-case, che vedi addentrarsi il villaggio di Piona, forse da Peonia de’
-Greci, che ha un piccolo ma pescoso lago, un vecchio ma bel monastero,
-ed una chiesa che si pretende esistere fin dal sesto secolo, perchè
-un’iscrizione che vi si lesse la disse consacrata da Sant’Agrippino nel
-607.
-
-A poca distanza schierasi sul lido il paese di Colico, e le febbri
-che vi dominano sembrano legittimare il suo nome. Ciò malgrado, è
-attivissimo scalo, quivi mettendo capo i piroscafi che muovono da
-Como e moltissime navi di mercanzia e i molti viaggiatori diretti al
-paese di Chiavenna e di Valtellina; come le merci e i viaggiatori che
-si dirigono da questi luoghi a Lecco, Como e Milano. Un dì fu contea
-eretta dai Visconti pei Sanseverino; poi infeudata dal duca Lodovico
-Sforza al proprio cameriere Giovanni Casati, che dovette in seguito
-restituirla alla giurisdizione dei Comaschi, che provarono d’avervi
-diritto. I Caldarini l’ebbero poscia da Carlo V; e dopo passò prima
-ai Pusterla, quindi ad Anton Maria Quadrio e da ultimo a un Rubini di
-Dervio.
-
-Si succedono a Colico tre altre terre con nomi grecanici, Dorio,
-Corenno e Dervio, corrotti forse da Dori, Corinto e Delfo;
-d’interessante, Corenno presenta un castello di spettanza dei conti
-Andreani, e Dervio pure una rôcca di pittoresco effetto.
-
-Più assai offre argomento di intrattenerci la bella borgata di Bellano,
-che vi tien dietro e già fu corte degli arcivescovi di Milano, come ce
-lo fe’ sapere quel simpaticissimo ingegno, nativo di questo luogo, che
-fu Tomaso Grossi, nel suo _Marco Visconti_.
-
-Ha bella chiesa del secolo XIV di stile lombardo, a fasce la facciata
-di marmo bianco e nero, con bel finestrone rotondo nel mezzo recinto di
-fogliami in terra cotta. Se ne dà merito a Giovan da Campione, Antonio
-da Castellazzo e Cornelio da Osteno, i quali la architettarono. Or
-s’è fatto un bel viale lungo il lago a comodo di passeggiata, e lo si
-denominò dal sullodato concittadino poeta e notajo Tomaso Grossi, che
-col Manzoni tenne per tanti anni in Milano il primato delle lettere
-italiane, alle quali, oltre al _Marco Visconti_ summentovato, che sarà
-sempre una bella e cara lettura, diede eziandio un poema dal titolo _I
-Lombardi alla prima Crociata_, e le novelle patetiche _Ildegonda_, _La
-Fuggitiva_ e _Ulrico e Lida_, nonchè crebbe dicevolmente la collana
-de’ poeti vernacoli milanesi colla stessa _Fuggitiva_ in dialetto,
-colla _Prineide_ e colla _Pioggia d’oro_[26]. Milano eresse alla sua
-memoria una statua nel cortile del Palazzo di Brera, opera di Vincenzo
-Vela, perocchè l’ebbe come suo per lunghissimo soggiorno; e Bellano ne
-commise il busto allo scalpello di Antonio Tantardini, onde collocarlo
-a capo del detto viale. Ma vorrei che l’obolo de’ suoi compaesani e
-degli amici ed estimatori che già concorsero, affrettasse l’esecuzione
-di questo che poi non è costosissimo monumento. Son già molt’anni che
-se ne parla.
-
-Era pure di Bellano Sigismondo Boldoni, medico ed egregio latinista
-e poeta del secolo XVII, avendo scritto in ottave la Caduta dei
-Longobardi, e latinamente intorno agli avvenimenti del suo lago.
-
-Dalla Valsássina, che finisce a Bellano, giunge la Pioverna, torrente
-che qui, gettandosi da un’altezza di forse sessanta metri, produce
-un orrido cui traggon tutti a vedere. Quando il luogo di sua caduta
-apparteneva alla famiglia Fumagalli, dalla quale ero considerato ne’
-miei giorni d’infanzia coll’affetto di figliuolo, e che io, dopo tanta
-lontananza di tempo ho sempre nel cuore, su quell’abisso eravi un ponte
-sospeso a catene, sul quale essendo, anche perchè paresse malfermo e
-dondolasse, si rabbrividiva.
-
-Io non lo vidi, perchè già rotto nel 1816 da un masso che vi era
-rovinato.
-
-Ora il luogo divenuto proprietà dei signori Gavazzi, questi
-usufruttarono di quell’acqua per dar anima e moto ad officine,
-setificî, lanificî, cartiere, laminatoi e mulini, essendo ora Bellano
-uno de’ paesi del lago più industriosi.
-
-Poichè vi siamo presso, andiamo ora a vedere Varenna.
-
-Passiamo pel Sasso di Morcate, cui la mina ha squarciato le viscere,
-per continuarvi la strada militare, e giungiamo alla Riva di Gittana,
-di cui in addietro appena appena si sapeva da’ barcaiuoli il nome; non
-adesso che da tutte parti vi arriva la gente per ascendere a Regoledo,
-luogo silvestre non è gran tempo, divenuto oggidì uno de’ più popolati
-ritrovi termali.
-
-Ma prima di ascendervi anche noi, proseguiamo a Varenna, che fu già
-nella dipendenza degli arcivescovi di Milano. Già fiorente un dì, non
-conta ora più di un migliaio di persone, ciò che non impedisce che viva
-tuttavia sul labbro de’ suoi abitatori il ritornello che stereotipa il
-carattere de’ suoi abitatori:
-
- Varenna su uno scoglio,
- Del mio non ho, del tuo non voglio;
- Ma piena son d’orgoglio.
-
-La grandiosa villa che quivi avevano gli Isimbardi fu ridotta ad
-albergo; i Venini ve l’hanno ancora; il clima è più che proprio a
-mantenervi anche fiori e piante esotiche.
-
-Poco discosta è la fonte Uga, che sgorga da un antro e trascorrendo
-sotto di un pergolato di allori, scende e s’unisce alla cascata
-artificiale della sottoposta Capuana.
-
-Finalmente si giunge alla cascata del Fiume Latte, le cui acque,
-per un cammino lunghissimo entro le viscere del monte, si gittan poi
-spumeggianti e fredde per un’altezza di trecento metri pei dirupi, e
-dopo d’avere rumorosamente giovato a mulini, ad una fabbrica di vetri e
-ad un filatojo, si confondono coll’acque del lago.
-
-Retrocediamo ora alla Riva di Gittana e saliamo a Regoledo.
-
-Chi parlava prima di Regoledo? Francesco Maglia di Milano, fabbricatore
-di carta, ritrattosi dal commercio, che abbandonava a’ suoi figli, su
-questa deliziosa e facile altura, che è di soli 225 metri sul livello
-del mare, vi edificò coraggiosamente un vasto e comodo stabilimento
-idroterapico.
-
-Superate le prime difficoltà che accompagnano sempre qualunque impresa
-ardita, Regoledo è divenuta ora una stazione estiva di moda. La sua
-posizione felice, il facile modo di giungervi, il buon trattamento,
-tutti gli apparecchi e le innovazioni dell’idroterapia, e l’assistenza
-d’un medico specialista, vi chiamano la più eletta compagnia, che anche
-rinnovandosi, non perde mai di suo valore.
-
-Da qui si può muovere a stupende escursioni, oltre che sul lago,
-anche per la Valsássina, sul Moncodine e sulla Grigna. La vegetazione
-che circonda Regoledo è bella e perfino lussureggiante, le acque
-son copiose, deliziosi i prospetti, l’aria pura ed eccellente; e
-però s’anco il medico non lo ordini, pellegrinate ne’ mesi di luglio
-e di agosto a Regoledo e vi ci starete, sotto tutti i riguardi, a
-meraviglia.
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMATERZA.
-
-IL MERCATO DI LECCO.
-
- Vassena. — Limonta. — La Pietra Luna. — Civenna. — I Marroni.
- — Perledo e la Regina Teodolinda. — Lierna. — Olcio. — Villa
- Pini. — Mandello. — Abbadia. — La Gessima. — Lodovico Savelli.
- — Le Caviate e la Maddalena. — La strada militare. — Onno.
- — Parè. — Lecco. — Il Maglio. — Acquate e Pescarenico. — Il
- Galeotto. — Il Mercato di Lecco. — Le _robiole_. — Gli alberghi
- del _Leon d’Oro_ e della _Croce di Malta_.
-
-
-Noi coglieremo un bel giorno di sabato del mese d’ottobre per
-imbarcarci mattinieri sul piroscafo, che partito da Como, non va già,
-come d’ordinario, a Colico, ma a Lecco, perchè a chi villeggia lungo
-il Lario, come a chi villeggia nella Brianza superiore, il mercato che
-si fa a quella piccola ma leggiadra città, è una delle imperscrittibili
-mete alle eleganti escursioni.
-
-Noi abbiamo già dimezzato il cammino, ritrovandoci già oltre la punta
-di Bellagio, ed entrati in quel ramo del lago che appunto s’incammina a
-Lecco.
-
-E prima di scostarci da queste sponde, dopo la Sfondrata, oltre quel
-gruppo di povere case che si intitola Vassena, il romanzo di Grossi,
-che tutti abbiamo letto, ci suggerisce d’occuparci di Limonta,
-“terricciuola, — è scritto nel Marco Visconti — pressochè ascosa
-fra i castani al guardo di chi, spiccatosi dalla punta di Bellagio
-per navigare verso Lecco, la cerca a mezza costa in faccia a Lierna.
-Cominciando dall’ottavo secolo fino agli ultimi tempi che fur tolti
-i feudi in Lombardia, essa fu soggetta al monastero di Sant’Ambrogio
-di Milano, e l’abate, fra gli altri titoli, aveva quello di conte di
-Limonta e di Civenna, terra più in alto, al lembo della Valassina.„ I
-geologi e gli archeologi ricordano sovrastante a Limonta un masso del
-volume di circa cinquanta metri cubi, che sembrerebbe rovinare ad ogni
-più lieve scossa, ma che è sorretto invece da tre pietre della medesima
-natura. Su questo trovante si leggono scolpite le lettere:
-
- P. L. D. B.
-
-che il chiarissimo archeologo cavaliere Bernardino Biondelli,
-interpretò per _Pietra Luna di Bellagio_. Infatti si denomina _Pietra
-Luna_ un tale trovante e lo si pretende una reliquia del culto celtico,
-come qui dal linguaggio celtico si hanno più vestigia in molti nomi di
-paesi e monti, come Grianta e Grosgalli. Completerò le notizie intorno
-a questa minima terra, ricordando le cave di gesso che son proprio
-a lido, e quelle di marmo nero sul fianco del monte; onde gli scoppi
-delle mine destano frequentemente gli echi di quest’ultimo contrafforto
-delle Alpi; e per coloro che sono alquanto più epicurei, ricordando che
-il luogo è celebre pe’ suoi saporiti marroni. Anche la vicina terra di
-Civenna divide una tale gustosa particolarità, che un giorno era tutto
-a profitto dei detti monaci di Sant’Ambrogio. Qual gaudente non si
-sarebbe fatto monaco allora? Le più belle ville, le leccornie migliori,
-privilegi d’ogni sorta, immunità, tutto era per essi.
-
-La citazione del Grossi rammenta Lierna che sta in faccia a Limonta, ed
-è paese su’ cui greppi soprastanti si fanno vini che dicono buoni per
-chi patisce di gotta e di calcoli, mali oramai resi troppo comuni.
-
-Più in alto è Perledo, da dove si ha una magnifica vista. Lassù, dicesi
-dalla tradizione che la Regina Teodolinda — la quale in tutta questa
-parte di Lombardia si ha tutti i momenti e per tutte le occasioni alla
-mano —, dopo d’avere abdicato in favore del figlio Adaloaldo, s’avesse
-a ritirare per ivi passare nella quiete i vecchi giorni[27].
-
-Su questa riva orientale, dopo Lierna, si incontra Olcio, ove si scava
-pure marmo nero, del quale parte va alla fabbrica del duomo di Como;
-quindi si arriva a Mandello, grosso paese, dove il palazzo Airoldi, ora
-Pini, contavasi fra i più suntuosi del lago.
-
-Oltre Mandello è l’Abbadia, così chiamata per una antica badia che fu
-prima de’ Benedettini, e quindi de’ Servi di Maria, e vi son case di
-villeggiatura. Più avanti, verso Lecco, è la Gessima, luogo brullo
-e sassoso, che trae forse il suo nome dalla roccia propria a far
-gesso, e va ricordato da Paolo Giovio pel fatto miserando intervenuto
-a Lodovico Savelli, che, essendosi inerpicato per questa scogliera,
-scivolatogli il piè, e giù rovinando, potè nella caduta avvinghiarsi
-ad un ramo sporgente e colà vi stette, colla forza dell’istinto che
-ognuno ha della propria conservazione, per ben cinque ore; finchè, più
-non potendovisi sostenere e mancategli le forze, stremate vieppiù dalla
-sferza del sole, malgrado che que’ terrieri, inorriditi spettatori di
-quella scena, gli avessero disposto sotto letti di felci, di strame e
-di materassi, giù lasciandosi andare, prima di toccar terra s’era già
-reso cadavere. — Seguono le Caviate e poi la Maddalena, casali ultimi
-che rompono l’uniformità della strada militare, la quale da Lecco
-dirigesi a Colico e che corre tra il lago e la montagna brulla, cui di
-tratto in tratto ha squarciate, per aprirsi il varco, le pendici.
-
-Sull’opposta riva, rimpetto a Mandello, sorge il paesello di Onno,
-dove a notte le ardenti fornaci ti dicono che vi si produce calce;
-poscia Parè, sovra cui spuntano que’ picchi che si chiamano i _Corni di
-Canzo_, perchè dall’opposto versante sogguardano la grossa borgata di
-Canzo, e che stando sui bastioni di Milano, in una limpida giornata,
-si veggono a incitamento de’ molti che vi traggono a passare alle
-lietissime falde le autunnali vacanze.
-
-Ma ritraversiamo lo sguardo: Lecco c’è in faccia; la campanella del
-piroscafo ci annunzia che ci accostiamo al lido.
-
-Entrati in questo bel bacino tutto recinto di monti, non è possibile
-non ripetere mentalmente il saluto a questi luoghi, che leggemmo nel
-capitolo VIII dei _Promessi Sposi_: “Addio, montagne sorgenti dalle
-acque ed erette al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra
-voi, e impresse nella sua mente non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi
-più famigliari; torrenti, de’ quali egli distingue lo scroscio come il
-suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio,
-come branco di pecore pascenti; addio!„
-
-Con questa soave reminiscenza di Manzoni vi ho invitato a guardare
-tutto l’ameno territorio, che sembra, pei tanti paesi che si succedono
-senza interruzione, una sola città, fin su a Laorca, da dove per un
-risvolto di via si entra nella Valsássina.
-
-Ma che è codesto cupo e cadenzato rumore — potrà chiedere il lettore
-che mai non fu a Lecco — che s’intende lontano? — Gli risponderò coi
-superbi versi di Foscolo, che fu in questi luoghi ad ispirarsi, e ch’io
-spicco al _Carme delle Grazie_, e il quale tutto spira attica fragranza
-e venustà:
-
- Come quando più gajo Euro provóca
- Sull’alba il queto Lario e a quel sussurro
- Canta il nocchiero, allegransi i propinqui
- Lïuti e molle il flauto si duole
- D’innamorati giovani e di ninfe
- Sulle gondole erranti; e dalla sponda
- Risponde il pastorel colla sua piva.
- Per entro i colli rintronano i corni
- Terror del capriol, mentre in cadenza
- Di Lecco il maglio, domator del bronzo,
- Fuma dagli antri ardenti; stupefatto
- Pende le reti il pescatore, ed ode.
-
-È dunque il maglio delle officine di ferro di Castello e San Giovanni,
-il cui martellare mi svegliava nel religioso efebeo a’ giorni della mia
-adolescenza.
-
-È, fra tutti i paesi che vedete sparpagliati in questo bel pendio
-fiancheggiato dal monte di San Martino e dal Resegone, che stanno
-Acquate all’insù, a lido Pescarenico, ove seguirono tante interessanti
-scene del romanzo del sommo nostro Manzoni, fatto così popolare che
-non v’abbia persona che, giungendo a Lecco, non s’informi d’ogni
-luogo in quel libro mentovato. E così pure domanda ognuno dove sia il
-_Galeotto_, bella palazzina dove il Manzoni appunto dimorò tanto tempo
-quando attendeva a scrivere questa sua opera d’oro, e che sta a mano
-destra di Lecco, a poco più d’un quarto di miglia.
-
-Ma via, scendiamo dal battello che è approdato, tocchiamo la terra
-che ha tenuto parola al vaticinio di questo illustre scrittore,
-affrettandosi a diventare città; e la è infatti per attività di
-commerci, se non per ampiezza, e mettiamoci nel mercato, che già ferve
-da più ore.
-
-Gentili signore e molte nostre cittadine conoscenze lo percorrono su
-e giù. A che mai son venuti? Quale attrattiva li ha chiamati? Non è
-già la brama di ammirarne le derrate e le merci esposte; chi mai ad
-esse ha pensato? Per quanto siano peregrine le _robiole_ o cacini
-di Introbbio, che Valsássina vi spedisce, non son esse di certo per
-cui sono accorse. Ma per che dunque? La voga. È detto che il mercato
-di Lecco sia una gran cosa, massime a’ sabati d’ottobre, e ognun vi
-corre che stia in villa, o lungo il lago, o nel vicino Pian d’Erba, o
-nella restante Brianza superiore. Gli è che ognuno serve di spettacolo
-all’altro: giugne una carrozza, ne giugne un’altra; gli uni attendono
-a vederne scendere gli altri; son persone che si conoscono, che si
-salutano, che si stringono la mano, si baciano, si scambiano notizie e
-complimenti; poi a braccetto si passeggia a veder altri, poi si parla
-e si sparla di tutto; si ingombra il caffè; si impegna a fermarsi per
-la sera al teatro, che per consueto ha in autunno buona compagnia di
-canto; poi, se sì, si va all’albergo, il _Leon d’Oro_ o la _Croce di
-Malta_, forniti d’ogni comodità; se no, dopo un pajo d’ore, chi rimonta
-in carrozza, chi riascende il vapore; gli uni vanno di qua, gli altri
-di là, tutti ritornano alle loro ville a diffondere alla loro volta le
-notizie e i pettegolezzi uditi, e a domandarsi spesso: ma infine, che
-cosa v’era a Lecco? Perchè vi ci si va? — e malgrado che la risposta
-che ognuno si dà a sè stesso non contenga grande costrutto, pure il
-sabato successivo vi si ritorna. Andatevi dunque anche voi, o miei
-cortesi lettori.
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMAQUARTA.
-
-VALMADRERA.
-
- Malgrate. — Gli etimologisti. — Casa Agudio e i suoi ospiti
- illustri. — La chiesa parrocchiale e il pittore Cornienti. —
- Valmadrera. — La Chiesa. — Il trovante utilizzato. — Le Cappelle
- della _Via Crucis_. — La villa del signor Egidio Gavazzi. — La
- villa del signor Pietro Gavazzi.
-
-
-Essendomi proposto di condurre il mio lettore dal lago di Como al Pian
-d’Erba, dopo il mercato di Lecco non l’obbligherò a rifar la via del
-lago; ma traversatolo in carrozza sul bel ponte di sotto il quale esce
-l’Adda, volgiam verso Malgrate che fronteggia Lecco, dove sono belle
-ville, e il colle o promontorio che si spinge nel lago, il qual si
-mostra tutto verdeggiante pei giardini che vi si adagiano. Sul vertice
-di esso si signoreggia tutto il vaghissimo territorio; e presso vi sono
-sparse altre case signorili e ville, e il tenere de’ Fate-bene-fratelli
-di Milano, che qui, come a Valmadrera, vi ereditarono dai Mandelli.
-
-Sempre quegli eterni etimologisti pretendono far credere che Grato
-si chiamasse prima questa terra, ma che per una immane strage che vi
-fecero i Comaschi nel 1126, mutasse in quello di Malgrate il nome; non
-altrimenti, per l’opposto, era accaduto a Malevento ne’ primi tempi
-della romana repubblica che una fortunata battaglia facesse alla città
-cangiare il nome in Benevento, che serba tuttavia.
-
-In Malgrate han casa gli Agudio, ed era in essa che Giuseppe Parini,
-ospite del canonico Candido Agudio, scriveva gran parte del suo poema
-_Il Giorno_. Anche il poeta vernacolo Balestrieri, vi fu ospite
-festeggiato e vi conduceva la traduzione in versi milanesi della
-_Gerusalemme_ del Tasso; nè certo vi sarà rimasta muta la musa del
-fecondissimo abate Passeroni, che pur vi conveniva.
-
-Nella chiesa parrocchiale, che sta nella parte più alta del paese,
-cerchiamovi i due bei dipinti di Cherubino Cornienti, rappresentanti
-l’Annunciazione della Vergine e la Natività, e vedendoli, si sente
-maggiore il rammarico che sì giovane ne sia stato il loro autore rapito
-da morte.
-
-Lasciato Malgrate, poco avanti si vede a man destra, ed adagiata sulle
-pendici boscose del monte, Valmadrera. È un grosso borgo industrioso
-per fiorenti setificî, massime quello de’ fratelli Gavazzi, e per
-ottima calce che vi si cava; e l’attenzione e curiosità vi son deste
-per una bella chiesa, sacra a Sant’Antonio, architettata nel 1814 da
-Simone Cantoni, con modificazioni dell’ingegnere Bovara di Lecco,
-e nella quale sono affreschi pregevolissimi di Luigi Sabatelli da
-Firenze, che vi dipinse la visione dell’Apocalisse, ed un quadro antico
-del Lomazzo; un Cristo e Sant’Antonio, scolture di B. Cacciatori; e
-per le magnifiche villeggiature del signor Egidio e del signor Pietro
-Gavazzi, a non dir di qualche altra del pari interessante. Nè van
-dimenticate le cappelle della _Via Crucis_, di cui due condotte pure
-a buon fresco dall’egregio pittore Vitale Sala da Cernusco Lombardone,
-che in queste parti lasciò altre memorie del suo vigoroso pennello.
-
-Nella chiesa, oltre i suddetti affreschi del Sabatelli, merita essere
-ricordato che le quattro colonne di granito, del diametro ciascuna di
-metri due e mezzo e dell’altezza di metri ventisette, che sorreggono
-il cornicione e la vôlta a mo’ di cupola o lucernario, si sono tratte
-da un trovante ch’era sul monte di Valmadrera, a 1200 piedi sul livello
-del lago, che equivale a 1854 su quello del mare.
-
-Nella villa dei signori fratelli Gavazzi poi molte altre ragioni vi
-sono di curioso interesse.
-
-A parte la bella posizione sua, che dovette indubbiamente costare
-assai al suo proprietario, per superare le difficoltà della roccia e
-l’ineguaglianza del terreno; tanto la casa, o grandioso palazzo che dir
-si dovrebbe, quanto il giardino, sono d’una vaghezza incomparabile. E
-siccome non tutto boscoso è il monte che serve di sfondo, ma v’è anche
-molta scogliera nuda; così tutta questa delizia si direbbe suscitata
-dalla magica bacchetta d’una benefica fata, e il vario genere vi crea
-il più grazioso contrasto.
-
-L’arte addita nell’unito oratorio, che è una rotonda d’ordine corintio,
-un monumento eretto alla memoria di Giuseppe Maria Gavazzi, lodevole
-opera di Benedetto Cacciatori, e un quadro pure lodevolissimo di
-Giuseppe Sabatelli.
-
-Nel giardino è un bel laghetto, perocchè l’acqua vi accresca vita
-e bellezza: vi sono profonde e spaziose grotte, chioschi eleganti
-e capanne da pastore, macchie d’alberelli, sabbiosi sentieri,
-tappeti erbosi, piante peregrine e fiori; tutto insomma disposto con
-meravigliosa sagacità e buon gusto.
-
-Presso alla sala da pranzo e da essa, mediante un’acconcia vetriata,
-si vede il giardino detto d’inverno, dove sono adunate piante e fiori,
-che sappiano anche nella stagione inclemente fare di sè bella mostra.
-Abbandono il pensiero di venir passando in rassegna le varie peregrine
-vegetazioni per tema di voler parere botanico, non lo essendo. Noto per
-altro e le stufe opportunamente erette a grandi vetriate col sistema
-dell’ingegnere Balzaretti, che nel giardinaggio è veramente maestro, e
-la bella fontana.
-
-Se, in una parola, il lettore vorrà veramente pellegrinare a
-Valmadrera, pria d’entrare al vicino Pian d’Erba, vedrà che la villa
-dei signori fratelli Gavazzi sorpasserà di molto quell’aspettazione che
-le mie povere e disadorne parole gli avranno per avventura ispirata.
-
-Non si diparta allora da quella borgata senza visitare anche l’altra
-villa del signor Pietro Gavazzi. Dal suo belvedere, che domina
-il grazioso palazzo, gli verrà dato di ammirare un leggiadrissimo
-panorama, di genere affatto diverso da quelli che, dai culmini che già
-abbiamo insieme ascesi, ci accadde di vedere spiegati avanti di noi.
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMAQUINTA.
-
-IL MONTE BARO.
-
- Bartesate, Villavergano, Figina. — La casa degli Umiliati. —
- Ello. — Ville Prinetti, Annoni, De’ Vecchi. — La villa Paolina.
- — La Bellavista del signor Cereda. — Galbiate. — Palazzi
- Brioschi e Ballabio. — La villa Sanchioli e l’eco polisillabo.
- — Case Curti e Riva. — La chiesa di S. Michele. — La lapide
- di piazza. — Il Monte Baro. — Fiabe archeologiche. — L’effigie
- immobile. — La Rôcca di Re Desiderio. — La fanciulla nel pozzo.
- — Il Monte delle Crocette.
-
-
-Essere in questi dintorni, sentirsi di buona gamba e volontà di veder
-cose nuove e provar grate emozioni, e non ascendere a Monte Baro, è
-pressochè impossibile. Pellegriniamovi noi pure, amico lettore, più
-fortunati se avremo con noi, e meglio ancora se ci saranno compagne
-le signore, perchè allora più lieta, svariata e simpatica ci parrà la
-gita.
-
-Eleggiamo la via di Galbiate, che tornerà men faticosa. E tuttavia
-questo bel paese è sul ciglio del monte; ma appunto per questo sarà più
-divertente l’escursione nostra.
-
-Mano mano che si ascende, l’orizzonte si allarga. Il ridentissimo
-bacino dell’antico Éupili si distende innanzi a noi. È dall’alto
-che terrem conto di tutto; intanto le terre che su questo monte,
-o piuttosto collina si veggono, sono Bartesate e Villavergano; più
-sopra Figina, ove si vede una casa che apparteneva agli Umiliati, e
-quindi Ello, che conta diverse villeggiature amenissime de’ Prinetti,
-dell’Annoni, del signor Pasquale de’ Vecchi, la villa Paolina,
-fabbricata dal general Pino, e quella dei Riva, che ha un giardino
-da cui si vede da una parte l’Adda e dall’altra il Pian d’Erba,
-e sovratutto quella che già fu del signor Bonomi ed ora è passata
-all’ingegnere Cereda, che per me ha la più simpatica postura della
-Brianza, come quella che sorga sulla parte più alta e libera del paese
-e domini tutto un meraviglioso orizzonte di monti e di colli, di laghi,
-di paesi. L’han detta _La Bellavista_; ma siccome è un nome affibbiato
-troppo comunemente tra noi a qualunque luogo che appena abbia una
-spanna di prospetto o di sfondo, così non rende tutto l’incanto che
-realmente possiede. Ben architettato e comodo ne è il palazzo, e
-stupendamente da natura mosso e accidentato il giardino, anzi parco che
-le sta intorno, ricco di boschetti e rarità botaniche; insomma un vero
-Eden.
-
-Giunti a Galbiate, ci accorgiamo come questo colle separi la valle
-dell’Adda da quella dell’Éupili; perocchè dall’opposto versante veggasi
-appunto quel fiume, che uscito tale di sotto del ponte di Lecco,
-rasenta Olginate e va giù a Brivio. Il duplice orizzonte è pertanto un
-pregio di poche località; godiamolo nel mentre raccogliamo il vigore
-per compiere la gita montana che abbiamo intrapresa. Guardando giù
-per la parte donde siamo venuti, vediamo tutta una serie di laghetti:
-quel d’Oggionno e quel d’Annone, che ne è appena diviso da una lingua
-di terra che chiaman Isella; quindi quel di Pusiano, poscia a mano
-manca quel più piccolo di Alserio. Senza molto dubitare si può essere
-indotti a credere che un dì fossero tutti uniti in un sol lago, che
-Plinio denomina l’Éupili, e dal quale esce il Lambro, ch’egli chiama il
-_Flumen frigidum_, fiume freddo, che ha le proprie scaturigini tra le
-montagne della Vallassina.
-
-In Galbiate poi, passando innanzi a bellissime case e palazzi, si è
-tratti a chiedere a chi appartengano: e si sa che sono proprietarî
-i Brioschi d’un palazzo, che sta sulla piazza della chiesa, con
-magnifiche sale ed ampie cantine, e che già fu del barone Pietro
-Custodi, il continuatore della _Storia di Milano_ di P. Verri e il
-dotto economista; d’altro i Ballabio, con magnifico giardino verso
-Oggionno, e dove si incominciarono scene dolorose di domestico dramma,
-nel quale era catastrofe l’affogamento d’un bambino e scena ultima
-la Corte delle Assise di Milano per lo snaturato suo padre; quindi la
-villa Sanchioli, dove esiste un eco polisillabo, che ripete persino un
-intero endecasillabo, e le case de’ Curti e dei Riva.
-
-Se accadrà al lettore di tornare altra volta in Galbiate, perchè oggi
-siam diretti a Monte Baro, girando intorno al colle verso la parte
-della valle dell’Adda, non lasci di visitare la chiesa di San Michele
-che sta sul pendio verso Lecco. La sua fondazione è attribuita a
-Desiderio, l’ultimo re longobardo, e vi godrà di altro nuovo orizzonte,
-perchè si vedrà in faccia tutto il territorio di Lecco e il corso
-serpeggiante dell’Adda.
-
-Prima di lasciare Galbiate, decifriamo la lapide che si vede sulla
-piazza della chiesa.
-
-Essa suona così:
-
- Libertas
- Quæ toto non bene venditur auro
- Labore lite prætio parta
- Galbiatensi viciniæ ac finitimis oppidis
- Regia concessione firmata tandem arrisit
- Felix dies XVII junii anni MDCLXXI.
- Que infeudationis ac omnis inferioris judicii
- excusso onere
- Populus hic sub potentiss. regis Hispaniarum
- Vicaria potestate nempe mediolanensis Senatus
- Se immediate redegit.
- Tantæ exemptionis memoriæ
- Quam Francisci Georgii Ottolini
- Regiæ ducalis Cameræ notarii
- Autentica scripta privatim asservant
- Hujus lapidis retentivæ custodiæ
- Publice resignantur
- Die XVIII septembris anno MDCLXXI[28].
-
-Così impariamo che Galbiate, ch’era una volta dipendenza del feudatario
-della Pieve d’Oggionno, ebbe a comperare a’ 17 giugno 1671 la propria
-emancipazione.
-
-Ora ripigliamo la strada pel monte Baro. Essa è montuosa, ma non aspra,
-e presto vi si arriva.
-
-Figuratevi quanto s’esercitasse l’erudizione intorno a questo monte!
-S’è detto prima che su questa sua vetta, dove noi ci troviamo adesso,
-vi fosse nientemeno che una città e che questa si denominasse Bara,
-i cui abitanti andassero poi a fondare Bergamo. Gli è tutto un sogno
-codesto, chè nulla rimase che dia presa soltanto ad argomentare che
-qualche fondamento avesse di verità, dove s’eccettui il nome del monte.
-Ma pure i barbassori che misero innanzi tal fiaba, sono nientemeno
-che Plinio il Vecchio, il quale per altro ciò afferma sulla fede di un
-vecchio autore, che dice essere Catone. E a Bara e da’ suoi abitatori
-si vuole discesa tutta la famiglia briantea.
-
-Non so poi davvero di qual ragione possa valere a rafforzare questa
-pretesa la tradizione di quella vecchia e rozza effigie che si venerava
-quassù, e che essendosi tentata da’ divoti di rimovere, onde porla
-in luogo più dicevole ed accessibile, non solo non vi riuscirono, ma
-rimasero colpiti da cecità. Ciò riferirebbesi ad êra cristiana. Quella
-effigie fu rivolta a culto cristiano, e quei di Galbiate vi eressero
-anzi una chiesa, nel 1480, che poi ebbero i Francescani, i quali vi
-studiarono la riforma del loro ordine, e vi stettero finchè Giuseppe
-II, nel 1810, volle sbarazzarsi di frati e di conventi.
-
-Qui sul monte vuolsi ancora che re Desiderio vi avesse una rôcca; e
-qui davanti alla chiesa, non fan più di quattr’anni, che in quel pozzo
-che vi si vede, precipitasse un’inconscia fanciulla, credendo riparare
-entro il recinto di muro dalla furia d’una buféra. Dicono vi rimanesse
-inavvertita ben sette giorni, a capo de’ quali, venuti per cagion d’una
-festa gli apparatori e udendo ascendere da quella profondità un gemito,
-calati dentro vi rinvenissero viva ancora, sebbene intirizzita, la
-poveretta che sopravisse con meraviglia di tutti.
-
-La vista da questa altura è maravigliosa, più che per la sua estensione
-— perchè da oriente è arrestata dalle vette de’ monti che le stanno in
-faccia, — per la sua vaghezza. Le digradanti colline che le stan sotto,
-i laghi che sembrano gli bacino i piedi, quel di Lecco e l’Adda da una
-parte, e quei di Oggionno e d’Annone dall’altra; gli altri leggiadri
-bacini, la miriade di paeselli e di casali disseminati per la valle
-dell’Adda e dell’Éupili, prestano allo sguardo uno di que’ panorami che
-a parole mal si sanno descrivere.
-
-Una bella selva di faggi sussiste ancora, entro cui i buoni Francescani
-s’erano aperta un’incantevole via, che se serviva di delizioso
-passeggio a que’ frati, or vale a riposo di chi pellegrina a questa
-vetta.
-
-Più su si sale al cocuzzolo del monte, dove furono infisse nel suolo
-tre crocette, che si veggono stando al basso della valle e che a
-quel più alto vertice fan dare il nome di Monte delle Crocette. Ivi
-naturalmente si allarga ancor più l’orizzonte e spazia vieppiù la
-vista.
-
-Ma l’ora si è fatta alta, e la salita, l’aria sottile del monte ci
-hanno reso acuto l’appetito; mano alle provvigioni. Non dimentichi il
-lettore la purissima linfa del monte, e con Properzio gridi a chi lo
-serve:
-
- _Et puris manibus sumite fontis aquam._
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMASESTA.
-
-LA VALLE DELL’ORO.
-
- Corni di Canzo. — Civate. — Il monastero benedettino. — Il re
- Desiderio e Adelchi. — La tradizione del miracolo. — La Valle
- dell’Oro. — Barzaguta. — La cascata.
-
-
-Come già notai in una precedente escursione, anche dai bastioni
-orientali della nostra Milano, fra quella lunga fila di montagne di
-cerulea lontananza che contermina l’orizzonte, si distingue quel monte
-che elevandosi in due acute punte, vien detto dei _Corni di Canzo_,
-dal bel paese che loro dà il nome, e che divide la Brianza dalla
-Vallassina. Era ad essi che Giovanni Torti, il poeta della _Torre di
-Capua_ e dei versi che Manzoni additava come _pochi ma valenti_, faceva
-cenno in questi:
-
- O selvose montagne, o gioghi erbosi,
- O di lontan sovreminenti al verde
- Cornuti massi, o dolce aere vitale...
-
-Come appendice di questo monte, si protende un bel declivio che vien
-morendo in riva al lago di Annone. Su questo allegro pendío si posa il
-villaggio di Civate, o Clivate, come appellavasi in addietro, derivando
-la propria denominazione dalla sua stessa postura.
-
-Fu già Civate una grossa terra, che v’ha chi pretende perfino essere
-stata una piccola città, argomentando da alcune vicinanze, come
-_Borneu_, che vorrebbe dire Borgo nuovo, Castello o Castelnovo e la
-Selva di Diana. Certo in tempi meno rimoti fu signoria degli Abbati
-Commendatori del monastero benedettino de’ SS. Pietro e Calocero, il
-quale sorge a mezzo del monte che sovraggiudica il paese stesso, e la
-storia e la tradizione hanno lasciato e all’eremo ed alla chiesa tutto
-ancora quell’interesse che pur l’avevano allorquando l’abbazia era nel
-pieno suo fiore.
-
-Per chi amasse conoscere per filo e per segno della origine del
-cenobio e della chiesa, degli scrittori che ne han parlato, fra’ quali
-Tristano Calco ed il Fiamma, Bernardino Corio e Ripamonti, per non
-dire dei tanti altri, farà bene a consultare le _Memorie storiche_ che
-pubblicava l’abate Longoni[29].
-
-Tutti i cronisti, scrive codesto autore, citando il Corio, concordano
-quindi nell’affermare che Desiderio, l’ultimo re longobardo, innalzasse
-la chiesa di S. Pietro per compiere il voto per la guarigione del
-figlio Adalgisio od Adelchi, come lo chiama il Manzoni. Desiderio amava
-oltremodo questo suo figlio, che viene dipinto da Paolo il Diacono, da
-Varnefrido e da Manzoni stesso come duce valoroso; e lo avea in tanta
-considerazione, da chiamarlo a parte del regno, dividendo con esso lui
-gli onori ed il peso della corona.
-
-Il Corio narra come Desiderio, dopo la sconfitta avuta da Adriano a
-Spoleto, oppure, come meglio si vuole, dopo la fuga e la rotta de’
-Longobardi dispersi dall’esercito franco, si ritirasse colle sue
-genti ne’ monti della Brianza ad un luogo detto Montebaro, dove si
-fortificasse in modo che di un monte solitario fosse divenuta una vera
-città opulenta. È quindi probabilissimo, inferisce il Longoni, che
-trovandosi in que’ luoghi andasse a caccia per quei circonvicini monti,
-che a quell’epoca erano per le folte selve abbondanti di selvaggina,
-e che abbattutosi Algiso in qualche fiera, che viene chiamata nelle
-cronache porco selvatico (cinghiale), o fosse assalito da essa, o
-nell’ucciderla restasse offeso dalle armi proprie o da quelle di
-altro cacciatore di lui seguace. Forse i monaci Benedettini, che si
-erano già sparsi nell’Italia e stabiliti negli eremi i più solitari,
-soccorsero il giovane Algiso o Adelchi nella sua sventura e lo
-curarono con affetto; per cui re Desiderio, mosso dalla premura da essi
-addimostrata, fece loro erigere una chiesa più vasta di quella di San
-Benedetto, che forse già esisteva, e la dotò di beni.
-
-Ma il Corio stesso riferiva supposizione diversa, quella cioè che il
-Fiamma aveva diggià udito.
-
-“Questo tempio fece edificare Desiderio a similitudine della Chiesa
-Pontificale in Roma. Et la cagione intervenne che, andando un dì
-Algisio, suo figliuolo, con assai comitiva et gran numero di carri alla
-caccia di porci (cignali) su quel monte dove è edificato il tempio, a
-caso ferendo un porco, di subito, per divina volontà, divenne cieco.
-La qual cosa intendendo il padre il votò a S. Pietro ad honore di
-cui, al figliuolo essendo ritornato il vedere, nel monte predetto
-fece edificare il memorato tempio e quello dotò di honoranti redditi,
-siccome nei suoi privilegi si contiene e per li quali si vede ancora la
-indulgenza che Adriano pontefice gli concesse.„
-
-La quale opinione dello storico milanese riceve il suo valore dalla
-popolare tradizione che ancora sussiste: perocchè i molti devoti che
-traggono a quella chiesa sogliano lavare gli occhi in una fonte di
-acqua viva che scaturisce presso alla stessa, e che pretendono sia pur
-quella che rese la vista all’infelice Adelchi.
-
-Ma che c’entrano, chiederà il lettore, tutte queste leggende colla
-Valle dell’Oro, di cui vi siete proposto di dire?
-
-— C’entrano sì, o discreto lettore.
-
-Perocchè, se visitando il Pian d’Erba, piace a te per avventura fra le
-cose meglio interessanti salire a que’ venerabili avanzi dell’antico,
-dove tanta storia di nostra casa si può imparare, e sarà certo fra’
-tuoi migliori partiti che ti allegrino il delizioso soggiorno, una
-delle due vie che vi conduce, transita appunto per la piccola Valle
-che si denomina dell’Oro; ed io, ponendoti al giorno della pietosa
-tradizione che ancor ripetesi dalla buona gente della montagna, ho
-pensato meglio invaghirti a salire per l’erta scabrosa, prendendo
-quel sentiero che parte da Civate, anzi che dal più agiato viottolo
-che dalla Croce così detta di Pieve mette fra dirupi e cespugli alla
-medesima meta.
-
- [Illustrazione: Valle dell’Oro.]
-
-L’orrido pittoresco della Valle dell’Oro è del più bello artistico
-che immaginare si possa. Perchè chiamata dell’Oro, non è presto
-detto, variando al proposito le sentenze. V’ha chi attribuisce questo
-nome alle molte piante d’alloro di cui tutta quanta era un tempo
-disseminata; v’ha chi pensa esistesse un giorno qualche aurifera
-miniera, ma di traccie non se ne riscontrano; v’ha chi poi lo vorrebbe
-derivare — e potrebbe essere probabile — dal cognome di alcuna famiglia
-che là ebbe un giorno a possedere. Ma di siffatte investigazioni non
-credo possa venirne utile a chichessia e però passo oltre.
-
-Presso al poggio, designato da quei del paese col nome di _Barzaguta_
-(balza acuta), si discende verso un torrente, le cui acque nella caduta
-mettono in movimento mulini e filatoi. Poco dopo ne si para dinanzi una
-magnifica cascata, quella appunto di che or ti si offre il disegno.
-Il fondo di questa incantevole scena è costituito da due altissime e
-smisurate roccie, e le acque, precipitando spumeggianti e rumorose,
-formano nel letto del torrente un bel bacino. Al piede di esso l’occhio
-si perde in una gola oscura, attonito dapprima per le dirupate frane
-e pei pensili massi che sembrano ad ogni istante rovinare, e se mai
-ti piglia il talento di ascendere al sommo della cascata, una rozza
-gradinata praticata nella roccia ti agevola la salita.
-
-Oh sì, fra tanto frastuono delle acque cadenti, e fatto maggiore dagli
-echi che si ripercuotono, l’anima nostra è compresa da un insolito
-sentimento fra la meraviglia e l’orrore; gli svariati effetti di luce,
-le tinte ora cariche, ora sfumanti della intera scena, e quelle ombre,
-che i pittori chiamerebbero _portate_, e il cupo verde de’ cespugli,
-e il gruppo degli alberi, e l’enormità de’ macigni, ne ingigantiscono
-così quelle sensazioni che ognun si sente quasi incatenato al luogo e
-mal si sa togliersi di colà.
-
-Il geologo poi in quest’orrido della Valle dell’Oro studia uno dei
-fatti più curiosi della sua scienza; cioè il gran banco madreporico,
-anzi muraglia di corallo che si stende per tutta la Lombardia, dove
-mal distinto dalla dolomia bianca e grigia che può dirsi azoica, dove
-conservando le forme di polipaio.
-
-Valle dell’Oro è pur chiamato quel povero gruppo di capanne, al quale
-scorge il sentiero che percorre la costa della rupe, e se il cammino
-scabroso ti ha fatto stanco, una polla di limpida e fresc’acqua
-colà ritrovi che ti ristora dall’arsura e ti fa cuore a terminare
-l’aggradevole pellegrinaggio.
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMASETTIMA.
-
-LA CASA DEL PARINI.
-
- Annone. — La Squadra dei Mauri. — Suello. — Cesana e San Fermo. —
- Bosisio. — La Chiesa e l’Oratorio — Casa Banfi. — Monumento ad
- Appiani e Parini. — Uno stregone dei tempi antichi. — La casa
- del Parini. — Lapide commemorativa. — Onta lavata.
-
-
-Discendendo dall’altura di Civate, rasentati i laghi d’Oggionno e di
-Annone, de’ quali il lettore s’è già intrattenuto per averli veduti
-dalle vette di Galbiate e di Monte Baro, pigliamo la via che mena a
-Bosisio, chè oggi la nostra escursione è un caro pellegrinaggio alla
-casa in cui nacque quell’intemerato intelletto di Giuseppe Parini, che
-fu tanto lume delle italiane lettere e che si recò a sommo di gloria il
-poter dire di sè:
-
- Io volsi
- L’Itale Muse a render saggi e buoni
- I cittadini miei[30].
-
-Vediamo da lungi Annone, che dà nome al lago, ma che non ha importanza
-speciale, malgrado la bella chiesa che vi sorge su disegno del Bovara,
-di stile jonico. E ad Annone dicono sia venuto il nome da uno dei
-trenta duchi longobardi. Se sul Monte Baro e in Civate la tradizione
-ricorda la presenza in questi luoghi di Desiderio e di Algiso, nulla di
-più facile che anche un altro duce di loro razza sia qui stato e abbia
-lasciato a’ posteri memoria di sè in questo paese.
-
-A mano destra, e addossata alla montagna, è quella parte di territorio
-che si denomina ancora la _Squadra dei Mauri_, e anche qui la
-tradizione spiega la denominazione, pretendendo stabilita qui una
-colonia di Mori... ma in qual tempo? Se ne tolgono d’impaccio questi
-fabbricatori di storia, rispondendo: al tempo delle invasioni, che io
-mal saprei definire ancora quando fosse, ignorando davvero che i Mori
-facessero mai invasioni nelle nostre parti e molto meno in queste.
-Compresa in tale Squadra è Cesana o San Fermo, come più propriamente si
-nomina, terra vaghissima e ferace, e che si han più dati per ritenere
-che avesse un giorno una maggiore importanza.
-
-Poi via trascorriamo Suello, e di contro a Cesana, pria di giungere a
-Pusiano, volgiamo a manca, e dopo breve cammino, girando pur alquanto
-intorno al lago di Pusiano, salutiamo Bosisio.
-
-Un dì, e non è molto, era poverissima terra; ora il comune è de’
-più ricchi, grazie alle torbiere che si trovano sul suo, e che gli
-fruttarono e fruttano tuttavia una ingente moneta. Ogni fuoco di questo
-paese ha diritto ad una parte di torba; nè avviene qui ciò che altrove
-di queste parti si lamenta, che cioè i nullatenenti e i vagabondi si
-caccino nell’altrui per i boschi a far legna. E sovrabbonda in tanta
-quantità la torba, che ne può esser venduta con larghissimo ed annual
-beneficio.
-
-Tuttavia, malgrado l’antica povertà, non era l’arte nome affatto
-straniero in Bosisio, se nella sua chiesa parrocchiale ti veniva
-mostrata come preziosità una tavola dipinta da Gaudenzio Ferrari, una
-tela di quel più recente ma esimio artista Vitale Sala, di cui vedemmo
-già a Valmadrera due freschi, ed un’altra del Narducci nell’Oratorio di
-casa Appiani, architettato dal valente Moraglia, dove era un bellissimo
-quadro del sullodato Vitale Sala, rappresentante l’Annunciazione di
-Maria Vergine; e finalmente nella casa del signor Banfi, dove io fui
-l’ospite benvenuto nel 1845, si trovava che il colto proprietario aveva
-nel suo grazioso giardino, che digradava al lago di Pusiano, eretto
-monumento a due illustri che da Bosisio eran partiti a far parlar
-alto di sè stessi il mondo; ad Andrea Appiani, giustamente chiamato
-il _Pittor delle Grazie_, ed a Giuseppe Parini. E siffatta reverenza
-dimostrava il Banfi quando non s’era per anco da alcuno pensato a
-mettere pure una pietra commemorativa là dove l’illustre Poeta era nato
-ed aveva abitato; e su di quel monumento scolpiva i versi di lui, ne’
-quali entrambi sono così rammentati, e son questi:
-
- Te di stirpe gentile
- E me di casa popolar, cred’io,
- Dall’Éupili natio,
- Come fortuna variò di stile,
- Guidaron gli avi nostri
- De la città fra i clamorosi chiostri.
- E noi dall’onde pure,
- Dal chiaro cielo e da quell’aere vivo
- Seme portammo attivo
- Pronto a lavarne da le genti oscure,
- Tu Appiani col pennello,
- Ed io col plettro seguitando il bello[31].
-
-Dirò di più a chiarire la noncuranza. In quell’occasione mi rammento
-che, visitato per la prima volta il Pian d’Erba, all’incantevole
-vista de’ suoi facili colli, de’ suoi ridenti paesi, de’ tranquilli
-suoi laghi, m’erano venuti spontanei sul labbro i versi del cantore
-del _Giorno_, della satira mordace e potente, ma elegante e in guanti
-gialli, che così questi suoi luoghi salutava, quando, stomacato della
-vita politica e cittadina, faceva ad essi ritorno:
-
- Colli beati e placidi
- Che il vago Éupili mio
- Cingete con dolcissimo
- Insensibil pendio,
- Dal bel rapir mi sento
- Che natura vi diè,
- Ed esule contento
- A voi rivolgo il piè[32].
-
-E allora, trovandomi a Bosisio, andai percorrendo tutto il paese,
-cercando quale delle umili casette che lo costituivano sarebbe stata
-quella in cui schiuso aveva gli occhi alla vita il grande poeta; e come
-che nessuna mi paresse tale da invitarmi a chiedere se quella fosse,
-una comare, cui finalmente mi rivolsi perchè il mio desiderio facesse
-pago, incominciò a sbarrarmi gli occhi in faccia, maravigliata dallo
-intendere il nome di Parini; poi, quasi vergognando ch’io, straniero,
-fossi di lei più esperto del paese, come se raccogliesse in quel punto
-tutte le sue memorie, finì col dirmi sbadatamente:
-
-— Sì, sì; era uno stregone dei tempi antichi.
-
-Quindi, crollando il capo, mi significò che di più non avrebbe saputo
-aggiungervi, e molto meno dove fosse la casa de’ suoi padri.
-
-Povero Parini! Uno stregone!
-
- [Illustrazione: Casa del Parini.]
-
-Pure la natale casetta scoprii finalmente a furia d’inchieste
-e d’induzioni; nè presi errore, da che due anni dopo, quando il
-sentimento della italiana rigenerazione parlò potente al cuore di
-tutti, e cercavamo raffermarci ne’ propositi santi e generosi col
-rimettere in onore le glorie del paese, e massime quelle che avevano
-gittato negli animi nostri il germe di essi, nelle opere del loro
-ingegno a noi lasciate, si impose il nome di Parini alla via dove
-sorgeva, e su di essa, in una solenne festa, fra un concorso infinito
-di popolo e di villani che non avevano mai sognato prima chi si fosse
-e pur allora ne capivano verbo, e fra letture di prose e di versi in
-onore di lui, fu collocata una lapide che recava sculte le seguenti
-parole:
-
- A GIUSEPPE PARINI
- GLORIA DELL’INGEGNO LOMBARDO
- CHE NUOVI SENTIERI APRÌ
- ALL’ITALICA POESIA
- E LA FE’ POTENTE INTERPRETE
- D’ALTI PENSIERI E DI SDEGNI MAGNANIMI
- DERISOR SUBLIME DE’ FIACCHI COSTUMI
- BANDITOR SINCERO DELLE VERITÀ PIÙ UTILI
- MAESTRO D’UNO STILE PELLEGRINO TEMPERATO
- CHE OBBEDISCE AL CONCETTO E GLI CRESCE ENERGIA
- ALCUNI ESTIMATORI
- PERCHÈ QUI DOVE POVERAMENTE NACQUE
- E PRIMA S’ISPIRÒ NEL RISO
- DI CIEL SÌ LIETO
- ABBIA IL NOME DI LUI PERENNE OSSEQUIO
- P. NEL MDCCCXLVII.
-
-L’iscrizione, a mio avviso, avrebbe fatto meglio ad essere più concisa,
-e ricordar invece il dì in cui il grande cittadino e poeta nasceva.
-Avrebbe almen giovato a qualche cosa.
-
-Ad ogni modo la generazione presente ha lavata l’onta che Foscolo
-gittava al volto della città che l’ospitava, ch’egli acremente chiamava
-ne’ _Sepolcri_
-
- lasciva
- D’evirati cantori allevatrice,
-
-perchè non ombra, non pietra, non parola avesse posto a Parini: Milano,
-nel suo palazzo di Brera, rizzavagli maestoso monumento, affiggeva
-memore lapide sulla casa che l’aveva albergato e dava il nome di lui ad
-una nuova sua via.
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMOTTAVA.
-
-L’ISOLA DE’ CIPRESSI.
-
- Il lago di Pusiano. — Il primo battello a vapore in Italia. — Un
- mio processo. — Armi di pietra e palafitte lacustri. — Pusiano.
- — Villa Conti. — Scene di superstizione. — La Processione
- del Venerdì Santo. — L’Isola de’ Cipressi. — Il romanzo di
- Bertolotti.
-
-
-Se vivo ancor fosse quell’eccellente uomo di Banfi, presso cui, vi
-dissi, ospitai nel 1845, non rifacendo più la via che ne condusse
-a Bosisio, dal giardino suo saremmo montati nella barchetta che vi
-stava legata, per pigliare il largo su questo lieto e tranquillo lago
-di Pusiano, onde condurci al paese che sta quasi di fronte e che gli
-diede il nome; ma di lui non resta che la buona memoria in chi lo
-conobbe d’anima aperta e cortese. Qui s’era ritirato a fruire d’una
-vita calma, dopo aver assistito a’ burrascosi avvenimenti che chiusero
-l’êra napoleonica e condussero sciaguratamente in Lombardia l’austriaca
-dominazione, che le pesò sul collo per quarantacinque anni; qui gli
-consolava gli estremi giorni l’amore d’una figliuola e qui costei vi
-soggiorna ora colla corona de’ suoi figliuoli.
-
-Ritorniamo adunque per la strada primitiva. In pochi minuti il lago ci
-riappare.
-
-Il suo bacino non è grande siccome un giorno, quando abbracciava tutto
-quello spazio che segnano da una parte il lago, ora detto d’Oggionno,
-e dall’altra quello d’Alserio; esso è quanto avanza del vecchio Éupili;
-ma se ha perduto in vastità, ha guadagnato, a mio credere, in vaghezza.
-Dall’una sponda corre l’occhio all’altra, e tutti si veggono e contano
-i paesi che vi seggono in riva e lo circondan dappresso.
-
-È inoltre pescoso, e vi si raccolgono specialmente anguille e lucci,
-tinche e barbi, arborelle e carpi, e vi si potrebbe ottenere di meglio,
-se la piscicoltura non fosse tra noi sì poco curata, o se fosse vissuto
-più a lungo quel Giuseppe Conti, che qui con molto amore la coltivava.
-
-Fu su questo lago che, nel 1820, per la prima volta in Italia fu
-visto un battello a vapore; ma al sospettoso governo d’allora, a
-quel governo che giunse a farmi sul serio un processo criminale nel
-1855, per _perturbazione della pubblica tranquillità contro il nesso
-politico dell’impero_ (!), per avere scritto che il finale del terzo
-atto del _Profeta_ di Meyerbeer era una _ladra cosa_, essendosi capito
-ch’io aveva voluto alludere all’inno nazionale austriaco di Haydn,
-da cui quel finale aveva tolto qualche nota; a quel governo parve che
-il battello a vapore potesse essere invece qualche macchinazione che
-coprisse mene di carbonari; e il battello un bel dì fu riportato via.
-
-La scienza ha intorno a questo lago fatto qualche scoperta importante.
-Da un opuscolo pubblicato da quel dotto naturalista che è Antonio
-Villa, e che ha per titolo: _Gite malacologiche e geologiche nella
-Brianza e nei dintorni di Lecco_, negli _Atti della Società italiana
-di scienze naturali_ (vol. IV, fasc. 6, 1863); non che dal _Fotografo_
-del 2 agosto 1856, in un articolo dei fratelli Antonio e G. B. Villa,
-rilevai come nella torba di Bosisio venne trovata dal signor Federico
-Landriani, alla profondità di circa tre metri dalla superficie, una
-scure riferibile, secondo l’archeologo prof. Biondelli, ai tempi del
-primo secolo dell’Impero Romano, di buon metallo e ben lavorato; e
-meglio ancora si rinvennero diverse punte di freccia, dell’epoca dei
-Galli Celti, di silice, e quindi della più remota antichità, quando
-cioè ancora non si conosceva l’arte di lavorare in ferro. Freccie di
-pietra silice si rinvennero anche nelle torbiere del lago, nel luogo
-detto Comarchia, assieme ad altri arnesi; e l’abate prof. Antonio
-Stoppani, presso a quest’Isola de’ Cipressi, nello stesso bacino
-del lago, trovò indizi di palafitte, ciò che potrà fornir lume a chi
-s’intrattiene intorno alle abitazioni lacustri degli antichi popoli.
-
-A capo del lago siede la terra di Pusiano. Il palazzo che vi si vede
-d’una architettura secentista, apparteneva ai marchesi Carpani; poi
-fu comperato dall’Arciduca Ferdinando d’Austria, che di questi luoghi
-si piaceva e vi veniva a villeggiare; e da ultimo venne alle mani de’
-signori Conti, che vi aprirono una capace filanda. Apparteneva ad essi
-anche il lago, dal quale ho già detto esce il Lambro presso Mojana, che
-poco prima vi si era intromesso, ed ora è stato acquistato dal Comune
-di Bosisio.
-
-Altro d’interessante non saprei trovare in Pusiano oltre i suoi
-bellissimi dintorni, dove non fosse che per segnalare la buona fede e
-l’ignoranza de’ suoi terrieri sfruttata da’ chiesastri, che alle spalle
-d’una _Teresotta_, volgarmente conosciuta sotto il nome di _Calimera_
-e d’una sua sorella, _Angiolina_, che danno a bere d’essere ispirate
-da Dio, e tenute per sante, le si lasciano catechizzare in piazza e
-nella parrocchia, e per le quali traggono credenzoni da tante parti
-a portarvi regali e denaro, che scialano in pranzi ed in gallorie.
-Qual meraviglia allora che ivi pure si creda alla ciurmeria d’un’altra
-santocchia, nomata _Peppinetta_, che fa credere di vivere senza bisogno
-di nutrimento? Di queste tre, la più _astuta_ è la _santa Calimera_
-(la serva del Curato), e come tale è anche la prediletta, ed ogni anno
-viene, con pubblica solennità, sposata a Gesù Cristo. Ella è poi quella
-che ha saputo e sa infondere tale fanatismo nelle masse ignoranti,
-che guai a chi osasse dir male di lei: quello sarebbe un uomo perduto,
-come lo fu un certo Bosisio, di Morchiuso, che, ad istigazione degli
-aderenti di quella santa, molti vogliono che sia stato ammazzato in
-mezzo ad una campagna, quantunque i partigiani della _santa_ andassero,
-come vanno tuttavia gridando che sia morto di coléra fulminante. Tanto
-è vero quanto cantò Lucrezio:
-
- _Religio peperit scelerosa atque impia facta._
-
-Compirò il quadro della superstizione che qui ha attecchito, riferendo
-i particolari fornitimi da un mio caro amico della processione del
-Venerdì Santo, da lui veduta nell’anno 1870, e che ha la somiglianza
-tutta d’una indecente mascherata.
-
-La processione veniva aperta da un picchetto di guardia nazionale, che
-a giusto titolo dovrebbe chiamarsi _guardia del sepolcro_, perocchè
-all’infuori di questo giorno essa non esista che sui ruoli. — La musica
-d’Asso, dall’uniforme inglese, dalle spalline di maggiore, dall’elmo
-polacco e dalla durlindana di dragone, la seguiva facendo risuonare
-l’aere di mesti concenti e di marcie funebri. — Subito dopo veniva
-la Confraternita di bianco e rosso vestita, tenendosi in mezzo qual
-prigioniero un eremita, che, mi si dice, rappresenti S. Miro. — Poi una
-miriade di angioletti, portanti ciascuno una lunga asta, in cima alla
-quale vi sono i diversi arnesi della passione, vale a dire, tamburo,
-dadi, martello, tenaglie, chiodi, corona di spine, spugna, ecc. ecc.,
-insomma una bottega ambulante di giocattoli. — Coperta la faccia di un
-fitto velo, ed a piedi nudi imbrattati di fango, e di qualche altra
-cosa, un _ex gendarme austriaco_ faceva da Cireneo, portandosi sulle
-spalle una pesantissima croce.
-
-Qui faccio una digressione per dire che per avere l’onore di
-rappresentare il Cireneo e portare la croce, si tiene un’asta pubblica,
-che in quest’anno subì un forte ribasso, e fruttò alla Santa Bottega
-soltanto L. 5.20, ultima offerta fatta dall’_ex gendarme_, mentre
-l’anno antecedente fu deliberata ad un pizzicagnolo per lire 20.
-
-Ora torniamo alla processione. — Il Cireneo ex gendarme, che un tempo
-scortava gli altri, quel venerdì era egli scortato da molti Giudei,
-faccie proibite, dalla barba posticcia, e vestiti alla spagnuola con
-elmo romano, meno uno che invece dell’elmo ha creduto meglio mettersi
-un kepì della nostra artiglieria. Alcuni di questi moderni Giudei
-tenevano le loro lancie rivolte con posa comica, mimica e tragica al
-Cireneo, nella tema che fuggisse per le campagne col dolce peso dei
-due travi formanti una croce; ed il rimanente appuntava le proprie
-lancie contro un uomo tutto vestito di rosso, dai capegli e barba di
-canapa, dai piedi scalzi trascinantesi una grossa catena, che, se non
-vado errato, doveva essere tolta poche ore prima dalla greppia di una
-stalla. Costui raffigurava il Cristo che saliva il Golgota, ma non era
-il Cristo falegname, bensì un Cristo ciabattino.
-
-Seguiva il Cristo un’altra Confraternita con alla testa S. Carlo in
-abito vescovile ed armato di pastorale. Alla Confraternita tenevan
-dietro alcuni vessilli neri, ed il _Velo del tempio_, portati da uomini
-vestiti in nero.
-
-Un’altra musica, quella del signor Perego di Cremnago, faceva eco alla
-prima coi suoi funerei concenti. Intanto i preti esilarati da quella
-musica intuonavano e cantavano il _Vexilla regis prodeunt_.
-
-Sotto poi un elegante baldacchino veniva portato da quattro uomini,
-vestiti alla foggia di sacerdoti pagani, il cadavere di Cristo, di modo
-che nella stessa processione vi si vedevano due Cristi: vivo l’uno,
-l’altro morto.
-
-Le tre Marie seguivano la bara, e dietro ad esse si scorgeva un nugolo
-di Santi, tutti in costume, e tra questi qualcuno di mia conoscenza,
-cioè, S. Luigi Gonzaga, S. Ambrogio, S. Maria Maddalena, S. Caterina da
-Siena, S. Margherita da Cortona, ecc. ecc.
-
-Quella però che ha fatto destare maggiore ilarità nel pubblico profano,
-e che, _incredibile dictu_, ha fatto ridere la stessa Madonna Assunta
-che le stava di dietro, fu Santa Rita, la quale sentendosi pungere le
-tempie dalla corona di spine che cingevale la testa, dimenticava la
-propria santità, e, come gli altri mortali, mandò acuti lai, infino
-a che gliela accomodarono per benino ed in modo da non risentirne più
-dolore.
-
-Chiudevano il corteo tutte le Madonne e gli Angeli d’ogni specie.
-L’Assunta la vedevi colle braccia alzate ed in atto di volare al cielo.
-L’Addolorata, con sette pugnali nel petto, teneva lo sguardo rivolto a
-terra, ed era immersa in profondo dolore. L’Immacolata tutta sorridente
-mostrava d’essere in un’estasi paradisiaca.
-
-La processione ritornò in chiesa, e poco dopo il Cireneo, il Cristo,
-i Giudei, gli Angioli, i Santi e le Madonne ridiventarono semplici
-mortali, contenti di aver dato alla Santa Bottega il loro obolo per
-aver fatto la loro parte in commedia.
-
-Innanzi a tutte queste giullerie, indegne dell’età presente, d’una cosa
-almeno si ha diritto di chiedere: e l’autorità intanto che fa?
-
-Era peccato che su queste sponde del lago non vi fossero belle
-imbarcazioni, onde mai non vi si vedessero sopra signori a diporto.
-Era appena se si poteva trovare qualche barchetta da pescatore per
-remigare all’isola de’ Cipressi, che unica sta nel mezzo di esso e che
-abbiamo eletta per iscopo della presente escursione. A cotale difetto
-pensò rimediare il Comune di Bosisio, che, volgendo la ricchezza
-procacciatagli dalla torba a migliorare le proprie sorti, vi stabilì
-eleganti navicelli che invitano ad ascendervi.
-
-Voghiamo quindi adesso a questa graziosa isoletta. Non ha che
-l’estensione di ventiquattro antiche pertiche. Gli alti cipressi e
-pioppi, che si vedono sorgere come dall’onde, vi vennero piantati verso
-il 1770 dal proprietario di essa, marchese Molo, onde assunse il nome
-da quelli alberi, l’Isola de’ Cipressi. Il sullodato signor Giuseppe
-Conti, che vi fu dopo il proprietario, non son molt’anni ne aveva
-all’estremità praticato un taglio per istabilirvi un vivajo di pesci,
-studiosissimo com’era, e come più sopra ricordai, di piscicoltura.
-Nell’isola, del resto non si vedono ora particolarità maggiori delle
-ombre amiche che invitano a riposo nelle ore più calde del giorno:
-_frigus captabis opacum_, e dell’indistinto piacere che si prova di
-ritrovarsi in piccol luogo tutto recinto dalle acque.
-
-Da qui tuttavia, Davide Bertolotti, sentimentale scrittore e poeta,
-immaginò un suo gentile romanzo, che intitolò appunto _L’Isola de’
-Cipressi_.
-
-Il Comune di Bosisio non farebbe, credo io, opera vana ed infeconda,
-traendo maggior profitto dalla bella isoletta, erigendovi qualche
-casetta e trattoria. Sarebbe certo attrattiva maggiore a visitarla,
-sarebbe richiamo pei villeggianti, che ne farebbero meta di passeggiata
-e di divertimento. Sapere, come adesso si sa, che nell’isola non
-c’è albergo, a pochi entra in capo di andarvi. Le vaghissime isole
-del Verbano, perchè fornite di case e di alberghi, sono da tutti
-frequentate e levate a cielo, come gemme di quelle acque; e perchè non
-lo potrebbe essere di queste l’Isola de’ Cipressi?
-
- [Illustrazione: Isola dei Cipressi.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE VENTESIMANONA.
-
-IL BEL DOSSO.
-
- Corneno. — La _Cà di strii_. — Villa Besana. — Galliano. —
- Carella. — Mariaga. — Alpe di Carella. — Il Bel Dosso. — Villa
- Graziani. — Longone. — Osteria. — La Malpensata. — Penzano. —
- Bindella. — Villa Galimberti. — Proserpio. — Villa Baroggi. —
- Inarca.
-
-
-Or lasciamo la vettura e camminiamo su queste magnifiche alture che
-seguono dopo Pusiano.
-
-Il primo paese che veggiamo è Corneno. Bella è la sua posizione e con
-qualche buona casa. Isolata ne sorge una, proprietà dei signori Conti,
-intorno alla quale corrono le più strambe dicerie. Vuolsi dal volgo
-che il diavolo vi faccia a fidanza, che s’odan la notte strascico di
-catene e lamenti; chi ne fornisce una storia, chi l’altra: certo si
-è che rimase il palazzo, a cui fu appiccicato il nome di _Palazzo del
-diavolo_, od anche di _Cà di strii_, molto tempo senza essere abitato,
-malgrado la felicissima sua situazione e la vista che vi si gode.
-
-Io raccolsi la tradizione, e ne feci subbietto d’un racconto nella
-mia opera delle _Tradizioni e leggende di Lombardia_; epperò, a non
-copiarmi, rimanderò il lettore a quel mio libro, s’egli ne voglia
-sapere di più. Anche adesso la _Cà di strii_ non è abitata, ma mi
-fu detto che i suoi proprietarî abbian di meglio per villeggiare,
-nè quindi si cerchino di dare una smentita, col soggiornarvi, alle
-vecchie ed insulse ubbíe del paese. Nella villa Besana, ora proprietà
-del dottore Strambio, ed un tempo del pittore Andrea Appiani, su d’un
-camino, in una sala, l’illustre pittore disegnò col carbone _Amore che
-incatena il Tempo colle rose_, il qual disegno si conserva tuttavia
-difeso da cornice.
-
-Segue Galliano, terricciuola ove son case e giardini signorili. Nel
-grandioso giardino attinente l’ampia casa del milanese Paolo Biffi,
-notabilità della confetteria e pasticceria, che qui or passa i suoi
-vecchi giorni, veggonsi vecchie torri, istoriate da Giovanni Biffi
-nella sua narrazione _La Ghita del Carrobio_. In molta prossimità di
-Galliano trovansi i villaggi di Carella e Mariaga, pur onorati di
-case di villeggiatura. Dietro a questi si distendono ridenti valli
-intersecate da acque correnti, ed è in mezzo d’una di esse che la sua
-vita d’artista e di poeta passò qualche tempo quel vivace scrittore che
-è Antonio Ghislanzoni, togliendo a pigione una villetta, cui veramente
-poteva dire _parva sed apta mihi_; e là fui a trovarlo, sempre
-constatandogli il buon umore e la vena pronta ai motti, ai frizzi,
-alle piccanti osservazioni. È di là che mandava a Verdi, a Petrella
-e ad altri maestri i suoi libretti, di là i suoi articoli di critica
-musicale al giornale di Ricordi; di là i suoi romanzetti scherzevoli
-che ne han fatto di lui il nostro ameno Paul de Kock.
-
-Sopra queste alte vallate s’alza l’Alpe di Carella, che si può senza
-molta fatica ascendere e da dove si corre coll’occhio per un piano
-tutto sparso di paesi e di ville, fino a distinguere la freccia
-dell’aguglia del Duomo milanese, e più in là tutta la valle del Ticino.
-
-Io invece non abuserò delle gambe del lettore e, fattolo uscire da
-Galliano a una decina di minuti di cammino, batteremo alla porta del
-_Bel Dosso_, alla villeggiatura principesca di Francesco Graziani,
-il baritono dalla simpaticissima voce, che adoperò a raggranellar
-un’ingente fortuna, massime cantando per molti anni di seguito a
-Pietroburgo e Londra, e per la quale potè comperarsi questo superbo
-ritiro, che prima aveva appartenuto a due miei amici, che morte rapì
-nel fiore della loro età e delle speranze, voglio dire Giuseppe Galli
-e l’avvocato Paolo Emilio Beretta. Il Graziani vi spese d’aggiunta
-un’ingente somma ad abbellirla, a dotarla d’ogni comodità; dirò di più,
-a fregiare la casa di ricca e preziosa suppellettile, perocchè, fra le
-altre sale, una ne vidi con mobili intarsiati di malachite e con tavolo
-tutto di questa pietra; ma il meglio della villa esisteva già, e questo
-meglio è la sua posizione che la rende superiore a tutte l’altre, è
-l’essere sulla punta di un promontorio, per il che le è dato di tutte
-ammirare da un lato le bellezze del bacino dell’Éupili, ossia de’ laghi
-che già abbiamo veduti, e dall’altro quelle non minori del Pian d’Erba.
-
-Dal Bel Dosso si entra nel paese di Longone, dove qualche tempo fa
-si trovò un’ara coll’iscrizione: _Herculi invicto V. S. L. M; L.
-Domitius Germanus salvo patrono_. Essa fu portata nel giardino della
-villa Traversi a Desio. Qui a Longone raccomando l’osteria del paese,
-dove chi cerca appagar l’appetito con cibi casalinghi vi è di certo
-soddisfattissimo. Spesso l’osteria di Longone è il convegno de’ signori
-del Pian d’Erba, a colazioni e pranzi, massime se si possa contare su
-qualche lepre che vi si cucina a perfezione. Più sotto è Bindella con
-migliore orizzonte, di poco diverso da quello del Bel Dosso, con villa
-de’ Galimberti. Nel vicino Penzano due altri egregi artisti, i conjugi
-Agostino Dell’Armi e Luigia Ponti, si procacciarono una comoda villa.
-
-La strada di Longone, che dovremo rimontare per fare una corsa a
-Canzo ed Asso, ha principio alla Malpensata, dove riesce la strada
-provinciale che viene da Inverigo, per tripartirsi, procedendosi per
-un ramo a Pusiano e Lecco, per un altro ad Erba e per il terzo alla
-Vallassina. Qui presso al ponte della Malpensata si rinvennero sepolcri
-romani colla marca del figulino _R. I. D._ e vasi di terra contenenti
-uno specchio metallico, armille, braccialetti e monete dell’epoca
-imperiale.
-
-Arrestandoci per questa escursione a Longone, è impossibile che
-non montiamo al vicino villaggio di Proserpio, dove han villa gli
-Staurenghi, ora de’ Baroggi. Di qui era l’avv. Pietro Staurenghi,
-presso il quale crebbi all’avvocatura, e dove più d’una volta ebbi
-cortese ospitalità.
-
-Facile è correre colla mente a pensare che Proserpio derivi da
-Proserpina, la Iddia infernale, che gli scrittori dicono avesse qui
-delubro e culto.
-
-Rammento che il mio maestro ed amico, quando mi ebbe in sua casa,
-mi condusse alla non lontana Inarca, breve accolta di casolari che
-riguardano verso il lago Segrino, ma che nondimeno ha un superbo
-orizzonte.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMA.
-
-LA VALLASSINA.
-
- Il lago Segrino. — Canzo. — Il Vespetrò. — I Corni. — La fontana
- del Gajumo. — La cascata della Vallategna. — Il torcitojo
- Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. — Asso. — Lapide
- antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. — Pagnano, Fraino,
- Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. — Lasnigo. — Le donne della
- valle. — Le serve. — Onno. — San Carlo e la sua mula.
-
-
-Lasciato addietro Longone, e mettendoci per la bella e spaziosa via,
-che da pochi anni fu compiuta, che scorge alla Vallassina, vediamo
-subito il Segrino e lo rasentiamo in tutta la sua lunghezza, che
-non è molta. Questi eterni chiaccheroni, che sono gli etimologisti,
-vorrebbero che il nome venisse a questo lago dal francese _chagrin_,
-affanno, quasi che il bacino sia tristo e malinconico. Piacemi
-rispondere ad essi anzi tutto che non potei mai comprendere per qual
-ragione si ostinino a dir tristo questo lago. Se non è tutt’all’intorno
-popolato di villaggi e palazzi, solo a capo del medesimo vedendovisi
-abitato, non significa per ciò solo che lo si debba condannare. Se in
-luogo del dosso verde e boscoso, che sta dalla riva opposta a quella
-che noi percorriamo, sorgessero picchi nudi e ferruginosi, potrebbesi
-aver ragione; ma quando invece questo bacino è tutt’all’intorno lieto
-di verzura, quantunque solitario, non può dirsi tale da meritarsi
-titolo di affannoso. Oltre di ciò, qual bisogno vi sarebbe stato di
-tôrre a prestanza al linguaggio francese un vocabolo per battezzarlo?
-Segrino finalmente si legge scritto in documenti antichi assai più
-della venuta de’ Francesi in Lombardia ai tempi di Carlo VIII, e quindi
-Segrino sarà un nome come qualunque altro, e se si sottrae diversamente
-all’interpretazione, segue la sorte della maggior parte degli altri
-nomi di laghi e di paesi.
-
-Oltre questo lago ci troviamo a capo del bivio in cui si scinde la
-strada della Vallassina; perocchè vediamo l’altra via che mette
-a Pontelambro, e che faremo noi pure al ritorno della presente
-escursione.
-
-Dopo due corte miglia da Longone, ci si affaccia Canzo. È borgata
-abbastanza grossa, che ha molte case di villeggiatura, sì che in questo
-tempo di autunno vi si vegga una vera colonia milanese; tanto così che
-venne eretto un teatro, dove si canta l’opera o si recita la commedia
-con affluenza di pubblico, e vi si fanno liete feste di ballo. Così
-popolato è sempre a sera il caffè, come di giorno frequenti sono gli
-equipaggi che da’ paesi circonvicini traggono a scopo di visita o di
-passeggiata. Famoso è poi il _vespetrò_ che vi si fabbrica, liquore che
-arieggia la _chartreuse_ di Grenoble, la quale ci giunge di Francia e
-che è sì ricerca e gustata.
-
-Succedono, al fianco destro di Canzo, i _Corni_, acuti picchi
-altissimi, a metri 1385 sul livello del mare, che a Milano, come già
-notai, si veggono; ma colla loro nudità non aggiungono tristezza,
-e solo formano contrasto col resto, che è tutto lussureggiante di
-vegetazione.
-
-Erano un dì rinomate le saje di Canzo che vi si fabbricavano; poi
-prevalse la seta, e vi ebbero e vi hanno filande e filatoj i Verza ed i
-Gavazzi.
-
-Traggono quei del paese, a titolo di divozione, a San Miro, che fu
-nativo di questo borgo, nella prima domenica di agosto, alla sagra che
-in onore di questo santo si celebra nel luogo solitario e alpestre che
-vien detto la _Fontana del Gajumo_. Come accade in simili circostanze,
-si merenda colà allegramente e la divozione si muta in un vero
-divertimento.
-
-Dopo Canzo, seguendo il corso della via che conduce ad Asso, il tuo
-cuore si esilara subito in questa nuova e vaghissima valle, dove si
-presenta al manco lato Asso, il non men bello paese da cui prende
-il nome tutto quell’importante territorio che si appella appunto
-Vallassina, e che si vede, come scena teatrale, posar sul fianco del
-burrone entro cui rumoreggia il Lambro, che non vi ha molto lontana la
-sua scaturigine.
-
-La cascata della Vallategna, balzante a picco da erta rupe, sulla cui
-vetta fa leggiadramente capolino il grande torcitojo dei signori Verza,
-spruzza nella sua caduta, colle sue spume minutissime come atomi di
-polve, a molti passi i viandanti. Altre cascatelle scendono giù dai
-monti selvosi, che quantunque restringano l’orizzonte, pure non tolgono
-bellezza alla graziosa valle, i cui facili e verdi declivî si avvivano
-di grotte e di abituri, di ville e casali, ed è dimezzata dal Lambro
-che vi scorre. Dall’opposta sponda è Scarenna, sopra la quale vi viene
-additata la Casa dell’eremita, ove è fama che sul finir del duodecimo
-secolo vivesse appunto un sant’uomo che s’era dato ad istruire la
-puerizia e contasse fra i suoi alunni anche quel Miro, che fu poi santo
-egli pure e che ho mentovato più sopra.
-
-Pochi passi e siamo ad Asso, il cui nome si suol dedurre dal celtico
-_as_, significante sorgente. Ebbe, ne’ tempi efferati, castello di
-cui non esiste che la torre in rovina. Un’altra torre, arnese di
-guerra, era quella che fu poi convertita in campanile della chiesa
-prepositurale.
-
-Era Asso una delle Pievi che componevano la Martesana; a’ tempi
-pagani ebbe culto per Asclepio, nome greco di Esculapio, e forse da
-Asclepio derivò il nome suo, avendosene dagli antiquarî ad argomento
-l’iscrizione romana trovata in Vallassina fra Onno e Vassena, e che fu
-letta così dal dotto archeologo Giovanni Labus
-
- Genio Asclepii
- Lucius Plinius
- Burrus et F. Plinius
- Ternus votum solvunt.
-
-Nel medio evo fu Asso, come tutta la Vallassina, della mensa
-arcivescovile di Milano. Allo spirare della signoria de’ Visconti
-ne appare infeudato Facino Cane, celebre capitano di ventura e primo
-marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, poi l’altro capitano
-Luigi del Verme e via via altri. Ebbe però governo proprio e statuto
-indipendente sino all’editto 16 maggio 1765, in cui la Vallassina venne
-incorporata al ducato di Milano.
-
- [Illustrazione: Ponte Oscuro.]
-
-Visitando Asso, veggasi la prepositurale, dove son dipinti egregiamente
-i Misteri del rosario, ed è di Giulio Cesare Campi una pala
-rappresentante l’Annunciazione. Qui pure sonvi signorili famiglie, tra
-cui i Romagnoli, i Magnocavallo, i Merzario, i Mazza, per non dire di
-tutti, ecc.
-
-Gli è da Asso per Sormanno e per Rezzago che le allegre comitive, messe
-insieme dai paesi circonvicini, precedute da fanfare e ribechini,
-ascendevano, più frequenti in passato, per il piano del Tivano, e
-correvano a vedere quell’imbuto conosciuto sotto il nome del Buco della
-Nicolina, dove, provenienti dalle ville del lago di Como, pur salivano
-per l’opposto versante altre liete brigatelle a convegno concertato
-alla città, e da cui entrambe non si toglievano che a notte fra lo
-splendore delle faci resinose, come ho già fatto noto nell’apposita
-escursione.
-
-Fuori appena di Asso, il pittorico è ancor maggiore; perocchè, oltre
-le diverse intonazioni risultanti da’ caseggiati civili a’ rustici
-commisti, oltre le torri ed i villaggi sovrastanti di Pagnano e di
-Fraino ed i verdi altipiani di Caglio e di Gemù, ti si para subito
-davanti una scena di bell’effetto nella vista del Ponte Oscuro, che
-a certa altezza si gitta da un masso all’altro della roccia, su cui
-corre la via che scorge a Valbrona e sotto cui, tra grossi ciottoli e
-pietre staccate dalle pareti o rotolate dalle acque, scorre il Lambro,
-dinanzi al quale sembra la roccia si sia aperta e divisa per aprirgli
-il passaggio.
-
-A che i pittori e i _toristi_ nostri, domando io, vanno cercando alla
-Svizzera scene e paesaggi per i loro quadri, per le loro impressioni,
-se la nostra Lombardia e i monti dell’alta nostra Brianza ponno
-loro offerirne di solenni e di belle, di svariate, e di ispiratrici
-egualmente?
-
-A chi volesse deliziarsi di maravigliosi punti di vista; a chi
-amasse gli erbosi altipiani alternare a’ villaggi, e a’ rugiadosi e
-impervi sentieri preferisse ampio e regolare cammino, io consiglierei
-volontieri di eleggere la recente strada che traversa tutta la
-Vallassina per il corso di ben dieci miglia e riesce a Bellagio, uno
-de’ più ameni paesi del Lario. Uscita appena dagli anfratti di Asso,
-quella strada ritorna ampia e comoda per Lasnigo, ove hanno villa i
-Rusconi ed altri, ed è prosecuzione di quella che dalla Malpensata
-conduce, per Longone, a Canzo ed Asso.
-
-Visitando la Vallassina, a questa vaghezza di natura inanimata, altre
-ne troverà della animata il lettore; e senza dire degli uomini d’un
-ingegno svegliato, industriosi ed ospitali, i quali più spesso cercando
-fortuna al di fuori e colà eziandio stabilendosi, non crebbero guari
-fortuna al loro luogo nativo, accennerò delle donne col giudizio che
-ne reca un non sospetto autore, l’oblato prevosto Vincenzo Mazza di
-Lasnigo, autore d’una storia manoscritta della Valle, veduta dal Cantù.
-Esse gli parvero modelli, come di avvenenza, così di costumatezza;
-sobrie, pudiche, casalinghe, matronali sì da rimovere qualsiasi licenza
-d’atti e di parole, e le fanciulle sanno all’uopo difendersi cogli
-zoccoli, con sassi e colle spadine che portano come un’aureola in capo.
-E poichè e alla città e altrove si ha tanto difetto di buone serventi,
-il buon prevosto vi fa sapere come le donne della Vallassina sieno
-ricercate come fantesche, nè v’abbia esempio che una sia stata espulsa
-da una casa. Non ho voluto dimenticare questa particolarità della
-Vallassina, perocchè ogni dì più cresca il lamento per la mancanza
-di buone serventi. Gli aumentati opificî e la corruzione cittadina e
-campagnola hanno distratto moltissime di queste donne dal mestiere del
-servire che un dì pareva loro sì profittevole cosa.
-
-Se a riposarsi di tratto in tratto dal cammino avvenga di interrogare
-quella buona gente alpestre, s’odono storie e tradizioni, leggende e
-fiabe a illustrazione di castelli e di paesi, di genti e di famiglie;
-e se non istessi io sull’avviso contro me stesso che di _tradizioni
-e leggende_ parecchie son già stato narratore, potrei qui cingermi
-la giornea e ripetere quello che ho appreso nella Vallassina, nè il
-lettore sarebbe certo sì fortunato di finirla così presto d’esercitar
-meco la sua pazienza. Non tacerò tuttavia d’accennar ciò che i
-terrieri non chiamano fiaba o tradizione, ma pretta storia e miracolo.
-Già toccai alla sfuggita di Onno, terricciuola della Vallassina che
-siede sul versante del lago di Lecco; or bene raccontasi che quel
-vigile arcivescovo che fu San Carlo Borromeo, nel visitare tutta
-la sua diocesi onde conoscerla per l’appunto e recarvi i saggi suoi
-povvedimenti, percorrendo questi luoghi aspri e montani, qui presso ad
-Onno, cavalcando una mula, precipitasse con essa dentro un profondo
-precipizio, ma che per sommo di ventura — essi dicon miracolo — ne
-uscisse incolume.
-
-Ma io debbo, cortese lettore, qui arrestarmi, nè proseguire nella
-Vallassina, per non discostarmi troppo dal Pian d’Erba, nei confini del
-quale deve restringersi il mio libro.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMAPRIMA.
-
-CASTELMARTE.
-
- Val di Giano. — Caslino e suoi cacini. — Mulino S. Marco. —
- Fabbrica di coltelleria. — Setificî Invernizzi, Castelletti,
- Prina e Mambretti. — _Ademprivo._ — Castelmarte. — Ville
- Bertoglio, Parravicini, Biondelli. — Fu Castelmarte capo della
- Martesana? — _Castrum Martis._ — Giunteria archeologica. —
- Reliquie antiche.
-
-
-Ritornando per la strada percorsa venendo da Longone, giungendo ora
-dopo Canzo al bivio che ho già avvertito nella passata escursione,
-pigliam la via alla mano destra e presto ci saremo introdotti in una
-valletta amena, che il paesano denomina Val di Giano.
-
-È qui che ci si offre sull’altura a mano destra il paese di Caslino,
-che ora fa parlare di sè pe’ suoi cacini, e a cui si va per una bella
-strada, presso al luogo detto Mulino San Marco, dove c’è, oltre un
-recente filatojo e un mulino, una fabbrica di coltelleria di Dionigi
-Carpani, che gode assai credito, massime per certi coltelli da cucina.
-
-Caslino ha la sua storia, e il prevosto Carlo Annoni ne dettò una dotta
-Memoria. Ora vi sono altre filande e filatoj degli Invernizzi, dei
-Castelletti, Prina e Mambretti. Bella è la vallata erbosa del comune
-che sta dietro il paese, e dove per una specie di _ademprivo_, quelli
-abitanti pascolano le capre del cui latte si fanno i cacini suddetti.
-
-Dalla strada che seguiamo di Canzo, avanzando qualche passo, ci
-troviamo ai piedi del colle su cui pompeggia Castelmarte.
-
-In attesa che si faccia da Pontelambro la strada più ampia e più
-comoda, come se ne fa ora iniziatore quell’egregio uomo e rinomato
-operatore chirurgico che è il dottor cav. Lamberto Parravicini,
-inerpichiamoci per questo boscoso declivio.
-
-Non lungo è il cammino, e però presto ci troviamo in mezzo al paese.
-
-Dalle ville degli eredi Bertoglio, del dottor Parravicini sullodato,
-che acquistò il luogo che prima era di don Giulio Ferrario, l’autore
-del _Costume antico e moderno di tutte le nazioni_ e d’altre opere
-dotte, non che da quella del ch. archeologo cav. Bernardino Biondelli
-si può godere il più superbo panorama. Distendesi avanti allo sguardo
-tutto il Pian d’Erba non solo, ma giù giù la Brianza inferiore co’
-suoi mille paesi e ville; di qui il lago d’Alserio, di là quello di
-Pusiano, poi la lunga linea che segna il corso del Lambro, quindi un
-confine d’orizzonte che si perde nell’azzurro ondeggiante dei monti,
-che del resto non è difficile scernere e nominare. Una volta si montava
-a Castelmarte per ammirare le pitture de’ più rinomati artisti moderni
-nella villa Bertoglio e la raccolta completa di stampe in quella del
-Ferrario; ora invece la ragione principale di curiosità è nella villa
-del Biondelli, ove, fra tante pregevoli opere di pittura, di scoltura e
-d’incisione, è degno d’osservazione un gabinetto tutto di leggiadrie e
-lavori chinesi.
-
-L’amore che a questi luoghi indusse il dottor cav. Parravicini a
-far sua la villa che fu del Ferrario, fa credere che la ridurrà a
-quella proprietà e comodità dalla quale s’era venuta discostando
-per l’abbandono in cui per tant’anni s’era da eredi e da acquirenti
-lasciata.
-
-In quanto al paese, che dire? Dell’antico non avrei a ripetere che
-ciò che sembra una favola, perchè nulla nulla si ha che autorizzi a
-crederla una verità, che Castelmarte, cioè, sia stato il capoluogo
-della Martesana, che si sa comprendere molte pievi. Chi lo affermò
-non lo provò, nè mi fermerò oltre su questa maggiore importanza che a
-questa minima terra si vorrebbe aggiungere, cui solo dal nome (_Castrum
-Martis_) puossi a maggior ragione arguire che fosse un dì una rôcca e
-che vi avesse culto speciale Marte, il Dio della guerra. La sua eccelsa
-posizione rendevala propria a vedetta militare ed a luogo di difesa.
-
-Quanto piglierebbesi volontieri per le orecchie quell’inventore di
-fatti e glorie storiche, che, cancellando l’iscrizione della pietra
-che si vede incastrata nel muro esterno della parte posteriore della
-chiesa, e che forse un giorno avrà coperto una sepoltura, vi sostituì
-la seguente menzogna:
-
- D. O. M.
- Ugone Franc. Functo
- Esecrandi hostis
- Aerumnis Ecclesiæ
- Ineundo bello
- Hierosolyma red.
- Ucitur jam Nicea
- Nicomedia Antiochia
- Bisantio Vanei Fin.
- Boemon Tane. Bald.
- Redeun. Trand. com.
- Goffredus regens
- Palestina gloria
- Onusto mortuo in
- Sanguine patriæ
- Ossibus restitutis
- Ubaldo Prinæ
- Duci fido socio
- Rinaldo Estensi
- Ferrariensi principi.
- M
-
-È facile accorgersi dal dirsi l’Ubaldo Prina fido compagno del Rinaldo
-da Casa d’Este, personaggio imaginario della _Gerusalemme liberata_ del
-Tasso, come anche esso Ubaldo sia figlio della fantasia e della boria
-di qualche Prina, de’ quali abbondano questi paesi, e che a costui sia
-entrato il matto pensiero di giuntare gli archeologi dell’avvenire e
-farsene beffa, per altro non di buon genere.
-
-Piuttosto segnalerò l’esistenza di altri avanzi antichi incastrati
-nei muri esterni della detta chiesa parrocchiale, fra cui, sopra la
-porta interna del campanile, un leone in bassorilievo e due tirsi
-per istipiti di essa porta, poi nell’alto del campanile un busto di
-donna frammezzo a due d’uomini, con sotto alcune parole che si lessero
-_Ma.... conisi maximus_ e che appajono di colore oscuro.
-
-Visto Castelmarte, fra le case Bertoglio e Parravicini evvi una
-stradicciuola che ci porta ad una stradetta o scala di ben quattrocento
-scaglioni a più riparti, per i quali, a guadagno di tempo, mettiamoci
-noi per condurci a Mazonio e Ponte, cui è destinata la ventura nostra
-escursione.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMASECONDA.
-
-PONTELAMBRO.
-
- Mazonio. — La sua chiesa — Il pittor Ferrabini. — La Fusina. —
- Filatoio Ohli. — Zocco Romano. — Zocco Battista. — La Bistonda.
- — L’annegato. — Pontelambro. — Case Guaita e Carpani. — Una
- lapide nel Camposanto. — Filatojo Bressi. — Villa Matilde. —
- La Plejade de’ poeti politici moderni, sonetti. — Affresco
- luinesco distrutto. — Villa Carpani. — Lezza. — Carpesino.
- — Arcellasco. — Resica. — Filatoj Ronchetti e Mambretti. —
- Brugora.
-
-
-Scesi i quattrocento gradini della scala di Castelmarte, eccoci sulla
-via che ne adduce a Mazonio, gruppo di quattro case da contadini, a
-capo delle quali è la chiesa della parrocchia, che comprende, oltre
-Mazonio, Ponte, Lezza e Carpesino.
-
-La chiesa è bella, architettata da Simone Cantoni, sebbene non abbia
-ancora compiuta la facciata. Non ha quadri di valore, dove eccettui
-una tela del milanese Giuseppe Sogni raffigurante Sant’Anna. I freschi
-laterali all’altare sarebbero stati rinnovati da Pietro Ferrabini
-da Lodi, prospettico e frescante eccellente della scuola del celebre
-Sanquirico; ma mentre attendeva a disegnarne i cartoni e ad un tempo
-frescava la chiesa a Rancio di Lecco, cadeva da un ponte eretto nella
-chiesa, colpito da apoplessia. La posizione della chiesa di Ponte è
-piuttosto alta, e dal suo piazzaletto si ha un’allegra vista. Da questo
-si discende per una lunga scalea cordonata. Volgendo a destra, si va a
-Caslino, incominciando la via a montare.
-
-La Fusina è un cascinale, ove è cartiera, molino e torchio, che si
-presenta da questa parte dopo una casa incompiuta che siede su d’una
-specie di dosso, che sarebbe buon sito a casa di campagna, se non fosse
-signoreggiata dal vento, ma che non toglie sia nomata Bel Dosso. Fuor
-del cascinale, il Lambro ha il suo letto sassoso, e il più spesso con
-poc’acqua, sì che si passa a guado, tutt’al più facendo appoggio al
-piede di qualche ciottolo più grosso.
-
-È qui che dirompendosi il letto del torrente nella roccia del suolo
-lascia scoperto il fondo granitico, e l’acqua, raccogliendosi in un
-canale, va più rapida a mettere in movimento il bello stabilimento di
-filatura di seta del signor Ohli, condotto con tutta l’intelligenza e
-proprietà d’un vero prussiano, com’egli è. Questo punto chiamasi il
-_Zocco Romano_; ma perchè così si chiami non lo chiedete: nè io, nè
-quei del paese ve lo sapremmo dire. Certo è di una sua propria alpestre
-bellezza il luogo. Varcato il Lambro, s’entra come in una selva, dove,
-a mano manca, da un dirupo scende lungo la nuda roccia una vena sottile
-d’acqua che forma bacino, d’onde esce un rivolo, e il romantico sito è
-designato col poco romantico nome di _Zocco Battista_. Migliore è la
-cascata che a qualche centinaio di passi di distanza, a mano destra,
-si precipita da un’altezza di forse una sessantina di metri dentro un
-bacino assai più vasto e profondo e che s’incaverna di sotto il masso,
-e vien detta la _Bistonda_. Poetico è il ritrovo e quasi incamerata
-appare la cascata, e il raggio di sole che vi penetra vi si rifrange
-bellamente. Narrasi d’un garzone che venuto a bagnarsi in quest’acqua
-freschissima, inoltrando di troppo, vi sarebbe perito. Un poeta
-sentimentale vi troverebbe il soggetto d’un amore di Ondina, cui il
-nuzial talamo sarebbero state le liane della roccia galleggianti sulla
-superficie del limpido laghetto.
-
- [Illustrazione: La Bistonda.]
-
-Tutto questo tratto solitario che s’addossa al monte, alla metà
-del quale corre l’alpestre via che da Caslino guida a Pontelambro,
-fiancheggiata da un rigagnolo che lascia parte delle sue linfe acciò
-si gittino a dar vaghezza al paesaggio in spumeggianti cascate, è d’una
-silvestre bellezza, e le ombre che presta giovano d’assai nella estiva
-calura.
-
-Or ritorneremo sui nostri passi, e dalla scalea della chiesa
-volgiamo all’opposto lato che or percorremmo per entrare in Ponte. A
-distinguerlo da Ponte di Valtellina gli si aggiunse il nome del fiume
-sulla cui sponda siede e che qui lo attraversa con un ponte, da cui
-certo il paese si nominò, e che è di un bello e ardito arco ristaurato
-in questi ultimi tempi, rendendosene più facile l’accesso col
-diminuirne la pendenza verso il paese; il quale va ognor più allargando
-la sua via principale che gli corre in mezzo, a scemare i pericoli
-de’ rotanti nello scambio ed a rinsanire ognor più le abitazioni.
-Continuandosi nelle migliorie, di cui vuol darsi lode al già suo
-sindaco, il cav. Giuseppe Guaita, che per esse affrontò ben anco
-l’impopolarità, è a sperare che sparisca la brutta fama guadagnatasi
-dal paese, che passa per essere copioso di gozzuti, che per altro io
-non vidi mai.
-
-Oltre la casa del predetto signor Guaita, ve n’ha pure altra signorile
-del signor Cesare Carpani, al quale molto è debitore il paese per aver
-concesso che da’ suoi fondi si derivasse l’acqua eccellente della quale
-è ora abbondevolmente fornito; ed altra casa della signora Erminia
-Carpani. Dalla prima si gode il prospetto severo della vallata di
-Caslino, degna dello studio e del pennello d’un artista. Qui infatti
-venivano negli anni scorsi e lo Stefani e il De Albertis e il Castoldi,
-che nell’autunno del passato 1871 vi perdette la buona e affettuosa
-moglie. Nel camposanto vi fu da lui collocato il monumento, pel quale
-io dettai, a memoria della egregia donna, la seguente iscrizione:
-
- A Giovanna Castoldi-Villa
- Che dalla natia Milano
- Venuta invano a chiedere
- Alla purezza di questo aere
- I consueti conforti
- Vi moriva addì XVI ottobre MDCCCLXXI
- Il marito Guglielmo Castoldi pittore
- E i giovanetti figli Romeo e Cesare
- Seco portando ovunque
- La santa memoria di sue miti virtù
- Qui
- Dove ne deposero inconsolabili le spoglie
- P. Q. P.
-
-Presso il ponte e lungo il fiume sorge lo stabilimento a filatojo di
-seta già del Bonsignori, ora del Bressi; e a notte, allorquando vi si
-lavora, quelle tante finestre illuminate in quell’avvallamento in cui
-si trova servono di fantastico effetto alla villa Carpani ed alla villa
-Matilde, che stanno sulla sponda opposta, le quali s’uniscono ai voti
-delle case Cesare Carpani e Guaita, perchè il camino del vapore venga
-alzato e sia tolto l’incomodo fumo e il puzzo che in densa colonna si
-svolgono da esso.
-
- [Illustrazione: Villa Matilde a Pontelambro.]
-
-Nella primavera del 1863 io era ospite del signor Carlo Carpani,
-e nel passare questo ponte, rivolgendomi ad ammirare la pittoresca
-scena del Lambro dalla parte appunto di Caslino, meravigliavo come mai
-nessuno avesse mai pensato a tramutare in villa il brutto casolare che
-s’ascondeva tra i peschi e mille altre piante; perocchè la postura
-fosse fra le più invidiabili, essendo su facile poggio, avente a
-ridosso la montagna boscosa che gli serviva di sfondo magnifico, e al
-piede gli si sprofondava il Lambro col più pittoresco effetto; e sì mi
-invaghii dell’idea, che in breve ora ne conchiusi per me l’acquisto,
-e nel successivo anno s’elevava già su quell’eminenza la piccola
-mia villa, cui, in omaggio alla mia sposa, imponevo il nome di villa
-Matilde.
-
-Perdonerà il lettore, se l’affetto ch’io porto a questo loghicciuolo,
-al quale ebbi la presunzione d’essere io medesimo architetto, mi trasse
-qui a fornirgli il riscontro di sua veduta; nè poi, permettendo ch’io
-dica dell’opera mia, concederà che ne parli, togliendo alcuni brani
-da un’appendice a stampa del giornale _La Fama_, di quel mio dotto
-e dilettissimo amico che è Pietro Cominazzi, e che egli riprodusse a
-parte nell’accompagnarmi sette sonetti ad illustrazione di altrettanti
-medaglioni di marmo de’ quali decorai, per un mio concetto patriottico
-e letterario ad un tempo, la terrena sala.
-
-“E poichè parlasi del Pian d’Erba non vuole chi traduce[33] lasciarsi
-sfuggire il destro di ricordare la _Villa Matilde_, proprietà dello
-scrittore di queste lettere, un Casino Svizzero che, quasi grazioso
-nido d’augelli, si addossa al monte di San Salvatore non lungi dalle
-scaturigini del Lambro e sovrasta al popoloso ed industre borgo di
-Ponte. Coll’intuizione del poeta, il Curti scoperse quel sito, sebbene
-nascosto tra fittissime piante, e coll’ingegno dell’artista architetto
-il cangiò da umile abituro in leggiadra dimora, non angusta, ma
-comodissima, sebbene ristretta, togliendo ai massi della montagna lo
-spazio che facea d’uopo ad ampliarla ed a compierne la salita ed il
-giardino. L’amore alle arti, che il guidò nell’opera bella e sagace, e
-diresse ogni cosa dalle bisogne più ricercate alle più umili, il trasse
-ad arricchire l’amenissimo soggiorno di squisiti dipinti e di pregiate
-scolture, sette delle quali, a bella posta trattate in medaglioni
-con cui adornar si piacque un’ampia sala, recano, effigiate dallo
-scalpello del Tantardini, del Magni e del Buzzi-Leone, le sembianze
-dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, del Parini, del Niccolini,
-del Leopardi e del Giusti; oltre un bel gruppo di Giovanni Cabialia,
-cresciuto alla scuola di P. Marchesi. Una copiosa biblioteca conforta,
-nei riposi del corpo, lo spirito del Poeta, lo ristora delle assidue
-ed onorate fatiche del Foro e del Parlamento, e giova a rinvigorire la
-memoria dell’erudito, che da quel suo tranquillo e beato asilo scopre
-ne’ villaggi circostanti le grandi orme del Popolo Re. Fra i molti
-dipinti primeggiano un Salvator Rosa, un Maratti ed un Poussin, e
-recano fede del buon gusto e dell’amore del Curti allo stile classico
-ed immortale, e fra le opere moderne ha i primi onori un bel ritratto
-di donna, di Cesare Poggi e una bella tela del Castoldi, testè ammirata
-alla pubblica mostra nel Palazzo di Brera, nella quale si raccoglie
-e compenetra il bello per arte e per natura, esternamente visibile,
-della villa che abbiamo in guisa rapida e succinta imperfettamente
-descritta.„
-
-Più tardi, cioè nell’agosto 1870, il medesimo Cominazzi, regalandomi
-d’una sua pubblicazione _Plejade dei Poeti Politici Italiani moderni,
-medaglioni in marmo nella villa Matilde_[34], ristampando la lettera
-suddetta, vi soggiungeva:
-
-“Ora risalutando la villa e le sembianze dei Poeti, Plejade gloriosa
-da te riunita a ricordo di quegli illustri che fecero famosa ai nostri
-giorni o poco addietro nel politico arringo l’età che viviamo, pensai
-di tributare a ciascheduno di loro, col mio povero verso, l’omaggio di
-chi sente e non dimentica,
-
- VITTORIO ALFIERI.
-
- _Dello scultore cav. Pietro Magni._
-
- Onta e sprezzo a colui che te maestro,
- Te non saluta libero poeta,
- E nell’opra del tuo terribil estro
- L’ingegno reverente non accheta!
- Tu per cammino al cieco volgo alpestro
- Traevi ardito a generosa meta,
- E noi guidavi, tu vigile e destro,
- Al raggio singolar del tuo Pianeta:
-
- Di Libertà il Pianeta, e di quel lume,
- — Fiaccola ai vivi, eterna gloria ai morti, —
- Inconsumabil fiamma è il tuo volume.
-
- Or che stupir se Libertà traligna
- Quando Italia, non più popol di forti,
- Al suo grande Astigian fatta è matrigna!
-
- GIUSEPPE PARINI.
-
- _Dello stesso._
-
- A te del vizio correttor sagace,
- Gentil cantor del _nobile Mattino_,
- Cui diede amico il Ciel del Venosino
- Arguzia, grazia, fantasia ferace;
-
- A te la moda, petulante, audace,
- Fronda non tolse dell’allôr divino;
- Chè fra l’ira di parte è tuo destino
- Agli avversi vessilli intimar pace.
-
- Tu l’aureo stil, le immagini venuste
- Chiedi al passato e del saver la fonte,
- Chiedi alla nuova età le idee robuste.
-
- Così d’Arte sovrana il magistero
- Stringe, di tempo e d’uom sfidando l’onte,
- In connubio immortale il Bello e il Vero.
-
- VINCENZO MONTI.
-
- _Dello scultore cav. Antonio Tantardini._
-
- Solo una volta il vidi, e ancor mi suona
- Dentro la mente quella voce amica:
- Non può l’età, che pur nulla perdona,
- La sacra cancellar memoria antica:
-
- Che splendida risorge e par mi dica
- Nell’immagine sua: “Fa core e tuona
- Contro una gente, che al ben far nimica,
- Coll’insulto e l’oblio mi guiderdona.
-
- Me cantor di Prometeo e di Bassville,
- Redivivo Allighier me plaudía Roma,
- Chè in quel Sol fisse io primo ho le pupille.
-
- Per me, per me nell’italo idïoma
- Men famosa non è l’ira d’Achille....
- Or si nieghi l’alloro alla mia chioma!„
-
- UGO FOSCOLO.
-
- _Dello scultore Luigi Buzzi-Leone._
-
- Spirto inquieto, indomito, iracondo,
- Dei mali altrui più che de’ tuoi profeta,
- Disdegnoso degli uomini, profondo
- Critico e pensator, divin poeta:
-
- Ond’è che il verso, onde il tuo stil fecondo
- D’una tant’aura popolar si allieta?
- Ond’è che tu, forse ad altrui secondo,
- Della gloria primier tocchi la meta?
-
- LIBERTÀ e PATRIA, che un amor congiunse,
- — E di lor sole poche menti han sazie, —
- Le magnanime idee t’ebber dischiuse.
-
- Quando sull’urna tua scrisser le Muse:
- “_Al Cantor de’ Sepolcri e delle Grazie_,„ —
- “_Alla Fede immutata_„ Italia aggiunse.
-
- GIAN. BATT. NICCOLINI.
-
- _Dello scultore cav. Antonio Tantardini._
-
- Veglio, che pensi? Dal sembiante austero
- Quanta spirar profetic’aura io miro,
- L’aura che un tempo all’italo deliro
- L’altrui scoverse menzogner pensiero?
-
- “Non credete a costei![35] Sogna l’impero,
- Sogna e cova nel petto onta e raggiro:
- A Libertà, dei Popoli sospiro,
- Può il varco aprir la cattedra di Piero?„
-
- E il ver dicevi, o generoso Vate;
- Colei tradiva, e lo stranier ribaldo
- Ribadia le catene a Libertate.
-
- Col verso intanto vigoroso e caldo
- — Tremendo esempio alla più tarda etate —
- Tu evocavi la grande ombra di Arnaldo.
-
- GIACOMO LEOPARDI.
-
- _Del medesimo._
-
- Sofo e Poeta, Te l’Italia inchina
- Sublime ingegno, e non bugiarda fama
- Di tre favelle imperador ti chiama,
- E tre corone al tuo capo destina.
-
- Di Libertà, che indocile si ostina
- Spezzare i ceppi della patria grama,
- Svegli nei cor la generosa brama
- Colla splendida tua mente indovina.
-
- Ecco, libera Italia, ed i nepoti
- Alzare i marmi al Ghibellin sdegnoso,
- Che scopria del futuro i mondi ignoti.
-
- Ma l’opra è monca... e Tu dal tuo riposo
- Sorgi e un inerte popolo riscuoti,
- Ad osar pronto ed a compir ritroso.
-
- GIUSEPPE GIUSTI.
-
- _Dello scultore cav. P. Magni._
-
- D’Archiloco lo strale e d’Aristarco
- Il flagello tu vibri acre, temuto,
- E collo stil sprezzatamente arguto
- Facile t’apri agli intelletti il varco.
-
- Se il colpo aggiusta l’infallibil arco,
- Punge e vellica a un tempo il ferro acuto,
- Chè tu mai non obblii, prudente e astuto,
- D’ammonir dilettando il doppio incarco.
-
- Come, o Cantor di _Gingillino_, il verso,
- Che dal semplice trae forma e vaghezza,
- Nella mente s’addentra e vi si chiude!
-
- Tal che il tuo dir, sì dall’altrui diverso,
- Più volontier s’ascolta, e più s’apprezza,
- Quanto si mostra men, la sua virtude.
-
-Su Ponte, sotto l’arco presso la casa de’ Bonsignori, ora Bressi, eravi
-un fresco, riconosciuto come indubbiamente di Bernardino Luini; ma con
-imperdonabile incuria di tutti, abbandonato alle ingiurie del tempo e
-delle stagioni, in questi ultimi anni deperì e si scrostò talmente, che
-l’ultimo resto, fattovi sparire dal signor Bressi, non gli può essere
-ascritto a colpa.
-
-Ora non lasceremo Pontelambro senza ascendere la vicina e magnifica
-villa del signor Luigi Carpani, che l’eredò dal padre Carlo, e che fu
-già architettata dal Moraglia, con giardino eseguito su disegno di quel
-grande prospettico che fu Alessandro Sanquirico.
-
-Vi precede come una specie di parco, che le aggiunge grandiosità, con
-ampio viale fiancheggiato di alti alberi e roseti e tuje, e pel quale
-si monta in carrozza alla casa. In essa poi vi sono pregevoli quadri
-d’animali, del Londonio; qualche buon Fiammingo; due battaglie, del
-Borgognone; una tela d’Arienti ed una del Migliara. Recentemente il
-suo attuale proprietario vi recò altri pregevolissimi dipinti di scuole
-antiche, come lo Sposalizio di S. Caterina col Bambino, del Padovanino;
-una tavola di Cima da Conegliano rappresentante S. Giovanni Battista e
-S. Pietro Martire; una figura veneziana, di Gentile Bellini; quattro
-quadri di Santi Benedettini, di Daniele Crespi, e due tele di Brill,
-una testa del Velasquez, ecc. ecc. — Dallo spiazzo avanti la casa si ha
-una superba vista del Pian d’Erba.
-
-Uscendo dalla villa Carpani, in due passi s’è al paesello di Lezza,
-dove era un tempo un convento di Serviti, che il tennero dal 1508 al
-1510 e che ora è abbandonato al nitro che ne invade i bei sotterranei.
-La piscina che vi fu eretta e coperta di portico, raccoglie l’acqua
-fresca e salubre che vi scende dal monte sovrastante.
-
-Lezza ha estremo bisogno di imitare Pontelambro e di dar mano al
-piccone ed al martello e allargare la sua unica via, così angusta da
-passarvi appena una carrozza, e causa che i diretti per la Vallassina
-abbandonassero affatto questa parte ed eleggessero esclusivamente la
-strada di Longone.
-
-Oltre Lezza, al di là del Lambro, siede Carpesino, che taluni presumono
-tragga il nome da _Carpe sinum_, piglia il porto; e se ciò fosse,
-sarebbe memoria che sin qui si estendesse l’Éupili. Vi hanno ville i
-Nava e i Caldara; più su vi è Brugora come sul ciglio di un pendío,
-e per istrade praticate fra’ boschi si va a Proserpio e Longone, che
-noi già abbiamo conosciuto; mentre progredendo per la via che qui ne
-condusse, si trova Arcellasco, poi la Resica, ove è un filatojo già de’
-Carpani di Ponte, ora dei fratelli Ronchetti; e un altro dei Mambretti;
-e finalmente si giugne al ponte della Malpensata.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMATERZA.
-
-SAN SALVATORE.
-
- I _Geritt_. — Mornico. — Crevenna. — Ville Bressi e Genolini. —
- Il torrente Bova. — La dara. — San Salvatore. — Il convento. —
- Il signor Boselli. — Giovanni Biffi. — Il tronco mellifero. —
- La villa Righetti.
-
-
-Da Lezza, per una via ampia sì ma acclive e che mano mano si ascende
-scopre miglior orizzonte, perchè rivela da una parte il lago di Pusiano
-e dall’altra quello d’Alserio, e con essi i loro vicini paesi, si
-arriva a Mornico, villaggio che si confonde con quel di Crevenna, sì
-che il nome del primo, più che sulla pietra miliare, non è ripetuto da
-alcuno.
-
-A mezzo per altro di quest’ampia via dove si volge, formando angolo,
-s’apre una tal vista, che chi vi avesse a fabbricare una casa vi
-troverebbe certo a deliziare lo sguardo.
-
-Invece meno accorti speculatori, nel sottoposto vallone, vi eressero
-casini, tra cui quello detto dei Gerini (_Geritt_), nel quale già
-prendeva riposo dalle teatrali fatiche il tenore di bella fama
-Bulterini, e da qualche anno quella esimia artista soprano, che è
-la signora Enrichetta Berini e il di lei marito Osmondo Meini, basso
-cantante di egregia riputazione. In compenso della limitata vista, vi
-si gode della piena libertà, perchè fuor dell’accesso e dello sguardo
-comune.
-
-In Crevenna vi sono le ville dei signori Bressi e dei Genolini, e
-presso il paese si dirupa in profondo vallone il torrente Bova, che
-poi, quando mena le sue acque tumultuose, le gitta nel Lambro poco
-disotto a Carpesino.
-
-Nella villa de’ Genolini, quando apparteneva ai signori Fontana, traeva
-frequente ospite amatissimo quel gentile scrittore e poeta, che ognun
-conosce in Giulio Carcano, e quivi ispiravasi egli ad inni leggiadri,
-de’ quali alcun breve saggio reca il presente mio libro.
-
-Sul piazzale della chiesa parrocchiale s’apre la via che guida a San
-Salvatore. Quantunque essa sia abbastanza erta, pure è ampia e tale da
-potersi valere della _dara_, specie di veicolo primitivo trascinato da’
-buoi, di che i proprietarî delle ville che vi sono a quell’altezza si
-valgono bene spesso.
-
-Merita di salire a San Salvatore, che, stando al piano vedesi poggiare
-a mezzo la montagna, cui dà il nome, come un nido di aquile.
-
-Quando si è giunti colà, si trova soddisfatti, perchè dal viale che
-sta innanzi al caseggiato si ha uno stupendo panorama, tale da far
-riscontro alla cima di Galbiate che gli sta di fronte sull’ultimo
-confine del bacino dell’Éupili antico.
-
-Pervenuto a quell’altezza, al cospetto di sì maravigliosa natura, a voi,
-come già a me, correrebbero al labbro i versi del buon Parini:
-
- Oh beato terreno,
- Del vago Éupili mio,
- Ecco alfin nel tuo seno
- M’accogli; e del natio
- Aëre mi circondi,
- E il petto avido inondi![36]
-
-San Salvatore è un convento che già fu de’ Cappuccini, e che dalla loro
-soppressione fu tramutato in villeggiatura. L’ebbe il signor Boselli,
-rinomato istitutore di Milano, che qui conduceva i suoi convittori a
-ritemprare la salute, nelle vacanze autunnali, coll’aere puro che vi
-regna; ma sorvenuto il 1848, nelle memorande cinque giornate, caduto
-vittima del piombo austriaco, la villa venne dalle leggiadrissime sue
-figlie tenuta.
-
-Visitandola, più d’una volta vi trovai, come vi trovano tutti, il
-più grazioso ricevimento dalla gentilissima signora Irene Boselli,
-moglie a quel colto scrittore che è Giovanni Biffi, l’autore della
-_Ghita del Carrobio_ e del _Prina_, il quale una volta mi fu anche
-cicerone del luogo, e mi mostrò parte a parte ogni sala, ogni cella,
-e la chiesa, a cui traggono i devoti di Crevenna in certe solennità,
-e sulla quale, non saprei con quanto diritto, spiega il Comune pretesa
-_ab immemorabili_, additandomi la stanza dove venne ospitato San Carlo
-Borromeo e i mobili da lui usati, e via via l’orto, il cascinale e
-il viale che poi mette al sentiero che percorre la montagna fino a
-Caslino. Quel giorno, sorridendo, dopo avermi condotto presso un gran
-tronco d’albero che giaceva in terra, mi ripeteva i versi del Manzoni:
-
- Stillano miele i tronchi:
- Ove copriano i bronchi,
- Ivi germoglia il fior;
-
-ed accennando a quel tronco abbattuto, dicevami come il dì prima
-avesse trovato essere stato tutto cavo e pieno del più eletto miele,
-che estraeva in due ben capaci recipienti. Da qui egli poi muoveva,
-infaticabile Nembrod, a cacciar lepri pei monti, delle quali prese
-frequenti fa parte agli amici.
-
-Il convento di San Salvatore è ora esclusiva proprietà della signora
-Boselli-Righetti, figliuola al sullodato istitutore milanese.
-
-Le comitive allegre ed instancabili, a San Salvatore non fanno spesso
-che una prima sosta; perocchè si dirigano sovente dopo per aspro
-sentiero al _Buco del Piombo_, cui ho riservata la ventura escursione,
-o alla _Colma_, che altro non è che il vertice del monte, dal quale è
-dato di spaziare per gli opposti versanti; e lo sguardo, signore da una
-parte del Pian d’Erba e della Brianza, dall’altra segue tutta la linea
-non meno superba del lago di Como. I coraggiosi son molti, e fra questi
-non mancano mai le gentili signore.
-
- [Illustrazione: Interno del Buco del Piombo.]
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMAQUARTA.
-
-IL BUCO DEL PIOMBO.
-
- La strada. — Il Buco del Piombo. — Onde il nome? — Aneddoto. —
- Esterno. — Scopo. — Interno. — Iscrizione. — Concorso di gente.
- — I versi di Torti.
-
-
-E noi, poichè siamo già a San Salvatore, continuiamo la via pel _Buco
-del Piombo_. È lunga, è aspra, ma retrocedere per pigliar l’altra
-dell’opposto ciglione del monte non ne pare conveniente.
-
-È però cammino ameno e pittoresco, e se i piedi faticano, lo sguardo si
-diverte e gode.
-
-Sorpassiamo gli incidenti del cammino, ed eccoci di sotto al Buco del
-Piombo.
-
-Anni addietro abbisognava di certo coraggio per inerpicarsi fino al
-punto, dal quale, per mezzo d’una scala a mano, si poteva penetrare
-nell’antro; ma dopo che tutte queste Alpi, come le chiamano quei
-del paese, vennero in proprietà del conte Turati, che su di esse vi
-stabilì una razza di cavalli, la bisogna è mutata: l’accesso è reso più
-praticabile e comodo.
-
-Non creda il lettore che la caverna per la quale entriamo tenga fede al
-suo nome; traccia di piombo non vi si riscontra, nè pare vi sia stato
-mai; non diamo però le spese al cervello per indovinarne la ragion
-del nome; vi chiaccherarono intorno e scrissero assai e assai, ed un
-costrutto non se n’è per anco cavato. Narrasi anzi, a tale proposito,
-un aneddoto. Nel vicino convento de’ Cappuccini di San Salvatore,
-che abbiamo testè veduto, nella biblioteca del chiostro, stava un
-volume legato, sul cui dosso leggevasi il titolo: _Origine del Buco
-del Piombo_. La mano d’ogni visitatore correva a togliere il volume
-dallo scaffale, curioso di leggervi una tale origine; ma ne rimaneva
-scornato: il volume non era che un pezzo di legno foggiato a libro,
-fratesco scherzo, del quale si trova il riscontro in Venezia ai Frari,
-dove è consimile volume lavorato dal celebre Brustolon.
-
-Sull’ingresso dell’antro veggonsi avanzi di muraglie e d’arpioni,
-onde s’ha a credere che vi fossero applicate porte e che però vi
-abitasse gente. Serviva a vedetta militare od a presidio? era rifugio
-di predoni o di banditi? ricoveravan qui, com’altri presumono, i
-Longobardi cacciati dall’ira de’ Franchi? Non v’è memoria o scritto
-che il dica. L’atrio che sarebbe stata la parte abitabile, è spazioso:
-ha la larghezza di metri 38, l’altezza di 42 e la lunghezza di 55,
-ed è sempre qui che le brigate che vi montano si rifocillano colle
-provvigioni di bocca mandate innanzi.
-
-Ma la caverna si interna e sprofonda per un vano quasi continuo della
-larghezza di metri nove e dell’altezza di otto, e vi si può camminare
-per circa 188 metri coll’aiuto della luce del giorno; più avanti si va,
-si va accendendo qualche torcia, e dopo 18 metri di cammino, si giunge
-a un punto dove a destra s’apre altra caverna larga circa metri 1,30,
-ed avanzando per una trentina d’altri metri, leggesi una lapide che vi
-fu messa, del tenore seguente:
-
- S. A. I. il Princ. Raineri Vicerè
- Consigliere De-Capitani
- Ciambellano conte Paar.
- Gli 8 maggio 1819.
-
-Altri si spinsero più in là; trovarono che lo speco ora abbassavasi,
-ora rialzavasi; che acque vi correvano in ruscelli o formavano pozze;
-finchè non parve andare più avanti, forse essendo anche ciò pericoloso.
-
-Ho già detto a suo luogo come vi abbia chi opini che questa caverna
-vada e s’inoltri fin presso la fonte Pliniana del lago di Como; ma non
-sono che pure supposizioni, alle quali nulla porge fondamento.
-
-Sotto dell’antro, o Buco del Piombo, corre il torrente Bova, per mezzo
-a un letto franato e fra roccie, che ne fan quasi un orrido d’artistico
-effetto; ma pur di questo torrente ho parlato nella passata escursione.
-
-La curiosità chiama moltissimi visitatori al Buco del Piombo; dirò
-di più: non v’ha villeggiante o forestiero che sia venuto nel Pian
-d’Erba, il quale non l’abbia una volta almeno fatto scopo di una sua
-pellegrinazione.
-
-Così lo ricordava il Torti in que’ versi che dal Pian d’Erba dettava:
-
- O selvose montagne, o gioghi erbosi,
- O di lontan sovreminenti al verde
- Cornuti massi, o dolce aere vitale,
- O dal sol di settembre illuminate
- Felici rive, umili poggi e sparsi
- Casali e ville, e pascoli e vigneti
- Dell’Éupili ridente; o vasto speco
- Di nome senza origine, su in alto
- A mezzo monte dalle curve strade
- Per gran paese riveduto sempre;
- O collinetta sovra l’altre amica
- Ov’io sedeva a contemplar la mesta
- Valle del mio Segrin; voi già mia prima
- Delizia e voluttà, di tutto l’anno
- Speme e pensier...
-
-Oh! veramente son questi luoghi tali da ispirare e da accendere gli
-estri del poeta; nè vi fu amico delle Muse che a queste delizie del
-Pian d’Erba traendo, non se ne sia ispirato, non ne abbia poi ne’ carmi
-espresse le soavi dolcezze.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMAQUINTA.
-
-LA VILLA AMALIA.
-
- La villa Amalia. — Guido Carpano e il convento di S. Maria degli
- Angeli. — L’avv. Rocco Marliani. — Il palazzo, il giardino e
- il bosco. — Il monumento a Parini. — Monti e Foscolo ospiti. —
- Episodio della Mascheroniana. — La torre.
-
-
-Ridiscesi a Crevenna, proseguiamo la via che ci condusse da Lezza, e
-dopo qualche centinaia di passi, ci ritroviamo ad Erba superiore.
-
-Noi riserbandoci a veder il paese, per ora arrestiamoci qui davanti
-alla villa Amalia, che ha innanzi vaghi tappeti d’erba e vasto
-piazzale. Due facciate ha la villa; l’una riguarda al giardino, l’altra
-alla corte: a quella cresce grandiosità una gradinata e un padiglione;
-a questa bellissimi bassorilievi in terra cotta; ma l’ingresso è per un
-cancello da questa parte che sta di fronte ad Erba. La chiesa laterale
-ti rammenta subito che un dì potesse essere questo luogo un convento.
-Infatti vi fu fabbricato da Guido Carpano e dalla chiesa fu detto di
-Santa Maria degli Angeli.
-
-Francesco Del Conte vi stabilì i Cappuccini; passò di poi ai Filippini;
-finchè al principiar del secolo corrente, l’avvocato milanese Rocco
-Marliani, consigliere della Corte d’Appello, l’acquistò, e su disegno
-di quel valente architetto che fu Leopoldo Polak, vi eresse la sontuosa
-villa che, dal nome della propria sposa, appellò Amalia.
-
-Nel cortile di essa lasciò memoria di ciò nell’iscrizione seguente:
-
- Rochus Petri Fil. Marlianus
- Domo Mediolano
- Cœnobi veteris operibus a solo ampliatis
- Villam extruxit ornavit
- Amaliam
- Ex conjugis karissimæ nomine appellandum
- Anno 1801[37].
-
-E dirimpetto a tal lapide stanno i seguenti versi d’Orazio:
-
- Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus
- Hortus ubi, et tecto vicinus jugis aquæ fons,
- Et paulum sylvæ super his foret. Auctius, atque
- Dî melius fecere. Bene est. Nihil amplius oro[38].
-
-Vi condusse il Marliani artisti ad abbellirla, e di Giuseppe Bossi
-infatti vedesi un’Aurora, dipinta nella sala di mezzo del palazzo;
-e nel giardino, o a meglio dire, nel bosco che vi fa parte, rizzò
-un tempietto sacro alla Prudenza, rappresentata da una statua che vi
-sorge nel mezzo, e poco appresso collocò due statue, Diana ed Atteone.
-Dove poi l’ombra è più oscura del bosco, eresse un monumento con un
-busto, opera di Giuseppe Franchi, tutto recinto di macchie d’alloro,
-fiancheggiato da funereo cipresso, e lo consacrò alla memoria di
-Giuseppe Parini, che fu sovente ospite venerato del Marliani; e comechè
-nel sottoposto sotterraneo ei vi avesse collocato un organo che, tocco,
-mandava una mesta armonia, così aveva fatto scolpire sulla base del
-monumento a Parini i quattro versi di lui, tolti all’ode _All’inclita
-Nice_:
-
- Qui ferma il passo, e attonito
- Udrai del pio cantore
- Le commosse reliquie
- Sotto la terra argute sibilar.
-
-E come Parini, qui venivano accolti dalla cordialità e dall’affetto
-riverente del Marliani anche Foscolo e Monti, il qual ultimo raccomandò
-alla imperitura memoria dei posteri il nome della villa, illustrando
-la tomba del grande poeta che vi è conservata, nelle seguenti terzine
-della sua _Mascheroniana_:
-
- I placidi cercai poggi felici
- Che con dolce pendío cingon le liete
- Dell’Éupili lagune irrigatrici;
-
- E nel vederli mi sclamai: Salvete,
- Piagge dilette al ciel, che al mio Parini
- Foste cortesi di vostr’ombre quete!
-
- Quand’ei fabbro di numeri divini
- L’acre bile fe’ dolce, e la vestía
- Di tebani concenti e venosini,
-
- Parea de’ carmi suoi la melodia
- Per quell’aura ancor viva; e l’aure e l’onde
- E le selve eran tutte un’armonia.
-
- Parean d’intorno i fior, l’erbe, le fronde
- Animarsi e iterarmi in suon pietoso:
- Il cantor nostro ov’è? chi lo nasconde?
-
- Ed ecco in mezzo di recinto ombroso
- Sculto un sasso funebre che dicea:
- _Ai sacri Mani di Parin riposo_...
-
- Ed una non so ben se donna o dea
- (Tese l’orecchio, aguzzò gli occhi il vate
- E spianava le rughe e sorridea)
-
- Colle dita venia bianco rosate
- Spargendolo di fiori e di mortella,
- Di rispetto atteggiata e di pietate!
-
- Bella la guancia in suo pudor; più bella
- Sulla fronte splendea l’alma serena
- Come in limpido rio raggio di stella.
-
- Poscia che dati i mirti ebbe a man piena,
- Di lauro, che parea lieto fiorisse
- Tra le sue man, fe’ al sasso una catena;
-
- E un sospir trasse affettuoso e disse
- Pace eterna all’amico; e te chiamando
- I lumi al cielo sì pietosi affisse,
-
- Che gli occhi anch’io levai, fermo aspettando
- Che tu scendessi, e vidi che mortale
- Grido agli Eterni non salía più, quando
-
- Il costei prego a te non giunse; il quale
- Se alle porte celesti invan percote,
- Per là dentro passar null’altro ha l’ale.
-
- Riverente in disparte alla devota
- Ceremonia assistea, colle tranquille
- Luci nel volto della donna immote,
-
- Uom d’alta cortesia, che il ciel sortille
- Più che consorte, amico. Ed ei che vuole
- Il voler delle care alme pupille,
-
- Sol per farle contente eccelsa mole
- D’attico gusto ergea, su cui fermato
- Pareami in cielo, per gioirne, il sole.
-
- E _Amalia_ la dicea, dal nome amato
- Di colei che del loco era la diva,
- E più del cor che al suo congiunse il fato.
-
- Al pietoso olocausto, a quella viva
- Gara d’amor mirando, già di mente
- Del mio gir oltre la cagion m’usciva.
-
- Mossi alfine, e quei colli ove si sente
- Tutto il bel di natura abbandonai
- L’orme segnando al cor contrarie e lente[39].
-
-Fu lunga la citazione, ma in compenso splendida, come splendidi sono
-sempre i versi di Vincenzo Monti, al quale l’età più prosaica osa
-temeraria levarsi e contendere il lauro di poeta.
-
-La villa Amalia passò dopo a diversi signori, finchè pervenne al
-marchese Massimiliano Stampa Soncino, che vi aggiunse bellezze a
-bellezze.
-
-Dalla torre che vi sta, si può abbracciare collo sguardo il più
-stupendo orizzonte ed estasiarsi alla vista di monti e colli, di laghi
-e fiumi, di paesi e ville infinite e campagne e boschi.
-
-Gli amatori di botanica avrebbero per più d’un’ora a deliziarsi
-ammirando le infinite camelie di più qualità, boschetti di fusaria
-del Giappone, cespugli di azalee e di rododendri, e rose magnifiche,
-e mazzi di _olea fragrans_, per non dir d’altri molti e fiori e piante
-peregrine, che di loro vaghezza e profumo imparadisan la villa, degna
-della ricchezza e nobiltà del suo cortese proprietario, e però va
-meritamente tra le più splendide e deliziose della Brianza annoverata.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMASESTA.
-
-ERBA.
-
- Erba Superiore. — Il suo panorama. — La sua storia. — Il castello
- e la villa Valaperta. — Pravalle. — Il torrente Bocogna. —
- Villa Conti. — Erba Inferiore. — Pretura, ufficio telegrafico,
- albergo e botteghe. — Il caffè e gli _amaretti_. — Il teatro.
- — Ville Clerici e Brivio. — Vill’incino. — Mercato d’Incino. —
- _Liciniforum._ — Lapidi. — Ninfeo antico. — Fatti storici. — Il
- mercato del giovedì.
-
-
-Questa borgata, che dà il suo nome al bellissimo territorio che
-vengo dichiarando al lettore, distendendosi su d’una eminenza a mo’
-d’anfiteatro per quelli che la riguardano venendo dalla Malpensata, fa
-sì che alla parte più alta si assegnasse il nome di Erba Superiore, ed
-è certo la migliore, perocchè domini una quantità maggiore d’orizzonte,
-potendosi spingere l’occhio sin là presso Cesana e Galbiate, e vedere
-il Monte Baro, e via via quelle ridenti colline che finiscono alla
-Montevecchia, e quella ridente estensione della Brianza co’ suoi
-infiniti villaggi; mentre poi da sinistra si posa sui colli placidi e
-d’insensibil pendío di Proserpio, colla biancheggiante sua chiesa che
-s’avanza fin sull’estremo limite d’un promontorio, su Castelmarte e
-sui denti o corni di Canzo e sull’Alpe di Carella che, massime all’ora
-del tramonto, si veste delle più calde tinte che mano mano si vengono
-trasformando in auree, poi in porporine, quindi in violacee, finchè
-l’ombra notturna non le abbia confuse nell’uniforme bruno.
-
-Era certamente nell’ammirazione di questo stupendo panorama che lo
-scrittore d’_Angiola Maria_ esclamava:
-
- O monti, o vette aeree,
- O piani d’Erba, addio!
- O valli, o poggi placidi
- Dal fertile pendío,
- Asil soave e muto
- Di rustica beltà;
- Io v’amo, io vi saluto
- Con mesta voluttà.
-
- Salvete, o voi tranquille
- Innumere borgate,
- Liete cosparse ville,
- Campagne invidïate!
- Io v’amo, e in cor vi sento
- Com’inno del mattin,
- Come il primiero accento
- Dell’italo bambin.
-
-Erba non può contare, è vero, una storia ricca di avvenimenti; ma
-per l’aiuto dato all’armi milanesi alla battaglia da questi ultimi
-combattuta contro gli aderenti del Barbarossa nel nove agosto 1160 —
-fu una nobile e generosa azione — s’ebbe il diritto di cittadinanza,
-che le fu mantenuto anche in seguito e da Ottone Visconti, e dagli
-Spagnuoli e dai Tedeschi. Di più ne dice il prevosto Annoni nella sua
-_Memoria storica e archeologica intorno al Pian d’Erba_, cui rimando
-il lettore, per non essere tratto dall’amore degli storici studî a
-cingermi la giornea e mettere a cimento la pazienza di lui.
-
-Attivamente poi partecipa il suo territorio all’industria che meglio si
-fa alla Brianza, alla serica vo’ dire, potendo contare oltre quaranta
-filande e quaranta filatoi, e così vien presso agli altri distretti di
-Oggionno, di Vimercate e di Lecco, che si additano come i meglio dotati
-in Lombardia di congeneri stabilimenti.
-
-Sull’angolo sinistro d’Erba Superiore sorgeva un tempo, come del resto
-si riscontra in ogni terra di qualche importanza, il castello, ora
-convertito alla più felice villeggiatura de’ signori Valaperta, dove
-più d’una volta vidi ospite quel valoroso campione dell’arte pittorica
-moderna che è Francesco Hayez.
-
-Di sotto al castello si avvalla con grazioso effetto il terreno, epperò
-vien detto Pravalle, pel quale un dì precipitavasi il torrente Bocogna,
-menando i soliti guasti de’ suoi pari; ma i Valaperta ne rivolsero a
-bene le acque, facendole servire ad una filanda o filatoio.
-
-Sul ciglio dell’opposta eminenza, al di là di Pravalle, si pavoneggia
-la elegante villeggiatura de’ signori Conti, che divide coi Valaperta i
-vantaggi della fortunatissima posizione.
-
-Erba Superiore è occupata per lo più da ville o case da villeggiatura:
-il movimento principale è nondimeno in Erba Inferiore. La borgata è
-dotata di Pretura, di ufficio telegrafico e di albergo: ha tutte le
-botteghe occorrevoli al vitto, come in una città; massime le carni vi
-si trovano eccellenti dai villeggianti; al suo caffè, elegantemente
-riaddobbato di fresco e famoso pe’ suoi _amaretti_, sorta di pasticcini
-torrefatti e che contendono il primato con quelli di Saronno, nelle
-ore pomeridiane d’autunno vi convengono i signori e le eleganti dei
-dintorni, sia venendovi a piedi, sia cogli equipaggi, felici del
-vedersi gli uni gli altri; perocchè, del resto, la sosta avvenga in una
-via ristretta e senza attrattiva di sorta.
-
-Sulla vetta dell’eminenza su cui seggono le sue case, il pittor Rosa,
-nel grandioso caseggiato da lui fabbricato e che affitta nelle ferie
-autunnali a famiglie per lo più milanesi in distinti e ammobigliati
-appartamenti, costruì un teatro, nel quale in quella stagione recita
-talvolta qualche drammatica compagnia sviata.
-
-O per la postale, o per sentieri si discende nel sottoposto piano
-a Vill’Incino, dove sorge la prepositurale nella cui giurisdizione
-è Erba. Scendendo per la prima, al risvolto trovasi la villa già
-Clerici, ora Mazzucchetti, che ognun veggendo augura veder tramutato
-in albergo, tanto se ne sente il bisogno e propizia ne appaia la
-posizione; ed a fianco di essa al principio della via che si interna
-e guida a Lezza sorge altra villa de’ signori Brivio ed un filatoio.
-Proseguendo invece per la postale, dopo la Clerici, a un centinaio
-di passi si è alla suddetta prepositurale. Alquanto più in là è
-Incino, o Mercato d’Incino, che, comunque spopolato tutti i dì della
-settimana all’infuori del giovedì, in cui v’è l’antichissimo mercato
-con opportuni portici e che diè nome al paese, pure ha memoria di fatti
-storici. Eravi certo una colonia romana e vi si trovarono sepolcri e
-ossa giganti e armature dell’epoca. Chiamavasi allora _Liciniforum_,
-ossia foro o mercato di Licinio, dal nome di qualche pretore o patrono
-che vi comandava la stazione militare, o la colonia; onde il conservato
-nome di per sè vale a scalzare d’ogni fondamento la pretesa di chi
-volle collocare _Liciniforum_ nel luogo del poco discosto Parravicino.
-
-Del tempo romano qui si sterrarono e lessero due lapidi.
-
-La prima:
-
- Herculi
- C. Metilius
- Secundus
- Votum Solvit Libens Merito.
-
-La seconda:
-
- Jovi Optimo Maximo
- Cœsia Tullii Filia
- Maxima
- Sacerdos
- Divae Matidiae[40].
-
-Una terza lapide importa poi di qui riferire, come rinvenuta in alcune
-escavazioni, perchè forse fa cenno di un ninfeo qui esistito:
-
- Lymphis Viribus Quintus Vibius
- Severus votum solvit.
-
-Anche più tardi, nel medio-evo, da Landolfo da Cardano, arcivescovo di
-Milano (979-998), venne Incino eretto in capitanato, investendone della
-suprema autorità un suo fratello, come aveva egualmente fatto degli
-altri due capitanati di Carcano e Pirovano con Missaglia. I Comaschi e
-i Torriani, combattendo Ottone Visconti arcivescovo di Milano e capo di
-parte nobilesca, lo diroccarono. Su queste terre, in età più inoltrata,
-fervendo le lotte guelfe e ghibelline, la fazione guelfa portò
-desolazione e morte, soqquadrando ogni avere e commettendo i più infami
-assassinî.
-
-Era poi Incino la pieve più vasta ed importante dell’arcivescovato di
-Milano, e fino dal 1288 contava sotto la propria giurisdizione sessanta
-chiese. Alla sua prepositurale andava inoltre aggiunta una collegiata
-di più canonici, che San Carlo, nel 1584, trasferì alla, prossima
-chiesa di Vill’Incino, avendo trovato spopolato il paese. Quella chiesa
-antica è per altro degnissima, per la sua vetustà, di osservazione.
-
-Il giovedì, frequentatissimo è ora il mercato anche da’ villeggianti
-de’ dintorni; ma verso il meriggio si dirada il concorso, e poco poco
-il vecchio mercato di Incino ricade nel primitivo silenzio e nella
-solitudine.
-
-Con tutto ciò vi sono due decenti alberghi, dove trovan alloggio
-benestanti famiglie sempre nella stagione autunnale, e alle quali
-appunto la quotidiana solitudine toglie soggezione e aggiunge quella
-maggiore tranquillità che si accorre appunto dalla città a ricercare in
-campagna.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMASETTIMA.
-
-LA VILLA ADELAIDE.
-
- Villa Maria. — Bucinigo. — Pomerio. — Villalbese. — Parravicino.
- — Ville Parravicini, Belgiojoso e Gariboldi. — La torre
- pendente. — Casiglio. — Carcano. — Battaglia contro il
- Barbarossa. — Orsenigo. — Il Carudo. — Le Lische Amare. —
- Alserio. — Castellazzo. — La Ca’ de’ ladri. — La Retusa. —
- Tassera. — La villa Adelaide.
-
-
-Da Erba, salendo la via che corre sotto l’antico castello, ora villa
-Valaperta, e volgendo a manca, dietro la villa Conti è la strada che va
-a Parravicino e subito s’incontra la villa Maria, della contessa Maria
-Lurani.
-
-Solo prima dirò una parola di Bucinigo e Pomerio, che si comprendono
-nel Pian d’Erba; perocchè dopo segua Villalbese, celebre per ottime
-castagne e per freschissimi crotti, a cui gli amatori del buon
-vino corrono ad ogni lieta occasione, ma che entra in una diversa
-circoscrizione da quella del Pian d’Erba; onde avanti di esso mi
-convenga arrestarmi, perchè, tratto dalle bellezze dei luoghi,
-facilmente sarei fuorviato dal mio cómpito e arriverei presto per
-quella via a Como.
-
-Bucinigo, terricciuola resa vivace da filande e incannatoî, ha più
-d’una villa, e fra queste quella de’ signori Vidiserti, che giovami
-specialmente ricordare perchè famosa per la sua patriarcale ospitalità,
-ivi i moltissimi amici rinvenendo sempre la più graziosa accoglienza.
-A noi poco importa di discettare sulla pretesa di coloro che il
-nome al paese sia stato lasciato da un _buco iniquo_, che dicono
-esistere tuttavia in un giardino, e così appellato perchè nei tempi
-delle prepotenze feudali ivi si desse martirio agli infelici che non
-entravan nel genio de’ padroni; o sulla contraria opinione di chi
-invece dalla terminazione presume aver il nome radice celtica: lasciamo
-ai dotti il trarsi d’impaccio. La torre, di cui son superstiti pochi
-ruderi, rammenta le lotte fra loro sostenute dalle famiglie Sacco e
-Parravicino.
-
-A Pomerio, vicinissimo, veggonsi avanzi di fortificazioni, che dovevano
-esservi necessariamente per rispondere al nome di _post murum_, il
-quale d’altronde era nella terminologia militare d’allora.
-
-A Parravicino, vediamo seguitarsi tre o quattro ville graziose dei
-Parravicini, dei Belgiojoso e dei Gariboldi.
-
-Nel giardino de’ Belgiojoso vedesi una torre pendente, come il
-campanile di Pisa e la Carisenda di Bologna, ricordata da Dante nel
-canto XXXI dell’_Inferno_.
-
-Segna essa la dimora de’ Parravicini, che, sbandeggiati dai Rusconi di
-Como, qui venuti, diedero origine al villaggio.
-
-Di Casiglio non vale far cenno, che per dire essere nella sua chiesa il
-sepolcro di Beltramino Parravicino, il qual fu vescovo di Como e poi di
-Bologna.
-
-Fuor della strada, è Carcano, che fu già castello forte e sostenne più
-assedî, e diè origine alla patrizia famiglia de’ Carcano. In queste
-campagne fra Carcano, Orsenigo e Tassera, nel nove agosto 1160 fu
-combattuta una fiera battaglia fra gli aderenti di Federico Barbarossa
-e quelli de’ Milanesi, e che altri chiamano di Tassera, altri di
-Carcano, altri di Orsenigo; ma non importa il nome, mentre giovi invece
-conoscere come ne fosse felicissimo risultamento la sconfitta del
-Barbarossa e il pieno trionfo de’ Milanesi, determinato dall’improvviso
-intervento di quei di Orsenigo ed Erba, ai quali fu in guiderdone
-concesso di poi il diritto di cittadinanza. In mezzo a questi campi,
-l’arcivescovo Uberto da Pirovano, cantato aveva allora sul carroccio
-milanese la messa e tenuta una sacra arringa a’ soldati onde eccitarli
-alla pugna contro l’invasore straniero. Nel primo scontro, che fu
-terribile, quel sacro carro caduto nelle mani nemiche, veniva distrutto
-nel luogo detto il Carudo; ma poi, per l’insperato soccorso, ristorate
-d’un tratto le sorti della battaglia, i Milanesi s’erano presa la
-rivincita gloriosa.
-
-L’oste nemica si era spinta fino al lago d’Alserio, breve bacino di
-un miglio e un quarto di lunghezza e di mezzo di larghezza, sulla
-cui sponda è Alserio piccol paese che gli dà il nome. Era nel pantano
-delle Lische Amare che vuolsi s’impigliasse il corsiero del Barbarossa,
-onde il tempo perduto a districarsene gli avesse a riuscire fatale.
-— Castellazzo, paesello, su d’una facile eminenza, fu così detto
-da un forte che i Milanesi vi costrussero nel luglio del 1162 per
-contrapporre a quello di Carcano, ove si erano rifugiati, pronti a
-rinnovare le offese, i fautori dell’Enobarbo.
-
-Al piede di questa bella eminenza evvi un casale ed un’osteria, detta
-la _Ca’ de’ ladri_: è facile indovinare come la brutta denominazione le
-venisse dall’essere il luogo isolato e proprio, massime in addietro, a
-ricoverarvi siffatta genìa.
-
-Tutti questi paesi or sono animati da ville ed opificî, e nella parte
-più elevata di questo punto, vicino al lago, evvi la _Retusa_, fonte
-limpida, salubre e perenne, usufruttata a muovere macine, e ad animare
-stabilimenti di serica industria.
-
-Affrettiamoci invece a visitare la villa Adelaide, che sorge a Tassera
-e presso alla riva del lago d’Alserio.
-
-Dapprima l’ebbe la famiglia Imbonati, della quale fu ultimo rampollo
-quel marchese Carlo, alla cui memoria consacrò Manzoni splendidissimi
-versi sciolti, che ora ha il torto di respingere dalle edizioni fatte
-sotto gli auspicî suoi; poi l’ereditò il barone Patroni, che, fattala
-dall’architetto Clerichetti di Milano ultimare, riducendola a stile
-nordico, forse scozzese, diventò fra le più splendide che si conoscano
-anche per ricchezza degli interni adornamenti. I giardini sono
-egregiamente ordinati; getti d’acque perenni la ravvivano, comunque
-non sia tutto ciò giunto, per sentimento degli schifiltosi, a togliere
-quell’aria poco allegra che quel seno del lago vi dà. Morto il Patroni
-e legata ai Calvi la villa, questi la tennero per poco, vendendola a
-un commerciante genovese che volle lucrare togliendovi molti alberi; ma
-essa fortunatamente, fin allora chiamata Patroni, dal suo più generoso
-proprietario, venne di recente alle mani del cav. Domenico Basevi,
-che, profondendovi egregie somme, non solo la restituì al primitivo
-splendore, ma ne lo aumentò d’assai.
-
-Figuri quindi il lettore se non avessi allora ragione di dedicarle una
-speciale escursione.
-
-Oggi essa ha nuovo battesimo, e dal nome della sposa dell’attuale
-proprietario, si intitola _Villa Adelaide_.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMOTTAVA.
-
-MONGUZZO.
-
- Pontenuovo. — Merone, Mojana, Rogeno, Casletto e Garbagnate
- Rota. — Nobero. — Le sue pesche. — Il Cavolto. — Le fornaci.
- — Monguzzo. — Il suo castello e la sua storia. — I marchesi
- Rosales. — Villeggiatura Mondolfo.
-
-
-Tanto da questa parte ove ci troviamo, quanto dall’altra parte del
-lago d’Alserio, per la via che dalla Vallassina si va ad Inverigo,
-si può ascendere sulla vetta del colle su cui signoreggia Monguzzo:
-noi attendendo di continuare per la via di Parravicino nella ventura
-escursione, scegliamo adesso la seconda.
-
-Esciti da Vill’Incino, che già vedemmo, ci troviamo, dopo avere
-attraversato una strada che si chiude fra i campi, alla via provinciale
-della Malpensata, e, volgendo a ritroso di essa, cioè a destra, in poco
-tratto di cammino ci troviamo a Pontenuovo, da dove una via riesce
-a Merone, quindi a Moiana, Rogeno, Casletto e Garbagnate Rota, paesi
-tutti rallegrati da signorili villeggiature, che di poco discosti da
-Bosisio chiudono da una parte, all’intorno al lago di Pusiano, quel
-territorio che abbiam percorso del Pian d’Erba. Proseguendo poi per
-quella onde siam venuti, ci vediamo a Nobero, o Nobile, come altri
-chiama questo quadrato di caseggiati aperto da un lato, che, tinto
-per la più parte in roseo, ti accenna com’esso appartenga ad un solo
-proprietario, al signor dottor Domenico Porro, che personalmente
-attendendo alla sapiente direzione dei suoi fondi, ne ottiene i più
-fecondi risultamenti. Particolarità di questo villaggio sono le più
-eccellenti pesche, sulle quali conta il colono fra i prodotti a sè
-dovuti: diritto cotesto limitato a questi terrieri, onde moltiplicate
-se ne veggano le piante.
-
-Prima però d’entrare in Nobero, non sarà inopportuno dare uno sguardo
-al _Cavolto_, specie di serbatoio del Lambro, da cui si deduce l’acqua
-che va ad irrigare il real parco di Monza, dopo avere percorso una
-quindicina di miglia.
-
-Alle fornaci presso Nobile si fanno mattoni marmorati, valendosi di
-un’argilla che si cava dal pendío orientale d’un poggio, che ha un
-color plumbeo, e mescendola con altra ordinaria gialla.
-
-Per una strada praticata nel colle, si monta a Monguzzo.
-
-Il paese è in felicissima postura, perchè a mattino vede il Pian
-d’Erba, a mezzogiorno domina il bacino dell’Éupili, a ponente la
-Brianza, e a sera la villa del Soldo, Fabbrica e infiniti altri
-paeselli, tutto recinto poi l’orizzonte da una corona azzurra di
-montagne, colle onde del lago d’Alserio che gli baciano le pendici del
-colle su cui posa.
-
-In antico fu paese nella podestà dell’arciprete di Monza, che vi
-esercitava giurisdizione feudale, come su molte altre terre; quindi
-parve luogo a fortilizî, e vi fu fabbricato un acconcio castello, e
-Francesco II Sforza lo concedeva in feudo ad Alessando Bentivoglio,
-spodestato signore di Bologna e governatore del Milanese, della cui
-famiglia è la cappella che in Milano si vede nella chiesa di San
-Maurizio del Monastero Maggiore sul corso di porta Magenta.
-
-Ma quel famigerato prepotente del Gian Giacomo De’ Medici, detto il
-Medeghino, del quale già narrai in una passata escursione le ribalde
-gesta, lo lasciò per poco godere degli ozî di Monguzzo; perocchè,
-parendogliene la rôcca assai propria a’ suoi disegni, un dì, nel
-1533, assalitola alla sprovvista, ne cacciò quelli che la presidiavano
-pel Bentivoglio, e se ne installò padrone, spargendo d’ogni intorno
-per le terre della Brianza, e massime per la Valsorda, il terrore.
-E taglieggiava da qui non i massai soltanto, ma anche i signori, che
-cercava di imprigionare e non rilasciare che contro enormi riscatti
-e teneva in allarme la fortezza di Brivio e massime di Trezzo di più
-grande importanza.
-
-Il Missaglia, amico di questo fiero capitano di ventura e storico di
-sue gesta, lo scagiona dall’aver tolto al Bentivoglio il castello,
-narrando come all’occupazione di esso fosse stato dallo Sforza medesimo
-ordinato, e fornendone le ragioni. “Possedeva, scrive egli, in quel
-tempo il castello di Monguzzo come suo proprio Alessandro Bentivoglio,
-figliuolo di Giovanni, già signore di Bologna, parente del duca e di
-molta autorità appresso lui, uomo di gran sincerità, ma poco inclinato
-all’armi. Il castellano, visto con che poca cura e guardia era tenuto
-quel luogo dal Bentivoglio, per sue lettere e col mezzo d’amici suoi,
-fece intendere al duca con quanta facilità e con quanto suo danno
-quel luogo, mal guardato, poteva capitare in mano degli imperiali
-(gli Spagnuoli di Carlo V comandati da Antonio De Leyva), offrendosi
-quando fosse rimesso alla sua custodia non solo di ben guardarlo, ma
-eziandio con la comodità di quello, danneggiare molto i nemici, ed
-assicurare quella parte del ducato dalle invasioni degli Spagnuoli;
-il che sarebbe stato come un freno a Lecco, tenuto da essi. Il duca,
-che, reso il castello di Milano, si trovava in Lodi, tolto dalle mani
-degli imperiali e dato alla lega da Lodovico Vistarino, benchè dopo la
-prigionia del Morone gli mostrasse poca inclinazione e poco fidasse
-di lui, pur conoscendo vere le sue ragioni e dubitando di peggio,
-e anco come quel ch’era posto in gran necessità di denari, sentiva
-volentieri che quel castello si avesse a guardare senza suo costo.
-Scrisse al Bentivoglio che rimettesse il castello alla guardia del
-Medici, e le lettere furono inviate a lui stesso, perchè le presentasse
-al Bentivoglio. Il Medici accortissimo, conoscendo quanto fosse per
-spiacere questo al Bentivoglio, e quanto egli potesse appresso il duca,
-dubitò, e ragionevolmente, che se gli mandava le lettere fosse per
-riuscire vano il suo disegno; onde con l’aiuto di molti principali del
-paese suoi amici fatta una buona raccolta di gente, accostastosi una
-notte a Monguzzo, e scalatolo, si appresentò alla rocchetta ove era il
-Bentivoglio con la sua famiglia e con le lettere ducali, e con la forza
-strinselo ad uscire dal castello[41].„
-
-Quando il De Leyva ebbe contezza della caduta di Monguzzo nelle mani
-del Medeghino, così se ne dolse, perchè da lui si attendesse maggior
-travaglio che non dal Bentivoglio, vi spacciò il conte Lodovico
-Belgioioso con buon nerbo di forze onde ritorglielo; ma questi, dopo
-varî assalti e perdita d’un centinaio d’uomini, disperando venire a
-capo del suo proposito, si levò di là.
-
-Certo Martino da Mondonico, animoso, ma avido di ricchezza, aveva
-saputo entrar nelle grazie del Medici ed ottenuto aveva da lui il
-commissariato di alcune tasse e contribuzioni che con durezza esigeva.
-Parve al De Leyva di poter guadagnar coll’oro il Mondonico, onde
-agevolarsi il conquisto di Monguzzo che gli intercettava la strada da
-Lecco a Milano, ed infatti se l’ebbe facilmente a’ suoi interessi.
-Ma l’ingordo traditore volle dapprima di compiere il tradimento
-arricchirsi, ed abusando del nome del Medici, si impadroniva un bel
-dì del castel di Perego. Poichè vi fu penetrato, buttata la maschera,
-vi prosciolse i prigionieri e si chiarì al servizio del De Leyva. Il
-Medici mandò subito il capitano Pellicione a riprendere il castello, e
-l’ebbe coi traditori, i quali condotti a Monguzzo vi vennero appiccati
-per la gola, e il Mondonico, posto prima a’ tormenti, fu poi vivo,
-siccome si meritava, inruotato.
-
-Poneva allora il Medeghino in suo luogo castellano di Monguzzo il
-fratello Battista; ma poi, quando gli parve trasferirlo a comandare
-la più importante fortezza di Lecco della quale s’era insignorito, vi
-sostituì il suddetto capitano Pellicione.
-
-Non mi so che il castello di Monguzzo fosse teatro a ulteriori fatti di
-guerra; perocchè buttata, a questo cerbero dalle tre gole, intendo dire
-del Medeghino, l’offa da Carlo V, col crearlo marchese di Marignano
-e coll’inviarlo altrove a portar guerra, spulezzò il Medeghino pur da
-questi luoghi.
-
-Più tardi il castello apparve tramutato in amenissima villeggiatura,
-mercè le cure dei marchesi Rosales alle cui mani pervenne; ma
-l’ultimo di essi, che molto di sua fortuna adoperò a pro dell’italiana
-indipendenza, nel 1853 la vendette al conte e banchiere Sebastiano
-Mondolfo, delle cui sapienti liberalità m’avvenne già di intrattenere,
-quando m’ebbi ad occupare dell’altra sua villa in Borgo Vico a Como.
-
-E liberalità sapienti operò anche qui in questa sua villeggiatura di
-Monguzzo, perocchè aprisse a sue spese una scuola, e nel cascinale che
-fe’ erigere introducesse molte comodità, per le quali mostrò come pur
-i poveri coloni chiamar si debbano, per migliorarli, a partecipare alle
-inevitabili esigenze del vivere sociale moderno.
-
-È una consolazione quando si vede alcuno de’ privilegiati dalla
-fortuna, in mezzo agli agî, rammentarsi che v’ha chi soffre e penuria e
-gli stende misericorde la mano. Sebastiano Mondolfo ha provato in tante
-occasioni d’essere uno di costoro.
-
-
-
-
-ESCURSIONE TRENTESIMANONA.
-
-IL SOLDO.
-
- Il casolare del Monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. — Il Soldo
- degli Appiani. — Villa Turati. — La casa, il giardino e il
- parco. — Gli acquedotti. — Casino rustico. — Orsenigo. — Casa
- Carcano. — Anzano. — Villa del marchese Carcano. — Piccolo
- albergo. — Alzate. — Vecchio castello. — Palazzo Clerici. —
- Fabbrica. — Brenna e don Antonio Daverio.
-
-
-A stretto rigore, il colle di Monguzzo, a parer mio, chiuder dovrebbe
-il bacino del vecchio Éupili, o, come suolsi oggi dire, del Pian
-d’Erba; ma siccome è assai indeterminato anche nella mente di que’
-del paese il confine di questa ridentissima porzione di territorio che
-designasi sotto la denominazione di Pian d’Erba, io credo non uscir da’
-limiti che s’è prefisso il mio libro spingendo questa volta la nostra
-escursione da questa parte insino alla stupenda villeggiatura del
-Soldo.
-
-E d’altronde fosse anche fuori affatto della cerchia de’ paesi che
-dall’universale si assegna approssimativamente al Pian d’Erba, siccome
-al Soldo ci va ognuno che venga al Pian d’Erba; così anch’io non posso
-a meno che condurvi il mio lettore.
-
-Vi arriveremo dalla via di Parravicino, alla quale facciamo ritorno,
-oltre la _Ca’ de’ ladri_, che abbiamo veduta.
-
-Lo si scorge presto, perchè esso s’alza tronfio sulla cima della
-più lieta eminenza e di là sembra accivettare quanti necessariamente
-percorrendo la via che mena alla Valsorda, vi rivolgono lo sguardo.
-Altri poggi vi stanno presso, tutti diligentemente coltivati, e di
-pertinenza del medesimo signore, del conte Turati, salito per operosi
-commerci in filati di cotone a sterminata ricchezza e al patriziato
-italiano.
-
-Allorquando si è sotto la collina del Soldo, vi pare di avere
-davanti una scena teatrale: mulino a vento, chioschi e padiglioni,
-_chalets_ e _cottages_, introduzioni leggiadre di cose forestiere,
-viali, telegrafo, una ben ordinata e splendida vegetazione, il tutto
-incoronato dal palazzo che sta in cima. La prima impressione ci avverte
-subito che la villa gode di meritata fama.
-
-Molti rammentano ancora come quivi non fossero prima che una meschina
-sodaglia, borri profondi e frane, rovi ed arbusti inutili: non vi aveva
-infatti alla sommità del colle che un casolare di ragione del monastero
-di Sant’Ambrogio di Cantù. Chi mai avrebbe detto allora che si sarebbe
-tramutato tanto squallore nella più gioconda plaga? Questa metamorfosi
-prodigiosa, iniziata da don Giacomo Appiani d’Aragona, che ridusse
-quell’aspro colle a villa su disegno dell’egregio architetto Moraglia,
-del senno del quale già ammirammo in queste nostre escursioni non poche
-opere, fu perfezionata dal conte Turati.
-
-E veramente scrissero i signori Zoncada e Garovaglio nella loro
-opera _I giardini dell’alto Milanese e del Comasco_, levando a cielo
-il Soldo[42]. Sarebbe difficile, sentenziaron essi, trovare altrove
-più stupenda varietà di scene, più ampie vedute, più diverse, e nel
-tempo stesso, e qui è il merito dell’uomo, una struttura, un disegno
-meglio ideati, più acconci alla qualità del sito, più rispondenti
-agli ultimi progressi dell’arte de’ giardini, una coltivazione più
-ricca, più lussureggiante, e per certe parti più degna che si pigli
-ad esempio. Sono pregi e bellezze che a comprenderle non arriva che
-la vista; per la parola è molto ancora se le riesca di lasciarle
-indovinare. Que’ viali, que’ passeggi, che larghi, agevoli, spazzati,
-girano il poggio serpeggiando con sì dolce movenza e dominando sempre
-l’immenso orizzonte; quelle costiere che verdi, fiorite, sparse d’ogni
-maniera di piante, si prolungano di qua, di là sì pittoresche fin giù
-nella valle; que’ prati, que’ piani ameni dove l’occhio si riposa sì
-tranquillo e beato; quel contrasto tra il semplice e il grandioso, il
-ridente e l’austero, tra l’arte e la natura, per cui passi dalla rigida
-vegetazione delle Alpi alla sfoggiata delle zone più favorite dal sole;
-che li vedi affratellarsi, dal vivace padiglione Chinese al chiosco
-orientale e al positivo casolare dello svizzero o dell’olandese, dal
-ponte di legno che ricorda la primitiva età de’ pastori alle fontane
-marmoree, alle statue, opera di famosi scalpelli e documenti della più
-alta civiltà; bisogna vederli chi voglia farsene il giusto concetto:
-noi non possiamo che rammentare così a sbalzi, come la memoria ci
-soccorre, di tante meraviglie quelle pochissime delle quali ci è
-rimasta una impressione più profonda, e che per la qualità delle cose
-torna meno difficile a comunicarsi altrui.
-
-Così, per esempio, potrà di leggieri, pare a noi, anche chi mai non la
-vide, imaginare quale debba essere il magico effetto di quella serie
-di stufe tutte eleganti, tutte magnifiche, che giù giù pel dosso della
-collina discendono a gradinata, quasi emiciclo di vasto anfiteatro.
-Vi aggiunga colla fantasia i grandi balaustrati che la riparano per
-davanti con vasi di classica forma, con piante di rara bellezza; vi
-aggiunga grandi e piccole fontane in marmo ai diversi ripiani, belle
-tutte, bellissima qualcuna, quella vogliamo dire che raffigura le tre
-Grazie, opera di egregio scalpello, che ritrae quanto di più puro seppe
-mai creare il cinquecento; vi aggiunga appiè di quel dosso a disuguali
-distanze le spelonche, le grotte di vario genere, alte, spaziose,
-tortuose, foggiate a galleria, a labirinto, fornite a dovizie d’ogni
-comodità, con polle, zampilli, giuochi d’acqua d’ogni sorta, con istipi
-a tarsia, busti, are, idoletti, medaglioni, con seggiole, scannelli,
-divani, lettucci, tavoli e tavolini d’ottimo gusto; e tutto questo
-sotto il più bel cielo che occhio d’uomo possa vedere, e dovrà farsi
-certamente un concetto grande di questo luogo incantato. E sempre
-maggiore si farà chi consideri le difficoltà senza numero che bisognò
-superare per tramutarlo, di selvaggio che era, nella forma e stato
-presente. Una sola vogliamo qui accennare che valga per molte, tanto
-è grave; vedete quella copia d’acqua volta dall’un capo all’altro de’
-giardini a sì diversi usi in forma qui di fontana, là di ruscello o
-di torrente, più giù di lago solcato da gai navicelli? Sul luogo in
-origine non se ne avea pur stilla; tutta, tutta quanta si derivò da
-lontani monti, e per magnifici acquedotti si condusse per mezzo a
-queste terre riarse dal sole con ingente dispendio.
-
-Essa infatti si condusse con ingente spesa fin dai monti d’Albese,
-facendola viaggiare per 9000 metri di tubi di ghisa.
-
-Lascio agli intelligenti di botanica il tener conto delle ricchezze
-d’alberi e fiori d’ogni clima e paese che qui son disseminati, e di
-estasiarsi davanti alle loro peregrine specie; io m’accontento di
-ammirare i leggiadri colori, di aspirare i soavissimi profumi: accetto
-i soli risultamenti e sarà meglio anche pel lettore, che certo non
-cercherà al mio libro un trattato di quella scienza.
-
-Piuttosto non lascerò di accennare che il palazzo, se non è forse
-corrispondente in vastità al giardino e parco, ha tuttavia da ospitare
-una cinquantina di persone. Il casino rustico che gli sta accanto è
-forse migliore nella sua semplicità; presso al casino svizzero vi è
-poi uno steccato che racchiude alcuni dei più rari animali indigeni e
-forestieri, fra cui primeggiano bellissimi merinos.
-
-Ah veramente aveva dunque ragione il nostro povero Raiberti, quando
-diceva di questa villa essere un _Sold che var un milion_!
-
-Fra le terre circostanti ho già nella precedente escursione nominato
-Orsenigo, quella terra che con Erba trasse in aiuto dell’armi milanesi
-contro quelle del Barbarossa: quivi adesso ricorderò la bella casa
-Carcano, architettata dal bravo Moraglia.
-
-Tirando dritto sulla via per la quale siamo venuti, tocchiamo Anzano,
-bello per la sua elevata postura e per la villa e grandioso parco del
-marchese Carcano; a man destra poi di questo paese, v’è la via che
-conduce ad Alzate al principiar della quale or si eresse un piccolo
-albergo. In Alzate poi, oltre qualche ricca casa, meritano osservazione
-un vecchio castello che si volle reliquia di romana potenza ed il
-palazzo Clerici.
-
-Ma, come che l’escursione nostra fosse bastevolmente lunga per le
-tante cose ammirate al _Soldo_, chiudiamola a Fabbrica, dove sulla
-eminenza sorge la villa dei conti Durini, che fruisce di bellissima
-vista e dalla, quale, vedendo a destra sul ciglio della collina che
-per l’opposto versante sogguarda al lago di Montorfano il paese di
-Brenna, ivi sapendo come vi sia stato dimenticato parroco quel fior di
-dottrina, di patriottismo e di bontà che è Antonio Daverio, mio maestro
-di latine ed italiane lettere, mi felicito della diversa e libera
-carriera da me poscia nella adolescenza abbracciata.
-
-
-
-
-ESCURSIONE QUARANTESIMA.
-
-INVERIGO.
-
- Lurago. — Villa Sormani-Andreani. — Lambrugo. — Ville Galli
- e Venini. — Inverigo. — L’arcivescovo Ariberto. — Bacco di
- Brianza. — L’albergo. — La Rotonda. — Il castello e la villa
- Crivelli. — Il Gigante. — L’Orrido. — S. Maria della Noce. —
- Cremnago. — Villa Perego. — Il Cimitero.
-
-
-Se ci siamo alquanto spinti al di fuori del Pian d’Erba dalla parte di
-Parravicino per vedere il Soldo de’ Turati, perchè non ci spingeremo
-ora oltre Nobero per ammirare la famosa Rotonda d’Inverigo e l’Orrido
-dello stesso paese, che chiamano da ogni dove dalla Brianza brigate di
-villeggianti e di curiosi; e la villa Perego di Cremnago?
-
-Centro Inverigo di tutta la Brianza, sarà per noi il limite ultimo
-delle escursioni che ci siam proposti di fare durante gli ozî
-autunnali.
-
-Da Nobero, che abbiam già visitato, per una bella strada si arriva a
-Lurago. Quivi è la villa del conte Sormani-Andreani, con bel giardino
-a pineti. Dapprima spettava alla patrizia famiglia Crivelli, che vi
-risiedeva ed era feudataria d’Inverigo. Posta nella parte alta del
-paese, la villa vi pompeggia e chiama lo sguardo di ognuno che passi.
-
-Poco fuori di Lurago, la via intristisce e si fa fangosa e trascurata
-fin oltre Inverigo e puossi dire fino ad Arosio, onde infiniti e
-generali i reclami dai moltissimi obbligati a percorrere questo
-stradale importante. E se ne riscossero finalmente i comuni limitrofi e
-l’autorità, e una nuova strada e più diretta fu ordinata ed appaltata,
-e comunque le opere ne procedano lentamente, fra breve sarà tuttavia
-un fatto compiuto. A sinistra di Lurago, prima d’arrivare ad Inverigo e
-sul ciglio della valle del Lambro, è Lambrugo, ov’era prima un chiostro
-di monache, tramutato poi in villa dalla famiglia Galli. Vi villeggia
-anche la famiglia Venini.
-
-Eccoci ad Inverigo. I soliti antiquarî vorrebbero originato il nome
-dalle due parole latine in aprico, come a dire un luogo situato
-all’aperto ed al sole; ma altri invece pretendono sia nome celtico:
-non ci frapponiamo noi a dir la nostra opinione, meglio sembrandoci
-d’accettarlo qual è. Piuttosto non sarà privo d’interesse il sapere
-come qui nel 1023 l’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano,
-celebre nelle nostre storie per la parte presa nelle accanite contese
-surte pel celibato de’ preti, possedesse beni, ch’egli poi assegnò al
-rinomato monastero di San Dionigi da lui fondato in Milano.
-
-I colti gaudenti rammentano con maggior piacere che il vino d’Inverigo
-godeva fino in antico una tal quale riputazione fra i migliori, e
-appoggiano l’erudizione loro coll’autorità d’un poeta di nome Bertucci,
-che, arieggiando il Ditirambo del Redi, che ognun comosce, del _Bacco
-in Toscana_, scrisse alla sua volta un _Bacco di Brianza_, nel quale si
-leggono i seguenti versi, che pone in bocca allo stesso Nume:
-
- Il terzo infine colma d’Inyerigo
- Valentissimo vin, la cui mercede
- Al par di Siracusa
- Vanta Milano ancora il suo Archimede[43].
-
-Ma per associazione di idee, dal buon vino ricorre il pensiero
-all’albergo d’Inverigo. Quest’albergo, se non presenta i conforti tutti
-dell’eleganza e dell’esigenza forastiera, è nondimeno il migliore di
-tutta questa parte della Brianza, onde l’autunno vegga più famiglie
-di conto prendervi stanza ed esservi arcicontente. Sostiamoci quindi,
-amico lettore, e dopo esserci rifocillati, potremo pigliare le mosse
-per ascendere alla Rotonda.
-
-S’innalza essa sulla parte più elevata della collina, sotto cui si
-distende bellissima una valle, come tale pur ricordata nelle sue
-opere da Sant’Agostino, disseminata di paesi; la sua facciata, che
-giustamente fu detto rassomigliare a’ propilei d’Atene, è però rivolta
-a tramontana.
-
-La fabbricò il marchese e architetto Luigi Cagnola di Milano nell’anno
-1813, — quegli cui è dovuta l’architettura dell’Arco del Sempione
-di Milano, — e vi spiegò tutta la grandiosità e il gusto classici,
-profondendovi egregie somme, a smentita di que’ cialtroni ch’erano
-venuti accusandolo d’architettar sempre grandiosamente quando si fosse
-trattato di non ispendere danari proprî.
-
-Il fabbricato ha nel mezzo un’ampia sala circolare, che s’alza gigante
-con cupola che costituisce la Rotonda; quindi tutto l’edifizio è
-esteriormente riquadrato, poste essendosi agli angoli le camere della
-restante abitazione. Il concetto d’una rotonda maestosa fece sì che gli
-altri locali fossero ad essa sagrificati. Fu compiuta così un’opera
-del più perfetto classicismo, se si vuole; ma dopo ciò, si domandano
-molti, cosa vuole, a che serve, perchè qui collocato questo gigantesco
-edificio? Come villa ha l’esteriore principesco; ma l’interno, a parte
-la sala principale della Rotonda, non vi corrisponde.
-
-Come nella facciata, così pure nella parte postica, a mezzogiorno,
-e che sogguarda la superba valle, vi sono ampie scalee; quella della
-facciata poggia sopra un sotterraneo; l’altra su d’un terrazzo recinto
-di balaustrata e sorretto da sei gigantesche cariatidi, che sono dello
-scalpello di Pompeo Marchesi.
-
-Fu da esso che il re di Napoli, Ferdinando II, padre dello spodestato,
-venuto tra noi, ammirando la sottoposta valle, di non so quante miglia
-di circuito, così ben coltivata e ordinata quasi ad aiuole di fiori,
-ebbe a chiedere bonariamente al marchese Cagnola, se tutto quel che si
-vedeva fosse giardino della sua villa.
-
- [Illustrazione: Orrido d’Inverigo.]
-
-Se la collina su cui posa la Rotonda si digrada al paese, dall’opposto
-lato risorge ad eminenza, sovra cui è il castello, ora palazzo e
-giardino del marchese Luigi Crivelli, che ognun desidera veder meglio
-curati, perchè abbian tutte le forme per costituire una delle più
-grandiose ville. Ha molti ed annosi cipressi, e su d’un altipiano a
-sinistra del palazzo vedesi una colossale statua di Ercole, alquanto
-offesa dagli anni, che da’ terrieri si designa col nome di _Gigante_.
-
-Discendendo la collina de’ Crivelli, pei loro campi si va al bosco,
-dove la natura e i cataclismi hanno prodotto siffatte spaccature di
-roccia, per dove filtrano e scorrono limpide e fresche acque, che
-formano un Orrido dell’effetto il più pittoresco.
-
-E meglio ancora il produrrebbero, se l’acque più riunite scorressero;
-ma come l’età piega al positivo, così parte furono deviate a mettere in
-movimento mulini.
-
-Con tutto ciò all’Orrido d’Inverigo, di proprietà del marchese Luigi
-Crivelli suddetto, non v’ha chi venga al paese e che non tragga a
-vederlo, sovente convegno ad amiche brigatelle che lo eleggono a luogo
-di refezioni e riposo.
-
-A ponente della villa Crivelli si discende per uno stradone alla
-Madonna della Noce, luogo piacevole assai e al quale convengono a
-settimanale mercato da tutti i circonvicini paesi.
-
-Chi ama conoscere le migliori villeggiature e farsi adeguato concetto
-della ricchezza de’ loro proprietarî, essendo in Inverigo, non lascia
-di fare una scarrozzata a Cremnago, dove sorge il magnifico palazzo
-della famiglia Perego. Se gliene è dato l’accesso, potrà il lettore
-ammirarlo nelle sue parti tutte; e se nelle ampie scuderie vedrà molti
-cavalli e taluni anche pensionati a riposo perpetuo, sorretti persino
-da cinghie, potrà cavar argomento del cuore del ricchissimo padrone,
-il quale del resto non restrinse alle bestie sole gli effetti della sua
-bontà, prima avendola addimostrata nel dotare i suoi coloni di belle e
-comode case.
-
-Il cimitero del paese merita pure di essere veduto. È buona
-architettura di Giuseppe Chierichetti, e in esso è il sepolcreto
-della famiglia Perego. È questo un’edicola di forma quadrangolare e
-cilindrica, e alla parte superiore con gradinata e cupola d’ordine
-dorico, colle pareti laterali fregiate di colonne, quattro delle
-quali formano il pronao con cornice, architrave e frontone, entro cui
-leggesi scolpito _Hypogeum_, e tutto condotto in miarolo rosso. Le
-pareti interne sono a stucco lucido, la luce piove dal lucernario della
-cupola, e nel fondo è l’altare marmoreo, con un bel gruppo in marmo
-di Carrara, rappresentante la Maddalena a’ piedi della Croce, lodevole
-opera dello scultore Labus.
-
-Per ritornare ora al nostro Pian d’Erba, rifacciam la medesima via di
-Lurago e Nobero: è più agiata e vi giungeremo più presto.
-
-
-
-
-CONCLUSIONE.
-
-
-Altri paesi, altre ville, altre meraviglie di natura e d’arte ci
-solleticherebbero ad altre escursioni; ma invaderei la Brianza, della
-quale già qualche lembo abbiam tocco, e allora mi ci vorrebbe un altro
-volume; perocchè per essa a buon dritto potrebbesi citare del pari
-quanto l’Ariosto cantò de’ dintorni di Firenze:
-
- A veder pien di tante ville i colli
- Par che il terren ve le germogli, come
- Vermene germogliar suole e rampolli:
-
- Se dentro a un mur sotto un medesmo nome
- Fosser raccolti i tuoi palagi sparsi,
- Non ti sarian da pareggiar due Rome.
-
-E Baretti, proprio del suolo della nostra Brianza parlando, lo
-chiamava “il più delizioso paese di tutta Italia per la varietà delle
-sue vedute, per la placidezza de’ suoi fiumi, per la moltitudine de’
-suoi laghi, ed offre il rezzo dei boschi, la verdura dei prati, il
-mormorio delle acque, e quella felice stravaganza che mette la natura
-ne’ suoi assortimenti; insomma in questo vaghissimo paese, ovunque
-si porti lo sguardo, non si scorgono che paesaggi ornati di tutte le
-grazie campestri, la cui contemplazione produce quei momenti di dolce
-meditazione, che tengono l’animo in grato riposo.„
-
-Io ho promesso condurre il lettore con me lungo le rive del Lario e al
-Pian d’Erba; credo avergli attenuta la promessa, mostrandogli quanto di
-meglio mi è sembrato. Che se alcuna cosa ho lasciato, se passai avanti
-qualche villa, senza farvi entrare il lettore, o, fors’anco senza pur
-nominarla, consideri che nell’imbarazzo di ricchezza di luoghi e di
-meraviglie in cui ci trovavamo, l’ommissione era agevole a commettersi,
-molto più che v’abbian di molti che si ricusin perfino a rivelar le
-più semplici cose, quasi che si tratti di violar, parlando, i loro
-domestici lari; epperò non mi resta che invocarne la sua indulgenza.
-
-Ho avuto il pensiero, unendo il mio dire intorno al Pian d’Erba
-a quello intorno al lago di Como, di chiamare più specialmente la
-curiosità del forastiero sul primo e d’invogliarlo a farne soggetto
-delle proprie escursioni; perocchè mi fosse sembrata non troppo nota
-questa parte sì bella di nostra Lombardia; e se avrò raggiunto in
-qualche modo l’intento, io mi chiamerò soddisfatto.
-
-
-FINE
-
-
-
-
-INDICE.
-
-
- Introduzione Pag. 5
-
- Escursione prima. — IL BARADELLO » 9
-
- Il Castello. — Uno sproposito di geografia. — Etimologia del
- Baradello. — Un cenno geologico. — La storia del
- castello. — Liutprando. — Barbarossa. — Camerlata. — Scopo
- del Baradello. — Napo della Torre. — La
- chiesa di San Carpoforo. — Lapide. — Villa Venini ora
- Castellini. — Il collegio alla Camerlata. — Opificî
- industriali. — Ville Larderia, Martignoni,
- Prudenziana e Carloni.
-
- Escursione seconda. — IL GENEROSO » 21
-
- La città di Como. — La chiesa di S. Fedele. — La basilica di
- S. Abbondio. — Il Teatro. — Il Camposanto. — L’albergo
- Volta. — Chiasso. — Il Crotto e le _polpette_ della
- Giovannina. — L’albergo di Mendrisio. — Dottore
- e albergatore. — Il Monte Generoso. — Salita. — L’albergo del
- dottor Pasta. — La cura dell’aria. — Geologia, fiora e fauna. — Il
- dottor Pasta. — L’albergo del Generoso. — Il tramonto. — Il
- Dosso-Bello. — La vetta. — Panorama. — Ancora l’albergo di
- Mendrisio. — Le Cantine di Mendrisio. — L’Ospizio. — Vincenzo
- Vela. — Ligornetto. — Le cave di Arzo. — Le acque solforose di
- Stabio. — San Pietro di Castello. — Romanzo storico.
-
- Escursione terza. — IL NINO » 45
-
- Brunate e la leggenda di Guglielmina. — La Grotta del
- Mago. — Le ville Castiglioni, Sessa, Pertusati e
- Cornaggia. — Villa Angiolini. — Villa Rattazzi. — U. Rattazzi
- e Maria Bonaparte Wyse. — Villa Pedraglio. — Le ville Trubetzkoi,
- Ricordi e Artaria. — La villa Carena inabissata. — Blevio. — La
- villa Bocarmé e la Comton, ora Lattuada. — Il Pertugio
- di Blevio. — Il Buco del Nasone. — Le ville Taglioni, Schuwaloff,
- Vigoni e Sparks. — La Roda e Giuditta Pasta. — Adele Curti. —
- Il Nino.
-
- Escursione quarta. — L’OLMO » 53
-
- San Fermo e i volontarî di Garibaldi. — Borgo Vico. — Villa
- Barbò. — Il Museo di monsignor Giovio e la villa Gallia. — Villa
- Saporiti, già Villani. — Bonaparte e i deputati di Como. — Palazzo
- Resta. — Ville Salazar, Bellotti, Mancini, Brivio, Belgiojoso,
- D’Adda e Pisa. — Villa Mondolfo. — L’Olmo del marchese
- Raimondi. — Caninio Rufo e Plinio il Giovane.
-
- Escursione quinta. — IL PERTUGIO DELLA VOLPE » 59
-
- Gite montane. — Il trovante dell’Alpe di S. Primo. — Il
- Sarizzo. — Grotte e Caverne. — Grumello. — Villa Celesia. — La
- Zuccotta e _I Tre Simili_. — Il signor G. B. Brambilla. — Villa
- Caprera del signor Loria. — La Tavernola e l’Albergo. — Villa
- Gonzales. — Il capitano De Cristoforis. — La Villa Bignami. — La
- Villa Blasis. — A Carlo Blasis. Versi. — Il Bisbino. — Il Pertugio
- della Volpe. — Marmi e pietre.
-
- Escursione sesta. — LA VILLA D’ESTE » 69
-
- Cernobbio. — Debitori e Monache. — Villa Bolognini. — Villa
- Lejnati. — Villa Belinzaghi. — Garrovo. — Il general Pino. — La
- villa d’Este. — Giorgio IV d’Inghilterra. — La principessa di
- Galles. — Suo processo. — Sua morte. — Sue opere alla villa
- d’Este. — L’Albergo della Regina d’Inghilterra. — L’acqua
- della Coletta.
-
- Escursione settima. — IL PIZZO » 89
-
- Madama Musard. — La villa il Pizzo. — G. B. Speziano la
- fabbrica. — I conti Muggiasca. — Il Vicerè del Regno
- Lombardo-Veneto. — Migliorie. — La villa Curié.
-
- Escursione ottava. — LA CASCATA DI MOLTRASIO » 93
-
- Il bacino di Moltrasio. — L’osteria del Caramazza. — Un mio
- episodio. — Villa dei signori Nulli. — La leggenda della
- Ghita. — Perchè si nomi Moltrasio. — La Vignola dei
- Passalacqua. — E la villa Durini? — Geologia. — La
- cascata.
-
- Escursione nona. — MOMPIATTO » 105
-
- Perlasca. — Tradizione. — Villa Tanzi ora
- Taverna. — Torno. — Storia. — Gli sposi annegati. — Ville
- Croff, Righini, Antonelli. — La chiesa di
- S. Giovanni e pia leggenda. — Mompiatto. — Le sue monache. — La
- Pietra pendula e la Nariola.
-
- Escursione decima. — LA PLINIANA » 111
-
- Le vittime del lago. — La villa Matilde dei signori Juva. —
- Villa Canzi. — La Pliniana. — Plinio il Giovane e il flusso
- e riflusso. — Spiegazione del fenomeno. — La Breva e il
- Tivano. — L’assassinio di Pier Luigi Farnese. — Giovanni
- Anguissola. — La villa e l’attuale proprietaria.
-
- Escursione undecima. — DA MOLTRASIO A TORRIGIA » 123
-
- Orrido di Molina. — Lemna e la Colonia greca. — Una sventura
- nel 1163. — La villa Buttafava. — Pognana e Palazzo. —
- Premenù. — Ancora a Moltrasio. — Ville Salterio, Invernizzi,
- Tarchini-Bonfanti, De Plaisance. — Pensiero. — Rosiera. — Villa
- Pavia. — La Partenope. — Igea. — Villa Savoja. — La Minerva,
- ora villa Elena. — Villa Ostinelli-Turati. — Urio. — Ville
- Melzi, Jenny, Calcagnini, Taroni. — Sofia Fuoco. — G. B.
- Lampugnani. — Sonetto a Katinka Evers. — Ville Rocca, Tarantola,
- Ottolini, Battaglia, Viglezzi. — Villa Sangiuliani. — Ville
- Lavizzari, Porro e Longoni. — Cantiere dei fratelli Taroni. —
- Laglio. — Monumento a Giuseppe Franck. — Villa Galbiati. —
- Torrigia. — Villa Cetti. — La punta.
-
- Escursione duodecima. — IL BUCO DELL’ORSO » 131
-
- Il dottor Casella di Laglio. — La brigatella. — La vista. —
- Il cammino. — Il Buco dell’Orso. — Sua scoperta. —
- Descrizione. — Visite di dotti. — Le scarpe di S. Pietro. —
- Questioni geologiche. — Paleontologia. — Gallerie
- o pozzi scoperti dopo. — La discesa.
-
- Escursione decimaterza. — IL PIANO DEL TIVANO » 155
-
- La Cavagnola. — Careno e Quarsano. — La Grotta della
- Masera. — Nesso. — Erno, Veleso, Gerbio. — Il Piano del
- Tivano. — La brigata del Pian d’Erba. — Il Buco della
- Nicolina. — Vallombria. — Il palazzo di Andefleda. —
- La marcia della partenza.
-
- Escursione decimaquarta. — LA VALL’INTELVI » 161
-
- Brienno. — Archigene fonda Argegno. — La Vall’Intelvi. —
- Sua parte nella guerra decenne. — Diventa feudo. — La rivolta
- del 1806. — Cospirazione del 1833. — Insurrezione nel 1848. —
- Andrea Brenta. — I cospiratori del 1854. — L’insurrezione
- e i volontarî del 1859.
-
- Escursione decimaquinta. — L’ISOLA COMACINA » 177
-
- Le cascate di Camoggia. — Colono. — Sala. — Villa Beccaria. —
- Zocca dell’Olio. — Isola Comacina. — La sua storia. — La
- processione e la _Scorobiessa_. — Isola. — La torre del
- Soccorso. — Campo. — La villa Delmati. — Dosso di Lavedo. —
- Balbianello e la villa Arconati. — Il torrente Perlana. —
- La Madonna del Soccorso.
-
- Escursione decimasesta. — LA TREMEZZINA » 185
-
- Le bellezze della Tremezzina. — Versi. — Villa. — Villeggiatura
- Carove e la _Commedia_ di Plinio. — Ville Torri e Vacani. —
- Lenno. — Lapidi antiche. — L’abbazia dell’Acquafredda. —
- Il chiostro di S. Benedetto. — Ville Litta, Barbavara,
- Carmagnola e Carcano. — Bolvedro. — Villa Busca. — Le ville
- Spreafico, Scorpioni, Kramer, Gerli, Della Tela, De Orchi,
- Campagnani, Sala, Mainoni, Guy, Giulini. — Il caffè di
- Tremezzo. — Albergo Bazzoni. — _Hôtel garni_. — Grianta. —
- La grotta.
-
- Escursione decimasettima. — LA VILLA SOMMARIVA » 193
-
- La villa Sommariva. — Suo primo proprietario. — Opere
- d’arte. — Giardino. — Carlotta di Prussia e il principe di
- Sax-Meiningen. — La Cadenabbia. — Albergo di Belvedere. —
- Ville Brentano, Noseda, Piatti, duca di Sangro e
- Seufferheld. — La Majolica. — L’albergo Righini. — Villa
- Ricordi. — _Maxime Lari._ — Questione filologica.
-
- Escursione decimottava. — LA BELLAGINA » 201
-
- Lézzeno. — Villa Vigoni. — Villa e Cappelletta. — I Sassi
- Grosgalli. — Il Buco de’ Carpi. — Pietosa istoria. — Villa
- Besana. — S. Giovanni. — Ville Ciceri, Trotti e
- Poldi-Pezzoli. — Villa Luppia. — Villa Melzi. — Bellagio. —
- La _Tragedia_, villa di Plinio. — Il castello di Bellagio. —
- Marchesino Stanga vi edifica la villa e que’ della Cavargna
- la distruggono. — Ercole Sfondrati la riedifica. — La
- Sfondrata. — La Contessa di Borgomanero, tradizione. — La
- villa passa ai Serbelloni. — Parini vi ospita. — Ora mutata
- in albergo. — La Crella dei Frizzoni. — Pescaù. — La villa
- Giulia, ora albergo.
-
- Escursione decimanona. — IL SASSO RANCIO » 211
-
- Il Monte degli Stampi e l’Arca di Noè. — Ville di Menaggio. —
- Loveno. — Ville Pensa, Garovaglio, Alberti, Azeglio,
- Mylius-Vigoni. — Cardano. — Villa Galbiati. — La Val
- Cavargna. — Porlezza. — Fabbrica di vetro. — Il Castello di
- Menaggio. — La Sanagra. — Lapide romana. — Nobiallo. —
- Ligomana, Plesio e Naggio. — Il Sasso Rancio. — I cosacchi
- al Sasso Rancio.
-
- Escursione ventesima. — LE FERRIERE DI DONGO » 217
-
- Rezzonico e il suo Castello. — Il Castello di Musso. — Il
- Medeghino. — Le Tre Pievi. — Villa Manzi. — Dongo. — Casa
- Polti. — Villa del vescovo di Como. — Chiese di S. Stefano
- e S. Maria. — Valle dell’Albano. — Le miniere di ferro. —
- I forni fusori. — Garzeno. — Brenzio. — Le _Frate_.
-
- Escursione ventesimaprima. — GRAVEDONA » 223
-
- Consiglio di Rumo e San Gregorio. — Pizzo di Gino. — Valle
- di Lesio. — Gravedona e la sua storia. — La chiesa di San
- Vincenzo. — S. Maria del Tiglio. — La Madonna sfolgorante. —
- Peglio. — Liro e i tre laghetti. — Il Sasso acuto. — Domaso. —
- Gera. — Sórico.
-
- Escursione ventesimaseconda. — REGOLEDO » 229
-
- Olgiasca. — Piona e il suo lago. — Colico e i suoi padroni. —
- Dorio, Carenno e Dervio. — Bellano. — Grossi e Boldoni. —
- L’Orrido. — Il Sasso di Morcate. — Riva di Gittana. —
- Varenna. — Albergo e villa Venini. — L’Uga e la Capuana. —
- Il Fiume Latte. — Regoledo.
-
- Escursione ventesimaterza. — IL MERCATO DI LECCO » 235
-
- Vassena. — Limonta. — La Pietra Luna. — Civenna. — I
- Marroni. — Perledo e la Regina Teodolinda. — Lierna. —
- Olcio. — Villa Pini. — Mandello. — Abbadia. — La
- Gessima. — Lodovico Savelli. — Le Caviate e la Maddalena. —
- La strada militare. — Onno. — Parè. — Lecco. — Il Maglio. —
- Acquate e Pescarenico. — Il Galeotto. — Il Mercato di
- Lecco. — Le _robiole_. — Gli alberghi del _Leon d’Oro_ e
- della _Croce di Malta_.
-
- Escursione ventesimaquarta. — VALMADRERA » 243
-
- Malgrate. — Gli etimologisti. — Casa Agudio e i suoi ospiti
- illustri. — La chiesa parrocchiale e il pittore Cornienti. —
- Valmadrera. — La Chiesa. — Il trovante utilizzato. — Le
- Cappelle della _Via Crucis_. — La villa del signor Egidio
- Gavazzi. — La villa del signor Pietro Gavazzi.
-
- Escursione ventesimaquinta. — IL MONTE BARO » 247
-
- Bartesate, Villavergano, Figina. — La casa degli Umiliati. —
- Ello. — Ville Prinetti, Annoni, De’ Vecchi. — La villa
- Paolina. — La _Bellavista_ del signor Cereda. — Galbiate. —
- Palazzi Brioschi e Ballabio. — La villa Sanchioli e l’eco
- polisillabo. — Case Curti e Riva. — La chiesa di S. Michele. —
- La lapide di piazza. — Il Monte Baro. — Fiabe archeologiche. —
- L’effigie immobile. — La Rocca di Re Desiderio. — La fanciulla
- nel pozzo. — Il Monte delle Crocette.
-
- Escursione ventesimasesta. — LA VALLE DELL’ORO » 253
-
- I Corni di Canzo. — Civate. — Il monastero benedettino. —
- Il re Desiderio e Adelchi. — La tradizione del miracolo. —
- La Valle dell’Oro. — Barzaguta. — La cascata.
-
- Escursione ventesimasettima. — LA CASA DEL PARINI » 259
-
- Annone. — La Squadra dei Mauri. — Suello. — Cesana e San
- Fermo. — Bosisio. — La Chiesa e l’Oratorio. — Casa Banfi. —
- Monumento ad Appiani e Parini. — Uno stregone dei tempi
- antichi. — La casa del Parini. — Lapide commemorativa. —
- Onta lavata.
-
- Escursione ventesimottava. — L’ISOLA DE’ CIPRESSI » 265
-
- Il lago di Pusiano. — Il primo battello a vapore in
- Italia. — Un mio processo. — Armi di pietra e palafitte
- lacustri. — Pusiano. — Villa Conti. — Scene di
- superstizione. — La Processione del Venerdì Santo. — L’Isola
- de’ Cipressi. — Il romanzo di Bertolotti.
-
- Escursione ventesimanona. — IL BEL DOSSO » 273
-
- Corneno. — La _Ca’ di strii_. — Villa Besana. — Galliano. —
- Carella. — Mariaga. — Alpe di Carella. — Il Bel Dosso. —
- Villa Graziani. — Longone. — Osteria. — La Malpensata. —
- Penzano. — Bindella. — Villa Galimberti. — Proserpio. —
- Villa Baroggi. — Inarca.
-
- Escursione trentesima. — LA VALLASSINA » 277
-
- Il lago Segrino. — Canzo. — Il _Vespetrò_. — I Corni. —
- La fontana del Gajumo. — La cascata della Vallategna. —
- Il torcitoio Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. —
- Asso. — Lapide antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. —
- Pagnano, Fraino, Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. —
- Lasnigo. — Le donne della valle. — Le serve. — Onno. — San
- Carlo e la sua mula.
-
- Escursione trentesimaprima. — CASTELMARTE » 285
-
- Val di Giano. — Caslino e suoi cacini. — Mulino S. Marco. —
- Fabbrica di coltelleria. — Setificî Invernizzi, Castelletti,
- Prina e Mambretti. — _Ademprivo._ — Castelmarte. — Ville
- Bertoglio, Parravicini, Biondelli. — Fu Castelmarte capo
- della Martesana? — _Castrum Martis._ — Giunteria
- archeologica. — Reliquie antiche.
-
- Escursione trentesimaseconda. — PONTELAMBRO » 289
-
- Mazonio. — La sua chiesa. — Il pittor Ferrabini. — La
- Fusina. — Filatojo Ohli. — Zocco Romano. — Zocco Battista. —
- La Bistonda. — L’annegato. — Pontelambro. — Case Guaita e
- Carpani. — Una lapide nel Camposanto. — Filatojo Bressi. —
- Villa Matilde. — La Plejade de’ poeti politici moderni,
- sonetti. — Affresco luinesco distrutto. — Villa Carpani. —
- Lezza. — Carpesino. — Arcellasco. — Resica. — Filatoj
- Ronchetti e Mambretti. — Brugora.
-
- Escursione trentesimaterza. — SAN SALVATORE » 301
-
- I _Geritt_. — Mornico. — Crevenna. — Ville Bressi e
- Genolini. — Il torrente Bova. — La dara. — San Salvatore. —
- Il convento. — Il signor Boselli. — Giovanni Biffi. — Il
- tronco mellifero. — La villa Righetti.
-
- Escursione trentesimaquarta. — IL BUCO DEL PIOMBO » 305
-
- La strada. — Il Buco del Piombo. — Onde il nome? —
- Aneddoto. — Esterno. — Scopo. — Interno. — Iscrizione. —
- Concorso di gente. — I versi di Torti.
-
- Escursione trentesimaquinta. — LA VILLA AMALIA » 309
-
- La villa Amalia. — Guido Carpano e il convento di S. Maria
- degli Angeli. — L’avv. Rocco Marliani. — Il palazzo, il
- giardino e il bosco. — Il monumento a Parini. — Monti e
- Foscolo ospiti. — Episodio della Mascheroniana. — La
- torre.
-
- Escursione trentesimasesta. — ERBA » 315
-
- Erba Superiore. — Il suo panorama. — La sua storia. — Il
- castello e la villa Valaperta. — Pravalle. — Il torrente
- Bocogna. — Villa Conti. — Erba Inferiore. — Pretura, ufficio
- telegrafico, albergo e botteghe. — Il caffè e gli _amaretti_. —
- Il teatro. — Ville Clerici e Brivio. — Vill’Incino. — Mercato
- d’Incino. — _Liciniforum._ — Lapidi. — Ninfeo antico. —
- Fatti storici. — Il mercato del giovedì.
-
- Escursione trentesimasettima. — LA VILLA ADELAIDE » 321
-
- Villa Maria. — Bucinigo. — Pomerio. — Villalbese. —
- Parravicino. — Ville Parravicini, Belgioioso e Gariboldi. —
- La torre pendente. — Casiglio. — Carcano. — Battaglia
- contro il Barbarossa. — Orsenigo. — Il Carudo. — Le
- Lische Amare. — Alserio. — Castellazzo. — La Ca’ de’
- ladri. — La Retusa. — Tassera. — La villa Adelaide.
-
- Escursione trentesimottava. — MONGUZZO » 325
-
- Pontenuovo. — Merone, Mojana, Rogeno, Casletto e Garbagnate
- Rota. — Nobero. — Le sue pesche. — Il Cavolto. — Le
- fornaci. — Monguzzo. — Il suo castello e la sua storia. —
- I marchesi Rosales. — Villeggiatura Mondolfo.
-
- Escursione trentesimanona. — IL SOLDO » 331
-
- Il casolare del Monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. — Il
- Soldo degli Appiani. — Villa Turati. — La casa, il giardino
- e il parco. — Gli acquedotti. — Casino rustico. —
- Orsenigo. — Casa Carcano. — Anzano. — Villa del marchese
- Carcano. — Piccolo albergo. — Alzate. — Vecchio
- castello. — Palazzo Clerici. — Fabbrica. — Brenna e don
- Antonio Daverio.
-
- Escursione quarantesima. — INVERIGO » 337
-
- Lurago. — Villa Sormani-Andreani. — Lambrugo. — Ville Galli
- e Venini. — Inverigo. — L’arcivescovo Ariberto. — Bacco di
- Brianza. — L’albergo. — La Rotonda. — Il castello e la villa
- Crivelli. — Il Gigante. — L’Orrido. — Cremnago. — S.
- Maria della Noce. — Villa Perego. — Il Cimitero.
-
- Conclusione » 343
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Questo è il mordace epigramma od epitaffio che al vescovo di Nocera
-preparava quell’indemoniato:
-
- Qui giace il Giovio storicone altissimo,
- Che di tutto sparlò, fuor che dell’asino,
- Scusandosi col dir: egli è mio prossimo.
-
-Ma il Giovio era stato primo a scrivere di lui:
-
- Qui giace l’Aretin poeta tosco,
- Di tutti parlò mal, fuor che di Dio,
- Scusandosi col dir: non lo conosco.
-
-[2] “Chi ricerca le sante spoglie, qui venga e le ritroverà. Questo
-altare le chiude in numero di sei che splendono di immensa luce. Qui
-sono Carpoforo, Cassio e Secondo, unitamente ad Esanto, Licinio e
-Severo. Costoro, dispregiando pel nome di Cristo la morte, nè temendo
-morire, vollero qui essere collocati. Nessuno potè mai dividerli
-nella tomba: santo e molto venerando essendo questo luogo, che
-ognuno rispetti ed anzi onori di doni. Qui da divino consiglio fu pur
-trasferito Felice, che pel primo predicò la divina parola; perocchè
-egli fu il primo patrono di Como; onde tenendo fede al nome di Felice,
-è meritamente felice su nei cieli.„
-
-[3] _Promessi Sposi_, Cap. VIII.
-
-[4] Vedi _Bullettino del Club alpino Italiano_ (che si pubblica, in
-Torino), N. 13 del secondo semestre 1868, in un articolo dell’ingegnere
-Edoardo Kramer. Nello specchio delle ordinate che si vede in fine,
-oltre la misura fattane dal De Welden, si dà quella di Dufour, che è di
-soli metri 1698; di Oriani, che è di metri 1738, e del Lavizzari, che è
-di metri 1739.
-
-[5] LAVIZZARI, pag. 14.
-
-[6] _Il Monte Generoso ed i suoi dintorni_, del dottor Luigi Lavizzari.
-Lugano, tipografia Veladini, 1869.
-
-[7] Nato nel 1490, in Belluno, fu uomo erudito nelle lettere greche
-e latine. Secondo il costume de’ letterati di que’ tempi, si impose
-questo nome togliendolo dalla famiglia Da Ponte quivi illustre.
-Fu precettore de’ figli di Lodovico Sforza, compose molte opere in
-greco e latino, che ignoro se pubblicate, e si meritò che Belluno gli
-decretasse una statua di bronzo.
-
-[8] Sussiste tuttavia in Lombardia una frase imaginosa, che riesce
-identica a questa simbolica tradizione del gomitolo di refe consegnato
-da Margherita al figliuolo Giorgio. _Va distante un gomitolo di refe_
-significa appunto presso noi: va molto e molto lontano.
-
-[9] C. PLINII. _Epistol._, Lib. 1-3.
-
-[10] Ne dettai la biografia nell’_Ingegnere Architetto_, giornale che
-si pubblica in Milano da B. Saldini.
-
-[11] _I Misteri del Lario_, Racconto di Giuseppe Arnaud. Milano, 1867,
-pubblicato nel giornale _La Lombardia_.
-
-[12] Una lapide incastrata nel muro di cinta d’un giardino ricorda
-il dolorosissimo caso di Enrico Lok, annegato in cospetto de’ proprî
-parenti e della moglie, che nulla poterono fare per lui!
-
- GULIELMUS LOK
- ANGLUS
- SUBMERSUS
- IN CONSPECTU
- PARENTUM
- ET CONJUGIS
- 14 SEPT. 1832 AET. 33
-
-[13] C. PLINII CÆCILII SECUNDI. _Epistol._ Lib. IV, Cap. XXX.
-
-[14] _Tivano_ è così detto sul lago il vento boreale o di tramontana.
-Ordinariamente è regolare, facendosi sentire in tempo di notte
-e cessando alla mattina poco prima dell’alzarsi del sole. Cessa
-egualmente la sua regolarità a mezzo il settembre. Lo stesso dicasi
-della _Breva_ che succede al _Tivano_, e che si fa sentire dopo il
-meriggio, aiutando le imbarcazioni che a vela spiegata ritornano da
-Como.
-
-[15] AMORETTI. _Viaggio da Milano ai tre laghi_. Milano, 1817, pag. 271.
-
-[16] MANZONI. _Adelchi_.
-
-[17] Questa roccia è quella stessa che forma il secondo dei cinque
-gruppi, di cui pare si componga la zona giurese nelle Alpi Lombarde e
-che giace tra l’arenaria rossa di Varenna, di S. Martino e d’Introbbio
-che le sta sotto, e il calcare bigio azzurrognolo talvolta arenaceo con
-fossili (Viggiù, Arzo, Saltrio) che lo ricopre. (Dott. Emilio Cornalia:
-_Su alcune caverne ossifere dei monti del Lago di Como_, inserte nei
-_Nuovi Annali delle Scienze naturali di Bologna_, fascicolo di gennaio
-e febbraio 1850 e riprodotte da lui nel _Manuale della provincia di
-Como_ per l’anno bisestile 1852.)
-
-[18] Le _scarpe di S. Pietro_, così appellate forse da ciò che il
-principe degli Apostoli, alla chiamata di Cristo, camminò sul lago di
-Tiberiade, non sono altro che due imbarcazioni a foggia di lunga spola
-da tessitore, collegate insieme, oblunghe, cioè, e strette. Chiuse
-tutte e reggendovisi sopra, quasi servendosi di scarpa, è impossibile
-che anche per bufera si affondino.
-
-[19] Per altro il dottor Casella ci assicurò d’avere il primo laghetto
-passato a nuoto in una delle prime sue visite.
-
-[20] _Ossements fossiles._ Tom. IV.
-
-[21] _Su alcune caverne ossifere_, ecc., superiormente citate.
-
-[22] _Argegno e la Vall’Intelvi_, negli anni 1848 e 1859 per Gaetano
-Ferrabini. Milano 1860. Tip. Fratelli Borroni.
-
-[23] VIRGILIO. _Georgica II_, e si potrebbe così tradurre:
-
- Perpetua qui la primavera ride,
- E la state ne’ mesi ancor non suoi.
-
-[24] Eccone la versione:
-
- Forse che il mar, che l’una e l’altra sponda
- Bagna io qui rammento? O i tanti laghi,
- E te, massimo Lario, e te, o Benaco,
- Che pari al mar, gonfi i tuoi flutti e fremi?
-
-[25] Eccone la versione: “Minicio Esorato, figlio di Lucio, della
-tribù Oufentina, flamine del divo Tito Augusto Vespasiano, per consenso
-dei decurioni, tribuno de’ soldati, quatuorviro con podestà di edile,
-duumviro di giustizia, prefetto dei fabbri di Cesare e del Console,
-pontefice, a sè ed alla moglie Geminia Prisca figlia di Quinto ed a
-Minicia Bisia figlia di Lucio, vivente fece.„
-
-[26] Io ne dettai la biografia, che fu mandata innanzi alle _Opere
-complete_ sue pubblicate in Milano da Ernesto Oliva ed al _Marco
-Visconti_, edito pure più volte in Milano da Amalia Bettoni.
-
-[27] Di questa Regina vedi il bello ed elegante studio fattone nelle
-_Donne illustri_, da quel gentile e colto intelletto di donna che fu
-Adele Curti.
-
-[28] “La libertà, che mal si vende per tutto l’oro, con fatica, litigio
-e denaro acquistata, a quella di Galbiate ed alle terre finittime
-arrise per regia concessione finalmente. Felice il giorno 17 giugno
-dell’anno 1671, nel quale, scosso il peso dell’infeudazione e d’ogni
-inferiore giurisdizione, questo popolo si ridusse direttamente sotto
-la vicaria podestà del potentissimo re delle Spagne e del Senato.
-La memoria di tanto riscatto, conservata privatamente negli scritti
-autentici di Francesco Giorgio Ottolini, notajo della Regia Camera
-ducale, viene pubblicamente affidata alla salda custodia di questa
-lapide il giorno diciotto settembre dell’anno 1671.„
-
-[29] _Memorie storiche_ della Chiesa ed Abbazia di S. Pietro al Monte,
-e del Monastero di S. Calocero in Civate, raccolte dall’abate Giacinto
-Longoni. Milano, 1850, tip. G. B. Radaelli.
-
-[30] Al barone De Martini. Ediz. Reina.
-
-[31] _Frammenti d’Ode_ ad Andrea Appiani.
-
-[32] Ode: _La Vita Rustica_.
-
-[33] Il mio amico Cominazzi aveva tradotte pel suo giornale due mie
-lettere francesi ch’io aveva dettate per le _Matinées Italiennes_, che
-si stampavano in Firenze.
-
-[34] Milano, Tip. Guglielmini.
-
-[35] La Corte di Roma.
-
-[36] _La salubrità dell’aria._ Ode.
-
-[37] Rocco Marliani, figlio di Pietro, di Milano, ampliato il vecchio
-convento, eresse ed ornò la villa, che volle si chiamasse Amalia dal
-nome della sua carissima consorte, 1801.
-
-[38] _Satira VI._ Lib. II. Gargallo così li traduce:
-
- Un discreto poder, nè già sì vasto,
- Che avesse un orticello, e una fontana
- D’acqua perenne, a la magion vicina;
- Un po’ di bosco ancor per giunta; ed ecco
- Tutto qual era il voto mio. Gli dei
- Han fatto meglio e più: sien benedetti!
- . . . . . . . altro non chieggo.
-
-[39] Canto IV. Edizione Resnati.
-
-[40] Matidia era nipote di Trajano e suocera di Adriano; epperò qui la
-veggiamo divinizzata.
-
-[41] _Vita di Gian Giacomo Medici_, di Marcantonio Missaglia. Milano,
-ediz. Colombo, 1854.
-
-[42] Presso l’editore B. Saldini di Milano.
-
-[43] Intende parlare del marchese Pietro Caravaggi, la cui famiglia
-molto possedeva in Inverigo, e il quale fu professore nelle matematiche
-presso l’università di Pavia, e morì nell’anno 1688.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
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-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
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-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
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