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-The Project Gutenberg eBook of Il castello di Trezzo, by Giambattista
-Bazzoni
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Il castello di Trezzo
- Novella storica
-
-Author: Giambattista Bazzoni
-
-Release Date: June 23, 2021 [eBook #65680]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
- http://www.pgdp.net (This file was produced from images made
- available by the HathiTrust Digital Library)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CASTELLO DI TREZZO ***
-
- IL CASTELLO
- DI TREZZO
-
-
- NOVELLA STORICA
-
- DI
-
- GIAMBATTISTA BAZZONI.
-
-
-
- PARIGI.
- BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA,
- 9, RUE DU COQ, PRÈS LE LOUVRE.
- 1838.
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-
- DALLA STAMPERIA DI CRAPELET,
- 9, RUE DE VAUGIRARD.
-
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-
-IL CASTELLO DI TREZZO.
-
-
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-
-CAPITOLO I.
-
- E voi degli altri secoli feroci
- Ed ispid’avi... co’ sanguinosi
- Pugnali a lato, le campestri rocche
- Voi godeste abitar, truci all’aspetto
- E per gran baffi rigida la guancia
- Consultando gli sgherri.
- PARINI.
-
-
-Nell’età di mezzo, età d’armi e di fanatismo, in cui rade volte i
-principi s’avevano di mira il pubblico bene, l’Italia non offriva
-quell’aspetto florido e ridente che attualmente presenta. Non vedevansi
-allora comode ed ampie strade, non sodi ponti sui molti suoi fiumi e
-torrenti, non villaggi ben costrutti e popolosi. Nell’alta Lombardia
-specialmente a piè de’ colli e a dilungo de’ fiumi erano vaste foreste
-e boschi antichissimi; il suolo in molte parti non appariva che nuda
-brughiera o inculta landa; le strade erano torti viottoli, la maggior
-parte ne’ dì piovosi impraticabili, ne’ villaggi stavano ammucchiati
-gli abituri dei contadini, fabbricati parte di legno e parte di sassi e
-creta, che mal valevano a proteggerli dalla intemperie delle stagioni.
-Surgevano all’incontro pel contado castelli di massiccie mura,
-cerchiati da profonda fossa e chiusi da porte ferrate: quivi o nobile,
-o feudatario, o guerriero stava rinchiuso per esercitare prepotenze
-sopra i vassalli, per tendere agguati a’ vicini, o per sottrarsi alle
-pene meritatesi coi delitti e co’ tradimenti. Qua e là sparsi per le
-borgate e la campagna erano conventi e certose, i di cui superiori od
-abbati possedevano sovrani diritti. Le città presentavano l’aspetto
-più di fortezze che si guatino minacciose, che d’asilo di pacifici
-cittadini: l’una dell’altra inimiche, sempre tementi d’assalti,
-andavano tutte cinte d’altissime mura; e si amava più tosto con
-fossati e bastite di renderne l’avvicinamento difficile, di quello che
-procurarle ingresso comodo ed ornato.
-
-Nè a que’ tempi era agevole attraversare le acque: i torrenti si
-passavano a secco od a guado; e quanto ai fiumi, se ne togli i luoghi
-più importanti per vie militari, ove gittavansi ponti, da per tutto il
-passaggio si mostrava disastroso, e il più delle fiate impossibile.
-E dove scorgi presentemente il maestoso ponte sull’Adda tra Canonica
-e Vaprio, allora non t’abbattevi che in due altissime ripe, entro cui
-quasi avvallate correvano le acque, inette a guadarsi. Surgevane pel
-vero un altro, erettovi dal duca Bernabò Visconti, allorchè rialzò
-dalle rovine il Castello di Trezzo; esso era guernito a due capi da
-torri, ma non porgeva altro ingresso fuor che al castello: e però
-niuno ardiva, anzi che passarlo, nè pure accostarvisi: chè chiunque
-fosse stato trovato o su una strada, o sovra un ponte di Bernabò, era
-crudelmente tormentato e quindi ucciso.
-
-Alla necessità de’ passaggeri s’era però provveduto presso Vaprio con
-un porto costrutto rozzamente, come quella età comportava. Appena si
-usciva di Canonica, scontravasi un sentiero che, passando tra ciottoli
-ed arene, attraversava qua e là i rigagnoli del Brembo (il quale
-scende dalle valli bergamasche per iscaricarsi nell’Adda), e dopo breve
-tratto di cammino, mettea capo a quel fiume in sito ove partitosi in
-due rami presentava nel di lui seno un’isoletta. Quivi la fiumana,
-men rigogliosa d’acque pei non ricevuti torrenti e per la partizione
-sofferta, dava facile adito al porto, il quale constava di due zattere
-locate agli opposti lati dell’isola ed aventi nella parte di mezzo un
-grosso palo, alla cui cima correva una fune infissa alle due bande del
-fiume. La prima di queste recava il passeggiero dalla sponda sinistra
-dell’Adda persino all’isola; la seconda dall’isola al destro lido; e
-qui si arrampicava novellamente un viottolo che adduceva alla via detta
-del bosco, tra Vaprio e Concesa.
-
-Quest’isola era chiamata la Ca di Mandellone, perchè abitata da Nicola
-di Mandello, che per esser pingue appellavasi _Mandellone_; ed era
-uomo sollazzevole e di gaio aspetto, non che fino amatore del danaro.
-Guidava egli le zattere, e s’era per ciò edificata in mezzo all’isola
-una casuccia ove dimorava con sua figlia ed un famiglio; vendeva anche
-vino e cibi a’ viandanti, i quali astretti a passare di là, vi si
-fermavano volentieri, adescati da sue lusinghe a vuotarne un bicchiere.
-
-La casa di Mandellone sorgeva in luogo un po’ elevato: un praticello
-ombreggiato da alte piante vi si stendea di prospetto, ed offriva qua
-e là de’ sedili foggiati coi tronchi d’albero, e qualche tavola per
-gli avventori. Circuiva il prato un orticello che forniva i legumi per
-la cucina, e quivi mettean capo le due stradicciuole che si volgeano
-tra le piante ver gli opposti lidi dell’Adda. Allorchè l’albergatore
-udiva la chiamata di chi volea passar l’acque (ed era un grido od un
-fischio), soleva affacciarsi ad una finestretta per dove scorgeva i
-passeggeri senz’essere veduto: e se era tempo o persona opportuna,
-si muoveva a passarla, altramente fingeva di non udirla. Imperocchè
-capitando alla Ca di Mandellone ogni maniera di gente, siccome
-gabellieri, contrabbandieri, ladri, sgherri, venturieri, donne, frati,
-pellegrini, e simil fatta di persone, l’accorto nocchiero-albergatore
-evitava succedessero in sua casa incontri che valessero a porne a
-repentaglio la sicurezza, o cagionare disgusti agli avventori: e da che
-un _non vi ho inteso_ per sua parte, qualche rimbrotto dal canto di chi
-non veniva passato, accomodavano ogni faccenda, in tal guisa adoperava
-il brav’uomo, che tutti gli restavano amici.
-
-Volgeva l’anno 1385, ed era il venticinque maggio, giorno di giovedì,
-allorquando un’ora avanti al cader del sole Mandellone, che quetamente
-si stava nel suo casolare, udì dalla riva del bosco di Concesa
-partirsi un acutissimo fischio a cui varii altri si succedettero a
-brevi intervalli. Spiò a prima giunta dal fenestruolo, e tosto corse a
-staccare le zattere per levare un passeggero che lo pressava a gesti
-dalla sponda, e volgevasi ogni tratto a guardarsi alle spalle. Era
-costui un uomo a trent’anni, alto della persona, di fieri lineamenti
-forte adusti dal sole; sotto le larghe alaccie di un logoro cappello
-colla testiera a cono muoveva due occhi vivi ed agitati: aveva il
-mento coperto da folti peli nerissimi. Il suo vestire constava d’un
-rozzo giubbone di lana scura e di due ampie brache; le sue gambe erano
-nude, tranne i piedi calzati in grosse scarpe acuminate; teneva tra
-le mani uno stocco irrugginito, la di cui punta luccicava tuttavia;
-e due pugnali stavangli infissi ai fianchi entro larga coreggia di
-cuoio, «Per Sant’ Afra! (egli gridò) che ti possa affogare; sei più
-lento di una lumaca a muovere quelle tue quattro tavole mal connesse.
-— Vengo, vengo; non t’arrabbiare, Tencio (rispose Mandellone): aspetta
-che mi ti accosti.» Ma fu indarno, perchè Tencio spiccò un salto; e
-sebbene arrischiasse di capovolgere la zattera, datosi tosto a tirarne
-la corda a tutta possa, la fece retrocedere velocemente. Appena
-giunti all’isola, cacciossi fra le piante. Costui era un fuoruscito,
-il quale si aggirava per que’ dintorni con due suoi compagni a fine
-di svaligiare i viandanti; e pel suo viso abbronzato s’avea avuto il
-soprannome di Tencio. Raccontò desso a Mandellone d’aver veduto uno
-stuolo d’uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali s’avviavano dalla
-strada di Vaprio verso Concesa: per lo che avea divisato di porsi
-prestamente in salvo. «Crederesti (gli disse Mandellone) che debbasi
-muovere un’armata per prender te, o il Carbonaio, o il Brescianino?
-Sarà Bernabò che si recherà colla sua corte al Castello di Trezzo. —
-E sia chi diavolo si voglia (rispose Tencio); se ci trovassero, pensi
-tu che ristarebbero dal porre le nostre teste in una gabbia di ferro
-sovra qualche albero ad uso di lanterna per la strada maestra? — Eh
-sì certo, che non faresti gran lume! (soggiunse Mandellone).» Mentre
-muovevano simiglianti discorsi, videro alla sommità della sponda donde
-era calato il Tencio alzarsi fra le piante un polverìo, ed udirono un
-calpestío di cavalli e un rumore di ruote, senza però scorgere persona:
-chè i folti rami degli alberi glielo impedivano. Quel calpestìo
-allontanandosi svanì del tutto; e Tencio e Mandellone si ritrassero in
-casa, persuasi essere quegli il principe che si recava a villeggiare al
-suo castello. Trascorsi pochi istanti si udirono novelli fischi dalla
-stessa sponda; Mandellone guardò, e conobbe essere i due compagni del
-Tencio: sicchè temendo del lasciar solo in casa quell’uccellaccio da
-preda, sia a riguardo di sua figlia Maria, sia a riguardo delle botti,
-si diè a chiamar Trado il famiglio perchè lì passasse. Giunti i due
-compagni, strinsero a Tencio la mano, e gridarono festanti: «Novità,
-grandi novità: evviva Galeazzo! Quel can di Bernabò vien condotto fra
-soldati al Castello di Trezzo a guisa di un assassino.» Tutti fecero
-le maraviglie; e il Carbonaio e il Brescianino proseguirono la rozza
-narrazione del fatto interrotta di quando in quando da contumelie
-indiritte a Bernabò: quel racconto non era che una fedele sposizione di
-quanto avevano veduto essi medesimi, mentre si stavano celati nel bosco
-che correva a’ fianchi della strada.
-
-«Dinanzi a tutti venivano (dissero essi) due lancie[1] ed ogni caporale
-di lancia aveva il roncone in resta, ed abbassata sul volto la celata:
-indi sur un cavallo fulvo si avanzava il capitano della compagnia, che
-distinguevasi per le alte piume del suo cimiero e per la bella armatura
-damascata. Dietro a costui erano altre quattro lancie; e poscia
-circuito da due alabardieri, uno de quali teneva le redini della mula,
-veniva Bernabò coverto d’un abito cremisino, col solito suo cappuccio
-in testa; ma non gli vedemmo spada, nè bacchetta: teneva le braccia
-incrocicchiate al seno, e il capo piegato, quasi dicesse orazioni.
-Alle terga gli stava sovr’altra mula un frate che aveva un largo
-cappello da eremita; ravvolgevasi in veste bigia, gli calava sul petto
-una lunga barba bianca, e nelle mani recava un grosso libro. Venivano
-quindi altre lancie e quattro alabardieri a cavallo che tenevano
-in mezzo due giovani, l’uno vestito di velluto azzurro, l’altro di
-rosso, entrambi incatenati: poscia seguivano altri soldati; e a coda
-di questi una paraveréda[2] tirata da quattro mule con uomini a piedi
-che le guidavano; e pareva racchiudere donne. Altre lancie chiudevano
-la comitiva.» Aggiunsero essere certi che questa dovette prendere la
-strada di Vaprio, quantunque più lunga per giungere a Trezzo, perchè
-la sola da cui potesse passare la paraveréda. E posero fine a sì fatta
-narrazione collo esporre la novella, raccolta da uno del paese, che
-il maestro delle gabelle e il daziere del transito di Vaprio venivano
-richiamati, e se ne mandavano due altri i quali tenevano aspetti meno
-burberi, onde giovava sperare che le loro faccende coi contrabbandieri
-del Bergamasco sarebbero andate a maraviglia.
-
-Terminato il racconto, tutti fecero gli evviva a Giovan Galeazzo:
-imperciocchè erasi divulgata una voce in que’ giorni che a cagione del
-Conte di Virtù (così Galeazzo chiamavasi) fossero accaduti a Milano
-importanti avvenimenti. Ma a quei tempi le notizie si propagavano
-con tanta difficoltà e lentezza, che non si potevano conoscere che
-tardi i particolari del fatto. Arguivano però che la prigionia di
-Bernabò essere dovesse opera del di lui nipote Giovan Galeazzo: e
-quindi a questi, siccome spogliatore del potere d’un principe che
-per le sue crudeltà era abborrito da tutti, portarono unanimi le loro
-acclamazioni.
-
-Mandellone rivóltosi allora alla brigata, disse: «In segno d’allegria
-vo’ imbandirvi uno squisito banchetto; e cápiti chi può a far da spia,
-saprò ben tenere la lingua in bocca.» Così dicendo s’avviò vèr l’orto,
-diè mano ad una zappa, scavò la terra a piè di un albero e ne trasse
-due lepri non che un pezzo di cinghiale, da lui fatti uccidere nei
-boschi dell’Adda. Erano vivande queste che di consueto gelosamente
-celava per poi farne parte a’ più fidati amici; imperò che sotto
-Bernabò l’uccidere una lepre od un cinghiale delle sue caccie era
-cotale misfatto da averne strappata la lingua, o peggio ancora.
-
-I tre masnadieri, riposte da un canto le armi, si adoperarono allo
-scorticare le lepri, raunarono legna in mezzo al prato, infilarono
-le cacciagioni sur uno spiedo, che era l’arma del Brescianino; ed
-appoggiatolo a due bastoni forcuti, se ne servirono da girarrosto.
-Maria intanto recava due ampii vasi del vino brianzesco più eccellente,
-giacchè l’accorto Mandellone soleva esser cortese con quei ladri che
-non isminuzzavano le lire di terzoli, ma davano generosamente fiorini
-d’oro, senza mai chiederne il resto. Alloraquando le lepri si furono
-cotte, sdraiaronsi sull’erba sotto gli alberi; e dopo avere invocato
-la protezione della Vergine, si posero a mangiar festosamente, ed a
-trar lunghe golate dai vasi a salute del Conte di Virtù e ad ignominia
-di Bernabò, mescendo però saviamente agli augurii le invocazioni del
-passaggio di ricchi viandanti, onde cavarne buono scotto.
-
-Compivano appena il loro pasto, quando udissi risuonare in voce nasale,
-sulla medesima sponda destra del fiume, un _Deo gratias_. Si volsero
-presti, e videro all’estremo del sentiere che scendeva dall’erta
-un frate in aspettazione della zattera. Mandellone avvertì i suoi
-commensali che avrebbe mandato a passarlo, perocchè non era quegli
-persona da cagionar loro timore di sorta. E pel vero non sarebbonsi per
-lui scostati d’un passo, siccome fecero tosto, se scorto non avessero
-dall’altra banda venire da Canonica per le arene del Brembo alla volta
-dell’Adda due uomini a cavallo preceduti da un contadino. Presero essi
-le loro armi, calarono sulle fronti il cappello, e ripararono da un
-lato dell’isola dietro un gruppo di piante. L’ombra gittata dall’alta
-sponda a ponente del fiume spandeva sulle acque e sull’isola una
-sufficiente oscurità per toglierli facilmente all’altrui vista, giacchè
-i raggi del sole già vicino al tramonto si riflettevano appena sui rami
-più elevati degli alberi.
-
-Intanto il frate, che aveva attraversato il fiume sulla zattera,
-s’avviava pel sentieruolo dell’isola inverso il prato. Sebbene le
-scorrevoli acque dell’Adda mantenessero quivi una grata frescura, pure
-il calore della stagione e il sereno dell’aere erano tali da invitare
-allo starsi a testa scoperta: ciò nulla meno quel monaco portava sul
-capo il suo pesante cappuccio, e lo teneva abbassato sin quasi sugli
-occhi. La grossa veste di lana a colore ulivigno che gli scendea
-sino ai piedi, sembrava chiusa superiormente ed avviluppata intorno
-al mento: per lo che non appariva del di lui viso altro che un naso
-adunco, due occhi neri, e alcuni peli rossastri che gli ombravano
-le guancie. Era uomo costui d’alta statura, di portamento franco
-ed altiero, ben diverso da quello che convenivasi ed un religioso
-mendicante: teneva ambe le mani insaccate nelle larghe maniche, e
-procedea lentamente. Giunto innanzi alla casa di Mandellone, porse a
-Trado una picciola moneta; e gli dimandò se nel primo paese, varcato il
-fiume, si trovassero conventi. Trado rispose che no: e il frate, girato
-uno sguardo intorno, chiesegli se avrebbe quivi potuto passar la notte:
-il famiglio soggiunse, attendesse il padrone: che se quegli assentiva,
-avrebbero cercato di ricoverarlo alla meglio nella loro povera casetta.
-Il frate chinò il capo, e andò ad assidersi sovra un sasso locato alla
-porta dell’abituro.
-
-Mandellone, a cui il ricco vestire de’ due viandanti che venivano a
-dilungo del Brembo avea fermato il pensiere, lasciò si ritraessero
-gli amici, corse alla zattera, e addottala all’altro lido, quivi fe’
-alto onde riceverli. Accostatiglisi i passeggeri, scesero dalle loro
-cavalcature, e vennero a due riprese passati: il villico che avea loro
-servito di guida, ebbe la mercede, e fu rimandato. Il primo de’ due
-stranieri che s’avea valicato le acque, era un giovane di bellissime
-forme, snelle insieme e robuste: il di lui viso andava altiero per
-maschie tinte, e ne’ lineamenti sentiva altamente di un far nobile ed
-espressivo. Sebbene atteggiasse lo sguardo imperiosamente, pure le sue
-pupille apparivano sede di sentimenti dolci ed appassionati; il suo
-capo era coperto da uno scuro berretto adornato da due candide piume;
-e sotto questo cadevagli sugli omeri nerissima capellatura foggiata a
-leggiadre anella. Il collo mostravasi nudo; e l’abito color ranciato
-non gli scendea che al ginocchio, mentre lo difendeva internamente una
-fina corazza d’acciaio; ne’ fianchi lo cingea larga cintura di pelle,
-rafferma all’avanti da aurato fermaglio; ed a tracollo portava una
-ciarpa azzurra, a cui s’appendeva la spada di ricca impugnatura. Egli
-conduceva a mano un bianchissimo destriero, il cui arcione e le briglie
-erano fornite di ricami e dorature. Quegli che lo seguiva, mostravasi
-abbigliato quasi alla stessa foggia, benchè meno riccamente; e il di
-lui cavallo portava in groppa un grosso involto, lo che dava indizio
-dell’essergli scudiere.
-
-Quando pervennero all’abituro di Mandellone, questi disse loro se
-amavano ristorarsi: ed iva loro esagerando la lunghezza e l’andar
-malagevole del cammino di Vaprio. Gli stranieri fiaccati dal caldo,
-colle fauci esauste dalla polvere della strada, sedotti d’altronde
-dalla freschezza e amenità del luogo, assentirono al prendere un po’ di
-posa, ed ordinarono a Mandellone di recar loro un vaso di vino. Chiamò
-questi la figlia Maria, chiamò il famiglio, e li pressò a ben servire
-quei signori. Egli intanto si diè cura di acconciare con eleganza sur
-un gran piatto di rame i rimasugli del suo pasto coi ladri, e venne
-a presentarglielo siccome vivanda degna d’eccellente convitto. Sulla
-rozza tavola ov’egli depose il piatto delle lepri, aveano di già
-Trado e Maria arrecato i vasi del vino, il pane e gli altri utensili
-della mensa. Lo scudiere non fu tardo a gittarsi su que’ cibi come
-avoltoio, e trangugiarseli a grossi bocconi. Il cavaliere all’incontro
-bevette alcuni sorsi di vino, quindi s’adagiò sur un tronco d’albero,
-e volgendo gli occhi tra quelle piante, assunse in viso una tinta di
-soave malinconia: chinò il capo, appoggiandolo al palmo della mano, e
-parve assorto in profonda meditazione.
-
-Il frate, che all’arrivo di que’ due forestieri s’era precipitosamente
-ritirato dietro le piante, sostò fra quelle a guatarli per alcun
-tempo, esternando tratto tratto atti di stupore. Avanzossi di
-queto verso di loro; e avvicinatosi, inchinò umilmente la testa; e
-portandosi le braccia al petto, disse: «Dio vi salvi, o fratelli.»
-Lo scudiere gli porse uno sguardo di dispetto, quasi credesse costui
-uom venuto a dividere le sue provvigioni: ma il cavaliere al suono
-di quella voce alzò lo sguardo; e miratolo fisamente per qualche
-istante, levossi in piedi siccome chi è côlto da maraviglia. Il
-frate gli andò dappresso con circospezione, e preselo per mano, seco
-il condusse lungo il sentiero a man ritta: quivi, dopo aver data
-un’occhiata d’intorno, trasse subitamente indietro il cappuccio, e
-scoverse un’altiera testa ricinta da rossi capegli. Attonito a quella
-vista il cavaliere, esclamò: «Come, Aldobrado, tu qui?» Ma l’altro
-ricopertosi immediatamente, portò il dito alla bocca accennandogli di
-tacere. Indi accostatoglisi all’orecchio, con voce bassa e interrotta
-gli disse: «Voi non sapete, Palamede, quali terribili avvenimenti
-siano accaduti in Milano da venti giorni? Bernabò, i suoi figli,
-la signora Donnina de’ Porri, Ginevra (a questo nome il cavaliere
-impallidì) furono imprigionati, e quest’oggi stesso vennero condotti
-al castello di Trezzo.» Il cavaliere sbigottì a sì fatta novella, ed
-eccitò Aldobrado a narrargli come si fossero queste venture accadute.
-Ritornarono a questo fine nel prato, ove Palamede per allontanare lo
-scudiere intimògli andasse ad abbeverare i cavalli nel fiume: indi,
-seduti a fianco l’un l’altro, Aldobrado gli fece minuto racconto
-dell’imprigionamento del vecchio Principe.
-
-Narrò egli siccome Giovan Galeazzo, nipote di Bernabò, il quale sino
-a que’ giorni portava soltanto il titolo di conte di Virtù, e che
-tenea sede in Pavia, vivendo vita tranquilla, e servando fama d’uom
-bacchettone e dappoco, si fosse partito dal suo castello il giorno
-sei di maggio, spargendo voce di volere pellegrinare per divozione
-al Santuario della Vergine del Monte sopra Varese. A mal disegno però
-s’aveva menato con sè più di quattrocento uomini armati. Giunto alla
-distanza di due miglia da Milano, eranglisi mossi incontro fuori di
-Porta Ticinese i signori Rodolfo e Ludovico, figliuoli maggiori di
-Bernabò, i quali vennero da lui accolti con atti di cortesia: poscia
-arrivato alle mura della città, non entrò già per Porta Ticinese, ma
-girando a mancina lungo il fossato s’incamminò verso il Castello di
-Porta Giovia[3]. Pervenuto appena alla _pusterla_ di Sant’Ambrogio,
-s’abbattè presso le mura di quello spedale in Bernabò, il quale
-cavalcando una mula traeva innanzi con pochi de’ suoi, onde riceverlo.
-Giovan Galeazzo, fattoglisi vicino con ilare aspetto, diè di subito
-un segnale: e Giacomo del Verme, il quale capitanava le lancie di
-Galeazzo, fu il primo a por le mani addosso a Bernabò, e gridare
-ch’egli era prigioniero. Ottone da Mandello gli tolse dalle mani
-le briglie e la bacchetta; e recidendogli il pendon della spada, lo
-disarmò: il che fu pure eseguito verso gli altri cortigiani e verso i
-figliuoli del principe. Fatti in tal guisa prigioni, vennero trascinati
-al castello di Porta Giovia, e chiusivi nella torre con buon numero
-di guardie. Poscia Giovan Galeazzo entrò co’ suoi militi in Milano; e
-sparsasi novella dell’accaduto, trasse a lui tutto il popolo gridando:
-_Viva il conte di Virtù: muoiano le colte e le gabelle_. Galeazzo
-venne riconosciuto per signore; e si piacque permettere alla plebe il
-saccheggio dei palazzi di Bernabò e de’ suoi figli: sicchè in breve vi
-andarono a ruba tutti gli argenti, le gioie, i denari e ricchissimi
-arredi; indi si posero a sacco gli uffizi de’ dazi e delle gabelle,
-e se ne arsero i libri. Il principe e la di lui famiglia stettero
-rinchiusi nel castello di Milano sino al giorno venticinque, in cui
-di buon mattino vennero spediti sotto scorta armata, condotta da
-Gasparo Visconti, acerbo inimico di Bernabò, al Castello di Trezzo. Co’
-prigioni erano il padre Leonardo degli Eremiti di Sant’Ambrogio _ad
-nemus_, Donnina de’ Porri, di cui conoscevasi il generoso carattere,
-e che s’aveva ottenuto licenza da Galeazzo di poter seguitare Bernabò
-nel luogo della di lui reclusione, unitamente alle sue figlie Ginevra e
-Damigella, le quali colla vecchia Geltrude, chiuse in una paraveréda,
-doveano cogli illustri prigionieri essere già entrate in castello.
-«Io (proseguì Aldobrado), che voi ben sapete di quale amicizia fossi
-legato a Bernabò, paventando l’ira di Galeazzo, e assai più del popolo,
-che nel bollore della rivolta uccise Baldizone e il Malaspina, stetti
-celato sino a questo istante da mia sorella Lucia, sperando che la
-plebe, o le milizie fossero per volgersi novellamente a nostro favore.
-Ma allorchè mi fu narrato che tutti i cittadini di Milano avevano
-acclamato signore Giovan Galeazzo, ed il vecchio Bernabò doveva venire
-tradotto dal castello di Porta Giovia al forte di Trezzo, divisai
-di recarmi a salvamento. Questa istessa mattina fuggii col nome e
-gli abiti di mio fratello Bernardo cappuccino, col pensiero di farmi
-soldato da ventura, e pormi a servigio o dei signori della Scala, o dei
-Veneti; oppure congiungermi a’ Ghibellini di Toscana, che ben sapete
-quanto amino Bernabò. Così mi sarà dato tentare di muovere qualche
-potente soccorso a vantaggio del mio antico signore.»
-
-Palamede, a cui avean trafitto l’animo le narrazioni di quel funesto
-successo, prese la mano d’Aldobrado e gli disse: «Sa la Vergine Santa
-se io non retrovolgerei con tutta la brama il mio cavallo per teco
-ritentare la sorte dell’armi a fine di trarre Bernabò dalla prigionia
-ove l’ha gittato il tradimento; ma ripartirmi senza vedere dopo due
-anni di dura assenza le torri e le mura della mia Milano, riedere senza
-fisarmi in Ginevra, senza parlarle, non posso. Io ho abbandonate le
-più belle speranze di gloria e di potere che mi si apparecchiavano da’
-Veneziani, per ritornare a lei. Non sarà un mese che la laguna e S.
-Marco risuonarono d’applausi tributati al mio valore: ma tutto feci
-per lei. Ella mi cinse la spada: e allora giurai per lei stessa e per
-Sant’Ambrogio di deporla dopo due anni coperta di gloria a’ suoi piedi.
-Ned io posso mancare al giuramento: nè fia che alzi lancia o spada in
-guerra, se prima non ho veduta Ginevra.»
-
-Aldobrado, sebbene della nobile stirpe de’ Manfredi, aveva costumi
-da sgherro anzi che da amico intimo d’un Principe (se pure Bernabò
-ebbe intimi amici): laonde era troppo estranio ai sentimenti d’amore
-e d’onore cavalleresco per concepire nella loro forza le parole di
-Palamede; e ritornando alle abituali sue idee di crudeltà, proruppe
-con ironico sogghigno a così dire: «Voi penderete appiccato senz’occhi
-dal più alto merlo delle torri di Trezzo prima di satisfare al vostro
-giuramento. Ginevra è chiusa fra impenetrabili mura; e a cento passi
-del castello sta indubitatamente la morte. Nè vale bravura: ch’io ben
-mi so quali soldati abbiano scelto per far quivi la guardia. Rimontate
-a cavallo, date a me quello dello scudier vostro, e andiamocene a
-Verona. — No (rispose l’altro), se mi dovessero gittare nel forno
-di Monza. — Ma come credete riuscire nella vostra pazza impresa? —
-Me ne andrò da Galeazzo, invocherò da lui di vedere Ginevra, e meco
-menarla sposa in altre regioni. Quali timori potrà destargli, quali
-sospetti una giovinetta timida, innocente, la di cui forza sta nella
-bellezza, e la di cui sola ambizione sarà la gloria del proprio sposo!
-Oh certo egli saprà accordarla alle mie preci. — Lasciatevi scorgere
-entro le porte di Milano (disse l’altro freddamente), e vorrei essere
-arruotato vivo se voi non marcite nella Malastalla[4].» Palamede cadde
-a queste parole in seria meditazione, interrotta a quando a quando
-da profondi sospiri. Aldobrado si alzò, fisò un momento lo sguardo
-sovra di lui: indi, movendo l’occhio irrequieto, e concentrandosi
-in riflessioni, fece qualche moto colle braccia, come se gli si
-allacciassero dispiacevoli idee; indi a lui vòlto: «Ebbene (disse)
-giacchè volete assolutamente veder Ginevra, io ne conosco il mezzo, ma
-è ardito e terribile. — Spiégati (disse l’altro con ansietà, sorgendo
-da’ gravi pensieri in cui tutto erasi immerso): dovessi affrontare
-un’armata (e portò la mano alla spada), io non tremo. — Sappiate
-(proseguì Aldobrado) che ho veduto, saranno tre lustri, a ricostruire
-ed ampliare il Castello di Trezzo, e ne conosco le fondamenta più
-che il palmo della mia mano. Allora io vidi scoprirsi, e qualche
-volta dappoi (e sì dicendo espresse col volto un atto involontario di
-ribrezzo) io mi trovai per ordine di Bernabò in un sotterraneo che ha
-l’uscita in fondo agli scogli dell’Adda, e l’ingresso in un sepolcro
-della cappella dei morti della chiesa del castello: se voi trovate il
-modo di avvertire Ginevra, perchè vi si rechi, e se avete coraggio di
-penetrarvi, potrete seco voi condurla, senza aver d’uopo d’invocare
-concessioni da Galeazzo.» Un lampo di gioia brillò a questi accenti
-sul viso di Palamede, abbracciò Aldobrado: «Eh ch’io possa (esclamò)
-vederla, parlarle, premere la sua mano sulle mie labbra, e saprò
-sostenere animoso tutte quelle venture di disagio e di perigli che
-al cielo piacesse prefiggermi. — Ma vi avverto (Aldobrado continuò)
-che l’impresa è scabrosa; ch’io v’addito i luoghi, nè vo’ seguitarvi:
-d’altronde saranno indispensabili due uomini molto pratici di questi
-dintorni, e sperti vogatori, onde guidare e tener ritta una barca sulla
-corrente dell’Adda. — Quanto al pericolo, io so sprezzarlo; ma dove
-(disse Palamede, disanimandosi), dove rinvenire due fidi ed intrepidi
-rematori che vogliano meco dividere sì grave rischio?» Aldobrado
-ristè a queste parole alcun tempo sopra pensiero; poscia disse: «Avete
-dell’oro? — Non me ne manca. — Ciò basta, venite meco.» E in così dire
-s’avviarono verso la casa di Mandellone.
-
-Il giorno in tanto era sparito del tutto, e già vedevansi da mezzo i
-rami delle piante luccicare le stelle. Lo scudiere di Palamede, dopo
-avere abbeverati i cavalli, scorto il suo signore in istretto colloquio
-col frate, avea levato i freni, e lasciate ire le bestie pel prato
-pascolando: e’ si stava intanto sulla porta della casa a ragionare
-con Maria, a cui le sue belle vesti ed i modi meno aspri di que’ di
-Tencio e di Trado aveano cagionato un’assai aggradevole sensazione.
-Palamede entrando in casa disse allo scudiere d’aver cura de’ cavalli,
-e di levar loro anco gli arcioni, poichè avrebbero passata la notte
-nell’isola. Quest’annunzio riuscì graditissimo allo scudiero ed alla
-figlia di Mandellone; la quale facendogli lume con facella di rami
-accesa, mentre esso stava spogliando i cavalli, tutta si ringalluzzava
-alle graziose parole con che l’andava tratto tratto vezzeggiando.
-
-Aldobrado e Palamede entrarono allora in una stanza le di cui pareti
-erano formate di grosse travi insieme connesse ed appoggiate ad
-alberi vivi, de’ quali apparivano le ruvide scorze; ed era addobbata
-con pochi arnesi di cucina e qualche attrezzo da barca. Sedettero
-entrambi all’intorno d’una tavolaccia su cui ardeva un lume in vase
-d’olio: Aldobrado diessi a chiamar Mandellone. Questi non attendeva
-che d’essere domandato per sapere se essi intendevano fermarsi quella
-notte da lui; e nel caso contrario, già s’avea preparato una lunga
-narrazione dei pericoli che avrebbero incontrato, se fossero partiti
-a quell’ora. «Senti (gli disse il finto frate, vibrandogli un’occhiata
-minacciosa e indagatrice, mettendosi nello stesso istante colla persona
-fra l’oste e la porta): io ti conosco da lungo tempo. Tu devi aver
-degli amici che sarebbero da molt’anni appiccati, se non sapessero ben
-maneggiare una barca e nuotar come pesci, allorchè hanno gli uomini
-d’arme alle calcagna: io m’ho bisogno di loro.» Mandellone impallidì
-a queste parole pronunziate con tanta asseveranza, e volea protestare
-contro sì fatta asserzione. «Padre (diss’egli in atto umile), io non
-vi ho mai veduto... — T’ho veduto io più volte, e ti basti. Pensa per
-domani prima del partir nostro, che sarà all’alba, a far sì che si
-trovino in quest’isola due uomini i quali sappiano ben trar di remi
-e di stocco: e saravvi dell’oro per essi e per te; altrimenti (e cavò
-dalla larga manica uno stile a tre punte) prima di mezzogiorno te ne
-andrai all’inferno. — Se così vogliono (rispose tremando Mandellone),
-potrei farli venire sull’istante. — Tanto meglio (riprese Aldobrado);
-e lasciò che Mandellone uscisse dalla camera. «Sono varii anni
-(proseguì con Palamede) ch’io conosco quest’isola; e se Bernabò ora
-non fosse prigioniero, dovea questo grosso bue di Mandellone, al primo
-villeggiare di quel principe, dileguare sull’eculeo, come le lepri
-ch’egli va rubando e mettendo allo spiedo.»
-
-S’intese in questo mentre un fischio, e dopo breve intervallo diverse
-pedate le quali s’avvicinavano alla casa. Palamede e Aldobrado
-furono presi dalla tema di essere traditi, perchè un momento prima
-l’isola era loro sembrata perfettamente deserta: per il che al vedere
-spalancarsi la porta, e presentarsi tre figuraccie da sgherri, che
-il chiarore fosco e giallastro del lume rendeva ancor più terribili,
-Palamede rizzossi in piedi, e portò la mano alla spada; e Aldobrado
-si trasse dietro alla tavola, mirando a un grosso palo di ferro che
-stava appoggiato alle pareti. «Sono gli amici (gridò Mandellone al di
-fuori);» e Tencio, che s’era avanzato pel primo, fermandosi a certa
-distanza, e levandosi il cappello in atto di rispetto, rassecurò
-l’animo loro: onde Aldobrado rimessa sul volto l’espressione della
-fierezza e del comando, fattosi avanti disse: «Dovete giurare su
-questo crocifisso (e ne trasse uno di legno dall’abito) che voi non ci
-tradirete, nè paleserete ad alcuno quanto vi diremo, e comanderemvi di
-fare.» E que’ tre posero la mano sul crocifisso, e giurarono: poichè
-sebben gente da masnada e ferocissima, pure era tale in quella età
-il fascino della superstizione mista alla più crassa ignoranza, che
-si giurava di commettere i delitti, si commettevano per adempiere al
-giuramento. Aldobrado continuò dicendo che prometteva dieci fiorini
-d’oro per ciascuno, purchè trovassero una posizione sicura, daddove
-l’un di essi stesse ad attendere l’avviso per muovere un battello in
-certo punto dell’Adda superiormente a Trezzo, in cui sarebbevi entrato
-egli medesimo con quel cavaliere: e di quivi avessero ad ubbidirli
-ciecamente, e condurli colla maggior diligenza ove accennerebbero; e
-gli altri in quel mentre dovessero star pronti ad eseguire arditamente
-quanto loro verrebbe imposto. I tre ladri assentirono; e il Tencio
-soggiunse che alla mattina averebbeli condotti per la via del bosco di
-Vaprio in sito sicuro e segreto, da cui potere con sicurezza ordinare
-tutte le loro operazioni. Palamede, a cui que’ ceffi davano non lieve
-noia, intimò si ritirassero; e ingiunse a Mandellone di dar loro quanto
-avessero voluto. Indi si stese vestito sur un giaciglio di foglie di
-faggio composto in un canto della stanza: il che pur fece Aldobrado,
-volgendo ciascun d’essi nell’animo diversissimi pensieri.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
- E nel mezzo su un sasso avea un castello
- Forte, e ben posto, e a meraviglia bello.
- Ma ahi lasso, che poss’io più che mirare
- La rocca lungi ove il mio ben m’è chiuso!
- ARIOSTO.
-
-
-Veloce e fragorosa travolge l’Adda le molte sue acque uscendo dal
-Lario da cui è formata, e versandosi nel Po, che maestoso attraversa
-l’alta Italia, ricogliendo nel di lui seno i fiumi tutti che scendono
-dall’Alpi. Poco lungi dai moni che l’Adda abbandona, fluendo in retta
-linea verso mezzodì, e correndo avvallata fra sponde di enormi massi,
-incontra a man destra una rupe, che protendendosi a settentrione la
-astringe a ripiegarsi per superarla, ed a girarle d’intorno onde
-riprendere la primiera direzione. Su questa rupe, cinta da tre
-lati dall’Adda a maniera di penisola, surgevano un tempo le mura
-del forte di Trezzo, di cui a dì nostri poche rovine attestano la
-passata grandezza. Primi i Longobardi innalzarono colà una rocca
-onde proteggere i colli della Brianza dalle scorrerie de’ feroci
-Orobii: e se la fama non erra, la stessa Teodolinda avrebbene poste le
-fondamenta. Egli è certo però che verso il mille dell’era nostra, quel
-forte fu venduto al duca Ottone III da Liutefredo, vescovo di Tortona,
-a cui fu vinto da un suo campione in singolar conflitto tenuto alla
-presenza dell’Imperadore di Germania, contro Riccardo Vaidrada che ne
-era signore. La rocca a quella età s’ergeva sul ciglione della rupe che
-rade il masso a settentrione: gotica erane l’architettura, ma non vasta
-nè adorna; ed era solo fiancheggiata da piccola torre.
-
-Da Ottone passò in podestà di più baroni e nobili lombardi, sinchè
-discese con formidabile esercito, a danno dei Milanesi, Federigo
-detto il Barbarossa, il quale nell’aprile del 1158, valicata l’Adda a
-Cassano, invase la Brianza tutta, e si rese padrone anche di Trezzo
-e della sua rocca. Quivi lasciò un forte presidio, capitanato dal
-marchese di Wenibach e da Corrado di Maze. Erasi allora formato in
-que’ dintorni un contado detto della Bazana, e Trezzo vi fu eletta a
-capitale. I due comandanti imperiali che ivi stanziavano, si diedero ad
-abbellirne il forte siccome luogo di loro residenza, e vi costrussero
-in giro tre torri quadrate, una delle quali eretta per intiero con
-oscuri macigni, prese il nome di _Torre nera di Barbarossa_. Di là
-sbucavano que’ duci a devastare il territorio, esigendo enormi tasse;
-mettevano a ruba il contado, ed esercitavano il barbaro _jus foderi_.
-Simili vessazioni durarono sino a che i Milanesi, congiuntisi alla
-Lega Lombarda, ebbero rotto l’esercito di Federigo; e mentre essi
-ritornavano trionfanti dall’assedio posto a Lodi per gastigarne
-i cittadini riluttanti ad associarsi alla Lega, assembratisi co’
-Bergamaschi, si diressero vér Trezzo a fine di espellervi gl’Imperiali,
-che stavano nella rocca soccorsi da alcune bande paesane. Costò a’
-Lombardi non poco travaglio il possederla: nè a tanto pervennero se
-non dopo due mesi di assedio, e mercè l’astuzia di Praello Imblavato,
-il quale fe’ all’uopo construrre un gran ponte galleggiante sull’Adda.
-Espugnato quel forte, ne uscirono gl’Imperiali cogli onori di guerra:
-ed i Milanesi, postevi a sacco le molte ricchezze in oro, argento
-e vasellami preziosi, che gli Alemanni vi aveano accumulate colle
-depredazioni, incendiatolo l’abbandonarono.
-
-Stette quella rocca deserto albergo de’ gufi e degli assassini sino
-al 1211, nel quale anno venne da papa Innocenzo inviato per suo legato
-in Lombardia il cardinale Gherardo da Sessa, abbate di Tiglieto e già
-vescovo di Novara. Il Legato, pervenuto in Lombardia, elesse Trezzo
-a sua dimora, ed ordinò si riattasse la rocca; al che convennero
-coll’opera e colle sostanze gli abitanti dei contorni, eccitativi
-dalle esortazioni delle compagnie degli Umiliati o Berretani[5]: ordine
-dal Cardinale singolarmente protetto, e che a norma del suo instituto
-iva per le piazze e per le chiese predicando ogni benedizione a quel
-prelato.
-
-Allontanatosi da Trezzo il cardinal Gherardo, quella rocca passò in
-possesso di varii signori; uno dei quali (e vuolsi fosse Guazzone da
-San-Gervaso) costrussevi un ponte, opera arditissima per que’ tempi,
-poichè con un solo arco attraversava l’Adda dalla sponda milanese a
-quella del Bergamasco. Acutissima ne era la volta, e constava di grosse
-pietre rozzamente connesse; e dal capo opposto del castello surgeva a
-sua difesa una barricata di pesanti travi, chiusa alla testa del ponte
-da enorme catena di ferro.
-
-Erano scorsi pochi anni da che quella rocca era stata restaurata, ed
-il ponte edificato, quando il feroce signore della Marca Trivigiana,
-Ezzelino da Romano, devastando furibondo tutte le città e i villaggi
-che incontrò sul suo cammino, pervenne sino al di qua dell’Adda.
-Irritato perchè a vuoto gli fossero tornati gli assalti con cui aveva
-tentato d’impadronirsi di Monza, difesa valorosamente dai cittadini,
-salì coll’armata alla Brianza ed a Trezzo; e come avea fatto degli
-altri paesi, così pose a ferro ed a fuoco pur questa terra, e ne
-rovinò coll’incendio la rocca. Nove anni dopo, nel 1278, impadronissi
-della demolita Trezzo, Cassone Torriano. Covando que’ signori della
-Torre acerbissimo odio contra i Milanesi, ed in ispecial modo contro
-la famiglia de’ Visconti, che privati li aveva della signoria di
-Milano, scacciandoli dalla città colle armi, tennero secrete pratiche
-co’ Tedeschi, co’ Vicentini e coi Parmigiani, sinchè, ragunata grossa
-mano d’uomini, piombarono sovra Lodi, e la presero. Duce di quella
-gente era Cassone Torriano; e con lui combattevano i suoi fratelli
-Leone e Rainaldo. Presa Lodi, si aggiunse ai Torriani, con molti suoi
-guerrieri, il Patriarca d’Aquileia, e coll’armata riunita avanzatisi
-persino a San-Donato, ivi al 13 di luglio ebbero uno scontro co’
-Milanesi. Feroce e sanguinosa durò la battaglia, sino a che i Milanesi
-andarono vôlti in fuga, e Cassone vittorioso ebbe campo d’invadere
-gran tratto di paese e rimontare sino a Trezzo. In quella zuffa
-varii combattenti caddero prigionieri in potere di Cassone, il quale
-tradottili alla rocca di Trezzo, ivi ne fece scelta; e rimandati liberi
-i Milanesi, fe’ rinchiudere i Comaschi nella Torre nera di Barbarossa,
-ove li pose a cruda morte a fine di vendicare Napo Torriano, il quale
-preso dai Comaschi nella battaglia di Desio, non venne reso nello
-scambio de’ prigionieri, ma fu lasciato perire in un gabbione di ferro
-nella torre di Baradello, in pena dell’aver fatto uccidere Simon da
-Locarno.
-
-Nè per la rotta di San-Donato i Milanesi si perdettero d’animo:
-condotti dal loro arcivescovo Otto Visconti, e fatta lega col marchese
-di Monferrato, cacciarono nel seguente anno di bel nuovo i Torriani
-al di là dell’Adda, e ripreso Trezzo, ne ricostrussero il ponte, che
-dai Torriani era stato spezzato. Poco tempo dopo, variando la sorte
-delle armi, ricadde la rocca di Trezzo nelle mani torriane; e vi si
-stabilirono Napino e Rainaldo, i quali l’abbellirono, ed a prova del
-loro dominio fecero scolpire sulle torri e lungo le mura i loro scudi
-cogli stemmi della famiglia. Ma fu pur breve quella loro signoria;
-perchè, assediativi dalle armi de’ Milanesi condotti dai Visconti,
-vennero fatti prigioni e poscia scacciati: sicchè quella rocca,
-rovinata di nuovo dagli assalitori, pervenne verso il 1320 nelle mani
-de’ Visconti, i quali datisi interamente alle cure di stato di cui
-ambivano, come infatti ne ottennero il reggimento, più non pensarono nè
-a Trezzo nè al castello, il quale per que’ potenti sarebbe riuscito una
-troppo meschina dimora.
-
-Passata la signoria di Milano e di tutte le città di Lombardia da
-Lucchino Visconti all’arcivescovo Giovanni suo fratello, questi chiamò
-eredi al sovrano potere i suoi tre nipoti, figli di Stefano Visconti,
-Matteo, Galeazzo e Bernabò; de’ quali i due ultimi erano stati da
-Luchino cacciati in esiglio per la loro prepotente audacia e sfrontata
-inobbedienza. Que’ tre fratelli succedettero allo zio arcivescovo
-nel 1350, e si divisero lo stato in tre parti. La parte orientale,
-che abbracciava le città da Lodi a Bologna sino a Pontremoli, toccò
-a Matteo; l’occidentale e meridionale, a Galeazzo, e si dilungava da
-Como a Novara colla Lumellina, e da Pavia sino ad Asti ed Alessandria;
-e la settentrionale a Bernabò, che dal lago di Garda, con Brescia,
-Bergamo e Valle Camonica, toccava sino a’ confini del Comasco. Si
-tennero a podestà comune le due città di Milano e di Genova. Matteo
-però, sei anni dopo esser pervenuto alla signoria, morì: e il popolo
-reputò fosse vittima della eccessiva libidine a cui sfrenatamente era
-inchinato; ma chi lo avvicinava ben si accorse com’egli periva per
-veleno propinatogli dai due fratelli, che per tal guisa assecuravano la
-propria vita contra gli attentati della di lui ambizione, ed ampliavano
-i proprii dominii. Rimasti assoluti signori Bernabò e Galeazzo,
-spartirono fra loro i possedimenti di Matteo, e si tenne ciascuno la
-signoria di quattro porte e quattro pusterle della città di Milano.
-Ebbe Bernabò la Romana, la Tosa, l’Orientale e la Nuova, e Galeazzo la
-Comasca, la Vercellina, la Giovia e la Ticinese, le quali mettevano a’
-suoi dominii in cui egli abitava di consueto, recandosi rade volte a
-Milano; e precipuamente stanziava a Pavia, dove avea fatto erigere un
-ricco castello.
-
-Bernabò, amante siccom’era della caccia, appena le molte guerre glielo
-permisero, pensò eleggersi abitazioni ne’ luoghi più adatti al suo
-diletto diporto. E sebbene allora corressero tempi in cui le ricchezze
-non abbondavano nè pur nelle mani dei principi, pure Bernabò non ne
-pativa mai scarsezza: tanto colle estorsioni, gli esorbitanti tributi,
-le regalie forzate e le dispotiche confiscazioni, egli seppe procurarsi
-lauti mezzi di scialacquo! Ordinò l’innalzamento di magnifici castelli
-ne’ siti che gli parvero più ameni ed accomodati alle caccie. Restaurò
-quel di Desio, ne eresse di nuovi a Melegnano, a Senago, ad Umbro ed a
-Pandino. Cacciando un giorno per gli ampii boschi che al piè de’ colli
-briantei si stendevano dal Lambro all’Adda, frammezzati soltanto di
-distanza in distanza da qualche villaggio e da pochi campi, copiosi
-oltremodo di salvaggiume, in ispecie di lepri, cervi e cinghiali,
-pervenne sino a Trezzo. Quivi giunto, fu d’un subito rapito da quella
-felice posizione, che dominava tanti boschi vicini e che presentava col
-suo ponte sull’Adda un breve passaggio alle selve del Brembo. Osservò
-la vecchia rocca, e trovandola devastata, sdegnò abitarla; ed ordinò si
-erigesse un nuovo castello de’ più grandi ed adorni che mai vi fossero
-a quella età. Nel 1370 fu data opera dai più valorosi architetti ed
-artisti lombardi alla costruzione di un castello, che a forza d’oro e
-d’uomini fu in sette anni e tre mesi condotto a perfetto compimento.
-
-Surse questo castello sull’istessa rupe che è ricinta dall’Adda, e
-sulla quale già esisteva l’antica rocca; ma non fu inalzato come quella
-rasente il masso a settentrione, di cui a picco si guarda nel fiume,
-ma sibbene assai più vêr mezzogiorno. Aveva esso la forma d’un ampio
-quadrato, le cui ruvide mura alla sommità andavano cinte di merli, ed
-alla base erano costrutte con grossi massi tagliati. Nel lato vôlto a
-mezzodì, surgeva nel mezzo una quadrata torre, merlata anch’essa, alla
-cui cima, siccome di tutte l’altre pareti del castello, allargavansi le
-mura a risalto, lasciando fra l’intervallo delle mensole lo spazio per
-altrettante balestriere. Questa torre era fasciata a metà da una zona
-di marmo, su cui stavano scolpiti a basso rilievo i ritratti di Bernabò
-e di Regina della Scala di lui moglie, e frammezzo ad essi grandeggiava
-uno scudo acuminato, su cui era rilevata la biscia incoronata, che
-ripiegata addenta un uomo nudo. Nel lato istesso scorgevasi doppio
-ordine di finestre con archi a sesto-acuto, ornati all’intorno da
-bellissimi fregi, tratteggiati nello stesso ammattonato di cui erano
-costrutte le mura. La porta d’ingresso del castello stava alla destra
-della torre, e vi si giugneva attraversando la fossa, su cui dava
-passaggio il ponte levatoio, tutto di ferro: era questo raffermo da
-due enormi travi sporgenti sotto la vôlta della porta, ed incassate al
-di sopra dell’arco, cui era attaccata doppia catena di ferro, per la
-quale e si poteva abbassarlo, ed a piacere rilevarlo, facendolo entrare
-nelle imposte di sasso che contornavano la porta: col che essa veniva
-a chiudersi perfettamente. Stava sovra la porta un’apertura, ed era la
-vedetta per cui una guardia che vi facea di continuo la scolta, valeva
-a dar presto avviso di tutte le persone che si fossero presentate per
-avere ingresso.
-
-Valicato il ponte levatoio, non penetravasi di botto nel castello,
-ma era d’uopo aggirarsi in un andito lungo il lato destro del forte,
-sinchè si giugneva al fianco settentrionale, ove affacciavasi un’altra
-porta da cui si aveva entrata all’interno del castello: lungo le
-pareti di quest’ultimo ingresso eransi praticate molte feritoie
-corrispondenti a due stanze, in cui dimorando i soldati potevano non
-visti offendere agiatamente quelli che entravano, se così si avesse
-voluto. Penetrati nel castello, scorgevasi un ampio cortile, detto la
-piazza d’armi, intorno al quale girava un porticato ad archi gotici,
-ricinti ne’ contorni da pietre alternate a quadrati bianchi e cilestri,
-e sostenuti da immani, ma rozze colonne. Lungo le mura si difilavano
-in bell’ordine le finestre, parte ferriate e parte no; ed erano quelle
-de’ varii appartamenti del principe e della corte. A pian di terra
-giacevano le armerie da guerra e da caccia, i quartieri, le cucine,
-le stalle ed i canili. Magnifiche scale conducevano agli appartamenti
-superiori addobati fastosamente con arrazzi, ed in cui molte sale
-vedevansi dipinte a suggetti di caccie, di guerre e di religione; ma
-tai dipinture erano grette, quantunque di vivace colorito, siccome dava
-l’arte di que’ tempi.
-
-Era in quel castello una picciola chiesa dedicata alla Vergine, a
-cui aderiva una cappella, detta dei morti, perchè conteneva arche
-ed ossami ivi trasferiti dalla vecchia rocca. Nè mancavano pure
-tenebrose carceri e camere appartate, in cui si erano praticate
-ribalte, o siano trabocchelli, i quali consistevano in mobile pavimento
-artificiosamente sospeso, sul quale se taluno saliva, levandosi una
-sosta si rovesciava, e precipitava lo sgraziato in un pozzo armato
-a punte che lo trafiggeano. Correva voce altresì che quivi fossero
-sotterranei ed altri luoghi spaventosi e secreti di cui si parlava con
-sospetto, ma de’ quali tutti ignoravano e l’ingresso e l’uscita. Taluno
-però asseriva d’avere inteso voci e lamenti partirsi dalla cappella
-de’ morti e dalla torre nera di Barbarossa, la quale stava rovinosa
-nel fondo del parco vicino all’antica fortezza. Perocchè al lato di
-tramontana del castello eravi una porta la quale adduceva ad un picciol
-parco, che occupava quello spazio che stendevasi tra ’l castello e
-l’isolata estremità del ciglione della rupe. In fondo al parco, difeso
-in giro da grossa muraglia, stavano gli avanzi della vecchia rocca. In
-questo muro eransi praticate varie porte munite di forti cancelli, ed
-a cui mettean capo alcune stradicciuole che scendendo a scacco per la
-rupe, o si recavano al piano dell’Adda, o si dirigevano pei villaggi
-e pei boschi. Ove il parco avea fine, eravi altra porta fiancheggiata
-da due torri, la quale dava passaggio al ponte sull’Adda, novellamente
-ricostrutto, assai più grandioso e massiccio del primo. All’altro capo
-del ponte eransi erette due altre torri quadrate che ne difendevano
-l’ingresso, chiuso inoltre da una barricata di travi a punte di ferro.
-
-Già da dieci anni sorgeva questo castello, ed il parco era folto d’alti
-e fronzuti alberi, ed alla sommità degli archi di pressochè tutte le
-porte vedevansi appesi ove teschi di cinghiali, ove la ramosa fronte
-d’un cervo, ove falchi ed avoltoi, trofei delle molte caccie date da
-Bernabò, alloraquando sul finire del giorno, per noi già annunziato[6],
-giunse Bernabò stesso, condottovi prigioniero colla comitiva descritta
-a Mandellone dai due ladri, che dissero d’averla iscorta per la via del
-bosco di Concesa.
-
-A pena la guardia posta alla vedetta del castello vide spuntare le
-lancie fuori del bosco, diè fiato al suo corno d’avviso, e accorse
-tosto il castellano, che era Tadone Fosco: veduto egli soldati
-lombardi, e fra essi il cappuccio di Bernabò, fece immediatamente
-abbassare il ponte levatoio. I due capi di lancia che erano
-all’antiguardia, passato a pena il ponte, si posero vicini alle catene
-interne delle travi che servivano a rialzarlo, facendone sgombrare i
-due uomini che vi si trovavano. Gasparo Visconti, spronato il cavallo,
-fu a dosso al castellano, e curvandosi sull’arcione levò d’un colpo
-il mazzo delle chiavi che appese ei teneva ad una cintura di cuoio;
-la quale per la strappata spezzossi, ed il povero Tadone cadde a terra
-dimandando pietà: poichè mal sapendo la causa di sì inusato procedere
-contra di lui, temeva la mala ventura. Ma Gasparo Visconti gli fe’
-cenno s’alzasse, e lo precedesse al castello; il che Tadone eseguì
-senza trar fiato. Tutti i soldati, i prigionieri e la paravéreda
-entrarono nella prima porta, e da quella volgendo lungo l’andito,
-passarono nella seconda; dove le guardie, vedendo quella comitiva
-preceduta dal castellano, non opposero al loro ingresso resistenza
-alcuna. Non sì tosto il seguito fu entrato, che Gasparo Visconti fece
-rialzare il ponte levatoio, ed intimò a Iacopo del Verme, che teneva
-il comando sotto di lui, di dar subitamente la muta alle sentinelle,
-disarmando i soldati di Bernabò, e coloro fra questi che non giurassero
-fede a Giovan Galeazzo, facesse chiudere nella torre. Iacopo del Verme
-dispose i suoi soldati alla porta maggiore del castello ed a tutte le
-altre entrate. Ne pose una parte anche alla porta del parco, e fece
-chiudere le barricate del ponte, collocando soldati nelle torri che
-lo fiancheggiavano; poscia ordinò alcune scolte, onde si aggirassero
-intorno alle mura del castello.
-
-Bernabò frattanto e i suoi due figli Rodolfo e Lodovico erano stati
-condotti nella sala maggiore dei superiori appartamenti, dove li aveano
-seguiti frate Leonardo, Donnina de’ Porri, e le sue due figlie colla
-vecchia Geltrude. Poichè furono i prigionieri assecurati nel castello,
-Gasparo Visconti usò seco loro maniere più gentili, siccome eragli
-stato imposto da Galeazzo, il quale voleva che a Bernabò ed a’ suoi,
-sebbene prigionieri, si avessero que’ riguardi che erano dovuti alla
-dignità ed al grado di parentela in cui gli erano congiunti. Appena
-infatti tutte quelle persone si furono raccolte nella gran sala,
-argomentando il capitano che la sua presenza non poteva riuscire che di
-peso a Bernabò ed agli altri, partissi di là per far disporre a comodo
-comune il restante dell’abitazione.
-
-La bella luce del declinare del giorno penetrava nella maggior sala del
-castello per le vetriate a più colori di due ampie finestre rivolte
-ad occidente, e da due altre al lato opposto si vedeva riflettere
-rosseggiante sulle mura merlate e sugli archi del cortile. Stavano
-in quella sala appese intorno alle pareti varie armature e scudi con
-fascie e campi a diversi colori; e vi erano disposti ampii seggioloni
-riccamente coverti di drappi trinati in oro, ed altre sedie minori.
-Sopra un seggiolone si assise Bernabò, rigettando dalla testa la
-pelliccia d’ermellino con cui di consueto si ricopriva: pingue era la
-sua persona, aveva elevata e calva la fronte, bianchi i capelli che ne
-velavano le tempie, oblungo il viso e di lineamenti marcati e severi.
-Si adagiò, tutto abbandonandosi colla persona nel sedile; alzò gli
-occhi alle pareti: un lampo di sdegno rifulse nel suo sguardo, che girò
-torbido e minaccioso, sinchè lo abbassò raccogliendo in atto doglioso
-le braccia al petto. Alla sua destra stava ritto in piedi frate
-Leonardo eremita, il cui rozzo saio, la lunga barba, le macre guancie e
-lo sguardo umile ed inclinato, spiravano i patimenti e la sofferenza.
-
-Alla sinistra di Bernabò era seduta Donnina della nobile famiglia
-de’ Porri, che Bernabò aveva eletta a marchesa della Martesana,
-infeudandola d’un ricco dominio. Essa fu l’ultima e la più fedele fra
-le molte di lui amate, poichè soffrì dividere con esso la prigionia
-unitamente alle proprie figlie, per continuargli le sue cure, e
-temperarne gli affanni. L’età di lei era oltre i quarant’anni; e
-sebbene non conservasse nel volto la leggiadria e la freschezza di
-sua prima beltà, vi avea però ancor dipinta tutta la dignità e quella
-nobile elevatezza dell’animo, ch’è pregevole ne’ prosperi, e sublime
-nei contrarii eventi; mostravasi taciturna, ma cogli sguardi spiava in
-volto a Bernabò quali idee lo agitassero, onde arrecargli conforto di
-qualche consolante parola.
-
-Presso a lei era Damigella sua seconda figlia: appena il
-quattordicesim’anno faceva in essa spuntare i primi fiori della
-giovinezza; il tondeggiante suo viso, colorito dalla salute, annunziava
-l’innocenza ed il brio della tenera età; i di lei occhi, nerissimi al
-pari de’ suoi capegli, piegavano mesti verso il viso di sua madre, il
-cui melanconico contegno ne frenava l’usata vivacità, ciò null’ostante
-svolgea scherzando intorno alle proprie dita il cordoncino d’oro che le
-allacciava la veste, quasi fosse incapace di starsi in perfetta quiete,
-e si rivolgea di quando in quando a guardar Geltrude, che seduta
-da un canto era tuttora disaggradevolmente sorpresa dell’improvviso
-cangiamento di sue abitudini.
-
-Più in là verso la vetriata, in atto meditativo, stava dai cristalli
-contemplando il cielo, Ginevra, la primogenita di Donnina; il color
-roseo della luce si mesceva al pallido del suo volto, e le dava un
-non so che di trasparente. Ne’ suoi grandi occhi azzurri, entro cui
-la melanconia e le lontane memorie spremevano una lagrima, si leggeva
-il bisogno di teneri sentimenti; una reticella formata d’un filo
-misto d’oro e verde le annodava le biondissime treccie, di cui alcune
-ciocche ricadevanle sulla fronte; un corpetto ricamato a neri fiori
-sopra fondo scuro, il quale era aperto e rannodato sul seno da una
-cordicella d’argento, ed una veste di drappo azzurro formavano il di
-lei abbigliamento.
-
-Più lungi Rodolfo e Lodovico sommessamente andavano cangiando qualche
-motto fra loro; la ricciuta capellatura di Rodolfo e la fierezza dello
-sguardo e de’ robusti lineamenti davano alla sua persona un aspetto più
-tosto minaccioso che abbattuto; mentre la chioma liscia e inanellata
-che ricadeva sul collo a Lodovico, non che i tratti gentili del di lui
-viso atteggiati a mestizia, appalesavano quanto riuscisse doloroso al
-suo cuore lo stato del proprio padre e della famiglia.
-
-Tutti questi personaggi serbavano già da qualche tempo un profondo
-silenzio, meditando forse ciascuno la sua trista fortuna presente e
-l’incerto avvenire che gli si preparava; fors’anche eran compresi dalla
-solennità dell’ora che precede la notte, in cui la desolazione ed un
-segreto spavento penetrano nelle anime afflitte, quasi se sparendo la
-luce, sparisse un amico consolatore, allorchè entrò in quella sala un
-paggio, annunziando a Bernabò che se, come era suo costume, intendeva
-discendere nella chiesa del castello per recitare le preghiere della
-sera, tutto era disposto; e udissi in questo mentre la campana suonare
-il segno usato per chiamare alle orazioni vespertine. Bernabò fu più
-scosso da questo suono che dalle parole del paggio; e frate Leonardo a
-lui rivolto disse:
-
-«Scendiamo, o Principe, ad impetrare dalla gran Madre di Dio un
-sollievo ai nostri mali. Se ella degna ascoltare le nostre preghiere,
-e infonderà nel cuore quella pace e quella rassegnazione che la nostra
-umana fralezza non saprebbe ritrovare in tutte le vanità della terra.»
-E in così dire gli si accostò per porgergli braccio ad alzarsi dalla
-sedia su cui stava assiso; ma Bernabò, alzandosi da sè francamente: —
-«Per Sant’Ambrogio (gridò), io pregherò assai meglio nostra Signora
-di Trezzo che quell’ipocrita di Giovan Galeazzo non avesse pensato
-di pregare la Vergine del monte di Varese.» Nè potè trattenersi dal
-dire fra i denti la sua solita e terribile espressione di vendetta:
-«Che egli venga squarciato da’ miei cani.» Ma Donnina, che lo
-intese, tremando che alcun altro l’avesse udito, vibrògli uno sguardo
-significante, e Bernabò s’avviò silenzioso verso la porta della scala.
-Il principe era appoggiato all’eremita; Donnina al suo fianco sinistro;
-dietro le venivano Ginevra e Damigella con Geltrude; indi Rodolfo e
-Lodovico. Le guardie che stavano al piede della scala abbassarono
-l’alabarda al passare di Bernabò, e la comitiva, attraversato il
-cortile, entrò nella gotica porta della chiesa.
-
-L’oscurità che ivi regnava non era diradata che dalla luce rossastra
-di due lampade che ardevano innanzi all’immagine della Vergine; e
-questa luce diffondendosi sotto quella volta rischiarava alcuni avelli
-di marmo trasportati dalla vecchia rocca, che forse erano quelli
-de’ suoi primi fondatori, e ripercuotevasi sui profili delle statue
-che vedevansi distese sopra le arche, atteggiate all’eterno sonno;
-penetrava pur anche fiocamente quel lume entro il cancello che chiudeva
-la cappella de’ morti; e facea luccicare alcune ossa pulite dal tempo
-e dalle mani di chi toccandole invocava pace allo spirito che le aveva
-animate, e le quali stavano disposte in giro sulle pareti. Collocatisi
-ciascuno in divota posizione, disse l’eremita un sermone sulla caducità
-delle umane grandezze; indi intuonò le preci con canto monotono e cupo,
-ma con voce pietosa. Rispondevano a quel canto nello stesso tenore
-alternativamente i supplicanti; e quelle voci di dolore replicate dagli
-echi della volta della chiesa, perdendosi in un mormorio indistinto
-nella cappella de’ morti, incutevano negli animi un terrore e una
-mestizia profonda.
-
-Ma nessun cuore fra tutti quelli che palpitavano in seno a que’
-preganti, era commosso ed agitato al pari di quello della bella
-Ginevra. Genuflessa, col volto raccolto nelle proprie palme, ella
-talora lasciava scorrere la sua mente sulla folla delle tenere memorie
-che in lei si destavano; ma oppressa da crude ambascie e dal doloroso
-aspetto dell’avvenire, traeva in segreto affannosi sospiri; tal fiata,
-condannandosi come rea, perchè nella casa di Dio attendesse a sì fatti
-pensieri, alzava gli occhi all’immagine della Vergine, e ne invocava
-il possente aiuto. Alfine il tenebrore di quel sacro luogo, i tristi
-oggetti che la circondavano, l’alternare di quelle voci, i terrori che
-l’agitavano, addensarono un velo così funesto sulla di lei fantasia,
-che le forze sarebbonle mancate sotto l’angoscia che la premeva, se
-fosse durata nello stesso stato più a lungo; ma in quell’istante
-terminarono le preci, e tutti rialzatisi si mossero per uscire di
-chiesa. Pallida, tremante, ella si rilevò: appoggiossi a Geltrude,
-e a lenti passi si avviò fuor del tempio. La freschezza dell’aere, e
-il bel color d’argento di cui la rivestiva la luna nascente che già
-imbiancava i merli delle mura e delle torri, e il brillar di varie
-stelle che scintillavano nell’azzurro del firmamento, sollevarono quel
-peso di terrore e di affanno che si era concentrato nel cuor suo; più
-liberamente ella respirò; e il pallore quasi mortale che si era diffuso
-sulle sue guancie divenne debilmente animato da un lievissimo color di
-rosa.
-
-Attraversato di nuovo il cortile, tutti risalirono nella sala maggiore,
-e di là, dai paggi che Gasparo Visconti aveva a ciò destinati, vennero
-condotti in varii appartamenti. Bernabò fu posto in quello in cui era
-accostumato abitare, e che stava nel lato meridionale del castello,
-al fianco sinistro della torre; presso a sè egli volle ritenere frate
-Leonardo, e nelle attigue stanze Donnina. Rodolfo e Lodovico furono
-collocati in ricche camere al fianco destro della torre; e Ginevra e
-Damigella con Geltrude furono poste nel lato orientale del castello,
-ove da un verone guardavasi nell’Adda; ed era un appartamento da
-Bernabò un tempo addobbato per ospiziarvi le dame che egli accoglieva
-in quella dimora. Gasparo Visconti e Iacopo del Verme, colle altre
-persone d’armi di maggiore conto, ebbero buon alloggio nelle molte
-camere dal lato occidentale.
-
-Vennero apprestate le cene, e tutti furono nelle diverse camere
-serviti. Gabriella, che era la guardiana del castello, siccome moglie
-di Tadon Fosco, donna accorta, di modi franchi e gioviali, perchè
-accostumata a trattar soldati e cortigiani, fu destinata al servizio
-di Donnina e delle sue figlie. Salita nelle stanze di queste, recando
-loro una cena ch’ella stessa avea allestita, vedendo che Ginevra
-mesta e taciturna non era punto dai cibi solleticata a mangiare, si
-pose barzellettando a farle animo per divagarla dalla melanconia; e
-le disse che sarebbe stata sì agiatamente in quel castello quanto nel
-suo palazzo di Milano. Fece una pomposa descrizione del parco, e narrò
-meraviglie dei due cervi addimesticati che vi passeggiavano; parlò
-delle rovine della vecchia rocca, della torre nera di Barbarossa e
-degli spiriti che la abitavano; i quali durante la notte correvano per
-il parco cavalcando i cervi: spiriti però all’intutto innocui, poichè
-Tadone suo marito, che tal fiata ella astringeva a passar la notte da
-lei discosto, trovandosi nel parco, fu sommamente spaventato dal loro
-incontro, ma giammai ne patì offese. Vedendo però Gabriella che tutte
-le sue narrazioni nessun sollievo arrecavano all’animo di Ginevra,
-pensò, da donna accorta qual era, che il di lei male tenesse radice
-ben più profonda che non nel semplice dispiacere della reclusione in
-tal luogo: sicchè, fissandola con uno sguardo malizioso e penetrante, e
-parlandole sommessamente, le disse:
-
-«Se mai, signora, v’accrescesse il disgusto di abitare in questo
-castello, l’idea di non potervi procurare a piacer vostro qualche velo
-o drappo di que’ de’ Segazoni[7], oppure di non poter mandare a qualche
-vostra amica un nastro da voi trapunto, sappiate che qui abita un
-aríolo[8], detto Enzel Petraccio, il quale sa tutto e va per tutto; e
-se pur vi fossero dieci capitani d’armi e diecimila soldati a custodire
-il castello, e se queste mura avessero lo spessore d’una montagna, egli
-entra ed esce a suo senno dal castello, senza che alcuno lo possa nè
-scorgere nè arrestare. Io e mio marito l’abbiam sempre lasciato abitar
-qua liberamente, perchè esso ci racconta tutte le novelle del paese,
-e ci serve fedelmente in tutto ciò che gli comandiamo; e se a voi
-piacesse aver notizia degli avvenimenti di qualunque persona che gli
-chiediate, ve li narrerà dalla nascita sino al momento in cui vi parla;
-se desiaste inviarlo a recare, o ricevere qualche cosa, gli è come se
-vi andaste voi stessa... Ah! pur troppo egli sa tutto!.. Sapeva già da
-un mese la disgrazia che doveva accadere a Bernabò; ma siccome racconta
-le cose con motti stravaganti, non l’avevamo compreso chiaramente.»
-
-Ginevra al sentire che esisteva un uomo capace di rischiararla
-sul destino di persone lontane, fu punta da viva brama di parlare
-all’Aríolo per intendere che mai fosse di una persona che il suo cuore
-forte ardeva di rivedere; ma temè di fidare il segreto suo più caro
-ad un uomo che esser poteva un astuto ingannatore di quelle genti
-ignoranti, e porne sì a parte una donna che ancora non conosceva.
-Quindi dopo un istante di riflessione ringraziò Gabriella di sue
-cortesi offerte, e licenziolla dicendo volersi recare al riposo.
-Partita Gabriella, Ginevra si accostò al verone, e le si stese alla
-vista un vasto piano variamente illuminato dalla luna, nel quale
-scorgevansi grandi spazii, erano i folti boschi dei dintorni; spinse
-indi lo sguardo al più lontano orizzonte, dalla parte d’oriente,
-sospirò, e ricadde in una tetra melanconia. Universale era il silenzio
-e la quiete intorno a lei, rotta soltanto dal romoreggiare incessante
-dell’Adda che frangevasi contro la rupe del castello, o da qualche
-lontano grido, o scoppio di risa che partiva dalle stanze inferiori,
-ove i soldati ed i paggi stavano lietamente gozzovigliando.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
- Di terra passarono in terra,
- Cantando giulive canzoni di guerra,
- Ma i dolci castelli pensando nel cor.
- Per valli petrose, per balzi dirotti
- Vegliaron nell’armi le gelide notti
- Membrando in fidati colloquii d’amor.
- MANZONI.
-
-
-A pena la luce del primo biancheggiare dell’alba trapelò per entro
-i fessi delle travi della capanna di Mandellone, Palamede, che
-ansiosamente fra gli interrotti sonni aveva atteso il giorno, si levò
-dal giaciglio di foglie su cui aveva passata la notte. Girando lo
-sguardo fra quel lume incerto, il primo oggetto che gli occorse alla
-vista si fu il crocifisso di legno sul quale Aldobrado aveva a’ ladri
-fatto prestar giuramento, e che pria di coricarsi avea riposto sovr’una
-tavola. Palamede alzò colla destra quel crocifisso, e piegatoglisi
-innanzi con un ginocchio a terra, mandò alcune fervorose preghiere,
-invocandone il potente patrocinio nell’impresa che stava per assumere;
-indi rilevossi, e lo ripose. Staccò poi da un uncino di legno la sua
-spada che appesa vi avea la sera, baciò tre volte la ciarpa a cui
-andava rafferma, e, siccome per voto soleva, fecesi il segno della
-croce colla impugnatura su cui stava effigiata a cesello l’imagine di
-Sant’Ambrogio contornata di pietre preziose, e se la mise a tracolla.
-
-In questo mentre svegliossi anche Aldobrado, balzò in piedi d’un
-salto, e volse intorno gli occhi con sospetto, parendo ne’ primi
-moti intricato nella lunga veste che lo avviluppava; ma assecuratosi
-dell’esser solo con Palamede, si rinfrancò, diè di piglio al
-crocifisso, e toccatosi con quello il petto, se lo ripose sotto la
-tunica: indi uscirono ambedue dalla capanna.
-
-Già i primi raggi dell’aurora imporporavano la dentata cima del Segone
-e degli altri monti di Lecco e del Bergamasco, e dalla parte del Brembo
-il cielo s’investiva della lucida tinta del crepuscolo, sebbene dal
-lato opposto risplendesse ancora qualche rara stella. Si udiva per
-entro i folti rami degli alberi dell’isola uno stormire di uccelletti,
-e uno zirlare di tordi e allodole, a cui si univa un mormorio delle
-foglie per l’alitare d’una brezza mattutina, che increspava le correnti
-acque dell’Adda. Nel praticello poco lungi dalla porta della capanna,
-già stavano intesi al partire il Tencio, il Brescianino e il Carbonaio,
-muniti ciascuno delle proprie armi; un po’ più discosto eravi lo
-scudiere di Palamede, il quale teneva pel freno il suo destriero e
-quello del cavaliere, a cui aveva addossati gli arcioni e le armi; e vi
-era pur Mandellone con sua figlia Maria, che avea costretto a dormire
-al suo fianco sulla zattera; e il servo Trado. Tutti, all’aprirsi
-della porta della capanna, ed all’uscirne di Palamede ed Aldobrado,
-s’inchinarono, scoprendosi il capo; ma più d’ogni altro inchinossi
-umilmente Mandellone, che si accostò al cavaliere, chiesegli scusa
-pel disagiato letto su cui aveva dovuto passare la notte, e gli offrì
-con voce melata una refezione per disporsi al viaggio. Ma Aldobrado
-interruppe bruscamente il suo parlare, e volgendosi a Palamede gli
-disse con voce sommessa: «Per l’impresa che meditammo, e pei compagni
-che ne deggiono seguire (ed accennò i tre ladri), fa d’uopo che
-cangiate quegli abiti di troppo ricchi ed appariscenti; armatevi il
-capo, e riponete le piume. — E che farem noi dei cavalli?» soggiunse
-Palamede: «È necessario (riprese l’altro) o qui lasciarli, o mandarli
-a qualche vicino contado al di là dell’Adda, onde si trovino pronti
-sulla strada al ritorno che faremo, compiuta l’impresa.» E in così
-dire fe’ cenno a Mandellone ed allo scudiere che gli si avvicinassero;
-e trattili in disparte, disse loro: «Tu, Mandellone, terrai in
-quest’isola questo scudiere e quei due cavalli, e loro presterai tutto
-quanto sarà d’uopo; e tu, scudiere, attenderai qui il ritorno o del tuo
-signore, o di me che ti recherò i di lui comandi.» Ambedue mostrarono
-la loro grata sommissione a tale ordine; il primo, perchè isperava una
-lauta ricompensa; l’altro, perchè il bel volto e gli occhi espressivi
-della figlia di Mandellone aveangli reso piacevolissimo il soggiornare
-nell’isola. Palamede, fattesi recar le armi, si levò l’abito ranciato e
-la maglia, ed addossò una fina armatura d’acciaio non pesante, ma salda
-a tutte prove, che avanti la sua partenza aveale donata il marchese
-Azzo Liprando, che teneagli luogo di padre, e lo amava qual figlio;
-acconciossi i bracciali ed i guanti; lasciò il berretto, e si coverse
-il capo con un elmo a celata, ma senza cimiero; ritenne la spada in una
-catenella che si cinse, v’infisse un pugnale di una forma singolare che
-acquistato egli aveva a Venezia da un Greco della corte di Bisanzio,
-e gittossi alle spalle un bruno mantello. Porse a Mandellone due
-imperiali d’oro; indi raccomandossi allo scudiere perchè avesse special
-cura del suo cavallo, a cui innanzi al partire palpeggiò la groppa,
-ed accarezzò il muso ed il collo, acquetandolo colla voce, mentre egli
-ergeva la testa nitrendo e scalpitando, impaziente che il suo signore
-gli salisse sul dorso onde mettersi in cammino. Affrettato da Aldobrado
-si pose in via. Mandellone corse a staccare la zattera, e li trasportò
-al di là dell’Adda.
-
-Giunti a piè della ripa, il Brescianino, il quale, velocissimo di
-gambe, soleva prestamente ire e redire spiando da lungi se a caso si
-avessero ad incontrare persone sulla strada, salì all’uopo pel primo,
-quasi servisse d’antiguardo; indi seguivalo il Tencio, e dietro a lui
-Aldobrado e Palamede; a retroguardia stette il Carbonaio, il quale
-indossando abiti alla foggia de’ villici di que’ luoghi, e portando
-una scure da taglialegne, non valeva ad incitare sospetto alcuno, se
-iscorto lo avessero i gabellieri od i soldati: potea così dare avviso
-se taluno li sorprendesse alle spalle. Salita l’erta ed elevata sponda,
-trovaronsi sulla strada del bosco di Concesa, la quale fu da loro
-abbandonata per cacciarsi dirittamente nella foresta che le sorgeva a’
-fianchi.
-
-Foltissimo era quel bosco, formato da spesse ed antichissime piante:
-le quercie, gli olmi, i faggi, le elci, qualche pioppo e platano
-occupavano i fondi paludosi, e s’intralciavano fittamente coi rami in
-guisa da produrre un’ombra densissima. Al loro piede i vepri, le spine,
-i vimini ingombravano il terreno; a cui si mescevano ne’ siti umidi,
-canne e giunchi; ne’ più silvestri, rose e pruni selvatici. Su pei
-tronchi serpeggiavano l’ellera, ed altre piante parassite, le quali
-in varii luoghi slanciandosi come le liane da un albero all’altro,
-attraversavano il cammino a guisa di verde tenda. Quivi eran piante
-per vecchiezza cadute; altre là si sfasciavano ritte sulle morte
-radici: tutto in somma nel folto di quella selva annunziava che la mano
-dell’uomo non l’avea da gran tempo tocca.
-
-Il Brescianino però frammezzo a quegli inviluppi s’avea messo per un
-sentiero che non potevasi discernere che da chi n’aveva gran pratica,
-il quale, aggirandosi in volte e rivolte per lo intrecciarsi delle
-piante, conduceva fra levante e settentrione al centro del bosco. Gli
-altri lo seguivano a varie distanze, spiando attentamente i di lui
-moti, per iscorgere se mai per la selva vi fossero appiattate insidie.
-E siccome ad ogni tratto da una parte o dall’altra, spaventati dal
-rumore che essi facevano nel passare fra i rami e le foglie, sbucavano
-dalle macchie fuggendo pel bosco o cerbiatti o lepri, e tra le fronde
-svolazzavano uccelli, o saltellavano scoiattoli, Palamede e Aldobrado
-si arrestavano insospettiti; chè pel vero accostumati siccom’erano a
-percorrere le selve nel frastuono delle caccie, giammai fu loro dato
-di udire quella pressa di animali, che il guaire de’ cani suol volgere
-in fuga anzi l’arrivo del cacciatore: così tra l’aspetto selvaggio del
-luogo e le antiche abitudini tenevano opinione di null’altro ritrovare
-colà fuorchè silenzio profondo.
-
-Dopo aver camminato lungo spazio di tempo fra un labirinto di piante,
-giunsero ove il bosco, diradandosi, presentava un aspetto di solitudine
-più gradevole; indi pervennero in un largo spazio verdeggiante, in
-cui s’ergeva un’antica solitaria chiesa; chè tale parve sulle prime
-a Palamede l’edifizio che gli si offerse dinanzi. Era questo una
-rotonda non molto vasta che serbava le forme di un tempietto romano;
-e scorgevasi che un tempo andava decorata in giro da ornamenti
-architettonici, di cui però non apparivano qua e là che pochi avanzi.
-Sull’ingresso, che era volto a ponente, stava un peristilio di gusto
-gotico, il quale constava di una guglietta acuta sostenuta da quattro
-sottili colonne, che appaiate s’appoggiavano alla base sul dorso di
-due leoni, a cui o il tempo o gli accidenti aveano ad uno mozzato il
-capo per intero, all’altro per metà. Sull’avanti della guglietta, in un
-campo triangolare, stava effigiata a bassorilievo una donna incoronata,
-rivolta verso un’altra figura di cui non si scorgeva più l’aspetto,
-ed in giro vi erano alcune lettere scolpite, che nessuno di loro
-seppe, o si curò di leggere. Palamede ammirò, compreso da una certa
-meraviglia, quell’edifizio locato in un luogo sì solitario, e gli parve
-destarglisi una sensazione, non dissimile da quel sacro orrore, che già
-infondevano gli antichi templi che, per farne più solenne ai profani
-l’avvicinamento, si ergevano nelle foreste.
-
-Il Brescianino intanto era penetrato per la non difesa porta di quel
-tempietto (che que’ ladri nel loro gergo chiamavano la _tana del
-cervo_), allorchè diè d’un subito indietro, gridando spaventato:
-«Il diavolo! il diavolo!» E s’intese in quel mentre come un lungo
-e lamentoso ruggito partirsi dall’interno dell’edifizio. Tutti
-arretraronsi sulle prime inorriditi, e ad Aldobrado un visibilissimo
-pallore salì alle guancie; ma il Tencio, accortosi ben tosto di ciò che
-fosse, alzò lo stocco che tenea fra le mani, e voltosi al Brescianino
-disse: «Se tu andassi allo spiedo, siccome io vi metterò quest’oggi il
-diavolo che sta là dentro, sarebbevi al mondo un vigliacco infingardo
-di meno.» Resi impertanto avvertiti i compagni a star colle armi
-preparati al colpire, si cacciò nel tempio. Palamede sguainò la spada;
-Aldobrado, non avendo armi all’uopo, levò un grosso masso, uno dei
-tanti ruderi caduti dall’edifizio e giacenti sull’erba; il Brescianino,
-benchè ancor tremante dallo spavento, dirizzò il suo spiedo; e il
-Carbonaio, che era giunto in quell’istante all’orlo della boscaglia,
-subitamente arrestossi, alzando la scure. S’intese nel tempio gridare
-il Tencio a tutta gola, al che successe un parapiglia, uno incalzarsi
-rumoroso; indi si vide sbucare dalla porta un nero animale zannuto,
-ed era un cinghiale, il quale, scoperti que’ che fuori lo attendevano,
-tentò di arretrarsi; ma il Tencio, pungendolo collo stocco nel dorso,
-lo costrinse ad uscire. I tre al di fuori gli furono addosso, e il
-ferirono in varie parti; ma sarebbesi tuttavia recato in salvo, se
-Aldobrado col colpo di pietra non gli spezzava una gamba, per cui venne
-a cadere ai piedi del Carbonaio, che gridando «A me, a me!» gli spaccò
-il cranio con un colpo di scure vibrato a due mani. Il Tencio rientrato
-nel tempio, ne uscì portando nella destra sospesi per un piede due
-cinghialini a pena nati; e ben si avvidero che l’ucciso animale era una
-cinghialetta che colà avea deposto i suoi parti. «Male per chi va nella
-tana del cervo che ha le corna di ferro (disse il Carbonaio, accennando
-la scure): così per un po’ di giorni noi avremo l’arrosto. — Vedi come
-abbiamo trattato il tuo diavolo?» soggiunse il Tencio volgendosi al
-Brescianino, il quale presa la scrofa per una gamba se la trascinava
-nel tempio, in cui tutti penetrarono.
-
-Nude erano le interne pareti di quell’edifizio, e la volta dal lato
-meridionale appariva diroccata: quivi trapelava per ampio foro la
-luce. Il pavimento si offriva tuttora lastricato di marmi; e nel
-suo mezzo si ergevano disposti in foggia quadrangolare dei massi che
-formavano una specie di altare o d’ara, a cui si ascendeva per due in
-allora sconnessi gradini. Recatisi dietro quest’ara, il Tencio e il
-Carbonaio, l’uno collo stocco, l’altro colla scure, puntarono ad una
-lastra di pietra, facendo sì che questa levandosi, aprisse il varco
-ad una angustissima scala che metteva sotterra. Appuntellata la pietra
-invitarono Palamede e Aldobrado a discendere, senza tema di sorta, in
-quella che essi appellavano la _fontana_, di cui dissero mille elogi,
-tanto per la freschezza che vi si godeva, di grande ristoro in quella
-stagione, quanto per la sicurtà del nascondiglio. Discesero la scala
-essi pei primi; chè d’alquanto furono ritrosi da principio il finto
-frate e il cavaliere, cui mosse non lieve ribrezzo quell’entrare là
-sotto; ma presa fidanza ne’ giuramenti dei ladri e nella guarantia
-delle proprie armi, pronti alla fine vi si risolvettero. Ultimo a
-discendere si fu il Brescianino, che calò al basso prima la uccisa
-scrofa; indi, fatti alcuni gradini; levò il ferro che sosteneva la
-pietra, la quale abbassatasi chiuse il sotterraneo.
-
-Affatto tenebrosa parve a prima giunta quella sotterranea stanza ai
-due che vi erano stranieri, e solo a’ loro orecchi risuonò un lieve
-gorgoliar d’acqua. Scorsi alcuni istanti, e dileguatasi dalle loro
-pupille la impressione della viva luce esterna, cominciarono ad
-iscorgere varii fori praticati in giro delle pareti, per dove penetrava
-uno scarso lume: indi si avvidero di trovarsi sotto una volta sostenuta
-da due massiccie colonne, e il vano del sotterraneo corrispondere in
-estensione al pavimento superiore del tempio: osservarono pure che
-la scala per cui eran discesi girava a spira intorno ad una di quelle
-colonne. Presso la parete in fondo, era un avello di marmo, da cui la
-soverchiante acqua ricadeva con debile mormorio in sottoposto bacino,
-e appese qua e là per le muraglie stavano armi ed altri arnesi. Nel
-mezzo eravi un grosso tavoliere di legno, ed in giro vani sedili. «Qui,
-signori miei (disse Tencio ai due che si erano seduti a canto di quella
-tavola, guardando intorno con atti di meraviglia), qui voi potrete
-abitare securi, anche sino a quando quella santa, di cui nessuno sa
-il nome, abbia tratto la freccia.» E in così dire, accennò una rozza
-scultura sulla volta, che rappresentava una Diana in atto di tender
-l’arco. «Sappiate che niuno ha mai ardito di penetrare nella tana del
-cervo, e molto meno qua sotto a ber di quell’acqua, da che Guandaleone
-da Dongo, mio zio, detto l’Eremita bruno, venne a stabilirvisi,
-al tempo che il signor Bernabò, fabbricando il castello di Trezzo,
-chiuse nel parco la vecchia torre di Barbarossa, sua prima abitazione.
-Perocchè Guandaleone era un uomo penitente, il quale non amava che tre
-cose: sant’Uberto, di cui portava sempre seco l’imagine, la solitudine,
-e la borsa dei passeggeri. — Ma che? di’ tu il vero? (esclamò Aldobrado
-il quale al nome di Eremita bruno era balzato in piedi atterrito.)
-Questa è la grotta dell’Eremita bruno? di quello spirito spaventoso
-del bosco, di cui narravasi esserne così tremendo l’aspetto? di colui
-che or prendeva le forme di un falco, or di un cinghiale, ora di una
-vipera, per assalire spietatamente que’ che s’avessero la disavventura
-di essere da lui veduti prima di scorgerlo. Dalla cui grotta narravasi
-uscisse un fumo, il quale aveva il potere di incenerire chiunque vi
-si accostasse? e però i contadini non solo, ma Bernabò, io stesso, e
-tutta la gente di corte, quando scorgevamo per questo bosco levarsi in
-qualche sito del fumo, recedevamo rapidamente. — Ah! Ah!» a que’ motti
-diedero in uno scroscio di risa i tre ladri. «Il fumo, proseguì il
-Tencio, non era che quello delle legne con cui egli faceva qui sotto
-arrostire le lepri, che io stesso uccideva pel bosco; e que’ che si
-accostavano, non rimanevano morti che per mezzo dell’asta uncinata che
-là vedete, e colla quale il romito, mirandoli qui celato da quel foro,
-sapea colpire sì bene da trapassare un uomo con maggiore destrezza
-ch’io non faccia d’una lepre: così non era dato pur mai al tapino di
-accorgersi da qual banda partisse il colpo. «E dove trovasi adesso
-codesto terribile Guandaleone?» disse Palamede. «Qui sotto (rispose il
-Tencio, percuotendo con un piede il terreno); ma credo che il diavolo
-si porti via le ossa ad uno ad uno, perchè veggo qui ogni giorno,
-abbassarsi il suolo. — E voi tre (riprese Palamede), a che veniste a
-compagni di Guandaleone, se, come tu dicesti, o Tencio, egli amava la
-solitudine?»
-
-«Questi due (rispose Tencio) ci vennero quando l’anima di Guandaleone
-era già volata in giù, mercè un colpo di lancia che un bravo sulla
-strada di Vimercate, non volendo perdere il proprio denaro, seppe
-vibrargli: sicchè appena ebbe forza di rientrare nel bosco, e
-strascinarsi fin qui, dove innanzi al morire imposemi di seppellirlo
-nello stesso luogo ove sarebbe spirato, il che ho eseguito appena ebbe
-chiusi gli occhi, perchè non venisse la notte, urlando e fischiando,
-a rompermi colle catene il sonno. Non erano allora che tre anni da
-che io mi trovava con lui, e ciò fu per ben tenue cagione. Sappiano,
-signori, che recatomi un giorno a Milano, andai con uno mio compare in
-una taverna, entro cui venne pure un soldato, che sul morione[9] teneva
-un bel pennacchio rosso. Mio compare, che amoreggiava Bertranda della
-pusterla Fabbrica, alla quale piaceva il pungerlo del continuo, perchè
-innanzi le comparisse con qualche ornamento della persona, pensò farsi
-bello con quel pennacchio: lasciato che il soldato deponesse il morione
-sopra un sedile, staccògli la piuma, e se la nascose fra le pieghe de’
-scoffoni[10], che ricoprì col guarnello, accennandomi che partissimo.
-Avevamo già tocco la porta, quando accortosi il soldato dello
-smarrimento del suo pennacchio, si slanciò sovra ambedue, serrandoci
-fra le sue braccia, e gridando: «Alla ruota i ladri! alla ruota!» Io
-allora per divincolarmi gli menai sulla testa un colpo del mio martello
-da fabbro, che sempre teneva appeso alla cintura, e lo feci cadere
-colla fronte insanguinata sul pavimento: ma il taverniere frattanto
-se ne era ito di fuori gridando «aiuto, soccorso!» e fe’ giugnere
-alcuni uomini d’arme che stavano alla guardia del gonfalone di porta
-Ticinese, i quali mentre s’impossessavano di mio compare, diedermi
-campo di saltare per la finestra nel cortile di attiguo monistero, dal
-quale rapidamente mi fuggii per la porta, e mi recai a salvamento. Due
-ore dopo, il mio compare era già sulla ruota colle braccia e le gambe
-spezzate ad assordare i corvi, e ad attendere dal carnefice il colpo
-di grazia. Spaventato dal pericolo di vedermi frante le ossa, non volli
-più fermarmi a Milano, e pensai far ritorno a Brivio nella mia fucina:
-il giorno era già prossimo ad oscurare quando io mi posi in istrada;
-camminai tutta la notte, sebbene la oscurità mi astringesse più volte
-a sostarmi, e verso il mattino io mi trovai un po’ al disopra di
-Gorgonzola lungo la Molgora, ed al limitare di questo bosco. Procedendo
-allora più veloce nel cammino, m’abbattei in un uomo assai bruno in
-viso, e vestito da eremita, il quale guardatomi fisamente, mi disse:
-«Dove vai a quest’ora, o Tencio da Brivio?» Atterrito al sentire il
-mio nome pronunziarsi da uno sconosciuto, dubitai forte dapprima che
-quei si fosse uno spirito infernale; e ne presi certezza, allorchè
-mi sovvenne al pensiero che quegli si era l’Eremita bruno. Laonde
-credendo ch’ei fosse venuto a portarmi negli abissi pel mio peccato,
-girandomi al suolo, mi feci più volte il segno della croce; ma quegli,
-accostatomisi, disse: «Non temere, o Tencio; alzati, e narrami qual
-causa ti condusse a quest’ora da solo in vicinanza di questo bosco?»
-Ed io gli raccontai, senza mai fisarlo in volto, la disavventura di
-mio compare e il spavento. «Ebbene, pel sangue che mi lega a tua
-madre Berta da Dongo, tu verrai meco, e nessuno ardirà alzare la
-mano sopra di te.» Io non sapea per il timore dove mi fossi; ma egli
-prendendomi per mano, fecemi entrare nel bosco, e qui mi addusse,
-dove mi rinfrancò, mi ristorò, e palesatomi il grado di parentela che
-a lui mi univa, essendo io figlio di sua sorella, mi significò qual
-fosse il modo di vita a cui doveva accostumarmi. Da quell’istante non
-lo abbandonai sin che visse, e morto che egli fu mi associai a questo
-poltrone di Castel Martinengo, a cui le scrofe sembrano diavoli (ed
-additò il Brescianino), e che fu da me tratto dalle unghie di Ubaldo
-Ugoni, perchè altrimenti sarebbe stato appiccato. — E strinse pur lega
-con me (interruppe il Carbonaio), cui il mestiere di tagliar alberi sul
-Legnone[11] fra gli orsi, onde a stento accattarmi un tozzo di pane dai
-minatori del ferro, non mi andava per nulla a grado.»
-
-Questi cenni delle avventure dei ladri, e il ritrovarsi in quel
-sotterraneo luogo diffusero in Palamede una tetra amarezza, prodotta da
-riflessioni che già gli si erano svolte nella mente sin dal mattino,
-per cui cadde in un assopimento meditativo. Pensò egli quanto fosse
-indegno e pericoloso per la sua fama l’essersi unito ad assassini di
-quella fatta, qualunque scopo pur avesse nel giovarsi dell’opera loro:
-comprese che ad un cavaliero le leggi di onore imponevano che in campo
-aperto e colla forza del proprio braccio dovesse compiere le imprese;
-ed egli diveniva immeritevole di portar spada e sprone adoperando gli
-infami e vili maneggi dei ladri, onde venire a capo de’ suoi progetti.
-Agitato nel bollore dell’ira e dell’indegnazione, stava per iscagliarsi
-con pungenti parole contro Aldobrado, che tratto lo aveva a quel turpe
-partito: quando accortosi costui, per l’indole generosa che conosceva
-in Palamede della causa che il faceva pensieroso, e veduti gli sguardi
-moltiplici e sdegnosi volti sopra di sè, ruppe il silenzio, dicendogli
-sommessamente: «Egli è tempo che pensiamo alla vostra Ginevra.» Un
-brivido improvviso scosse a tal nome il cuore di Palamede, e ne scemò
-il tumulto dell’ira non a segno però ch’egli non riprendesse con
-voce risentita: «Dove mi avete voi mai condotto? e fra quali persone?
-Se fossimo qui, o per la bosacaglia, sorpresi dai soldati di Giovan
-Galeazzo, qual vituperosa fine non sarebbe a noi riservata? Io fremo
-in pensarvi. — Non bramaste voi stesso (rispose bruscamente Aldobrado)
-vedere ad ogni costo Ginevra? Guerriero da poco voi mi sembrate, se
-tremate a’ perigli cui vi espone il tentativo di conseguire il possesso
-della vostra innamorata. Io, che non nutro passione alcuna per lei, non
-mi trovo forse in pericolo al pari di voi? Pensate (proseguì con voce
-più espressiva) che in questa notte istessa, o dimani, Ginevra sarà
-vostra; e voi cui non mancano nè in patria nè fuori molte ricchezze e
-ornate abitazioni, potrete condurla al talamo, e trarre con lei onorata
-e comoda vita. Mentre all’infelice Aldobrado proscritto e ramingo
-null’altro avanza che l’errare di città in città, armando il braccio
-alla ventura per accattare il pane della miseria. — Ah! (soggiunse
-commosso Palamede) perdonatemi, Aldobrado, io ebbi torto di lagnarmi di
-voi: guidatemi dove volete, purchè Ginevra sia mia. A voi non mancherà
-giammai nè un tetto, nè una mensa ospitale.» E dicendo queste parole si
-porsero la mano, e con trasporto di affetto parve la stringessero l’un
-l’altro; ma se sul volto di Palamede traspariva la sincerità d’un’anima
-leale e generosa, negli occhi e sul viso di Aldobrado apparve un
-maligno sorriso di trionfo, per la di lui credulità. Per convincere
-però maggiormente Palamede dell’interesse che lo animava, onde la
-impresa fosse presto condotta a felice compimento, chiamò i ladri per
-disporli alla ricerca dei mezzi opportuni.
-
-Eransi costoro, mentre i due stranieri ragionavano fra loro,
-sdraiati in un angolo del sotterraneo, e quivi stavano con una lama
-di spada iscuoiando un pezzo della cinghialetta uccisa, e ripulendo
-dalle ceneri una buca nel suolo che loro serviva di focolare; alla
-chiamata di Aldobrado, gli si avvicinarono, ed egli disse: «Su via,
-degni successori di Guandaleone, diamo mano all’opera per la quale
-ci addussimo nel nido degli avoltoi a pericolo d’aver tutti le ali
-traforate dallo stesso giavellotto. È d’uopo impossessarsi dapprima
-di una barca, e tenerla disposta a’ nostri cenni lungo la sponda
-dall’Adda in sito superiore d’un miglio al Castello di Trezzo. In
-qual modo, o Tencio, diviseresti di fare? — Datemi cinque o sei lire
-di terzoli (rispose Tencio), e la barca si troverà tosto in pronto
-a’ vostri comandi.» Aldobrado cavò dalla tunica una manata di monete,
-e le porse a Tencio; questi consegnolle al Carbonaio dicendogli: «Va
-tosto a Brivio nella fucina di Filippo, dàgli questo denaro, e degli
-che pagherai il valore di tanto pesce quanto Tedrigello d’Olginate ne
-vende in una settimana ai signori di Lecco, purchè ti porga la chiave
-della catena colla quale assecura alla spiaggia il suo battello, e
-vi passi quattro remi per gli anelli. Se egli acconsente a quanto tu
-sei per chiedergli, digli pure che se terrà brighe co’ gabellieri di
-transito, o cogli sgherri, troverà degli amici; altramente bisbigliagli
-il mio nome all’orecchio.» Il Carbonaio, preso fra le mani un nodoso
-bastone, salì tosto la scala del sotterraneo, uscì dall’apertura, e la
-turò novellamente. «Ora, o Tencio (proseguì Aldobrado), io m’aspetto
-dal tuo ingegno l’eseguimento di altra impresa assai più ardua. — Se
-vi riesci (dissegli Palamede) noi ti daremo un premio doppio di quanto
-ti abbiamo promesso. — Tu devi trovare (proseguì Aldobrado) un uomo
-fidato il quale rechi alla persona che ti additeremo un viglietto entro
-il castello di Trezzo. — Intendo (rispose il Tencio): le signorie loro
-vorrebbero spezzare uno staggio del gabbione in cui sta rinchiuso il
-vecchio orso, affinchè ei si fugga. — O l’orso, o l’armellino (riprese
-Aldobrado), questo a te non deve importare: rifletti a quanto hai
-giurato, alla mercede che ne ritrarrai, e risolviti.
-
-«Ho giurato (replicò il Tencio) di adoperarmi alla cieca per loro, e
-ben vi sono disposto, perchè, avvenga che può, se io non do questa
-fiata nella rete, ho in animo di abbandonare la tana del cervo, e
-se avrò tanto da comperarmi una tunica, mi ritirerò in un convento a
-pentirmi de’ miei peccati, ed a levarmi dagli occhi quella maledetta
-ruota, su cui parmi ancora di scorgere mio compare a penzoloni.
-Rispetto all’inviare il viglietto nel castello, le cui porte sono
-sì gelosamente guardate a questi giorni, non è di certo agevole
-faccenda. Io però ho conoscenza di due garzoni spenditori di Tadon
-Fosco castellano, i quali per lo addietro erano destinati a recarsi
-nei contadi a comperare le provvigioni pel castello. Amighetto, l’un
-d’essi, è il più fidato ragazzo ch’io mi conosca, e se gli si paga una
-misura di quel di Montevecchia, chiude in corpo un secreto più che nol
-siano i bizantini nell’arca di un avaro; nè gli trarrebbono un terzuolo
-colla corda. Consegnatemi il viglietto ch’io m’andrò in cerca di lui, e
-se lo trovo, l’impresa è assicurata.»
-
-Poco mancò che Palamede per gioia lo abbracciasse, se non che
-trattenendosi gli disse: «Senti, o Tencio, se le mie speranze saranno
-coronate da un esito felice, io penserò a far sì che nè tu nè i tuoi
-compagni abbiate mai più a temere di sgherri o di ruote; voi sarete tre
-prodi soldati a cui la spada e il valore sapranno cancellare le macchie
-della vita trascorsa.»
-
-Mentre il Tencio indossava una larga zimarra da bifolco, Aldobrado
-si trasse un pezzo di pergamena che avea seco, e diella a Palamede,
-il quale colla punta dello stilo fattasi una picciola ferita in una
-mano, vergò col sangue una lettera a Ginevra. In essa narravale il suo
-ritorno e l’amor sempre ardente che per lei nutriva; la scongiurava
-per amor suo a discendere nella cappella de’ Morti attigua alla chiesa
-del castello, in quell’ora della notte in cui avrebbe udito una voce
-dir forte sotto le sue finestre «_È l’ora._» Descrisse il modo per ivi
-rendersi inosservata, uscendo dalla sua camera di riposo, e calando
-per una tribuna di cui le additava la posizione, e giusta gli andava
-mano mano dettando Aldobrado conoscitore espertissimo di tutti gli
-andirivieni del castello; e chiuse il suo dire altamente pregandola a
-intervenirvi, se desiderava rivederlo anzi morire. Scritta la lettera,
-la involse strettamente nel nastro che legava la vagina della sua
-spada colla ciarpa, e ravviluppolla eziandio entro una tela su cui
-scrisse in minuto: _Ginevra_. Consegnolla indi al Tencio, dicendogli
-che incaricasse il messo, che arrecar la doveva in castello, a far sì
-che pervenisse nelle mani di quella fra le due donzelle la quale avesse
-riconosciuto ivi scritto il proprio nome: al che aggiunse esser dessa
-di bionda chioma; che se mal riuscisse l’impresa, dovea rendere il
-viglietto, minacciandolo fieramente se fosse caduto in altre mani. Il
-Tencio, assecurando di tutto eseguire appuntino, pose alle spalle una
-vanga; salì la spirale scalea, e sparve, ingiugnendo al Brescianino che
-acconciasse di che satollarsi per essi e gli ospiti novelli.
-
-Partito costui, Palamede rimase dubbiante ed agitato da mille speranze
-e timori, che si succedevano senza tregua nel suo cuore; ed ora
-sentiasi rimordere, perchè affidato avesse un’impresa di sì alto
-momento a mani tanto vili, ed ora gli arrecava conforto la certezza
-di rivedere colei per cui s’era fatto cavaliere, quella per cui solo
-avea cercato rinomanza nelle guerresche venture. In quella foga di
-affetti parve accrescergli angustia il vedersi cinto dalla oscurità che
-regnava nel sotterraneo: laonde bramò di uscirne, a fine di spirare
-aura più lucente e più libera. Il Brescianino lo precedette, sollevò
-la lastra che chiudeva l’ingresso, e lo rese avvertito che non si
-discostasse dal tempio; che se avesse bisogno di lui, o pur amasse
-rientrare, replicasse un lieve batter di mani. Vagò Palamede per la
-tranquilla ombra delle altissime piante che circondavano il tempio;
-e all’ondeggiare affannoso della sua mente, trovò consolante ristoro
-nel ripensare a’ più cari momenti de’ passati suoi giorni. Rapida gli
-rinasceva la memoria di quel tempo felice in cui, giovinetto, in una
-splendida corte vestiva la prima volta le armi; pensava a’ torneamenti
-di Milano ed alle gualdane che si correano per le contrade e per le
-piazze, ov’egli primeggiando attraevasi gli occhi di tante nobili
-donzelle e matrone pomposamente ornate, che lo miravano dai veroni
-e dai palagi: ma tremando gli risovvenne quel primo sguardo che,
-irridiato da una luce celeste, incancellabile gli penetrò nel cuore.
-Una serie di ineffabili ricordanze gli corsero alla mente; e la voce, e
-gli atti, e le parole, e gli amorosi colloquii per le domestiche sale,
-o per l’aule festose, o ne’ solitarii giardini; e quando gli cingeva la
-ciarpa da lei trapunta; e il piangere e lo svenire dell’ultimo addio.
-Indi gli si schierarono innanzi le sue prime battaglie guerreggiate con
-Bernabò, poi le Venete bandiere, e i singolari combattimenti sostenuti
-per terra ferma e per le isole; le sue vittorie e la sua gloria.
-Gravato dalle ricordanze del passato, stanco, si assise, e l’animo
-corse festivo a’ futuri avvenimenti che lo attendevano.
-
-Aldobrado, il quale era rimasto nella fontana sotterranea, trattasi la
-fratesca tunica ulivigna, apparve vestito con farsetto e calzamento
-stretto alle membra. Diessi intanto ad esaminare le varie armi
-irrugginite e gli attrezzi che stavano appesi alle pareti; e tratto
-tratto arrestavasi colle braccia conserte al petto, e col capo
-inchinato, girando l’occhio inquieto, e svolgendo in se stesso cupi
-pensieri. Ora un sorridere di compiacenza, ora uno aggrinzarsi di
-rabbia apparivano a vicenda sul di lui viso; e qualche volta movea
-tronche parole al Brescianino che era intento a cuocere lentamente
-sotto le ceneri un pezzo di cinghiale.
-
-Dopo alcune ore di aspettazione, udissi il fischio del Tencio,
-che trafelato dal caldo e dal cammino, rientrò nel sotterraneo
-con Palamede, il quale lo pressava ad inchieste sull’esito del
-di lui invio. Ma vide egli con inesprimibile angoscia il Tencio
-trarsi dalla cintura l’involto, e riporlo sulla tavola, dimenando
-mestamente il capo per segno della fallita impresa. Anche Aldobrado
-restò vivamente colpito dalla mala riuscita del tentativo; ma mentre
-l’amante cavaliere ricogliendo il volto nelle mani si abbandonava ad
-un totale abbattimento, quasi per lui fosse tutto perduto, l’altro in
-vece concentratosi stette investigando quali altre vie rimanessero
-a compiere il meditato disegno; voltosi quindi a Tencio gli disse:
-«Forse allorchè tu giugnesti a Trezzo e ne’ paesi d’intorno l’ora era
-già tarda: dimani vi tornerai più per tempo, e se non ti abbatterai
-in Amighetto, troverai pur qualche altro che sia amico di Tadone ed
-abbia viso miglior del tuo. Gli consegnerai con qualche fiorin d’oro il
-medesimo involto, onde lo arrecchi al castellano, il quale se borbotta
-le parole su certi vecchi fogli di cui io non comprendo sillaba,
-saprà anche leggere questo indirizzo: ed è persona da rimetterlo così
-fidamente come farebbe di un cartoccino di polvere di san tossico.»
-
-Il Tencio fe’ cenno che eseguirebbe, e Palamede riprese speranza.
-Dopo alcune ore ritornò il Carbonaio che avea sortito miglior esito
-del compagno nella sua impresa, e semibriaco qual era pel molto vino
-che avea bevuto coi terzoli, di cui a Filippo di Brivio non avea data
-che piccolissima parte, narrò il modo di sua spedizione, e mostrò le
-chiavi della barca e de’ remi. Quel prospero evento temperò alquanto il
-rammarico arrecato dal primo andato a vuoto; e fu argomento a ciascuno
-di buono augurio. Passò quel giorno, e ver l’alba del dì vegnente
-il Tencio, a cui Palamede avea dato alcuni imperiali, partissi dalla
-tana del cervo, e frugò tutte le taverne de’ villaggi per più miglia
-d’intorno a Trezzo, ma invano: scontrò qua e là sparsi de’ soldati di
-Giovan Galeazzo, dal cui contatto si astenne; nè mai gli fu dato di
-abbattersi in uomo che fosse il ben trovato pel suo bisogno. Ritornò
-afflitto alla tana, ove i due lo attendevano impazienti: così furono
-convinti della impossibilità di pervenire al loro scopo, essendo il
-castello guardato con troppa avvedutezza ed entro e fuori. Deposta
-da Palamede ogni speranza di rivedere Ginevra nel modo consigliato
-da Aldobrado, fermò quindi nell’animo di tentare altre vie. Chiarì ad
-Aldobrado il suo proposito di abbandonare la impresa; e checchè questi
-gli dicesse onde impegnarnelo nuovamente, tutto parve vano. Venne
-perciò statuito che al mattino venturo, pagato un premio a’ ladri,
-sarebbero ritornati alla Ca di Mandellone per riprendere i cavalli, ed
-avviarsi ciascuno ove il proprio destino li avrebbe condotti.
-
-Era vicina la notte, e Palamede, a cui il fine male avventurato del
-suo disegno avea resi ancor più odiosi i ladri e la loro sotterranea
-abitazione, uscì all’aperta per meditare da solo che mai dovesse
-intraprendere, onde venire a capo d’una impresa da cui dipendeva
-unicamente la sua felicità, ed alla quale era legato per religione e
-per le leggi di amore e di onore. Sparso era il cielo di oscure nubi,
-e il vento forte fischiava tra le frondi del bosco; udivasi da lungi
-mormorare il tuono e scorgevasi un balenare incessante. Quell’aspetto
-tempestoso dell’aere consuonava pur bene coll’agitazione dell’anima
-di Palamede. Rimase questi colà sino al completo oscurarsi del
-cielo, ora scorrendo pel bosco, ora appoggiandosi alle colonne del
-peristilio del tempio a contemplare l’addensarsi ed abbuiarsi delle
-nubi; ora ascoltando con segreto compiacimento il soffiare del vento
-e il rimbombare del tuono. Quando la notte si fu alta, e gli oggetti
-d’intorno ravvolti in una profonda oscurità, Palamede destatosi da
-quella intensa concentrazione in cui l’aveano condotto i suoi mesti
-pensieri, si ritrasse nell’interno del tempio, e cerchi gli sconnessi
-gradini dell’ara, vi si pose genuflesso ad invocare il patrocinio
-di Sant’Ambrogio e della Vergine, nelle cui chiese di Milano avea
-tante volte aperto i più segreti affetti del cuore, ponendoli sotto
-il loro patrocinio. Leniva così il peso del suo affanno, esalandolo
-nell’entusiasmo religioso, che in lui era caldo al pari dell’amore. E
-siccome abborriva il ridiscendere nel covo co’ ladri, pensò vegliare
-quella notte nel tempio, attendendo il primo albeggiare per ritornare
-all’isola di Mandellone. Cedendo però ad un certo languore delle
-membra inoperose, si avvolse nel bruno mantello, e si stese sul nudo
-macigno de’ gradini, facendosi del braccio guanciale. Per la rotta
-volta del tempio vedevasi uno spazio di cielo che a pena pel tenebrore
-che l’ingombrava si distingueva da’ contorni della nera volta: e
-mentre Palamede vi intendeva lo sguardo l’oscuro seno di una nube
-diradatosi, lasciò scorgere uno spazio sereno di firmamento in cui
-ardeano luminose le stelle. Fu argomento di non poca gioia al cavaliere
-quell’apparirgli d’un subito la veduta degli astri, dalla cui posizione
-si traevano in allora tanti felici od avversi auspicii. Egli pensò
-che si fosse qualche prospera congiunzione di pianeti a suo favore;
-ed osservando quello spazio sereno che incominciando dalla parte di
-Milano, avanzatasi per dilungo delle rotte nubi ver Trezzo, non dubitò
-punto gli recasse l’annunzio che l’appagamento dei suoi voli sarebbesi
-compiuto nel castello di Trezzo, dopo aver tratto principio da Milano.
-Le nubi intanto si rinserrarono; il sereno affatto disparve, e il vento
-soffiò più forte. Palamede, immerso in gradite illusioni, fu vinto a
-poco a poco dalla stanchezza de’ sensi, e si assopì in profondissimo
-sonno.
-
-Cupa, sommessa, sconosciuta una voce, ruppe il sonno al cavaliere,
-chiamandolo per nome. Levò esagitato la testa appuntellandosi sul marmo
-colla destra, e addomandando chi fosse ad una nera figura ravvolta in
-un manto, la quale si inchinava versò di esso, e che da lui fu scorta,
-perchè il cielo rasserenatosi del tutto tramandava per entro il foro
-della volta uno scarso raggio di luna. «Non destate, o cavaliero (gli
-disse l’incognito), i serpenti nella tana che li rinchiude; seguitemi
-per amor di Ginevra; la colomba difesa dall’aquila non temerà gli
-artigli del falco.» Sprezzatori de’ perigli e amanti delle strane
-avventure e del maraviglioso, siccom’erano i guerrieri di que’ tempi,
-non esitavano certo a slanciarsi là dove un arcano avvenimento apriva
-loro un campo di far mostra d’intrepidità e di valore. Palamede, a
-cui si risvegliarono in quell’istante nell’animo tutte le credenze
-ne’ prestigii e nelle apparizioni di esseri soprannaturali a guida
-delle umane azioni, giudicò che colui il quale mosso gli avea quelle
-voci si fosse uno spirito a lui inviato da’ santi suoi patroni.
-Laonde, levatosi tostamente in piedi, si chiuse nel mantello e si
-dispose a seguirlo; ma appena uscito dal tempio, forte paventò ch’ei
-fosse uno spirito infernale, o l’anima di Guandaleone che frequentava
-que’ luoghi: gli si accostò allora, e di celato toccògli il manto
-coll’imagine di Sant’Ambrogio che serbava sculta sulla spada, e
-fecesi il seguo della croce. L’incognito per ciò non disparve nè urlò:
-ond’egli prese fidanza, e seco lui internossi fra le piante del bosco.
-
-Buio, inestricabile, incerto era il cammino della selva: chè lo
-intrecciarsi foltissimo de’ rami non lasciava penetrare il debilissimo
-raggio della luna nascente. Avanzatisi quindi un trar d’arco, parve
-impossibile a Palamede il procedere più oltre per quella oscurità
-piena di ostacoli innumerevoli: ma ad un tratto sentì che l’incognito
-agitava qualche corpo nell’aria, e vide con maraviglia accenderglisi
-nella destra una fiaccola, che rischiarò di repente con una luce
-improvvisa que’ luoghi. Gialliccia, offuscata da un denso fumo che
-effondeva, sventolava la larga fiamma di quella face, tramandando un
-lume che spandeva sui tronchi e sulle foglie degli alberi un livido
-colore, ed iva a perdersi fra il denso della boscaglia. Scorse allor
-Palamede che la sconosciuta sua guida si era un uomo di non alta
-statura, tutto ravvolto in bruno ammanto che gli si avviluppava
-sino al capo; aguzzo avea il mento, e coverto da una ciocca di peli;
-larga la bocca; protendenti, ma scarne le mascelle; gli occhi assai
-incavati. «Chi sarà mai costui, al quale è noto il mio nome e l’amor
-mio per Ginevra!» disse Palamede fra sè, mirando l’incognito la di cui
-fisionomia, sebbene negromantica e di straordinario aspetto, teneva pur
-assai del terreno per presupporlo uno spirito, o celeste, o infernale.
-«Sarebb’egli uno sgherro di Gian Galeazzo? Sarebb’egli uno stregone
-abitatore di questa selva?» Ma fidando nel proprio coraggio, serbando
-la destra sull’impugnatura della spada, e colla manca affrancandosi
-il mantello sul petto, proseguì intrepido a tenergli dietro. Dopo un
-breve tratto di cammino per la boscaglia, lo sconosciuto, soffermatosi,
-infisse in un tronco per l’acuta estremità la face che portava, e
-disse a Palamede: «Voi udirete il canto di Ginevra a piè delle mura che
-la rinserrano: mal volle ella credermi quando le susurrai che voi le
-eravate vicino; io deggio dunque mostrarvi ai di lei occhi. Che se non
-bastassero le vostre forme, ch’ella vedrà lontane, porgetemi un segno
-od una parola per cui indubbiamente vi riconosca.» Maravigliato il
-cavaliere a sì fatto parlare, da cui comprese quanto egli sapesse de’
-suoi amori con Ginevra, fu punto dalla brama di chiedergli di lei più
-cose: quando un suo guardar penetrante ed istrano gli impose silenzio.
-Per cui tacitamente trasse la lettera involta nel nastro che già porto
-aveva al Tencio, e gliela diede. L’incognito, presolo allora per mano,
-proseguì seco lui il cammino per la selva lievemente rischiarata dalla
-face rimasta nel tronco, e che dileguossi alla loro vista un momento
-prima che uscissero fuori interamente del bosco, ove nessun ingombro
-divietò che la luna loro apparisse splendente di tutta luce.
-
-Torreggiavano poco lungi di là le mura del castello di Trezzo, di cui
-irradiava la luna il fianco orientale, verso la qual banda Palamede
-si volse coll’incognito. Quivi pervenuti, ascendendo ad un masso che
-sorgeva a’ fianchi del castello, lo sconosciuto disse a Palamede:
-«Arrestatevi qui sino a che un lume là sopra (ed additò le finestre)
-verrà acceso, indi spento; e tosto che spegnerassi ritornate nel bosco
-alla tana del cervo, da cui non partirete pria di rivedermi.» In così
-dire accostossi dippiù alle mura, e cacciatosi nell’ombra, sparve d’un
-subito agli occhi di Palamede, attonito a sì strana ventura.
-
-Era il cielo stellato e sereno, e la luna diffondeva per l’aere una
-limpida luce: il mormorare dell’Adda rompea solo il silenzio che
-regnava d’intorno. Stava il cavaliero con un’ansia inesprimibile
-attendendo surgesse la voce di Ginevra; allorchè vide un lume
-riflettersi, e passando per le vetriate delle finestre, in pria
-oscure, che a lui sovra stavano, arrestarsi nella camera presso il
-verone. Dopo pochi istanti un improvviso toccar di corde di un liuto
-dolcemente risonante partì dall’unica finestra illuminata del castello,
-e si diffuse in melodiose voci per l’aria silenziosa. Irruppero
-dapprima rapide note, scorrenti velocemente dai gravi agli acuti; alle
-quali a grado a grado mancanti succedette uno arpeggiare armonioso,
-che vagando con risentiti passaggi in tuoni variati, ricercò e si
-trattenne sul toccare di una affettuosissima minore. «O mano d’amore!
-Ginevra, mio unico bene!» disse fra sè Palamede premendosi le mani
-congiunte al seno, e volgendo lo sguardo ove udiva que’ suoni, rapito
-dall’entusiasmo del più puro trasporto. E chi potrebbe esprimere la
-piena di affetto che invase l’anima del cavaliero, udendosi risuonare
-all’orecchio, dopo tanta lontananza e sì fieri avvenimenti! il preludio
-della canzone del ritorno del guerriero crociato, ch’egli stesso aveva
-a Ginevra insegnata? L’estasi sua toccò il colmo, allorchè ascoltò la
-di lei voce proferirne le parole che così suonavano:
-
- Da lontane estranie terre,
- Dal sepolcro del Signor,
- Dai perigli e dalle guerre
- Io ritorno vincitor.
- Altri raggi in altri suoli
- Irradiaro il mio cimier:
- E le vampe d’altri soli
- Abbruniro il cavalier;
- Ma il mio tetto ed i miei cari
- Sempre fissi in cor restâr,
- Nello scorrere dei mari,
- Nella foga del pugnar.
- Ah! mio ben, che in queste mura
- Fida attendi al mio venir,
- Frena il pianto e l’ansia cura:
- Io ritorno a’ tuoi desir.
-
-Due volte ripetè questi ultimi accenti; e a pena cessò il canto,
-apparve la bella sul verone. Il manto del cavaliero gli era in quel
-mentre caduto dagli omeri senza ch’ei nel rapimento della passione se
-ne avvedesse, e un raggio di luna brillava vivissimo sul terso acciaio
-della sua armatura e dell’elmo. Al vedersi si riconobbero l’un l’altro
-quegli amanti, e nella piena dell’affetto che loro ardeva in cuore
-avrebbero forse alzata la voce a parlarsi: quando Palamede scórse
-ispegnersi di repente il lume entro la stanza del verone, e Ginevra da
-quello ritrarsi rapidamente. Stette un istante sospeso il cavaliero; ma
-ripensando alle parole dello sconosciuto, diè ratto di volta verso il
-bosco, e vi si internò camminando alla cieca: sino a che, scoperta allo
-splendore la fiaccola infissa al tronco, la riprese, e colla scorta di
-essa ricalcò il sentiero già percorso dapprima.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
- Questi in diverse lingue era eloquente,
- E sapeva in ciascuna all’improvviso
- Compor versi, e cantar sì dolcemente,
- Che avrebbe un cor di Faraon conquiso.
- TASSONI.
-
-
-Lo sconosciuto, che aveva guidato Palamede fra le tenebre del bosco
-ad udire il canto di Ginevra, niun altro si era fuorchè quell’Enzel
-Petraccio, aríolo, i di cui buoni uffici aveva offerto Gabriella
-(la moglie del castellano) a Ginevra, nella prima sera che questa
-si trovava nel castello. Era Enzel venuto da lontani paesi al di là
-di Lamagna, e capitato in Lombardia al seguito di Ernesto il Bavaro,
-duca di molti castelli, allorchè questi menò in moglie Lisabetta la
-Piccinina, una fra le dieci figlie legittime di Bernabò. Enzel si era
-introdotto fra la schiera dei servi del Duca, e con essi recatosi a
-Trezzo, rinunziò al vivere errante che per tanti anni avea condotto, e
-pensò fermar stanza colà, dove, a motivo delle sue arti che sapevano
-di negromanzia, era richiesto dal volgo, e tenuto in gran pregio.
-Sapeva però celare con astuzia quegli artificii ai frati ed ai ricchi,
-per tema di avere a sperimentare il suo magico potere contro le
-fiamme di accesa catasta, o nella gola arroventata di un forno. Enzel
-parlava talvolta una lingua stranissima, ed era il solo che servisse
-d’interprete fra le genti del paese e gli alabardieri alemanni, gli
-arcieri svizzeri, e i cavalieri francesi e normandi, di cui qualche
-schiera sempre si trovava a Milano e ne’ dintorni, condotti dai tanti
-principi che si recavano alla corte di Bernabò, od attraversavano
-la Lombardia per guerreggiare in Italia. Aveva egli veduto Vienna
-d’Austria, dopo essere stato a Rodi, a Bisanzio, e persino a
-Trabisonda. Tratteneva le persone narrando maraviglie di spaventose
-montagne, di fortune di mare, di singolari costumi di popoli lontani,
-di guerre, d’assalti, di giostre e duelli di cavalieri; mesceva a’
-suoi racconti amori di dame e di regine, storie di maghi, di miracoli
-e d’effetti d’influssi di pianeti. Astuto indagatore de’ fatti altrui,
-richiesto di consiglio e d’aiuto nelle traversie, sapea di tutto
-giovarsi, penetrando ne’ segreti di chicchessia: andava nelle case,
-nelle taverne, e frequentava le corti dei castelli e de’ conventi:
-spiava i moti di ognuno, meditava sulle parole che inavvedutamente
-isfuggivano; e combinando con accortezza tratti che sembravano i
-più disparati, spesso giungeva alla scoperta di fatti segretissimi:
-quindi molte fiate sapea prevedere ciò che taluno di celato divisasse
-intraprendere.
-
-Aveva fatto lega coi tempestarii, ed altri aríoli, i quali dicevasi
-tener possanza sulle meteore e sugli spiriti che abitavano l’aria:
-eglino venivano consultati non solo dal volgo, ma anche da’ cavalieri
-e signori di castelli, e in ispecial modo dalle donne, a cui la
-molta ignoranza e superstizione dei tempi facea credere infallibili
-gli oracoli che pronunciavano. Per tal guisa adoperando, Enzel
-avea cognizione delle insidie e de’ tradimenti che celatamente si
-preparavano; sapea le corrispondenze più ignote e le violenze praticate
-fra impenetrabili mura. Amico de’ sgherri e degli assassini, de’
-contrabbandieri e de’ gabellieri, egli penetrava sicuro in tutti i
-boschi, in tutte le trabacche dei soldati; derisore in suo secreto di
-gran parte de’ pregiudizi che esso co’ suoi racconti tenea vivi negli
-altri, punto non temea di cacciarsi per luoghi oscuri e disabitati,
-ne’ sotterranei e nelle caverne, qualunque pur fosse la fama tremenda
-che s’avessero. Infatti egli aveva scoperto nel castello di Trezzo,
-entro la torre nera di Barbarossa, l’ingresso ad un sotterraneo a cui
-niuno ardiva accostarsi, e ne approfittava onde uscire e rientrare a
-suo senno nel castello: il che non eseguiva che in casi importanti,
-mal volendo qualche fiata essere scorto da taluno; così, comunque pur
-fossero guardate le mura e le porte, per esso riuscivano mai sempre
-libere come aveva a Ginevra narrato Gabriella. Questa singolare persona
-vestiva calzoni di una foggia particolare, a color nero, e rannodati al
-confine del piede; talvolta portava un mantello e un cappello a larghe
-falde, e tal altra un guarnello con cappuccio, da cui le sue guancie
-sporgenti e gli occhi da gufo ricevevano uno stravagante risalto.
-
-Petraccio era stato introdotto nascostamente da Gabriella nelle
-camere delle figlie di Bernabò: imperocchè ella amava ad ogni patto
-che Ginevra abbandonasse quel malinconico e segreto affanno che la
-opprimeva, od almeno desiderava scoprirne la vera cagione. Quindi avea
-caldamente raccomandato all’aríolo che tutte ponesse in opera le arti
-sue a fine di alleviarla, o dir le sapesse qual fosse l’origine del suo
-secreto dolore: l’aríolo, che sempre compiaceva a Gabriella, siccome
-quella che usavagli di molte cortesie, assunse con tutta premura tale
-impegno. Entrato in quelle camere, diè principio al narrare istorie
-scherzose, che vivamente ricrearono Damigella, la quale pendeva
-ammaliata dalla voce strana di lui, da’ suoi gesti, dagli sguardi ed
-atteggiamenti variati del volto, non che dalla verità e vivezza delle
-sue descrizioni. Col racconto delle sue fiabe guadagnossi pure, a grado
-a grado, l’attenzione della vecchia Geltrude, e finalmente s’accorse
-che anche Ginevra porgeva orecchio a’ suoi detti, per cui, mutata
-insensibilmente maniera di narrativa, parlò d’amori, di sventure, e
-fece quadri di avvenimenti diversi, sino a che venne ad un racconto che
-parve destare in Ginevra il più vivo interessamento: arguì tosto che
-le cose ch’ei diceva fossero le più conformi a’ sentimenti da cui era
-quella fanciulla travagliata, e perciò su quelle insistendo, iscoprì
-dagli affetti che si pingevano variamente sul di lei viso, e dalle
-mozze parole che involontarie ella pronunciava, la qualità delle idee
-che fitte le stavano nel pensiero.
-
-Allora quando Enzel pose termine a’ suoi racconti, e si partì dalle
-stanze delle figlie di Bernabò, erasi già seco stesso assicurato che
-gli affanni di Ginevra procedevano da una segreta fiamma d’amore,
-e che l’oggetto de’ suoi pensieri si trovava da molto tempo da lei
-discosto fra le venture dell’armi. Diessi quindi con arte a ricercare
-fra i vecchi servi di Bernabò, se pur taluno serbasse memoria delle
-persone che frequentavano la casa di Donnina de’ Porri, e così
-rintracciare qualche filo a guidarlo alla conoscenza dell’amante di
-Ginevra; ma le sue ricerche furono vane. I servi erano a que’ tempi
-sì umilmente suggetti a’ loro padroni, che se questi fossero stati
-persone principesche, dir si potevano più tosto schiavi che domestici;
-eseguendo esattamente quanto veniva loro imposto, si tenevano a tale
-distanza dai loro signori, che ne ignoravano le segrete relazioni,
-o conoscendole non ardivano palesarle. Enzel uscì dal castello, e
-meditando la scoperta in cui s’era impegnato, si pose in traccia d’un
-altro aríolo il quale era stato lungo tempo a Milano, e tutti sapea
-gli avvenimenti delle persone di corte di Bernabò; nè lo rinvenendo,
-si diresse ver la casa di Mandellone a cui quasi tutti recavansi o per
-sollazzo o per passaggio, onde quell’ostiere gli additasse ove potea
-rintracciarlo.
-
-Attraversata l’Adda sulla zattera, a pena pose piede nell’isola,
-apparve maravigliato in veggendo fra quelle piante due bellissimi
-cavalli ir pascolando: si avanzò, e vide alla porta della capanna
-Mandellone e sua figlia, e dall’un canto starsi un estranio in abito da
-scudiere. Giuntogli vicino, l’oste il conobbe ben tosto, e facendogli
-gran festa si volse allo scudiere, che quello si era di Palamede,
-dicendogli: «Signor scudiere, questi è Enzel Petraccio aríolo, il
-quale è stato in paesi più in là di tutte le montagne le cento miglia:
-e’ sa tutto, e va per tutto senza neppure il soccorso dello spirito
-maligno. Standosi qui, ei sa vedere le cose che avvengono a Milano così
-chiare siccom’io dalla sponda veggo un temolo nel fiume.» Lo scudiere
-squadrollo più volte, indi sorrise, facendosi beffe della figura di
-questo singolare personaggio; e ciò si era perchè non gli garbava
-l’annunzio della costui onniscienza, poichè temeva non isvelasse le
-molte menzogne che, per farsi tenere in conto di guerriero valoroso,
-egli avea narrate all’oste ed alla di lui figlia: quindi si persuase
-facilmente che quanto di costui gli avea detto Mandellone, proveniva
-dalla di lui ignoranza, della quale ei stimavasi scevro siccome soldato
-ed uom di ventura. Chiamò quindi per ischerno ad Enzel se sapea che
-facesse in quel momento il boia di Milano: e questi, fisandolo con
-occhi grifagni, rispose all’istante che stava sulla piazza di Santa
-Tecla frustando uno scudiere poltrone. Diede a tale risposta Mandellone
-uno scroscio di risa, che intese da qual dente fosse morso lo scudiere;
-ma questi si irritò fieramente, e volendo ad ogni patto porre a terra
-la vantata scienza dell’aríolo, e beffarlo alla presenza dell’oste
-istesso e di Maria, gli fece gran numero di dimande sulla posizione e
-singularità di moltissimi paesi, certo di coglierlo in fallo, e così
-schernirnelo acremente.
-
-Ma Enzel rispose a tutto, narrando le più minute particolarità de’
-luoghi pe’ quali aveva viaggiato lo stesso scudiero, per cui questi,
-udendo che l’aríolo tanto sapea, e che d’altronde non lo smentiva,
-prese gradatamente interesse al parlare di lui, ed andava ripetendo,
-secondo i nomi delle terre che Enzel rammentava, le guerre e le
-avventure a cui era stato colà presente; ed aggiungeva molti fatti
-del valore del cavaliere che egli aveva ovunque seguito, non poco
-esagerando per vanità la di lui e la propria bravura. Quando Enzel
-si vide amicato lo scudiere, pel campo che gli porse a darsi vanto
-presso Mandellone e Maria di uomo famoso nell’armi, imperocchè quegli
-zotici prestavano piena fede a ciò che lo scudiere diceva a motivo che
-l’aríolo stesso sembrava e crederlo e confirmarlo, a lui rivolto disse:
-«Valoroso voi siete, e intrepido è il cavaliero che avete seguito,
-ed i suoi fatti onorano la nobile sua patria. — Oh al certo (rispose
-lo scudiere) Palamede de’ Bianchi sta fra i più prodi cavalieri di
-Milano; alla corte di Bernabò veniva stimato de’ più leggiadri di
-volto, e valorosi di braccio: egli diè prove stupende colla spada e
-la lancia ne’ tornei di Verona, ma più che in altri luoghi nel campo
-de’ Veneziani.» Quando Enzel intese che il signore di quello scudiere
-era un cavalier di Milano stato alla corte del Visconte, e che tornava
-da lontane guerre, gli nacque dubbio improvviso, potesse essere quel
-cavaliere l’amante di Ginevra: per cui si raccolse un instante; indi
-sorridendo guardò in viso allo scudiere, e gli disse: «Quante dame e
-ricche figlie di potenti signori avranno desiderato che il valoroso
-cavaliere vestisse il loro colore, facendolo trionfare nelle giostre e
-ne’ tornei?»
-
-«Molti sguardi (riprese lo scudiero) e molte soavi parole erano a lui
-dirette; ma egli è ammaliato da una ciarpa che porta sempre sul petto,
-e da un nome che proferisce sovente, per cui quanto io mi curava di
-mostrarmi innamorato di tutte le belle figlie dei guardiani di castelli
-e delle damigelle che sfuggivano un istante sull’imbrunire agli sguardi
-delle loro gelose signore, altrettanto il mio cavaliere era riservato
-nel trattare con queste. Nè nei tanti castelli e palagi ove abbiamo
-albergato, mai un marito, entrando secretamente nelle sale della sua
-donna che con Palamede conversasse, colse questi in qualche atto per
-cui si sguainassero spade o pugnali. Ed io potrei far sacramento,
-che persino in Venezia stessa, che è la città dell’allegria e degli
-amori, tutte le lusinghe delle leggiadre e libere patrizie cadevano al
-nome di Ginevra. — Al nome di Ginevra,» ripetè ad alta voce l’aríolo,
-la pelle bruna del cui volto, raggrinzandosi, espresse un riso di
-trionfo; ma poscia accostatosi allo scudiere, e posandogli sulle
-spalle una mano, gli disse sommesso: «Credevate voi ch’io m’ignorassi
-che il cavaliere de’ Bianchi ama Ginevra la bella, figlia di Donnina
-de’ Porri e di Bernabò, e che ne va con pari ardore corrisposto?
-Conosco la storia degli amori di Palamede, come vedo in cuore alla
-figlia di Mandellone tutto l’affetto che ella sente pel di lui gentile
-scudiere.» La lusingata vanità di costui, che non gli lasciò scorgere
-quanto era facile l’avvedersi dai lunghi sguardi che a lui porgeva,
-e dall’interessamento con cui tutte Maria ne raccoglieva le parole,
-ch’ella era di lui innamorata, e l’avere udito l’aríolo nominare i
-parenti di Ginevra, che egli credeva che a sì rustica persona esser
-dovesse affatto incognita, produssero in esso lui tale meraviglia,
-che diessi a credere con tutta certezza ciò che di Enzel gli avea
-Mandellone narrato. Quindi gli fece grandi interrogazioni, da cui seppe
-lo scaltro aríolo schermirsi per non iscemare l’opinione che si aveva
-acquistata, pago in suo cuore d’aver quanto ei cercava rinvenuto.
-
-Non sapea però Enzel rendere a sè stesso ragione della causa per cui
-lo scudiere si trovasse solo coi cavalli nell’isola di Mandellone; si
-volse all’oste dopo aver entro sè stesso pensato, e disse: «Chi detto
-avrebbe, o Mandellone, che l’erba del tuo prato, la quale non è brucata
-che dalle mule dei mercanti, o dalle rozze del priore di Caravaggio,
-dovesse essere mangiata da due sì bei destrieri? — E sì, rispose
-l’oste, che ne hanno già mangiata più d’un fascio, e non so se tutta
-basterà, perchè il cavaliere si è cacciato con un falso monaco insieme
-al Tencio e gli amici dentro il bosco: e il motivo di ciò non puoi
-saperlo che tu, che tutto sai; per me lascio lor fare quanto vogliono,
-perchè mi hanno tinta la mano col giallo dell’oro. Ma ho sospetto da
-certe parole che intesi pronunciare da quel frate e dal cavaliere sul
-castello di Trezzo, che si voglia ricondurre alla selva quel vecchio
-cignale di Bernabò, che il signor Giovan Galeazzo ha fatto rinchiudere
-nel castello. — Segreta è la tana del cervo (rispose l’aríolo assumendo
-un’aria misteriosa); ma le sue corna non giungeranno innosservate
-presso le porte di cui vegliano a difesa le spade e le alabarde.» E
-in così dire si accomiatò da Mandellone, che invano gli offerse una
-buona misura di vino brianzolo, e trasportato da Trado colla zattera,
-attraversò l’Adda, salì la sponda, penetrò nel bosco della strada di
-Concesa, e venne sin presso al tempio, che era quella stanza de’ ladri
-detta _la tana del cervo_. Colà si ascose fra le piante spiando, e vide
-in leggiera armatura uscirne dalla porta un giovane di belle forme, che
-si diede pensoso a passeggiare. Esaminollo attentamente, e vedendogli
-una ciarpa azzurra ritenne ch’ei fosse, siccom’era di fatto, Palamede;
-ma senza lasciarsi da lui scorgere, a pena ebbesi fitto in mente la sua
-imagine, chetamente ritirossi, e lieto di quanto avea scoperto rientrò
-nel castello.
-
-Ginevra, nella cui anima gli artificiosi racconti di Enzel avevano
-reso più intenso il fuoco che la consumava, non seppe più a lungo
-resistere al desiderio di chiedere a costui, ove si trovasse il
-cavaliero oggetto de’ suoi sospiri, e se a lei sarebbe dato ancora una
-volta di rivederlo: poichè si era di già persuasa che vero fosse che
-l’aríolo conoscesse anche le cose che di lontano accadevano, non che
-i futuri avvenimenti, siccome la avea accertata Gabriella. Attese un
-istante in cui sola trovossi con questa, e le palesò che ella bramava
-avere una conferenza coll’aríolo. Nulla potea riuscir più gradito alla
-moglie del castellano che una tale richiesta, perchè alfine era sicura
-di penetrare la causa de’ secreti affanni che angosciavano Ginevra.
-Discese ella, e trovato Enzel che stava meditando una storia la quale
-contenesse tutto ciò che egli aveva scoperto per narrarla alla figlia
-di Donnina, ne lo avvertì che seco lei salisse nelle camere di Ginevra.
-
-Era sull’ora del declinare del sole, e dal verone, le cui colorite
-vetriate stavano aperte, penetrava viva e serena la luce entro una
-camera ornata nella volta da arabeschi dorati; un ricco drappo
-cremisino a fiori d’argento ne vestiva le pareti, intorno alla
-sommità delle quali, in larga zona orlata da gotici fregi, vedevansi
-rappresentate le nozze di Bernabò con Regina della Scala. Nel mezzo
-della camera un liuto, che parea coperto da una sottilissima rete di
-madreperle ed oro, stava appeso con verde nastro ad un leggío di legno
-prezioso, intagliato elegantemente a fogliami, sul quale era stesa una
-pergamena coperta di note musicali, e sulla cui sommità posavano libri
-con ricche coperte ed aurei fermagli.
-
-Sola, mesta, e tutta in un pensiero raccolta, stava colà Ginevra
-adagiata sovra un sedile, sul cui appoggio, che serbava le forme d’un
-drago d’oro alato, posava il destro braccio, su quello colla persona
-languidamente abbandonandosi. Cheto e quasi di soppiatto fu l’aríolo
-colà da Gabriella condotto, la quale tosto si ritrasse, recandosi
-a favellar con Geltrude e Damigella onde tenerle occupate. L’aríolo
-scoprisi il capo, e rivoltosi con modo rispettoso a Ginevra, animando
-il viso e dando cert’aria solenne di profetica ispirazione alla sua
-voce, le disse: «Fate cuore, o leggiadra figlia di Donnina, e ridonate
-il sereno alla vostra candida fronte, perchè io ho consultati i segreti
-vuoti dell’aria, abitati dagli spiriti invisibili, ho meditato sul
-soffio de’ venti, ed i segni formidabili delle nubi e dei lampi, e
-le potenze misteriose si sono accordate nel pronosticare un fortunato
-passaggio di pianeti sul vostro capo. Dall’oriente si levò un’aura che
-riposava da molto tempo, per disperdere le nebbie che si addensavano
-intorno a voi. — Che dici mai? (rispose Ginevra) è egli vero che è
-surta un’aura d’oriente che mi deve liberare dagli affanni che mi
-circondano? Oh soffii, soffii con forza quell’aura in questo cuore; la
-mia felicità da colà solo mi deve ritornare.... o dalla Vergine, che mi
-accoglierà nel suo grembo, quando avrò espiate le mie colpe. Ma ora mi
-spiega tu, cui sono palesi i profondi arcani e le cose ignote, che vuol
-egli significare il sollevarsi di quest’aura orientale? — Quest’aura
-a me significa (Enzel riprese) che un cavaliero cui cinge il petto una
-ciarpa azzurra, dopo essersi fatto acclamare fra i più prodi in campo
-chiuso ed aperto, ritorna valoroso alla nobile donzella, il cui nome
-fu sempre sulle sue labbra e l’imagine dentro il cuore.» Una gioia
-vivissima apparve a queste parole nello sguardo e nel viso di Ginevra.
-«Rieda (ella esclamò) il cavaliere a chi con tanti e lunghi sospiri
-ne ha incessantemente invocato il ritorno; ma come rivederlo (proseguì
-ella ricadendo nella usata mestizia) se io son chiusa fra le custodite
-mura di questo castello, cui nessuno può ardire appressarsi?»
-
-Enzel le si accostò, fisolla in volto; poscia girando lo sguardo per la
-camera onde assecurarsi che le sue parole non erano da altri intese,
-le disse sommesso: «Datemi fede di eseguire ciò che vi dirò, ed io
-vi giuro per le tre punte del fulmine, che fra pochissimo tempo vi
-mostrerò il cavaliero che amate.» Ineseguibile parve sulle prime così
-fatta promessa a Ginevra; e sebbene ella ardentemente lo bramasse, e
-avesse fede eziandio nel potere dell’aríolo, tanti erano gli ostacoli
-che la sua mente le depinse opporsi a sì fatto disegno, che le sembrò
-impossibil cosa il mandarlo ad effetto, e temette un istante non
-volesse l’aríolo prepararle un inganno; ma trasportata dal pensiero
-della gioia che avrebbe provato se la promessa dell’aríolo si fosse
-avverata, non volle affatto dubitare di lui, ma pensò previamente
-assicurarsi di sua scienza con prove maggiori. Chiese quindi all’aríolo
-il nome del cavaliere e le di lui forme, non che i paesi dove avea
-guerreggiato; e dimandogli ove ella lo avesse conosciuto, da quanto
-tempo essi si amavano, e molte altre circostanze della loro affettuosa
-corrispondenza. Ed Enzel a ciò che avea saputo dallo scudiero satisfece
-con precisione: a tutte le altre domande rispose involgendo i concetti
-in oscure parole, e frammezzandoli colla narrativa di quei fatti che
-sono indivisibili da simigliante passione; per lo che tanto persuase
-la mente di lei, che le si affidò intieramente, e sicura che l’aríolo
-avrebbe condotto a lei davanti Palamede, gli promise di far tutto ciò
-che a quest’uopo fosse per imporle.
-
-La notte istessa di quel giorno in cui l’aríolo ebbe sì fatto colloquio
-con Ginevra, si recò alla _tana del cervo_, ove trovando Palamede
-dormiente sui gradini dell’ara, lo condusse a traverso al bosco sino
-sotto al verone di Ginevra, e colà lasciandolo, dopo averlo ammonito
-di ciò che avesse a fare, penetrò pel sotterraneo nel castello, e salì
-inosservato nelle camere di Ginevra, recando l’involto che racchiudeva
-la lettera col nastro, che Palamede invano cercò dal Tencio far
-consegnare all’amante. Quando Ginevra vide Enzel entrare da lei a
-quell’ora, fra il palpito della speranza e del timor di un inganno,
-gli chiese se ei veniva ad adempiere la promessa che le aveva giurata.
-Enzel, senza rispondere alla sua inchiesta, svolse il nastro che
-rannodava il foglio, e glielo presentò, certo che Ginevra l’avrebbe
-riconosciuto per un oggetto che apparteneva a Palamede.
-
-Non è esprimibile la maraviglia ed il trasporto con cui quella
-innamorata mirò, e riconobbe il nastro, che ella avea trapunto e
-rannodato di propria mano alla guaina della spada del suo cavaliero nel
-giorno di sua partenza.
-
-Ella guardò fiso l’aríolo, e poco stette nell’entusiasmo della sua
-gioia, se non era la sua figura troppo stravagante e brutta, ch’ella
-nol venerasse come un essere potente disceso dal cielo per renderla
-felice. Applaudivasi l’aríolo in sè stesso di cagionare tanta
-contentezza ad una fanciulla, il cui grado e la cui beltà la rendevano
-sovra ogni altra interessante; ma sollecitandolo il tempo e il timore
-non venisse dalle guardie scoperto Palamede, disse a Ginevra: «Io vi
-assicurai che vedreste il cavaliero; e voi lo vedrete. Questi oggetti
-saranno però inutili per accertarvi che quegli che vi si offrirà
-allo sguardo sia Palamede, perchè l’occhio dell’amore ne scorgerà le
-sembianze anche al pallido raggio della luna.» Ginevra slanciossi
-a questi detti avidamente verso le vetriate onde mirare a piè del
-castello; ma Enzel ne la impedì, dicendole che tutto tornerebbe vano
-s’ella non eseguiva quanto era per dirle; e le intimò si recasse
-nella sala del verone, ed accompagnandosi col liuto intuonasse un
-canto noto al cavaliero: poichè alla sola sua voce questi sarebbesi a
-lei fatto palese. Ginevra eseguì infatti ciò che l’aríolo le impose,
-e fu solo quando ebbe dato fine al canto che affacciatasi al verone
-scorse brillare ai raggi di luna l’armatura di un guerriero, ch’ella
-immantinente riconobbe essere Palamede. L’aríolo, che in quel mentre
-erasi posto in agguato, onde gli amanti non fossero sorpresi, udì farsi
-qualche rumore, benchè lieve, nel cortile del castello; ed era una
-scolta, che avvedutasi della presenza di un armato sotto le mura, mandò
-ad avvertirne Iacopo del Verme, il quale, siccome gli s’indicò, veniva
-per assicurarsene alle stanze di quelle fanciulle: l’aríolo, udendo
-l’alternare dei passi di taluno che si appressava, ritrasse Ginevra dal
-verone, spense il lume, e uscito rapido qual lampo rasente il muro di
-un andito opposto si perdette nelle lontane camere superiori.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
- Quel guerrier, come ardito, invitto e franco,
- Si volse indietro, e vide il traditore
- Che ferito l’avea nel lato manco,
- E gridò forte: O crudel peccatore,
- A tradimento mi desti nel fianco.
- PULCI. _Il Morgante._
-
-
-Sebbene Palamede fosse rientrato nel bosco prima di essere scorto
-palesemente dagli uomini d’arme, che facevano la scolta sull’alto
-della bastita, e l’aríolo fosse scomparso senza essere veduto dal
-loro capitano, pure non era ancora surto il mattino, che già una
-voce erasi sparsa fra le genti del castello d’uno straordinario
-avvenimento, accaduto la notte sotto le mura. E siccome la prigionia
-di un principe che avea per tant’anni signoreggiato, non che quella
-dei di lui congiunti, si riguardava come un avvenimento a cui
-dovevano concorrere cause soprannaturali, dicevasi quindi già averlo
-preconizzato la comparsa di una cometa a coda sanguinea, e l’essersi,
-come allora divulgarono gli astrologi, congiunti i pianeti di Giove,
-Marte e Saturno nella casa dei Gemini; oroscopo che si credeva fatale
-ai principi, al che s’aggiungeva il pronostico più patente e terribile
-del replicato scagliarsi dei fulmini sul palazzo di Rodolfo figlio di
-Bernabò.
-
-Per tal guisa gli animi delle genti erano di leggieri preparati a
-dar fede a qualunque strana novella venisse narrata. E ciò tanto
-maggiormente, in quanto che sebbene Bernabò fosse da tutti come
-crudele e capriccioso tiranno abbominato, pure molti erano stati
-nella coscienza offesi dal modo con cui suo nipote Giovan Galeazzo
-lo aveva sorpreso e imprigionato, simulando un divoto pellegrinaggio
-alla Madonna del Monte presso Varese. La qual cosa a que’ tempi dava
-agio alle fantasie di mescere a tal fatto l’intervento di demonii, di
-vendette celesti, di spaventose apparizioni. Gli uomini all’incontro
-meno servi delle favole grossolane dai più credute, e conoscitori delle
-variabili ed armigere inclinazioni di che allora iva animata la plebe
-ed alcuni signori, non furono dal primo istante dell’imprigionamento
-di Bernabò senza sospetti di una rivolta a suo favore, contra il
-conte di Virtù. Quindi, secondo il modo che ciascuno dei militi che
-erano nel castello considerava nel proprio pensiero quel fatto, andava
-diversamente ripetendo le cose che si raccontavano avvenute la notte
-sotto le mura, e vi facea varie conghietture.
-
-Nei cortili del castello, nelle ampie e rozze stanze delle torri, e
-lungo il porticato ove stavano i soldati ripulendo le armature, gli uni
-andavano dicendo che si erano la notte uditi per l’aria suoni e canti
-di angeli, e s’era veduta una gran luce a cui stavan per entro molte
-persone danzanti in candide vesti: ciò che era segno di un felicissimo
-avvenimento. Altri sostenevano al contrario, che ad un tratto videsi
-ardere il bosco di Trezzo, e comparire al piè delle mura del castello
-un gran demonio lucente, che cantò con voce femminina per addormentare
-le guardie, e così divorarle; e che non vi riuscendo, si era gettato
-nell’Adda. Ma negli appartamenti superiori, i principali fra i caporali
-di lancia che si erano raccolti, con Iacopo del Verme, dal capitano
-Gasparo Visconti, pensarono esser potesse qualche tradimento con cui
-si avesse tentato sorprendere quel forte onde liberare i prigionieri,
-e determinarono doversi addoppiare la vigilanza, e spedire a Milano ad
-avvertirne Giovan Galeazzo.
-
-La novella pervenne ben tosto anche all’orecchio di Bernabò e suoi
-figli, non che di Donnina e di frate Leonardo. Accesi tutti dal
-desiderio e dalla speranza della loro liberazione, credettero esser
-potesse alcuno de’ loro amici e fautori di Milano, o di altra città
-soggetta al dominio di Bernabò, che radunata gran mano d’uomini,
-venisse a trarnelo da quel luogo di prigionia. Il vecchio principe per
-le lunghe esortazioni del frate eremita, con cui l’andava dissuadendo
-della vanità delle terrene grandezze, e gli infondeva in cuore, coi
-consigli della religione, la pazienta nelle traversie, invitandolo a
-sofferire quel doloroso rovescio di fortuna ad espiazione delle proprie
-colpe, aveva piegato l’animo a deporre ogni desiderio di grandezza e di
-signoria; e innanzi all’altare della Vergine avea promesso che nessun
-altro pensiero sulla terra lo avrebbe padroneggiato fuorchè quello
-di un amaro pentimento de’ suoi peccati. Appena però gli balenò allo
-sguardo un lampo di speranza di riprendere il potere de’ suoi vasti
-dominii, la brama d’impero, di vendetta e di tirannia, che avea messe
-radici profonde nell’omai decrepito suo cuore, si risvegliò con somma
-violenza, squarciando quel velo di forzata sommissione penitente a’
-decreti della Provvidenza, creata più dalla necessità delle cose, dallo
-spavento della disgrazia e dei rimorsi, che non da vero sentimento di
-pietà, troppo straniero all’orgoglioso, fantastico e nella crudeltà
-corrotto animo di Bernabò. Quando egli ebbe udito che correa voce
-essere stati veduti nella notte soldati estrani aggirarsi intorno alle
-mura del castello, e che forte dubbiavasi fossero stati spediti per
-liberarlo, d’un subito i lineamenti tutti del di lui viso, piegati a
-mestizia ed abbattimento, furono animati dall’avanzo di quel fuoco
-guerriero che tanto, durante la sua vita, l’aveva agitato: quindi
-fieramente alzando il capo con tuono d’impero, mirando in volto a’
-suoi due robusti figliuoli, e girando lo sguardo alle armature che
-stavano appese come trofei intorno alle pareti di quella sala, parve
-loro accennasse che ad ogni evento ei non sarebbesi con essi rimasto
-inoperoso.
-
-Rodolfo, inteso il cenno del padre, strinse colla sinistra la mano
-a Lodovico; e protendendo la nerboruta sua destra, assecurollo
-silenziosamente ch’egli ne agognava l’istante. Donnina, a cui
-non facevano illusione que’ vaghi racconti, ma sempre tremava che
-irritandosi, o insospettendosi Giovan Galeazzo non venisse inasprito il
-trattamento di Bernabò, e frate Leonardo del pari, a cui solo stava a
-cuore la di lui eterna salute, gli si fecero incontro per rattemprarne
-lo spirito esaltato, e Donnina gli disse: «Volesse il Cielo, che ai
-nostri amici di Milano avesse conceduto San Giorgio la sua lancia e il
-suo cavallo, che a quest’ora non sarebbevi più dentro le otto porte un
-solo dei militi del conte di Virtù nè de’ suoi Francesi! E potrebbe
-anch’essere vero quanto si va dicendo degli armati, che questa notte
-furono veduti tentare di sorprendere questo castello; io però credo
-esser questo null’altro che ciance de’ soldati, sparse fors’anco ad
-arte dai capitani, per tenerli in maggior vigilanza, o per trarre il
-vostro generoso e ardito cuore a qualche movimento, che riferito a
-Giovan Galeazzo aumenti verso di voi e di noi tutti l’odio ed i suoi
-scellerati disegni. Ond’io scongiuro voi ed i vostri valorosi figli
-per l’istessa vostra salute a nulla operare nè dimostrare che vaglia ad
-infondere sospetti in chi ci tiene qui rinchiusi, perchè non abbia la
-loro mano ad aggravarsi sopra di noi: e pregovi attendiate con pazienza
-la fine di questi mali, che se così piacerà alla Vergine sacrosanta,
-non saranno, siccom’io spero, di una lunga durata.» Frate Leonardo
-stava per avvalorare colle sue le parole di Donnina, ma Bernabò vibrò
-ad ambedue uno sguardo feroce, talquale e’ soleva allorachè minacciava
-un tremendo gastigo.
-
-«Voi, Marchesa (le disse), dovreste arrossire di consigliare in tal
-guisa una vile soggezione ad uomini che sino dalla infanzia trattarono
-le armi, e combatterono tante battaglie. Io non presto fede alcuna
-a’ rumori che si spandono; penso solo che grandi signori d’Italia e
-stranieri ebbero le mie figliuole e le loro ricche doti, che molti
-principi vanno a me legati di sangue, ed in Milano istessa lasciai
-de’ miei figli, e assai cavalieri che io ho creati nobili e doviziosi.
-Antonio della Scala, nipote della mia Regina, ed or signore a Verona,
-odia mortalmente Giovan Galeazzo; i Bresciani sono per me, e il ponte
-di Cassano non è difeso. Qual meraviglia che mille de’ suoi cavalieri
-fossero poco lungi da queste mura? Io m’ho perduto i miei castelli,
-i miei boschi, i miei palazzi: uso a vincere i miei nemici, guidando
-tanti soldati e prodi guerrieri, venni a tradimento, e da un ipocrita
-malvagio serrato in questo forte, e forse già pensa chiudermi nelle sue
-torri di Pavia a far la tormentosa quaresima. Perchè dunque tremerò nel
-tentar di sottrarmivi? temerò l’esporre questo capo e questo petto,
-invecchiati sotto il ferro, alle spade de’ militi di Galeazzo? È men
-dolorosa una lancia nel cuore, che questo maladetto carcere, e questi
-volti abborriti che comandano a chi non fu mai suggetto che a Dio.»
-
-Placato l’animo con questo sfogo del suo sdegno, si rivolse a frate
-Leonardo, che lo guardava con occhio pietoso, addolorato che sì profani
-pensieri fossero rientrati nel cuore di lui, dopo che avea protestato
-nella chiesa a’ suoi piedi di non nutrire altra speranza che quella
-del celeste perdono; ed a lui disse: «Molti gravi peccati, o Eremita,
-stanno sull’anima mia, ed io dovrei benedire la mano che mi percuote;
-ma pure penso che il Nostro Salvatore avrà misericordia di me: perchè
-se ho comandato punizioni di tormenti e di morte, fu il più delle volte
-per vendicare il sangue de’ poveri e deboli suggetti, da prepotenti
-signori con assassinii versato, e non ho sprezzato la giustizia quando
-lo spirito maligno non acciecavami la mente con violente passioni. Ho
-soccorso i carcerati della Mala Stalla, ordinando lor si recasse il
-pane giornaliero; ho arricchite le chiese ed ordinati molti divini
-uffizii. Concederà ella dunque la Vergine che io stia nelle mani
-abbominevoli di chi l’ha codardamente sprezzata?» Troncò il parlare
-di Bernabò, e in grave agitazione pose tutti gli animi l’annunzio
-della venuta colà di Gasparo Visconti; il quale, come soleva ogni
-giorno, recavasi a visitare il prigioniero, ed in modi cortesi, sebbene
-poco accetti, esibissi a soddisfarlo in qualunque cosa gli piacesse,
-soggiungendo così avergli imposto Giovan Galeazzo. Dai prigionieri,
-nè dal Visconti, nulla si accennò intorno alle notizie che si erano
-sparse; se non che si serbò un contegno grave più dell’usato per la
-speranza di vendetta nell’animo degli uni, e per sospetto di esterne
-intelligenze nel cuore dell’altro. Bernabò, invelenita l’anima dalla
-presenza di quel capitano d’armi, in cui balía si ritrovava, tosto si
-ritrasse alle proprie stanze, seguito da Donnina e dall’eremita.
-
-In questo frattempo le idee ed i sentimenti che si succedevano nella
-mente di Ginevra erano affatto opposti a quelli che colà si svolgeano.
-L’influenza delle avversità, della rozzezza dei tempi che teneva
-desto il sentimento del maraviglioso e più viva la concentrazione e
-l’entusiasmo delle passioni, congiunta ad una squisita sensibilità ed
-una viva tenerezza di affetto, aveano composto l’anima di Ginevra ad
-un sentimento sublime d’amore, il quale dispiegossi in lei altamente
-alloraquando conobbe il giovinetto Palamede de’ Bianchi, la cui
-leggiadria e prodezza lo rendeano stimato fra i più compiti cavalieri
-che vestissero armatura. Questi due amanti dovevano tosto andar
-congiunti coi nodi nuziali, siccome avea promesso lo stesso Bernabò
-allorchè li ebbe fidanzati, attendendo il ritorno di Palamede quando
-si fosse procacciata fama e scienza nell’armi, esercitandosi fra i
-guerreggianti a capitanare soldati. Ma avvenuto il disastroso mutamento
-di fortuna per questo principe, mentre il cavaliere era lontano,
-Donnina non volle abbandonare la figlia in potere di Giovan Galeazzo,
-dal quale potea ricevere onte e maltrattamenti: amò meglio, come le
-venne conceduto, di tenerla presso di sè, conducendola nel castello di
-Trezzo, ove venne con Bernabò rinchiusa.
-
-Immensa si fu e inesprimibile la desolazione che angosciò il cuore
-di quella innamorata fanciulla, cui la lontananza del cavaliero, il
-proprio rinchiudimento in un castello gelosamente difeso da tanti
-armati, l’odio che ella credette nutrir dovesse il conte di Virtù
-contro il cavaliero stesso, facevanla disperare non solo di possederlo
-giammai, ma nè pure di vederlo ancora una sola volta. Quanto straziante
-era stato quel dolore, altrettanto si fu viva la speranza che le destò
-l’aríolo, il quale detto le avea di condurle innanzi l’amante, per il
-che gli si fe’ ardente sopra ogni dire il trasporto di rivederlo. Ed
-appena ebbe posato su di lui lo sguardo, benchè per un istante, più
-non tremò per la sua vita, chè fra i combattimenti poteva esserle ad
-ogni momento rapita: sapea che egli le era vicino, e a questo solo
-pensiero, come se la luce divenuta più viva e il cielo reso più sereno
-avessero dissipate spaventose tenebre, tutto si era fatto ridente a lei
-dintorno.
-
-Ella teneva fra le mani quel nastro e quel foglio scritto col sangue
-di Palamede, che le aveva recato l’aríolo; ed ora il premea sul cuore,
-or sulle labbra, e nella piena della sua gioia si prostrava innanzi
-ad una imagine della Vergine, che stava nella sua camera dipinta,
-e la ringraziava con un sentimento il più vivo di riconoscenza, da
-lei ripetendo l’adempimento di quel suo ardentissimo voto. Invocava
-poi ch’ella le rischiarasse la mente, quando letto lo scritto di
-Palamede, dopo averne a prima giunta assecondata colla imaginazione la
-richiesta, nacquele vivo contrasto e tema di darvi esecuzione; poichè,
-sebbene s’applaudisse dell’amore che per lui sentiva, essendogli stata
-solennemente fidanzata, nè per la innocenza de’ suoi pensieri, e la
-riservatezza divota che negli atti e nelle parole avea sempre seco
-lei usato Palamede, ombra di colpa ravvisasse in un colloquio da sola
-con lui, pure l’idea di sottrarsi nascostamente a Geltrude, e venir di
-notte per anditi sconosciuti nella cappella dei morti onde parlargli,
-le infondeva nell’animo un palpito che aumentava la sua naturale
-timidità.
-
-Nella tenzone de’ suoi affetti, dopo aver ricorso alla Vergine, ella
-rivolgeva il pensiero all’aríolo, confidando nella di lui sapienza per
-avere una retta guida in questa circostanza da lui stesso preparata;
-quando appunto lo vide entrare cautamente nella propria stanza, ove
-approfittando della di lei sorpresa, assunto un far grave, e voce
-repressa e interrotta, le disse che il suo amante sarebbe stato
-inevitabilmente dalle guardie del castello condotto a mal fine.
-Atterrita Ginevra gli dimandò in qual modo si fosse scoperta la venuta
-del cavaliero sotto il di lei verone, e se corresse pericolo che egli
-venisse sorpreso. «I demonii (riprese l’aríolo) sono entrati in corpo
-degli uomini d’arme e del loro capitano: questi fan loro immaginare di
-vedere fuoco, spiriti, nemici intorno alle mura, e pare che l’inferno
-s’abbia a scatenare per venir costà. Duplicarono le sentinelle sugli
-spaldi e presso le porte, e dall’alto delle torri, due soldati posti
-in vedetta debbono render conto per sino delle cornacchie e degli
-sparvieri che vedranno levarsi a volo da tutti i boschi dintorno.
-Temono che i Milanesi vengano a prendersi Bernabò. Guai se un guerriero
-si accostasse un tiro d’arco o di pietra a questi baluardi! avesse
-egli l’acciaio della armatura incantato con cento spergiuri e segni
-diabolici, verrebbe d’un subito traforato e schiacciato come debile
-insetto. — O santa Vergine (esclamò Ginevra cui tutta invase un
-terrore profondo), chi salverà Palamede? Chi lo terrà lontano da questa
-castello in cui esso tenterà forse questa stessa notte di penetrare?
-Deh per pietà, corri, vola, trovalo: fa colle tue arti che egli non
-s’accosti a queste mura; digli che si allontani rapidamente, che l’ira
-del conte di Virtù contra di noi si calmerà; digli infine che io invoco
-con tutto il fervore ogni giorno dal cielo la nostra unione, ed ho
-ferma speranza che i nostri voti saranno esauditi.»
-
-Stupì grandemente l’aríolo a queste parole: «E come sapete voi (le
-disse con passione) che Palamede tenterà questa notte di qui penetrare,
-ed in qual guisa porlo ad effetto? — In qual modo, l’ignoro (soggiunse
-Ginevra); ma che egli debba trovarsi nella vicina notte in questo
-castello, lo ha scritto egli stesso in questo foglio, che tu mi hai
-recato.» Prese tosto l’aríolo quel foglio, e rapidamente leggendolo,
-non poca si fu la sua maraviglia nel ritrovare ivi descritti
-esattamente gli anditi e le camere che conducevano dalle stanze di
-Ginevra alla chiesa e nella cappella dei morti. Non sì tosto ebbe
-letto quel foglio, che bene scoprì la causa per cui il cavaliero si era
-ritirato nel bosco coi ladri, e non esitò a credere che uno di costoro
-gli doveva servire di guida in sì fatta impresa. Ignorando però egli
-affatto che esistesse un sotterraneo il quale dall’Adda conducesse
-alla cappella, altri non conoscendone che quello antico per la torre
-nera di Barbarossa, mal sapeva concepire in qual maniera il cavaliero
-sarebbe colà pervenuto. Meditando però fra sè, e richiamandosi alcuni
-racconti per lui intesi di rumori uditisi per quelle parti, non che
-di gente scomparsa da luoghi ignoti, nacquegli sospetto che ivi pur
-anco esistesse sotterranea via per la quale di certo avea Palamede
-divisato di penetrare in castello. Se le voci sparsesi quella mattina
-e la raddoppiata vigilanza nelle guardie non lo avessero intimorito di
-qualche danno, egli non avrebbe esitato a secondare questo tentativo
-premeditato dal cavaliere, che potea ridonar pace a quella fanciulla,
-per la quale un po’ di vanità e una segreta simpatía che le avea
-ispirato in veggendola, lo aveano mosso a vivamente interessarsi. Ma
-riflettendo alla gelosia con cui era il castello difeso, pensò essere
-più vantaggioso per lui e per quelli amanti il dissuaderli da tale
-disegno; e quindi rivolto a Ginevra: «Signora (le disse), se le mie
-arti bastassero ad addormentare tutti questi soldati, o a renderli
-di sasso per una notte intera, mi adoprerei con tutto l’impegno per
-farlo, affinchè voi possiate liberamente trattenervi con Palamede; ma
-ciò è a me impossibile, ed a lui pericoloso, mentre nessun vivente
-potrebbe approssimarsi impunito a queste mura. Ubbidirò quindi a’
-vostri cenni, ed andrò ad avvertirlo, perchè rapidamente si allontani
-da questi luoghi. — Prendi (rispose Ginevra staccandosi il fermaglio
-d’oro a forma di croce greca, contornato di perle e gemme, col quale
-rannodavasi al petto un nastro trapunto d’argento, che servendogli di
-cintura ricadea colle estremità lungo la veste; e raggruppatosi intorno
-il nastro, consegnò il fermaglio ad Enzel): Prendi (proseguì) questa
-croce che mi donò mia zia Matilde, quando io era fanciulletta, nel suo
-convento di Sant’Agnese, e che sempre ho portata sovra di me perchè
-possiede una mirabile virtù: consegnala a Palamede, e digli che quando
-vedrà queste perle annerirsi, ed impallidire i diamanti, s’abbia per
-certo ch’io mi muoio. Preghi egli allora il Signore onde mi raccolga
-in pace là dove io lo starò attendendo; ma lo assecura che sin che
-dureranno candidissime le perle, e lucenti i diamanti, serberassi del
-pari intatto nel mio animo l’amore ardentissimo che per lui nutro, e la
-brama irresistibile di esser sua per sempre.»
-
-Tosto che la fanciulla ebbe pronunciate queste parole, ed Enzel,
-riposto per entro i panni quel prezioso fermaglio, si disponeva a
-partire, udissi un veloce mutar di pedate di persona che si appressava
-a quella stanza. Presi ambedue da instantaneo timore, mal sapendo chi
-si fosse, si racquetarono in veggendo Gabriella, la quale entrando
-precipitosa colà si volse all’aríolo e: «Presto (tutta ansante gridò)
-spiega, metti in campo tutte le tue arti, i tuoi poteri; chiama gli
-spirti, le nubi che ti portino lontano mille miglia, perchè se non
-voli come un falco, o non ti profondi come una vipera sotto terra,
-non ti rimangono tre minuti di vita.» Il viso dell’aríolo a queste
-parole divenne cinericcio pel pallore, ed i suoi occhi, fattisi
-protuberanti, girarono spaventati intorno, e con voce tremante disse:
-«Perchè mai una tal cosa? Che è egli avvenuto? — E tu, che tutto sai,
-lo ignori? (riprese con maraviglia Gabriella). Non sai tu dunque che
-Tignacca, caporale di lancia, il quale conduceva la scolta alla guardia
-del ponte, ha detto di averti veduto entrare nella torre nera di
-Barbarossa, ed uscirne al momento dell’apparizione dei demonii, intorno
-alle mura, e che dopo attraversato il parco sei entrato nel gran
-cortile del castello? e non sai che per questo ed altre voci che si
-sparsero delle tue arti, i soldati credono che tu con sortilegi e magia
-evocasti in questo luogo gli spiriti infernali per liberare Bernabò;
-e per tal motivo frugano per tutti i nascondigli del castello onde
-ritrovarti, ed hanno già preparata un’ampia catasta di vecchie legna
-nel parco per gettarti ad arrostire, onde vedere tutti i diavoli uscire
-dalla tua bocca. E buon per te che fosti in queste camere, mentre non
-vennero qui pel rispetto che fu loro imposto per queste fanciulle; ma
-da un istante all’altro alcuno de’ più arditi potrebbe salire quassù,
-perchè ti stanno sulla traccia con tutta la foga. E tu ignoravi questo
-imminente pericolo? Vola, ti dico, celati rapidamente, chè non hai un
-momento da perdere.»
-
-Il coraggio, che l’aríolo aveva affatto perduto quando intese che il
-parco era guardato dai soldati, riuscendogli in tal modo impossibile
-lo uscire pel sotterraneo della torre, ritornò in lui colla usata
-freddezza di spirito e ardimento ne’ perigli, quando il suo sguardo
-cadde sulla lettera di Palamede che stava sopra una tavola innanzi a
-Ginevra: il suo volto si ricompose, cessò il tremito delle sue membra,
-si allacciò più strettamente una cintura di pelle intorno alla persona;
-e mentre fuori si udiva Geltrude in alterco con uomini di voce aspra e
-minacciosa, ed il gridar con ispavento di Damigella, Enzel promise a
-Ginevra, la quale era quasi dal terrore tramortita, che si sarebbero
-riveduti; assicuratosi in fronte il cappello, spalancò le imposte di
-una finestra che da quella camera mirava in un corridoio, e attaccatosi
-colla destra alla colonnetta che dividevala in due archi acuti,
-spiccato un salto, l’attraversò allontanandosi a rapidi e leggieri
-passi.
-
-Mentre tali cose avvenivano nel castello di Trezzo, nell’asilo de’
-ladri dentro al bosco componevasi un nero tradimento, che doveva
-costar la vita a Palamede. Aldobrado, a cui il mal esito del progetto
-di penetrar nel castello aveagli tolta ogni speranza di compire uno
-scellerato disegno contro il cavaliere, che s’avea nutrito sino dal
-primo istante che a lui suggerì quell’impresa, meditò in suo segreto
-un altro mezzo onde riuscire egualmente a quello scopo. Abituato ai
-delitti ed alle uccisioni che commetteva impunemente qual sicario
-di Bernabò, la rea anima di costui determinavasi ad un assassinio,
-benchè minimo fosse l’interesse che gliene poteva scaturire. Profugo
-da Milano, ove avrebbe pagato il fio di tanti misfatti, travisatosi
-in abito fratesco, egli s’era proposto di vagare in cerca di qualche
-forte truppa di banditi, per farsi con loro ad assalire e depredare
-villaggi e baronie. L’oro e gli osceni piaceri ch’egli si gustava anche
-con mani fumanti di sangue, costituivano i soli diletti di Aldobrado,
-il quale in pochi anni era stato carnefice, spia di guerra, soldato
-e cortigiano quando scontrò Palamede nell’isola di Mandellone, e
-rilevò come questi avesse con sè molti fiorini d’oro, gli vide una
-ricca armatura, ed intese che ad ogni costo volea favellare alla
-bella prigioniera del forte di Trezzo, egli pensò tosto alla strada
-sotterranea che conduceva alla cappella dei morti nella chiesa del
-castello, e suggerigli i mezzi di penetrarvi, non già per favorire ai
-desiderii del cavaliere, ma perchè in quella via tenebrosa e segreta,
-piena di rivolte e di perigli, e nota esattamente a lui solo, poteva
-agevolmente impossessarsi e dell’amante e dell’oro di Palamede, che
-con un colpo del proprio stilo trafiggeva, e quivi lasciava celato. A
-questo fine, trovandosi da solo nella tana del cervo col Brescianino,
-mentre Palamede passeggiava pel bosco, e il Tencio e il Carbonaio erano
-usciti, aveva tentato di guadagnarlo a sè, e facilmente ne venne a capo
-colla promessa di molto oro, e di condurlo seco in lontani paesi. A
-questi però non isvolse la trama che avea disposto; gli impose soltanto
-che entrando nel sotterraneo del castello non gli si scostasse giammai
-dal fianco, e stesse pronto ad eseguire alla cieca e arditamente ciò
-che gli avrebbe ordinato, badando principalmente che se gli avesse
-affidato una donna, le impedisse, per qualunque causa si fosse,
-emissioni di grida, turandole, se occorreva, la bocca co’ proprii lini.
-
-Ito a vuoto un tale disegno per causa che il Tencio non potè far
-pervenire nel castello il foglio di Palamede, e questi stabilì
-irremovibilmente di partire da quel bosco al mattino seguente,
-Aldobrado, cui sempre ardeva il desiderio dell’oro del cavaliero, non
-depose il pensiero di rapirglielo. Quando sul far della sera Palamede
-uscì dalla fontana sotto terra, onde passar la notte nel tempio, pensò
-di lasciarlo addormentare, e silenziosamente sbucare dal sotterraneo,
-e ovunque si trovasse, assalirlo e spogliarlo. Infatti lasciò si
-avanzasse la notte, e già stava per eseguire tale progetto, allorchè
-intese nel tempio un lieve rumore di pedate: stette cheto credendo si
-fosse Palamede risvegliato; ma all’incontro era Enzel, sconosciuto al
-cavaliere, il quale colà era venuto per condurlo sotto il verone di
-Ginevra. Udì quel traditore l’uscir che fece il cavaliere dal tempio,
-ma pensò fosse causa l’interna agitazione che nol lasciava riposare,
-e non disperò che sarebbesi racquetato. Infatti dopo molto tempo, non
-ascoltando più moto alcuno, uscì chetissimamente dalla tana, ma non lo
-scorgendo nel tempio, venne all’incerto lume di luna nel bosco, e qual
-fu la sua meraviglia in vederlo avanzarsi fra le piante colla fiaccola
-nella destra! Palamede appena lo vide, ebbro di gioia pel canto e per
-la vista dell’amata fanciulla, tutto a lui narrò, dello sconosciuto
-che lo aveva destato e condotto al castello, e del cantar di Ginevra, e
-del foglio a lei mandato, e di ciò che lo sconosciuto gli aveva detto,
-cioè di non partirsi di colà sino a che non lo avesse riveduto. Questo
-intervento di uno sconosciuto andò per nulla a sangue ad Aldobrado, che
-temeva potesse attraversare i suoi perfidi disegni. Quindi fingendosi
-lietissimo di questa avventura, rallegrossene con Palamede; ma in
-suo cuore pensò di ucciderlo al primo momento che all’uopo gli si
-presentasse. Intanto i ladri, udendo rumore, osservarono dagli spiatoi;
-e non vedendo che i loro ospiti, uscirono tosto dalla fontana. Palamede
-allora disse che avrebbe quel giorno sicuramente dimorato ancora con
-essi; e per ciò quando spuntò il mattino, il Tencio e il Carbonaio
-se ne partirono per recarsi ne’ vicini contadi a procurarsi le
-provvigioni. Aldobrado e Palamede si trattennero lunga pezza ragionando
-con maraviglia del chi potesse essere quella ignota persona comparsa
-con tanto mistero in quel luogo, e come mai fosse consapevole de’ di
-lui amori con Ginevra, e in qual modo tenesse seco lei relazione,
-serrata siccom’era in un castello sì custodito. Dopo avere a lungo
-favellato, Aldobrado domandò a Palamede se il corsaletto d’acciaio
-che vestiva non gli dasse noia pel caldo ardente che il sole già alto
-spandeva intorno. Il cavaliere rispose che sì; e disse di volersene
-spogliare, poichè sembravagli inutile tale arnese in sito tanto remoto.
-Aldobrado, a tale risposta, si offerse tosto a sfibbiargli le piastre
-delle reni; ma Palamede, che era uso addossarlo e levarlo sempre da
-sè, non glielo permise; e solo il pregò gli slacciasse dagli spallacci
-i bracciali: per cui dovendogli Aldobrado rimanere sempre da lato,
-gli fu impossible eseguire il suo reo disegno; oltre che il cavaliere
-proseguiva a ragionare cogli occhi ver lui rivolti: il che non sarebbe
-avvenuto standogli alle reni, dove appena slacciato il corsaletto
-poteva inosservato, siccom’era suo pensiere, trarre il pugnale e
-infiggerglielo nella nuca o nella schiena.
-
-Più cupida e più ostinata fece in quel traditore la smania di togliere
-al cavaliere la vita e la fallita speranza del colpo in quel momento,
-e il vedere fra i lini sul petto di lui una collana di smeraldi
-e crisoliti, a cui certamente stava unita qualche santa reliquia,
-e la cintura di pelle che correvagli intorno a’ fianchi, ch’ei si
-pensò, come era difatti, carca di molt’oro. Aggravasi quindi a lui
-dintorno intento, inquieto, spiandone i movimenti come un lupo alla
-preda; ma siccome Palamede si era ricinta la spada, non si azzardava
-di scagliarsegli addosso, persuaso che se il colpo mancava, egli
-era morto. Ma in quel mentre tutto allegrossi lo scellerato avendo
-udito dal cavaliere ch’egli bramava colà riposare all’ombra di quelle
-piante, poichè sentivasi assalito da un sonno prepotente; ed infatti
-ricolto il corsaletto, se lo acconciò per guanciale, e adagiossi.
-Affinchè nella perfetta solitudine più celeremente e con più agio
-egli si addormentasse, pensò Aldobrado di ritrarsi, ed attendere col
-Brescianino, il quale stava entro il sotterraneo disponendo qualche
-refezione, e di cui avrebbe abbisognato allo svegliarsi del cavaliere.
-
-Disceso nella fontana, si assise sul masso a piè del quale era
-sepolto Guandaleone; e fissando in volto il Brescianino, che stava
-arrotando sull’orlo della vasca della fontana il suo stocco, volse
-nel pensiero il dubbio se avesse o no ad associarlo nel fatto che
-era per commettere: e si risolvette di farlo, perchè questi poteva
-accorgersene, mentre egli lo eseguiva, e sturbarnelo; e perchè di tal
-guisa avrebbe avuto un compagno di cui giovarsi in avvenire, e che era
-in sua balía il togliersi d’intorno quando il volesse. Appena concepito
-tale divisamento, si alzò, prese al ladro una mano, e stringendola
-gli disse: «Brescianino, la tua sorte è fatta: tu puoi essere ricco
-quanto un castellano, e non temer più nè sgherri nè ruota. E ciò con
-far null’altro che trapassare con quello stocco la gola ad un uomo
-che dorme. — E chi sarà costui? (rispose sorpreso da tale proposta il
-Brescianino) — È quel cavaliere (proseguì Aldobrado) che venne con
-noi dall’isola di Mandellone; egli è stato questa notte al Castello
-di Trezzo, ed attende qui alcune persone, sicuramente per tradirci e
-farci prendere ed appiccare. Egli ha sopra di sè molti danari; ed è il
-più bel colpo che tu possa fare, e di cui ti avanza tutta la vita onde
-pentirtene, racquistandoti il cielo. Andiamcene, egli è addormentato
-sul limitare del bosco fuori di questa tana: non incontreremo alcun
-pericolo nell’assalirlo.»
-
-Detto questo, Aldobrado colla mano sull’impugnatura dello stilo,
-il Brescianino brandendo lo stocco, salirono queti queti i gradini
-della scala del sotterraneo: venuti nel tempio, Aldobrado si
-affacciò cautamente alla porta, e vide Palamede che giaceva sotto le
-piante immerso in profondo sonno; lo additò al Brescianino: quindi
-assicuratosi, porgendo orecchio, che realmente il suo sonno era greve,
-s’avanzarono verso di lui a passi lenti e dubbiosi, soffermandosi ad
-ogn’istante: sino a che giuntigli sopra, Aldobrado, tratto il pugnale,
-glielo appuntò al cuore, e il Brescianino lo stocco alla gola, quando
-una voce improvvisa e stridente dal bosco gridò: «Svégliati, svégliati,
-Palamede!»
-
-Indietreggiarono un passo a tal voce improvvisa; e Palamede,
-sull’istante risvegliato, mirando intorno a sè que’ due colle armi,
-balzò d’un salto in piedi ponendo mano alla spada. Il Brescianino, che
-gli era più da presso, e che teneva lo stocco ancora a lui rivolto,
-pensando, se tardava a fuggire o difendersi, essere perduto, gli si
-slanciò alla vita, vibrandogli la punta al petto; ma nol colpì che nel
-braccio sinistro, con cui sosteneva la guaina della spada; colla quale
-tosto cacciatoglisi contro ne ribattè due colpi, ed al terzo gliela
-conficcò nel petto trabalzandolo a terra insanguinato. Aldobrado,
-al rapido rialzarsi di Palamede, si era velocemente ritratto dietro
-un albero, onde la persona che avea gridato nol sorprendesse; ma non
-iscorgendo alcuno, e vedendo il Brescianino alle prese col cavaliero,
-slanciossi egli pure contro di esso per ferirlo da un fianco; e se un
-momento di più durava la zuffa col ladro, Palamede veniva trafitto;
-ma invece ei menò tosto un fendente ad Aldobrado, gridandogli: «Vile
-assassino, pagherai colla vita il tradimento.» Ma Aldobrado si schermì
-d’un salto; e gettatosi nel bosco, sparve fuggendo a tutto corso.
-
-Palamede non l’inseguì; ma si arrestò trasognato per quell’inatteso
-avvenimento, e mirava al suo braccio ferito che grondava, e al ladro
-che boccheggiava spirando steso al suolo, immerso nel proprio sangue.
-Risuonavagli tuttora all’orecchio quella voce che desto lo aveva,
-e voce parevagli non ignota; mal però valeva a concepire quale di
-tutto ciò fosse stata la causa. Ad un tratto, uscendo dal bosco, si
-appresentò a lui un uomo che tosto dal volto e dai panni riconobbe
-per quello stesso che gli era apparso nella notte; e si accorse che
-la voce che avea gridato era appunto quella di costui. Era infatti
-Enzel l’aríolo, il quale sfuggito dal castello pel sotterraneo della
-cappella de’ morti alla ricerca dei soldati, si era cacciato nel
-bosco per venire in traccia di lui, siccome avea promesso a Ginevra;
-ed era giunto a veduta di Palamede, nel momento che questi stava per
-cader vittima degli scellerati. Siccome non teneva armi di sorta,
-osato non aveva di uscire all’aperto per difenderlo, per non essere
-anch’egli ucciso se il cavaliere succombeva. Palamede, a lui rivolto,
-disse: «Chiunque tu sii, che certo mi sembri inviato da un mio santo
-protettore, io a te debbo la vita: dimmi quindi se ho a venerarti come
-un amico dei celesti, o premiarti con oro, o cosa io debba fare perte;
-ma spiegami, te ne scongiuro, come tu mai avesti di me conoscenza e di
-Ginevra, e per qual motivo volevano costui, che ho ucciso, ed Aldobrado
-togliermi la vita, e in qual modo tu mi hai salvato.»
-
-«Cavaliero (rispose l’aríolo), ora non è tempo da dirvi tutte queste
-cose; pensate a riparare la ferita del vostro braccio, ed a partire
-tosto da questi malaugurati luoghi, ricovero di assassini; ritornate
-all’isola di Mandellone, riprendete il vostro cavallo, ed avviatevi
-alla volta di Milano, ove io verrò seco voi, e vi narrerò cose che
-vi riusciranno di sommo aggradimento.» E in così dire, accostatosi a
-Palamede, gli fasciò il braccio con una benda che tolse d’addosso al
-Brescianino che era già affatto morto; si armò collo stocco di questo;
-e addossatosi il corsaletto d’acciaio che Palamede a causa della ferita
-non potea rivestire, si pose frettolosamente sul sentiero che guidava
-alla strada di Concesa.
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
- Indi partimmo, e senza più riposo
- Lambro passammo per trovar Milano;
- Nè non ne fue per lo cammino ascoso
- Veder Cassano, Monza e Marignano.
- . . . . . . . . . . . . . .
- Dimmi, diss’io, per cui si apre e serra
- Questa città che vive sì felice
- Con fede, con giustizia e senza guerra.
- FAZIO, _Dittamondo_.
-
-
-«Chi non cangerebbe il convito del più fastoso principe d’Italia con
-questo insipido pezzo di lepre, per avere il piacere, mangiando, di
-fissare lo sguardo ne’ due occhi più belli che il signore abbia infissi
-sotto la candida fronte d’una sua creatura?» Così, divorandosi il
-fianco d’un leprotto abbrustolito sulle bragie, favellava lo scudiero
-di Palamede alla bella figlia di Mandellone, che stava ritta innanzi
-alla pietra che a lui serviva di desco. Egli aveva astutamente voluto
-farsi disporre il pranzo sul margine dell’isola, all’ombra d’un gruppo
-di piante, ond’essere discosto dall’ostiere, che, occupato in altre
-faccende, era costretto mandare la figlia a recargli quelle poche
-mal condite vivande che gli apprestava; e lo scudiero approfittava di
-questi momenti per amoreggiar con Maria, ch’era essa pure innamorata
-di lui, e sulla quale in ogni altro istante il sospettoso Mandellone
-invigilava gelosamente. «T’avvicina, bella Maria (proseguiva lo
-scudiero, prendendole una mano, mentre ella tutta arrossendo a lui
-s’accostava), riempi tu stessa questa tazza di vino: poichè io ho
-giurato di non beverne una goccia, fossi anche sulle sabbie della
-Palestina, se tu prima non ne assorbi un sorso con que’ tuoi labbruzzi
-più rossi del sangue di tutti i guerrieri che io ho ammazzati.»
-
-Maria s’accostò, sorridendo, quella tazza alla bocca; e resala allo
-scudiere, questi se la tracannò d’un fiato. «Eh, che vernaccia! che
-vin greco! (esclamò). Qui, qui dentro stanno tutti i sapori. Ah! Maria,
-la tua bocca ha trasfuso in quel vino il fuoco o il veleno. Per pietà
-siedi qui su questo sasso vicino a me; sta preparata a soccorrermi,
-perchè io sento un ardore circolarmi per le vene che tutto m’abbrucia.»
-La semplice Maria, dal timore, dall’ansia amorosa, dall’agitazione,
-dalla forza delle braccia di lui fu costretta a sedersi; allora lo
-scudiero serrando ambedue le mani di lei fra le sue: «Tu non sai
-(le disse) quante dame e principesse, le più ricche e belle donne
-del mondo, hanno sospirato per me; ma io sempre resistetti alle loro
-attrattive. Tu, tu sola, o Maria, con que’ tuoi occhi vivissimi, che mi
-han penetrato il fondo del cuore, mi hai vinto, ed acceso di un fuoco
-violento a cui non posso resistere. Io voglio farmi tuo cavaliere,
-condurti nelle più grandi città, darti palazzi, ricchezze, tutto
-ciò che potrai desiderare; ma....» Gli occhi di lui sfavillanti, il
-rosseggiare delle sue guancie, il moto inquieto della sua persona e
-delle sue braccia misero gran paura a Maria; che, rialzatasi, faceva
-forza per divincolarsi da lui; e la lotta ineguale sarebbe durata a
-lungo se un fischio che s’intese dalla sponda dell’Adda, facendo venire
-Mandellone a quella volta, non vi avesse posto fine. Lo scudiero lasciò
-Maria, che fuggì verso la capanna, ed ei si recò indispettito verso
-la riva onde vedere chi fosse che sì a contrattempo per lui veniva a
-passare il fiume.
-
-Agli atti replicati di rispetto che faceva Mandellone, alla diligenza
-con cui accostò alla sponda la zattera, e porse mano al passeggiero a
-salirvi, lo scudiero riconobbe in questo il suo signore; e nell’altro
-che lo seguiva, quell’aríolo con cui aveva il giorno avanti ragionato:
-corse perciò anch’esso al luogo dello sbarco a riceverli, mostrando
-tutta la premura e il contento di rivedere il cavaliere. Appena questo
-fu a terra, gli chiese dove fosse il suo cavallo; e lo scudiero
-rispondendogli ch’era dall’altro lato dell’isola che stava col suo
-proprio pascolando, gli impose di condurli tosto presso la capanna per
-sellarli e porli in arnese onde partire immediatamente.
-
-L’oste gli aveva preceduti, e stava affaccendato chiamando Trado e
-Maria, comandando loro ad alta voce che disponessero deschi, tondi,
-tazze per servire il cavaliero; ma questi, sopraggiunto coll’aríolo,
-disse che null’altro gli abbisognava fuorchè un vaso di fresca acqua,
-e pregò Maria gli arrecasse de’ lini ed un nastro; sedutosi poscia
-sopra un sasso, sentendosi gravemente addolorato il braccio a causa
-della ferita, ch’era profonda, se lo dispogliò dei panni. L’oste e la
-figlia, che gli si fecero dintorno, mentre Enzel era andato in cerca
-di erbe, rimasero attoniti allo scorgere il suo braccio ravvolto in una
-benda tutta intrisa di sangue. Mandellone, cui aveva recato sorpresa la
-mutata compagnia con che vide ritornare il cavaliero, pensò a quella
-vista, ed all’abbattimento che scorse a lui in volto, che loro fosse
-accaduta qualche mala ventura; ma nulla nè chiese, nè disse; e porse
-mano a Maria, che lo veniva con gran cautela sfasciando. Tramandava
-la piaga nuovo sangue ancora su quello che le stava intorno aggrumato:
-essi gliela lavarono; e allorchè fu ripulita, ritornò Enzel recando un
-fascetto di erbe e fiori, fra cui ne scelse alcuni, che tritò, pose
-in un vaso, e pestili a gran forza, ne versò poscia il succo a varie
-gocce nella ferita; quindi vi sovrappose altre erbe fresche; e ravvolto
-entro bianco lino il braccio, glielo cinse d’un nastro. Subito dopo
-questa medicazione, fosse la freschezza dell’acqua con cui fu lavata
-la ferita, o qualche naturale virtù delle erbe, Palamede disse di
-non provare quasi più dolore alcuno, per cui potè rivestire gli abiti
-che indossava la prima volta che venne nell’isola; e quell’immediato
-giovamento ridondò a grande onore dell’aríolo, poichè si attribuì alla
-di lui sapienza nella scelta delle erbe, ed al suo potere di renderle
-salubri.
-
-Avendo lo scudiero condotti colà i cavalli, loro riposti gli arcioni
-e gli altri arnesi, Palamede trasse alcune monete d’oro, e le diede
-a Mandellone, il quale appunto, colla speranza di riceverle, venía
-porgendogli tutti i voti per la di lui prosperità e la speranza di
-rivederlo; ed appena ebbe quel denaro nelle mani, facevan contrasto
-visibilissimo sul suo volto la contentezza di possederlo, e
-l’afflizione esagerata che forzavasi di dimostrare per la partenza e
-la ferita del cavaliero. Non così Maria, i cui occhi si gonfiarono di
-lagrime allorchè vide lo Scudiero avviarsi al fiume guidando a mano i
-due cavalli, preceduto dal suo signore, dall’oste e dall’aríolo; quando
-furono saliti sulla zattera, e che lo scudiero, fissandola, sorridendo
-la salutò della mano, ella diede in uno scoppio di pianto, pel quale
-tutti a lei si rivolsero, ed ella si tolse dalla sponda, nascosto il
-viso nel grembiale, ritirandosi alla capanna.
-
-Superata l’erta riva dell’Adda, Palamede e lo scudiero salirono i loro
-destrieri; e l’aríolo veniva camminando dietro al cavaliero, il quale
-tratteneva il cavallo, ardente di slanciarsi in corsa, ad un lento
-passo, a causa che la picciola strada su cui viaggiavano, essendo al
-margine dell’erta sponda del fiume, era piena di scoscendimenti. Dopo
-poca via il cavaliero, bramosissimo di favellare con quell’uomo per
-lui misterioso, che avevagli resi sì segnalati servigi, chiamollo al
-proprio fianco, e gli chiese instantemente chi egli mai si fosse, e
-in qual modo avesse conoscenza di lui e di Ginevra. «Chi io mi sia
-(rispose Enzel), nulla vi gioverebbe il conoscerlo: quindi null’altro
-vi dirò di me, se non che mi chiamo Enzel Petraccio l’aríolo, che
-già da varii anni abitava il castello di Trezzo, d’onde non sarei
-ora sloggiato se non mi fossi fitta in capo la voglia di veder
-rasserenato il volto della bella Ginevra, su cui mi sembrava che
-troppo ingiustamente regnasse la tristezza cagionata dalla prigionia.
-Conducendo voi a questo fine sotto il di lei verone, mi posi a pericolo
-d’essere arrostito come un mago alleato dell’inferno; ma mi sottrassi a
-tempo dalle unghie de’ soldati, e giunsi a voi vicino nel vero momento
-in cui la mia venuta vi valse la vita. Per lo che se voi mi accorderete
-la vostra protezione, sono contentissimo di aver abbandonato quel
-castello. — Non dubitare, o Enzel (a lui rispose Palamede): poichè
-ti debbo la vita, dovessi perderla per giovarti, non mi vedrai punto
-esitare; ma ora vorrei sapere, se Ginevra stessa ti appalesò qual fosse
-la causa della sua tristezza, e come mai tu giungesti a scoprire che
-io mi trovava entro quel bosco coi ladri. L’aríolo, a lui rispondendo,
-non gli spiegò il modo vero ingegnoso con cui venne a capo di tale
-scoperta; ma usando parole artificiose e stravaganti, il lasciò
-sospettare ch’egli possedesse arti secrete, ma naturali, con cui senza
-il soccorso di spiriti maligni conosceva gli avvenimenti ignoti; poscia
-gli manifestò che Ginevra nutriva per lui un amore sempre ardentissimo;
-gli narrò tutto ciò ch’ella faceva nel castello, e come veniva per
-ordine del capitano rispettosamente trattata; finalmente, ripetendogli
-gli ultimi discorsi ch’ella gli aveva tenuti: «Che ciò che io vi narro
-sia la verità, aggiunse, e che la vostra Ginevra abbia piena fidanza
-in me, ve lo provi questo gioiello maraviglioso ch’ella mi diede
-ond’io a voi lo consegnassi.» E così parlando si trasse dal di sotto
-dell’abito quel prezioso fermaglio che aveagli dato Ginevra, e lo porse
-a Palamede. Questi lo riconobbe all’istante, perchè tante volte ne avea
-vedute brillare le gemme sul petto a Ginevra, quand’ella, collocata
-fra varie nobili giovanette nelle sale o ne’ tempii, attraeva i suoi
-sguardi, che posando su di lei incessantemente, avevano imparato a
-distinguerne i più minuti ornamenti. Mentre egli avidamente contemplava
-questo prezioso dono, l’aríolo gli ridisse quel portentoso potere
-di cui gli avea narrato Ginevra essere dotato: cioè di appalesare,
-coll’impallidirsi delle perle e l’annerirsi de’ diamanti, il momento
-della morte di chi glielo donava; e con tutta l’eloquenza gli descrisse
-l’ardore col quale ella aveva pronunciata la promessa d’essergli
-costante sino agli estremi della vita. Il cuore di Palamede s’intenerì
-profondamente alle di lui parole, ed un trasporto d’amore trasse
-sull’occhio del guerriero una stilla di pianto, che cadde su quella
-croce, sacro pegno del più puro affetto.
-
-Le ruinose mura del castello di Vaprio si appresentarono a capo della
-strada; il giorno s’avanzava; e il cavaliere, riposto il gioiello, e
-calmata l’agitazione soave del cuore, propose all’aríolo di salire in
-groppa al cavallo dello scudiero, chè in tal modo avrebbero fatto più
-rapido cammino. Ciò fece infatti l’aríolo; e messisi sulla strada di
-Vaprio, che era assai più della prima restaurata, posero i cavalli a
-buon trotto.
-
-Il canale che porta il nome di Naviglio della Martesana, il quale,
-uscendo dall’Adda poco al di sotto di Trezzo, corre dirittamente sino
-a Groppello, indi volgendosi a ponente discende a Milano, giovando
-colle abbondanti sue acque al commercio ed all’irrigazione, e che
-ora s’incontra circa alla metà della strada fra Vaprio e Gorgonzola,
-non era stato a que’ tempi scavato, per cui la via s’allungava fra
-terreni incolti, sparsi qua e là di qualche rustico e miserabile
-casolare. Arrivarono que’ viaggiatori a Gorgonzola, che loro s’indicò
-da lungi colla sua bruna torre, entro cui era stato rinchiuso nel 1245
-Enzo figliuolo dell’imperador Federigo, il quale, fatto prigioniero
-da’ Milanesi, venne reso in cambio dell’intrepido Simon da Locarno.
-Passarono quel borgo, che portava ancora in alcune devastate case i
-segni della terribil lotta fra i Torriani ed i Visconti colà consumata.
-Attraversata la Molgora, pervennero, dopo un bel tratto di cammino, al
-Lambro, dove, pagato il pedaggio per passarne il ponte, entrarono in
-Carsenzago. Ben lungi allora dal fare lieta mostra di se, siccome ora
-avviene a causa degli ameni e gentili casini disposti lungo il naviglio
-che lo fiancheggia, Carsenzago non era in que’ tempi che un villaggio
-di rozzi abituri rusticali e di edifici cinti da grosse mura a foggia
-d’altrettanti piccioli castelli, ne’ quali albergavano i ricchi del
-contado.
-
-Fermarono i cavalli que’ viatori vicino alla chiesa di quella terra
-presso la canonica, che era un convento di Sant’Agostino; ed essendone
-uscito un monaco, Palamede lo richiese se vi si trovasse ancora frate
-Baldizone Scaccabarozzo. «Voi mi chiedete del nostro abbate (rispose il
-monaco): ecco ch’egli a noi sen viene.» Balzò da sella il cavaliere, ed
-accorse ad un vegeto e venerando vecchio, che era l’abbate suo zio, il
-quale ver lui si avanzava; in atto umile gli prese la mano, e la baciò.
-Frate Baldizone riconobbe il nipote; e pieno di gioia per il di lui
-ritorno, se lo strinse affettuosamente al seno; e voleva a forza che,
-riposti i cavalli, sì lui che i due che lo seguivano pernottassero nel
-convento; ma Palamede insistendo di voler giungere a Milano, il frate
-l’obbligò a prendere almeno un reficiamento: il che venne accettato,
-con gran giubilo dello scudiero, cui dava maggior pensiero la fame
-che la memoria dell’abbandonata Maria. Levati i freni ai cavalli, che
-si lasciarono nel cortile del monastero a pascer l’erba, vennero gli
-ospiti condotti a capo d’un lungo porticato entro una sala prossima
-al refettorio, dove in un istante, per ordine dell’abbate, dai frati
-serventi fu imbandita una mensa. Mentre Palamede si ristorava coi
-cibi, frate Baldizone, sedutoglisi di prospetto, dopo averlo richiesto
-de’ suoi viaggi e delle sue venture: «Senti, figliuol mio (gli andava
-dicendo), tu ritorni in una città in cui la dimora è assai pericolosa
-e per la vita temporale e per l’eterna. Per la temporale, perchè,
-come avrai inteso, pel recente cambiamento di principe gli odii e le
-vendette hanno ora un libero campo; e quantunque valoroso di braccio,
-o potresti essere a tradimento offeso, o dal signore dello stato,
-per ingiustizia, fatto prendere e mal versare; dell’eterna corri
-pericolo, non già per i molti vizii che infestano quelle mura, per
-la licenziosa e corrotta vita de’ signori fra cui tu abiterai, chè di
-ciò ti guarderanno i riserbati e saggi tuoi costumi, ma bensì per le
-massime perverse che si vanno spargendole che qual veleno sottilissimo
-s’insinuano nella mente, corrompono lo spirito, e lo portano
-all’eterna perdizione. Queste massime, di cui ti parlo, sono quelle
-de’ Ghibellini, sacrileghi disprezzatori degli ordini del pontificato,
-contro cui van cercando d’armare tutte le città d’Italia ed anche i
-principi lontani. Ti guarda da loro siccome da serpi insidiosissime.»
-
-Palamede, che era in cuor suo Ghibellino, perchè nutrito alla corte
-dei Visconti, che, sempre in guerra con Roma, favorivano le parti
-ad essa nemiche in Firenze, in Parma, in Bologna, e più nella loro
-propria città, rispose con un cenno di capo ai consigli dello zio,
-che, essendogli noto qual ardente Guelfo, non osava contraddire. «Tu
-non avrai di certo sopra di te (proseguì l’abbate) un salvacondotto
-di Giovan Galeazzo; e siccome fosti amico di Bernabò, io ti consiglio
-a non entrare in Milano nè da Porta Renza, nè dalla Tosa, nè dalla
-Nuova, specialmente avvicinandosi la sera, ma ci entrerai dalla
-Pusterla Brera del Guercio[12]; ove, se t’avvenisse contrasto alcuno,
-potrai farti giovare dal padre Lanfranco Guinicelli, detto il Guelfo
-Bolognese, priore del colà vicino convento di San Marco del nostro
-ordine degli Agostiniani. Io ti darò per lui un foglio, ed a quello
-potrai aver ricorso in qualsiasi traversia, ch’egli ti gioverà co’ suoi
-santi consigli e coll’oro, e troverai entro le mura del suo convento
-un inviolabile asilo.» Terminate queste parole, chiamò un frate, e
-gli bisbigliò qualche motto all’orecchio: questi tosto si ritrasse;
-e Baldizone fece invito a Palamede di salire nella parte superiore
-del convento, onde vedere e venerare la camera in cui avea dormito la
-notte dei dieci maggio 1251 il papa Innocenzo quarto. Due frati li
-precedettero per i schiudere e spalancare alcune massiccie porte; e
-il cavaliero seguito dall’abbate entrò in una vecchia camera, assai
-meno delle altre ornata, che accusava l’antica povertà del convento
-a raffronto della sua allor vigente prosperità. Entro quella camera
-stava un letto con grossolane cortine, e pochi altri mobili mezzo rosi
-dal tarlo. I frati s’abbassarono ginocchioni, e baciarono le cortine
-di quel letto e l’inginocchiatoio che gli stava a fianco, sul quale il
-papa aveva fatte le sue serali e mattutine preghiere; e Palamede fu
-costretto a far lo stesso. Uscendo da quella camera, l’abbate indicò
-a Palamede le mura del vicino spedale da poco tempo da loro stessi
-riedificato ed ingrandito. Quando furono a piè delle scale, quel
-frate a cui Baldizone avea parlato, gli si presentò con una pergamena
-scritta in latino, su cui l’abbate impresse il sigillo nella cera, che
-a tal uopo vi stava distesa; e arrotolatala, la consegnò al cavaliero,
-dicendogli essere la lettera per frate Lanfranco di San Marco. Il
-cavaliero la ripose, porgendogliene vive grazie; ordinò allo scudiero
-di allestire i cavalli, abbracciò lo zio; e salito in arcione, uscì,
-seguito dagli altri due, dalla porta del convento.
-
-Lasciato Carsenzago, pervennero rapidamente a Gorla, e poco dopo questo
-villaggio cominciarono a discernere fra le piante alcuni campanili di
-Milano. Già forte batteva a quella vista il cuore a Palamede; e tutto
-l’indomabile amor di patria invadendolo, con dolcissimo palpito il
-commoveva nell’imo petto: se non che sorse crudelmente ad amareggiare
-quella contentezza il pensiero della lontananza di Ginevra, e l’idea
-dei tanti ostacoli ed umiliazioni che dovea affrontare onde giungere
-a farla sua; nè dall’ondeggiamento doloroso di timori e speranze, che
-forte l’assalì, valse a distrarlo l’ampia vista che al cominciar d’una
-diritta via a lui si offerse, delle torri, delle cupole, delle mura di
-Milano. Immerso in tristi pensieri, là dove avea sperato non risentir
-che gioia, rallentò il moto del proprio cavallo; e procedendo verso
-la città, deviò sulla destra dalla strada maggiore che entrava per
-Porta Renza, dirigendosi per un viottolo al sobborgo di San Marco, onde
-entrare nella città dalla pusterla Brera del Guercio, come lo zio gli
-aveva detto di fare.
-
-Non era allora Milano compreso entro lo spazioso giro di mura in cui
-ai nostri giorni si trova. Quest’ampia e ricca città, regina d’una
-fra le più belle parti d’Italia, la Lombardia, in mezzo alle cui
-feconde pianure s’innalza maestosa, era antichissimamente villaggio
-degli Etruschi; andò d’età in età ampliandosi a cerchii concentrici,
-ed ai nostri tempi la vediamo ciascun giorno ripulirsi dalla ruggine
-de’ barbari secoli, e gareggiare colle più cospicue d’Europa per
-l’eleganza delle sue vie, de’ suoi palagi, de’ templi, de’ teatri, de’
-pubblici monumenti. Ammasso di capanne di pastori allorchè l’Insubria
-era abitata da’ suoi primi popoli, prese Milano, siccome d’età in età
-se ne sparse la storia, il nome e la forma di città, sei secoli circa
-avanti l’era nostra, da una colonia di Galli Senoni, che condotti dal
-loro capo Belloveso valicarono le Alpi, scacciarono gli Etruschi, e
-si fecero abitatori di questa florida terra. Quattrocento anni dopo,
-la Romana repubblica, che già potente dispiegava le grandi ali del
-suo dominio, essendo consoli Gneo Cornelio Scipione e Marco Marcello,
-vinse e s’impossessò di tutto il paese fra il Po e le Alpi, il quale
-venne chiamato col nome di Gallia cisalpina. Milano allora divenne
-sede d’un presidio romano. Non offrendo questa nè per coltura nè per
-scienze, arti o ricchezze, attrattive a quei dominatori del mondo, non
-figura nella loro storia che a causa d’un tratto di spirito di Giulio
-Cesare, che dona risalto alla semplicità della vita e de’ costumi di
-quei cittadini che veniano dai corrotti Romani derisi. Sebbene però
-quasi pel corso di cinque secoli fosse tenuta in nessun conto, essendo
-in questo tempo la Gallia cisalpina stata compresa nelle provincie
-d’Italia, Milano, divenuta città romana, ebbe qualche maggior decoro;
-e vuolsi fosse allora per la prima volta cinta di mura, le quali
-comprendevano uno spazio assai angusto a fronte del vasto cerchio entro
-cui attualmente si stende; e si può dire che la città d’allora non
-fosse che il nucleo di ciò che dovea col tempo diventare. Designando i
-luoghi coi nomi che presero dopo lunga età, si ha fondamento di credere
-che quelle mura passassero nel sito ove ora stanno San Giovanni in
-Conca, Sant’Ambrogio alla Palla, San Maurilio, le Meraviglie, la Scala,
-l’Agnello, San Fedele, e di là si ricongiungessero con una linea poco
-eccentrica.
-
-L’innocenza e la bontà dei costumi degli abitanti, la semplicità del
-loro vitto, delle vesti e di ogni abitudine della vita, la rozza e
-semplice forma degli edifizii, de’ templi, delle mura durarono in
-Milano fino a tanto che i Germani, superate le Alpi, incominciarono
-nel terzo secolo dell’era a molestare colle scorrerie l’impero. I
-romani imperatori, ond’essere più pronti alla difesa de’ confini che
-i Barbari tentavano violare, portarono la loro sede in questa capitale
-dell’Insubria, recando seco loro il lusso e la magnificenza, e fecero
-di Milano una seconda Roma. Massimiano Erculeo sul finire del terzo
-secolo, dopo avere abbellite Cartagine e Nicomedia, venuto in questa
-città, si diede ad ornarla con opere grandiose. Fu per ordine di lui
-che nuove fortissime mura, erette con grossi massi e munite di distanza
-in distanza di quadrate torri, cinsero Milano con un giro assai più
-vasto del primo. Nove furono le porte aperte in quelle mura; ed a
-ciascuna di esse corrispondeva un quadrivio, cioè uno spazio in cui
-concorrevano molte strade, un solo dei quali ritenne fino a’ dì nostri
-quel nome sotto il corrotto vocabolo di Carrobbio, che sta ove aprivasi
-in allora la Porta Ticinese. Le altre si erano la Porta Erculea, che
-trovavasi al terminare dell’ora contrada degli Amedei; la Romana, che
-era al cominciare del Corso presso la contrada della Maddalena; la
-Tonsa, al finir di San Zeno; l’Argentea, detta Renza od Orientale,
-al Leone; la Nuova, presso San Francesco di Paola; la Comasina, a San
-Marcellino presso la contrada del Lauro; la Giovia, al terminare di San
-Vicenzino; e la Vercellina, detta, come si vuole, di Venere, a Santa
-Maria alla Porta. Oltre queste mura, Milano fu in que’ tempi decorata
-d’un circo, d’un teatro, di varii palazzi imperiali, di molti tempii,
-fra i quali magnifico era quello di Ercole fuori della Porta Ticinese,
-la cui grandezza ci è ancora attestata da un avanzo delle colonne del
-peristilio, che stanno presso San Lorenzo. Ebbe monumenti ed archi di
-trionfo, il più celebrato de’ quali fu l’Arco Romano, che era una gran
-torre quadrata sostenuta da quattro immani pilastri, ornata di trofei,
-e formante una gran porta trionfale che esisteva ove ora trovasi il
-Ponte di Porta Romana.
-
-Durante tutto il quarto secolo Milano gareggiò con Roma, e la vinse in
-fasto ed in potenza; ma al finire di quello s’ecclissò la gloria della
-nostra città, per non risorgere che dopo una lunga serie di anni. I
-destini del mondo stavano per cangiarsi. Torrenti di Barbari piombati
-sul colosso dell’impero di Roma lo crollarono affatto, e immersero
-l’Europa nelle guerre, nelle superstizioni, nell’ignoranza profonda.
-Sola, in tanto naufragio, una nuova religione, la cristiana, prosperava
-ed ergeva vittoriosa l’emblema di un divino sagrificio sugli altari
-dell’abborrito politeismo. Milano accolse la nuova dottrina allorchè
-essa era ancora in fiore; e l’importanza delle sue ecclesiastiche
-dignità fu pari a quella delle politiche. Ai vescovi metropolitani di
-Milano furono suggette tutte le città da Coira a Genova, da Brescia
-a Torino. Questo potere dei vescovi milanesi salvò in varie epoche la
-città dallo sterminio totale, e le ridonò un grado di splendore fra le
-città italiane.
-
-Il primo colpo funesto fu recato a Milano da Attila, che, guidando
-gli Uni nel 452, assediò, vinse e pose la città a ferro e fuoco; mal
-ristorata ancora da questa offesa, nel 539 fu da Uraia, condottiero de’
-Goti, riconquistata; e così acerbamente, come a lui dettava l’amore
-della vendetta, trattata, che più non apparve che quale ammasso
-desolato di ruine. Quasi tutti i monumenti della passata grandezza
-perirono sotto il gotico ferro, e appena ne rimasero i nomi.
-
-I Longobardi, fattisi sovrani dell’alta Italia, cui diedero il loro
-nome, si rifiutarono di soggiornare in una città per gran parte
-distrutta; e scelta per loro sede reale Pavia, Milano venne posta
-nel numero delle minori città. Cinque secoli bastarono appena per
-ricomporre sugli atterrati avanzi di Milano, capitale dell’Insubria e
-residenza dei romani imperatori, una città longobardica, senz’ordine
-nella distribuzione, e con forma o gotica o affatto barbara negli
-edifizii, con poche chiese del gusto di que’ tempi, sparsi qua e là di
-spazii non riedificati, che divennero campi coltivati, detti Broli,
-Brere e Pasquari. I soli vescovi, che presero titolo d’arcivescovi,
-tenendo una corte cardinalizia, mantenendo con pompa la loro dignità,
-che dura stabile fra il continuo cangiare del politico dominio,
-divennero poco a poco quasi principi; e il popolo più a loro obbediva,
-che ai duchi e ai conti che qui sedevano governatori pei Longobardi e
-pei Franchi. Agli arcivescovi si deggiono molti ristauri ed erezioni
-di edifizii; specialmente ad Ansperto di Biassonno cui va ascritto
-l’ingrandimento della città dal lato di Porta Vercellina.
-
-Guerre intestine ed esterne per frivole cause, ribellioni,
-sottomissioni, furono i fatti dei Milanesi sino verso il mille; nella
-qual epoca, sottrattisi al dominio degli Imperatori di Germania, si
-eressero in repubblica, che durò sino al 1162, nel qual anno furono
-vinti da Federico Primo Barbarossa, che presa la città la fece per la
-terza volta distruggere, non in modo però, come fu scritto, che tutte
-le chiese e gli edifizii venissero pareggiati al suolo, poichè varii
-fabbriccati costruiti anteriormente a quel tempo sussistono ancora
-a’ nostri giorni. Dopo replicate battaglie, stabilitasi la pace, i
-Milanesi rientrarono nella loro città; e la ricostrussero, tenendola
-dentro il giro di fortificazioni che aveano fatto contro Federigo, le
-quali consistevano in una gran fossa ed un terrapieno, detto allora
-Terraggio, che cingeva la città nella linea stessa su cui corre
-attualmente il Naviglio; e così stette sinchè nel 1330 Azzone Visconti,
-signore di Milano, fece dare a quel terrapieno la forma di mura, e
-fece costruire massicce porte munite di ponti levatoi, di stanze per
-le guardie, e di sarasinesche che pesantemente le chiudevano. Varie di
-quelle porte furono atterrate a’ dì nostri per abbellire la città, ma
-alcune ne esistono ancora presso i ponti del Naviglio.
-
-Dentro questo giro di mura stava Milano quando Palamede collo Scudiero
-e l’Aríolo, dopo aver fiancheggiato il baluardo che divideva dalla
-città il convento e la chiesa di San Marco, arrivarono alla pusterla
-detta Brera del Guercio. Sebbene i cavalli, passando sul ponte
-levatoio, ne facessero rimbombare del suono delle ferrate spranghe la
-volta della porta, il portinaio, o si trovasse lontano, o negligentasse
-d’uscire per assicurarsi se erano cittadini o stranieri, loro non si
-presentò, ed essi procedettero innanzi.
-
-Già la sera s’avanzava, e appena gli ultimi raggi del crepuscolo
-vedeansi leggiermente rischiarare i tetti delle alte case e le sommità
-dei bruni campanili e delle chiese: pochi passi dentro la pusterla, a
-sinistra folte piante, avanzo dell’antica Brera, cingevano il piccolo
-convento degli Umiliati, che stava ove ora s’innalza il palazzo delle
-scienze ed arti; più avanti si apriva la contrada, che s’internava
-ristretta fra alte case, le cui sporgenti tettoie ne aumentavano
-l’oscurità, ed offriva in quell’ora più l’aspetto di un sotterraneo
-che d’una via cittadinesca. In quella strada, preceduti dall’aríolo,
-posero i cavalli Palamede e lo scudiero, rallentandone il passo, perchè
-essa era, come tutte le altre di Milano, piena di inciampi e di buche,
-e nella notte pericolosissima. Non iscorgevasi luce alcuna, fuorchè
-quella di qualche rado lume che vedevasi trasparire qua e là dalle
-vetriate delle finestre di alcune elevate case; poche persone, di cui
-non si scorgeva che in nero la forma, vedevansi entrare ora in una,
-ora in altra delle porte che erano per la maggior parte già chiuse.
-Al terminare della contrada di Brera la strada s’allargava innanzi
-ad un monastero che era detto la Casa delle Umiliate di Blasonno;
-poscia restringevasi tosto alla chiesa di San Silvestro e continuava
-così ristretta sino a Santa Maria della Scala, che Palamede stupì di
-scorgere innalzata, non essendosene, quand’egli partì, che poste le
-fondamenta per ordine di Regina della Scala moglie di Bernabò.
-
-Passata la Scala, entrarono in un viottolo che passava per mezzo
-alle ampie ruine delle case dei Torriani, che da settant’anni e più
-stavano ammucchiate là dove surse e si trova tuttora San Giovanni
-alle Case Rotte: proseguendo il cammino lungo il muro della chiesa
-di San Fedele vennero nella contrada di San Raffaello, una delle sei
-chiese che contornavano il tempio di Santa Maria Maggiore Iemale,
-la quale occupava una parte dello spazio su cui un anno dopo dovea
-innalzarsi il grandioso Duomo; e lasciata alla sinistra questa chiesa,
-ed alla destra Santa Tecla che le stava di fronte, giunsero al palagio
-del marchese Azzo Liprando. Serrata ne era cautamente la porta, cui
-ricopriva una lastra di ferro cesellata; e l’aríolo coll’impugnatura
-dello stocco battendovi ripetutamente, per ordine di Palamede, ne
-trasse un rumor forte. A quelle busse s’affacciò il portiere ad uno
-spiatoio, e addomandò chi fosse; «Sono Palamede (disse il cavaliero);
-non mi riconosci, o Gottardo?» Gottardo il riconobbe, e corse colle
-grosse chiavi a disserrare la porta e spalancare i battenti. Al cigolar
-di questi, al calpestio de’ cavalli sul lastricato del cortile, tutti
-gli abitanti della casa furono in moto: in un istante la novella
-dell’arrivo di Palamede vi si sparse; molti doppieri risplendettero
-sulle scale e sulle finestre. Leone e Guido, figli del marchese Azzo,
-discesero rapidamente all’incontro del cavaliero che amavano più che
-fratello, e si precipitarono l’uno nelle braccia dell’altro. Dopo
-lunghi amplessi, Palamede, salendo le scale fra loro e le altre persone
-della casa, entrò nella sala ove l’attendevano Azzo colla moglie
-Ricciarda, che l’abbracciarono teneramente, ed Adelaide loro figlia,
-la quale arrossendo ricevette e gli porse sulla fronte un fraterno
-bacio. Al primo sfogo di un’affezione viva e sincera succedette uno
-scambio d’inchieste e di risposte, ed uno interessarsi a vicenda
-delle disavventure e delle prosperità, che avrebbe protratto quel
-conversare troppo a lungo, se non fosse stato interrotto da Ricciarda,
-che consigliò Palamede a ritrarsi al riposo, di cui già da molto
-tempo abbisognava, e che in quella notte a causa della ferita, della
-cui doglia si risentiva, e dell’agitazione dell’animo, ardentemente
-bramava.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
- La bellicosa ampia Milan di lieti
- Inni eccheggia, e di cantici devoti.
- Splendon del maggior tempio le pareti
- Per cento fiammeggianti auree lumiere.
- GROSSI.
-
-
-Allorchè Palamede schiuse gli occhi dal sonno, che avea ristorate le
-sue forze e recatagli la calma nel cuore, splendeva già il sole sul
-rustico muro che di prospetto alla finestra della sua camera chiudeva
-il giardino. La luce, gli addobbamenti, gli arnesi che ornavano
-quella stanza, destarono un’impressione vivissima nel suo spirito,
-che rinfrancato dal riposo si riaprì pieno di sensibilità alle tenere
-sensazioni. Ancora fanciulletto avea Palamede perduti entrambi i
-genitori. Alberto de’ Bianchi, conte di Velate, suo padre, essendo
-stato creato console di giustizia della città di Milano, era perito,
-vittima dello zelo pel pubblico bene, nella peste che desolò questa
-città nel 1361; e sua madre Gella Pusterla scese col marito nella
-tomba, uccisa dal velenoso miasma che le sue cure per lui le avevan
-fatto assorbire. Alberto andava congiunto in istretto parentado con
-Ricciarda, venuta allora a nozze col marchese Azzo Liprando, uno
-de’ più fidati di lui amici, per cui, vicino a spirare, fece ad essi
-loro consegnare l’infante Palamede, affidandogli la cura d’educarlo
-e d’amministrarne il ricco patrimonio. Troppo era sacra pel generoso
-Liprando la parola d’un moribondo amico, onde egli ne tradisse i voti
-usurpando gli averi, o trascurando pensatamente il suo pupillo: ciò
-che in que’ tempi sarebbe stato per un iniquo assai facile impresa,
-poichè ne porgevano agevoli mezzi e i molti chiostri, in cui racchiusi
-giovinetti inesperti venivano con lusinghe o spaventi forzati a vestir
-l’abito monacale, ed a rinunziare a doviziose sostanze, e i facili
-raggiri forensi in tanta confusione e assurdità di leggi, e le molte
-guerre, in cui se aizzato con mal consiglio un giovane guerriero
-rimaneva indubitatamente estinto. Azzo all’incontro tenendo sempre il
-giovinetto Palamede presso di se, ne coltivò con tutto il potere il
-mansueto animo, lo svegliato e dolce ingegno, la destrezza e la forza;
-e fece di lui uno de’ più compiti giovani signori di quell’età, che a
-tutti veniva proposto a modello di bravura nelle armi e di moderatezza
-e leggiadria di costume. Tante doti e il suo candido animo l’avean reso
-assai caro a tutte le persone di quella famiglia, dove era amato qual
-figlio e qual fratello, e nella cui casa, prima della sua guerriera
-spedizione, avea sempre dimorato.
-
-Quante aurore nella sua infanzia e ne’ primi anni della giovinezza
-lo avevano veduto in quella camera istessa, nella quale nulla era
-alterato, risvegliarsi, colmo il cuore del sentimento felice che
-abbella la prima esistenza, e di cui non si perde mai la rimembranza,
-o colla mente assorta nei pensieri della gloria dell’armi, o nella
-speranza e le gioie d’amore! Trapassò al cavaliero come un lampo fugace
-della fantasia la memoria delle sue lontane imprese, e di ogni fatto
-accaduto; e ripensando ai dolci momenti che prima della sua partenza
-egli aveva in Milano e in quella istessa casa trascorsi, immerso nel
-pensiero della sua Ginevra, gli sembrava che l’ora consueta battesse
-in cui concesso gli era vederla nel di lei palazzo; e stava in questa
-soave illusione, quando un rumoreggiare di turbe e gridi di _Viva
-Giovan Galeazzo_, _Viva il conte di Virtù_, che a lui dalla sottoposta
-contrada salivano, gli ridestarono con maggior vigore l’amara
-riflessione della realtà: onde un dolor cupo l’invase, poichè pensò al
-suo ed al destino della fidanzata prigioniera.
-
-Al tumultuare del popolo, ch’ora s’allentava, ora andava crescendo,
-si frammischiò il tintinnare delle campane delle chiese vicine e
-delle lontane torri. Palamede stette sulle prime in forse, fosse nata
-qualche sollevazione di plebe; ma distinguendo fra i suoni, a cui porse
-attento orecchio, il tocco grave e rimbombante della campana del gran
-consiglio, si persuase che dovea essere la chiamata a radunanza degli
-ottocento, onde stabilire qualche nuova legge o statuto: per tale fatto
-egli determinossi di recarsi fra il popolo, o riunirsi, secondo avrebbe
-dato il caso, agli uomini d’armi della sua parrocchia, di cui era uno
-de’ capitani, e al possedimento del qual grado tanto maggior titolo
-s’aveva per la fama di valoroso ed esperto acquistata nelle guerre
-dei Veneziani. Così operando, rifletteva fra se, gli sarebbe dato
-scoprire quali pensieri nutrissero i Milanesi intorno alla loro nuova
-signoria; e se nulla egli poteva intraprendere a favore di Bernabò,
-avrebbe cercato almeno di guadagnar l’animo d’alcuno fra quelli che
-avvicinavano il principe, onde ottenere che gli fosse conceduta in
-isposa Ginevra.
-
-Entrarono in questo mentre i servi nella stanza di lui ad abbigliarlo,
-ed egli fece chiamare Enzel Petraccio, il quale si presentò recando
-una fiala d’acqua ch’ei diceva portentosa, onde rimedicargli la ferita
-del braccio, già quasi all’intutto rimarginata. Allorchè furono i
-servi allontanati, «Da che proviene (disse il cavaliero all’aríolo)
-il gridare di popolo e suonar di campane che già da qualche tempo mi
-ferisce l’orecchio? — Oh! (rispose Enzel) non vi potete immaginare,
-signor cavaliero, qual movimento ci sia quest’oggi in Milano! da
-che provenga, di certo io ancora non lo potei scoprire; ma parmi da
-ciò che si va narrando qua e là, che sia a causa delle novità che il
-signor Giovan Galeazzo ha ordinate, le quali debbono riuscire molto
-gradite a questa gente. — Pur troppo (mormorò fra se Palamede) Bernabò
-lasciò largo e facile campo a chi gli successe nel dominio di farsi
-amare dai soggetti!... — Per tutto (proseguì l’aríolo) s’incontrano
-uomini e donne festeggianti e genti allegre che fanno gli evviva; per
-tutto veggonsi ricchezze, che sembra che l’oro e l’argento sian caduti
-dalle nuvole; i soldati delle porte e delle parrochie hanno pulite le
-loro armature e infisse le penne nei morioni; i capitani si scorgono
-risplendenti come soli; le tuniche nere dei signori del consiglio
-appaiono in ogni strada, e dicesi che l’arcivescovo, i vicarii di
-provvisione e il podestà s’abbiano a raccogliere nel broletto nuovo.
-Non vi saprei ben dire quanti forestieri trovansi ora in questa
-città, tanto si è il loro numero: Pavesi, Veneziani, Francesi, se ne
-incontrano assai. Basta ch’io vi narri che a causa della solennità di
-questo giorno, per sino messer Beltramo speziale avea tutta adorna la
-sua bottega con paramenti, quand’io v’entrai per comperar quest’acqua,
-segreto mirabile che possiede egli solo, e mi narrò, che deve verso
-il mezzodì recarsi a Sant’Ambrogio, per porsi a fianco di maestro
-Arnolfo capo del Paratico degli speziali, il quale ha ad assistere
-al gran consiglio. — Ho grand’uopo, in questo giorno, dell’opera
-tua (l’interruppe Palamede abbassando la voce, e dispiegandola in
-modo d’additargli che gli confidava un importante incarico); tu devi
-recarti fra il popolo, ascoltare, penetrare, interrogando ciò che si
-pensa di Giovan Galeazzo e Bernabò e ritenere quanto si va dicendo
-di questo e di quello; scoprire, se puoi, quali siano i partigiani
-dell’uno e dell’altro, ed isvelare se il principe prigioniero possegga
-ancora qualche caldo amico; devi spiare cosa sente il nuovo signore
-ed i suoi, de’ partigiani di Bernabò, e se contro questi si tramino
-sorprese o tradimenti; e fra i forestieri devi porgere orecchio per
-udire se qualcuno mal vegga questa usurpazione di stati, e se ne
-mediti vendetta: in somma cerca di scoprire i pensieri, i divisamenti
-del popolo, dei signori, degli estranei, per riportarmeli fedelmente,
-poichè tutto io mi prometto dalla fina arte tua. — Non dubitate, signor
-Palamede, io farò tutto quello che sarà in mio potere per compiacervi;
-poichè vi assicuro che tanto la vostra, quanto la felicità della
-signora Ginevra mi stanno veramente a cuore — Ebbene sappi (rispose
-Palamede a tai detti, stringendogli una mano affettuosamente), quanto
-io ti debbo per avermi salvo da un assassinio, sarà un nulla nella
-misura della mia riconoscenza a fronte di quanto meriterai da me se
-giungerò per tuo mezzo ad ottenere la figlia di Donnina.»
-
-Dopo queste parole, l’aríolo, fatta riverenza al cavaliero, pieno di
-allegrezza per la persuasione che possedeva la confidenza e l’affezione
-di lui, uscì aguzzando gli occhi, tutto in se raccogliendosi, torcendo
-il collo ed avanzandolo, come se si trovasse di già fra la moltitudine
-di cui dovea osservare i moti e raccogliere le parole. Palamede,
-preceduto da un valletto, lasciò le sue camere e recossi nella sala
-dove l’attendeva la famiglia di Azzo.
-
-Quivi entrato abbracciò Leone e Guido, ed a Ricciarda, che amorosamente
-qual madre l’accogliea, baciò con trasporto la mano. S’immaginò
-bentosto la cagione per cui vedeva Guido involto in una bruna zimarra
-col nero berretto del consiglio, e Leone vestito a tutto punto d’una
-armatura lucente colle piume ondeggianti sul cimiero. Stava per
-ritrarne, interrogandoneli, più certa cognizione, allorchè spalancati
-i battenti della porta entrò colà il marchese Azzo. Una ricca veste
-di colore scarlatto broccata in oro lo ricopriva, e vedevasi su di
-essa nella parte che gli vestiva il petto, da destra ricamato lo
-scudo argenteo di Milano colla croce rossa, da sinistra due vipere
-ondeggiate, collocate paralellamente in senso opposto, chiuse in gira
-da questo motto in caratteri gotici colore di sangue: _Vipera victrix
-audet_, lo che era lo stemma della famiglia Liprando; tenea sul capo
-un berretto pure scarlatto con fiori d’oro, sotto cui rìcadeangli sul
-collo le chiome che incominciavano a incanutire; a fianco gli pendea
-una lunga spada in ricca guaina, e tale era l’abito dei vicarii di
-provvisione, uno de’ quali era appunto il marchese Azzo. I figli e
-Palamede al suo apparire gli si fecero incontro ad abbracciarlo; il
-marchese rendendo l’amplesso, e fissando con molta compiacenza gli
-occhi in volto a Palamede, ad un tratto si turbò, scorgendogli nelle
-pupille le lagrime che stavano per ispuntare. Palamede abbassò il
-capo; Leone e Guido si fecero muti, e tutti intesero qual segreta causa
-spingeva sul ciglio di lui quella stilla involontaria di pianto.
-
-«Mio diletto figlio (rompendo pel primo il silenzio, disse il marchese
-con voce affettuosa rivolto a Palamede), conosco che tu sei già fatto
-consapevole del grande avvenimento che cangiò le sorti nostre e di
-tutta questa città, per cui vedi che siamo stati in oggi chiamati
-a riordinare e creare nuovi statuti, onde migliorare le condizioni
-generali della nostra patria. Se la mano di Dio e del glorioso
-Sant’Ambrogio hanno gravitato sul capo di Bernabò, egli, è d’uopo
-confessarlo, provocò questo castigo colle sue azioni, poichè eravamo
-oramai da’ suoi capricciosi scialacquamenti, dalle sue tirannie e dalla
-prepotenza de’ suoi figli ridotti agli estremi; nè sicurezza di vita,
-di sostanze o di onore più ci rimaneva. Ciò che al cuore veramente
-mi pesa, si è che la marchesa Donnina de’ Porri, mal fidente nella
-moderazione del conte di Virtù, s’abbia condotta seco in prigionia la
-tua Ginevra. Pensai quanto recasse affanno a lei l’essere strascinata
-lontana da queste sue native mura, pressochè nello stesso istante in
-cui tenea per fermo che il tuo ritorno avrebbe coronate le sue vive
-speranze; e sento per te quanto t’angosci una sì ardente brama delusa,
-da poi che tanto ti eri adoprato ad ottenerla. Ma ti conforta, mio
-Palamede, e t’assicura: Giovan Galeazzo è principe umano, saggio,
-generoso, egli non vorrà or certo opporsi a’ tuoi desiderii negando
-concederti che ritrar possi dal castello Ginevra; nè ciò ti negheranno
-Bernabò e Donnina che teco l’han fidanzata. Io, te ne accerto, non
-poserò in quiete il capo sugli origlieri che non abbia con tutte le
-posse adoperato per ottenerti la donna che il tuo cuore ha scelta a
-compagna.»
-
-A tali parole, che la dolce ed autorevole voce e la fisonomia
-imponente, ma nel tempo stesso assicurante, del marchese rendevano
-insinuanti e solenni, il cuore di Palamede fu penetrato da consolatrici
-riflessioni che lo riapersero alla speranza: quindi il rasserenarsi
-dell’anima si palesò sul di lui volto con un sorriso, e Guido e
-Leone gli si accostarono, parlandogli ciascuno della bontà di Giovan
-Galeazzo, e traendone sicuro argomento che avrebbe ottenuta l’amata
-fanciulla. Ricciarda e la figlia Adelaide avevano, siccome il lungo
-amichevole affetto ad esse imponeva, appressate Donnina e Ginevra
-sino agli ultimi momenti in cui eran rimaste libere in Milano; e fu
-innanzi a loro che l’innamorata donzella diè libero sfogo alla piena
-di dolore che opprimeva il suo cuore, lacerato dall’orribile idea
-di essere condotta lontana, e forzata, come ella pensava, a perdere
-per sempre l’oggetto dell’amor suo più ardente, alla cui mano per
-le nuziali promesse avea acquistato diritto. Avevano esse miste le
-loro alle lagrime di Ginevra, ed ogni via tentata per consolarla,
-ma vanamente: per cui, quando videro Palamede trafitto dall’angoscia
-della di lei perdita, cedere al pianto, nella mente loro s’appresentò
-l’immagine della desolata Ginevra; e vivamente commosse dalle sventure
-di que’ fidanzati, intenerite, a grave stento frenavano i singhiozzi
-e le lagrime; ma al racconsolarsi di Palamede per le parole di Azzo,
-esse pure si allegrarono, sperando che un giorno esso sarebbe felice;
-ed Adelaide a lui s’appressò con seducente ingenuità, e fisandogli in
-viso gli occhi ancor umidi di pianto, disse: «La tua Ginevra m’impose
-d’invocare ogni giorno dalla Vergine il tuo ritorno, e ti assicuro che
-mai non passò sera che io prostrata innanzi alla sua immagine, a cui
-offriva i più freschi fiori, non gli chiedessi con tutto il fervore
-una tal grazia, ed ella m’esaudì, ed esaudì pure nostra madre, che
-tante volte mi guidò nella chiesa a pregar seco per la tua salute.»
-Palamede affettuosamente abbracciandola palesò a lei, a Ricciarda e ad
-Azzo la sua gratitudine per la cura che di lui s’eran presa, e disse
-a Leone che bramava, qual capitano dei militi della parrocchia, porsi
-in arnese guerriero, ed uscire seco lui ond’essere spettatore della
-radunata del gran consiglio, se però l’essere stato uno degli amici
-di Bernabò non gli poteva attirare l’odio o le insidie dei governanti.
-Leone gli rispose che erano stati prescelti alcuni de’ capitani d’armi
-per accompagnare i gonfaloni delle Porte al Broletto nuovo, e ch’esso,
-come uno de’ più distinti, ne verrebbe ricercato; e l’assicurò che
-scacciati i figli di Bernabò e i ministri delle loro perfidie, nessun
-altro cittadino era stato molestato; per cui poteva ciascuno vivere
-tranquillo, e più di ogni altro gli uomini valorosi, pe’ quali il Conte
-di Virtù avea grande stima. S’allontanò Palamede, e ritornò coperto
-delle sue armi, portando a tracolla la ciarpa azzurra, dono di Ginevra,
-da cui pendeva la ricca sua spada; s’accompagnò con Leone, e, seguito
-dagli scudieri, lasciò il palazzo.
-
-Era prossima la metà del giorno, e le campane ripetevano coi romorosi
-suoni la chiamata al gran consiglio. Per tutte le molte strade che
-conducevano da Sant’Ambrogio al Carrobbio di Porta Ticinese, di là
-per San Giorgio alla Piazza del Broletto nuovo (ora de’ Mercanti)
-era un’onda di popolo innumerevole. Dovea l’arcivescovo, che
-trovavasi essere in quell’epoca Antonio di Saluzzo, assistere coi
-principali del clero alla grande adunata. Abitava esso nel monastero
-di Sant’Ambrogio, imperocchè il palazzo arcivescovile, che sorgeva
-poco lungi dall’attuale, ma più dal lato di santo Stefano, ruinoso
-e disadorno com’era, non offriva una degna abitazione a sì eminente
-prelato. Al tempio di Sant’Ambrogio s’eran quindi recati sei vicarii di
-provvisione, un distinto numero di consiglieri, consoli di giustizia,
-rettori della comunità scelti da ogni porta, e due vicarii del principe
-Giovan Galeazzo, onde assistere alla celebrazione de’ divini ufficii,
-indi condurre l’arcivescovo alla sala del consiglio. Dopo avere con
-gran pompa Antonio compite le sacre funzioni, s’avviò col numeroso
-seguito al Broletto.
-
-Sui terrazzi delle case, sui balconi e sotto gli acuti archi delle
-finestre stavano affollati i fanciulli e le donne spettatrici del
-generale movimento, e in attenzione del passaggio dell’arcivescovo
-colla sua nobile comitiva. Ai balconi de’ palazzi scorgeansi le dame
-e le ricche donzelle far gran mostra di drappi d’oro, di piume, di
-cinti e catenelle, ed aversi da un lato panieri di fiori, onde tenere
-profumata l’aria d’intorno. Anche nelle case però de’ meno agiati
-cittadini e della plebe miravansi le donne non prive di ornamenti, ed
-alcune portare assai preziosi gioielli: il che non doveva a que’ giorni
-recar meraviglia, poichè nel sacco dato dal popolo ai palagi di Bernabò
-che era la rocca di Porta Romana, ed a quelli de’ suoi figliuoli,
-furono rinvenuti ed involati gioielli, addobbamenti, preziose vesti
-e suppellettili pel valore di molte migliaia di fiorini d’oro, oltre
-ingenti somme di denaro, e ciò tutto era passato nelle mani delle
-persone del popolo e de’ cittadini.
-
-Quel luccicare dell’oro e delle gemme, lo splendore delle vesti per
-le finestre ed i balconi, che si prolungava variatamente lungo le
-pareti delle contrade, ottenea vivace risalto dal contrasto che vi
-faceano i bruni colori delle rozze muraglie delle case, delle chiese,
-de’ palazzi, le quali ove erano costrutte di pietre le aveva il tempo
-annerite, ed ove formate di mattoni, si lasciavano senz’intonaco, chè
-così volea l’uso de’ tempi: quindi gli edifizii nuovi rosseggiavano, e
-i vecchi imbrunivano a norma dell’età rispettiva.
-
-La folla eziandio, nelle vie stivata, non presentava il monotono
-aspetto che a’ nostri giorni offrono le adunate di gente per il quasi
-uniforme moderno vestire d’ogni classe di persone tanto ne’ colori
-degli abiti che nella forma. Era in quell’epoca una varietà grandissima
-di maniere e di coloriti; e sempre o nelle armi o negli adornamenti
-risplendevano i metalli, il che ammirabile e svariatissimo spettacolo
-porgeva, atto a recare una viva e profonda impressione, ne’ nostri
-tempi svanita.
-
-Vedeansi in allora uomini d’armi tutti ruvidi di ferro dai capelli
-alla punta de’ piedi; e diverse erano le forme delle armature, poichè
-l’uno copriva il capo col semplice elmo, ed aveva giaco di maglia;
-l’altro portava visiera e gorgiera a lamine sovrapposte, e corazza
-d’acciaio; questi tenea cimiero cesellato con piume ondeggianti, e
-quello berretto di ferro puntuto; spade, targhe, brandistocchi pendeano
-a’ fianchi, sospesi a ciarpe e pendagli di varii colori. I nobili,
-i semplici cittadini e gli artigiani vestivano abiti con proprie
-foggie, e scorgevansi agli uni sopravvesti guernite di pelliccie e
-di passamani di molte maniere; agli altri, guarnelli, farsetti a più
-colori, e brache che aderivano alle membra, o s’allargavano alle coscie
-smisuratamente: collari larghi ed elevati, berretti ora acuminati, or
-distesi, variatamente tinti, diversificavano gli abbigliamenti delle
-molte classi di patrizi, ricchi ed artieri. Così eran pure distinti
-i magistrati ed i dottori per le toghe e le assise. Ma ciò che fra
-tanta diversità di costumi produceva un singolare contrasto, si erano
-gli abiti de’ numerosi frati, de’ confratelli, de’ pellegrini e degli
-uomini della plebe. Per le vie talvolta scorgevasi un eremita curvato
-dagli anni, coperto il dosso da un rozzo saione olivastro, e il capo
-d’un largo cappuccio, la di cui incolta barba e il macilento viso
-mostravano la rigida astinenza, collocato fra un baldo guerriero
-lucente d’acciaio, e un patrizio sfolgorante per drappi d’oro,
-porgere una vivente immagine congiunta della forza, della umiltà,
-dell’orgoglio. In quella età, meno dal sociale attrito contusi e
-rammorbiditi i costumi, i sentimenti animavano gli spiriti ed i volti
-d’un’aria originale e caratteristica: maniere franche, risolute, e
-fors’anco fiere, lineamenti risentiti, variati e pittorici, e gli
-abbigliamenti che davano alle forme un piccante risalto, manifestavano
-lo spirito d’un secolo incolto, pregiudicato e feroce, ma in cui però
-erano passioni ardentissime, affetti infrenati e robusti, e un non so
-che di più vivo, animato e risentito delle altre successive età.
-
-Il Broletto nuovo, verso cui dirigevasi tutta la folla del popolo,
-era il palazzo del comune o del podestà, perchè colà questi abitava:
-contenea esso la loggia degli Osii, che è quell’antico edifizio che
-ancora esiste nella parte meridiana della Piazza de’ Mercanti, adorno
-d’antiche statue di santi, ed in una fascia, sul prospetto del quale
-vedonsi scolpiti degli scudi con varii stemmi, che erano quelli delle
-diverse porte di Milano. Antichissimo fabbricato era quello, e venne
-nel 1316 ristorato, abbellito ed ampliato da Matteo Visconte, il
-quale, fatte atterrare molte casupole che lo deformavano, lo ridusse
-ad un vasto edifizio oblungo ed isolato, che da San Michele al Gallo
-si prolungava sino al vicolo della Foppa. Era in esso una grandissima
-sala in cui si radunava il consiglio degli ottocento, e contenea con
-quella del podestà l’abitazione de’ suoi ufficiali: s’aveva congiunta
-una piccola chiesa dedicata a Sant’Ambrogio, e gli sorgea nel mezzo una
-quadrata torre, su cui stava una grossa campana e tre altre più piccole
-per chiamare a raccolta i consiglieri ed il popolo. Dalla parte ove ora
-sta l’archivio notarile, la piazza era affatto sgombra e si stendea
-sino al cominciare di Santa Margherita, cinta intorno di alte case e
-palagi; questa piazza era destinata a contenere il popolo accorrente ad
-intendere le decisioni del consiglio.
-
-Zeppa per la moltitudine era quella piazza, quando il ridestarsi più
-rumoroso del suono delle quattro campane della torre, e lo stivarsi
-più fitto della folla, annunziò l’avvicinarsi dell’arcivescovo.
-Precedevano que’ ch’eran puri membri del consiglio, seguivano questi
-i consoli di giustizia, i quattro vicarii di provvisione, indi i
-priori, gli abbati de’ principali conventi, ed i sacerdoti maggiori
-delle basiliche di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e Santa Maria Iemale;
-dietro a questi veniva l’arcivescovo sovra un bianco cavallo, con
-gualdrappa d’oro e ricchissima bardatura, guidato a mano da un giovine
-patrizio pomposamente vestito, con bianchi guanti di serica stoffa
-ricamata in oro; ai lati del cavallo stavano i due vicarii di Giovan
-Galeazzo, e due di provvisione, e dietro altri monaci, sacerdoti,
-magistrati e municipali. Seguivano la comitiva i vessilli delle sei
-principali porte della città, portati ciascuno da un gonfaloniere,
-fiancheggiato da quattro capitani d’armi delle quattro più distinte
-parrocchie d’ogni porta. Precedeva il vessillo di Porta Ticinese,
-ch’era una candida bandiera con asta d’oro, e questo fu il primo,
-siccome quello che apparteneva ad una parte della città già soggetta
-alla signoria di Giovan Galeazzo prima del consolidamento in lui di
-tutto il dominio di Milano; quindi non volle andar a paro con quello
-di Porta Orientale, come soleva per lo addietro, perchè il signore di
-questa era caduto: onde l’Orientale veniva seconda, portando nel suo
-vessillo un leon nero. Notavansi fra i capitani d’armi, che seguitavano
-questo vessillo, Palamede e Leone, il primo de’ quali per la lunga
-assenza, la ricca armatura, il nobile e mesto aspetto s’attraeva gli
-sguardi della moltitudine; seguiva lo stendardo di Porta Vercellina,
-ch’era bruno con una bianca stella; poscia quel rosso di Porta Romana;
-indi lo scaccato bianco e rosso di Porta Comasina, e finalmente il
-vessillo di Porta Nuova col leone bianco; chiudevano la comitiva gli
-anziani de’ Paratici, ossia capi delle università delle arti, gli
-operai di ciascuna delle quali, come barbieri, armaiuoli, tessitori,
-fabbri, pellicciai, avevano un capo o maestro, che era loro giudice
-e presidente, ne decideva le controversie e manteneva i diritti. Il
-podestà, ch’era Liarello da Zeno, veneziano, accompagnato da’ suoi
-militi ed ufficiali, venne al peristilio della maggior porta del
-palazzo per farsi incontro all’arcivescovo, il quale, disceso dal
-suo cavallo, offrì al bacio del podestà l’anello che tenea in dito
-contenente una rara reliquia, e dopo essersi rivolto a benedire il
-popolo che stava prostrato, entrò, con tutti quelli che ne formavano il
-seguito, nel gran consiglio.
-
-Cessò in quell’istante il rimbombare dei bronzi, e quattro trombettieri
-con trombe d’argento, ed altrettanti banditori, sopra i cui cappelli
-stavano alte piume, apparvero sulla loggia del palazzo. Si fece
-universale silenzio, ed essi annunziarono che il gran consiglio dava
-incominciamento alle decisioni.
-
-Una sana e previdente politica, anzi direm piuttosto il solo amor
-dell’ordine, tanto necessario nelle cose di pubblico momento, non
-avevano fino a quell’epoca portata luce alcuna o chiarezza nella
-direzione delle città e dei popoli. Il principe, sdegnando i consigli
-d’una scelta di personaggi sapienti ed esperimentati, dettava a
-capriccio assurdi ed ingiusti decreti; un’unione di uomini ignoranti
-o servili che rappresentava la popolazione, riceveva, o rigettava
-tumultuariamente, contendendo sulle leggi e gli statuti ciò che
-quasi sempre le era svantaggioso. Le armi, le rapine, i patiboli
-costringevano i meno resistenti a sostenere il carico di enormi spese
-fatte per guerre ingiuste, per lusso esorbitante, per largizioni
-delittuose. Non registrazione di pubblici atti, non raccolte o
-promulgazioni di leggi e prescrizioni: per tutto era un operare alla
-cieca, un eludersi e paralizzarsi di forze mal dirette, e un dominare
-dell’astuzia, della ribalderia, della prepotenza. Se pubbliche calamità
-o penuria affliggevano i popoli, si consultavano del rimedio gli
-astrologi, che da sognate combinazioni di pianeti, dall’apparizione
-di sanguigne comete, o dalle meteore facean sempre derivare i mali di
-questa terra; si erigevano chiese e conventi, e si trascuravano tutti
-gli altri mezzi che poteano recare riparo o salvezza.
-
-Bernabò non ebbe mai più di due vicarii e tre consiglieri; non volle
-segretarii, scrittori, persone istruite in somma che tenendo conto
-delle entrate, dei consumi della corte e della nazione, ne accennassero
-le fonti, le cause, e ne dirigessero i modi. Suo fratello Galeazzo,
-padre di Giovan Galeazzo, dotato d’uno spirito intraprendente,
-ingegnoso, pel primo pensò che gli uomini scienziati potevano giovare,
-concorrendo allo sviluppo delle ricchezze, del commercio, della
-popolazione, ad ingrandire la potenza del principe. Spinto da tale
-considerazione e dal consiglio di alcuni letterati e filosofi de’ suoi
-tempi, e in ispecie da Signorello Amadio e Baldo giureconsulti, da
-Emanuello Crisolora bizantino e da Ugo sanese, diede principio alla
-famosa università di Pavia, ch’era la capitale de’ suoi stati; quivi
-raccolse con generosi stipendii molti uomini dotti, ed aviò la gioventù
-alle scientifiche discipline.
-
-Giovan Galeazzo, la cui mente profonda e intellettiva era stata,
-nella corte del padre, da uomini saggi, con una educazione per que’
-tempi raffinatissima, resa adorna, acuta, calcolatrice e ripiena di
-vastissime idee, aveva fatto tesoro di molte massime della sapienza
-politica degli antichi filosofi e legislatori, che quel maraviglioso
-ingegno di Francesco Petrarca, uno de’ suoi precettori, gli svolgeva,
-corredandole di gravissimi ed esperimentati consigli.
-
-Dappoi che per un ritrovato della propria mente con somma astuzia
-condotto, ebbe fatto il primo passo verso l’elevata meta a cui mirava
-fisso in suo segreto, concentrando nelle proprie mani l’impero degli
-stati dello suocero zio, lasciò scorgere con universale sorpresa parte
-di quell’energia ed intelligenza di cui era dotato; giacchè più non
-necessitava a’ suoi scopi il farsi credere un ignorante pinzochero,
-stupidamente dato ai soli atti d’una superstiziosa devozione, coi
-quali ingannando sul proprio carattere non il solo Bernabò lontano,
-ma ben anco i suoi più intimi famigliari, era giunto a far cessare
-nello zio ogni pensiero di vigilanza sovra di lui, a segno di trarlo
-nell’agguato che gli aveva disposto sotto le mura della stessa
-Milano. Conceduto, pei primi momenti del suo insignorirsi dell’intera
-città, uno sfogo all’ira della plebe e de’ cittadini, lasciandoli
-scagliare sulle dimore di Bernabò e de’ suoi figli, d’onde trassero
-gli ammassati tesori, permettendo di lacerare i libri delle gabelle
-e de’ dazii, e di imperversare liberi per qualche giorno; assodato
-il suo potere col favore dell’aura popolare, meditò di dar opera
-al compimento del suo disegno di perfezionare il dominio. Aveva
-appreso Giovan Galeazzo, e teneva per assoluta sentenza, che l’ordine
-era il primo cardine d’ogni civile consorzio; considerava che le
-magistrature, i regolamenti distribuiti a seconda de’ diversi bisogni
-dello stato, ed una forza coattiva congiunta a ciascun d’essi per
-l’esatta esecuzione delle incumbenze, doveano produrre inesprimibile
-vantaggio alla politica società. Meditava sulle greche e le romane
-istituzioni; quegli areopaghi, que’ senati, que’ tribunali erano gli
-ordini ch’egli agognava di costituire ne’ suoi dominii; ma a’ suoi
-concepimenti frapponevano sommo incaglio le cangiate circostanze de’
-tempi e delle indoli nazionali, e la di lui ostinatezza nel non volere
-che s’allentasse menomamente nelle sue mani il potere, onde l’ardimento
-altrui non rendesse vani i suoi divisamenti.
-
-In tale tenzone di pensieri, riservando a più opportuno momento
-l’esecuzione di vasti disegni, pensò che gli era d’uopo giustificare
-la sua usurpazione presso la propria e le estranee nazioni; fece
-a questo fine stendere dai giureconsulti un atto d’accusa contro
-Bernabò, in cui enumerandosi i molti di lui delitti, attentati
-e malie a danno della vita di Giovan Galeazzo, si deducesse non
-essere stato l’imprigionamento di Bernabò che un atto di difesa,
-di giustizia e la liberazione della patria; volle nello stesso
-tempo, onde accaparrarsi sempre più l’amore dei popoli, esentarli
-da varie imposizioni pesantissime, le quali alla fin fine venivano
-dai gabellieri consunte: a fin poi di fondare le prime radici dei
-futuri più stretti regolamenti, fece stendere varii statuti pei
-quali alle università delle arti, i cui membri essendosi attribuiti
-molti privilegi che le consuetudini avevano resi inviolabili, erano
-insubordinati all’autorità, congregandosi ne’ proprii quartieri, e
-così congiunti ammutinandosi, veniva prefissa una dipendenza in varii
-determinati casi dai consoli di giustizia, la quale dovea metter freno
-al loro insorgere; ma negli statuti però s’accordavano titoli d’onore
-agli anziani ed alcune facoltà illusorie. Finalmente ad esecuzione
-delle leggi fece decreti che i consigli tenessero registro delle
-decisioni, le quali scritte, venissero solennemente depositate negli
-archivii. Statuite queste disposizioni, Giovan Galeazzo ne dimostrò il
-vantaggio a Liarello da Zeno podestà, a Piosello da Saratico vicario
-di provvisione; e fatti molti de’ consiglieri, del clero, de’ capitani
-d’armi, degli anziani favorevolmente prevenire, ordinò l’adunanza del
-gran consiglio, ch’era quella che in quel giorno si raccolse, onde i
-suoi decreti venissero letti, approvati, ed ottenessero esecuzione;
-mandò quivi suoi vicarii, ossia rappresentanti, Biagio Pelacane
-parmigiano e Demetrio Cidonio di Tessalonica, il primo eletto ingegno,
-il secondo parlatore facondissimo.
-
-La sala del consiglio era un’aula amplissima, la cui volta, non molto
-elevata, andava dipinta a fondo azzurro con stelle d’oro, le mura
-delle pareti erano di marmo con una fascia superiormente d’ornati in
-rilievo rappresentanti figure d’animali ed arabeschi; in ciascuno dei
-quattro angoli stava uno stemma della città di Milano. Sur un gran
-seggio elevato coperto di velluto cremisino sedeva il podestà, a’ suoi
-fianchi stavano pur seduti i due vicarii del principe, e dietro a loro
-eran paggi e cancellieri, poscia quei di provvisione, indi tutti i
-consoli di giustizia, i rettori delle comunità, i consiglieri a varii
-ordini; di fronte al podestà stava sur una elevata sedia, protetta da
-un baldacchino con frangia d’oro, l’arcivescovo circondato dal clero.
-Alla destra parte del podestà, dietro ai consiglieri, stavano ritti in
-piedi i gonfalonieri coi vessilli ed i capitani d’armi, alla sinistra
-gli anziani delle arti ed i loro collaterali. Quando furono quivi tutti
-raccolti e disposti i numerosi componenti del consiglio, s’avanzò un
-cancelliere, davanti a cui un giovinetto paggio recava una guantiera
-d’argento su cui vedeansi varii rottoli di pergamena coi contorni
-dorati; il cancelliere venuto innanzi a Demetrio Cidonio vicario del
-principe, che stava alla destra del podestà, l’inchinò profondamente,
-e dal paggio, che piegò un ginocchio sui gradi dell’alto sedile, fece
-a lui porgere quelle pergamene. Demetrio, alzatosi in piedi, una ne
-prese, la svolse e si fece a leggerla con robusta voce. Era l’accusa
-di Bernabò. Quasi tutti gli uditori, o vinti da Giovan Galeazzo, o
-stati offesi dall’altro signore, applaudirono e confermarono quelle
-imputazioni, sebbene molte ve ne fossero false ed altre assurde,
-siccome quella delle arti magiche che si dicevano adoperate da quel
-principe onde il nipote non avesse prole; ed allorchè il vicario
-conchiuse che per giustizia e diritto, imperocchè Venceslao imperator
-d’Alemagna avea il solo Giovan Galeazzo investito della signoria
-degli stati Lombardi, a lui solo appartenea il dominio, tutti si
-alzarono gridando: _Viva Giovan Galeazzo, viva il conte di Virtù nostro
-signore_; e s’udirono le trombe annunziarlo al popolo, ed il popolo far
-eco con altri viva.
-
-Fra i pochi avversi all’applaudire al nuovo signore, il più ardente
-si era Palamede che, offeso dalle calunnie con cui udiva venir
-Bernabò incolpato, poco stette, dimentico d’ogni altro affetto, dallo
-slanciarsi in mezzo al consiglio a difenderlo colla voce e la spada; ma
-Leone che gli era al fianco il trattenne colle parole, e il marchese
-Azzo cogli sguardi che a lui volgea imperiosi dal seggio ove stava
-assiso.
-
-Dopo l’accusa di Bernabò venne letto il decreto di abolizione e
-diminuzione delle gabelle del grano, e degli istrumenti, che così
-chiamavasi la tassa che veniva esatta nei contratti, e delle ruote
-ferrate che si sborsava da chiunque teneva cocchi o carri. Non ponno
-descriversi le espressioni di gratitudine e i segni di contento che
-dai consiglieri e dal popolo si diedero alla lettura di tale decreto.
-Quindi generale fu l’assentire alle innovazioni ordinate nel modo di
-tenere i consigli, ed agli statuti per le università delle arti; per
-cui chiuso che fu il consiglio, uscendo i vicarii di Giovan Galeazzo
-dal Broletto nuovo, vennero coi più rumorosi applausi ricevuti dal
-popolo che si disperse, persuaso essere venuta l’età della vita felice.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
- Fra l’ombra della notte e degli incanti
- Ei muove dubbio e mal securo il piede.
- Sul limitar d’un uscio i passi erranti
- A caso mette, nè d’entrar si crede;
- Ma sente poi che suona a lui diretro
- La porta, e in loco il serra oscuro e tetro.
- TASSO.
-
-
-Lunghi e dolorosi scorrevano i giorni pei prigionieri di Trezzo.
-Il destino di Bernabò e de’ suoi congiunti formava argomento al
-ragionare di ogni persona. Era pensiero di tutti che da Giovan
-Galeazzo non sarebbesi giammai ridonata loro la libertà, e quindi
-facile il prevedere che avrebbe cercato ogni via di togliersi la
-briga di custodirli. Chi passando pe’ boschi d’intorno, o battendo i
-sentieri che salivano le alture vicine al castello, vedea la sommità
-delle torri e delle mura merlate sorgere fra gli antichi alberi che
-il circondavano, anzichè ritrarne pensieri di caccie, di feste, di
-principeschi passatempi che soleva quella vista produrre, non provava
-che sentimenti di pietà o di soddisfatta vendetta, secondo che amava od
-odiava quel principe; ma tutti però i riguardanti risentivano una certa
-impressione di meraviglia e tristezza che le disavventure di personaggi
-potenti sogliono infondere nell’anima, forse per le secrete riflessioni
-che ci destano sull’instabilità delle umane sorti, e fors’anco perchè
-mettendoci colla mente in loro, pensiamo quanto debba riuscir doloroso
-il rapido passaggio da uno stato di impero e ricchezza a quello di
-soggezione e miseria.
-
-Nell’interno del castello regnava di continuo una tristissima quiete.
-Abbenchè racchiudesse molti abitatori, avea esso l’aspetto d’un
-castello deserto: solitarii se ne vedevano i cortili, gli atrii, i
-porticati, ed il silenzio che per tutto si manteneva non era interrotto
-che d’ora in ora dal risuonare dei pesanti passi degli uomini d’armi
-che distribuivansi per scolta alle porte, alle torri ed al ponte
-dell’Adda. Ciò solo che recava qualche movimento fra quelle mura, si
-era al cader del sole il suono della campana della chiesa, alla cui
-chiamata tutti attraversando il maggior cortile venivano nel tempio.
-Vero è che la mestizia che scorgeasi dipinta in volto ad ognuno, il
-procedere lento e taciturno di tutti, in vece di porgere conforto,
-aumentava il cordoglio ne’ cuori.
-
-Dopo quel giorno che nel castello s’era sparsa la voce d’una notturna
-apparizione che aveva dato motivo a quanti vi abitavano di formare
-diverse congetture, a norma delle proprie speranze o timori, un
-avvenimento era seguito per cui s’accrebbe d’assai l’amarezza di quel
-soggiorno in Bernabò e negli altri ivi seco rinserrati. Il capitano
-Gasparo Visconti avea, come vedemmo, creduto, coi principali de’ suoi
-armati, che quell’apparizione altro non si fosse che un tentativo per
-liberare il principe prigioniero. Venne in tal sua opinione confermato
-dalla scomparsa che gli fu riferita dell’aríolo, ch’ei pensò dover
-essere uno degli interni cooperatori ad agevolare la fuga di Bernabò o
-la presa del castello, se i di lui liberatori fossero stati numerosi.
-Il Visconti spedì quindi immediatamente un messo a Giovan Galeazzo a
-recargli avviso di tale evento, onde avvenendo nemica sorpresa stesse
-parato a mandargli soccorso.
-
-Recò grave agitazione tale annunzio a Giovan Galeazzo, che mal
-rassicurato era ancora sull’usurpato seggio, e per tutto temeva
-congiure e nemiche fazioni: pensò esso sulle prime che l’impresa di
-togliere dalle sue mani Bernabò non potesse essere tentata fuorchè
-da Carlo figlio di quello, il quale all’insignorirsi ch’ei fece di
-Milano s’era alle sue ricerche sottratto colla fuga; ma allorchè
-seppe che questi stava a Verona presso Antonio della Scala, che gli
-era cognato, fatto da molti soldati ricercare tutti i luoghi contigui
-a Trezzo, e non vi ritrovando armati, nè sapendo che vi fossero
-macchinazioni, mandò ad accertare il capitano Visconti che non temesse
-d’ostili insidie, nè per tanto cessasse d’invigilare gelosamente su i
-prigionieri.
-
-Giovan Galeazzo non rimase però pago di questo. Paventando sempre che i
-figli di Bernabò, aiutati da principi stranieri, o da partigiani nello
-stato, avessero a ritrovar qualche mezzo di render liberi il padre ed
-i fratelli, fece più strettamente rinchiudere addoppiando la vigilanza
-sovra Sagramoro e Galeotto altri di lui figli che teneva prigioni nel
-castello di Monza, e diede comando si togliesse Rodolfo da quello di
-Trezzo onde disgiungerlo dal padre e dal fratello Lodovico, e fosse
-condotto nel forte di San Colombano.
-
-Venti uomini d’armi capitanati da Giovanni Ubaldino partirono da
-Milano, e si recarono a Trezzo per eseguire tal ordine di Giovan
-Galeazzo. Quando que’ soldati comparvero presso le mura del castello, e
-riconosciuti amici, loro fu abbassato il ponte levatoio per riceverli
-al di dentro, un secreto terrore invase il cuore de’ prigionieri.
-Ubaldino si recò da Gasparo Visconti, ed a lui presentò una lettera del
-suo signore, nella quale gli veniva ingiunto di consegnarli Rodolfo.
-Gasparo Visconti recossi tosto da questo, e il fece avvertito si
-disponesse a partire coi soldati novellamente giunti nel castello,
-poichè era volontà del principe ch’egli fosse tolto da Trezzo, e
-condotto a San Colombano.
-
-Rodolfo a tale comando pensò che ciò null’altro si fosse che un
-pretesto per trarlo a morte lungi dagli occhi del padre: tale pensiero
-gli si affacciò tosto alla mente, poichè conoscendo gli usi del
-tempo, era quanto ei s’attendeva sin dal momento che era stato fatto
-prigioniero, e sperando di potere sottrarvisi altrimenti, fece in suo
-cuore una disperata risoluzione: stabilì, appena si fosse trovato fuori
-di quelle mura, sul sentiero presso all’Adda, di scagliarsi, inerme
-com’era, sui soldati che lo scorterebbero, e pervenendo a sciogliersi
-da loro, precipitarsi nel fiume e salvarsi a nuoto colla fuga, o perire
-piuttosto trafitto dalle spade o nelle acque dell’Adda, anzichè sui
-patiboli secreti di Giovan Galeazzo.
-
-Con questa determinazione nell’animo, ed anelando l’ora di trovarsi
-nella lotta, recossi nelle stanze del padre a prendere congedo da
-lui, da Lodovico, da Ginevra, Damigella e Donnina, che tutti quivi
-convennero. Quando furono raccolti, Rodolfo con ferma voce spiegò
-che veniva a dar loro l’addio, forse estremo, essendo costretto a
-separarsi da essi per essere rinserrato fra altre mura. A queste
-parole un disperato dolore trafisse il cuore di Bernabò, e il furore
-si dipinse sul suo volto: egli non s’aspettava tal colpo doloroso che
-tutte annientava le sue speranze, privandolo del più fidato appoggio
-che s’avesse, chè tanto era per lui quel suo vigoroso ed ardito figlio,
-quando si fossero offerti i soccorsi ch’egli mai sempre sperava. La
-di lui fronte si raggrinzò, gli occhi rosseggiarono per lo sdegno,
-e un tremito di rabbia gli si sparse per le membra. Alzatosi, gridò
-furibondo, maledicendo Giovan Galeazzo ed i suoi fautori; ma i figli
-e le figlie, e frate Leonardo e Donnina gli furono d’intorno, e col
-pianto e le preghiere pervennero a racquetarne lo spirito. Allorchè,
-calmato, fissò lo sguardo in Rodolfo, larga copia di lagrime gli
-rigò le guancie, e porgendo a lui la destra, con voce tremante, che
-palesava quanta fosse l’angoscia che chiudeva in petto: «Ah! figlio mio
-(esclamò), tu mi sei tolto per sempre: sì pur troppo m’accorgo che si
-vuole ch’io chiuda questi miei occhi nel sonno eterno, senza che stia
-a me vicino un solo de’ miei figliuoli che m’invochi la grazia del
-signore nell’ultim’ora, e preveggo che non vedrò intorno al mio letto
-di morte che i volti degli abborriti sgherri del conte di Virtù. Ma
-che dico?... Non si stanno forse già preparando le trame per me, per
-voi tutti, onde toglierci l’uno lontano dall’altro la vita? Tu, mio
-Rodolfo, ne sei la prima vittima.» A tali detti i singhiozzi di tutti
-quegli astanti si raddoppiarono; il solo Rodolfo, intrepido in viso,
-e con sguardo sicuro, animando ferocemente la voce, disse: «Non temere
-per me, padre mio: se lo spirito infernale non mi toglie le forze, io
-non perderò al certo la mia vita entro le mura d’un castello; se il
-cielo mi protegge, potrebbe avvenire che io riesca ancora formidabile
-al nostro oppressore.» In così dire piegò un ginocchio davanti a
-Bernabò, ed in tale attitudine ne baciò la mano; ma questi il rilevò,
-e gli porse un bacio in fronte bagnandolo di lagrime. Rodolfo, toltosi
-all’amplesso del padre, abbracciò Lodovico e le sorelle, strinse a
-Donnina ed a Leonardo la mano; a tutti il pianto soffocava la voce,
-ed una visibile commozione atteggiava quasi alle lagrime anche i fieri
-lineamenti di Rodolfo, quando, raccolta tutta la sua forza, pronunciò
-un «Addio,» ed uscì da quelle stanze.
-
-Bernabò rimase immobile pel dolore; Ginevra cadde svenuta a’
-suoi piedi; Donnina e Damigella, pallide e tremanti, accorsero a
-soccorrerla; Lodovico, straziato da così funesta scena, stava dubbiando
-o di seguire il fratello, o di restare a conforto del padre; ma
-attenendosi a questo partito, rimase accanto a Bernabò in mestissimo
-atteggiamento: frate Leonardo ergeva ammutolito lo sguardo al cielo
-invocandone la pietà sovra quei desolati parenti. Bernabò, scosso
-alfine da quella tremenda concentrazione, si volse al frate, e gli
-disse: «Ah! Leonardo, ora sento sinceramente che non mi resta altra
-speranza che quella del Cielo;» e così dicendo riprese in volto i
-tratti dell’usata severità.
-
-Rodolfo, posto fra mezzo agli uomini d’armi, salendo un cavallo di cui
-un soldato tenea la briglia, uscì dalla gran porta del castello sempre
-fermo nel suo ardito proposito. Giunto ch’ei fu colle scorte d’appresso
-alla ripida sponda dell’Adda, guardò all’acque, e d’un salto balzato
-di sella, si slanciò per calarsi dalla riva; ma uno dei militi fu
-pronto ad attraversargli col cavallo la via, e mentre Rodolfo mirava ad
-evitarlo, gli altri gli furono addosso. Robustamente ei si dibattè. Ma
-i soldati, essendo di molto numero ed armati, l’atterrarono, e cintolo
-di nodi duramente il riposero sul cavallo, e fu così tradotto sino a S.
-Colombano, dove venne rinchiuso nel mastio della torre.
-
-Quando Rodolfo fu disgiunto dal padre, il capitano Gasparo Visconti
-venne chiamato a Milano da Giovan Galeazzo, ed a comandante del
-castello di Trezzo ed a guardia de’ prigionieri rimase Iacopo del
-Verme. I piovosi giorni e le melanconiche nebbie dell’autunno, che
-s’inoltrava, rendevano sempre più triste l’abitar quivi: ingiallivano
-i boschi d’intorno, e denudavansi i rami; non più s’udiva l’usignuolo
-rallegrare le notti, nè il gaio canto degli uccelletti salutare
-il mattino; lunghe schiere di corvi vedevansi la sera attraversare
-con alto volo il castello recandosi ne’ boschi dell’Adda; il loro
-gracchiare, lo stridire di qualche sparviero che si posava sui merli
-delle torri, o il grugnire pe’ boschi d’affamati cignali, erano le sole
-voci di esterni esseri viventi che pervenivano a quelle mura.
-
-Dal dì della partenza del figliuolo, neri presentimenti travagliavano
-lo spirito di Bernabò. Conscio di ciò che avea praticato assai volte
-per togliere di mezzo uomini potenti che si opponevano a’ suoi fini,
-pensava che il conte di Virtù non sarebbe stato meno scellerato con
-lui, di quello ch’egli stesso era stato con altri. La profonda malizia
-d’infingersi per tanto tempo uomo nullo, senza pensieri di regno o
-d’ambizione, e l’arditezza con cui condusse il tradimento di prenderlo
-prigioniero, bene il persuadevano che Giovan Galeazzo, quantunque
-suo nipote, e marito d’una propria figlia, era atto a commettere
-qualunque misfatto quando gli fosse tornato utile l’eseguirlo. I
-veleni, i pugnali, i capestri erano in quella età modi frequenti di
-morte entro le mura de’ castelli; ed una ricca pompa funebre onorava
-spesso la vittima dell’occulta prepotenza, e persuadeva al popolo che
-un assassino, un parricida era uomo umano e religioso. Per ciò Bernabò
-paventava ad ogni istante di finire violentemente i giorni, quantunque
-considerasse che non si sarebbe tralasciato di porre il suo cadavere in
-magnifica arca sotto le volte d’una cospicua chiesa di Milano.
-
-La crudele aspettativa di maggiori delitti non contristava Ginevra,
-poichè il suo cuore innocente, non agitato che dai dolci moti della
-pietà e della tenerezza, era straniero a tutti i calcoli di uomini
-feroci, il cui sommo bene stava nell’imperare e nell’opprimere. Ma ciò
-null’ostante la vivissima afflizione che le aveva cagionato il distacco
-del fratello, l’ignorare che fosse avvenuto di Palamede, il non avere
-persona da cui ricevere conforto, o nel cui seno versare le proprie
-pene, bastavano a rendere infelicissima l’esistenza di quella sensibile
-fanciulla. Aumentavano i mali della sua addolorata mente la mestizia
-de’ giorni autunnali, l’imponente aspetto di quelle mura che parevano
-doverla racchiudere eternamente, e le truci sembianze de’ soldati che
-alcune volte scorgea ne’ cortili e nella chiesa. Non più Gabriella co’
-suoi motti vivaci potea giungere a trarle il sorriso sulle labbra, nè
-i racconti della vecchia Geltrude attiravano la di lei attenzione:
-un affanno profondo inconsolabile le occupava tutta l’anima, ne
-consumava con interno martiro la freschezza de’ giorni. Solo raggio
-di gioia in tante angosce era per lei la memoria di quel momento in
-cui le comparve allo sguardo Palamede sotto il verone del castello;
-ma le arcane parole colle quali l’aríolo l’aveva preparata a quella
-inaspettata apparizione, il rapido dileguarsi di questa, e la strana
-fuga di Enzel, le lasciarono una tinta misteriosa di quell’avvenimento,
-per cui talora lo dubitava accaduto per opera d’incanto: e quindi
-pensava che Palamede fosse estinto, e che quello apparsogli altro non
-si fosse che la larva di lui; tal altra fiata, persuadendosi che quella
-era stata un’illusione della sua fantasia, credeva che l’amante suo
-giacesse in qualche carcere, o si fosse congiunto coi nodi nuziali ad
-altra donzella. Spesso però questi dubbii le erano sospesi dalla vista
-e dalla lettura del foglio di Palamede che le avea recato l’aríolo, e
-in cui le ripeteva la costanza del suo affetto: ella riconosceva que’
-caratteri siccome stesi dalla mano dell’adorato cavaliero; ma nascevale
-temenza talvolta che fossero fatti per arte negromantica, tremava al
-toccarli, e si ritraeva da loro spaventata. In mezzo a tali ambasce
-si effondeva ogni giorno in fervidissime preghiere alla Vergine, e ne
-bagnava di lagrime il simulacro, invocandone la protezione; ma sentendo
-sempre più le pene aggravarlesi nel cuore, credeva che le proprie
-colpe e il troppo amore per un essere terreno l’avessero resa indegna
-delle grazie del cielo, e con riscaldata fantasia paventava l’eterna
-perdizione, e meditava ai tormenti dell’abisso. Abbandonato giaceva il
-liuto appeso alle pareti della camera di lei, e nè pur esso giovava
-a raddolcire co’ suoni le ore di quella giovinetta infelice, la cui
-anima, in tutti i più soavi sentimenti straziata, agognava alla pace
-della tomba.
-
-In questo intervallo stando in Milano Palamede sempre incitato
-dall’amore ardentissimo per la fanciulla prigioniera, nè d’altro
-pensiero curandosi che di ottenerla, tutto aveva posto in opera per
-piegare l’animo di Giovan Galeazzo ad accordargliela. Da prima il
-marchese Azzo Liprando s’era presentato a questo fine al principe
-onde richiedergliela, certo che questi, ch’egli reputava umanissimo e
-cortese, non gli avrebbe dato rifiuto; ma ciò appunto fu quello che
-avvenne con somma sua sorpresa e rammarico. Allorchè Azzo gli fece
-richiesta di Ginevra, era a Giovan Galeazzo da poco tempo giunto il
-messo di Gasparo Visconti, recando la novella della tentata liberazione
-de’ prigionieri: il sospettoso signor pensò che quella richiesta
-fosse fatta ad arte per favoreggiare la trama d’introdurre stranieri
-in quel castello, e il rimandò non solo inesaudito, ma con pungenti e
-minacciose parole.
-
-Palamede fu sopra modo desolato da questo fallito tentativo, poichè
-s’avea riposta gran fidanza nell’impegno del marchese Azzo, la cui
-dignità e potenza sembravano dovere ottenergli molti riguardi dal nuovo
-signore; e già paventava gli venisse Ginevra negata per sempre, poichè
-vedendo l’accanimento di Giovan Galeazzo contro la famiglia di Bernabò,
-tremava facesse ad essa pure togliere la vita, o la chiudesse in un
-chiostro costringendola a vestir abiti monacali, onde per lei non si
-estendesse la discendenza di quel principe, la cui rimembranza volea
-in tutto spenta. Non arrischiandosi quindi a far sì tosto nuovamente
-richiedere Giovan Galeazzo del concedergli la sua fidanzata, per non
-destarne contro di lei lo sdegno, ed irritarne i sospetti, dispose
-l’animo a pazientare, siccome Azzo stesso lo consigliava, attendendo
-più opportuno momento, che sarebbesi al certo offerto quando la
-sicurezza del dominio avesse tolta ogni tema di tradimento dall’animo
-del principe.
-
-Il vivissimo affetto del cavaliero non gli lasciava intanto riposo.
-Egli non viveva che per Ginevra, e tutte le sue idee s’aggiravano
-intorno al modo di avvicinarlesi, o di darle di se contezza. Più
-volte aveva instato presso l’aríolo onde il giovasse colle arti sue
-a penetrare nel castello di Trezzo; ma l’aríolo sempre rifiutossi
-a secondarlo; anzi l’aveva dissuaso da questo progetto siccome
-ineseguibile, e certa via a perder se stesso, e peggiorare la sorte dei
-prigionieri. Ciò non pertanto Palamede s’era più volte recato nelle
-vicinanze di Trezzo; seguito da Enzel. Lasciava i cavalli nell’isola
-di Mandellone, e guidato dall’aríolo, esperto conoscitore dei luoghi,
-s’accostava inosservato al castello, ed era pago del contemplare le
-mura impenetrabili che rinserravano colei che avea in suo cuore giurato
-di ottenere, o di perire. L’aríolo gli additava il verone e le finestre
-nelle stanze ove abitava Ginevra, e d’onde era partito quel canto che
-il rese una notte felice; e il cavaliero meditava fra se, e poneva
-l’ingegno e la cupidigia di Enzel a tutte le prove, onde ritrovasse
-qualche mezzo per cui pervenire a parlare, o almeno vedere l’amante: ma
-quel castello era troppo da vigilanti armati in ogni punto esattamente
-guardato, e l’appressarvisi a tiro d’arco sarebbe stata pericolosissima
-prova; nè Enzel, il quale teneva al vivo impresso nella mente per
-qual raro caso fosse sfuggito alle ricerche de’ soldati che volevano
-abbruciarlo, s’arrischiava porre in uso arte o raggiro per cercare di
-introdurvisi, dal sotterraneo della torre nera, o della cappella de’
-morti. Onde per quanti disegni componesse colla fantasia Palamede,
-nessuno gliene s’appresentava che valesse a suggerirgli un mezzo o di
-forza, o d’astuzia, per impossessarsi di Ginevra, ed era necessitato ad
-attenersi a quel solo di averla per consenso di Giovan Galeazzo.
-
-Questo principe frattanto, chiamato da gravi cure di stato, s’era
-recato a Pavia, nel castello della qual città, sua corte paterna,
-soleva abitare con sua madre Bianca di Savoia, e la moglie Caterina,
-che, come figlia di Bernabò, non volle fosse presente in Milano
-al tradimento commesso contro il di lei padre. Allorchè ciò seppe
-Palamede, avendo spesse volte veduta Caterina nei palazzi di Bernabò e
-nella casa di Donnina de’ Porri, pensò che questa avrebbe per lui e per
-Ginevra preso caldo interessamento, ed avrebbe assunta ogni cura per
-rendere assenziente il marito alle loro nozze. Ma gli fu detto che era
-assai difficil cosa il poter favellare a Caterina, mentre per ordini
-secreti di Giovan Galeazzo, che di tutto temeva, ella veniva guardata
-con molto rigore onde non le si accostasse persona invisa od ignota a
-Giovan Galeazzo, sebbene la tenesse d’altra parte circondata di pompe e
-di principeschi onori.
-
-Palamede tentò pure di vincere tale ostacolo. Immerso com’era di
-consueto in tristi pensieri, soleva passare alquante ore del giorno
-nei solitarii recessi del convento di San Marco, dove fra molti
-libri e religiosi pensieri trovava occupazione. Aveva fatta per
-ciò stretta conoscenza con frate Lanfranco Guincinelli priore di
-quel convento, quello stesso per cui lo zio Baldizone gli diede in
-Carsenzago un foglio in cui lo raccomandava calorosamente. Palamede
-aveva a Lanfranco palesata la causa della sua melanconia. Lanfranco,
-finissimo conoscitore degli uomini, intendeva di leggieri che Giovan
-Galeazzo non si era tale da lasciarsi piegare da guelfeschi maneggi,
-quantunque a questa parte piuttosto che alla ghibellina era sembrato
-inchinevole quando viveva a null’altro dato che agli atti religiosi:
-dubbiando perciò dell’essere ben accolto dal principe, non aveva
-offerta l’opera sua a Palamede. Allorquando però il cavaliero narrògli
-che stando Giovan Galeazzo a Pavia egli si prometteva felice riuscita
-alle sue speranze, se fosse pervenuto ad istruire Caterina di quanto
-chiedeva, il che era per lui impossibile, Lanfranco si esibì di
-superare per lui non solo qualunque ostacolo a ciò s’opponesse, ma di
-aggiungere in favor suo le parole di Bianca madre del principe. Era
-desso amicissimo di Alberigo da Bereguardo priore degli Agostiniani
-di San Pietro in Ciel d’oro di Pavia, il quale aveva a suo talento per
-molto tempo governato lo spirito di Giovan Galeazzo; e morto esso lui,
-aveva sempre continuato a possedere l’intimità di Bianca, ed era il
-solo che tenesse libero accesso in Pavia presso di lei e di sua nuora
-Caterina. Lanfranco, ammaestrato uno de’ suoi monaci di quanto dovesse
-operare, lo mandò a Pavia a frate Alberigo, e rincorò Palamede onde
-stesse d’animo sicuro, che finalmente avrebbe ottenuto ciò che tanto
-desiderava.
-
-La trepidazione in cui visse il cavaliero aspettando da un istante
-all’altro il momento di poter volare a rivedere Ginevra, fu pari al
-suo dolore, o piuttosto alla disperazione, quando un mattino dopo tre
-giorni dall’invio del messo, con mesto viso appresentatosi a lui frate
-Lanfranco gli disse: «Figliuol mio, il Signore non ha concesso che le
-tue brame siano esaudite. Bianca e Caterina hanno tutto adoperato per
-ottener da Giovan Galeazzo che ti sia data Ginevra; ma egli fermo in
-suo proposito rigettò le loro istanze: perciò ti do consiglio a non
-tentare più l’animo di lui; chè se non si piegò alle richieste della
-madre e della moglie, nessun’altra persona vorrà cedere se Iddio non
-gli cangia il cuore, e tu insistendo attireresti l’ira sua; però ti
-raccomanda alla divina Provvidenza, ch’ella suole con impreveduti
-avvenimenti, quando meno si attende, esaudire i voti di chi sa
-meritarne le grazie.»
-
-Ma il cavaliero, sordo a miti consigli, più non spirava a queste parole
-che odio e vendetta. La durezza di Giovan Galeazzo gli sembrava sì
-tirannica e capricciosa, e tanto addentro lo feriva nel cuore, che ei
-meditava le più disperate imprese per vendicarsi: e certo a qualche
-tremendo fatto si sarebbe lasciato condurre se un singolare avvenimento
-non fosse sorto di mezzo a variare il destino di lui.
-
-Enzel Petraccio si era legato ad amicizia con molti altri aríoli,
-tempestarii e vagabondi, alcuni de’ quali andavano al servizio de’
-potenti ne’ castelli e nelle città, e servivano loro di spioni, o
-di guide negli assalti e nelle guerre; altri seguivano le torme de’
-soldati di ventura, i quali spesse volte facevano il mestiero degli
-assassini: non formavano però gli aríoli lega coi _bravi_ e cogli
-sgherri, perchè questi usavano nei loro fatti la prepotenza colla forza
-dell’armi, e quelli, sebbene portassero sempre tra i panni pugnali,
-punte, mezzelame, e prezzolati commettessero ogni sorta di delitti,
-pure aveano per divisa la pacatezza ed il far umile, nè vestivano
-armature, ma abiti plebei, e larghi cappelli: in somma adoperavano
-tutti que’ modi che giovassero ad ingannar la gente facendosi credere
-o mendicanti, o pellegrini, o villici, o uomini del popolo. Essi però
-costituivano una società, e si riconoscevano per certi segni, parole e
-costumanze particolari.
-
-In Milano eranvi molte persone di questa professione, poichè vi
-venivano da tutte le parti d’Italia, e qui s’avevano una specie di
-riunione centrale d’onde poi si diramavano in diversi altri paesi. Per
-non dare di loro sospetto, e non arrischiare d’essere arsi come maghi o
-stregoni, del che era facile in que’ tempi destare dubbio se si fossero
-lasciati scorgere a congregarsi in secrete combriccole, avevano gli
-aríoli un luogo di convegno, fuori dalla città dalla parte occidentale,
-affatto appartato, sebbene non molto lungi dalle mura.
-
-Enzel, che venne riconosciuto da loro per sapientissimo, siccome
-esperto nell’astrologia, nelle arti di formare secreti farmaci
-e pozioni, fu ricercato si portasse un giorno nel luogo del loro
-convegno, ed egli v’acconsentì. Era questo un giorno sul finir di
-novembre; giusta il convenuto Enzel sul far della sera s’appostò presso
-la muraglia dell’orto del Monastero Maggiore, e quivi attese un altro
-aríolo di nome Gallinaccio. Allorchè questi passò, avvertito dal di
-lui fischio, Enzel il seguì, ed uscì seco da Porta Vercellina, che
-trovavasi, come abbiam detto altrove, nel luogo in cui ora sta il ponte
-del Naviglio, che a que’ tempi non era che una larga fossa la quale
-si passava sovra un ponte levatoio: fuori della porta incontravasi il
-Borgo delle Grazie, al terminar del quale non eravi, come al presente,
-una strada diritta, solida, larga, ma bensì una ristretta via, guasta,
-avvallata fra due alte sponde, tutta ingombra di sassi e pantani.
-
-Giunti al cominciar di questa via Enzel e Gallinaccio si riunirono, non
-essendovi persona alcuna a cui questi due insiem congiunti potessero
-cagionar sospetto. Quando ebbero fatto qualche tratto di strada
-entrarono sulla destra in un piccolo sentiero che s’innoltrava fra alte
-piante. Il giorno non era caduto affatto, ma la nebbia che s’alzava
-oscurava l’aria, e la rendeva umida e fredda; a traverso ai nudi rami
-degli alberi, da cui il gelido soffio del vento staccava le ultime
-foglie disseccate, appariva un cielo di tristo color cenericcio, alcun
-poco biancastro ad occidente, verso cui camminavano gli aríoli. Dopo
-alquanti passi il sentiero cessò, il bosco divenne più folto, ed essi
-entrati in quello giunsero alla sponda dell’Olona. Sopra un dossetto
-presso a quel piccolo fiume stava un diroccato edifizio cinto da
-rottami incespati di spine e di roveti; dal lato da cui vennero que’
-due, scorgevasi un elevato muro che aveva costituita una parete di quel
-fabbricato, e che ora stava solo eretto fra le ruine, e dalle finestre
-del quale vedeasi l’opposto cielo. Gallinaccio condusse Enzel fra gli
-spinai verso questa muraglia, e pervenutivi dappresso, discesero in
-un fossato asciutto che circondava l’edifizio, nel quale scorsero una
-porta, dalle cui fessure intravedevasi un lume lontano. Gallinaccio
-bussò tre volte a quella porta, e diede altrettanti fischii; si udì
-taluno appressarsi, che tolse ai battenti una spranga, e li aprì.
-Entrarono que’ due, fu richiusa la porta, ed essi, passando sotto una
-lunga oscura volta, giunsero in un’ampia stanza, la metà superiore
-della quale era ripiena dal fumo che tramandava un gran fuoco acceso
-in mezzo ad essa. Dintorno a questo stavano molti aríoli disposti in
-variate posizioni.
-
-Taluno era sdraiato sul pavimento, altro seduto sovra le legna che
-servivano ad alimentare il fuoco; questi incrocicchiava le gambe alla
-turchesca, quegli rannicchiato sporgeva il capo fra i ginocchi, ma
-tutti però tenevano il volto in verso alla fiamma, la quale, secondochè
-risplendeva vivace, od andava calando, ne illuminava variatamente le
-strane fisonomie e gli abbigliamenti, progettandone le ombre, fatte per
-la distanza gigantesche, sulle ruvide pareti di quella camera, o direm
-piuttosto cantina o sotterraneo.
-
-Vestivano essi tutti in foggie particolari. L’uno andava coperto da
-una zimarra a doppio colore, rossa sul petto, verde sul dorso, ma
-lacera e rattoppata; l’altro aveva sul corpo un saione fratesco, questo
-indossava una schiavina; portavano tutti però o gabbani, o casacche, o
-tabarri di colori oscuri, rossi o cilestri, ma di grossolani tessuti.
-Alcuni coprivansi la testa con cappe e cappucci, altri la tenevano
-scoperta, e mostravano calve fronti od irte e scarmigliate capellature,
-e ruvidi crini cadenti in ciocche a mischiarsi colle scomposte barbe e
-le folte basette.
-
-«Ecco una nuova volpe che viene al covo (disse una rauca voce rivolta
-ad Enzel appena questi fu colà entrato). — Nuova a questo covo (egli
-rispose), ma vecchia per i pollai e le lepri. — Ti conoscono assai
-bene (disse Gallinaccio), e puoi stare fra noi ed esserci maestro. Ti
-ritira (soggiunse ad uno che stava più degli altri presso la fiamma),
-e lasciaci, o Calabrese, sedere vicini al fuoco, perchè veniamo da
-dove spira un’aria di neve che ci ha intirizziti.» Si ritrasse il
-Calabrese, ed accovacciatosi in altra parte: «Prosegui (disse con
-accento di sua nazione), Masiello, a raccontare come sia finita la
-storia della regina Giovanna.» Masiello, che stava a lui di prospetto,
-e verso cui tutti rivolsero ansiosamente gli occhi, con voce di chi
-riprende una storia così parlò: «Andò all’inferno nell’istesso modo
-che vi aveva fatto andare otto de’ suoi innamorati e due mariti. Due
-giorni dopo che fummo giunti ad Aversa, Cecarello, che ivi ne aveva
-condotti, eseguendo l’ordine del signor duca Carlo Durazzo, mi palesò
-cosa avessi a fare, e mi fece aprire l’uscio della camera della torre
-ov’ella dormiva. Vecchia così come era tentò trarmi ai lacci, e vedendo
-di non riuscirvi invocò il cielo e tutti i santi; ma Cecarello m’avea
-prefisso il tempo, e il di lei collo era sì sottile, che non sudai a
-sbrigarla. Mi fu dato per sì picciola fatica più oro che quando venni
-mandato da Napoli, attraversando di verno gli Appennini, a Bologna
-a prendere da certo speziale un’acqueruola che non seppi poi mai chi
-l’abbia bevuta. — Per quant’oro toccasse allora la tua mano, o Masiello
-(riprese un altro), non sarà certo stato tanto quanto quello che un
-barone Piccardo tolse al duca d’Angiò ch’era venuto per quella stessa
-regina in Italia, e metà di quell’oro lo recai io a Venezia, dove
-il Francese mi fece seco a parte a scialacquarlo. Ma ti debbo però
-dire che me lo era guadagnato con maggior fatica della tua. Il Papa
-d’Avignone mi avea spedito a Parigi a portare lettere al duca d’Angiò,
-imponendomi di servire ad esso di guida a discendere per l’Alpi:
-eseguii tale comando, e quando fummo di poco col Francese inoltrati
-in Italia, il duca d’Angiò mi diede ordine che mi recassi a Roma dai
-Colonna, ed a Napoli da Giovanna per certe intelligenze: giunto nella
-prima città, il Papa di Roma mi fece prendere, e voleva mi appiccassero
-in castel Sant’Angelo, ciò che avveniva di certo se non mi fossi calato
-per le mura; ma finalmente arrivai anche a Napoli, ed adempiute le
-commissioni, a traverso all’armata di Carlo Durazzo pervenni a Bari,
-dove il duca d’Angiò m’aveva imposto di recarmi; egli era colà, ma
-più non aveva nè soldati nè danari, e null’altro possedeva di tutto
-ciò che aveva recato di Francia fuorchè la spada e il valore: perciò
-senza nulla darmi, ma facendomi grandi promesse, pregommi riconducessi
-nella sua terra il barone Piccardo, che avrebbe recato molto oro e
-soldati: il feci infatti; e il Piccardo, giunto a Parigi, ebbe l’oro
-dal re e dai fratelli del duca; ma soldati non ne ricercò, nè volle,
-perchè piacevagli marciar spedito: quest’oro ce lo distribuimmo sulla
-persona e sui cavalli, e per le vie diaboliche del paese degli Svizzeri
-tornammo in Italia, ed andammo a Venezia; dove lo si profuse _gaîment
-pour dames et bon vin_, come soleva dire il Piccardo; e il duca d’Angiò
-seppi poscia che morì a Bari di fame.»
-
-Dopo questo racconto, l’un l’altro eccitandosi, narrarono moltissimi
-fatti da essi loro eseguiti, o di cui erano stati spettatori: quasi
-tutti consistevano in astuzie, raggiri, insidie adoperate per impedire
-od anche agevolare conquiste di terre e castelli, incendii, assassinii,
-rapimenti di donne e fanciulle; ciò che rendeva singolari quelle
-narrazioni, era l’influsso sugli avvenimenti umani che attribuivano ai
-prestigi, ai pianeti ed alle magiche virtù di molte sostanze naturali
-preparate con certe arti o segni stravaganti.
-
-Poscia che ebbero a lungo favellato, l’ultimo che parlò disse ad uno
-che gli stava di fianco: «Andreazzo, è tempo oramai che ci bagniamo
-la gola; non hai tu portato qualche poco di vino? — Non beveremo, per
-Satanasso, sin che non abbiamo detto qualche cosa di meglio delle
-ciancie che si son fatte finora.» Così pronunciò con voce grave e
-rude, che non s’era mai intesa durante i ragionamenti, una persona la
-quale, involta sino alla metà del viso in un mantello a lungo pelo
-nero, e tenendo calato un berretto pur di pelo sino alle ciglia,
-movendo sotto assiepate palpebre due bigi occhi feroci, s’aveva la
-forma piuttosto d’orso che d’uomo. «Non abbaiare, Can-di-monte (a lui
-rispose Andreazzo), se bevessimo anche tosto, io tengo qui tal liquore
-che non ti parrà certo decotto amaro, ma se tu hai a dire alcun che
-d’importante, dillo col malanno che ti porti, che ti ascolteremo.»
-
-Can-di-monte, che tal era il soprannome di quell’ispida figura, volse
-ad Andreazzo uno sguardo minaccioso di sdegno, quindi disse: «A ciò
-che è avvenuto io non penso mai, e lascio ai cantafavole le parole o le
-novelle: io voglio fatti ed azioni, e perciò bado a quel che faccio o
-che dovrò fare; il passato è come se non fosse mai stato. Voi v’avete
-stancata la lingua con vecchie storie, e nessuno ha palesato ancora
-ciò che farà domani, onde possiamo porgerci mano a condurre a buon fine
-qualche impresa.»
-
-— «Hai ragione, Can-di-monte (soggiunse l’un d’essi); io non so come
-mai m’abbia a lungo garrito in inutili baie, mentre ho un rilevante
-messaggio da farti da parte di un tale, che ieri ritrovai presso
-Magenta, e che mi disse che ti risovverresti chi fosse, rammentandoti
-il Frate Rosso. — Oh! il conosco assai bene, è Aldobrado Manfredi;
-e che ti disse egli per me? — Ei mi ha detto che domani a notte ti
-attende nelle valli di Ticino, presso al gran pioppo nel bosco del
-Crocifisso, dove saranno seco lui i soliti amici. — Ma non sai tu,
-Squarcia (chiese Can-di-monte), per qual motivo? — Te lo dirò, ma
-non lo seppi da lui: esso vuole appostarti sulla strada di Novara per
-dargli segnale del momento in cui passerà il duca Lodovico di Francia,
-e gli altri signori i quali vengono a Milano a nozze, poichè egli ha
-disegno di guardar loro ne’ forzieri per vedere quali doni rechino
-alla signora Valentina. — Si è assunto un difficile impegno (disse
-quello che aveva narrata la storia del duca d’Angiò), poichè conosco i
-cavalieri di Francia, ed hanno spade affilate, e le menano di taglio e
-punta, che guai dove colgono. — Sappi (gli rispose Can-di-monte), che
-Aldobrado non mette rete che non prenda pesce; sai che è stato più anni
-confidente di Bernabò: allora ho fatto per suo comando delle operazioni
-che s’avevano altre spine, ed egli ha date prove sufficienti di quanto
-valga. — Mi fu narrato (proseguì Squarcia) che, dopochè il suo padrone
-venne mandato a Trezzo, si è dato a condurre una masnada a svaligiare i
-passeggieri, e non vi sono fanti che battano la sua traccia, perchè si
-è reso formidabile. — Ma come deve esser ella la faccenda dei Francesi?
-(disse Enzel Petraccio, che si fece attentissimo a raccogliere tutte
-le parole su tale argomento). — Come vuoi che sia? Aldobrado fu
-avvertito che il duca Lodovico volendo far grata sorpresa a Giovan
-Galeazzo, onde giungere inaspettato a sposarne la figlia, passerà fra
-tre giorni con pochi cavalieri e senza scorta dalla strada di Novara,
-ed Aldobrado co’ suoi li assalirà, perchè miglior bottino a’ nostri
-giorni non si potrebbe sperare.» Can-di-monte volgendo ad Andreazzo
-gli occhi, da cui trapelava l’allegrezza recatagli da tale notizia:
-«Porgi ora da bere (disse), e se è vino che mi piaccia, ti voglio fra
-quattro giorni donare una delle più belle gioie del duca Lodovico. —
-Potresti anche fra quattro giorni (disse Andreazzo) lasciare il pelo
-sotto il rasoio del boia;» e in così dire s’alzò, e venne in un angolo
-di quella stanza, smosse una tavola dal muro, e levò un gran vaso che a
-due mani portò in mezzo al circolo presso al fuoco: molte legna furono
-gettate ad avvivare la fiamma, ed una scodella di terra girò d’intorno,
-riempiendosi ad ogni istante del vino che quel vaso conteneva.
-
-Riscaldati da quel liquore, lunga pezza fecero i socii parole, risa
-e gridi; ma a poco a poco i più s’addormentarono, altri rimasero
-ragionando a bassa voce: la fiamma mancando d’alimento si spense, e
-restarono nell’oscurità rotta solo dal rosseggiar de’ carboni attizzati
-di quando in quando da alcuno de’ più vigilanti con una palla di ferro.
-Sorto finalmente il mattino, ad uno ad uno uscirono tutti da quella
-casa, e si dispersero disgiuntamente.
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
- Ma qui pur gli oppressori omicidi
- Or s’accampan la legge insultando;
- Qui si sente un tumulto di stridi
- Prorompente lontano lontan.
- ...........................
- E non sai che col vanto di prode
- Or sovente dal laccio si pende?
- GUIDOBALDO IL CACCIATORE. _Mel. Lir._
-
-
-L’antico arco, che in Milano dicesi volgarmente _voltone_, che sta
-al ponte del Naviglio di Porta Ticinese, formava a’ tempi de’ quali
-parliamo la porta stessa, per cui la chiesa di Sant’Eustorgio e l’unito
-convento di Domenicani, che sono alquanto al di là di quel voltone,
-si ritrovavano in un sobborgo della città. Per entro un’appartata
-via di questo sobborgo, alla quale facevan parete da un lato il muro
-del cimitero posto a canto alla chiesa di Sant’Eustorgio medesimo, e
-dall’altro San Barnaba al fonte, con varie antiche case, s’inoltrava
-a passi rapidi Palamede. Era esso ravvolto in un mantello che
-scendendogli al ginocchio lasciava vedere al di sotto una parte della
-lunga spada che teneva sospesa al fianco, e il suo capo era coperto con
-un berretto senza piume od altri adornamenti. Camminò egli frettoloso
-sin presso alla metà di quella via, poscia ad un tratto soffermossi in
-atto pensoso.
-
-Già spuntato era il sole, ma il cielo nebbioso rendeva incerta la
-luce: rade persone scorgevansi passare per quella via, e queste erano
-o villici o servi che recavano le provvigioni al convento. Palamede
-girò lo sguardo, investigando se alcuno lo tenesse di mira; indi, colla
-risolutezza di chi prende irrevocabilmente un partito, proseguì il
-cammino. Giunto al terminare di quella strada, stava per porre il piede
-sul limitare d’una casa, quando sentendosi afferrare pel mantello,
-udì dire: «Dove andate, cavaliero?» Ei si rivolse con isdegno; ma
-veduto chi era, «Che vuoi tu, Enzel Petraccio? (gridò con sorpresa).
-— Io voglio, signor Palamede (disse Enzel con certa voce di preghiera
-e di comando insieme), che voi non andiate in questa casa.» Un lampo
-d’ira balenò a questi detti in volto a Palamede; poichè un cavaliero
-armato non era uso soffrire da altri il benchè minimo contrasto senza
-por mano alla spada; ma riflettendo tosto che l’aríolo non poteva aver
-così parlato che col pensiero d’arrecargli vantaggio, «Sai tu (disse
-rappacificato) perchè io qui venni a quest’ora? — Non v’ho io provato
-che sapeva tante altre cose che v’appartenevano? Or vi persuaderò che
-non ignoro neppure la causa per cui siete qui venuto: in questa casa
-prese alloggio Gherardo Cappello, il quale è stato mandato a Milano
-dal signor di Verona per ragunare e disporre alla rivolta i nemici di
-Giovan Galeazzo: così egli fa credere ai varii che diedero retta alle
-sue parole, e voi, uno fra questi, venite a riporvi nel novero dei
-congiurati. — Sì tu lo sai (rispose Palamede): io vengo a congiungermi
-a quelli che hanno giurato di vendicare Bernabò; ma è Giovan Galeazzo
-stesso che mi vi spinge. Egli, non sazio d’usare del suo tirannico
-potere contro quelli che potrebbono a buon diritto disputargli
-l’usurpato dominio, sta fermo per crudeltà in negarmi una fanciulla
-che è a me legata per sacre promesse, oh! sentirà quando questo ferro
-gli passerà il cuore, che non stanno tutti nel castello di Trezzo quei
-di cui deve paventare. — Ah, signor Palamede, che dite mai! (esclamò
-l’aríolo, fissandolo con occhi pel terrore di tale idea allargati con
-ispavento) questo pensiero vi fu al certo posto in cuore da uno spirito
-infernale: tutti i segni del cielo stanno contro di voi se durate
-in tale proponimento. Allorchè mi deste l’incarico di gire scoprendo
-quali cose si dicessero dal popolo in riguardo di Bernabò e di Giovan
-Galeazzo, non v’ho io rapportato, siccome aveva udito, che tutti
-mostravansi accaniti contro l’antico, ed affezionati al nuovo signore?
-Or bene, non pensate voi che assalire Giovan Galeazzo è lo stesso che
-rendersi tutto il popolo nemico, dalle cui mani non riesce facile il
-sottrarsi, e quindi la corda o la ruota sarebbe il genere di morte men
-doloroso a cui anderebbe incontro chi attizzasse la rivolta?»
-
-Si accostò in così dire all’orecchio di Palamede, che alle di lui
-prime parole s’era fatto meditabondo, stando immobile colle braccia
-incrocicchiate sul petto; e traendolo dolcemente lontano da quella
-casa, con voce a cui, sebbene sommessa, cercava dare un tuono profetico
-e misterioso: «Ancorchè aveste certezza (disse) di compire da voi solo
-il vostro disegno, non vi fidate di questo Veronese. Dove sono i suoi
-soldati, i capitani atti a resistere a quelli del conte di Virtù?
-Credetemi! egli cerca di attirarvi nella rete per darvi nelle mani
-di Giovan Galeazzo, onde renderlo amico del suo signore.» Palamede,
-colpito da tali detti volse uno sguardo fiero a quella casa, indi disse
-con instanza all’aríolo: «Sai tu questo di certo?» Ed Enzel, sempre
-traendolo più da quel luogo lontano: «Dovreste essere persuaso che io
-non soglio ingannarmi; ma vi lascio supporre che il Veronese abbia
-realmente a sostenervi in un tale fatto: non è egli inevitabile che
-al primo manifestarsi d’un movimento di ribellione Giovan Galeazzo fa
-togliere la vita a Bernabò, ai figli, a Ginevra? — Qual via dunque mi
-rimane per ottenerla? (proruppe con forza il cavaliero, interrompendo
-l’aríolo, quasi non potesse sostenere ch’ei proseguisse con tali
-per lui terribili parole). — La via (continuò l’aríolo, contento del
-trionfo che conobbe di aver riportato sull’animo di Palamede), la via
-si troverà; forse essa non è tanto discosta o difficile come potete
-credere: per ora però è d’uopo che facciate forza a voi stesso, e vi
-astenghiate da qualunque tentativo.»
-
-Un atto d’impaziente dispetto s’appalesò sul volto a Palamede; e il
-di lui mantello, che s’aprì, lasciò vedere la sua mano, che portata
-all’elsa della spada la premeva con forza al fianco: involontario
-moto che indicava l’interno sforzo nel comprimere l’ira, che tante
-opposizioni alle sue brame gli destavano in seno. Enzel, il quale
-penetrò che la mente del cavaliero era agitata da fiera tempesta, pensò
-essere quel momento opportunissimo a prepararlo ad un progetto che
-egli aveva in suo capo formato nella congrega degli aríoli; quindi,
-«Non dovete (disse) rimanervi frattanto in un ozio che la vostra
-abitudine alle vicende delle armi vi renderebbe penoso. Io voglio
-darvi una notizia che vi porgerà campo di vendicarvi d’un traditore
-e di reprimere l’audacia di un ribaldo assassino.» Palamede gli
-chiese ansiosamente chi questi si fosse; e l’aríolo palesando essere
-Aldobrado Manfredi che a lui aveva tentato togliere la vita nel bosco
-di Trezzo, narrò il divisamento che quegli avea fatto d’assalire sulla
-strada di Novara, presso al Ticino il duca Ludovico di Francia, che
-veniva alle nozze della signora Valentina, figlia di Giovan Galeazzo.
-Gli ascosi e secondarii pensieri che la narrativa delle disposizioni
-dell’assaltamento del duca aveva fatti nascere nell’animo dell’aríolo,
-non sorsero a tale novella in cuore a Palamede, la cui mente fu
-invasa da tutto lo spirito guerriero e di vendetta, di cui in quella
-età non andavano esenti anche i più umani fra quelli che facevano
-professione delle armi. Tutto pieno del desío di trovarsi al cimento,
-e concentrando in questo solo ogni altro pensiero che lo conturbava,
-rifece a passi rapidi, seguito dall’aríolo, quella stessa strada per
-rientrare in Milano.
-
-Pervenuti alla via che passando innanzi a S. Eustorgio metteva a Porta
-Ticinese, videro un improvviso accorrere di popolo, uno affacciarsi
-di genti alle finestre, ed udirono le campane di quella chiesa dare
-in suoni festosi. «Arriva il signor Giovan Galeazzo da Pavia (disse
-l’aríolo a Palamede); ora che qui sta solo a far da padrone, troverà
-nelle sale dei ricchi palazzi, e fra le dame di Milano, un più
-aggradevole soggiorno che nelle sacrestie della sua chiesa del castello
-e tra i monaci di Pavia.» Si vide infatti il principe coperto da un
-fino drappo orlato di pelliccia venire sovra un bianco destriero: gli
-cavalcavano al fianco alcuni nobili capitani d’armi, e lo seguivano
-molti militi armati in tutto punto. Il popolo, che stava stivato in ale
-lungo la strada, faceva eccheggiare l’aria di evviva al suo passaggio.
-Quando Giovan Galeazzo fu giunto dappresso al tempio di Sant’Eustorgio,
-rivolse verso la porta di quello il proprio cavallo, e così fecero gli
-altri. I frati Domenicani usciti dalla chiesa gli vennero incontro:
-due persone del suo seguito, balzate da sella, si recarono a lato
-del di lui cavallo; e tenendogliene le staffe, gli diedero braccio a
-discendere. Egli porgendo con affabilità il saluto a que’ frati, che
-con atti di umiltà e di sommo rispetto lo accoglievano, s’avviò alla
-chiesa, dicendo essere desideroso di assistere alla celebrazione d’una
-messa avanti all’altare de’ tre Re Magi, per rendere grazie a Dio della
-sua felice venuta.
-
-I battenti della porta della chiesa furono spalancati, e Giovan
-Galeazzo col seguito vi entrò. Un inginocchiatoio adorno di preziosi
-ornamenti, con cuscini di seta frangiati in oro, venne recato innanzi
-alla cappella dei Re Magi; e il principe piegato su quello, fosse
-abitudine, fosse sincero sentimento di religiosa pietà, si compose in
-attitudine d’intenso pregare.
-
-Da tutte le celle e le stanze corsero alla sagrestia i frati ed i servi
-del convento, e si affaccendarono ad allestire speditamente quegli
-oggetti che potevano servire a rendere più splendido l’altare e pomposa
-la celebrazione della messa: venne accesa gran quantità di lumi; si
-scoprirono le più belle reliquie, e tra tutte la più preziosa, quella
-di S. Pietro martire, racchiusa in aurea conserva da molti gioielli
-coperta; si trassero i più ricchi paramenti e gli abiti sacerdotali di
-maggior riserbo, e col massimo decoro incominciò la religiosa funzione,
-che l’incessante suonare dei bronzi annunziava.
-
-Le porte della chiesa eran rimaste aperte; e il popolo, cui i militi
-impedivano d’entrarvi, stando al di fuori affollato, rimirava
-con divozione e maraviglia quegli splendori dell’altare, ed il
-raccoglimento di Giovan Galeazzo e de’ nobili suoi seguaci. Palamede e
-l’aríolo trovaronsi essi pure frammisti a quella turba, e guardavano
-anch’essi curiosamente il principe; ma i loro pensieri erano d’assai
-diversi da quelli delle persone da cui erano circondati. L’aríolo,
-astuto e conoscitore siccome era delle altrui ipocrisie, non lasciavasi
-dalle apparenze sedurre, e stimava entro di se che quel fervor
-religioso del conte di Virtù fosse, piuttosto che al vero scopo
-della preghiera, diretto ad ingannare il popolo; nell’animo del quale
-quegli esterni atti di pietà sì pubblicamente praticati infondevano
-venerazione, e recavano convincimento essere dotato di grande bontà
-chi li eseguiva. Nel cuor di Palamede all’incontro quella vista non
-mosse che sdegno: egli teneva per fermo che l’eccesso della tirannia
-fosse stato da Giovan Galeazzo consumato contro di lui in rifiutargli
-replicatamente la prigioniera di Trezzo; quindi si persuadeva che
-avendo esso un animo così duro e cattivo, falsa e simulata era l’aria
-di divozione con cui stava innanzi agli altari; e poco avvezzo a
-frenare l’impeto de’ proprii sentimenti, «Cuor di serpe (esclamò), i
-santi non ascolteranno i tuoi bugiardi voti....» ed avrebbe proseguito
-imprecando contro di lui, con pericolo d’attirarsi l’attenzione e
-l’ira degli astanti, se Enzel noi costringeva con rapide parole al
-silenzio, ed aprendogli un passaggio in mezzo alla folla, nol traeva
-di là lontano; per buona sorte nessun individuo del popolo aveva
-prestato orecchio a que’ detti, per cui, senza che persona al mondo
-loro abbadasse, ripresero la strada di Porta Ticinese e rientrarono in
-Milano.
-
-L’aríolo, cui pressava sommamente l’impresa del cavaliero contro
-l’aggressione del duca di Francia, meditata da Aldobrado, si diede
-con ogni studio a ricercar di sapere il giusto momento in cui
-questi sarebbe passato presso il fiume Ticino, luogo ove l’assassino
-ritrovavasi; e col mezzo degli altri aríoli venne a capo d’aver notizia
-che il duca Ludovico era pervenuto di già a Novara, e il giorno
-seguente sul far della sera sarebbe giunto a Milano: fece per ciò
-calcolo che al mezzodì all’incirca dovea giungere al fiume, e corse ad
-ammonirne il cavaliere, che ansiosamente ne attendeva l’istante.
-
-Appena comparve l’alba di quel giorno, Palamede abbandonò tacitamente
-le piume e il palagio del marchese Azzo Liprando, mentre, per non
-cagionare in quella casa agitazioni per lui, avea già mandato lo
-scudiero coi cavalli e le armi in una lontana abitazione. Quivi
-l’attendeva l’aríolo che si era svisato addossando abiti da taglialegna
-e portando una scure, onde mischiarsi, se ne veniva il destro, fra i
-ladri, per meglio spiarne i moti senza essere riconosciuto. Palamede
-vestì la sola armatura del petto, chè non stimava degno di prode
-guerriero l’armarsi a tutto punto per combattere assassini; ricoperse
-il capo con una celata lombarda senza cimiero, e con visiera e fori
-traversali; prese una lunga spada, non volle nè scudo nè lancia;
-e salito in arcione, seguito dallo scudiero, armato esso pure, e
-dall’aríolo, prese via ver Porta Vercellina.
-
-Lasciate le mura della città, Enzel si pose di buon passo a camminare
-a fianco del cavaliero. Indurata dal gelo era la strada, gli alberi
-e il terreno biancheggiavano per le brine; sorgeva il sole come
-un rosso disco, ravvolto nelle nebbie, dietro le torri di Milano.
-L’aríolo, per distrarre Palamede dai tristi pensieri che la melanconica
-vista dell’invernale squallore e il languire della natura gli andava
-aumentando, si fece a narrare varii racconti tratti da storie, vere
-in parte ed in parte con fino artificio da lui adattate alla di lui
-situazione di animo; e frammezzando queste narrazioni col dispiegare il
-modo a cui dovea egli attenersi nell’eseguire l’impresa alla quale si
-era accinto, manteneva nel di lui cuore un entusiasmo che lo spirito
-d’avventure dei tempi e il desiderio di vendetta facevano ancor più
-vivo.
-
-Passata a guado l’Olona, povera d’acque nella stagion delle nevi,
-incontrando qualche rustico casolare e villaggio di distanza in
-distanza, pervennero presso Magenta. Enzel consigliò il cavaliero
-di non passare per quel borgo, onde non dar sospetto di ciò a cui
-intendevano; ma ponendosi per un sentiero che correva fra i campi
-ne andasse oltre al di fuori: «Io (disse) che con questi abiti sarò
-sconusciuto, entrerò nel borgo e andrò nella casa dell’oste, per
-osservare se vi si trovino persone le quali sappiano quanto sta per
-accadere; e ci porrei il capo che alcuno della squadra d’Aldobrado
-vi sta in sentinella per correre a recar avviso a compagni se mai
-apparissero sgherri o soldati.»
-
-Il cavaliero seguì il consiglio di Enzel; ed attraversando collo
-scudiero, rasente una siepe di piante, alcuni campicelli, riprese al di
-là dell’abitato la strada principale; soffermò il cavallo attendendo
-l’aríolo, il quale dopo alquanti minuti il raggiunse a frettolosi
-passi; ed appressatosi gli disse: «Due spioni dei ladri, travestiti
-da miserabili storpi, stanno appostati alle estremità del borgo; e
-fingendo chiedere l’elemosina, si accostano alle persone che vi entrano
-od escono, e le esaminano attentamente: io li ho ravvisati sotto i loro
-cenci, ma essi non conobbero me al certo. Nell’osteria, ho chiesto
-carne di cervo all’oste; ed egli mi rispose che già da qualche tempo
-più non ne cuoceva, a causa che occupando gli assassini i boschi e
-le vallate d’intorno, nessuno oramai s’arrischia girne alla caccia;
-e soggiunse che i signori del contado ed i villici, che talvolta
-sono da loro molestati nelle proprie case, hanno fatta determinazione
-d’armarsi in massa e sterminarli. — Troncherò io la testa del serpente
-(disse il cavaliero, che la vicinanza del cimento rendeva più ardente
-d’incontrarlo): presto, o aríolo, mi guida sulla traccia di queste
-vipere; saprò io rintuzzarne le velenose loro lingue.» Indi, alzando
-gli occhi al cielo, con voce solenne: «Siccome (disse) i più nobili
-cavalieri non isdegnarono mettere le loro spade nel sangue degli
-scellerati per liberare innocenti vittime dalle oppressioni, così io
-voto il capo del traditore Aldobrado al glorioso Sant’Ambrogio ed alla
-mia Ginevra.» Ciò detto, ripresero cammino alla volta de’ boschi.
-
-Quanto però s’era aumentato l’ardore del combattimento nell’animo del
-cavaliero, altrettanto se n’era scemato il desiderio nell’aríolo;
-pensava egli che trovandosi senza elmo e corazza, la punta d’una
-squarcina o d’uno spuntone gli potevano entrare nel corpo agevolmente;
-giacchè se i ladri erano in gran numero, Palamede avrebbe trovato
-molte faccende alla spada per proprio conto, senza vegliare alla di
-lui difesa; ed Enzel teneva assai poca fidanza nella bravura dello
-scudiero. Tali riflessioni agitavano la mente dell’aríolo, e stava
-avvisando ai modi di scansare il periglio, allorchè guatandosi dintorno
-vide che i coltivati campi andavano terminando, e la strada s’inoltrava
-fra un’alta selva. Un tremito di paura l’invase tutto; ma mirando al
-cavaliero che ancor teneva la visiera alzata, vedendone il contegno
-fiero e sicuro, e temendone le rampogne se mostrasse viltà, riprese
-coraggio, e nello scaltro spirito fece calcolo dei mezzi di porsi in
-salvo senza guastar l’impresa; s’accostò quindi a Palamede, e disse:
-«Non è convenienza il rimanere su questa strada, poichè io so che poco
-lungi deve ritrovarsi Can-di-monte, posto a guardia per dar segnale ai
-ladri, che saranno appiattati in vicinanza della strada del momento
-in cui passeranno i viaggiatori Francesi; se esso ci scorge, darà
-loro qualche segnale; ed essi rientreranno nel bosco, e il colpo ci
-va fallito: meglio si è che cerchiamo di guadagnare la sommità della
-valle di Ticino; tenendoci così alle loro spalle, noi potremo vedere
-l’avvicinarsi di questi signori di Francia, e appena verranno assaliti,
-accorrere improvvisi al luogo della zuffa.» Sebbene il cavaliero fosse
-impaziente d’adoperare la spada, ed avendo in costume di combattere il
-nemico di fronte in campo aperto, stesse qualche istante in forse che
-quel prendere nascoste vie non offendesse le leggi del valore; pure,
-persuadendosi che tale si era l’unico modo di venirne a capo, piegossi
-alla proposta dell’aríolo, e pose il cavallo nella selva. Gli alberi
-spogli di fronde, le boscaglie e gli spineti disseccati e rotti non
-frapponevano che lieve ostacolo al loro passaggio; essi si diressero
-alquanto all’interno: indi ripresero via in direzione della maggior
-strada, e dopo non lungo andare pervennero al margine superiore della
-gran valle, nel mezzo della quale scorre il Ticino.
-
-L’aríolo, fattosi innanzi, trovò un luogo eminente nel terreno; ed ivi
-chiamò il cavaliero, e glielo additò siccome opportuno ad arrestatisi.
-Libera da quel sito scorrea la vista sovra la sottoposta valle, che
-più estesa che erta s’allarga d’alcun miglio; i contorni occidentali
-di essa si disegnavano sul lontano giogo delle alpi candide di neve,
-che il sol meriggio irradiava. Selvaggi come natura li giva creando,
-s’appresentavano per l’inclinato piano immensi boschi; le elci e pochi
-altri alberi, che il verno non spoglia, porgeano all’occhio qua e là
-le loro verdi foglie tra le altre infinite piante che i nudi rami
-intrecciavano. Nel fondo della valle scorgevansi per varii tratti
-le azzurre acque del fiume di cui i boschi impedivano di vedere la
-continuità.
-
-Poco al di sotto dell’elevato luogo ove trovavasi Palamede, la strada
-per Novara scendeva verso il Ticino, e se ne seguiva coll’occhio lunga
-pezza il giro: indi essa perdevasi, e ricompariva al di là del fiume
-salendo l’opposto lato della valle; ma la distanza e le folte selve ne
-la celavano tosto interamente.
-
-«Vedete voi là (disse l’aríolo al cavaliero) quell’uomo con nera
-giubba e cappuccio che stando sulla strada taglia lentamente colla
-falce i rami sporgenti degli alberi, quello è Can-di-monte che attende
-i passeggieri per avvertirne la masnada d’Aldobrado che certamente
-sta in agguato poco lontano da lui, e forse tra quella massa d’alti
-alberi. — Il veggo (rispose Palamede, cui scorgeasi in volto che gli
-era penoso il più oltre frenarsi); ma dimmi, Enzel, or che sappiamo
-dove Aldobrado si trova, perchè mi trattieni dal ritrovarlo anzi che
-giungano questi passeggieri? Essi incontreranno più facile cammino
-quando il ribaldo sarà ucciso.» L’aríolo, al compimento de’ cui disegni
-ed alle precauzioni per la propria sicurezza premeva l’intervento dei
-nobili francesi, con tutta la propria facondia si fece a dissuadere
-il cavaliero da quella richiesta, e guardando il sole: «Già da un’ora
-(disse) è passato il mezzodì; d’assai non ponno stare a pervenire in
-questi luoghi.... Ma.... non m’inganno.... eccoli.... eccoli.... li
-vedete voi?.... là.... dicontro a noi.... tre.... quattro.... cinque
-uomini a cavallo.... discendono verso il fiume. Che c’è dietro a
-loro?... Una _paraverèda_... donne.... dame sicuramente, e poi tre
-cavalli con altre some.... È il duca Lodovico senz’altro. Che bottino
-per Aldobrado se potesse riuscire a porvi le mani! Presto scendiamo:
-entrate in questo letto di torrente, esso giunge vicino alla strada:
-quivi attenderemo il giusto momento per uscir loro addosso. Se ci
-scoprissero, perdiamo tutto il frutto della nostra fatica.»
-
-Veduti i viaggiatori da lungi ed udite queste parole, Palamede mosse
-il cavallo: lo scudiero il seguì, e l’aríolo si tenne dietro a loro:
-per greppi e ciottoli discesero sin dove aveva indicato Enzel, e quivi
-si fermarono cheti. Pochi istanti erano scorsi, quando uditosi uno
-appressarsi di cavalli e di ruote, s’intese un fischio; un rumore gli
-successe di genti accorrenti, ed un gridare improvviso, e percuotersi
-di armi. Palamede diè di sprone al cavallo, calò la visiera, sguainò
-la spada, e in pochi slanci fu sulla strada; il seguitava lo scudiero,
-ma l’aríolo era scomparso. Di rapido galoppo il cavaliero fu in mezzo
-alla zuffa. Presso un cavallo atterrato, stava facendo forza per
-rialzarsi uno de’ passeggieri giovane e riccamente abbigliato; ma
-un ladro, tenendolo a terra, gli misurava al cuore una pugnalata: il
-cavaliero con un fendente spaccò a questi il capo e lo stese al suolo.
-Tre altri viaggiatori assaliti ciascuno da più assassini, tratte le
-spade, s’andavano difendendo; e un quarto più vecchio, già disarmato,
-veniva violentemente strascinato da cavallo; altri ladri s’erano posti
-intorno alla _paraveréda_, e ne discendevano le donne; ed alcuni,
-scaricate le some, scioglievano i forzieri. Palamede, slanciatosi
-fra loro, menando colpi maestri con vigoroso braccio, quanti colpiva,
-tanti poneva a terra. Gli assassini, sopraffatti da questo inatteso
-assalto, avevano abbandonati i passeggieri; e già ritraevansi al bosco,
-quando l’un d’essi coperto da una pelle di lupo che vestivagli le
-spalle, il petto e la testa, alzando furiosamente una mazza di ferro,
-con voce orrenda gridò: «Giuro per l’inferno di fracassare il cranio
-a chi non mi segue: stringiamoci insieme; uccidiamo.» Tutti a queste
-parole corsero dintorno a lui; e in tal modo congiunti, scagliatisi con
-estrema forza contro il più prossimo de’ passeggieri, lo rovesciarono a
-terra in un fascio col cavallo. Palamede, udendo quelle voci, e vedendo
-l’inferocito capo degli assassini, «Ti conosco (esclamò), ribaldo
-traditore; ora tu stesso non potrai sottrarti alla mia vendetta.» Così
-dicendo, verso di lui precipitando il destriero, mirògli colla punta
-alla gola. Aldobrado iscansò il colpo, che venne a ferire un altro di
-sua schiera, ed «atterriamolo, atterriamolo» gridava disperatamente.
-Tutti gli assassini furono colle armi addosso al cavaliero, che
-roteando la spada rapidamente d’ambo i lati, ribattè una tempesta di
-colpi; e cogliendo il destro, e pungendo a due sproni il cavallo,
-drizzò al volto d’Aldobrado sì giusto l’acciaro, che coltolo alla
-guancia, lo traforò, facendoglielo uscire per la nuca; e così trafitto
-il trascinò per la violenza della spinta più passi lontano; ove
-cadendo, gli si scopersero i rossi capelli del capo, ed il feroce viso
-apparve deforme e insanguinato.
-
-I passeggieri, vedendo gli assalitori tutti dintorno al cavaliero, si
-slanciarono essi pure alla lor volta contro di loro. Questi mirando
-ucciso il condottiero, e sentendosi da forti spade incalzati, si
-diedero alla fuga, cacciandosi verso i boschi; ma a toglier loro tale
-scampo, sbucarono fuor della selva improvvisamente molti taglialegna,
-che atterrando i fuggenti a colpi di scuri, li presero presso che
-tutti, e con forti lacci gli uni agli altri avvinsero, onde non
-potessero più sottrarsi al destino che li attendeva. Primo fra loro fu
-Enzel Petraccio, che innanzi a tutti uscì dal bosco gridando: «Vivano
-i prodi cavalieri! Viva Palamede!» il che gli altri ripeterono con alto
-frastuono.
-
-All’aríolo era dovuta la presa dei ladri: egli mentre faceva via pei
-boschi, udendo un lontano succedersi di botte per la selva, persuaso
-che fossero villici intenti ad atterrar piante, aveva formato il
-progetto di condurli alla zuffa, onde prestar soccorso se per avventura
-Palamede perigliasse. Infatti mentre questi discendeva dall’alto
-della valle pel letto del torrente alla strada, s’allontanò da lui; e
-dirigendosi verso il luogo d’onde partiva quel martellare di scuri, vi
-trovò molti taglialegna. Ansante e premuroso, come chi rechi notizia
-di grande avvenimento, a loro narrò che quella banda di ladri tanto
-in que’ boschi terribile era stata da valorosi guerrieri sorpresa, e
-posta in ispavento e fuga; che oramai gli assassini non potevano aver
-salvezza che ritraendosi pei boschi, e che essi accorrendo avrebbero
-loro tolto questo rifugio, e sarebbonsi liberati da sì funesti vicini.
-Con tali detti destò in quei lavoratori gran curiosità e coraggio, e
-li guidò correndo in truppa giù pei burroni al sito dell’assalto, ove
-giunse al momento che il successo aveva fatte verificare le sue parole.
-
-Grandissima, come è da credere, fu la sorpresa e la maraviglia de’
-nobili viaggiatori francesi per questo evento. Il repentino assalto da
-tanti uomini contro di loro eseguito, lo sconosciuto guerriero che con
-stupende prove di valore li rese salvi da sì grave periglio, avevano
-ad essi recata l’impressione che far sogliono i più straordinarii
-avvenimenti; e la comparsa in quel momento quasi magica di molti
-villici la fece loro ancor più sorprendente. Allorquando di quella
-schiera di ribaldi molti furono uccisi, e il dar delle armi cessato
-per la presa degli altri, essi si fecero intorno a Palamede, e in
-lingua di Francia gli porsero, colle lodi per sua bravura, le più
-grandi attestazioni di riconoscenza, ed il pregarono a render loro
-manifesto come fosse sì singolare accidente accaduto: quegli però le
-cui parole appalesevano maggior gratitudine, e che colle più affettuose
-espressioni dicevasi al cavaliero debitore della vita, si era il
-più giovane fra loro, e lo stesso che stava sotto il pugnale d’un
-assassino quando primamente sovraggiunse Palamede. Non difficile fu
-l’accorgersi ch’egli era il duca Lodovico, poichè gli altri, vedendolo
-a terra, erano tutti discesi da cavallo, a gara ciascuno offrendo a lui
-il proprio, e gli stavano a fianco con atti di rispetto e premurosa
-attenzione: istantemente questi chiese a Palamede che alzasse la
-visiera e si desse loro a conoscere. Palamede, il quale era istruito
-della lingua provenzale, poichè le amorose e cavalleresche canzoni che
-si cantavano per le corti d’Italia erano pel maggior numero in tale
-idioma, intese il loro parlare; e levando la visiera dal volto, loro
-rispose, con simil favella, ch’era dovere d’ogni cortese cavaliero il
-distruggere gli uomini infesti, e ch’egli così operando s’era vendicato
-d’un traditore; poscia, rivolgendo da se il discorso, disse ch’era
-d’uopo per l’istante dar opera a rincorare le dame da quel trambusto
-agitate, ed assettare gli equipaggi, onde riprendere cammino per
-abbandonare il luogo di così orribile scena.
-
-A queste parole i nobili Francesi, cui quel solo sommo dovere della
-riconoscenza aveva fatto per un momento dimenticare la galanteria, si
-volsero frettolosi alla _paraveréda_; ma le dame in numero di due, con
-due damigelle, erano di già discese da quel cocchio, e stavano intente
-a soccorrere il viaggiatore più vecchio giacente al suolo, poichè la
-furia de’ ladri nell’istrapparlo da sella lo aveva in più parti offeso.
-
-A tal vista fattisi tutti a lui vicini: «O mio Montaigu (disse
-con grave cordoglio il giovane duca Lodovico), sei tu ferito? — No
-(egli rispose con una serenità che nel di lui animo, sempre lieto
-e inalterabile, non valeva quel lieve disastro a turbare): io sono
-smontato da cavallo un po’ sgarbatamente; ma starei ritto e franco
-sulla persona come sta qui avanti a me il cavaliere di Beaumanoir,
-che ebbe pochi momenti sono la mia stessa sorte, se non mi tenessero a
-terra gli anni, doppii de’ suoi.»
-
-Mentre i Francesi ragionando intorno al conte di Montaigu davansi
-mano a recarlo nella _paraveréda_, e le dame lo interrogavano delle
-circostanze di quel fatto e dello sconosciuto loro difensore, Palamede
-ordinava all’aríolo ed allo scudiero di fare da alcuno di que’
-contadini ricaricare le some sui cavalli de’ viaggiatori, e spogliare
-dai ricchi arnesi l’ucciso destriero del duca, riponendoli fra gli
-altri loro oggetti. Di que’ taglialegna, varii infatti si fecero a
-raccogliere gli sparsi forzieri e rinchiuderli; altri ricercavano le
-armi dai masnadieri perdute, e frugavano loro ne’ panni per levar ad
-essi i denari o gli oggetti preziosi che possedevano. Alcuni stavano
-a guardia di quelli presi e legati, ed andavano con poca umanità
-ingiuriandoli, rinfacciando ad essi i commessi delitti, e minacciandoli
-di prossimo patibolo; alcuni altri finalmente, levando sulle spalle gli
-uccisi, gli appendevano ai rami delle piante di lato alla strada; ed un
-di loro arrampicandosi ad alta quercia, trasse per una corda a quella
-sommità il cadavere d’Aldobrado, e lasciollo quivi legato pendere
-penzoloni.
-
-Allorchè furono le cose rimesse in ordine, e i viaggiatori risaliti in
-sella, tutti presero insieme cammino, salendo la vallata. Precedevano
-i taglialegna conducendo i malfattori annodati; seguivano a qualche
-distanza i nobili Francesi, frammezzo ai quali stava Palamede;
-indi venivano le dame nella _paraveréda_, e dietro più lentamente
-seguitavano i caricati cavalli.
-
-Enzel Petraccio camminava presso allo scudiero, restando il più che
-gli era possibile inosservato: poichè essendo il di lui piano riuscito
-felicemente, temeva che venendo egli veduto colà da alcuno degli aríoli
-che erano stati in quella notturna adunanza presso l’Olona, avesse
-a segnarlo qual traditore, che aveva tratto profitto d’una notizia
-quivi palesata per far distruggere quella masnada d’assassini fra cui
-ve ne erano molti stretti con essi in amicizia; e paventava, se ciò
-avvenisse, di essere vittima d’una loro secreta vendetta.
-
-In un tratto essendosi sparsa la voce di ciò ch’era avvenuto, tutte
-le genti del contado si recavano in folla sulla strada ad incontrare
-quella comitiva, e numerose voci applaudivano ai cavalieri, ed
-obbrobriavano i ladri. Gli abitanti del borgo di Magenta rimasero
-stupiti che uomini stranieri avessero così prestamente ed a loro
-insaputa eseguita un’impresa ch’eglino stessi stavano con gran
-sollecitudine disponendo: andavan essi chiedendo come fosse avvenuto
-quel fatto, e sebbene ne fosse la storia di già travisata in mille
-guise, pure una voce generale ne indicava Palamede come autor
-principale: onde tutti si affollavano ad ammirarlo, e facevan le
-maraviglie per la sua prodezza. Egli però, poco ambizioso di que’
-popolari applausi, giva sollecitando i Francesi ad affrettare i
-cavalli, poichè essendo il giorno avanzato assai, necessitava far
-veloce cammino per giungere pria che fosse notte alle mura di Milano.
-I Francesi infatti seguirono il di lui consiglio, e di buon trotto
-tutti si tolsero alla vista di que’ terrazzani, i precipui fra i
-quali stavano divisando di festeggiarli; ma non potendo ciò eseguire,
-occuparono il rimanente di quella giornata all’orribile spettacolo di
-vedere innanzi alla casa del comune torturare ed uccidere gli assassini
-stati presi.
-
-
-
-
-CAPITOLO X.
-
- Qui sono le famose e sacre soglie
- Di Giovan Galeazzo primo duce
- Che è de’ Visconti ancor splendida luce,
- Unde ogni esemplo di virtù si toglie.
- BERNARDO BELLINZONE, _Sonet._
-
-
-Gastone conte d’Armagnac, che era stato spedito da Carlo re di
-Francia a Milano per trattare le nozze del di lui fratello Lodovico
-colla figlia di Giovan Galeazzo, abitava in una magnifica casa di
-questa città. Egli aveva avuto secreto avviso che il giovane duca
-sarebbe giunto a Milano all’insaputa del Visconte, a cui voleva,
-coll’improvviso suo comparire, recare grata sorpresa; ma ignorava
-però il giorno in cui doveva pervenirvi, imperocchè la malagevolezza
-delle vie non permetteva di formar calcolo esatto del tempo ch’era
-d’uopo impiegare nel viaggio. Fu questa la causa per cui non si recò
-ad incontrarlo, e che col maggior contento lo accolse coi cavalieri e
-le dame che ne formavano il seguito, allorchè giunsero a sera avanzata
-nella di lui abitazione.
-
-Palamede aveva accompagnato il duca sino alla casa del conte
-d’Armagnac, e quivi preso da lui congedo ritirossi nel proprio palazzo.
-Il valore di lui, e forse più di questo la dolcezza congiunta alla
-nobiltà della persona e dei modi, si erano sì addentro impressi
-nell’animo di Lodovico, che spiacevole sommamente gli sarebbe stato il
-distacco del cavaliero, se non avesse questi data parola di venire nel
-seguente giorno a visitarlo.
-
-Il dì appresso infatti Palamede recossi alla dimora di Gastone, ove
-il duca e gli altri cavalieri e le dame di Francia lo ricevettero con
-somma cortesia, presentandolo al conte siccome quel prode cavaliero che
-era stato loro liberatore nel tremendo periglio che avevano corso nel
-viaggio, e di cui, appena giunti, fecero ad essolui minuta narrazione.
-Il conte rese esso pure le più vive grazie a Palamede per sì segnalato
-favore fatto al fratello del suo re, e mostrò molta meraviglia per non
-aver mai veduto alla corte di Giovan Galeazzo un cavaliero lombardo
-di tanto valore. Lodovico, nel cui animo la giovanile età e l’affetto
-che gli si era destato per Palamede, producevano un entusiasmo di
-riconoscenza, dichiarò che se un sì degno cavaliero non veniva dal
-Visconte onorato, egli lo avrebbe condotto seco a Parigi, ove sarebbe
-stato ricevuto fra i più distinti baroni della corte di re Carlo.
-
-Palamede, protestandosi a Lodovico gratissimo, rispose che egli non
-ambiva distinzioni dai principi, poichè la sua spada e il suo braccio
-erano i soli mezzi a cui affidava la propria gloria; ma, soggiunse,
-che Giovan Galeazzo, ben lungi dal porgergli segni d’onore, era ver lui
-crudelissimo, offendendolo nel più vivo del cuore.
-
-A questi detti, tutti mostraronsi compresi da sdegno e da dolore, e
-Lodovico istantemente pregò il cavaliero a palesare per qual causa il
-conte di Virtù fosse a lui nemico, e qual modo tenesse nell’essergli
-tiranno. Con quella veemenza ed espressione che il risentimento
-d’un’offesa congiunto all’idea della propria forza accendono in un
-animo vigoroso ed ardente, Palamede, svelando il proprio lignaggio,
-narrò la storia dell’amor suo per Ginevra, e rammentando il rovescio
-della fortuna di Bernabò, disse come Giovan Galeazzo tenesse con
-irremovibile ferocia quella sua fidanzata rinchiusa in un castello
-per null’altra cagione che per farla languire disperatamente, onde
-accrescere per tal barbaro modo il dolore ed accelerare la morte del
-padre di lei, di cui si voleva spenta nella mente di tutti la memoria.
-
-Tale racconto, che l’espressive sembianze di Palamede, dipingendosi
-nel dirlo a varii affetti, rendevano più vero ed interessante, penetrò
-d’un senso di tenerezza e pietà i cuori di que’ nobili Francesi, e
-quello del giovane duca più d’ogn’altro, che, commosso, esclamò: «Falsa
-era dunque, o Gastone, la rinomanza che del conte di Virtù suonava
-in Francia, come di generoso e saggio signore!... Il Re mio fratello
-venne tratto in inganno, poichè egli non vuol certo congiungermi alla
-figlia d’uno sleale oppressore, ed io abborro il farmi suocero un
-principe che calpesta così empiamente i nodi del sangue.» Il conte
-d’Armagnac, cui doleva l’ira impetuosa del duca, lo assicurò con molte
-parole, che Giovan Galeazzo dimostravasi coi soggetti d’animo giusto
-ed umano, di che faceva prova l’amore a lui dai vassalli attestato con
-molteplici omaggi; ed accertò Palamede che il rifiuto fattogli della
-prigioniera di Trezzo non poteva derivare che da cautele di dominio, e
-non da tirannia; ed egli stesso lo accertava che assumendosi il duca
-Lodovico l’impegno di ottenerla, il principe non gli avrebbe fatta
-negativa, nè sarebbero scorsi lunghi giorni che egli potrebbe condurre
-libera la sua fidanzata al giuro nuziale innanzi agli altari. A queste
-parole Lodovico esclamò che non avrebbe giammai dato mano di sposa alla
-figlia di Giovan Galeazzo, se questi pria non porgeva sacra promessa di
-concedere Ginevra al cavaliero.
-
-Le speranze di Palamede, già tante volte deluse, rinacquero a tali
-detti; ed ebbe convincimento che la dignità del duca e la solennità
-del momento in cui chiederebbe per lui quel favore, avrebbero di
-certo costretto Giovan Galeazzo ad accordarlo: sicchè più non dubitò
-che verrebbe al fine l’istante che sua sarebbe colei per possedere la
-quale, se gli fosse stata ancora contrastata, era ormai per appigliarsi
-alle più violente e disperate risoluzioni.
-
-Il contento che tale pensiero gli infondea nel cuore si manifestò
-nel suo volto, e, fattosi lieto, stette lunga pezza fra que’ nobili
-Francesi intrattenendosi de’ gioviali colloquii che vennero posti in
-campo dal conte di Montaigu, che, pienamente risanato della caduta,
-facea scopo di allegro racconto quel disastroso avvenimento che lo
-aveva posto in necessità di percorrere la strada dal Ticino a Milano
-chiuso colle dame nella _paraveréda_. Dopo molti altri ragionamenti
-Gastone fece al giovane duca un quadro della corte di Giovan Galeazzo,
-descrivendo i personaggi più distinti che v’intervenivano, ed ogni
-elogio prodigalizzando alla bellezza, alle grazie ed all’ingegno di
-Valentina, dandogli fede che non era dessa in ogni pregio inferiore
-ad Isabella di Baviera, di cui a Parigi s’eran celebrate da poco tempo
-le nozze con re Carlo, la quale aveva vinte tutte le dame francesi sì
-per l’avvenenza della persona, come per la novità e l’eleganza degli
-abbigliamenti. La fantasia di Lodovico, già per indole focosa, fu
-più che mai accesa da queste narrative, e voleva recarsi incontanente
-alla corte del principe per vedere Valentina, ed ottenere Ginevra a
-Palamede.
-
-Ma Gastone fece a lui presente ch’era d’uopo a tal fine attendere la
-sera, tempo in cui Giovan Galeazzo soleva adunar la corte a festoso
-convegno, al quale intervenivano Caterina di lui moglie, con Valentina
-e le più nobili dame; poichè in altri momenti chiudevasi in appartate
-stanze, nè alcuno ammetteva alla propria presenza se non fosse stato
-dapprima minutamente istruito del chi si fosse, e che chiedesse,
-e sarebbesi in tal modo svanito l’effetto della gentile sorpresa
-che aveva meditata venendo celatamente a Milano. Accettando questo
-consiglio, in cui tutti come ottimo convennero, Lodovico prefisse la
-sera di quel giorno istesso per recarsi alla corte, e diè comando si
-disponessero le più ricche vesti che avea recate di Francia, e che
-erano al suo nobile grado convenienti.
-
-Quando la signoria di Milano venne divisa tra i due fratelli Galeazzo
-e Bernabò, s’avevano essi scelta per loro dimora l’uno il castello
-di Porta Giovia, e l’altro quello di Porta Romana, abbandonando
-entrambi il magnifico palazzo che Azzone Visconti, essendo solo signore
-della città, aveva fatto costruire circa l’anno 1335 nel luogo detto
-del Broletto vecchio. Giovan Galeazzo, allorchè s’ebbe sbarazzato
-dello zio, fattosi così unico padrone dello stato, amando il fasto
-principesco, ed aspirando alle grandezze d’un più esteso potere, volle
-per luogo di sua corte il palazzo di Azzone, e lo fece più riccamente
-addobbare che ai tempi d’Azzone stesso non fosse. Quell’edificio
-innalzavasi presso che sull’area stessa, ove trovasi ai nostri giorni
-il reale palazzo, se non che stava più al lato destro di questo,
-stendendosi tra la regia cappella di San-Gottardo e il Duomo, occupando
-una parte del suolo ora coperto da quest’ultimo tempio.
-
-Era desso di forma quadrata: le porte e le finestre ad archi acuti
-vedevansi intorno ornate d’arabeschi e figure: in mezzo alla sua fronte
-s’innalzava una larga torre, lungo i cui profili scorgevansi sottili
-colonne e statuette di varie foggie; da settentrione stavagli presso
-la chiesa di Santa Maria Iemale, e a mezzodì San-Gottardo, di cui il
-campanile, che ancora vediamo, quello stesso si è, fatto da Azzone
-elevare, e su cui venne posto a que’ tempi il primo orologio che
-si vedesse in Milano, e forse in Italia, il quadrante del quale era
-distinto in ventiquattro ore che venivano annunziate dai tocchi d’una
-grossa campana, lo che recava una generale meraviglia, e fu causa che
-alla contrada che vi passa dappresso s imponesse il nome di Contrada
-delle ore.
-
-In mezzo a quel palazzo stava un vasto cortile cinto da porticato,
-d’onde ampie scale conducevano agli interni appartamenti ripartiti in
-sale e stanze adorne con gran magnificenza: erano le volte coperte
-d’oro e di smalti, le porte contornate di fregi scolpiti in marmi
-preziosi, e dai battenti risortivano figure cesellate in bronzo; la
-luce entrava da grandi vetriate infisse in imposte dorate, dipinte a
-vivaci colori. La gran torre nel centro andava divisa in varii piani,
-ognuno dei quali era un’elegantissima camera, fra cui v’aveva quella le
-cui aperture erano chiuse da una rete dorata che conteneva moltissimi
-uccelli rari con isplendide penne.
-
-Ritrovavansi uniti al palazzo ameni giardini in cui stava un chiostro
-tutto ricco al di dentro di pregiati dipinti, e di gotica architettura
-al di fuori, al piede del quale stendevasi un laghetto, nelle cui
-limpide acque esso si specchiava. In mezzo al laghetto sorgeva sovra
-un’alta base una colonna sostenuta sul dorso di quattro leoni, dalla
-bocca dei quali scaturiva un largo getto d’acqua, alla cui sommità
-stava un angelo portante nella destra una bandiera, nel cui campo
-vedevasi la vipera d’oro. Eravi eziandio un serraglio di animali
-stranieri, fra cui contavasi uno struzzo, l’unico che in que’ tempi
-vivesse in Europa.
-
-Questa dimora, piuttosto degna d’un gran re che d’un principe resosi da
-poco tempo signore dello stato, soddisfaceva pienamente alle brame di
-Giovan Galeazzo. Amava che tutti quelli che entravano nella sua corte
-restassero presi d’ammirazione per la magnificenza che vi vedevano
-spiegata, e teneva per fermo che pensieri e modi sovrani guidavano le
-potenti persone ad assumerne la dignità.
-
-Egli però di tutto quel vasto palazzo tenevasi di consueto in una
-sola appartata stanza, nel cui addobbamento più all’agiatezza che alla
-sontuosità s’aveva avuto riguardo, contiguo alla quale stava un segreto
-oratorio. Nella stessa camera vedevansi in ricchi scaffali riposti
-molti libri, alcuni de’ quali andavano stretti in coperture ornate
-di pietre preziose e di lamine d’oro; altri, aperti sui tavolieri,
-mostravano larghi fogli di pergamena scritti in gotici caratteri, le
-cui iniziali erano abbellite da miniature che occupavano gli spaziosi
-margini.
-
-Tra questi volumi i principali erano stati trascelti e pel principe
-acquistati da Francesco Petrarca, che li disseppellì dai polverosi
-ammassi raccolti ne’ monasteri. Ivi scorgevansi i libri della filosofia
-d’Aristotile, gli Annali di Tacito, i poemi d’Omero e di Virgilio, le
-opere teologiche di Sant’Ambrogio e di altri Santi Padri, la Bibbia,
-molte sacre preci, il Canzoniere e l’Africa del Petrarca istesso, le
-Poesie di Pietro Bescapè, le Romanze dei trovatori e le storie dei
-tempi.
-
-Giovan Galeazzo racchiudevasi ogni giorno in quella stanza, ove non
-ammetteva che i più fidati ministri de’ suoi disegni, che consultava
-intorno ai più importanti affari, e passava del resto solingo molte ore
-attendendo alla lettura delle istorie degli antichi, le cui grandezze
-ed i famosi fatti tanta brama gli destavano di imitarli; e meditando
-agli interessi dello stato, non per migliorarne le condizioni, ma per
-consolidarne in se il dominio, ed allargarne i confini, onde ottenere
-una possanza tale che valesse a porgli nella destra uno scettro reale.
-
-Sebbene egli possedesse quasi tutta l’alta Italia, dal Mincio al
-mare Mediterraneo, sentiva che non teneva ancora sufficienti forze
-da opporre con esito certo a quelle de’ Veneziani, del Pontefice,
-o dei Germani in caso di loro discesa; e faceva calcolo che ad
-ottenere un’assoluta preponderanza su tutti gli stati d’Italia era
-d’uopo stendesse il proprio dominio fino all’Adriatico; per venirsi a
-frapporre tra lo stato della Chiesa e la Veneta Repubblica. Seguendo
-questo pensiero guardava con occhio contento, assoggettando alle sue
-politiche riflessioni, le contese insorte tra Francesco di Carrara
-signore di Padova, ed Antonio Della Scala signor di Verona; e poichè
-gli era noto che i Veneziani porgevano secreti aiuti allo Scaligero
-per togliersi la vicinanza del Carrarese, egli stabiliva fra se di
-farsi in soccorso di questo, impossessarsi di Verona, scacciando lo
-Scaligero, che gli era anche particolar nemico per aver dato rifugio
-ai figli di Bernabò, e sotto velo di difesa mandar soldati a Padova,
-da dove gli riescirebbe poi facile allontanarne Francesco di Carrara,
-e fattosi così padrone di quello stato venire a porsi alle porte
-della repubblica, e rendersi signore di quasi tutto il corso del Po.
-Pervenendo a questa meta, rifletteva che avrebbe potuto dettare a tutti
-gli altri principi le condizioni che gli andrebbero a grado, e nessuno
-avrebbe osato opporsi al suo disegno di assumere il titolo e le insegne
-di re d’Italia.
-
-Dappoco egli frattanto stimava se stesso, perchè non teneva la signoria
-che come vicario degli imperatori d’Allemagna; e benchè mirasse più
-alto, voleva nel frattempo fregiarsi la fronte della corona ducale,
-come primo passo al regno; per il che tenevalo assai in pensiero il
-progetto di spedire un ambasciatore alla corte di Venceslao imperatore,
-ed avea frequenti colloquii a questo fine con Guido Pallavicino, uomo
-assai accorto e delle arti cortigianesche espertissimo, che sembravagli
-il più atto ad ottenergliene a forza d’oro o d’intrighi l’imperiale
-diploma. Vero è che mezzo più certo e pronto onde avere da Venceslao la
-concessione del titolo di duca sarebbe stato il trattare le nozze della
-propria figlia Valentina con alcuno della famiglia di quell’imperatore,
-il che era pure desideratissimo da tutti i potenti lombardi signori;
-ma in ciò l’ambiziosa cupidigia di Giovan Galeazzo cesse all’amor
-paterno. Egli amava la Francia, perchè una bella Francese era stata
-sua prima moglie, e sempre gli era rimasta dolce in cuore la memoria
-delle feste cavalleresche e del lusso della corte di Parigi: onde per
-sì fatta inclinazione sua e per l’indole di pompeggiare, ch’egli vedeva
-con compiacenza svilupparsi in Valentina, volle fidanzarla al duca di
-Turenna, fratello del re di Francia, per mandarla ad una corte in cui
-la sua tendenza alla splendidezza avesse avuto campo di segnalarsi; e
-per ciò davagli eziandio in dote la città di Asti, tutti i castelli del
-Piemonte e quattro centomila fiorini d’oro.
-
-Ma il desio di farsi grande e dominatore non era il solo che la
-smisurata ambizione nutriva nell’animo di Giovan Galeazzo; egli voleva
-eziandio recare stupore ai presenti, e mandar famoso il suo nome ai
-posteri, innalzando monumenti di sorprendente grandezza e maestà.
-Era per ciò anche oggetto di sua meditazione l’idea di far erigere
-presso il proprio palazzo un tempio di cui un simile non si vedesse
-al mondo. Fu infatti questa idea del principe effettuata il vegnente
-anno nell’erezione del nostro maestoso Duomo, che dimostrò, sin da
-quando gli si diede incominciamento, ch’essere dovea la più vasta
-chiesa di tutta Cristianità, e che non ancora ai nostri giorni, a
-causa dell’immensità dei lavori, a perfezione condotto, è soggetto di
-meraviglia ai riguardanti per la colossale sua mole e gli innumerevoli
-ornamenti, attestando quanto dovevano essere grandi le idee e la
-vanità di un principe di piccolo stato, che in tempi d’ogni prosperità
-pubblica difettosi ne concepiva il pensiero, e lo faceva eseguire. La
-Certosa eretta più tardi nel suo parco di Pavia, pel compimento della
-quale fece assegno della rendita di molte terre, si può credere a buon
-diritto dovuta alla stessa di lui brama di gloria, sebbene egli dicesse
-che facevala costruire per mantenere un voto fatto per la salute di sua
-moglie Caterina, ed in espiazione delle proprie colpe, come era l’uso
-dei tempi.
-
-Tutte queste immagini di potenza e di gloria che signoreggiavano
-lo spirito di Giovan Galeazzo erano però sovente, nell’epoca di cui
-parliamo, offuscate e sospese da un terribile pensiero. Nel castello
-di Trezzo, egli rammentavasi, esisteva ancora Bernabò. Per quanto fosse
-certo che da quelle mura non potesse sottrarsi, pure la fantasia spesso
-glielo rappresentava trionfante e libero in atto d’entrare in Milano
-a strappargli il potere e la vita: quando agitavangli il cuore tali
-spaventose idee, un truce disegno gli si affacciava alla mente; ma la
-sete di regnare non valeva a soffocargli i rimorsi e il terrore di che
-l’esecuzione di quel progetto il minacciava. Abbenchè molte pratiche
-di pietà, da Giovan Galeazzo tenute, fossero false od esagerate, avea
-egli non pertanto una viva religiosa fede, nè era spoglio di tutte
-le superstiziose credenze che in quell’età dominavano: per lo che le
-scellerate brame, sebbene non spente, erano in lui frenate dal pensiero
-della divina vendetta, che combattendo in suo cuore coll’avidità del
-potere, il teneva di frequente dolorosamente angosciato.
-
-Da tali gravi cure, che durante il giorno gli incatenavano la mente
-in profonde meditazioni, egli prendeva la sera sollievo recandosi
-frammezzo a numerosa scelta di dame, cavalieri, scienziati, artisti,
-che faceva chiamare a serali veglie nella propria corte, con tutti
-piacevolmente intrattenendosi ragionando.
-
-L’adunanza si raccoglieva in quel palazzo nella gran sala detta della
-_Gloria_, che era la più vasta e magnifica che mai si vedesse. L’ampia
-sua volta era tutta ricoperta da uno smalto azzurrino a fiori d’oro:
-le pareti ne erano maestrevolmente dipinte, vi si scorgea la Gloria
-raffigurata da una alata matrona con ricchissimi abiti, a’ cui piedi
-stavano armi e corone; intorno ad essi eranvi molti personaggi favolosi
-e storici, come Ercole, Teseo, Enea, Attila, Carlo Magno ed Azzone
-Visconti. Vedevansi appesi in bell’ordine alla sommità delle pareti
-stesse varii scudi a modo di trofei, sui quali stavano gli stemmi del
-principe e di sua famiglia; v’era la biscia coronata, v’erano i due
-secchii pendenti dal tronco acceso, insegna che il padre di Galeazzo
-si acquistò guerreggiando in Fiandra; e v’era l’albero carico di
-frutti, impresa di Giovan Galeazzo come conte di Virtù. I tavolieri
-posti intorno alla sala erano di squisito lavoro, ed i sedili andavano
-ricoperti con velluti preziosi; varie lamiere pendevano dalla volta
-sospese a catene d’oro, e molti doppieri ne aumentavano la luce.
-
-Nella sera dal duca Lodovico prefissa a recarsi alla corte, il consueto
-adunamento fu oltremodo splendido e numeroso. Trovavansi quivi i
-più nobili signori di Milano, di altre città soggette al Visconti e
-straniere; v’erano gli ambasciatori di varii stati, ciascuno dei quali
-vestiva con proprio costume; notavansi tra questi Ottonello Discalzo,
-famoso dottore in legge, mandato dal Gonzaga signor di Mantova, Alvise
-Pepoli, spedito dalla repubblica di Venezia, il legato del papa Urbano
-VI e l’ambasciadore di Firenze. V’erano tra i varii capitani d’armi i
-due celebri giovani Sforza e Braccio da Montone, venuti di quel tempo
-in questa città col conte Alberigo Balbiano: era in loro notabile,
-oltre l’intrepido virile aspetto, la foggia conforme dell’abito partito
-a quarti di diversi colori. Alla metà destra del petto ed alla coscia
-sinistra vedeasi di colore incarnato, ed alle opposte parti di color
-bianco e cilestro. Ritrovavansi in quell’adunanza giureconsulti,
-medici, poeti, non che architetti, pittori e musici distinti: ciò
-però che ivi recava il maggior brio, ed appagava più dilettosamente lo
-sguardo, erano le dame e le patrizie donzelle, in cui le venustà delle
-forme givano pari alla ricchezza e bellezza dell’abbigliamento.
-
-Allorchè quel principesco crocchio fu compiutamente nella sala
-raccolto, preceduto dai paggi e dai servi, vi venne Giovan Galeazzo
-accompagnato colla moglie Caterina e seguito dalla figlia Valentina che
-stava fra varie nobili damigelle.
-
-Il principe contava gli anni trentotto; era ben fatto della persona, e
-siccome addestratosi in gioventù al maneggio delle armi, aveva presenza
-maschia e robusta; i suoi lineamenti erano carraterizzati e virili; ma
-benchè vi si scorgesse l’impronta di famiglia, apparivano più dolci
-e maestosi di quelli de’ suoi avi; nell’alta sua fronte qualche ruga
-immatura accusava le fatiche del suo spirito; il suo sguardo era vivo
-e indagatore; usava affabilità nei modi, ma sapeva imporre ad un tempo
-soggezione e riverenza a chi l’appressava; portava una sopravveste
-di drappo d’oro, sulla quale, al petto, ricamata a bruno, vedevasi la
-serpe spirale di cui formavano gli occhi due grossi rubini.
-
-Caterina toccava il sesto lustro; le sue forme non erano belle, ma una
-mestizia e un pallore le si scorgea nel volto, che la rendevano assai
-interessante: causa di tale di lei tristezza era la prigionia del padre
-e dei fratelli voluta dal proprio marito, a cui le era vietato farne
-parola: vestiva essa un abito di drappo bianco con larghe maniche di
-seta a fregi d’oro, e portava sui fianchi una cintura contornata di
-perle, i di cui opposti capi le ricadeano pel dinanzi sino al lembo
-della veste, ove congiungevansi in una larga rosa formata da pietre
-preziose.
-
-Valentina portava una veste di stoffa d’argento listata a cerulee
-striscie, simili recava i calzari; e il farsetto di velluto, del colore
-dell’amaranto, era tutto da fili d’oro trapunto, ne’ suoi neri capelli
-vedeasi un nastro che si aggirava tra il volume delle treccie, indi
-le scendeva diviso sul candido collo. Presso al ventesimo anno, ella
-s’avea congiunta nella bella persona l’alterigia dei Visconti e le
-grazie d’Isabella sua madre; i suoi neri occhi si volgevano con impero
-d’intorno, tutto il suo viso era composto alla severità; ma se avveniva
-che piegasse al sorriso le labbra, un non so che di così amoroso
-e gentile le si diffondeva pel volto, che avea una irresistibile
-attrattiva.
-
-Fra le donzelle compagne di Valentina una ve n’era la cui beltà vinceva
-quella di tutte le altre ivi adunate, se non che alla figlia di Giovan
-Galeazzo in ciò solo cedeva, che da’ suoi lineamenti non traspariva
-principesca maestà, ma piuttosto dolcezza affettuosa e inclinazione
-alla tenerezza. Era questa Agnese Mantegazza, le grazie del di cui
-viso è più agevole immaginare che descrivere: un’idea potrebbesi
-desumere dalle tele divine di Leonardo da Vinci, che seppe ritrarre o
-crear volti in cui la verginità, il sentimento ed il sapore squisito
-delle forme vanno congiunte ad una nota caratteristica dei tempi di
-cui non havvi modello ai nostri giorni. Leggiadre pozzette, morbida
-increspatura di capelli, sorriso in cui, unita a tutta l’innocenza e
-il pudore, v’avea l’espressione dell’amore, erano i pregi della beltà
-d’Agnese.
-
-Quando questa e Valentina pervennero nella gran sala, i cupidi
-sguardi de’ giovani conversanti si portarono tosto su loro; ma mentre
-Valentina li rintuzzò col contegnoso portamento, Agnese abbassò gli
-occhi al suolo arrossendo. Nessuno però ardiva insidiare al cuore di
-lei, poichè sapevasi che era prediletta da Giovan Galeazzo, il quale,
-non capriccioso e incontinente nelle amorose passioni come gli altri
-principi di sua casa, amando unica questa, affetto per affetto cercava,
-ed ottenutolo, con lei sola per tutta la vita ebbe corrispondenza.
-
-Quel nobile convegno formossi in cerchio intorno al principe,
-rispettosamente attendendone, come era di costume, le parole. Giovan
-Galeazzo volse primamente il discorso a Sforza e Braccio, e con
-gli elogi di loro bravura li lusingava, perchè nutriva desiderio di
-trattenergli presso di se, onde giovarsene nelle guerre che meditava.
-Parlò affabilmente all’ambasciatore veneziano e al pontificio legato;
-dopo avere favellato di caccie, di tornei, di statuti coi signori di
-varie città, si volse a Matteo Selvatico celebre poeta, e con lui più a
-lungo ragionò di poetiche composizioni.
-
-Poco ambiziosi delle principesche parole, e della propria arte
-caldi amatori, i due architetti Odoardo Balbi milanese e Nicolò de’
-Selli aretino stavano in un canto della sala disputando dei modi
-architettonici italici e germanici con un Gamodía alemanno, famoso
-maestro esso pure di tal arte: quando Giovan Galeazzo gli scorse, si
-fece tra essi, e volle proseguissero nei loro ragionamenti. Benchè
-i due Italiani con evidenza invincibile dimostrassero che, per buon
-gusto di forme e maestà, l’edificio all’italiana maniera ad ogni altro
-fosse preferibile, pure nel principe, che in tutte le cose al lusso
-ed allo straordinario mirava, fece più breccia la descrizione postagli
-innanzi dal Gamodía d’un fabbricato di nordico stile, per la bizzarria
-che narrò richiedersi nelle sommità, l’abbondanza e la minutezza degli
-ornamenti; per lo che raccogliendo piacevolmente quelle impressioni
-nello spirito, le riferiva al grandioso tempio che pensava innalzare.
-
-Lasciati gli architetti, recossi presso le dame, loro di femminili
-oggetti ragionando, e dall’una all’altra venendo, giunse presso
-a Valentina. Balenato un amoroso sguardo ne’ begli occhi d’Agnese
-che stava a lei dal lato, fece le meraviglie per non vedere quella
-sera Gastone d’Armagnac, che soleva sovente con Valentina stessa
-intrattenersi, dispiegandole i costumi della corte di Parigi.
-Valentina, ansiosissima di farsi nel numero delle principesse di
-Francia, viveva alquanto indispettita pel ritardo che frapponeva
-a giungere in Milano il suo fidanzato duca; ma serrando in cuore
-tale doglia, chiese al padre, con aspetto d’indifferenza, se non
-avesse ricevute notizie del duca di Turenna. Giovan Galeazzo stava
-rispondendole, afflitto che già da alcun tempo era privo di novelle di
-Francia, quando un paggio entrò ad annunziargli che il conte francese
-con altri cavalieri e dame chiedeano l’ingresso: ordinò si facessero
-tosto entrare; e spalancate le porte, si vide il giovane Lodovico, alla
-cui sinistra era Armagnac, avanzarsi seguito da’ suoi cavalieri e dalle
-dame.
-
-Generale fu la sorpresa, ignorando tutti chi si fossero quegli
-stranieri sì pomposamente abbigliati. Gastone condottosi davanti a
-Giovan Galeazzo, gli presentò Lodovico, nominandolo, qual era, duca
-di Turenna, conte di Valois, e fratello del re di Francia. Fattosi
-lietissimo a tali nomi, il principe abbracciò Lodovico con vero
-trasporto di contentezza, reso più vivo dalla sua improvvisa comparsa,
-e con affabili saluti accolse gli altri cavalieri e le dame.
-
-Non è da esprimersi la meraviglia che a tutti recò l’arrivo inaspettato
-del duca. Sollecito e curioso ciascuno s’appressava per mirarlo: chi
-il nobile portamento e la leggiadria ne ammirava, chi la espressiva
-fisonomia e la bellezza. Le donne al volto ed alle sfarzose vesti
-osservando, invidiavano Valentina, d’un sì grande e vago signore
-prossima posseditrice; ed ella, tutta da una secreta compiacenza
-compresa, col viso imporporato dal pudore, riceveva i primi omaggi che
-Lodovico colla più nobile galanteria tributavale.
-
-Dopo il duca, i cavalieri e le dame di suo seguito furono soggetto
-di tutti gli sguardi. La novità del costume, degli abiti femminili in
-ispecie, destò l’interessamento universale. Quelle Francesi vestivano
-conforme alle mode recate allora recentemente a Parigi da Isabella di
-Baviera[13], e di cui in Italia non si aveva ancora sentore alcuno,
-particolarmente di certi alti ornamenti del capo a maniera orientale,
-da cui ricadevano collane di perle ed altri intrecciamenti.
-
-Giovan Galeazzo vide con molta soddisfazione, tra i cavalieri del duca,
-il conte di Montaigu, che più d’una volta era stato alla sua corte di
-Pavia, e l’aveva accompagnato giovinetto in Francia: festeggiandolo
-insiememente a Lodovico, andava l’un l’altro interrogando di re
-Carlo, de’ suoi zii e fratelli; e nel mentre che replicava parole
-di contentezza per l’inatteso loro arrivo, rimproverava dolcemente a
-Lodovico la non partecipatagli venuta, per ciò solo che gli aveva tolta
-la possibilità di preparargli almeno nel proprio dominio gli onori
-del ricevimento a lui dovuti. A queste parole scherzosamente il conte
-di Montaigu: «Gli onori del ricevimento (rispose) ci vennero fatti
-nei vostro stato alla vostra insaputa, un po’ ruvidamente per altro;
-ma credo che ciò avvenisse per provare la verità di quel motto, che
-un cavalier francese è pronto a brandire la spada dovunque e contro
-qualsiasi assalitore.»[14]
-
-Il principe fu sommamente sorpreso da tali parole, e il richiese
-narrasse speditamente che fosse loro accaduto di sinistro. Prese a
-rispondergli Lodovico; e col calore ch’egli mettea nell’esposizione
-dei fatti che al vivo l’interessavano, fece il racconto dell’assalto da
-essi sofferto presso il Ticino da una banda di masnadieri, del pericolo
-che avevano tutti corso per il numero degli assassini scagliatisi
-improvvisamente addosso a loro, che per essere in terra amica e
-popolosa non vestivano armatura: disse come atterratogli il destriero
-egli stesso fosse per rimaner trafitto, quando apparso un ignoto
-cavaliere, con maravigliose prove di valore sterminando molti di que’
-ribaldi, li fece salvi e sicuri.
-
-Doppio cordoglio risentì Giovan Galeazzo alla narrazione di tale
-periglioso avvenimento: lo assalì il pensiero dell’onta e del danno
-che gli sarebbero derivati, se il duca fosse stato assassinato ne’
-suoi dominii; e l’offese il sapere che nei boschi delle sue caccie
-stavano numerose truppe di malviventi, nè egli ne fosse conscio, nè
-dai guardasele si rintracciassero. Condolendosi con Lodovico per tale
-infausto evento, ed accertandolo che avrebbe tratto di quell’attentato
-assassinio la più fiera vendetta, il domandò con premura, se quel
-prode guerriero che loro aveva recato sì inaspettato soccorso si fosse
-appalesato. «Sì (ripose il duca); ma ora non dirò io il suo nome.
-Chieggo, o principe, un’ora domani, perchè debbo a lungo favellarvi di
-lui.»
-
-Mille congetture diverse si destarono nella mente di Giovan Galeazzo, e
-degli altri che tale richiesta intesero; ma il principe, dissimulando,
-disse a Lodovico che in qualunque momento gli fosse piaciuto parlargli
-potea liberamente recarsi da lui; nè per quella sera più oltre si tenne
-su tale argomento discorso.
-
-Tutti andavano a gara nel fare ogni cortesia e festeggiamento ai
-Francesi, e musicali concenti e magnifici rinfreschi protrassero
-giulivamente ad inoltrata notte quella veglia; terminata la quale,
-e il duca ed i suoi furono per ordine di Giovan Galeazzo ne’ ricchi
-appartamenti di sua corte principescamente albergati.
-
-
-
-
-CAPITOLO XI.
-
- Oh voce!... Oh vista, oh gioia!...
- Parlar... non... posso... O meraviglia!.. E fia
- Ver ch’io t’abbraccio?..
- Oh quale
- Qual mi dà forza il sol tuo aspetto! Io tanto
- Per te lontan tremava.
- ALFIERI. _Saul_. At. 1.
-
-
-Era di poco scorso il mezzodì del giorno seguente, allorquando un messo
-del principe si presentò alla casa del marchese Azzo, a chiedere di
-Palamede de’ Bianchi. Fu ad Enzel Petraccio, il quale oziando presso
-la porta del palazzo, che quel messo diresse tale richiesta. Enzel gli
-domandò con gran premura che volesse da Palamede; e il messo rispose
-che aveva ricevuto ordine da Giovan Galeazzo d’invitarlo a recarsi
-all’istante alla di lui corte. A primo tratto si volsero dubbii a
-tali parole i pensieri in capo all’aríolo, poichè l’essere chiamati
-al cospetto del principe non era sempre indizio di riportarne segni
-di benevolenza; ma allorchè fece riflessione che quell’invito poteva
-essere effetto del racconto, che dovevano aver fatto quei signori di
-Francia dell’avvenimento dei ladri, lieto salì rapidamente alle camere
-di Palamede a dargliene avviso come di felice novella.
-
-Il cavaliero, avendo fede nella parola datagli e nella dignità del
-duca, stava attendendo ansiosamente quella chiamata, e le sue speranze
-all’annunzio di essa si fecero più che mai vive e sicure. Nobili vesti
-frettolosamente indossò; e colmo il cuore della lusinga di pervenire
-alfine al possesso del desiato bene, discese, s’avviò col messo al
-palazzo del principe. Giunto a quelle soglie, le guardie, come ne
-avevano avuto comando, il lasciarono liberamente entrare, e i paggi lo
-guidarono per molte camere ad una sala in cui trovavasi Giovan Galeazzo
-con Lodovico.
-
-Il duca corse ad abbracciare Palamede, e il principe l’accolse con un
-benigno sorriso. Il cavaliero però nel mirare Giovan Galeazzo sentissi
-ridestare un lampo di quello sdegno che contro di lui aveva per tanto
-tempo nutrito; ma la cortesia di Lodovico e la dolcezza dell’aspetto
-del principe gli temperarono quell’ira involontaria, e fecero sì
-che, frenando i moti del proprio cuore, a lui si volse con rispettoso
-saluto.
-
-«Il vostro valore (gli disse Giovan Galeazzo con affabile e insieme
-dignitoso modo) e il segnalato servigio che avete reso a questo mio
-caro parente, e quindi a me stesso, vi danno diritto a tutta la mia
-riconoscenza. Seppi con dolore che voi foste quello di cui disgustose
-circostanze mi costrinsero replicatamente a rigettare un’inchiesta;
-ma voglio ora che vi sia caparra della mia gratitudine e della stima
-che sento per voi, il concedervi volontariamente ciò che bramate.
-Domani allo spuntar del giorno due miei capitani d’armi ritroveransi
-alla vostra abitazione, e voi, se ancora vi piace, partirete seco loro
-alla volta di Trezzo, nel cui castello sarete per mio comando accolto
-colle distinzioni al vostro merito dovute. Quivi potrete trattenervi il
-tempo richiesto a disporre la vostra fidanzata alle nozze, a celebrare
-le quali però desidero che a questa città ritorniate, poichè voglio
-intervenirvi io stesso, e bramo che stiate poscia presso di me, poichè
-non debbono essere per la vostra patria negletti la guerresca perizia e
-il valore che possedete.»
-
-Queste espressioni di bontà cancellarono in un baleno l’astio che
-durava in cuore a Palamede contro il principe: egli ne porse a lui
-affettuose grazie, dandogli fede che quanto bramava sarebbe stato da
-esso puntualmente eseguito, e appena Ginevra si fosse congedata dai
-parenti, l’avrebbe a Milano condotta, dalle cui mura non sarebbesi in
-seguito allontanato che per prestargli il suo braccio in guerra.
-
-Il duca Lodovico, giojoso e soddisfatto oltremodo nel vedere
-appagato Palamede, mostrandosi di ciò gratissimo a Giovan Galeazzo,
-stringendo al cavaliero la destra, a lui rivolto disse: «Vivete
-sicuro, o principe, che se questo guerriero ha tanta scienza di campo
-quanta forza e destrezza di spada, egli sarà uno de’ più periti duci
-d’eserciti, nè alcuno straniero assoldare potreste che più di questo
-valoroso Milanese valga a far trionfare le vostre insegne.»
-
-Di null’altro era più desideroso Giovan Galeazzo che di rinvenire
-tra i suoi soggetti prodi capitani, giacchè sapeva per esperienza
-che quelli che si assoldavano a ventura, non bramosi che dell’oro,
-facilmente venendo dagli avversarii corrotti, commettevano ogni
-sorta di tradimenti: quindi fu lieto assai in apprendere che Palamede
-avea sostenute molte battaglie dei Veneziani, seguendo esperimentati
-capitani, e guidando egli stesso non rade volte gli assalti; e perciò
-gli nacque tanta brama di lui, che usò seco sì gentili espressioni
-allorchè prese congedo, che Palamede ebbe intimo cordoglio d’avere
-odiato un principe di tanta cortesia dotato.
-
-Quando fu partito il cavaliero, Lodovico prese commiato, e Giovan
-Galeazzo si ritrasse solingo nella sua appartata e consueta stanza.
-Appena si fu quivi assiso, il funesto pensiero che soleva frapporsi
-e rompere i suoi più arditi disegni, lo assalse più che mai
-spaventosamente. Egli meditò, fremendo, a ciò che avea concesso: dare
-assenso ad un guerriero esperto e forte di recarsi nel castello ove
-stava Bernabò rinchiuso, per isposarne una figlia, era porgere un certo
-mezzo al prigioniero di concertare secreti maneggi a propria salvezza.
-Il cavaliero uscito dal castello si sarebbe adoperato ad ordire trame
-in seno alla sua stessa corte; gli amici del vecchio principe, la
-propria moglie, diverrebbero per ciò suoi secreti nemici: quindi non
-viverebbe più vita sicura da domestiche insidie, nè dalle esterne
-terrebbe lo stato difeso.
-
-Da sì fatte idee agitato già rivocava la data concessione a Palamede,
-già stabiliva esiliarlo da Milano e da tutte le terre a lui soggette,
-quando, riflettendo più maturamente, e pensando alle calde richieste di
-Lodovico pel cavaliero, alla promessa fatta in compenso del suo valore,
-si persuadeva che oramai l’opporsi diverrebbe un atto troppo indegno,
-che avrebbe gli animi contro di se inaspriti.
-
-Combattuto da tali opposti pensieri, e meditando più addentro in
-se stesso, si convinse che mai tranquillità di vita nè certezza di
-dominio vi sarebbero state per lui, sinchè respirasse Bernabò; che
-l’esistenza di questo era la vera causa d’ogni sua più fiera pena; e
-che vivente lo zio non l’avrebbero abbandonato un momento quei palpiti
-crudeli. Questo convincimento in quell’istante, più che in ogni altro
-tempo profondamente sentito, superò i terrori della sua coscienza.
-Vinte tutte le altre voci del cuore, e solo compreso da una tremenda
-risoluzione che accolse e fermò irrevocabile, chiamò immediatamente
-un paggio, e il mandò in traccia di Giovanni Ubaldino, imponendogli
-d’inviarlo tostamente a lui.
-
-Era Ubaldino quello stesso capitano d’armi che aveva condotto Rodolfo
-dal castello di Trezzo a quello di San Colombano: uomo di duro cuore
-e d’una impenetrabile segretezza, odiava mortalmente Bernabò ed i
-suoi figli, da cui era stato con molti insulti inasprito; per ciò
-Giovan Galeazzo lo adoperava nelle esecuzioni che comandava contro di
-loro. Quando questi giunse a corte fu subito nella secreta stanza del
-principe introdotto.
-
-Stava Giovan Galeazzo scrivendo sovra un foglio; un visibile turbamento
-gli si scorgea nella fronte e negli occhi, e un’inquietudine nelle
-membra. Veduto ch’egli ebbe Ubaldino, compì frettolosamente e chiuse
-il foglio; indi consegnandoglielo, con voce da sensibile interno
-commovimento alterata, gli disse, che nel mattino del seguente giorno
-dovesse recarsi con altro capitano d’armi, ch’egli avrebbe trascelto,
-alla casa del marchese Azzo Liprandi, d’onde guiderebbero il cavaliere
-Palamede de’ Bianchi nel castello di Trezzo; ed ivi giunto desse a
-Iacopo del Verme quel foglio; ma due cose gli imponeva colla minaccia
-di tutto il proprio sdegno se le trasgrediva o palesava, ed erano: che
-sullo scritto a lui dato nessuno dovesse portare lo sguardo, eccetto
-quello a cui era diretto, al quale, pervenuto nel castello, doveva
-in tutto ciecamente ubbidire; e che siccome lo avrebbe in quella
-spedizione fatto seguire da Ambrogio Lanza proprio fidato domestico,
-dovesse tenerlo celato sotto nome di suo scudiero, e come tale a chi ne
-chiedesse annunziarlo.
-
-Ubaldino rispose, giurando al principe che come non aveva mai per
-l’addietro violati i suoi comandi qualunque si fossero, così anche
-quelli che attualmente gli imponeva verrebbero da lui con ogni
-esattezza adempiuti. Giovan Galeazzo, tanto da Ubaldino ottenuto,
-il licenziò, e fatto chiamare Lanza famoso manipolatore di farmaci
-potenti, che qual famigliare in corte abitava, secreti discorsi tenne
-pure a lungo con questo, il quale allontanatosi dalla presenza del
-principe, si chiuse tutto quel giorno e la notte in una recondita
-cameretta ad ogni persona impenetrabile, che era l’officina delle sue
-distillazioni, dei filtri e di altre arcane preparazioni.
-
-Appena Giovan Galeazzo ebbe gli ordini distribuiti pel compimento del
-terribile meditato disegno, sentissi da più violenta interna guerra
-assalito: la solitudine di sua stanza gli piombò con ispavento al
-cuore: balzò dal sedile esterrefatto, e verso il contiguo oratorio
-rapido si mosse; ma come se un’invisibile mano da quelle soglie il
-respingesse, ne ritorse con terrore lo sguardo: compressa l’anima sua
-da troppo orrendo peso, già stava per annullare i dati comandi, quando
-gli si attraversò più evidente allo spirito l’immagine di Bernabò
-trionfante: a questa idea la di lui sorte fu decisa: per non cedere
-ad un più aspro conflitto della mente, Giovan Galeazzo abbandonò quel
-solingo ricetto, e venuto tra suoi, fatti allestire i destrieri, cercò
-distrazione al pensiero, velocemente con numerosa comitiva per le
-aperte campagne cavalcando.
-
-Palamede in questo frattempo, pieno il cuore della dolce aspettativa
-del tanto desiato momento, era corso in seno della famiglia di Azzo
-a versare tutta la sua gioia colla felice novella del concessogli
-ingresso nel castello di Trezzo. Il marchese, i suoi figli, Ricciarda,
-Adelaide, da tale impreveduto annunzio maravigliati, ne risentirono
-la più viva contentezza. Narrato il fatto lietamente scorse per loro
-quel giorno, dei nuziali arredi ragionando, e delle festose pompe
-da disporsi pel pronto ritorno del cavaliero colla fidanzata, che
-doveasi guidare all’altare tosto che fosse giunta in Milano: l’un
-d’essi parlava degli addobbi della casa, l’altro delle vesti e dei
-doni; chi assumevasi di far allestire i conviti con vivande dorate
-come era costume, chi si accingeva all’ordinamento dei giuochi e delle
-feste: quanto in somma era stato il dolersi agli affanni di Palamede,
-altrettanto fu il gioire a’ suoi contenti.
-
-Enzel Petraccio per l’udita fausta notizia era sovra ogni dire lieto
-e soddisfatto: le ascose fila da lui tese con arte aveano finalmente
-condotto al preveduto scopo, ed egli in se stesso si dava tutto il
-vanto della riuscita di quell’avvenimento. Chiamato in quella sera da
-Palamede, salì alla sua camera, e venne accolto da lui colla più grande
-espansione d’affetto: ripetendo che solo a causa della intromissione
-del duca di Francia s’era piegato volonteroso il principe alle sue
-richieste, il cavaliero confessò che tale favore del duca eragli
-derivato dall’impresa eseguita contro Aldobrado, e da lui suggerita,
-e disse che perciò anche questo evento era a lui dovuto, e gli rinnovò
-la promessa che sempre lo terrebbe presso di se, che di tutto ciò che
-aveva desiderio ed era in suo potere liberamente disponesse, perchè
-i molti resigli servigi non potevano essere mai da lui abbastanza
-ricompensati. L’aríolo, porgendogli grazie per sì generose offerte,
-ed accertandolo che egli null’altro bramava che di rimanersi tra i
-suoi servi, gli disse che volentieri, se glielo concedeva, l’avrebbe
-seguito al castello di Trezzo, poichè aveva gran desiderio di
-rivedere la signora Ginevra per narrargli come avesse eseguita la
-commissione datagli l’ultima volta che aveva con lei favellato: «Nè
-adesso (proseguì) dovrò temere che i soldati mi ardano temerariamente
-i panni indosso, poichè vestendo abiti vostri saranno forzati ad
-avermi rispetto.» Palamede acconsentì di buonissimo grado a questa
-brama dell’aríolo, perchè ovunque si ricasse seguito da lui s’aveva
-fiducia che nulla di avverso potesse accadergli, e il pregò vegliasse
-per tempo nel seguente mattino per attendere i due capitani d’armi
-che Giovan Galeazzo avrebbe inviati. Enzel rispose che prima che il
-gallo salutasse il giorno egli porrebbe in piedi tutti i famigli, ed
-augurando lieti sogni a Palamede, discese al riposo.
-
-Giovanni Ubaldino, Marco Ferro, altro capitano d’armi, e Ambrogio
-Lanza in abito da scudiero, posti in sella, quando fu l’albeggiare si
-presentarono al palazzo del Liprandi: le porte ne erano di già aperte,
-e il destriero di Palamede, tratto dalle scuderie, stava nel cortile
-coi servi che il ponevano in arnese. Entrati que’ capitani, Palamede,
-il marchese Azzo ed i suoi figli scesero loro incontro, e dopo uno
-scambio di gentili saluti, salito il cavaliero in arcione, il che pur
-fece sovra un proprio cavallo l’aríolo, tutti congiuntamente presero
-cammino.
-
-Era ciascun d’essi involto in un mantello foderato di soffici pelliccie
-per difendersi dalla rigidezza del mattinale aere dicembrino,
-che quando ebbero lasciate le mura della città fecesi sentire più
-rigoroso, accusando le molte nevi cadute dalla sommità delle Alpi
-ai colli verso cui dirigevano il loro viaggio. Pensando Ubaldino che
-la strada presso l’Adda tra Vaprio e Trezzo esser dovea più che mai
-malagevole e perigliosa per l’alta neve che ricoprendola celerebbe gli
-scoscendimenti che la fiancheggiavano, tenne proposito di prender la
-via di Monza, e per Vimercate giungere a Trezzo. Palamede, abbenchè
-non ardesse che di pervenire alle mura che chiudevano Ginevra, e
-sarebbe passato per mezzo alle spade onde giungere alcuni istanti più
-presto a quella meta, convenne esso pure per cortesia nella proposta
-di prendere la via più comoda. Seguendo tale direzione, e cavalcando
-di buon trotto, pervennero prestamente a Monza. Entrati in quella
-città, giunsero, fiancheggiato il castello, innanzi alla chiesa di San
-Giovanni; ivi presso la porta maggiore fermarono i cavalli in ischiera,
-e, trattisi i berretti, orarono brevemente; indi riprendendo il
-cammino, attraversato il Lambro su gotico ponte, uscirono dalla città
-per opposta parte. Fatto poco viaggio, incominciarono a vedere il suolo
-biancheggiante di neve, la quale mano mano che s’avanzavano facevasi
-più alta. Essa però non fu a loro sino a Vimercate di così fastidioso
-inciampo, quanto allorchè, passata questa terra, pervennero al di là
-della Molgora.
-
-Tra i nevosi sentieri di folto bosco inceppati dai rami che il verno
-e l’età avevano schiantati, trovavano i destrieri penoso passaggio.
-Per alleviare la noia prodotta dalla lentezza a cui i disagi di quel
-cammino li costringeva, trasse Marco Ferro argomento a ragionare
-dai molti fatti che si narravano accaduti in quei boschi istessi
-per cui camminavano. Fece racconto dell’Eremita bruno, terribile
-abitatore di quella selva, ripetè le maravigliose istorie che intorno
-a lui correvano; disse pure dei ladri che vi dimoravano, e d’un loro
-nascondiglio in cui nessuno aveva avuto l’ardimento di penetrare. Non
-nuove riuscirono al certo a Palamede le narrazioni di Marco Ferro,
-poichè egli era stato istruito del vero essere di quell’Eremita e dei
-ladri dalla bocca stessa di questi nella loro segreta _tana del cervo_:
-tacque però d’averne cognizione; e siccome dolorosa anzi che piacevole
-impressione recavangli quelle memorie, così tutto abbandonando il
-pensiero alla dolcezza dell’istante che lo attendeva, e l’occhio
-rivolgendo alla strada, seguiva il cammino senza porgerli orecchio.
-
-L’aríolo, investigatore e conoscente com’era, per indole e per uso,
-degli altrui pensieri, aveva al cominciare di quel viaggio esaminato
-collo sguardo lo scudiero che seguiva i capitani d’armi. Una certa
-aria che vi scorse nella fisonomia, non dura, non franca, come ad un
-milite servo si conveniva, ma piuttosto meditabonda, e che appalesava
-abitudine al riflettere anzi che all’affaticare, gli fe’ nascere
-alcun sospetto sulle qualità di quella persona. Lontan lontano, lungo
-il cammino, con fina arte, il venne prendendo con ragionamenti di
-guerreschi esercizi e delle servili incombenze di sua professione.
-
-Lanza, accostumato agli agi di corte ed al lambicco della sua officina,
-rispondeva alla cieca alle parole di Enzel: per lo che questo accortosi
-fondatamente che esso non era mai stato uomo d’armi o di battaglie,
-sentì svegliarsi gran desiderio di scoprire chi mai esso si fosse, e
-come due guerrieri si facessero seguire da uno scudiero che ignorava
-tutti gli usi di tale servigio. A questo fine approfittando delle
-angustie della strada in que’ boschi, standogli d’appresso, mentre
-i cavalli mutavano lenti i passi, fingendosi uomo affatto rozzo, di
-varie cose l’andava interrogando con sembiante di chi tutto ascolta
-maravigliando. Il finto scudiero, credendo che quello a cui parlava
-fosse di massiccia ignoranza, pensando recargli sommo stupore,
-dopo varii ragionamenti venne a discorrere dei prodigii e delle
-trasmutazioni ch’egli sapeva far prendere alle erbe, ai sassi, ai
-metalli, e nel calore del suo dire, narrando delle prove che aveva date
-della sua arte maravigliosa non istette sì guardingo di non lasciar
-penetrare all’attento e veggente spirito dell’aríolo, ch’egli aveva
-molto uso di corte e la confidenza del principe stesso.
-
-Grande fu la sorpresa di Enzel a tale scoperta. Chi poteva essere quel
-personaggio, non di certo nè uno scudiero nè un servo? A qual fine
-seguiva i capitani al castello? Chi ve lo mandava? Tali riflessioni
-volgendo l’aríolo pieno di diffidenza, e agitato da mille dubbii, stava
-tentando di disvelare più addentro quell’arcano, quando, terminata la
-via tra i boschi, uscì la comitiva allo scoperto, e si vide da lato il
-borgo di Trezzo, e di fronte il suo castello.
-
-La sommità delle mura e delle torri del castello erano coperte di neve,
-che stando rilevata eziandio sulle pietre e gli ornati sporgenti dalle
-muraglie, faceva colla sua candidezza singolare contrasto al loro bigio
-colore. L’aspetto di esso ne era reso per ciò più tetro e imponente, e
-sembrava che quelle torreggianti mura minacciassero della loro ertezza
-i riguardanti.
-
-Palamede non risentì però a quella vista che i più vibrati moti
-d’amore. Ivi stava Ginevra, ivi la rivedrebbe fra un istante: in questo
-pensiero si concentrarono tutte le memorie dei proprii e de’ di lei
-passati affanni, e amore, pietà, timori, dolci speranze gli assalirono
-con un sol palpito il cuore.
-
-Giunti in vicinanza del castello, Ubaldino fece tutti gli altri
-sostare, e da solo accostossi alla porta di esso che ferree imposte
-chiudevano. Diè il grido di _Viva il conte di Virtù_, ed al soldato
-che dalla vedetta gli intimò di palesare chi fosse, e che chiedesse,
-rispose che era un capitano di Giovan Galeazzo che recava ordini
-per Iacopo del Verme, e chiedeva l’ingresso nel castello. Comunicato
-alle altre guardie tale avviso, venne tosto recato al Del Verme, che
-affrettossi alla porta, e riconosciuto dagli spiragli della vedetta
-Ubaldino, diè comando si calasse il ponte levatoio per riceverlo.
-Entrato questi gli consegnò immediatamente la lettera del principe,
-dicendogli che conteneva l’ordine che altre persone che stavano presso
-al castello dovessero quivi essere ammesse. Del Verme aprì il foglio, e
-lo scorse collo sguardo rapidamente, dando non pochi segni in viso di
-inaspettate e gravi sensazioni; ma lettolo, spedì tosto varii soldati
-ad invitare i fermati ad avanzarsi. Mossero essi i cavalli a quella
-volta, e venuti al ponte, Del Verme si fece loro incontro accogliendo
-Palamede con onorevoli parole: questi ricambiandole, giunto sotto
-l’arco della porta balzò da sella, il che fecero tutti gli altri, e
-stringendo la mano a quel duce, garbatezza per garbatezza rendendo,
-seco lui avviossi coll’altre persone verso il cortile.
-
-Due paggi furono tosto mandati ad annunziare a Bernabò l’arrivo di
-Palamede, e questi nel frattempo venne condotto nelle proprie sale da
-Del Verme, onde prendesse ristoro del faticoso viaggio. Ma il cavaliero
-nessun altro uopo sentendo che quello ardentissimo d’appresentarsi
-a Ginevra ed a’ suoi, accertò il duce che nulla abbisognavagli, e il
-richiese istantemente lo conducesse da Bernabò. Del Verme, ch’aveva
-avuti ordini d’accondiscendere in tutto al cavaliero, s’offrì pronto a
-compiacerlo.
-
-Il vecchio principe, immerso ne’ suoi tristi pensieri, stava in una
-delle stanze a lui destinate insieme a Donnina ed a frate Leonardo,
-che rade volte scostavasi da lui; ivi gli venne l’avviso recato della
-venuta di Palamede al castello: maravigliando cogli altri ch’erano
-seco, udì tal novella, e stava dubbiando se libero o prigioniero vi
-fosse giunto, quando Palamede istesso entrò in quella sala.
-
-Somma consolazione recò l’apparire di lui a Bernabò e a Donnina, che
-gli si levarono incontro ad abbracciarlo e affettuosamente richiederlo
-se volontariamente od a forza era egli quivi venuto; ma soddisfatta
-con loro contento tale richiesta, reiterarono gli amplessi. Allorchè fu
-calmata in loro quella piena d’affetto che invade potentemente il cuore
-al rivedere dopo lunga lontananza amate persone, ricomposti, stettero
-per chiedersi l’un l’altro delle loro vicende. Ma, volgendo la mente
-al passato, occorse alla memoria di ciascuno d’essi l’istante in cui
-si separarono; e il confronto delle grandezze e delle speranze di quel
-momento posto a paraggio colle presenti sventure, mosse in tutti sì
-dolorosi sentimenti, che, abbassando al suolo gli sguardi dalle lagrime
-inumiditi, stettero immobili e silenziosi: così fu manifesta con
-maggior eloquenza che di discorso quanta fosse la forza dell’affanno
-che a loro pesava sul cuore.
-
-Bernabò vincendo però pel primo il doloroso risentimento delle
-proprie disgrazie, diradata la tristezza dal volto, drizzò la parola a
-Palamede, interrogandolo del modo con cui era pervenuto al castello.
-Questi, in risposta narrò, come nutrendo sempre vivissimo l’amore e
-la fede per sua figlia Ginevra, a cui esso stesso l’aveva fidanzato,
-ritornasse dalle lontane guerre colla ferma speme di compire i suoi
-voti, nè deponesse tale pensiero saputa la di lui prigionia, ma con
-replicate inchieste, intercedendone Giovan Galeazzo, giungesse dopo
-molte ripulse, per un singolare avvenimento, a vincerne la renitenza,
-per cui gli era stata data concessione di venire entro quelle mura per
-guidare alle nozze quella donzella che dal sacro nodo d’una giurata
-parola era a lui legata, e che s’avea certezza che esso non avrebbe
-alle sue brame ed alla sua costanza rifiutata.
-
-Dolce insieme e tormentoso fu questo parlare di Palamede tanto a
-Bernabò quanto alla madre di Ginevra: diletta idea era per loro che
-la propria figlia, anzi che languire in tristo carcere, tornasse alla
-libertà ed alle agiatezze, congiungendosi in decoroso e splendido
-maritaggio con sì nobile e valoroso cavaliero; ma li angosciava ad un
-tempo il pensiero di doversi da lei disgiungere, e di viverne forse per
-sempre lontani. Simili idee volgendo nella mente, rimasero il principe
-e Donnina per qualche tempo ammutoliti; ma Bernabò ruppe ancora il
-silenzio, dicendo: «Insanabile è la ferita che lascia ogni ramo che si
-tronca dall’albero antico, altiero un giorno e frondoso, ora sterile e
-presso a morte; ma se il ramo deve trapiantarsi in dolce suolo per dare
-soavi frutti, è d’uopo soffrirne il distacco. Io sento appressarmi al
-mio tramonto, nè conforto deggio altrove trovare che in cielo; ingiusto
-ed empio per ciò sarei se trattenessi spettatrice del misero avanzo di
-mia esistenza una figlia alle cui preghiere forse concesse la Vergine
-più venturosi giorni. Sì, cavaliero, a te è dovuta, e tua sia Ginevra;
-ed io renderò azioni di grazie ai santi del poterti chiamare marito
-d’una mia figliuola.» Indi rivolto a Donnina, soggiunse: «Voi, sua
-madre, ite a Ginevra, e qui conducetela a rivedere un cavaliero a lei
-per sposo in dì più felici promesso, e di cui non le avranno il tempo e
-gli affanni cancellata la memoria dal cuore.»
-
-Palamede a tali detti, non sapendo esprimere l’immenso suo trasporto,
-precipitossi ai piedi di Bernabò, che, rialzatolo, l’accolse al suo
-seno coll’effusione del più grande paterno affetto; Donnina intanto,
-obbedendo agli ordini di questo ed alle voci del proprio cuore, che era
-a Palamede inclinato, recossi frettolosa a ricercar della figlia.
-
-Dopo alcun tempo da che ella era uscita, udendo l’alternare di passi
-femminili che s’appressavano a quella sala, la trepidazione di Palamede
-fu al colmo; e quando, spalancata la porta, vide Ginevra entrare,
-seguita dalla madre e dalla sorella, a lei incontro slanciatosi, senza
-articolare parola, la mano prendendole, se la compresse con forza alle
-labbra. Diè un grido Ginevra a sì inaspettata vista, e oppressa, vinta
-dalla piena di gioia, non reggendo le sue forze a quel potente assalto,
-svenne, abbandonandosi, pallida come neve, nelle braccia di Palamede:
-egli stesso era per venir meno all’eccessiva violenza della tenerezza,
-se non fosse stato penetrato in quel punto da un sentimento di terrore
-e pietà, che allo svenire di lei tutto il comprese. S’atteggiò a
-sostenerla, appoggiandone il capo al proprio petto, e l’andò chiamando
-coi più dolci nomi, sinchè, fosse effetto del suono di sua voce, o
-vigor di natura, ricomparvero i segni di vita sul viso di lei, che
-aprendo gli occhi, languidamente in quelli fissandoli di Palamede
-che la riguardava, entrambi con un lungo inenarrabile sguardo tutta
-espressero l’immensa fiamma d’amore di che ardevano nell’anima.
-
-Ritornate intiere a Ginevra le smarrite forze, staccossi lentamente da
-Palamede, ed al braccio affidossi della madre, con un soave sorriso
-misto a lagrime di gioia, tutta significando la dolcezza di quel
-momento.
-
-Allo scorgere sì fatte prove della potenza del loro amoroso trasporto,
-quelli che stavano mirandoli, pensarono agli affanni che in tanto tempo
-di loro separazione dovevano quegli amanti aver durati. Bernabò con più
-affettuosa voce che non solesse, dimenticando i propri mali, e perdendo
-la severità del volto: «Questo tuo amato (disse), o mia diletta figlia,
-ti sarà sposo: il cielo, di tante nostre sventure pietoso, volle un suo
-raggio mandare sovra di noi; e te, la più degna, consolando nelle tue
-fervide brame, far risplendere per tutti un giorno sereno. Seguiranno,
-è vero, neri nembi la bella calma d’un momento; ma il mio spirito,
-già a lungo provato nei giorni dell’avversità, riprenderà vigore da
-questo lampo di luce, che mi convince che il mio soffrire è accetto a
-Dio, e cancella le mie colpe alla sua presenza. Io accolgo devotamente
-questa grazia come un segno della divina clemenza, e benedico al nodo
-che fra poco vi stringerà, abbracciandovi come i miei più cari figli:
-se l’indegna mia voce sale al trono dei Celesti, invoco che tu, o
-Ginevra, dimentica della funesta dimora in questo mio carcere, porti,
-premio alla fede del tuo sposo, ogni ventura in lieto soggiorno; e tu,
-o cavaliero, fatto padre di bella prole, non possa negli anni di tua
-vecchiezza vederti strappare i figli barbaramente d’intorno.»
-
-A questi accenti Ginevra e Palamede, che s’erano precipitati negli
-amplessi di Bernabò, versarono nel suo seno più largo pianto di
-contentezza e di commozione.
-
-Donnina obbliando essa pure il dolore che l’attendea nel disgiungersi
-dalla figlia, e non mirando che al di lei contento, l’accolse dopo
-Bernabò nelle braccia, unendo alle sue, materne lagrime di tenerezza.
-Lodovico, accorso alle sale del padre, Damigella e Leonardo a tale
-affettuosa scena inteneriti, attestavano col pianto quanta parte
-prendessero alla felicità di quegli amanti. Così tra i più dolci
-sentimenti e l’espressione della reciproca gioia tutto scorse il giorno
-dell’arrivo di Palamede al castello di Trezzo.
-
-La profonda ambascia che avea per tanto tempo l’anima angosciata di
-Ginevra, e spentale ogni speranza in cuore, all’apparirle innanti del
-cavaliero, al saperlo suo, sparve, quasi da portentoso balsamo sanata;
-nuove soavi idee rifluendo in lei, recaronle in cuore una beata aura
-di vita. Quel bene che si era convinta che non sarebbe più mai stato
-suo in terra, e collocandolo colla mente in cielo, ivi contemplava,
-agognando, per ottenerlo, la morte, inaspettatamente le era dato
-possedere; più volte in un istante dubitava essere in preda ad una
-tenera illusione; ma quanto ha di più puro e di più espressivo l’amore,
-la convinceva che era reale quel suo sentire.
-
-In Palamede, quando fu al di lei fianco assiso, svanirono dal pensiero
-le rimembranze delle passate cure: assorto ne’ di lei sguardi, sentì
-paghi tutti i suoi voti; e la sua felicità sarebbe rimasa a lungo
-inalterata, se al dividersi da lei nelle ore notturne, una sinistra
-novella, che gli venne secretamente recata, riempiendolo di sospetto e
-d’agitazione, non gli avesse amareggiato il cuore.
-
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-
-
-CAPITOLO XII.
-
- Un cadaver qui giace; lacerate
- Son le squallide fibre, e l’ossa peste,
- Le chiome sulla fronte rabbuffate,
- E le luci terribili e funeste:
- Ha l’insegne regali...
- GIANNI, _Poes. estemp._
-
-
-Enzel Petraccio, entrato che si fu nel castello, ruminando le parole
-intese nel viaggio da quello ch’ei suppose finto scudiero, s’era
-fitto in capo di scoprire ad ogni patto chi egli realmente si fosse.
-Recatosi seco lui alle stalle, veggendolo in ambarazzo nel dissellare
-i cavalli, s’avea dato con premurosa opera a prestargli mano; per il
-che Lanza, alleggerito da quelle servili fatiche a lui poco gradevoli,
-gli si dimostrò sommamente obbligato. Enzel per tale amichevole di
-lui disposizione d’animo, venuto seco a confidenziali parole, il seguì
-nelle stanze prossime alle cucine, destinate alla dimora dei servi.
-
-Pochi istanti eran quivi rimasi, attendendo fra le ciance d’altri paggi
-e domestici che loro s’allestisse il pranzo, quando portossi colà il
-capitano Ubaldino, e disse alcune secrete parole a Lanza; che levatosi,
-uscì tosto con lui da quelle camere. Una lunga ora stette esso lontano:
-indi rivenne solo e con fisonomia più meditabonda di prima. Ritornato
-ch’ei si fu, vennero tosto ivi recate molte vivande ed ampii vasi di
-vino.
-
-Mentre mangiavano, assisi ad un desco, ristorati dal calore d’un
-gran fuoco che ardeva quivi d’appresso, e vuotando molti bicchieri,
-l’aríolo non perdendo mai di mira il proprio divisamento, circuiva
-Lanza traendolo con molt’arte a famigliari discorsi. Dopo varii cibi fu
-portato innanzi a loro un piatto con legumi saporitamente conditi. «Noi
-siamo da più di un principe (disse Enzel sorridendo): il signor Bernabò
-forse non mangiò mai fagiuoli più gustosi di questi[15].»
-
-— «Egli li mangerà però gustosissimi (rispose Lanza) la prima volta che
-si assiderà alla mensa: v’è tal cuoco che glieli cucinerà ottimamente.»
-Siccome avea esso la testa già alterata dal vino, pronunciò queste
-parole con tal aria misteriosa e con sì sinistro sogghigno, che
-penetrate nel profondo del cuore dell’aríolo, il colpirono di spavento.
-Avanzando le labbra e spalancando gli occhi, come chi fiuta alcun
-che con gran sospetto: «Non ne mangio altri (esclamò rimescolando
-que’ legumi col cucchiaio): sentono odore di cataletto. — Mangiane,
-scudiero, mangiane ancora (soggiunse Lanza mirandolo collo sguardo
-fatto più torvo dal vino e dai truci pensieri): il sale che vi è sparso
-non fu liquefatto sui miei carboni.»
-
-Questi tronchi detti, il volto di Lanza su cui stava una malefica
-espressione come d’uomo dato alle malie ed agli incantesimi, persuasero
-l’aríolo che egli era stato spedito colà per consumare nascosamente
-qualche delitto o contro Bernabò ed i suoi, o contra Palamede.
-Perturbato, tremante per tale convinzione, temendo a se stesso grave
-danno se ciò avveniva, torturò lo spirito per trovare un riparo al
-tradimento che si preparava; ma nessun modo gliene si offriva alla
-mente. Pensò di recarsi a svelare l’arcano a Bernabò; ma fece calcolo
-nell’istesso tempo che se si fosse scoperto ch’esso l’aveva palesato,
-sarebbe stato immancabilmente ucciso, e il colpo consumato per diversa
-via. Da mille sospetti agitato, nè sapendo a qual partito appigliarsi,
-stette in quelle sale con Lanza sino all’ora del riposo, pel quale
-furono loro indicate due contigue camerette presso una torre del
-castello.
-
-Ivi recatisi, Lanza si rinchiuse nella propria a chiavistello; ed
-Enzel non potendo prender sonno, vedendo trapelare lume pei pertugi
-dell’uscio della stanza del finto scudiero, si pose per quelli a mirare
-attentamente che facesse. Vide che spogliatisi gli abiti servili era
-sotto coverto da fini drappi; e lo scorse trarsi dai panni un involto,
-e scioltolo da molti nodi levare da quello una fialetta cristallina
-piena d’un bianco liquore, e sturatala infondervi una polvere che tenea
-chiusa in una picciola scatola di metallo che aveva nascosta sotto i
-lini del petto: quel bianco liquore tocco dalla polvere, intorbidatosi,
-illividì: allora Lanza turata di nuovo la fialetta, la scosse innanzi
-al lume a più riprese; indi la ripose nell’involto, che rannodò
-diligentemente; ed ascosala sotto il guanciale, sdraiossi, e spense il
-lume.
-
-L’aríolo, che aveva più volte veduti e maneggiati veleni, s’accorse ben
-tosto dal colore verde-giallo che veleno appunto era quella polvere
-infusa da Lanza nella fiala. Tosto gli occorse al pensiero che in
-un angolo del parco del castello avea altre volte veduta crescere
-un’erba la cui radice, bollita con fresco latte, era ottimo antidoto
-alle inghiottite velenose sostanze. Racconsolato da tale scoperta, e
-gioiendo in sè stesso pel colpo di difesa che poteva recare a quello
-che stava per iscagliare il finto scudiero, proponendosi, appena
-spuntasse il giorno, di disporre il suo contravveleno, s’adagiava
-al riposo; allorchè udendo rumore di persone, le quali uscendo dagli
-appartamenti di Bernabò attraversavano il cortile, e distinguendo in
-esso la voce di Palamede, pensò essere saggio consiglio il recarsi ad
-avvertirnelo di tutto, giovandogli per far ciò celatamente la fitta
-oscurità della notte. Seguendo tale idea, cheto cheto lasciò la sua
-cameretta; ed a passi leggieri venendo lungo il porticato, entrò nelle
-stanze in cui s’era ritirato il cavaliero.
-
-Palamede, che non respirava che pensieri d’amore e di gioia, fu
-preso da stupore nel vedersi apparire davanti l’aríolo a quell’ora;
-e s’accrebbe la sua sorpresa quando questi fatto cenno col dito che
-tacesse, accostatoglisi: «Con grave mia pena (disse a voce sommessa)
-son costretto a porvi in cuore una spina che parte vi distruggerà della
-contentezza recatavi dalla signora Ginevra. — Che mai avvenne? (chiese
-palpitando Palamede, cui si trasfuse subito in cuore l’agitazione
-che stava in volto ad Enzel, recandogli un’affannosa tema). — Nulla
-sinora di disastroso (rispose questo); ma discoprii una serpe che
-attende la letizia dei conviti per addentare una segnata vittima. Sì,
-ad alcuno di voi dee scorrere di certo per le vene il veleno: esso è
-già in pronto; domani a quest’ora potrebbe avervi colpito ed ucciso. —
-Che dici? (esclamò Palamede atterrito) è preparato per noi il veleno?
-Giovan Galeazzo mi avrà forse lasciato entrare in questo castello per
-togliere in una sol volta la vita a me, a Bernabò, a suoi figli?...
-Qual tradimento?» A questo pensiero trasportato da un impeto di furore,
-impugnata la spada: «M’indica, aríolo (gridò), chi deve eseguire sì
-infame comando: io gli passerò questo ferro dieci volte nel cuore.»
-Enzel all’infuriare del cavaliero fu preso da doppia paura: temeva che
-qualche persona avesse ad udire quegli accenti pronunciati con forza
-dal cavaliero, o che questi acciecato dall’ira volesse eseguire ciò che
-minacciava; il che riusciva per lui egualmente fatale.
-
-Adoperossi perciò con atti e parole ad acquetarlo; e paventando di
-non poterne frenare lo sdegno se palesava tutto ciò che aveva visto
-ed udito, determinò in sua mente che bastava a’ suoi fini l’aver
-posto Palamede in avvertenza, onde mirando a calmarlo, fingendo di
-ritrattarsi, ed addolcendo la voce: «Potrebbe essere (disse) che false
-immagini m’abbiano illuso, facendomi veder veleno là dove non eravi
-forse che un liquido innocente; ma comunque però sia la cosa, vivete
-tranquillo: io tengo disposta una bevanda che ingoiandone poche goccie
-al manifestarsi dei sintomi d’attossicamento ne distrugge affatto la
-forza. Se per disavventura si avverasse il mio sospetto, io non sarò
-mai lontano da voi: chiamatemi, e vi porgerò l’infallibile medicina.»
-
-Queste parole ritornarono più queto il cuore di Palamede. Egli mirò
-Enzel attentamente; e vedendone la faccia sconvolta e il guardo vagare
-incerto esprimendo interna paura, rammentossi che in quel castello
-avea esso corso altre volte pericolo della vita, e pensò che fossero
-le sue visioni mosse da panico terrore che il facesse delirare:
-onde così rapidamente come avea ricevuta la dolorosa impressione,
-accolse quella consolante idea, che la prima cancellava; ma sentendo
-nell’istesso tempo pietà dell’aríolo, che credeva trasognante,
-affabilmente gli prese una mano, e gli disse: «Ritorna al luogo del
-tuo riposo; chiudi pure con placidezza gli occhi al sonno, che io
-ho certezza di qui ritrovarmi frammezzo a uomini che non vorranno
-attentare alla nostra vita; ne tengo franchigia nei sensi stessi
-espressimi da Giovan Galeazzo. Va sicuro; e se funesti pensieri ti
-turbano la mente, pensa che domani deve essere per noi tutti un giorno
-d’allegrezza. — Un giorno d’allegrezza!... (esclamò l’aríolo con tuono
-mesto e solenne, crollando il capo) Lo voglia la Vergine e il glorioso
-Sant’Ambrogio!...» Indi serrando la mano a Palamede, e dandogli un
-ultimo espressivo sguardo, uscì da quelle stanze.
-
-Il cavaliero seguitollo sino al limitare del cortile. Ivi la densa
-oscurità che regnava l’arrestò; da cento diversi moti in seno agitato,
-fissò con terrore quelle imponenti tenebre. Appena il profilo delle
-mura distinguevasi dal cielo nero; la debole luce d’una lampada della
-chiesa che trapelava dalle vetriate, era il solo lume che si scorgesse:
-profondo dominava il silenzio, e non udivansi che i passi di Enzel
-che s’allontanava, e l’incessante romoreggiare dell’Adda a piè del
-castello.
-
-Una paura, un segreto palpito di spavento lo assalì; parvegli scorgere
-aggirarsi per l’aere oscuro ombre di morti, ed udire stridule infauste
-voci. Si ritrasse velocemente nella propria stanza: ivi si chiuse, e si
-piegò innanzi ad un sacro dipinto in fervorosa preghiera. Svanirono a
-poco a poco i suoi timori, e l’immagine di Ginevra possedendolo tutta
-sola, gli ritornò la gioia nell’anima. Allorchè però si fu coricato,
-pensando alle parole, al volto, agli ultimi accenti di Enzel, crudeli
-presentimenti lo invasero di nuovo e dolorosamente gli contristarono il
-cuore.
-
-Al sorgere del diciannove dicembre, giorno che seguì quello della
-venuta di Palamede al castello, Bernabò destossi da un lungo profondo
-sonno; e la prima fiata da che era in quelle mura sentissi scendere in
-petto un dolce conforto nel pensiero delle vicine nozze della propria
-figlia. Levatosi, si recò nella sala maggiore, e volle che tutti i
-suoi venissero a fargli corona: essi infatti colà si raccolsero, e con
-festosa ilarità molti beni da quel giorno si auguravano.
-
-Ginevra appariva oltre ogni dire bella e ispirante soavi sentimenti: le
-si scorgeva in fronte la contentezza, e i suoi azzurri occhi amorosi
-si volgevano pieni di contentezza; più ricche e leggiadre portava
-le vesti; le bionde chiome con maggior grazia inanellate, ed in più
-vaghe treccie sul capo ravvolte. Appressando la madre, attendeva con
-ansia Palamede; ed allorquando ivi giunse, da quel desiderato aspetto
-inebbriata, d’un roseo colore suffuse le guance, appalesò sul viso il
-tripudio del cuore.
-
-La notte fra le agitazioni trascorsa, e il malaugurato sospetto aveva
-fatto pallido il volto del cavaliero; ma al primo mirare la sua bella
-fidanzata, sparve dal suo spirito come sogno fugace ogni tristezza, e
-i suoi pensieri si fecero ridenti. Accolto con un amplesso da Bernabò,
-venne poscia ad imprimere, palpitando, sulla destra a Ginevra un bacio
-d’amore. Lodovico fraternamente abbracciollo; e fra l’espressione del
-reciproco affetto, rammentando la loro passata intimità, ridestarono
-mille dolci memorie di Milano e delle loro usate occupazioni, delle
-armi, de’ privati tornei e delle corse.
-
-Palamede tenendosi stretto al fianco il giovin figlio di Bernabò:
-«Ginevra (disse, mirandola con tenerezza), amaro sommamente riuscir dee
-al vostro cuore il disgiungervi da questi cari parenti, abbandonandoli
-entro le triste mura d’un castello; ma io ho la ferma speranza, e
-ciò sia per voi consolante pensiero, che venuti al cospetto di Giovan
-Galeazzo, potremo, colle nostre replicate istanze, cangiare in meglio
-la sorte loro.» A Ginevra per questi detti si bagnarono gli occhi di
-pianto, e delle braccia cingendo Donnina, ascondendole il volto in
-seno: «Madre mia (esclamò), se chi vi tiene qui rinchiusa non ha cuore
-di ferro, io tanto da lui e dal cielo invocherò colle lagrime e colla
-voce, che voi, e con voi questi altri tutti, verrete liberi nel mio
-soggiorno, ed allora potrò chiamarmi compiutamente felice. — Il mio
-destino (rispose affettuosamente Donnina additando Bernabò) dipende dal
-suo; sposa tu stessa, sentirai fra poco che ogni diletto di moglie sta
-nell’essere vicina e nel recar sollievo all’uomo cui si va congiunte.
-Per me il mondo più non possiede attrattive; qualunque dimora mi è
-egualmente cara, purchè io possa giovare a quello cui ho consacrata
-la mia vita. Iddio conosce se mi duole il lasciarti; ma dandoti ad
-un prode cavaliero che ti provò sì altamente l’amor suo, io m’affido
-in lui che ti avrà ogni tenera cura; e fatta madre de’ suoi figli,
-addoppierà per te la stima e l’affetto.»
-
-Palamede, a lei ed a Ginevra rivolto, giurò che morrebbe cento volte
-anzi che cessare un istante d’aver cara la sua sposa sovra ogni altro
-oggetto; ed espose di volerla tener sempre in quell’elevato grado a cui
-i di lei nobili natali l’avevano destinata.
-
-Bernabò da lunga pezza era rimasto in attitudine meditabonda; ma
-all’udire questi detti del cavaliero, parve risentirsi; e con certa
-lentezza di voce come di chi vaga col pensiero su lontane memorie, e
-con sguardo immobile affissato nelle immagini della propria fantasia.
-«L’altezza del grado (disse), le ricchezze e il potere sono forse i
-più tristi doni della fortuna. Io li possedetti per lunghi anni, or
-ne conosco il giusto prezzo. Che mi hanno essi recato di bene? Non mi
-sforzarono a mantenere sempre vive atroci guerre, a comandar punizioni,
-ed ohimè... a commettere chi sa quanti delitti? Fra il sangue versato
-e il terrore dei tradimenti non v’è calma, non v’è pace pel cuore.
-— I trionfi — le feste — l’oro profuso non giovano — no — a far paga
-l’inquietudine profonda che agita lo spirito e lo tormenta. Nei palagi,
-nei castelli, fra i cortigiani e le armi ebbi io mai tranquillità e
-contento? — O miei boschi di Marignano! Per le vostre ombre camminando
-solingo, io mi sentiva più sicuro che cinto da bastite e da spade —
-là scorrevano per me placide ore — quante volte fra l’alte piante,
-sui bei pendii del Lambro, guidando lento il destriero, mi sorprese
-la notte — allora — allora soltanto svaniva il peso che mi gravava il
-seno, nè temeva pugnali, nè agognava vendette. — Chi vi dava, o acque,
-nel vostro solitario corso un suono soave? — Chi porgeva un’armonia al
-vento della sera che agitava sul mio capo le frondi? — Io trovai nelle
-selve i diletti che non rinvenni più mai nelle mie corti. — E tu, o
-contadino, che mi fosti guida in una notte oscura ad uscir dal bosco,
-tu, la cui miseria ti toglieva il dividere il pane co’ tuoi figliuoli,
-non ti vid’io più lieto del dono di poche monete, di quello ch’io nol
-fossi stato giammai per le più grandi vittorie? Ancor mi rammento le
-tue parole: Tu mi chiedevi qualche cosa per amor di Dio, perchè avevano
-usurpati i tuoi campi. Ah! perchè non t’ho io dato le mie città, i
-miei tesori, e non ho cangiato i miei palazzi colla tua capanna! — Or
-qui non sarei... (ma abbandonando ad un tratto questo pensiero che
-gli chiamava sul volto la tristezza e lo sdegno, e cangiando corso
-all’immaginare, converso a Palamede, proseguì) — Io spero che il conte
-di Virtù non avrà estesa la sua mano rapace anche sui beni ch’io donai
-nei giorni della mia prosperità: se la cosa è così, tu avrai ventimila
-fiorini d’oro che io costituii in dote a Ginevra sul marchesato della
-Martesana, da me regalati a sua madre; quel danaro si trova ora in
-custodia di Rinaldo de Porri suo zio; da lui ti reca, ed egli te lo
-sborserà.»
-
-Palamede lo accertò che ancorchè il conte di Virtù avesse privato di
-quella dote Ginevra, il che non credeva fosse avvenuto, egli possedeva
-bastevoli mezzi per farla andar pari alle più doviziose dame di Milano.
-
-Era tra questi ragionamenti venuta l’ora del pranzo, e due paggi
-entrarono ad annunziare che la mensa stava disposta. Per ordine di
-Iacopo del Verme fu la tavola preparata in una delle più adorne sale,
-e fregiata cogli utensili più ricchi che ivi si ritrovassero. Smaltati
-a diversi colori vedeansi i vasi di cristallo che capivano i vini, i
-bicchieri avevano gli orli d’oro, d’argento erano i tondi, con vaghi
-contorni, e le saliere di belle forme stavano con simmetria sul desco
-disposte. In mezzo della mensa vedeasi entro gran piatto la testa d’un
-grosso cignale con arte rivestita degli irti peli, ed a cui risortivano
-dalla bocca candide le zanne; le facevano cerchio lepri, fagiani ed
-altro selvagiume.
-
-Tutti vi si assisero intorno: Bernabò stette a capo di essa, e gli
-si sedette d’appresso Palamede. La squisitezza dei vini ed i gustosi
-cibi posero da loro in bando ogni men lieto pensiero, e dettarono
-sollazzevoli motti.
-
-Dato termine al primo servito, mentre alcuni donzelli portavano le
-zuppiere colle minestre per gli altri commensali, un paggio s’avanzò
-recando sovra una sottocoppa d’oro una scodella coverta, e venne a
-deporla innanzi a Bernabò: conteneva essa fagiuoli, suoi favoriti
-legumi[16]. Scoperchiata la scodella, ne esalarono densi vapori:
-Bernabò si diede a ghiottamente mangiarli; ma allorchè n’ebbe la
-maggior parte consunti, arrestossi d’un colpo, e disse: «Qual infernale
-sapore m’ha offeso il palato! io non ho mai inghiottita più disgustosa
-vivanda; toglietemela davanti.» I servi obbedirono.
-
-Passò a tali parole un lampo funesto per la mente di Palamede, che
-impallidì; ma vedendo che Bernabò, accostatosi altro cibo, ne mangiava
-con cupidigia, nessuno sgomento dimostrando, ritornò tranquillo. Il
-pranzo lietamente procedea: molte vivande erano state successivamente
-recate, quando a Bernabò, che gettò da se lontano il cibo tralasciando
-tutto ad un tratto di mangiare, manifestossi in volto un eccessivo
-pallore; portò le mani al petto, come forzandosi di contenersi, ma
-involontariamente fece dolorosi contorcimenti.
-
-Tutti si alzarono sorpresi, e raccerchiarono chiedendo che avesse:
-tacque egli un istante ancora, ma poscia dovette palesare che sentivasi
-acuti dolori allo stomaco. Una mano gelata piombò sul cuore di
-Palamede: senz’altro dire abbandonò quella sala, e precipitoso corse a
-ricercare dell’aríolo. Frugò le stanze, i cortili, le stalle, per tutto
-il chiamò e richiamò, senza che quello mai gli rispondesse; ne chiese
-replicatamente agli uni, agli altri: tutti asserivano di non averlo in
-quel giorno veduto; affannato recossi presso la porta del parco; ivi
-addomandando un milite che incontrò, udì dirsi che Enzel era entrato
-sul far del giorno nel parco, ma che non s’era più veduto uscirne.
-Palamede entrò quivi rapido; e vedendo la neve da molte orme segnata,
-le seguì e giunse dove eravi uno spazio di terreno scoperto; ma quivi
-presso non stava alcuno, se non che vide di là cominciare una striscia
-di sangue, ch’egli seguendo atterrito, il condusse alla torre nera
-di Barbarossa, entro cui quella sanguigna traccia finiva, ma ivi pure
-non eravi persona vivente. Gridò forsennato, chiamando Enzel; ma non
-gli rispose che l’eco di quelle diroccate mura con un cupo rimbombo;
-ricalcò desolato quella via, rientrò nel cortile; e fatte invano nuove
-ricerche, risalì disperato nelle sale del principe prigioniero.
-
-Bernabò, cui s’erano aumentati dolorosi sintomi, tolto da quella sala,
-era stato portato sul proprio letto: ivi giaceva col viso squallido,
-le chiome scomposte, e rigettate dal seno le coltri, irrequieto si
-dibatteva anelando. Donnina, le figlie, frate Leonardo, dalla più
-grande costernazione compresi, s’adoperavano intorno a lui per recargli
-sollievo. I suoi dolori si facevano di momento in momento più acerbi;
-un calore abbruciante gli si sparse per le membra, e venne assalito da
-una ardentissima sete. Gli fu tosto recata fresca acqua, che avidamente
-bevette, e pel consiglio di Donnina prese tiepidi brodi. Ma poco stette
-che da fieri sussulti il suo petto sconvolto rigettò quelle bevande
-e parte dei cibi che aveva inghiottiti. Ciò parve giovargli, poichè
-dopo quel rigurgito d’alimenti i suoi dolori si alleviarono, il calore
-si fece meno ardente, e la sete si mitigò. Riconsolati a tal vista
-pendevano tutti dal suo aspetto colla speranza che avesse termine quel
-suo terribile sconvolgimento.
-
-Ma i dolori gli si ridestarono più forti, tutte corrodendogli le
-viscere; un’arsione feroce gli investì le carni, e la violenza del
-tormento portò alla sua anima una mania; gli si fece lo sguardo deliro,
-tentò rialzarsi; e rabbiosamente strappandosi i lini dal seno, mandava
-disperati lamenti; tremende visioni in quella demenza gli assalirono
-lo spirito; con ansia faticosa profonda, con voci aspre e tronche: «Tu
-(gridava) mi fai porre su queste brage.... e non vuoi perdonarmi?..
-Cessate... allontanate quei tizzoni... io sono Bernabò... Incatenate
-i cani; essi mi lacerano il corpo... Io solo ho fatto voi tutti
-tormentare ed uccidere, ma io era vostro signore, voi non mi avete
-obbedito... è troppo atroce la vostra vendetta... E tu, Matteo...
-fratello... non io... Galeazzo... Galeazzo ti ha dato il veleno. —
-Oh Dio!... quali pene!... i santi, la Vergine non mi ascolteranno?...
-Sarà così eternamente?...» Una sincope lo oppresse. Palamede, Donnina,
-le figlie, pallide, tremanti, lacerate da un’indicibile angoscia,
-credettero fosse morto; ma egli destossi dal breve letargo, e tramandò
-per le fauci un vomito nero. Un livido contorno gli si dipinse alle
-pupille, e un sudor freddo gli coprì le membra. Il delirio della mente
-cessò, volse intorno gli occhi incassati e semispenti, e fermògli sul
-Crocifisso che frate Leonardo gli teneva con una mano levato innanzi al
-volto.
-
-Appena il frate lo vide in tal attitudine: «Bernabò (disse
-pietosamente), a Questo, a Questo innalzate il pensiero, e sperate
-nella sua immensa misericordia, invocate pentito l’onnipossente sua
-destra, ed egli la stenderà su di voi, e vi darà forza di sostenere
-i patimenti che vi tormentano, onde vi aprano la via al celeste
-soggiorno, ergete l’anima al trono d’Iddio: questi brevi mali della
-carne possono valervi l’eterna salute; egli vi chiama per una difficile
-strada a compire la mortale carriera; voi benedite la mano del
-Signore.»
-
-Bernabò, le cui forze erano ormai estenuate, raccolte le braccia, e
-incrocicchiatele al petto, tenendo sempre fisso lo sguardo, bagnato
-di lagrime, nell’immagine di Cristo: «Mio sommo Dio (pronunciò), voi
-che non colpiste mai colla tremenda ira vostra un cuor contrito che vi
-si rivolse con umile preghiera, non isdegnate questi estremi accenti
-d’un misero peccatore affranto dalle pene. Perdonate a me i miei gravi
-e numerosi delitti, come io perdono a Giovan Galeazzo tutte le sue
-offese, e questa tormentosa morte, che ben m’accorgo che da lui mi
-viene; degnatevi, nel giudizio che mi attende, ricevere le preci de’
-miei santi protettori, ed accogliere il mio spirito nel vostro seno.»
-Indi dopo alcuni momenti di silenzio allungò la mano; e presa quella
-di Donnina, che stava a fianco al letto quasi tramortita d’affanno, e
-serrandogliela con quella potenza che gli rimaneva: «Perdona (disse),
-o la più diletta compagna de’ miei giorni, i molti mali che per
-me soffristi. Tu dividendo meco, volontaria, questo carcere, me lo
-rendesti meno grave: io non ho accenti per render grazie a te ed al
-Cielo che mi ti diede e mi accorda di morirti vicino.»
-
-Scorgendo poscia Palamede mirarlo lagrimante, e Ginevra per celare la
-propria desolazione coprire colle palme il volto: «Sembrommi (proseguì)
-che questo dì fosse sorto per me felicemente: io gioiva nel pensare
-ai vostri contenti; ma nel convito di nozze mi versarono in seno la
-morte. Ciò non vi sia infausto presagio. Io era la meta dell’odio
-degli uomini e dei celesti castighi; l’ultimo colpo fu scagliato: io
-scendo nella tomba. D’ora innanzi voi vivrete sicuri. Rammentatevi di
-pregarmi pace dal Signore: presso la pietra del mio sepolcro invocatelo
-per me con lunghe orazioni — ivi insegnate ai vostri figli il mio
-nome e le mie disgrazie — io — non posso — che benedirvi....» Tutti
-caddero genuflessi al suolo; ed egli, alzata la destra tremante, fe’
-il segno di croce. Proruppe uno scoppio di pianto e un sospirare invano
-represso.
-
-Bernabò tentò parlare ancora; ma la sua lingua e la bocca inaridite
-non emisero che rauchi suoni indistinti — Gli sopravvenne un mortale
-singhiozzo; crebbe l’ansia del petto — gli si manifestò un convulso
-palpitare delle fibre — gli occhi si intorbidarono — il singhiozzare
-addoppiò — stirò le membra gelate, le distese irrigidite — e spirò.
-
-Un raggio occidentale trapelando per rotte nubi, illuminava nel
-castello di Trezzo quella funerea scena.
-
-Dietro l’altare maggiore di San Giovanni in Conca sorgeva un mausoleo,
-sostenuto da sei colonne, sovra cui stava in bianco marmo scolpito un
-destriero di naturale grandezza, il quale recava sul dorso un cavaliero
-armato, che era l’effigie di Bernabò. In tale mausoleo, da lui stesso
-fatto innalzare, venne per ordine di Giovan Galeazzo deposto con
-magnifica pompa il suo cadavere, e celebratene in quella chiesa le
-solenni esequie con isfarzo regale.
-
-Lodovico fu condotto nel forte di San Colombano col fratello Rodolfo.
-
-Ginevra e Palamede seguirono Donnina, che si condusse con Damigella al
-suo castello della Martesana; ivi furono compite le nozze: nè essi più
-apparvero alla corte del Visconte.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Gl’Inglesi furono i primi ad introdurre in Italia verso la metà
-del secolo XIV l’uso di condurre la gente a cavallo per lancie. Ogni
-lancia era composta di tre uomini, cioè del caporale di lancia, che era
-un cavaliere armato in tutto punto d’armadura pesante; dello scudiere,
-con elmo, usbergo, gambiere, spada e coltello; e di un paggio o ragazzo
-armato alla leggiera. Sulle prime chiamavansi _barbute_ o _bandiere_,
-ma allora non constavano che del solo caporale e scudiere.
-
-[2] Vettura di que’ tempi.
-
-[3] Antica porta di Milano, che esisteva di prospetto all’attuale
-_Castello_, a que’ tempi chiamato Castello di Porta Giovia o Zobia.
-
-[4] Antica prigione presso la chiesa di San Galdino.
-
-[5] Ordine religioso di que’ tempi, frequente in Lombardia, e detto
-_Berrettano_ da una special foggia di berretto con cui que’ monaci si
-coprivano il capo.
-
-[6] Venticinque maggio 1385.
-
-[7] La fabbrica di veli e di drappi de’ Segazoni di Milano era a
-que’ tempi famosa, non solo in Lombardia, ma per tutta Europa, e
-specialmente ne erano ricerche le stoffe a maglia per le sopravvesti.
-
-[8] Gli aríoli erano i zingani di que’ tempi: così detti, perchè
-supponevasi avessero potere sull’aria.
-
-[9] Il morione era un elmo dei soldati gregarii.
-
-[10] Brache de’ poveri a larghe pieghe.
-
-[11] Alto monte del lago di Como.
-
-[12] Chiamavansi _pusterle_ le porte minori della città, che non
-sussistendo nelle antichissime mura, vennero nella loro nuova
-ricostruzione aperte per maggior comodità dei cittadini. Nominavasi
-Brera la pusterla che sussiste tuttora al Ponte Beatrice presso il
-palazzo di tal nome, già collegio de’ Gesuiti. Fu detta, _Brera_ dal
-latino vocabolo _Prædium_ (campo) corrotto in _Braida_ e _Brera_: gli
-si aggiungevano gli epiteti del _Guercio_ e d’_Argisio_, perchè tali
-si vuole fossero i nomi degli antichi possessori di quella Brera, ossia
-campo, dove fu aperta la pusterla.
-
-[13] Dicevasi di lei: _On donne le los à la gracieuse reine Isabelle de
-Bavière, d’avoir apporté en France les pompes et les gorgiasetez pour
-bien habiller superbement et gorgiasement les dames._
-
-[14] Il motto intero era così: _Le cavalier françois jouste contre tous
-venans en champ clos ou ouvert, fust de glaive de paix ou de guerre_.
-
-[15] Essi erano a Bernabò favorita vivanda. _Bernard. Corio._
-
-[16] Bernard. Corio.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CASTELLO DI TREZZO ***
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