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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Il castello di Trezzo - Novella storica - -Author: Giambattista Bazzoni - -Release Date: June 23, 2021 [eBook #65680] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at - http://www.pgdp.net (This file was produced from images made - available by the HathiTrust Digital Library) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CASTELLO DI TREZZO *** - - IL CASTELLO - DI TREZZO - - - NOVELLA STORICA - - DI - - GIAMBATTISTA BAZZONI. - - - - PARIGI. - BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA, - 9, RUE DU COQ, PRÈS LE LOUVRE. - 1838. - - - - - DALLA STAMPERIA DI CRAPELET, - 9, RUE DE VAUGIRARD. - - - - -IL CASTELLO DI TREZZO. - - - - -CAPITOLO I. - - E voi degli altri secoli feroci - Ed ispid’avi... co’ sanguinosi - Pugnali a lato, le campestri rocche - Voi godeste abitar, truci all’aspetto - E per gran baffi rigida la guancia - Consultando gli sgherri. - PARINI. - - -Nell’età di mezzo, età d’armi e di fanatismo, in cui rade volte i -principi s’avevano di mira il pubblico bene, l’Italia non offriva -quell’aspetto florido e ridente che attualmente presenta. Non vedevansi -allora comode ed ampie strade, non sodi ponti sui molti suoi fiumi e -torrenti, non villaggi ben costrutti e popolosi. Nell’alta Lombardia -specialmente a piè de’ colli e a dilungo de’ fiumi erano vaste foreste -e boschi antichissimi; il suolo in molte parti non appariva che nuda -brughiera o inculta landa; le strade erano torti viottoli, la maggior -parte ne’ dì piovosi impraticabili, ne’ villaggi stavano ammucchiati -gli abituri dei contadini, fabbricati parte di legno e parte di sassi e -creta, che mal valevano a proteggerli dalla intemperie delle stagioni. -Surgevano all’incontro pel contado castelli di massiccie mura, -cerchiati da profonda fossa e chiusi da porte ferrate: quivi o nobile, -o feudatario, o guerriero stava rinchiuso per esercitare prepotenze -sopra i vassalli, per tendere agguati a’ vicini, o per sottrarsi alle -pene meritatesi coi delitti e co’ tradimenti. Qua e là sparsi per le -borgate e la campagna erano conventi e certose, i di cui superiori od -abbati possedevano sovrani diritti. Le città presentavano l’aspetto -più di fortezze che si guatino minacciose, che d’asilo di pacifici -cittadini: l’una dell’altra inimiche, sempre tementi d’assalti, -andavano tutte cinte d’altissime mura; e si amava più tosto con -fossati e bastite di renderne l’avvicinamento difficile, di quello che -procurarle ingresso comodo ed ornato. - -Nè a que’ tempi era agevole attraversare le acque: i torrenti si -passavano a secco od a guado; e quanto ai fiumi, se ne togli i luoghi -più importanti per vie militari, ove gittavansi ponti, da per tutto il -passaggio si mostrava disastroso, e il più delle fiate impossibile. -E dove scorgi presentemente il maestoso ponte sull’Adda tra Canonica -e Vaprio, allora non t’abbattevi che in due altissime ripe, entro cui -quasi avvallate correvano le acque, inette a guadarsi. Surgevane pel -vero un altro, erettovi dal duca Bernabò Visconti, allorchè rialzò -dalle rovine il Castello di Trezzo; esso era guernito a due capi da -torri, ma non porgeva altro ingresso fuor che al castello: e però -niuno ardiva, anzi che passarlo, nè pure accostarvisi: chè chiunque -fosse stato trovato o su una strada, o sovra un ponte di Bernabò, era -crudelmente tormentato e quindi ucciso. - -Alla necessità de’ passaggeri s’era però provveduto presso Vaprio con -un porto costrutto rozzamente, come quella età comportava. Appena si -usciva di Canonica, scontravasi un sentiero che, passando tra ciottoli -ed arene, attraversava qua e là i rigagnoli del Brembo (il quale -scende dalle valli bergamasche per iscaricarsi nell’Adda), e dopo breve -tratto di cammino, mettea capo a quel fiume in sito ove partitosi in -due rami presentava nel di lui seno un’isoletta. Quivi la fiumana, -men rigogliosa d’acque pei non ricevuti torrenti e per la partizione -sofferta, dava facile adito al porto, il quale constava di due zattere -locate agli opposti lati dell’isola ed aventi nella parte di mezzo un -grosso palo, alla cui cima correva una fune infissa alle due bande del -fiume. La prima di queste recava il passeggiero dalla sponda sinistra -dell’Adda persino all’isola; la seconda dall’isola al destro lido; e -qui si arrampicava novellamente un viottolo che adduceva alla via detta -del bosco, tra Vaprio e Concesa. - -Quest’isola era chiamata la Ca di Mandellone, perchè abitata da Nicola -di Mandello, che per esser pingue appellavasi _Mandellone_; ed era -uomo sollazzevole e di gaio aspetto, non che fino amatore del danaro. -Guidava egli le zattere, e s’era per ciò edificata in mezzo all’isola -una casuccia ove dimorava con sua figlia ed un famiglio; vendeva anche -vino e cibi a’ viandanti, i quali astretti a passare di là, vi si -fermavano volentieri, adescati da sue lusinghe a vuotarne un bicchiere. - -La casa di Mandellone sorgeva in luogo un po’ elevato: un praticello -ombreggiato da alte piante vi si stendea di prospetto, ed offriva qua -e là de’ sedili foggiati coi tronchi d’albero, e qualche tavola per -gli avventori. Circuiva il prato un orticello che forniva i legumi per -la cucina, e quivi mettean capo le due stradicciuole che si volgeano -tra le piante ver gli opposti lidi dell’Adda. Allorchè l’albergatore -udiva la chiamata di chi volea passar l’acque (ed era un grido od un -fischio), soleva affacciarsi ad una finestretta per dove scorgeva i -passeggeri senz’essere veduto: e se era tempo o persona opportuna, -si muoveva a passarla, altramente fingeva di non udirla. Imperocchè -capitando alla Ca di Mandellone ogni maniera di gente, siccome -gabellieri, contrabbandieri, ladri, sgherri, venturieri, donne, frati, -pellegrini, e simil fatta di persone, l’accorto nocchiero-albergatore -evitava succedessero in sua casa incontri che valessero a porne a -repentaglio la sicurezza, o cagionare disgusti agli avventori: e da che -un _non vi ho inteso_ per sua parte, qualche rimbrotto dal canto di chi -non veniva passato, accomodavano ogni faccenda, in tal guisa adoperava -il brav’uomo, che tutti gli restavano amici. - -Volgeva l’anno 1385, ed era il venticinque maggio, giorno di giovedì, -allorquando un’ora avanti al cader del sole Mandellone, che quetamente -si stava nel suo casolare, udì dalla riva del bosco di Concesa -partirsi un acutissimo fischio a cui varii altri si succedettero a -brevi intervalli. Spiò a prima giunta dal fenestruolo, e tosto corse a -staccare le zattere per levare un passeggero che lo pressava a gesti -dalla sponda, e volgevasi ogni tratto a guardarsi alle spalle. Era -costui un uomo a trent’anni, alto della persona, di fieri lineamenti -forte adusti dal sole; sotto le larghe alaccie di un logoro cappello -colla testiera a cono muoveva due occhi vivi ed agitati: aveva il -mento coperto da folti peli nerissimi. Il suo vestire constava d’un -rozzo giubbone di lana scura e di due ampie brache; le sue gambe erano -nude, tranne i piedi calzati in grosse scarpe acuminate; teneva tra -le mani uno stocco irrugginito, la di cui punta luccicava tuttavia; -e due pugnali stavangli infissi ai fianchi entro larga coreggia di -cuoio, «Per Sant’ Afra! (egli gridò) che ti possa affogare; sei più -lento di una lumaca a muovere quelle tue quattro tavole mal connesse. -— Vengo, vengo; non t’arrabbiare, Tencio (rispose Mandellone): aspetta -che mi ti accosti.» Ma fu indarno, perchè Tencio spiccò un salto; e -sebbene arrischiasse di capovolgere la zattera, datosi tosto a tirarne -la corda a tutta possa, la fece retrocedere velocemente. Appena -giunti all’isola, cacciossi fra le piante. Costui era un fuoruscito, -il quale si aggirava per que’ dintorni con due suoi compagni a fine -di svaligiare i viandanti; e pel suo viso abbronzato s’avea avuto il -soprannome di Tencio. Raccontò desso a Mandellone d’aver veduto uno -stuolo d’uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali s’avviavano dalla -strada di Vaprio verso Concesa: per lo che avea divisato di porsi -prestamente in salvo. «Crederesti (gli disse Mandellone) che debbasi -muovere un’armata per prender te, o il Carbonaio, o il Brescianino? -Sarà Bernabò che si recherà colla sua corte al Castello di Trezzo. — -E sia chi diavolo si voglia (rispose Tencio); se ci trovassero, pensi -tu che ristarebbero dal porre le nostre teste in una gabbia di ferro -sovra qualche albero ad uso di lanterna per la strada maestra? — Eh -sì certo, che non faresti gran lume! (soggiunse Mandellone).» Mentre -muovevano simiglianti discorsi, videro alla sommità della sponda donde -era calato il Tencio alzarsi fra le piante un polverìo, ed udirono un -calpestío di cavalli e un rumore di ruote, senza però scorgere persona: -chè i folti rami degli alberi glielo impedivano. Quel calpestìo -allontanandosi svanì del tutto; e Tencio e Mandellone si ritrassero in -casa, persuasi essere quegli il principe che si recava a villeggiare al -suo castello. Trascorsi pochi istanti si udirono novelli fischi dalla -stessa sponda; Mandellone guardò, e conobbe essere i due compagni del -Tencio: sicchè temendo del lasciar solo in casa quell’uccellaccio da -preda, sia a riguardo di sua figlia Maria, sia a riguardo delle botti, -si diè a chiamar Trado il famiglio perchè lì passasse. Giunti i due -compagni, strinsero a Tencio la mano, e gridarono festanti: «Novità, -grandi novità: evviva Galeazzo! Quel can di Bernabò vien condotto fra -soldati al Castello di Trezzo a guisa di un assassino.» Tutti fecero -le maraviglie; e il Carbonaio e il Brescianino proseguirono la rozza -narrazione del fatto interrotta di quando in quando da contumelie -indiritte a Bernabò: quel racconto non era che una fedele sposizione di -quanto avevano veduto essi medesimi, mentre si stavano celati nel bosco -che correva a’ fianchi della strada. - -«Dinanzi a tutti venivano (dissero essi) due lancie[1] ed ogni caporale -di lancia aveva il roncone in resta, ed abbassata sul volto la celata: -indi sur un cavallo fulvo si avanzava il capitano della compagnia, che -distinguevasi per le alte piume del suo cimiero e per la bella armatura -damascata. Dietro a costui erano altre quattro lancie; e poscia -circuito da due alabardieri, uno de quali teneva le redini della mula, -veniva Bernabò coverto d’un abito cremisino, col solito suo cappuccio -in testa; ma non gli vedemmo spada, nè bacchetta: teneva le braccia -incrocicchiate al seno, e il capo piegato, quasi dicesse orazioni. -Alle terga gli stava sovr’altra mula un frate che aveva un largo -cappello da eremita; ravvolgevasi in veste bigia, gli calava sul petto -una lunga barba bianca, e nelle mani recava un grosso libro. Venivano -quindi altre lancie e quattro alabardieri a cavallo che tenevano -in mezzo due giovani, l’uno vestito di velluto azzurro, l’altro di -rosso, entrambi incatenati: poscia seguivano altri soldati; e a coda -di questi una paraveréda[2] tirata da quattro mule con uomini a piedi -che le guidavano; e pareva racchiudere donne. Altre lancie chiudevano -la comitiva.» Aggiunsero essere certi che questa dovette prendere la -strada di Vaprio, quantunque più lunga per giungere a Trezzo, perchè -la sola da cui potesse passare la paraveréda. E posero fine a sì fatta -narrazione collo esporre la novella, raccolta da uno del paese, che -il maestro delle gabelle e il daziere del transito di Vaprio venivano -richiamati, e se ne mandavano due altri i quali tenevano aspetti meno -burberi, onde giovava sperare che le loro faccende coi contrabbandieri -del Bergamasco sarebbero andate a maraviglia. - -Terminato il racconto, tutti fecero gli evviva a Giovan Galeazzo: -imperciocchè erasi divulgata una voce in que’ giorni che a cagione del -Conte di Virtù (così Galeazzo chiamavasi) fossero accaduti a Milano -importanti avvenimenti. Ma a quei tempi le notizie si propagavano -con tanta difficoltà e lentezza, che non si potevano conoscere che -tardi i particolari del fatto. Arguivano però che la prigionia di -Bernabò essere dovesse opera del di lui nipote Giovan Galeazzo: e -quindi a questi, siccome spogliatore del potere d’un principe che -per le sue crudeltà era abborrito da tutti, portarono unanimi le loro -acclamazioni. - -Mandellone rivóltosi allora alla brigata, disse: «In segno d’allegria -vo’ imbandirvi uno squisito banchetto; e cápiti chi può a far da spia, -saprò ben tenere la lingua in bocca.» Così dicendo s’avviò vèr l’orto, -diè mano ad una zappa, scavò la terra a piè di un albero e ne trasse -due lepri non che un pezzo di cinghiale, da lui fatti uccidere nei -boschi dell’Adda. Erano vivande queste che di consueto gelosamente -celava per poi farne parte a’ più fidati amici; imperò che sotto -Bernabò l’uccidere una lepre od un cinghiale delle sue caccie era -cotale misfatto da averne strappata la lingua, o peggio ancora. - -I tre masnadieri, riposte da un canto le armi, si adoperarono allo -scorticare le lepri, raunarono legna in mezzo al prato, infilarono -le cacciagioni sur uno spiedo, che era l’arma del Brescianino; ed -appoggiatolo a due bastoni forcuti, se ne servirono da girarrosto. -Maria intanto recava due ampii vasi del vino brianzesco più eccellente, -giacchè l’accorto Mandellone soleva esser cortese con quei ladri che -non isminuzzavano le lire di terzoli, ma davano generosamente fiorini -d’oro, senza mai chiederne il resto. Alloraquando le lepri si furono -cotte, sdraiaronsi sull’erba sotto gli alberi; e dopo avere invocato -la protezione della Vergine, si posero a mangiar festosamente, ed a -trar lunghe golate dai vasi a salute del Conte di Virtù e ad ignominia -di Bernabò, mescendo però saviamente agli augurii le invocazioni del -passaggio di ricchi viandanti, onde cavarne buono scotto. - -Compivano appena il loro pasto, quando udissi risuonare in voce nasale, -sulla medesima sponda destra del fiume, un _Deo gratias_. Si volsero -presti, e videro all’estremo del sentiere che scendeva dall’erta -un frate in aspettazione della zattera. Mandellone avvertì i suoi -commensali che avrebbe mandato a passarlo, perocchè non era quegli -persona da cagionar loro timore di sorta. E pel vero non sarebbonsi per -lui scostati d’un passo, siccome fecero tosto, se scorto non avessero -dall’altra banda venire da Canonica per le arene del Brembo alla volta -dell’Adda due uomini a cavallo preceduti da un contadino. Presero essi -le loro armi, calarono sulle fronti il cappello, e ripararono da un -lato dell’isola dietro un gruppo di piante. L’ombra gittata dall’alta -sponda a ponente del fiume spandeva sulle acque e sull’isola una -sufficiente oscurità per toglierli facilmente all’altrui vista, giacchè -i raggi del sole già vicino al tramonto si riflettevano appena sui rami -più elevati degli alberi. - -Intanto il frate, che aveva attraversato il fiume sulla zattera, -s’avviava pel sentieruolo dell’isola inverso il prato. Sebbene le -scorrevoli acque dell’Adda mantenessero quivi una grata frescura, pure -il calore della stagione e il sereno dell’aere erano tali da invitare -allo starsi a testa scoperta: ciò nulla meno quel monaco portava sul -capo il suo pesante cappuccio, e lo teneva abbassato sin quasi sugli -occhi. La grossa veste di lana a colore ulivigno che gli scendea -sino ai piedi, sembrava chiusa superiormente ed avviluppata intorno -al mento: per lo che non appariva del di lui viso altro che un naso -adunco, due occhi neri, e alcuni peli rossastri che gli ombravano -le guancie. Era uomo costui d’alta statura, di portamento franco -ed altiero, ben diverso da quello che convenivasi ed un religioso -mendicante: teneva ambe le mani insaccate nelle larghe maniche, e -procedea lentamente. Giunto innanzi alla casa di Mandellone, porse a -Trado una picciola moneta; e gli dimandò se nel primo paese, varcato il -fiume, si trovassero conventi. Trado rispose che no: e il frate, girato -uno sguardo intorno, chiesegli se avrebbe quivi potuto passar la notte: -il famiglio soggiunse, attendesse il padrone: che se quegli assentiva, -avrebbero cercato di ricoverarlo alla meglio nella loro povera casetta. -Il frate chinò il capo, e andò ad assidersi sovra un sasso locato alla -porta dell’abituro. - -Mandellone, a cui il ricco vestire de’ due viandanti che venivano a -dilungo del Brembo avea fermato il pensiere, lasciò si ritraessero -gli amici, corse alla zattera, e addottala all’altro lido, quivi fe’ -alto onde riceverli. Accostatiglisi i passeggeri, scesero dalle loro -cavalcature, e vennero a due riprese passati: il villico che avea loro -servito di guida, ebbe la mercede, e fu rimandato. Il primo de’ due -stranieri che s’avea valicato le acque, era un giovane di bellissime -forme, snelle insieme e robuste: il di lui viso andava altiero per -maschie tinte, e ne’ lineamenti sentiva altamente di un far nobile ed -espressivo. Sebbene atteggiasse lo sguardo imperiosamente, pure le sue -pupille apparivano sede di sentimenti dolci ed appassionati; il suo -capo era coperto da uno scuro berretto adornato da due candide piume; -e sotto questo cadevagli sugli omeri nerissima capellatura foggiata a -leggiadre anella. Il collo mostravasi nudo; e l’abito color ranciato -non gli scendea che al ginocchio, mentre lo difendeva internamente una -fina corazza d’acciaio; ne’ fianchi lo cingea larga cintura di pelle, -rafferma all’avanti da aurato fermaglio; ed a tracollo portava una -ciarpa azzurra, a cui s’appendeva la spada di ricca impugnatura. Egli -conduceva a mano un bianchissimo destriero, il cui arcione e le briglie -erano fornite di ricami e dorature. Quegli che lo seguiva, mostravasi -abbigliato quasi alla stessa foggia, benchè meno riccamente; e il di -lui cavallo portava in groppa un grosso involto, lo che dava indizio -dell’essergli scudiere. - -Quando pervennero all’abituro di Mandellone, questi disse loro se -amavano ristorarsi: ed iva loro esagerando la lunghezza e l’andar -malagevole del cammino di Vaprio. Gli stranieri fiaccati dal caldo, -colle fauci esauste dalla polvere della strada, sedotti d’altronde -dalla freschezza e amenità del luogo, assentirono al prendere un po’ di -posa, ed ordinarono a Mandellone di recar loro un vaso di vino. Chiamò -questi la figlia Maria, chiamò il famiglio, e li pressò a ben servire -quei signori. Egli intanto si diè cura di acconciare con eleganza sur -un gran piatto di rame i rimasugli del suo pasto coi ladri, e venne -a presentarglielo siccome vivanda degna d’eccellente convitto. Sulla -rozza tavola ov’egli depose il piatto delle lepri, aveano di già -Trado e Maria arrecato i vasi del vino, il pane e gli altri utensili -della mensa. Lo scudiere non fu tardo a gittarsi su que’ cibi come -avoltoio, e trangugiarseli a grossi bocconi. Il cavaliere all’incontro -bevette alcuni sorsi di vino, quindi s’adagiò sur un tronco d’albero, -e volgendo gli occhi tra quelle piante, assunse in viso una tinta di -soave malinconia: chinò il capo, appoggiandolo al palmo della mano, e -parve assorto in profonda meditazione. - -Il frate, che all’arrivo di que’ due forestieri s’era precipitosamente -ritirato dietro le piante, sostò fra quelle a guatarli per alcun -tempo, esternando tratto tratto atti di stupore. Avanzossi di -queto verso di loro; e avvicinatosi, inchinò umilmente la testa; e -portandosi le braccia al petto, disse: «Dio vi salvi, o fratelli.» -Lo scudiere gli porse uno sguardo di dispetto, quasi credesse costui -uom venuto a dividere le sue provvigioni: ma il cavaliere al suono -di quella voce alzò lo sguardo; e miratolo fisamente per qualche -istante, levossi in piedi siccome chi è côlto da maraviglia. Il -frate gli andò dappresso con circospezione, e preselo per mano, seco -il condusse lungo il sentiero a man ritta: quivi, dopo aver data -un’occhiata d’intorno, trasse subitamente indietro il cappuccio, e -scoverse un’altiera testa ricinta da rossi capegli. Attonito a quella -vista il cavaliere, esclamò: «Come, Aldobrado, tu qui?» Ma l’altro -ricopertosi immediatamente, portò il dito alla bocca accennandogli di -tacere. Indi accostatoglisi all’orecchio, con voce bassa e interrotta -gli disse: «Voi non sapete, Palamede, quali terribili avvenimenti -siano accaduti in Milano da venti giorni? Bernabò, i suoi figli, -la signora Donnina de’ Porri, Ginevra (a questo nome il cavaliere -impallidì) furono imprigionati, e quest’oggi stesso vennero condotti -al castello di Trezzo.» Il cavaliere sbigottì a sì fatta novella, ed -eccitò Aldobrado a narrargli come si fossero queste venture accadute. -Ritornarono a questo fine nel prato, ove Palamede per allontanare lo -scudiere intimògli andasse ad abbeverare i cavalli nel fiume: indi, -seduti a fianco l’un l’altro, Aldobrado gli fece minuto racconto -dell’imprigionamento del vecchio Principe. - -Narrò egli siccome Giovan Galeazzo, nipote di Bernabò, il quale sino -a que’ giorni portava soltanto il titolo di conte di Virtù, e che -tenea sede in Pavia, vivendo vita tranquilla, e servando fama d’uom -bacchettone e dappoco, si fosse partito dal suo castello il giorno -sei di maggio, spargendo voce di volere pellegrinare per divozione -al Santuario della Vergine del Monte sopra Varese. A mal disegno però -s’aveva menato con sè più di quattrocento uomini armati. Giunto alla -distanza di due miglia da Milano, eranglisi mossi incontro fuori di -Porta Ticinese i signori Rodolfo e Ludovico, figliuoli maggiori di -Bernabò, i quali vennero da lui accolti con atti di cortesia: poscia -arrivato alle mura della città, non entrò già per Porta Ticinese, ma -girando a mancina lungo il fossato s’incamminò verso il Castello di -Porta Giovia[3]. Pervenuto appena alla _pusterla_ di Sant’Ambrogio, -s’abbattè presso le mura di quello spedale in Bernabò, il quale -cavalcando una mula traeva innanzi con pochi de’ suoi, onde riceverlo. -Giovan Galeazzo, fattoglisi vicino con ilare aspetto, diè di subito -un segnale: e Giacomo del Verme, il quale capitanava le lancie di -Galeazzo, fu il primo a por le mani addosso a Bernabò, e gridare -ch’egli era prigioniero. Ottone da Mandello gli tolse dalle mani -le briglie e la bacchetta; e recidendogli il pendon della spada, lo -disarmò: il che fu pure eseguito verso gli altri cortigiani e verso i -figliuoli del principe. Fatti in tal guisa prigioni, vennero trascinati -al castello di Porta Giovia, e chiusivi nella torre con buon numero -di guardie. Poscia Giovan Galeazzo entrò co’ suoi militi in Milano; e -sparsasi novella dell’accaduto, trasse a lui tutto il popolo gridando: -_Viva il conte di Virtù: muoiano le colte e le gabelle_. Galeazzo -venne riconosciuto per signore; e si piacque permettere alla plebe il -saccheggio dei palazzi di Bernabò e de’ suoi figli: sicchè in breve vi -andarono a ruba tutti gli argenti, le gioie, i denari e ricchissimi -arredi; indi si posero a sacco gli uffizi de’ dazi e delle gabelle, -e se ne arsero i libri. Il principe e la di lui famiglia stettero -rinchiusi nel castello di Milano sino al giorno venticinque, in cui -di buon mattino vennero spediti sotto scorta armata, condotta da -Gasparo Visconti, acerbo inimico di Bernabò, al Castello di Trezzo. Co’ -prigioni erano il padre Leonardo degli Eremiti di Sant’Ambrogio _ad -nemus_, Donnina de’ Porri, di cui conoscevasi il generoso carattere, -e che s’aveva ottenuto licenza da Galeazzo di poter seguitare Bernabò -nel luogo della di lui reclusione, unitamente alle sue figlie Ginevra e -Damigella, le quali colla vecchia Geltrude, chiuse in una paraveréda, -doveano cogli illustri prigionieri essere già entrate in castello. -«Io (proseguì Aldobrado), che voi ben sapete di quale amicizia fossi -legato a Bernabò, paventando l’ira di Galeazzo, e assai più del popolo, -che nel bollore della rivolta uccise Baldizone e il Malaspina, stetti -celato sino a questo istante da mia sorella Lucia, sperando che la -plebe, o le milizie fossero per volgersi novellamente a nostro favore. -Ma allorchè mi fu narrato che tutti i cittadini di Milano avevano -acclamato signore Giovan Galeazzo, ed il vecchio Bernabò doveva venire -tradotto dal castello di Porta Giovia al forte di Trezzo, divisai -di recarmi a salvamento. Questa istessa mattina fuggii col nome e -gli abiti di mio fratello Bernardo cappuccino, col pensiero di farmi -soldato da ventura, e pormi a servigio o dei signori della Scala, o dei -Veneti; oppure congiungermi a’ Ghibellini di Toscana, che ben sapete -quanto amino Bernabò. Così mi sarà dato tentare di muovere qualche -potente soccorso a vantaggio del mio antico signore.» - -Palamede, a cui avean trafitto l’animo le narrazioni di quel funesto -successo, prese la mano d’Aldobrado e gli disse: «Sa la Vergine Santa -se io non retrovolgerei con tutta la brama il mio cavallo per teco -ritentare la sorte dell’armi a fine di trarre Bernabò dalla prigionia -ove l’ha gittato il tradimento; ma ripartirmi senza vedere dopo due -anni di dura assenza le torri e le mura della mia Milano, riedere senza -fisarmi in Ginevra, senza parlarle, non posso. Io ho abbandonate le -più belle speranze di gloria e di potere che mi si apparecchiavano da’ -Veneziani, per ritornare a lei. Non sarà un mese che la laguna e S. -Marco risuonarono d’applausi tributati al mio valore: ma tutto feci -per lei. Ella mi cinse la spada: e allora giurai per lei stessa e per -Sant’Ambrogio di deporla dopo due anni coperta di gloria a’ suoi piedi. -Ned io posso mancare al giuramento: nè fia che alzi lancia o spada in -guerra, se prima non ho veduta Ginevra.» - -Aldobrado, sebbene della nobile stirpe de’ Manfredi, aveva costumi -da sgherro anzi che da amico intimo d’un Principe (se pure Bernabò -ebbe intimi amici): laonde era troppo estranio ai sentimenti d’amore -e d’onore cavalleresco per concepire nella loro forza le parole di -Palamede; e ritornando alle abituali sue idee di crudeltà, proruppe -con ironico sogghigno a così dire: «Voi penderete appiccato senz’occhi -dal più alto merlo delle torri di Trezzo prima di satisfare al vostro -giuramento. Ginevra è chiusa fra impenetrabili mura; e a cento passi -del castello sta indubitatamente la morte. Nè vale bravura: ch’io ben -mi so quali soldati abbiano scelto per far quivi la guardia. Rimontate -a cavallo, date a me quello dello scudier vostro, e andiamocene a -Verona. — No (rispose l’altro), se mi dovessero gittare nel forno -di Monza. — Ma come credete riuscire nella vostra pazza impresa? — -Me ne andrò da Galeazzo, invocherò da lui di vedere Ginevra, e meco -menarla sposa in altre regioni. Quali timori potrà destargli, quali -sospetti una giovinetta timida, innocente, la di cui forza sta nella -bellezza, e la di cui sola ambizione sarà la gloria del proprio sposo! -Oh certo egli saprà accordarla alle mie preci. — Lasciatevi scorgere -entro le porte di Milano (disse l’altro freddamente), e vorrei essere -arruotato vivo se voi non marcite nella Malastalla[4].» Palamede cadde -a queste parole in seria meditazione, interrotta a quando a quando -da profondi sospiri. Aldobrado si alzò, fisò un momento lo sguardo -sovra di lui: indi, movendo l’occhio irrequieto, e concentrandosi -in riflessioni, fece qualche moto colle braccia, come se gli si -allacciassero dispiacevoli idee; indi a lui vòlto: «Ebbene (disse) -giacchè volete assolutamente veder Ginevra, io ne conosco il mezzo, ma -è ardito e terribile. — Spiégati (disse l’altro con ansietà, sorgendo -da’ gravi pensieri in cui tutto erasi immerso): dovessi affrontare -un’armata (e portò la mano alla spada), io non tremo. — Sappiate -(proseguì Aldobrado) che ho veduto, saranno tre lustri, a ricostruire -ed ampliare il Castello di Trezzo, e ne conosco le fondamenta più -che il palmo della mia mano. Allora io vidi scoprirsi, e qualche -volta dappoi (e sì dicendo espresse col volto un atto involontario di -ribrezzo) io mi trovai per ordine di Bernabò in un sotterraneo che ha -l’uscita in fondo agli scogli dell’Adda, e l’ingresso in un sepolcro -della cappella dei morti della chiesa del castello: se voi trovate il -modo di avvertire Ginevra, perchè vi si rechi, e se avete coraggio di -penetrarvi, potrete seco voi condurla, senza aver d’uopo d’invocare -concessioni da Galeazzo.» Un lampo di gioia brillò a questi accenti -sul viso di Palamede, abbracciò Aldobrado: «Eh ch’io possa (esclamò) -vederla, parlarle, premere la sua mano sulle mie labbra, e saprò -sostenere animoso tutte quelle venture di disagio e di perigli che -al cielo piacesse prefiggermi. — Ma vi avverto (Aldobrado continuò) -che l’impresa è scabrosa; ch’io v’addito i luoghi, nè vo’ seguitarvi: -d’altronde saranno indispensabili due uomini molto pratici di questi -dintorni, e sperti vogatori, onde guidare e tener ritta una barca sulla -corrente dell’Adda. — Quanto al pericolo, io so sprezzarlo; ma dove -(disse Palamede, disanimandosi), dove rinvenire due fidi ed intrepidi -rematori che vogliano meco dividere sì grave rischio?» Aldobrado -ristè a queste parole alcun tempo sopra pensiero; poscia disse: «Avete -dell’oro? — Non me ne manca. — Ciò basta, venite meco.» E in così dire -s’avviarono verso la casa di Mandellone. - -Il giorno in tanto era sparito del tutto, e già vedevansi da mezzo i -rami delle piante luccicare le stelle. Lo scudiere di Palamede, dopo -avere abbeverati i cavalli, scorto il suo signore in istretto colloquio -col frate, avea levato i freni, e lasciate ire le bestie pel prato -pascolando: e’ si stava intanto sulla porta della casa a ragionare -con Maria, a cui le sue belle vesti ed i modi meno aspri di que’ di -Tencio e di Trado aveano cagionato un’assai aggradevole sensazione. -Palamede entrando in casa disse allo scudiere d’aver cura de’ cavalli, -e di levar loro anco gli arcioni, poichè avrebbero passata la notte -nell’isola. Quest’annunzio riuscì graditissimo allo scudiero ed alla -figlia di Mandellone; la quale facendogli lume con facella di rami -accesa, mentre esso stava spogliando i cavalli, tutta si ringalluzzava -alle graziose parole con che l’andava tratto tratto vezzeggiando. - -Aldobrado e Palamede entrarono allora in una stanza le di cui pareti -erano formate di grosse travi insieme connesse ed appoggiate ad -alberi vivi, de’ quali apparivano le ruvide scorze; ed era addobbata -con pochi arnesi di cucina e qualche attrezzo da barca. Sedettero -entrambi all’intorno d’una tavolaccia su cui ardeva un lume in vase -d’olio: Aldobrado diessi a chiamar Mandellone. Questi non attendeva -che d’essere domandato per sapere se essi intendevano fermarsi quella -notte da lui; e nel caso contrario, già s’avea preparato una lunga -narrazione dei pericoli che avrebbero incontrato, se fossero partiti -a quell’ora. «Senti (gli disse il finto frate, vibrandogli un’occhiata -minacciosa e indagatrice, mettendosi nello stesso istante colla persona -fra l’oste e la porta): io ti conosco da lungo tempo. Tu devi aver -degli amici che sarebbero da molt’anni appiccati, se non sapessero ben -maneggiare una barca e nuotar come pesci, allorchè hanno gli uomini -d’arme alle calcagna: io m’ho bisogno di loro.» Mandellone impallidì -a queste parole pronunziate con tanta asseveranza, e volea protestare -contro sì fatta asserzione. «Padre (diss’egli in atto umile), io non -vi ho mai veduto... — T’ho veduto io più volte, e ti basti. Pensa per -domani prima del partir nostro, che sarà all’alba, a far sì che si -trovino in quest’isola due uomini i quali sappiano ben trar di remi -e di stocco: e saravvi dell’oro per essi e per te; altrimenti (e cavò -dalla larga manica uno stile a tre punte) prima di mezzogiorno te ne -andrai all’inferno. — Se così vogliono (rispose tremando Mandellone), -potrei farli venire sull’istante. — Tanto meglio (riprese Aldobrado); -e lasciò che Mandellone uscisse dalla camera. «Sono varii anni -(proseguì con Palamede) ch’io conosco quest’isola; e se Bernabò ora -non fosse prigioniero, dovea questo grosso bue di Mandellone, al primo -villeggiare di quel principe, dileguare sull’eculeo, come le lepri -ch’egli va rubando e mettendo allo spiedo.» - -S’intese in questo mentre un fischio, e dopo breve intervallo diverse -pedate le quali s’avvicinavano alla casa. Palamede e Aldobrado -furono presi dalla tema di essere traditi, perchè un momento prima -l’isola era loro sembrata perfettamente deserta: per il che al vedere -spalancarsi la porta, e presentarsi tre figuraccie da sgherri, che -il chiarore fosco e giallastro del lume rendeva ancor più terribili, -Palamede rizzossi in piedi, e portò la mano alla spada; e Aldobrado -si trasse dietro alla tavola, mirando a un grosso palo di ferro che -stava appoggiato alle pareti. «Sono gli amici (gridò Mandellone al di -fuori);» e Tencio, che s’era avanzato pel primo, fermandosi a certa -distanza, e levandosi il cappello in atto di rispetto, rassecurò -l’animo loro: onde Aldobrado rimessa sul volto l’espressione della -fierezza e del comando, fattosi avanti disse: «Dovete giurare su -questo crocifisso (e ne trasse uno di legno dall’abito) che voi non ci -tradirete, nè paleserete ad alcuno quanto vi diremo, e comanderemvi di -fare.» E que’ tre posero la mano sul crocifisso, e giurarono: poichè -sebben gente da masnada e ferocissima, pure era tale in quella età -il fascino della superstizione mista alla più crassa ignoranza, che -si giurava di commettere i delitti, si commettevano per adempiere al -giuramento. Aldobrado continuò dicendo che prometteva dieci fiorini -d’oro per ciascuno, purchè trovassero una posizione sicura, daddove -l’un di essi stesse ad attendere l’avviso per muovere un battello in -certo punto dell’Adda superiormente a Trezzo, in cui sarebbevi entrato -egli medesimo con quel cavaliere: e di quivi avessero ad ubbidirli -ciecamente, e condurli colla maggior diligenza ove accennerebbero; e -gli altri in quel mentre dovessero star pronti ad eseguire arditamente -quanto loro verrebbe imposto. I tre ladri assentirono; e il Tencio -soggiunse che alla mattina averebbeli condotti per la via del bosco di -Vaprio in sito sicuro e segreto, da cui potere con sicurezza ordinare -tutte le loro operazioni. Palamede, a cui que’ ceffi davano non lieve -noia, intimò si ritirassero; e ingiunse a Mandellone di dar loro quanto -avessero voluto. Indi si stese vestito sur un giaciglio di foglie di -faggio composto in un canto della stanza: il che pur fece Aldobrado, -volgendo ciascun d’essi nell’animo diversissimi pensieri. - - - - -CAPITOLO II. - - E nel mezzo su un sasso avea un castello - Forte, e ben posto, e a meraviglia bello. - Ma ahi lasso, che poss’io più che mirare - La rocca lungi ove il mio ben m’è chiuso! - ARIOSTO. - - -Veloce e fragorosa travolge l’Adda le molte sue acque uscendo dal -Lario da cui è formata, e versandosi nel Po, che maestoso attraversa -l’alta Italia, ricogliendo nel di lui seno i fiumi tutti che scendono -dall’Alpi. Poco lungi dai moni che l’Adda abbandona, fluendo in retta -linea verso mezzodì, e correndo avvallata fra sponde di enormi massi, -incontra a man destra una rupe, che protendendosi a settentrione la -astringe a ripiegarsi per superarla, ed a girarle d’intorno onde -riprendere la primiera direzione. Su questa rupe, cinta da tre -lati dall’Adda a maniera di penisola, surgevano un tempo le mura -del forte di Trezzo, di cui a dì nostri poche rovine attestano la -passata grandezza. Primi i Longobardi innalzarono colà una rocca -onde proteggere i colli della Brianza dalle scorrerie de’ feroci -Orobii: e se la fama non erra, la stessa Teodolinda avrebbene poste le -fondamenta. Egli è certo però che verso il mille dell’era nostra, quel -forte fu venduto al duca Ottone III da Liutefredo, vescovo di Tortona, -a cui fu vinto da un suo campione in singolar conflitto tenuto alla -presenza dell’Imperadore di Germania, contro Riccardo Vaidrada che ne -era signore. La rocca a quella età s’ergeva sul ciglione della rupe che -rade il masso a settentrione: gotica erane l’architettura, ma non vasta -nè adorna; ed era solo fiancheggiata da piccola torre. - -Da Ottone passò in podestà di più baroni e nobili lombardi, sinchè -discese con formidabile esercito, a danno dei Milanesi, Federigo -detto il Barbarossa, il quale nell’aprile del 1158, valicata l’Adda a -Cassano, invase la Brianza tutta, e si rese padrone anche di Trezzo -e della sua rocca. Quivi lasciò un forte presidio, capitanato dal -marchese di Wenibach e da Corrado di Maze. Erasi allora formato in -que’ dintorni un contado detto della Bazana, e Trezzo vi fu eletta a -capitale. I due comandanti imperiali che ivi stanziavano, si diedero ad -abbellirne il forte siccome luogo di loro residenza, e vi costrussero -in giro tre torri quadrate, una delle quali eretta per intiero con -oscuri macigni, prese il nome di _Torre nera di Barbarossa_. Di là -sbucavano que’ duci a devastare il territorio, esigendo enormi tasse; -mettevano a ruba il contado, ed esercitavano il barbaro _jus foderi_. -Simili vessazioni durarono sino a che i Milanesi, congiuntisi alla -Lega Lombarda, ebbero rotto l’esercito di Federigo; e mentre essi -ritornavano trionfanti dall’assedio posto a Lodi per gastigarne -i cittadini riluttanti ad associarsi alla Lega, assembratisi co’ -Bergamaschi, si diressero vér Trezzo a fine di espellervi gl’Imperiali, -che stavano nella rocca soccorsi da alcune bande paesane. Costò a’ -Lombardi non poco travaglio il possederla: nè a tanto pervennero se -non dopo due mesi di assedio, e mercè l’astuzia di Praello Imblavato, -il quale fe’ all’uopo construrre un gran ponte galleggiante sull’Adda. -Espugnato quel forte, ne uscirono gl’Imperiali cogli onori di guerra: -ed i Milanesi, postevi a sacco le molte ricchezze in oro, argento -e vasellami preziosi, che gli Alemanni vi aveano accumulate colle -depredazioni, incendiatolo l’abbandonarono. - -Stette quella rocca deserto albergo de’ gufi e degli assassini sino -al 1211, nel quale anno venne da papa Innocenzo inviato per suo legato -in Lombardia il cardinale Gherardo da Sessa, abbate di Tiglieto e già -vescovo di Novara. Il Legato, pervenuto in Lombardia, elesse Trezzo -a sua dimora, ed ordinò si riattasse la rocca; al che convennero -coll’opera e colle sostanze gli abitanti dei contorni, eccitativi -dalle esortazioni delle compagnie degli Umiliati o Berretani[5]: ordine -dal Cardinale singolarmente protetto, e che a norma del suo instituto -iva per le piazze e per le chiese predicando ogni benedizione a quel -prelato. - -Allontanatosi da Trezzo il cardinal Gherardo, quella rocca passò in -possesso di varii signori; uno dei quali (e vuolsi fosse Guazzone da -San-Gervaso) costrussevi un ponte, opera arditissima per que’ tempi, -poichè con un solo arco attraversava l’Adda dalla sponda milanese a -quella del Bergamasco. Acutissima ne era la volta, e constava di grosse -pietre rozzamente connesse; e dal capo opposto del castello surgeva a -sua difesa una barricata di pesanti travi, chiusa alla testa del ponte -da enorme catena di ferro. - -Erano scorsi pochi anni da che quella rocca era stata restaurata, ed -il ponte edificato, quando il feroce signore della Marca Trivigiana, -Ezzelino da Romano, devastando furibondo tutte le città e i villaggi -che incontrò sul suo cammino, pervenne sino al di qua dell’Adda. -Irritato perchè a vuoto gli fossero tornati gli assalti con cui aveva -tentato d’impadronirsi di Monza, difesa valorosamente dai cittadini, -salì coll’armata alla Brianza ed a Trezzo; e come avea fatto degli -altri paesi, così pose a ferro ed a fuoco pur questa terra, e ne -rovinò coll’incendio la rocca. Nove anni dopo, nel 1278, impadronissi -della demolita Trezzo, Cassone Torriano. Covando que’ signori della -Torre acerbissimo odio contra i Milanesi, ed in ispecial modo contro -la famiglia de’ Visconti, che privati li aveva della signoria di -Milano, scacciandoli dalla città colle armi, tennero secrete pratiche -co’ Tedeschi, co’ Vicentini e coi Parmigiani, sinchè, ragunata grossa -mano d’uomini, piombarono sovra Lodi, e la presero. Duce di quella -gente era Cassone Torriano; e con lui combattevano i suoi fratelli -Leone e Rainaldo. Presa Lodi, si aggiunse ai Torriani, con molti suoi -guerrieri, il Patriarca d’Aquileia, e coll’armata riunita avanzatisi -persino a San-Donato, ivi al 13 di luglio ebbero uno scontro co’ -Milanesi. Feroce e sanguinosa durò la battaglia, sino a che i Milanesi -andarono vôlti in fuga, e Cassone vittorioso ebbe campo d’invadere -gran tratto di paese e rimontare sino a Trezzo. In quella zuffa -varii combattenti caddero prigionieri in potere di Cassone, il quale -tradottili alla rocca di Trezzo, ivi ne fece scelta; e rimandati liberi -i Milanesi, fe’ rinchiudere i Comaschi nella Torre nera di Barbarossa, -ove li pose a cruda morte a fine di vendicare Napo Torriano, il quale -preso dai Comaschi nella battaglia di Desio, non venne reso nello -scambio de’ prigionieri, ma fu lasciato perire in un gabbione di ferro -nella torre di Baradello, in pena dell’aver fatto uccidere Simon da -Locarno. - -Nè per la rotta di San-Donato i Milanesi si perdettero d’animo: -condotti dal loro arcivescovo Otto Visconti, e fatta lega col marchese -di Monferrato, cacciarono nel seguente anno di bel nuovo i Torriani -al di là dell’Adda, e ripreso Trezzo, ne ricostrussero il ponte, che -dai Torriani era stato spezzato. Poco tempo dopo, variando la sorte -delle armi, ricadde la rocca di Trezzo nelle mani torriane; e vi si -stabilirono Napino e Rainaldo, i quali l’abbellirono, ed a prova del -loro dominio fecero scolpire sulle torri e lungo le mura i loro scudi -cogli stemmi della famiglia. Ma fu pur breve quella loro signoria; -perchè, assediativi dalle armi de’ Milanesi condotti dai Visconti, -vennero fatti prigioni e poscia scacciati: sicchè quella rocca, -rovinata di nuovo dagli assalitori, pervenne verso il 1320 nelle mani -de’ Visconti, i quali datisi interamente alle cure di stato di cui -ambivano, come infatti ne ottennero il reggimento, più non pensarono nè -a Trezzo nè al castello, il quale per que’ potenti sarebbe riuscito una -troppo meschina dimora. - -Passata la signoria di Milano e di tutte le città di Lombardia da -Lucchino Visconti all’arcivescovo Giovanni suo fratello, questi chiamò -eredi al sovrano potere i suoi tre nipoti, figli di Stefano Visconti, -Matteo, Galeazzo e Bernabò; de’ quali i due ultimi erano stati da -Luchino cacciati in esiglio per la loro prepotente audacia e sfrontata -inobbedienza. Que’ tre fratelli succedettero allo zio arcivescovo -nel 1350, e si divisero lo stato in tre parti. La parte orientale, -che abbracciava le città da Lodi a Bologna sino a Pontremoli, toccò -a Matteo; l’occidentale e meridionale, a Galeazzo, e si dilungava da -Como a Novara colla Lumellina, e da Pavia sino ad Asti ed Alessandria; -e la settentrionale a Bernabò, che dal lago di Garda, con Brescia, -Bergamo e Valle Camonica, toccava sino a’ confini del Comasco. Si -tennero a podestà comune le due città di Milano e di Genova. Matteo -però, sei anni dopo esser pervenuto alla signoria, morì: e il popolo -reputò fosse vittima della eccessiva libidine a cui sfrenatamente era -inchinato; ma chi lo avvicinava ben si accorse com’egli periva per -veleno propinatogli dai due fratelli, che per tal guisa assecuravano la -propria vita contra gli attentati della di lui ambizione, ed ampliavano -i proprii dominii. Rimasti assoluti signori Bernabò e Galeazzo, -spartirono fra loro i possedimenti di Matteo, e si tenne ciascuno la -signoria di quattro porte e quattro pusterle della città di Milano. -Ebbe Bernabò la Romana, la Tosa, l’Orientale e la Nuova, e Galeazzo la -Comasca, la Vercellina, la Giovia e la Ticinese, le quali mettevano a’ -suoi dominii in cui egli abitava di consueto, recandosi rade volte a -Milano; e precipuamente stanziava a Pavia, dove avea fatto erigere un -ricco castello. - -Bernabò, amante siccom’era della caccia, appena le molte guerre glielo -permisero, pensò eleggersi abitazioni ne’ luoghi più adatti al suo -diletto diporto. E sebbene allora corressero tempi in cui le ricchezze -non abbondavano nè pur nelle mani dei principi, pure Bernabò non ne -pativa mai scarsezza: tanto colle estorsioni, gli esorbitanti tributi, -le regalie forzate e le dispotiche confiscazioni, egli seppe procurarsi -lauti mezzi di scialacquo! Ordinò l’innalzamento di magnifici castelli -ne’ siti che gli parvero più ameni ed accomodati alle caccie. Restaurò -quel di Desio, ne eresse di nuovi a Melegnano, a Senago, ad Umbro ed a -Pandino. Cacciando un giorno per gli ampii boschi che al piè de’ colli -briantei si stendevano dal Lambro all’Adda, frammezzati soltanto di -distanza in distanza da qualche villaggio e da pochi campi, copiosi -oltremodo di salvaggiume, in ispecie di lepri, cervi e cinghiali, -pervenne sino a Trezzo. Quivi giunto, fu d’un subito rapito da quella -felice posizione, che dominava tanti boschi vicini e che presentava col -suo ponte sull’Adda un breve passaggio alle selve del Brembo. Osservò -la vecchia rocca, e trovandola devastata, sdegnò abitarla; ed ordinò si -erigesse un nuovo castello de’ più grandi ed adorni che mai vi fossero -a quella età. Nel 1370 fu data opera dai più valorosi architetti ed -artisti lombardi alla costruzione di un castello, che a forza d’oro e -d’uomini fu in sette anni e tre mesi condotto a perfetto compimento. - -Surse questo castello sull’istessa rupe che è ricinta dall’Adda, e -sulla quale già esisteva l’antica rocca; ma non fu inalzato come quella -rasente il masso a settentrione, di cui a picco si guarda nel fiume, -ma sibbene assai più vêr mezzogiorno. Aveva esso la forma d’un ampio -quadrato, le cui ruvide mura alla sommità andavano cinte di merli, ed -alla base erano costrutte con grossi massi tagliati. Nel lato vôlto a -mezzodì, surgeva nel mezzo una quadrata torre, merlata anch’essa, alla -cui cima, siccome di tutte l’altre pareti del castello, allargavansi le -mura a risalto, lasciando fra l’intervallo delle mensole lo spazio per -altrettante balestriere. Questa torre era fasciata a metà da una zona -di marmo, su cui stavano scolpiti a basso rilievo i ritratti di Bernabò -e di Regina della Scala di lui moglie, e frammezzo ad essi grandeggiava -uno scudo acuminato, su cui era rilevata la biscia incoronata, che -ripiegata addenta un uomo nudo. Nel lato istesso scorgevasi doppio -ordine di finestre con archi a sesto-acuto, ornati all’intorno da -bellissimi fregi, tratteggiati nello stesso ammattonato di cui erano -costrutte le mura. La porta d’ingresso del castello stava alla destra -della torre, e vi si giugneva attraversando la fossa, su cui dava -passaggio il ponte levatoio, tutto di ferro: era questo raffermo da -due enormi travi sporgenti sotto la vôlta della porta, ed incassate al -di sopra dell’arco, cui era attaccata doppia catena di ferro, per la -quale e si poteva abbassarlo, ed a piacere rilevarlo, facendolo entrare -nelle imposte di sasso che contornavano la porta: col che essa veniva -a chiudersi perfettamente. Stava sovra la porta un’apertura, ed era la -vedetta per cui una guardia che vi facea di continuo la scolta, valeva -a dar presto avviso di tutte le persone che si fossero presentate per -avere ingresso. - -Valicato il ponte levatoio, non penetravasi di botto nel castello, -ma era d’uopo aggirarsi in un andito lungo il lato destro del forte, -sinchè si giugneva al fianco settentrionale, ove affacciavasi un’altra -porta da cui si aveva entrata all’interno del castello: lungo le -pareti di quest’ultimo ingresso eransi praticate molte feritoie -corrispondenti a due stanze, in cui dimorando i soldati potevano non -visti offendere agiatamente quelli che entravano, se così si avesse -voluto. Penetrati nel castello, scorgevasi un ampio cortile, detto la -piazza d’armi, intorno al quale girava un porticato ad archi gotici, -ricinti ne’ contorni da pietre alternate a quadrati bianchi e cilestri, -e sostenuti da immani, ma rozze colonne. Lungo le mura si difilavano -in bell’ordine le finestre, parte ferriate e parte no; ed erano quelle -de’ varii appartamenti del principe e della corte. A pian di terra -giacevano le armerie da guerra e da caccia, i quartieri, le cucine, -le stalle ed i canili. Magnifiche scale conducevano agli appartamenti -superiori addobati fastosamente con arrazzi, ed in cui molte sale -vedevansi dipinte a suggetti di caccie, di guerre e di religione; ma -tai dipinture erano grette, quantunque di vivace colorito, siccome dava -l’arte di que’ tempi. - -Era in quel castello una picciola chiesa dedicata alla Vergine, a -cui aderiva una cappella, detta dei morti, perchè conteneva arche -ed ossami ivi trasferiti dalla vecchia rocca. Nè mancavano pure -tenebrose carceri e camere appartate, in cui si erano praticate -ribalte, o siano trabocchelli, i quali consistevano in mobile pavimento -artificiosamente sospeso, sul quale se taluno saliva, levandosi una -sosta si rovesciava, e precipitava lo sgraziato in un pozzo armato -a punte che lo trafiggeano. Correva voce altresì che quivi fossero -sotterranei ed altri luoghi spaventosi e secreti di cui si parlava con -sospetto, ma de’ quali tutti ignoravano e l’ingresso e l’uscita. Taluno -però asseriva d’avere inteso voci e lamenti partirsi dalla cappella -de’ morti e dalla torre nera di Barbarossa, la quale stava rovinosa -nel fondo del parco vicino all’antica fortezza. Perocchè al lato di -tramontana del castello eravi una porta la quale adduceva ad un picciol -parco, che occupava quello spazio che stendevasi tra ’l castello e -l’isolata estremità del ciglione della rupe. In fondo al parco, difeso -in giro da grossa muraglia, stavano gli avanzi della vecchia rocca. In -questo muro eransi praticate varie porte munite di forti cancelli, ed -a cui mettean capo alcune stradicciuole che scendendo a scacco per la -rupe, o si recavano al piano dell’Adda, o si dirigevano pei villaggi -e pei boschi. Ove il parco avea fine, eravi altra porta fiancheggiata -da due torri, la quale dava passaggio al ponte sull’Adda, novellamente -ricostrutto, assai più grandioso e massiccio del primo. All’altro capo -del ponte eransi erette due altre torri quadrate che ne difendevano -l’ingresso, chiuso inoltre da una barricata di travi a punte di ferro. - -Già da dieci anni sorgeva questo castello, ed il parco era folto d’alti -e fronzuti alberi, ed alla sommità degli archi di pressochè tutte le -porte vedevansi appesi ove teschi di cinghiali, ove la ramosa fronte -d’un cervo, ove falchi ed avoltoi, trofei delle molte caccie date da -Bernabò, alloraquando sul finire del giorno, per noi già annunziato[6], -giunse Bernabò stesso, condottovi prigioniero colla comitiva descritta -a Mandellone dai due ladri, che dissero d’averla iscorta per la via del -bosco di Concesa. - -A pena la guardia posta alla vedetta del castello vide spuntare le -lancie fuori del bosco, diè fiato al suo corno d’avviso, e accorse -tosto il castellano, che era Tadone Fosco: veduto egli soldati -lombardi, e fra essi il cappuccio di Bernabò, fece immediatamente -abbassare il ponte levatoio. I due capi di lancia che erano -all’antiguardia, passato a pena il ponte, si posero vicini alle catene -interne delle travi che servivano a rialzarlo, facendone sgombrare i -due uomini che vi si trovavano. Gasparo Visconti, spronato il cavallo, -fu a dosso al castellano, e curvandosi sull’arcione levò d’un colpo -il mazzo delle chiavi che appese ei teneva ad una cintura di cuoio; -la quale per la strappata spezzossi, ed il povero Tadone cadde a terra -dimandando pietà: poichè mal sapendo la causa di sì inusato procedere -contra di lui, temeva la mala ventura. Ma Gasparo Visconti gli fe’ -cenno s’alzasse, e lo precedesse al castello; il che Tadone eseguì -senza trar fiato. Tutti i soldati, i prigionieri e la paravéreda -entrarono nella prima porta, e da quella volgendo lungo l’andito, -passarono nella seconda; dove le guardie, vedendo quella comitiva -preceduta dal castellano, non opposero al loro ingresso resistenza -alcuna. Non sì tosto il seguito fu entrato, che Gasparo Visconti fece -rialzare il ponte levatoio, ed intimò a Iacopo del Verme, che teneva -il comando sotto di lui, di dar subitamente la muta alle sentinelle, -disarmando i soldati di Bernabò, e coloro fra questi che non giurassero -fede a Giovan Galeazzo, facesse chiudere nella torre. Iacopo del Verme -dispose i suoi soldati alla porta maggiore del castello ed a tutte le -altre entrate. Ne pose una parte anche alla porta del parco, e fece -chiudere le barricate del ponte, collocando soldati nelle torri che -lo fiancheggiavano; poscia ordinò alcune scolte, onde si aggirassero -intorno alle mura del castello. - -Bernabò frattanto e i suoi due figli Rodolfo e Lodovico erano stati -condotti nella sala maggiore dei superiori appartamenti, dove li aveano -seguiti frate Leonardo, Donnina de’ Porri, e le sue due figlie colla -vecchia Geltrude. Poichè furono i prigionieri assecurati nel castello, -Gasparo Visconti usò seco loro maniere più gentili, siccome eragli -stato imposto da Galeazzo, il quale voleva che a Bernabò ed a’ suoi, -sebbene prigionieri, si avessero que’ riguardi che erano dovuti alla -dignità ed al grado di parentela in cui gli erano congiunti. Appena -infatti tutte quelle persone si furono raccolte nella gran sala, -argomentando il capitano che la sua presenza non poteva riuscire che di -peso a Bernabò ed agli altri, partissi di là per far disporre a comodo -comune il restante dell’abitazione. - -La bella luce del declinare del giorno penetrava nella maggior sala del -castello per le vetriate a più colori di due ampie finestre rivolte -ad occidente, e da due altre al lato opposto si vedeva riflettere -rosseggiante sulle mura merlate e sugli archi del cortile. Stavano -in quella sala appese intorno alle pareti varie armature e scudi con -fascie e campi a diversi colori; e vi erano disposti ampii seggioloni -riccamente coverti di drappi trinati in oro, ed altre sedie minori. -Sopra un seggiolone si assise Bernabò, rigettando dalla testa la -pelliccia d’ermellino con cui di consueto si ricopriva: pingue era la -sua persona, aveva elevata e calva la fronte, bianchi i capelli che ne -velavano le tempie, oblungo il viso e di lineamenti marcati e severi. -Si adagiò, tutto abbandonandosi colla persona nel sedile; alzò gli -occhi alle pareti: un lampo di sdegno rifulse nel suo sguardo, che girò -torbido e minaccioso, sinchè lo abbassò raccogliendo in atto doglioso -le braccia al petto. Alla sua destra stava ritto in piedi frate -Leonardo eremita, il cui rozzo saio, la lunga barba, le macre guancie e -lo sguardo umile ed inclinato, spiravano i patimenti e la sofferenza. - -Alla sinistra di Bernabò era seduta Donnina della nobile famiglia -de’ Porri, che Bernabò aveva eletta a marchesa della Martesana, -infeudandola d’un ricco dominio. Essa fu l’ultima e la più fedele fra -le molte di lui amate, poichè soffrì dividere con esso la prigionia -unitamente alle proprie figlie, per continuargli le sue cure, e -temperarne gli affanni. L’età di lei era oltre i quarant’anni; e -sebbene non conservasse nel volto la leggiadria e la freschezza di -sua prima beltà, vi avea però ancor dipinta tutta la dignità e quella -nobile elevatezza dell’animo, ch’è pregevole ne’ prosperi, e sublime -nei contrarii eventi; mostravasi taciturna, ma cogli sguardi spiava in -volto a Bernabò quali idee lo agitassero, onde arrecargli conforto di -qualche consolante parola. - -Presso a lei era Damigella sua seconda figlia: appena il -quattordicesim’anno faceva in essa spuntare i primi fiori della -giovinezza; il tondeggiante suo viso, colorito dalla salute, annunziava -l’innocenza ed il brio della tenera età; i di lei occhi, nerissimi al -pari de’ suoi capegli, piegavano mesti verso il viso di sua madre, il -cui melanconico contegno ne frenava l’usata vivacità, ciò null’ostante -svolgea scherzando intorno alle proprie dita il cordoncino d’oro che le -allacciava la veste, quasi fosse incapace di starsi in perfetta quiete, -e si rivolgea di quando in quando a guardar Geltrude, che seduta -da un canto era tuttora disaggradevolmente sorpresa dell’improvviso -cangiamento di sue abitudini. - -Più in là verso la vetriata, in atto meditativo, stava dai cristalli -contemplando il cielo, Ginevra, la primogenita di Donnina; il color -roseo della luce si mesceva al pallido del suo volto, e le dava un -non so che di trasparente. Ne’ suoi grandi occhi azzurri, entro cui -la melanconia e le lontane memorie spremevano una lagrima, si leggeva -il bisogno di teneri sentimenti; una reticella formata d’un filo -misto d’oro e verde le annodava le biondissime treccie, di cui alcune -ciocche ricadevanle sulla fronte; un corpetto ricamato a neri fiori -sopra fondo scuro, il quale era aperto e rannodato sul seno da una -cordicella d’argento, ed una veste di drappo azzurro formavano il di -lei abbigliamento. - -Più lungi Rodolfo e Lodovico sommessamente andavano cangiando qualche -motto fra loro; la ricciuta capellatura di Rodolfo e la fierezza dello -sguardo e de’ robusti lineamenti davano alla sua persona un aspetto più -tosto minaccioso che abbattuto; mentre la chioma liscia e inanellata -che ricadeva sul collo a Lodovico, non che i tratti gentili del di lui -viso atteggiati a mestizia, appalesavano quanto riuscisse doloroso al -suo cuore lo stato del proprio padre e della famiglia. - -Tutti questi personaggi serbavano già da qualche tempo un profondo -silenzio, meditando forse ciascuno la sua trista fortuna presente e -l’incerto avvenire che gli si preparava; fors’anche eran compresi dalla -solennità dell’ora che precede la notte, in cui la desolazione ed un -segreto spavento penetrano nelle anime afflitte, quasi se sparendo la -luce, sparisse un amico consolatore, allorchè entrò in quella sala un -paggio, annunziando a Bernabò che se, come era suo costume, intendeva -discendere nella chiesa del castello per recitare le preghiere della -sera, tutto era disposto; e udissi in questo mentre la campana suonare -il segno usato per chiamare alle orazioni vespertine. Bernabò fu più -scosso da questo suono che dalle parole del paggio; e frate Leonardo a -lui rivolto disse: - -«Scendiamo, o Principe, ad impetrare dalla gran Madre di Dio un -sollievo ai nostri mali. Se ella degna ascoltare le nostre preghiere, -e infonderà nel cuore quella pace e quella rassegnazione che la nostra -umana fralezza non saprebbe ritrovare in tutte le vanità della terra.» -E in così dire gli si accostò per porgergli braccio ad alzarsi dalla -sedia su cui stava assiso; ma Bernabò, alzandosi da sè francamente: — -«Per Sant’Ambrogio (gridò), io pregherò assai meglio nostra Signora -di Trezzo che quell’ipocrita di Giovan Galeazzo non avesse pensato -di pregare la Vergine del monte di Varese.» Nè potè trattenersi dal -dire fra i denti la sua solita e terribile espressione di vendetta: -«Che egli venga squarciato da’ miei cani.» Ma Donnina, che lo -intese, tremando che alcun altro l’avesse udito, vibrògli uno sguardo -significante, e Bernabò s’avviò silenzioso verso la porta della scala. -Il principe era appoggiato all’eremita; Donnina al suo fianco sinistro; -dietro le venivano Ginevra e Damigella con Geltrude; indi Rodolfo e -Lodovico. Le guardie che stavano al piede della scala abbassarono -l’alabarda al passare di Bernabò, e la comitiva, attraversato il -cortile, entrò nella gotica porta della chiesa. - -L’oscurità che ivi regnava non era diradata che dalla luce rossastra -di due lampade che ardevano innanzi all’immagine della Vergine; e -questa luce diffondendosi sotto quella volta rischiarava alcuni avelli -di marmo trasportati dalla vecchia rocca, che forse erano quelli -de’ suoi primi fondatori, e ripercuotevasi sui profili delle statue -che vedevansi distese sopra le arche, atteggiate all’eterno sonno; -penetrava pur anche fiocamente quel lume entro il cancello che chiudeva -la cappella de’ morti; e facea luccicare alcune ossa pulite dal tempo -e dalle mani di chi toccandole invocava pace allo spirito che le aveva -animate, e le quali stavano disposte in giro sulle pareti. Collocatisi -ciascuno in divota posizione, disse l’eremita un sermone sulla caducità -delle umane grandezze; indi intuonò le preci con canto monotono e cupo, -ma con voce pietosa. Rispondevano a quel canto nello stesso tenore -alternativamente i supplicanti; e quelle voci di dolore replicate dagli -echi della volta della chiesa, perdendosi in un mormorio indistinto -nella cappella de’ morti, incutevano negli animi un terrore e una -mestizia profonda. - -Ma nessun cuore fra tutti quelli che palpitavano in seno a que’ -preganti, era commosso ed agitato al pari di quello della bella -Ginevra. Genuflessa, col volto raccolto nelle proprie palme, ella -talora lasciava scorrere la sua mente sulla folla delle tenere memorie -che in lei si destavano; ma oppressa da crude ambascie e dal doloroso -aspetto dell’avvenire, traeva in segreto affannosi sospiri; tal fiata, -condannandosi come rea, perchè nella casa di Dio attendesse a sì fatti -pensieri, alzava gli occhi all’immagine della Vergine, e ne invocava -il possente aiuto. Alfine il tenebrore di quel sacro luogo, i tristi -oggetti che la circondavano, l’alternare di quelle voci, i terrori che -l’agitavano, addensarono un velo così funesto sulla di lei fantasia, -che le forze sarebbonle mancate sotto l’angoscia che la premeva, se -fosse durata nello stesso stato più a lungo; ma in quell’istante -terminarono le preci, e tutti rialzatisi si mossero per uscire di -chiesa. Pallida, tremante, ella si rilevò: appoggiossi a Geltrude, -e a lenti passi si avviò fuor del tempio. La freschezza dell’aere, e -il bel color d’argento di cui la rivestiva la luna nascente che già -imbiancava i merli delle mura e delle torri, e il brillar di varie -stelle che scintillavano nell’azzurro del firmamento, sollevarono quel -peso di terrore e di affanno che si era concentrato nel cuor suo; più -liberamente ella respirò; e il pallore quasi mortale che si era diffuso -sulle sue guancie divenne debilmente animato da un lievissimo color di -rosa. - -Attraversato di nuovo il cortile, tutti risalirono nella sala maggiore, -e di là, dai paggi che Gasparo Visconti aveva a ciò destinati, vennero -condotti in varii appartamenti. Bernabò fu posto in quello in cui era -accostumato abitare, e che stava nel lato meridionale del castello, -al fianco sinistro della torre; presso a sè egli volle ritenere frate -Leonardo, e nelle attigue stanze Donnina. Rodolfo e Lodovico furono -collocati in ricche camere al fianco destro della torre; e Ginevra e -Damigella con Geltrude furono poste nel lato orientale del castello, -ove da un verone guardavasi nell’Adda; ed era un appartamento da -Bernabò un tempo addobbato per ospiziarvi le dame che egli accoglieva -in quella dimora. Gasparo Visconti e Iacopo del Verme, colle altre -persone d’armi di maggiore conto, ebbero buon alloggio nelle molte -camere dal lato occidentale. - -Vennero apprestate le cene, e tutti furono nelle diverse camere -serviti. Gabriella, che era la guardiana del castello, siccome moglie -di Tadon Fosco, donna accorta, di modi franchi e gioviali, perchè -accostumata a trattar soldati e cortigiani, fu destinata al servizio -di Donnina e delle sue figlie. Salita nelle stanze di queste, recando -loro una cena ch’ella stessa avea allestita, vedendo che Ginevra -mesta e taciturna non era punto dai cibi solleticata a mangiare, si -pose barzellettando a farle animo per divagarla dalla melanconia; e -le disse che sarebbe stata sì agiatamente in quel castello quanto nel -suo palazzo di Milano. Fece una pomposa descrizione del parco, e narrò -meraviglie dei due cervi addimesticati che vi passeggiavano; parlò -delle rovine della vecchia rocca, della torre nera di Barbarossa e -degli spiriti che la abitavano; i quali durante la notte correvano per -il parco cavalcando i cervi: spiriti però all’intutto innocui, poichè -Tadone suo marito, che tal fiata ella astringeva a passar la notte da -lei discosto, trovandosi nel parco, fu sommamente spaventato dal loro -incontro, ma giammai ne patì offese. Vedendo però Gabriella che tutte -le sue narrazioni nessun sollievo arrecavano all’animo di Ginevra, -pensò, da donna accorta qual era, che il di lei male tenesse radice -ben più profonda che non nel semplice dispiacere della reclusione in -tal luogo: sicchè, fissandola con uno sguardo malizioso e penetrante, e -parlandole sommessamente, le disse: - -«Se mai, signora, v’accrescesse il disgusto di abitare in questo -castello, l’idea di non potervi procurare a piacer vostro qualche velo -o drappo di que’ de’ Segazoni[7], oppure di non poter mandare a qualche -vostra amica un nastro da voi trapunto, sappiate che qui abita un -aríolo[8], detto Enzel Petraccio, il quale sa tutto e va per tutto; e -se pur vi fossero dieci capitani d’armi e diecimila soldati a custodire -il castello, e se queste mura avessero lo spessore d’una montagna, egli -entra ed esce a suo senno dal castello, senza che alcuno lo possa nè -scorgere nè arrestare. Io e mio marito l’abbiam sempre lasciato abitar -qua liberamente, perchè esso ci racconta tutte le novelle del paese, -e ci serve fedelmente in tutto ciò che gli comandiamo; e se a voi -piacesse aver notizia degli avvenimenti di qualunque persona che gli -chiediate, ve li narrerà dalla nascita sino al momento in cui vi parla; -se desiaste inviarlo a recare, o ricevere qualche cosa, gli è come se -vi andaste voi stessa... Ah! pur troppo egli sa tutto!.. Sapeva già da -un mese la disgrazia che doveva accadere a Bernabò; ma siccome racconta -le cose con motti stravaganti, non l’avevamo compreso chiaramente.» - -Ginevra al sentire che esisteva un uomo capace di rischiararla -sul destino di persone lontane, fu punta da viva brama di parlare -all’Aríolo per intendere che mai fosse di una persona che il suo cuore -forte ardeva di rivedere; ma temè di fidare il segreto suo più caro -ad un uomo che esser poteva un astuto ingannatore di quelle genti -ignoranti, e porne sì a parte una donna che ancora non conosceva. -Quindi dopo un istante di riflessione ringraziò Gabriella di sue -cortesi offerte, e licenziolla dicendo volersi recare al riposo. -Partita Gabriella, Ginevra si accostò al verone, e le si stese alla -vista un vasto piano variamente illuminato dalla luna, nel quale -scorgevansi grandi spazii, erano i folti boschi dei dintorni; spinse -indi lo sguardo al più lontano orizzonte, dalla parte d’oriente, -sospirò, e ricadde in una tetra melanconia. Universale era il silenzio -e la quiete intorno a lei, rotta soltanto dal romoreggiare incessante -dell’Adda che frangevasi contro la rupe del castello, o da qualche -lontano grido, o scoppio di risa che partiva dalle stanze inferiori, -ove i soldati ed i paggi stavano lietamente gozzovigliando. - - - - -CAPITOLO III. - - Di terra passarono in terra, - Cantando giulive canzoni di guerra, - Ma i dolci castelli pensando nel cor. - Per valli petrose, per balzi dirotti - Vegliaron nell’armi le gelide notti - Membrando in fidati colloquii d’amor. - MANZONI. - - -A pena la luce del primo biancheggiare dell’alba trapelò per entro -i fessi delle travi della capanna di Mandellone, Palamede, che -ansiosamente fra gli interrotti sonni aveva atteso il giorno, si levò -dal giaciglio di foglie su cui aveva passata la notte. Girando lo -sguardo fra quel lume incerto, il primo oggetto che gli occorse alla -vista si fu il crocifisso di legno sul quale Aldobrado aveva a’ ladri -fatto prestar giuramento, e che pria di coricarsi avea riposto sovr’una -tavola. Palamede alzò colla destra quel crocifisso, e piegatoglisi -innanzi con un ginocchio a terra, mandò alcune fervorose preghiere, -invocandone il potente patrocinio nell’impresa che stava per assumere; -indi rilevossi, e lo ripose. Staccò poi da un uncino di legno la sua -spada che appesa vi avea la sera, baciò tre volte la ciarpa a cui -andava rafferma, e, siccome per voto soleva, fecesi il segno della -croce colla impugnatura su cui stava effigiata a cesello l’imagine di -Sant’Ambrogio contornata di pietre preziose, e se la mise a tracolla. - -In questo mentre svegliossi anche Aldobrado, balzò in piedi d’un -salto, e volse intorno gli occhi con sospetto, parendo ne’ primi -moti intricato nella lunga veste che lo avviluppava; ma assecuratosi -dell’esser solo con Palamede, si rinfrancò, diè di piglio al -crocifisso, e toccatosi con quello il petto, se lo ripose sotto la -tunica: indi uscirono ambedue dalla capanna. - -Già i primi raggi dell’aurora imporporavano la dentata cima del Segone -e degli altri monti di Lecco e del Bergamasco, e dalla parte del Brembo -il cielo s’investiva della lucida tinta del crepuscolo, sebbene dal -lato opposto risplendesse ancora qualche rara stella. Si udiva per -entro i folti rami degli alberi dell’isola uno stormire di uccelletti, -e uno zirlare di tordi e allodole, a cui si univa un mormorio delle -foglie per l’alitare d’una brezza mattutina, che increspava le correnti -acque dell’Adda. Nel praticello poco lungi dalla porta della capanna, -già stavano intesi al partire il Tencio, il Brescianino e il Carbonaio, -muniti ciascuno delle proprie armi; un po’ più discosto eravi lo -scudiere di Palamede, il quale teneva pel freno il suo destriero e -quello del cavaliere, a cui aveva addossati gli arcioni e le armi; e vi -era pur Mandellone con sua figlia Maria, che avea costretto a dormire -al suo fianco sulla zattera; e il servo Trado. Tutti, all’aprirsi -della porta della capanna, ed all’uscirne di Palamede ed Aldobrado, -s’inchinarono, scoprendosi il capo; ma più d’ogni altro inchinossi -umilmente Mandellone, che si accostò al cavaliere, chiesegli scusa -pel disagiato letto su cui aveva dovuto passare la notte, e gli offrì -con voce melata una refezione per disporsi al viaggio. Ma Aldobrado -interruppe bruscamente il suo parlare, e volgendosi a Palamede gli -disse con voce sommessa: «Per l’impresa che meditammo, e pei compagni -che ne deggiono seguire (ed accennò i tre ladri), fa d’uopo che -cangiate quegli abiti di troppo ricchi ed appariscenti; armatevi il -capo, e riponete le piume. — E che farem noi dei cavalli?» soggiunse -Palamede: «È necessario (riprese l’altro) o qui lasciarli, o mandarli -a qualche vicino contado al di là dell’Adda, onde si trovino pronti -sulla strada al ritorno che faremo, compiuta l’impresa.» E in così -dire fe’ cenno a Mandellone ed allo scudiere che gli si avvicinassero; -e trattili in disparte, disse loro: «Tu, Mandellone, terrai in -quest’isola questo scudiere e quei due cavalli, e loro presterai tutto -quanto sarà d’uopo; e tu, scudiere, attenderai qui il ritorno o del tuo -signore, o di me che ti recherò i di lui comandi.» Ambedue mostrarono -la loro grata sommissione a tale ordine; il primo, perchè isperava una -lauta ricompensa; l’altro, perchè il bel volto e gli occhi espressivi -della figlia di Mandellone aveangli reso piacevolissimo il soggiornare -nell’isola. Palamede, fattesi recar le armi, si levò l’abito ranciato e -la maglia, ed addossò una fina armatura d’acciaio non pesante, ma salda -a tutte prove, che avanti la sua partenza aveale donata il marchese -Azzo Liprando, che teneagli luogo di padre, e lo amava qual figlio; -acconciossi i bracciali ed i guanti; lasciò il berretto, e si coverse -il capo con un elmo a celata, ma senza cimiero; ritenne la spada in una -catenella che si cinse, v’infisse un pugnale di una forma singolare che -acquistato egli aveva a Venezia da un Greco della corte di Bisanzio, -e gittossi alle spalle un bruno mantello. Porse a Mandellone due -imperiali d’oro; indi raccomandossi allo scudiere perchè avesse special -cura del suo cavallo, a cui innanzi al partire palpeggiò la groppa, -ed accarezzò il muso ed il collo, acquetandolo colla voce, mentre egli -ergeva la testa nitrendo e scalpitando, impaziente che il suo signore -gli salisse sul dorso onde mettersi in cammino. Affrettato da Aldobrado -si pose in via. Mandellone corse a staccare la zattera, e li trasportò -al di là dell’Adda. - -Giunti a piè della ripa, il Brescianino, il quale, velocissimo di -gambe, soleva prestamente ire e redire spiando da lungi se a caso si -avessero ad incontrare persone sulla strada, salì all’uopo pel primo, -quasi servisse d’antiguardo; indi seguivalo il Tencio, e dietro a lui -Aldobrado e Palamede; a retroguardia stette il Carbonaio, il quale -indossando abiti alla foggia de’ villici di que’ luoghi, e portando -una scure da taglialegne, non valeva ad incitare sospetto alcuno, se -iscorto lo avessero i gabellieri od i soldati: potea così dare avviso -se taluno li sorprendesse alle spalle. Salita l’erta ed elevata sponda, -trovaronsi sulla strada del bosco di Concesa, la quale fu da loro -abbandonata per cacciarsi dirittamente nella foresta che le sorgeva a’ -fianchi. - -Foltissimo era quel bosco, formato da spesse ed antichissime piante: -le quercie, gli olmi, i faggi, le elci, qualche pioppo e platano -occupavano i fondi paludosi, e s’intralciavano fittamente coi rami in -guisa da produrre un’ombra densissima. Al loro piede i vepri, le spine, -i vimini ingombravano il terreno; a cui si mescevano ne’ siti umidi, -canne e giunchi; ne’ più silvestri, rose e pruni selvatici. Su pei -tronchi serpeggiavano l’ellera, ed altre piante parassite, le quali -in varii luoghi slanciandosi come le liane da un albero all’altro, -attraversavano il cammino a guisa di verde tenda. Quivi eran piante -per vecchiezza cadute; altre là si sfasciavano ritte sulle morte -radici: tutto in somma nel folto di quella selva annunziava che la mano -dell’uomo non l’avea da gran tempo tocca. - -Il Brescianino però frammezzo a quegli inviluppi s’avea messo per un -sentiero che non potevasi discernere che da chi n’aveva gran pratica, -il quale, aggirandosi in volte e rivolte per lo intrecciarsi delle -piante, conduceva fra levante e settentrione al centro del bosco. Gli -altri lo seguivano a varie distanze, spiando attentamente i di lui -moti, per iscorgere se mai per la selva vi fossero appiattate insidie. -E siccome ad ogni tratto da una parte o dall’altra, spaventati dal -rumore che essi facevano nel passare fra i rami e le foglie, sbucavano -dalle macchie fuggendo pel bosco o cerbiatti o lepri, e tra le fronde -svolazzavano uccelli, o saltellavano scoiattoli, Palamede e Aldobrado -si arrestavano insospettiti; chè pel vero accostumati siccom’erano a -percorrere le selve nel frastuono delle caccie, giammai fu loro dato -di udire quella pressa di animali, che il guaire de’ cani suol volgere -in fuga anzi l’arrivo del cacciatore: così tra l’aspetto selvaggio del -luogo e le antiche abitudini tenevano opinione di null’altro ritrovare -colà fuorchè silenzio profondo. - -Dopo aver camminato lungo spazio di tempo fra un labirinto di piante, -giunsero ove il bosco, diradandosi, presentava un aspetto di solitudine -più gradevole; indi pervennero in un largo spazio verdeggiante, in -cui s’ergeva un’antica solitaria chiesa; chè tale parve sulle prime -a Palamede l’edifizio che gli si offerse dinanzi. Era questo una -rotonda non molto vasta che serbava le forme di un tempietto romano; -e scorgevasi che un tempo andava decorata in giro da ornamenti -architettonici, di cui però non apparivano qua e là che pochi avanzi. -Sull’ingresso, che era volto a ponente, stava un peristilio di gusto -gotico, il quale constava di una guglietta acuta sostenuta da quattro -sottili colonne, che appaiate s’appoggiavano alla base sul dorso di -due leoni, a cui o il tempo o gli accidenti aveano ad uno mozzato il -capo per intero, all’altro per metà. Sull’avanti della guglietta, in un -campo triangolare, stava effigiata a bassorilievo una donna incoronata, -rivolta verso un’altra figura di cui non si scorgeva più l’aspetto, -ed in giro vi erano alcune lettere scolpite, che nessuno di loro -seppe, o si curò di leggere. Palamede ammirò, compreso da una certa -meraviglia, quell’edifizio locato in un luogo sì solitario, e gli parve -destarglisi una sensazione, non dissimile da quel sacro orrore, che già -infondevano gli antichi templi che, per farne più solenne ai profani -l’avvicinamento, si ergevano nelle foreste. - -Il Brescianino intanto era penetrato per la non difesa porta di quel -tempietto (che que’ ladri nel loro gergo chiamavano la _tana del -cervo_), allorchè diè d’un subito indietro, gridando spaventato: -«Il diavolo! il diavolo!» E s’intese in quel mentre come un lungo -e lamentoso ruggito partirsi dall’interno dell’edifizio. Tutti -arretraronsi sulle prime inorriditi, e ad Aldobrado un visibilissimo -pallore salì alle guancie; ma il Tencio, accortosi ben tosto di ciò che -fosse, alzò lo stocco che tenea fra le mani, e voltosi al Brescianino -disse: «Se tu andassi allo spiedo, siccome io vi metterò quest’oggi il -diavolo che sta là dentro, sarebbevi al mondo un vigliacco infingardo -di meno.» Resi impertanto avvertiti i compagni a star colle armi -preparati al colpire, si cacciò nel tempio. Palamede sguainò la spada; -Aldobrado, non avendo armi all’uopo, levò un grosso masso, uno dei -tanti ruderi caduti dall’edifizio e giacenti sull’erba; il Brescianino, -benchè ancor tremante dallo spavento, dirizzò il suo spiedo; e il -Carbonaio, che era giunto in quell’istante all’orlo della boscaglia, -subitamente arrestossi, alzando la scure. S’intese nel tempio gridare -il Tencio a tutta gola, al che successe un parapiglia, uno incalzarsi -rumoroso; indi si vide sbucare dalla porta un nero animale zannuto, -ed era un cinghiale, il quale, scoperti que’ che fuori lo attendevano, -tentò di arretrarsi; ma il Tencio, pungendolo collo stocco nel dorso, -lo costrinse ad uscire. I tre al di fuori gli furono addosso, e il -ferirono in varie parti; ma sarebbesi tuttavia recato in salvo, se -Aldobrado col colpo di pietra non gli spezzava una gamba, per cui venne -a cadere ai piedi del Carbonaio, che gridando «A me, a me!» gli spaccò -il cranio con un colpo di scure vibrato a due mani. Il Tencio rientrato -nel tempio, ne uscì portando nella destra sospesi per un piede due -cinghialini a pena nati; e ben si avvidero che l’ucciso animale era una -cinghialetta che colà avea deposto i suoi parti. «Male per chi va nella -tana del cervo che ha le corna di ferro (disse il Carbonaio, accennando -la scure): così per un po’ di giorni noi avremo l’arrosto. — Vedi come -abbiamo trattato il tuo diavolo?» soggiunse il Tencio volgendosi al -Brescianino, il quale presa la scrofa per una gamba se la trascinava -nel tempio, in cui tutti penetrarono. - -Nude erano le interne pareti di quell’edifizio, e la volta dal lato -meridionale appariva diroccata: quivi trapelava per ampio foro la -luce. Il pavimento si offriva tuttora lastricato di marmi; e nel -suo mezzo si ergevano disposti in foggia quadrangolare dei massi che -formavano una specie di altare o d’ara, a cui si ascendeva per due in -allora sconnessi gradini. Recatisi dietro quest’ara, il Tencio e il -Carbonaio, l’uno collo stocco, l’altro colla scure, puntarono ad una -lastra di pietra, facendo sì che questa levandosi, aprisse il varco -ad una angustissima scala che metteva sotterra. Appuntellata la pietra -invitarono Palamede e Aldobrado a discendere, senza tema di sorta, in -quella che essi appellavano la _fontana_, di cui dissero mille elogi, -tanto per la freschezza che vi si godeva, di grande ristoro in quella -stagione, quanto per la sicurtà del nascondiglio. Discesero la scala -essi pei primi; chè d’alquanto furono ritrosi da principio il finto -frate e il cavaliere, cui mosse non lieve ribrezzo quell’entrare là -sotto; ma presa fidanza ne’ giuramenti dei ladri e nella guarantia -delle proprie armi, pronti alla fine vi si risolvettero. Ultimo a -discendere si fu il Brescianino, che calò al basso prima la uccisa -scrofa; indi, fatti alcuni gradini; levò il ferro che sosteneva la -pietra, la quale abbassatasi chiuse il sotterraneo. - -Affatto tenebrosa parve a prima giunta quella sotterranea stanza ai -due che vi erano stranieri, e solo a’ loro orecchi risuonò un lieve -gorgoliar d’acqua. Scorsi alcuni istanti, e dileguatasi dalle loro -pupille la impressione della viva luce esterna, cominciarono ad -iscorgere varii fori praticati in giro delle pareti, per dove penetrava -uno scarso lume: indi si avvidero di trovarsi sotto una volta sostenuta -da due massiccie colonne, e il vano del sotterraneo corrispondere in -estensione al pavimento superiore del tempio: osservarono pure che -la scala per cui eran discesi girava a spira intorno ad una di quelle -colonne. Presso la parete in fondo, era un avello di marmo, da cui la -soverchiante acqua ricadeva con debile mormorio in sottoposto bacino, -e appese qua e là per le muraglie stavano armi ed altri arnesi. Nel -mezzo eravi un grosso tavoliere di legno, ed in giro vani sedili. «Qui, -signori miei (disse Tencio ai due che si erano seduti a canto di quella -tavola, guardando intorno con atti di meraviglia), qui voi potrete -abitare securi, anche sino a quando quella santa, di cui nessuno sa -il nome, abbia tratto la freccia.» E in così dire, accennò una rozza -scultura sulla volta, che rappresentava una Diana in atto di tender -l’arco. «Sappiate che niuno ha mai ardito di penetrare nella tana del -cervo, e molto meno qua sotto a ber di quell’acqua, da che Guandaleone -da Dongo, mio zio, detto l’Eremita bruno, venne a stabilirvisi, -al tempo che il signor Bernabò, fabbricando il castello di Trezzo, -chiuse nel parco la vecchia torre di Barbarossa, sua prima abitazione. -Perocchè Guandaleone era un uomo penitente, il quale non amava che tre -cose: sant’Uberto, di cui portava sempre seco l’imagine, la solitudine, -e la borsa dei passeggeri. — Ma che? di’ tu il vero? (esclamò Aldobrado -il quale al nome di Eremita bruno era balzato in piedi atterrito.) -Questa è la grotta dell’Eremita bruno? di quello spirito spaventoso -del bosco, di cui narravasi esserne così tremendo l’aspetto? di colui -che or prendeva le forme di un falco, or di un cinghiale, ora di una -vipera, per assalire spietatamente que’ che s’avessero la disavventura -di essere da lui veduti prima di scorgerlo. Dalla cui grotta narravasi -uscisse un fumo, il quale aveva il potere di incenerire chiunque vi -si accostasse? e però i contadini non solo, ma Bernabò, io stesso, e -tutta la gente di corte, quando scorgevamo per questo bosco levarsi in -qualche sito del fumo, recedevamo rapidamente. — Ah! Ah!» a que’ motti -diedero in uno scroscio di risa i tre ladri. «Il fumo, proseguì il -Tencio, non era che quello delle legne con cui egli faceva qui sotto -arrostire le lepri, che io stesso uccideva pel bosco; e que’ che si -accostavano, non rimanevano morti che per mezzo dell’asta uncinata che -là vedete, e colla quale il romito, mirandoli qui celato da quel foro, -sapea colpire sì bene da trapassare un uomo con maggiore destrezza -ch’io non faccia d’una lepre: così non era dato pur mai al tapino di -accorgersi da qual banda partisse il colpo. «E dove trovasi adesso -codesto terribile Guandaleone?» disse Palamede. «Qui sotto (rispose il -Tencio, percuotendo con un piede il terreno); ma credo che il diavolo -si porti via le ossa ad uno ad uno, perchè veggo qui ogni giorno, -abbassarsi il suolo. — E voi tre (riprese Palamede), a che veniste a -compagni di Guandaleone, se, come tu dicesti, o Tencio, egli amava la -solitudine?» - -«Questi due (rispose Tencio) ci vennero quando l’anima di Guandaleone -era già volata in giù, mercè un colpo di lancia che un bravo sulla -strada di Vimercate, non volendo perdere il proprio denaro, seppe -vibrargli: sicchè appena ebbe forza di rientrare nel bosco, e -strascinarsi fin qui, dove innanzi al morire imposemi di seppellirlo -nello stesso luogo ove sarebbe spirato, il che ho eseguito appena ebbe -chiusi gli occhi, perchè non venisse la notte, urlando e fischiando, -a rompermi colle catene il sonno. Non erano allora che tre anni da -che io mi trovava con lui, e ciò fu per ben tenue cagione. Sappiano, -signori, che recatomi un giorno a Milano, andai con uno mio compare in -una taverna, entro cui venne pure un soldato, che sul morione[9] teneva -un bel pennacchio rosso. Mio compare, che amoreggiava Bertranda della -pusterla Fabbrica, alla quale piaceva il pungerlo del continuo, perchè -innanzi le comparisse con qualche ornamento della persona, pensò farsi -bello con quel pennacchio: lasciato che il soldato deponesse il morione -sopra un sedile, staccògli la piuma, e se la nascose fra le pieghe de’ -scoffoni[10], che ricoprì col guarnello, accennandomi che partissimo. -Avevamo già tocco la porta, quando accortosi il soldato dello -smarrimento del suo pennacchio, si slanciò sovra ambedue, serrandoci -fra le sue braccia, e gridando: «Alla ruota i ladri! alla ruota!» Io -allora per divincolarmi gli menai sulla testa un colpo del mio martello -da fabbro, che sempre teneva appeso alla cintura, e lo feci cadere -colla fronte insanguinata sul pavimento: ma il taverniere frattanto -se ne era ito di fuori gridando «aiuto, soccorso!» e fe’ giugnere -alcuni uomini d’arme che stavano alla guardia del gonfalone di porta -Ticinese, i quali mentre s’impossessavano di mio compare, diedermi -campo di saltare per la finestra nel cortile di attiguo monistero, dal -quale rapidamente mi fuggii per la porta, e mi recai a salvamento. Due -ore dopo, il mio compare era già sulla ruota colle braccia e le gambe -spezzate ad assordare i corvi, e ad attendere dal carnefice il colpo -di grazia. Spaventato dal pericolo di vedermi frante le ossa, non volli -più fermarmi a Milano, e pensai far ritorno a Brivio nella mia fucina: -il giorno era già prossimo ad oscurare quando io mi posi in istrada; -camminai tutta la notte, sebbene la oscurità mi astringesse più volte -a sostarmi, e verso il mattino io mi trovai un po’ al disopra di -Gorgonzola lungo la Molgora, ed al limitare di questo bosco. Procedendo -allora più veloce nel cammino, m’abbattei in un uomo assai bruno in -viso, e vestito da eremita, il quale guardatomi fisamente, mi disse: -«Dove vai a quest’ora, o Tencio da Brivio?» Atterrito al sentire il -mio nome pronunziarsi da uno sconosciuto, dubitai forte dapprima che -quei si fosse uno spirito infernale; e ne presi certezza, allorchè -mi sovvenne al pensiero che quegli si era l’Eremita bruno. Laonde -credendo ch’ei fosse venuto a portarmi negli abissi pel mio peccato, -girandomi al suolo, mi feci più volte il segno della croce; ma quegli, -accostatomisi, disse: «Non temere, o Tencio; alzati, e narrami qual -causa ti condusse a quest’ora da solo in vicinanza di questo bosco?» -Ed io gli raccontai, senza mai fisarlo in volto, la disavventura di -mio compare e il spavento. «Ebbene, pel sangue che mi lega a tua -madre Berta da Dongo, tu verrai meco, e nessuno ardirà alzare la -mano sopra di te.» Io non sapea per il timore dove mi fossi; ma egli -prendendomi per mano, fecemi entrare nel bosco, e qui mi addusse, -dove mi rinfrancò, mi ristorò, e palesatomi il grado di parentela che -a lui mi univa, essendo io figlio di sua sorella, mi significò qual -fosse il modo di vita a cui doveva accostumarmi. Da quell’istante non -lo abbandonai sin che visse, e morto che egli fu mi associai a questo -poltrone di Castel Martinengo, a cui le scrofe sembrano diavoli (ed -additò il Brescianino), e che fu da me tratto dalle unghie di Ubaldo -Ugoni, perchè altrimenti sarebbe stato appiccato. — E strinse pur lega -con me (interruppe il Carbonaio), cui il mestiere di tagliar alberi sul -Legnone[11] fra gli orsi, onde a stento accattarmi un tozzo di pane dai -minatori del ferro, non mi andava per nulla a grado.» - -Questi cenni delle avventure dei ladri, e il ritrovarsi in quel -sotterraneo luogo diffusero in Palamede una tetra amarezza, prodotta da -riflessioni che già gli si erano svolte nella mente sin dal mattino, -per cui cadde in un assopimento meditativo. Pensò egli quanto fosse -indegno e pericoloso per la sua fama l’essersi unito ad assassini di -quella fatta, qualunque scopo pur avesse nel giovarsi dell’opera loro: -comprese che ad un cavaliero le leggi di onore imponevano che in campo -aperto e colla forza del proprio braccio dovesse compiere le imprese; -ed egli diveniva immeritevole di portar spada e sprone adoperando gli -infami e vili maneggi dei ladri, onde venire a capo de’ suoi progetti. -Agitato nel bollore dell’ira e dell’indegnazione, stava per iscagliarsi -con pungenti parole contro Aldobrado, che tratto lo aveva a quel turpe -partito: quando accortosi costui, per l’indole generosa che conosceva -in Palamede della causa che il faceva pensieroso, e veduti gli sguardi -moltiplici e sdegnosi volti sopra di sè, ruppe il silenzio, dicendogli -sommessamente: «Egli è tempo che pensiamo alla vostra Ginevra.» Un -brivido improvviso scosse a tal nome il cuore di Palamede, e ne scemò -il tumulto dell’ira non a segno però ch’egli non riprendesse con -voce risentita: «Dove mi avete voi mai condotto? e fra quali persone? -Se fossimo qui, o per la bosacaglia, sorpresi dai soldati di Giovan -Galeazzo, qual vituperosa fine non sarebbe a noi riservata? Io fremo -in pensarvi. — Non bramaste voi stesso (rispose bruscamente Aldobrado) -vedere ad ogni costo Ginevra? Guerriero da poco voi mi sembrate, se -tremate a’ perigli cui vi espone il tentativo di conseguire il possesso -della vostra innamorata. Io, che non nutro passione alcuna per lei, non -mi trovo forse in pericolo al pari di voi? Pensate (proseguì con voce -più espressiva) che in questa notte istessa, o dimani, Ginevra sarà -vostra; e voi cui non mancano nè in patria nè fuori molte ricchezze e -ornate abitazioni, potrete condurla al talamo, e trarre con lei onorata -e comoda vita. Mentre all’infelice Aldobrado proscritto e ramingo -null’altro avanza che l’errare di città in città, armando il braccio -alla ventura per accattare il pane della miseria. — Ah! (soggiunse -commosso Palamede) perdonatemi, Aldobrado, io ebbi torto di lagnarmi di -voi: guidatemi dove volete, purchè Ginevra sia mia. A voi non mancherà -giammai nè un tetto, nè una mensa ospitale.» E dicendo queste parole si -porsero la mano, e con trasporto di affetto parve la stringessero l’un -l’altro; ma se sul volto di Palamede traspariva la sincerità d’un’anima -leale e generosa, negli occhi e sul viso di Aldobrado apparve un -maligno sorriso di trionfo, per la di lui credulità. Per convincere -però maggiormente Palamede dell’interesse che lo animava, onde la -impresa fosse presto condotta a felice compimento, chiamò i ladri per -disporli alla ricerca dei mezzi opportuni. - -Eransi costoro, mentre i due stranieri ragionavano fra loro, -sdraiati in un angolo del sotterraneo, e quivi stavano con una lama -di spada iscuoiando un pezzo della cinghialetta uccisa, e ripulendo -dalle ceneri una buca nel suolo che loro serviva di focolare; alla -chiamata di Aldobrado, gli si avvicinarono, ed egli disse: «Su via, -degni successori di Guandaleone, diamo mano all’opera per la quale -ci addussimo nel nido degli avoltoi a pericolo d’aver tutti le ali -traforate dallo stesso giavellotto. È d’uopo impossessarsi dapprima -di una barca, e tenerla disposta a’ nostri cenni lungo la sponda -dall’Adda in sito superiore d’un miglio al Castello di Trezzo. In -qual modo, o Tencio, diviseresti di fare? — Datemi cinque o sei lire -di terzoli (rispose Tencio), e la barca si troverà tosto in pronto -a’ vostri comandi.» Aldobrado cavò dalla tunica una manata di monete, -e le porse a Tencio; questi consegnolle al Carbonaio dicendogli: «Va -tosto a Brivio nella fucina di Filippo, dàgli questo denaro, e degli -che pagherai il valore di tanto pesce quanto Tedrigello d’Olginate ne -vende in una settimana ai signori di Lecco, purchè ti porga la chiave -della catena colla quale assecura alla spiaggia il suo battello, e -vi passi quattro remi per gli anelli. Se egli acconsente a quanto tu -sei per chiedergli, digli pure che se terrà brighe co’ gabellieri di -transito, o cogli sgherri, troverà degli amici; altramente bisbigliagli -il mio nome all’orecchio.» Il Carbonaio, preso fra le mani un nodoso -bastone, salì tosto la scala del sotterraneo, uscì dall’apertura, e la -turò novellamente. «Ora, o Tencio (proseguì Aldobrado), io m’aspetto -dal tuo ingegno l’eseguimento di altra impresa assai più ardua. — Se -vi riesci (dissegli Palamede) noi ti daremo un premio doppio di quanto -ti abbiamo promesso. — Tu devi trovare (proseguì Aldobrado) un uomo -fidato il quale rechi alla persona che ti additeremo un viglietto entro -il castello di Trezzo. — Intendo (rispose il Tencio): le signorie loro -vorrebbero spezzare uno staggio del gabbione in cui sta rinchiuso il -vecchio orso, affinchè ei si fugga. — O l’orso, o l’armellino (riprese -Aldobrado), questo a te non deve importare: rifletti a quanto hai -giurato, alla mercede che ne ritrarrai, e risolviti. - -«Ho giurato (replicò il Tencio) di adoperarmi alla cieca per loro, e -ben vi sono disposto, perchè, avvenga che può, se io non do questa -fiata nella rete, ho in animo di abbandonare la tana del cervo, e -se avrò tanto da comperarmi una tunica, mi ritirerò in un convento a -pentirmi de’ miei peccati, ed a levarmi dagli occhi quella maledetta -ruota, su cui parmi ancora di scorgere mio compare a penzoloni. -Rispetto all’inviare il viglietto nel castello, le cui porte sono -sì gelosamente guardate a questi giorni, non è di certo agevole -faccenda. Io però ho conoscenza di due garzoni spenditori di Tadon -Fosco castellano, i quali per lo addietro erano destinati a recarsi -nei contadi a comperare le provvigioni pel castello. Amighetto, l’un -d’essi, è il più fidato ragazzo ch’io mi conosca, e se gli si paga una -misura di quel di Montevecchia, chiude in corpo un secreto più che nol -siano i bizantini nell’arca di un avaro; nè gli trarrebbono un terzuolo -colla corda. Consegnatemi il viglietto ch’io m’andrò in cerca di lui, e -se lo trovo, l’impresa è assicurata.» - -Poco mancò che Palamede per gioia lo abbracciasse, se non che -trattenendosi gli disse: «Senti, o Tencio, se le mie speranze saranno -coronate da un esito felice, io penserò a far sì che nè tu nè i tuoi -compagni abbiate mai più a temere di sgherri o di ruote; voi sarete tre -prodi soldati a cui la spada e il valore sapranno cancellare le macchie -della vita trascorsa.» - -Mentre il Tencio indossava una larga zimarra da bifolco, Aldobrado -si trasse un pezzo di pergamena che avea seco, e diella a Palamede, -il quale colla punta dello stilo fattasi una picciola ferita in una -mano, vergò col sangue una lettera a Ginevra. In essa narravale il suo -ritorno e l’amor sempre ardente che per lei nutriva; la scongiurava -per amor suo a discendere nella cappella de’ Morti attigua alla chiesa -del castello, in quell’ora della notte in cui avrebbe udito una voce -dir forte sotto le sue finestre «_È l’ora._» Descrisse il modo per ivi -rendersi inosservata, uscendo dalla sua camera di riposo, e calando -per una tribuna di cui le additava la posizione, e giusta gli andava -mano mano dettando Aldobrado conoscitore espertissimo di tutti gli -andirivieni del castello; e chiuse il suo dire altamente pregandola a -intervenirvi, se desiderava rivederlo anzi morire. Scritta la lettera, -la involse strettamente nel nastro che legava la vagina della sua -spada colla ciarpa, e ravviluppolla eziandio entro una tela su cui -scrisse in minuto: _Ginevra_. Consegnolla indi al Tencio, dicendogli -che incaricasse il messo, che arrecar la doveva in castello, a far sì -che pervenisse nelle mani di quella fra le due donzelle la quale avesse -riconosciuto ivi scritto il proprio nome: al che aggiunse esser dessa -di bionda chioma; che se mal riuscisse l’impresa, dovea rendere il -viglietto, minacciandolo fieramente se fosse caduto in altre mani. Il -Tencio, assecurando di tutto eseguire appuntino, pose alle spalle una -vanga; salì la spirale scalea, e sparve, ingiugnendo al Brescianino che -acconciasse di che satollarsi per essi e gli ospiti novelli. - -Partito costui, Palamede rimase dubbiante ed agitato da mille speranze -e timori, che si succedevano senza tregua nel suo cuore; ed ora -sentiasi rimordere, perchè affidato avesse un’impresa di sì alto -momento a mani tanto vili, ed ora gli arrecava conforto la certezza -di rivedere colei per cui s’era fatto cavaliere, quella per cui solo -avea cercato rinomanza nelle guerresche venture. In quella foga di -affetti parve accrescergli angustia il vedersi cinto dalla oscurità che -regnava nel sotterraneo: laonde bramò di uscirne, a fine di spirare -aura più lucente e più libera. Il Brescianino lo precedette, sollevò -la lastra che chiudeva l’ingresso, e lo rese avvertito che non si -discostasse dal tempio; che se avesse bisogno di lui, o pur amasse -rientrare, replicasse un lieve batter di mani. Vagò Palamede per la -tranquilla ombra delle altissime piante che circondavano il tempio; -e all’ondeggiare affannoso della sua mente, trovò consolante ristoro -nel ripensare a’ più cari momenti de’ passati suoi giorni. Rapida gli -rinasceva la memoria di quel tempo felice in cui, giovinetto, in una -splendida corte vestiva la prima volta le armi; pensava a’ torneamenti -di Milano ed alle gualdane che si correano per le contrade e per le -piazze, ov’egli primeggiando attraevasi gli occhi di tante nobili -donzelle e matrone pomposamente ornate, che lo miravano dai veroni -e dai palagi: ma tremando gli risovvenne quel primo sguardo che, -irridiato da una luce celeste, incancellabile gli penetrò nel cuore. -Una serie di ineffabili ricordanze gli corsero alla mente; e la voce, e -gli atti, e le parole, e gli amorosi colloquii per le domestiche sale, -o per l’aule festose, o ne’ solitarii giardini; e quando gli cingeva la -ciarpa da lei trapunta; e il piangere e lo svenire dell’ultimo addio. -Indi gli si schierarono innanzi le sue prime battaglie guerreggiate con -Bernabò, poi le Venete bandiere, e i singolari combattimenti sostenuti -per terra ferma e per le isole; le sue vittorie e la sua gloria. -Gravato dalle ricordanze del passato, stanco, si assise, e l’animo -corse festivo a’ futuri avvenimenti che lo attendevano. - -Aldobrado, il quale era rimasto nella fontana sotterranea, trattasi la -fratesca tunica ulivigna, apparve vestito con farsetto e calzamento -stretto alle membra. Diessi intanto ad esaminare le varie armi -irrugginite e gli attrezzi che stavano appesi alle pareti; e tratto -tratto arrestavasi colle braccia conserte al petto, e col capo -inchinato, girando l’occhio inquieto, e svolgendo in se stesso cupi -pensieri. Ora un sorridere di compiacenza, ora uno aggrinzarsi di -rabbia apparivano a vicenda sul di lui viso; e qualche volta movea -tronche parole al Brescianino che era intento a cuocere lentamente -sotto le ceneri un pezzo di cinghiale. - -Dopo alcune ore di aspettazione, udissi il fischio del Tencio, -che trafelato dal caldo e dal cammino, rientrò nel sotterraneo -con Palamede, il quale lo pressava ad inchieste sull’esito del -di lui invio. Ma vide egli con inesprimibile angoscia il Tencio -trarsi dalla cintura l’involto, e riporlo sulla tavola, dimenando -mestamente il capo per segno della fallita impresa. Anche Aldobrado -restò vivamente colpito dalla mala riuscita del tentativo; ma mentre -l’amante cavaliere ricogliendo il volto nelle mani si abbandonava ad -un totale abbattimento, quasi per lui fosse tutto perduto, l’altro in -vece concentratosi stette investigando quali altre vie rimanessero -a compiere il meditato disegno; voltosi quindi a Tencio gli disse: -«Forse allorchè tu giugnesti a Trezzo e ne’ paesi d’intorno l’ora era -già tarda: dimani vi tornerai più per tempo, e se non ti abbatterai -in Amighetto, troverai pur qualche altro che sia amico di Tadone ed -abbia viso miglior del tuo. Gli consegnerai con qualche fiorin d’oro il -medesimo involto, onde lo arrecchi al castellano, il quale se borbotta -le parole su certi vecchi fogli di cui io non comprendo sillaba, -saprà anche leggere questo indirizzo: ed è persona da rimetterlo così -fidamente come farebbe di un cartoccino di polvere di san tossico.» - -Il Tencio fe’ cenno che eseguirebbe, e Palamede riprese speranza. -Dopo alcune ore ritornò il Carbonaio che avea sortito miglior esito -del compagno nella sua impresa, e semibriaco qual era pel molto vino -che avea bevuto coi terzoli, di cui a Filippo di Brivio non avea data -che piccolissima parte, narrò il modo di sua spedizione, e mostrò le -chiavi della barca e de’ remi. Quel prospero evento temperò alquanto il -rammarico arrecato dal primo andato a vuoto; e fu argomento a ciascuno -di buono augurio. Passò quel giorno, e ver l’alba del dì vegnente -il Tencio, a cui Palamede avea dato alcuni imperiali, partissi dalla -tana del cervo, e frugò tutte le taverne de’ villaggi per più miglia -d’intorno a Trezzo, ma invano: scontrò qua e là sparsi de’ soldati di -Giovan Galeazzo, dal cui contatto si astenne; nè mai gli fu dato di -abbattersi in uomo che fosse il ben trovato pel suo bisogno. Ritornò -afflitto alla tana, ove i due lo attendevano impazienti: così furono -convinti della impossibilità di pervenire al loro scopo, essendo il -castello guardato con troppa avvedutezza ed entro e fuori. Deposta -da Palamede ogni speranza di rivedere Ginevra nel modo consigliato -da Aldobrado, fermò quindi nell’animo di tentare altre vie. Chiarì ad -Aldobrado il suo proposito di abbandonare la impresa; e checchè questi -gli dicesse onde impegnarnelo nuovamente, tutto parve vano. Venne -perciò statuito che al mattino venturo, pagato un premio a’ ladri, -sarebbero ritornati alla Ca di Mandellone per riprendere i cavalli, ed -avviarsi ciascuno ove il proprio destino li avrebbe condotti. - -Era vicina la notte, e Palamede, a cui il fine male avventurato del -suo disegno avea resi ancor più odiosi i ladri e la loro sotterranea -abitazione, uscì all’aperta per meditare da solo che mai dovesse -intraprendere, onde venire a capo d’una impresa da cui dipendeva -unicamente la sua felicità, ed alla quale era legato per religione e -per le leggi di amore e di onore. Sparso era il cielo di oscure nubi, -e il vento forte fischiava tra le frondi del bosco; udivasi da lungi -mormorare il tuono e scorgevasi un balenare incessante. Quell’aspetto -tempestoso dell’aere consuonava pur bene coll’agitazione dell’anima -di Palamede. Rimase questi colà sino al completo oscurarsi del -cielo, ora scorrendo pel bosco, ora appoggiandosi alle colonne del -peristilio del tempio a contemplare l’addensarsi ed abbuiarsi delle -nubi; ora ascoltando con segreto compiacimento il soffiare del vento -e il rimbombare del tuono. Quando la notte si fu alta, e gli oggetti -d’intorno ravvolti in una profonda oscurità, Palamede destatosi da -quella intensa concentrazione in cui l’aveano condotto i suoi mesti -pensieri, si ritrasse nell’interno del tempio, e cerchi gli sconnessi -gradini dell’ara, vi si pose genuflesso ad invocare il patrocinio -di Sant’Ambrogio e della Vergine, nelle cui chiese di Milano avea -tante volte aperto i più segreti affetti del cuore, ponendoli sotto -il loro patrocinio. Leniva così il peso del suo affanno, esalandolo -nell’entusiasmo religioso, che in lui era caldo al pari dell’amore. E -siccome abborriva il ridiscendere nel covo co’ ladri, pensò vegliare -quella notte nel tempio, attendendo il primo albeggiare per ritornare -all’isola di Mandellone. Cedendo però ad un certo languore delle -membra inoperose, si avvolse nel bruno mantello, e si stese sul nudo -macigno de’ gradini, facendosi del braccio guanciale. Per la rotta -volta del tempio vedevasi uno spazio di cielo che a pena pel tenebrore -che l’ingombrava si distingueva da’ contorni della nera volta: e -mentre Palamede vi intendeva lo sguardo l’oscuro seno di una nube -diradatosi, lasciò scorgere uno spazio sereno di firmamento in cui -ardeano luminose le stelle. Fu argomento di non poca gioia al cavaliere -quell’apparirgli d’un subito la veduta degli astri, dalla cui posizione -si traevano in allora tanti felici od avversi auspicii. Egli pensò -che si fosse qualche prospera congiunzione di pianeti a suo favore; -ed osservando quello spazio sereno che incominciando dalla parte di -Milano, avanzatasi per dilungo delle rotte nubi ver Trezzo, non dubitò -punto gli recasse l’annunzio che l’appagamento dei suoi voli sarebbesi -compiuto nel castello di Trezzo, dopo aver tratto principio da Milano. -Le nubi intanto si rinserrarono; il sereno affatto disparve, e il vento -soffiò più forte. Palamede, immerso in gradite illusioni, fu vinto a -poco a poco dalla stanchezza de’ sensi, e si assopì in profondissimo -sonno. - -Cupa, sommessa, sconosciuta una voce, ruppe il sonno al cavaliere, -chiamandolo per nome. Levò esagitato la testa appuntellandosi sul marmo -colla destra, e addomandando chi fosse ad una nera figura ravvolta in -un manto, la quale si inchinava versò di esso, e che da lui fu scorta, -perchè il cielo rasserenatosi del tutto tramandava per entro il foro -della volta uno scarso raggio di luna. «Non destate, o cavaliero (gli -disse l’incognito), i serpenti nella tana che li rinchiude; seguitemi -per amor di Ginevra; la colomba difesa dall’aquila non temerà gli -artigli del falco.» Sprezzatori de’ perigli e amanti delle strane -avventure e del maraviglioso, siccom’erano i guerrieri di que’ tempi, -non esitavano certo a slanciarsi là dove un arcano avvenimento apriva -loro un campo di far mostra d’intrepidità e di valore. Palamede, a -cui si risvegliarono in quell’istante nell’animo tutte le credenze -ne’ prestigii e nelle apparizioni di esseri soprannaturali a guida -delle umane azioni, giudicò che colui il quale mosso gli avea quelle -voci si fosse uno spirito a lui inviato da’ santi suoi patroni. -Laonde, levatosi tostamente in piedi, si chiuse nel mantello e si -dispose a seguirlo; ma appena uscito dal tempio, forte paventò ch’ei -fosse uno spirito infernale, o l’anima di Guandaleone che frequentava -que’ luoghi: gli si accostò allora, e di celato toccògli il manto -coll’imagine di Sant’Ambrogio che serbava sculta sulla spada, e -fecesi il seguo della croce. L’incognito per ciò non disparve nè urlò: -ond’egli prese fidanza, e seco lui internossi fra le piante del bosco. - -Buio, inestricabile, incerto era il cammino della selva: chè lo -intrecciarsi foltissimo de’ rami non lasciava penetrare il debilissimo -raggio della luna nascente. Avanzatisi quindi un trar d’arco, parve -impossibile a Palamede il procedere più oltre per quella oscurità -piena di ostacoli innumerevoli: ma ad un tratto sentì che l’incognito -agitava qualche corpo nell’aria, e vide con maraviglia accenderglisi -nella destra una fiaccola, che rischiarò di repente con una luce -improvvisa que’ luoghi. Gialliccia, offuscata da un denso fumo che -effondeva, sventolava la larga fiamma di quella face, tramandando un -lume che spandeva sui tronchi e sulle foglie degli alberi un livido -colore, ed iva a perdersi fra il denso della boscaglia. Scorse allor -Palamede che la sconosciuta sua guida si era un uomo di non alta -statura, tutto ravvolto in bruno ammanto che gli si avviluppava -sino al capo; aguzzo avea il mento, e coverto da una ciocca di peli; -larga la bocca; protendenti, ma scarne le mascelle; gli occhi assai -incavati. «Chi sarà mai costui, al quale è noto il mio nome e l’amor -mio per Ginevra!» disse Palamede fra sè, mirando l’incognito la di cui -fisionomia, sebbene negromantica e di straordinario aspetto, teneva pur -assai del terreno per presupporlo uno spirito, o celeste, o infernale. -«Sarebb’egli uno sgherro di Gian Galeazzo? Sarebb’egli uno stregone -abitatore di questa selva?» Ma fidando nel proprio coraggio, serbando -la destra sull’impugnatura della spada, e colla manca affrancandosi -il mantello sul petto, proseguì intrepido a tenergli dietro. Dopo un -breve tratto di cammino per la boscaglia, lo sconosciuto, soffermatosi, -infisse in un tronco per l’acuta estremità la face che portava, e -disse a Palamede: «Voi udirete il canto di Ginevra a piè delle mura che -la rinserrano: mal volle ella credermi quando le susurrai che voi le -eravate vicino; io deggio dunque mostrarvi ai di lei occhi. Che se non -bastassero le vostre forme, ch’ella vedrà lontane, porgetemi un segno -od una parola per cui indubbiamente vi riconosca.» Maravigliato il -cavaliere a sì fatto parlare, da cui comprese quanto egli sapesse de’ -suoi amori con Ginevra, fu punto dalla brama di chiedergli di lei più -cose: quando un suo guardar penetrante ed istrano gli impose silenzio. -Per cui tacitamente trasse la lettera involta nel nastro che già porto -aveva al Tencio, e gliela diede. L’incognito, presolo allora per mano, -proseguì seco lui il cammino per la selva lievemente rischiarata dalla -face rimasta nel tronco, e che dileguossi alla loro vista un momento -prima che uscissero fuori interamente del bosco, ove nessun ingombro -divietò che la luna loro apparisse splendente di tutta luce. - -Torreggiavano poco lungi di là le mura del castello di Trezzo, di cui -irradiava la luna il fianco orientale, verso la qual banda Palamede -si volse coll’incognito. Quivi pervenuti, ascendendo ad un masso che -sorgeva a’ fianchi del castello, lo sconosciuto disse a Palamede: -«Arrestatevi qui sino a che un lume là sopra (ed additò le finestre) -verrà acceso, indi spento; e tosto che spegnerassi ritornate nel bosco -alla tana del cervo, da cui non partirete pria di rivedermi.» In così -dire accostossi dippiù alle mura, e cacciatosi nell’ombra, sparve d’un -subito agli occhi di Palamede, attonito a sì strana ventura. - -Era il cielo stellato e sereno, e la luna diffondeva per l’aere una -limpida luce: il mormorare dell’Adda rompea solo il silenzio che -regnava d’intorno. Stava il cavaliero con un’ansia inesprimibile -attendendo surgesse la voce di Ginevra; allorchè vide un lume -riflettersi, e passando per le vetriate delle finestre, in pria -oscure, che a lui sovra stavano, arrestarsi nella camera presso il -verone. Dopo pochi istanti un improvviso toccar di corde di un liuto -dolcemente risonante partì dall’unica finestra illuminata del castello, -e si diffuse in melodiose voci per l’aria silenziosa. Irruppero -dapprima rapide note, scorrenti velocemente dai gravi agli acuti; alle -quali a grado a grado mancanti succedette uno arpeggiare armonioso, -che vagando con risentiti passaggi in tuoni variati, ricercò e si -trattenne sul toccare di una affettuosissima minore. «O mano d’amore! -Ginevra, mio unico bene!» disse fra sè Palamede premendosi le mani -congiunte al seno, e volgendo lo sguardo ove udiva que’ suoni, rapito -dall’entusiasmo del più puro trasporto. E chi potrebbe esprimere la -piena di affetto che invase l’anima del cavaliero, udendosi risuonare -all’orecchio, dopo tanta lontananza e sì fieri avvenimenti! il preludio -della canzone del ritorno del guerriero crociato, ch’egli stesso aveva -a Ginevra insegnata? L’estasi sua toccò il colmo, allorchè ascoltò la -di lei voce proferirne le parole che così suonavano: - - Da lontane estranie terre, - Dal sepolcro del Signor, - Dai perigli e dalle guerre - Io ritorno vincitor. - Altri raggi in altri suoli - Irradiaro il mio cimier: - E le vampe d’altri soli - Abbruniro il cavalier; - Ma il mio tetto ed i miei cari - Sempre fissi in cor restâr, - Nello scorrere dei mari, - Nella foga del pugnar. - Ah! mio ben, che in queste mura - Fida attendi al mio venir, - Frena il pianto e l’ansia cura: - Io ritorno a’ tuoi desir. - -Due volte ripetè questi ultimi accenti; e a pena cessò il canto, -apparve la bella sul verone. Il manto del cavaliero gli era in quel -mentre caduto dagli omeri senza ch’ei nel rapimento della passione se -ne avvedesse, e un raggio di luna brillava vivissimo sul terso acciaio -della sua armatura e dell’elmo. Al vedersi si riconobbero l’un l’altro -quegli amanti, e nella piena dell’affetto che loro ardeva in cuore -avrebbero forse alzata la voce a parlarsi: quando Palamede scórse -ispegnersi di repente il lume entro la stanza del verone, e Ginevra da -quello ritrarsi rapidamente. Stette un istante sospeso il cavaliero; ma -ripensando alle parole dello sconosciuto, diè ratto di volta verso il -bosco, e vi si internò camminando alla cieca: sino a che, scoperta allo -splendore la fiaccola infissa al tronco, la riprese, e colla scorta di -essa ricalcò il sentiero già percorso dapprima. - - - - -CAPITOLO IV. - - Questi in diverse lingue era eloquente, - E sapeva in ciascuna all’improvviso - Compor versi, e cantar sì dolcemente, - Che avrebbe un cor di Faraon conquiso. - TASSONI. - - -Lo sconosciuto, che aveva guidato Palamede fra le tenebre del bosco -ad udire il canto di Ginevra, niun altro si era fuorchè quell’Enzel -Petraccio, aríolo, i di cui buoni uffici aveva offerto Gabriella -(la moglie del castellano) a Ginevra, nella prima sera che questa -si trovava nel castello. Era Enzel venuto da lontani paesi al di là -di Lamagna, e capitato in Lombardia al seguito di Ernesto il Bavaro, -duca di molti castelli, allorchè questi menò in moglie Lisabetta la -Piccinina, una fra le dieci figlie legittime di Bernabò. Enzel si era -introdotto fra la schiera dei servi del Duca, e con essi recatosi a -Trezzo, rinunziò al vivere errante che per tanti anni avea condotto, e -pensò fermar stanza colà, dove, a motivo delle sue arti che sapevano -di negromanzia, era richiesto dal volgo, e tenuto in gran pregio. -Sapeva però celare con astuzia quegli artificii ai frati ed ai ricchi, -per tema di avere a sperimentare il suo magico potere contro le -fiamme di accesa catasta, o nella gola arroventata di un forno. Enzel -parlava talvolta una lingua stranissima, ed era il solo che servisse -d’interprete fra le genti del paese e gli alabardieri alemanni, gli -arcieri svizzeri, e i cavalieri francesi e normandi, di cui qualche -schiera sempre si trovava a Milano e ne’ dintorni, condotti dai tanti -principi che si recavano alla corte di Bernabò, od attraversavano -la Lombardia per guerreggiare in Italia. Aveva egli veduto Vienna -d’Austria, dopo essere stato a Rodi, a Bisanzio, e persino a -Trabisonda. Tratteneva le persone narrando maraviglie di spaventose -montagne, di fortune di mare, di singolari costumi di popoli lontani, -di guerre, d’assalti, di giostre e duelli di cavalieri; mesceva a’ -suoi racconti amori di dame e di regine, storie di maghi, di miracoli -e d’effetti d’influssi di pianeti. Astuto indagatore de’ fatti altrui, -richiesto di consiglio e d’aiuto nelle traversie, sapea di tutto -giovarsi, penetrando ne’ segreti di chicchessia: andava nelle case, -nelle taverne, e frequentava le corti dei castelli e de’ conventi: -spiava i moti di ognuno, meditava sulle parole che inavvedutamente -isfuggivano; e combinando con accortezza tratti che sembravano i -più disparati, spesso giungeva alla scoperta di fatti segretissimi: -quindi molte fiate sapea prevedere ciò che taluno di celato divisasse -intraprendere. - -Aveva fatto lega coi tempestarii, ed altri aríoli, i quali dicevasi -tener possanza sulle meteore e sugli spiriti che abitavano l’aria: -eglino venivano consultati non solo dal volgo, ma anche da’ cavalieri -e signori di castelli, e in ispecial modo dalle donne, a cui la -molta ignoranza e superstizione dei tempi facea credere infallibili -gli oracoli che pronunciavano. Per tal guisa adoperando, Enzel -avea cognizione delle insidie e de’ tradimenti che celatamente si -preparavano; sapea le corrispondenze più ignote e le violenze praticate -fra impenetrabili mura. Amico de’ sgherri e degli assassini, de’ -contrabbandieri e de’ gabellieri, egli penetrava sicuro in tutti i -boschi, in tutte le trabacche dei soldati; derisore in suo secreto di -gran parte de’ pregiudizi che esso co’ suoi racconti tenea vivi negli -altri, punto non temea di cacciarsi per luoghi oscuri e disabitati, -ne’ sotterranei e nelle caverne, qualunque pur fosse la fama tremenda -che s’avessero. Infatti egli aveva scoperto nel castello di Trezzo, -entro la torre nera di Barbarossa, l’ingresso ad un sotterraneo a cui -niuno ardiva accostarsi, e ne approfittava onde uscire e rientrare a -suo senno nel castello: il che non eseguiva che in casi importanti, -mal volendo qualche fiata essere scorto da taluno; così, comunque pur -fossero guardate le mura e le porte, per esso riuscivano mai sempre -libere come aveva a Ginevra narrato Gabriella. Questa singolare persona -vestiva calzoni di una foggia particolare, a color nero, e rannodati al -confine del piede; talvolta portava un mantello e un cappello a larghe -falde, e tal altra un guarnello con cappuccio, da cui le sue guancie -sporgenti e gli occhi da gufo ricevevano uno stravagante risalto. - -Petraccio era stato introdotto nascostamente da Gabriella nelle -camere delle figlie di Bernabò: imperocchè ella amava ad ogni patto -che Ginevra abbandonasse quel malinconico e segreto affanno che la -opprimeva, od almeno desiderava scoprirne la vera cagione. Quindi avea -caldamente raccomandato all’aríolo che tutte ponesse in opera le arti -sue a fine di alleviarla, o dir le sapesse qual fosse l’origine del suo -secreto dolore: l’aríolo, che sempre compiaceva a Gabriella, siccome -quella che usavagli di molte cortesie, assunse con tutta premura tale -impegno. Entrato in quelle camere, diè principio al narrare istorie -scherzose, che vivamente ricrearono Damigella, la quale pendeva -ammaliata dalla voce strana di lui, da’ suoi gesti, dagli sguardi ed -atteggiamenti variati del volto, non che dalla verità e vivezza delle -sue descrizioni. Col racconto delle sue fiabe guadagnossi pure, a grado -a grado, l’attenzione della vecchia Geltrude, e finalmente s’accorse -che anche Ginevra porgeva orecchio a’ suoi detti, per cui, mutata -insensibilmente maniera di narrativa, parlò d’amori, di sventure, e -fece quadri di avvenimenti diversi, sino a che venne ad un racconto che -parve destare in Ginevra il più vivo interessamento: arguì tosto che -le cose ch’ei diceva fossero le più conformi a’ sentimenti da cui era -quella fanciulla travagliata, e perciò su quelle insistendo, iscoprì -dagli affetti che si pingevano variamente sul di lei viso, e dalle -mozze parole che involontarie ella pronunciava, la qualità delle idee -che fitte le stavano nel pensiero. - -Allora quando Enzel pose termine a’ suoi racconti, e si partì dalle -stanze delle figlie di Bernabò, erasi già seco stesso assicurato che -gli affanni di Ginevra procedevano da una segreta fiamma d’amore, -e che l’oggetto de’ suoi pensieri si trovava da molto tempo da lei -discosto fra le venture dell’armi. Diessi quindi con arte a ricercare -fra i vecchi servi di Bernabò, se pur taluno serbasse memoria delle -persone che frequentavano la casa di Donnina de’ Porri, e così -rintracciare qualche filo a guidarlo alla conoscenza dell’amante di -Ginevra; ma le sue ricerche furono vane. I servi erano a que’ tempi -sì umilmente suggetti a’ loro padroni, che se questi fossero stati -persone principesche, dir si potevano più tosto schiavi che domestici; -eseguendo esattamente quanto veniva loro imposto, si tenevano a tale -distanza dai loro signori, che ne ignoravano le segrete relazioni, -o conoscendole non ardivano palesarle. Enzel uscì dal castello, e -meditando la scoperta in cui s’era impegnato, si pose in traccia d’un -altro aríolo il quale era stato lungo tempo a Milano, e tutti sapea -gli avvenimenti delle persone di corte di Bernabò; nè lo rinvenendo, -si diresse ver la casa di Mandellone a cui quasi tutti recavansi o per -sollazzo o per passaggio, onde quell’ostiere gli additasse ove potea -rintracciarlo. - -Attraversata l’Adda sulla zattera, a pena pose piede nell’isola, -apparve maravigliato in veggendo fra quelle piante due bellissimi -cavalli ir pascolando: si avanzò, e vide alla porta della capanna -Mandellone e sua figlia, e dall’un canto starsi un estranio in abito da -scudiere. Giuntogli vicino, l’oste il conobbe ben tosto, e facendogli -gran festa si volse allo scudiere, che quello si era di Palamede, -dicendogli: «Signor scudiere, questi è Enzel Petraccio aríolo, il -quale è stato in paesi più in là di tutte le montagne le cento miglia: -e’ sa tutto, e va per tutto senza neppure il soccorso dello spirito -maligno. Standosi qui, ei sa vedere le cose che avvengono a Milano così -chiare siccom’io dalla sponda veggo un temolo nel fiume.» Lo scudiere -squadrollo più volte, indi sorrise, facendosi beffe della figura di -questo singolare personaggio; e ciò si era perchè non gli garbava -l’annunzio della costui onniscienza, poichè temeva non isvelasse le -molte menzogne che, per farsi tenere in conto di guerriero valoroso, -egli avea narrate all’oste ed alla di lui figlia: quindi si persuase -facilmente che quanto di costui gli avea detto Mandellone, proveniva -dalla di lui ignoranza, della quale ei stimavasi scevro siccome soldato -ed uom di ventura. Chiamò quindi per ischerno ad Enzel se sapea che -facesse in quel momento il boia di Milano: e questi, fisandolo con -occhi grifagni, rispose all’istante che stava sulla piazza di Santa -Tecla frustando uno scudiere poltrone. Diede a tale risposta Mandellone -uno scroscio di risa, che intese da qual dente fosse morso lo scudiere; -ma questi si irritò fieramente, e volendo ad ogni patto porre a terra -la vantata scienza dell’aríolo, e beffarlo alla presenza dell’oste -istesso e di Maria, gli fece gran numero di dimande sulla posizione e -singularità di moltissimi paesi, certo di coglierlo in fallo, e così -schernirnelo acremente. - -Ma Enzel rispose a tutto, narrando le più minute particolarità de’ -luoghi pe’ quali aveva viaggiato lo stesso scudiero, per cui questi, -udendo che l’aríolo tanto sapea, e che d’altronde non lo smentiva, -prese gradatamente interesse al parlare di lui, ed andava ripetendo, -secondo i nomi delle terre che Enzel rammentava, le guerre e le -avventure a cui era stato colà presente; ed aggiungeva molti fatti -del valore del cavaliere che egli aveva ovunque seguito, non poco -esagerando per vanità la di lui e la propria bravura. Quando Enzel -si vide amicato lo scudiere, pel campo che gli porse a darsi vanto -presso Mandellone e Maria di uomo famoso nell’armi, imperocchè quegli -zotici prestavano piena fede a ciò che lo scudiere diceva a motivo che -l’aríolo stesso sembrava e crederlo e confirmarlo, a lui rivolto disse: -«Valoroso voi siete, e intrepido è il cavaliero che avete seguito, -ed i suoi fatti onorano la nobile sua patria. — Oh al certo (rispose -lo scudiere) Palamede de’ Bianchi sta fra i più prodi cavalieri di -Milano; alla corte di Bernabò veniva stimato de’ più leggiadri di -volto, e valorosi di braccio: egli diè prove stupende colla spada e -la lancia ne’ tornei di Verona, ma più che in altri luoghi nel campo -de’ Veneziani.» Quando Enzel intese che il signore di quello scudiere -era un cavalier di Milano stato alla corte del Visconte, e che tornava -da lontane guerre, gli nacque dubbio improvviso, potesse essere quel -cavaliere l’amante di Ginevra: per cui si raccolse un instante; indi -sorridendo guardò in viso allo scudiere, e gli disse: «Quante dame e -ricche figlie di potenti signori avranno desiderato che il valoroso -cavaliere vestisse il loro colore, facendolo trionfare nelle giostre e -ne’ tornei?» - -«Molti sguardi (riprese lo scudiero) e molte soavi parole erano a lui -dirette; ma egli è ammaliato da una ciarpa che porta sempre sul petto, -e da un nome che proferisce sovente, per cui quanto io mi curava di -mostrarmi innamorato di tutte le belle figlie dei guardiani di castelli -e delle damigelle che sfuggivano un istante sull’imbrunire agli sguardi -delle loro gelose signore, altrettanto il mio cavaliere era riservato -nel trattare con queste. Nè nei tanti castelli e palagi ove abbiamo -albergato, mai un marito, entrando secretamente nelle sale della sua -donna che con Palamede conversasse, colse questi in qualche atto per -cui si sguainassero spade o pugnali. Ed io potrei far sacramento, -che persino in Venezia stessa, che è la città dell’allegria e degli -amori, tutte le lusinghe delle leggiadre e libere patrizie cadevano al -nome di Ginevra. — Al nome di Ginevra,» ripetè ad alta voce l’aríolo, -la pelle bruna del cui volto, raggrinzandosi, espresse un riso di -trionfo; ma poscia accostatosi allo scudiere, e posandogli sulle -spalle una mano, gli disse sommesso: «Credevate voi ch’io m’ignorassi -che il cavaliere de’ Bianchi ama Ginevra la bella, figlia di Donnina -de’ Porri e di Bernabò, e che ne va con pari ardore corrisposto? -Conosco la storia degli amori di Palamede, come vedo in cuore alla -figlia di Mandellone tutto l’affetto che ella sente pel di lui gentile -scudiere.» La lusingata vanità di costui, che non gli lasciò scorgere -quanto era facile l’avvedersi dai lunghi sguardi che a lui porgeva, -e dall’interessamento con cui tutte Maria ne raccoglieva le parole, -ch’ella era di lui innamorata, e l’avere udito l’aríolo nominare i -parenti di Ginevra, che egli credeva che a sì rustica persona esser -dovesse affatto incognita, produssero in esso lui tale meraviglia, -che diessi a credere con tutta certezza ciò che di Enzel gli avea -Mandellone narrato. Quindi gli fece grandi interrogazioni, da cui seppe -lo scaltro aríolo schermirsi per non iscemare l’opinione che si aveva -acquistata, pago in suo cuore d’aver quanto ei cercava rinvenuto. - -Non sapea però Enzel rendere a sè stesso ragione della causa per cui -lo scudiere si trovasse solo coi cavalli nell’isola di Mandellone; si -volse all’oste dopo aver entro sè stesso pensato, e disse: «Chi detto -avrebbe, o Mandellone, che l’erba del tuo prato, la quale non è brucata -che dalle mule dei mercanti, o dalle rozze del priore di Caravaggio, -dovesse essere mangiata da due sì bei destrieri? — E sì, rispose -l’oste, che ne hanno già mangiata più d’un fascio, e non so se tutta -basterà, perchè il cavaliere si è cacciato con un falso monaco insieme -al Tencio e gli amici dentro il bosco: e il motivo di ciò non puoi -saperlo che tu, che tutto sai; per me lascio lor fare quanto vogliono, -perchè mi hanno tinta la mano col giallo dell’oro. Ma ho sospetto da -certe parole che intesi pronunciare da quel frate e dal cavaliere sul -castello di Trezzo, che si voglia ricondurre alla selva quel vecchio -cignale di Bernabò, che il signor Giovan Galeazzo ha fatto rinchiudere -nel castello. — Segreta è la tana del cervo (rispose l’aríolo assumendo -un’aria misteriosa); ma le sue corna non giungeranno innosservate -presso le porte di cui vegliano a difesa le spade e le alabarde.» E -in così dire si accomiatò da Mandellone, che invano gli offerse una -buona misura di vino brianzolo, e trasportato da Trado colla zattera, -attraversò l’Adda, salì la sponda, penetrò nel bosco della strada di -Concesa, e venne sin presso al tempio, che era quella stanza de’ ladri -detta _la tana del cervo_. Colà si ascose fra le piante spiando, e vide -in leggiera armatura uscirne dalla porta un giovane di belle forme, che -si diede pensoso a passeggiare. Esaminollo attentamente, e vedendogli -una ciarpa azzurra ritenne ch’ei fosse, siccom’era di fatto, Palamede; -ma senza lasciarsi da lui scorgere, a pena ebbesi fitto in mente la sua -imagine, chetamente ritirossi, e lieto di quanto avea scoperto rientrò -nel castello. - -Ginevra, nella cui anima gli artificiosi racconti di Enzel avevano -reso più intenso il fuoco che la consumava, non seppe più a lungo -resistere al desiderio di chiedere a costui, ove si trovasse il -cavaliero oggetto de’ suoi sospiri, e se a lei sarebbe dato ancora una -volta di rivederlo: poichè si era di già persuasa che vero fosse che -l’aríolo conoscesse anche le cose che di lontano accadevano, non che -i futuri avvenimenti, siccome la avea accertata Gabriella. Attese un -istante in cui sola trovossi con questa, e le palesò che ella bramava -avere una conferenza coll’aríolo. Nulla potea riuscir più gradito alla -moglie del castellano che una tale richiesta, perchè alfine era sicura -di penetrare la causa de’ secreti affanni che angosciavano Ginevra. -Discese ella, e trovato Enzel che stava meditando una storia la quale -contenesse tutto ciò che egli aveva scoperto per narrarla alla figlia -di Donnina, ne lo avvertì che seco lei salisse nelle camere di Ginevra. - -Era sull’ora del declinare del sole, e dal verone, le cui colorite -vetriate stavano aperte, penetrava viva e serena la luce entro una -camera ornata nella volta da arabeschi dorati; un ricco drappo -cremisino a fiori d’argento ne vestiva le pareti, intorno alla -sommità delle quali, in larga zona orlata da gotici fregi, vedevansi -rappresentate le nozze di Bernabò con Regina della Scala. Nel mezzo -della camera un liuto, che parea coperto da una sottilissima rete di -madreperle ed oro, stava appeso con verde nastro ad un leggío di legno -prezioso, intagliato elegantemente a fogliami, sul quale era stesa una -pergamena coperta di note musicali, e sulla cui sommità posavano libri -con ricche coperte ed aurei fermagli. - -Sola, mesta, e tutta in un pensiero raccolta, stava colà Ginevra -adagiata sovra un sedile, sul cui appoggio, che serbava le forme d’un -drago d’oro alato, posava il destro braccio, su quello colla persona -languidamente abbandonandosi. Cheto e quasi di soppiatto fu l’aríolo -colà da Gabriella condotto, la quale tosto si ritrasse, recandosi -a favellar con Geltrude e Damigella onde tenerle occupate. L’aríolo -scoprisi il capo, e rivoltosi con modo rispettoso a Ginevra, animando -il viso e dando cert’aria solenne di profetica ispirazione alla sua -voce, le disse: «Fate cuore, o leggiadra figlia di Donnina, e ridonate -il sereno alla vostra candida fronte, perchè io ho consultati i segreti -vuoti dell’aria, abitati dagli spiriti invisibili, ho meditato sul -soffio de’ venti, ed i segni formidabili delle nubi e dei lampi, e -le potenze misteriose si sono accordate nel pronosticare un fortunato -passaggio di pianeti sul vostro capo. Dall’oriente si levò un’aura che -riposava da molto tempo, per disperdere le nebbie che si addensavano -intorno a voi. — Che dici mai? (rispose Ginevra) è egli vero che è -surta un’aura d’oriente che mi deve liberare dagli affanni che mi -circondano? Oh soffii, soffii con forza quell’aura in questo cuore; la -mia felicità da colà solo mi deve ritornare.... o dalla Vergine, che mi -accoglierà nel suo grembo, quando avrò espiate le mie colpe. Ma ora mi -spiega tu, cui sono palesi i profondi arcani e le cose ignote, che vuol -egli significare il sollevarsi di quest’aura orientale? — Quest’aura -a me significa (Enzel riprese) che un cavaliero cui cinge il petto una -ciarpa azzurra, dopo essersi fatto acclamare fra i più prodi in campo -chiuso ed aperto, ritorna valoroso alla nobile donzella, il cui nome -fu sempre sulle sue labbra e l’imagine dentro il cuore.» Una gioia -vivissima apparve a queste parole nello sguardo e nel viso di Ginevra. -«Rieda (ella esclamò) il cavaliere a chi con tanti e lunghi sospiri -ne ha incessantemente invocato il ritorno; ma come rivederlo (proseguì -ella ricadendo nella usata mestizia) se io son chiusa fra le custodite -mura di questo castello, cui nessuno può ardire appressarsi?» - -Enzel le si accostò, fisolla in volto; poscia girando lo sguardo per la -camera onde assecurarsi che le sue parole non erano da altri intese, -le disse sommesso: «Datemi fede di eseguire ciò che vi dirò, ed io -vi giuro per le tre punte del fulmine, che fra pochissimo tempo vi -mostrerò il cavaliero che amate.» Ineseguibile parve sulle prime così -fatta promessa a Ginevra; e sebbene ella ardentemente lo bramasse, e -avesse fede eziandio nel potere dell’aríolo, tanti erano gli ostacoli -che la sua mente le depinse opporsi a sì fatto disegno, che le sembrò -impossibil cosa il mandarlo ad effetto, e temette un istante non -volesse l’aríolo prepararle un inganno; ma trasportata dal pensiero -della gioia che avrebbe provato se la promessa dell’aríolo si fosse -avverata, non volle affatto dubitare di lui, ma pensò previamente -assicurarsi di sua scienza con prove maggiori. Chiese quindi all’aríolo -il nome del cavaliere e le di lui forme, non che i paesi dove avea -guerreggiato; e dimandogli ove ella lo avesse conosciuto, da quanto -tempo essi si amavano, e molte altre circostanze della loro affettuosa -corrispondenza. Ed Enzel a ciò che avea saputo dallo scudiero satisfece -con precisione: a tutte le altre domande rispose involgendo i concetti -in oscure parole, e frammezzandoli colla narrativa di quei fatti che -sono indivisibili da simigliante passione; per lo che tanto persuase -la mente di lei, che le si affidò intieramente, e sicura che l’aríolo -avrebbe condotto a lei davanti Palamede, gli promise di far tutto ciò -che a quest’uopo fosse per imporle. - -La notte istessa di quel giorno in cui l’aríolo ebbe sì fatto colloquio -con Ginevra, si recò alla _tana del cervo_, ove trovando Palamede -dormiente sui gradini dell’ara, lo condusse a traverso al bosco sino -sotto al verone di Ginevra, e colà lasciandolo, dopo averlo ammonito -di ciò che avesse a fare, penetrò pel sotterraneo nel castello, e salì -inosservato nelle camere di Ginevra, recando l’involto che racchiudeva -la lettera col nastro, che Palamede invano cercò dal Tencio far -consegnare all’amante. Quando Ginevra vide Enzel entrare da lei a -quell’ora, fra il palpito della speranza e del timor di un inganno, -gli chiese se ei veniva ad adempiere la promessa che le aveva giurata. -Enzel, senza rispondere alla sua inchiesta, svolse il nastro che -rannodava il foglio, e glielo presentò, certo che Ginevra l’avrebbe -riconosciuto per un oggetto che apparteneva a Palamede. - -Non è esprimibile la maraviglia ed il trasporto con cui quella -innamorata mirò, e riconobbe il nastro, che ella avea trapunto e -rannodato di propria mano alla guaina della spada del suo cavaliero nel -giorno di sua partenza. - -Ella guardò fiso l’aríolo, e poco stette nell’entusiasmo della sua -gioia, se non era la sua figura troppo stravagante e brutta, ch’ella -nol venerasse come un essere potente disceso dal cielo per renderla -felice. Applaudivasi l’aríolo in sè stesso di cagionare tanta -contentezza ad una fanciulla, il cui grado e la cui beltà la rendevano -sovra ogni altra interessante; ma sollecitandolo il tempo e il timore -non venisse dalle guardie scoperto Palamede, disse a Ginevra: «Io vi -assicurai che vedreste il cavaliero; e voi lo vedrete. Questi oggetti -saranno però inutili per accertarvi che quegli che vi si offrirà -allo sguardo sia Palamede, perchè l’occhio dell’amore ne scorgerà le -sembianze anche al pallido raggio della luna.» Ginevra slanciossi -a questi detti avidamente verso le vetriate onde mirare a piè del -castello; ma Enzel ne la impedì, dicendole che tutto tornerebbe vano -s’ella non eseguiva quanto era per dirle; e le intimò si recasse -nella sala del verone, ed accompagnandosi col liuto intuonasse un -canto noto al cavaliero: poichè alla sola sua voce questi sarebbesi a -lei fatto palese. Ginevra eseguì infatti ciò che l’aríolo le impose, -e fu solo quando ebbe dato fine al canto che affacciatasi al verone -scorse brillare ai raggi di luna l’armatura di un guerriero, ch’ella -immantinente riconobbe essere Palamede. L’aríolo, che in quel mentre -erasi posto in agguato, onde gli amanti non fossero sorpresi, udì farsi -qualche rumore, benchè lieve, nel cortile del castello; ed era una -scolta, che avvedutasi della presenza di un armato sotto le mura, mandò -ad avvertirne Iacopo del Verme, il quale, siccome gli s’indicò, veniva -per assicurarsene alle stanze di quelle fanciulle: l’aríolo, udendo -l’alternare dei passi di taluno che si appressava, ritrasse Ginevra dal -verone, spense il lume, e uscito rapido qual lampo rasente il muro di -un andito opposto si perdette nelle lontane camere superiori. - - - - -CAPITOLO V. - - Quel guerrier, come ardito, invitto e franco, - Si volse indietro, e vide il traditore - Che ferito l’avea nel lato manco, - E gridò forte: O crudel peccatore, - A tradimento mi desti nel fianco. - PULCI. _Il Morgante._ - - -Sebbene Palamede fosse rientrato nel bosco prima di essere scorto -palesemente dagli uomini d’arme, che facevano la scolta sull’alto -della bastita, e l’aríolo fosse scomparso senza essere veduto dal -loro capitano, pure non era ancora surto il mattino, che già una -voce erasi sparsa fra le genti del castello d’uno straordinario -avvenimento, accaduto la notte sotto le mura. E siccome la prigionia -di un principe che avea per tant’anni signoreggiato, non che quella -dei di lui congiunti, si riguardava come un avvenimento a cui -dovevano concorrere cause soprannaturali, dicevasi quindi già averlo -preconizzato la comparsa di una cometa a coda sanguinea, e l’essersi, -come allora divulgarono gli astrologi, congiunti i pianeti di Giove, -Marte e Saturno nella casa dei Gemini; oroscopo che si credeva fatale -ai principi, al che s’aggiungeva il pronostico più patente e terribile -del replicato scagliarsi dei fulmini sul palazzo di Rodolfo figlio di -Bernabò. - -Per tal guisa gli animi delle genti erano di leggieri preparati a -dar fede a qualunque strana novella venisse narrata. E ciò tanto -maggiormente, in quanto che sebbene Bernabò fosse da tutti come -crudele e capriccioso tiranno abbominato, pure molti erano stati -nella coscienza offesi dal modo con cui suo nipote Giovan Galeazzo -lo aveva sorpreso e imprigionato, simulando un divoto pellegrinaggio -alla Madonna del Monte presso Varese. La qual cosa a que’ tempi dava -agio alle fantasie di mescere a tal fatto l’intervento di demonii, di -vendette celesti, di spaventose apparizioni. Gli uomini all’incontro -meno servi delle favole grossolane dai più credute, e conoscitori delle -variabili ed armigere inclinazioni di che allora iva animata la plebe -ed alcuni signori, non furono dal primo istante dell’imprigionamento -di Bernabò senza sospetti di una rivolta a suo favore, contra il -conte di Virtù. Quindi, secondo il modo che ciascuno dei militi che -erano nel castello considerava nel proprio pensiero quel fatto, andava -diversamente ripetendo le cose che si raccontavano avvenute la notte -sotto le mura, e vi facea varie conghietture. - -Nei cortili del castello, nelle ampie e rozze stanze delle torri, e -lungo il porticato ove stavano i soldati ripulendo le armature, gli uni -andavano dicendo che si erano la notte uditi per l’aria suoni e canti -di angeli, e s’era veduta una gran luce a cui stavan per entro molte -persone danzanti in candide vesti: ciò che era segno di un felicissimo -avvenimento. Altri sostenevano al contrario, che ad un tratto videsi -ardere il bosco di Trezzo, e comparire al piè delle mura del castello -un gran demonio lucente, che cantò con voce femminina per addormentare -le guardie, e così divorarle; e che non vi riuscendo, si era gettato -nell’Adda. Ma negli appartamenti superiori, i principali fra i caporali -di lancia che si erano raccolti, con Iacopo del Verme, dal capitano -Gasparo Visconti, pensarono esser potesse qualche tradimento con cui -si avesse tentato sorprendere quel forte onde liberare i prigionieri, -e determinarono doversi addoppiare la vigilanza, e spedire a Milano ad -avvertirne Giovan Galeazzo. - -La novella pervenne ben tosto anche all’orecchio di Bernabò e suoi -figli, non che di Donnina e di frate Leonardo. Accesi tutti dal -desiderio e dalla speranza della loro liberazione, credettero esser -potesse alcuno de’ loro amici e fautori di Milano, o di altra città -soggetta al dominio di Bernabò, che radunata gran mano d’uomini, -venisse a trarnelo da quel luogo di prigionia. Il vecchio principe per -le lunghe esortazioni del frate eremita, con cui l’andava dissuadendo -della vanità delle terrene grandezze, e gli infondeva in cuore, coi -consigli della religione, la pazienta nelle traversie, invitandolo a -sofferire quel doloroso rovescio di fortuna ad espiazione delle proprie -colpe, aveva piegato l’animo a deporre ogni desiderio di grandezza e di -signoria; e innanzi all’altare della Vergine avea promesso che nessun -altro pensiero sulla terra lo avrebbe padroneggiato fuorchè quello -di un amaro pentimento de’ suoi peccati. Appena però gli balenò allo -sguardo un lampo di speranza di riprendere il potere de’ suoi vasti -dominii, la brama d’impero, di vendetta e di tirannia, che avea messe -radici profonde nell’omai decrepito suo cuore, si risvegliò con somma -violenza, squarciando quel velo di forzata sommissione penitente a’ -decreti della Provvidenza, creata più dalla necessità delle cose, dallo -spavento della disgrazia e dei rimorsi, che non da vero sentimento di -pietà, troppo straniero all’orgoglioso, fantastico e nella crudeltà -corrotto animo di Bernabò. Quando egli ebbe udito che correa voce -essere stati veduti nella notte soldati estrani aggirarsi intorno alle -mura del castello, e che forte dubbiavasi fossero stati spediti per -liberarlo, d’un subito i lineamenti tutti del di lui viso, piegati a -mestizia ed abbattimento, furono animati dall’avanzo di quel fuoco -guerriero che tanto, durante la sua vita, l’aveva agitato: quindi -fieramente alzando il capo con tuono d’impero, mirando in volto a’ -suoi due robusti figliuoli, e girando lo sguardo alle armature che -stavano appese come trofei intorno alle pareti di quella sala, parve -loro accennasse che ad ogni evento ei non sarebbesi con essi rimasto -inoperoso. - -Rodolfo, inteso il cenno del padre, strinse colla sinistra la mano -a Lodovico; e protendendo la nerboruta sua destra, assecurollo -silenziosamente ch’egli ne agognava l’istante. Donnina, a cui -non facevano illusione que’ vaghi racconti, ma sempre tremava che -irritandosi, o insospettendosi Giovan Galeazzo non venisse inasprito il -trattamento di Bernabò, e frate Leonardo del pari, a cui solo stava a -cuore la di lui eterna salute, gli si fecero incontro per rattemprarne -lo spirito esaltato, e Donnina gli disse: «Volesse il Cielo, che ai -nostri amici di Milano avesse conceduto San Giorgio la sua lancia e il -suo cavallo, che a quest’ora non sarebbevi più dentro le otto porte un -solo dei militi del conte di Virtù nè de’ suoi Francesi! E potrebbe -anch’essere vero quanto si va dicendo degli armati, che questa notte -furono veduti tentare di sorprendere questo castello; io però credo -esser questo null’altro che ciance de’ soldati, sparse fors’anco ad -arte dai capitani, per tenerli in maggior vigilanza, o per trarre il -vostro generoso e ardito cuore a qualche movimento, che riferito a -Giovan Galeazzo aumenti verso di voi e di noi tutti l’odio ed i suoi -scellerati disegni. Ond’io scongiuro voi ed i vostri valorosi figli -per l’istessa vostra salute a nulla operare nè dimostrare che vaglia ad -infondere sospetti in chi ci tiene qui rinchiusi, perchè non abbia la -loro mano ad aggravarsi sopra di noi: e pregovi attendiate con pazienza -la fine di questi mali, che se così piacerà alla Vergine sacrosanta, -non saranno, siccom’io spero, di una lunga durata.» Frate Leonardo -stava per avvalorare colle sue le parole di Donnina, ma Bernabò vibrò -ad ambedue uno sguardo feroce, talquale e’ soleva allorachè minacciava -un tremendo gastigo. - -«Voi, Marchesa (le disse), dovreste arrossire di consigliare in tal -guisa una vile soggezione ad uomini che sino dalla infanzia trattarono -le armi, e combatterono tante battaglie. Io non presto fede alcuna -a’ rumori che si spandono; penso solo che grandi signori d’Italia e -stranieri ebbero le mie figliuole e le loro ricche doti, che molti -principi vanno a me legati di sangue, ed in Milano istessa lasciai -de’ miei figli, e assai cavalieri che io ho creati nobili e doviziosi. -Antonio della Scala, nipote della mia Regina, ed or signore a Verona, -odia mortalmente Giovan Galeazzo; i Bresciani sono per me, e il ponte -di Cassano non è difeso. Qual meraviglia che mille de’ suoi cavalieri -fossero poco lungi da queste mura? Io m’ho perduto i miei castelli, -i miei boschi, i miei palazzi: uso a vincere i miei nemici, guidando -tanti soldati e prodi guerrieri, venni a tradimento, e da un ipocrita -malvagio serrato in questo forte, e forse già pensa chiudermi nelle sue -torri di Pavia a far la tormentosa quaresima. Perchè dunque tremerò nel -tentar di sottrarmivi? temerò l’esporre questo capo e questo petto, -invecchiati sotto il ferro, alle spade de’ militi di Galeazzo? È men -dolorosa una lancia nel cuore, che questo maladetto carcere, e questi -volti abborriti che comandano a chi non fu mai suggetto che a Dio.» - -Placato l’animo con questo sfogo del suo sdegno, si rivolse a frate -Leonardo, che lo guardava con occhio pietoso, addolorato che sì profani -pensieri fossero rientrati nel cuore di lui, dopo che avea protestato -nella chiesa a’ suoi piedi di non nutrire altra speranza che quella -del celeste perdono; ed a lui disse: «Molti gravi peccati, o Eremita, -stanno sull’anima mia, ed io dovrei benedire la mano che mi percuote; -ma pure penso che il Nostro Salvatore avrà misericordia di me: perchè -se ho comandato punizioni di tormenti e di morte, fu il più delle volte -per vendicare il sangue de’ poveri e deboli suggetti, da prepotenti -signori con assassinii versato, e non ho sprezzato la giustizia quando -lo spirito maligno non acciecavami la mente con violente passioni. Ho -soccorso i carcerati della Mala Stalla, ordinando lor si recasse il -pane giornaliero; ho arricchite le chiese ed ordinati molti divini -uffizii. Concederà ella dunque la Vergine che io stia nelle mani -abbominevoli di chi l’ha codardamente sprezzata?» Troncò il parlare -di Bernabò, e in grave agitazione pose tutti gli animi l’annunzio -della venuta colà di Gasparo Visconti; il quale, come soleva ogni -giorno, recavasi a visitare il prigioniero, ed in modi cortesi, sebbene -poco accetti, esibissi a soddisfarlo in qualunque cosa gli piacesse, -soggiungendo così avergli imposto Giovan Galeazzo. Dai prigionieri, -nè dal Visconti, nulla si accennò intorno alle notizie che si erano -sparse; se non che si serbò un contegno grave più dell’usato per la -speranza di vendetta nell’animo degli uni, e per sospetto di esterne -intelligenze nel cuore dell’altro. Bernabò, invelenita l’anima dalla -presenza di quel capitano d’armi, in cui balía si ritrovava, tosto si -ritrasse alle proprie stanze, seguito da Donnina e dall’eremita. - -In questo frattempo le idee ed i sentimenti che si succedevano nella -mente di Ginevra erano affatto opposti a quelli che colà si svolgeano. -L’influenza delle avversità, della rozzezza dei tempi che teneva -desto il sentimento del maraviglioso e più viva la concentrazione e -l’entusiasmo delle passioni, congiunta ad una squisita sensibilità ed -una viva tenerezza di affetto, aveano composto l’anima di Ginevra ad -un sentimento sublime d’amore, il quale dispiegossi in lei altamente -alloraquando conobbe il giovinetto Palamede de’ Bianchi, la cui -leggiadria e prodezza lo rendeano stimato fra i più compiti cavalieri -che vestissero armatura. Questi due amanti dovevano tosto andar -congiunti coi nodi nuziali, siccome avea promesso lo stesso Bernabò -allorchè li ebbe fidanzati, attendendo il ritorno di Palamede quando -si fosse procacciata fama e scienza nell’armi, esercitandosi fra i -guerreggianti a capitanare soldati. Ma avvenuto il disastroso mutamento -di fortuna per questo principe, mentre il cavaliere era lontano, -Donnina non volle abbandonare la figlia in potere di Giovan Galeazzo, -dal quale potea ricevere onte e maltrattamenti: amò meglio, come le -venne conceduto, di tenerla presso di sè, conducendola nel castello di -Trezzo, ove venne con Bernabò rinchiusa. - -Immensa si fu e inesprimibile la desolazione che angosciò il cuore -di quella innamorata fanciulla, cui la lontananza del cavaliero, il -proprio rinchiudimento in un castello gelosamente difeso da tanti -armati, l’odio che ella credette nutrir dovesse il conte di Virtù -contro il cavaliero stesso, facevanla disperare non solo di possederlo -giammai, ma nè pure di vederlo ancora una sola volta. Quanto straziante -era stato quel dolore, altrettanto si fu viva la speranza che le destò -l’aríolo, il quale detto le avea di condurle innanzi l’amante, per il -che gli si fe’ ardente sopra ogni dire il trasporto di rivederlo. Ed -appena ebbe posato su di lui lo sguardo, benchè per un istante, più -non tremò per la sua vita, chè fra i combattimenti poteva esserle ad -ogni momento rapita: sapea che egli le era vicino, e a questo solo -pensiero, come se la luce divenuta più viva e il cielo reso più sereno -avessero dissipate spaventose tenebre, tutto si era fatto ridente a lei -dintorno. - -Ella teneva fra le mani quel nastro e quel foglio scritto col sangue -di Palamede, che le aveva recato l’aríolo; ed ora il premea sul cuore, -or sulle labbra, e nella piena della sua gioia si prostrava innanzi -ad una imagine della Vergine, che stava nella sua camera dipinta, -e la ringraziava con un sentimento il più vivo di riconoscenza, da -lei ripetendo l’adempimento di quel suo ardentissimo voto. Invocava -poi ch’ella le rischiarasse la mente, quando letto lo scritto di -Palamede, dopo averne a prima giunta assecondata colla imaginazione la -richiesta, nacquele vivo contrasto e tema di darvi esecuzione; poichè, -sebbene s’applaudisse dell’amore che per lui sentiva, essendogli stata -solennemente fidanzata, nè per la innocenza de’ suoi pensieri, e la -riservatezza divota che negli atti e nelle parole avea sempre seco -lei usato Palamede, ombra di colpa ravvisasse in un colloquio da sola -con lui, pure l’idea di sottrarsi nascostamente a Geltrude, e venir di -notte per anditi sconosciuti nella cappella dei morti onde parlargli, -le infondeva nell’animo un palpito che aumentava la sua naturale -timidità. - -Nella tenzone de’ suoi affetti, dopo aver ricorso alla Vergine, ella -rivolgeva il pensiero all’aríolo, confidando nella di lui sapienza per -avere una retta guida in questa circostanza da lui stesso preparata; -quando appunto lo vide entrare cautamente nella propria stanza, ove -approfittando della di lei sorpresa, assunto un far grave, e voce -repressa e interrotta, le disse che il suo amante sarebbe stato -inevitabilmente dalle guardie del castello condotto a mal fine. -Atterrita Ginevra gli dimandò in qual modo si fosse scoperta la venuta -del cavaliero sotto il di lei verone, e se corresse pericolo che egli -venisse sorpreso. «I demonii (riprese l’aríolo) sono entrati in corpo -degli uomini d’arme e del loro capitano: questi fan loro immaginare di -vedere fuoco, spiriti, nemici intorno alle mura, e pare che l’inferno -s’abbia a scatenare per venir costà. Duplicarono le sentinelle sugli -spaldi e presso le porte, e dall’alto delle torri, due soldati posti -in vedetta debbono render conto per sino delle cornacchie e degli -sparvieri che vedranno levarsi a volo da tutti i boschi dintorno. -Temono che i Milanesi vengano a prendersi Bernabò. Guai se un guerriero -si accostasse un tiro d’arco o di pietra a questi baluardi! avesse -egli l’acciaio della armatura incantato con cento spergiuri e segni -diabolici, verrebbe d’un subito traforato e schiacciato come debile -insetto. — O santa Vergine (esclamò Ginevra cui tutta invase un -terrore profondo), chi salverà Palamede? Chi lo terrà lontano da questa -castello in cui esso tenterà forse questa stessa notte di penetrare? -Deh per pietà, corri, vola, trovalo: fa colle tue arti che egli non -s’accosti a queste mura; digli che si allontani rapidamente, che l’ira -del conte di Virtù contra di noi si calmerà; digli infine che io invoco -con tutto il fervore ogni giorno dal cielo la nostra unione, ed ho -ferma speranza che i nostri voti saranno esauditi.» - -Stupì grandemente l’aríolo a queste parole: «E come sapete voi (le -disse con passione) che Palamede tenterà questa notte di qui penetrare, -ed in qual guisa porlo ad effetto? — In qual modo, l’ignoro (soggiunse -Ginevra); ma che egli debba trovarsi nella vicina notte in questo -castello, lo ha scritto egli stesso in questo foglio, che tu mi hai -recato.» Prese tosto l’aríolo quel foglio, e rapidamente leggendolo, -non poca si fu la sua maraviglia nel ritrovare ivi descritti -esattamente gli anditi e le camere che conducevano dalle stanze di -Ginevra alla chiesa e nella cappella dei morti. Non sì tosto ebbe -letto quel foglio, che bene scoprì la causa per cui il cavaliero si era -ritirato nel bosco coi ladri, e non esitò a credere che uno di costoro -gli doveva servire di guida in sì fatta impresa. Ignorando però egli -affatto che esistesse un sotterraneo il quale dall’Adda conducesse -alla cappella, altri non conoscendone che quello antico per la torre -nera di Barbarossa, mal sapeva concepire in qual maniera il cavaliero -sarebbe colà pervenuto. Meditando però fra sè, e richiamandosi alcuni -racconti per lui intesi di rumori uditisi per quelle parti, non che -di gente scomparsa da luoghi ignoti, nacquegli sospetto che ivi pur -anco esistesse sotterranea via per la quale di certo avea Palamede -divisato di penetrare in castello. Se le voci sparsesi quella mattina -e la raddoppiata vigilanza nelle guardie non lo avessero intimorito di -qualche danno, egli non avrebbe esitato a secondare questo tentativo -premeditato dal cavaliere, che potea ridonar pace a quella fanciulla, -per la quale un po’ di vanità e una segreta simpatía che le avea -ispirato in veggendola, lo aveano mosso a vivamente interessarsi. Ma -riflettendo alla gelosia con cui era il castello difeso, pensò essere -più vantaggioso per lui e per quelli amanti il dissuaderli da tale -disegno; e quindi rivolto a Ginevra: «Signora (le disse), se le mie -arti bastassero ad addormentare tutti questi soldati, o a renderli -di sasso per una notte intera, mi adoprerei con tutto l’impegno per -farlo, affinchè voi possiate liberamente trattenervi con Palamede; ma -ciò è a me impossibile, ed a lui pericoloso, mentre nessun vivente -potrebbe approssimarsi impunito a queste mura. Ubbidirò quindi a’ -vostri cenni, ed andrò ad avvertirlo, perchè rapidamente si allontani -da questi luoghi. — Prendi (rispose Ginevra staccandosi il fermaglio -d’oro a forma di croce greca, contornato di perle e gemme, col quale -rannodavasi al petto un nastro trapunto d’argento, che servendogli di -cintura ricadea colle estremità lungo la veste; e raggruppatosi intorno -il nastro, consegnò il fermaglio ad Enzel): Prendi (proseguì) questa -croce che mi donò mia zia Matilde, quando io era fanciulletta, nel suo -convento di Sant’Agnese, e che sempre ho portata sovra di me perchè -possiede una mirabile virtù: consegnala a Palamede, e digli che quando -vedrà queste perle annerirsi, ed impallidire i diamanti, s’abbia per -certo ch’io mi muoio. Preghi egli allora il Signore onde mi raccolga -in pace là dove io lo starò attendendo; ma lo assecura che sin che -dureranno candidissime le perle, e lucenti i diamanti, serberassi del -pari intatto nel mio animo l’amore ardentissimo che per lui nutro, e la -brama irresistibile di esser sua per sempre.» - -Tosto che la fanciulla ebbe pronunciate queste parole, ed Enzel, -riposto per entro i panni quel prezioso fermaglio, si disponeva a -partire, udissi un veloce mutar di pedate di persona che si appressava -a quella stanza. Presi ambedue da instantaneo timore, mal sapendo chi -si fosse, si racquetarono in veggendo Gabriella, la quale entrando -precipitosa colà si volse all’aríolo e: «Presto (tutta ansante gridò) -spiega, metti in campo tutte le tue arti, i tuoi poteri; chiama gli -spirti, le nubi che ti portino lontano mille miglia, perchè se non -voli come un falco, o non ti profondi come una vipera sotto terra, -non ti rimangono tre minuti di vita.» Il viso dell’aríolo a queste -parole divenne cinericcio pel pallore, ed i suoi occhi, fattisi -protuberanti, girarono spaventati intorno, e con voce tremante disse: -«Perchè mai una tal cosa? Che è egli avvenuto? — E tu, che tutto sai, -lo ignori? (riprese con maraviglia Gabriella). Non sai tu dunque che -Tignacca, caporale di lancia, il quale conduceva la scolta alla guardia -del ponte, ha detto di averti veduto entrare nella torre nera di -Barbarossa, ed uscirne al momento dell’apparizione dei demonii, intorno -alle mura, e che dopo attraversato il parco sei entrato nel gran -cortile del castello? e non sai che per questo ed altre voci che si -sparsero delle tue arti, i soldati credono che tu con sortilegi e magia -evocasti in questo luogo gli spiriti infernali per liberare Bernabò; -e per tal motivo frugano per tutti i nascondigli del castello onde -ritrovarti, ed hanno già preparata un’ampia catasta di vecchie legna -nel parco per gettarti ad arrostire, onde vedere tutti i diavoli uscire -dalla tua bocca. E buon per te che fosti in queste camere, mentre non -vennero qui pel rispetto che fu loro imposto per queste fanciulle; ma -da un istante all’altro alcuno de’ più arditi potrebbe salire quassù, -perchè ti stanno sulla traccia con tutta la foga. E tu ignoravi questo -imminente pericolo? Vola, ti dico, celati rapidamente, chè non hai un -momento da perdere.» - -Il coraggio, che l’aríolo aveva affatto perduto quando intese che il -parco era guardato dai soldati, riuscendogli in tal modo impossibile -lo uscire pel sotterraneo della torre, ritornò in lui colla usata -freddezza di spirito e ardimento ne’ perigli, quando il suo sguardo -cadde sulla lettera di Palamede che stava sopra una tavola innanzi a -Ginevra: il suo volto si ricompose, cessò il tremito delle sue membra, -si allacciò più strettamente una cintura di pelle intorno alla persona; -e mentre fuori si udiva Geltrude in alterco con uomini di voce aspra e -minacciosa, ed il gridar con ispavento di Damigella, Enzel promise a -Ginevra, la quale era quasi dal terrore tramortita, che si sarebbero -riveduti; assicuratosi in fronte il cappello, spalancò le imposte di -una finestra che da quella camera mirava in un corridoio, e attaccatosi -colla destra alla colonnetta che dividevala in due archi acuti, -spiccato un salto, l’attraversò allontanandosi a rapidi e leggieri -passi. - -Mentre tali cose avvenivano nel castello di Trezzo, nell’asilo de’ -ladri dentro al bosco componevasi un nero tradimento, che doveva -costar la vita a Palamede. Aldobrado, a cui il mal esito del progetto -di penetrar nel castello aveagli tolta ogni speranza di compire uno -scellerato disegno contro il cavaliere, che s’avea nutrito sino dal -primo istante che a lui suggerì quell’impresa, meditò in suo segreto -un altro mezzo onde riuscire egualmente a quello scopo. Abituato ai -delitti ed alle uccisioni che commetteva impunemente qual sicario -di Bernabò, la rea anima di costui determinavasi ad un assassinio, -benchè minimo fosse l’interesse che gliene poteva scaturire. Profugo -da Milano, ove avrebbe pagato il fio di tanti misfatti, travisatosi -in abito fratesco, egli s’era proposto di vagare in cerca di qualche -forte truppa di banditi, per farsi con loro ad assalire e depredare -villaggi e baronie. L’oro e gli osceni piaceri ch’egli si gustava anche -con mani fumanti di sangue, costituivano i soli diletti di Aldobrado, -il quale in pochi anni era stato carnefice, spia di guerra, soldato -e cortigiano quando scontrò Palamede nell’isola di Mandellone, e -rilevò come questi avesse con sè molti fiorini d’oro, gli vide una -ricca armatura, ed intese che ad ogni costo volea favellare alla -bella prigioniera del forte di Trezzo, egli pensò tosto alla strada -sotterranea che conduceva alla cappella dei morti nella chiesa del -castello, e suggerigli i mezzi di penetrarvi, non già per favorire ai -desiderii del cavaliere, ma perchè in quella via tenebrosa e segreta, -piena di rivolte e di perigli, e nota esattamente a lui solo, poteva -agevolmente impossessarsi e dell’amante e dell’oro di Palamede, che -con un colpo del proprio stilo trafiggeva, e quivi lasciava celato. A -questo fine, trovandosi da solo nella tana del cervo col Brescianino, -mentre Palamede passeggiava pel bosco, e il Tencio e il Carbonaio erano -usciti, aveva tentato di guadagnarlo a sè, e facilmente ne venne a capo -colla promessa di molto oro, e di condurlo seco in lontani paesi. A -questi però non isvolse la trama che avea disposto; gli impose soltanto -che entrando nel sotterraneo del castello non gli si scostasse giammai -dal fianco, e stesse pronto ad eseguire alla cieca e arditamente ciò -che gli avrebbe ordinato, badando principalmente che se gli avesse -affidato una donna, le impedisse, per qualunque causa si fosse, -emissioni di grida, turandole, se occorreva, la bocca co’ proprii lini. - -Ito a vuoto un tale disegno per causa che il Tencio non potè far -pervenire nel castello il foglio di Palamede, e questi stabilì -irremovibilmente di partire da quel bosco al mattino seguente, -Aldobrado, cui sempre ardeva il desiderio dell’oro del cavaliero, non -depose il pensiero di rapirglielo. Quando sul far della sera Palamede -uscì dalla fontana sotto terra, onde passar la notte nel tempio, pensò -di lasciarlo addormentare, e silenziosamente sbucare dal sotterraneo, -e ovunque si trovasse, assalirlo e spogliarlo. Infatti lasciò si -avanzasse la notte, e già stava per eseguire tale progetto, allorchè -intese nel tempio un lieve rumore di pedate: stette cheto credendo si -fosse Palamede risvegliato; ma all’incontro era Enzel, sconosciuto al -cavaliere, il quale colà era venuto per condurlo sotto il verone di -Ginevra. Udì quel traditore l’uscir che fece il cavaliere dal tempio, -ma pensò fosse causa l’interna agitazione che nol lasciava riposare, -e non disperò che sarebbesi racquetato. Infatti dopo molto tempo, non -ascoltando più moto alcuno, uscì chetissimamente dalla tana, ma non lo -scorgendo nel tempio, venne all’incerto lume di luna nel bosco, e qual -fu la sua meraviglia in vederlo avanzarsi fra le piante colla fiaccola -nella destra! Palamede appena lo vide, ebbro di gioia pel canto e per -la vista dell’amata fanciulla, tutto a lui narrò, dello sconosciuto -che lo aveva destato e condotto al castello, e del cantar di Ginevra, e -del foglio a lei mandato, e di ciò che lo sconosciuto gli aveva detto, -cioè di non partirsi di colà sino a che non lo avesse riveduto. Questo -intervento di uno sconosciuto andò per nulla a sangue ad Aldobrado, che -temeva potesse attraversare i suoi perfidi disegni. Quindi fingendosi -lietissimo di questa avventura, rallegrossene con Palamede; ma in -suo cuore pensò di ucciderlo al primo momento che all’uopo gli si -presentasse. Intanto i ladri, udendo rumore, osservarono dagli spiatoi; -e non vedendo che i loro ospiti, uscirono tosto dalla fontana. Palamede -allora disse che avrebbe quel giorno sicuramente dimorato ancora con -essi; e per ciò quando spuntò il mattino, il Tencio e il Carbonaio -se ne partirono per recarsi ne’ vicini contadi a procurarsi le -provvigioni. Aldobrado e Palamede si trattennero lunga pezza ragionando -con maraviglia del chi potesse essere quella ignota persona comparsa -con tanto mistero in quel luogo, e come mai fosse consapevole de’ di -lui amori con Ginevra, e in qual modo tenesse seco lei relazione, -serrata siccom’era in un castello sì custodito. Dopo avere a lungo -favellato, Aldobrado domandò a Palamede se il corsaletto d’acciaio -che vestiva non gli dasse noia pel caldo ardente che il sole già alto -spandeva intorno. Il cavaliere rispose che sì; e disse di volersene -spogliare, poichè sembravagli inutile tale arnese in sito tanto remoto. -Aldobrado, a tale risposta, si offerse tosto a sfibbiargli le piastre -delle reni; ma Palamede, che era uso addossarlo e levarlo sempre da -sè, non glielo permise; e solo il pregò gli slacciasse dagli spallacci -i bracciali: per cui dovendogli Aldobrado rimanere sempre da lato, -gli fu impossible eseguire il suo reo disegno; oltre che il cavaliere -proseguiva a ragionare cogli occhi ver lui rivolti: il che non sarebbe -avvenuto standogli alle reni, dove appena slacciato il corsaletto -poteva inosservato, siccom’era suo pensiere, trarre il pugnale e -infiggerglielo nella nuca o nella schiena. - -Più cupida e più ostinata fece in quel traditore la smania di togliere -al cavaliere la vita e la fallita speranza del colpo in quel momento, -e il vedere fra i lini sul petto di lui una collana di smeraldi -e crisoliti, a cui certamente stava unita qualche santa reliquia, -e la cintura di pelle che correvagli intorno a’ fianchi, ch’ei si -pensò, come era difatti, carca di molt’oro. Aggravasi quindi a lui -dintorno intento, inquieto, spiandone i movimenti come un lupo alla -preda; ma siccome Palamede si era ricinta la spada, non si azzardava -di scagliarsegli addosso, persuaso che se il colpo mancava, egli -era morto. Ma in quel mentre tutto allegrossi lo scellerato avendo -udito dal cavaliere ch’egli bramava colà riposare all’ombra di quelle -piante, poichè sentivasi assalito da un sonno prepotente; ed infatti -ricolto il corsaletto, se lo acconciò per guanciale, e adagiossi. -Affinchè nella perfetta solitudine più celeremente e con più agio -egli si addormentasse, pensò Aldobrado di ritrarsi, ed attendere col -Brescianino, il quale stava entro il sotterraneo disponendo qualche -refezione, e di cui avrebbe abbisognato allo svegliarsi del cavaliere. - -Disceso nella fontana, si assise sul masso a piè del quale era -sepolto Guandaleone; e fissando in volto il Brescianino, che stava -arrotando sull’orlo della vasca della fontana il suo stocco, volse -nel pensiero il dubbio se avesse o no ad associarlo nel fatto che -era per commettere: e si risolvette di farlo, perchè questi poteva -accorgersene, mentre egli lo eseguiva, e sturbarnelo; e perchè di tal -guisa avrebbe avuto un compagno di cui giovarsi in avvenire, e che era -in sua balía il togliersi d’intorno quando il volesse. Appena concepito -tale divisamento, si alzò, prese al ladro una mano, e stringendola -gli disse: «Brescianino, la tua sorte è fatta: tu puoi essere ricco -quanto un castellano, e non temer più nè sgherri nè ruota. E ciò con -far null’altro che trapassare con quello stocco la gola ad un uomo -che dorme. — E chi sarà costui? (rispose sorpreso da tale proposta il -Brescianino) — È quel cavaliere (proseguì Aldobrado) che venne con -noi dall’isola di Mandellone; egli è stato questa notte al Castello -di Trezzo, ed attende qui alcune persone, sicuramente per tradirci e -farci prendere ed appiccare. Egli ha sopra di sè molti danari; ed è il -più bel colpo che tu possa fare, e di cui ti avanza tutta la vita onde -pentirtene, racquistandoti il cielo. Andiamcene, egli è addormentato -sul limitare del bosco fuori di questa tana: non incontreremo alcun -pericolo nell’assalirlo.» - -Detto questo, Aldobrado colla mano sull’impugnatura dello stilo, -il Brescianino brandendo lo stocco, salirono queti queti i gradini -della scala del sotterraneo: venuti nel tempio, Aldobrado si -affacciò cautamente alla porta, e vide Palamede che giaceva sotto le -piante immerso in profondo sonno; lo additò al Brescianino: quindi -assicuratosi, porgendo orecchio, che realmente il suo sonno era greve, -s’avanzarono verso di lui a passi lenti e dubbiosi, soffermandosi ad -ogn’istante: sino a che giuntigli sopra, Aldobrado, tratto il pugnale, -glielo appuntò al cuore, e il Brescianino lo stocco alla gola, quando -una voce improvvisa e stridente dal bosco gridò: «Svégliati, svégliati, -Palamede!» - -Indietreggiarono un passo a tal voce improvvisa; e Palamede, -sull’istante risvegliato, mirando intorno a sè que’ due colle armi, -balzò d’un salto in piedi ponendo mano alla spada. Il Brescianino, che -gli era più da presso, e che teneva lo stocco ancora a lui rivolto, -pensando, se tardava a fuggire o difendersi, essere perduto, gli si -slanciò alla vita, vibrandogli la punta al petto; ma nol colpì che nel -braccio sinistro, con cui sosteneva la guaina della spada; colla quale -tosto cacciatoglisi contro ne ribattè due colpi, ed al terzo gliela -conficcò nel petto trabalzandolo a terra insanguinato. Aldobrado, -al rapido rialzarsi di Palamede, si era velocemente ritratto dietro -un albero, onde la persona che avea gridato nol sorprendesse; ma non -iscorgendo alcuno, e vedendo il Brescianino alle prese col cavaliero, -slanciossi egli pure contro di esso per ferirlo da un fianco; e se un -momento di più durava la zuffa col ladro, Palamede veniva trafitto; -ma invece ei menò tosto un fendente ad Aldobrado, gridandogli: «Vile -assassino, pagherai colla vita il tradimento.» Ma Aldobrado si schermì -d’un salto; e gettatosi nel bosco, sparve fuggendo a tutto corso. - -Palamede non l’inseguì; ma si arrestò trasognato per quell’inatteso -avvenimento, e mirava al suo braccio ferito che grondava, e al ladro -che boccheggiava spirando steso al suolo, immerso nel proprio sangue. -Risuonavagli tuttora all’orecchio quella voce che desto lo aveva, -e voce parevagli non ignota; mal però valeva a concepire quale di -tutto ciò fosse stata la causa. Ad un tratto, uscendo dal bosco, si -appresentò a lui un uomo che tosto dal volto e dai panni riconobbe -per quello stesso che gli era apparso nella notte; e si accorse che -la voce che avea gridato era appunto quella di costui. Era infatti -Enzel l’aríolo, il quale sfuggito dal castello pel sotterraneo della -cappella de’ morti alla ricerca dei soldati, si era cacciato nel -bosco per venire in traccia di lui, siccome avea promesso a Ginevra; -ed era giunto a veduta di Palamede, nel momento che questi stava per -cader vittima degli scellerati. Siccome non teneva armi di sorta, -osato non aveva di uscire all’aperto per difenderlo, per non essere -anch’egli ucciso se il cavaliere succombeva. Palamede, a lui rivolto, -disse: «Chiunque tu sii, che certo mi sembri inviato da un mio santo -protettore, io a te debbo la vita: dimmi quindi se ho a venerarti come -un amico dei celesti, o premiarti con oro, o cosa io debba fare perte; -ma spiegami, te ne scongiuro, come tu mai avesti di me conoscenza e di -Ginevra, e per qual motivo volevano costui, che ho ucciso, ed Aldobrado -togliermi la vita, e in qual modo tu mi hai salvato.» - -«Cavaliero (rispose l’aríolo), ora non è tempo da dirvi tutte queste -cose; pensate a riparare la ferita del vostro braccio, ed a partire -tosto da questi malaugurati luoghi, ricovero di assassini; ritornate -all’isola di Mandellone, riprendete il vostro cavallo, ed avviatevi -alla volta di Milano, ove io verrò seco voi, e vi narrerò cose che -vi riusciranno di sommo aggradimento.» E in così dire, accostatosi a -Palamede, gli fasciò il braccio con una benda che tolse d’addosso al -Brescianino che era già affatto morto; si armò collo stocco di questo; -e addossatosi il corsaletto d’acciaio che Palamede a causa della ferita -non potea rivestire, si pose frettolosamente sul sentiero che guidava -alla strada di Concesa. - - - - -CAPITOLO VI. - - Indi partimmo, e senza più riposo - Lambro passammo per trovar Milano; - Nè non ne fue per lo cammino ascoso - Veder Cassano, Monza e Marignano. - . . . . . . . . . . . . . . - Dimmi, diss’io, per cui si apre e serra - Questa città che vive sì felice - Con fede, con giustizia e senza guerra. - FAZIO, _Dittamondo_. - - -«Chi non cangerebbe il convito del più fastoso principe d’Italia con -questo insipido pezzo di lepre, per avere il piacere, mangiando, di -fissare lo sguardo ne’ due occhi più belli che il signore abbia infissi -sotto la candida fronte d’una sua creatura?» Così, divorandosi il -fianco d’un leprotto abbrustolito sulle bragie, favellava lo scudiero -di Palamede alla bella figlia di Mandellone, che stava ritta innanzi -alla pietra che a lui serviva di desco. Egli aveva astutamente voluto -farsi disporre il pranzo sul margine dell’isola, all’ombra d’un gruppo -di piante, ond’essere discosto dall’ostiere, che, occupato in altre -faccende, era costretto mandare la figlia a recargli quelle poche -mal condite vivande che gli apprestava; e lo scudiero approfittava di -questi momenti per amoreggiar con Maria, ch’era essa pure innamorata -di lui, e sulla quale in ogni altro istante il sospettoso Mandellone -invigilava gelosamente. «T’avvicina, bella Maria (proseguiva lo -scudiero, prendendole una mano, mentre ella tutta arrossendo a lui -s’accostava), riempi tu stessa questa tazza di vino: poichè io ho -giurato di non beverne una goccia, fossi anche sulle sabbie della -Palestina, se tu prima non ne assorbi un sorso con que’ tuoi labbruzzi -più rossi del sangue di tutti i guerrieri che io ho ammazzati.» - -Maria s’accostò, sorridendo, quella tazza alla bocca; e resala allo -scudiere, questi se la tracannò d’un fiato. «Eh, che vernaccia! che -vin greco! (esclamò). Qui, qui dentro stanno tutti i sapori. Ah! Maria, -la tua bocca ha trasfuso in quel vino il fuoco o il veleno. Per pietà -siedi qui su questo sasso vicino a me; sta preparata a soccorrermi, -perchè io sento un ardore circolarmi per le vene che tutto m’abbrucia.» -La semplice Maria, dal timore, dall’ansia amorosa, dall’agitazione, -dalla forza delle braccia di lui fu costretta a sedersi; allora lo -scudiero serrando ambedue le mani di lei fra le sue: «Tu non sai -(le disse) quante dame e principesse, le più ricche e belle donne -del mondo, hanno sospirato per me; ma io sempre resistetti alle loro -attrattive. Tu, tu sola, o Maria, con que’ tuoi occhi vivissimi, che mi -han penetrato il fondo del cuore, mi hai vinto, ed acceso di un fuoco -violento a cui non posso resistere. Io voglio farmi tuo cavaliere, -condurti nelle più grandi città, darti palazzi, ricchezze, tutto -ciò che potrai desiderare; ma....» Gli occhi di lui sfavillanti, il -rosseggiare delle sue guancie, il moto inquieto della sua persona e -delle sue braccia misero gran paura a Maria; che, rialzatasi, faceva -forza per divincolarsi da lui; e la lotta ineguale sarebbe durata a -lungo se un fischio che s’intese dalla sponda dell’Adda, facendo venire -Mandellone a quella volta, non vi avesse posto fine. Lo scudiero lasciò -Maria, che fuggì verso la capanna, ed ei si recò indispettito verso -la riva onde vedere chi fosse che sì a contrattempo per lui veniva a -passare il fiume. - -Agli atti replicati di rispetto che faceva Mandellone, alla diligenza -con cui accostò alla sponda la zattera, e porse mano al passeggiero a -salirvi, lo scudiero riconobbe in questo il suo signore; e nell’altro -che lo seguiva, quell’aríolo con cui aveva il giorno avanti ragionato: -corse perciò anch’esso al luogo dello sbarco a riceverli, mostrando -tutta la premura e il contento di rivedere il cavaliere. Appena questo -fu a terra, gli chiese dove fosse il suo cavallo; e lo scudiero -rispondendogli ch’era dall’altro lato dell’isola che stava col suo -proprio pascolando, gli impose di condurli tosto presso la capanna per -sellarli e porli in arnese onde partire immediatamente. - -L’oste gli aveva preceduti, e stava affaccendato chiamando Trado e -Maria, comandando loro ad alta voce che disponessero deschi, tondi, -tazze per servire il cavaliero; ma questi, sopraggiunto coll’aríolo, -disse che null’altro gli abbisognava fuorchè un vaso di fresca acqua, -e pregò Maria gli arrecasse de’ lini ed un nastro; sedutosi poscia -sopra un sasso, sentendosi gravemente addolorato il braccio a causa -della ferita, ch’era profonda, se lo dispogliò dei panni. L’oste e la -figlia, che gli si fecero dintorno, mentre Enzel era andato in cerca -di erbe, rimasero attoniti allo scorgere il suo braccio ravvolto in una -benda tutta intrisa di sangue. Mandellone, cui aveva recato sorpresa la -mutata compagnia con che vide ritornare il cavaliero, pensò a quella -vista, ed all’abbattimento che scorse a lui in volto, che loro fosse -accaduta qualche mala ventura; ma nulla nè chiese, nè disse; e porse -mano a Maria, che lo veniva con gran cautela sfasciando. Tramandava -la piaga nuovo sangue ancora su quello che le stava intorno aggrumato: -essi gliela lavarono; e allorchè fu ripulita, ritornò Enzel recando un -fascetto di erbe e fiori, fra cui ne scelse alcuni, che tritò, pose -in un vaso, e pestili a gran forza, ne versò poscia il succo a varie -gocce nella ferita; quindi vi sovrappose altre erbe fresche; e ravvolto -entro bianco lino il braccio, glielo cinse d’un nastro. Subito dopo -questa medicazione, fosse la freschezza dell’acqua con cui fu lavata -la ferita, o qualche naturale virtù delle erbe, Palamede disse di -non provare quasi più dolore alcuno, per cui potè rivestire gli abiti -che indossava la prima volta che venne nell’isola; e quell’immediato -giovamento ridondò a grande onore dell’aríolo, poichè si attribuì alla -di lui sapienza nella scelta delle erbe, ed al suo potere di renderle -salubri. - -Avendo lo scudiero condotti colà i cavalli, loro riposti gli arcioni -e gli altri arnesi, Palamede trasse alcune monete d’oro, e le diede -a Mandellone, il quale appunto, colla speranza di riceverle, venía -porgendogli tutti i voti per la di lui prosperità e la speranza di -rivederlo; ed appena ebbe quel denaro nelle mani, facevan contrasto -visibilissimo sul suo volto la contentezza di possederlo, e -l’afflizione esagerata che forzavasi di dimostrare per la partenza e -la ferita del cavaliero. Non così Maria, i cui occhi si gonfiarono di -lagrime allorchè vide lo Scudiero avviarsi al fiume guidando a mano i -due cavalli, preceduto dal suo signore, dall’oste e dall’aríolo; quando -furono saliti sulla zattera, e che lo scudiero, fissandola, sorridendo -la salutò della mano, ella diede in uno scoppio di pianto, pel quale -tutti a lei si rivolsero, ed ella si tolse dalla sponda, nascosto il -viso nel grembiale, ritirandosi alla capanna. - -Superata l’erta riva dell’Adda, Palamede e lo scudiero salirono i loro -destrieri; e l’aríolo veniva camminando dietro al cavaliero, il quale -tratteneva il cavallo, ardente di slanciarsi in corsa, ad un lento -passo, a causa che la picciola strada su cui viaggiavano, essendo al -margine dell’erta sponda del fiume, era piena di scoscendimenti. Dopo -poca via il cavaliero, bramosissimo di favellare con quell’uomo per -lui misterioso, che avevagli resi sì segnalati servigi, chiamollo al -proprio fianco, e gli chiese instantemente chi egli mai si fosse, e -in qual modo avesse conoscenza di lui e di Ginevra. «Chi io mi sia -(rispose Enzel), nulla vi gioverebbe il conoscerlo: quindi null’altro -vi dirò di me, se non che mi chiamo Enzel Petraccio l’aríolo, che -già da varii anni abitava il castello di Trezzo, d’onde non sarei -ora sloggiato se non mi fossi fitta in capo la voglia di veder -rasserenato il volto della bella Ginevra, su cui mi sembrava che -troppo ingiustamente regnasse la tristezza cagionata dalla prigionia. -Conducendo voi a questo fine sotto il di lei verone, mi posi a pericolo -d’essere arrostito come un mago alleato dell’inferno; ma mi sottrassi a -tempo dalle unghie de’ soldati, e giunsi a voi vicino nel vero momento -in cui la mia venuta vi valse la vita. Per lo che se voi mi accorderete -la vostra protezione, sono contentissimo di aver abbandonato quel -castello. — Non dubitare, o Enzel (a lui rispose Palamede): poichè -ti debbo la vita, dovessi perderla per giovarti, non mi vedrai punto -esitare; ma ora vorrei sapere, se Ginevra stessa ti appalesò qual fosse -la causa della sua tristezza, e come mai tu giungesti a scoprire che -io mi trovava entro quel bosco coi ladri. L’aríolo, a lui rispondendo, -non gli spiegò il modo vero ingegnoso con cui venne a capo di tale -scoperta; ma usando parole artificiose e stravaganti, il lasciò -sospettare ch’egli possedesse arti secrete, ma naturali, con cui senza -il soccorso di spiriti maligni conosceva gli avvenimenti ignoti; poscia -gli manifestò che Ginevra nutriva per lui un amore sempre ardentissimo; -gli narrò tutto ciò ch’ella faceva nel castello, e come veniva per -ordine del capitano rispettosamente trattata; finalmente, ripetendogli -gli ultimi discorsi ch’ella gli aveva tenuti: «Che ciò che io vi narro -sia la verità, aggiunse, e che la vostra Ginevra abbia piena fidanza -in me, ve lo provi questo gioiello maraviglioso ch’ella mi diede -ond’io a voi lo consegnassi.» E così parlando si trasse dal di sotto -dell’abito quel prezioso fermaglio che aveagli dato Ginevra, e lo porse -a Palamede. Questi lo riconobbe all’istante, perchè tante volte ne avea -vedute brillare le gemme sul petto a Ginevra, quand’ella, collocata -fra varie nobili giovanette nelle sale o ne’ tempii, attraeva i suoi -sguardi, che posando su di lei incessantemente, avevano imparato a -distinguerne i più minuti ornamenti. Mentre egli avidamente contemplava -questo prezioso dono, l’aríolo gli ridisse quel portentoso potere -di cui gli avea narrato Ginevra essere dotato: cioè di appalesare, -coll’impallidirsi delle perle e l’annerirsi de’ diamanti, il momento -della morte di chi glielo donava; e con tutta l’eloquenza gli descrisse -l’ardore col quale ella aveva pronunciata la promessa d’essergli -costante sino agli estremi della vita. Il cuore di Palamede s’intenerì -profondamente alle di lui parole, ed un trasporto d’amore trasse -sull’occhio del guerriero una stilla di pianto, che cadde su quella -croce, sacro pegno del più puro affetto. - -Le ruinose mura del castello di Vaprio si appresentarono a capo della -strada; il giorno s’avanzava; e il cavaliere, riposto il gioiello, e -calmata l’agitazione soave del cuore, propose all’aríolo di salire in -groppa al cavallo dello scudiero, chè in tal modo avrebbero fatto più -rapido cammino. Ciò fece infatti l’aríolo; e messisi sulla strada di -Vaprio, che era assai più della prima restaurata, posero i cavalli a -buon trotto. - -Il canale che porta il nome di Naviglio della Martesana, il quale, -uscendo dall’Adda poco al di sotto di Trezzo, corre dirittamente sino -a Groppello, indi volgendosi a ponente discende a Milano, giovando -colle abbondanti sue acque al commercio ed all’irrigazione, e che -ora s’incontra circa alla metà della strada fra Vaprio e Gorgonzola, -non era stato a que’ tempi scavato, per cui la via s’allungava fra -terreni incolti, sparsi qua e là di qualche rustico e miserabile -casolare. Arrivarono que’ viaggiatori a Gorgonzola, che loro s’indicò -da lungi colla sua bruna torre, entro cui era stato rinchiuso nel 1245 -Enzo figliuolo dell’imperador Federigo, il quale, fatto prigioniero -da’ Milanesi, venne reso in cambio dell’intrepido Simon da Locarno. -Passarono quel borgo, che portava ancora in alcune devastate case i -segni della terribil lotta fra i Torriani ed i Visconti colà consumata. -Attraversata la Molgora, pervennero, dopo un bel tratto di cammino, al -Lambro, dove, pagato il pedaggio per passarne il ponte, entrarono in -Carsenzago. Ben lungi allora dal fare lieta mostra di se, siccome ora -avviene a causa degli ameni e gentili casini disposti lungo il naviglio -che lo fiancheggia, Carsenzago non era in que’ tempi che un villaggio -di rozzi abituri rusticali e di edifici cinti da grosse mura a foggia -d’altrettanti piccioli castelli, ne’ quali albergavano i ricchi del -contado. - -Fermarono i cavalli que’ viatori vicino alla chiesa di quella terra -presso la canonica, che era un convento di Sant’Agostino; ed essendone -uscito un monaco, Palamede lo richiese se vi si trovasse ancora frate -Baldizone Scaccabarozzo. «Voi mi chiedete del nostro abbate (rispose il -monaco): ecco ch’egli a noi sen viene.» Balzò da sella il cavaliere, ed -accorse ad un vegeto e venerando vecchio, che era l’abbate suo zio, il -quale ver lui si avanzava; in atto umile gli prese la mano, e la baciò. -Frate Baldizone riconobbe il nipote; e pieno di gioia per il di lui -ritorno, se lo strinse affettuosamente al seno; e voleva a forza che, -riposti i cavalli, sì lui che i due che lo seguivano pernottassero nel -convento; ma Palamede insistendo di voler giungere a Milano, il frate -l’obbligò a prendere almeno un reficiamento: il che venne accettato, -con gran giubilo dello scudiero, cui dava maggior pensiero la fame -che la memoria dell’abbandonata Maria. Levati i freni ai cavalli, che -si lasciarono nel cortile del monastero a pascer l’erba, vennero gli -ospiti condotti a capo d’un lungo porticato entro una sala prossima -al refettorio, dove in un istante, per ordine dell’abbate, dai frati -serventi fu imbandita una mensa. Mentre Palamede si ristorava coi -cibi, frate Baldizone, sedutoglisi di prospetto, dopo averlo richiesto -de’ suoi viaggi e delle sue venture: «Senti, figliuol mio (gli andava -dicendo), tu ritorni in una città in cui la dimora è assai pericolosa -e per la vita temporale e per l’eterna. Per la temporale, perchè, -come avrai inteso, pel recente cambiamento di principe gli odii e le -vendette hanno ora un libero campo; e quantunque valoroso di braccio, -o potresti essere a tradimento offeso, o dal signore dello stato, -per ingiustizia, fatto prendere e mal versare; dell’eterna corri -pericolo, non già per i molti vizii che infestano quelle mura, per -la licenziosa e corrotta vita de’ signori fra cui tu abiterai, chè di -ciò ti guarderanno i riserbati e saggi tuoi costumi, ma bensì per le -massime perverse che si vanno spargendole che qual veleno sottilissimo -s’insinuano nella mente, corrompono lo spirito, e lo portano -all’eterna perdizione. Queste massime, di cui ti parlo, sono quelle -de’ Ghibellini, sacrileghi disprezzatori degli ordini del pontificato, -contro cui van cercando d’armare tutte le città d’Italia ed anche i -principi lontani. Ti guarda da loro siccome da serpi insidiosissime.» - -Palamede, che era in cuor suo Ghibellino, perchè nutrito alla corte -dei Visconti, che, sempre in guerra con Roma, favorivano le parti -ad essa nemiche in Firenze, in Parma, in Bologna, e più nella loro -propria città, rispose con un cenno di capo ai consigli dello zio, -che, essendogli noto qual ardente Guelfo, non osava contraddire. «Tu -non avrai di certo sopra di te (proseguì l’abbate) un salvacondotto -di Giovan Galeazzo; e siccome fosti amico di Bernabò, io ti consiglio -a non entrare in Milano nè da Porta Renza, nè dalla Tosa, nè dalla -Nuova, specialmente avvicinandosi la sera, ma ci entrerai dalla -Pusterla Brera del Guercio[12]; ove, se t’avvenisse contrasto alcuno, -potrai farti giovare dal padre Lanfranco Guinicelli, detto il Guelfo -Bolognese, priore del colà vicino convento di San Marco del nostro -ordine degli Agostiniani. Io ti darò per lui un foglio, ed a quello -potrai aver ricorso in qualsiasi traversia, ch’egli ti gioverà co’ suoi -santi consigli e coll’oro, e troverai entro le mura del suo convento -un inviolabile asilo.» Terminate queste parole, chiamò un frate, e -gli bisbigliò qualche motto all’orecchio: questi tosto si ritrasse; -e Baldizone fece invito a Palamede di salire nella parte superiore -del convento, onde vedere e venerare la camera in cui avea dormito la -notte dei dieci maggio 1251 il papa Innocenzo quarto. Due frati li -precedettero per i schiudere e spalancare alcune massiccie porte; e -il cavaliero seguito dall’abbate entrò in una vecchia camera, assai -meno delle altre ornata, che accusava l’antica povertà del convento -a raffronto della sua allor vigente prosperità. Entro quella camera -stava un letto con grossolane cortine, e pochi altri mobili mezzo rosi -dal tarlo. I frati s’abbassarono ginocchioni, e baciarono le cortine -di quel letto e l’inginocchiatoio che gli stava a fianco, sul quale il -papa aveva fatte le sue serali e mattutine preghiere; e Palamede fu -costretto a far lo stesso. Uscendo da quella camera, l’abbate indicò -a Palamede le mura del vicino spedale da poco tempo da loro stessi -riedificato ed ingrandito. Quando furono a piè delle scale, quel -frate a cui Baldizone avea parlato, gli si presentò con una pergamena -scritta in latino, su cui l’abbate impresse il sigillo nella cera, che -a tal uopo vi stava distesa; e arrotolatala, la consegnò al cavaliero, -dicendogli essere la lettera per frate Lanfranco di San Marco. Il -cavaliero la ripose, porgendogliene vive grazie; ordinò allo scudiero -di allestire i cavalli, abbracciò lo zio; e salito in arcione, uscì, -seguito dagli altri due, dalla porta del convento. - -Lasciato Carsenzago, pervennero rapidamente a Gorla, e poco dopo questo -villaggio cominciarono a discernere fra le piante alcuni campanili di -Milano. Già forte batteva a quella vista il cuore a Palamede; e tutto -l’indomabile amor di patria invadendolo, con dolcissimo palpito il -commoveva nell’imo petto: se non che sorse crudelmente ad amareggiare -quella contentezza il pensiero della lontananza di Ginevra, e l’idea -dei tanti ostacoli ed umiliazioni che dovea affrontare onde giungere -a farla sua; nè dall’ondeggiamento doloroso di timori e speranze, che -forte l’assalì, valse a distrarlo l’ampia vista che al cominciar d’una -diritta via a lui si offerse, delle torri, delle cupole, delle mura di -Milano. Immerso in tristi pensieri, là dove avea sperato non risentir -che gioia, rallentò il moto del proprio cavallo; e procedendo verso -la città, deviò sulla destra dalla strada maggiore che entrava per -Porta Renza, dirigendosi per un viottolo al sobborgo di San Marco, onde -entrare nella città dalla pusterla Brera del Guercio, come lo zio gli -aveva detto di fare. - -Non era allora Milano compreso entro lo spazioso giro di mura in cui -ai nostri giorni si trova. Quest’ampia e ricca città, regina d’una -fra le più belle parti d’Italia, la Lombardia, in mezzo alle cui -feconde pianure s’innalza maestosa, era antichissimamente villaggio -degli Etruschi; andò d’età in età ampliandosi a cerchii concentrici, -ed ai nostri tempi la vediamo ciascun giorno ripulirsi dalla ruggine -de’ barbari secoli, e gareggiare colle più cospicue d’Europa per -l’eleganza delle sue vie, de’ suoi palagi, de’ templi, de’ teatri, de’ -pubblici monumenti. Ammasso di capanne di pastori allorchè l’Insubria -era abitata da’ suoi primi popoli, prese Milano, siccome d’età in età -se ne sparse la storia, il nome e la forma di città, sei secoli circa -avanti l’era nostra, da una colonia di Galli Senoni, che condotti dal -loro capo Belloveso valicarono le Alpi, scacciarono gli Etruschi, e -si fecero abitatori di questa florida terra. Quattrocento anni dopo, -la Romana repubblica, che già potente dispiegava le grandi ali del -suo dominio, essendo consoli Gneo Cornelio Scipione e Marco Marcello, -vinse e s’impossessò di tutto il paese fra il Po e le Alpi, il quale -venne chiamato col nome di Gallia cisalpina. Milano allora divenne -sede d’un presidio romano. Non offrendo questa nè per coltura nè per -scienze, arti o ricchezze, attrattive a quei dominatori del mondo, non -figura nella loro storia che a causa d’un tratto di spirito di Giulio -Cesare, che dona risalto alla semplicità della vita e de’ costumi di -quei cittadini che veniano dai corrotti Romani derisi. Sebbene però -quasi pel corso di cinque secoli fosse tenuta in nessun conto, essendo -in questo tempo la Gallia cisalpina stata compresa nelle provincie -d’Italia, Milano, divenuta città romana, ebbe qualche maggior decoro; -e vuolsi fosse allora per la prima volta cinta di mura, le quali -comprendevano uno spazio assai angusto a fronte del vasto cerchio entro -cui attualmente si stende; e si può dire che la città d’allora non -fosse che il nucleo di ciò che dovea col tempo diventare. Designando i -luoghi coi nomi che presero dopo lunga età, si ha fondamento di credere -che quelle mura passassero nel sito ove ora stanno San Giovanni in -Conca, Sant’Ambrogio alla Palla, San Maurilio, le Meraviglie, la Scala, -l’Agnello, San Fedele, e di là si ricongiungessero con una linea poco -eccentrica. - -L’innocenza e la bontà dei costumi degli abitanti, la semplicità del -loro vitto, delle vesti e di ogni abitudine della vita, la rozza e -semplice forma degli edifizii, de’ templi, delle mura durarono in -Milano fino a tanto che i Germani, superate le Alpi, incominciarono -nel terzo secolo dell’era a molestare colle scorrerie l’impero. I -romani imperatori, ond’essere più pronti alla difesa de’ confini che -i Barbari tentavano violare, portarono la loro sede in questa capitale -dell’Insubria, recando seco loro il lusso e la magnificenza, e fecero -di Milano una seconda Roma. Massimiano Erculeo sul finire del terzo -secolo, dopo avere abbellite Cartagine e Nicomedia, venuto in questa -città, si diede ad ornarla con opere grandiose. Fu per ordine di lui -che nuove fortissime mura, erette con grossi massi e munite di distanza -in distanza di quadrate torri, cinsero Milano con un giro assai più -vasto del primo. Nove furono le porte aperte in quelle mura; ed a -ciascuna di esse corrispondeva un quadrivio, cioè uno spazio in cui -concorrevano molte strade, un solo dei quali ritenne fino a’ dì nostri -quel nome sotto il corrotto vocabolo di Carrobbio, che sta ove aprivasi -in allora la Porta Ticinese. Le altre si erano la Porta Erculea, che -trovavasi al terminare dell’ora contrada degli Amedei; la Romana, che -era al cominciare del Corso presso la contrada della Maddalena; la -Tonsa, al finir di San Zeno; l’Argentea, detta Renza od Orientale, -al Leone; la Nuova, presso San Francesco di Paola; la Comasina, a San -Marcellino presso la contrada del Lauro; la Giovia, al terminare di San -Vicenzino; e la Vercellina, detta, come si vuole, di Venere, a Santa -Maria alla Porta. Oltre queste mura, Milano fu in que’ tempi decorata -d’un circo, d’un teatro, di varii palazzi imperiali, di molti tempii, -fra i quali magnifico era quello di Ercole fuori della Porta Ticinese, -la cui grandezza ci è ancora attestata da un avanzo delle colonne del -peristilio, che stanno presso San Lorenzo. Ebbe monumenti ed archi di -trionfo, il più celebrato de’ quali fu l’Arco Romano, che era una gran -torre quadrata sostenuta da quattro immani pilastri, ornata di trofei, -e formante una gran porta trionfale che esisteva ove ora trovasi il -Ponte di Porta Romana. - -Durante tutto il quarto secolo Milano gareggiò con Roma, e la vinse in -fasto ed in potenza; ma al finire di quello s’ecclissò la gloria della -nostra città, per non risorgere che dopo una lunga serie di anni. I -destini del mondo stavano per cangiarsi. Torrenti di Barbari piombati -sul colosso dell’impero di Roma lo crollarono affatto, e immersero -l’Europa nelle guerre, nelle superstizioni, nell’ignoranza profonda. -Sola, in tanto naufragio, una nuova religione, la cristiana, prosperava -ed ergeva vittoriosa l’emblema di un divino sagrificio sugli altari -dell’abborrito politeismo. Milano accolse la nuova dottrina allorchè -essa era ancora in fiore; e l’importanza delle sue ecclesiastiche -dignità fu pari a quella delle politiche. Ai vescovi metropolitani di -Milano furono suggette tutte le città da Coira a Genova, da Brescia -a Torino. Questo potere dei vescovi milanesi salvò in varie epoche la -città dallo sterminio totale, e le ridonò un grado di splendore fra le -città italiane. - -Il primo colpo funesto fu recato a Milano da Attila, che, guidando -gli Uni nel 452, assediò, vinse e pose la città a ferro e fuoco; mal -ristorata ancora da questa offesa, nel 539 fu da Uraia, condottiero de’ -Goti, riconquistata; e così acerbamente, come a lui dettava l’amore -della vendetta, trattata, che più non apparve che quale ammasso -desolato di ruine. Quasi tutti i monumenti della passata grandezza -perirono sotto il gotico ferro, e appena ne rimasero i nomi. - -I Longobardi, fattisi sovrani dell’alta Italia, cui diedero il loro -nome, si rifiutarono di soggiornare in una città per gran parte -distrutta; e scelta per loro sede reale Pavia, Milano venne posta -nel numero delle minori città. Cinque secoli bastarono appena per -ricomporre sugli atterrati avanzi di Milano, capitale dell’Insubria e -residenza dei romani imperatori, una città longobardica, senz’ordine -nella distribuzione, e con forma o gotica o affatto barbara negli -edifizii, con poche chiese del gusto di que’ tempi, sparsi qua e là di -spazii non riedificati, che divennero campi coltivati, detti Broli, -Brere e Pasquari. I soli vescovi, che presero titolo d’arcivescovi, -tenendo una corte cardinalizia, mantenendo con pompa la loro dignità, -che dura stabile fra il continuo cangiare del politico dominio, -divennero poco a poco quasi principi; e il popolo più a loro obbediva, -che ai duchi e ai conti che qui sedevano governatori pei Longobardi e -pei Franchi. Agli arcivescovi si deggiono molti ristauri ed erezioni -di edifizii; specialmente ad Ansperto di Biassonno cui va ascritto -l’ingrandimento della città dal lato di Porta Vercellina. - -Guerre intestine ed esterne per frivole cause, ribellioni, -sottomissioni, furono i fatti dei Milanesi sino verso il mille; nella -qual epoca, sottrattisi al dominio degli Imperatori di Germania, si -eressero in repubblica, che durò sino al 1162, nel qual anno furono -vinti da Federico Primo Barbarossa, che presa la città la fece per la -terza volta distruggere, non in modo però, come fu scritto, che tutte -le chiese e gli edifizii venissero pareggiati al suolo, poichè varii -fabbriccati costruiti anteriormente a quel tempo sussistono ancora -a’ nostri giorni. Dopo replicate battaglie, stabilitasi la pace, i -Milanesi rientrarono nella loro città; e la ricostrussero, tenendola -dentro il giro di fortificazioni che aveano fatto contro Federigo, le -quali consistevano in una gran fossa ed un terrapieno, detto allora -Terraggio, che cingeva la città nella linea stessa su cui corre -attualmente il Naviglio; e così stette sinchè nel 1330 Azzone Visconti, -signore di Milano, fece dare a quel terrapieno la forma di mura, e -fece costruire massicce porte munite di ponti levatoi, di stanze per -le guardie, e di sarasinesche che pesantemente le chiudevano. Varie di -quelle porte furono atterrate a’ dì nostri per abbellire la città, ma -alcune ne esistono ancora presso i ponti del Naviglio. - -Dentro questo giro di mura stava Milano quando Palamede collo Scudiero -e l’Aríolo, dopo aver fiancheggiato il baluardo che divideva dalla -città il convento e la chiesa di San Marco, arrivarono alla pusterla -detta Brera del Guercio. Sebbene i cavalli, passando sul ponte -levatoio, ne facessero rimbombare del suono delle ferrate spranghe la -volta della porta, il portinaio, o si trovasse lontano, o negligentasse -d’uscire per assicurarsi se erano cittadini o stranieri, loro non si -presentò, ed essi procedettero innanzi. - -Già la sera s’avanzava, e appena gli ultimi raggi del crepuscolo -vedeansi leggiermente rischiarare i tetti delle alte case e le sommità -dei bruni campanili e delle chiese: pochi passi dentro la pusterla, a -sinistra folte piante, avanzo dell’antica Brera, cingevano il piccolo -convento degli Umiliati, che stava ove ora s’innalza il palazzo delle -scienze ed arti; più avanti si apriva la contrada, che s’internava -ristretta fra alte case, le cui sporgenti tettoie ne aumentavano -l’oscurità, ed offriva in quell’ora più l’aspetto di un sotterraneo -che d’una via cittadinesca. In quella strada, preceduti dall’aríolo, -posero i cavalli Palamede e lo scudiero, rallentandone il passo, perchè -essa era, come tutte le altre di Milano, piena di inciampi e di buche, -e nella notte pericolosissima. Non iscorgevasi luce alcuna, fuorchè -quella di qualche rado lume che vedevasi trasparire qua e là dalle -vetriate delle finestre di alcune elevate case; poche persone, di cui -non si scorgeva che in nero la forma, vedevansi entrare ora in una, -ora in altra delle porte che erano per la maggior parte già chiuse. -Al terminare della contrada di Brera la strada s’allargava innanzi -ad un monastero che era detto la Casa delle Umiliate di Blasonno; -poscia restringevasi tosto alla chiesa di San Silvestro e continuava -così ristretta sino a Santa Maria della Scala, che Palamede stupì di -scorgere innalzata, non essendosene, quand’egli partì, che poste le -fondamenta per ordine di Regina della Scala moglie di Bernabò. - -Passata la Scala, entrarono in un viottolo che passava per mezzo -alle ampie ruine delle case dei Torriani, che da settant’anni e più -stavano ammucchiate là dove surse e si trova tuttora San Giovanni -alle Case Rotte: proseguendo il cammino lungo il muro della chiesa -di San Fedele vennero nella contrada di San Raffaello, una delle sei -chiese che contornavano il tempio di Santa Maria Maggiore Iemale, -la quale occupava una parte dello spazio su cui un anno dopo dovea -innalzarsi il grandioso Duomo; e lasciata alla sinistra questa chiesa, -ed alla destra Santa Tecla che le stava di fronte, giunsero al palagio -del marchese Azzo Liprando. Serrata ne era cautamente la porta, cui -ricopriva una lastra di ferro cesellata; e l’aríolo coll’impugnatura -dello stocco battendovi ripetutamente, per ordine di Palamede, ne -trasse un rumor forte. A quelle busse s’affacciò il portiere ad uno -spiatoio, e addomandò chi fosse; «Sono Palamede (disse il cavaliero); -non mi riconosci, o Gottardo?» Gottardo il riconobbe, e corse colle -grosse chiavi a disserrare la porta e spalancare i battenti. Al cigolar -di questi, al calpestio de’ cavalli sul lastricato del cortile, tutti -gli abitanti della casa furono in moto: in un istante la novella -dell’arrivo di Palamede vi si sparse; molti doppieri risplendettero -sulle scale e sulle finestre. Leone e Guido, figli del marchese Azzo, -discesero rapidamente all’incontro del cavaliero che amavano più che -fratello, e si precipitarono l’uno nelle braccia dell’altro. Dopo -lunghi amplessi, Palamede, salendo le scale fra loro e le altre persone -della casa, entrò nella sala ove l’attendevano Azzo colla moglie -Ricciarda, che l’abbracciarono teneramente, ed Adelaide loro figlia, -la quale arrossendo ricevette e gli porse sulla fronte un fraterno -bacio. Al primo sfogo di un’affezione viva e sincera succedette uno -scambio d’inchieste e di risposte, ed uno interessarsi a vicenda -delle disavventure e delle prosperità, che avrebbe protratto quel -conversare troppo a lungo, se non fosse stato interrotto da Ricciarda, -che consigliò Palamede a ritrarsi al riposo, di cui già da molto -tempo abbisognava, e che in quella notte a causa della ferita, della -cui doglia si risentiva, e dell’agitazione dell’animo, ardentemente -bramava. - - - - -CAPITOLO VII. - - La bellicosa ampia Milan di lieti - Inni eccheggia, e di cantici devoti. - Splendon del maggior tempio le pareti - Per cento fiammeggianti auree lumiere. - GROSSI. - - -Allorchè Palamede schiuse gli occhi dal sonno, che avea ristorate le -sue forze e recatagli la calma nel cuore, splendeva già il sole sul -rustico muro che di prospetto alla finestra della sua camera chiudeva -il giardino. La luce, gli addobbamenti, gli arnesi che ornavano -quella stanza, destarono un’impressione vivissima nel suo spirito, -che rinfrancato dal riposo si riaprì pieno di sensibilità alle tenere -sensazioni. Ancora fanciulletto avea Palamede perduti entrambi i -genitori. Alberto de’ Bianchi, conte di Velate, suo padre, essendo -stato creato console di giustizia della città di Milano, era perito, -vittima dello zelo pel pubblico bene, nella peste che desolò questa -città nel 1361; e sua madre Gella Pusterla scese col marito nella -tomba, uccisa dal velenoso miasma che le sue cure per lui le avevan -fatto assorbire. Alberto andava congiunto in istretto parentado con -Ricciarda, venuta allora a nozze col marchese Azzo Liprando, uno -de’ più fidati di lui amici, per cui, vicino a spirare, fece ad essi -loro consegnare l’infante Palamede, affidandogli la cura d’educarlo -e d’amministrarne il ricco patrimonio. Troppo era sacra pel generoso -Liprando la parola d’un moribondo amico, onde egli ne tradisse i voti -usurpando gli averi, o trascurando pensatamente il suo pupillo: ciò -che in que’ tempi sarebbe stato per un iniquo assai facile impresa, -poichè ne porgevano agevoli mezzi e i molti chiostri, in cui racchiusi -giovinetti inesperti venivano con lusinghe o spaventi forzati a vestir -l’abito monacale, ed a rinunziare a doviziose sostanze, e i facili -raggiri forensi in tanta confusione e assurdità di leggi, e le molte -guerre, in cui se aizzato con mal consiglio un giovane guerriero -rimaneva indubitatamente estinto. Azzo all’incontro tenendo sempre il -giovinetto Palamede presso di se, ne coltivò con tutto il potere il -mansueto animo, lo svegliato e dolce ingegno, la destrezza e la forza; -e fece di lui uno de’ più compiti giovani signori di quell’età, che a -tutti veniva proposto a modello di bravura nelle armi e di moderatezza -e leggiadria di costume. Tante doti e il suo candido animo l’avean reso -assai caro a tutte le persone di quella famiglia, dove era amato qual -figlio e qual fratello, e nella cui casa, prima della sua guerriera -spedizione, avea sempre dimorato. - -Quante aurore nella sua infanzia e ne’ primi anni della giovinezza -lo avevano veduto in quella camera istessa, nella quale nulla era -alterato, risvegliarsi, colmo il cuore del sentimento felice che -abbella la prima esistenza, e di cui non si perde mai la rimembranza, -o colla mente assorta nei pensieri della gloria dell’armi, o nella -speranza e le gioie d’amore! Trapassò al cavaliero come un lampo fugace -della fantasia la memoria delle sue lontane imprese, e di ogni fatto -accaduto; e ripensando ai dolci momenti che prima della sua partenza -egli aveva in Milano e in quella istessa casa trascorsi, immerso nel -pensiero della sua Ginevra, gli sembrava che l’ora consueta battesse -in cui concesso gli era vederla nel di lei palazzo; e stava in questa -soave illusione, quando un rumoreggiare di turbe e gridi di _Viva -Giovan Galeazzo_, _Viva il conte di Virtù_, che a lui dalla sottoposta -contrada salivano, gli ridestarono con maggior vigore l’amara -riflessione della realtà: onde un dolor cupo l’invase, poichè pensò al -suo ed al destino della fidanzata prigioniera. - -Al tumultuare del popolo, ch’ora s’allentava, ora andava crescendo, -si frammischiò il tintinnare delle campane delle chiese vicine e -delle lontane torri. Palamede stette sulle prime in forse, fosse nata -qualche sollevazione di plebe; ma distinguendo fra i suoni, a cui porse -attento orecchio, il tocco grave e rimbombante della campana del gran -consiglio, si persuase che dovea essere la chiamata a radunanza degli -ottocento, onde stabilire qualche nuova legge o statuto: per tale fatto -egli determinossi di recarsi fra il popolo, o riunirsi, secondo avrebbe -dato il caso, agli uomini d’armi della sua parrocchia, di cui era uno -de’ capitani, e al possedimento del qual grado tanto maggior titolo -s’aveva per la fama di valoroso ed esperto acquistata nelle guerre -dei Veneziani. Così operando, rifletteva fra se, gli sarebbe dato -scoprire quali pensieri nutrissero i Milanesi intorno alla loro nuova -signoria; e se nulla egli poteva intraprendere a favore di Bernabò, -avrebbe cercato almeno di guadagnar l’animo d’alcuno fra quelli che -avvicinavano il principe, onde ottenere che gli fosse conceduta in -isposa Ginevra. - -Entrarono in questo mentre i servi nella stanza di lui ad abbigliarlo, -ed egli fece chiamare Enzel Petraccio, il quale si presentò recando -una fiala d’acqua ch’ei diceva portentosa, onde rimedicargli la ferita -del braccio, già quasi all’intutto rimarginata. Allorchè furono i -servi allontanati, «Da che proviene (disse il cavaliero all’aríolo) -il gridare di popolo e suonar di campane che già da qualche tempo mi -ferisce l’orecchio? — Oh! (rispose Enzel) non vi potete immaginare, -signor cavaliero, qual movimento ci sia quest’oggi in Milano! da -che provenga, di certo io ancora non lo potei scoprire; ma parmi da -ciò che si va narrando qua e là, che sia a causa delle novità che il -signor Giovan Galeazzo ha ordinate, le quali debbono riuscire molto -gradite a questa gente. — Pur troppo (mormorò fra se Palamede) Bernabò -lasciò largo e facile campo a chi gli successe nel dominio di farsi -amare dai soggetti!... — Per tutto (proseguì l’aríolo) s’incontrano -uomini e donne festeggianti e genti allegre che fanno gli evviva; per -tutto veggonsi ricchezze, che sembra che l’oro e l’argento sian caduti -dalle nuvole; i soldati delle porte e delle parrochie hanno pulite le -loro armature e infisse le penne nei morioni; i capitani si scorgono -risplendenti come soli; le tuniche nere dei signori del consiglio -appaiono in ogni strada, e dicesi che l’arcivescovo, i vicarii di -provvisione e il podestà s’abbiano a raccogliere nel broletto nuovo. -Non vi saprei ben dire quanti forestieri trovansi ora in questa -città, tanto si è il loro numero: Pavesi, Veneziani, Francesi, se ne -incontrano assai. Basta ch’io vi narri che a causa della solennità di -questo giorno, per sino messer Beltramo speziale avea tutta adorna la -sua bottega con paramenti, quand’io v’entrai per comperar quest’acqua, -segreto mirabile che possiede egli solo, e mi narrò, che deve verso -il mezzodì recarsi a Sant’Ambrogio, per porsi a fianco di maestro -Arnolfo capo del Paratico degli speziali, il quale ha ad assistere -al gran consiglio. — Ho grand’uopo, in questo giorno, dell’opera -tua (l’interruppe Palamede abbassando la voce, e dispiegandola in -modo d’additargli che gli confidava un importante incarico); tu devi -recarti fra il popolo, ascoltare, penetrare, interrogando ciò che si -pensa di Giovan Galeazzo e Bernabò e ritenere quanto si va dicendo -di questo e di quello; scoprire, se puoi, quali siano i partigiani -dell’uno e dell’altro, ed isvelare se il principe prigioniero possegga -ancora qualche caldo amico; devi spiare cosa sente il nuovo signore -ed i suoi, de’ partigiani di Bernabò, e se contro questi si tramino -sorprese o tradimenti; e fra i forestieri devi porgere orecchio per -udire se qualcuno mal vegga questa usurpazione di stati, e se ne -mediti vendetta: in somma cerca di scoprire i pensieri, i divisamenti -del popolo, dei signori, degli estranei, per riportarmeli fedelmente, -poichè tutto io mi prometto dalla fina arte tua. — Non dubitate, signor -Palamede, io farò tutto quello che sarà in mio potere per compiacervi; -poichè vi assicuro che tanto la vostra, quanto la felicità della -signora Ginevra mi stanno veramente a cuore — Ebbene sappi (rispose -Palamede a tai detti, stringendogli una mano affettuosamente), quanto -io ti debbo per avermi salvo da un assassinio, sarà un nulla nella -misura della mia riconoscenza a fronte di quanto meriterai da me se -giungerò per tuo mezzo ad ottenere la figlia di Donnina.» - -Dopo queste parole, l’aríolo, fatta riverenza al cavaliero, pieno di -allegrezza per la persuasione che possedeva la confidenza e l’affezione -di lui, uscì aguzzando gli occhi, tutto in se raccogliendosi, torcendo -il collo ed avanzandolo, come se si trovasse di già fra la moltitudine -di cui dovea osservare i moti e raccogliere le parole. Palamede, -preceduto da un valletto, lasciò le sue camere e recossi nella sala -dove l’attendeva la famiglia di Azzo. - -Quivi entrato abbracciò Leone e Guido, ed a Ricciarda, che amorosamente -qual madre l’accogliea, baciò con trasporto la mano. S’immaginò -bentosto la cagione per cui vedeva Guido involto in una bruna zimarra -col nero berretto del consiglio, e Leone vestito a tutto punto d’una -armatura lucente colle piume ondeggianti sul cimiero. Stava per -ritrarne, interrogandoneli, più certa cognizione, allorchè spalancati -i battenti della porta entrò colà il marchese Azzo. Una ricca veste -di colore scarlatto broccata in oro lo ricopriva, e vedevasi su di -essa nella parte che gli vestiva il petto, da destra ricamato lo -scudo argenteo di Milano colla croce rossa, da sinistra due vipere -ondeggiate, collocate paralellamente in senso opposto, chiuse in gira -da questo motto in caratteri gotici colore di sangue: _Vipera victrix -audet_, lo che era lo stemma della famiglia Liprando; tenea sul capo -un berretto pure scarlatto con fiori d’oro, sotto cui rìcadeangli sul -collo le chiome che incominciavano a incanutire; a fianco gli pendea -una lunga spada in ricca guaina, e tale era l’abito dei vicarii di -provvisione, uno de’ quali era appunto il marchese Azzo. I figli e -Palamede al suo apparire gli si fecero incontro ad abbracciarlo; il -marchese rendendo l’amplesso, e fissando con molta compiacenza gli -occhi in volto a Palamede, ad un tratto si turbò, scorgendogli nelle -pupille le lagrime che stavano per ispuntare. Palamede abbassò il -capo; Leone e Guido si fecero muti, e tutti intesero qual segreta causa -spingeva sul ciglio di lui quella stilla involontaria di pianto. - -«Mio diletto figlio (rompendo pel primo il silenzio, disse il marchese -con voce affettuosa rivolto a Palamede), conosco che tu sei già fatto -consapevole del grande avvenimento che cangiò le sorti nostre e di -tutta questa città, per cui vedi che siamo stati in oggi chiamati -a riordinare e creare nuovi statuti, onde migliorare le condizioni -generali della nostra patria. Se la mano di Dio e del glorioso -Sant’Ambrogio hanno gravitato sul capo di Bernabò, egli, è d’uopo -confessarlo, provocò questo castigo colle sue azioni, poichè eravamo -oramai da’ suoi capricciosi scialacquamenti, dalle sue tirannie e dalla -prepotenza de’ suoi figli ridotti agli estremi; nè sicurezza di vita, -di sostanze o di onore più ci rimaneva. Ciò che al cuore veramente -mi pesa, si è che la marchesa Donnina de’ Porri, mal fidente nella -moderazione del conte di Virtù, s’abbia condotta seco in prigionia la -tua Ginevra. Pensai quanto recasse affanno a lei l’essere strascinata -lontana da queste sue native mura, pressochè nello stesso istante in -cui tenea per fermo che il tuo ritorno avrebbe coronate le sue vive -speranze; e sento per te quanto t’angosci una sì ardente brama delusa, -da poi che tanto ti eri adoprato ad ottenerla. Ma ti conforta, mio -Palamede, e t’assicura: Giovan Galeazzo è principe umano, saggio, -generoso, egli non vorrà or certo opporsi a’ tuoi desiderii negando -concederti che ritrar possi dal castello Ginevra; nè ciò ti negheranno -Bernabò e Donnina che teco l’han fidanzata. Io, te ne accerto, non -poserò in quiete il capo sugli origlieri che non abbia con tutte le -posse adoperato per ottenerti la donna che il tuo cuore ha scelta a -compagna.» - -A tali parole, che la dolce ed autorevole voce e la fisonomia -imponente, ma nel tempo stesso assicurante, del marchese rendevano -insinuanti e solenni, il cuore di Palamede fu penetrato da consolatrici -riflessioni che lo riapersero alla speranza: quindi il rasserenarsi -dell’anima si palesò sul di lui volto con un sorriso, e Guido e -Leone gli si accostarono, parlandogli ciascuno della bontà di Giovan -Galeazzo, e traendone sicuro argomento che avrebbe ottenuta l’amata -fanciulla. Ricciarda e la figlia Adelaide avevano, siccome il lungo -amichevole affetto ad esse imponeva, appressate Donnina e Ginevra -sino agli ultimi momenti in cui eran rimaste libere in Milano; e fu -innanzi a loro che l’innamorata donzella diè libero sfogo alla piena -di dolore che opprimeva il suo cuore, lacerato dall’orribile idea -di essere condotta lontana, e forzata, come ella pensava, a perdere -per sempre l’oggetto dell’amor suo più ardente, alla cui mano per -le nuziali promesse avea acquistato diritto. Avevano esse miste le -loro alle lagrime di Ginevra, ed ogni via tentata per consolarla, -ma vanamente: per cui, quando videro Palamede trafitto dall’angoscia -della di lei perdita, cedere al pianto, nella mente loro s’appresentò -l’immagine della desolata Ginevra; e vivamente commosse dalle sventure -di que’ fidanzati, intenerite, a grave stento frenavano i singhiozzi -e le lagrime; ma al racconsolarsi di Palamede per le parole di Azzo, -esse pure si allegrarono, sperando che un giorno esso sarebbe felice; -ed Adelaide a lui s’appressò con seducente ingenuità, e fisandogli in -viso gli occhi ancor umidi di pianto, disse: «La tua Ginevra m’impose -d’invocare ogni giorno dalla Vergine il tuo ritorno, e ti assicuro che -mai non passò sera che io prostrata innanzi alla sua immagine, a cui -offriva i più freschi fiori, non gli chiedessi con tutto il fervore -una tal grazia, ed ella m’esaudì, ed esaudì pure nostra madre, che -tante volte mi guidò nella chiesa a pregar seco per la tua salute.» -Palamede affettuosamente abbracciandola palesò a lei, a Ricciarda e ad -Azzo la sua gratitudine per la cura che di lui s’eran presa, e disse -a Leone che bramava, qual capitano dei militi della parrocchia, porsi -in arnese guerriero, ed uscire seco lui ond’essere spettatore della -radunata del gran consiglio, se però l’essere stato uno degli amici -di Bernabò non gli poteva attirare l’odio o le insidie dei governanti. -Leone gli rispose che erano stati prescelti alcuni de’ capitani d’armi -per accompagnare i gonfaloni delle Porte al Broletto nuovo, e ch’esso, -come uno de’ più distinti, ne verrebbe ricercato; e l’assicurò che -scacciati i figli di Bernabò e i ministri delle loro perfidie, nessun -altro cittadino era stato molestato; per cui poteva ciascuno vivere -tranquillo, e più di ogni altro gli uomini valorosi, pe’ quali il Conte -di Virtù avea grande stima. S’allontanò Palamede, e ritornò coperto -delle sue armi, portando a tracolla la ciarpa azzurra, dono di Ginevra, -da cui pendeva la ricca sua spada; s’accompagnò con Leone, e, seguito -dagli scudieri, lasciò il palazzo. - -Era prossima la metà del giorno, e le campane ripetevano coi romorosi -suoni la chiamata al gran consiglio. Per tutte le molte strade che -conducevano da Sant’Ambrogio al Carrobbio di Porta Ticinese, di là -per San Giorgio alla Piazza del Broletto nuovo (ora de’ Mercanti) -era un’onda di popolo innumerevole. Dovea l’arcivescovo, che -trovavasi essere in quell’epoca Antonio di Saluzzo, assistere coi -principali del clero alla grande adunata. Abitava esso nel monastero -di Sant’Ambrogio, imperocchè il palazzo arcivescovile, che sorgeva -poco lungi dall’attuale, ma più dal lato di santo Stefano, ruinoso -e disadorno com’era, non offriva una degna abitazione a sì eminente -prelato. Al tempio di Sant’Ambrogio s’eran quindi recati sei vicarii di -provvisione, un distinto numero di consiglieri, consoli di giustizia, -rettori della comunità scelti da ogni porta, e due vicarii del principe -Giovan Galeazzo, onde assistere alla celebrazione de’ divini ufficii, -indi condurre l’arcivescovo alla sala del consiglio. Dopo avere con -gran pompa Antonio compite le sacre funzioni, s’avviò col numeroso -seguito al Broletto. - -Sui terrazzi delle case, sui balconi e sotto gli acuti archi delle -finestre stavano affollati i fanciulli e le donne spettatrici del -generale movimento, e in attenzione del passaggio dell’arcivescovo -colla sua nobile comitiva. Ai balconi de’ palazzi scorgeansi le dame -e le ricche donzelle far gran mostra di drappi d’oro, di piume, di -cinti e catenelle, ed aversi da un lato panieri di fiori, onde tenere -profumata l’aria d’intorno. Anche nelle case però de’ meno agiati -cittadini e della plebe miravansi le donne non prive di ornamenti, ed -alcune portare assai preziosi gioielli: il che non doveva a que’ giorni -recar meraviglia, poichè nel sacco dato dal popolo ai palagi di Bernabò -che era la rocca di Porta Romana, ed a quelli de’ suoi figliuoli, -furono rinvenuti ed involati gioielli, addobbamenti, preziose vesti -e suppellettili pel valore di molte migliaia di fiorini d’oro, oltre -ingenti somme di denaro, e ciò tutto era passato nelle mani delle -persone del popolo e de’ cittadini. - -Quel luccicare dell’oro e delle gemme, lo splendore delle vesti per -le finestre ed i balconi, che si prolungava variatamente lungo le -pareti delle contrade, ottenea vivace risalto dal contrasto che vi -faceano i bruni colori delle rozze muraglie delle case, delle chiese, -de’ palazzi, le quali ove erano costrutte di pietre le aveva il tempo -annerite, ed ove formate di mattoni, si lasciavano senz’intonaco, chè -così volea l’uso de’ tempi: quindi gli edifizii nuovi rosseggiavano, e -i vecchi imbrunivano a norma dell’età rispettiva. - -La folla eziandio, nelle vie stivata, non presentava il monotono -aspetto che a’ nostri giorni offrono le adunate di gente per il quasi -uniforme moderno vestire d’ogni classe di persone tanto ne’ colori -degli abiti che nella forma. Era in quell’epoca una varietà grandissima -di maniere e di coloriti; e sempre o nelle armi o negli adornamenti -risplendevano i metalli, il che ammirabile e svariatissimo spettacolo -porgeva, atto a recare una viva e profonda impressione, ne’ nostri -tempi svanita. - -Vedeansi in allora uomini d’armi tutti ruvidi di ferro dai capelli -alla punta de’ piedi; e diverse erano le forme delle armature, poichè -l’uno copriva il capo col semplice elmo, ed aveva giaco di maglia; -l’altro portava visiera e gorgiera a lamine sovrapposte, e corazza -d’acciaio; questi tenea cimiero cesellato con piume ondeggianti, e -quello berretto di ferro puntuto; spade, targhe, brandistocchi pendeano -a’ fianchi, sospesi a ciarpe e pendagli di varii colori. I nobili, -i semplici cittadini e gli artigiani vestivano abiti con proprie -foggie, e scorgevansi agli uni sopravvesti guernite di pelliccie e -di passamani di molte maniere; agli altri, guarnelli, farsetti a più -colori, e brache che aderivano alle membra, o s’allargavano alle coscie -smisuratamente: collari larghi ed elevati, berretti ora acuminati, or -distesi, variatamente tinti, diversificavano gli abbigliamenti delle -molte classi di patrizi, ricchi ed artieri. Così eran pure distinti -i magistrati ed i dottori per le toghe e le assise. Ma ciò che fra -tanta diversità di costumi produceva un singolare contrasto, si erano -gli abiti de’ numerosi frati, de’ confratelli, de’ pellegrini e degli -uomini della plebe. Per le vie talvolta scorgevasi un eremita curvato -dagli anni, coperto il dosso da un rozzo saione olivastro, e il capo -d’un largo cappuccio, la di cui incolta barba e il macilento viso -mostravano la rigida astinenza, collocato fra un baldo guerriero -lucente d’acciaio, e un patrizio sfolgorante per drappi d’oro, -porgere una vivente immagine congiunta della forza, della umiltà, -dell’orgoglio. In quella età, meno dal sociale attrito contusi e -rammorbiditi i costumi, i sentimenti animavano gli spiriti ed i volti -d’un’aria originale e caratteristica: maniere franche, risolute, e -fors’anco fiere, lineamenti risentiti, variati e pittorici, e gli -abbigliamenti che davano alle forme un piccante risalto, manifestavano -lo spirito d’un secolo incolto, pregiudicato e feroce, ma in cui però -erano passioni ardentissime, affetti infrenati e robusti, e un non so -che di più vivo, animato e risentito delle altre successive età. - -Il Broletto nuovo, verso cui dirigevasi tutta la folla del popolo, -era il palazzo del comune o del podestà, perchè colà questi abitava: -contenea esso la loggia degli Osii, che è quell’antico edifizio che -ancora esiste nella parte meridiana della Piazza de’ Mercanti, adorno -d’antiche statue di santi, ed in una fascia, sul prospetto del quale -vedonsi scolpiti degli scudi con varii stemmi, che erano quelli delle -diverse porte di Milano. Antichissimo fabbricato era quello, e venne -nel 1316 ristorato, abbellito ed ampliato da Matteo Visconte, il -quale, fatte atterrare molte casupole che lo deformavano, lo ridusse -ad un vasto edifizio oblungo ed isolato, che da San Michele al Gallo -si prolungava sino al vicolo della Foppa. Era in esso una grandissima -sala in cui si radunava il consiglio degli ottocento, e contenea con -quella del podestà l’abitazione de’ suoi ufficiali: s’aveva congiunta -una piccola chiesa dedicata a Sant’Ambrogio, e gli sorgea nel mezzo una -quadrata torre, su cui stava una grossa campana e tre altre più piccole -per chiamare a raccolta i consiglieri ed il popolo. Dalla parte ove ora -sta l’archivio notarile, la piazza era affatto sgombra e si stendea -sino al cominciare di Santa Margherita, cinta intorno di alte case e -palagi; questa piazza era destinata a contenere il popolo accorrente ad -intendere le decisioni del consiglio. - -Zeppa per la moltitudine era quella piazza, quando il ridestarsi più -rumoroso del suono delle quattro campane della torre, e lo stivarsi -più fitto della folla, annunziò l’avvicinarsi dell’arcivescovo. -Precedevano que’ ch’eran puri membri del consiglio, seguivano questi -i consoli di giustizia, i quattro vicarii di provvisione, indi i -priori, gli abbati de’ principali conventi, ed i sacerdoti maggiori -delle basiliche di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e Santa Maria Iemale; -dietro a questi veniva l’arcivescovo sovra un bianco cavallo, con -gualdrappa d’oro e ricchissima bardatura, guidato a mano da un giovine -patrizio pomposamente vestito, con bianchi guanti di serica stoffa -ricamata in oro; ai lati del cavallo stavano i due vicarii di Giovan -Galeazzo, e due di provvisione, e dietro altri monaci, sacerdoti, -magistrati e municipali. Seguivano la comitiva i vessilli delle sei -principali porte della città, portati ciascuno da un gonfaloniere, -fiancheggiato da quattro capitani d’armi delle quattro più distinte -parrocchie d’ogni porta. Precedeva il vessillo di Porta Ticinese, -ch’era una candida bandiera con asta d’oro, e questo fu il primo, -siccome quello che apparteneva ad una parte della città già soggetta -alla signoria di Giovan Galeazzo prima del consolidamento in lui di -tutto il dominio di Milano; quindi non volle andar a paro con quello -di Porta Orientale, come soleva per lo addietro, perchè il signore di -questa era caduto: onde l’Orientale veniva seconda, portando nel suo -vessillo un leon nero. Notavansi fra i capitani d’armi, che seguitavano -questo vessillo, Palamede e Leone, il primo de’ quali per la lunga -assenza, la ricca armatura, il nobile e mesto aspetto s’attraeva gli -sguardi della moltitudine; seguiva lo stendardo di Porta Vercellina, -ch’era bruno con una bianca stella; poscia quel rosso di Porta Romana; -indi lo scaccato bianco e rosso di Porta Comasina, e finalmente il -vessillo di Porta Nuova col leone bianco; chiudevano la comitiva gli -anziani de’ Paratici, ossia capi delle università delle arti, gli -operai di ciascuna delle quali, come barbieri, armaiuoli, tessitori, -fabbri, pellicciai, avevano un capo o maestro, che era loro giudice -e presidente, ne decideva le controversie e manteneva i diritti. Il -podestà, ch’era Liarello da Zeno, veneziano, accompagnato da’ suoi -militi ed ufficiali, venne al peristilio della maggior porta del -palazzo per farsi incontro all’arcivescovo, il quale, disceso dal -suo cavallo, offrì al bacio del podestà l’anello che tenea in dito -contenente una rara reliquia, e dopo essersi rivolto a benedire il -popolo che stava prostrato, entrò, con tutti quelli che ne formavano il -seguito, nel gran consiglio. - -Cessò in quell’istante il rimbombare dei bronzi, e quattro trombettieri -con trombe d’argento, ed altrettanti banditori, sopra i cui cappelli -stavano alte piume, apparvero sulla loggia del palazzo. Si fece -universale silenzio, ed essi annunziarono che il gran consiglio dava -incominciamento alle decisioni. - -Una sana e previdente politica, anzi direm piuttosto il solo amor -dell’ordine, tanto necessario nelle cose di pubblico momento, non -avevano fino a quell’epoca portata luce alcuna o chiarezza nella -direzione delle città e dei popoli. Il principe, sdegnando i consigli -d’una scelta di personaggi sapienti ed esperimentati, dettava a -capriccio assurdi ed ingiusti decreti; un’unione di uomini ignoranti -o servili che rappresentava la popolazione, riceveva, o rigettava -tumultuariamente, contendendo sulle leggi e gli statuti ciò che -quasi sempre le era svantaggioso. Le armi, le rapine, i patiboli -costringevano i meno resistenti a sostenere il carico di enormi spese -fatte per guerre ingiuste, per lusso esorbitante, per largizioni -delittuose. Non registrazione di pubblici atti, non raccolte o -promulgazioni di leggi e prescrizioni: per tutto era un operare alla -cieca, un eludersi e paralizzarsi di forze mal dirette, e un dominare -dell’astuzia, della ribalderia, della prepotenza. Se pubbliche calamità -o penuria affliggevano i popoli, si consultavano del rimedio gli -astrologi, che da sognate combinazioni di pianeti, dall’apparizione -di sanguigne comete, o dalle meteore facean sempre derivare i mali di -questa terra; si erigevano chiese e conventi, e si trascuravano tutti -gli altri mezzi che poteano recare riparo o salvezza. - -Bernabò non ebbe mai più di due vicarii e tre consiglieri; non volle -segretarii, scrittori, persone istruite in somma che tenendo conto -delle entrate, dei consumi della corte e della nazione, ne accennassero -le fonti, le cause, e ne dirigessero i modi. Suo fratello Galeazzo, -padre di Giovan Galeazzo, dotato d’uno spirito intraprendente, -ingegnoso, pel primo pensò che gli uomini scienziati potevano giovare, -concorrendo allo sviluppo delle ricchezze, del commercio, della -popolazione, ad ingrandire la potenza del principe. Spinto da tale -considerazione e dal consiglio di alcuni letterati e filosofi de’ suoi -tempi, e in ispecie da Signorello Amadio e Baldo giureconsulti, da -Emanuello Crisolora bizantino e da Ugo sanese, diede principio alla -famosa università di Pavia, ch’era la capitale de’ suoi stati; quivi -raccolse con generosi stipendii molti uomini dotti, ed aviò la gioventù -alle scientifiche discipline. - -Giovan Galeazzo, la cui mente profonda e intellettiva era stata, -nella corte del padre, da uomini saggi, con una educazione per que’ -tempi raffinatissima, resa adorna, acuta, calcolatrice e ripiena di -vastissime idee, aveva fatto tesoro di molte massime della sapienza -politica degli antichi filosofi e legislatori, che quel maraviglioso -ingegno di Francesco Petrarca, uno de’ suoi precettori, gli svolgeva, -corredandole di gravissimi ed esperimentati consigli. - -Dappoi che per un ritrovato della propria mente con somma astuzia -condotto, ebbe fatto il primo passo verso l’elevata meta a cui mirava -fisso in suo segreto, concentrando nelle proprie mani l’impero degli -stati dello suocero zio, lasciò scorgere con universale sorpresa parte -di quell’energia ed intelligenza di cui era dotato; giacchè più non -necessitava a’ suoi scopi il farsi credere un ignorante pinzochero, -stupidamente dato ai soli atti d’una superstiziosa devozione, coi -quali ingannando sul proprio carattere non il solo Bernabò lontano, -ma ben anco i suoi più intimi famigliari, era giunto a far cessare -nello zio ogni pensiero di vigilanza sovra di lui, a segno di trarlo -nell’agguato che gli aveva disposto sotto le mura della stessa -Milano. Conceduto, pei primi momenti del suo insignorirsi dell’intera -città, uno sfogo all’ira della plebe e de’ cittadini, lasciandoli -scagliare sulle dimore di Bernabò e de’ suoi figli, d’onde trassero -gli ammassati tesori, permettendo di lacerare i libri delle gabelle -e de’ dazii, e di imperversare liberi per qualche giorno; assodato -il suo potere col favore dell’aura popolare, meditò di dar opera -al compimento del suo disegno di perfezionare il dominio. Aveva -appreso Giovan Galeazzo, e teneva per assoluta sentenza, che l’ordine -era il primo cardine d’ogni civile consorzio; considerava che le -magistrature, i regolamenti distribuiti a seconda de’ diversi bisogni -dello stato, ed una forza coattiva congiunta a ciascun d’essi per -l’esatta esecuzione delle incumbenze, doveano produrre inesprimibile -vantaggio alla politica società. Meditava sulle greche e le romane -istituzioni; quegli areopaghi, que’ senati, que’ tribunali erano gli -ordini ch’egli agognava di costituire ne’ suoi dominii; ma a’ suoi -concepimenti frapponevano sommo incaglio le cangiate circostanze de’ -tempi e delle indoli nazionali, e la di lui ostinatezza nel non volere -che s’allentasse menomamente nelle sue mani il potere, onde l’ardimento -altrui non rendesse vani i suoi divisamenti. - -In tale tenzone di pensieri, riservando a più opportuno momento -l’esecuzione di vasti disegni, pensò che gli era d’uopo giustificare -la sua usurpazione presso la propria e le estranee nazioni; fece -a questo fine stendere dai giureconsulti un atto d’accusa contro -Bernabò, in cui enumerandosi i molti di lui delitti, attentati -e malie a danno della vita di Giovan Galeazzo, si deducesse non -essere stato l’imprigionamento di Bernabò che un atto di difesa, -di giustizia e la liberazione della patria; volle nello stesso -tempo, onde accaparrarsi sempre più l’amore dei popoli, esentarli -da varie imposizioni pesantissime, le quali alla fin fine venivano -dai gabellieri consunte: a fin poi di fondare le prime radici dei -futuri più stretti regolamenti, fece stendere varii statuti pei -quali alle università delle arti, i cui membri essendosi attribuiti -molti privilegi che le consuetudini avevano resi inviolabili, erano -insubordinati all’autorità, congregandosi ne’ proprii quartieri, e -così congiunti ammutinandosi, veniva prefissa una dipendenza in varii -determinati casi dai consoli di giustizia, la quale dovea metter freno -al loro insorgere; ma negli statuti però s’accordavano titoli d’onore -agli anziani ed alcune facoltà illusorie. Finalmente ad esecuzione -delle leggi fece decreti che i consigli tenessero registro delle -decisioni, le quali scritte, venissero solennemente depositate negli -archivii. Statuite queste disposizioni, Giovan Galeazzo ne dimostrò il -vantaggio a Liarello da Zeno podestà, a Piosello da Saratico vicario -di provvisione; e fatti molti de’ consiglieri, del clero, de’ capitani -d’armi, degli anziani favorevolmente prevenire, ordinò l’adunanza del -gran consiglio, ch’era quella che in quel giorno si raccolse, onde i -suoi decreti venissero letti, approvati, ed ottenessero esecuzione; -mandò quivi suoi vicarii, ossia rappresentanti, Biagio Pelacane -parmigiano e Demetrio Cidonio di Tessalonica, il primo eletto ingegno, -il secondo parlatore facondissimo. - -La sala del consiglio era un’aula amplissima, la cui volta, non molto -elevata, andava dipinta a fondo azzurro con stelle d’oro, le mura -delle pareti erano di marmo con una fascia superiormente d’ornati in -rilievo rappresentanti figure d’animali ed arabeschi; in ciascuno dei -quattro angoli stava uno stemma della città di Milano. Sur un gran -seggio elevato coperto di velluto cremisino sedeva il podestà, a’ suoi -fianchi stavano pur seduti i due vicarii del principe, e dietro a loro -eran paggi e cancellieri, poscia quei di provvisione, indi tutti i -consoli di giustizia, i rettori delle comunità, i consiglieri a varii -ordini; di fronte al podestà stava sur una elevata sedia, protetta da -un baldacchino con frangia d’oro, l’arcivescovo circondato dal clero. -Alla destra parte del podestà, dietro ai consiglieri, stavano ritti in -piedi i gonfalonieri coi vessilli ed i capitani d’armi, alla sinistra -gli anziani delle arti ed i loro collaterali. Quando furono quivi tutti -raccolti e disposti i numerosi componenti del consiglio, s’avanzò un -cancelliere, davanti a cui un giovinetto paggio recava una guantiera -d’argento su cui vedeansi varii rottoli di pergamena coi contorni -dorati; il cancelliere venuto innanzi a Demetrio Cidonio vicario del -principe, che stava alla destra del podestà, l’inchinò profondamente, -e dal paggio, che piegò un ginocchio sui gradi dell’alto sedile, fece -a lui porgere quelle pergamene. Demetrio, alzatosi in piedi, una ne -prese, la svolse e si fece a leggerla con robusta voce. Era l’accusa -di Bernabò. Quasi tutti gli uditori, o vinti da Giovan Galeazzo, o -stati offesi dall’altro signore, applaudirono e confermarono quelle -imputazioni, sebbene molte ve ne fossero false ed altre assurde, -siccome quella delle arti magiche che si dicevano adoperate da quel -principe onde il nipote non avesse prole; ed allorchè il vicario -conchiuse che per giustizia e diritto, imperocchè Venceslao imperator -d’Alemagna avea il solo Giovan Galeazzo investito della signoria -degli stati Lombardi, a lui solo appartenea il dominio, tutti si -alzarono gridando: _Viva Giovan Galeazzo, viva il conte di Virtù nostro -signore_; e s’udirono le trombe annunziarlo al popolo, ed il popolo far -eco con altri viva. - -Fra i pochi avversi all’applaudire al nuovo signore, il più ardente -si era Palamede che, offeso dalle calunnie con cui udiva venir -Bernabò incolpato, poco stette, dimentico d’ogni altro affetto, dallo -slanciarsi in mezzo al consiglio a difenderlo colla voce e la spada; ma -Leone che gli era al fianco il trattenne colle parole, e il marchese -Azzo cogli sguardi che a lui volgea imperiosi dal seggio ove stava -assiso. - -Dopo l’accusa di Bernabò venne letto il decreto di abolizione e -diminuzione delle gabelle del grano, e degli istrumenti, che così -chiamavasi la tassa che veniva esatta nei contratti, e delle ruote -ferrate che si sborsava da chiunque teneva cocchi o carri. Non ponno -descriversi le espressioni di gratitudine e i segni di contento che -dai consiglieri e dal popolo si diedero alla lettura di tale decreto. -Quindi generale fu l’assentire alle innovazioni ordinate nel modo di -tenere i consigli, ed agli statuti per le università delle arti; per -cui chiuso che fu il consiglio, uscendo i vicarii di Giovan Galeazzo -dal Broletto nuovo, vennero coi più rumorosi applausi ricevuti dal -popolo che si disperse, persuaso essere venuta l’età della vita felice. - - - - -CAPITOLO VIII. - - Fra l’ombra della notte e degli incanti - Ei muove dubbio e mal securo il piede. - Sul limitar d’un uscio i passi erranti - A caso mette, nè d’entrar si crede; - Ma sente poi che suona a lui diretro - La porta, e in loco il serra oscuro e tetro. - TASSO. - - -Lunghi e dolorosi scorrevano i giorni pei prigionieri di Trezzo. -Il destino di Bernabò e de’ suoi congiunti formava argomento al -ragionare di ogni persona. Era pensiero di tutti che da Giovan -Galeazzo non sarebbesi giammai ridonata loro la libertà, e quindi -facile il prevedere che avrebbe cercato ogni via di togliersi la -briga di custodirli. Chi passando pe’ boschi d’intorno, o battendo i -sentieri che salivano le alture vicine al castello, vedea la sommità -delle torri e delle mura merlate sorgere fra gli antichi alberi che -il circondavano, anzichè ritrarne pensieri di caccie, di feste, di -principeschi passatempi che soleva quella vista produrre, non provava -che sentimenti di pietà o di soddisfatta vendetta, secondo che amava od -odiava quel principe; ma tutti però i riguardanti risentivano una certa -impressione di meraviglia e tristezza che le disavventure di personaggi -potenti sogliono infondere nell’anima, forse per le secrete riflessioni -che ci destano sull’instabilità delle umane sorti, e fors’anco perchè -mettendoci colla mente in loro, pensiamo quanto debba riuscir doloroso -il rapido passaggio da uno stato di impero e ricchezza a quello di -soggezione e miseria. - -Nell’interno del castello regnava di continuo una tristissima quiete. -Abbenchè racchiudesse molti abitatori, avea esso l’aspetto d’un -castello deserto: solitarii se ne vedevano i cortili, gli atrii, i -porticati, ed il silenzio che per tutto si manteneva non era interrotto -che d’ora in ora dal risuonare dei pesanti passi degli uomini d’armi -che distribuivansi per scolta alle porte, alle torri ed al ponte -dell’Adda. Ciò solo che recava qualche movimento fra quelle mura, si -era al cader del sole il suono della campana della chiesa, alla cui -chiamata tutti attraversando il maggior cortile venivano nel tempio. -Vero è che la mestizia che scorgeasi dipinta in volto ad ognuno, il -procedere lento e taciturno di tutti, in vece di porgere conforto, -aumentava il cordoglio ne’ cuori. - -Dopo quel giorno che nel castello s’era sparsa la voce d’una notturna -apparizione che aveva dato motivo a quanti vi abitavano di formare -diverse congetture, a norma delle proprie speranze o timori, un -avvenimento era seguito per cui s’accrebbe d’assai l’amarezza di quel -soggiorno in Bernabò e negli altri ivi seco rinserrati. Il capitano -Gasparo Visconti avea, come vedemmo, creduto, coi principali de’ suoi -armati, che quell’apparizione altro non si fosse che un tentativo per -liberare il principe prigioniero. Venne in tal sua opinione confermato -dalla scomparsa che gli fu riferita dell’aríolo, ch’ei pensò dover -essere uno degli interni cooperatori ad agevolare la fuga di Bernabò o -la presa del castello, se i di lui liberatori fossero stati numerosi. -Il Visconti spedì quindi immediatamente un messo a Giovan Galeazzo a -recargli avviso di tale evento, onde avvenendo nemica sorpresa stesse -parato a mandargli soccorso. - -Recò grave agitazione tale annunzio a Giovan Galeazzo, che mal -rassicurato era ancora sull’usurpato seggio, e per tutto temeva -congiure e nemiche fazioni: pensò esso sulle prime che l’impresa di -togliere dalle sue mani Bernabò non potesse essere tentata fuorchè -da Carlo figlio di quello, il quale all’insignorirsi ch’ei fece di -Milano s’era alle sue ricerche sottratto colla fuga; ma allorchè -seppe che questi stava a Verona presso Antonio della Scala, che gli -era cognato, fatto da molti soldati ricercare tutti i luoghi contigui -a Trezzo, e non vi ritrovando armati, nè sapendo che vi fossero -macchinazioni, mandò ad accertare il capitano Visconti che non temesse -d’ostili insidie, nè per tanto cessasse d’invigilare gelosamente su i -prigionieri. - -Giovan Galeazzo non rimase però pago di questo. Paventando sempre che i -figli di Bernabò, aiutati da principi stranieri, o da partigiani nello -stato, avessero a ritrovar qualche mezzo di render liberi il padre ed -i fratelli, fece più strettamente rinchiudere addoppiando la vigilanza -sovra Sagramoro e Galeotto altri di lui figli che teneva prigioni nel -castello di Monza, e diede comando si togliesse Rodolfo da quello di -Trezzo onde disgiungerlo dal padre e dal fratello Lodovico, e fosse -condotto nel forte di San Colombano. - -Venti uomini d’armi capitanati da Giovanni Ubaldino partirono da -Milano, e si recarono a Trezzo per eseguire tal ordine di Giovan -Galeazzo. Quando que’ soldati comparvero presso le mura del castello, e -riconosciuti amici, loro fu abbassato il ponte levatoio per riceverli -al di dentro, un secreto terrore invase il cuore de’ prigionieri. -Ubaldino si recò da Gasparo Visconti, ed a lui presentò una lettera del -suo signore, nella quale gli veniva ingiunto di consegnarli Rodolfo. -Gasparo Visconti recossi tosto da questo, e il fece avvertito si -disponesse a partire coi soldati novellamente giunti nel castello, -poichè era volontà del principe ch’egli fosse tolto da Trezzo, e -condotto a San Colombano. - -Rodolfo a tale comando pensò che ciò null’altro si fosse che un -pretesto per trarlo a morte lungi dagli occhi del padre: tale pensiero -gli si affacciò tosto alla mente, poichè conoscendo gli usi del -tempo, era quanto ei s’attendeva sin dal momento che era stato fatto -prigioniero, e sperando di potere sottrarvisi altrimenti, fece in suo -cuore una disperata risoluzione: stabilì, appena si fosse trovato fuori -di quelle mura, sul sentiero presso all’Adda, di scagliarsi, inerme -com’era, sui soldati che lo scorterebbero, e pervenendo a sciogliersi -da loro, precipitarsi nel fiume e salvarsi a nuoto colla fuga, o perire -piuttosto trafitto dalle spade o nelle acque dell’Adda, anzichè sui -patiboli secreti di Giovan Galeazzo. - -Con questa determinazione nell’animo, ed anelando l’ora di trovarsi -nella lotta, recossi nelle stanze del padre a prendere congedo da -lui, da Lodovico, da Ginevra, Damigella e Donnina, che tutti quivi -convennero. Quando furono raccolti, Rodolfo con ferma voce spiegò -che veniva a dar loro l’addio, forse estremo, essendo costretto a -separarsi da essi per essere rinserrato fra altre mura. A queste -parole un disperato dolore trafisse il cuore di Bernabò, e il furore -si dipinse sul suo volto: egli non s’aspettava tal colpo doloroso che -tutte annientava le sue speranze, privandolo del più fidato appoggio -che s’avesse, chè tanto era per lui quel suo vigoroso ed ardito figlio, -quando si fossero offerti i soccorsi ch’egli mai sempre sperava. La -di lui fronte si raggrinzò, gli occhi rosseggiarono per lo sdegno, -e un tremito di rabbia gli si sparse per le membra. Alzatosi, gridò -furibondo, maledicendo Giovan Galeazzo ed i suoi fautori; ma i figli -e le figlie, e frate Leonardo e Donnina gli furono d’intorno, e col -pianto e le preghiere pervennero a racquetarne lo spirito. Allorchè, -calmato, fissò lo sguardo in Rodolfo, larga copia di lagrime gli -rigò le guancie, e porgendo a lui la destra, con voce tremante, che -palesava quanta fosse l’angoscia che chiudeva in petto: «Ah! figlio mio -(esclamò), tu mi sei tolto per sempre: sì pur troppo m’accorgo che si -vuole ch’io chiuda questi miei occhi nel sonno eterno, senza che stia -a me vicino un solo de’ miei figliuoli che m’invochi la grazia del -signore nell’ultim’ora, e preveggo che non vedrò intorno al mio letto -di morte che i volti degli abborriti sgherri del conte di Virtù. Ma -che dico?... Non si stanno forse già preparando le trame per me, per -voi tutti, onde toglierci l’uno lontano dall’altro la vita? Tu, mio -Rodolfo, ne sei la prima vittima.» A tali detti i singhiozzi di tutti -quegli astanti si raddoppiarono; il solo Rodolfo, intrepido in viso, -e con sguardo sicuro, animando ferocemente la voce, disse: «Non temere -per me, padre mio: se lo spirito infernale non mi toglie le forze, io -non perderò al certo la mia vita entro le mura d’un castello; se il -cielo mi protegge, potrebbe avvenire che io riesca ancora formidabile -al nostro oppressore.» In così dire piegò un ginocchio davanti a -Bernabò, ed in tale attitudine ne baciò la mano; ma questi il rilevò, -e gli porse un bacio in fronte bagnandolo di lagrime. Rodolfo, toltosi -all’amplesso del padre, abbracciò Lodovico e le sorelle, strinse a -Donnina ed a Leonardo la mano; a tutti il pianto soffocava la voce, -ed una visibile commozione atteggiava quasi alle lagrime anche i fieri -lineamenti di Rodolfo, quando, raccolta tutta la sua forza, pronunciò -un «Addio,» ed uscì da quelle stanze. - -Bernabò rimase immobile pel dolore; Ginevra cadde svenuta a’ -suoi piedi; Donnina e Damigella, pallide e tremanti, accorsero a -soccorrerla; Lodovico, straziato da così funesta scena, stava dubbiando -o di seguire il fratello, o di restare a conforto del padre; ma -attenendosi a questo partito, rimase accanto a Bernabò in mestissimo -atteggiamento: frate Leonardo ergeva ammutolito lo sguardo al cielo -invocandone la pietà sovra quei desolati parenti. Bernabò, scosso -alfine da quella tremenda concentrazione, si volse al frate, e gli -disse: «Ah! Leonardo, ora sento sinceramente che non mi resta altra -speranza che quella del Cielo;» e così dicendo riprese in volto i -tratti dell’usata severità. - -Rodolfo, posto fra mezzo agli uomini d’armi, salendo un cavallo di cui -un soldato tenea la briglia, uscì dalla gran porta del castello sempre -fermo nel suo ardito proposito. Giunto ch’ei fu colle scorte d’appresso -alla ripida sponda dell’Adda, guardò all’acque, e d’un salto balzato -di sella, si slanciò per calarsi dalla riva; ma uno dei militi fu -pronto ad attraversargli col cavallo la via, e mentre Rodolfo mirava ad -evitarlo, gli altri gli furono addosso. Robustamente ei si dibattè. Ma -i soldati, essendo di molto numero ed armati, l’atterrarono, e cintolo -di nodi duramente il riposero sul cavallo, e fu così tradotto sino a S. -Colombano, dove venne rinchiuso nel mastio della torre. - -Quando Rodolfo fu disgiunto dal padre, il capitano Gasparo Visconti -venne chiamato a Milano da Giovan Galeazzo, ed a comandante del -castello di Trezzo ed a guardia de’ prigionieri rimase Iacopo del -Verme. I piovosi giorni e le melanconiche nebbie dell’autunno, che -s’inoltrava, rendevano sempre più triste l’abitar quivi: ingiallivano -i boschi d’intorno, e denudavansi i rami; non più s’udiva l’usignuolo -rallegrare le notti, nè il gaio canto degli uccelletti salutare -il mattino; lunghe schiere di corvi vedevansi la sera attraversare -con alto volo il castello recandosi ne’ boschi dell’Adda; il loro -gracchiare, lo stridire di qualche sparviero che si posava sui merli -delle torri, o il grugnire pe’ boschi d’affamati cignali, erano le sole -voci di esterni esseri viventi che pervenivano a quelle mura. - -Dal dì della partenza del figliuolo, neri presentimenti travagliavano -lo spirito di Bernabò. Conscio di ciò che avea praticato assai volte -per togliere di mezzo uomini potenti che si opponevano a’ suoi fini, -pensava che il conte di Virtù non sarebbe stato meno scellerato con -lui, di quello ch’egli stesso era stato con altri. La profonda malizia -d’infingersi per tanto tempo uomo nullo, senza pensieri di regno o -d’ambizione, e l’arditezza con cui condusse il tradimento di prenderlo -prigioniero, bene il persuadevano che Giovan Galeazzo, quantunque -suo nipote, e marito d’una propria figlia, era atto a commettere -qualunque misfatto quando gli fosse tornato utile l’eseguirlo. I -veleni, i pugnali, i capestri erano in quella età modi frequenti di -morte entro le mura de’ castelli; ed una ricca pompa funebre onorava -spesso la vittima dell’occulta prepotenza, e persuadeva al popolo che -un assassino, un parricida era uomo umano e religioso. Per ciò Bernabò -paventava ad ogni istante di finire violentemente i giorni, quantunque -considerasse che non si sarebbe tralasciato di porre il suo cadavere in -magnifica arca sotto le volte d’una cospicua chiesa di Milano. - -La crudele aspettativa di maggiori delitti non contristava Ginevra, -poichè il suo cuore innocente, non agitato che dai dolci moti della -pietà e della tenerezza, era straniero a tutti i calcoli di uomini -feroci, il cui sommo bene stava nell’imperare e nell’opprimere. Ma ciò -null’ostante la vivissima afflizione che le aveva cagionato il distacco -del fratello, l’ignorare che fosse avvenuto di Palamede, il non avere -persona da cui ricevere conforto, o nel cui seno versare le proprie -pene, bastavano a rendere infelicissima l’esistenza di quella sensibile -fanciulla. Aumentavano i mali della sua addolorata mente la mestizia -de’ giorni autunnali, l’imponente aspetto di quelle mura che parevano -doverla racchiudere eternamente, e le truci sembianze de’ soldati che -alcune volte scorgea ne’ cortili e nella chiesa. Non più Gabriella co’ -suoi motti vivaci potea giungere a trarle il sorriso sulle labbra, nè -i racconti della vecchia Geltrude attiravano la di lei attenzione: -un affanno profondo inconsolabile le occupava tutta l’anima, ne -consumava con interno martiro la freschezza de’ giorni. Solo raggio -di gioia in tante angosce era per lei la memoria di quel momento in -cui le comparve allo sguardo Palamede sotto il verone del castello; -ma le arcane parole colle quali l’aríolo l’aveva preparata a quella -inaspettata apparizione, il rapido dileguarsi di questa, e la strana -fuga di Enzel, le lasciarono una tinta misteriosa di quell’avvenimento, -per cui talora lo dubitava accaduto per opera d’incanto: e quindi -pensava che Palamede fosse estinto, e che quello apparsogli altro non -si fosse che la larva di lui; tal altra fiata, persuadendosi che quella -era stata un’illusione della sua fantasia, credeva che l’amante suo -giacesse in qualche carcere, o si fosse congiunto coi nodi nuziali ad -altra donzella. Spesso però questi dubbii le erano sospesi dalla vista -e dalla lettura del foglio di Palamede che le avea recato l’aríolo, e -in cui le ripeteva la costanza del suo affetto: ella riconosceva que’ -caratteri siccome stesi dalla mano dell’adorato cavaliero; ma nascevale -temenza talvolta che fossero fatti per arte negromantica, tremava al -toccarli, e si ritraeva da loro spaventata. In mezzo a tali ambasce -si effondeva ogni giorno in fervidissime preghiere alla Vergine, e ne -bagnava di lagrime il simulacro, invocandone la protezione; ma sentendo -sempre più le pene aggravarlesi nel cuore, credeva che le proprie -colpe e il troppo amore per un essere terreno l’avessero resa indegna -delle grazie del cielo, e con riscaldata fantasia paventava l’eterna -perdizione, e meditava ai tormenti dell’abisso. Abbandonato giaceva il -liuto appeso alle pareti della camera di lei, e nè pur esso giovava -a raddolcire co’ suoni le ore di quella giovinetta infelice, la cui -anima, in tutti i più soavi sentimenti straziata, agognava alla pace -della tomba. - -In questo intervallo stando in Milano Palamede sempre incitato -dall’amore ardentissimo per la fanciulla prigioniera, nè d’altro -pensiero curandosi che di ottenerla, tutto aveva posto in opera per -piegare l’animo di Giovan Galeazzo ad accordargliela. Da prima il -marchese Azzo Liprando s’era presentato a questo fine al principe -onde richiedergliela, certo che questi, ch’egli reputava umanissimo e -cortese, non gli avrebbe dato rifiuto; ma ciò appunto fu quello che -avvenne con somma sua sorpresa e rammarico. Allorchè Azzo gli fece -richiesta di Ginevra, era a Giovan Galeazzo da poco tempo giunto il -messo di Gasparo Visconti, recando la novella della tentata liberazione -de’ prigionieri: il sospettoso signor pensò che quella richiesta -fosse fatta ad arte per favoreggiare la trama d’introdurre stranieri -in quel castello, e il rimandò non solo inesaudito, ma con pungenti e -minacciose parole. - -Palamede fu sopra modo desolato da questo fallito tentativo, poichè -s’avea riposta gran fidanza nell’impegno del marchese Azzo, la cui -dignità e potenza sembravano dovere ottenergli molti riguardi dal nuovo -signore; e già paventava gli venisse Ginevra negata per sempre, poichè -vedendo l’accanimento di Giovan Galeazzo contro la famiglia di Bernabò, -tremava facesse ad essa pure togliere la vita, o la chiudesse in un -chiostro costringendola a vestir abiti monacali, onde per lei non si -estendesse la discendenza di quel principe, la cui rimembranza volea -in tutto spenta. Non arrischiandosi quindi a far sì tosto nuovamente -richiedere Giovan Galeazzo del concedergli la sua fidanzata, per non -destarne contro di lei lo sdegno, ed irritarne i sospetti, dispose -l’animo a pazientare, siccome Azzo stesso lo consigliava, attendendo -più opportuno momento, che sarebbesi al certo offerto quando la -sicurezza del dominio avesse tolta ogni tema di tradimento dall’animo -del principe. - -Il vivissimo affetto del cavaliero non gli lasciava intanto riposo. -Egli non viveva che per Ginevra, e tutte le sue idee s’aggiravano -intorno al modo di avvicinarlesi, o di darle di se contezza. Più -volte aveva instato presso l’aríolo onde il giovasse colle arti sue -a penetrare nel castello di Trezzo; ma l’aríolo sempre rifiutossi -a secondarlo; anzi l’aveva dissuaso da questo progetto siccome -ineseguibile, e certa via a perder se stesso, e peggiorare la sorte dei -prigionieri. Ciò non pertanto Palamede s’era più volte recato nelle -vicinanze di Trezzo; seguito da Enzel. Lasciava i cavalli nell’isola -di Mandellone, e guidato dall’aríolo, esperto conoscitore dei luoghi, -s’accostava inosservato al castello, ed era pago del contemplare le -mura impenetrabili che rinserravano colei che avea in suo cuore giurato -di ottenere, o di perire. L’aríolo gli additava il verone e le finestre -nelle stanze ove abitava Ginevra, e d’onde era partito quel canto che -il rese una notte felice; e il cavaliero meditava fra se, e poneva -l’ingegno e la cupidigia di Enzel a tutte le prove, onde ritrovasse -qualche mezzo per cui pervenire a parlare, o almeno vedere l’amante: ma -quel castello era troppo da vigilanti armati in ogni punto esattamente -guardato, e l’appressarvisi a tiro d’arco sarebbe stata pericolosissima -prova; nè Enzel, il quale teneva al vivo impresso nella mente per -qual raro caso fosse sfuggito alle ricerche de’ soldati che volevano -abbruciarlo, s’arrischiava porre in uso arte o raggiro per cercare di -introdurvisi, dal sotterraneo della torre nera, o della cappella de’ -morti. Onde per quanti disegni componesse colla fantasia Palamede, -nessuno gliene s’appresentava che valesse a suggerirgli un mezzo o di -forza, o d’astuzia, per impossessarsi di Ginevra, ed era necessitato ad -attenersi a quel solo di averla per consenso di Giovan Galeazzo. - -Questo principe frattanto, chiamato da gravi cure di stato, s’era -recato a Pavia, nel castello della qual città, sua corte paterna, -soleva abitare con sua madre Bianca di Savoia, e la moglie Caterina, -che, come figlia di Bernabò, non volle fosse presente in Milano -al tradimento commesso contro il di lei padre. Allorchè ciò seppe -Palamede, avendo spesse volte veduta Caterina nei palazzi di Bernabò e -nella casa di Donnina de’ Porri, pensò che questa avrebbe per lui e per -Ginevra preso caldo interessamento, ed avrebbe assunta ogni cura per -rendere assenziente il marito alle loro nozze. Ma gli fu detto che era -assai difficil cosa il poter favellare a Caterina, mentre per ordini -secreti di Giovan Galeazzo, che di tutto temeva, ella veniva guardata -con molto rigore onde non le si accostasse persona invisa od ignota a -Giovan Galeazzo, sebbene la tenesse d’altra parte circondata di pompe e -di principeschi onori. - -Palamede tentò pure di vincere tale ostacolo. Immerso com’era di -consueto in tristi pensieri, soleva passare alquante ore del giorno -nei solitarii recessi del convento di San Marco, dove fra molti -libri e religiosi pensieri trovava occupazione. Aveva fatta per -ciò stretta conoscenza con frate Lanfranco Guincinelli priore di -quel convento, quello stesso per cui lo zio Baldizone gli diede in -Carsenzago un foglio in cui lo raccomandava calorosamente. Palamede -aveva a Lanfranco palesata la causa della sua melanconia. Lanfranco, -finissimo conoscitore degli uomini, intendeva di leggieri che Giovan -Galeazzo non si era tale da lasciarsi piegare da guelfeschi maneggi, -quantunque a questa parte piuttosto che alla ghibellina era sembrato -inchinevole quando viveva a null’altro dato che agli atti religiosi: -dubbiando perciò dell’essere ben accolto dal principe, non aveva -offerta l’opera sua a Palamede. Allorquando però il cavaliero narrògli -che stando Giovan Galeazzo a Pavia egli si prometteva felice riuscita -alle sue speranze, se fosse pervenuto ad istruire Caterina di quanto -chiedeva, il che era per lui impossibile, Lanfranco si esibì di -superare per lui non solo qualunque ostacolo a ciò s’opponesse, ma di -aggiungere in favor suo le parole di Bianca madre del principe. Era -desso amicissimo di Alberigo da Bereguardo priore degli Agostiniani -di San Pietro in Ciel d’oro di Pavia, il quale aveva a suo talento per -molto tempo governato lo spirito di Giovan Galeazzo; e morto esso lui, -aveva sempre continuato a possedere l’intimità di Bianca, ed era il -solo che tenesse libero accesso in Pavia presso di lei e di sua nuora -Caterina. Lanfranco, ammaestrato uno de’ suoi monaci di quanto dovesse -operare, lo mandò a Pavia a frate Alberigo, e rincorò Palamede onde -stesse d’animo sicuro, che finalmente avrebbe ottenuto ciò che tanto -desiderava. - -La trepidazione in cui visse il cavaliero aspettando da un istante -all’altro il momento di poter volare a rivedere Ginevra, fu pari al -suo dolore, o piuttosto alla disperazione, quando un mattino dopo tre -giorni dall’invio del messo, con mesto viso appresentatosi a lui frate -Lanfranco gli disse: «Figliuol mio, il Signore non ha concesso che le -tue brame siano esaudite. Bianca e Caterina hanno tutto adoperato per -ottener da Giovan Galeazzo che ti sia data Ginevra; ma egli fermo in -suo proposito rigettò le loro istanze: perciò ti do consiglio a non -tentare più l’animo di lui; chè se non si piegò alle richieste della -madre e della moglie, nessun’altra persona vorrà cedere se Iddio non -gli cangia il cuore, e tu insistendo attireresti l’ira sua; però ti -raccomanda alla divina Provvidenza, ch’ella suole con impreveduti -avvenimenti, quando meno si attende, esaudire i voti di chi sa -meritarne le grazie.» - -Ma il cavaliero, sordo a miti consigli, più non spirava a queste parole -che odio e vendetta. La durezza di Giovan Galeazzo gli sembrava sì -tirannica e capricciosa, e tanto addentro lo feriva nel cuore, che ei -meditava le più disperate imprese per vendicarsi: e certo a qualche -tremendo fatto si sarebbe lasciato condurre se un singolare avvenimento -non fosse sorto di mezzo a variare il destino di lui. - -Enzel Petraccio si era legato ad amicizia con molti altri aríoli, -tempestarii e vagabondi, alcuni de’ quali andavano al servizio de’ -potenti ne’ castelli e nelle città, e servivano loro di spioni, o -di guide negli assalti e nelle guerre; altri seguivano le torme de’ -soldati di ventura, i quali spesse volte facevano il mestiero degli -assassini: non formavano però gli aríoli lega coi _bravi_ e cogli -sgherri, perchè questi usavano nei loro fatti la prepotenza colla forza -dell’armi, e quelli, sebbene portassero sempre tra i panni pugnali, -punte, mezzelame, e prezzolati commettessero ogni sorta di delitti, -pure aveano per divisa la pacatezza ed il far umile, nè vestivano -armature, ma abiti plebei, e larghi cappelli: in somma adoperavano -tutti que’ modi che giovassero ad ingannar la gente facendosi credere -o mendicanti, o pellegrini, o villici, o uomini del popolo. Essi però -costituivano una società, e si riconoscevano per certi segni, parole e -costumanze particolari. - -In Milano eranvi molte persone di questa professione, poichè vi -venivano da tutte le parti d’Italia, e qui s’avevano una specie di -riunione centrale d’onde poi si diramavano in diversi altri paesi. Per -non dare di loro sospetto, e non arrischiare d’essere arsi come maghi o -stregoni, del che era facile in que’ tempi destare dubbio se si fossero -lasciati scorgere a congregarsi in secrete combriccole, avevano gli -aríoli un luogo di convegno, fuori dalla città dalla parte occidentale, -affatto appartato, sebbene non molto lungi dalle mura. - -Enzel, che venne riconosciuto da loro per sapientissimo, siccome -esperto nell’astrologia, nelle arti di formare secreti farmaci -e pozioni, fu ricercato si portasse un giorno nel luogo del loro -convegno, ed egli v’acconsentì. Era questo un giorno sul finir di -novembre; giusta il convenuto Enzel sul far della sera s’appostò presso -la muraglia dell’orto del Monastero Maggiore, e quivi attese un altro -aríolo di nome Gallinaccio. Allorchè questi passò, avvertito dal di -lui fischio, Enzel il seguì, ed uscì seco da Porta Vercellina, che -trovavasi, come abbiam detto altrove, nel luogo in cui ora sta il ponte -del Naviglio, che a que’ tempi non era che una larga fossa la quale -si passava sovra un ponte levatoio: fuori della porta incontravasi il -Borgo delle Grazie, al terminar del quale non eravi, come al presente, -una strada diritta, solida, larga, ma bensì una ristretta via, guasta, -avvallata fra due alte sponde, tutta ingombra di sassi e pantani. - -Giunti al cominciar di questa via Enzel e Gallinaccio si riunirono, non -essendovi persona alcuna a cui questi due insiem congiunti potessero -cagionar sospetto. Quando ebbero fatto qualche tratto di strada -entrarono sulla destra in un piccolo sentiero che s’innoltrava fra alte -piante. Il giorno non era caduto affatto, ma la nebbia che s’alzava -oscurava l’aria, e la rendeva umida e fredda; a traverso ai nudi rami -degli alberi, da cui il gelido soffio del vento staccava le ultime -foglie disseccate, appariva un cielo di tristo color cenericcio, alcun -poco biancastro ad occidente, verso cui camminavano gli aríoli. Dopo -alquanti passi il sentiero cessò, il bosco divenne più folto, ed essi -entrati in quello giunsero alla sponda dell’Olona. Sopra un dossetto -presso a quel piccolo fiume stava un diroccato edifizio cinto da -rottami incespati di spine e di roveti; dal lato da cui vennero que’ -due, scorgevasi un elevato muro che aveva costituita una parete di quel -fabbricato, e che ora stava solo eretto fra le ruine, e dalle finestre -del quale vedeasi l’opposto cielo. Gallinaccio condusse Enzel fra gli -spinai verso questa muraglia, e pervenutivi dappresso, discesero in -un fossato asciutto che circondava l’edifizio, nel quale scorsero una -porta, dalle cui fessure intravedevasi un lume lontano. Gallinaccio -bussò tre volte a quella porta, e diede altrettanti fischii; si udì -taluno appressarsi, che tolse ai battenti una spranga, e li aprì. -Entrarono que’ due, fu richiusa la porta, ed essi, passando sotto una -lunga oscura volta, giunsero in un’ampia stanza, la metà superiore -della quale era ripiena dal fumo che tramandava un gran fuoco acceso -in mezzo ad essa. Dintorno a questo stavano molti aríoli disposti in -variate posizioni. - -Taluno era sdraiato sul pavimento, altro seduto sovra le legna che -servivano ad alimentare il fuoco; questi incrocicchiava le gambe alla -turchesca, quegli rannicchiato sporgeva il capo fra i ginocchi, ma -tutti però tenevano il volto in verso alla fiamma, la quale, secondochè -risplendeva vivace, od andava calando, ne illuminava variatamente le -strane fisonomie e gli abbigliamenti, progettandone le ombre, fatte per -la distanza gigantesche, sulle ruvide pareti di quella camera, o direm -piuttosto cantina o sotterraneo. - -Vestivano essi tutti in foggie particolari. L’uno andava coperto da -una zimarra a doppio colore, rossa sul petto, verde sul dorso, ma -lacera e rattoppata; l’altro aveva sul corpo un saione fratesco, questo -indossava una schiavina; portavano tutti però o gabbani, o casacche, o -tabarri di colori oscuri, rossi o cilestri, ma di grossolani tessuti. -Alcuni coprivansi la testa con cappe e cappucci, altri la tenevano -scoperta, e mostravano calve fronti od irte e scarmigliate capellature, -e ruvidi crini cadenti in ciocche a mischiarsi colle scomposte barbe e -le folte basette. - -«Ecco una nuova volpe che viene al covo (disse una rauca voce rivolta -ad Enzel appena questi fu colà entrato). — Nuova a questo covo (egli -rispose), ma vecchia per i pollai e le lepri. — Ti conoscono assai -bene (disse Gallinaccio), e puoi stare fra noi ed esserci maestro. Ti -ritira (soggiunse ad uno che stava più degli altri presso la fiamma), -e lasciaci, o Calabrese, sedere vicini al fuoco, perchè veniamo da -dove spira un’aria di neve che ci ha intirizziti.» Si ritrasse il -Calabrese, ed accovacciatosi in altra parte: «Prosegui (disse con -accento di sua nazione), Masiello, a raccontare come sia finita la -storia della regina Giovanna.» Masiello, che stava a lui di prospetto, -e verso cui tutti rivolsero ansiosamente gli occhi, con voce di chi -riprende una storia così parlò: «Andò all’inferno nell’istesso modo -che vi aveva fatto andare otto de’ suoi innamorati e due mariti. Due -giorni dopo che fummo giunti ad Aversa, Cecarello, che ivi ne aveva -condotti, eseguendo l’ordine del signor duca Carlo Durazzo, mi palesò -cosa avessi a fare, e mi fece aprire l’uscio della camera della torre -ov’ella dormiva. Vecchia così come era tentò trarmi ai lacci, e vedendo -di non riuscirvi invocò il cielo e tutti i santi; ma Cecarello m’avea -prefisso il tempo, e il di lei collo era sì sottile, che non sudai a -sbrigarla. Mi fu dato per sì picciola fatica più oro che quando venni -mandato da Napoli, attraversando di verno gli Appennini, a Bologna -a prendere da certo speziale un’acqueruola che non seppi poi mai chi -l’abbia bevuta. — Per quant’oro toccasse allora la tua mano, o Masiello -(riprese un altro), non sarà certo stato tanto quanto quello che un -barone Piccardo tolse al duca d’Angiò ch’era venuto per quella stessa -regina in Italia, e metà di quell’oro lo recai io a Venezia, dove -il Francese mi fece seco a parte a scialacquarlo. Ma ti debbo però -dire che me lo era guadagnato con maggior fatica della tua. Il Papa -d’Avignone mi avea spedito a Parigi a portare lettere al duca d’Angiò, -imponendomi di servire ad esso di guida a discendere per l’Alpi: -eseguii tale comando, e quando fummo di poco col Francese inoltrati -in Italia, il duca d’Angiò mi diede ordine che mi recassi a Roma dai -Colonna, ed a Napoli da Giovanna per certe intelligenze: giunto nella -prima città, il Papa di Roma mi fece prendere, e voleva mi appiccassero -in castel Sant’Angelo, ciò che avveniva di certo se non mi fossi calato -per le mura; ma finalmente arrivai anche a Napoli, ed adempiute le -commissioni, a traverso all’armata di Carlo Durazzo pervenni a Bari, -dove il duca d’Angiò m’aveva imposto di recarmi; egli era colà, ma -più non aveva nè soldati nè danari, e null’altro possedeva di tutto -ciò che aveva recato di Francia fuorchè la spada e il valore: perciò -senza nulla darmi, ma facendomi grandi promesse, pregommi riconducessi -nella sua terra il barone Piccardo, che avrebbe recato molto oro e -soldati: il feci infatti; e il Piccardo, giunto a Parigi, ebbe l’oro -dal re e dai fratelli del duca; ma soldati non ne ricercò, nè volle, -perchè piacevagli marciar spedito: quest’oro ce lo distribuimmo sulla -persona e sui cavalli, e per le vie diaboliche del paese degli Svizzeri -tornammo in Italia, ed andammo a Venezia; dove lo si profuse _gaîment -pour dames et bon vin_, come soleva dire il Piccardo; e il duca d’Angiò -seppi poscia che morì a Bari di fame.» - -Dopo questo racconto, l’un l’altro eccitandosi, narrarono moltissimi -fatti da essi loro eseguiti, o di cui erano stati spettatori: quasi -tutti consistevano in astuzie, raggiri, insidie adoperate per impedire -od anche agevolare conquiste di terre e castelli, incendii, assassinii, -rapimenti di donne e fanciulle; ciò che rendeva singolari quelle -narrazioni, era l’influsso sugli avvenimenti umani che attribuivano ai -prestigi, ai pianeti ed alle magiche virtù di molte sostanze naturali -preparate con certe arti o segni stravaganti. - -Poscia che ebbero a lungo favellato, l’ultimo che parlò disse ad uno -che gli stava di fianco: «Andreazzo, è tempo oramai che ci bagniamo -la gola; non hai tu portato qualche poco di vino? — Non beveremo, per -Satanasso, sin che non abbiamo detto qualche cosa di meglio delle -ciancie che si son fatte finora.» Così pronunciò con voce grave e -rude, che non s’era mai intesa durante i ragionamenti, una persona la -quale, involta sino alla metà del viso in un mantello a lungo pelo -nero, e tenendo calato un berretto pur di pelo sino alle ciglia, -movendo sotto assiepate palpebre due bigi occhi feroci, s’aveva la -forma piuttosto d’orso che d’uomo. «Non abbaiare, Can-di-monte (a lui -rispose Andreazzo), se bevessimo anche tosto, io tengo qui tal liquore -che non ti parrà certo decotto amaro, ma se tu hai a dire alcun che -d’importante, dillo col malanno che ti porti, che ti ascolteremo.» - -Can-di-monte, che tal era il soprannome di quell’ispida figura, volse -ad Andreazzo uno sguardo minaccioso di sdegno, quindi disse: «A ciò -che è avvenuto io non penso mai, e lascio ai cantafavole le parole o le -novelle: io voglio fatti ed azioni, e perciò bado a quel che faccio o -che dovrò fare; il passato è come se non fosse mai stato. Voi v’avete -stancata la lingua con vecchie storie, e nessuno ha palesato ancora -ciò che farà domani, onde possiamo porgerci mano a condurre a buon fine -qualche impresa.» - -— «Hai ragione, Can-di-monte (soggiunse l’un d’essi); io non so come -mai m’abbia a lungo garrito in inutili baie, mentre ho un rilevante -messaggio da farti da parte di un tale, che ieri ritrovai presso -Magenta, e che mi disse che ti risovverresti chi fosse, rammentandoti -il Frate Rosso. — Oh! il conosco assai bene, è Aldobrado Manfredi; -e che ti disse egli per me? — Ei mi ha detto che domani a notte ti -attende nelle valli di Ticino, presso al gran pioppo nel bosco del -Crocifisso, dove saranno seco lui i soliti amici. — Ma non sai tu, -Squarcia (chiese Can-di-monte), per qual motivo? — Te lo dirò, ma -non lo seppi da lui: esso vuole appostarti sulla strada di Novara per -dargli segnale del momento in cui passerà il duca Lodovico di Francia, -e gli altri signori i quali vengono a Milano a nozze, poichè egli ha -disegno di guardar loro ne’ forzieri per vedere quali doni rechino -alla signora Valentina. — Si è assunto un difficile impegno (disse -quello che aveva narrata la storia del duca d’Angiò), poichè conosco i -cavalieri di Francia, ed hanno spade affilate, e le menano di taglio e -punta, che guai dove colgono. — Sappi (gli rispose Can-di-monte), che -Aldobrado non mette rete che non prenda pesce; sai che è stato più anni -confidente di Bernabò: allora ho fatto per suo comando delle operazioni -che s’avevano altre spine, ed egli ha date prove sufficienti di quanto -valga. — Mi fu narrato (proseguì Squarcia) che, dopochè il suo padrone -venne mandato a Trezzo, si è dato a condurre una masnada a svaligiare i -passeggieri, e non vi sono fanti che battano la sua traccia, perchè si -è reso formidabile. — Ma come deve esser ella la faccenda dei Francesi? -(disse Enzel Petraccio, che si fece attentissimo a raccogliere tutte -le parole su tale argomento). — Come vuoi che sia? Aldobrado fu -avvertito che il duca Lodovico volendo far grata sorpresa a Giovan -Galeazzo, onde giungere inaspettato a sposarne la figlia, passerà fra -tre giorni con pochi cavalieri e senza scorta dalla strada di Novara, -ed Aldobrado co’ suoi li assalirà, perchè miglior bottino a’ nostri -giorni non si potrebbe sperare.» Can-di-monte volgendo ad Andreazzo -gli occhi, da cui trapelava l’allegrezza recatagli da tale notizia: -«Porgi ora da bere (disse), e se è vino che mi piaccia, ti voglio fra -quattro giorni donare una delle più belle gioie del duca Lodovico. — -Potresti anche fra quattro giorni (disse Andreazzo) lasciare il pelo -sotto il rasoio del boia;» e in così dire s’alzò, e venne in un angolo -di quella stanza, smosse una tavola dal muro, e levò un gran vaso che a -due mani portò in mezzo al circolo presso al fuoco: molte legna furono -gettate ad avvivare la fiamma, ed una scodella di terra girò d’intorno, -riempiendosi ad ogni istante del vino che quel vaso conteneva. - -Riscaldati da quel liquore, lunga pezza fecero i socii parole, risa -e gridi; ma a poco a poco i più s’addormentarono, altri rimasero -ragionando a bassa voce: la fiamma mancando d’alimento si spense, e -restarono nell’oscurità rotta solo dal rosseggiar de’ carboni attizzati -di quando in quando da alcuno de’ più vigilanti con una palla di ferro. -Sorto finalmente il mattino, ad uno ad uno uscirono tutti da quella -casa, e si dispersero disgiuntamente. - - - - -CAPITOLO IX. - - Ma qui pur gli oppressori omicidi - Or s’accampan la legge insultando; - Qui si sente un tumulto di stridi - Prorompente lontano lontan. - ........................... - E non sai che col vanto di prode - Or sovente dal laccio si pende? - GUIDOBALDO IL CACCIATORE. _Mel. Lir._ - - -L’antico arco, che in Milano dicesi volgarmente _voltone_, che sta -al ponte del Naviglio di Porta Ticinese, formava a’ tempi de’ quali -parliamo la porta stessa, per cui la chiesa di Sant’Eustorgio e l’unito -convento di Domenicani, che sono alquanto al di là di quel voltone, -si ritrovavano in un sobborgo della città. Per entro un’appartata -via di questo sobborgo, alla quale facevan parete da un lato il muro -del cimitero posto a canto alla chiesa di Sant’Eustorgio medesimo, e -dall’altro San Barnaba al fonte, con varie antiche case, s’inoltrava -a passi rapidi Palamede. Era esso ravvolto in un mantello che -scendendogli al ginocchio lasciava vedere al di sotto una parte della -lunga spada che teneva sospesa al fianco, e il suo capo era coperto con -un berretto senza piume od altri adornamenti. Camminò egli frettoloso -sin presso alla metà di quella via, poscia ad un tratto soffermossi in -atto pensoso. - -Già spuntato era il sole, ma il cielo nebbioso rendeva incerta la -luce: rade persone scorgevansi passare per quella via, e queste erano -o villici o servi che recavano le provvigioni al convento. Palamede -girò lo sguardo, investigando se alcuno lo tenesse di mira; indi, colla -risolutezza di chi prende irrevocabilmente un partito, proseguì il -cammino. Giunto al terminare di quella strada, stava per porre il piede -sul limitare d’una casa, quando sentendosi afferrare pel mantello, -udì dire: «Dove andate, cavaliero?» Ei si rivolse con isdegno; ma -veduto chi era, «Che vuoi tu, Enzel Petraccio? (gridò con sorpresa). -— Io voglio, signor Palamede (disse Enzel con certa voce di preghiera -e di comando insieme), che voi non andiate in questa casa.» Un lampo -d’ira balenò a questi detti in volto a Palamede; poichè un cavaliero -armato non era uso soffrire da altri il benchè minimo contrasto senza -por mano alla spada; ma riflettendo tosto che l’aríolo non poteva aver -così parlato che col pensiero d’arrecargli vantaggio, «Sai tu (disse -rappacificato) perchè io qui venni a quest’ora? — Non v’ho io provato -che sapeva tante altre cose che v’appartenevano? Or vi persuaderò che -non ignoro neppure la causa per cui siete qui venuto: in questa casa -prese alloggio Gherardo Cappello, il quale è stato mandato a Milano -dal signor di Verona per ragunare e disporre alla rivolta i nemici di -Giovan Galeazzo: così egli fa credere ai varii che diedero retta alle -sue parole, e voi, uno fra questi, venite a riporvi nel novero dei -congiurati. — Sì tu lo sai (rispose Palamede): io vengo a congiungermi -a quelli che hanno giurato di vendicare Bernabò; ma è Giovan Galeazzo -stesso che mi vi spinge. Egli, non sazio d’usare del suo tirannico -potere contro quelli che potrebbono a buon diritto disputargli -l’usurpato dominio, sta fermo per crudeltà in negarmi una fanciulla -che è a me legata per sacre promesse, oh! sentirà quando questo ferro -gli passerà il cuore, che non stanno tutti nel castello di Trezzo quei -di cui deve paventare. — Ah, signor Palamede, che dite mai! (esclamò -l’aríolo, fissandolo con occhi pel terrore di tale idea allargati con -ispavento) questo pensiero vi fu al certo posto in cuore da uno spirito -infernale: tutti i segni del cielo stanno contro di voi se durate -in tale proponimento. Allorchè mi deste l’incarico di gire scoprendo -quali cose si dicessero dal popolo in riguardo di Bernabò e di Giovan -Galeazzo, non v’ho io rapportato, siccome aveva udito, che tutti -mostravansi accaniti contro l’antico, ed affezionati al nuovo signore? -Or bene, non pensate voi che assalire Giovan Galeazzo è lo stesso che -rendersi tutto il popolo nemico, dalle cui mani non riesce facile il -sottrarsi, e quindi la corda o la ruota sarebbe il genere di morte men -doloroso a cui anderebbe incontro chi attizzasse la rivolta?» - -Si accostò in così dire all’orecchio di Palamede, che alle di lui -prime parole s’era fatto meditabondo, stando immobile colle braccia -incrocicchiate sul petto; e traendolo dolcemente lontano da quella -casa, con voce a cui, sebbene sommessa, cercava dare un tuono profetico -e misterioso: «Ancorchè aveste certezza (disse) di compire da voi solo -il vostro disegno, non vi fidate di questo Veronese. Dove sono i suoi -soldati, i capitani atti a resistere a quelli del conte di Virtù? -Credetemi! egli cerca di attirarvi nella rete per darvi nelle mani -di Giovan Galeazzo, onde renderlo amico del suo signore.» Palamede, -colpito da tali detti volse uno sguardo fiero a quella casa, indi disse -con instanza all’aríolo: «Sai tu questo di certo?» Ed Enzel, sempre -traendolo più da quel luogo lontano: «Dovreste essere persuaso che io -non soglio ingannarmi; ma vi lascio supporre che il Veronese abbia -realmente a sostenervi in un tale fatto: non è egli inevitabile che -al primo manifestarsi d’un movimento di ribellione Giovan Galeazzo fa -togliere la vita a Bernabò, ai figli, a Ginevra? — Qual via dunque mi -rimane per ottenerla? (proruppe con forza il cavaliero, interrompendo -l’aríolo, quasi non potesse sostenere ch’ei proseguisse con tali -per lui terribili parole). — La via (continuò l’aríolo, contento del -trionfo che conobbe di aver riportato sull’animo di Palamede), la via -si troverà; forse essa non è tanto discosta o difficile come potete -credere: per ora però è d’uopo che facciate forza a voi stesso, e vi -astenghiate da qualunque tentativo.» - -Un atto d’impaziente dispetto s’appalesò sul volto a Palamede; e il -di lui mantello, che s’aprì, lasciò vedere la sua mano, che portata -all’elsa della spada la premeva con forza al fianco: involontario -moto che indicava l’interno sforzo nel comprimere l’ira, che tante -opposizioni alle sue brame gli destavano in seno. Enzel, il quale -penetrò che la mente del cavaliero era agitata da fiera tempesta, pensò -essere quel momento opportunissimo a prepararlo ad un progetto che -egli aveva in suo capo formato nella congrega degli aríoli; quindi, -«Non dovete (disse) rimanervi frattanto in un ozio che la vostra -abitudine alle vicende delle armi vi renderebbe penoso. Io voglio -darvi una notizia che vi porgerà campo di vendicarvi d’un traditore -e di reprimere l’audacia di un ribaldo assassino.» Palamede gli -chiese ansiosamente chi questi si fosse; e l’aríolo palesando essere -Aldobrado Manfredi che a lui aveva tentato togliere la vita nel bosco -di Trezzo, narrò il divisamento che quegli avea fatto d’assalire sulla -strada di Novara, presso al Ticino il duca Ludovico di Francia, che -veniva alle nozze della signora Valentina, figlia di Giovan Galeazzo. -Gli ascosi e secondarii pensieri che la narrativa delle disposizioni -dell’assaltamento del duca aveva fatti nascere nell’animo dell’aríolo, -non sorsero a tale novella in cuore a Palamede, la cui mente fu -invasa da tutto lo spirito guerriero e di vendetta, di cui in quella -età non andavano esenti anche i più umani fra quelli che facevano -professione delle armi. Tutto pieno del desío di trovarsi al cimento, -e concentrando in questo solo ogni altro pensiero che lo conturbava, -rifece a passi rapidi, seguito dall’aríolo, quella stessa strada per -rientrare in Milano. - -Pervenuti alla via che passando innanzi a S. Eustorgio metteva a Porta -Ticinese, videro un improvviso accorrere di popolo, uno affacciarsi -di genti alle finestre, ed udirono le campane di quella chiesa dare -in suoni festosi. «Arriva il signor Giovan Galeazzo da Pavia (disse -l’aríolo a Palamede); ora che qui sta solo a far da padrone, troverà -nelle sale dei ricchi palazzi, e fra le dame di Milano, un più -aggradevole soggiorno che nelle sacrestie della sua chiesa del castello -e tra i monaci di Pavia.» Si vide infatti il principe coperto da un -fino drappo orlato di pelliccia venire sovra un bianco destriero: gli -cavalcavano al fianco alcuni nobili capitani d’armi, e lo seguivano -molti militi armati in tutto punto. Il popolo, che stava stivato in ale -lungo la strada, faceva eccheggiare l’aria di evviva al suo passaggio. -Quando Giovan Galeazzo fu giunto dappresso al tempio di Sant’Eustorgio, -rivolse verso la porta di quello il proprio cavallo, e così fecero gli -altri. I frati Domenicani usciti dalla chiesa gli vennero incontro: -due persone del suo seguito, balzate da sella, si recarono a lato -del di lui cavallo; e tenendogliene le staffe, gli diedero braccio a -discendere. Egli porgendo con affabilità il saluto a que’ frati, che -con atti di umiltà e di sommo rispetto lo accoglievano, s’avviò alla -chiesa, dicendo essere desideroso di assistere alla celebrazione d’una -messa avanti all’altare de’ tre Re Magi, per rendere grazie a Dio della -sua felice venuta. - -I battenti della porta della chiesa furono spalancati, e Giovan -Galeazzo col seguito vi entrò. Un inginocchiatoio adorno di preziosi -ornamenti, con cuscini di seta frangiati in oro, venne recato innanzi -alla cappella dei Re Magi; e il principe piegato su quello, fosse -abitudine, fosse sincero sentimento di religiosa pietà, si compose in -attitudine d’intenso pregare. - -Da tutte le celle e le stanze corsero alla sagrestia i frati ed i servi -del convento, e si affaccendarono ad allestire speditamente quegli -oggetti che potevano servire a rendere più splendido l’altare e pomposa -la celebrazione della messa: venne accesa gran quantità di lumi; si -scoprirono le più belle reliquie, e tra tutte la più preziosa, quella -di S. Pietro martire, racchiusa in aurea conserva da molti gioielli -coperta; si trassero i più ricchi paramenti e gli abiti sacerdotali di -maggior riserbo, e col massimo decoro incominciò la religiosa funzione, -che l’incessante suonare dei bronzi annunziava. - -Le porte della chiesa eran rimaste aperte; e il popolo, cui i militi -impedivano d’entrarvi, stando al di fuori affollato, rimirava -con divozione e maraviglia quegli splendori dell’altare, ed il -raccoglimento di Giovan Galeazzo e de’ nobili suoi seguaci. Palamede e -l’aríolo trovaronsi essi pure frammisti a quella turba, e guardavano -anch’essi curiosamente il principe; ma i loro pensieri erano d’assai -diversi da quelli delle persone da cui erano circondati. L’aríolo, -astuto e conoscitore siccome era delle altrui ipocrisie, non lasciavasi -dalle apparenze sedurre, e stimava entro di se che quel fervor -religioso del conte di Virtù fosse, piuttosto che al vero scopo -della preghiera, diretto ad ingannare il popolo; nell’animo del quale -quegli esterni atti di pietà sì pubblicamente praticati infondevano -venerazione, e recavano convincimento essere dotato di grande bontà -chi li eseguiva. Nel cuor di Palamede all’incontro quella vista non -mosse che sdegno: egli teneva per fermo che l’eccesso della tirannia -fosse stato da Giovan Galeazzo consumato contro di lui in rifiutargli -replicatamente la prigioniera di Trezzo; quindi si persuadeva che -avendo esso un animo così duro e cattivo, falsa e simulata era l’aria -di divozione con cui stava innanzi agli altari; e poco avvezzo a -frenare l’impeto de’ proprii sentimenti, «Cuor di serpe (esclamò), i -santi non ascolteranno i tuoi bugiardi voti....» ed avrebbe proseguito -imprecando contro di lui, con pericolo d’attirarsi l’attenzione e -l’ira degli astanti, se Enzel noi costringeva con rapide parole al -silenzio, ed aprendogli un passaggio in mezzo alla folla, nol traeva -di là lontano; per buona sorte nessun individuo del popolo aveva -prestato orecchio a que’ detti, per cui, senza che persona al mondo -loro abbadasse, ripresero la strada di Porta Ticinese e rientrarono in -Milano. - -L’aríolo, cui pressava sommamente l’impresa del cavaliero contro -l’aggressione del duca di Francia, meditata da Aldobrado, si diede -con ogni studio a ricercar di sapere il giusto momento in cui -questi sarebbe passato presso il fiume Ticino, luogo ove l’assassino -ritrovavasi; e col mezzo degli altri aríoli venne a capo d’aver notizia -che il duca Ludovico era pervenuto di già a Novara, e il giorno -seguente sul far della sera sarebbe giunto a Milano: fece per ciò -calcolo che al mezzodì all’incirca dovea giungere al fiume, e corse ad -ammonirne il cavaliere, che ansiosamente ne attendeva l’istante. - -Appena comparve l’alba di quel giorno, Palamede abbandonò tacitamente -le piume e il palagio del marchese Azzo Liprando, mentre, per non -cagionare in quella casa agitazioni per lui, avea già mandato lo -scudiero coi cavalli e le armi in una lontana abitazione. Quivi -l’attendeva l’aríolo che si era svisato addossando abiti da taglialegna -e portando una scure, onde mischiarsi, se ne veniva il destro, fra i -ladri, per meglio spiarne i moti senza essere riconosciuto. Palamede -vestì la sola armatura del petto, chè non stimava degno di prode -guerriero l’armarsi a tutto punto per combattere assassini; ricoperse -il capo con una celata lombarda senza cimiero, e con visiera e fori -traversali; prese una lunga spada, non volle nè scudo nè lancia; -e salito in arcione, seguito dallo scudiero, armato esso pure, e -dall’aríolo, prese via ver Porta Vercellina. - -Lasciate le mura della città, Enzel si pose di buon passo a camminare -a fianco del cavaliero. Indurata dal gelo era la strada, gli alberi -e il terreno biancheggiavano per le brine; sorgeva il sole come -un rosso disco, ravvolto nelle nebbie, dietro le torri di Milano. -L’aríolo, per distrarre Palamede dai tristi pensieri che la melanconica -vista dell’invernale squallore e il languire della natura gli andava -aumentando, si fece a narrare varii racconti tratti da storie, vere -in parte ed in parte con fino artificio da lui adattate alla di lui -situazione di animo; e frammezzando queste narrazioni col dispiegare il -modo a cui dovea egli attenersi nell’eseguire l’impresa alla quale si -era accinto, manteneva nel di lui cuore un entusiasmo che lo spirito -d’avventure dei tempi e il desiderio di vendetta facevano ancor più -vivo. - -Passata a guado l’Olona, povera d’acque nella stagion delle nevi, -incontrando qualche rustico casolare e villaggio di distanza in -distanza, pervennero presso Magenta. Enzel consigliò il cavaliero -di non passare per quel borgo, onde non dar sospetto di ciò a cui -intendevano; ma ponendosi per un sentiero che correva fra i campi -ne andasse oltre al di fuori: «Io (disse) che con questi abiti sarò -sconusciuto, entrerò nel borgo e andrò nella casa dell’oste, per -osservare se vi si trovino persone le quali sappiano quanto sta per -accadere; e ci porrei il capo che alcuno della squadra d’Aldobrado -vi sta in sentinella per correre a recar avviso a compagni se mai -apparissero sgherri o soldati.» - -Il cavaliero seguì il consiglio di Enzel; ed attraversando collo -scudiero, rasente una siepe di piante, alcuni campicelli, riprese al di -là dell’abitato la strada principale; soffermò il cavallo attendendo -l’aríolo, il quale dopo alquanti minuti il raggiunse a frettolosi -passi; ed appressatosi gli disse: «Due spioni dei ladri, travestiti -da miserabili storpi, stanno appostati alle estremità del borgo; e -fingendo chiedere l’elemosina, si accostano alle persone che vi entrano -od escono, e le esaminano attentamente: io li ho ravvisati sotto i loro -cenci, ma essi non conobbero me al certo. Nell’osteria, ho chiesto -carne di cervo all’oste; ed egli mi rispose che già da qualche tempo -più non ne cuoceva, a causa che occupando gli assassini i boschi e -le vallate d’intorno, nessuno oramai s’arrischia girne alla caccia; -e soggiunse che i signori del contado ed i villici, che talvolta -sono da loro molestati nelle proprie case, hanno fatta determinazione -d’armarsi in massa e sterminarli. — Troncherò io la testa del serpente -(disse il cavaliero, che la vicinanza del cimento rendeva più ardente -d’incontrarlo): presto, o aríolo, mi guida sulla traccia di queste -vipere; saprò io rintuzzarne le velenose loro lingue.» Indi, alzando -gli occhi al cielo, con voce solenne: «Siccome (disse) i più nobili -cavalieri non isdegnarono mettere le loro spade nel sangue degli -scellerati per liberare innocenti vittime dalle oppressioni, così io -voto il capo del traditore Aldobrado al glorioso Sant’Ambrogio ed alla -mia Ginevra.» Ciò detto, ripresero cammino alla volta de’ boschi. - -Quanto però s’era aumentato l’ardore del combattimento nell’animo del -cavaliero, altrettanto se n’era scemato il desiderio nell’aríolo; -pensava egli che trovandosi senza elmo e corazza, la punta d’una -squarcina o d’uno spuntone gli potevano entrare nel corpo agevolmente; -giacchè se i ladri erano in gran numero, Palamede avrebbe trovato -molte faccende alla spada per proprio conto, senza vegliare alla di -lui difesa; ed Enzel teneva assai poca fidanza nella bravura dello -scudiero. Tali riflessioni agitavano la mente dell’aríolo, e stava -avvisando ai modi di scansare il periglio, allorchè guatandosi dintorno -vide che i coltivati campi andavano terminando, e la strada s’inoltrava -fra un’alta selva. Un tremito di paura l’invase tutto; ma mirando al -cavaliero che ancor teneva la visiera alzata, vedendone il contegno -fiero e sicuro, e temendone le rampogne se mostrasse viltà, riprese -coraggio, e nello scaltro spirito fece calcolo dei mezzi di porsi in -salvo senza guastar l’impresa; s’accostò quindi a Palamede, e disse: -«Non è convenienza il rimanere su questa strada, poichè io so che poco -lungi deve ritrovarsi Can-di-monte, posto a guardia per dar segnale ai -ladri, che saranno appiattati in vicinanza della strada del momento -in cui passeranno i viaggiatori Francesi; se esso ci scorge, darà -loro qualche segnale; ed essi rientreranno nel bosco, e il colpo ci -va fallito: meglio si è che cerchiamo di guadagnare la sommità della -valle di Ticino; tenendoci così alle loro spalle, noi potremo vedere -l’avvicinarsi di questi signori di Francia, e appena verranno assaliti, -accorrere improvvisi al luogo della zuffa.» Sebbene il cavaliero fosse -impaziente d’adoperare la spada, ed avendo in costume di combattere il -nemico di fronte in campo aperto, stesse qualche istante in forse che -quel prendere nascoste vie non offendesse le leggi del valore; pure, -persuadendosi che tale si era l’unico modo di venirne a capo, piegossi -alla proposta dell’aríolo, e pose il cavallo nella selva. Gli alberi -spogli di fronde, le boscaglie e gli spineti disseccati e rotti non -frapponevano che lieve ostacolo al loro passaggio; essi si diressero -alquanto all’interno: indi ripresero via in direzione della maggior -strada, e dopo non lungo andare pervennero al margine superiore della -gran valle, nel mezzo della quale scorre il Ticino. - -L’aríolo, fattosi innanzi, trovò un luogo eminente nel terreno; ed ivi -chiamò il cavaliero, e glielo additò siccome opportuno ad arrestatisi. -Libera da quel sito scorrea la vista sovra la sottoposta valle, che -più estesa che erta s’allarga d’alcun miglio; i contorni occidentali -di essa si disegnavano sul lontano giogo delle alpi candide di neve, -che il sol meriggio irradiava. Selvaggi come natura li giva creando, -s’appresentavano per l’inclinato piano immensi boschi; le elci e pochi -altri alberi, che il verno non spoglia, porgeano all’occhio qua e là -le loro verdi foglie tra le altre infinite piante che i nudi rami -intrecciavano. Nel fondo della valle scorgevansi per varii tratti -le azzurre acque del fiume di cui i boschi impedivano di vedere la -continuità. - -Poco al di sotto dell’elevato luogo ove trovavasi Palamede, la strada -per Novara scendeva verso il Ticino, e se ne seguiva coll’occhio lunga -pezza il giro: indi essa perdevasi, e ricompariva al di là del fiume -salendo l’opposto lato della valle; ma la distanza e le folte selve ne -la celavano tosto interamente. - -«Vedete voi là (disse l’aríolo al cavaliero) quell’uomo con nera -giubba e cappuccio che stando sulla strada taglia lentamente colla -falce i rami sporgenti degli alberi, quello è Can-di-monte che attende -i passeggieri per avvertirne la masnada d’Aldobrado che certamente -sta in agguato poco lontano da lui, e forse tra quella massa d’alti -alberi. — Il veggo (rispose Palamede, cui scorgeasi in volto che gli -era penoso il più oltre frenarsi); ma dimmi, Enzel, or che sappiamo -dove Aldobrado si trova, perchè mi trattieni dal ritrovarlo anzi che -giungano questi passeggieri? Essi incontreranno più facile cammino -quando il ribaldo sarà ucciso.» L’aríolo, al compimento de’ cui disegni -ed alle precauzioni per la propria sicurezza premeva l’intervento dei -nobili francesi, con tutta la propria facondia si fece a dissuadere -il cavaliero da quella richiesta, e guardando il sole: «Già da un’ora -(disse) è passato il mezzodì; d’assai non ponno stare a pervenire in -questi luoghi.... Ma.... non m’inganno.... eccoli.... eccoli.... li -vedete voi?.... là.... dicontro a noi.... tre.... quattro.... cinque -uomini a cavallo.... discendono verso il fiume. Che c’è dietro a -loro?... Una _paraverèda_... donne.... dame sicuramente, e poi tre -cavalli con altre some.... È il duca Lodovico senz’altro. Che bottino -per Aldobrado se potesse riuscire a porvi le mani! Presto scendiamo: -entrate in questo letto di torrente, esso giunge vicino alla strada: -quivi attenderemo il giusto momento per uscir loro addosso. Se ci -scoprissero, perdiamo tutto il frutto della nostra fatica.» - -Veduti i viaggiatori da lungi ed udite queste parole, Palamede mosse -il cavallo: lo scudiero il seguì, e l’aríolo si tenne dietro a loro: -per greppi e ciottoli discesero sin dove aveva indicato Enzel, e quivi -si fermarono cheti. Pochi istanti erano scorsi, quando uditosi uno -appressarsi di cavalli e di ruote, s’intese un fischio; un rumore gli -successe di genti accorrenti, ed un gridare improvviso, e percuotersi -di armi. Palamede diè di sprone al cavallo, calò la visiera, sguainò -la spada, e in pochi slanci fu sulla strada; il seguitava lo scudiero, -ma l’aríolo era scomparso. Di rapido galoppo il cavaliero fu in mezzo -alla zuffa. Presso un cavallo atterrato, stava facendo forza per -rialzarsi uno de’ passeggieri giovane e riccamente abbigliato; ma -un ladro, tenendolo a terra, gli misurava al cuore una pugnalata: il -cavaliero con un fendente spaccò a questi il capo e lo stese al suolo. -Tre altri viaggiatori assaliti ciascuno da più assassini, tratte le -spade, s’andavano difendendo; e un quarto più vecchio, già disarmato, -veniva violentemente strascinato da cavallo; altri ladri s’erano posti -intorno alla _paraveréda_, e ne discendevano le donne; ed alcuni, -scaricate le some, scioglievano i forzieri. Palamede, slanciatosi -fra loro, menando colpi maestri con vigoroso braccio, quanti colpiva, -tanti poneva a terra. Gli assassini, sopraffatti da questo inatteso -assalto, avevano abbandonati i passeggieri; e già ritraevansi al bosco, -quando l’un d’essi coperto da una pelle di lupo che vestivagli le -spalle, il petto e la testa, alzando furiosamente una mazza di ferro, -con voce orrenda gridò: «Giuro per l’inferno di fracassare il cranio -a chi non mi segue: stringiamoci insieme; uccidiamo.» Tutti a queste -parole corsero dintorno a lui; e in tal modo congiunti, scagliatisi con -estrema forza contro il più prossimo de’ passeggieri, lo rovesciarono a -terra in un fascio col cavallo. Palamede, udendo quelle voci, e vedendo -l’inferocito capo degli assassini, «Ti conosco (esclamò), ribaldo -traditore; ora tu stesso non potrai sottrarti alla mia vendetta.» Così -dicendo, verso di lui precipitando il destriero, mirògli colla punta -alla gola. Aldobrado iscansò il colpo, che venne a ferire un altro di -sua schiera, ed «atterriamolo, atterriamolo» gridava disperatamente. -Tutti gli assassini furono colle armi addosso al cavaliero, che -roteando la spada rapidamente d’ambo i lati, ribattè una tempesta di -colpi; e cogliendo il destro, e pungendo a due sproni il cavallo, -drizzò al volto d’Aldobrado sì giusto l’acciaro, che coltolo alla -guancia, lo traforò, facendoglielo uscire per la nuca; e così trafitto -il trascinò per la violenza della spinta più passi lontano; ove -cadendo, gli si scopersero i rossi capelli del capo, ed il feroce viso -apparve deforme e insanguinato. - -I passeggieri, vedendo gli assalitori tutti dintorno al cavaliero, si -slanciarono essi pure alla lor volta contro di loro. Questi mirando -ucciso il condottiero, e sentendosi da forti spade incalzati, si -diedero alla fuga, cacciandosi verso i boschi; ma a toglier loro tale -scampo, sbucarono fuor della selva improvvisamente molti taglialegna, -che atterrando i fuggenti a colpi di scuri, li presero presso che -tutti, e con forti lacci gli uni agli altri avvinsero, onde non -potessero più sottrarsi al destino che li attendeva. Primo fra loro fu -Enzel Petraccio, che innanzi a tutti uscì dal bosco gridando: «Vivano -i prodi cavalieri! Viva Palamede!» il che gli altri ripeterono con alto -frastuono. - -All’aríolo era dovuta la presa dei ladri: egli mentre faceva via pei -boschi, udendo un lontano succedersi di botte per la selva, persuaso -che fossero villici intenti ad atterrar piante, aveva formato il -progetto di condurli alla zuffa, onde prestar soccorso se per avventura -Palamede perigliasse. Infatti mentre questi discendeva dall’alto -della valle pel letto del torrente alla strada, s’allontanò da lui; e -dirigendosi verso il luogo d’onde partiva quel martellare di scuri, vi -trovò molti taglialegna. Ansante e premuroso, come chi rechi notizia -di grande avvenimento, a loro narrò che quella banda di ladri tanto -in que’ boschi terribile era stata da valorosi guerrieri sorpresa, e -posta in ispavento e fuga; che oramai gli assassini non potevano aver -salvezza che ritraendosi pei boschi, e che essi accorrendo avrebbero -loro tolto questo rifugio, e sarebbonsi liberati da sì funesti vicini. -Con tali detti destò in quei lavoratori gran curiosità e coraggio, e -li guidò correndo in truppa giù pei burroni al sito dell’assalto, ove -giunse al momento che il successo aveva fatte verificare le sue parole. - -Grandissima, come è da credere, fu la sorpresa e la maraviglia de’ -nobili viaggiatori francesi per questo evento. Il repentino assalto da -tanti uomini contro di loro eseguito, lo sconosciuto guerriero che con -stupende prove di valore li rese salvi da sì grave periglio, avevano -ad essi recata l’impressione che far sogliono i più straordinarii -avvenimenti; e la comparsa in quel momento quasi magica di molti -villici la fece loro ancor più sorprendente. Allorquando di quella -schiera di ribaldi molti furono uccisi, e il dar delle armi cessato -per la presa degli altri, essi si fecero intorno a Palamede, e in -lingua di Francia gli porsero, colle lodi per sua bravura, le più -grandi attestazioni di riconoscenza, ed il pregarono a render loro -manifesto come fosse sì singolare accidente accaduto: quegli però le -cui parole appalesevano maggior gratitudine, e che colle più affettuose -espressioni dicevasi al cavaliero debitore della vita, si era il -più giovane fra loro, e lo stesso che stava sotto il pugnale d’un -assassino quando primamente sovraggiunse Palamede. Non difficile fu -l’accorgersi ch’egli era il duca Lodovico, poichè gli altri, vedendolo -a terra, erano tutti discesi da cavallo, a gara ciascuno offrendo a lui -il proprio, e gli stavano a fianco con atti di rispetto e premurosa -attenzione: istantemente questi chiese a Palamede che alzasse la -visiera e si desse loro a conoscere. Palamede, il quale era istruito -della lingua provenzale, poichè le amorose e cavalleresche canzoni che -si cantavano per le corti d’Italia erano pel maggior numero in tale -idioma, intese il loro parlare; e levando la visiera dal volto, loro -rispose, con simil favella, ch’era dovere d’ogni cortese cavaliero il -distruggere gli uomini infesti, e ch’egli così operando s’era vendicato -d’un traditore; poscia, rivolgendo da se il discorso, disse ch’era -d’uopo per l’istante dar opera a rincorare le dame da quel trambusto -agitate, ed assettare gli equipaggi, onde riprendere cammino per -abbandonare il luogo di così orribile scena. - -A queste parole i nobili Francesi, cui quel solo sommo dovere della -riconoscenza aveva fatto per un momento dimenticare la galanteria, si -volsero frettolosi alla _paraveréda_; ma le dame in numero di due, con -due damigelle, erano di già discese da quel cocchio, e stavano intente -a soccorrere il viaggiatore più vecchio giacente al suolo, poichè la -furia de’ ladri nell’istrapparlo da sella lo aveva in più parti offeso. - -A tal vista fattisi tutti a lui vicini: «O mio Montaigu (disse -con grave cordoglio il giovane duca Lodovico), sei tu ferito? — No -(egli rispose con una serenità che nel di lui animo, sempre lieto -e inalterabile, non valeva quel lieve disastro a turbare): io sono -smontato da cavallo un po’ sgarbatamente; ma starei ritto e franco -sulla persona come sta qui avanti a me il cavaliere di Beaumanoir, -che ebbe pochi momenti sono la mia stessa sorte, se non mi tenessero a -terra gli anni, doppii de’ suoi.» - -Mentre i Francesi ragionando intorno al conte di Montaigu davansi -mano a recarlo nella _paraveréda_, e le dame lo interrogavano delle -circostanze di quel fatto e dello sconosciuto loro difensore, Palamede -ordinava all’aríolo ed allo scudiero di fare da alcuno di que’ -contadini ricaricare le some sui cavalli de’ viaggiatori, e spogliare -dai ricchi arnesi l’ucciso destriero del duca, riponendoli fra gli -altri loro oggetti. Di que’ taglialegna, varii infatti si fecero a -raccogliere gli sparsi forzieri e rinchiuderli; altri ricercavano le -armi dai masnadieri perdute, e frugavano loro ne’ panni per levar ad -essi i denari o gli oggetti preziosi che possedevano. Alcuni stavano -a guardia di quelli presi e legati, ed andavano con poca umanità -ingiuriandoli, rinfacciando ad essi i commessi delitti, e minacciandoli -di prossimo patibolo; alcuni altri finalmente, levando sulle spalle gli -uccisi, gli appendevano ai rami delle piante di lato alla strada; ed un -di loro arrampicandosi ad alta quercia, trasse per una corda a quella -sommità il cadavere d’Aldobrado, e lasciollo quivi legato pendere -penzoloni. - -Allorchè furono le cose rimesse in ordine, e i viaggiatori risaliti in -sella, tutti presero insieme cammino, salendo la vallata. Precedevano -i taglialegna conducendo i malfattori annodati; seguivano a qualche -distanza i nobili Francesi, frammezzo ai quali stava Palamede; -indi venivano le dame nella _paraveréda_, e dietro più lentamente -seguitavano i caricati cavalli. - -Enzel Petraccio camminava presso allo scudiero, restando il più che -gli era possibile inosservato: poichè essendo il di lui piano riuscito -felicemente, temeva che venendo egli veduto colà da alcuno degli aríoli -che erano stati in quella notturna adunanza presso l’Olona, avesse -a segnarlo qual traditore, che aveva tratto profitto d’una notizia -quivi palesata per far distruggere quella masnada d’assassini fra cui -ve ne erano molti stretti con essi in amicizia; e paventava, se ciò -avvenisse, di essere vittima d’una loro secreta vendetta. - -In un tratto essendosi sparsa la voce di ciò ch’era avvenuto, tutte -le genti del contado si recavano in folla sulla strada ad incontrare -quella comitiva, e numerose voci applaudivano ai cavalieri, ed -obbrobriavano i ladri. Gli abitanti del borgo di Magenta rimasero -stupiti che uomini stranieri avessero così prestamente ed a loro -insaputa eseguita un’impresa ch’eglino stessi stavano con gran -sollecitudine disponendo: andavan essi chiedendo come fosse avvenuto -quel fatto, e sebbene ne fosse la storia di già travisata in mille -guise, pure una voce generale ne indicava Palamede come autor -principale: onde tutti si affollavano ad ammirarlo, e facevan le -maraviglie per la sua prodezza. Egli però, poco ambizioso di que’ -popolari applausi, giva sollecitando i Francesi ad affrettare i -cavalli, poichè essendo il giorno avanzato assai, necessitava far -veloce cammino per giungere pria che fosse notte alle mura di Milano. -I Francesi infatti seguirono il di lui consiglio, e di buon trotto -tutti si tolsero alla vista di que’ terrazzani, i precipui fra i -quali stavano divisando di festeggiarli; ma non potendo ciò eseguire, -occuparono il rimanente di quella giornata all’orribile spettacolo di -vedere innanzi alla casa del comune torturare ed uccidere gli assassini -stati presi. - - - - -CAPITOLO X. - - Qui sono le famose e sacre soglie - Di Giovan Galeazzo primo duce - Che è de’ Visconti ancor splendida luce, - Unde ogni esemplo di virtù si toglie. - BERNARDO BELLINZONE, _Sonet._ - - -Gastone conte d’Armagnac, che era stato spedito da Carlo re di -Francia a Milano per trattare le nozze del di lui fratello Lodovico -colla figlia di Giovan Galeazzo, abitava in una magnifica casa di -questa città. Egli aveva avuto secreto avviso che il giovane duca -sarebbe giunto a Milano all’insaputa del Visconte, a cui voleva, -coll’improvviso suo comparire, recare grata sorpresa; ma ignorava -però il giorno in cui doveva pervenirvi, imperocchè la malagevolezza -delle vie non permetteva di formar calcolo esatto del tempo ch’era -d’uopo impiegare nel viaggio. Fu questa la causa per cui non si recò -ad incontrarlo, e che col maggior contento lo accolse coi cavalieri e -le dame che ne formavano il seguito, allorchè giunsero a sera avanzata -nella di lui abitazione. - -Palamede aveva accompagnato il duca sino alla casa del conte -d’Armagnac, e quivi preso da lui congedo ritirossi nel proprio palazzo. -Il valore di lui, e forse più di questo la dolcezza congiunta alla -nobiltà della persona e dei modi, si erano sì addentro impressi -nell’animo di Lodovico, che spiacevole sommamente gli sarebbe stato il -distacco del cavaliero, se non avesse questi data parola di venire nel -seguente giorno a visitarlo. - -Il dì appresso infatti Palamede recossi alla dimora di Gastone, ove -il duca e gli altri cavalieri e le dame di Francia lo ricevettero con -somma cortesia, presentandolo al conte siccome quel prode cavaliero che -era stato loro liberatore nel tremendo periglio che avevano corso nel -viaggio, e di cui, appena giunti, fecero ad essolui minuta narrazione. -Il conte rese esso pure le più vive grazie a Palamede per sì segnalato -favore fatto al fratello del suo re, e mostrò molta meraviglia per non -aver mai veduto alla corte di Giovan Galeazzo un cavaliero lombardo -di tanto valore. Lodovico, nel cui animo la giovanile età e l’affetto -che gli si era destato per Palamede, producevano un entusiasmo di -riconoscenza, dichiarò che se un sì degno cavaliero non veniva dal -Visconte onorato, egli lo avrebbe condotto seco a Parigi, ove sarebbe -stato ricevuto fra i più distinti baroni della corte di re Carlo. - -Palamede, protestandosi a Lodovico gratissimo, rispose che egli non -ambiva distinzioni dai principi, poichè la sua spada e il suo braccio -erano i soli mezzi a cui affidava la propria gloria; ma, soggiunse, -che Giovan Galeazzo, ben lungi dal porgergli segni d’onore, era ver lui -crudelissimo, offendendolo nel più vivo del cuore. - -A questi detti, tutti mostraronsi compresi da sdegno e da dolore, e -Lodovico istantemente pregò il cavaliero a palesare per qual causa il -conte di Virtù fosse a lui nemico, e qual modo tenesse nell’essergli -tiranno. Con quella veemenza ed espressione che il risentimento -d’un’offesa congiunto all’idea della propria forza accendono in un -animo vigoroso ed ardente, Palamede, svelando il proprio lignaggio, -narrò la storia dell’amor suo per Ginevra, e rammentando il rovescio -della fortuna di Bernabò, disse come Giovan Galeazzo tenesse con -irremovibile ferocia quella sua fidanzata rinchiusa in un castello -per null’altra cagione che per farla languire disperatamente, onde -accrescere per tal barbaro modo il dolore ed accelerare la morte del -padre di lei, di cui si voleva spenta nella mente di tutti la memoria. - -Tale racconto, che l’espressive sembianze di Palamede, dipingendosi -nel dirlo a varii affetti, rendevano più vero ed interessante, penetrò -d’un senso di tenerezza e pietà i cuori di que’ nobili Francesi, e -quello del giovane duca più d’ogn’altro, che, commosso, esclamò: «Falsa -era dunque, o Gastone, la rinomanza che del conte di Virtù suonava -in Francia, come di generoso e saggio signore!... Il Re mio fratello -venne tratto in inganno, poichè egli non vuol certo congiungermi alla -figlia d’uno sleale oppressore, ed io abborro il farmi suocero un -principe che calpesta così empiamente i nodi del sangue.» Il conte -d’Armagnac, cui doleva l’ira impetuosa del duca, lo assicurò con molte -parole, che Giovan Galeazzo dimostravasi coi soggetti d’animo giusto -ed umano, di che faceva prova l’amore a lui dai vassalli attestato con -molteplici omaggi; ed accertò Palamede che il rifiuto fattogli della -prigioniera di Trezzo non poteva derivare che da cautele di dominio, e -non da tirannia; ed egli stesso lo accertava che assumendosi il duca -Lodovico l’impegno di ottenerla, il principe non gli avrebbe fatta -negativa, nè sarebbero scorsi lunghi giorni che egli potrebbe condurre -libera la sua fidanzata al giuro nuziale innanzi agli altari. A queste -parole Lodovico esclamò che non avrebbe giammai dato mano di sposa alla -figlia di Giovan Galeazzo, se questi pria non porgeva sacra promessa di -concedere Ginevra al cavaliero. - -Le speranze di Palamede, già tante volte deluse, rinacquero a tali -detti; ed ebbe convincimento che la dignità del duca e la solennità -del momento in cui chiederebbe per lui quel favore, avrebbero di -certo costretto Giovan Galeazzo ad accordarlo: sicchè più non dubitò -che verrebbe al fine l’istante che sua sarebbe colei per possedere la -quale, se gli fosse stata ancora contrastata, era ormai per appigliarsi -alle più violente e disperate risoluzioni. - -Il contento che tale pensiero gli infondea nel cuore si manifestò -nel suo volto, e, fattosi lieto, stette lunga pezza fra que’ nobili -Francesi intrattenendosi de’ gioviali colloquii che vennero posti in -campo dal conte di Montaigu, che, pienamente risanato della caduta, -facea scopo di allegro racconto quel disastroso avvenimento che lo -aveva posto in necessità di percorrere la strada dal Ticino a Milano -chiuso colle dame nella _paraveréda_. Dopo molti altri ragionamenti -Gastone fece al giovane duca un quadro della corte di Giovan Galeazzo, -descrivendo i personaggi più distinti che v’intervenivano, ed ogni -elogio prodigalizzando alla bellezza, alle grazie ed all’ingegno di -Valentina, dandogli fede che non era dessa in ogni pregio inferiore -ad Isabella di Baviera, di cui a Parigi s’eran celebrate da poco tempo -le nozze con re Carlo, la quale aveva vinte tutte le dame francesi sì -per l’avvenenza della persona, come per la novità e l’eleganza degli -abbigliamenti. La fantasia di Lodovico, già per indole focosa, fu -più che mai accesa da queste narrative, e voleva recarsi incontanente -alla corte del principe per vedere Valentina, ed ottenere Ginevra a -Palamede. - -Ma Gastone fece a lui presente ch’era d’uopo a tal fine attendere la -sera, tempo in cui Giovan Galeazzo soleva adunar la corte a festoso -convegno, al quale intervenivano Caterina di lui moglie, con Valentina -e le più nobili dame; poichè in altri momenti chiudevasi in appartate -stanze, nè alcuno ammetteva alla propria presenza se non fosse stato -dapprima minutamente istruito del chi si fosse, e che chiedesse, -e sarebbesi in tal modo svanito l’effetto della gentile sorpresa -che aveva meditata venendo celatamente a Milano. Accettando questo -consiglio, in cui tutti come ottimo convennero, Lodovico prefisse la -sera di quel giorno istesso per recarsi alla corte, e diè comando si -disponessero le più ricche vesti che avea recate di Francia, e che -erano al suo nobile grado convenienti. - -Quando la signoria di Milano venne divisa tra i due fratelli Galeazzo -e Bernabò, s’avevano essi scelta per loro dimora l’uno il castello -di Porta Giovia, e l’altro quello di Porta Romana, abbandonando -entrambi il magnifico palazzo che Azzone Visconti, essendo solo signore -della città, aveva fatto costruire circa l’anno 1335 nel luogo detto -del Broletto vecchio. Giovan Galeazzo, allorchè s’ebbe sbarazzato -dello zio, fattosi così unico padrone dello stato, amando il fasto -principesco, ed aspirando alle grandezze d’un più esteso potere, volle -per luogo di sua corte il palazzo di Azzone, e lo fece più riccamente -addobbare che ai tempi d’Azzone stesso non fosse. Quell’edificio -innalzavasi presso che sull’area stessa, ove trovasi ai nostri giorni -il reale palazzo, se non che stava più al lato destro di questo, -stendendosi tra la regia cappella di San-Gottardo e il Duomo, occupando -una parte del suolo ora coperto da quest’ultimo tempio. - -Era desso di forma quadrata: le porte e le finestre ad archi acuti -vedevansi intorno ornate d’arabeschi e figure: in mezzo alla sua fronte -s’innalzava una larga torre, lungo i cui profili scorgevansi sottili -colonne e statuette di varie foggie; da settentrione stavagli presso -la chiesa di Santa Maria Iemale, e a mezzodì San-Gottardo, di cui il -campanile, che ancora vediamo, quello stesso si è, fatto da Azzone -elevare, e su cui venne posto a que’ tempi il primo orologio che -si vedesse in Milano, e forse in Italia, il quadrante del quale era -distinto in ventiquattro ore che venivano annunziate dai tocchi d’una -grossa campana, lo che recava una generale meraviglia, e fu causa che -alla contrada che vi passa dappresso s imponesse il nome di Contrada -delle ore. - -In mezzo a quel palazzo stava un vasto cortile cinto da porticato, -d’onde ampie scale conducevano agli interni appartamenti ripartiti in -sale e stanze adorne con gran magnificenza: erano le volte coperte -d’oro e di smalti, le porte contornate di fregi scolpiti in marmi -preziosi, e dai battenti risortivano figure cesellate in bronzo; la -luce entrava da grandi vetriate infisse in imposte dorate, dipinte a -vivaci colori. La gran torre nel centro andava divisa in varii piani, -ognuno dei quali era un’elegantissima camera, fra cui v’aveva quella le -cui aperture erano chiuse da una rete dorata che conteneva moltissimi -uccelli rari con isplendide penne. - -Ritrovavansi uniti al palazzo ameni giardini in cui stava un chiostro -tutto ricco al di dentro di pregiati dipinti, e di gotica architettura -al di fuori, al piede del quale stendevasi un laghetto, nelle cui -limpide acque esso si specchiava. In mezzo al laghetto sorgeva sovra -un’alta base una colonna sostenuta sul dorso di quattro leoni, dalla -bocca dei quali scaturiva un largo getto d’acqua, alla cui sommità -stava un angelo portante nella destra una bandiera, nel cui campo -vedevasi la vipera d’oro. Eravi eziandio un serraglio di animali -stranieri, fra cui contavasi uno struzzo, l’unico che in que’ tempi -vivesse in Europa. - -Questa dimora, piuttosto degna d’un gran re che d’un principe resosi da -poco tempo signore dello stato, soddisfaceva pienamente alle brame di -Giovan Galeazzo. Amava che tutti quelli che entravano nella sua corte -restassero presi d’ammirazione per la magnificenza che vi vedevano -spiegata, e teneva per fermo che pensieri e modi sovrani guidavano le -potenti persone ad assumerne la dignità. - -Egli però di tutto quel vasto palazzo tenevasi di consueto in una -sola appartata stanza, nel cui addobbamento più all’agiatezza che alla -sontuosità s’aveva avuto riguardo, contiguo alla quale stava un segreto -oratorio. Nella stessa camera vedevansi in ricchi scaffali riposti -molti libri, alcuni de’ quali andavano stretti in coperture ornate -di pietre preziose e di lamine d’oro; altri, aperti sui tavolieri, -mostravano larghi fogli di pergamena scritti in gotici caratteri, le -cui iniziali erano abbellite da miniature che occupavano gli spaziosi -margini. - -Tra questi volumi i principali erano stati trascelti e pel principe -acquistati da Francesco Petrarca, che li disseppellì dai polverosi -ammassi raccolti ne’ monasteri. Ivi scorgevansi i libri della filosofia -d’Aristotile, gli Annali di Tacito, i poemi d’Omero e di Virgilio, le -opere teologiche di Sant’Ambrogio e di altri Santi Padri, la Bibbia, -molte sacre preci, il Canzoniere e l’Africa del Petrarca istesso, le -Poesie di Pietro Bescapè, le Romanze dei trovatori e le storie dei -tempi. - -Giovan Galeazzo racchiudevasi ogni giorno in quella stanza, ove non -ammetteva che i più fidati ministri de’ suoi disegni, che consultava -intorno ai più importanti affari, e passava del resto solingo molte ore -attendendo alla lettura delle istorie degli antichi, le cui grandezze -ed i famosi fatti tanta brama gli destavano di imitarli; e meditando -agli interessi dello stato, non per migliorarne le condizioni, ma per -consolidarne in se il dominio, ed allargarne i confini, onde ottenere -una possanza tale che valesse a porgli nella destra uno scettro reale. - -Sebbene egli possedesse quasi tutta l’alta Italia, dal Mincio al -mare Mediterraneo, sentiva che non teneva ancora sufficienti forze -da opporre con esito certo a quelle de’ Veneziani, del Pontefice, -o dei Germani in caso di loro discesa; e faceva calcolo che ad -ottenere un’assoluta preponderanza su tutti gli stati d’Italia era -d’uopo stendesse il proprio dominio fino all’Adriatico; per venirsi a -frapporre tra lo stato della Chiesa e la Veneta Repubblica. Seguendo -questo pensiero guardava con occhio contento, assoggettando alle sue -politiche riflessioni, le contese insorte tra Francesco di Carrara -signore di Padova, ed Antonio Della Scala signor di Verona; e poichè -gli era noto che i Veneziani porgevano secreti aiuti allo Scaligero -per togliersi la vicinanza del Carrarese, egli stabiliva fra se di -farsi in soccorso di questo, impossessarsi di Verona, scacciando lo -Scaligero, che gli era anche particolar nemico per aver dato rifugio -ai figli di Bernabò, e sotto velo di difesa mandar soldati a Padova, -da dove gli riescirebbe poi facile allontanarne Francesco di Carrara, -e fattosi così padrone di quello stato venire a porsi alle porte -della repubblica, e rendersi signore di quasi tutto il corso del Po. -Pervenendo a questa meta, rifletteva che avrebbe potuto dettare a tutti -gli altri principi le condizioni che gli andrebbero a grado, e nessuno -avrebbe osato opporsi al suo disegno di assumere il titolo e le insegne -di re d’Italia. - -Dappoco egli frattanto stimava se stesso, perchè non teneva la signoria -che come vicario degli imperatori d’Allemagna; e benchè mirasse più -alto, voleva nel frattempo fregiarsi la fronte della corona ducale, -come primo passo al regno; per il che tenevalo assai in pensiero il -progetto di spedire un ambasciatore alla corte di Venceslao imperatore, -ed avea frequenti colloquii a questo fine con Guido Pallavicino, uomo -assai accorto e delle arti cortigianesche espertissimo, che sembravagli -il più atto ad ottenergliene a forza d’oro o d’intrighi l’imperiale -diploma. Vero è che mezzo più certo e pronto onde avere da Venceslao la -concessione del titolo di duca sarebbe stato il trattare le nozze della -propria figlia Valentina con alcuno della famiglia di quell’imperatore, -il che era pure desideratissimo da tutti i potenti lombardi signori; -ma in ciò l’ambiziosa cupidigia di Giovan Galeazzo cesse all’amor -paterno. Egli amava la Francia, perchè una bella Francese era stata -sua prima moglie, e sempre gli era rimasta dolce in cuore la memoria -delle feste cavalleresche e del lusso della corte di Parigi: onde per -sì fatta inclinazione sua e per l’indole di pompeggiare, ch’egli vedeva -con compiacenza svilupparsi in Valentina, volle fidanzarla al duca di -Turenna, fratello del re di Francia, per mandarla ad una corte in cui -la sua tendenza alla splendidezza avesse avuto campo di segnalarsi; e -per ciò davagli eziandio in dote la città di Asti, tutti i castelli del -Piemonte e quattro centomila fiorini d’oro. - -Ma il desio di farsi grande e dominatore non era il solo che la -smisurata ambizione nutriva nell’animo di Giovan Galeazzo; egli voleva -eziandio recare stupore ai presenti, e mandar famoso il suo nome ai -posteri, innalzando monumenti di sorprendente grandezza e maestà. -Era per ciò anche oggetto di sua meditazione l’idea di far erigere -presso il proprio palazzo un tempio di cui un simile non si vedesse -al mondo. Fu infatti questa idea del principe effettuata il vegnente -anno nell’erezione del nostro maestoso Duomo, che dimostrò, sin da -quando gli si diede incominciamento, ch’essere dovea la più vasta -chiesa di tutta Cristianità, e che non ancora ai nostri giorni, a -causa dell’immensità dei lavori, a perfezione condotto, è soggetto di -meraviglia ai riguardanti per la colossale sua mole e gli innumerevoli -ornamenti, attestando quanto dovevano essere grandi le idee e la -vanità di un principe di piccolo stato, che in tempi d’ogni prosperità -pubblica difettosi ne concepiva il pensiero, e lo faceva eseguire. La -Certosa eretta più tardi nel suo parco di Pavia, pel compimento della -quale fece assegno della rendita di molte terre, si può credere a buon -diritto dovuta alla stessa di lui brama di gloria, sebbene egli dicesse -che facevala costruire per mantenere un voto fatto per la salute di sua -moglie Caterina, ed in espiazione delle proprie colpe, come era l’uso -dei tempi. - -Tutte queste immagini di potenza e di gloria che signoreggiavano -lo spirito di Giovan Galeazzo erano però sovente, nell’epoca di cui -parliamo, offuscate e sospese da un terribile pensiero. Nel castello -di Trezzo, egli rammentavasi, esisteva ancora Bernabò. Per quanto fosse -certo che da quelle mura non potesse sottrarsi, pure la fantasia spesso -glielo rappresentava trionfante e libero in atto d’entrare in Milano -a strappargli il potere e la vita: quando agitavangli il cuore tali -spaventose idee, un truce disegno gli si affacciava alla mente; ma la -sete di regnare non valeva a soffocargli i rimorsi e il terrore di che -l’esecuzione di quel progetto il minacciava. Abbenchè molte pratiche -di pietà, da Giovan Galeazzo tenute, fossero false od esagerate, avea -egli non pertanto una viva religiosa fede, nè era spoglio di tutte -le superstiziose credenze che in quell’età dominavano: per lo che le -scellerate brame, sebbene non spente, erano in lui frenate dal pensiero -della divina vendetta, che combattendo in suo cuore coll’avidità del -potere, il teneva di frequente dolorosamente angosciato. - -Da tali gravi cure, che durante il giorno gli incatenavano la mente -in profonde meditazioni, egli prendeva la sera sollievo recandosi -frammezzo a numerosa scelta di dame, cavalieri, scienziati, artisti, -che faceva chiamare a serali veglie nella propria corte, con tutti -piacevolmente intrattenendosi ragionando. - -L’adunanza si raccoglieva in quel palazzo nella gran sala detta della -_Gloria_, che era la più vasta e magnifica che mai si vedesse. L’ampia -sua volta era tutta ricoperta da uno smalto azzurrino a fiori d’oro: -le pareti ne erano maestrevolmente dipinte, vi si scorgea la Gloria -raffigurata da una alata matrona con ricchissimi abiti, a’ cui piedi -stavano armi e corone; intorno ad essi eranvi molti personaggi favolosi -e storici, come Ercole, Teseo, Enea, Attila, Carlo Magno ed Azzone -Visconti. Vedevansi appesi in bell’ordine alla sommità delle pareti -stesse varii scudi a modo di trofei, sui quali stavano gli stemmi del -principe e di sua famiglia; v’era la biscia coronata, v’erano i due -secchii pendenti dal tronco acceso, insegna che il padre di Galeazzo -si acquistò guerreggiando in Fiandra; e v’era l’albero carico di -frutti, impresa di Giovan Galeazzo come conte di Virtù. I tavolieri -posti intorno alla sala erano di squisito lavoro, ed i sedili andavano -ricoperti con velluti preziosi; varie lamiere pendevano dalla volta -sospese a catene d’oro, e molti doppieri ne aumentavano la luce. - -Nella sera dal duca Lodovico prefissa a recarsi alla corte, il consueto -adunamento fu oltremodo splendido e numeroso. Trovavansi quivi i -più nobili signori di Milano, di altre città soggette al Visconti e -straniere; v’erano gli ambasciatori di varii stati, ciascuno dei quali -vestiva con proprio costume; notavansi tra questi Ottonello Discalzo, -famoso dottore in legge, mandato dal Gonzaga signor di Mantova, Alvise -Pepoli, spedito dalla repubblica di Venezia, il legato del papa Urbano -VI e l’ambasciadore di Firenze. V’erano tra i varii capitani d’armi i -due celebri giovani Sforza e Braccio da Montone, venuti di quel tempo -in questa città col conte Alberigo Balbiano: era in loro notabile, -oltre l’intrepido virile aspetto, la foggia conforme dell’abito partito -a quarti di diversi colori. Alla metà destra del petto ed alla coscia -sinistra vedeasi di colore incarnato, ed alle opposte parti di color -bianco e cilestro. Ritrovavansi in quell’adunanza giureconsulti, -medici, poeti, non che architetti, pittori e musici distinti: ciò -però che ivi recava il maggior brio, ed appagava più dilettosamente lo -sguardo, erano le dame e le patrizie donzelle, in cui le venustà delle -forme givano pari alla ricchezza e bellezza dell’abbigliamento. - -Allorchè quel principesco crocchio fu compiutamente nella sala -raccolto, preceduto dai paggi e dai servi, vi venne Giovan Galeazzo -accompagnato colla moglie Caterina e seguito dalla figlia Valentina che -stava fra varie nobili damigelle. - -Il principe contava gli anni trentotto; era ben fatto della persona, e -siccome addestratosi in gioventù al maneggio delle armi, aveva presenza -maschia e robusta; i suoi lineamenti erano carraterizzati e virili; ma -benchè vi si scorgesse l’impronta di famiglia, apparivano più dolci -e maestosi di quelli de’ suoi avi; nell’alta sua fronte qualche ruga -immatura accusava le fatiche del suo spirito; il suo sguardo era vivo -e indagatore; usava affabilità nei modi, ma sapeva imporre ad un tempo -soggezione e riverenza a chi l’appressava; portava una sopravveste -di drappo d’oro, sulla quale, al petto, ricamata a bruno, vedevasi la -serpe spirale di cui formavano gli occhi due grossi rubini. - -Caterina toccava il sesto lustro; le sue forme non erano belle, ma una -mestizia e un pallore le si scorgea nel volto, che la rendevano assai -interessante: causa di tale di lei tristezza era la prigionia del padre -e dei fratelli voluta dal proprio marito, a cui le era vietato farne -parola: vestiva essa un abito di drappo bianco con larghe maniche di -seta a fregi d’oro, e portava sui fianchi una cintura contornata di -perle, i di cui opposti capi le ricadeano pel dinanzi sino al lembo -della veste, ove congiungevansi in una larga rosa formata da pietre -preziose. - -Valentina portava una veste di stoffa d’argento listata a cerulee -striscie, simili recava i calzari; e il farsetto di velluto, del colore -dell’amaranto, era tutto da fili d’oro trapunto, ne’ suoi neri capelli -vedeasi un nastro che si aggirava tra il volume delle treccie, indi -le scendeva diviso sul candido collo. Presso al ventesimo anno, ella -s’avea congiunta nella bella persona l’alterigia dei Visconti e le -grazie d’Isabella sua madre; i suoi neri occhi si volgevano con impero -d’intorno, tutto il suo viso era composto alla severità; ma se avveniva -che piegasse al sorriso le labbra, un non so che di così amoroso -e gentile le si diffondeva pel volto, che avea una irresistibile -attrattiva. - -Fra le donzelle compagne di Valentina una ve n’era la cui beltà vinceva -quella di tutte le altre ivi adunate, se non che alla figlia di Giovan -Galeazzo in ciò solo cedeva, che da’ suoi lineamenti non traspariva -principesca maestà, ma piuttosto dolcezza affettuosa e inclinazione -alla tenerezza. Era questa Agnese Mantegazza, le grazie del di cui -viso è più agevole immaginare che descrivere: un’idea potrebbesi -desumere dalle tele divine di Leonardo da Vinci, che seppe ritrarre o -crear volti in cui la verginità, il sentimento ed il sapore squisito -delle forme vanno congiunte ad una nota caratteristica dei tempi di -cui non havvi modello ai nostri giorni. Leggiadre pozzette, morbida -increspatura di capelli, sorriso in cui, unita a tutta l’innocenza e -il pudore, v’avea l’espressione dell’amore, erano i pregi della beltà -d’Agnese. - -Quando questa e Valentina pervennero nella gran sala, i cupidi -sguardi de’ giovani conversanti si portarono tosto su loro; ma mentre -Valentina li rintuzzò col contegnoso portamento, Agnese abbassò gli -occhi al suolo arrossendo. Nessuno però ardiva insidiare al cuore di -lei, poichè sapevasi che era prediletta da Giovan Galeazzo, il quale, -non capriccioso e incontinente nelle amorose passioni come gli altri -principi di sua casa, amando unica questa, affetto per affetto cercava, -ed ottenutolo, con lei sola per tutta la vita ebbe corrispondenza. - -Quel nobile convegno formossi in cerchio intorno al principe, -rispettosamente attendendone, come era di costume, le parole. Giovan -Galeazzo volse primamente il discorso a Sforza e Braccio, e con -gli elogi di loro bravura li lusingava, perchè nutriva desiderio di -trattenergli presso di se, onde giovarsene nelle guerre che meditava. -Parlò affabilmente all’ambasciatore veneziano e al pontificio legato; -dopo avere favellato di caccie, di tornei, di statuti coi signori di -varie città, si volse a Matteo Selvatico celebre poeta, e con lui più a -lungo ragionò di poetiche composizioni. - -Poco ambiziosi delle principesche parole, e della propria arte -caldi amatori, i due architetti Odoardo Balbi milanese e Nicolò de’ -Selli aretino stavano in un canto della sala disputando dei modi -architettonici italici e germanici con un Gamodía alemanno, famoso -maestro esso pure di tal arte: quando Giovan Galeazzo gli scorse, si -fece tra essi, e volle proseguissero nei loro ragionamenti. Benchè -i due Italiani con evidenza invincibile dimostrassero che, per buon -gusto di forme e maestà, l’edificio all’italiana maniera ad ogni altro -fosse preferibile, pure nel principe, che in tutte le cose al lusso -ed allo straordinario mirava, fece più breccia la descrizione postagli -innanzi dal Gamodía d’un fabbricato di nordico stile, per la bizzarria -che narrò richiedersi nelle sommità, l’abbondanza e la minutezza degli -ornamenti; per lo che raccogliendo piacevolmente quelle impressioni -nello spirito, le riferiva al grandioso tempio che pensava innalzare. - -Lasciati gli architetti, recossi presso le dame, loro di femminili -oggetti ragionando, e dall’una all’altra venendo, giunse presso -a Valentina. Balenato un amoroso sguardo ne’ begli occhi d’Agnese -che stava a lei dal lato, fece le meraviglie per non vedere quella -sera Gastone d’Armagnac, che soleva sovente con Valentina stessa -intrattenersi, dispiegandole i costumi della corte di Parigi. -Valentina, ansiosissima di farsi nel numero delle principesse di -Francia, viveva alquanto indispettita pel ritardo che frapponeva -a giungere in Milano il suo fidanzato duca; ma serrando in cuore -tale doglia, chiese al padre, con aspetto d’indifferenza, se non -avesse ricevute notizie del duca di Turenna. Giovan Galeazzo stava -rispondendole, afflitto che già da alcun tempo era privo di novelle di -Francia, quando un paggio entrò ad annunziargli che il conte francese -con altri cavalieri e dame chiedeano l’ingresso: ordinò si facessero -tosto entrare; e spalancate le porte, si vide il giovane Lodovico, alla -cui sinistra era Armagnac, avanzarsi seguito da’ suoi cavalieri e dalle -dame. - -Generale fu la sorpresa, ignorando tutti chi si fossero quegli -stranieri sì pomposamente abbigliati. Gastone condottosi davanti a -Giovan Galeazzo, gli presentò Lodovico, nominandolo, qual era, duca -di Turenna, conte di Valois, e fratello del re di Francia. Fattosi -lietissimo a tali nomi, il principe abbracciò Lodovico con vero -trasporto di contentezza, reso più vivo dalla sua improvvisa comparsa, -e con affabili saluti accolse gli altri cavalieri e le dame. - -Non è da esprimersi la meraviglia che a tutti recò l’arrivo inaspettato -del duca. Sollecito e curioso ciascuno s’appressava per mirarlo: chi -il nobile portamento e la leggiadria ne ammirava, chi la espressiva -fisonomia e la bellezza. Le donne al volto ed alle sfarzose vesti -osservando, invidiavano Valentina, d’un sì grande e vago signore -prossima posseditrice; ed ella, tutta da una secreta compiacenza -compresa, col viso imporporato dal pudore, riceveva i primi omaggi che -Lodovico colla più nobile galanteria tributavale. - -Dopo il duca, i cavalieri e le dame di suo seguito furono soggetto -di tutti gli sguardi. La novità del costume, degli abiti femminili in -ispecie, destò l’interessamento universale. Quelle Francesi vestivano -conforme alle mode recate allora recentemente a Parigi da Isabella di -Baviera[13], e di cui in Italia non si aveva ancora sentore alcuno, -particolarmente di certi alti ornamenti del capo a maniera orientale, -da cui ricadevano collane di perle ed altri intrecciamenti. - -Giovan Galeazzo vide con molta soddisfazione, tra i cavalieri del duca, -il conte di Montaigu, che più d’una volta era stato alla sua corte di -Pavia, e l’aveva accompagnato giovinetto in Francia: festeggiandolo -insiememente a Lodovico, andava l’un l’altro interrogando di re -Carlo, de’ suoi zii e fratelli; e nel mentre che replicava parole -di contentezza per l’inatteso loro arrivo, rimproverava dolcemente a -Lodovico la non partecipatagli venuta, per ciò solo che gli aveva tolta -la possibilità di preparargli almeno nel proprio dominio gli onori -del ricevimento a lui dovuti. A queste parole scherzosamente il conte -di Montaigu: «Gli onori del ricevimento (rispose) ci vennero fatti -nei vostro stato alla vostra insaputa, un po’ ruvidamente per altro; -ma credo che ciò avvenisse per provare la verità di quel motto, che -un cavalier francese è pronto a brandire la spada dovunque e contro -qualsiasi assalitore.»[14] - -Il principe fu sommamente sorpreso da tali parole, e il richiese -narrasse speditamente che fosse loro accaduto di sinistro. Prese a -rispondergli Lodovico; e col calore ch’egli mettea nell’esposizione -dei fatti che al vivo l’interessavano, fece il racconto dell’assalto da -essi sofferto presso il Ticino da una banda di masnadieri, del pericolo -che avevano tutti corso per il numero degli assassini scagliatisi -improvvisamente addosso a loro, che per essere in terra amica e -popolosa non vestivano armatura: disse come atterratogli il destriero -egli stesso fosse per rimaner trafitto, quando apparso un ignoto -cavaliere, con maravigliose prove di valore sterminando molti di que’ -ribaldi, li fece salvi e sicuri. - -Doppio cordoglio risentì Giovan Galeazzo alla narrazione di tale -periglioso avvenimento: lo assalì il pensiero dell’onta e del danno -che gli sarebbero derivati, se il duca fosse stato assassinato ne’ -suoi dominii; e l’offese il sapere che nei boschi delle sue caccie -stavano numerose truppe di malviventi, nè egli ne fosse conscio, nè -dai guardasele si rintracciassero. Condolendosi con Lodovico per tale -infausto evento, ed accertandolo che avrebbe tratto di quell’attentato -assassinio la più fiera vendetta, il domandò con premura, se quel -prode guerriero che loro aveva recato sì inaspettato soccorso si fosse -appalesato. «Sì (ripose il duca); ma ora non dirò io il suo nome. -Chieggo, o principe, un’ora domani, perchè debbo a lungo favellarvi di -lui.» - -Mille congetture diverse si destarono nella mente di Giovan Galeazzo, e -degli altri che tale richiesta intesero; ma il principe, dissimulando, -disse a Lodovico che in qualunque momento gli fosse piaciuto parlargli -potea liberamente recarsi da lui; nè per quella sera più oltre si tenne -su tale argomento discorso. - -Tutti andavano a gara nel fare ogni cortesia e festeggiamento ai -Francesi, e musicali concenti e magnifici rinfreschi protrassero -giulivamente ad inoltrata notte quella veglia; terminata la quale, -e il duca ed i suoi furono per ordine di Giovan Galeazzo ne’ ricchi -appartamenti di sua corte principescamente albergati. - - - - -CAPITOLO XI. - - Oh voce!... Oh vista, oh gioia!... - Parlar... non... posso... O meraviglia!.. E fia - Ver ch’io t’abbraccio?.. - Oh quale - Qual mi dà forza il sol tuo aspetto! Io tanto - Per te lontan tremava. - ALFIERI. _Saul_. At. 1. - - -Era di poco scorso il mezzodì del giorno seguente, allorquando un messo -del principe si presentò alla casa del marchese Azzo, a chiedere di -Palamede de’ Bianchi. Fu ad Enzel Petraccio, il quale oziando presso -la porta del palazzo, che quel messo diresse tale richiesta. Enzel gli -domandò con gran premura che volesse da Palamede; e il messo rispose -che aveva ricevuto ordine da Giovan Galeazzo d’invitarlo a recarsi -all’istante alla di lui corte. A primo tratto si volsero dubbii a -tali parole i pensieri in capo all’aríolo, poichè l’essere chiamati -al cospetto del principe non era sempre indizio di riportarne segni -di benevolenza; ma allorchè fece riflessione che quell’invito poteva -essere effetto del racconto, che dovevano aver fatto quei signori di -Francia dell’avvenimento dei ladri, lieto salì rapidamente alle camere -di Palamede a dargliene avviso come di felice novella. - -Il cavaliero, avendo fede nella parola datagli e nella dignità del -duca, stava attendendo ansiosamente quella chiamata, e le sue speranze -all’annunzio di essa si fecero più che mai vive e sicure. Nobili vesti -frettolosamente indossò; e colmo il cuore della lusinga di pervenire -alfine al possesso del desiato bene, discese, s’avviò col messo al -palazzo del principe. Giunto a quelle soglie, le guardie, come ne -avevano avuto comando, il lasciarono liberamente entrare, e i paggi lo -guidarono per molte camere ad una sala in cui trovavasi Giovan Galeazzo -con Lodovico. - -Il duca corse ad abbracciare Palamede, e il principe l’accolse con un -benigno sorriso. Il cavaliero però nel mirare Giovan Galeazzo sentissi -ridestare un lampo di quello sdegno che contro di lui aveva per tanto -tempo nutrito; ma la cortesia di Lodovico e la dolcezza dell’aspetto -del principe gli temperarono quell’ira involontaria, e fecero sì -che, frenando i moti del proprio cuore, a lui si volse con rispettoso -saluto. - -«Il vostro valore (gli disse Giovan Galeazzo con affabile e insieme -dignitoso modo) e il segnalato servigio che avete reso a questo mio -caro parente, e quindi a me stesso, vi danno diritto a tutta la mia -riconoscenza. Seppi con dolore che voi foste quello di cui disgustose -circostanze mi costrinsero replicatamente a rigettare un’inchiesta; -ma voglio ora che vi sia caparra della mia gratitudine e della stima -che sento per voi, il concedervi volontariamente ciò che bramate. -Domani allo spuntar del giorno due miei capitani d’armi ritroveransi -alla vostra abitazione, e voi, se ancora vi piace, partirete seco loro -alla volta di Trezzo, nel cui castello sarete per mio comando accolto -colle distinzioni al vostro merito dovute. Quivi potrete trattenervi il -tempo richiesto a disporre la vostra fidanzata alle nozze, a celebrare -le quali però desidero che a questa città ritorniate, poichè voglio -intervenirvi io stesso, e bramo che stiate poscia presso di me, poichè -non debbono essere per la vostra patria negletti la guerresca perizia e -il valore che possedete.» - -Queste espressioni di bontà cancellarono in un baleno l’astio che -durava in cuore a Palamede contro il principe: egli ne porse a lui -affettuose grazie, dandogli fede che quanto bramava sarebbe stato da -esso puntualmente eseguito, e appena Ginevra si fosse congedata dai -parenti, l’avrebbe a Milano condotta, dalle cui mura non sarebbesi in -seguito allontanato che per prestargli il suo braccio in guerra. - -Il duca Lodovico, giojoso e soddisfatto oltremodo nel vedere -appagato Palamede, mostrandosi di ciò gratissimo a Giovan Galeazzo, -stringendo al cavaliero la destra, a lui rivolto disse: «Vivete -sicuro, o principe, che se questo guerriero ha tanta scienza di campo -quanta forza e destrezza di spada, egli sarà uno de’ più periti duci -d’eserciti, nè alcuno straniero assoldare potreste che più di questo -valoroso Milanese valga a far trionfare le vostre insegne.» - -Di null’altro era più desideroso Giovan Galeazzo che di rinvenire -tra i suoi soggetti prodi capitani, giacchè sapeva per esperienza -che quelli che si assoldavano a ventura, non bramosi che dell’oro, -facilmente venendo dagli avversarii corrotti, commettevano ogni -sorta di tradimenti: quindi fu lieto assai in apprendere che Palamede -avea sostenute molte battaglie dei Veneziani, seguendo esperimentati -capitani, e guidando egli stesso non rade volte gli assalti; e perciò -gli nacque tanta brama di lui, che usò seco sì gentili espressioni -allorchè prese congedo, che Palamede ebbe intimo cordoglio d’avere -odiato un principe di tanta cortesia dotato. - -Quando fu partito il cavaliero, Lodovico prese commiato, e Giovan -Galeazzo si ritrasse solingo nella sua appartata e consueta stanza. -Appena si fu quivi assiso, il funesto pensiero che soleva frapporsi -e rompere i suoi più arditi disegni, lo assalse più che mai -spaventosamente. Egli meditò, fremendo, a ciò che avea concesso: dare -assenso ad un guerriero esperto e forte di recarsi nel castello ove -stava Bernabò rinchiuso, per isposarne una figlia, era porgere un certo -mezzo al prigioniero di concertare secreti maneggi a propria salvezza. -Il cavaliero uscito dal castello si sarebbe adoperato ad ordire trame -in seno alla sua stessa corte; gli amici del vecchio principe, la -propria moglie, diverrebbero per ciò suoi secreti nemici: quindi non -viverebbe più vita sicura da domestiche insidie, nè dalle esterne -terrebbe lo stato difeso. - -Da sì fatte idee agitato già rivocava la data concessione a Palamede, -già stabiliva esiliarlo da Milano e da tutte le terre a lui soggette, -quando, riflettendo più maturamente, e pensando alle calde richieste di -Lodovico pel cavaliero, alla promessa fatta in compenso del suo valore, -si persuadeva che oramai l’opporsi diverrebbe un atto troppo indegno, -che avrebbe gli animi contro di se inaspriti. - -Combattuto da tali opposti pensieri, e meditando più addentro in -se stesso, si convinse che mai tranquillità di vita nè certezza di -dominio vi sarebbero state per lui, sinchè respirasse Bernabò; che -l’esistenza di questo era la vera causa d’ogni sua più fiera pena; e -che vivente lo zio non l’avrebbero abbandonato un momento quei palpiti -crudeli. Questo convincimento in quell’istante, più che in ogni altro -tempo profondamente sentito, superò i terrori della sua coscienza. -Vinte tutte le altre voci del cuore, e solo compreso da una tremenda -risoluzione che accolse e fermò irrevocabile, chiamò immediatamente -un paggio, e il mandò in traccia di Giovanni Ubaldino, imponendogli -d’inviarlo tostamente a lui. - -Era Ubaldino quello stesso capitano d’armi che aveva condotto Rodolfo -dal castello di Trezzo a quello di San Colombano: uomo di duro cuore -e d’una impenetrabile segretezza, odiava mortalmente Bernabò ed i -suoi figli, da cui era stato con molti insulti inasprito; per ciò -Giovan Galeazzo lo adoperava nelle esecuzioni che comandava contro di -loro. Quando questi giunse a corte fu subito nella secreta stanza del -principe introdotto. - -Stava Giovan Galeazzo scrivendo sovra un foglio; un visibile turbamento -gli si scorgea nella fronte e negli occhi, e un’inquietudine nelle -membra. Veduto ch’egli ebbe Ubaldino, compì frettolosamente e chiuse -il foglio; indi consegnandoglielo, con voce da sensibile interno -commovimento alterata, gli disse, che nel mattino del seguente giorno -dovesse recarsi con altro capitano d’armi, ch’egli avrebbe trascelto, -alla casa del marchese Azzo Liprandi, d’onde guiderebbero il cavaliere -Palamede de’ Bianchi nel castello di Trezzo; ed ivi giunto desse a -Iacopo del Verme quel foglio; ma due cose gli imponeva colla minaccia -di tutto il proprio sdegno se le trasgrediva o palesava, ed erano: che -sullo scritto a lui dato nessuno dovesse portare lo sguardo, eccetto -quello a cui era diretto, al quale, pervenuto nel castello, doveva -in tutto ciecamente ubbidire; e che siccome lo avrebbe in quella -spedizione fatto seguire da Ambrogio Lanza proprio fidato domestico, -dovesse tenerlo celato sotto nome di suo scudiero, e come tale a chi ne -chiedesse annunziarlo. - -Ubaldino rispose, giurando al principe che come non aveva mai per -l’addietro violati i suoi comandi qualunque si fossero, così anche -quelli che attualmente gli imponeva verrebbero da lui con ogni -esattezza adempiuti. Giovan Galeazzo, tanto da Ubaldino ottenuto, -il licenziò, e fatto chiamare Lanza famoso manipolatore di farmaci -potenti, che qual famigliare in corte abitava, secreti discorsi tenne -pure a lungo con questo, il quale allontanatosi dalla presenza del -principe, si chiuse tutto quel giorno e la notte in una recondita -cameretta ad ogni persona impenetrabile, che era l’officina delle sue -distillazioni, dei filtri e di altre arcane preparazioni. - -Appena Giovan Galeazzo ebbe gli ordini distribuiti pel compimento del -terribile meditato disegno, sentissi da più violenta interna guerra -assalito: la solitudine di sua stanza gli piombò con ispavento al -cuore: balzò dal sedile esterrefatto, e verso il contiguo oratorio -rapido si mosse; ma come se un’invisibile mano da quelle soglie il -respingesse, ne ritorse con terrore lo sguardo: compressa l’anima sua -da troppo orrendo peso, già stava per annullare i dati comandi, quando -gli si attraversò più evidente allo spirito l’immagine di Bernabò -trionfante: a questa idea la di lui sorte fu decisa: per non cedere -ad un più aspro conflitto della mente, Giovan Galeazzo abbandonò quel -solingo ricetto, e venuto tra suoi, fatti allestire i destrieri, cercò -distrazione al pensiero, velocemente con numerosa comitiva per le -aperte campagne cavalcando. - -Palamede in questo frattempo, pieno il cuore della dolce aspettativa -del tanto desiato momento, era corso in seno della famiglia di Azzo -a versare tutta la sua gioia colla felice novella del concessogli -ingresso nel castello di Trezzo. Il marchese, i suoi figli, Ricciarda, -Adelaide, da tale impreveduto annunzio maravigliati, ne risentirono -la più viva contentezza. Narrato il fatto lietamente scorse per loro -quel giorno, dei nuziali arredi ragionando, e delle festose pompe -da disporsi pel pronto ritorno del cavaliero colla fidanzata, che -doveasi guidare all’altare tosto che fosse giunta in Milano: l’un -d’essi parlava degli addobbi della casa, l’altro delle vesti e dei -doni; chi assumevasi di far allestire i conviti con vivande dorate -come era costume, chi si accingeva all’ordinamento dei giuochi e delle -feste: quanto in somma era stato il dolersi agli affanni di Palamede, -altrettanto fu il gioire a’ suoi contenti. - -Enzel Petraccio per l’udita fausta notizia era sovra ogni dire lieto -e soddisfatto: le ascose fila da lui tese con arte aveano finalmente -condotto al preveduto scopo, ed egli in se stesso si dava tutto il -vanto della riuscita di quell’avvenimento. Chiamato in quella sera da -Palamede, salì alla sua camera, e venne accolto da lui colla più grande -espansione d’affetto: ripetendo che solo a causa della intromissione -del duca di Francia s’era piegato volonteroso il principe alle sue -richieste, il cavaliero confessò che tale favore del duca eragli -derivato dall’impresa eseguita contro Aldobrado, e da lui suggerita, -e disse che perciò anche questo evento era a lui dovuto, e gli rinnovò -la promessa che sempre lo terrebbe presso di se, che di tutto ciò che -aveva desiderio ed era in suo potere liberamente disponesse, perchè -i molti resigli servigi non potevano essere mai da lui abbastanza -ricompensati. L’aríolo, porgendogli grazie per sì generose offerte, -ed accertandolo che egli null’altro bramava che di rimanersi tra i -suoi servi, gli disse che volentieri, se glielo concedeva, l’avrebbe -seguito al castello di Trezzo, poichè aveva gran desiderio di -rivedere la signora Ginevra per narrargli come avesse eseguita la -commissione datagli l’ultima volta che aveva con lei favellato: «Nè -adesso (proseguì) dovrò temere che i soldati mi ardano temerariamente -i panni indosso, poichè vestendo abiti vostri saranno forzati ad -avermi rispetto.» Palamede acconsentì di buonissimo grado a questa -brama dell’aríolo, perchè ovunque si ricasse seguito da lui s’aveva -fiducia che nulla di avverso potesse accadergli, e il pregò vegliasse -per tempo nel seguente mattino per attendere i due capitani d’armi -che Giovan Galeazzo avrebbe inviati. Enzel rispose che prima che il -gallo salutasse il giorno egli porrebbe in piedi tutti i famigli, ed -augurando lieti sogni a Palamede, discese al riposo. - -Giovanni Ubaldino, Marco Ferro, altro capitano d’armi, e Ambrogio -Lanza in abito da scudiero, posti in sella, quando fu l’albeggiare si -presentarono al palazzo del Liprandi: le porte ne erano di già aperte, -e il destriero di Palamede, tratto dalle scuderie, stava nel cortile -coi servi che il ponevano in arnese. Entrati que’ capitani, Palamede, -il marchese Azzo ed i suoi figli scesero loro incontro, e dopo uno -scambio di gentili saluti, salito il cavaliero in arcione, il che pur -fece sovra un proprio cavallo l’aríolo, tutti congiuntamente presero -cammino. - -Era ciascun d’essi involto in un mantello foderato di soffici pelliccie -per difendersi dalla rigidezza del mattinale aere dicembrino, -che quando ebbero lasciate le mura della città fecesi sentire più -rigoroso, accusando le molte nevi cadute dalla sommità delle Alpi -ai colli verso cui dirigevano il loro viaggio. Pensando Ubaldino che -la strada presso l’Adda tra Vaprio e Trezzo esser dovea più che mai -malagevole e perigliosa per l’alta neve che ricoprendola celerebbe gli -scoscendimenti che la fiancheggiavano, tenne proposito di prender la -via di Monza, e per Vimercate giungere a Trezzo. Palamede, abbenchè -non ardesse che di pervenire alle mura che chiudevano Ginevra, e -sarebbe passato per mezzo alle spade onde giungere alcuni istanti più -presto a quella meta, convenne esso pure per cortesia nella proposta -di prendere la via più comoda. Seguendo tale direzione, e cavalcando -di buon trotto, pervennero prestamente a Monza. Entrati in quella -città, giunsero, fiancheggiato il castello, innanzi alla chiesa di San -Giovanni; ivi presso la porta maggiore fermarono i cavalli in ischiera, -e, trattisi i berretti, orarono brevemente; indi riprendendo il -cammino, attraversato il Lambro su gotico ponte, uscirono dalla città -per opposta parte. Fatto poco viaggio, incominciarono a vedere il suolo -biancheggiante di neve, la quale mano mano che s’avanzavano facevasi -più alta. Essa però non fu a loro sino a Vimercate di così fastidioso -inciampo, quanto allorchè, passata questa terra, pervennero al di là -della Molgora. - -Tra i nevosi sentieri di folto bosco inceppati dai rami che il verno -e l’età avevano schiantati, trovavano i destrieri penoso passaggio. -Per alleviare la noia prodotta dalla lentezza a cui i disagi di quel -cammino li costringeva, trasse Marco Ferro argomento a ragionare -dai molti fatti che si narravano accaduti in quei boschi istessi -per cui camminavano. Fece racconto dell’Eremita bruno, terribile -abitatore di quella selva, ripetè le maravigliose istorie che intorno -a lui correvano; disse pure dei ladri che vi dimoravano, e d’un loro -nascondiglio in cui nessuno aveva avuto l’ardimento di penetrare. Non -nuove riuscirono al certo a Palamede le narrazioni di Marco Ferro, -poichè egli era stato istruito del vero essere di quell’Eremita e dei -ladri dalla bocca stessa di questi nella loro segreta _tana del cervo_: -tacque però d’averne cognizione; e siccome dolorosa anzi che piacevole -impressione recavangli quelle memorie, così tutto abbandonando il -pensiero alla dolcezza dell’istante che lo attendeva, e l’occhio -rivolgendo alla strada, seguiva il cammino senza porgerli orecchio. - -L’aríolo, investigatore e conoscente com’era, per indole e per uso, -degli altrui pensieri, aveva al cominciare di quel viaggio esaminato -collo sguardo lo scudiero che seguiva i capitani d’armi. Una certa -aria che vi scorse nella fisonomia, non dura, non franca, come ad un -milite servo si conveniva, ma piuttosto meditabonda, e che appalesava -abitudine al riflettere anzi che all’affaticare, gli fe’ nascere -alcun sospetto sulle qualità di quella persona. Lontan lontano, lungo -il cammino, con fina arte, il venne prendendo con ragionamenti di -guerreschi esercizi e delle servili incombenze di sua professione. - -Lanza, accostumato agli agi di corte ed al lambicco della sua officina, -rispondeva alla cieca alle parole di Enzel: per lo che questo accortosi -fondatamente che esso non era mai stato uomo d’armi o di battaglie, -sentì svegliarsi gran desiderio di scoprire chi mai esso si fosse, e -come due guerrieri si facessero seguire da uno scudiero che ignorava -tutti gli usi di tale servigio. A questo fine approfittando delle -angustie della strada in que’ boschi, standogli d’appresso, mentre -i cavalli mutavano lenti i passi, fingendosi uomo affatto rozzo, di -varie cose l’andava interrogando con sembiante di chi tutto ascolta -maravigliando. Il finto scudiero, credendo che quello a cui parlava -fosse di massiccia ignoranza, pensando recargli sommo stupore, -dopo varii ragionamenti venne a discorrere dei prodigii e delle -trasmutazioni ch’egli sapeva far prendere alle erbe, ai sassi, ai -metalli, e nel calore del suo dire, narrando delle prove che aveva date -della sua arte maravigliosa non istette sì guardingo di non lasciar -penetrare all’attento e veggente spirito dell’aríolo, ch’egli aveva -molto uso di corte e la confidenza del principe stesso. - -Grande fu la sorpresa di Enzel a tale scoperta. Chi poteva essere quel -personaggio, non di certo nè uno scudiero nè un servo? A qual fine -seguiva i capitani al castello? Chi ve lo mandava? Tali riflessioni -volgendo l’aríolo pieno di diffidenza, e agitato da mille dubbii, stava -tentando di disvelare più addentro quell’arcano, quando, terminata la -via tra i boschi, uscì la comitiva allo scoperto, e si vide da lato il -borgo di Trezzo, e di fronte il suo castello. - -La sommità delle mura e delle torri del castello erano coperte di neve, -che stando rilevata eziandio sulle pietre e gli ornati sporgenti dalle -muraglie, faceva colla sua candidezza singolare contrasto al loro bigio -colore. L’aspetto di esso ne era reso per ciò più tetro e imponente, e -sembrava che quelle torreggianti mura minacciassero della loro ertezza -i riguardanti. - -Palamede non risentì però a quella vista che i più vibrati moti -d’amore. Ivi stava Ginevra, ivi la rivedrebbe fra un istante: in questo -pensiero si concentrarono tutte le memorie dei proprii e de’ di lei -passati affanni, e amore, pietà, timori, dolci speranze gli assalirono -con un sol palpito il cuore. - -Giunti in vicinanza del castello, Ubaldino fece tutti gli altri -sostare, e da solo accostossi alla porta di esso che ferree imposte -chiudevano. Diè il grido di _Viva il conte di Virtù_, ed al soldato -che dalla vedetta gli intimò di palesare chi fosse, e che chiedesse, -rispose che era un capitano di Giovan Galeazzo che recava ordini -per Iacopo del Verme, e chiedeva l’ingresso nel castello. Comunicato -alle altre guardie tale avviso, venne tosto recato al Del Verme, che -affrettossi alla porta, e riconosciuto dagli spiragli della vedetta -Ubaldino, diè comando si calasse il ponte levatoio per riceverlo. -Entrato questi gli consegnò immediatamente la lettera del principe, -dicendogli che conteneva l’ordine che altre persone che stavano presso -al castello dovessero quivi essere ammesse. Del Verme aprì il foglio, e -lo scorse collo sguardo rapidamente, dando non pochi segni in viso di -inaspettate e gravi sensazioni; ma lettolo, spedì tosto varii soldati -ad invitare i fermati ad avanzarsi. Mossero essi i cavalli a quella -volta, e venuti al ponte, Del Verme si fece loro incontro accogliendo -Palamede con onorevoli parole: questi ricambiandole, giunto sotto -l’arco della porta balzò da sella, il che fecero tutti gli altri, e -stringendo la mano a quel duce, garbatezza per garbatezza rendendo, -seco lui avviossi coll’altre persone verso il cortile. - -Due paggi furono tosto mandati ad annunziare a Bernabò l’arrivo di -Palamede, e questi nel frattempo venne condotto nelle proprie sale da -Del Verme, onde prendesse ristoro del faticoso viaggio. Ma il cavaliero -nessun altro uopo sentendo che quello ardentissimo d’appresentarsi -a Ginevra ed a’ suoi, accertò il duce che nulla abbisognavagli, e il -richiese istantemente lo conducesse da Bernabò. Del Verme, ch’aveva -avuti ordini d’accondiscendere in tutto al cavaliero, s’offrì pronto a -compiacerlo. - -Il vecchio principe, immerso ne’ suoi tristi pensieri, stava in una -delle stanze a lui destinate insieme a Donnina ed a frate Leonardo, -che rade volte scostavasi da lui; ivi gli venne l’avviso recato della -venuta di Palamede al castello: maravigliando cogli altri ch’erano -seco, udì tal novella, e stava dubbiando se libero o prigioniero vi -fosse giunto, quando Palamede istesso entrò in quella sala. - -Somma consolazione recò l’apparire di lui a Bernabò e a Donnina, che -gli si levarono incontro ad abbracciarlo e affettuosamente richiederlo -se volontariamente od a forza era egli quivi venuto; ma soddisfatta -con loro contento tale richiesta, reiterarono gli amplessi. Allorchè fu -calmata in loro quella piena d’affetto che invade potentemente il cuore -al rivedere dopo lunga lontananza amate persone, ricomposti, stettero -per chiedersi l’un l’altro delle loro vicende. Ma, volgendo la mente -al passato, occorse alla memoria di ciascuno d’essi l’istante in cui -si separarono; e il confronto delle grandezze e delle speranze di quel -momento posto a paraggio colle presenti sventure, mosse in tutti sì -dolorosi sentimenti, che, abbassando al suolo gli sguardi dalle lagrime -inumiditi, stettero immobili e silenziosi: così fu manifesta con -maggior eloquenza che di discorso quanta fosse la forza dell’affanno -che a loro pesava sul cuore. - -Bernabò vincendo però pel primo il doloroso risentimento delle -proprie disgrazie, diradata la tristezza dal volto, drizzò la parola a -Palamede, interrogandolo del modo con cui era pervenuto al castello. -Questi, in risposta narrò, come nutrendo sempre vivissimo l’amore e -la fede per sua figlia Ginevra, a cui esso stesso l’aveva fidanzato, -ritornasse dalle lontane guerre colla ferma speme di compire i suoi -voti, nè deponesse tale pensiero saputa la di lui prigionia, ma con -replicate inchieste, intercedendone Giovan Galeazzo, giungesse dopo -molte ripulse, per un singolare avvenimento, a vincerne la renitenza, -per cui gli era stata data concessione di venire entro quelle mura per -guidare alle nozze quella donzella che dal sacro nodo d’una giurata -parola era a lui legata, e che s’avea certezza che esso non avrebbe -alle sue brame ed alla sua costanza rifiutata. - -Dolce insieme e tormentoso fu questo parlare di Palamede tanto a -Bernabò quanto alla madre di Ginevra: diletta idea era per loro che -la propria figlia, anzi che languire in tristo carcere, tornasse alla -libertà ed alle agiatezze, congiungendosi in decoroso e splendido -maritaggio con sì nobile e valoroso cavaliero; ma li angosciava ad un -tempo il pensiero di doversi da lei disgiungere, e di viverne forse per -sempre lontani. Simili idee volgendo nella mente, rimasero il principe -e Donnina per qualche tempo ammutoliti; ma Bernabò ruppe ancora il -silenzio, dicendo: «Insanabile è la ferita che lascia ogni ramo che si -tronca dall’albero antico, altiero un giorno e frondoso, ora sterile e -presso a morte; ma se il ramo deve trapiantarsi in dolce suolo per dare -soavi frutti, è d’uopo soffrirne il distacco. Io sento appressarmi al -mio tramonto, nè conforto deggio altrove trovare che in cielo; ingiusto -ed empio per ciò sarei se trattenessi spettatrice del misero avanzo di -mia esistenza una figlia alle cui preghiere forse concesse la Vergine -più venturosi giorni. Sì, cavaliero, a te è dovuta, e tua sia Ginevra; -ed io renderò azioni di grazie ai santi del poterti chiamare marito -d’una mia figliuola.» Indi rivolto a Donnina, soggiunse: «Voi, sua -madre, ite a Ginevra, e qui conducetela a rivedere un cavaliero a lei -per sposo in dì più felici promesso, e di cui non le avranno il tempo e -gli affanni cancellata la memoria dal cuore.» - -Palamede a tali detti, non sapendo esprimere l’immenso suo trasporto, -precipitossi ai piedi di Bernabò, che, rialzatolo, l’accolse al suo -seno coll’effusione del più grande paterno affetto; Donnina intanto, -obbedendo agli ordini di questo ed alle voci del proprio cuore, che era -a Palamede inclinato, recossi frettolosa a ricercar della figlia. - -Dopo alcun tempo da che ella era uscita, udendo l’alternare di passi -femminili che s’appressavano a quella sala, la trepidazione di Palamede -fu al colmo; e quando, spalancata la porta, vide Ginevra entrare, -seguita dalla madre e dalla sorella, a lei incontro slanciatosi, senza -articolare parola, la mano prendendole, se la compresse con forza alle -labbra. Diè un grido Ginevra a sì inaspettata vista, e oppressa, vinta -dalla piena di gioia, non reggendo le sue forze a quel potente assalto, -svenne, abbandonandosi, pallida come neve, nelle braccia di Palamede: -egli stesso era per venir meno all’eccessiva violenza della tenerezza, -se non fosse stato penetrato in quel punto da un sentimento di terrore -e pietà, che allo svenire di lei tutto il comprese. S’atteggiò a -sostenerla, appoggiandone il capo al proprio petto, e l’andò chiamando -coi più dolci nomi, sinchè, fosse effetto del suono di sua voce, o -vigor di natura, ricomparvero i segni di vita sul viso di lei, che -aprendo gli occhi, languidamente in quelli fissandoli di Palamede -che la riguardava, entrambi con un lungo inenarrabile sguardo tutta -espressero l’immensa fiamma d’amore di che ardevano nell’anima. - -Ritornate intiere a Ginevra le smarrite forze, staccossi lentamente da -Palamede, ed al braccio affidossi della madre, con un soave sorriso -misto a lagrime di gioia, tutta significando la dolcezza di quel -momento. - -Allo scorgere sì fatte prove della potenza del loro amoroso trasporto, -quelli che stavano mirandoli, pensarono agli affanni che in tanto tempo -di loro separazione dovevano quegli amanti aver durati. Bernabò con più -affettuosa voce che non solesse, dimenticando i propri mali, e perdendo -la severità del volto: «Questo tuo amato (disse), o mia diletta figlia, -ti sarà sposo: il cielo, di tante nostre sventure pietoso, volle un suo -raggio mandare sovra di noi; e te, la più degna, consolando nelle tue -fervide brame, far risplendere per tutti un giorno sereno. Seguiranno, -è vero, neri nembi la bella calma d’un momento; ma il mio spirito, -già a lungo provato nei giorni dell’avversità, riprenderà vigore da -questo lampo di luce, che mi convince che il mio soffrire è accetto a -Dio, e cancella le mie colpe alla sua presenza. Io accolgo devotamente -questa grazia come un segno della divina clemenza, e benedico al nodo -che fra poco vi stringerà, abbracciandovi come i miei più cari figli: -se l’indegna mia voce sale al trono dei Celesti, invoco che tu, o -Ginevra, dimentica della funesta dimora in questo mio carcere, porti, -premio alla fede del tuo sposo, ogni ventura in lieto soggiorno; e tu, -o cavaliero, fatto padre di bella prole, non possa negli anni di tua -vecchiezza vederti strappare i figli barbaramente d’intorno.» - -A questi accenti Ginevra e Palamede, che s’erano precipitati negli -amplessi di Bernabò, versarono nel suo seno più largo pianto di -contentezza e di commozione. - -Donnina obbliando essa pure il dolore che l’attendea nel disgiungersi -dalla figlia, e non mirando che al di lei contento, l’accolse dopo -Bernabò nelle braccia, unendo alle sue, materne lagrime di tenerezza. -Lodovico, accorso alle sale del padre, Damigella e Leonardo a tale -affettuosa scena inteneriti, attestavano col pianto quanta parte -prendessero alla felicità di quegli amanti. Così tra i più dolci -sentimenti e l’espressione della reciproca gioia tutto scorse il giorno -dell’arrivo di Palamede al castello di Trezzo. - -La profonda ambascia che avea per tanto tempo l’anima angosciata di -Ginevra, e spentale ogni speranza in cuore, all’apparirle innanti del -cavaliero, al saperlo suo, sparve, quasi da portentoso balsamo sanata; -nuove soavi idee rifluendo in lei, recaronle in cuore una beata aura -di vita. Quel bene che si era convinta che non sarebbe più mai stato -suo in terra, e collocandolo colla mente in cielo, ivi contemplava, -agognando, per ottenerlo, la morte, inaspettatamente le era dato -possedere; più volte in un istante dubitava essere in preda ad una -tenera illusione; ma quanto ha di più puro e di più espressivo l’amore, -la convinceva che era reale quel suo sentire. - -In Palamede, quando fu al di lei fianco assiso, svanirono dal pensiero -le rimembranze delle passate cure: assorto ne’ di lei sguardi, sentì -paghi tutti i suoi voti; e la sua felicità sarebbe rimasa a lungo -inalterata, se al dividersi da lei nelle ore notturne, una sinistra -novella, che gli venne secretamente recata, riempiendolo di sospetto e -d’agitazione, non gli avesse amareggiato il cuore. - - - - -CAPITOLO XII. - - Un cadaver qui giace; lacerate - Son le squallide fibre, e l’ossa peste, - Le chiome sulla fronte rabbuffate, - E le luci terribili e funeste: - Ha l’insegne regali... - GIANNI, _Poes. estemp._ - - -Enzel Petraccio, entrato che si fu nel castello, ruminando le parole -intese nel viaggio da quello ch’ei suppose finto scudiero, s’era -fitto in capo di scoprire ad ogni patto chi egli realmente si fosse. -Recatosi seco lui alle stalle, veggendolo in ambarazzo nel dissellare -i cavalli, s’avea dato con premurosa opera a prestargli mano; per il -che Lanza, alleggerito da quelle servili fatiche a lui poco gradevoli, -gli si dimostrò sommamente obbligato. Enzel per tale amichevole di -lui disposizione d’animo, venuto seco a confidenziali parole, il seguì -nelle stanze prossime alle cucine, destinate alla dimora dei servi. - -Pochi istanti eran quivi rimasi, attendendo fra le ciance d’altri paggi -e domestici che loro s’allestisse il pranzo, quando portossi colà il -capitano Ubaldino, e disse alcune secrete parole a Lanza; che levatosi, -uscì tosto con lui da quelle camere. Una lunga ora stette esso lontano: -indi rivenne solo e con fisonomia più meditabonda di prima. Ritornato -ch’ei si fu, vennero tosto ivi recate molte vivande ed ampii vasi di -vino. - -Mentre mangiavano, assisi ad un desco, ristorati dal calore d’un -gran fuoco che ardeva quivi d’appresso, e vuotando molti bicchieri, -l’aríolo non perdendo mai di mira il proprio divisamento, circuiva -Lanza traendolo con molt’arte a famigliari discorsi. Dopo varii cibi fu -portato innanzi a loro un piatto con legumi saporitamente conditi. «Noi -siamo da più di un principe (disse Enzel sorridendo): il signor Bernabò -forse non mangiò mai fagiuoli più gustosi di questi[15].» - -— «Egli li mangerà però gustosissimi (rispose Lanza) la prima volta che -si assiderà alla mensa: v’è tal cuoco che glieli cucinerà ottimamente.» -Siccome avea esso la testa già alterata dal vino, pronunciò queste -parole con tal aria misteriosa e con sì sinistro sogghigno, che -penetrate nel profondo del cuore dell’aríolo, il colpirono di spavento. -Avanzando le labbra e spalancando gli occhi, come chi fiuta alcun -che con gran sospetto: «Non ne mangio altri (esclamò rimescolando -que’ legumi col cucchiaio): sentono odore di cataletto. — Mangiane, -scudiero, mangiane ancora (soggiunse Lanza mirandolo collo sguardo -fatto più torvo dal vino e dai truci pensieri): il sale che vi è sparso -non fu liquefatto sui miei carboni.» - -Questi tronchi detti, il volto di Lanza su cui stava una malefica -espressione come d’uomo dato alle malie ed agli incantesimi, persuasero -l’aríolo che egli era stato spedito colà per consumare nascosamente -qualche delitto o contro Bernabò ed i suoi, o contra Palamede. -Perturbato, tremante per tale convinzione, temendo a se stesso grave -danno se ciò avveniva, torturò lo spirito per trovare un riparo al -tradimento che si preparava; ma nessun modo gliene si offriva alla -mente. Pensò di recarsi a svelare l’arcano a Bernabò; ma fece calcolo -nell’istesso tempo che se si fosse scoperto ch’esso l’aveva palesato, -sarebbe stato immancabilmente ucciso, e il colpo consumato per diversa -via. Da mille sospetti agitato, nè sapendo a qual partito appigliarsi, -stette in quelle sale con Lanza sino all’ora del riposo, pel quale -furono loro indicate due contigue camerette presso una torre del -castello. - -Ivi recatisi, Lanza si rinchiuse nella propria a chiavistello; ed -Enzel non potendo prender sonno, vedendo trapelare lume pei pertugi -dell’uscio della stanza del finto scudiero, si pose per quelli a mirare -attentamente che facesse. Vide che spogliatisi gli abiti servili era -sotto coverto da fini drappi; e lo scorse trarsi dai panni un involto, -e scioltolo da molti nodi levare da quello una fialetta cristallina -piena d’un bianco liquore, e sturatala infondervi una polvere che tenea -chiusa in una picciola scatola di metallo che aveva nascosta sotto i -lini del petto: quel bianco liquore tocco dalla polvere, intorbidatosi, -illividì: allora Lanza turata di nuovo la fialetta, la scosse innanzi -al lume a più riprese; indi la ripose nell’involto, che rannodò -diligentemente; ed ascosala sotto il guanciale, sdraiossi, e spense il -lume. - -L’aríolo, che aveva più volte veduti e maneggiati veleni, s’accorse ben -tosto dal colore verde-giallo che veleno appunto era quella polvere -infusa da Lanza nella fiala. Tosto gli occorse al pensiero che in -un angolo del parco del castello avea altre volte veduta crescere -un’erba la cui radice, bollita con fresco latte, era ottimo antidoto -alle inghiottite velenose sostanze. Racconsolato da tale scoperta, e -gioiendo in sè stesso pel colpo di difesa che poteva recare a quello -che stava per iscagliare il finto scudiero, proponendosi, appena -spuntasse il giorno, di disporre il suo contravveleno, s’adagiava -al riposo; allorchè udendo rumore di persone, le quali uscendo dagli -appartamenti di Bernabò attraversavano il cortile, e distinguendo in -esso la voce di Palamede, pensò essere saggio consiglio il recarsi ad -avvertirnelo di tutto, giovandogli per far ciò celatamente la fitta -oscurità della notte. Seguendo tale idea, cheto cheto lasciò la sua -cameretta; ed a passi leggieri venendo lungo il porticato, entrò nelle -stanze in cui s’era ritirato il cavaliero. - -Palamede, che non respirava che pensieri d’amore e di gioia, fu -preso da stupore nel vedersi apparire davanti l’aríolo a quell’ora; -e s’accrebbe la sua sorpresa quando questi fatto cenno col dito che -tacesse, accostatoglisi: «Con grave mia pena (disse a voce sommessa) -son costretto a porvi in cuore una spina che parte vi distruggerà della -contentezza recatavi dalla signora Ginevra. — Che mai avvenne? (chiese -palpitando Palamede, cui si trasfuse subito in cuore l’agitazione -che stava in volto ad Enzel, recandogli un’affannosa tema). — Nulla -sinora di disastroso (rispose questo); ma discoprii una serpe che -attende la letizia dei conviti per addentare una segnata vittima. Sì, -ad alcuno di voi dee scorrere di certo per le vene il veleno: esso è -già in pronto; domani a quest’ora potrebbe avervi colpito ed ucciso. — -Che dici? (esclamò Palamede atterrito) è preparato per noi il veleno? -Giovan Galeazzo mi avrà forse lasciato entrare in questo castello per -togliere in una sol volta la vita a me, a Bernabò, a suoi figli?... -Qual tradimento?» A questo pensiero trasportato da un impeto di furore, -impugnata la spada: «M’indica, aríolo (gridò), chi deve eseguire sì -infame comando: io gli passerò questo ferro dieci volte nel cuore.» -Enzel all’infuriare del cavaliero fu preso da doppia paura: temeva che -qualche persona avesse ad udire quegli accenti pronunciati con forza -dal cavaliero, o che questi acciecato dall’ira volesse eseguire ciò che -minacciava; il che riusciva per lui egualmente fatale. - -Adoperossi perciò con atti e parole ad acquetarlo; e paventando di -non poterne frenare lo sdegno se palesava tutto ciò che aveva visto -ed udito, determinò in sua mente che bastava a’ suoi fini l’aver -posto Palamede in avvertenza, onde mirando a calmarlo, fingendo di -ritrattarsi, ed addolcendo la voce: «Potrebbe essere (disse) che false -immagini m’abbiano illuso, facendomi veder veleno là dove non eravi -forse che un liquido innocente; ma comunque però sia la cosa, vivete -tranquillo: io tengo disposta una bevanda che ingoiandone poche goccie -al manifestarsi dei sintomi d’attossicamento ne distrugge affatto la -forza. Se per disavventura si avverasse il mio sospetto, io non sarò -mai lontano da voi: chiamatemi, e vi porgerò l’infallibile medicina.» - -Queste parole ritornarono più queto il cuore di Palamede. Egli mirò -Enzel attentamente; e vedendone la faccia sconvolta e il guardo vagare -incerto esprimendo interna paura, rammentossi che in quel castello -avea esso corso altre volte pericolo della vita, e pensò che fossero -le sue visioni mosse da panico terrore che il facesse delirare: -onde così rapidamente come avea ricevuta la dolorosa impressione, -accolse quella consolante idea, che la prima cancellava; ma sentendo -nell’istesso tempo pietà dell’aríolo, che credeva trasognante, -affabilmente gli prese una mano, e gli disse: «Ritorna al luogo del -tuo riposo; chiudi pure con placidezza gli occhi al sonno, che io -ho certezza di qui ritrovarmi frammezzo a uomini che non vorranno -attentare alla nostra vita; ne tengo franchigia nei sensi stessi -espressimi da Giovan Galeazzo. Va sicuro; e se funesti pensieri ti -turbano la mente, pensa che domani deve essere per noi tutti un giorno -d’allegrezza. — Un giorno d’allegrezza!... (esclamò l’aríolo con tuono -mesto e solenne, crollando il capo) Lo voglia la Vergine e il glorioso -Sant’Ambrogio!...» Indi serrando la mano a Palamede, e dandogli un -ultimo espressivo sguardo, uscì da quelle stanze. - -Il cavaliero seguitollo sino al limitare del cortile. Ivi la densa -oscurità che regnava l’arrestò; da cento diversi moti in seno agitato, -fissò con terrore quelle imponenti tenebre. Appena il profilo delle -mura distinguevasi dal cielo nero; la debole luce d’una lampada della -chiesa che trapelava dalle vetriate, era il solo lume che si scorgesse: -profondo dominava il silenzio, e non udivansi che i passi di Enzel -che s’allontanava, e l’incessante romoreggiare dell’Adda a piè del -castello. - -Una paura, un segreto palpito di spavento lo assalì; parvegli scorgere -aggirarsi per l’aere oscuro ombre di morti, ed udire stridule infauste -voci. Si ritrasse velocemente nella propria stanza: ivi si chiuse, e si -piegò innanzi ad un sacro dipinto in fervorosa preghiera. Svanirono a -poco a poco i suoi timori, e l’immagine di Ginevra possedendolo tutta -sola, gli ritornò la gioia nell’anima. Allorchè però si fu coricato, -pensando alle parole, al volto, agli ultimi accenti di Enzel, crudeli -presentimenti lo invasero di nuovo e dolorosamente gli contristarono il -cuore. - -Al sorgere del diciannove dicembre, giorno che seguì quello della -venuta di Palamede al castello, Bernabò destossi da un lungo profondo -sonno; e la prima fiata da che era in quelle mura sentissi scendere in -petto un dolce conforto nel pensiero delle vicine nozze della propria -figlia. Levatosi, si recò nella sala maggiore, e volle che tutti i -suoi venissero a fargli corona: essi infatti colà si raccolsero, e con -festosa ilarità molti beni da quel giorno si auguravano. - -Ginevra appariva oltre ogni dire bella e ispirante soavi sentimenti: le -si scorgeva in fronte la contentezza, e i suoi azzurri occhi amorosi -si volgevano pieni di contentezza; più ricche e leggiadre portava -le vesti; le bionde chiome con maggior grazia inanellate, ed in più -vaghe treccie sul capo ravvolte. Appressando la madre, attendeva con -ansia Palamede; ed allorquando ivi giunse, da quel desiderato aspetto -inebbriata, d’un roseo colore suffuse le guance, appalesò sul viso il -tripudio del cuore. - -La notte fra le agitazioni trascorsa, e il malaugurato sospetto aveva -fatto pallido il volto del cavaliero; ma al primo mirare la sua bella -fidanzata, sparve dal suo spirito come sogno fugace ogni tristezza, e -i suoi pensieri si fecero ridenti. Accolto con un amplesso da Bernabò, -venne poscia ad imprimere, palpitando, sulla destra a Ginevra un bacio -d’amore. Lodovico fraternamente abbracciollo; e fra l’espressione del -reciproco affetto, rammentando la loro passata intimità, ridestarono -mille dolci memorie di Milano e delle loro usate occupazioni, delle -armi, de’ privati tornei e delle corse. - -Palamede tenendosi stretto al fianco il giovin figlio di Bernabò: -«Ginevra (disse, mirandola con tenerezza), amaro sommamente riuscir dee -al vostro cuore il disgiungervi da questi cari parenti, abbandonandoli -entro le triste mura d’un castello; ma io ho la ferma speranza, e -ciò sia per voi consolante pensiero, che venuti al cospetto di Giovan -Galeazzo, potremo, colle nostre replicate istanze, cangiare in meglio -la sorte loro.» A Ginevra per questi detti si bagnarono gli occhi di -pianto, e delle braccia cingendo Donnina, ascondendole il volto in -seno: «Madre mia (esclamò), se chi vi tiene qui rinchiusa non ha cuore -di ferro, io tanto da lui e dal cielo invocherò colle lagrime e colla -voce, che voi, e con voi questi altri tutti, verrete liberi nel mio -soggiorno, ed allora potrò chiamarmi compiutamente felice. — Il mio -destino (rispose affettuosamente Donnina additando Bernabò) dipende dal -suo; sposa tu stessa, sentirai fra poco che ogni diletto di moglie sta -nell’essere vicina e nel recar sollievo all’uomo cui si va congiunte. -Per me il mondo più non possiede attrattive; qualunque dimora mi è -egualmente cara, purchè io possa giovare a quello cui ho consacrata -la mia vita. Iddio conosce se mi duole il lasciarti; ma dandoti ad -un prode cavaliero che ti provò sì altamente l’amor suo, io m’affido -in lui che ti avrà ogni tenera cura; e fatta madre de’ suoi figli, -addoppierà per te la stima e l’affetto.» - -Palamede, a lei ed a Ginevra rivolto, giurò che morrebbe cento volte -anzi che cessare un istante d’aver cara la sua sposa sovra ogni altro -oggetto; ed espose di volerla tener sempre in quell’elevato grado a cui -i di lei nobili natali l’avevano destinata. - -Bernabò da lunga pezza era rimasto in attitudine meditabonda; ma -all’udire questi detti del cavaliero, parve risentirsi; e con certa -lentezza di voce come di chi vaga col pensiero su lontane memorie, e -con sguardo immobile affissato nelle immagini della propria fantasia. -«L’altezza del grado (disse), le ricchezze e il potere sono forse i -più tristi doni della fortuna. Io li possedetti per lunghi anni, or -ne conosco il giusto prezzo. Che mi hanno essi recato di bene? Non mi -sforzarono a mantenere sempre vive atroci guerre, a comandar punizioni, -ed ohimè... a commettere chi sa quanti delitti? Fra il sangue versato -e il terrore dei tradimenti non v’è calma, non v’è pace pel cuore. -— I trionfi — le feste — l’oro profuso non giovano — no — a far paga -l’inquietudine profonda che agita lo spirito e lo tormenta. Nei palagi, -nei castelli, fra i cortigiani e le armi ebbi io mai tranquillità e -contento? — O miei boschi di Marignano! Per le vostre ombre camminando -solingo, io mi sentiva più sicuro che cinto da bastite e da spade — -là scorrevano per me placide ore — quante volte fra l’alte piante, -sui bei pendii del Lambro, guidando lento il destriero, mi sorprese -la notte — allora — allora soltanto svaniva il peso che mi gravava il -seno, nè temeva pugnali, nè agognava vendette. — Chi vi dava, o acque, -nel vostro solitario corso un suono soave? — Chi porgeva un’armonia al -vento della sera che agitava sul mio capo le frondi? — Io trovai nelle -selve i diletti che non rinvenni più mai nelle mie corti. — E tu, o -contadino, che mi fosti guida in una notte oscura ad uscir dal bosco, -tu, la cui miseria ti toglieva il dividere il pane co’ tuoi figliuoli, -non ti vid’io più lieto del dono di poche monete, di quello ch’io nol -fossi stato giammai per le più grandi vittorie? Ancor mi rammento le -tue parole: Tu mi chiedevi qualche cosa per amor di Dio, perchè avevano -usurpati i tuoi campi. Ah! perchè non t’ho io dato le mie città, i -miei tesori, e non ho cangiato i miei palazzi colla tua capanna! — Or -qui non sarei... (ma abbandonando ad un tratto questo pensiero che -gli chiamava sul volto la tristezza e lo sdegno, e cangiando corso -all’immaginare, converso a Palamede, proseguì) — Io spero che il conte -di Virtù non avrà estesa la sua mano rapace anche sui beni ch’io donai -nei giorni della mia prosperità: se la cosa è così, tu avrai ventimila -fiorini d’oro che io costituii in dote a Ginevra sul marchesato della -Martesana, da me regalati a sua madre; quel danaro si trova ora in -custodia di Rinaldo de Porri suo zio; da lui ti reca, ed egli te lo -sborserà.» - -Palamede lo accertò che ancorchè il conte di Virtù avesse privato di -quella dote Ginevra, il che non credeva fosse avvenuto, egli possedeva -bastevoli mezzi per farla andar pari alle più doviziose dame di Milano. - -Era tra questi ragionamenti venuta l’ora del pranzo, e due paggi -entrarono ad annunziare che la mensa stava disposta. Per ordine di -Iacopo del Verme fu la tavola preparata in una delle più adorne sale, -e fregiata cogli utensili più ricchi che ivi si ritrovassero. Smaltati -a diversi colori vedeansi i vasi di cristallo che capivano i vini, i -bicchieri avevano gli orli d’oro, d’argento erano i tondi, con vaghi -contorni, e le saliere di belle forme stavano con simmetria sul desco -disposte. In mezzo della mensa vedeasi entro gran piatto la testa d’un -grosso cignale con arte rivestita degli irti peli, ed a cui risortivano -dalla bocca candide le zanne; le facevano cerchio lepri, fagiani ed -altro selvagiume. - -Tutti vi si assisero intorno: Bernabò stette a capo di essa, e gli -si sedette d’appresso Palamede. La squisitezza dei vini ed i gustosi -cibi posero da loro in bando ogni men lieto pensiero, e dettarono -sollazzevoli motti. - -Dato termine al primo servito, mentre alcuni donzelli portavano le -zuppiere colle minestre per gli altri commensali, un paggio s’avanzò -recando sovra una sottocoppa d’oro una scodella coverta, e venne a -deporla innanzi a Bernabò: conteneva essa fagiuoli, suoi favoriti -legumi[16]. Scoperchiata la scodella, ne esalarono densi vapori: -Bernabò si diede a ghiottamente mangiarli; ma allorchè n’ebbe la -maggior parte consunti, arrestossi d’un colpo, e disse: «Qual infernale -sapore m’ha offeso il palato! io non ho mai inghiottita più disgustosa -vivanda; toglietemela davanti.» I servi obbedirono. - -Passò a tali parole un lampo funesto per la mente di Palamede, che -impallidì; ma vedendo che Bernabò, accostatosi altro cibo, ne mangiava -con cupidigia, nessuno sgomento dimostrando, ritornò tranquillo. Il -pranzo lietamente procedea: molte vivande erano state successivamente -recate, quando a Bernabò, che gettò da se lontano il cibo tralasciando -tutto ad un tratto di mangiare, manifestossi in volto un eccessivo -pallore; portò le mani al petto, come forzandosi di contenersi, ma -involontariamente fece dolorosi contorcimenti. - -Tutti si alzarono sorpresi, e raccerchiarono chiedendo che avesse: -tacque egli un istante ancora, ma poscia dovette palesare che sentivasi -acuti dolori allo stomaco. Una mano gelata piombò sul cuore di -Palamede: senz’altro dire abbandonò quella sala, e precipitoso corse a -ricercare dell’aríolo. Frugò le stanze, i cortili, le stalle, per tutto -il chiamò e richiamò, senza che quello mai gli rispondesse; ne chiese -replicatamente agli uni, agli altri: tutti asserivano di non averlo in -quel giorno veduto; affannato recossi presso la porta del parco; ivi -addomandando un milite che incontrò, udì dirsi che Enzel era entrato -sul far del giorno nel parco, ma che non s’era più veduto uscirne. -Palamede entrò quivi rapido; e vedendo la neve da molte orme segnata, -le seguì e giunse dove eravi uno spazio di terreno scoperto; ma quivi -presso non stava alcuno, se non che vide di là cominciare una striscia -di sangue, ch’egli seguendo atterrito, il condusse alla torre nera -di Barbarossa, entro cui quella sanguigna traccia finiva, ma ivi pure -non eravi persona vivente. Gridò forsennato, chiamando Enzel; ma non -gli rispose che l’eco di quelle diroccate mura con un cupo rimbombo; -ricalcò desolato quella via, rientrò nel cortile; e fatte invano nuove -ricerche, risalì disperato nelle sale del principe prigioniero. - -Bernabò, cui s’erano aumentati dolorosi sintomi, tolto da quella sala, -era stato portato sul proprio letto: ivi giaceva col viso squallido, -le chiome scomposte, e rigettate dal seno le coltri, irrequieto si -dibatteva anelando. Donnina, le figlie, frate Leonardo, dalla più -grande costernazione compresi, s’adoperavano intorno a lui per recargli -sollievo. I suoi dolori si facevano di momento in momento più acerbi; -un calore abbruciante gli si sparse per le membra, e venne assalito da -una ardentissima sete. Gli fu tosto recata fresca acqua, che avidamente -bevette, e pel consiglio di Donnina prese tiepidi brodi. Ma poco stette -che da fieri sussulti il suo petto sconvolto rigettò quelle bevande -e parte dei cibi che aveva inghiottiti. Ciò parve giovargli, poichè -dopo quel rigurgito d’alimenti i suoi dolori si alleviarono, il calore -si fece meno ardente, e la sete si mitigò. Riconsolati a tal vista -pendevano tutti dal suo aspetto colla speranza che avesse termine quel -suo terribile sconvolgimento. - -Ma i dolori gli si ridestarono più forti, tutte corrodendogli le -viscere; un’arsione feroce gli investì le carni, e la violenza del -tormento portò alla sua anima una mania; gli si fece lo sguardo deliro, -tentò rialzarsi; e rabbiosamente strappandosi i lini dal seno, mandava -disperati lamenti; tremende visioni in quella demenza gli assalirono -lo spirito; con ansia faticosa profonda, con voci aspre e tronche: «Tu -(gridava) mi fai porre su queste brage.... e non vuoi perdonarmi?.. -Cessate... allontanate quei tizzoni... io sono Bernabò... Incatenate -i cani; essi mi lacerano il corpo... Io solo ho fatto voi tutti -tormentare ed uccidere, ma io era vostro signore, voi non mi avete -obbedito... è troppo atroce la vostra vendetta... E tu, Matteo... -fratello... non io... Galeazzo... Galeazzo ti ha dato il veleno. — -Oh Dio!... quali pene!... i santi, la Vergine non mi ascolteranno?... -Sarà così eternamente?...» Una sincope lo oppresse. Palamede, Donnina, -le figlie, pallide, tremanti, lacerate da un’indicibile angoscia, -credettero fosse morto; ma egli destossi dal breve letargo, e tramandò -per le fauci un vomito nero. Un livido contorno gli si dipinse alle -pupille, e un sudor freddo gli coprì le membra. Il delirio della mente -cessò, volse intorno gli occhi incassati e semispenti, e fermògli sul -Crocifisso che frate Leonardo gli teneva con una mano levato innanzi al -volto. - -Appena il frate lo vide in tal attitudine: «Bernabò (disse -pietosamente), a Questo, a Questo innalzate il pensiero, e sperate -nella sua immensa misericordia, invocate pentito l’onnipossente sua -destra, ed egli la stenderà su di voi, e vi darà forza di sostenere -i patimenti che vi tormentano, onde vi aprano la via al celeste -soggiorno, ergete l’anima al trono d’Iddio: questi brevi mali della -carne possono valervi l’eterna salute; egli vi chiama per una difficile -strada a compire la mortale carriera; voi benedite la mano del -Signore.» - -Bernabò, le cui forze erano ormai estenuate, raccolte le braccia, e -incrocicchiatele al petto, tenendo sempre fisso lo sguardo, bagnato -di lagrime, nell’immagine di Cristo: «Mio sommo Dio (pronunciò), voi -che non colpiste mai colla tremenda ira vostra un cuor contrito che vi -si rivolse con umile preghiera, non isdegnate questi estremi accenti -d’un misero peccatore affranto dalle pene. Perdonate a me i miei gravi -e numerosi delitti, come io perdono a Giovan Galeazzo tutte le sue -offese, e questa tormentosa morte, che ben m’accorgo che da lui mi -viene; degnatevi, nel giudizio che mi attende, ricevere le preci de’ -miei santi protettori, ed accogliere il mio spirito nel vostro seno.» -Indi dopo alcuni momenti di silenzio allungò la mano; e presa quella -di Donnina, che stava a fianco al letto quasi tramortita d’affanno, e -serrandogliela con quella potenza che gli rimaneva: «Perdona (disse), -o la più diletta compagna de’ miei giorni, i molti mali che per -me soffristi. Tu dividendo meco, volontaria, questo carcere, me lo -rendesti meno grave: io non ho accenti per render grazie a te ed al -Cielo che mi ti diede e mi accorda di morirti vicino.» - -Scorgendo poscia Palamede mirarlo lagrimante, e Ginevra per celare la -propria desolazione coprire colle palme il volto: «Sembrommi (proseguì) -che questo dì fosse sorto per me felicemente: io gioiva nel pensare -ai vostri contenti; ma nel convito di nozze mi versarono in seno la -morte. Ciò non vi sia infausto presagio. Io era la meta dell’odio -degli uomini e dei celesti castighi; l’ultimo colpo fu scagliato: io -scendo nella tomba. D’ora innanzi voi vivrete sicuri. Rammentatevi di -pregarmi pace dal Signore: presso la pietra del mio sepolcro invocatelo -per me con lunghe orazioni — ivi insegnate ai vostri figli il mio -nome e le mie disgrazie — io — non posso — che benedirvi....» Tutti -caddero genuflessi al suolo; ed egli, alzata la destra tremante, fe’ -il segno di croce. Proruppe uno scoppio di pianto e un sospirare invano -represso. - -Bernabò tentò parlare ancora; ma la sua lingua e la bocca inaridite -non emisero che rauchi suoni indistinti — Gli sopravvenne un mortale -singhiozzo; crebbe l’ansia del petto — gli si manifestò un convulso -palpitare delle fibre — gli occhi si intorbidarono — il singhiozzare -addoppiò — stirò le membra gelate, le distese irrigidite — e spirò. - -Un raggio occidentale trapelando per rotte nubi, illuminava nel -castello di Trezzo quella funerea scena. - -Dietro l’altare maggiore di San Giovanni in Conca sorgeva un mausoleo, -sostenuto da sei colonne, sovra cui stava in bianco marmo scolpito un -destriero di naturale grandezza, il quale recava sul dorso un cavaliero -armato, che era l’effigie di Bernabò. In tale mausoleo, da lui stesso -fatto innalzare, venne per ordine di Giovan Galeazzo deposto con -magnifica pompa il suo cadavere, e celebratene in quella chiesa le -solenni esequie con isfarzo regale. - -Lodovico fu condotto nel forte di San Colombano col fratello Rodolfo. - -Ginevra e Palamede seguirono Donnina, che si condusse con Damigella al -suo castello della Martesana; ivi furono compite le nozze: nè essi più -apparvero alla corte del Visconte. - - - FINE. - - - - -NOTE: - - -[1] Gl’Inglesi furono i primi ad introdurre in Italia verso la metà -del secolo XIV l’uso di condurre la gente a cavallo per lancie. Ogni -lancia era composta di tre uomini, cioè del caporale di lancia, che era -un cavaliere armato in tutto punto d’armadura pesante; dello scudiere, -con elmo, usbergo, gambiere, spada e coltello; e di un paggio o ragazzo -armato alla leggiera. Sulle prime chiamavansi _barbute_ o _bandiere_, -ma allora non constavano che del solo caporale e scudiere. - -[2] Vettura di que’ tempi. - -[3] Antica porta di Milano, che esisteva di prospetto all’attuale -_Castello_, a que’ tempi chiamato Castello di Porta Giovia o Zobia. - -[4] Antica prigione presso la chiesa di San Galdino. - -[5] Ordine religioso di que’ tempi, frequente in Lombardia, e detto -_Berrettano_ da una special foggia di berretto con cui que’ monaci si -coprivano il capo. - -[6] Venticinque maggio 1385. - -[7] La fabbrica di veli e di drappi de’ Segazoni di Milano era a -que’ tempi famosa, non solo in Lombardia, ma per tutta Europa, e -specialmente ne erano ricerche le stoffe a maglia per le sopravvesti. - -[8] Gli aríoli erano i zingani di que’ tempi: così detti, perchè -supponevasi avessero potere sull’aria. - -[9] Il morione era un elmo dei soldati gregarii. - -[10] Brache de’ poveri a larghe pieghe. - -[11] Alto monte del lago di Como. - -[12] Chiamavansi _pusterle_ le porte minori della città, che non -sussistendo nelle antichissime mura, vennero nella loro nuova -ricostruzione aperte per maggior comodità dei cittadini. Nominavasi -Brera la pusterla che sussiste tuttora al Ponte Beatrice presso il -palazzo di tal nome, già collegio de’ Gesuiti. Fu detta, _Brera_ dal -latino vocabolo _Prædium_ (campo) corrotto in _Braida_ e _Brera_: gli -si aggiungevano gli epiteti del _Guercio_ e d’_Argisio_, perchè tali -si vuole fossero i nomi degli antichi possessori di quella Brera, ossia -campo, dove fu aperta la pusterla. - -[13] Dicevasi di lei: _On donne le los à la gracieuse reine Isabelle de -Bavière, d’avoir apporté en France les pompes et les gorgiasetez pour -bien habiller superbement et gorgiasement les dames._ - -[14] Il motto intero era così: _Le cavalier françois jouste contre tous -venans en champ clos ou ouvert, fust de glaive de paix ou de guerre_. - -[15] Essi erano a Bernabò favorita vivanda. _Bernard. Corio._ - -[16] Bernard. Corio. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL CASTELLO DI TREZZO *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. 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