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-The Project Gutenberg eBook of Che cosa è l'arte?, by Lev
-Nikolaevič Tolstoj
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-using this eBook.
-
-Title: Che cosa è l'arte?
-
-Author: Lev Nikolaevič Tolstoj
-
-Contributor: Enrico Panzacchi
-
-Release Date: March 3, 2022 [eBook #67556]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CHE COSA È L'ARTE? ***
-
-
- LEONE TOLSTOI
-
-
- Che cosa è l’arte?
-
- _Traduzione autorizzata dall’autore_
-
-
- PRECEDUTO DA UN SAGGIO DI
- Enrico Panzacchi:
-
- _Tolstoi e Manzoni nell’idea morale dell’Arte_
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1904
- —
- =Quinto Migliaio.=
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- Tip. Fratelli Treves.
-
-
-
-
-TOLSTOI E MANZONI
-
-NELL’IDEA MORALE DELL’ARTE
-
-SAGGIO DI
-
-ENRICO PANZACCHI[1]
-
-
-I.
-
-Il libro di Tolstoi: Che cosa è l’Arte?
-
-È un libro che meriterebbe di essere confutato da Ernesto Rénan. Quanto
-a idee generali, esso non ci apporta grandi novità circa la mente
-dell’autore sull’arte e il suo ufficio nel mondo. Leggendolo si pensa
-alla _Sonata a Kreuzer_ e si trovano cose già dette nel volume _Zola,
-Dumas et Guy de Maupassant_. Ma lo svolgimento della tesi è molto
-più largo e profondo; e ne esce più fortemente ribadita la condanna
-dell’arte contemporanea.
-
-“Un giorno„ raccontava l’autore nel suo volume tradotto nel 1896,
-“mi venne mostrato da un pittore celebre un suo quadro rappresentante
-una processione. Ogni cosa vi era mirabilmente rappresentata; ma non
-appariva dal dipinto alcun sentimento dell’autore verso il proprio
-soggetto. Gli domandai:
-
-“— Dunque voi considerate le processioni come utili?
-
-“— Il pittore, avendo l’aria di compatire alla mia ingenuità, mi
-rispose che di questo non s’era occupato mai. Egli badava unicamente a
-_dipingere la vita_.
-
-“— Ma voi avrete almeno l’idea del vostro soggetto?
-
-“— Non ne so niente!
-
-“— Allora voi odiate queste cerimonie religiose?
-
-“— Nè le amo nè le odio....
-
-“E la risposta fu accompagnata da un vero sorriso di compassione. Io
-facevo semplicemente la figura di uno sciocco, davanti a questo artista
-moderno di alta fama, che _dipinge la vita_ senza intendere, senza
-amare e senza odiare le manifestazioni della vita che trasceglie per il
-suo lavoro.„
-
-E Leone Tolstoi ne concludeva che questa è la grande colpa da cui
-derivano le grandi miserie dell’arte del nostro tempo. Gli artisti
-tutti: pittori, scultori, poeti lirici, poeti drammatici, romanzieri,
-non trattano un argomento perchè la loro anima sia portata verso di
-esso da amore o da odio; ossia da un’interna ragione d’indole morale.
-Chi li muove adunque? Il solo fine di produrre nei loro simili un senso
-di stupore mediante la rappresentazione della vita; oppure un senso di
-piacere mediante la rappresentazione della bellezza. La maggior parte
-degli uomini, nella nostra società borghese, si contenta dello stupore
-artistico e delle grosse e violenti sensazioni che sono generate da
-lui. Un numero più ristretto, i delicati, gli estetici, par che vadano
-un po’ più in su col loro desiderio, domandando ai pittori, ai poeti e
-ai musici di essere dilettati con le rappresentazioni di forme belle.
-Ma anche questa distinzione di pubblico volgare e d’amatori fini, che
-il Guy de Maupassant scolpiva abbastanza bene nella prefazione al suo
-romanzo _Pierre et Jean_, in sostanza si riduce a ben poca cosa! “Nel
-mondo frequentato da Maupassant, quel Bello, al cui servizio l’arte
-deve trovarsi vera, ed è ancora rappresentata sopratutto dalla donna
-giovane e bella, per la più parte poco vestita; il Bello è d’averci con
-essa relazioni carnali....„
-
-Avevo ragione di dire che qui ci vorrebbe Ernesto Rénan; anche perchè
-nessuno dinanzi al giudizio di Tolstoi è forse più in causa dell’autore
-delle _Origini del Cristianesimo_. Sono noti i suoi filosofici
-entusiasmi per la bellezza; i quali non si fermavano all’Acropoli e
-alla ideale perfezione delle figure scolpite nel pario e nel pentelico.
-Per la bellezza della donna viva pochi poeti ebbero, io credo, parole
-di più squisita e di più calda ammirazione. Nel suo libro su Marco
-Aurelio egli giunse fino a dare al Cristianesimo una colpa grave per
-la diffidenza rigida e paurosa che sempre dimostrò verso la bellezza
-della donna. Tutto il medio evo risuonò della minaccia scritturale:
-_per speciem mulieris multi perierunt_! Ebbene, il Cristianesimo,
-secondo Rénan, ebbe torto. “Agli occhi d’una filosofia completa, la
-bellezza, tutt’altro che essere un vantaggio superficiale, un pericolo,
-un inconveniente, è un dono di Dio come la virtù. _Essa vale la virtù_;
-la donna bella esprime una faccia dello scopo divino, uno dei fini di
-Dio, come lo esprime l’uomo di genio e la donna virtuosa.... La donna,
-ornandosi, compie un dovere; essa pratica un arte, arte squisita in
-un senso, la più graziosa delle arti„. E prosegue dimostrando che la
-dottrina cristiana non potè vivere e armonizzare dentro un quadro di
-società completa, se non quando, per opera di spiriti illuminati e
-disinvolti, potè spezzare questo duro giogo, voluto imporre alla natura
-umana da un pietismo esaltato.
-
-Gli spiriti illuminati e disinvolti crearono il Rinascimento, il
-quale rimise in onore la bellezza; e con essa vinse per modo i rigori
-dell’ascetismo inumano che la stessa Chiesa dovette arrendersi; anzi
-gli ecclesiastici e i Papi diedero l’esempio, aprendo alla bellezza
-femminile le porte delle chiese e collocandola sugli altari.... Ma qui
-appunto, secondo Tolstoi, cominciò il male maggiore! E come Girolamo
-Savonarola si vantava dal pulpito d’aver stracciati i volumi platonici
-e intimava ai Fiorentini “l’incendio delle vanità„, così il filosofo
-russo, nel suo singolare ascetismo, impreca alla Chiesa Latina per quel
-grande impulso di corruzione estetica che venne dato da lei a tutta la
-Cristianità occidentale.
-
- *
- * *
-
-Il nuovo libro di Tolstoi è dunque una nuova e più terribile accusa
-contro l’arte del nostro tempo. Arrivato all’ultima pagina, io mi
-sono vista sorgere dinanzi alla fantasia una di quelle fiere figure di
-antichi solitari e di profeti, che dannavano al fuoco una città perchè
-le abominazioni sue avevano stancata la pazienza di Dio. Anche i giusti
-dovevano perire per le colpe dei malvagi.
-
-Ma dove sono i giusti per Tolstoi? La sua condanna scende inesorabile
-su tutto. Ognuna delle forme artistiche in cui lo spirito nostro
-si compiace, vien dimostrata perniciosa e frivola: il dramma, il
-melodramma, la lirica, la pittura, il romanzo. Gli artisti, che una
-specie di consenso generale ha messo fra i grandi e fra i gloriosi,
-sono condannati e quasi messi a fascio coi guastamestieri. Wagner,
-Ibsen, Baudelaire stanno accanto a nomi di mediocri e di infimi.
-Questo per i contemporanei. Quando poi l’autore spazia nel vasto
-orizzonte della storia, lo vediamo fermarsi con devota ammirazione
-davanti a Omero, ai Profeti, ai racconti evangelici, a san Francesco
-d’Assisi; ma in tutto il resto egli è di una disinvoltura che
-confina con la irriverenza. Certo i nomi grandi e anche grandissimi
-non lo intimidiscono. I tragici greci, Aristofane, Virgilio, Dante,
-Shakespeare, Raffaello, Michelangelo, Goethe, Bach, Beethoven, sono
-degnamente esteti di alta fama e hanno fatto di gran belle cose; ma
-sul complesso della loro produzione Leone Tolstoi si riserva una grande
-libertà di giudizio e rigore di scelta.
-
-A stringere molto in poco, egli fa questo calcolo: su diecimila lavori
-d’ogni genere — poesie, drammi, musiche, statue, quadri — che siamo
-abituati, noi, _hommes de la société_, a chiamare opere d’arte, una
-appena meriterà davvero questo nome!
-
-E vien naturale la domanda: ma che cosa è dunque l’arte per Leone
-Tolstoi? E che domanda egli da essa? A maggior chiarezza, piuttosto che
-rispondere subito a queste interrogazioni, vediamo quali sono, secondo
-lo scrittore russo, le gravi colpe dell’arte contemporanea. Da prima
-egli osserva che l’arte fra noi costa troppo; e non solo in denaro,
-ma in ogni maniera di faticosi sforzi e di umiliazioni per la dignità
-della natura umana. Una sera Tolstoi volle vedere, stando ad osservare
-sul palco scenico, la prova di una grand’opera musicale sul tipo
-deìl’_Affricana_ o del _Fernando Cortes_; e uscì di là profondamente
-impietosito, disgustato, irritato. Quante bestialità, quante sofferenze
-e miserie in tutti quei comandi accompagnati d’ingiurie e di bestemmie,
-in tutte quelle cadenze di piedi e movenze di braccia e modulazioni
-di gole, ripetute automaticamente, senza fine, da una folla di esseri
-abbrutiti! E tutto questo per mettere insieme un macchinoso spettacolo,
-che dinanzi alla verità è un non senso, dinanzi all’arte un ibridismo,
-una fatica e una noia per tutti. L’autore passa poi in esame le
-altre discipline artistiche e scuopre che ogni prodotto di esse va
-accompagnato da spese, perditempo, dolori e colpe d’uomini. La così
-detta opera d’arte che ne vien fuori, al solito, non vale di gran lunga
-quello che è costata.
-
- *
- * *
-
-Vediamo adesso quali e quanti sono, secondo il libro, i maggiori
-peccati nelle opere dell’arte contemporanea. Leone Tolstoi lascia
-enumerare ad un autore francese[2] i caratteri dominanti nelle nuove
-produzioni, massime letterarie. Essi sono: _la lassitude de vivre_,
-_le mépris de l’époque présente_, _le regret d’un autre temp aperçu
-à travers l’illusion de l’art_, _le goût du paradoxe_, _le besoin de
-se singulariser_, _une aspiration de raffinés vers la simplicité_,
-_l’adoration enfantine du merveilleux_, _la séduction maladive de la
-rêverie_, _l’ébranlement des nerfs_, _surtout l’appel exaspéré de la
-sensualité_.
-
-Soprattutto dunque la letteratura contemporanea (e le altre arti
-per consenso) è dominata e potrebbe dirsi tutta impregnata di un
-enorme spirito di lussuria. Gli scrittori parigini, per la vita
-che conducono e per le idee che professano, sono tutti, più o meno,
-malati di erotomania; ed è fra essi una continua gara a chi sa meglio
-trasmetterla nella fantasia e nel sangue dei lettori. I modi variano.
-Nei libri dei così detti naturalisti (Zola, De Goncourt e compagni) la
-erotomania somiglia a una volgare cortigiana che si dà sfacciatamente;
-in quelli dei così detti simbolisti e nei mistici è anche peggio,
-poichè si tratta (come nei romanzi del Peladan e del Bourget) di una
-lussuria più abilmente sofisticata e più sottilmente infusa attraverso
-un velario ondeggiante di immagini spirituali. Ma il fine massimo dei
-racconti è sempre uno solo; disporre la trama e i personaggi in modo
-da giungere, prima o poi, a una scena capitale di lussuria; prepararla
-bene, farla desiderare e, al momento, spingerla fin dove si può, senza
-pregiudicare la vendita del romanzo, il quale, si sa, deve entrare
-in tutte le famiglie oneste. Ecco dunque il “grande affare„ di questi
-scrittori: esibire, muovere, agitare, scuoprire e denudare con maestria
-il corpo delle donne, a incremento di desiderio nei maschi. Da ultimo
-sono venuti anche i romanzieri _femministi_; e questi si occupano più
-specialmente delle signore....
-
-Dal suo gran centro di Parigi la scuola si è diffusa e domina in tutto
-il mondo cristiano, specie in Inghilterra e in America, ove gli allievi
-oramai non hanno più nulla da imparare.
-
-Alle esposizioni di arti grafiche, trionfa il nudo pornografico; nei
-teatri padroneggia, inesauribile tema, l’adulterio; la poesia lirica
-sceglie i motivi che in passato furono proprietà riservata dell’allegra
-novellistica boccaccesca e rabelesiana, li fa suoi, li innalza di tono,
-li circonda di pietà e di melanconie sentimentali, canta le mistiche
-glorie del senso e i _divini spasimi_ della carne.... Oh come è
-naturale e come è giusto, conclude Tolstoi, che la sana e grande anima
-popolare viva straniera a tutta questa arte, la quale altro non può
-destare in lei se non _la surprise, le mépris, ou l’indignation_!
-
-Questo abbiettamento profondo, per Tolstoi non è che l’ultimo gradino
-di una scala per la quale l’arte è discesa, movendo da un punto
-sbagliato: che l’arte avesse per fine di allettare e divertire gli
-uomini col piacere della bellezza. Principio falso, tratto da un falso
-ideale della vita, che venne proclamato, in periodo di decadenza, dai
-dotti di un piccolo popolo semibarbaro (!) il quale fondava lo Stato
-sulla schiavitù. Questo popolo imitava mirabilmente il corpo umano
-e innalzava delle fabbriche gradevoli all’occhio. — Dopo diciannove
-secoli la teoria greca potè ricomparire in mezzo alla Cristianità
-e vi trionfava scandalosamente, per opera di umanisti e di preti
-paganeggianti, che egualmente si allontanavano dall’anima del popolo
-e dalla verità dell’Evangelo. Furono sempre _les hommes de la société_
-che guastarono i disegni della natura.
-
-Il primo guasto lo abbiamo già visto; fu l’erotomania, che era già
-entrata, come un germe morboso, nell’opera d’arte e che doveva, di mano
-in mano svolgersi e slargarsi e finalmente cuoprire della sua velenosa
-e immonda fioritura tutta la produzione artistica, come al tempo
-nostro. Perchè meravigliarsene? Il piacere ha una legge inesorabile e
-una forza d’invasione a cui nessuna diga può essere contrapposta. Il
-campo delle idee (nota acutamente il Tolstoi) è inesauribile tanto per
-la sua immensità che per la sua varietà; e lo spirito umano vi procede
-sempre a scoperte nuove. Le sensazioni del piacere invece sono numerate
-dalle nostre condizioni biologiche e presto si fiaccano e si ottundono
-con l’uso. Una volta quindi che del piacere ci siamo fatta una legge
-e ci mettiamo sulla sua via, è necessario che noi troviamo, a ogni
-costo, la novità nella raffinatezza della esibizione e nell’incremento
-delle dosi. Così comincia la corsa sfrenata e la concorrenza pazza
-che conduce ad eccessi inevitabili. Ai tempi della decadenza pagana
-saranno le favole milesie; nel Cinquecento le opere in collaborazione
-dell’Aretino e di Giulio Romano; al tempo nostro i racconti di Pietro
-Louys e di Catullo Mendès. Se c’è una differenza, è tutta a nostro
-danno; poichè presso gli antichi una certa distinzione tra il lecito
-e l’illecito era ammessa pur sempre, mentre da noi un sofisma immenso
-ha avviluppati gl’intelletti e ha preso forma di dottrina. Di più i
-nostri artisti erotomaniaci credono di rappresentare le “condizioni
-normali„ della società in cui vivono. “Passano la vita ad amplificare
-le abominazioni sessuali che hanno provate; e sono persuasi che tutti
-siano colpiti della stessa affezione morbida....„
-
- *
- * *
-
-Una parte considerevole del libro è dedicata a dimostrare quello che è
-per Tolstoi il più grande pervertimento dell’arte contemporanea: cioè
-il suo genio antipopolare; la sua tendenza a rinchiudersi in circoli
-sempre più ristretti e a occultarsi dietro forme sempre meno facilmente
-comunicabili. È la così detta aristocrazia dell’arte.
-
-Nè anche di questa aristocrazia dobbiamo maravigliarci; poichè
-essa discende in linea retta dalle false idee che fine dell’arte
-sia il piacere estetico. Il piacere è per natura sua egoistico e
-quindi restrittivo. L’egoismo poi si manifesta in più modi. Fuori
-dell’artista, ossia nelle classi privilegiate e poco numerose, che
-al poeta, al pittore, al musico chieggono dilettazioni artistiche
-_fatte a posta per loro_, senza che vi partecipi la vile moltitudine
-e, scemandone le rarità, le faccia scemare di pregio. Dentro l’animo
-dell’artista l’egoismo prende altre forme. Egli si profonda e si
-dimentica volentieri nelle intimità del proprio artificio; ama di
-farsene uno spettacolo riservato, una delizia gelosa; e si persuade
-che, più si allontana per le sottigliezze de’ suoi procedimenti dalla
-intelligenza comune, più egli si elevi e si glorifichi nell’opera sua.
-
-Ma qui sorge un ostacolo. Compiacersi della propria bellezza come
-Narciso, va bene, ma non basta. Il fiore della lode ha i suoi profumi
-attraenti, e vi sono troppi altri motivi che invitano e obbligano
-l’artista a mettere sè e il proprio lavoro in comunicazione col
-pubblico.... Egli è da questo contrasto che, a guisa di compromessi,
-vennero formandosi via via parecchie tra le forme esoteriche del
-mondo artistico e contemporaneo: i gruppi, le sétte, le chiesuole, i
-cenacoli, de’ quali i nomi sono così strani e il numero così grande
-e la vita così effimera. In mezzo a tutto quel brulichio di comparse
-e di larve si levavano sempre le medesime voci: — “Noi siamo i
-nuovissimi jerofanti della forma nuovissima! Pochi possono intendere,
-pochi possono gustare, poichè la grande arte è dono privilegiato! Non
-gettiamo ai porci le nostre margherite! Lungi i profani!„ — Inutile
-avvertire che anche in questo campo, secondo Tolstoi, è quasi sempre
-Parigi che inventa e dà le mosse: l’Europa e l’America si rassegnano a
-imitare.
-
-Così, fin che le arti si mantennero fedeli al loro ufficio ideale,
-che è quello di essere un nobilissimo vincolo di fraternità in mezzo
-agli uomini, tutte le forme artistiche si mantennero in un lucido
-contatto con la intelligenza e con la coscienza popolare. Da quando
-invece vennero volte al piacere estetico, la coscienza popolare, che
-domanda ben altro, si allontanò da esse, perchè più non comprese il
-loro linguaggio. Ed esse accolte, protette e adulate in mille modi dai
-ricchi e dai gaudenti del mondo, si diedero a soddisfare ai loro gusti,
-sempre più usati e stanchi, con procedimenti sempre più artificiali
-e complicati. Chiusa la limpida fonte delle idee nuove, che stanno
-nella coscienza universale come un deposito inesauribile, l’arte cessò
-di essere _inventiva_ e divenne _professionale_; ossia, sostituì al
-criterio interiore di creare quello tutto esteriore di contraffare.
-Le vecchie mitologie, i vecchi modelli letterari e artistici, i vecchi
-pregiudizi e i costumi e i capricci e i tedî delle classi ristrette e
-cupide di adulazioni e di svago, divennero la materia unica e obbligata
-dell’arte. Astretti a rimaneggiare di continuo quei loro gloriosi
-vecchiumi, i poeti per i primi, onde conseguire una qualche apparenza
-di novità, dovettero appigliarsi ad espedienti meschini, ossia ai
-furti più o meno abilmente mascherati, allo sfoggio insolente e barocco
-dell’ornamentazione, al lezioso, all’inaspettato, allo strambo; tutta
-roba ammannita ai clienti con una legge di progressione fatale e
-inesorabile.... Finalmente, quando ogni altra salsa parve insipida ai
-palati ristucchi, si arrivò all’“occultismo„ letterario e artistico.
-
-Stefano Mallarmé, capo dei poeti decadenti, ha posato questo canone:
-la chiarezza è capitale difetto nella poesia. Che gusto può esserci
-a sentir dire pane al pane e sole al sole? E che arte è quella che
-sciorina là un oggetto o un concetto davanti agli occhi dei lettori
-come fa il merciaio una pezza di drappo sul banco? Questo fu il fatale
-errore dei poeti Parnassiani. Il sommo dell’arte moderna risiede invece
-nel porgere le cose avvolte in una squisita ambiguità di immagini e di
-eufemismi; e in quel lavoro di indagine, in quella perplessità e magari
-in quello stento che ci vuole ad afferrarle, sta appunto il sapore e
-il valore della dilettazione estetica, accresciuti dal pensiero che
-pochi sono gli eletti a dividerlo con noi. Lo stesso dicasi delle
-qualità ritmiche nel verso e nelle strofe. La metrica dei classici
-usata fin qui, è troppo regolare, troppo geometrica, e dà all’orecchio
-troppo facili armonie. Abbisogna anche qui introdurre del nuovo, del
-ricercato, del recondito, delle strofe, per esempio, per le quali sia
-necessario adoperare più la vista che l’udito; o dei versi che non
-paiano versi e che sia necessario accentuare laboriosamente perchè
-tornino. Se i più non li gustano, buon segno anche questo. Lo stesso
-Mallarmè ha dichiarato che quando una sua lirica si imbatterà in
-più che cinquanta lettori che la trovino bella, vorrà dire che non è
-riuscita.
-
-All’occultismo sistematico della poesia lirica fa concorrenza
-l’occultismo d’ogni altra forma artistica. Tutta questa arte
-aristocratica, col suo manto di simbolismo e col suo misticismo
-ateo, nel dramma, nella musica, nella pittura, non è quasi altro che
-uno sforzo immane per nascondere la sua grande povertà di potenza
-inventiva: e Wagner, Brahms, Riccardo Strauss, Boecklin, Burne-Jones,
-Puvis de Chevannes, Ibsen, Maeterlinck e compagni, hanno tutti una
-lontana parentela col marchese De Sade!
-
-La malattia è gravissima poichè non viene da cause accidentali,
-ma è l’effetto di un turbamento profondo e antico. E a peggiorarla
-s’aggiunge la critica divenuta al tempo nostro una vera maledizione.
-Secondo Tolstoi, quando comincia a cessare la sincerità dell’arte,
-la critica entra in campo; anzi i critici si sforzano a sollecitare
-questa mancanza di sincerità, perchè hanno tutti bisogno di pescare
-nel torbido. Così si avvera il loro grande sogno egoistico: nel regno
-dell’arte una moltitudine d’iloti e pochissimi gli eletti. Essi sono
-naturalmente del numero. Un rapido cenno d’intesa fra di loro: un altro
-cenno con gli autori; un altro coi compari della galleria; poi giù le
-grande sentenze e in tondo la frusta e in alto i turibuli! Il sofisma
-di cui più abilmente si serve la critica ai nostri giorni è questo:
-più un artista s’incammina verso lo strano e verso il recondito, più
-s’accosta alle altissime cime dell’arte. Che meraviglia se solo pochi
-possono seguirlo? Guardate, dice Tolstoi, quale è stato il giuoco
-della critica verso Puschkin e verso Beethoven. Fin che il primo
-scriveva versi e novelle, di valore vario ma secondo l’animo suo e
-perciò vere opere d’arte, la critica lo trattò con freddo sussiego. Si
-mette a scimiottare lo Shakespeare, a forzare la propria vena, a dare
-nello strano; e la critica lo leva alle stelle. Il caso di Beethoven
-è anche più significativo. Dopo aver composto moltissima musica, il
-grande maestro diventa sordo. La malattia gli limita naturalmente le
-facoltà musicali, e incomincia a scrivere dei pezzi d’invenzione tutta
-cerebrale, incompiuti, nebulosi.... Potevano mai i critici nostri
-lasciarsi scappare una così bella occasione? Eccoli, con Wagner alla
-testa, levarsi tutti in coro e gridare che proprio d’allora ebbe
-principio la sublimità di Beethoven!
-
- *
- * *
-
-Da quanto ho fin qui riferito del nuovo libro di Leone Tolstoi, ognuno
-può comprendere che accusatore egli sia dell’arte come è generalmente
-intesa e professata ai nostri giorni. Accusa non tutta nuova
-certamente. Chi, per esempio, ricorda la _Lettre sur les spectacles_
-di Gian Giacomo Rousseau, si avvede che, alla distanza di più di un
-secolo, i due spiriti solitari s’incontrarono in più d’un argomento,
-trattando il medesimo soggetto.
-
-Anche alle idee di Max Nordau è impossibile non pensare; e in
-particolar modo a molti giudizi d’autori e di opere che si trovano nei
-due volumi di _Degenerazione_. Ma qui la somiglianza è piuttosto nelle
-conseguenze pratiche; anzi solamente in queste; poichè lo scrittore
-russo e l’ungherese muovono da principî profondamente diversi.
-
-A ogni modo accuse gravissime. È curioso notare che, al principio di
-questo secolo, il conte Giuseppe De Maistre, il filosofo della Santa
-Alleanza, sentenziava: _Le beau est ce qui plaît au patricien éclairé_;
-e di qui si dedusse tutta una teoria intorno all’arte; e tutti, uomini
-di parte popolare e di parte patrizia, la vollero considerata del pari
-come una espressione aristocratica della vita. Al chiudersi del secolo,
-ecco che un altro patrizio, dal cuore della Santa Russia, si leva a
-predicare tutto il contrario; e anzi sostiene che _les hommes de la
-société_, i Papi, i principi, i nobili e in generale la gente istruita
-e ricca, sono proprio essi che l’arte hanno snaturata e sviata dal suo
-nobile fine, considerandola _per ciò che procura la più grande somma
-di godimenti ad una categoria limitata d’uomini_. La grande umanità sta
-fuori dall’arte nostra; o non la capisce o la disprezza.
-
-Un intero capitolo del libro è dedicato ad un rapido esame delle
-dottrine degli studiosi sull’essenza e sul fine dell’arte. La
-rassegna va dai Greci al Baumgarten e da questo a Carlo Darwin, allo
-Spencer, al Kerd, al Knight, agli ultimissimi filosofi, sociologi ed
-esteti. L’autore non si mostra punto edificato di tante definizioni,
-confusioni, contraddizioni. E, lo dico di passaggio, nemmeno io per
-verità. Ma c’è forse da meravigliarne? Ripeta egli il medesimo processo
-a qualunque idea categorica: Dio, il tempo, lo spazio, l’amore, il
-bene, il riso, il dolore, eco. Vedrà che, ogni volta che gli uomini
-tentano di avvicinarsi molto a quello che Galileo Galilei chiamava
-le _essenze oscure_ e si cimentano a definirle, il trovare due soli
-cervelli che proprio si accordino, è tutt’altro che facile....
-
-Leone Tolstoi non ha certo paura di dire tutto il suo pensiero: egli
-domanda semplicemente a tutti gli uomini, che hanno proposito di bene,
-di adoperarsi con lui _alla soppressione dell’arte moderna come il male
-più terribile dell’umanità_.
-
-Chi crederà che questo terribile nichilista possa ritrovare qualche
-cosa di lodevole nella produzione artistica del nostro tempo? Eppure
-ne trova. Anche la Pentapoli ebbe qualche giusto. Mentre partecipa
-al sentimento di quel povero diavolo che venne a trovarlo a piedi da
-Saratov, e poi proseguì mendicando fino a Mosca, sempre domandando: —
-Perchè innalzano una statua al signor Puschkine? — Tolstoi riconosce
-che parecchi nostri artisti si elevano sulla comune viltà professionale
-e lavorano al caldo raggio dell’arte buona e vera, a cui preparano
-un lento ma sicuro trionfo nell’avvenire. Fra i pittori cita Bastien
-Lepage, Giulio Breton, Millet, Lhermitte, ecc.; fra gli scrittori
-Dickens, Vittor Ugo, Dostojevsky.
-
-Ma infine che cosa domanda il Tolstoi agli artisti e all’arte per
-non meritare l’universale condanna? All’artista, oltre la potenza di
-creare, egli domanda che sia _al livello della concezione più alta
-della vita del suo tempo_; — all’arte, che tutte le opere sue sieno
-sempre la espressione abile e sincera di sentimenti rivolti ad unire
-e a migliorare gli uomini. Egli vuole che nella società moderna e
-cristiana l’arte cessi d’essere mediatrice e mezzana del piacere; e sia
-degna di chiamarsi moderna e torni ad essere cristiana. Vuole quindi
-abolita quella grande eresia che è _l’arte per l’arte_; e perchè non
-gli si rimproveri di mancare di logica, vuole abolire anche quell’altra
-grande eresia che è _la scienza per la scienza_. Ogni attività umana
-deve essere legittima e nobilitata da un alto fine sociale.
-
-Questa la sostanza e il fine del libro che Leone Tolstoi dice di avere
-meditato e lavorato per quindici anni. Un libro serio e sintomatico
-al più alto grado, e che, piaccia o non piaccia, si impone all’esame.
-Ma avendo io avuto appena il tempo di riassumerlo, sono obbligato
-a rimettere l’esame a miglior tempo, se non dispiacerà ai lettori
-della _Nuova Antologia_. E mi lusingo che non tornerà inopportuno un
-confronto tra quello che afferma oggi il Tolstoi con le idee che furono
-espresse sullo stesso argomento, circa settant’anni fa, da un grande
-italiano, Alessandro Manzoni.
-
-
-II.
-
-Manzoni e Tolstoi nell’idea morale dell’arte.
-
-L’unione di questi due nomi, che, a primo tratto, può parere arbitraria
-e anche bizzarra, ha invece, io credo, la sua ragion d’essere in
-paralleli curiosi e in analogie profonde. I due uomini stanno veramente
-a così gran distanza l’uno dall’altro e tanto si diversificano in molti
-aspetti della vita reale e spirituale, da formare un vero contrapposto.
-Eppure tra il latino e lo slavo, tra il solitario di Brusuglio e il
-romito di Isnaia-Poljana, corrono, a guardarli attento, come dei cenni
-di intelligenza e di consenso; e in certi momenti direste che le due
-grandi figure (sempre così diverse di tipo e di contegno) si avvicinino
-e si tendano la mano. Si tratta insomma di una di quelle somiglianze,
-che è facile esagerare trascorrendo nell’assurdo e nel ridicolo, ma
-che non sono per questo meno vere; e che anzi sono, per quello stesso
-pericolo, tanto più degne d’essere studiate.
-
-Basterebbe, a convincersene, considerare la risoluta franchezza con la
-quale tanto il Manzoni che il Tolstoi mutarono completamente d’avviso
-intorno alla loro vita e alle loro dottrine, ogni volta che vi furono
-indotti o dal sentimento o dalla ragione, e nessuno dei due mostrò di
-badare agli effetti pratici e personali del proprio mutamento.
-
-Il Manzoni si mutò di incredulo in cattolico fervente, di classico
-in romantico indipendente. Poco sappiamo in particolare della sua
-conversione religiosa; e ignoriamo se e come affrontasse fiere
-battaglie di spirito o andasse incontro per essa a rinuncie gravi; ma
-che non fosse uomo da sbigottirsene potremo, io credo, argomentarlo con
-bastante sicurezza anche osservando il modo con cui egli accettò tutte
-le conseguenze della sua conversione letteraria. Quando, in appresso,
-ebbe raggiunta la sua grande fama coi _Promessi Sposi_ e fu questione
-per lui ben più seria che di sconfessare canoni pseudo-aristotelici e
-ripudiare poemetti giovanili (per quanto questi ultimi a lui fossero
-caramente diletti nel ricordo delle prime vittorie), noi troviamo
-sempre lo stesso uomo risoluto e tranquillo nel seguire i precetti
-della propria ragione. Censore infaticabile di sè stesso, egli da prima
-si convince d’avere, scrivendo il romanzo, errato nel criterio della
-lingua; e subito mette mano a rifare il romanzo e a professare la sua
-nuova dottrina della lingua. Si pone quindi ad esaminare il romanzo
-storico; e rinvenuto in quella mescolanza di invenzione e di verità un
-principio dissolvente e un motivo di biasimo, non esita a prendere il
-suo partito e pronuncia una condanna che ferisce in pieno petto il più
-insigne documento della sua anima d’artista, la parte più preziosa del
-suo viatico verso la posterità e la gloria.
-
-Un biografo di Manzoni ci ha lasciato un toccante ricordo dell’ultimo
-tempo della sua vita. Il venerando uomo, avvertiti gli effetti
-disastrosi che la tarda età andava producendo nelle sue facoltà
-percettive, volle riassumerli in questo distico:
-
- Bocca, naso, occhi, orecchi e, ahimè!, pensiero,
- Non ho più nulla che mi dica il vero.
-
-Un ricordo toccante ho detto; e avrei anche potuto dirlo ricordo
-lugubre, quasi tragico. Non è forse a noi argomento d’infinita pietà
-questo sorprendere un uomo, che per tutta una lunga esistenza aveva
-saputo scrutare con sì forte acume i segreti dello spirito e che aveva
-osservato con penetrazione così sottile la grande scena dal mondo,
-sorprenderlo, dico, mentre egli assiste al tramontare, allo spegnersi
-della sua intellettualità, rimanendogliene però sempre abbastanza
-per avvertire il fatto, descriverlo e quasi scherzarvi sopra con
-rassegnazione malinconica?
-
-Eppure io mi compiaccio molto che quell’umile documento dello spirito
-senile di Alessandro Manzoni non sia rimasto sconosciuto. Mi pare
-che quei due versi non suonino male nella pia sera della sua grande
-giornata; poichè ce lo presentano fino all’ultimo quale egli fu
-veramente in tutta la vita: osservatore rigido e vigilante d’ogni suo
-atto e pronto sempre a giudicare sè stesso con una illimitata e quasi
-eroica sincerità.
-
-Non c’è bisogno di un lungo esame per vedere la grande somiglianza
-che, sotto questo aspetto, ha con la vita del Manzoni quella di
-Leone Tolstoi. Anche s’egli non si fosse incaricato d’informarcene
-distesamente in un libro basterebbe confrontare i suoi primi romanzi
-con la _Sonata a Kreuzer_; e pensare come viveva quarant’anni fa e come
-vive oggi lo scrittore moscovita, per misurare d’un tratto la immensa
-trasformazione avvenuta in lui e da lui voluta.
-
-Al Manzoni come al Tolstoi vennero mosse le facili accuse di
-incoerenza. Ma chi potrebbe (e questo è l’essenziale) accusarli di
-bassi calcoli o di leggerezza? E che è mai il passare e il succedersi
-di opinioni nel cervello di singoli uomini, di fronte alla non mai
-terminata conquista del vero e del bene? Noi saremmo ancora nel più
-fitto dell’ignoranza e nella ferocia primitiva, se gli uomini migliori,
-a un certo momento della loro vita, non avessero cambiato di idee e di
-propositi. Una cosa certo dispiace; ed è vedere tanti sciocchi, tanti
-furbi e tanti farabutti ripararsi dietro quei nobili esempi. Ma v’è
-anche modo di consolarsi pensando che, fatti i conti, ogni uomo rimane
-poi sempre col proprio valore!
-
- *
- * *
-
-È evidente che Manzoni e Tolstoi si assomigliano nell’avere delle
-lettere, e dell’arte in genere, un concetto alto e austero e
-nell’attribuire ad essa un grande ufficio educativo e sociale. Il
-Manzoni spiegò per tempo la sua bandiera. “Tutto ciò che ha relazione
-con l’arte della parola, e coi diversi modi d’influire sulle
-idee e sugli atti degli uomini, è legato di sua natura a oggetti
-gravissimi„[3].
-
-Veramente questa, a quel tempo, era una massima comune. L’Alfieri e
-il Parini avevano infuso nelle lettere un forte spirito di educazione
-morale e civile; il Foscolo dalla cattedra di Pavia aveva parlato un
-linguaggio somigliante. Se vi erano dissensi, questi potevano toccar
-solo il modo di intendere e di applicare la massima. Gli stessi
-difensori dell’uso della mitologia pagana, con a capo Vincenzo Monti,
-adducevano le alte moralità rinchiuse nei vecchi miti e rese più
-insinuanti attraverso i veli della finzione poetica. Questo, su per
-giù, era anche il sentimento di Giacomo Leopardi, confidato a parecchi
-dei suoi canti ed espresso di frequente nei _Dialoghi_, nei _Pensieri_,
-nell’_Epistolario_ e dovunque egli insiste sulla necessità di certe
-umane illusioni. Chi allora avesse affermato il contrario, non avrebbe
-potuto difendersi dalla taccia di pazzo o almeno di stravagante.
-
-Ma il Manzoni mirava a un effetto più esteso, movendo da una idea più
-fondamentale. Egli voleva far trionfare un principio che cominciava
-già ad essere accetto ai giovani; un principio, che fuori d’Italia
-scrittori di grande autorità, come la Staël, i fratelli Schegel, il
-Chateaubriand, avevano già gridato alto, e che in Italia parecchi
-valorosi amici suoi, come l’Hermes Visconti, il Berchet, il Pellico,
-cominciavano ad accogliere e a divulgare. Ad Alessandro Manzoni
-dispiaceva che questo principio andasse sotto il nome di Romanticismo,
-parola, a suo gusto, antipatica e piena di equivoci. A ogni modo, il
-romanticismo esprimeva per lui un movimento serio e salutare, a patto
-che si dissipassero le fantasie paurose e bizzarre di cui l’avevano
-circondato, e cessassero d’essere materia sua costante certi vani
-pettegolezzi di scuola; a patto infine che la disputa non si fermasse
-alle tre unità classiche e alla mitologia, anzi non si fermasse alla
-pura forma letteraria.
-
-Discorrendone col marchese Cesare D’Azeglio nel 1823, il Manzoni
-esprime tutta la sua viva compiacenza perchè le nuove idee si
-diffondevano non solo ai diversi modi di poesia, ma occupavano di
-mano in mano _tutte le teorie dell’estetica_[4]. Era dunque un pieno
-e universale rinnovamento dell’arte quello che egli aveva concepito
-e domandava e aspettava, come la unica razionale conseguenza del moto
-romantico.
-
-Gli intendimenti del Manzoni appaiono con forma anche più viva dalle
-lettere che egli scrisse al Fauriel tra il 1807 e il 1823, in quello
-che fu veramente il periodo della sua grande creazione artistica,
-perchè vi compose gli Inni sacri, le Tragedie, il Romanzo; e perchè è
-anche rinchiusa in esso la sua conversione religiosa.
-
-Montesquieu aveva scritto: “Se non fossi cristiano, vorrei essere
-stoico„. Manzoni dopo aver professato una specie di stoicismo
-moderno col Fauriel, con Giorgio Cabanis e con madame Condorcet,
-volle, prima d’uscire dalla giovinezza, rendersi cristiano. Ebbe
-per catechista l’abate Degola, che a Roma, non a torto, avevano in
-opinione di giansenista; ed ebbe per compagna, forse per ispiratrice
-di conversione, la moglie Enrichetta Blondel, che era nata e cresciuta
-nella fiera dogmatica di Calvino.
-
-Per quanto la tradizionale bonomia lombarda e la vivacità ironica e
-l’indole critica dell’ingegno dovessero temperare in lui tutta quella
-austerità religiosa, è fuor di dubbio che essa sempre lo signoreggiò
-e lo diresse nella vita: e quindi anche nell’arte. A tacere degl’Inni
-sacri, che si vollero considerare quasi un corollario immediato della
-sua conversione, in ogni componimento a cui il Manzoni volge l’animo è
-impossibile non riconoscere subito il preconcetto di un’alta finalità
-etica e religiosa. Anche quando non teorizza su questo punto, lo dà
-per supposto. Ha egli bisogno un galantuomo di professare ogni momento
-la sua onestà? E uno scrittore deve essere galantuomo due volte: come
-uomo e come scrittore. Inseparabili quindi nella scelta di un soggetto
-le sue qualità prettamente artistiche dalla dignità e dalla utilità
-spirituale. L’argomento d’una tragedia non è buono solo perchè gli dà
-materia a vestire di bei versi e a mettere sulla scena un contrasto
-di caratteri e di passioni commoventi. Questo potè bastare, forse,
-a Guglielmo Shakespeare; a Manzoni non bastò. Vedete per che motivi
-lo fermano e lo innamorano, fra tante, le figure del Carmagnola e
-dell’Adelchi. Egli ha prima scoperti e studiati tutti gli elementi
-che abbisognano per far sì che splenda intorno a quelle due figure una
-grande moralità storica, civile e patriottica, che il poeta esprimerà
-poi liricamente nelle strofe del Coro. E quando la voce del Coro tacerà
-e il nodo tragico sarà sciolto, il poeta muterassi in narratore e
-continuerà ad illustrare e a diffondere quella moralità con altra forma
-e altri argomenti.
-
- *
- * *
-
-E il Manzoni va anche più oltre. Non si contenta di questa, che
-potremmo chiamare una buona fratellanza del principio estetico col
-principio etico. Egli spinge questa fratellanza agli ultimi limiti
-di una perfetta intimità; anzi, a parlar più preciso, non dubita di
-condizionare e sottomettere il primo al secondo. Tra le sue mani una
-questione letteraria si riduce sempre ai minimi termini di un vero
-caso di coscienza. — Perchè debbono i poeti proscrivere l’uso della
-mitologia pagana? I perchè sono molti e il Manzoni non tralascia di
-enumerarli, deducendoli da quelli che egli crede i buoni canoni della
-poetica moderna. Poi soggiunge, scrivendone al D’Azeglio: “Ma la
-ragione, per la quale io credo detestabile l’uso della mitologia, e
-utile quel sistema che tende ad escluderla, non la direi certamente
-a chiunque, per non provocare delle risa.... Tale ragione per me è,
-_che l’uso della favola è idolatria_[5]„. E passa a dimostrarlo. Lo
-stesso accade nel giudizio che egli reca sul romanzo storico. Sotto
-quell’acervo mirabilmente ingegnoso e sottile di osservazioni e di
-esempi onde sono formate le due parti del _Discorso_, che cosa troviamo
-in sostanza? Che, stando al convincimento del Manzoni, l’invenzione
-e la storia, con cui si vuol comporre e fondere il romanzo, riescono
-a formare un’unità solo “verbale e apparente„, mentre ben diversa era
-la promessa fatta al lettore; onde il suo spirito s’inquieta e la sua
-mente è tratta in inganno[6]. E non bisogna mai ingannare nessuno!
-Eccoci dunque a un altro caso di coscienza e a un altro precetto del
-Decalogo.
-
-Che nel sottomettere le invenzioni della letteratura e dell’arte in
-genere alle strette discipline di un principio morale e religioso,
-il pensiero del Manzoni e quello del Tolstoi s’incontrino e
-sostanzialmente si identifichino, mi pare cosa tanto chiara da non
-avere bisogno di altra dimostrazione. Chi lo credesse necessario,
-potrebbe con facilità mettere a confronto ragionamenti e sentenze
-tratte dall’uno e dall’altro. Ma ciò che meglio persuade è il
-considerare, in complesso, le loro fisonomie di scrittori e cogliere,
-per così dire, il sentimento profondo e continuo da cui quelle loro
-fisonomie sono animate. Inutile quasi aggiungere che, parlando del
-Tolstoi, io intendo specialmente alludere ai suoi ultimi libri; e che
-affermando la loro somigliante orientazione nel mondo dell’arte, non
-dimentico le molte dissomiglianze d’indole e di idee, massime religiose
-e sociali, che intercedono fra i due.
-
-E anche ai tempi diversi bisogna guardare. Quando il Manzoni scriveva e
-polemizzava intorno all’ufficio delle lettere, certe teorie o non erano
-nate o non avevano ancora autorità e seguito; onde non ebbe bisogno di
-scaldarsi e d’inveire (se pur l’animo suo l’avesse comportato) contro
-dei nemici lontani e ancora invisibili. Il Tolstoi invece, arrivato
-quando, dalla letteratura del Trenta in poi, tanti cattivi germi
-avevano avuto campo di svilupparsi, trovò tutta l’Europa già inondata
-dai peggiori prodotti dell’arte francese mercantile e pornografica; e
-sentì gridare sui tetti le più strambe teorie e celebrare per grandi e
-per sommi certi poeti, romanzieri, autori drammatici e musicisti, che a
-lui parevano la negazione dell’arte seria, sana e benefica. Aggiungansi
-la sua originale professione di mistico, il suo fervore d’apostolo,
-i suoi istinti di lottatore agguerrito. Così il suo ultimo libro
-sull’arte rimarrà meglio spiegato; e meglio sarà inteso il modo con cui
-ha posto certe questioni, la preferenza che ha dato ad alcune di esse,
-le grandi verità che ha saputo dire, le esagerazioni e le violenze da
-cui non ha potuto astenersi.
-
-E sopratutto non dobbiamo mai scordarci che Leone Tolstoi è uno
-slavo; anzi che egli, come uomo e come scrittore, è uno degli
-spiriti meglio rappresentativi di ciò che la razza slava può avere
-di conforme e disforme da noi. _Quanto a me_ (scriveva di lui
-lo Zola), _col mio cervello latino, non posso comprendere quelle
-speculazioni metafisiche._ Ora se tale incomunicabilità dell’ingegno
-latino e dell’ingegno slavo, affermata in senso così assoluto, è
-una esagerazione, non può negarsi nemmeno che tal volta dinanzi ai
-giudizi e ai sentimenti e alle configurazioni fantastiche di quei bravi
-iperborei, noi ci sentiamo attratti insieme e respinti, come dinanzi a
-delle grandi porte, socchiuse ma impenetrabili.
-
- *
- * *
-
-Quando vediamo che due forti intelletti si accordano sovra una tesi
-d’importanza capitale, collegata a un sistema generale di speculazioni,
-noi possiamo indurne con molta probabilità che la loro concordanza
-dovrà, più o meno, estendersi a tutto il sistema.
-
-E questo parmi il caso di Manzoni e di Tolstoi nella tesi dell’amore,
-quale argomento di rappresentazioni artistiche. Quando il Bonghi,
-commemorando il Manzoni alla Biblioteca di Brera, ebbe fatto conoscere
-alcuni passi inediti tolti dal manoscritto dei _Promessi Sposi_, ove
-l’autore espone così argutamente le sue idee in proposito, lo stupore
-fu grande e i pareri molti; ma l’idea era troppo chiaramente espressa
-per ammettere dubbi e interpretazioni diverse. Confessa il Manzoni che
-nella prima formazione del suo romanzo abbondavano le vive descrizioni
-di scene d’amore fra i due promessi, e che anzi n’erano “la parte
-più studiata„. Ma nel trascriverlo e nel rifarlo, egli si decise
-ad escludere tutto ciò, riducendo il racconto dell’amore di Renzo e
-Lucia all’attuale sobrietà e freddezza e castità di forme, che parve
-a molti eccessiva. Il Settembrini, infatti, domandava stizzito di
-che colore fossero gli occhi di Lucia. E se tanta era la ritenutezza
-del romanziere nel descrivere un amore “che doveva essere comandato e
-chiamarsi santo„, immaginarsi tutte le sue cautele a proposito della
-tresca fra Egidio e la Monaca! Per verità, quella figura di Geltrude,
-così bella, così misteriosa, così degna di tanta pietà anche nella
-colpa, deve avere lungamente, pericolosamente assediata e quasi sedotta
-la fantasia dell’autore. Lo si capisce dalla pagina calda e quasi
-fremente con cui ce la descrive al suo primo entrare nel romanzo,
-dietro la ferriata del parlatorio. Dunque in guardia, don Alessandro!
-E nel primo e anche nel secondo manoscritto del romanzo (quello che
-si conserva alla Braidense) fu levata via con mano rigorosa ogni
-descrizione che potesse contenere il più piccolo allettamento erotico,
-salvo, forse, la descrizione della sfiorita ma sempre attraente
-bellezza della suora; e tutto il seguito della sacrilega avventura tra
-essa e il libertino, venne troncata di botto con la celebre frase: “la
-sventurata rispose„.
-
-Di questo suo inesorabile procedere il Manzoni espone molto nettamente
-il motivo. “Io sono di quelli che dicono che non si deve scrivere
-d’amore _in modo da far consentire l’animo di chi legge a questa
-passione_.... Concludo che l’amore è necessario a questo mondo; ma
-ve n’ha quanto basta e non fa mestieri che altri si dia la briga di
-coltivarlo; e che col coltivarlo non si fa altro che farlo nascere dove
-non fa bisogno. Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha bisogno
-e che uno scrittore, secondo le sue forze, può diffondere un po’ più
-negli animi,... ma dell’amore ve n’ha, facendo un calcolo moderato,
-seicento volte più di quello che sia necessario alla conservazione
-della nostra riverita specie. Io stimo dunque imprudente andarlo
-fomentando cogli scritti; e ne son tanto persuaso che se un bel giorno,
-per prodigio, mi venissero inspirate le pagine più eloquenti d’amore
-che un uomo abbia mai scritte, non piglierei la penna per metterne una
-linea sulla carta, tanto son certo che mi pentirei„.
-
-Antonio Fogazzaro osserva a ragione[7] che, con tale sentimento
-Alessandro Manzoni non avrebbe voluto essere l’autore del quinto Canto
-dell’_Inferno_; nè forse (aggiungo io) aver dipinti gli occhi della
-Madonna di San Sisto.
-
-Quale sia la metafisica attualmente preferita da Leone Tolstoi intorno
-all’amore, io non starò qui ad esporre; nè indagherò come egli intenda
-ed applichi un famoso passo del Vangelo di san Matteo, che egli ha
-messo in fronte al suo ultimo romanzo. E fuori di dubbio che egli
-professa, in fatto d’amore, una opinione di pessimismo che può ben
-dirsi ultra-schopenauriano. Nè certo le conseguenze lo sbigottiscono.
-Quando il protagonista del tristissimo racconto _La sonata a Kreuzer_
-è arrivato a un certo punto nello svolgimento della teoria tolstoiana
-sulle relazioni sessuali fra i coniugi, il suo interlocutore si crede
-in dovere di interromperlo: — Ma voi così spegnerete il genere umano! —
-E l’altro risponde senza scomporsi: — E che bisogno c’è che il genere
-umano continui? — Il Manzoni, che ammette invece essere _l’amore
-necessario a questo mondo_, pure pensando che ce ne sia tanto più del
-bisogno, è dunque un moderato e quasi un timido nella sua dottrina, a
-petto del romanziere moscovita. Ma l’importante da notare qui è questo:
-che i due consentono perfettamente nell’idea di proscrivere dall’opera
-d’arte ogni rappresentazione d’amore che “faccia consentire l’animo a
-questa passione„.
-
-Il Manzoni è convinto che il peccato d’amore (per un carattere tutto
-suo particolare collegato alle condizioni della nostra sensibilità)
-tragga un grande impulso dalla viva evocazione, in genere, delle
-immagini amorose; quindi o le esclude del tutto, applicando il _nec
-nominetur_ di san Paolo, o le vuol ridotte a proporzioni minime e a
-forme castigatissime. Il Tolstoi, logico anch’egli, va ben più oltre;
-e vagheggia e invoca una letteratura la quale includa bensì l’amore,
-ma solo per insinuare contro di lui il disgusto e l’abborrimento degli
-uomini. Per questo, fra i romanzieri francesi contemporanei, Tolstoi
-salva e cuopre della sua simpatia il Guy de Maupassant. Ed è curioso
-vedere come lo giudica. Anch’egli il povero autore di _Bel-Ami_, come
-Dumas, come Zola e tutti gli altri, è inquinato di erotomania dai
-capelli alla punta dei piedi; ma dal fondo stesso del proprio abisso
-egli ha saputo trarre un principio di salvezza. “Non havvi forse uno
-scrittore che sia stato così sinceramente persuaso come Maupassant,
-che tutta la felicità, che persino il senso della vita risiede nella
-donna, nell’amore, e che abbia descritto con tanta forza di passione,
-la donna e il suo amore sotto tutti gli aspetti. E non vi fu mai,
-forse, uno scrittore che abbia mostrato, con una chiarezza e una
-precisione incomparabili, tutti i lati umili di questo fenomeno che
-gli sembrava il mezzo più elevato per ottenere la maggior felicità
-possibile della vita. Quanto più egli ne approfondiva lo studio, tanto
-più questo fenomeno si spogliava di ogni velo ai suoi occhi e non ne
-rimanevano più che le conseguenze terribili„. È accaduto insomma a Guy
-de Maupassant come al profeta Balaam; ma in senso inverso: “Egli voleva
-esaltare l’amore, ma quanto più lo conobbe, tanto più lo maledì„[8].
-E da tutta l’opera sua pare che prorompa l’amara imprecazione di
-quell’altro grande lussurioso che fu Alfredo De Musset:
-
- Amour, fléau du monde, execrable folie,
- Toi qu’un lien si frêle à la volupté lie,
- Quand par tant d’autres nœuds tu tiens à la douleur!...[9]
-
-Contro dunque le stesse sue intenzioni, il Maupassant c’insegna co’
-suoi libri a fuggire le donne e a detestare il sentimento d’amore che
-vorrebbero inspirarci. E questo sarà notato a grande merito suo, nella
-giornata del giudizio finale!
-
- *
- * *
-
-In un altro punto i due scrittori s’incontrano; ed è il valore relativo
-e subordinato che essi dànno, nell’opere d’arte, all’elemento della
-bellezza.
-
-È degno di nota che Manzoni non pensa neppure a nominarla quando
-esprime le qualità capitali che dee avere un lavoro artistico, perchè
-corrisponda al suo debito ufficio. Vuole che abbia “il vero per
-soggetto, l’utile per fine, l’insinuante per mezzo„. Sembra indubitato
-che a quella virtù d’_insinuarsi_ negli animi, debba concorrere la
-bellezza; ma non è detto in quale misura; e appare escluso, anche per
-questa significante preterizione, che essa vi domini sovrana.
-
-Quanto al Tolstoi, abbiamo visto nell’articolo precedente che, per lui,
-la grande eresia estetica consiste appunto in questo dominio; ossia
-nell’aver posto come fine supremo dell’opera d’arte la contemplazione
-dilettosa del bello. Tutti i traviamenti e tutte le corruttele sono
-derivate da questa fonte. La civiltà del genere umano, che nella
-letteratura e nella cultura artistica avrebbe dovuto trovare un
-sì potente aiuto, vi ha invece trovato un inciampo e un impulso
-funesto. I Greci diedero il cattivo esempio, i Latini lo seguirono,
-il Rinascimento italiano ne rimase tutto inquinato; e oggi la società
-d’Europa e d’America vede tutti i suoi vizi più abominevoli fomentati,
-abbelliti e quasi deificati nei canti dei poeti, nelle descrizioni dei
-novellieri, nei quadri e nelle statue, nei drammi, nelle commedie,
-nelle opere in musica. E quale meraviglia? Il piacere ha una logica
-inesorabile; e per quanto sieno scelte, peregrine e delicate le sue
-prime forme, una volta che esso è posto nelle cose della vita come
-fine, con la forza di quella logica esso tirerà a sè i sensi dell’uomo
-giù per tutti i gradi della cecità e del peccato.
-
-E non sperate di mitigare la condanna del Tolstoi, parlandogli di una
-categoria di bellezza artistica superiore, dalla quale non dovrebbero
-piovere che influssi salutari, ispirazioni nobili, affetti casti. Egli
-respinge ogni distinzione che possa aver l’aria di una concessione,
-perchè pensa che il male risiede nella falsità del principio estetico.
-Quindi una grande solidarietà di colpa involge nel suo giudizio opere e
-autori di epoche lontane e di culture diverse; nè troppo noi dobbiamo
-stupirci quando lo vediamo comprendere nella sua fiera condanna,
-parziale o totale, artisti grandissimi e di genio austero, non salvando
-nemmeno Dante, Michelangelo, Beethoven.... Che ne sappiamo noi? Quel
-_San Giovannino_ di fra’ Bartolomeo della Porta, che, stando al Vasari,
-i frati del convento di San Marco dovettero levar via dall’altare
-perchè induceva in tentazione le donne di Firenze, forse non era che un
-discendente legittimo, in linea d’arte, da Giotto e da Taddeo Gaddi,
-che troppo avevano cercata, per sè medesima, la bellezza della figura
-umana; forse le rime licenziose del Parny e del Casti non furono altro
-che una lontana ma naturale derivazione dell’“amoroso foco„ che arse
-nella lirica dei castelli di Provenza e del Trecento italiano.... Io ho
-paura che Leone Tolstoi sia loico come il diavolo.
-
-Ma insomma che vuole egli? Che dobbiamo fare? Dovremo noi, per
-contentare questo terribile russo, ritornare le arti al mistero del
-medio evo e alle iconi della Chiesa moscovita?
-
-Questo terribile russo, per verità, non bandisce la bellezza dall’opera
-d’arte. L’ama invece e la vuole. Solamente egli chiede che essa non
-venga più considerata come una suprema entità e fine a sè stessa,
-secondo che pensano gli esteti contemporanei, i quali ne hanno fatto
-una idea _idolatra_, quindi inorganica e incivile. Pretende che
-essa trovi la sua forza e la sua gloria in una doverosa servitù,
-ossia che vada sempre subordinata e coordinata al trionfo del bene
-morale. E siccome poi Tolstoi non comprende la moralità disgiunta
-dal cristianesimo, anzi non v’ha per lui altra morale fuori della
-cristiana[10], così egli domanda che l’arte si faccia cristiana per
-davvero, nella sostanza e nella forma. È innegabile che, posto il
-principio, tante applicazioni e affermazioni del Tolstoi nell’argomento
-perdono molto della loro singolarità e anche della loro audacia.
-Potranno parere eccessive e lo sono anche, ma non mancano di costrutto
-logico.
-
-L’arte dunque, egli dice, deve essere evangelicamente demofila. “Il
-concetto cristiano consiste nell’essere tutti gli uomini figli di
-Dio: deve dunque esistere un’unione fra loro e con Dio, come dice il
-Vangelo (S. Giovanni, XVII, 21). Gli è per ciò che i sentimenti che
-giovano all’unione degli uomini con Dio e fra di loro devono essere il
-fondo dell’arte cristiana.... L’arte per sè stessa ha il pregio d’unire
-gli uomini. Essa unisce coloro che sono impressionati dal sentimento
-dell’artista, anzitutto a questi, e poi a tutti gli uomini che subirono
-la stessa impressione. L’arte non cristiana che riunisce una sola
-categoria d’uomini, la separa, per ciò stesso, da tutte le altre;
-questa unione parziale produce dunque non solo la disunione, ma anche
-l’animosità.... L’arte cristiana, detta altrimenti l’arte dell’epoca
-nostra, dev’esser _cattolica_ nel senso proprio di questa parola:
-universale, e, di conseguenza, deve unire tutti gli uomini„.
-
-A questo modo un improvviso lume par che rischiari tutto il
-sistema estetico di Leone Tolstoi; e un criterio molto semplice di
-classificazione e di valutazione ci soccorre nel qualificare, alla
-sua maniera, le opere dell’ingegno artistico. E così anche si spiegano
-certe sue esaltazioni e certe sue condanne di autori, le quali formano
-veramente la parte più inaspettata e più ostica del suo nuovo libro.
-Quando egli si trova al cospetto di un poema, di un quadro, di un
-dramma, di un romanzo, prima di giudicarli ne’ loro pregi estetici,
-subito si domanda se l’opera corrisponda al grave fine per cui tutte
-le opere dovrebbero essere fatte; se cioè per la somma delle idee,
-dei sentimenti, delle simpatie, delle suggestioni (per dire la parola
-in uso) che ne vien fuori, essa si accordi col principio cristiano,
-sociale e umanitario, oppure se vi contradica; in altri termini,
-usando ancora la frase del Manzoni, se essa _induca_ gli uomini a
-_consentire_ a quel principio oppure ad allontanarsi da esso. Con
-tale pietra del paragone fra le mani, il Tolstoi giudica, assolve e
-condanna senza esitare. Per questo egli accetta e ama fra i pittori
-Millet, Berton, Lhermitte, non accetta e non ama Delacroix, Vernet,
-Makart e Burne Jones; accetta e ama fra i romanzieri Victor Hugo, Dumas
-padre, Dickens, Gogol, Dostojewski, Giorgio Elliot, e perfino Guy de
-Maupassant; non accetta o non ama Balzac, Zola, Flaubert, De Goncourt,
-Paolo Bourget.
-
-In sostanza, che v’ha egli di veramente nuovo in tutto questo? Non
-ha avuto forse l’arte, in tutti i tempi di civiltà, due ben distinte
-categorie di giudici, cioè fuori o dentro il principio etico e
-religioso? Non ci ricordiamo più che l’idea di Stato suggerì al divino
-Platone giudizi così aspri intorno al divino Omero? Se poi ci piacciono
-esempi meno lontani, non abbiamo che a ricordarci che lo stesso
-metodo giudicativo fu, _mutatis mutandis_, già adottato dal Bousset,
-dall’Arnaud, dal Pascal e da tutti gli scrittori appartenenti, in
-Francia e fuori, a quel periodo che fu detto del rigore giansenista, e
-che alle manifestazioni dell’arte faceva un viso così diffidente e così
-austero. Di quel rigore giansenista il nostro Manzoni, il buon allievo
-dell’abate Degola, fu, io credo, artisticamente parlando, un mitigato
-ma logico seguitatore; e oggi, nella massima fondamentale, lo troviamo
-d’accordo con Leone Tolstoi, il quale, alla sua volta, ci fa tornare
-con la mente alle idee di Gian Giacomo Rousseau.
-
- *
- * *
-
-Ma se il libro di Tolstoi, a guardarlo nella sua essenza, è tutt’altro
-che un seguito di affermazioni strambe e di teorie incoerenti e
-barbariche, come a qualche giornalista piacque, con la solita autorità,
-di definirlo, questo non vuole già dire che esso risolva il problema
-in modo del tutto soddisfacente. Dirò qui molto brevemente la mia
-opinione. Questa dell’ufficio e del fine dell’arte, è questione che
-troppo agevolmente si presta alle esagerazioni ed agli equivoci; troppo
-di frequente si mescolano ad essa elementi eterogenei, e abiti e gusti
-viziosi, e simpatie e antipatie interessate. Aggiungete che i criteri
-teologici, ossia quelli che concernono i fini delle cose, sono sempre
-difficilissimi ad essere adoperati con accorgimento e con perfetta
-misura.
-
-E una mancanza appunto di misura io veggo nella dottrina del Tolstoi,
-come in quella del Manzoni, come in tutti coloro che dinanzi a
-ogni nuova creazione di poeta e d’altro artista, piglino subito un
-atteggiamento da censore di classe e le domandano: — Ohe cosa provi tu?
-Che effetto produci tu tra gli uomini? Sei tu venuto per accrescere o
-per diminuire la dose della loro moralità? — Questa casuistica trita
-e minuta, tirata ogni momento nel campo dell’arte, a me è parsa sempre
-uggiosa e incomoda come tutto quello che è fuori di posto. E penso che
-la risposta migliore sarebbe sempre quella della fioraia di Corinto
-allo stoico indiscreto: — I fiori sono belli e odorano.
-
-L’antico buon senso dei popoli civili ha sempre distinto due categorie
-di atti umani: quelli obbligatori e quelli leciti. A questi secondi
-non ha fatto mai torto l’essere niente più che dilettevoli; e non si è
-mai preteso di dedurre per questo che fine ultimo o massimo della vita
-fosse il piacere. Ora, se vi ha gente che in questa regione del puro
-dilettevole abbia diritto di muoversi e anche di vagabondare con una
-certa onesta libertà, senza troppo inquietarsi d’altro, io dico che
-sono i poeti e gli artisti.
-
-Affermare che il piacere soggettivo generato dalla bellezza sia fine
-d’un’opera artistica, è proprio una così grande eresia? Il Tolstoi
-non ne dubita. — Tanto varrebbe, egli dice, affermare che fine
-dell’alimentazione sia il piacere del palato. — E perchè no? domando
-io. Non sarà il fine unico e assoluto, ma che sia anch’esso un fine
-ragionevole nessuno potrebbe negarlo; tanto è vero che un celebre
-fisiologo disse argutamente potersi definire l’uomo un animale che
-mangia anche senza lo stimolo della fame. E nemmeno si dovrebbe negare
-che la bellezza possa contenere, in sè stessa e per sè stessa, una
-salutare potenza di elevamento e di purificazione umana, quando davvero
-un’arte “alta, gentile e pura„ la faccia splendere dinanzi ai nostri
-occhi. Onde _bellezza educatrice_ non esitò a dire Niccolò Tommaseo; e
-molto prima di lui Marco Tullio potè delineare un bellissimo quadro in
-cui le umane lettere, liberamente professate, conferiscono insieme alla
-felicità e alla nobiltà della vita.[11]
-
-“Quando l’arte non divertirà più, essa non corromperà più, assorbendo
-a questo scopo le forze migliori....„ Questo afferma con la sua solita
-audacia il Tolstoi. Ma ha egli ben pensato anche a tutte le “migliori
-forze„ che l’arte perderà quando venisse il giorno, da lui invocato,
-in cui essa non fosse più nè amabile, nè divertente? Crede egli che
-l’alimentazione umana si avvantaggerebbe il giorno in cui i cibi
-cessassero di essere gustosi al nostro palato?
-
-Però, a malgrado della nota esagerata e violenta che vi domina,
-non dubito di ripetere quello che dissi nel mio primo articolo:
-quest’ultimo di Leone Tolstoi è un libro poderosamente concepito,
-ricco d’accenni profondi, di investigazioni acute e di verità utili
-e umanamente accettabili anche da chi non si sente di salire a tutte
-le premesse del suo spirito mistico. Libro sopratutto opportuno oggi
-per noi. Poichè è stata veramente meravigliosa la leggerezza con la
-quale molti in Italia credettero di poter escludere dal mondo dell’arte
-nientemeno che la idea morale e di poter fabbricare (in questa vita
-contemporanea, ove tutto fortemente si intreccia, si coordina e si
-corrisponde) per comodo della sola arte, una specie di solitudine
-puerilmente orgogliosa e vana; ed è stata quasi incredibile la facilità
-con cui si lasciarono menare dalla novissima retorichetta francese
-fino a parafrasare molto seriamente le facezie di Teofilo Gautier e
-a convertire in canoni d’arte i suggerimenti mercantili di qualche
-romanziere molto positivo ed esperto in calcoli editoriali.
-
-Pareva che questo dovesse bastare; ma ci fu dato uno spettacolo anche
-più curioso. Venne innanzi una schiera di giovani scrittori dallo stile
-molto fiorito e fosforescente, dicendo: — Siamo qua noi con la colonna
-di fuoco! Il vuoto innegabile che si è fatto nell’arte per il divorzio
-dalla vecchia morale e dalla vecchia fede, noi lo riempiamo assai
-abbondantemente, poichè dal grembo della nostra nuova poetica, ecco che
-noi facciamo uscire la formula di una Vita e di una Umanità superiore!
-— Per tal modo, noi vedemmo nuovamente avverarsi l’antica massima che
-spesso gli uomini, proprio per dove peccarono, vengono castigati.....
-
- ENRICO PANZACCHI.
-
-
-
-
-CHE COSA È L’ARTE?
-
-
-
-
-INTRODUZIONE.
-
-
-Prendete in mano un giornale qualunque; ci troverete senza fallo
-una o due colonne dedicate al teatro e alla musica. Due volte su
-tre ci troverete pure la rassegna di qualche esposizione d’arte,
-la descrizione di qualche quadro, di qualche statua, e per giunta
-l’analisi dei romanzi, dei racconti, dei versi usciti di fresco.
-
-Il vostro giornale, con uno zelo ammirevole e con gran copia di
-particolari, vi esporrà come questa o quest’altra attrice abbia
-sostenuto la sua parte in una determinata produzione; e così potrete
-comprendere di botto anche il valore del lavoro, sia dramma, sia
-commedia od opera, e l’importanza dell’esecuzione. Sarete informati a
-dovere anche dei concerti; saprete quali pezzi certi artisti abbiano
-sonati o cantati, e in che modo. D’altro lato in tutte le grandi città
-siete sicuri di trovare, se non due o tre, almeno una esposizione
-di quadri, che coi loro meriti e coi loro difetti offrono ai critici
-d’arte argomento di studi minuziosi. Quanto ai romanzi e alle poesie,
-non passa giorno che non ne sbocci una fioritura, e i giornali si
-credono in dovere di presentarne un’analisi accurata ai loro lettori.
-
-In Russia, dove per l’educazione del popolo, a dir molto, si spende la
-centesima parte di quello che si dovrebbe, il governo sorregge l’arte
-dispensando milioni di rubli sotto forma di sovvenzioni ai teatri, alle
-accademie, ai conservatorj. In Francia l’arte costa allo Stato venti
-milioni di lire; e altrettanto costerà in Germania e in Inghilterra.
-
-In tutte le città grandi sorgono edifizi colossali destinati ai musei,
-alle accademie, ai conservatorj, alle sale di teatro e di concerto.
-Migliaia e migliaia d’operai — carpentieri, muratori, pittori,
-falegnami, tappezzieri, sarti, parrucchieri, gioiellieri, stampatori
-— s’affaticano per tutta la vita in lavori molesti per soddisfare il
-pubblico assetato d’arte, talchè si può dire, che, eccettuate le armi,
-nessun altro ramo dell’operosità umana assorbisca un contingente così
-largo della forza nazionale.
-
-E passi per il lavoro che si consuma a soddisfare codeste esigenze
-artistiche; il peggio si è che vi si sacrificano giornalmente
-innumerevoli vite d’uomini. Si contano a centinaia di migliaia le
-persone che sin dall’infanzia non fanno se non apprendere a sgambettare
-con agilità, a toccare rapidamente i tasti d’un pianoforte o le
-corde d’un violino, a riprodurre col pennello l’aspetto e il colore
-del mondo sensibile, a storpiare l’ordine naturale delle frasi, e
-ad accoppiare le parole nella rima. E tutti costoro, mentre sono di
-spesso onesti e di buon ingegno e naturalmente atti a mille occupazioni
-utili, s’abbrutiscono nelle angustie di quella loro professione
-speciale; diventano, come si suol dire, specialisti, cioè creature
-di mente ristretta, e piene di vanità, che ignorano tutte le serie
-manifestazioni della vita, e non sanno più fare altro se non muovere
-con rapidità le gambe, le dita e la lingua.
-
-
-Ma la peggiore conseguenza della nostra civiltà artistica non consiste
-in codesta depressione della vita umana. Mi rammento d’aver un giorno
-assistito alla prova d’un’opera in musica, d’una di quelle opere nuove,
-grossolane e volgari, che s’allestiscono a gara su tutti i teatri
-d’Europa e d’America, salvo poi a seppellirle al più presto e per
-sempre nella dimenticanza più perfetta.
-
-Giunsi al teatro che era appena cominciato il primo atto. Per
-arrivare al mio posto dovetti passare dietro il palcoscenico. Per
-certi corridoi oscuri fui introdotto dapprima in un vano spazioso,
-dove si trovavano delle macchine destinate ai cambiamenti di scena
-e all’illuminazione. Colà, al buio e tra la polvere, avvertii degli
-operai che lavoravano senza posa. Uno d’essi, pallido, inselvatichito,
-coperto d’una guarnacca sporca, colle mani del pari sporche e incallite
-dal lavoro, evidentemente un infelice affranto dalla stanchezza,
-ringhioso e inacerbito, rampognava irosamente (come udii passando)
-qualcuno de’ suoi compagni. Poscia per una scaletta mi si fece salire
-nello spazio angusto che girava intorno alle quinte. Attraverso a un
-garbuglio di corde, d’anelli, di tavole, di tende e di tela dipinta,
-vidi formicolare intorno a me delle decine, fors’anco delle centinaia
-d’uomini pitturati e truccati in vesti bizzarre, senza contar le donne,
-naturalmente vestite il meno possibile. Tutta quella folla erano i
-cantanti, i coristi, i ballerini e le ballerine, che aspettavano
-d’esser chiamati. Finalmente la mia guida mi fece traversare il
-palcoscenico, e giunsi al posto riservato per me, passando sopra un
-ponte di tavole gettato sopra l’orchestra, dove osservai una grossa
-schiera di sonatori seduti presso i loro strumenti, di violinisti, di
-flautisti, di arpisti, di cembalisti, e chi più n’ha più ne metta.
-
-Su di un palchetto situato in mezzo a loro, tra due lampade a
-riflettori, con un leggìo dinnanzi, se ne stava seduto colla sua
-bacchetta in mano il direttore d’orchestra, dirigendo non solo i
-sonatori, ma eziandio i cantanti che erano sulla scena.
-
-E appunto sulla scena vidi un corteo d’Indiani che avevano accompagnato
-una sposa. Era un nugolo d’uomini e di donne in foggie esotiche;
-ma notai pure due persone in abito ordinario che s’arrapinavano e
-correvano da una parte all’altra del palcoscenico. Uno era il direttore
-della parte drammatica, vale a dire il direttore di scena; e l’altro,
-il quale, calzato di scarpette, volava qua e là con una prestezza
-maravigliosa, era il direttore di ballo. Seppi dipoi che costui in un
-mese guadagnava di più che non dieci operai in un anno.
-
-Godesti tre direttori s’ingegnavano di ordinare il buon andamento della
-sfilata, che, secondo il solito, si faceva a due a due. Una quantità
-di persone, recando sulle spalle delle alabarde coperte di stagnola,
-si spiccava a un tratto, faceva parecchi giri sul palcoscenico, e
-si fermava di nuovo. E ce ne volle a regolar bene la processione;
-la prima volta gl’Indiani e le alabarde si mossero troppo tardi,
-la seconda troppo presto, la terza partirono al momento giusto, ma
-confusero le file per istrada; un’altra volta non seppero fermarsi al
-punto prefisso; e in ciascuno di questi casi si riprendeva da capo
-tutta la cerimonia. Il principio era costituito da un recitativo,
-nel quale un personaggio camuffato da turco, sgangherando la bocca
-in modo singolare, cantava “Accompagno la spo-o-sa!„ Cantava così,
-e gesticolava colle braccia, naturalmente nude. Poi s’avviava la
-sfilata; ma eccoti un cornetto dell’orchestra a sgarrare una nota;
-e il direttore d’orchestra a fremere come se rovinasse il mondo, e a
-martellare sul leggìo colla bacchetta. S’arrestò di nuovo ogni cosa, e
-il direttore volgendosi verso i sonatori, se la pigliò col cornetto,
-rimproverandolo per la nota stonata con certe villanie come non ne
-usano bisticciandosi tra di loro nemmeno i fiaccherai. E si ritornò da
-capo: gl’Indiani e le loro alabarde si rimisero in moto; il cantante
-riaprì la bocca sbraitando “Accompagno la spo-o-sa„. Ma questa volta le
-coppie procedevano troppo serrate.
-
-Altri colpi di bacchetta sul leggìo, altra ripresa della scena. Gli
-eroi avanzavano colle alabarde alcuni tristi e seri in viso, altri
-sorridendo e chiacchierando. Eccoli che si fermano in cerchio, e
-cominciano a cantare. Ma la bacchetta riprende a picchiare sul leggìo;
-e il direttore di scena con accento disperato e furibondo, colma
-d’insolenze i miseri Indiani.
-
-I poveracci, a quanto pareva, s’erano scordati di alzar le braccia
-di tempo in tempo in segno d’entusiasmo. “Siete infrolliti, brutte
-marmotte, siete di legno, che ve ne restate così impalati?„ E più e
-più volte vidi ricominciare il corteo, intesi i colpi secchi della
-bacchetta, e il torrente d’ingiurie che teneva loro dietro, “asini,
-stupidi, idioti, porci,„ più di quaranta volte questi bei titoli
-saranno stati ripetuti all’indirizzo dei coristi e dei sonatori.
-Costoro, depressi moralmente e fisicamente, accettavano quegl’insulti
-senza la menoma protesta. E i due direttori d’orchestra e di scena,
-sapevano benissimo che quei disgraziati oramai erano troppo abbrutiti
-per poter far altro che soffiare in una tromba, o camminare colle
-scarpette gialle e colle alabarde di stagno; li sapevano avvezzi a una
-vita comoda e larga, pronti a soffrir tutto pur di non rinunziare ai
-loro agi, e perciò non si facevano scrupolo di dar la stura alla loro
-grossolanità naturale, senza dire che avevano osservato a Vienna e
-a Parigi lo stesso costume, e così s’imaginavano di seguire le buone
-tradizioni dei grandi teatri.
-
-Sul serio non credo che al mondo si possa trovare uno spettacolo più
-ripugnante. Ho veduto parecchie volte un lavorante insultarne un altro
-perchè piegava sotto il peso d’un carico, o, durante la falciatura,
-il capo del villaggio rampognare un contadino per qualche svarione,
-e gli uomini così bistrattati sottomettersi in silenzio; ma per
-quanto siffatte scene mi tornassero spiacevoli, la mia ripugnanza
-era attenuata dal pensiero che in quei casi si trattava di lavori
-importanti e necessari, nei quali il più piccolo fallo poteva dar luogo
-a tristi conseguenze.
-
-Là invece, in quel teatro, che si faceva? Per che cosa e per chi
-si lavorava? Capivo perfettamente che il direttore d’orchestra non
-ne poteva più, come quell’operaio che avevo incontrato dietro il
-palcoscenico; ma a benefizio di chi s’era egli ridotto in quello
-stato? L’opera, di cui si faceva la prova, era, come ho detto, tra le
-più volgari; adesso aggiungerò che in assurdità sorpassava quel che
-di peggio si può imaginare. Un re indiano aveva il ruzzo di prender
-moglie; gli si conduceva una sposa; il re si travestiva da menestrello;
-la sposa s’invaghiva del menestrello, e se ne disperava, ma poi si
-veniva a scoprire che il menestrello e il re suo fidanzato erano una
-persona sola; e tutti cominciavano a delirare dalla gioia. Indiani di
-codesta sorta non ve n’ebbero mai, nè ce ne saranno mai. Ed era certo
-del pari che i loro fatti e le loro parole non solo non avevan nulla
-da fare coi costumi dell’India, ma nemmeno con alcun costume d’uomini,
-salvo che quelli delle opere. Infatti grazie al cielo gli uomini reali
-non parlano in recitativi, nè volendo esprimere la loro commozione,
-si collocano a distanze regolari agitando le braccia in cadenza; non
-camminano mai a due a due, in babbuccie, con alabarde di stagnola,
-nessuno nella vita s’adira o si dispera, ride o piange, come si
-vedeva fare in quella rappresentazione. E che nessuno mai abbia potuto
-commoversi per una produzione di quel genere, anche questo era fuori
-d’ogni dubbio.
-
-Quindi era naturale chiedersi: a chi poteva giovare tutta quella
-faccenda? A chi poteva piacere? Se in quell’opera ci fosse stata per
-miracolo della musica graziosa, non bastava eseguire la musica sola,
-senza tutti quei vestiti grotteschi, quelle processioni, quel dimenar
-le braccia? Perchè tutti i giorni, in tutte le città, da un capo
-all’altro del mondo civile, si ripetono codeste sciocchezze?
-
-C’è anche il ballo, il quale non è che una esposizione di donne
-seminude che eseguiscono movimenti voluttuosi, allacciandosi in pose
-sensuali, spettacolo che provoca non altro che sensazioni di lussuria.
-
-Ancora una volta, chi questi divertimenti possono interessare? Le
-persone colte è forza che ne siano stomacate; l’operaio è forza che non
-ne capisca nulla. Potrà compiacersene al più qualche giovine lacchè,
-qualche operaio pervertito, che abbia contratto i bisogni delle classi
-superiori senza potersi sollevare al loro buon gusto naturale.
-
-
-Eppure ci si dice che tutte queste cose si fanno a benefizio dell’arte,
-e che l’arte importa moltissimo. Ma sarà vero che l’arte abbia tanta
-importanza da richiedere siffatti sacrifizi? Codesta questione si fa
-tanto più incalzante in quanto il concetto di codesta arte, a cui si
-sacrificano il lavoro di migliaia d’uomini, migliaia di esistenze, e
-sopratutto l’amore reciproco dell’umanità, va diventando sempre più
-vago e indeterminato.
-
-Infatti i critici, ai quali si solevano appellare gli amatori dell’arte
-per trovar appoggio alle loro opinioni, in questi ultimi tempi hanno
-preso a contendere così fortemente tra di loro che, se dal dominio
-dell’arte escludiamo quanto ne hanno escluso le diverse scuole, in
-codesto vantato dominio non resta pressochè più nulla. Le scuole degli
-artisti, come le scuole dei teologi, s’escludono e si rinnegano a
-vicenda. Studiateli e vedrete che non fanno se non combattere le sétte
-rivali. Nella poesia, ad esempio, i vecchi romantici sconfessano i
-parnassiani e i decadenti; i parnassiani sconfessano i romantici e i
-decadenti; i decadenti sconfessano tutti i predecessori, e per giunta
-i simbolisti; i simbolisti sconfessano tutti i predecessori, e per
-giunta i magi, e questi sconfessano semplicemente tutti gli altri. Tra
-i romanzieri si parla di naturalisti, di psicologi, di _naturisti_,
-e tutti pretendono di meritar essi soli il nome d’artisti. Lo stesso
-accade nella drammatica, nella pittura, nella musica. Pertanto codesta
-arte, che richiede tanta fatica, che abbrutisce molte esistenze, che
-costringe la gente a peccare contro l’amor del prossimo, non solo non è
-cosa definita chiaramente e nettamente, ma persino i suoi fidi, i suoi
-iniziati la intendono in tante e così diverse maniere che oramai quasi
-non si sa più che si voglia dire colla parola “arte„, e in particolare,
-quale sia l’arte buona, utile, preziosa, l’arte che merita le siano
-offerti in omaggio tali e tanti sacrifizi.
-
-
-
-
-CAPITOLO PRIMO.
-
-Il problema dell’arte.
-
-
-Per produrre il menomo ballo, opera seria o buffa, quadro, sonata
-o romanzo, migliaia di persone sono costrette ad un lavoro spesso
-umiliante e penoso. Il male non sarebbe tanto grande se gli artisti
-compiessero essi stessi la somma di lavoro richiesta dalle loro opere;
-mentre invece occorre loro la prestazione d’innumerevoli operai. La
-quale prestazione essi ottengono in uno od altro modo, ora sotto forma
-di contribuzione offerta dai ricchi, ora di sovvenzione dello Stato; e
-in quest’ultimo caso il denaro proviene dal popolo, costretto in gran
-parte a privarsi del bisognevole per pagare i balzelli, senza potere
-poi partecipare ai godimenti dell’arte. Il fatto parrebbe naturale,
-trattandosi d’un artista greco o romano, oppur anche d’un artista
-russo della prima metà del nostro secolo, quando cioè v’erano ancora
-degli schiavi; poichè costoro potevano credersi in diritto di farsi
-servire dal popolo. Ma ora che tutti gli uomini hanno, se non altro,
-un vago sentore dell’uguaglianza nei diritti, non si può più ammettere
-che il popolo lavori a contraggenio per vantaggio dell’arte, se prima
-non si riesca a mettere in sodo fino a qual segno l’arte sia utile e
-importante, sì da compensare largamente i mali di cui è cagione.
-
-Quindi in una società cultrice delle arti fa d’uopo ricercare se si
-possa veramente chiamare arte tutto ciò che si crede esser tale, e
-se, giusta il presupposto che vige nella nostra società, tutto ciò
-che rientra nell’arte sia buono per questo solo fatto, e degno dei
-sacrifizi che per essa si richiedono. Del resto codesta questione
-deve premere anche agli artisti, trattandosi per loro di sapere se
-ciò che fanno abbia veramente tutta l’importanza che si crede, e se
-non rimangono nella falsa convinzione di lavorare utilmente solo
-per i pregiudizi della chiesuola in cui vivono, e se d’altro lato
-quanto prendono agli altri per i bisogni dell’arte e della loro vita
-individuale, trovi qualche compenso nel valore dei loro prodotti.
-Che cos’è adunque l’arte, questa entità ritenuta così preziosa e
-indispensabile per il genere umano?
-
-“Bella domanda! L’arte è l’architettura, la scultura, la pittura, la
-musica, e la poesia in tutte le loro forme.„
-
-Così risponderanno senza dubbio i profani, gli amatori d’arte, e gli
-artisti stessi, tutti ben persuasi che l’oggetto della loro risposta
-sia chiarissimo e inteso da tutti a un modo. E allora noi domanderemo;
-rispetto all’architettura, ci sono o non ci sono degli edifizi, che
-non contano come opere d’arte, ed altri ancora, che con tutte le loro
-pretensioni artistiche, sono brutti e sgradevoli a vedersi, e perciò
-non si possono considerare come opere artistiche? E non si può dire lo
-stesso della scultura, della musica, della poesia? In tal caso in che
-cosa risiede la nota caratteristica d’un’opera d’arte? L’arte in tutte
-le sue forme da una parte è limitata dall’utilità pratica, dall’altra
-dal brutto, dall’incapacità a produrre l’arte. Ma come la potremo
-distinguere da questi due termini che la limitano? Per quest’altro
-quesito le semplici persone cosidette colte, e l’artista medesimo,
-supposto che non sia infarinato d’estetica, crederanno d’aver pronta
-la risposta, e che sia già trovata da un pezzo, e ovvia ad ognuno.
-“L’arte, vi diranno, è l’attività che produce il bello„.
-
-Ma se l’arte, chiederete, consiste in questo, un ballo, oppure
-un’operetta saranno prodotti artistici? E le persone colte e l’artista
-torneranno a rispondervi, sebbene con qualche esitazione: “Sì, un buon
-ballo, una graziosa operetta, in quanto siano una manifestazione del
-bello appartengono all’arte„.
-
-Se vorrete poi sapere dai vostri interlocutori in che cosa si
-distinguono dai loro contrari un buon ballo, una graziosa operetta, non
-troveranno facilmente la risposta. E a chi domandasse loro, se l’opera
-dei disegnatori di costumi e dei parrucchieri, così importanti per i
-balli e per le operette, quella dei sarti, dei profumieri, dei cuochi
-sia da considerare come opera d’arte, probabilmente risponderebbero
-di no. Ma qui s’ingannerebbero, appunto perchè sono della gente
-solita, e non specialisti, non esperti nelle questioni estetiche. Se
-avessero messo il naso in tali questioni avrebbero letto, per esempio,
-nell’opera del grande Renan, _Marc Aurèle_, una dissertazione che prova
-l’opera del sarto essere un’opera d’arte, e che coloro i quali non
-ritengono le acconciature femminili essere la più alta manifestazione
-artistica, sono esseri inintelligenti e spiriti volgari. “Quella è
-la grande arte„ afferma il Renan. I vostri interlocutori dovrebbero
-puranco sapere che nella maggior parte dei moderni sistemi estetici gli
-abiti, i profumi, la gastronomia sono considerate come arti speciali.
-Così particolarmente la pensa il dotto professore Kralik, nella sua
-_Beauté Universelle, essai d’une esthétique générale_; tale è il parere
-del Guyau nei suoi _Problèmes de l’esthétique contemporaine_.
-
-“Esiste, dice il Kralik, un pentacolo delle arti fondato sui cinque
-sensi dell’uomo„; e perciò distingue le arti che si riferiscono al
-gusto, all’odorato, al tatto, all’udito, alla vista.
-
-Della prima di codeste arti egli discorre così: “Ci siamo troppo
-avvezzi a non voler riconoscere se non per due o tre sensi il
-privilegio di fornire il materiale all’arte. Ma non si vorrà negare
-che, quando l’opera del cuoco riesce a trasformare per l’uomo il
-cadavere d’un animale in una fonte di svariati piaceri, ci troviamo
-dinanzi a una vera produzione estetica„.
-
-La stessa opinione ricorre nell’opera citata del francese Guyau che
-molti tra gli scrittori più recenti onorano d’una stima eccezionale.
-Esso parla con tutta serietà del tatto, del gusto, e dell’olfatto, come
-di sensi idonei a somministrarci delle impressioni estetiche. “Se il
-tatto, egli dice, è estraneo alla sensazione del colore, ci fornisce in
-cambio una nozione, a cui non basta l’occhio di per sè stesso, e che
-non è di piccola importanza estetica, la nozione cioè del fino, del
-morbido, del liscio. La bellezza del velluto riceve la sua impronta,
-oltrechè dal suo aspetto brillante, anche dalla sua morbidezza. Nel
-concetto che ci formiamo della bellezza femminile entra come elemento
-essenziale anche la finezza della pelle. Tutti probabilmente, a
-pensarci alquanto, ricorderanno soddisfazioni tali del palato da
-potersi chiamare veri godimenti estetici„. E qui l’autore, in via
-d’esempio, racconta d’una tazza di latte bevuta in montagna, che gli
-procurò un vero godimento estetico.
-
-Da tutto ciò si ricava che il concetto dell’arte considerata come la
-manifestazione del bello, non è tanto semplice quanto si crederebbe
-a prima vista. Ma la gente solita o ignora codeste questioni, o vi si
-ribella, e persiste nella persuasione che tutti i problemi concernenti
-l’arte si risolvano nettamente col riconoscere che la bellezza è
-l’oggetto dell’arte.
-
-Trova cosa pienamente intelligibile e lampante, che la funzione
-dell’arte sia quella di manifestare la bellezza. La bellezza le pare
-sufficiente a risolvere tutte le questioni relative all’arte.
-
-
-Ma che cos’è poi codesto bello che è oggetto dell’arte? Come lo si può
-definire? In che cosa consiste?
-
-Secondo il solito, quanto più le idee che una parola ci suggerisce
-riescono nebulose e confuse, la parola stessa è adoperata con tanta
-maggiore sicumera, e si sostiene che il senso ne è troppo semplice
-e troppo chiaro, perchè valga la pena di determinarlo meglio. È la
-solita magagna delle questioni religiose; e si riscontra altresì in
-codesto concetto della bellezza. Si crede accordato che tutti sappiano
-e intendano il significato della parola _bellezza_. Ora la verità è
-questa; non solo è falso che tutti lo intendano, ma per di più, sebbene
-negli ultimi centocinquant’anni (dopochè Baumgarten ebbe fondato
-l’estetica nel 1750) dal pensatori più dotti e più profondi si siano
-scritti monti di libri intorno a questo argomento, resta pur sempre
-insoluto il quesito che verte intorno all’essenza del bello, e ogni
-nuova trattazione d’estetica vi risponde in modo diverso. Una delle
-ultime scritture lette da me in proposito è un libriccino tedesco di
-Giulio Mithalter, intitolato _l’Enigma del bello_. E codesto titolo
-esprime egregiamente la vera posizione del problema. Dopo che migliaia
-di dotti si sono scervellati per centocinquant’anni intorno al senso
-della parola _bellezza_, codesto senso rimane sempre enigmatico.
-I tedeschi lo definiscono a loro modo in cento guise differenti.
-La scuola fisiologica a cui appartengono gl’inglesi Spencer, Grant
-Allen e altri, risponde a suo modo; lo stesso vale per gli eclettici
-francesi, e il Taine, e il Guyau, e i loro successori; e tutti costoro
-trovano, esaminandole, insufficienti tutte le definizioni già date dal
-Baumgarten, dal Kant, dallo Schiller, dal Fichte, dal Winckelmann, dal
-Lessing, dall’Hegel, dallo Schopenauer, dall’Hartmann, dal Cousin, e da
-mille altri.
-
-Ora, che sarà mai codesta singolare nozione del bello, che sembra tanto
-ovvia a quelli che ne parlano a caso, ma da centocinquant’anni a questa
-parte è refrattaria a tutte le definizioni; la qual cosa tuttavia non
-trattiene gli estetici dal fondare su quella nozione tutte le loro
-dottrine intorno all’arte?
-
-Nel nostro russo, la parola _krasota_ (bellezza) significa
-semplicemente ciò che piace alla vista. E sebbene da qualche tempo ci
-si parli anche in russo d’una “brutta azione„ o d’una “bella musica,„
-si offende con quelle frasi la proprietà della nostra lingua. Un
-popolano russo, ignaro delle lingue straniere, se gli direte che un
-uomo, che regala tutto il suo, ha fatto una “bella„ azione, oppure
-che una certa canzone costituisce della “bella„ musica, non vi capirà
-affatto. Nella lingua russa un’azione può essere buona e caritatevole,
-oppur malvagia e cattiva. La musica può essere gradevole e buona,
-oppure spiacevole e cattiva. Ma i russi non sanno che cosa sia una
-“bella„ azione o una “bella„ musica. L’aggettivo “bello„ può solo
-riferirsi a un uomo, a un cavallo, a una casa, a un luogo, a un moto.
-Quindi la parola e la nozione del “buono„ per noi, in un certo ordine
-di cose, implicano la nozione del “bello„ mentre quest’ultima nozione
-non implica necessariamente il concetto del “buono„. Allorchè d’un
-oggetto tenuto in pregio per la sua apparenza visibile diciamo che
-è “buono,„ intendiamo dire che quest’oggetto è “bello„: se invece lo
-affermiamo “bello,„ non ne deriva di necessità che lo crediamo “buono„.
-
-Nelle altre lingue d’Europa, appartenenti cioè alle nazioni tra le
-quali prese piede la dottrina che considera la bellezza come la cosa
-essenziale in arte, le parole “beau„, “schön,„ “beautiful,„ “bello„
-ecc., pur conservando il loro senso originario, vennero altresì a
-esprimere la bontà, potendo così sostituire la parola “buono„. Oramai
-in siffatte lingue sono correnti e naturali le espressioni di questo
-genere; “bell’anima„, “bel pensiero„, “bell’azione„. Siffatte lingue
-sono giunte al segno di non posseder più alcun vocabolo proprio per
-designare la bellezza della forma; quindi a quell’uopo ricorrono a
-combinazioni di parole, quali sarebbero “beau de forme,„ “beau à voir„,
-ecc.
-
-Ma, dunque, che cos’è precisamente codesta “bellezza„, che muta senso a
-seconda dei popoli e dei tempi?
-
-
-Per rispondere a questa domanda, per determinare che cosa intendano
-oggidì per “bellezza„ le nazioni Europee, dovrò addurre almeno un
-piccolo saggio delle definizioni più largamente accettate nei sistemi
-estetici moderni. Ma innanzi tratto mi fa d’uopo scongiurare il lettore
-di non infastidirsi troppo della noia che risulterà dalle citazioni, e
-di rassegnarsi a leggerle, o, meglio, a leggere alcuno degli autori,
-dei quali andrò citando i passi opportuni. Per non discorrere che
-di opere semplici e spicciative, si prendano, per esempio, il libro
-tedesco del Kralik, quello inglese del Knight, o quello francese
-del Lévêque. È indispensabile aver letto un trattato d’estetica per
-formarsi un concetto della divergenza d’opinioni e dell’oscurità
-spaventosa tuttora dominante in questo ramo del sapere filosofico.
-
-Eccovi per esempio che cosa dice l’estetico tedesco Schasler
-nella prefazione della sua celebre, voluminosa, e minuziosa opera
-sull’estetica: “In nessun’altra parte del dominio filosofico la
-divergenza d’idee è grande quanto è nell’estetica. Nè in alcun’altra
-disciplina filosofica si trova maggior copia di vana fraseologia, di
-parole vuote di senso, o mal determinate, un’erudizione più pedantesca,
-e a un tempo più superficiale„. E in realtà basta leggere l’opera dello
-Schasler medesimo per intendere quanto sia giusta la sua osservazione.
-
-Sul medesimo argomento il francese Véron, nella prefazione del suo
-libro notevole intorno all’estetica, scrive: “Non c’è scienza, la
-quale sia stata abbandonata alle fantasticherie dei metafisici più
-dell’estetica. Da Platone sino alle dottrine ufficiali dei nostri
-giorni, si è fatto dell’arte non so qual miscela di fantasie sublimate
-e di misteri trascendentali, che trovano la loro suprema espressione
-nel concetto assoluto del bello ideale, prototipo immutabile e divino
-delle cose reali„.
-
-Voglia compiacersi il lettore di scorrere le poche definizioni della
-bellezza, che seguono, e sono tolte solo agli estetici di gran fama; e
-potrà giudicare da sè quanto sia giustificata questa critica del Véron.
-
-Non citerò, come per lo più fanno tutti, le definizioni del bello
-attribuite agli autori antichi, Socrate, Platone, Aristotele, e gli
-altri sino a Plotino, poichè realmente, come dirò più tardi, gli
-antichi avevano dell’arte un concetto affatto diverso da quello che
-è il fondamento e l’oggetto dell’estetica moderna. Ravvicinando alla
-nostra presente concezione del bello i giudizi che essi ne facevano,
-s’attribuisce alle loro parole un significato del tutto alieno da esse.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-La bellezza.
-
-
-Cominciamo dal fondatore dell’estetica, da Baumgarten (1714-1762).
-
-A suo parere, la conoscenza logica ha per oggetto la _verità_, e la
-conoscenza estetica, vale a dire che tocca i sensi, ha per oggetto la
-_bellezza_. La _bellezza_ è il perfetto, o l’assoluto riconosciuto dai
-sensi; la _verità_ è il perfetto percepito dalla ragione. E la _bontà_
-dal suo canto è il perfetto raggiunto dalla volontà morale.
-
-Il Baumgarten definisce la bellezza come una “armonia„ cioè un ordine
-tra certe parti, nelle loro mutue relazioni e nel loro rapporto col
-tutto. Il fine poi della bellezza è quello “di piacere e d’eccitare
-un desiderio„. Tra parentesi, abbiamo qui esattamente l’opposto della
-definizione kantiana.
-
-Quanto alle manifestazioni del bello, l’autore in questione crede che
-la suprema incarnazione del bello si trovi nella natura, e che perciò
-l’ideale dell’arte consista nel copiare la natura; altra sentenza
-questa che fa a pugni colle opinioni degli estetici successivi.
-
-Ci sia concesso lasciar da parte gl’immediati successori del
-Baumgarten, cioè il Maier, l’Eschenburg e l’Eberhard, che solo
-ritoccarono leggermente la dottrina del maestro, distinguendo dal
-bello il gradevole. Ma non dobbiamo tacere le definizioni dovute ad
-altri contemporanei del Baumgarten, per esempio allo Sulzer, a Mosè
-Mendelssohn, al Moritz, che contraddicono apertamente alle dottrine di
-quello, considerando come oggetto dell’arte la bontà, non la bellezza.
-Secondo il Sulzer (1720-1779) non si può ritenere per bello se non ciò
-che partecipi in qualche modo del buono; quindi la bellezza è ciò che
-desta e svolge il sentimento morale. Mendelssohn (1729-1786) ravvisa
-nella perfezione morale il solo scopo dell’arte. Codesti estetici
-distruggono totalmente la distinzione che il Baumgarten stabiliva
-tra le tre forme del perfetto, cioè il vero, il bello e il buono; e
-rannodano il bello al vero e al buono.
-
-Codesto concetto non solo non è conservato dagli estetici del periodo
-seguente, ma è anche contraddetto nella sua sostanza dai famoso
-Winckelmann (1717-1768), che disgiunge la funzione dell’arte da
-ogni fine di moralità, e attribuisce all’arte come suo oggetto la
-bellezza esteriore, ristretta alla sola bellezza visibile. Secondo il
-Winckelmann la bellezza è di tre sorta: 1.º la bellezza della forma;
-2.º la bellezza dell’idea, che risulta dall’atteggiamento delle figure;
-3.º la bellezza dell’espressione che scaturisce dalla fusione delle
-altre due. La bellezza dell’espressione è il fine supremo dell’arte,
-e si trova effettuata nell’arte antica; perciò l’arte moderna deve
-tendere ad imitare l’antica.
-
-Analogo concetto della bellezza si mostra nel Lessing, nell’Herder,
-nel Goethe e nei più degli altri estetici tedeschi, finchè non venne il
-Kant ad abbatterlo sostituendovene un altro affatto diverso.
-
-
-Nel medesimo periodo in Inghilterra, in Francia, in Italia e in Olanda
-sorge uno sciame di teorie estetiche, le quali, benchè indipendenti
-dalle tedesche, stanno loro a paro per l’oscurità e la confusione.
-
-A detta dello Shaftesbury (1690-1713); “ciò che è bello, è armonico e
-ben proporzionato; ciò che è armonico e ben proporzionato è vero; e ciò
-che è a un tempo bello e vero, è necessariamente gradevole e buono„.
-Dio è il fondamento d’ogni bellezza; la bellezza e la bontà procedono
-da lui. Così per codesto inglese la bellezza si distingue dalla bontà,
-e pur tuttavia si confonde con essa.
-
-Secondo l’Hutcheson (1694-1747) l’oggetto dell’arte è la bellezza,
-l’essenza della quale sta nell’evocare in noi la percezione
-dell’uniformità nella varietà. Noi possediamo “un senso„ interno che
-ci permette di riconoscere che cosa sia l’arte, ma può tuttavia essere
-in contraddizione col senso estetico. Per dippiù, secondo l’idea
-dell’Hutcheson la bellezza non corrisponde sempre alla bontà, ma se ne
-distingue, e in certi casi le è contraria.
-
-Secondo l’Home (1696-1782) la bellezza è ciò che piace. Non c’è per
-essa altra determinazione che il godimento. L’ideale del godimento
-sta in questo che il massimo di ricchezza, di pienezza, di forza e di
-varietà d’impressioni si trovi condensato entro i limiti più ristretti.
-Codesto è pure l’ideale d’una perfetta opera d’arte.
-
-Secondo il Burke (1729-1797) il sublime e il bello, che sono gli
-oggetti dell’arte, trovano la loro origine nel nostro istinto di
-conservazione e nell’istinto di socievolezza. La difesa dell’individuo
-e la guerra, che ne scaturisce, sono le fonti del sublime; la
-socievolezza e l’istinto sessuale che ne deriva, sono la fonte del
-bello.
-
-Se i pensatori inglesi nelle loro definizioni del bello e dell’arte si
-contraddicevano a vicenda, nemmeno gli estetici francesi riuscivano
-ad accordarsi meglio. Secondo il padre André (_Essai sur le Beau_,
-1741) ci sono tre specie di bellezza: la bellezza divina, la bellezza
-naturale e la bellezza artificiale. Secondo Batteaux (1713-1780),
-l’arte consiste nell’imitare la bellezza della natura, e il suo scopo
-dev’essere di piacere. Questa a un dipresso è pure la definizione del
-Diderot.
-
-Il Voltaire e il D’Alembert pensano che le sole leggi del buon gusto
-possano decidere del bello; ma che alla loro volta codeste leggi
-sfuggano a ogni definizione.
-
-Secondo il Pagano, fiorito in Italia nel medesimo periodo, l’arte
-consisterebbe nel raccogliere in uno le bellezze disseminate nella
-natura. L’attitudine a percepire codeste bellezze costituisce il buon
-gusto, la facoltà di raccoglierle in un tutto s’identifica coll’ingegno
-artistico. La bellezza, per lui, si confonde colla bontà; la bellezza è
-la bontà resa visibile, e la bontà è la bellezza resa interiore.
-
-Secondo altri italiani, ad esempio il Muratori (1672-1750) e lo
-Spaletti (Saggio sopra la Bellezza, 1765), l’arte va ricondotta a una
-sensazione egoistica fondata sul nostro istinto di conservazione e di
-socievolezza.
-
-Degli estetici Olandesi il più notevole è Hemsterhuis (1720-1790) il
-quale influì realmente sugli estetici tedeschi, sul Goethe medesimo.
-Per lui la bellezza è ciò che procura il maggior piacere, e desta in
-noi il massimo numero d’idee nella minima durata di tempo. Quindi a suo
-parere il godimento del bello è il più alto di tutto, come quello che
-ci procura nel più piccolo spazio di tempo la più grande quantità di
-percezioni.
-
-
-Tali erano all’incirca in Europa, le principali dottrine estetiche,
-allorchè sorse quella del Kant (1724-1804) che rimase poi, come
-sappiamo, tra le più celebrate.
-
-La teoria estetica del Kant si può riassumere nel modo seguente: —
-L’uomo ha la conoscenza della natura esteriore e ad un tempo di sè
-stesso entro la natura. Nella natura esso cerca il vero; in sè stesso
-cerca la bontà. La prima ricerca risguarda la _ragione pura_, la
-seconda la _ragione pratica_. Ma oltre a quei due mezzi di percezione
-havvi ancora la capacità di giudicare, atta a produrre dei “giudizi
-senza concetti, e dei piaceri senza desideri„. Codesta capacità è la
-base del sentimento estetico.
-
-Secondo il Kant la bellezza considerata soggettivamente è quello che
-piace in modo generale e necessario, senza concetto alcuno (Begriff)
-e senza utilità pratica. Oggettivamente considerata, la bellezza è la
-forma d’un oggetto piacente, in quanto ci piaccia senza alcun riguardo
-alla sua utilità.
-
-Definizioni della bellezza poco diverse da questa del Kant furono
-date dai suoi successori, tra i quali meritano menzione lo Schiller
-(1759-1805) e Guglielmo di Humboldt.
-
-Oltre ai filosofi di second’ordine, dopo il Kant s’occuparono
-d’estetica anche il Fichte, lo Schelling, l’Hegel, e i loro discepoli.
-Il Fichte (1762-1814) sostiene che il mondo per noi ha due aspetti,
-costituiti per una parte dalla somma delle nostre limitazioni, per
-l’altra da quella della nostra libera attività ideale. Sotto il primo
-aspetto ogni cosa è sfigurata, rimpicciolita, mutilata, e scorgiamo
-così la bruttezza; sotto l’altro aspetto percepiamo gli oggetti nella
-loro pienezza, nella loro vita intima, vale a dire ravvisiamo la
-bellezza. Perciò la bellezza e la bruttezza delle cose dipendono dal
-punto di vista di chi le osserva, e la bellezza non ha radice nel
-mondo, ma nell’“anima bella„. L’arte è la manifestazione di siffatta
-“anima bella„, e ha per fine l’educazione della mente, del cuore,
-anzi dell’uomo intiero. Per la qual cosa i caratteri della bellezza
-non risiedono nelle cose o sensazioni esteriori, ma nella presenza di
-un’anima bella, nell’artista.
-
-Senza diffonderci intorno alle teorie di Federico Schlegel (1772-1829)
-e di Adamo Müller (1779-1829) tocchiamo di quella celebre dello
-Schelling (1775-1854). Secondo questo filosofo l’arte defluisce da
-una concezione delle cose nella quale il soggetto diventa oggetto
-a sè stesso, e l’oggetto diventa per sè soggetto. La bellezza è la
-percezione dell’infinito nel finito. L’arte è l’unione del soggettivo
-e dell’oggettivo, della natura e della ragione, del cosciente e
-dell’incosciente. E la bellezza del pari è la contemplazione delle
-cose in sè, quali cioè esistono nei loro prototipi. La bellezza non
-è prodotta dal sapere o dall’abilità dell’artista, ma dall’idea della
-bellezza che lo governa.
-
-Dopo lo Schelling e la sua scuola, come a dire il Solger, il Krause,
-ecc., viene innanzi la famosa dottrina estetica dell’Hegel, la quale,
-in fondo, è pur sempre la base delle opinioni correnti intorno all’arte
-e alla bellezza. Del resto nemmeno questa teoria è più chiara o più
-precisa delle precedenti, chè anzi le supera in astrusità e nebulosità.
-Secondo l’Hegel (1770-1831), Dio si manifesta nella natura e nell’arte
-sotto la forma della bellezza. La bellezza è il riflesso dell’idea
-nella materia. L’anima sola è veramente bella; ma lo spirito si palesa
-a noi sotto la forma sensibile, e in questa apparenza sensibile dello
-spirito risiede l’unica realtà della bellezza. Nel sistema hegeliano
-bellezza e verità sono tutt’uno; poichè la bellezza non è altro che la
-manifestazione sensibile della verità.
-
-Questa dottrina fu ripresa, svolta, arricchita di molte nuove formole
-dai discepoli dell’Hegel, Weisse, Ruge, Rosenkrantz, Vischer, e
-altri. Ma non si creda che l’hegeinismo avesse il monopolio delle
-teorie estetiche in Germania! Al suo fianco comparivano altri sistemi
-in gran numero, i quali, ben lungi dall’ammettere coll’Hegel che la
-bellezza fosse il riflesso dell’idea, impugnavano quella definizione,
-confutandola e deridendola. Ci contentiamo di addurre le dottrine
-dell’Herbart e dello Schopenhauer.
-
-Secondo Herbart (1776-1841) non c’è e non può esserci bellezza
-esistente di per sè stessa. Non esiste nient’altro che la nostra
-opinione, e questa è fondata sulle nostre impressioni personali.
-Ci sono certe relazioni che noi chiamiamo bello, e l’arte sta nello
-scoprirle, tanto nella pittura, quanto nella musica e nella poesia.
-
-Secondo lo Schopenhauer (1788-1860) la volontà si oggettiva nel mondo
-su piani diversi, ciascuno dei quali ha la sua bellezza propria, e
-il più elevato è il più bello. La rinuncia alla nostra individualità,
-permettendoci di contemplare codeste manifestazioni della Volontà, ci
-dà una percezione della bellezza. Tutti gli uomini hanno la facoltà
-di oggettivare l’idea in disegni differenti; ma il genio dell’artista
-la possiede in più alto grado, e può quindi produrre una bellezza
-superiore.
-
-Dopo questi scrittori famosi ne sorsero in Germania degli altri meno
-originali e meno autorevoli, ma pur sempre accaniti a sradicare le
-dottrine dei loro confratelli passati e presenti: tali sono l’Hartmann,
-il Kirchmann, lo Schnasse, il fisico Helmholtz, il Bergmann, il
-Jungmann, ecc.
-
-Secondo Hartmann (nato nel 1842) la bellezza non risiede nè nel
-mondo esterno, nè nella “cosa in sè stessa„, nè nell’anima nostra, ma
-nell’_apparenza_ (Schein) prodotta dall’artista. La “cosa in sè„ non è
-punto bella, ma ci sembra tale quando è trasformata dall’artista.
-
-Secondo Schnasse (1798-1875), non c’è nel mondo bellezza perfetta;
-la natura non fa che accostarvisi soltanto; l’arte ci dà quel che la
-natura non può darci.
-
-Secondo Kirchmann (1802-1884) ci sono sei regni della storia: i regni
-della scienza, della ricchezza, della morale, della fede, della
-politica, e della bellezza. L’arte è l’attività che s’esercita in
-quest’ultimo regno.
-
-Secondo Helmholtz (1821-1896) il quale non s’occupò che dell’estetica
-musicale, la bellezza in musica non s’ottiene se non coll’osservazione
-di certe leggi invariabili, leggi che l’artista ignora, ma a cui
-obbedisce incoscientemente.
-
-Secondo Bergmann (_Ueber das Schöne_, 1887) è impossibile
-definire oggettivamente la bellezza. Essa non si può percepire che
-soggettivamente, quindi il problema dell’estetica sta nel determinare
-quello che piace a ciascuno.
-
-Secondo Jungmann (morto nel 1885): 1.º la bellezza è una qualità
-soprasensibile delle cose; 2.º il piacere artistico è prodotto in noi
-dalla semplice contemplazione della bellezza; 3.º la bellezza è il
-fondamento dell’amore.
-
-
-Credete voi che mentre la Germania partoriva tante dottrine, gli
-estetici di Francia ed Inghilterra scioperassero?
-
-In Francia, c’era Cousin (1792-1867), un eclettico che s’ispirava
-alle dottrine degl’idealisti tedeschi. Secondo lui la bellezza posa
-sempre sopra un fondamento morale. Diceva inoltre che la bellezza può
-esser definita oggettivamente, e ch’essa è, per essenza, la varietà
-nell’unità.
-
-Il Jouffroy, suo scolaro (1796-1842) scorgeva nella bellezza
-l’invisibile reso per mezzo di segni sensibili.
-
-Il metafisico Ravaisson considerava la bellezza come termine e fine
-supremo dell’Universo. “La beauté la plus divine et principalement la
-plus parfaite contient le secret.„ E appresso: “Le monde entier est
-l’œuvre d’une beauté absolue, qui n’est la cause des choses que par
-l’amour qu’elle met en elles.„
-
-M’astengo a bello studio dal tradurre in russo codeste espressioni
-metafisiche, perchè i francesi quando prendono a imitare i tedeschi li
-superano d’assai nell’arruffio delle idee eterogenee.
-
-Il metafisico Renouvier alla sua volta diceva: “Ne craignons pas
-d’affirmer qu’une vérité qui ne serait pas belle ne serait qu’un jeu
-logique de notre esprit, et que la seule vérité solide, et digne de ce
-nom, c’est la beauté.„
-
-Tutti questi pensatori si riferivano colle loro dottrine all’estetica
-tedesca; altri loro contemporanei si sforzarono d’esser più originali,
-come il Taine, il Guyau, lo Cherbuliez, il Véron, ecc.
-
-Secondo Taine (1828-1893) c’è la bellezza quando il carattere
-essenziale d’una idea importante si manifesta più completamente che
-non nella realtà. Secondo Guyau (1854-1888) la bellezza non è cosa
-esteriore all’oggetto, ma è il fiore stesso dell’oggetto. L’arte è
-l’espressione d’una vita ragionevole e cosciente, evocando in noi a
-un tempo la più profonda consapevolezza nella nostra esistenza e i
-sentimenti più elevati e i pensieri più nobili. L’arte, secondo lui,
-trasporta l’uomo dalla vita individuale nella vita universale per mezzo
-della comunione dei sentimenti e delle idee.
-
-Secondo Cherbuliez l’arte è un’attività che: 1.º soddisfa il nostro
-amore innato delle apparenze; 2.º incarna in queste apparenze delle
-idee; 3.º procura a un tempo godimento ai sensi, al cuore, alla
-ragione.
-
-Presentiamo ancora, per esser completi, il parere di alcuni autori
-francesi più recenti. La _Psicologia del bello e dell’arte_ scritta
-da Mario Pilo[12] (1895) afferma che la bellezza è un prodotto delle
-nostre impressioni fisiche. Fine dell’arte è il piacere; ma l’autore
-pensa che questo piacere è di necessità eminentemente morale. Il
-_Saggio sull’arte contemporanea_ di Fierens-Gevaert (1897) dice che
-l’arte consiste nell’equilibrio tra la conservazione delle tradizioni
-del passato, e l’espressione dell’ideale del presente. Infine il Sâr
-Péladan afferma che la bellezza è una delle manifestazioni di Dio. “Non
-c’è altra Realtà che Dio, non c’è altra Verità che Dio, non c’è altra
-Bellezza che Dio.„
-
-L’_Estetica_ di Véron (1878) si distingue dalle opere affini se non
-altro per maggiore chiarezza e facilità. Senza dare una definizione
-esatta dell’arte, l’autore ha il merito di sbarazzare l’estetica da
-tutte le vaghe nozioni del bello assoluto. Secondo il Véron l’arte
-è la manifestazione d’un’emozione estrinsecata per mezzo di qualche
-combinazione di linee, di forme, di colori, o con una successione di
-movimenti, di ritmi, di suoni.
-
-
-Quanto agli Inglesi, in massima parte s’accordano in questo, che
-definiscono la bellezza non per le sue qualità proprie, ma seguendo le
-impressioni e i gusti individuali. Così fecero già il Reid (1704-1796),
-l’Alison ed Erasmo Darwin (1731-1802). Ma le teorie dei loro successori
-sono assai più notevoli.
-
-Secondo Carlo Darwin (1805-1882) la bellezza è un sentimento naturale,
-non soltanto dell’uomo, ma eziandio degli animali. Gli uccelli adornano
-i loro nidi, e tengono conto della bellezza nei rapporti sessuali.
-Del resto la bellezza è la risultante di varie nozioni e di vari
-sentimenti. L’origine della musica si deve rintracciare nelle chiamate
-che il maschio rivolge alla femmina.
-
-Secondo Erberto Spencer (nato nel 1820) l’origine dell’arte dev’essere
-cercata nel giuoco. Negli animali inferiori l’energia vitale è rivolta
-per intiero alla conservazione della vita individuale e della specie;
-nell’uomo invece, soddisfatti i primi istinti, rimane un dippiù
-d’energia, che si consuma nel giuoco, e poscia è trasformata in arte.
-E l’autore continua a discorrere delle varie sorgenti del piacere
-estetico, cioè della facoltà d’esercitare qualche senso nella sua
-maggiore interezza e col minore dispendio di forza, della massima
-varietà delle sensazioni, ecc.
-
-Grant Allen nei suoi _Physiological Esthetics_ (1877) assegna
-alla bellezza un’origine fisica. I piaceri estetici derivano dalla
-contemplazione della bellezza, ma il concetto della bellezza è il
-risultato di un processo fisiologico. Il bello è ciò che procura il
-maximum di stimoli col minimum di spesa.
-
-Le varie opinioni ora addotte intorno all’arte e alla bellezza,
-senza dire di quelle degl’inglesi Todhunter, Morley, Kerd, Knight,
-ecc., non esauriscono di certo quanto s’è scritto intorno al nostro
-argomento. Non passa giorno senza che sorgano dei nuovi estetici, nella
-dottrina dei quali si trovano, invariabilmente, lo stesso vago e le
-stesse contraddizioni. Alcuni per inerzia si contentano di adottare
-con qualche variante l’estetica mistica dei Baumgarten e dei Hegel;
-altri trasportano la questione nel campo soggettivo, riconnettendo
-la bellezza al gusto; altri, gli estetici delle ultime generazioni,
-ricercano l’origine della bellezza nelle leggi della fisiologia; altri
-infine affrontano risoluti il problema dell’arte indipendentemente dal
-concetto di bellezza.
-
-Così il Sully, in _Sensation and Intuition_, elimina per intero la
-nozione di bellezza. Nella sua definizione l’arte non è che un prodotto
-idoneo a procurare al produttore un godimento attivo, e a suscitare
-un’impressione gradevole in un certo numero di spettatori o d’uditori,
-astraendo da ogni considerazione d’utilità pratica.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-Distinzione tra l’arte e la bellezza.
-
-
-Che cosa si ricava da tutte codeste definizioni della bellezza?
-Astraendo da quelle evidentemente fallaci, che non rispondono al
-concetto dell’arte, e ripongono la bellezza o nell’adattamento a un
-fine, o nella simmetria, o nell’ordine, o nell’armonia delle parti o
-nell’unità sotto la varietà, o in diverse combinazioni di tutti questi
-elementi, astraendo da questi tentativi infelici di determinazioni
-oggettive, tutte le definizioni della bellezza proposte dagli estetici
-fanno capo a due principii opposti. Il primo è che la bellezza è cosa
-esistente di per sè, una manifestazione dell’Assoluto, del Perfetto,
-dell’Idea, dello Spirito, della Volontà, di Dio; l’altro è, che la
-bellezza consiste in un piacere particolare provato da noi, e nel quale
-non entra punto il sentimento dell’utile.
-
-Di questi due principii il primo fu ammesso da Fichte, Schelling,
-Hegel, Schopenhauer e dai metafisici francesi; è ancor oggi molto molto
-diffuso tra le persone colte, specie della vecchia generazione.
-
-Il secondo principio, che riduce la bellezza a un’impressione
-individuale di piacere, è caldeggiato particolarmente dagli estetici
-inglesi, ed è accolto con favore crescente dalle generazioni nuove
-della nostra società.
-
-Perciò, secondochè era inevitabile, non sono possibili se non due
-definizioni della bellezza; una oggettiva, mistica, per cui la nozione
-del bello s’annega in quella della perfezione o di Dio, — definizione
-fantastica e senza fondamento reale; l’altra invece semplicissima
-e chiarissima, ma affatto soggettiva, quella per cui la bellezza
-s’identifica con tutto ciò che piace. Da un lato la bellezza apparisce
-come qualche cosa di sublime, di soprannaturale, ma, nel medesimo
-tempo d’indefinito; dall’altro, apparisce come una specie di piacere
-disinteressato provato da noi. Infatti questo secondo concetto della
-bellezza è chiarissimo, ma, pur troppo, è molto inesatto, in quanto
-esagera nel senso opposto, implicando così la bellezza anche dei
-piaceri provenienti dai cibi, dalle bevande, dal vestire, dal tatto,
-ecc.
-
-È ben vero che seguendo l’estetica nelle fasi successive del suo
-svolgimento dobbiamo riconoscere che le dottrine metafisiche e
-idealiste vanno perdendo terreno a petto di quelle sperimentali e
-positive, sicchè vediamo degli estetici come Véron e Sully sforzarsi a
-escludere intieramente la nozione del bello. Ma gli estetici di codesta
-scuola sinora hanno pochi seguaci, e la gran maggioranza del pubblico,
-non esclusi i dotti e gli artisti, si attiene all’una o all’altra delle
-due definizioni classiche dell’arte, che le assegnano per fondamento
-la bellezza, considerata o come una entità mistica e metafisica, o come
-una forma speciale di piacere.
-
-
-Cerchiamo pertanto alla nostra volta d’esaminare questo famoso concetto
-della bellezza artistica.
-
-Soggettivamente, ciò che chiamiamo bellezza è senza dubbio tutto quello
-che ci fornisce un piacere particolare. Oggettivamente parlando, diamo
-il nome di bellezza a una certa perfezione; ma è chiaro che facciamo
-così perchè il contatto con questa perfezione ci procura un determinato
-piacere; talchè la definizione oggettiva si riduce a essere solo una
-nuova forma della definizione soggettiva. Realmente il concetto della
-bellezza risulta per noi dal godimento d’un piacere _sui generis_.
-
-Così essendo sarebbe naturale che l’estetica rinunciasse alla
-definizione dell’arte fondata sul bello, cioè sul piacere individuale,
-e si mettesse in cerca di una definizione più comprensiva, applicabile
-a tutte le produzioni artistiche, e tale da farci distinguere quanto
-appartiene o non appartiene al dominio dell’arte. Ma, come si sarà
-convinto il lettore dal nostro riassunto delle diverse dottrine
-estetiche, non incontrammo alcuna definizione di quella sorta. Tutti
-i tentativi fatti per definire il bello assoluto, o non definiscono
-nulla o definiscono solo alcuni caratteri di alcuni prodotti artistici,
-e non abbracciano tutto quello che tutti hanno sempre considerato come
-appartenente al dominio dell’arte.
-
-Non c’è una sola definizione veramente oggettiva della bellezza. Le
-definizioni esistenti, sia metafisiche sia sperimentali, riescono
-tutte in fondo a quell’unica definizione soggettiva, che pretende
-l’arte essere l’estrinsecazione della bellezza, e la bellezza essere
-ciò che piace senza eccitare il desiderio. Molti estetici intesero
-l’insufficienza e l’instabilità d’una definizione siffatta, e, per
-darle una base solida, studiarono le origini del piacere artistico.
-Così trasformarono la questione della bellezza in una questione di
-gusto. Ma in ultima analisi si scoperse che il gusto non è più facile
-a definirsi che la bellezza. Perchè non c’è, nè ci può essere alcuna
-spiegazione compiuta e seria del motivo per cui una cosa piace a uno e
-dispiace a un altro, e viceversa. Quindi l’estetica intiera, dalla sua
-fondazione sino ai nostri tempi, fallisce in quello che ci potevamo
-attendere da essa nella sua qualità di pretesa scienza; non avendoci
-saputo determinare nè le proprietà e le leggi dell’arte, nè il bello,
-nè l’essenza del gusto. Tutta codesta famosa scienza dell’estetica
-consiste, in fondo, a non riconoscere come artistiche se non certe
-opere, per l’unico motivo che ci piacciono, e poi ad architettare una
-teorica dell’arte adattabile per l’appunto a cotali opere. Si comincia
-dallo stabilire un canone artistico, secondo cui si designano come
-opere d’arte certe produzioni che hanno la fortuna di piacere a certe
-classi sociali, le opere di Fidia, di Raffaello, del Tiziano, di Bach,
-di Beethoven, d’Omero, di Sofocle, di Dante, di Shakespeare, di Goethe,
-ecc.; dopo ciò le leggi dell’estetica sono aggiustate in modo che
-abbraccino la totalità di quelle opere.
-
-Un estetico tedesco che io leggevo giorni sono, Folgeldt, discutendo i
-problemi dell’arte e della morale afferma di netto essere pura follia
-il voler cercare la morale nell’arte. E sapete su quale argomento,
-solo e soletto, fondi la sua dimostrazione? Dice che, se l’arte dovesse
-essere morale, non sarebbero opere d’arte nè il _Romeo e Giulietta_ di
-Shakespeare nè il _Wilhelm Meister_ di Goethe; ora quelle opere essendo
-con piena evidenza opere d’arte, crollerebbe tutta la dottrina della
-moralità nell’arte. Onde, il signor Folgeldt si mette in cerca di una
-definizione dell’arte che lasci passare quei due lavori; e si decide a
-proporre come fondamento dell’arte “il significato„.
-
-Orbene, è su questo modello che sono fabbricate tutte le estetiche.
-In luogo di cominciare da una definizione dell’arte vera e poi
-decidere che cosa appartenga o non appartenga all’arte, si gabellano
-a priori come opere d’arte un certo numero di lavori che per certe
-ragioni piacciono a una certa parte del pubblico; di poi s’inventa
-una definizione dell’arte che possa estendersi a tutti quei lavori.
-Per esempio l’estetico tedesco Muther nella sua _Storia dell’arte nel
-secolo XIX_ mentre si guarda bene dal disapprovare le tendenze dei
-preraffaellisti, dei decadenti, e dei simbolisti, s’adopera da senno
-ad allargare la sua definizione dell’arte in modo da potervi includere
-codeste nuove tendenze. Qualunque aberrazione nuova si faccia strada
-nell’arte, purchè sia stata accolta dalle classi più elevate della
-società, ecco s’inventa subito una teoria per spiegarla e sanzionarla,
-come se la storia non ci offrisse dei periodi, in cui certi gruppi
-sociali reputavano arte di buona lega un’arte falsa, contorta, priva
-di senso, che in seguito sprofondò nell’oblìo senza lasciare traccia di
-sè.
-
-Pertanto la teoria dell’arte fondata sulla bellezza, quale ce la
-presenta l’estetica, si riduce all’ammissione, tra le cose “buone„ di
-qualche cosa che ci sia piaciuto, o che ci piaccia ancora.
-
-
-Per definire una forma particolare dell’attività umana occorre
-comprenderne innanzi tutto il significato e il valore. E per giungere
-a que sta nozione fa d’uopo esaminar codesta attività, prima in sè
-stessa, poi ne’ suoi rapporti colle sue cause e co’ suoi effetti,
-e non solo rispetto al piacere personale che possiamo ricavarne. Se
-diciamo che l’unico fine di una certa forma della nostra attività è
-il nostro piacere, e la definiamo secondo il piacere che ci cagiona,
-la nostra definizione sarà certamente errata. Ma ciò è per l’appunto
-quanto accade nelle solite definizioni dell’arte. Nella questione
-del nutrimento a nessuno verrà in mente d’affermare che l’importanza
-d’alimento si misuri dalla somma di piacere che ne ricaviamo. Ciascuno
-ammette e comprende che sulla soddisfazione del palato non si può
-fondare una definizione del valore d’un dato alimento, e che perciò
-non abbiano il diritto d’argomentare che il pepe di Caienna, il cacio
-di Limbourg, l’alcool, ecc., a cui siamo avvezzi e che ci piacciono,
-formino il migliore degli alimenti. Ora nella questione dell’arte
-abbiamo un caso analogo. La bellezza, ossia quello che ci piace,
-non può in alcun modo servirci di fondamento a definir l’arte, nè la
-schiera degli oggetti che ci procurano piacere può esser considerata
-come il modello dell’arte. Cercare l’oggetto e il fine dell’arte nel
-godimento che se ne ricava, è imaginare, come sogliono i selvaggi,
-che l’oggetto e il fine dell’alimentazione stiano nel piacere che ne
-proviene.
-
-In entrambi i casi il piacere non è che un elemento accessorio. E come
-non si giunge a conoscere il vero fine dell’alimentazione, che è il
-mantenimento del corpo, se non si tralascia di cercarlo nel piacere di
-mangiare, così non si capisce il vero significato dell’arte se non si
-smette di riporre il fine dell’arte nella bellezza, cioè nel piacere.
-E a quel modo che il discutere intorno al perchè ad uno piacciano
-le frutta, e un altro preferisca la carne, non ci aiuta a scoprire
-quello che è utile ed essenziale nel nutrimento, così lo studiare le
-questioni del gusto in arte, non che aiutarci a intendere quella forma
-particolare dell’umana attività che chiamiamo arte, ce ne rende affatto
-impossibile l’intelligenza.
-
-Al quesito “che cosa è l’arte?„, abbiamo sciorinato molte risposte
-riportate da diverse opere d’estetica. E tutte, o pressochè tutte
-codeste risposte, mentre nel resto sono tra di loro agli antipodi,
-s’accordano nel proclamare che fine dell’arte è la bellezza, che la
-bellezza si riconosce dal piacere che essa procura, e che alla sua
-volta codesto piacere è importante, semplicemente perchè è un piacere.
-A questo modo queste svariate definizioni dell’arte non riescono vere
-definizioni, ma semplici conati per giustificare l’arte odierna.
-Per quanto la cosa possa parere strana, nonostante la farragine di
-libri scritti intorno all’arte, non s’è tentata ancora nessuna vera
-definizione dell’arte, per questo solo motivo: che si volle sempre
-fondare il concetto dell’arte su quello della bellezza.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-La funzione dell’arte.
-
-
-Che cos’è adunque l’arte, se eliminiamo il concetto della bellezza,
-fatto solo per ingarbugliare inutilmente il problema? Le sole
-definizioni dell’arte che attestino l’intenzione di lasciar da banda il
-concetto del bello, sono, le seguenti: 1.º secondo Schiller, Darwin,
-Spencer, l’arte è un’attività che si riscontra anche tra gli animali,
-e nasce dall’istinto sessuale e dall’istinto del giuoco; e Grant Allen
-aggiunge che siffatta attività s’accoppia a un gradevole eccitamento
-del sistema nervoso; 2.º secondo Véron, l’arte è la manifestazione
-esteriore di commovimenti interiori, ottenuta per mezzo di linee,
-di colori, di moti, di suoni, di parole; 3.º secondo Sully, l’arte è
-la produzione d’un oggetto durevole o d’un’azione passeggera tale da
-generare nel produttore un godimento attivo, e suscitare in un dato
-numero di spettatori o d’uditori un’impressione piacevole, esclusa ogni
-considerazione d’utilità pratica.
-
-Queste tre definizioni, pur essendo superiori di molto a quelle
-definizioni metafisiche le quali fondano l’arte sulla bellezza, restano
-a ogni modo inesatte.
-
-La prima è inesatta, perchè, invece di considerare unicamente
-l’attività artistica, che è sola in questione, non contempla che
-l’origine di codesta attività. Ed è inesatta del pari anche l’aggiunta
-proposta dal Grant Allen, attesochè l’eccitamento nervoso di cui
-parla può accompagnarsi, oltrechè coll’azione artistica, con molte
-altre forme dell’attività umana; e di qui è scaturito l’errore delle
-nuove teorie estetiche per le quali s’innalza alla dignità dell’arte
-la preparazione di belle vesti, di gradevoli profumi, e perfino di
-pietanze.
-
-La definizione del Véron che fa consistere l’arte nell’esprimere
-certe emozioni è inesatta, perchè si possono esprimere le proprie
-emozioni per mezzo di linee, di colori, di parole, di suoni, senza che
-cosiffatta espressione agisca sugli altri; nel qual caso non si può
-trattare d’espressione artistica.
-
-Da ultimo è inesatta anche la definizione del Sully, come quella che si
-può applicare tanto ai giuochi di prestigio e all’acrobatica, quanto
-all’arte; mentre d’altro lato s’incontrano dei prodotti appartenenti
-all’arte senza che procurino sensazioni gradevoli a chi li produce nè
-al suo pubblico; come sarebbero le scene dolorose o patetiche, in una
-poesia o in un dramma.
-
-La deficienza di tutte queste definizioni proviene dal fatto che
-tutte quante, come le definizioni metafisiche, si fondano soltanto sul
-piacere che l’arte può procurare, e non sulla funzione che può e deve
-esercitare nella vita dell’uomo e del genere umano.
-
-
-Per definire più correttamente l’arte fa d’uopo che si rinunzi a
-riconoscere in essa soltanto una sorgente di piacere, e la si consideri
-piuttosto come una delle condizioni essenziali della vita umana. Sotto
-quest’aspetto l’arte ci si presenterà immediatamente come un mezzo di
-comunicazione tra gli uomini.
-
-Ogni opera artistica ottiene l’effetto di porre chi ne prova il fascino
-in comunicazione con colui che ne è stato l’autore, e con tutti coloro
-che prima o poi ne furono o ne saranno partecipi. L’arte opera come la
-parola, che serve di legame tra gli uomini trasmettendo il pensiero,
-laddove per mezzo dell’arte si comunicano i sentimenti e le emozioni. E
-siffatta trasmissione avviene così.
-
-Ogni uomo è capace di provare tutti i sentimenti umani, mentre non
-ogni uomo sa esprimerli tutti quanti. Ma se uno per mezzo dell’udito
-o della vista percepisce i sentimenti d’un altro espressi a dovere,
-può provarli in sè stesso, anche trattandosi di sentimenti nuovi per
-lui. Per prendere l’esempio più semplice: se un uomo ride, chi lo sente
-ridere, diventerà più o meno allegro; se qualcuno piange, quelli che lo
-vedono piangere si rattristano. Un tale è eccitato, oppur esasperato; i
-presenti risentono il contagio di quelle disposizioni. Un altro esprime
-coi gesti o col tuono della voce il coraggio, la rassegnazione, la
-tristezza, e il suo sentimento si comunicherà a quelli che lo vedono
-o l’ascoltano. O esprime il suo dolore coi gemiti e coi sospiri; e il
-dolore passerà nell’anima di chi lo intende. E lo stesso si dica di
-mille altre emozioni.
-
-Ora, quella forma d’attività che si chiama arte, si fonda sopra codesta
-attitudine dell’uomo a provare i sentimenti che agitano gli altri.
-
-Se alcuno agisce sul sentimento altrui col suo aspetto o colle sue
-parole mentre egli stesso è in preda al sentimento che manifesta; se
-induce un altro a sbadigliare quando è costretto a sbadigliare egli
-stesso, a ridere o a piangere, quando prova egli il bisogno di ridere
-o di piangere; codesti effetti di contagio non sono ancora il risultato
-d’una creazione artistica. L’arte comincia quando l’uomo rievoca in sè,
-ed esprime con segni esteriori i sentimenti già provati altra volta col
-fine di farli provare altrui. Prendiamo anche questa volta un esempio
-elementare. Un ragazzo atterrito dall’incontro con un lupo, racconta
-l’avventura; e per destare negli uditori l’emozione provata da lui,
-descrive il suo stato d’allora, gli oggetti che lo circondavano, il
-suo perfetto abbandono, poi l’improvviso apparire del lupo, le sue
-mosse, la distanza a cui s’accostò, ecc. In codesto racconto avremo
-un fatto d’arte, se il ragazzo, narrando il suo caso, risuscita in sè
-i sentimenti già provati, e i suoi gesti, il tuono della sua voce, le
-sue imagini forzano gli uditori a provare essi stessi dei sentimenti
-analoghi. E quand’anche il ragazzo non avesse mai visto un lupo, ma si
-fosse solo spaventato all’idea di incontrarne uno, e volendo comunicare
-agli altri codesto suo spavento, inventasse un incontro con un lupo
-e lo raccontasse in modo da far rabbrividire i suoi uditori, anche
-in questo caso s’avrebbe un fatto d’arte. Così pure c’è arte, quando
-alcuno, avendo provato o in realtà o in imaginazione il timore di
-soffrire o il desiderio di godere, esprime sulla tela o nel marmo i
-proprii sentimenti in modo da comunicarli agli altri. C’è arte allorchè
-un uomo prova o s’imagina di provare sentimenti di gioia, di tristezza,
-di disperazione, di coraggio, di accasciamento, e le transizioni
-dall’uno all’altro di questi sentimenti, ed esprime tutto ciò con suoni
-che mettono gli altri in grado di riprovare le stesse commozioni.
-
-I sentimenti che l’artista comunica agli altri possono essere di varie
-sorta, forti o deboli, importanti o insignificanti, buoni o cattivi;
-possono essere sentimenti di patriottismo, di rassegnazione, di pietà,
-di voluttà; possono esser resi con un dramma, con un romanzo, con
-una pittura, con una marcia, con una danza, un paesaggio, una favola;
-qualunque opera che esprime, ciò soltanto, è opera d’arte. Allorchè gli
-spettatori o gli uditori provano i sentimenti espressi dall’autore, c’è
-opera d’arte.
-
-Risuscitare in sè stessi un sentimento già provato per trasfonderlo
-negli altri col soccorso di moti, di linee, di colori, di suoni,
-d’imagini orali: ecco il vero oggetto dell’arte. L’arte è una
-forma dell’attività umana che ci consente di suscitare negli altri
-coscientemente e volontariamente i nostri sentimenti per mezzo di
-certi segni esteriori. S’ingannano i metafisici che vedono nell’arte
-l’estrinsecazione d’un’idea misteriosa della bellezza o di Dio; nemmeno
-l’arte è, come vogliono gli estetici fisiologi, un giuoco in cui l’uomo
-spende il suo eccedente d’energia; non è la produzione d’oggetti
-piacevoli; sovrattutto non è un piacere: è un mezzo di riunire gli
-uomini raccogliendoli a unità di sentimenti, e perciò indispensabile
-alla vita dell’umanità, e al suo progresso nella via della felicità.
-
-In fatti a quel modo che in virtù della nostra facoltà di esprimere con
-parole i pensieri, ognuno di noi può conoscere quanto s’è fatto prima
-di noi nel dominio delle idee e prender parte all’attività mentale
-dei contemporanei, e trasmettere a questi e ai posteri i pensieri
-raccolti dagli altri e quelli aggiunti del proprio; così in virtù del
-nostro potere di trasfondere negli altri i nostri sentimenti per mezzo
-dell’arte, ci diventano accessibili tutti i sentimenti che s’agitano
-intorno a noi, come pure certi sentimenti provati mille anni prima di
-noi.
-
-Se non godessimo della facoltà di accogliere le idee concepite dai
-nostri predecessori, e di trasmettere altrui le nostre, saremmo animali
-selvatici, oppure come Gaspare Hauser, l’orfano di Norimberga, il
-quale, per essere stato allevato nella solitudine, a sedici anni aveva
-l’intelligenza d’un bambino. E se ci mancasse l’attitudine a ricevere
-la impressione dei sentimenti altrui resi dall’arte, saremmo quasi
-ancora più selvatici, più divisi gli uni dagli altri, più ostili a
-vicenda. Donde risulta che l’arte è cosa importantissima, non meno
-importante del linguaggio stesso.
-
-Siamo stati abituati a non comprendere nella denominazione d’arte
-se non quanto udiamo e vediamo nei teatri, nei concerti, nelle
-esposizioni, o quello che leggiamo nelle poesie e nei romanzi.
-Ora tutto ciò non è che l’infima parte dell’arte vera, colla quale
-palesiamo agli altri la nostra vita interiore, o intendiamo la loro.
-Tutta l’esistenza umana ribocca d’arte, dalle ninnananne, dalle danze,
-dalla mimica, dalle cantilene, agli uffizi religiosi e alle cerimonie
-pubbliche. Tutto ciò appartiene all’arte. Come la parola non opera su
-di noi solo per l’eloquenza e per i libri, ma pure nelle conversazioni
-famigliari, del pari l’arte, intesa nel sue più largo significato,
-invade tutta la nostra vita, e la cosidetta arte in senso stretto è ben
-lontana dal rappresentare l’insieme dell’arte vera.
-
-
-Ma per molti secoli il genere umano riconobbe solo una parte di codesta
-enorme e diversa attività artistica, quella cioè che si proponeva di
-perpetuare i sentimenti religiosi. A tutte le altre manifestazioni
-artistiche, cioè canzoni, danze, novelle di fate, ecc., gli uomini per
-un pezzo non diedero alcuna importanza, e solo occasionalmente i grandi
-educatori del genere umano si soffermarono a censurare certi prodotti
-di codesta arte profana, qualora li giudicassero opposti ai concetti
-religiosi del tempo.
-
-Così fu intesa l’arte dai savii antichi, da Socrate, da Platone, da
-Aristotele, dai profeti ebrei e dai primi cristiani; così la intendono
-oggi ancora i maomettani; e così l’intende il popolo nei nostri
-villaggi russi. Ci furono persino degli educatori di popoli come
-Platone, e delle nazioni intiere, come i maomettani o i buddisti, che
-negarono all’arte il diritto di esistere.
-
-Certo avevano torto quegli uomini e quelle nazioni di condannare l’arte
-in genere, cioè di voler sopprimere cosa che non si può sopprimere,
-uno dei mezzi più indispensabili di comunicazione tra gli uomini. Ma
-il loro errore era meno grande di quello che commettono ora gli Europei
-civili col favorire tutte le arti al solo patto che producano il bello,
-ovverosia che generino il piacere. Una volta si temeva che tra le
-varie opere d’arte ce ne fossero di quelle atte a guastar la gente, e
-si condannavano tutte per timore di queste ultime; oggigiorno invece
-la paura di privarci di qualche minimo piacere basta a farci accettare
-tutte le arti col rischio di ammetterne di molto pericolose. Errore
-questo assai più grossolano dell’altro, e tale da produrre conseguenze
-molto più disastrose!
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-L’arte vera.
-
-
-Ma come avvenne che l’arte non religiosa, un tempo appena tollerata,
-nella nostra età sia stata favorita a condizione che ci procurasse
-piacere?
-
-Ecco in breve come si può spiegare il fatto. La stima dell’arte, cioè
-di quanto valgono i sentimenti che essa propaga, dipende dal concetto
-che ci formiamo della vita e del suo significato, e di quello che in
-essa ci par buono o cattivo. E la scienza che distingue il buono dal
-cattivo porta il nome di religione.
-
-Il genere umano avanza nel progresso innalzandosi da un concetto
-inferiore, parziale e oscuro della vita, ad altri più elevati, più
-comprensivi, più chiari. In codesto movimento del progresso, come in
-tutti i movimenti, gli uomini sono guidati da certi loro capi, che
-intendono meglio degli altri il significato della vita; e tra codesti
-precursori ce n’è sempre qualcuno, che ha espresso il suo concetto
-personale più chiaramente, o più fortemente degli altri, tanto a parole
-quanto coll’esempio. La determinazione impressa al significato della
-vita da qualche uomo simile, accompagnata dalle tradizioni, dalle
-superstizioni, dalle cerimonie, che circondano sempre la figura dei
-grandi, è il costitutivo essenziale delle religioni. Esse rispecchiano
-il concetto che si formano della vita gli uomini migliori e più
-intelligenti d’una data età e d’una data società, il quale finisce per
-essere irresistibilmente adottato dalla società intiera. Perciò in
-tutti i tempi le religioni valsero a darci la misura dei sentimenti
-umani. Quelli, per cui l’uomo s’accosta all’ideale proposto dalla
-religione, e che armonizzano con esso, vengono ritenuti buoni, e
-cattivi quegli altri che allontanano l’uomo dall’ideale della sua
-religione.
-
-Laonde se, come presso gli antichi Ebrei, la religione fa consistere
-il fondo della vita nell’adorare un Dio solo e sottomettersi alla sua
-volontà, i sentimenti di obbedienza alla legge divina son riputati
-buoni, e danno luogo all’arte buona, rappresentata dalle profezie, dai
-salmi, dall’epopea della Genesi. E si considera come arte cattiva tutto
-ciò che si oppone a quell’ideale, come a dire l’espressione d’un culto
-verso divinità straniere, e gli altri sentimenti incompatibili colla
-legge di Dio.
-
-Invece nel caso dei Greci, quando la religione spiega il significato
-della vita riponendolo nella felicità terrena, nella forza e nella
-bellezza, si considera arte buona quella che esprime l’allegrezza
-e l’operosità della vita, e cattiva quella che ispira sentimenti di
-mollezza o d’avvilimento. Il significato della vita essendo riposto,
-come presso i Romani, nel collaborare alla grandezza della nazione, o,
-come presso i Cinesi, nel rendere onore ai maggiori, e perpetuare il
-loro genere di vita, si reputerà naturalmente arte buona quella che
-esprime la gioia del sacrifizio personale per il bene della nazione,
-oppure il rispetto verso gli antenati e il desiderio d’imitarli; e
-cattiva ogni arte che bandisca sentimenti opposti. Quando poi il
-significato della vita sta, come presso i buddisti, nel liberare
-l’uomo dal giogo dell’animalità, sarà buona l’arte che innalza l’anima
-deprimendo la carne, e cattiva quella che preconizza sentimenti atti a
-favorire le cupidigie materiali.
-
-In ogni età e in ogni società vige un senso religioso, comune a tutti,
-del buono e del cattivo, e serve di stregua a giudicar del valore dei
-sentimenti espressi dall’arte. Così avveniva presso gli Ebrei, i Greci,
-i Romani, i Cinesi, gli Egiziani, gl’Indiani; e così fu anche tra i
-primi cristiani.
-
-Il Cristianesimo dei primi secoli non riconosceva per arte buona che
-le leggende, le vite dei santi, i sermoni, le preghiere, gl’inni, tutto
-quello che esprimeva l’amore per Cristo, l’ammirazione per la sua vita,
-il desiderio d’imitarlo, la rinunzia ai piaceri del mondo, l’umiltà, la
-carità; e tutte le opere artistiche ispirate a sentimenti di godimento
-individuale erano ritenute cattive e perciò condannate; sovrattutto la
-plastica non era ammessa che col valore di simbolo, ed era condannata
-tutta l’arte pagana. Così facevano i primi cristiani, che concepivano
-la dottrina di Cristo, se non del tutto nel suo vero senso, almeno
-sotto una forma diversa da quella corrotta e paganizzata, che rivestì
-più tardi la medesima dottrina.
-
-Ma a lato di quel Cristianesimo a poco a poco se ne formò un altro,
-dipendente dalla Chiesa e più prossimo al paganesimo che non alla
-dottrina di Cristo. E codesto Cristianesimo di Chiesa conseguentemente
-alle sue dottrine cominciò a stimare ben altrimenti le opere d’arte.
-Poichè, ai principii essenziali dei vero cristianesimo, che sono lo
-stretto rapporto di tutti gli uomini con Dio, la perfetta uguaglianza
-e fraternità di tutti gli uomini, l’umiltà e l’amore in luogo della
-violenza, avendo sostituito una gerarchia celeste analoga alla
-mitologia pagana, avendo introdotto nella religione il culto di Cristo,
-della Vergine, degli Angeli, degli Apostoli, dei Santi, anzi anche
-delle loro imagini, diede vita a un’arte che esprimeva alla meglio
-questo nuovo ideale.
-
-Codesto Cristianesimo era di certo lontanissimo dalle dottrine di
-Cristo, e inferiore persino al concetto che avevano della vita certi
-Romani, quali furono gli Stoici, o l’imperatore Giuliano; ciò nondimeno
-fra i barbari che raccoglievano, rappresentava sempre alcunchè di
-superiore al loro antico culto di dei ed eroi nazionali, di spiriti
-buoni e cattivi. E l’arte rampollata da questa religione esprimeva
-l’amore per la Vergine, per Gesù, per i Santi e gli Angeli, la cieca
-obbedienza ai dogmi, la paura delle pene d’inferno, e la speranza
-dei gaudii celesti; e ogni arte in opposizione con quella era creduta
-cattiva.
-
-Quell’arte, sebbene fondata sopra un tralignamento del Cristianesimo,
-era arte vera, poichè corrispondeva al concetto religioso degli uomini
-tra i quali fioriva. Gli artisti del medio evo attingendo i loro
-sentimenti alla sorgente popolare, e rendendoli coll’architettura,
-colla pittura, colla musica, colla poesia o col dramma, erano veri
-artisti, e le loro opere, secondo l’ufficio delle opere d’arte,
-trasfondevano i loro sentimenti in tutta la comunità che li circondava.
-
-
-Così procedettero le cose, finchè le classi nobili, ricche e colte
-della società europea cominciarono a dubitare che non fosse vero il
-concetto della vita espresso nel Cristianesimo ufficiale. Allorchè dopo
-le crociate e il culmine della potenza dei Papi, quelle classi poterono
-attingere al senno degli autori classici, e riconobbero, da una parte
-il buon senso e la chiarezza degl’insegnamenti greci, dall’altra
-l’incompatibilità della dottrina ecclesiastica colle massime di Cristo,
-trovarono impossibile continuare a credere nella dottrina della Chiesa.
-Tuttavia rimasero in apparenza ligie alle forme ecclesiastiche, ma solo
-per inerzia o per conservare la loro influenza sul popolo, che nulla
-aveva perduto dell’antica fede e obbedienza. In realtà il Cristianesimo
-ecclesiastico aveva cessato d’essere la dottrina religiosa comune a
-tutti i cristiani. E le classi più colte si trovarono nella condizione
-dei Romani colti prima del Cristianesimo; non ammettevano più la
-religione delle turbe, senza essere in possesso di alcun’altra fede,
-che potesse sostituire per loro la dottrina della Chiesa, che avevano
-abbandonata.
-
-Il solo divario era che i Romani, perduta ogni fede nei loro imperatori
-divinizzati, non potevano rifarsi alle mitologie ingarbugliate che
-avevano preceduto la loro, e furono costretti a crearsi un concetto
-nuovo della vita, mentre gli uomini del Rinascimento, dubitando del
-Cristianesimo ecclesiastico, non avevano da cercar lontano per trovare
-una dottrina migliore. Bastava che sfrondassero dalla dottrina di
-Cristo le alterazioni che la Chiesa aveva prodotto in essa. E così per
-l’appunto fecero parecchi, non solo i riformatori, Wiclef, Huss, Lutero
-e Calvino, ma eziandio i seguaci del Cristianesimo non ufficiale, i
-Paoliniani, i Bogomili, i Valdesi e altri. Però codesto ritorno al
-Cristianesimo primitivo non avvenne che da parte di gente umile e priva
-d’ogni potere temporale. Ci furono sì dei ricchi che, come Francesco
-d’Assisi, ammisero la dottrina di Cristo nel suo pieno significato
-e con tutte le sue conseguenze, e le sacrificarono i loro privilegi
-sociali. Ma la maggior parte delle persone appartenenti alle classi più
-elevate, sebbene alienate alle dottrine della Chiesa, non vollero nè
-poterono seguire quell’esempio, perchè l’essenza del vero Cristianesimo
-consisteva nell’ammettere la fratellanza e quindi anche l’uguaglianza
-di tutti gli uomini, cosa che avrebbe distrutto i privilegi che erano
-avvezzi a godere. E questi membri delle classi superiori, papi,
-re, duchi, e tutti i grandi della terra, rimasero così senza vera
-religione, e si contentarono di conservare le forme esteriori d’una
-religione, le cui dottrine giustificavano i privilegi cari a loro.
-E furono precisamente costoro, che essendo dotati di potere e di
-ricchezza pagavano e dirigevano gli artisti. E tra costoro appunto, si
-noti bene, sorse un’arte novella, che si misurava non più secondo la
-sua capacità a esprimere i sentimenti religiosi del tempo, ma secondo
-la bellezza, cioè il piacere che poteva procurare. Codesti ricchi e
-potenti, essendo oramai nell’impossibilità di credere a una religione
-riconosciuta falsa, come pure di ammettere il vero Cristianesimo che
-condannava il loro modo di vivere, furono senza volerlo ricondotti al
-concetto pagano che riponeva nel piacere personale il significato della
-vita. Allora tra le classi più elevate sorse quello che è chiamato il
-Rinascimento delle lettere e delle arti. Infatti l’età del Rinascimento
-rappresenta un periodo di scetticismo completo nelle classi superiori.
-Privi com’erano di fede religiosa, e di ogni norma per distinguere
-l’arte buona dalla cattiva, gli uomini di quelle classi adottarono la
-stregua del piacere personale. E una volta ammesso che il piacere, in
-altri termini la bellezza, fosse il criterio, si trovarono contenti
-d’aggrapparsi al concetto artistico — in fondo grossolano — dei Greci
-antichi. La loro nuova teorica dell’arte defluì direttamente dal loro
-nuovo modo d’intendere la vita.
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-L’arte falsa.
-
-
-Dacchè le classi più elevate della società europea ebbero smarrita
-ogni fede nel Cristianesimo papale, la bellezza, ovverosia il godimento
-artistico, diventò per essa il criterio dell’arte buona o cattiva. E,
-secondo tale nozione, nacque tra di loro una nuova dottrina estetica
-per giustificarla; quella cioè che assegna all’arte l’unico fine di
-produrre la bellezza. I seguaci di questa teoria per renderla più
-accettabile sostennero che non era già stata inventata da loro, ma
-che sgorgava senz’altro dalla natura delle cose, e che anzi l’avevano
-già formulata i Greci antichi. La quale affermazione è assolutamente
-arbitraria e inesatta; poichè, se i Greci in realtà non distinguevano
-nettamente il buono dal bello, ciò dipendeva dal loro concetto morale
-della vita. Non avevano alcuna idea chiara di quella somma perfezione
-morale distinta dalla bellezza artistica, spesso in opposizione con
-essa, che, già presentita da certi profeti ebrei, fu poi pienamente
-tratteggiata nella dottrina di Cristo. Essi imaginavano che il bello
-dovesse necessariamente anche essere il buono. Soltanto i loro più
-grandi pensatori, come Socrate, Platone, Aristotele, sentirono che
-la bontà non coincide sempre colla bellezza. Socrate subordinava di
-proposito la bellezza alla bontà; Platone, per unire i due concetti,
-discorreva d’una bellezza spirituale; Aristotele esigeva che l’arte
-esercitasse colla _catharsis_ (purificazione) un’influenza morale.
-Ma all’infuori di codesti savii, gli altri ammettevano la concordanza
-intiera del bello e del buono, e così si spiega che nella lingua dei
-Grecianti chi un composto, _kalokagathon_ (cioè _bello e buono_), abbia
-servito a designare quella concordanza.
-
-Ciò non era che il risultato d’una cultura incompiuta, la semplice
-confusione di due concetti ben distinti. Ora gli estetici del
-Rinascimento vollero elevare codesta confusione a dignità di legge.
-Pretesero dimostrare che il sovrapporsi della bellezza e della bontà
-dipende dalla natura delle cose ed è necessario, e che il senso della
-voce _kalokagathon_ (che, se valeva per i Greci, non poteva valere per
-i cristiani) rappresenta l’ideale più alto del genere umano. Tutta la
-nuova estetica s’aggira sopra questo equivoco; e la sua pretensione
-di rifarsi all’estetica dei Greci è tutt’altro che giustificata.
-“A guardar bene — dice il Bénard nel suo libro intorno all’estetica
-d’Aristotele — si trova che in Aristotele, come anche in Platone e
-ne’ suoi successori le dottrine del bello e dell’arte sono affatte
-disgiunte.„ I Greci come gli altri popoli, ritenevano buona l’arte
-quando era al servizio della bontà, vale a dire di ciò che credevano
-buono. Ma in loro il senso morale era così poco svolto, che bontà
-e bellezza pareva loro che coincidessero. Del resto non ebbero mai
-neppure l’ombra d’una dottrina estetica sul fare di quella che si
-attribuisce loro. L’estetica è un’invenzione dei tempi moderni, e non
-prese forma scientifica se non dal Baumgarten in poi, come appare
-dalla storia di codesta disciplina filosofica, che tralasciamo per
-amore di brevità. Da buon tedesco il Baumgarten, con una cura assai
-pedantesca della simmetria e dall’esattezza esteriore, e un disdegno
-assoluto d’ogni osservazione di fatto, fabbricò ed espose la sua teoria
-singolare. Ed essa, a dispetto della sua assurdità, si divulgò nella
-cerchia della gente colta, ed è ripetuta tuttora da dotti e ignoranti
-come se fosse un vero incrollabile e d’assoluta evidenza.
-
-
-_Habent sua fata libelli pro capite lectoris_; e ancor più giustamente
-si può dire che _habent sua fata_, le teorie, secondo il grado di
-errore in cui si trova immersa la società nella quale queste teorie
-sono inventate. Se qualche teoria serve a giustificare la falsa
-posizione in cui vive una classe della società, per quanto si mostri
-infondata e apertamente falsa, è accolta da quella tal classe della
-società come articolo di fede. Questa sorte ebbe, per esempio, la
-celebre e assurda dottrina del Malthus, colla quale si sosteneva che la
-popolazione della terra s’accresce in proporzione geometrica, e i mezzi
-di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica; quindi essere
-inevitabile un affollamento eccessivo della terra. Lo stesso è avvenuto
-della teoria (derivata dalla Malthusiana), che scorge il fondamento
-del progresso nella selezione e nella lotta per la vita; ed è ciò che
-succede ancora della dottrina del Marx che ci rappresenta come legge
-fatale e inevitabile la distruzione graduale della piccola industria
-privata per opera della grande industria capitalista. Queste dottrine
-possono ben mancare d’ogni fondamento, opporsi a tutte le certezze, a
-tutte le speranze del genere umano, essere scioccamente e bruttamente
-immorali; tuttavia s’accolgono senza sforzo, s’insegnano senza
-discussione, talvolta per parecchi secoli, finchè non siano scomparse
-le condizioni sociali che esse valevano in certo modo a giustificare.
-Del medesimo stampo è la singolare dottrina del Baumgarten che ravvisa
-nel buono, nel bello, nel vero tre manifestazioni d’un essere unico e
-perfetto.
-
-Invano si cercano degli argomenti per puntellare siffatta teoria. La
-bontà è realmente il concetto fondamentale su cui riposa la nostra
-coscienza nella sua essenza: è un concetto che la ragione non sa
-definire, che nulla può definire, ma che serve esso stesso a definire
-tutto il resto; è il fine supremo, eterno della nostra vita. La bontà
-è tutt’uno con quello che chiamiamo Dio. In questo ebbe ragione il
-Baumgarten. Ma la bellezza, se non vogliamo contentarci di parole,
-non è se non quello che ci fa piacere, e quindi il suo concetto non
-s’agguaglia con quello della bontà, anzi più presto vi si oppone,
-stantechè la bontà coincide spesso con una vittoria sulle passioni,
-mentre la bellezza è quasi radice di tutte le nostre passioni. So
-che si parla sempre d’una bellezza morale o spirituale, ma con questo
-giochetto di parole non si fa poi altro che designare la bontà stessa.
-
-Quanto a ciò che chiamiamo il vero, esso consiste semplicemente in
-questo che la definizione o spiegazione d’un oggetto s’accordi colla
-realtà, o con una nozione di quell’oggetto comune a tutte le menti; in
-conseguenza possiamo dire che la verità è uno dei mezzi per produrre la
-bontà, ma è ben lontana dal confondersi con essa. Per esempio, Socrate
-e il Pascal, e altri savii, pensavano che non s’accordasse colla bontà
-la conoscenza del vero intorno a soggetti inutili, e che ci fossero
-delle verità malefiche, cioè cattive. D’altra parte la verità non è in
-nessun rapporto colla bellezza, e spesso le si oppone, poichè la verità
-in generale ci disinganna distruggendo l’illusione, cioè una delle
-condizioni principali della bellezza. Non è egli un fatto stupefacente
-che l’accozzamento arbitrario di tre nozioni così estranee l’una
-all’altra abbia potuto offrire un appiglio ad una teoria, nel cui nome
-una delle più basse manifestazioni dell’arte fu battezzata per arte
-elevatissima, quella estrinsecazione d’arte che ha il piacere per unico
-oggetto, quella contro di cui tutti gli educatori del genere umano
-hanno sollevato obbiezioni? E nessuno protesta contro assurdità simili!
-I dotti scrivono delle opere voluminose e incomprensibili, nelle quali
-la bellezza è insediata come uno dei termini d’una trinità estetica.
-Queste parole, il Bello, il Vero, il Bene, colle iniziali maiuscole,
-sono ripetute dai filosofi e dagli artisti, dai poeti e dai critici
-che pronunziandole pensano tutti di dire alcunchè di concreto e di
-determinato, su cui possano riposare le loro opinioni! Ora la verità è
-questa, che non solo siffatte parole non hanno alcun senso determinato,
-ma c’impediscono pure di intendere un’arte qualunque in qualche senso
-plausibile, come quelle che furono foggiate solo per giustificare la
-falsa importanza attribuita alla forma più bassa dell’arte; a quella
-che non ha altro fine che di procurarci un godimento.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-L’arte degli eletti.
-
-
-Ma, se l’arte è un’attività intesa a propagare tra gli uomini i
-sentimenti migliori e più elevati della nostra anima, come si spiega
-che il genere umano durante tutto il periodo moderno abbia rinunziato
-a codesta attività, sostituendovi una funzione artistica inferiore,
-indirizzata unicamente al piacere?
-
-Per rispondere a tale quesito, occorre prima sfatare l’errore solito
-per cui all’arte nostra si attribuisce il valore d’arte universale.
-Siamo tanto avvezzi a considerare ingenuamente la nostra razza come la
-migliore di tutte, che, parlando dell’arte nostra, siamo perfettamente
-convinti che sia l’arte vera, cioè la più vera e la migliore di
-tutte. Invece la realtà c’insegna che la nostra arte, nonchè essere
-la sola, non è accessibile che a una minima parte delle nostre razze
-civili. S’ha il diritto di parlare d’un’arte nazionale ebrea, greca,
-egiziana, e, se si vuole, anche cinese e indiana. Un’arte di questo
-genere, comune a tutto un popolo, esistette anche in Russia sino a
-Pietro il Grande, e nel resto d’Europa sino al secolo XIII o XIV. Ma
-dacchè le classi più elevate della società perdettero ogni fede nella
-Chiesa, e restarono prive di credenze religiose, non c’è più nulla
-che meriti il nome d’arte europea o nazionale. A partire da quello
-scetticismo religioso l’arte delle classi colte si separò da quella del
-resto del popolo; e si ebbero due arti; una per il popolo, e l’altra
-per i raffinati. Perciò a chi chieda come il genere umano abbia,
-nei tempi moderni, potuto far a meno dell’arte vera, si risponde che
-quella privazione non fu nè di tutto il genere umano nè d’una parte
-considerevole di esso, ma solo delle classi più elevate della nostra
-società europea e cristiana.
-
-E gli effetti di questa mancanza d’arte si sono palesati a sufficienza
-nella corruzione delle classi che ne furono sprovviste. Tutte le
-teorie nebulose e incomprensibili intorno all’arte, tutti i giudizi
-falsi e contradditorii intorno ai suoi prodotti, e in particolare
-la persistenza della nostra arte a impantanarsi nella sua cattiva
-strada, tutto ciò derivò da quest’affermazione generalmente ammessa,
-nonostante la sua assurdità, che l’arte delle nostre classi elevate
-è tutta l’arte, l’arte vera, la sola arte, l’arte universale. Mentre
-noi sosteniamo che ha solamente valore l’arte che ci appartiene, i
-due terzi del genere umano vivono e muoiono senza sospettare nulla di
-quest’arte unica e suprema. E anche in questa nostra società cristiana
-ne godrà forse un uomo su cento; gli altri novantanove vivono e muoiono
-di generazione in generazione, oppressi dal lavoro, senza fruire mai
-della nostra arte; essa del resto è tale, che, quand’anche potessero
-accedervi, non la intenderebbero. Si potrà rispondere che se al
-presente non fruiscono tutti dell’arte esistente, ciò non dipende da
-questa, ma dal cattivo organismo della nostra società, e che il futuro
-ci permette di sperare uno stato di cose, in cui il lavoro materiale
-sia in parte compiuto dalle macchine, in parte alleggerito da una
-distribuzione più equa. Allora nessuno sarà più costretto a rimaner
-tutta la vita dietro le quinte per muovere i scenari, o a sonare il
-corno nell’orchestra, o a stampare dei libri; le persone addette a tali
-servizi non ci lavoreranno che poche ore al giorno, e durante i riposi
-si potranno godere le benedizioni dell’arte.
-
-Così parlano i difensori dell’arte presente. Ma io sono convinto che
-non credono neppure essi a quello che dicono. Non possono ignorare che
-l’arte, quale è intesa da loro, richiede per condizione necessaria
-l’oppressione delle moltitudini, e senza tale oppressione non si
-reggerebbe. È indispensabile che una folla d’operai si fiacchi al
-lavoro, perchè i nostri artisti, scrittori, musicisti, ballerini
-e pittori tocchino quel grado di perfezione che li rende atti a
-farci godere. Liberate gli schiavi del capitale, e diventerà tanto
-impossibile produrre un’arte simile, quanto è ora impossibile ammettere
-questi schiavi a goderne.
-
-Ma supponendo pure possibile ciò che è impossibile, cioè che si
-trovi un mezzo di rendere l’arte attuale accessibile al popolo, sorge
-un’altra considerazione a dimostrarci che un’arte siffatta non può
-essere universale; ed è questa: che essa è del tutto inintelligibile
-per il popolo. Nei tempi andati certi poeti scrivevano in latino; ora
-i prodotti artistici dei nostri poeti sono impenetrabili alla comune
-degli uomini, come se fossero scritti in sanscrito. Si vorrà dire che
-il fatto sia imputabile alla mancanza di cultura nel popolo, e che
-quando tutti saranno istruiti a sufficienza, tutti potranno capire la
-nostra arte? Sarebbe un’altra risposta insulsa; poichè sappiamo che
-sempre l’arte delle classi più elevate fu un mero passatempo per queste
-senza che il resto della gente ci capisse nulla. Le classi inferiori
-poterono dirozzarsi a loro talento; l’arte in origine non fatta
-per loro è sempre rimasta loro inaccessibile. Ed è e rimarrà sempre
-estranea ad esse per natura, in quanto esprime e propaga dei sentimenti
-proprii a una certa classe ed estranei al restante degli uomini.
-
-Così, per esempio, quei sentimenti che formano l’argomento capitale
-dell’arte contemporanea, come a dire il punto d’onore, il patriottismo,
-la galanteria e la sensualità, non possono suscitare nei popolani che
-stupore, oppur disprezzo e indegnazione. Se anche alle classi operaie
-è concessa la possibilità di vedere, di leggere, di udire, nelle ore
-di libertà, ciò che forma il fiore dell’arte contemporanea (e sino a un
-certo grado ciò torna loro possibile nelle città, a cagione dei musei,
-dei concerti popolari, delle biblioteche), l’uomo di queste classi,
-se non è pervertito, e conserva il sentire proprio del suo stato, non
-potrà ricavare alcun profitto dalla nostra arte, e non l’intenderà
-punto; e ciò che gli riuscirà intelligibile non sarà tale da innalzare
-il suo animo, ma sì da guastarlo. Per uno che pensi, e voglia essere
-sincero, non v’ha dubbio che l’arte delle classi più elevate non può
-diventar quella di tutta la nazione. Ora se l’arte ha l’importanza
-che le si attribuisce, se come si compiacciono di dire i suoi divoti,
-uguaglia in importanza la religione, dovrebbe essere accessibile a
-tutti. E poichè oggi non è tale, è forza dire che o l’arte non ha
-l’importanza che si pretende, o che la nostra così detta arte non è
-l’arte vera.
-
-Codesto dilemma è inevitabile, epperò taluni, scaltri e immorali
-a un tempo, cercano di eluderlo negando formalmente che il volgo
-abbia diritto a fruire dell’arte. Costoro con perfetta impudenza
-proclamano, che ad assaporare le gioie dell’arte sono ammessi solo
-i _begl’ingegni_, gli _eletti_, anzi i _superuomini_, per dirla col
-Nietzsche; e tutti gli altri uomini, gregge abbietto e incapace di
-gustare quelle gioie, devono contentarsi di prepararle per quegli
-esseri supremi.
-
-Questa affermazione offre, se non altro, il vantaggio di non voler
-conciliare l’inconciliabile, e di ammettere apertamente che la nostra
-arte è fatta solo per una classe di privilegiati. Ed è tale per
-l’appunto; nè lo ignorano in fondo tutti coloro che vi si accostano,
-dichiarando pur sempre con insistenza che codesta arte delle classi
-elevate è l’arte vera, la sola che il genere umano debba riconoscere
-per tale.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-Gli effetti dell’arte pervertita; l’impoverimento della materia
-artistica.
-
-
-Lo scetticismo delle classi superiori ebbe questo effetto: che invece
-d’un’arte rivolta a propagare i sentimenti più elevati, quelli che
-sgorgano da un concetto religioso della vita, se n’ebbe un’arte col
-solo intento di procurare a una certa classe della società la massima
-somma di piacere. E dell’immenso dominio dell’arte non si coltivò se
-non quella parte che meglio rispondesse a quest’ultimo uffizio.
-
-Per tacere degli effetti morali derivati alla società europea da un
-cotale pervertimento nel concetto dell’arte, diremo solo che questo
-pervertimento ha indebolito l’arte stessa, e in certo modo, l’ha
-uccisa. In primo luogo fece sì che l’arte, proponendosi il piacere
-come suo unico oggetto, si privasse di quella sorgente d’argomenti
-così varia e profonda, che avrebbero potuto essere per lei i concetti
-religiosi della vita. In secondo luogo per esso avvenne, che l’arte,
-rivolgendosi a una cerchia ristretta di persone, perdesse la sua
-bellezza formale, e diventasse oscura e affettata. In terzo luogo
-l’arte cessò d’essere spontanea e sincera, e divenne artifiziata e
-ricercata.
-
-
-Il primo di codesti tre effetti, cioè l’impoverimento delle
-sorgenti d’ispirazione, si sentì fatalmente, non appena l’arte si fu
-staccata dalle nozioni religiose. Il merito degli argomenti nelle
-opere artistiche dipende dal nuovo; e i prodotti dell’arte valgono
-essenzialmente in quanto diffondono sentimenti nuovi. Come nell’ordine
-dell’intelletto un’idea non vale, quando non sia nuova e si limiti a
-ripetere ciò che già sappiamo, così non vale un’opera d’arte se non
-quando infonde nella corrente della vita umana un sentimento nuovo,
-grande o piccolo. Ora l’arte s’è privata della fonte da cui potevano
-scaturire nuovi sentimenti, quando cominciò a fare stima dei sentimenti
-non più secondo il concetto religioso che esprimono, ma secondo il
-grado di piacere che procurano. Invero non c’è cosa meno variabile
-e più costante del piacere, e nulla di più vario che i sentimenti
-germogliati dalla coscienza religiosa delle varie età. Nè potrebbe
-essere diversamente: il piacere ha dei limiti segnati dalla natura;
-invece il progresso del genere umano non ha limiti. Ad ogni passo che
-fa nel progresso il genere umano, vogliam dire nel vero progresso,
-derivante da un nuovo sviluppo della coscienza religiosa, gli uomini
-provano dei nuovi sentimenti. Solo dalla coscienza religiosa possono
-scaturire nuove emozioni, non ancora mai provate. Dalla coscienza
-religiosa dei greci defluirono i sentimenti così nuovi, importanti e
-vari, che troviamo espressi in Omero e nei grandi tragici. Analogo è il
-caso degli Ebrei giunti al concetto d’un Dio unico; dal qual concetto
-scaturiscono gli affetti così freschi e gagliardi che furono resi dai
-profeti. La stessa cosa si può ripetere per i poeti del medio evo, e
-sarebbe lo stesso anche oggi per chi si rifacesse al concetto religioso
-del vero Cristianesimo.
-
-La varietà dei sentimenti generati dalle concezioni religiose è
-grandissima; e codesti sentimenti riescono sempre nuovi, perchè i
-concetti religiosi sono sempre l’indice del futuro, cioè di nuovi
-rapporti dell’uomo col mondo esterno. Per contro, quelli dovuti alla
-caccia del piacere sono ristretti, e, inoltre, provati e arciprovati da
-un pezzo. Perciò lo scetticismo delle classi superiori condannò l’arte
-a nutrirsi dell’alimento più magro e più povero di tutti.
-
-Codesto impoverimento delle sorgenti dell’ispirazione s’accrebbe anche
-per questo: che codesta arte, cessando d’essere religiosa, cessò pure
-d’essere popolare, e restrinse la gamma dei sentimenti che poteva
-trasfondere. Infatti il numero dei sentimenti che provano i ricchi e
-i potenti, ignari dell’importanza del lavoro, è molto più ristretto
-e insignificante che non sia quello dei sentimenti naturali dei
-lavoratori. So che nelle riunioni dei nostri raffinati si sostiene
-precisamente il contrario. Mi ricordo che il romanziere Gontciarof,
-uomo istruito e intelligentissimo ma dato alla vita di città, un
-giorno mi disse che dopo il Turghenief non restava più nulla a scrivere
-intorno alla vita delle classi inferiori, come se quell’argomento fosse
-esaurito. La vita dei contadini gli sembrava così miserabile, che i
-racconti villerecci del Turghenief l’avevano sviscerata per intiero;
-all’incontro la vita dei ricchi, colla loro galanteria e il loro
-malcontento di tutto, gli pareva un soggetto inesauribile.
-
-Un gentiluomo, poniamo, dava un bacio alla sua dama sulla mano, un
-altro sulla spalla, un terzo sulla nuca. Uno era annoiato per il non
-far nulla, un altro perchè sentiva di non esser amato. E Gontciarof
-era convinto che quella sfera offriva all’artista un’infinita varietà
-di soggetti. Quanti non la pensano come lui! Quanti credono, come
-lui, che la vita dei lavoratori sia povera di soggetti artistici,
-e quella di noi oziosi ne sia riboccante! La vita del lavoratore
-coll’infinita varietà delle forme di lavoro e del pericolo che le
-accompagna, le migrazioni dell’operaio stesso, i suoi rapporti verso
-i padroni, i sorveglianti, i compagni, verso uomini d’altre religioni
-e d’altre nazioni, le sue lotte contro la natura e gli animali, le
-sue occupazioni nella selva, nella steppa, nei campi, nei giardini,
-i suoi rapporti colla moglie e coi figli, i suoi piaceri e i suoi
-dolori, tutto questo ci sembra monotono a petto delle piccole gioie e
-delle cure meschine della nostra vita, che non è vita di lavoro e di
-produzione, ma di consumo e di distruzione di quanto altri ha prodotto
-per noi.
-
-Noi c’imaginiamo che i sentimenti provati dalle persone della nostra
-classe e del nostro tempo siano molto importanti e svariati; ma in
-realtà è vero l’opposto, e si può ben dire che tutti i sentimenti
-della nostra classe si riducono a tre categorie semplici e mediocri:
-1.º il sentimento della vanità, al quale si rannodano l’ambizione e
-il dispregio per gli altri; 2.º il sentimento del desiderio sessuale,
-rivelantesi in forme diverse, partendo dalla galanteria divinizzata
-dai poeti per giungere alla sensualità più grossolana e più ignobile;
-3.º il sentimento di tedio per la vita. Questi tre sentimenti, e i loro
-derivati, formano all’incirca l’unica materia dell’arte per le classi
-agiate.
-
-Subito al primo separarsi di quest’arte nuova dedicata al piacere
-dall’arte del popolo, vediamo predominare nel nuovo genere il
-sentimento della vanità, dell’ambizione e del disprezzo per gli altri.
-Nel Rinascimento, e per molto tempo appresso, soggetto principale delle
-opere d’arte è l’elogio dei potenti, papi, re e duchi; si scrivono odi
-e madrigali in loro onore, essi vengono celebrati nei cori e negl’inni,
-sono riprodotti sulle tele e nei marmi.
-
-In seguito cominciò a penetrare sempre più nell’arte l’elemento del
-desiderio sessuale; ed esso oramai, salvo rare eccezioni, costituisce
-il nocciolo dei prodotti d’arte destinati alle classi ricche,
-particolarmente dei romanzi. Dal Boccaccio a Marcello Prévost, i
-romanzi, i racconti, le poesie esprimono il sentimento dell’amore
-sessuale nelle varie sue forme. L’adulterio è il tema favorito,
-per non dire l’unico, di tutti i romanzi. Ogni spettacolo di teatro
-soggiace alla condizione indispensabile che, con un pretesto qualunque,
-compaiano sulla scena delle donne col petto e le gambe denudate. Le
-opere e le canzonette sono consacrate a idealizzare la lussuria. La
-maggior parte dei quadri francesi rappresenta il nudo femminile. Nella
-recente letteratura francese è molto se s’incontra una pagina, in cui
-non ricorra l’aggettivo “nudo„.
-
-Un certo Rémy de Gourmont trova chi lo stampa, e passa per autore
-d’ingegno; per formarmi un concetto di questi recentissimi scrittori,
-lessi il suo romanzo _les chevaux de Diomède_. È un rendiconto
-particolareggiato delle relazioni sessuali di alcuni signori con alcune
-signore. Lo stesso si dica dell’_Aphrodite_ di Pierre Louys, che ha
-avuto un successo enorme. Evidentemente questi autori sono persuasi
-che, come essi passano la vita a imaginare diverse abbominazioni
-sessuali, così il mondo intiero non debba far altro che imaginarne
-esso pure. E costoro trovano infiniti imitatori tra tutti gli artisti
-d’Europa e d’America.
-
-Il terzo dei grandi sentimenti espressi dall’arte dei ricchi, quello
-del malcontento universale, manifestatosi più tardi che non gli altri
-due, non assunse tutta la sua importanza che nel nostro secolo, e
-trovò i suoi rappresentanti più efficaci nel Byron e nel Leopardi, e
-dipoi nell’Heine. Oggi s’è fatto generale, e lo si ravvisa ripetuto
-nelle varie opere d’arte, ma sovrattutto nelle poesie. Gli uomini
-vivono di una vita sciocca e cattiva, e ne danno la colpa all’ordine
-dell’universo. Ecco del resto con quanta verità il critico francese
-Doumic tratteggia il carattere delle opere della nuova scuola: “È la
-stanchezza della vita, il disprezzo dell’età presente, il rimpianto
-di altri tempi, intravisti attraverso il prisma dell’arte, l’amore
-del paradossale, il bisogno di mostrarsi originali, uno spasimare di
-raffinati verso il semplice, l’adorazione puerile del maraviglioso,
-la seduzione morbosa del fantasticare, l’alterazione dei nervi, —
-sovrattutto lo stimolo furibondo della sensualità.„
-
-A questo modo la miscredenza delle classi ricche e la loro vita
-eccezionale produssero il primo effetto d’immiserire la materia
-dell’arte loro propria, che s’è abbassata a non esprimere più altro se
-non i tre sentimenti della vanità, dello stimolo sessuale, e del tedio
-per la vita.
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
-Gli effetti dell’arte pervertita; la ricerca dell’oscurità.
-
-
-Il primo effetto della mancanza di fede nelle classi più elevate fu
-per l’arte loro l’impoverimento della materia. Un secondo malanno
-fu questo, che codesta arte, facendosi sempre più esclusiva, veniva
-diventando di pari passo più artificiosa, più inceppata e più oscura.
-
-Nelle età di arte universale un artista, per esempio uno scultore greco
-o un profeta ebreo, nelle sue creazioni si sforzava naturalmente di
-dire ciò che voleva in modo tale che tutti potessero capire l’opera
-sua. Allorchè invece gli artisti non lavorarono più che per un numero
-ristretto di persone favorite da condizioni eccezionali, vale a dire
-per papi, cardinali, re, duchi, o, non foss’altro, per le ganze dei
-principi, naturalmente s’ingegnavano solo di far colpo su quelle
-persone delle quali conoscevano bene i costumi e il gusto. E quel
-genere di lavoro essendo più facile, l’artista si trovava adescato
-senza saperlo a esprimersi con allusioni, chiare per gl’iniziati,
-ma oscure per tutti gli altri. A quel modo era facile amplificare; e
-poi anche agl’iniziati il vago e l’indefinito presentava una cotale
-attrattiva. Siffatta tendenza, che si rivelava nelle allusioni
-mitologiche e storiche e negli eufemismi, proseguì ad accentuarsi
-fino all’età presente, nella quale pare abbia toccato il suo limite
-estremo coll’arte dei moderni decadenti. In ultima analisi essa è
-giunta a segno, che nelle opere artistiche non solo furono elevate a
-pregi, — anzi a condizioni di poesia, — l’affettazione, la confusione,
-l’oscurità, il sottrarsi all’intelligenza della moltitudine, ma
-sono avviate a diventare meriti artistici anche le scorrezioni, le
-incertezze, le mende tecniche d’ogni guisa.
-
-Teofilo Gautier, nella sua prefazione al celebre libro del Baudelaire
-_Fleurs du mal_, dice che il Baudelaire sbandiva più che potesse dalla
-poesia “l’eleganza, la passione, e la verità riprodotta con troppa
-esattezza„.
-
-Il poeta Verlaine venuto dopo il Baudelaire, e riputato anch’esso uno
-dei grandi, lasciò un’_Arte poetica_ in cui raccomanda di scrivere
-così:
-
- De la musique avant toute chose,
- Et, pour cela, préfère l’Impair,
- Plus vague et plus soluble dans l’air,
- Sans rien en lui qui pèse ou qui pose.
-
- Il faut aussi que tu n’ailles point
- Choisir tes mots sans quelque méprise,
- Rien de plus cher que la chanson grise;
- Où l’Indécis au Précis se joint.
- . . . . . . . . . . . . . . . . . .
-
-E più sotto:
-
- De la musique encor et toujours!
- Que ton vers soit la chose envolée
- Qu’on sent qui fuit d’une âme en allée
- Vers d’autres cieux à d’autres amours!
-
- Que ton vers soit la bonne aventure
- Éparse au vent crispé du matin,
- Qui va fleurant la menthe et le thym....
- Et tout le reste est littérature.
-
-Il poeta Mallarmé che, dopo i due predetti, è ritenuto dai giovani
-come il più ragguardevole, dichiara apertamente che l’attrattiva
-della poesia sta nel doverne indovinare il significato, e che ogni
-composizione poetica deve sempre contenere un enigma:
-
- “Io penso che occorre non ci sia altro che allusione. La
- contemplazione degli oggetti, l’imagine liberantesi dalle
- fantasticherie suscitate per essi, sono il canto. I Parnassiani,
- loro, prendono la cosa intieramente, e la mostrano; con ciò, essi
- mancano di mistero; tolgono alle menti quella gioia deliziosa che
- proviene dal credere di creare. Nominare un oggetto è sopprimere i
- tre quarti del godimento della poesia, che è fatta della felicità
- d’indovinare a poco a poco; suggerirlo, ecco l’ideale. È il
- perfetto uso di questo mistero che costituisce il simbolo; evocare
- a poco a poco un oggetto per palesare uno stato d’anima, o, a
- rovescio, scegliere un oggetto e svilupparne uno stato d’anima con
- una serie d’interpretazioni.... Se un essere d’intelligenza media
- e d’una preparazione letteraria insufficiente apre a caso un libro
- così fatto, e pretende di poterne godere, c’è malinteso, bisogna
- dissiparlo. Nella poesia ci deve sempre essere dell’enigma; ed il
- fine della letteratura, l’unico, è quello di evocare gli oggetti.„
- (Risposta di MALLARMÉ a J. HURET nell’_Enquête sur l’évolution
- littéraire_).
-
-Come vede ognuno, si tratta dell’oscurità eretta a dogma artistico.
-E il critico francese Doumic, al quale codesto dogma non va ancora
-a sangue, dice con ragione: “Sarebbe ora di farla finita con questa
-famosa dottrina dell’oscurità, che la nuova scuola ha realmente elevata
-all’altezza d’un dogma„.
-
-A pensare così non sono soltanto i giovani artisti francesi.
-Dappertutto i poeti pensano e fanno il medesimo, in Germania, nella
-Scandinavia, in Italia, in Russia, in Inghilterra. Gli stessi principii
-ritornano pure fra i cultori di altre ramificazioni dell’arte, fra i
-pittori, gli scultori, i musicisti. Appoggiandosi alle dottrine del
-Nietzsche e all’esempio del Wagner gli artisti delle nuove generazioni
-credono inutile per loro di farsi intendere dalla moltitudine; si
-contentano di evocare il sentimento poetico in una schiera eletta di
-raffinati.
-
-Affinchè non si creda che le mie affermazioni sieno esagerate, citerò
-alcuni passi dei poeti francesi che si posero alla testa del movimento
-decadente. Questi poeti si chiamano legione. Se poi cito soltanto dei
-Francesi, egli è perchè ora sono essi i corifei del nuovo movimento
-artistico, mentre il resto d’Europa si contenta d’imitarli. Oltre a
-quelli già ritenuti celebri, come il Baudelaire e il Verlaine, eccovi
-i nomi di alcuni altri: Jean Moréas, Charles Morice, Henri de Régnier,
-Charles Vignier, Adrien Remacle, René Ghil, Maurice Maeterlinck,
-Rémy de Goumont, Saint-Pol-Roux-le-Magnifique, Georges Rodenbach, il
-conte Robert de Montesquiou-Fezenzac. Questi sono i _simbolisti_ e i
-_decadenti_; ma ci sono altresì i _magi_: il Sâr Peladan, Paul Adam,
-Jules Bois, Papus, e altri. E potreste leggere altri cento quarantun
-nomi, mentovati dal Doumic nel suo libro _Les jeunes_.
-
-Ecco pertanto alcuni saggi di coloro che sono ritenuti fra i migliori,
-cominciando da quel celebre Baudelaire, che fu giudicato degno
-dell’onore d’una statua. Udite questa poesia appartenente ai suoi
-_Fleurs du mal_:
-
- Je t’adore à l’egal de la voûte nocturne,
- O vase de tristesse, ô grande taciturne,
- Et t’aime d’autant plus, belle, que tu me fuis,
- Et que tu me parais, ornement de mes nuits,
- Plus ironiquement accumuler les lieues
- Qui séparent mes bras des immensités bleues.
-
- Je m’avance à l’attaque, et je grimpe aux assauts,
- Comme après un cadavre un chœur de vermisseaux,
- Et je chéris, ô bête implacable et cruelle,
- Jusqu’à cette froideur par où tu m’es plus belle!
-
-Trascriviamo un sonetto dello stesso autore:
-
- DUELLUM.
-
- Deux guerriers ont couru l’un sur l’autre; leurs armes
- Ont éclaboussé l’air de lueurs et de sang.
- Ces jeux, ces cliquetis du fer, sont les vacarmes
- D’une jeunesse en proie à l’amour vagissant.
-
- Les glaives sont brisés! comme notre jeunesse,
- Ma chère! Mais les dents, les ongles acérés
- Vengent bientôt l’épée et la dague traîtresse;
- O fureur des cœurs mûrs par l’amours ulcérés!
-
- Dans le ravin hanté des chats-pards et des onces
- Nos héros, s’étreignant méchamment, ont roulé,
- Et leur peau fleurira l’aridité des ronces.
-
- Ce gouffre, c’est l’enfer, de nos amis peuplé!
- Roulons-y sans remords, amazone inhumaine,
- Afin d’éterniser l’ardeur de notre haine!
-
-Per la sincerità debbo aggiungere che nella raccolta citata (_Fleurs du
-mal_) ci sono altresì delle poesie meno difficili a capirsi, ma nessuna
-è così semplice che si possa intendere senza sforzo; e di solito lo
-sforzo non è compensato, poichè i sentimenti espressi dal poeta non
-sono belli, e in genere appartengono a un ordine assai basso. Inoltre
-sono esposti a bello studio con eccentricità, e senza alcun riguardo
-per il buon senso. La ricerca dell’oscurità riesce ancora più evidente
-nella sua prosa, in cui, se volesse, gli sarebbe più facile parlar
-chiaramente. Eccovi, tradotto letteralmente, il primo numero dei suoi
-_Petits poèmes en prose_:
-
- LO STRANIERO.
-
- Chi ami di più, uomo enigmatico, dimmi, tuo padre, tua madre, tua
- sorella, o tuo fratello?
- Non ho nè padre, nè madre, nè sorella, nè fratello.
- I tuoi amici?
- Voi vi servite d’una parola il senso della quale m’è rimasto ignoto
- sino a oggi.
- La tua patria?
- Ignoro sotto che latitudine si trovi.
- La bellezza?
- L’amerei volontieri, dea e immortale.
- L’oro?
- Lo detesto, come voi detestate Dio.
- Che cos’ami allora, singolarissimo straniero?
- Amo le nubi.... le nubi che passano.... laggiù.... le nubi
- meravigliose!
-
-La composizione intitolata _La Soupe et les Nuages_, secondo
-ogni apparenza fu fatta per dimostrare che il poeta sa restare
-incomprensibile persino alla donna amata. Eccola:
-
- La mia cara pazzerella mi dava da desinare, e, attraverso la
- finestra spalancata della sala da pranzo, io contemplavo le
- mobili architetture che Dio fabbrica coi vapori, le costruzioni
- meravigliose dell’impalpabile. E dicevo a me stesso durante la mia
- contemplazione: “Tutte queste fantasmagorie sono belle quasi come
- gli occhi della mia bella dama, la pazzerella mostruosa dagli occhi
- verdi.„
-
- A un tratto ricevetti un forte pugno nella schiena e udii una voce
- roca e graziosa, una voce isterica e come velata per l’acquavite,
- la voce della mia cara piccola adorata, che mi diceva: “Volete
- o non volete mangiare la minestra, sudic.... d’un mercante di
- nuvoli?„
-
-Per quanto sia ricercato lo stile di questo frammento con un po’
-di buona volontà si può ancora indovinare ciò che volle esprimere
-l’autore; ma ve n’ha di quelli che sono assolutamente incomprensibili,
-almeno per me. Adduco per esempio il _Galant tireur_, del quale mi
-sfugge affatto il senso:
-
- Mentre la carrozza traversava il bosco, egli la fece fermare presso
- a un tiro a segno, dicendo che aveva gusto di tirare qualche palla
- per ammazzare il tempo.
-
- Ammazzare quel mostro, non è forse l’occupazione più comune e più
- legittima di ciascuno? E da buon cavaliere offerse la mano alla
- sua cara, deliziosa, esecrabile moglie, alla quale è debitore di
- tanti piaceri, di tanti dolori e fors’anco d’una gran parte del suo
- talento.
-
- Parecchie palle fallirono il segno; anzi una andò a ficcarsi nel
- soffitto; e poichè quella graziosa creatura rideva pazzamente
- dell’incapacità di suo marito, questi si voltò bruscamente verso
- di lei, e le disse: “Guardate laggiù a destra quella bambola che ha
- il naso per aria, e una cera così orgogliosa. Ebbene, angelo caro,
- mi figuro che siate voi„. E chiuse gli occhi, e fece scattare il
- grilletto. La bambola fu decapitata di netto.
-
- Allora egli facendo un inchino alla sua cara, deliziosa, esecrabile
- moglie, alla sua Musa inevitabile e inesorabile, e baciandole
- rispettosamente la mano, soggiunse: “Angelo caro, quanto vi
- ringrazio della mia abilità!„
-
-I parti poetici dell’altro (grande poeta), il Verlaine, non sono meno
-affettati e incomprensibili. Udite la prima poesia della raccolta
-intitolata _Ariettes oubliées_:
-
- C’est l’extase langoureuse,
- C’est la fatigue amoureuse,
- C’est tous les frissons des bois
- Parmi l’étreinte des brises,
- C’est, vers les ramures grises,
- Le chœur des petites voix.
-
- O le frêle ot frais murmure!
- Cela gazouille et susurre,
- Cela ressemble au cri doux
- Que l’herbe agitée expire....
- Tu dirais, sous l’eau qui vire,
- Le roulis sourd des cailloux.
-
- Cette âme qui se lamente
- En cette plainte dormante
- C’est la nôtre, n’est-ce pas?
- La mienne, dis, et la tienne,
- Dont s’exhale l’humble antienne
- Par ce tiède soir, tout bas?
-
-Che cosa sia codesto _chœur des petites voix, e quel cri doux que
-l’herbe agitée expire_, e che voglia dire tutta la poesia, confesso che
-non sono riuscito a capirlo. Eccovi un’altra ariette:
-
- Dans l’interminable
- Ennui de la plaine,
- La neige incertaine
- Luit comme du sable.
-
- Le ciel est de cuivre,
- Sans lueur aucune
- On croirait voir vivre
- Et mourir la lune.
-
- Comme des nuées,
- Flottent gris les chênes
- Des forêts prochaines
- Parmi les buées.
-
- Le ciel est de cuivre,
- Sans lueur aucune.
- On croirait voir vivre
- Et mourir la lune.
-
- Corneille poussive,
- Et vous, les loups maigres,
- Par ces bises aigres
- Quoi donc vous arrive?
-
- Dans l’interminable
- Ennui de la plaine,
- La neige incertaine
- Luit comme du sable.
-
-Come mai può sembrare che la luna viva e muoia in un _ciel de cuivre,
-sans lueur aucune_? E come mai la neve può _luire comme du sable_?
-Tutto ciò non è soltanto incomprensibile, ma colla scusa della
-suggestione d’impressioni, è un tessuto di metafore scorrette e di
-parole senza senso. Del resto nel Verlaine come nel Baudelaire insieme
-a codeste poesie ricercate e incomprensibili, ce ne sono delle altre
-facili a capirsi; ma in cambio mi paiono misere di sostanza e di forma.
-Per esempio, le poesie che formano la raccolta intitolata _Sagesse_,
-sono dedicate principalmente all’espressione mediocrissima dei più
-volgari sentimenti cattolici e patriottici. Vi s’incontrano delle
-strofe come la seguente;
-
- Je ne veux plus penser qu’à ma mère Marie,
- Siège de la sagesse et source de pardons,
- Mère de France aussi, de qui nous attendons
- Inébranlablement l’honneur de la patrie.
-
-Prima di addurre dei saggi di altri poeti, non posso trattenermi
-dall’insistere sulla gloria straordinaria di questi due autori,
-Baudelaire e Verlaine, oggi riconosciuti in tutta l’Europa come i più
-grandi ingegni della poesia moderna. Perchè mai i Francesi, che ebbero
-Chénier, Lamartine, Musset, e soprattutto Vittor Hugo, che recentemente
-ancora hanno avuti i Parnassiani, Lecomte de Lisle, Sully Prudhomme,
-perchè mai hanno potuto dare un’importanza così smisurata e decretare
-una gloria così alta a questi due poeti, così imperfetti di forma, e
-così volgari e bassi nella sostanza degli argomenti? Il concetto che il
-Baudelaire aveva della vita consisteva nell’erigere in teoria l’egoismo
-più grossolano, e nel sostituire alla moralità un ideale discretamente
-nebuloso della bellezza, e d’una bellezza affatto artificiale. Il
-Baudelaire sosteneva di preferire un viso di donna imbellettato
-al medesimo viso col colorito naturale; gli alberi metallici e
-l’imitazione dell’acqua sulla scena gli piacevano di più che non i veri
-alberi e la vera acqua. La filosofia dell’altro poeta, del Verlaine,
-consisteva nella più abbietta dissolutezza, nel confessare la propria
-impotenza morale, e nella più grossolana idolatria cattolica presa
-come antidoto di quella impotenza. Avevano poi entrambi in comune la
-mancanza assoluta di sincerità, di freschezza e di semplicità, ed erano
-pieni d’affettazione, di pretensioni e di smania per l’eccentricità.
-Nei loro scritti migliori troviamo sempre il signor Baudelaire o il
-signor Verlaine piuttostochè l’argomento di cui sembrano occuparsi.
-E dire che quei due cattivi poeti hanno fatto scuola, e si trascinano
-dietro delle centinaia d’imitatori! È un fatto veramente strano: e non
-ne vedo altra spiegazione che questa: cioè che l’arte di quella società
-nella quale nascono produzioni simili, non è cosa seria, importante per
-la vita, ma un semplice spasso. Ora ogni spasso troppo ripetuto finisce
-coll’annoiare. Quindi per rendere di nuovo sopportabile un passatempo
-che ci annoia, occorre rinfrescarlo.
-
-Quando si è sazi del _boston_, si gioca a _whist_; se il _whist_ ci
-ha ristucchi, ci volgiamo al _picchetto_, e dopo questo all’_écarté_,
-e via dicendo. La sostanza del trastullo rimane la stessa; cambia
-soltanto la forma. Così avviene per codest’arte; la materia che
-le appartiene s’è ristretta a segno, che oramai agli artisti delle
-classi superiori sembra che tutto sia rifritto, e non ci sia più nulla
-da dire. Quindi il bisogno di cercar sempre delle forme nuove per
-rinfrescare l’arte loro.
-
-Il Baudelaire e il Verlaine inventarono per l’appunto delle forme
-nuove, le condirono di particolari pornografici ai quali prima di
-loro nessuno s’era degnato di abbassarsi; tanto bastò perchè fossero
-salutati grandi scrittori dai critici e dal pubblico delle classi
-colte.
-
-Il successo non solo del Baudelaire e del Verlaine, ma di tutta la
-scuola decadente, non si spiega altrimenti. Ci sono in particolar
-modo delle poesie del Mallarmé e del Maeterlinck che, a leggerle, sono
-prive di senso, e nonostante questa graziosa loro proprietà, anzi forse
-per questa, si stampano a decine d’edizioni, e vengono inserite nelle
-antologie delle migliori produzioni appartenenti ai giovani poeti. Si
-legga per esempio questo sonetto del Mallarmé:
-
- A la nue accablante tu,
- Basse de basalte et de laves,
- A même les échos esclaves,
- Par une trompe sans vertu,
-
- Quel sépulcral naufrage (tu
- Le sais, écume, mais y baves),
- Suprême une entre les épaves,
- Abolit le mât dévêtu;
-
- Ou cela que furibond faute
- De quelque perdition haute
- Tout l’abîme vain éployé
-
- Dans le si blanc cheveu qui traîne
- Avarement aura noyé
- Le flanc enfant d’une sirène.
-
-Questa poesia non è più incomprensibile di altri scritti, anche di
-prosa, dello stesso autore. Citiamo per esempio:
-
- IL FENOMENO FUTURO.
-
- Un cielo pallido, sul mondo che basisce di decrepitezza, pare
- voglia farla finita in un colle nuvole; i brandelli della
- porpora logora dei tramonti si stingono in un fiume, che dorme
- all’orizzonte sommerso nei raggi e nell’acqua. Gli alberi
- s’annoiano, e sotto il loro fogliame imbiancato (più dalla polvere
- del tempo, che non da quella della strada) s’innalza la casa di
- tela del Mostratore delle Cose Passate. Molti fanali attendono
- il crepuscolo e ravvivano i visi d’una folla disgraziata, vinta
- dalla malattia immortale e dal peccato dei secoli; d’uomini
- accanto alle loro gracili complici, incinte dei frutti miserabili
- coi quali perirà la terra. Nel silenzio inquieto di tutti gli
- occhi supplicanti laggiù il sole, che, sott’acqua, si sprofonda
- colla disperazione d’un grido, ecco il semplice avviso: “Nessuna
- insegna vi fa dono dello spettacolo interiore, poichè ora non c’è
- alcun pittore capace di darne un’ombra triste. Io vi reco viva (e
- conservata attraverso gli anni dalla scienza sovrana) una Donna
- d’altri tempi. Una certa follia, originale e ingenua, un’estasi
- d’oro — non so che! — detta da essa la sua capigliatura, si piega
- col garbo delle stoffe intorno a un viso illuminato dalla nudità
- sanguigna delle sue labbra. Invece del vestito vano ella ha un
- corpo; e gli occhi — simili alle pietre preziose! non offuscano
- lo sguardo che esce dalla sua carne felice; le mammelle alzate,
- come se fossero piene d’un latte perpetuo, la punta verso il
- cielo, le gambe liscie che conservano il sale del mare primitivo.„
- Rammentando le loro povere spose, calve, frolle, e piene d’orrore,
- i mariti s’accalcano; anch’esse per curiosità, malinconiche,
- vogliono vedere.
-
- Quando tutti avranno contemplata la nobile creatura, vestigio
- di qualche epoca già maledetta, gli uni indifferenti perchè
- non avranno avuto la forza di capire; ma altri, angosciati e le
- palpebre umide di lacrime rassegnate, si guarderanno; mentre i
- poeti di questi tempi, sentendosi ravvivare gli occhi spenti,
- s’avvieranno verso la loro lampada, col cervello ebbro per un
- istante d’una gloria confusa, assediati dal Ritmo, e dimentichi
- d’esistere in un’età che sopravvive alla bellezza.
-
-Ed ecco una canzone di Maeterlinck, altro scrittore celebre della
-giornata:
-
- “Quand il est sorti
- (J’entendis la porte)
- Quand il est sorti
- Elle avait souri....
-
- “Mais quand il entra
- (J’entendis la lampe)
- Mais quand il entra
- Un autre était là....
-
- “Et j’ai vu la mort
- (J’entendis son âme)
- Et j’ai vu la mort
- Qui l’attend encore....
-
- “On est venu dire
- (Mon enfant, j’ai peur)
- On est venu dire
- Qu’il allait partir....
-
- “Ma lampe allumée
- (Mon enfant, j’ai peur)
- Ma lampe allumée
- Me suis approchée....
-
- “A la première porte
- (Mon enfant, j’ai peur)
- A la première porte
- La flamme a tremblé....
-
- “A la seconde porte
- (Mon enfant, j’ai peur)
- A la seconde porte
- La flamme a parlé....
-
- “A la troisième porte
- (Mon enfant, j’ai peur)
- A la troisième porte
- La lumière est morte....
-
- “Et s’il venait un jour
- Que faut-il lui dire?
- — Dites-lui qu’on l’attendit
- Jusqu’à s’en mourir....
-
- “Et s’il demande où vous êtes
- Que faut-il répondre?
- — Donnez-lui mon anneau d’or
- Sans rien lui répondre....
-
- “Et s’il m’interroge alors
- Sur la dernière heure?
- Dites-lui que j’ai souri
- De peur qu’il ne pleure....
-
- “Et s’il m’interroge encore
- Sans me reconnaître?
- — Parlez-lui comme une sœur,
- Il souffre peut-être....
-
- “Et s’il veut savoir pourquoi
- La salle est déserte?
- — Montrez-lui la lampe éteinte
- Et la porte ouverte....„
-
-Chi “è uscito?„ Chi “entrò?„ Chi “parla?„ Chi “ha sorriso?„
-
-Per evitare il rimprovero di aver scelto i versi più cattivi, ho
-copiato, in ciascun volume, la poesia che si trova alla pagina 28. Gli
-altri versi di questi poeti non sono più comprensibili; qualche volta
-si riesce, dopo un grande sforzo, a capirne qualche cosa.
-
-In Francia Si contano a centinaia i poeti che producono delle opere
-congeneri. E delle altre consimili si stampano in Germania, nella
-Svezia, in Italia, e da noi in Russia. E per comporre, stampare,
-impaginare, e rilegare opere siffatte si spendono milioni e milioni di
-giornate laboriose; tante almeno quante ce ne vollero per innalzare la
-Piramide maggiore.
-
-Lo stesso poi accade in tutte le altri arti, nella pittura, nella
-musica, nella drammatica; si sciupa un lavoro infinito per rendere
-possibile la produzione di opere del pari enigmatiche.
-
-La pittura, per esempio, in codesta via va ancora più oltre della
-poesia. Presento qui alcune linee estratte dal taccuino d’un amatore di
-pittura, che si trovava a Parigi nel 1894:
-
- Oggi sono stato a tre esposizioni; dei simbolisti, degli
- impressionisti, e dei neo impressionisti. Ho contemplato con
- accuratezza e coscienza tutti i quadri, e tutti mi hanno cagionato
- lo stesso stupore. La più intelligibile delle tre esposizioni mi è
- parsa quella degl’impressionisti. Pure ci ho veduti i lavori d’un
- certo Camillo Pissaro, così confusi nel disegno che non riuscivo a
- capire da che parte fosse voltata una testa, oppure una mano. Gli
- argomenti erano di solito “effetti„: _Effetto di nebbia, Effetto
- di sera, Tramonto del sole_. Nei colori predominavano l’azzurro
- e il verde stridente. Ogni quadro aveva il suo colore speciale,
- di cui era in certo modo tutto inondato. Per esempio nella
- _Guardiana delle oche_ il colore particolare era il verdegrigio,
- e si avvertivano, sparse un po’ dappertutto, delle chiazze di
- codesto colore sul volto della figura, sui capelli, sulle mani,
- sulle vesti. Nella stessa galleria c’erano altri dipinti di Puvis
- de Chavannes, Manet, Monet, Renoir, Sisley, tutti impressionisti.
- Uno di essi, che aveva un nome sul fare di _Redon_, aveva dipinto
- di profilo una faccia interamente turchina. Ho pur veduto un
- acquerello del Pissaro tutto fatto di puntolini di diversi colori.
- Impossibile distinguere il colore generale, tanto avvicinandosi al
- quadro quanto scostandosene.
-
- Di poi sono passato ai simbolisti. Dapprima mi sono sforzato di
- esaminare i loro lavori senza chiedere spiegazioni a nessuno,
- desiderando di comprenderne il senso da me; ma quei lavori
- sfidano ogni acume d’intelligenza. Il mio sguardo fu subito
- attratto da un altorilievo intagliato nel legno, eseguito con una
- grossolanità inconcepibile, e rappresentante una donna nuda, che,
- premendolo colle mani, si faceva uscire dal seno un fiotto di
- sangue. Il sangue scorreva e diventava a poco a poco del colore
- delle glicinie. I capelli prima scendevano, poi risalivano e si
- trasformavano in un albero. La figura era tutta colorita di giallo,
- eccetto i capelli, che erano neri.
-
- Lì vicino c’era un quadro; un mare giallo sul quale nuotava un
- certo arnese che s’assomigliava parte a un battello e parte a un
- cuore; all’orizzonte s’elevava un profilo con un’aureola e certi
- capelli gialli, che si andavano a confondere col mare. Alcuni
- degli espositori stemperano sulla tela uno strato così spesso di
- colore che l’effetto dei loro lavori tramezza tra la pittura e la
- scultura. Altro quadro, ancora più strano; un profilo d’uomo con
- una fiamma davanti, e dei raggi neri — rappresentanti, a quanto mi
- si disse di poi, delle sanguisughe. Alla fine ho dovuto chiedere
- a uno dei presenti il significato di quegl’indovinelli. Mi chiarì
- che l’altorilievo era simbolico, e rappresentava la _Terra_. Il
- cuore che navigava sul mar giallo era l’_Illusione_, e l’uomo delle
- sanguisughe raffigurava il _Male_.
-
-Ciò si faceva nel 1894. Codesta tendenza s’accentuò dipoi sempre
-maggiormente. Adesso in pittura primeggiano Boecklin, Stuck, Klinger e
-altrettali.
-
-Lo stesso succede nel dramma. Gli scrittori teatrali ora ci presentano
-un architetto che per qualche motivo misterioso, non ha effettuato
-i suoi disegni primitivi e sublimi, e perciò s’arrampica sul tetto
-d’una casa costrutta da lui, e si precipita abbasso a capofitto.[13]
-Ora sarà una vecchia enigmatica, dedita al mestiere di sterminare
-i topi, che, senza alcun motivo concepibile, conduce un ragazzetto
-al mare, e ve lo annega. Oppure saranno dei ciechi i quali, sedendo
-sulla riva dell’acqua, ripetono all’infinito le stesse parole.[14]
-Oppure una campana che si slancia in un lago, e là sotto comincia a
-scampanare.[15]
-
-Lo stesso fenomeno riscontrasi nella musica, in un’arte che pareva
-dovesse rimanere costantemente accessibile a tutti. Qualcuno dei
-musicisti riputati siede al pianoforte in vostra presenza ed eseguisce
-ciò che egli dirà essere una composizione nuova, o sua, o di qualche
-altro musicista moderno. Lo udite produrre dei suoni strani e rumorosi,
-ammirate la ginnastica delle sue dita, e per dippiù capite che egli
-vuol farvi credere che i suoni così ottenuti esprimono varj sentimenti
-poetici dell’anima. La sua intenzione è chiara; ma in noi non si
-trasfonde altro sentimento che non sia quello d’una noia mortale.
-L’esecuzione dura a lungo, o almeno a voi pare così, in quanto non
-riuscite a ricevere alcuna nettezza d’impressioni. E v’imaginate che
-forse tutto quell’armeggìo non è che una mistificazione, che forse
-l’artista vuol mettervi alla prova e getta a caso le dita sui tasti,
-sperando di cogliervi, e di potervi poi dar la baia. Tutt’altro. Quando
-il pezzo di musica è finito, e il musicista, scalmanato e sudato,
-s’alza dal piano, aspettandosi manifestamente le vostre lodi, dovete
-riconoscere che egli faceva da senno. E ciò avviene in tutti i concerti
-nei quali si suonano dei pezzi di Liszt, Wagner, Berlioz, Brahms,
-Riccardo Strauss e dei compositori innumerevoli appartenenti alla
-scuola nuova.
-
-La medesima tendenza ha invaso il dominio dei romanzi e dei racconti,
-dove parrebbe impossibile che altri non si voglia far capire.
-Leggete _Laggiù!_ del Huysmans, o qualche novella di Kipling, o
-l’_Annonciateur_ del Villiers de l’Isle-Adam; tali lavori vi parranno
-non soltanto _abscons_ (reconditi), per servirci d’un termine della
-nuova scuola, ma pressochè incomprensibili, sia per la forma, sia per
-la sostanza.
-
-Nello stesso caso è un romanzo di E. Morel, uscito testè nella _Revue
-Blanche_, come la maggior parte dei nuovi romanzi. Lo stile vi è
-sommamente enfatico, i sentimenti paiono arcielevati; ma è impossibile
-decifrare che cosa avvenga, dove avvenga, e a chi avvenga.
-
-E tale è tutta l’arte della gioventù dei nostri tempi.
-
-
-Gli uomini della prima metà del nostro secolo, ammiratori del
-Goethe, dello Schiller, del Musset, dell’Hugo, del Dickens, del
-Beethoven, dello Chopin, di Raffaello, di Leonardo, di Michelangelo,
-del Delaroche, non intendendo nulla dell’arte nuova, s’adattano di
-buon grado a considerarla come una mera follìa, o come uno scherzo
-di cattivo gusto, e si volgono via da essa scrollando le spalle. Ma
-codesto è un atteggiamento ingiusto rispetto a quest’arte; perchè
-in primo luogo essa è avviata a estendersi sempre più, e s’è già
-conquistato nel mondo un posto uguale a quello che vi occupava il
-romanticismo nel 1830; e poi, perchè se condanniamo le opere dell’arte
-decadente solo perchè non le comprendiamo, dobbiamo pur pensare che
-c’è un gran numero di persone, tutti i lavoratori, e anche una gran
-parte delle classi più elevate, che non comprendono meglio le opere
-d’arte ritenute da noi le più belle, cioè le poesie del Goethe, dello
-Schiller, dell’Hugo, i romanzi del Dickens, la musica del Beethoven e
-dello Chopin, i quadri di Raffaello e di Leonardo da Vinci, le statue
-di Michelangelo, ecc.
-
-Se ho il diritto di credere che la gran maggioranza degli uomini non
-capisce nè gusta codeste opere, per me così perfette, a cagione di
-scarso sviluppo intellettuale, non ho poi il diritto di negare che io
-possa non intendere e non gustare i prodotti dell’arte nuova unicamente
-a cagione della mia cultura insufficiente. Se io ho il diritto di dire
-che la mia impossibilità a comprendere le opere delle nuove scuole
-proviene dal non esservi nulla di comprensibile, altri potrà dire con
-lo stesso diritto, che tutto ciò che io considero capolavori dell’arte,
-non è che arte cattiva, e incomprensibile, perchè l’enorme massa del
-popolo non è in grado di comprenderci nulla.
-
-Mi sono un giorno capacitato di quanto v’è d’ingiusto in questo mondo
-di condannare l’arte delle nuove scuole. E fu un giorno che udii
-un poeta, autore di versi incomprensibili, tempestare di sarcasmi
-la musica incomprensibile; e subito dopo incontrai un musicista,
-autore di sinfonie incomprensibili, che non rifiniva di sbeffeggiare
-i poeti incomprensibili. Non è giusto che condanniamo l’arte nuova
-fondandoci sul fatto che noi, uomini della prima metà del secolo,
-non l’intendiamo. Abbiamo solo diritto di dire che quest’arte è
-incomprensibile per noi. L’unica superiorità dell’arte che noi
-ammiriamo sull’arte dei decadenti sta in questo, che l’arte caldeggiata
-da noi è accessibile a un maggior numero di persone che non sia l’arte
-d’oggidì.
-
-Da questo fatto che io mi trovo nell’impossibilità di comprendere un
-genere d’arte, perchè sono avvezzo a un altro genere, non ho alcun
-diritto di conchiudere che il genere ammirato da me sia il solo vero, e
-che quello che io non intendo, sia falso e pervertito.
-
-Da un fatto simile, solo questo io posso argomentare: che l’arte,
-facendosi sempre più esclusiva, è diventata sempre meno accessibile, e
-nel suo cammino verso l’inintelligibile, ha oltrepassato quel punto in
-cui mi trovavo io stesso.
-
-Dacchè l’arte delle classi superiori s’è staccata dall’arte popolare,
-sorse il convincimento che l’arte potesse restare sempre arte
-senza essere più intesa dalla moltitudine. E una volta ammesso quel
-principio, era prevedibile che a poco a poco l’arte non sarebbe più
-stata accessibile che a una piccola cerchia d’iniziati, e da ultimo
-solo a due o tre persone, anzi a una sola, all’artista creatore. E
-così parlano per l’appunto gli artisti moderni: “Io creo, e intendo me
-stesso; se qualcuno è inetto a capirmi, peggio per lui.„
-
-Ma questa affermazione che l’arte può essere vera, e rimanere
-inaccessibile a un gran numero di persone, è perfettamente assurda, e
-le sue conseguenze sono disastrose per l’arte stessa; tuttavia è così
-comune e predominante tra di noi, che non s’insisterà mai di troppo
-sulla sua assurdità.
-
-Il dire che un’opera d’arte è buona e cionondimeno incomprensibile alla
-maggior parte degli uomini, equivale a dire che un qualche alimento
-sia buono, ma che i più non possono mangiarlo. La maggior parte degli
-uomini può rifuggire dal cacio putrido, o dalla selvaggina verminosa,
-che sono leccornìe per la gente di gusto pervertito, ma il pane e
-le frutta non sono buoni, se non quando piacciono alla maggioranza.
-In arte è la stessa cosa. L’arte pervertita può non piacere alla
-maggioranza, ma l’arte buona deve piacere di necessità a tutti.
-
-Dicono che per intendere le più eccelse opere d’arte occorra
-una preparazione speciale. Ebbene, se non si possono intendere
-naturalmente, ci saranno delle cognizioni atte a render l’uomo capace
-d’intenderle, suscettibili d’essere insegnate e spiegate. Ma in realtà
-non c’è nessuna cognizione di tal sorta, e ognuno sa che il valore
-delle opere d’arte non si può spiegare. Ci si ricanta bensì che per
-intendere quei capolavori occorre rileggerli, rivederli, riudirli senza
-stancarsi. Ma ciò non è spiegare, è solamente avvezzare. E gli uomini
-s’avvezzano a tutto, anche alle cose peggiori. Se sanno abituarsi alla
-carne putrida, all’acquavite, al tabacco, all’oppio, possono parimente
-abituarsi all’arte guasta; ed è quello che per l’appunto succede.
-
-D’altra parte non si può affermare che la maggioranza degli uomini non
-abbia il gusto necessario per comprendere le manifestazioni più elevate
-dell’arte. La moltitudine ha sempre inteso, e continua a intendere
-ciò che anche noi riconosciamo per ottimo, per es., l’epopea della
-Genesi, le parabole del Vangelo, i racconti delle fate, le leggende e
-le canzoni popolari. Perchè dunque la moltitudine avrebbe perduto a un
-tratto questa attitudine naturale, e non saprebbe più intendere l’arte
-del tempo nostro?
-
-Trattandosi d’una parlata, anche stupenda, possiamo ammettere che
-sia incomprensibile per quelli che ignorano la lingua in cui essa è
-pronunziata. Un discorso in cinese potrà essere splendido; ma se non
-conosco il cinese, non lo capirò di certo. Per contro un’opera d’arte
-si distingue da tutte le altre manifestazioni dello spirito in quanto
-il suo linguaggio è inteso da tutti, e tocca tutti indistintamente.
-Le lacrime e il riso d’un Cinese mi commuovono nè più nè meno che il
-pianto e il ridere d’un Russo; lo stesso vale per la pittura, per
-la musica, per la poesia, purchè quest’ultima sia tradotta in una
-lingua per me comprensibile. I canti d’un Kirghiso o d’un Giapponese
-faranno minore impressione su di me che non sopra un Kirghiso o un
-Giapponese, ma a ogni modo mi commuovono. Son tocco parimente dalla
-pittura giapponese, dall’architettura indiana, dalle novelle arabe.
-E se mi trovo meno sensibile d’un Giapponese o d’un Cinese alle loro
-canzoni e ai loro romanzi, ciò avviene non già perchè io non capisca
-l’arte loro, come troppo eccelsa, ma perchè conosco delle altre forme
-d’arte più elevate. I capolavori artistici non sono tali se non perchè
-sono intelligibili a ciascuno. La storia di Giuseppe voltata in cinese,
-commuove i Cinesi. Così noi siamo tocchi dal racconto della vita di
-Sakya-Muni. Perciò si conchiude che, se una forma d’arte non riesce a
-commuovere, ciò si deve imputare non a mancanza di gusto o d’intelletto
-nella gente, ma piuttosto al non essere quella arte vera, arte buona.
-
-L’arte differisce dalle altre forme dell’attività mentale in questo:
-che può agire sugli uomini indipendentemente dal loro stato di sviluppo
-e di cultura, adescandoli con l’incanto dei colori, dei suoni, delle
-imagini. Anzi, ufficio essenziale dell’arte è di far sentire e capire
-ciò che sotto forma di ragionamento resterebbe inaccessibile ai più.
-Chi riceve una vera impressione artistica s’imagina d’aver già saputo
-quanto l’arte gli rivela, pur essendo incapace ad esprimerlo.
-
-E tale fu sempre l’indole dell’arte buona e vera. L’Iliade, l’Odissea,
-le storie d’Isacco, di Giacobbe, di Giuseppe, i canti dei profeti
-ebrei, i Salmi, le parabole del Vangelo, la vita di Sakya-Muni
-(Budda), gl’inni vedici, esprimono sentimenti elevati, e ci sono
-pur tuttavia intelligibili, come lo furono molti secoli addietro
-a uomini meno civili ancora dei nostri contadini. Le chiese, e le
-imagini ch’esse contengono, non sono mai state incomprese da nessuno.
-L’ostacolo a capire i sentimenti più alti non risiede nella deficienza
-di svolgimento o di sapere, ma ben piuttosto in un falso progresso,
-e una scienza falsa. Un’opera d’arte buona ed elevata può riuscire
-anch’essa incomprensibile, ma non per il contadino, semplice e non
-ancora pervertito; quella sorta di persone intende tutto ciò che v’è di
-più alto; rischierà piuttosto di non essere intesa dalle menti che si
-pretendono affinate, e io dico pervertite, cioè prive d’ogni concetto
-serio della vita. Conosco delle persone che si credono coltissime, e
-dicono di non intendere la poesia della carità, o dell’abnegazione, o
-della castità.
-
-
-Pertanto se l’arte del nostro tempo non è intesa dalla moltitudine
-non è già perchè sia troppo elevata, secondo l’affermazione prediletta
-degli artisti odierni. Diremo più a ragione che non è intesa perchè è
-arte cattiva, o non è arte affatto.
-
-Attesochè il fine della opera d’arte sia quello d’esprimere dei
-sentimenti, chi può parlare in tal caso d’incomprensibilità? Un
-popolano, mettiamo, legge un libro, guarda un quadro, attende ad
-ascoltare un dramma o una sinfonia, e non prova nessun commovimento.
-Gli si dice che egli non può capire. Gli si promette uno spettacolo;
-egli entra e non vede nulla che valga. E allora gli si spiega che la
-sua vista non è ancora educata per gli spettacoli di quella fatta. Ma
-il nostro popolano sa di vederci molto bene; e se non vede quello che
-gli hanno promesso di mostrargli, argomenta con ragione che la promessa
-che gli fu fatta, non è stata mantenuta.
-
-E il dire che un’arte determinata non produce alcun effetto sulle
-persone, perchè sono troppo ottuse, oltre a essere un grave eccesso di
-vanità, è un invertimento di parti, come se un malato invitasse un sano
-a mettersi a letto.
-
-Voltaire diceva: “Sono buoni tutti i generi, eccetto il genere
-noioso.„ Più a ragione noi possiamo dire: “Sono buoni tutti i generi,
-eccetto quelli che non si capiscono, e non agiscono sul nostro animo.„
-Infatti che cosa mai può valere una cosa che fallisce nel generare
-quell’effetto per il quale fu prodotta?
-
-Badate bene: se ammettete che l’arte possa esser arte e riuscire
-incomprensibile a uomini sani di mente, dovrete pure ammettere che
-nulla impedisce a un’accolta di persone pervertite di comporre delle
-opere esprimenti il loro sentire depravato, e intelligibili a loro
-soli, e di chiamarle arte, come fanno ora gli artisti decadenti.
-
-L’evoluzione dell’arte nei tempi moderni si può paragonare a quello
-che avviene quando sopra un primo cerchio collocate dei cerchietti
-sempre più piccoli sinchè ne risulta un cono, la cui cima non è più un
-cerchio. Il paragone calza perfettamente all’arte moderna.
-
-
-
-
-CAPITOLO X.
-
-Le conseguenze della perversione nell’arte; la contraffazione dell’arte.
-
-
-Per il progressivo impoverirsi della sostanza, e il crescere
-dall’oscurità nella forma, l’arte delle classi superiori è giunta a
-spogliarsi dei caratteri elementari dell’arte, e a non essere più che
-una contraffazione o falsificazione dell’arte.
-
-Era una conseguenza facile a prevedersi. L’arte universale sorge
-soltanto allorchè un uomo, tocco da una forte emozione, sente il
-bisogno di trasmetterla agli altri. Ora l’arte professionale delle
-classi superiori non sorge da un intimo impulso dell’artista; nasce
-sovrattutto perchè le classi agiate vogliono dei divertimenti e li
-pagano a dovere. Esse non domandano altro all’arte che di eccitare
-in loro dei sentimenti piacevoli, e gli artisti s’ingegnano di
-rispondere a tale richiesta. Ma non è cosa tanto facile, poichè i
-ricchi che trascorrono la vita nell’ozio e nel lusso, pretendono
-dei divertimenti sempre rinnovellati; e l’arte, anche del genere
-inferiore, non si produce a piacere, ma richiede l’ispirazione. Quindi
-gli artisti si trovarono forzati d’inventare metodi particolari per
-ottenere certe imitazioni o contraffazioni dell’arte, e così soddisfare
-indefinitamente alle esigenze delle classi sociali che davan loro di
-che campare.
-
-I metodi escogitati a quell’intento si riducono a quattro: 1.º
-gl’imprestiti; 2.º gli ornamenti; 3.º gli effetti (drastici, o
-energici); 4.º l’eccitamento della curiosità.
-
-
-Il primo metodo consiste nel prender a prestito dalle opere d’arte
-anteriori o argomenti intieri, o elementi riconosciuti poetici, e
-a rimaneggiarli con qualche aggiunta in guisa da farli parer nuovi.
-Siffatti prodotti ridestano nell’animo d’una certa classe di persone
-la reminiscenza di sentimenti artistici già provati, vi lasciano
-un’impressione che s’assomiglia a quella dell’arte, e per poco che
-corrispondano ad alcune altre condizioni sono presi in buona fede per
-arte da coloro che nell’arte cercano soltanto il piacere. I soggetti
-presi a prestanza dalle opere antecedenti si chiamano, in generale,
-soggetti poetici. I personaggi e le cose così riprodotte son detti
-pure personaggi e cose poetiche. Tali sarebbero, ad esempio, leggende,
-saghe, antiche tradizioni d’ogni guisa. Nell’elenco dell’arsenale
-poetico sogliamo inchiudere le giovinette, i guerrieri, i pastori, i
-romiti, gli angeli, i diavoli, il chiaro di luna, il tuono, i monti,
-il mare, i burroni, i fiumi, le chiome lunghe, i leoni, gli agnelli, le
-colombe, gli usignoli. In termini generali si considera poetico ciò che
-fu rimestato più di spesso dagli artisti delle generazioni precedenti.
-
-Mi rammento che una quarantina d’anni fa una signora, che non è più
-al mondo, la quale era di mente molto ristretta, ma di grande cultura
-e _ayant beaucoup d’acquis_, mi pregò d’ascoltare la lettura d’un
-romanzo che essa aveva scritto. Il romanzo cominciava colla descrizione
-d’un’eroina, che, vestita poeticamente di bianco, sciolta poeticamente
-le lunghe chiome, leggeva dei versi presso una sorgente, in una foresta
-poetica. La scena era in Russia; ma ecco che all’improvviso di dietro
-i cespugli sbucava fuori l’eroe, adorno d’un cappello piumato alla
-Guglielmo Tell (secondo i precisi particolari del libro) e accompagnato
-da due cani bianchi, non meno poetico. Quella signora pensava d’aver
-trovato un motivo sommamente poetico; e in realtà quelle pagine
-potevano passare per il modello del genere se subito dopo l’eroe non
-avesse dovuto appiccar discorso con l’eroina. Appena il giovane col
-suo cappello alla Guglielmo Tell si fu messo a parlare colla giovine
-biancovestita, io intesi chiaramente che l’autrice non aveva nulla da
-far loro dire, che essa medesima non aveva nulla da dire, e che, tocca
-dalla reminiscenza poetica d’altre opere, s’era imaginata che bastasse
-cucire insieme alcuni brandelli di quelle opere per suscitare nel
-lettore un’impressione artistica. Ora in noi non può nascere alcuna
-impressione artistica, se non quando l’autore abbia provato egli
-stesso in un modo suo particolare i sentimenti che ci comunica, e non
-si contenti di rifriggerci i sentimenti che egli abbia accattato da
-altri. Questa sorta d’imprestiti non ci commuove come opera d’arte;
-al più serve a simularla, e anche solo per coloro che siano di gusto
-pervertito. La signora, di cui ho detto, essendo scioccherella e senza
-abilità, si capiva subito di che farina fosse la sua pasta; ma quando
-questo metodo è adoperato da artisti colti, e d’ingegno, e versati
-nella tecnica dell’arte loro, ci vengon fuori quelle ricopiature dal
-greco, dal classico in genere, dal cristianesimo, dalla mitologia, che
-ora sono così frequenti e dal pubblico sono ingenuamente riputate opera
-d’arte. Un esempio specifico di siffatte contraffazioni, di tali plagi
-artistici, vi sarà offerto in poesia dalla _Princesse Lointaine_ del
-Rostand, lavoro tutto rubacchiato, dove non c’è la minima particella
-d’arte o di poesia, cosa che non gl’impedisce di sembrar molto poetico
-a un mondo di gente, e forse all’autore stesso.
-
-
-Il secondo metodo adoperato a dar l’aspetto dell’arte a quello che non
-è arte consiste in ciò che si chiama ornamentazione. Esso si propone di
-ubbriacare i lettori, gli spettatori e gli uditori colle impressioni
-più gradevoli ingannandoli sul conto dell’arte. In letteratura, se si
-tratta di poesia il metodo sta nell’adoperare i ritmi più cadenzati, le
-rime più sonore e le espressioni più eleganti; se si tratta di prosa,
-risulta dall’aggiungere spicco alle descrizioni. Nelle produzioni
-teatrali vuole che si eccitino i sensi degli spettatori collo sfoggio
-degli attori, e sopratutto colla bellezza delle attrici, vestite di
-abiti ricchissimi, e collo splendore delle decorazioni di scena.
-In pittura, importa la scelta di modelli atti a eccitare i sensi,
-e l’esagerazione del colore. Nella musica il metodo consiste nel
-moltiplicare i _passaggi di tono_, e le _fioriture_, e le modulazioni,
-e nell’introdurre strumenti nell’orchestra, ecc. Tutti codesti
-ornamenti hanno raggiunto al presente un tal grado di perfezione,
-che le classi superiori sono arrivate a prenderli per l’arte stessa,
-aiutate in ciò anche dalla dottrina corrente che considera la bellezza
-come fine dell’arte.
-
-
-Un terzo metodo sta nell’agire sulla nostra sensibilità, di sovente
-con procedimenti affatto materiali fisici. In tal caso si dice
-che le opere d’arte sono _saisissantes_, o _pleines d’effet_. Gli
-effetti che esse producono in tutte le arti sono quasi unicamente di
-contrasto, in quanto si associa il terribile e il tenero, il brutto
-e il bello, la dolcezza e la forza, la luce e l’ombra, il comune e
-lo straordinario. Inoltre nella letteratura agli effetti d’antitesi
-se ne aggiungono degli altri ricavati dal descrivere cose non mai
-prima descritte. Saranno di solito dei particolari pornografici atti a
-stimolare l’istinto sessuale, o ragguagli minuziosi di sofferenze e di
-agonie rivolti a farci innorridire; per esempio, mentre si descrive un
-assassinio, ci si presenterà una vera perizia medica intorno ai tessuti
-lacerati, all’odore, alla quantità e al colore del sangue.
-
-Nella pittura e nella scultura un contrasto ora assai pregiato sta nel
-finire con gran cura qualche particolare, lasciando al resto l’aspetto
-sommario d’un abbozzo; senza contare l’abuso che si fa del chiaroscuro.
-In teatro, non vediamo quasi più che quadri di pazzia, d’omicidio,
-di morte; e non muore un personaggio senza che ci si faccia assistere
-a tutte le fasi della sua agonia. In musica, gli effetti più in voga
-sono: un _crescendo_ repentino per cui si passa dai suoni più leggeri
-ai più violenti; una ripetizione delle medesime note _arpeggiate_
-in tutte le ottave e dai diversi strumenti; oppure anche una fuga
-d’armonie, di toni e di ritmi diversi affatto da quelli che dovrebbero
-naturalmente scaturire dall’idea musicale, e tali da colpirci
-colla sorpresa. Per giunta la musica moderna abusa di quell’effetto
-puramente fisico che consiste nel far sempre maggior fracasso di quanto
-abbisogni.
-
-Alla stessa categoria appartiene pure un altro effetto, oggi comune
-a tutte le arti; e sta nel voler forzare un’arte a esprimere quanto
-spetta a un’altra. Per esempio, si pretende (come vorrebbe fare la
-musica _descrittiva_ del Wagner e dei suoi successori) che la musica
-ci descriva azioni e anche _paesaggi_. Oppure, secondo la maniera dei
-decadenti, si costringono la pittura, il dramma, la poesia a evocare in
-noi per _suggestione_ certi pensieri.
-
-
-Il quarto metodo infine consiste nell’eccitare la curiosità sì da
-impedire alla nostra mente di accorgersi della mancanza dell’arte vera.
-Una volta si ricorreva per questo all’_intreccio_ ben complicato;
-ora codesto artifizio va fuori di moda, ed è sostituito dalla
-_documentazione_, cioè dalla pittura particolareggiata d’un periodo
-storico, o d’un ramo della vita contemporanea. Così per assorbire
-l’attenzione del lettore i romanzieri gli descrivono da cima a fondo
-la vita degli Egiziani o dei Romani, la vita dei minatori oppure
-dei commessi d’un gran magazzino. La curiosità si può solleticare
-anche solo colla scelta delle espressioni, e codesto mezzo acquista
-sempre più pregio. Versi e prose, drammi, quadri, sinfonie, tutto ciò
-è disposto in guisa che se ne debba indovinare il senso come nelle
-sciarade; il pubblico si scuote, cerca d’indovinare, si distrae, e
-prova l’illusione d’aver ricevuto un’impressione artistica.
-
-
-E voi udirete spesso ripetere che un’opera d’arte è eccellente,
-perchè è poetica, o bella, o sorprendente, o interessante; ma in
-realtà nessuno di quei quattro attributi serve a misurare l’eccellenza
-d’un’opera d’arte, e nemmeno ha da far nulla coll’arte vera.
-
-Il dire che un’opera è poetica equivale a dire ch’è presa a
-prestito. Tutti i prestiti ridestano nel pubblico vaghe reminiscenze
-d’impressioni artistiche prodotte da opere anteriori; ma non ci possono
-mai trasmettere i sentimenti dell’artista medesimo. Un’opera fondata
-sui prestiti, per esempio il _Fausto_ del Goethe, può essere bene
-eseguita, piena di brio e anche veramente bella; ma non può produrre
-una schietta impressione artistica, mancando essa del carattere
-principale d’un’opera d’arte, cioè dell’unità, di quell’armonia
-intima tra la forma e la sostanza che vale a trasmettere i sentimenti
-provati dall’artista. L’opera di seconda mano non fa che ridestare il
-sentimento infuso in essa dall’opera iniziale; perciò ogni imprestito
-di soggetti, di scene, di situazioni, di descrizioni non è che il
-riflesso dell’arte, la sua contraffazione, ma non l’arte. Pretendere
-che un’opera d’arte di questo genere sia buona perchè è poetica è come
-pretendere che una moneta di piombo sia buona solo perchè si assomiglia
-a una d’argento.
-
-Nemmeno gli ornamenti, vantati dai nostri estetici sotto il nome di
-bellezza, possono servire di misura per l’eccellenza d’un’opera d’arte.
-Infatti il carattere essenziale dell’arte consiste nel trasmettere agli
-altri la commozione provata dall’artista; e la commozione artistica non
-solo non coincide sempre colla bellezza, ma spesso le è in opposizione.
-La vista delle sofferenze più ributtanti ci può commuovere con un forte
-sentimento di compassione, di tenerezza e d’ammirazione per l’anima
-grande di chi soffre; come d’altro lato ci accade di non sentir nulla
-dinanzi a una statua di cera anche bellissima. Giudicare d’un’opera
-d’arte secondo la bellezza è assurdo quanto il fare stima della
-fecondità d’un terreno fondandosi sulla sua graziosa giacitura.
-
-Il terzo metodo di contraffazione consiste nell’accumulare gli
-effetti gagliardi, ed è anche esso estraneo all’arte vera; poichè
-l’effetto, sia esso poi di novità o di contrasto o d’orrore, non è
-mai l’espressione d’un sentimento, ma semplicemente un’azione sui
-nostri nervi. Quando un pittore rappresenta con esattezza perfetta
-una ferita che sanguina, la vista della ferita mi colpisce, ma non è
-arte. Una nota tenuta a lungo sopra un organo ci produce l’impressione
-di stringere il cuore e può giungere fino a farci piangere; ma in
-quel fatto non c’è musica, perchè non c’è l’espressione di alcun
-sentimento. Tuttavia tali effetti fisiologici vengono ogni giorno presi
-per dell’arte dalle persone della nostra società, e ciò non soltanto
-nella musica, ma nella poesia, nella pittura, nel dramma. Non c’è in
-verità nessuna facezia più amara di quella che consiste nel dire che
-l’arte del nostro tempo si “raffina.„ Al contrario l’arte non ha mai
-seguito tanto l’effettaccio volgare, non è mai stata più grossolana.
-L’Europa intera ammira e acclama un nuovo dramma, com’è per esempio la
-_Hannele_ di Gh. Hauptmann, in cui l’autore s’è proposto d’intenerirci
-a proposito d’una ragazza perseguitata. Per eccitare in noi questo
-sentimento col mezzo dell’arte, poteva o incaricare uno de’ suoi
-personaggi d’esprimere la sua pietà per la ragazza in un modo che ci
-commovesse, o descrivere con verità i sentimenti della ragazza. Invece
-egli, non potendo o non volendo servirsi di questo mezzo, ne ha scelto
-un altro più difficile per chi deve mettere in scena il lavoro, ma
-infinitamente più facile per l’autore. Ci ha fatto vedere la ragazza
-morente sulla scena; e per accentuar meglio l’effetto fisiologico di
-questa agonia sui nostri nervi, ha fatto spegnere l’illuminazione della
-sala, lasciando l’uditorio nelle tenebre. Tra le note d’una musica
-sinistra, ci ha fatto vedere la ragazza perseguitata e battuta dal
-padre ubbriacone. La fanciulla si lascia cadere, geme, sospira e muore.
-Compaiono degli angeli che la conducono via. E gli uditori, che durante
-tutta questa faccenda non hanno potuto far a meno di provare un certo
-eccitamento, se ne vanno convinti d’aver provato un vero sentimento
-artistico. Ora non c’è nulla d’artistico in un eccitamento di questo
-genere, ma solo il miscuglio d’una vaga pietà per altri, e del piacere
-di pensare che non s’ha noi stessi a soffrire di dolori simili.
-L’effetto che ci producono delle opere di questo genere è della stessa
-natura di quello che ci produce la vista d’un’esecuzione capitale, o di
-quello che producevano sui Romani i supplizi del circo.
-
-La sostituzione dell’_effetto_ ai sentimenti artistici si riconosce
-oggigiorno particolarmente nella musica, avendo quest’arte per la
-propria natura un’azione fisiologica immediata sui nervi. In luogo
-d’esprimere per mezzo di una melodia, rivestita d’armonie appropriate,
-i sentimenti che ha provato, il compositore della nuova scuola accumula
-e complica le sonorità; ora rinforzandole, ora di nuovo attenuandole;
-produce sull’uditorio un effetto particolare, d’eccitazione nervosa. E
-il pubblico prende quest’effetto fisiologico per un effetto artistico.
-
-Il quarto metodo, quello della curiosità, è pure di solito confuso
-coll’arte. Quante volte non udiamo noi dire non solo d’un poema,
-d’un romanzo, d’un quadro, ma anche d’un’opera musicale, che essa
-è “interessante?„ E ciò che cosa può significare? Dire che un’opera
-d’arte è interessante, è dire o che essa ci offre del nuovo, o che noi
-non ne indoviniamo il senso che a poco a poco, e che ci divertiamo a
-dover indovinare. Ora, nè in un caso nè nell’altro l’interesse ha nulla
-di comune coll’impressione artistica.
-
-L’oggetto dell’arte è di farci provare dei sentimenti provati
-dall’artista; ma lo sforzo d’intelligenza di cui abbisogniamo per
-assimilarci la nuova informazione che ci reca un lavoro, o per
-indovinare gli enigmi che esso contiene, questo sforzo distraendo la
-nostra mente dall’emozione espressa, c’impedisce di provarla; talchè
-non solo il fatto d’essere “interessante„ non contribuisce per nulla
-al valore artistico d’un’opera d’arte, ma anzi è piuttosto un ostacolo
-alla vera impressione artistica.
-
-
-Parecchie condizioni debbono convergere perchè un uomo possa produrre
-una vera opera d’arte. Quest’uomo deve, in primo luogo, trovarsi
-al livello dei più alti concetti religiosi del suo tempo; inoltre
-deve provare dei sentimenti e avere il desiderio e la capacità di
-trasmetterli ad altri; e deve finalmente avere, per una delle diverse
-forme dell’arte, quella capacità speciale che si chiama il talento.
-Ora è molto raro che un uomo riunisca in sè tutte queste condizioni. Ma
-per produrre senza posa quelle contraffazioni dell’arte, che passano al
-presente per arte vera e la produzione delle quali è pagata così bene,
-occorre semplicemente aver talento, cosa corrente e senza alcun valore.
-Intendo per “talento„ l’abilità; in letteratura, l’abilità a esprimer
-facilmente i propri pensieri e le proprie sensazioni, a notare e a
-ricordare i particolari tipici; in pittura, a discernere e a ricordare
-le linee, le forme e i colori; in musica a distinguere gl’intervalli, a
-capire e a ricordare la successione dei suoni.
-
-E basta che un uomo possegga oggi siffatto talento, e sappia scegliere
-qualche specialità, perchè con l’aiuto dei metodi di contraffazione
-che ho detti, possa indefinitamente fabbricare delle opere destinate a
-soddisfare al bisogno di divertimento delle nostre classi superiori.
-In tutti i rami dell’arte esistono delle regole o ricette definite
-che permettono di produrre delle opere di questo genere senza provare
-nessun sentimento. E così l’uomo di talento, essendosi assimilate le
-regole del suo mestiere, può ad ogni istante produrre a freddo delle
-opere che passeranno poi come arte.
-
-E oggi si produce una quantità così immensa di codeste opere, che si
-trovano degli uomini che conoscono centinaia e migliaia d’opere così
-dette artistiche, e non hanno mai veduta una sola opera d’arte vera, e
-non sanno neppure da che cosa si riconosca questa vera arte.
-
-
-
-
-CAPITOLO XI.
-
-L’arte professionale, la critica, l’insegnamento artistico: loro
-influenza sulla contraffazione dell’arte.
-
-
-Questa enorme e crescente diffusione delle contraffazioni dell’arte
-nella nostra società, è dovuta al concorso di tre condizioni, cioè: 1.º
-il profitto materiale che queste contraffazioni procurano agli artisti;
-2.º la critica; 3.º l’insegnamento artistico.
-
-
-Quando l’arte era ancora universale, e soltanto l’arte religiosa era
-pregiata e compensata, non c’erano contraffazioni, o, se ce n’erano,
-non tardavano a scomparire, essendo esposte alla critica della
-nazione intiera. Ma tostochè si fu prodotta la distinzione fra l’arte
-aristocratica e l’arte del popolo, tostochè le classi superiori presero
-ad acclamare ogni forma d’arte, purchè procurasse loro del piacere,
-tostochè finalmente queste classi cominciarono a rimunerare la loro
-pretesa arte assai più che ogni altra attività sociale, subito un gran
-numero d’uomini si dedicarono a questo genere d’attività, e l’arte
-prese un carattere nuovo, e diventò una professione.
-
-E come ciò ebbe luogo, la qualità principale e più preziosa dell’arte,
-la sincerità, si trovò grandemente indebolita, e condannata in
-prevenzione a sparire prontamente. All’arte vera fu sostituita la
-contraffazione dell’arte.
-
-Infatti l’artista di professione è costretto a vivere dell’arte sua,
-cosa che l’obbliga a inventare indefinitamente, per le sue opere,
-numerosi soggetti. Vedete, per esempio, che differenza corre tra
-le opere prodotte, da uomini come i profeti ebrei, gli autori dei
-_Salmi_, Francesco d’Assisi, Fra Angelico, gli autori dell’_Iliade_ e
-dell’_Odissea_, quelli delle leggende e delle canzoni popolari, tutti
-codesti uomini d’altri tempi che non solo non erano pagati per le
-loro opere, ma nemmeno si curavano di unirvi il loro nome; e d’altra
-parte le opere prodotte dai poeti di corte, dai pittori o dai musici
-colmati d’onori e di denari! Ma ancora più grande è la differenza tra
-l’opera dei veri artisti, e quella dei professionisti dell’arte che
-ora empiono il mondo, vivendo tutti del loro commercio, vale a dire
-del denaro che ricevono dai direttori di giornali, editori, impresari
-e altri intermediarii incaricati di mettere gli artisti in rapporto coi
-consumatori d’arte.
-
-
-Il _professionismo_ è la prima causa della diffusione che ebbero tra di
-noi le contraffazioni dell’arte.
-
-La seconda causa è il nascimento, affatto recente, e lo sviluppo della
-critica, cioè della stima dell’arte fatta non più da tutti, non più da
-uomini semplici e sinceri, ma da eruditi, da esseri pervertiti di mente
-e pieni a un tempo di confidenza in sè stessi.
-
-Discorrendo del rapporto dei critici rispetto agli artisti, un mio
-amico diceva un po’ per burla: “I critici sono gli sciocchi che
-discutono i savi„. Quella era una definizione inesatta, ingiusta, e
-d’una durezza eccessiva; ma non manca di contenere una parte di verità;
-e in ogni caso è incomparabilmente più giusta di quella che considera i
-critici come aventi il diritto e i mezzi di spiegare le opere d’arte.
-
-Spiegare! Che cosa spiegano essi mai? L’artista, se è un vero artista,
-coll’opera sua ha trasmesso agli altri uomini i sentimenti che egli
-provava. E, in siffatte condizioni, che cosa resta da spiegare?
-
-Se un’opera è buona in quanto sia arte, il sentimento espresso
-dall’artista, morale o immorale, si trasmette da sè agli altri
-uomini. Se si trasmette loro, essi lo sentono, e tutte le spiegazioni
-sono superflue. Se non si trasmette loro, non ci rimedierà nessuna
-spiegazione. L’opera d’un artista non può essere spiegata. Se l’artista
-avesse potuto spiegare a parole ciò che desiderava di trasfondere
-in noi, si sarebbe espresso a parole. Se egli s’è espresso per
-la via dell’arte, è precisamente perchè le emozioni non potevano
-esserci trasmesse per un’altra via. Che si può dire intorno al riso
-o al pianto, che ci aiuti, anche menomamente, a provarne qualche
-commozione? Quando un uomo cerca d’interpretare delle opere d’arte con
-dei discorsi, ciò prova solo che è incapace egli stesso di sentire
-l’emozione artistica. E tale è il caso per l’appunto. Per quanto
-possa parere strano, i critici sono sempre stati degli uomini meno
-accessibili al contagio dell’arte che il resto degli uomini. Sono, per
-la maggior parte, degli scrittori capaci, istruiti e intelligenti, ma
-tali che in essi l’attitudine a essere commossi dall’arte è affatto
-pervertita o atrofizzata. E da ciò deriva che i loro scritti hanno
-sempre contribuito largamente e contribuiscono tuttora a pervertire il
-gusto del pubblico che li legge, e si fida di loro.
-
-La critica non esisteva, non poteva esistere, nelle società in cui
-l’arte s’indirizzava a tutti, e per conseguenza esprimeva un concetto
-religioso della vita, comune a un popolo intiero. Essa non s’è
-prodotta, non si poteva produrre che intorno all’arte delle classi
-superiori, la quale non aveva per base la coscienza religiosa del suo
-tempo.
-
-L’arte universale ha un criterio interno definito e indubitabile: la
-coscienza religiosa. L’arte delle classi superiori manca di questo
-criterio, ed è perciò che coloro che vogliono valutare quest’arte
-sono forzati ad aggrapparsi a qualche criterio esteriore. E tale
-criterio, lo trovano nei giudizî dell’_élite_, cioè nell’autorità
-d’uomini considerati come più istruiti degli altri, e non solo nella
-loro autorità, ma anche nella tradizione formata da un complesso
-d’autorità di questo genere. Ma questa tradizione è estremamente
-fallace, sia perchè l’_élite_ s’inganna molto di spesso, sia pure
-perchè certi giudizî che ebbero valore al loro tempo cessano d’averne
-in un altro tempo. Ora i critici mancando di base solida per i loro
-giudizî, s’aggrappano ostinatamente alle loro tradizioni. Le tragedie
-classiche un tempo furono considerate come buone; la critica continua
-a considerarle per tali. Dante è stato ritenuto un gran poeta,
-Raffaello un gran pittore, Bach un gran musicista; e i nostri critici,
-in mancanza d’un mezzo per distinguere l’arte buona dalla cattiva,
-proseguono non solo a ritenere grandi questi artisti ma giudicano per
-di più tutte le opere loro come ammirevoli e degne d’essere imitate.
-Nulla ha contribuito, o contribuisce tanto al pervertimento dell’arte
-quanto le autorità messe innanzi dalla critica.
-
-Un uomo produce un’opera d’arte in cui, da vero artista, esprime a modo
-suo un sentimento che egli ha provato. Il suo sentimento si trasmette
-ad altri uomini, e la sua opera attira l’attenzione. Ma allora la
-critica, impadronendosene, dichiara che, senza essere cattiva, non è
-tuttavia l’opera nè d’un Dante, nè d’un Shakespeare, nè d’un Goethe, nè
-d’un Raffaello, nè d’un Beethoven. E il giovine artista si rimette al
-lavoro per copiare i maestri che gli si consiglia d’imitare; e produce
-delle opere non solo deboli, ma false, delle contraffazioni dell’arte.
-
-Così, per esempio, il nostro Puschkin scrive dei poemetti, il suo
-_Oneghine_ o il suo _Zingaro_, opere d’un valore molto disuguale,
-ma che sono pur sempre tutte opere d’arte vera. Ma ecco, che sotto
-l’influenza d’una critica mendace che esalta Shakespeare, lo stesso
-Puschkin scrive il suo _Boris Godunof_, opera artificiosa e fredda; ed
-ecco che i critici esaltano codesta opera e la propongono a modello; ed
-ecco che la imitano tutti, Ostrowski nel suo _Minine_, Alexis Tolstoi
-nel suo _Tsar Boris_, ecc. Queste imitazioni d’imitazioni ingombrano
-tutte le letterature d’opere mediocri e assolutamente inutili. E questo
-è il male maggiore che fanno i critici; mancando essi stessi della
-capacità d’esser commossi dall’arte (e ne mancano per forza, poichè
-altrimenti non tenterebbero l’impossibile, cioè di interpretare le
-opere d’arte) non possono dare importanza o concedere delle lodi che
-ad opere artificiose e prodotte a sangue freddo. Gli è per questo
-che esaltano con tanta prosopopea, nelle lettere i tragici greci,
-Dante, Tasso, Milton, Goethe, e tra gli autori più recenti, Zola e
-Ibsen; nella musica il Beethoven dell’ultima maniera, e Wagner. Per
-giustificare l’elogio entusiasta che fanno di questi grandi uomini,
-essi costruiscono infaticabilmente delle vaste teorie; e così vediamo
-degli uomini d’ingegno occuparsi a comporre delle opere in conformità
-di quelle teorie; e spesso anche dei veri artisti far violenza al loro
-genio e sottomettersi ad esse.
-
-Ogni opera d’arte falsa che è levata a cielo dai critici costituisce
-come una porta attraverso la quale si precipitano le mediocrità.
-
-Se gl’Ibsen, i Maeterlinck, i Verlaine, i Mallarmè, i Puvis de
-Chavannes, i Klinger, i Boecklin, gli Stuck, i Liszt, i Berlioz, i
-Wagner, i Brahms, i Riccardo Strauss, ecc., sono divenuti possibili ai
-nostri giorni, del pari che la folla immensa dei mediocri imitatori
-di questi imitatori, lo dobbiamo sovrattutto ai nostri critici, che
-continuano ancora oggidì a lodare ciecamente le opere rudimentali, e
-spesso vuote di senso dei Greci antichi: Sofocle, Euripide, Aristofane,
-e così pure tutta l’opera di Dante, del Tasso, del Milton, dello
-Shakespeare, tutta l’opera di Michelangelo compreso il suo assurdo
-_Giudizio universale_, tutta l’opera di Bach, tutta l’opera di
-Beethoven, compreso il suo ultimo periodo.
-
-Nulla di più tipico, per questo rispetto, del caso di Beethoven. Tra
-le sue numerose produzioni si trovano, a dispetto d’una forma sempre
-artificiale, delle opere di arte vera. Ma egli diventa sordo, non può
-più sentir nulla, e comincia a scrivere delle opere bizzarre, morbose,
-il senso delle quali di sovente rimane oscuro. So che i musicisti
-possono imaginare dei suoni e che è loro quasi possibile udire ciò
-che leggono; ma dei suoni imaginari non potrebbero mai prendere il
-posto dei suoni reali, e un musicista deve udire le sue opere per dar
-loro una forma perfetta. Ora il Beethoven non poteva udir più nulla, e
-perciò era nell’impossibilità di condurre le sue opere alla perfezione.
-Ma la critica, avendo riconosciuto in lui un gran compositore,
-s’è per l’appunto impossessata delle sue opere imperfette e spesso
-anormali per rintracciarvi a ogni costo delle bellezze straordinarie.
-E per giustificare questi elogi, pervertendo il vero senso dell’arte
-musicale, attribuì alla musica la proprietà di dipingere ciò che essa
-non può dipingere. E subito comparvero degl’imitatori, una falange
-innumerevole d’imitatori, che si sono messi a copiare quelle opere
-morbose e incomplete, quelle opere che il Beethoven non potè finire a
-sufficienza per dar loro un pieno valore artistico.
-
-E tra di loro sorse il Wagner. Cominciò dal connettere, nei suoi
-scritti di critica, le ultime opere del Beethoven alla teoria mistica
-dello Schopenhauer, che faceva della musica l’espressione dell’essenza
-stessa della Volontà. In appresso si diede a comporre della musica
-ancora più strana, fondandosi su questa teoria, e sopra un sistema
-d’unione di tutte le arti. E dal Wagner è uscita una nuova schiera
-d’imitatori, che si scostano vieppiù ancora dall’arte vera.
-
-
-Tali sono i risultati della critica. Non meno disastrosa è la terza
-causa che contribuisce a pervertire l’arte del nostro tempo, voglio
-dire l’insegnamento artistico.
-
-Dal giorno in cui l’arte, cessando di rivolgersi a un popolo intiero,
-non si rivolse più che a una classe di ricchi, è divenuta una
-professione; dacchè è divenuta una professione, si sono inventati dei
-metodi per insegnarla; le persone che sceglievano codesta professione
-dell’arte si misero a imparare codesti metodi, e così si sono formate
-le scuole professionali: corsi di retorica o di lettere nelle scuole
-pubbliche, accademie di pittura, conservatorj di musica e d’arte
-drammatica. Queste scuole hanno per oggetto l’insegnamento dell’arte.
-Ma l’arte è la trasmissione ad altri uomini d’un sentimento personale
-provato da un artista. Come si potrebbe insegnare tal cosa nelle
-scuole?
-
-Non c’è scuola che possa provocare in un uomo il sentimento, e, tanto
-meno insegnargli come possa esprimere i suoi sentimenti nel modo
-particolare che gli è naturale. Eppure egli è in queste due cose, che
-risiede l’essenza dell’arte!
-
-Tutto ciò che le scuole possono insegnare è il modo d’esprimere dei
-sentimenti provati da altri artisti nella guisa in cui gli altri
-artisti li hanno espressi. Ed è precisamente quello che insegnano le
-scuole professionali; e il loro insegnamento, ben lungi dal contribuire
-a diffondere l’arte vera, contribuisce al contrario a moltiplicare
-le contraffazioni dell’arte, facendo così più di tutto il resto per
-distruggere negli uomini l’intelletto artistico.
-
-In letteratura s’insegna ai giovani come, senza aver nulla da dire,
-possono scrivere una composizione di più o meno pagine intorno a un
-argomento al quale non hanno mai pensato, e scriverla di tal maniera
-che rassomigli agli scritti di autori di fama riconosciuta.
-
-In pittura, s’insegna loro principalmente a disegnare e a dipingere
-seguendo delle copie e dei modelli, e a disegnare e a dipingere come
-hanno disegnato e dipinto i maestri precedenti, e a rappresentare il
-nudo, cioè quello che si vede meno nella realtà e che l’uomo occupato
-della realtà ha meno occasione di dipingere. Quanto alla composizione,
-la s’insegna ai giovani proponendo loro dei soggetti uguali a quelli
-che sono già stati trattati da maestri celebri.
-
-Parimenti nelle scuole d’arte drammatica s’insegna agli alunni a
-recitare dei monologhi esattamente come li recitavano gli attori
-famosi.
-
-Lo stesso si fa nella musica. Tutta la teoria della musica non è
-che una semplice ripetizione dei metodi, dei quali si sono valsi i
-musicisti celebri. Quanto all’esecuzione musicale, essa diventa sempre
-più meccanica, e pari a quella d’un automa.
-
-Un giorno il pittore russo Brulof, correggendo uno studio d’un suo
-allievo, vi fece un paio di ritocchi, e subito lo studio mediocre
-assunse l’espressione della vita. — “Come! ci avete appena dato un
-tocco, ed eccolo cambiato per intiero! — Egli è che l’arte comincia
-dove comincia questo tocco„, rispose Brulof.
-
-Nessun’arte dà tanto rilievo alla giustezza di questa idea quanto
-l’esecuzione musicale. Perchè siffatta esecuzione sia artistica, vale a
-dire ci trasmetta l’emozione dell’autore, si richiedono tre condizioni
-principali, per non parlare delle altre. L’esecuzione musicale non
-è artistica se non quando la nota è giusta, e dura esattamente il
-tempo richiesto, e rende esattamente l’intensità del suono richiesto.
-La più piccola alterazione della nota, il più piccolo mutamento nel
-ritmo, il più piccolo rinforzo o indebolimento del suono, distruggono
-la perfezione dell’opera, e perciò la sua facoltà di commuoverci. La
-trasmissione dell’emozione musicale che sembra una cosa tanto semplice
-e facile a ottenersi, è in realtà una cosa che s’ottiene solamente
-quando l’esecutore trova la sfumatura impercettibile che è necessaria
-alla perfezione. Ed è lo stesso in tutte le arti. Un uomo non può
-scoprire queste sfumature, che sentendo l’opera e mettendosi in diretto
-contatto con essa.
-
-Nessuna macchina può fare ciò che fa un buon ballerino che regola i
-suoi movimenti sul ritmo della musica, nessun organo a vapore può fare
-ciò che fa un pastorello che canti bene, nessun fotografo ciò che fa un
-pittore; nessun retore troverà la parola o la disposizione di parole
-che trova senza sforzo chi esprime quello che sente. Quindi le scuole
-possono ben insegnare ciò che occorra per produrre alcunchè di analogo
-all’arte, ma non insegneranno mai ciò che occorre a produrre l’arte
-stessa.
-
-L’insegnamento delle scuole s’arresta dove comincia il _tocco_, cioè
-dove comincia l’arte.
-
-E avvezzare gli uomini a qualche cosa di analogo all’arte equivale a
-disvezzarli dal comprendere l’arte vera. Così si spiega come non ci
-siano degli artisti peggiori di quelli che sono passati per le scuole
-e vi riportarono dei successi. Le scuole professionali producono
-un’ipocrisia dell’arte esattamente analoga all’ipocrisia della
-religione che producono i seminarii, le scuole di teologia, ecc. Come è
-impossibile in una scuola fare d’un uomo un educatore religioso, così è
-impossibile insegnargli a diventare artista.
-
-Le scuole d’arte esercitano un’influenza doppiamente funesta. In primo
-luogo distruggono la capacità di produrre dell’arte vera in quelli che
-hanno avuto la disgrazia d’entrarvi e di perdervi sette, otto o dieci
-anni della loro vita. In secondo luogo producono enormi quantità di
-quelle contraffazioni dell’arte che pervertiscono il gusto delle masse,
-e sono avviate a invadere tutto il mondo.
-
-Io non pretendo che i giovani d’ingegno non debbano conoscere i metodi
-delle varie arti, quali furono elaborati dai grandi artisti prima
-di loro. Ma per insegnarli loro, basterebbe che in tutte le scuole
-elementari si creassero dei corsi di disegno e di musica, uscendo dai
-quali i giovani di buona vocazione potrebbero perfezionarsi con piena
-indipendenza nella pratica della loro arte.
-
-E non resta meno assodato che queste tre cose: il _professionismo_
-degli artisti, la critica, e l’insegnamento delle arti ebbero per
-risultato di rendere oramai la maggior parte degli uomini incapaci
-persino di capire che cosa sia l’arte, e li prepararono così ad
-accettare come arte le contraffazioni più grossolane.
-
-
-
-
-CAPITOLO XII.
-
-L’opera di Wagner, modello perfetto della contraffazione dell’arte.
-
-
-Se vogliamo vedere fino a che punto gli uomini del nostro tempo e della
-nostra società abbiano perduto la facoltà di sentire l’arte vera e
-si siano abituati ad accettare come arte cose che non hanno nulla da
-vedere coll’arte, nessun esempio potrà mostrarcelo meglio che l’opera
-di Riccardo Wagner, in cui non solo la Germania, ma eziandio la Francia
-e l’Inghilterra pretendono oggi di scoprire l’arte più elevata e la più
-ricca di nuovi orizzonti.
-
-Il pensiero fondamentale di Wagner fu questo, come tutti sanno, che
-la musica deve far corpo colla poesia, esprimere tutte le sfumature
-d’un’opera poetica. È un’idea, che egli ha pure sempre esagerato, ma
-che anche nel suo principio è assolutamente falsa, poichè ciascuna
-delle arti ha il suo territorio determinato, distinto dal territorio
-delle altre arti; e se la manifestazione di due arti differenti si
-trova riunita in un solo lavoro, come è il caso per l’opera in musica,
-una delle due deve di necessità essere sacrificata all’altra.
-
-L’unione del dramma e della musica, inventata nel secolo XVI da
-Italiani che pensavano di richiamar in vita l’antico dramma greco,
-non ha mai attecchito se non presso le classi superiori, e anche solo
-quando qualche musicista di talento, Mozart, Weber, Rossini, prendendo
-le mosse da un soggetto drammatico, s’abbandonò tuttavia liberamente
-alla sua inspirazione, e subordinò il testo alla musica. Nelle opere
-di questi maestri, la sola cosa importante per l’uditore era la musica
-scritta sopra un certo testo, non già il testo stesso; questo poteva
-spingersi fino all’assurdo, come, ad esempio, nel _Flauto magico_,
-senza impedire alla musica di produrre un’impressione artistica.
-
-È questo appunto che il Wagner sognò di correggere, unendo più
-intimamente la musica e la poesia. Ma l’arte musicale non saprebbe
-sottomettersi all’arte drammatica senza perdere il suo significato
-proprio, poichè ogni opera d’arte, se è buona, è l’espressione del
-sentimento intimo dell’artista, d’un sentimento affatto eccezionale,
-e che non trova la sua espressione se non in una forma speciale;
-dimodochè pretendere che una produzione d’una certa arte faccia corpo
-colla produzione d’un’altra è pretendere l’impossibile. Infatti è
-domandare che due opere di dominii artistici differenti siano, da
-un lato, eccezionali, senza rassomiglianza con chicchessia, e che
-ciononostante coincidano e possano unirsi a formare un tutto.
-
-Ciò è tanto impossibile, quanto è di trovare due uomini, o anche due
-foglie sopra un albero, che si rassomiglino perfettamente. E se due
-opere artistiche coincidono rispettivamente, egli avviene o perchè
-l’una è un’opera d’arte vera e l’altra una contraffazione, o perchè
-tutte e due sono contraffazioni. Due foglie naturali non possono essere
-esattamente simili, ma possono esser tali due foglie artificiali. Lo
-stesso è delle opere d’arte.
-
-Se la poesia e la musica possono trovarsi accoppiate, come avviene per
-gl’inni e le canzoni, il loro accoppiamento non è mai un’unione vera,
-e il centro di gravità si trova sempre nell’una delle due, talchè è
-soltanto l’una o l’altra che produce l’impressione artistica.
-
-Ma c’è di più. Una delle condizioni essenziali della creazione
-artistica è la libertà assoluta dell’artista, la sua indipendenza da
-ogni vincolo esteriore. E la necessità d’adattare un lavoro musicale
-a un lavoro d’un’altra arte costituisce un vincolo esteriore di tal
-fatta, bastante a sopprimere ogni possibilità di creazione artistica.
-
-In realtà è ciò che accade nella musica di Wagner. E la prova di
-ciò sta in questo, che la musica di Wagner manca del carattere
-essenziale d’ogni opera d’arte vera, cioè di quella unità e di quella
-_integralità_ per le quali avviene che il più piccolo cambiamento di
-forma basta ad alterare il significato dell’insieme. In un’opera di
-vera arte, poema, quadro, canto o sinfonia, è impossibile toglier via
-o mutar di posto una linea, una figura, una battuta, senza che ne sia
-compromesso il senso dell’opera intiera, come è impossibile, senza
-compromettere la vita d’un essere organizzato, mutar di posto un solo
-de’ suoi organi. Ma nelle ultime opere di Wagner, eccettuate alcune
-parti meno importanti che hanno un senso musicale indipendente, è
-possibile fare ogni sorta di trasposizioni, mettere davanti quello che
-era di dietro e viceversa, senza che ne sia modificato il significato
-musicale. E la ragione del fatto è questa, che nella musica di Wagner
-il senso sta nelle parole e non nella musica.
-
-La parte musicale di questi drammi di Wagner mi fa pensare al caso
-d’uno di que’ versificatori abili e vuoti, come ora n’abbiamo in
-abbondanza, che concepisse il progetto d’illustrare coi suoi versi una
-sinfonia o una sonata del Beethoven, o una ballata dello Chopin. Sulle
-prime battute, improntate d’un carattere speciale, egli scriverebbe
-dei versi corrispondenti, secondo lui, al carattere di quelle battute.
-Sulle battute seguenti di carattere diverso scriverebbe degli altri
-versi corrispondenti a queste. E codesta nuova serie di versi non
-avrebbe alcun intimo rapporto colla prima, e, inoltre, tutti i versi
-non avrebbero nè ritmo nè rime. Ora supponete che un poeta simile
-reciti, senza la musica, i versi così composti, avrete un’imagine
-esatta di ciò che è la musica delle opere di Wagner, allorchè la si
-ascolta senza le parole.
-
-Ma il Wagner non è solamente musicista, è anche poeta. Dunque, per
-giudicarlo, bisogna conoscere anche la sua poesia, quella poesia a cui
-egli pretende di subordinare la musica. Il principale dei suoi lavori
-poetici è _L’anello dei Nibelunghi_. Ho letto colla massima attenzione
-i quattro libretti che contengono questa creazione poetica, e vi
-raccomando di leggerli se volete avere un’idea d’un lavoro veramente
-_straordinario_; poichè è un modello della pseudo-poesia più grossolana
-e che tocca davvero il grottesco.
-
-
-Ma si dice che è impossibile giudicare le opere di Wagner se non le
-si vedono sulla scena. La seconda _giornata_ della _Tetralogia_ fu per
-l’appunto rappresentata a Mosca l’inverno scorso. Avendo sentito che è
-la parte migliore di tutto il lavoro, mi sono recato a vederla; ed ecco
-ciò che ho veduto.
-
-Quando giunsi, l’enorme sala era già affollata dal loggione sino
-alla platea. C’erano dei granduchi e tutto il fiore della nobiltà,
-del commercio, della scienza, dell’amministrazione e della media
-borghesia. La maggior parte degli uditori avevano in mano il libretto
-e si sforzavano di decifrarne il senso. Vidi pure molti musicisti —
-alcuni già vecchi, coi capelli grigi — che seguivano la musica sopra
-una partitura. Evidentemente quella rappresentazione costituiva un vero
-avvenimento.
-
-Arrivai un po’ in ritardo; ma mi si accertò che il breve preludio
-d’introduzione all’opera era poco importante e che non avevo perduto
-molto a non sentirlo. Comunque, allorchè fui entrato, un attore era
-seduto sulla scena in una decorazione destinata a rappresentare una
-grotta, e che, secondo il consueto, produceva tanto minore illusione,
-quanto più abilmente era architettata. L’attore era in maglia, con
-una pelle a bisdosso, una parrucca e una barba finta; e con certe
-mani bianche e fine, che rivelavano il commediante, martellava una
-spada inverisimile con un martello impossibile, d’una foggia quale non
-ebbe mai nessun martello maneggiato da uomini; e nello stesso tempo,
-sgangherando la bocca in un modo non meno strano, cantava qualche
-cosa d’incomprensibile. Intanto l’orchestra intiera si scalmanava ad
-accompagnare i suoni bizzarri che uscivano dalla bocca di lui.
-
-Il libretto mi fe’ sapere che quest’attore doveva rappresentare un
-gnomo potente, che viveva in una caverna e fabbricava una spada per
-Siegfried, il giovinetto che egli aveva allevato. E appunto avevo
-indovinato che esso rappresentava un gnomo, perchè, camminando, non
-mancava mai di piegar le ginocchia per rimpicciolirsi. Il gnomo,
-spalancando sempre la bocca nella medesima guisa stravagante, continuò
-per un pezzo a cantare, o a vociare. La musica per parte sua seguiva
-un andamento singolare; si otteneva l’impressione di principii che
-non continuavano, nè finivano. Il libretto mi chiarì che il gnomo
-raccontava a sè stesso la storia d’un anello, di cui un gigante s’era
-impossessato, e che il gnomo desiderava di procacciarsi coll’aiuto di
-Siegfried; ed ecco perchè gli foggiava una spada.
-
-Dopochè questo monologo fu durato un bel pezzo, intesi all’orchestra
-degli altri suoni affatto diversi dai primi; salvochè essi pure mi
-produssero l’impressione di cominciamenti che non finivano punto.
-E infatti non tardò a presentarsi un altro attore, che portava
-un corno sulla spalla ed era accompagnato da un uomo camuffato da
-orso, e che correva a quattro zampe. Quest’uomo si slanciava sul
-gnomo, che scappava, sempre piegando le gambe. L’attore che portava
-il corno rappresentava Siegfried, l’eroe del dramma. I suoni
-emessi dall’orchestra, prima del suo comparire, erano destinati
-a rappresentare il suo carattere. Sono detti il _leit-motiv_ di
-Siegfried; e vengono ripetuti ogni volta che Siegfried si presenta.
-C’è precisamente una combinazione fissa di suoni, o _leit-motiv_, per
-ciascuno dei personaggi; e ogni volta che il personaggio così designato
-entra in scena, l’orchestra ripete il suo _leit-motiv_, e ogni volta
-che si fa allusione a qualcuno dei personaggi, l’orchestra ripete il
-_leit-motiv_ di questo personaggio. Tutti gli oggetti hanno anch’essi
-il loro _leit-motiv_.
-
-C’è il _motivo dell’anello_, il _motivo dell’elmo_, il _motivo del
-fuoco_, della _lancia_, della _spada_, dell’_acqua_, ecc; e l’orchestra
-ripete codesti motivi non appena si fa menzione di questi diversi
-oggetti. Ma ritorno al racconto della rappresentazione.
-
-L’attore munito del corno apre la bocca in modo non più naturale di
-quello che facesse il gnomo, e continua per un pezzo, con una specie di
-canto, a gridare certe parole, e _Mime_, il gnomo, gli risponde nello
-stesso modo. Il senso di questa conversazione non si può indovinare che
-leggendo il libretto; vi apprendo che Siegfried è stato allevato dal
-gnomo, per la qual cosa egli lo detesta e cerca sempre d’accopparlo.
-Il gnomo ha fabbricato una spada per Siegfried, ma questi non ne è
-soddisfatto. Il dialogo dura una buona mezz’ora e occupa dieci pagine
-del libretto. Ci fa sapere che la madre di Siegfried lo ha messo al
-mondo in un bosco, che suo padre aveva una spada, quella di cui Mime
-tenta di ricomporre i pezzi, e che Mime vuol impedire al giovine di
-uscir dal bosco. Aggiungerò che, durante questa conversazione, al
-minimo cenno che si faccia del padre, della spada, ecc., la musica non
-manca mai di far sentire il _leit-motiv_ di queste persone e di questi
-oggetti.
-
-Finalmente il dialogo s’arresta; si sente una musica affatto differente
-— il _leit-motiv_ del dio Wotan; e comparisce un viaggiatore. Questo
-viaggiatore è il dio Wotan. Fornito anch’esso di parrucca e di maglia,
-il dio, ritto in una posa stupida con una lancia in mano, prende a
-raccontare una lunga storia, che Mime doveva di certo già conoscere a
-fondo, ma che l’autore ha creduto necessario di far conoscere ai suoi
-uditori. E si badi, che egli non racconta questa storia semplicemente,
-ma bensì sotto forma di enigmi ch’egli si fa rivolgere, assoggettandosi
-a perder la vita se mai non indovinasse la risposta. E tutte le
-volte che batte il suolo colla lancia, se ne vede uscir del fuoco, e
-nell’orchestra si sente il _leit-motiv_ della lancia e del fuoco. Del
-resto l’orchestra accompagna il dialogo con una musica in cui sono
-sempre abilmente frammischiati i _leit-motiv_ delle persone di cui si
-parla.
-
-Questi enigmi hanno il solo fine di farci sapere che cosa sono i gnomi,
-che cosa sono i giganti, che cosa sono gli déi, e ciò che è accaduto
-nelle opere precedenti. Per completare la spiegazione, Wotan propone
-alla sua volta tre enigmi; poscia se ne va, e ritorna Siegfried, e si
-trattiene di nuovo con Mime per tredici altre pagine del libretto. In
-tutto questo tempo non si sente una sola melodia svolta per intiero;
-non si sente che un intreccio perpetuo dei _leit-motiv_ delle persone e
-delle cose di cui si parla. Mime dice che vuole insegnare a Siegfried
-la paura, e Siegfried risponde che non sa che cosa sia la paura. Alla
-fine terminate le tredici pagine, Siegfried afferra uno dei pezzi di
-ciò che deve rappresentare la spada infranta, la pone sull’affare che
-deve rappresentare l’incudine, lo batte, e canta “Heaho, heaho, hoho!
-Hoho, hoho, hoho, hoho! Hoheo, haho, haheo, hoho!„ E il primo atto è
-finito.
-
-Tutta questa roba era così irritante per me, che stentavo a tenermi
-fermo, e, non appena fu terminato l’atto, volli andarmene. Ma gli
-amici che m’accompagnavano mi pregarono di restare. Mi dissero che era
-impossibile giudicare dell’opera dal solo primo atto, e che il secondo,
-indubbiamente, mi sarebbe piaciuto di più.
-
-Tuttavia non avevo più nulla da imparare intorno alla questione per cui
-ero venuto in teatro. Quanto al valore artistico del dramma del Wagner
-ero oramai così sicuro del mio parere come ero stato rispetto al pregio
-del romanzo di quella signora, quando essa mi aveva letto la scena
-tra la donzella dalle chiome ondeggianti, e il cavaliere col cappello
-piumato alla Guglielmo Teli. Da un autore capace di comporre scene di
-quel genere, che offendono tutti i sentimenti estetici, non c’era da
-sperar nulla: si poteva esser certi, senza sentir altro, che qualunque
-cosa quell’autore avesse scritto, sarebbe stata arte cattiva, poi chè
-evidentemente egli non sapeva che cosa fosse una vera opera d’arte. Ma
-intorno a me notavo un’ammirazione, un’estasi generale; e per scoprire
-la causa di codesta estasi, risolvetti di sentir ancora il secondo
-atto.
-
-Atto II. — Notte; poi l’alba. Del resto in generale tutta la produzione
-è decorata di lampi, nubi, chiaro di luna, tenebre, fuochi di bengala,
-schianti di tuono, ecc. La scena rappresenta un bosco, e in fondo si
-scorge una caverna. All’ingresso della caverna è seduto un altro attore
-in maglia, che rappresenta un altro gnomo. Entra il dio Wotan, sempre
-colla sua lancia, e in abito di viandante. Di nuovo l’orchestra fa
-sentire il suo motivo, questa volta insieme con un altro motivo di tono
-più basso che sia possibile. Questo motivo di basso profondo designa il
-dragone. Wotan sveglia il dragone, gli stessi suoni bassi si ripetono
-ancora più profondi. Il dragone comincia a dire che vuol dormire; ma
-poi si decide a mostrarsi sulla soglia della caverna. Questo dragone è
-rappresentato da due uomini. È vestito d’una pelle verde, squamosa; da
-un capo dimena una gran coda di serpente, dall’altro spalanca una bocca
-di coccodrillo, nella quale guizzano delle fiamme. E questo dragone —
-che senza dubbio si volle rendere terribile, e che in realtà potrebbe
-spaventare dei bambini di cinque anni — per parlare ha una voce d’una
-profondità terribile. Tuttociò è così stupido, così simile a quello che
-si fa vedere nelle trabacche della fiera, che vien da domandare come
-mai delle persone che abbiano più di cinque anni possano assistervi
-con tutta serietà; cionondimeno migliaia di persone che si pretendono
-colte, ci assistono e guardano e ascoltano tutta la faccenda con una
-pia attenzione, e ammattiscono dal piacere.
-
-Si vede ricomparire Siegfried col suo corno, e anche Mime. L’orchestra
-naturalmente accenna i _leit-motiv_ che li riguardano; ed essi intanto
-si mettono a discutere su questo punto, se Siegfried sa o non sa
-che cosa sia la paura. Poi Mime se ne va, e comincia una scena che
-ha l’intenzione d’essere eminentemente poetica. Siegfried, sempre
-in maglia, si sdraia in una posa destinata a sembrarci bella; e
-alternativamente tace o parla con sè stesso. Egli fantastica, ascolta
-il canto degli uccelli, desidera imitarli. A quel fine taglia colla
-spada una cannuccia e se ne fa un flauto. L’alba divien più chiara, gli
-uccelli cantano; Siegfried tenta d’imitare gli uccelli. E la musica
-dell’orchestra imita il canto degli uccelli, ma non trascurando di
-farci udire i _leit-motiv_ delle persone e degli oggetti di cui si
-parla. E Siegfried, non riuscendo a sonar bene il flauto, si decide a
-sonare di preferenza il suo corno.
-
-Tutta questa scena è insoffribile. Di musica, cioè d’un’arte che ci
-trasmetta un sentimento provato dall’autore, in tuttociò non c’è la
-menoma traccia. E aggiungo che non s’è mai imaginato nulla di più
-antimusicale. Par di sentire, indefinitamente, una speranza di musica
-sempre seguita da una delusione.
-
-Centinaia di volte comincia alcunchè di musicale; ma questi
-cominciamenti sono così brevi, così ingombri di complicazioni
-d’armonia e di metallo, così carichi d’effetti di contrasto, così
-oscuri e troncati tanto bruscamente, e ciò che accade sulla scena è
-d’una falsità così inverosimile, che si stenta a percepire codesti
-embrioni musicali, e tanto meno a sentirsene commossi. E sopra tutto,
-dal principio alla fine, in ogni nota, è così, direi, palpabile
-l’intenzione dell’autore che non vediamo o udiamo nè Siegfried nè gli
-uccelli, ma solamente un tedesco dalle idee ristrette, un tedesco privo
-di gusto e di stile, che, essendosi formato un concetto grossolano
-della poesia, s’adopera a trasmetterci il suo concetto coi mezzi più
-grossolani e più primitivi.
-
-Si sa che sentimento di diffidenza e di resistenza soglia destarsi in
-presenza d’un lavoro che riveli con troppa evidenza un partito preso
-dall’autore. Basta che un novelliere ci dica prima: “preparatevi a
-piangere o a ridere!„ perchè siamo certi di non piangere e di non
-ridere. Ma quando vediamo che un autore ci impone di commuoverci
-per cosa che non è punto commovente, ma anzi ridicola o ripugnante,
-e quando vediamo per giunta che questo autore è pienamente convinto
-d’averci conquistati, proviamo una sensazione penosa analoga a quella
-che susciterebbe in noi una vecchia in abito da ballo, che facesse la
-civettuola con noi.
-
-Tale fu l’impressione che io provai durante quella scena, mentre vedevo
-intorno a me una folla di tremila persone, che non solo assistevano
-a quelle assurdità senza lagnarsi, ma che si credevano in dovere di
-esserne entusiaste.
-
-A ogni modo mi rassegnai ancora alla scena seguente, in cui compare
-il mostro, coll’accompagnamento delle sue note profonde mescolate col
-_leit-motiv_ di Siegfried; ma dopo il combattimento col mostro, e i
-muggiti, le vampe, i colpi di spada, ecc. non potei più resistere, e
-scappai dal teatro con un sentimento di ripugnanza, che anche adesso
-non posso dimenticare.
-
-E pensavo involontariamente a un contadino savio, istruito,
-rispettabile, uno di quegli uomini veramente religiosi che conosco
-tra i nostri contadini, mi raffiguravo la perplessità terribile che
-proverebbe un uomo siffatto se dovesse assistere allo spettacolo che
-io avevo veduto. Che direbbe venendo a sapere quanto lavoro s’era
-speso per quella rappresentazione, e vedendo quell’uditorio, vedendo
-quei grandi della terra — uomini attempati, calvi, dalla barba grigia,
-uomini che egli era avvezzo a rispettare — vedendoli sedere immobili
-a guardare e ad ascoltare, per sei ore di seguito, quel mucchio di
-assurdità?
-
-Eppure un uditorio enorme, il fiore delle classi colte, assiste per sei
-ore di seguito a codesta rappresentazione assurda: e tutta questa gente
-se ne va a casa colla convinzione che col rendere un tributo a quelle
-stravaganze s’è acquisito un nuovo diritto di credersi “illuminata„ e
-“progredita„.
-
-Io parlo del pubblico di Mosca, ma questo pubblico non è che una minima
-parte di quello che considerandosi come il fiore intellettuale del
-mondo, si fa un merito d’aver tanto smarrita la facoltà d’ogni emozione
-artistica da poter assistere senza ribellarsi a codesta stupida farsa,
-anzi prendervi un piacere estremo. A Bayreuth, dove si rappresentò per
-la prima volta quel lavoro, delle persone che si consideravano come la
-quintessenza del genere umano accorsero dai quattro punti cardinali, e
-spesero ciascuna delle migliaia di rubli per veder rappresentate delle
-cose simili; e quattro giorni di seguito, per sei ore al giorno hanno
-contemplato e ascoltato questa stupida farsa.
-
-Ma perchè queste persone si sono recate a Bayreuth, e perchè si
-continua ad andar a vedere queste opere, e perchè le si ammirano? È un
-quesito che s’impone fatalmente. Come si spiega il successo delle opere
-del Wagner?
-
-
-La spiegazione è molto semplice. Grazie a una condizione eccezionale,
-potendo disporre dei mezzi d’un re, il Wagner si trovò in grado di
-concentrare tutti i metodi inventati prima di lui per contraffare
-l’arte; e maneggiando tutti questi metodi con estrema abilità, produsse
-un modello perfetto della contraffazione dell’arte. Ed è appunto per
-questo che ho parlato così a lungo dell’opera sua; nessun’altra che io
-conosca mi fa vedere combinati con tanta accortezza ed efficacia tutti
-i metodi che valgono a contraffare l’arte, cioè i prestiti, i fronzoli,
-gli effetti, e l’appello alla curiosità. Cominciando dal soggetto,
-ricavato dalle vecchie leggende, per venire alle nubi, al sorgere del
-sole e della luna, il Wagner s’è valso di tutto ciò che è considerato
-come poetico. Nella sua opera troviamo la bella addormentata in mezzo
-al bosco, e le ninfe e i fuochi sotterranei, e i gnomi, e le battaglie,
-e le spade, e l’amore, e l’incesto, e un mostro, e degli uccelli
-canori; l’arsenale del _poetico_ ci si trova su tutta la linea.
-
-Aggiungete che lì dentro tutto è bello. Sono belle le scene, e le
-vesti, e le ninfe, e la valkiria. Anche i suoni sono belli. Poichè
-Wagner, che era tutt’altro che privo d’ingegno, ha inventato — alla
-lettera, inventato — per accompagnare il suo testo delle combinazioni
-di suoni belle non meno d’armonia che di metallo. Tutta codesta
-bellezza è d’un ordine piuttosto basso e d’un gusto deplorevole, come
-sono le belle donne che si vedono dipinte sugli affissi, o come dei
-begli ufficiali in grande uniforme; ma tutto ciò è incontestabilmente
-bello.
-
-In terzo luogo tutto vi è sbalorditivo in sommo grado e di grande
-effetto: i mostri, le fiamme miracolose, le scene che avvengono
-nell’acqua, l’oscurità della sala, l’orchestra invisibile, e poi delle
-combinazioni armoniche nuove, e perciò sorprendenti.
-
-Infine tutto è “interessante„. L’interesse non istà solo nella
-questione di sapere chi ammazzerà e chi sarà ammazzato, chi si sposerà,
-e ciò che avverrà in seguito; l’interesse risiede altresì nel rapporto
-tra la musica e il testo. Il moto delle onde del Reno; come lo renderà
-la musica? Compare sulla scena un gnomo sensuale; come mai la musica
-potrà esprimere un gnomo; come potrà colorire la sua sensualità?
-Come saranno rappresentati musicalmente il coraggio, o il fuoco, o un
-anello? Come farà l’autore a intrecciare il leit-motiv delle persone
-che parlano con quello delle persone e delle cose di cui egli parla? E
-l’interesse delle opere del Wagner non si ferma lì. La musica, anche
-di per sè è un appello costante alla nostra curiosità. S’allontana
-da tutte le leggi ammesse prima di essa e produce le modulazioni più
-inaspettate, delle modulazioni affatto nuove (cosa non solo possibile,
-ma anche facile a una musica che s’è liberata da ogni legge organica).
-Le dissonanze sono nuove e sono risolute in un modo affatto nuovo.
-Tuttociò è pure molto interessante.
-
-E sono questi elementi, l’apparato poetico, la bellezza, l’effetto, e
-l’interesse, che, grazie alle singolarità dell’ingegno del Wagner e a
-quello della sua condizione, si trovano nelle opere di lui portate al
-sommo della perfezione: di modo che ipnotizzano lo spettatore, come
-sareste ipnotizzati se ascoltaste per parecchie ore le divagazioni d’un
-pazzo declamate con grande potenza rettorica.
-
-Mi si dice: “Non potete giudicare di tutto ciò senza aver veduto le
-opere del Wagner a Bayreuth, nella sala oscura, coll’orchestra nascosta
-del tutto e un’esecuzione inappuntabile!„ Sono pronto ad ammetterlo;
-ma questo prova precisamente che non si tratta d’arte, ma d’ipnotismo.
-È appunto nello stesso modo che parlano gli spiriti. Per convincerci
-della realtà delle loro apparizioni, ci dicono infallibilmente: “Non
-potete giudicare a casa vostra, venite alle nostre sedute„. In altri
-termini: “Venite, e rimarrete seduti, per parecchie ore di seguito, al
-buio, con altre persone mezze matte, ripetete questa esperienza una
-decina di volte, e vedrete quello che vediamo noi„. E perchè non lo
-vedrei? Mettetevi solamente in siffatte condizioni, e vedrete tutto
-quello che volete vedere, sebbene possiate giungere più facilmente allo
-stesso risultato ubriacandovi di vino o d’oppio. Lo stesso avviene per
-l’audizione delle opere del Wagner. Rituffatevi per quattro giorni di
-seguito nell’oscurità in compagnia di persone che si trovano in uno
-stato di mente anormale, e per il veicolo dei vostri nervi acustici
-sottomettete il vostro cervello all’azione potente dei suoni fatti
-apposta per eccitarlo; dovrete per forza trovarvi in condizioni
-anormali sicchè le assurdità peggiori vi faranno piacere. Ma per
-arrivare a tanto non vi occorrono neppure quattro giorni; bastano le
-sei ore che dura la rappresentazione d’una delle giornate. Che dico
-mai? Un’ora basta per delle persone che non hanno alcuna idea chiara
-di quello che dovrebbe essere l’arte, e che hanno anticipatamente
-deciso che quanto vanno a vedere è eccellente, e sanno che mostrarsi
-indifferenti o malcontenti dinanzi a codesta opera sarebbe imputato
-loro come una prova d’inferiorità e di scarsa cultura.
-
-Ho osservato a Mosca l’uditorio del Siegfried. C’erano delle persone
-che dirigevano gli altri e davano loro l’imbeccata; ce n’erano
-di quelle che avevano già subito altre volte l’azione ipnotica
-del Wagner, e vi si abbandonavano di nuovo, essendovisi abituate.
-Coloro, trovandosi in uno stato anormale di mente, provavano
-un’estasi perfetta. Accanto ad essi c’erano i critici d’arte, uomini
-assolutamente privi della facoltà di provar commozione per l’arte,
-e che quindi sono sempre pronti a lodare delle opere come quelle del
-Wagner, in cui ogni cosa è affare d’intelligenza; perciò non mancavano
-di sfoggiare tutta la loro profondità nel lodare un’opera che forniva
-loro così ampia materia di raziocinii. Dietro a questi due gruppi
-camminava la turba dei cittadini, uomini indifferenti all’arte, o tali
-che la capacità d’esserne tocchi era in essi pervertita e in parte
-atrofizzata; e costoro si schieravano servilmente coll’opinione dei
-principi, dei caporioni della finanza e altri dilettanti, che alla loro
-volta abbracciano sempre le idee di coloro che esprimono il loro parere
-più forte e con maggior baldanza. — “Oh! che poesia! che meraviglia!
-principalmente gli uccelli! Ah sì! m’arrendo!„ Così esclama tutta
-quella folla ripetendo a gara ciò che ha or ora udito affermare dagli
-uomini di autorità riconosciuta.
-
-Ciononostante forse ci sono delle persone che si sentono urtate
-dall’assurdità e dalla volgarità di questa così detta arte nuova; ma
-tacciono timidamente, come un uomo digiuno rimane silenzioso e timido
-quando si vede circondato da ubbriachi.
-
-E così avviene che, grazie alla maestria prodigiosa con cui contraffà
-l’arte senza aver nulla di comune con essa, un’opera grossolana,
-bassa e vuota di senso si trova ammessa dal mondo intiero, costa per
-la rappresentazione migliaia di rubli, e contribuisce sempre più a
-pervertire il gusto delle classi superiori, allontanandole sempre più
-dall’arte vera.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIII.
-
-Difficoltà di distinguere l’arte vera dalla sua contraffazione.
-
-
-So che la maggior parte degli uomini, anche i più intelligenti,
-stentano a riconoscere la verità anche più semplice e più evidente,
-se questa verità li costringe a ritener false delle idee che si
-son formati forse a fatica, delle idee di cui sono fieri, che
-hanno insegnate a degli altri, e sulle quali hanno fondato la loro
-vita. Quindi non ho molta speranza che quanto io dico intorno al
-pervertimento dell’arte e del gusto nella nostra società abbia
-ad essere ammesso dai miei lettori, o neppur preso seriamente
-in considerazione. Tuttavia non mi so trattenere dall’enunciare
-francamente la conclusione a cui inevitabilmente m’hanno condotto le
-mie ricerche intorno al problema dell’arte. Questa conclusione è che
-quanto la maggior parte della nostra società considera come arte,
-come arte buona, come essenza dell’arte, non è che una contraffazione
-dell’arte vera. Questa conclusione, lo so bene, sembrerà strana e
-paradossale; ma purchè ammettiamo che l’arte è un’attività umana
-per mezzo della quale certi uomini trasmettono i loro sentimenti a
-certi altri (e non già un culto della Bellezza, nè una manifestazione
-dell’Idea, nè nulla di simile), saremo costretti inevitabilmente ad
-ammettere questa conclusione come conseguenza naturale.
-
-Se l’arte è un’attività colla quale un uomo trasmette i suoi sentimenti
-ad altri uomini, dobbiamo confessare che di tutto ciò che chiamiamo
-arte nella nostra società, di tutti questi romanzi, racconti, drammi,
-quadri, opere, balli, ecc., è dir molto se la centomillesima parte
-procede da un’emozione sentita dall’autore, tutto il resto riducendosi
-a contraffazioni dell’arte, in cui gli imprestiti, gli ornamenti, gli
-effetti e l’interesse sostituiscono il contagio del sentimento. Ho
-letto, non so dove, che solo a Parigi il numero dei pittori oltrepassa
-i ventimila; probabilmente ce ne saranno altrettanti in Inghilterra,
-altrettanti in Germania, altrettanti negli altri paesi d’Europa.
-Quindi in Europa ci saranno circa centomila pittori, e senza dubbio
-vi si troveranno pure centomila musicisti e centomila letterati. Se
-codesti trecentomila individui producono ciascuno tre opere all’anno,
-si può calcolare ogni anno sopra un milione circa di così dette opere
-d’arte. Ora quanti sono gl’intenditori d’arte che siano colpiti da
-codesto milione di lavori? Per non parlare delle classi lavoratrici,
-che non hanno alcuna idea di quelle produzioni, sarà molto se anche
-gli uomini delle classi superiori conoscono una su mille di quelle
-opere, e possono ricordarne una su diecimila. Quindi possiamo dire che
-tutte queste opere non sono che simulacri d’arte, non producono che
-l’impressione d’un passatempo per la turba degli oziosi e dei ricchi, e
-sono destinate a scomparire non appena sono prodotte.
-
-La condizione d’un uomo della nostra società che voglia scoprire
-un’opera di arte vera nel gran numero delle opere che pretendono di
-essere arte, s’assomiglia a quella d’un uomo che fosse condotto per
-miglia e miglia lungo una strada lastricata d’un mosaico di pietre
-artificiali, e volesse riconoscere l’unico diamante o rubino o topazio
-vero che supponesse trovarsi in mezzo a quel milione d’imitazioni.
-
-Anzi la difficoltà dì distinguere le opere dell’arte vera oggigiorno si
-trova accresciuta dal fatto che la qualità esteriore del lavoro nelle
-false opere d’arte non solo non è peggiore, ma spesso è anche migliore
-che nelle vere; poichè la contraffazione produce spesso più effetto che
-l’arte vera, e i suoi soggetti sono più interessanti. Come riconoscere
-dunque l’arte vera dalla falsa? Come distinguere da un milione d’opere
-fatte apposta per imitare un’opera che non se ne distingue per la forma
-esteriore?
-
-
-Per un uomo il gusto del quale non fosse pervertito ciò sarebbe
-facile, come per un animale il cui olfatto non è pervertito è facile
-il seguire la traccia che segue in mezzo a cento altre nel bosco.
-L’animale trova infallibilmente la sua traccia. E l’uomo farebbe
-lo stesso se le sue qualità naturali non fossero state pervertite.
-Troverebbe infallibilmente, in mezzo a migliaia d’oggetti, la sola
-opera d’un’arte vera, cioè quella che gli comunica dei sentimenti
-particolari e nuovi. Ma ciò non vale per coloro il cui gusto è stato
-pervertito dall’educazione e dal genere di vita. In uomini siffatti il
-potere naturale d’essere commosso da un’opera d’arte è atrofizzato,
-e nel valore che danno alle opere d’arte sono costretti a lasciarsi
-guidare dalla discussione e dallo studio, che finiscono entrambi per
-fuorviarli. E così accade che la maggior parte degli uomini nella
-nostra società sono assolutamente incapaci di distinguere un’opera
-d’arte dalla sua contraffazione più grossolana. Costoro si condannano
-a rimaner seduti per delle ore intiere nei teatri a sentire i lavori
-di Ibsen, di Maeterlinck, di Hauptmann o di Wagner; si credono in
-dovere di leggere dalla prima riga all’ultima i romanzi dello Zola,
-del Huysmans, del Bourget o del Kipling, di guardar dei quadri
-rappresentanti o delle cose incomprensibili, o delle cose che possono
-vedere assai meglio nella vita reale; e sopratutto considerano come
-loro obbligo d’andar in estasi per tutta quella roba, pensando che
-sia dell’arte, mentre nel medesimo istante delle opere d’arte vera
-ispireranno loro un profondo disprezzo, perchè nei loro circoli quelle
-opere non sono messe sulla lista delle opere d’arte.
-
-E così, per quanto ciò possa parere strano, io sostengo che tra gli
-uomini della nostra società, alcuni dei quali scrivono dei versi,
-dei romanzi, delle opere, delle sinfonie, dipingono dei quadri e
-scolpiscono delle statue, e discutono, condannano, esaltano le loro
-produzioni a vicenda, sostengo che tra tutti costoro ce n’è appena
-uno su cento che conosca il sentimento prodotto da un’opera d’arte
-e distingua questo sentimento dalle diverse forme del divertimento
-e dell’eccitazione nervosa che ai nostri tempi passano per forme
-dell’arte.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIV.
-
-Il contagio artistico, criterio dell’arte vera.
-
-
-Eppure c’è un segno certo e infallibile per distinguere l’arte vera
-dalle sue contraffazioni; ed è ciò che io chiamo il contagio artistico.
-Se un uomo senza alcun sforzo da parte sua dinanzi all’opera d’un
-altro uomo, prova un’emozione che lo unisce a questo e ad altri ancora
-ricevendo contemporaneamente la stessa impressione, ciò significa che
-l’opera dinanzi a cui si trova è un’opera d’arte. E un’opera può essere
-quanto vuole bella, poetica, ricca d’effetti e interessante, ma non è
-un’opera d’arte se non desta in noi quell’emozione tutta particolare,
-la gioia di sentirci in comunione d’arte coll’autore e cogli altri
-uomini in compagnia dei quali noi leggiamo, vediamo, sentiamo l’opera
-in questione.
-
-Certamente questo è un segno affatto interiore; e certamente le
-persone che non hanno mai provato l’impressione prodotta da un’opera
-d’arte potranno imaginarsi che il divertimento e l’eccitazione nervosa
-provocati in loro dalle contraffazioni dell’arte costituiscano delle
-impressioni artistiche. Ma queste persone sono come gli affetti da
-daltonismo, ai quali nulla può far credere che il verde non è il rosso.
-E all’infuori di esse per ogni persona che non sia di gusto pervertito
-e atrofizzato, il segno che ho detto conserva il suo pieno valore e
-permette di distinguere nettamente l’impressione artistica da tutte le
-altre. La particolarità principale di questa impressione sta in ciò,
-che l’uomo che la riceve si trova per così dire confuso coll’artista.
-Gli pare che i sentimenti che gli sono trasmessi non provengano da
-un’altra persona, ma da sè stesso, e che tutto ciò che l’artista
-esprime, egli stesso avrebbe voluto esprimerlo da un pezzo. La vera
-opera d’arte ha per effetto di sopprimere la distinzione tra la persona
-a cui è indirizzata e l’artista, come pure tra questa persona e tutte
-le altre a cui è indirizzata la stessa opera d’arte. Ed è appunto in
-questa soppressione d’ogni barriera tra gli uomini, in questa unione
-del pubblico coll’artista che sta la virtù principale dell’arte.
-
-Proviamo noi codesto sentimento in presenza d’un’opera? Vuol dire
-che l’opera è vera arte. Non lo proviamo, e non ci sentiamo uniti
-coll’autore e cogli altri uomini a cui l’opera è indirizzata? Vuol dire
-che in quest’opera non c’è arte. E non solo il potere del contagio è il
-segno infallibile dell’arte, ma il grado di questo contagio è l’unica
-misura dell’eccellenza artistica. Più è forte il contagio, e più l’arte
-è vera, in quanto sia arte, indipendentemente dal contenuto, cioè dal
-valore dei sentimenti che ci trasmette.
-
-E il grado del contagio dell’arte dipende da tre condizioni: 1.º dalla
-maggiore o minore singolarità, originalità e novità dei sentimenti
-espressi; 2.º dalla maggiore o minor chiarezza con cui sono espressi;
-3.º finalmente dalla sincerità dell’artista, cioè dall’intensità più o
-meno grande colla quale prova egli stesso i sentimenti che esprime.
-
-Quanto più i sentimenti sono singolari e nuovi, tanto più agiscono su
-colui al quale si trasmettono. Costui riceve un’impressione tanto più
-viva, quanto è più singolare e nuovo lo stato d’animo in cui si trova
-trasportato.
-
-La chiarezza colla quale sono espressi i sentimenti determina in
-secondo luogo il contagio perchè nella nostra impressione d’essere
-uniti coll’autore, la nostra soddisfazione è tanto maggiore quanto sono
-espressi più chiaramente quei sentimenti, che ci sembra di provare già
-da un pezzo e di essere finalmente riusciti a esprimere.
-
-Ma sopra tutto è il grado di sincerità dell’artista che determina
-il grado del contagio artistico. Quando lo spettatore, l’uditore,
-il lettore indovinano che l’artista è commosso egli stesso dalla
-sua opera, che scrive, dipinge e suona per sè stesso, s’assimilano
-subito i sentimenti dell’artista; e al contrario quando lo spettatore,
-l’uditore, il lettore capiscono che l’autore non produce la sua opera
-per sè stesso, e non prova egli stesso ciò che vuole esprimere, tosto
-nasce in loro un desiderio di resistenza; in tal caso nè la novità
-del sentimento nè la semplicità dell’espressione riescono a dar loro
-l’emozione voluta.
-
-Io discorro di tre condizioni del contagio artistico; ma in realtà
-si riducono tutte e tre all’ultima che esige che l’artista provi per
-proprio conto i sentimenti che esprime. In fatti questa condizione
-implica la prima, poichè, se l’artista è sincero, esprimerà il suo
-sentimento come l’ha provato; e attesochè ognuno differisce dagli
-altri, i sentimenti dell’artista saranno tanto più nuovi per gli altri
-uomini quanto più profondamente li avrà attinti in sè stesso. E del
-pari quanto più l’artista è sincero, riesce a esprimere con tanta
-maggior chiarezza il sentimento che gli preme.
-
-Quindi la sincerità è la condizione essenziale dell’arte. Questa
-condizione è sempre presente nell’arte popolare, mentre è quasi del
-tutto assente nell’arte delle nostre classi superiori, in cui l’artista
-ha sempre dinanzi a sè delle considerazioni di guadagno, di convenienza
-o d’amor proprio personale.
-
-Ecco dunque per quale indizio certo si può distinguere l’arte vera
-dalla sua contraffazione e inoltre misurare il grado d’eccellenza
-dell’arte in quanto è arte, indipendentemente dal suo contenuto, cioè
-dalla questione di sapere se esprime dei sentimenti buoni o cattivi.
-Ma ora si presenta un altro problema: da qual segno si distinguerà nel
-contenuto dell’arte, ciò che è buono da ciò che è cattivo?
-
-
-
-
-CAPITOLO XV.
-
-L’arte buona e l’arte cattiva.
-
-
-L’arte è, insieme colla parola, uno degli stromenti dell’unione degli
-uomini e perciò del progresso, ovverosia dell’avanzare del genere
-umano verso la felicità. La parola concede agli uomini delle nuove
-generazioni di conoscere tuttociò che per mezzo dell’esperienza
-e della riflessione hanno imparato le generazioni precedenti, e i
-più sapienti tra i contemporanei; l’arte concede agli uomini delle
-nuove generazioni di provare tutti i sentimenti che hanno provato le
-generazioni anteriori, come pure i migliori dei contemporanei. E a
-quella guisa che procede l’evoluzione delle cognizioni, per la quale
-delle cognizioni più reali e più utili si sostituiscono sempre ad altre
-meno reali e meno utili, del pari procede l’evoluzione dei sentimenti
-per mezzo dell’arte. Ai sentimenti inferiori, meno buoni e meno utili
-per la felicità dell’uomo, si sostituiscono senza posa dei sentimenti
-migliori, più utili a questa felicità. Tale è la funzione dell’arte.
-In conseguenza l’arte, rispetto al suo contenuto, è tanto migliore,
-quanto meglio adempie questa funzione, ed è meno buona, se meno bene vi
-soddisfa.
-
-Ora la stima dei sentimenti, cioè la distinzione tra quelli che
-sono buoni da quelli meno buoni considerati rispetto alla felicità
-dell’uomo, codesta stima, ripeto, si fonda sulla coscienza religiosa
-d’un’età.
-
-In tutte le età storiche, e in tutte le società esiste un concetto
-superiore del significato della vita, proprio di ciascuna età; ed è
-esso appunto che determina l’ideale della felicità verso cui tendono
-quell’epoca e quella società. Questo concetto costituisce la coscienza
-religiosa. E tale coscienza si trova sempre espressa chiaramente da
-alcuni uomini eletti, mentre il resto dei loro contemporanei la sente
-con forza maggiore o minore. Talvolta ci pare che questa coscienza
-manchi in certe società; ma realmente non è già che essa manchi, siamo
-noi che non vogliamo vederla, sovratutto perchè non va d’accordo col
-nostro modo di vivere.
-
-In una società la coscienza religiosa è come la corrente d’un fiume. Se
-il fiume scorre gli è perchè c’è l’avviamento della corrente. E se la
-società vive gli è che c’è una coscienza religiosa la quale determina
-la corrente che seguono, più o meno a loro insaputa, gli uomini di
-questa società.
-
-Pertanto in ogni società c’è sempre stata e ci sarà sempre una
-coscienza religiosa. Ed è in conformità di questa coscienza religiosa
-che si sono sempre valutati i sentimenti espressi dall’arte. È solo
-sul fondamento di questa coscienza religiosa del tempo loro che gli
-uomini hanno potuto distinguere, nella varietà infinita del dominio
-dell’arte, i soggetti capaci di produrre dei sentimenti conformi
-all’ideale religioso del loro tempo. E l’arte che esprimesse tali
-sentimenti fu sempre grandemente stimata; mentre quella che traduceva
-dei sentimenti sgorganti dalla coscienza religiosa di epoche anteriori,
-dei sentimenti logori e vieti, fu sempre sdegnata e abbandonata. E
-quanto a tutta quell’arte che esprimeva la varietà infinita degli altri
-sentimenti d’ogni specie, quella non era ammessa e incoraggiata se non
-in quanto i sentimenti che essa esprimeva non fossero contrari alla
-coscienza religiosa. Così per esempio presso i Greci si distingueva,
-s’approvava e s’incoraggiava l’arte che esprimeva i sentimenti della
-bellezza, della forza, della virilità (Esiodo, Omero, Fidia), mentre
-si condannava e si sprezzava l’arte che traduceva dei sentimenti di
-sensualità grossolana, d’abbiezione, e di tristezza. Presso gli Ebrei
-si ammetteva e s’incoraggiava l’arte che esprimeva dei sentimenti
-di sommissione verso il Dio degli Ebrei, mentre si condannava e si
-disprezzava l’arte che esprimeva dei sentimenti d’idolatria; e tutto
-il resto dell’arte, racconti, canti, ornamenti delle case, vasellame,
-vesti, purchè non cozzasse colla coscienza religiosa, non era nè
-condannato nè incoraggiato. Così l’arte, sempre e dappertutto, era
-stimata secondo il suo contenuto; e così dovrebbe sempre essere
-stimata, poichè questo modo di considerar l’arte defluisce dall’essenza
-stessa della natura umana, e questa essenza è sempre invariabile.
-
-Non ignoro che secondo un’opinione ai nostri tempi diffusa, la
-religione è un pregiudizio di cui l’umanità s’è finalmente liberata;
-e da ciò risulterebbe che nel tempo nostro non c’è coscienza religiosa
-comune a tutti gli uomini, la quale quindi possa servir di base a una
-valutazione dell’arte. E so pure che questa opinione è ritenuta quella
-delle classi più colte della nostra società. Degli uomini, che non
-volendo riconoscere il vero senso del Cristianesimo, inventano ogni
-sorta di dottrine filosofiche ed estetiche per nascondere ai propri
-occhi l’irragionevolezza e la bassezza della loro vita, tali uomini
-non possono avere altra opinione. Sinceramente o no essi confondono
-l’idea d’un culto religioso con quella d’una coscienza religiosa; e
-respingendo il culto, s’imaginano di respingere colla medesima mossa
-la coscienza religiosa. Ma tutti questi assalti contro la religione,
-e questi tentativi di stabilire una filosofia contraria alla coscienza
-religiosa del nostro tempo, tuttociò prova abbastanza chiaramente che
-questa coscienza esiste, e che essa accusa la vita degli uomini che
-l’attaccano, e la contraddice.
-
-Se nell’umanità c’è un progresso, cioè un cammino per cui s’avanza,
-dev’esserci necessariamente qualche cosa che designi agli uomini la
-direzione da seguire in questo cammino. Ora questo è sempre stato il
-cómpito delle religioni. Tutta la storia ci mostra che il progresso
-dell’umanità è sempre avvenuto sotto la guida d’una religione. E poichè
-il progresso non s’arresta, poichè in conseguenza deve aver luogo anche
-nel nostro tempo, se ne conchiude che anche il nostro tempo ha una
-religione propria. E se la nostra età, come tutte le altre, ha la sua
-religione, egli è sul fondamento di questa religione che deve essere
-stimata l’arte nostra, e debbono essere stimate e incoraggiate quelle
-sole opere d’arte che sgorgano dalla religione del nostro tempo mentre
-tutte le opere contrarie a questa religione devono essere condannate, e
-tutto il resto dell’arte dev’essere trattato con indifferenza.
-
-
-Ora, la coscienza religiosa del nostro tempo in termini generali,
-consiste nel riconoscere che la nostra felicità materiale e spirituale,
-individuale e collettiva, momentanea e permanente, risiede nella
-fraternità di tutti gli uomini, nella nostra unione per una vita
-comune. Questa coscienza non solo si trova affermata sotto le forme più
-diverse, dagli uomini del nostro tempo, ma è dessa che serve di filo
-conduttore a tutto il lavoro dell’umanità, lavoro che ha per oggetto
-da una parte la soppressione di tutte le barriere fisiche e morali,
-che s’oppongono all’unione degli uomini, e dall’altra l’assodamento
-di principii comuni a tutti gli uomini che possano unirli tutti in una
-stessa fraternità universale. Egli è pertanto sul fondamento di questa
-coscienza religiosa che dobbiamo valutare tutte le manifestazioni della
-nostra vita, e tra queste, l’arte nostra; distinguendo tra tutto il
-resto nei prodotti di quest’arte quelli che esprimono dei sentimenti
-in accordo con questa coscienza religiosa, e respingendo e condannando
-tutti quelli che sono contrarii a questa coscienza.
-
-L’errore principale che commisero le classi superiori della società al
-tempo del così detto Rinascimento e che noi continuiamo a commettere
-dopo d’allora, non risiede tanto nell’aver l’uomo cessato di pregiare
-il senso dell’arte religiosa, quanto piuttosto nell’avere stabilito
-al posto dell’arte religiosa scomparsa un’arte indifferente che non ha
-per fine che il semplice divertimento e non merita punto d’essere tanto
-stimata e incoraggiata.
-
-Uno dei Padri della Chiesa diceva che la peggior disgrazia per gli
-uomini non è quella di non conoscere Dio ma di aver messo al posto di
-Dio ciò che non è Dio. Per l’arte siamo nello stesso caso. La peggior
-disgrazia delle classi superiori del nostro tempo non è il mancare
-d’un’arte religiosa, ma che al posto elevato dove non meritava d’essere
-collocata che questa sola arte, sola importante e degna d’essere
-incoraggiata, hanno innalzato un’arte indifferente, o anche più di
-sovente funesta, che obbedisce al fine di divertire alcuni uomini, ed è
-per ciò stesso contraria al principio cristiano dell’unione universale,
-che forma il fondo della coscienza religiosa del nostro tempo.
-
-Senza dubbio, l’arte che soddisferebbe alle aspirazioni religiose del
-nostro tempo non potrebbe aver nulla di comune colle qualità d’arte
-delle età passate; ma questa differenza non toglie che l’ideale
-dell’arte religiosa del nostro tempo sia perfettamente chiaro e
-definito per chiunque riflette e non s’allontana di proposito dalla
-verità. Nelle età anteriori, quando la coscienza religiosa non univa
-ancora che un gruppo solo d’uomini — i cittadini ebrei, ateniesi, o
-romani — i sentimenti espressi dall’arte di quei tempi scaturivano
-dal desiderio di potenza, di grandezza, di gloria propria di ciascuno
-di quei gruppi, e l’arte poteva anche assumere come eroi degli uomini
-che adoperavano per il bene del loro gruppo la violenza o l’astuzia
-(Ulisse, Ercole, e in generale gli eroi antichi). Al contrario la
-coscienza religiosa del nostro tempo non ammette dei gruppi separati
-tra gli uomini, ma esige l’unione di tutti gli uomini senza eccezione,
-e sopra tutte le altre virtù colloca l’amor fraterno dell’umanità
-intiera; perciò i sentimenti che deve esprimere l’arte del nostro tempo
-non solo non possono coincidere con quelli delle arti anteriori, ma si
-trovano per forza in opposizione con quelli.
-
-E se finora un’arte cristiana, ma veramente cristiana, non s’è mai
-potuta stabilire, ciò dipende per l’appunto da questo: che il concetto
-religioso cristiano non è stato uno di quei piccoli passi avanti, quali
-ne fa di continuo il genere umano, ma bensì una rivoluzione enorme,
-destinata a modificare da cima a fondo, presto o tardi, il modo di
-vivere degli uomini e i loro sentimenti. Il concetto cristiano ha dato
-una direzione differente e nuova a tutti i sentimenti dell’umanità;
-quindi doveva pure di necessità modificare totalmente la materia e il
-significato dell’arte. Ai Greci fu possibile trar partito dall’arte
-dei Persiani, e ai Romani da quella dei Greci, come pure agli Ebrei
-da quella degli Egiziani, essendo identica la base dei loro ideali.
-Infatti l’ideale dei Persiani era la grandezza e la prosperità dei
-Persiani; quello dei Greci la grandezza e la prosperità dei Greci. Così
-una stessa arte si poteva trasportare in un nuovo ambiente e adattarsi
-ad altre nazioni. Ma l’ideale cristiano al contrario ha modificato,
-anzi rovesciato tutti gli altri di modo che come si dice nel Vangelo:
-“Ciò che era grande nel cospetto degli uomini, è diventato piccolo nel
-cospetto di Dio.„ Quest’ideale non fu più riposto nella potenza, come
-era quello degli Egiziani, e nemmeno nella ricchezza, come quello dei
-Fenici, o nella bellezza, come quello dei Greci, ma nell’umiltà, nella
-rassegnazione, nell’amore. L’eroe, oramai, non fu più il ricco, ma
-Lazzaro il mendicante. Maria l’Egiziaca parve degna d’essere ammirata
-non all’epoca della sua bellezza, ma in quella del suo pentimento.
-Non si celebrò come virtù l’ammassare ricchezze, ma il rinunciare ad
-esse. E l’oggetto supremo dell’arte non fu più la glorificazione della
-riuscita, ma la rappresentazione d’un’anima umana, così riboccante
-d’amore che rendeva possibile al martire di compiangere e d’amare i
-suoi persecutori.
-
-E così si spiega perchè il mondo cristiano duri tanta fatica a
-svincolarsi dall’arte pagana a cui s’è avvezzo. Il contenuto dell’arte
-religiosa cristiana è per gli uomini cosa tanto nuova, tanto differente
-dal contenuto dell’arte anteriore, che essi provano di leggeri
-l’impressione che codest’arte cristiana sia la negazione dell’arte, e
-s’aggrappano disperatamente al loro antico ideale artistico. Ma d’altro
-lato codesto concetto critico, oramai non derivando più dalla nostra
-coscienza religiosa, ha perduto per noi ogni significato, talchè, per
-amore o per forza, siamo costretti a staccarcene.
-
-L’essenza della coscienza cristiana sta in ciò che ogni uomo riconosce
-la sua discendenza divina, e come corollario di questa discendenza
-l’unione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro, secondochè è
-scritto nel Vangelo (S. Giov., XVII, 21), e ne risulta che la sola vera
-materia dell’arte cristiana debbono essere tutti i sentimenti atti a
-effettuare l’unione degli uomini con Dio e tra di loro.
-
-Queste parole _l’unione degli uomini con Dio e tra di loro_, per
-quanto possano sembrare oscure a menti offuscate da preconcetti, hanno
-un senso perfettamente chiaro. Significano che l’unione cristiana,
-contrariamente alla unione parziale e esclusiva di alcuni uomini,
-unisce tra di loro tutti gli uomini senza eccezione. Ora è proprietà
-essenziale dell’arte, di ogni arte, quella d’unire gli uomini tra loro.
-Ogni arte ha per effetto che gli uomini che ricevono il sentimento
-trasmesso dall’artista si trovano per questo fatto uniti, prima
-coll’artista stesso, e poi con tutti gli altri uomini che ricevono la
-medesima impressione. Ma l’arte non cristiana unendo tra di loro alcuni
-uomini, per ciò appunto isola codesti uomini dal resto dell’umanità,
-di modo che questa unione parziale è spesso causa d’allontanamento
-rispetto ad altri uomini. L’arte cristiana al contrario è quella che
-unisce tutti gli uomini senza eccezione. E può ottenere questo fine
-in due modi: o evocando in tutti gli uomini la coscienza della loro
-parentela con Dio e tra di loro; oppure anche evocando in tutti gli
-uomini uno stesso sentimento, per semplice che sia, purchè non sia
-contrario al Cristianesimo e possa estendersi a tutti gli uomini senza
-eccezioni. Solo questi due ordini di sentimenti possono formare al
-nostro tempo la materia dell’arte _buona_, quanto al contenuto.
-
-
-Pertanto oggigiorno ci possono essere due specie d’arte cristiana:
-1.º l’arte che esprime dei sentimenti derivati dal nostro concetto
-religioso, cioè dal concetto della nostra parentela con Dio e cogli
-altri uomini; 2.º l’arte che esprime dei sentimenti accessibili a tutti
-gli uomini del mondo intero. La prima di queste due forme è quella
-dell’arte _religiosa_ nel senso stretto del vocabolo: la seconda quella
-dell’arte _universale_.
-
-L’arte religiosa poi si può dividere in due specie: un’arte superiore
-e un’arte inferiore. L’arte religiosa superiore è quella che esprime
-direttamente e immediatamente dei sentimenti derivati dall’amor di
-Dio e dall’amor del prossimo; l’arte religiosa inferiore è quella che
-esprime dei sentimenti di malcontento, di delusione, di disprezzo per
-tutto ciò che è contrario all’amor di Dio e del prossimo.
-
-E l’arte universale alla sua volta si può dividere in arte superiore
-accessibile a tutti gli uomini sempre e dappertutto, e in arte
-inferiore accessibile solamente a tutti gli uomini d’una certa nazione
-e d’una certa epoca.
-
-La prima delle due grandi forme dell’arte, quella dell’arte religiosa,
-superiore o inferiore, si manifesta sopratutto nelle lettere, e
-talvolta pure nella pittura e nella scultura; la seconda forma, quella
-dell’arte universale, esprimente sentimenti accessibili a tutti, può
-concretarsi nelle lettere, nella pittura, nella scultura, nella danza,
-nell’architettura, ma particolarmente nella musica.
-
-Chè se ora mi chiedeste di designare nell’arte moderna dei modelli
-di ciascuna di queste forme dell’arte, e in primo luogo dei modelli
-dell’arte religiosa, sia superiore sia inferiore, indicherò di
-preferenza tra i contemporanei Vittore Hugo coi suoi _Miserables_ e
-_Pauvres gens_; indicherò ancora tutti i romanzi e tutte le novelle di
-Carlo Dickens, le _Due Città_, le _Campane del Natale_, ecc.; indicherò
-la _Capanna dello zio Tom_, e le opere del Dostojevsky, sovratutto la
-sua _Casa dei morti_, e _Adam Bede_ di Giorgio Eliot.
-
-Nella pittura contemporanea, strano a dirsi, esistono appena opere
-d’arte di questa fatta, che rendano il sentimento cristiano dell’amor
-di Dio e del prossimo; o quelle che se ne trovano, appartengono in
-genere a pittori mediocri. Ci sono bensì in gran quantità dei quadri
-di scene del Vangelo; ma non sono che rappresentazioni storiche,
-ricostituite con più o meno di particolari; nessuna esprime, nè
-potrebbe esprimere, il sentimento religioso che manca ai loro autori.
-C’è pure un buon dato di quadri che rendono i sentimenti personali di
-certi pittori. Ma dei quadri che esaltino la rinunzia a sè stessi e
-la carità cristiana non ne conosco. È molto che di quando in quando
-si trovi nell’opera di qualche pittore secondario, un quadro che
-esprima sentimenti di bontà e di compassione. Altri quadri, d’un
-genere prossimo, ci rappresentano con simpatia e rispetto la vita dei
-lavoratori. Così per esempio l’_Angelus_ del Millet, o il suo _Homme à
-la houe_; tali ancora certi dipinti di Jules Breton, del Lhermitte, del
-Defregger, ecc. Potrei pure citare qualche quadro appartenente fino a
-un certo segno all’arte religiosa inferiore, vale a dire eccitante in
-noi l’odio per ciò che è contrario all’amor di Dio e del prossimo; per
-esempio il _Tribunale_ del pittore Gay. Ma anche questi quadri sono
-rarissimi. La cura della tecnica e della bellezza il più delle volte
-offusca nei pittori il sentimento. Per esempio il celebre quadro del
-Gérôme, _Pollice verso_, non esprime punto l’orrore del soggetto che
-rappresenta, ma piuttosto il piacere provato dall’artista nel dipingere
-un bello spettacolo.
-
-Ma stenterei ancora di più a designare nell’arte contemporanea
-dei modelli della seconda forma dell’arte, quella che esprime dei
-sentimenti accessibili a tutti gli uomini, o anche solo a un popolo
-intiero. Si trovano bene delle opere che, per la natura degli
-argomenti, potrebbero essere classificate in questa categoria: per
-esempio il _Don Chisciotte_, le commedie di Molière, il _Pickwick
-Club_ del Dickens, i racconti di Gogol, di Puschkin, alcuni del
-Maupassant, ed anche i romanzi di Dumas padre; ma tutte queste opere
-esprimono dei sentimenti così individuali, e lasciano tanto posto alle
-particolarità dei tempi e dei luoghi, e sopratutto hanno un fondo
-così povero, che non sono accessibili se non agli uomini d’un’epoca
-molto ristretta, e non possono sostenere il confronto coi capolavori
-dell’arte universale d’una volta. Prendete, per esempio, la storia
-di Giuseppe, figlio di Giacobbe. Dei fratelli di Giuseppe che lo
-vendono a mercatanti per gelosia del favore che egli gode presso il
-padre; la moglie di Putiphar che vuol sedurre Giuseppe; questi che
-perdona i fratelli e il resto: eccovi dei sentimenti accessibili al
-contadino russo, al chinese, all’africano, al bambino e al vegliardo,
-al letterato e all’illetterato; e tutto ciò è scritto con tanta
-sobrietà, senza particolari inutili, che potete trasportare il racconto
-in qualunque altro ambiente senza che perda nulla della sua chiarezza
-e del suo patetico. Come sono diversi i sentimenti di Don Chisciotte,
-o degli eroi di Molière, benchè Molière sia l’artista più universale,
-e perciò il più grande dell’arte moderna! E quanto sono ancora più
-diversi i sentimenti di Pickwic o degli eroi di Gogol! Essi sono d’uno
-stampo così speciale, che per dar loro tutto il risalto, gli autori
-dovettero sopraccaricarli di particolari di tempo e di luogo. E questa
-sovrabbondanza di particolari li rende inaccessibili a tutti coloro che
-vivono in un ambiente diverso da quello descritto dall’autore.
-
-L’autore della storia di Giuseppe non ha creduto necessario descriverci
-minutamente, come si farebbe ora, la veste insanguinata di Giuseppe,
-o il vestire di Giacobbe e la casa che egli abitava, o l’acconciatura
-della moglie di Putiphar. I sentimenti espressi in questo racconto
-sono così forti, che tutti i particolari di quel genere sembrerebbero
-superflui e nocerebbero alla loro espressione. L’autore non ha
-conservato che i tratti indispensabili, come per esempio quando ci dice
-che Giuseppe, trovando i suoi fratelli, andò in una camera vicina per
-piangere. Ed è in virtù di quest’assenza di particolari inutili che il
-racconto è accessibile a tutti gli uomini, che commuove gli uomini di
-tutte le nazioni, di tutte le età, di tutte le condizioni, che è giunto
-sino a noi attraverso ai secoli e sopravviverà a noi delle migliaia
-d’anni. Provatevi al contrario a spogliare dei particolari accessorii i
-migliori romanzi del nostro tempo e vedrete quello che ne resterà!
-
-Insomma nella letteratura moderna non è quasi possibile trovare qualche
-opera che soddisfi pienamente alle condizioni dell’universalità. E
-le poche opere che, per il loro contenuto, potrebbero soddisfare a
-questa condizione, per lo più sono guaste da quello che si chiama il
-_realismo_, e che si potrebbe piuttosto chiamare il _provincialismo_
-dell’arte.
-
-Lo stesso avviene nella musica e per le stesse ragioni. In seguito
-all’impoverimento del fondo, cioè dei sentimenti, le melodie dei
-musicisti moderni presentano un vuoto desolante. Per rinforzare
-l’impressione di siffatte melodie così vuote, i musicisti s’ingegnano
-di sopraccaricarle con un mondo d’armonie e di modulazioni complicate,
-che sono intelligibili solo a una piccola cerchia d’iniziati, a
-una certa scuola musicale. La melodia, ogni melodia, è libera e può
-essere intesa da tutti; ma quando si trova vincolata con una certa
-armonia, non è più accessibile che agli uomini famigliarizzati con
-questa armonia; essa diventa estranea non solo agli uomini delle altre
-nazioni, ma anche a tutti quelli fra i compaesani dell’autore che non
-sono avvezzi come lui a certe forme dello svolgimento musicale.
-
-All’infuori delle marcie e delle danze, che esprimono dei sentimenti
-inferiori, ma veramente comuni alla massa degli uomini, il numero
-delle opere rispondenti alla nostra definizione dell’arte universale è
-grandemente ristretto. Citerò, per esempio, la celebre _Aria_ di Bach,
-il _Notturno in mi bemolle maggiore_ di Chopin, e una decina di passi
-scelti nelle opere di Haydn, di Mozart, di Weber, di Beethoven, e di
-Chopin.[16]
-
-Anche nella pittura si offre il medesimo fenomeno, e al pari dei
-letterati e dei musicisti, i pittori suppliscono alla povertà del
-sentimento colla profusione degli accessorii, restringendo così il
-significato delle loro opere. Tuttavia è molto maggiore nella pittura
-che nelle altre arti il numero delle opere che soddisfanno alle
-condizioni dell’universalità, cioè che esprimono dei sentimenti comuni
-a tutti gli uomini. Ritratti, paesaggi, pittura di genere, potrei
-addurre una quantità d’opere di pittori moderni, e anche contemporanei,
-che esprimono dei sentimenti tali che tutti gli uomini sono in grado di
-capirli.
-
-Riassumendo, non ci sono che due sorta d’arte cristiana, cioè d’arte
-che oggi si debba considerare come buona; e tutto il resto, tutte
-le opere che non entrano in queste due categorie, devono essere
-considerate come arte cattiva che non solo non merita d’essere
-incoraggiata, ma merita al contrario d’essere condannata e disprezzata,
-avendo per effetto non già di unire, ma di separare gli uomini. Nelle
-lettere questo è il caso dei drammi, dei romanzi, delle poesie che
-esprimono dei sentimenti esclusivi, proprii alla sola classe dei ricchi
-e degli oziosi, dei sentimenti d’onore aristocratico, di pessimismo,
-di corruzione e di pervertimento dell’anima risultante dall’amore
-sessuale. In pittura si dovrebbero tener per cattive tutte le opere che
-rappresentano i piaceri e i divertimenti della vita ricca e oziosa, e
-anche tutte le opere simboliste, nelle quali il significato del simbolo
-non è accessibile che a un piccolo numero di persone, e sovrattutto
-le opere rappresentanti dei soggetti voluttuosi, tutte quelle nudità
-scandalose che oggidì riempiono i musei e le esposizioni. E alla stessa
-categoria d’opere cattive e condannabili appartiene tutta la musica del
-nostro tempo, musica che non esprime se non dei sentimenti esclusivi,
-e non è accessibile che ad uomini di gusto depravato. Tutta la nostra
-musica d’opera e di camera, cominciando da Beethoven, la musica di
-Schumann, di Berlioz, di Liszt, di Wagner, tutta intesa a esprimere dei
-sentimenti che non possono capire se non quelli che coltivarono in sè
-stessi una sensibilità nervosa di genere morboso, tutta questa musica,
-salvo rare eccezioni, partecipa dell’arte che si deve considerare come
-cattiva.
-
-— Come!, si griderà, la nona sinfonia entra nella categoria dell’arte
-cattiva?
-
-— Certamente! risponderò io. Tutto ciò che ho scritto e che s’è finito
-di leggere, l’ho scritto solo per giungere a stabilire un criterio
-chiaro e ragionevole, che ci concedesse di giudicare il valore delle
-opere d’arte. E ora questo criterio mi prova nel modo più lampante che
-la nona sinfonia del Beethoven non è una buona opera d’arte. D’altro
-lato intendo che ciò paia strano e sorprendente ad uomini allevati
-nell’adorazione di certe opere e dei loro autori. Ma non dovrei io
-perciò inchinarmi alla verità, quale me l’indica la mia ragione?
-
-La nona sinfonia del Beethoven è riputata una delle più grandi opere
-d’arte. Per rendermi conto del come stia la cosa, mi propongo prima
-di tutto il seguente quesito: quest’opera esprime essa un sentimento
-religioso d’ordine superiore? E rispondo subito con una denegazione,
-perchè in nessun caso la musica saprebbe esprimere dei sentimenti
-simili. Mi domando di nuovo: quest’opera se non può appartenere alla
-categoria superiore dell’arte religiosa, possiede almeno la seconda
-qualità dell’arte vera del nostro tempo, cioè quella d’unire tutti
-gli uomini in un medesimo sentimento? E anche questa volta non posso
-rispondere che negativamente; perchè in primo luogo non vedo che i
-sentimenti espressi da questa sinfonia possano in alcuna guisa unire
-gli uomini che non siano stati specialmente educati e preparati
-a subire quell’_ipnotizzazione_ artificiale; e poi non giungo a
-rappresentarmi una folla d’uomini normalmente costituiti che possa
-capire qualche cosa in quest’opera enorme e complicata, salvo dei
-brevi passi annegati in un oceano d’incomprensibilità. E così, per
-amore o per forza, debbo conchiudere che questo lavoro appartiene a
-ciò che è per me l’arte cattiva. Per un caso singolare, la poesia dello
-Schiller introdotta nell’ultima parte della sinfonia, enuncia, se non
-chiaramente, almeno espressamente questo pensiero: che il sentimento
-(Schiller veramente non parla che del sentimento della gioia) unisce
-tutti gli uomini e genera in essi l’amore. Ma oltrechè questi versi non
-sono cantati che alla fine della sinfonia, la musica della sinfonia
-intiera non corrisponde affatto al pensiero espresso dallo Schiller,
-poichè è una musica affatto particolarista, che non contenta tutti gli
-uomini, ma solo alcuni uomini cui essa contribuisce così a isolare dal
-resto dell’umanità.
-
-
-Tale è, a mio giudizio, il modo in cui si deve procedere per sapere se
-un’opera che è creduta opera d’arte è veramente un’opera d’arte oppure
-ne è la semplice contraffazione; e per sapere in seguito se un’opera
-d’arte vera è buona o cattiva, quanto al suo contenuto, cioè merita
-d’essere incoraggiata, o non merita che d’essere disprezzata. Ed è solo
-procedendo così che avremo la possibilità di discernere, per entro la
-massa delle pretese opere d’arte del nostro tempo, le poche opere che
-costituiscono realmente per l’anima un alimento reale, importante,
-necessario, mentre tutto il resto non è che arte inutile o nociva, o
-anche una semplice contraffazione dell’arte. È solo procedendo così
-che saremo in grado di evitare le conseguenze perniciose dell’arte
-cattiva, e di godere di quegli effetti benefici, indispensabili per
-la nostra vita spirituale, che risultano dall’arte vera e buona e che
-costituiscono il suo fine.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVI.
-
-Le conseguenze del cattivo funzionamento dell’arte.
-
-
-L’arte è uno dei due organi del progresso umano. Per mezzo della parola
-l’uomo scambia il suo pensiero, per mezzo dell’arte scambia i suoi
-sentimenti con tutti gli uomini non solo del suo tempo, ma pure delle
-generazioni passate e future. Ed è nella natura dell’uomo di servirsi
-di questi due organi, talchè il pervertimento dell’uno dei due non può
-mancare di recar con sè delle conseguenze funeste per la società in cui
-avviene.
-
-Le conseguenze di questo pervertimento possono essere di due sorta:
-cioè dapprima l’incapacità della società a compiere gli atti che si
-dovevano compiere per mezzo dell’organo pervertito; secondo, un cattivo
-funzionamento dell’organo pervertito. Ora entrambe queste conseguenze
-si sono prodotte nella nostra società. Essendo pervertito l’organo
-dell’arte, la società delle classi superiori fu privata di tutte le
-operazioni che quest’organo doveva compiere. Diffondendosi tra di
-noi in proporzioni enormi delle contraffazioni dell’arte destinate
-unicamente a divertire e a distrarre gli uomini, e insieme con esse,
-delle opere più artistiche, ma di un’arte particolare, esclusiva,
-inutile o nociva, — esse hanno atrofizzato o snaturato nella maggior
-parte degli uomini della nostra società la facoltà di sentire il
-contagio delle vere opere d’arte; e per conseguenza la nostra società
-s’è trovata impedita di provare quei sentimenti superiori, verso i
-quali sempre tendeva l’umanità, e che sola l’arte poteva trasmettere
-agli uomini.
-
-Tutto ciò che s’è fatto di buono nell’arte, tutto ciò resta estraneo
-a una società privata del mezzo di essere commossa dall’arte; e in
-luogo di ciò questa società ammira delle contraffazioni menzognere,
-oppure un’arte inutile e vana, che essa si compiace di credere
-molto importante. Gli uomini del nostro tempo e della nostra società
-ammirano nella poesia i Baudelaire, i Verlaine, i Moréas, gli Ibsen e
-i Maeterlinck; nella pittura i Manet, i Monet, i Puvis de Chavannes, i
-Burne-Jones, i Boecklin e gli Stück; nella musica i Wagner, i Liszt e
-i Riccardo Strauss; ma l’arte vera, non dico la più elevata, ma persino
-la più semplice, essi sono assolutamente incapaci di capirla.
-
-E ne risulta che nelle nostre classi superiori, private così della
-facoltà di subire il contagio delle opere d’arte, gli uomini crescono,
-sono allevati e vivono senza subire l’azione dell’arte atta a
-raddolcire e migliorare; e da ciò viene quest’altro risultato fatale
-che non solo essi non si avviano verso il bene e verso la perfezione,
-ma al contrario, con tutto lo sviluppo della loro pretesa civiltà,
-diventano sempre più selvaggi, più grossolani e più induriti di cuore.
-
-
-Tale è la conseguenza del mancare nella nostra società quella funzione
-che deve esser compiuta dall’arte, come organo indispensabile. Ma le
-conseguenze che derivano dal cattivo funzionare di quest’organo sono
-ancora più funeste; e sono molte.
-
-La prima di codeste conseguenze salta agli occhi. È l’enorme consumo
-di lavoro umano per opere non solo inutili, ma spesso anche dannose,
-un consumo di lavoro e di vite senza alcun vantaggio che lo compensi.
-Si freme al pensiero di tutte le fatiche e di tutte le privazioni
-che sopportano milioni d’uomini al solo scopo di stampare per dodici
-e anche quattordici ore al giorno dei libri così detti artistici,
-che non servono ad altro che a diffondere la depravazione tra gli
-uomini, o ancora allo scopo di diffondere codesta depravazione per
-mezzo dei teatri, dei concerti, delle esposizioni. Ma ciò che è ancora
-più spaventevole è di pensare che dei bambini belli, pieni di vita,
-dotati per il bene, sono sacrificati all’uscir dalla culla gli uni
-a sonare delle scale per sei, otto, dieci ore al giorno, gli altri
-a ballare in punta di piedi, altri a solfeggiare, altri a disegnare
-sull’antico, sul nudo, oppure a scrivere delle frasi vuote di senso
-secondo le regole d’una certa rettorica. D’anno in anno i disgraziati
-vanno perdendo, per questi esercizi funesti, tutte le loro forze
-fisiche e intellettuali, tutta la loro attitudine a intendere la vita.
-Si parla molto dell’orribile e lamentevole spettacolo che consiste
-nel vedere dei piccoli acrobati che si fanno passare le gambe dietro
-la nuca; ma non è uno spettacolo ancora più sinistro quello di vedere
-dei bambini di dieci anni che dànno dei concerti, e sopratutto di
-vedere dei collegiali di dieci anni che sanno a memoria le eccezioni
-della grammatica latina? In ciò essi perdono le loro forze fisiche
-e intellettuali e ad un tempo si depravano in ordine alla morale,
-diventano incapaci di qualunque opera utile per gli uomini. Assumendo
-nella società la parte di giocolieri dei ricchi, perdono ogni
-sentimento della dignità umana. Il bisogno di lodi si sviluppa in essi
-a un grado così mostruoso che soffrono per tutta la vita a cagione di
-questo eccesso e spendono tutto il loro essere morale nel voler saziare
-un bisogno insaziabile. E c’è una cosa ancora più tragica; ed è che
-questi uomini che sacrificano tutta la loro vita all’arte, che sono
-perduti per sempre per la vita vera a cagione dell’amore dell’arte,
-nonchè recare alcun vantaggio a codesta arte, le cagionano un danno
-immenso. Poichè nelle accademie, nei collegi, nei conservatorj imparano
-il modo di contraffare l’arte, e una volta che l’hanno appresa, ne
-sono tanto pervertiti, che diventano incapaci per sempre di concepire
-l’arte vera, e sono essi che contribuiscono a diffondere quest’arte
-contraffatta o snaturata di cui è pieno il mondo.
-
-Un’altra conseguenza non meno funesta del cattivo funzionare dell’arte
-è, che, producendo essa, in condizioni così spaventevoli, l’esercito
-degli artisti di professione, procura ai ricchi la possibilità di
-condurre la vita che conducono, e che non solo non è buona, ma è
-altresì contraria ai principî che professano. Vivere come vivono
-delle persone ricche e oziose del tempo nostro, sovratutto le donne,
-lontane dalla vita, in condizioni artificiali, coi muscoli atrofizzati
-o sformati dalla ginnastica, coll’energia vitale incurabilmente
-affievolita, ciò non sarebbe possibile senza quello che chiamano
-l’arte. Solo questa pretesa arte fornisce il divertimento e la
-distrazione che distolgono i nostri occhi dall’assurdità della nostra
-vita, e ci salvano dalla noia che risulta da una vita simile. Togliete
-ai ricchi oziosi i teatri, i concerti, le esposizioni, il pianoforte, i
-romanzi, di cui si occupano nella certezza che queste sono occupazioni
-raffinate ed estetiche; togliete ai mecenati che comprano i quadri, che
-incoraggiano i musicisti, che dànno pane ai letterati, togliete loro
-la possibilità di proteggere quest’arte che credono così importante; e
-— non saranno più in grado di continuare nella loro vita, e morranno
-tutti di tristezza e di noia, e tutti riconosceranno l’assurdità e
-l’immoralità del loro modo di vivere.
-
-Una terza conseguenza del cattivo funzionamento dell’arte, è la
-confusione e lo scompiglio che questo cattivo funzionamento genera
-nella mente dei ragazzi e dei popolani. Negli uomini che non sono
-stati pervertiti dalle teorie menzognere della nostra società, negli
-artigiani e nei ragazzi, la natura ha posto un concetto ben definito
-di ciò che merita d’essere biasimato o lodato. Secondo l’istinto del
-popolo e dei ragazzi la lode non compete di diritto che o alla forza
-fisica (Ercole, gli eroi, i conquistatori) o alla forza morale (Sakya
-Muni che rinuncia alla bellezza e al potere per salvare gli uomini,
-Cristo che muore sulla croce per il nostro bene, i santi, i martiri,
-ecc.). Queste sono nozioni d’una perfetta chiarezza. Le anime semplici
-e rette capiscono che è impossibile non rispettare la forza fisica,
-perchè s’impone da sè stessa al rispetto; e neppure possono far a
-meno di rispettare la forza morale dell’uomo che lavora per il bene
-sentendosi attratti verso di essa da tutto il loro essere interno.
-Ed ecco che queste anime semplici s’accorgono che oltre agli uomini
-rispettati per la loro forza fisica e morale, ce ne sono degli altri
-più rispettati, più ammirati, più ricompensati di tutti gli eroi della
-forza e del bene, e ciò semplicemente perchè sanno cantare, ballare, o
-scrivere dei versi. Esse vedono che i cantanti, i ballerini, i pittori,
-i letterati guadagnano dei milioni, che sono riveriti meglio dei santi;
-e queste anime semplici — i ragazzi e i popolani — sentono crescere in
-sè stessi la confusione delle idee.
-
-Quando, cinquant’anni dopo la morte di Puschkin, le sue opere furono
-divulgate tra il popolo, e gli s’innalzò una statua a Mosca, ricevetti
-più di dieci lettere di contadini che mi chiedevano perchè si esaltava
-codesto Puschkin. Pochi giorni fa un piccolo borghese di Saratof — del
-resto persona istruita — è venuto a Mosca per rimproverare il clero
-d’aver approvato l’innalzamento d’una statua al signor Puschkin.
-
-Infatti imaginiamoci solo lo stato mentale d’un popolano che legga
-nel suo giornale, o senta dire che il clero, il governo, tutti gli
-uomini migliori della Russia innalzano con entusiasmo un monumento a un
-grand’uomo, a un benefattore, a una gloria nazionale, Puschkin, di cui
-sin’allora non ha mai inteso parlare. Da ogni parte gli si discorre di
-Puschkin; ed egli suppone che, se si rendono tali omaggi a quest’uomo,
-bisogna che abbia fatto qualche cosa di straordinario, di molto forte,
-o dl molto buono. Procura perciò di sapere chi fosse Puschkin; e
-venendo a sapere che Puschkin non era un eroe, e nemmeno un generale
-d’armata, ma semplicemente uno scrittore, ne conchiude che certo
-Puschkin dovette essere un sant’uomo, un educatore benefico. Quindi
-s’affretta a leggere o a farsi leggere la sua vita e le sue opere.
-Imaginiamoci ora il suo sbalordimento quando scopre che il Puschkin fu
-un uomo di costumi più che leggeri, che morì in duello, cioè mentre
-tentava d’uccidere un altr’uomo e, che tutto il suo merito consiste
-nell’avere scritto dei versi intorno all’amore!
-
-Che gli eroi, che Alessandro il Grande, o Gengiskhan, o Napoleone siano
-stati uomini grandi, egli lo capisce perchè sente che tutti costoro
-avrebbero potuto annientarlo, lui e migliaia di suoi simili. Capisce
-pure che Budda, Socrate e Cristo siano stati grandi, perchè sente e sa
-che egli stesso e tutti gli uomini dovrebbero rassomigliare a quelli
-là. Ma come un uomo possa essere grande per aver scritto dei versi
-intorno all’amore delle donne, è cosa che egli non può assolutamente
-intendere.
-
-E lo stesso turbamento si deve produrre nel cervello d’un contadino
-bretone o provenzale, allorchè ode che si vuol innalzare un monumento,
-una statua, come se ne innalzano alla Vergine, e che s’innalzerà
-al Baudelaire, l’autore delle _Fleurs du mal_, o al Verlaine, uno
-scapestrato che scrisse dei versi incomprensibili. E che scompiglio
-deve nascere nel cervello dei popolani quando odono che la Patti o
-la Taglioni ricevono cento mila lire per una stagione, e che ci sono
-degli autori di romanzi che guadagnano la stessa somma perchè sanno
-descrivere delle scene d’amore!
-
-Lo stesso fenomeno si manifesta nel cervello dei ragazzi. Mi ricordo
-d’avere, in altri tempi, provato io stesso questo stupore e questo
-turbamento. È una conseguenza fatale del cattivo funzionamento
-dell’arte nella nostra società.
-
-Una quarta conseguenza del quale, sta in ciò che gli uomini delle
-classi superiori, vedendo riprodursi sempre più di spesso il contrasto
-tra la bellezza e il bene, giungono a considerare l’ideale della
-bellezza come il più elevato dei due e si svincolano così dai doveri
-della morale. Invertendo le parti, costoro, invece di riconoscere
-che l’arte ammirata da loro è una cosa inferiore, pretendono che per
-contro precisamente la moralità sia una cosa inferiore e spoglia di
-significato per esseri giunti al grado di sviluppo al quale pensano
-d’esser giunti essi stessi.
-
-Questa conseguenza del pervertimento dell’arte s’era già fatta sentire
-da un pezzo nella nostra società; ma al presente ha preso uno sviluppo
-straordinario, grazie agli scritti del celebre Nietzsche e ai paradossi
-dei decadenti e degli esteti inglesi, che, seguendo Oscar Wilde,
-prendono volontieri ad argomento dei loro scritti la sovversione d’ogni
-morale e l’apoteosi della perversità.
-
-Questo concetto dell’arte ha trovato il suo contraccolpo
-nell’insegnamento filosofico. Ho ricevuto ultimamente dall’America un
-libro intitolato _La Sopravvivenza del più adatto, o la Filosofia della
-Forza_, per Ragnar Redbeard (Chicago, 1897). L’idea fondamentale di
-questo libro, espressa fin dalla prefazione, è questa, che è assurdo
-valutare più oltre il bene secondo la filosofia mendace dei profeti
-ebrei e dei “messia lagrimosi„. Il diritto, per codesto autore, non si
-fonda che sulla forza. Tutte le leggi, tutti i precetti che c’insegnano
-a non fare agli altri quello che non vorremmo si facesse a noi, tutto
-ciò, per sè stesso, non ha senso, e non serve a dirigere gli uomini
-se non per il suo accompagnamento di bastonate, di sciabolate e di
-prigione. L’uomo veramente libero non deve obbedire ad alcuna legge,
-umana nè divina; ogni obbligo è indizio di degenerazione; la mancanza
-d’obblighi è il distintivo degli eroi. Gli uomini devono cessare di
-credersi vincolati da errori imaginati per nuocer loro. L’universo
-intiero non è che un campo di battaglia. La giustizia ideale sta in
-questo: che i vinti siano sfruttati, torturati, disprezzati. L’uomo
-libero e audace può conquistare il mondo. E, come conseguenza, gli
-uomini devono essere eternamente in guerra, per la vita, per il suolo,
-per l’amore, per la donna, per il potere, per l’oro. Tutta la terra coi
-suoi frutti, è “la preda del più ardito„.
-
-A vederle esposte così, sotto forma scientifica, queste idee non
-possono a meno di scandalizzare. Ma in realtà si trovano fatalmente
-e implicitamente contenute nei concetti che assegnano all’arte la
-bellezza per oggetto. È l’arte delle nostre classi superiori che
-ha prodotto e svolto in certi uomini questo ideale del _superuomo_
-quantunque codesto ideale sia già stato quello di Nerone, di
-Stenka-Razine, di Gengiskhan, di Napoleone, di tutti i loro pari,
-avventurieri e sorti dal nulla. E c’è da sgomentarsi a pensare che
-cosa avverrebbe se un ideale simile, e l’arte che lo genera, si
-diffondessero nella massa del popolo. Ma per l’appunto cominciano a
-diffondersi anche là.
-
-Finalmente il cattivo funzionamento dell’arte adduce questa quinta
-conseguenza, che l’arte cattiva che fiorisce tra le nostre classi
-superiori le pervertisce direttamente col suo potere di contagio
-artistico, e rafforza in essa i sentimenti più detestabili per la
-felicità degli uomini, quelli della superstizione, del patriottismo, e
-della sensualità.
-
-È l’arte che, nel nostro tempo, contribuisce di più a pervertire gli
-uomini in ciò che riguarda la questione più importante della loro vita
-sociale, voglio dire la questione dei rapporti sessuali. Sappiamo tutti
-e da noi stessi e per i parenti, a quali terribili sofferenze morali
-e fisiche, a quale inutile sperpero di forze, s’espongono gli uomini
-per il solo eccesso del desiderio sessuale. Dacchè mondo è mondo, dai
-tempi della guerra di Troia, cagionata dalla passione sessuale, sino ai
-suicidii e ai delitti passionali di cui sono zeppe le nostre gazzette
-tutti i giorni, tutto ci prova l’azione nefasta di questa passione, che
-è senza fallo la sorgente principale delle disgrazie umane.
-
-Cionondimeno che cosa vediamo? Vediamo tutta l’arte, sia contraffatta,
-sia genuina, salvo rare eccezioni, consacrata unicamente a descrivere,
-a rappresentare, a stimolare le diverse forme dell’amore sessuale. Ci
-basti rammentare tutti i romanzi lussuriosi di cui è piena la nostra
-letteratura, tutti i quadri e tutte le statue in cui si mostra nudo il
-corpo della donna, e tutte le imagini oscene che s’incollano sui muri
-come affissi, e quella quantità innumerevole d’opere, d’operette, di
-canzoni, di romanze, da cui siamo circondati! L’arte contemporanea non
-ha davvero che un solo oggetto definito: eccitare e diffondere, più che
-si possa, la depravazione.
-
-
-Tali sono, se non tutte, almeno le più gravi conseguenze di questo
-pervertimento dell’arte che s’è compiuto nella nostra società. E così,
-ciò che ora chiamiamo arte, non solo non contribuisce al progresso del
-genere umano, ma piuttosto ha per effetto, più che tutto il resto, di
-distruggere la possibilità del bene nella nostra vita.
-
-E così la questione che s’offre fatalmente all’intelletto d’ognuno
-che pensi, quella che mi sono proposta al principio del mio libro,
-la questione di sapere se è giusto sacrificare a ciò che vien detto
-arte, il lavoro e la vita di milioni d’uomini, tale questione riceve
-una risposta formale; no, ciò non è giusto, ciò non dovrebbe essere.
-Questa è ad un tempo, la risposta della sana ragione e del senso morale
-non pervertito. E se si proponesse la questione di decidere se valga
-di più per il nostro mondo cristiano perdere tutto ciò che oggi si
-chiama arte, falsa e vera che sia, o perdere tutto il bene che esiste
-al mondo, credo che l’uomo ragionevole e morale non potrebbe far a
-meno di rispondere a questa questione, come vi rispose Platone nella
-sua _Repubblica_, e come vi risposero tutti gli educatori religiosi
-dell’umanità, cristiani e maomettani, cioè di proclamare che è meglio
-rinunziare a tutte le arti, che mantenere l’arte o la contraffazione
-dell’arte oggi esistente, la quale ha per effetto di depravare gli
-uomini. Del resto questa per fortuna è una questione superflua, perchè
-l’arte vera non ha da far nulla colla pretesa arte d’oggigiorno.
-Ma ciò che possiamo e dobbiamo fare noi che ci lusinghiamo d’essere
-uomini colti, noi che per la nostra condizione possiamo intendere il
-senso delle diverse manifestazioni della nostra vita, è di riconoscere
-l’errore in cui ci troviamo e di non soggiacervi, ma di cercare il
-mezzo di liberarcene.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVII.
-
-Possibilità d’un rinnovamento artistico.
-
-
-Lo stato di menzogna, in cui è caduta l’arte della nostra società,
-deriva da questo: che gli uomini delle classi superiori si sono messi a
-vivere senza alcuna fede, sforzandosi di sostituire alla fede mancante,
-gli uni l’ipocrisia, al punto da dichiarare che credono ancora alle
-forme della loro religione, gli altri un’audace professione della loro
-incredulità, altri ancora uno scetticismo raffinato, altri un ritorno
-all’adorazione dei Greci per la bellezza. Ma con qualunque mezzo questi
-uomini si sforzino di mantenere e di giustificare i loro privilegi,
-cioè la separazione della loro classe delle altre, sono costretti per
-amore o per forza di riconoscere che da tutte le parti intorno a loro,
-consciamente e inconsciamente, la verità si fa strada, quella verità
-cristiana che consiste a non concepire la felicità degli uomini che
-nell’unione e nella fratellanza.
-
-Inconsciamente, questa verità si fa strada coll’aprirsi di nuove vie di
-comunicazione, il telegrafo, il telefono, la stampa, tutte invenzioni
-che tendono sempre più a stringere tra di loro tutti gli uomini;
-coscientemente, si manifesta collo scomparire delle superstizioni che
-separavano gli uomini, coll’espressione della fratellanza ideale, e
-anche con le poche opere d’arte del nostro tempo che sono buone e vere.
-
-L’arte è un organo morale della vita umana, e, come tale, non può
-essere intieramente distrutta. Quindi, nonostante tutti gli sforzi
-degli uomini delle classi superiori per nasconderci l’ideale religioso
-di cui vive l’umanità, questo ideale si fa sempre più chiaro per gli
-uomini, e trova sempre più spesso l’occasione d’esprimersi, anche
-in mezzo alla nostra società pervertita, tanto nella scienza quanto
-nell’arte. Infatti l’arte stessa comincia a distinguere il vero
-ideale del nostro tempo e a dirigersi verso di esso. Da una parte, le
-opere migliori degli artisti contemporanei esprimono dei sentimenti
-d’unione e di fraternità fra gli uomini (per esempio gli scritti di
-Carlo Dickens, di Vittor Hugo, di Dostoievsky, i quadri dei Millet,
-di Bastien-Lepage, di Jules Breton e di altri); d’altra parte ci
-sono oggidì degli artisti che cercano d’esprimere dei sentimenti
-più generali, più universali che sia possibile. Il numero di questi
-artisti è ancora ristretto, ma sembra che si cominci a intendere la
-loro utilità. Debbo aggiungere che, in questi ultimi tempi, si sono
-moltiplicati i tentativi d’imprese artistiche popolari, edizioni di
-libri, concerti, teatri, musei, ecc. Tutto ciò è ancora molto lontano
-da quello che dovrebbe essere; ma si può già discernere la direzione
-che prenderà l’arte per rimettersi nella via che le appartiene.
-
-La coscienza religiosa del nostro tempo s’è notevolmente rischiarata; e
-oramai basterebbe agli uomini ripudiare la falsa teoria della bellezza,
-che ravvisa nel piacere il solo oggetto dell’arte, perchè tosto questa
-coscienza religiosa possa prendere liberamente in mano la condotta
-dell’arte.
-
-E il giorno in cui la coscienza religiosa, che già comincia a dirigere
-inconsciamente la vita degli uomini, sarà riconosciuta da essi con
-tutta consapevolezza, si vedrà subito scomparire spontaneamente la
-separazione dell’arte in arte delle classi inferiori e delle classi
-superiori. Allora non ci sarà più che un’arte sola comune a tutti,
-fraterna, universale. E il giorno in cui l’arte sarà universale, —
-cessando d’essere ciò che è stata in questi ultimi tempi, un mezzo
-di abbrutimento e di depravazione per gli uomini, — diventerà ciò
-che era da principio, e ciò che dovrebbe essere sempre: un mezzo di
-perfezionamento per l’umanità, che l’aiuterà a effettuare nel mondo
-l’amore, l’unione e la felicità.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVIII.
-
-Che cosa dovrà essere l’arte dell’avvenire.
-
-
-Si parla volontieri dell’arte dell’avvenire, e s’intende rappresentare
-con queste parole un’arte nuova, eminentemente raffinata, e derivante
-dall’arte attuale delle classi superiori della nostra società. Ma
-una siffatta arte dell’avvenire non nascerà mai, nè potrebbe nascere.
-L’arte delle nostre classi superiori è fin d’ora giunta a una stretta
-insuperabile. Sulla via per cui s’è messa non le riuscirà di fare un
-passo di più. Quest’arte, dal giorno in cui s’è separata dal fondamento
-principale dell’arte vera, dal giorno in cui ha cessato d’ispirarsi
-alla coscienza religiosa, è diventata sempre più speciale, sempre più
-pervertita; ed ora eccola ridotta al nulla. Perciò l’arte dell’avvenire
-— la vera, quella che vivrà veramente nell’avvenire — non sarà il
-prolungamento della nostra arte presente, ma scaturirà da principii
-affatto diversi, e non aventi nulla in comune con quelli a cui ora
-s’ispira l’arte delle nostre classi superiori.
-
-L’arte dell’avvenire, destinata a diffondersi tra tutti gli uomini,
-non avrà più il fine di esprimere dei sentimenti accessibili solo
-ad alcuni ricchi; avrà il fine di manifestare la più alta coscienza
-religiosa delle generazioni future. Nel futuro non si considererà
-come arte se non quella che esprimerà dei sentimenti che spingano gli
-uomini all’unione fraterna, o anche dei sentimenti così universali da
-poter essere provati dalla massa degli uomini. Solo quest’arte sarà
-segnalata fra il resto, ammessa, incoraggiata, diffusa. E tutto il
-resto dell’arte, tutto ciò che non è accessibile che ad alcuni, sarà
-considerato come cosa senza importanza e lasciato da parte. E l’arte
-non sarà più pregiata, come oggidì, solo da una piccola classe di
-persone ricche; sarà stimata dalla massa degli uomini.
-
-E gli artisti, nell’avvenire, non saranno più, come ora, presi
-esclusivamente in una piccola classe della nazione; saranno artisti
-tutti coloro che a qualunque classe appartengano, si mostreranno capaci
-di creazione artistica. Allora tutti potranno diventare artisti;
-perchè, in primo luogo, non s’esigerà più dall’arte una tecnica
-complicata e artificiosa, che richiede per essere imparata una perdita
-infinita di tempo; non le si domanderà altro che la chiarezza, la
-semplicità e la sobrietà; tutte cose che non s’acquistano con una
-preparazione meccanica, ma coll’educazione del gusto. In secondo luogo
-tutti potranno diventare artisti, perchè invece delle nostre scuole
-professionali, accessibili solamente a pochi, tutti potranno imparare
-la musica e il disegno fin dalla scuola primaria, insieme colle altre
-nozioni elementari, talchè ogni persona che si sentirà una disposizione
-per un’arte, potrà esercitarla ed esprimere con essa i suoi sentimenti
-personali.
-
-Mi si obbietterà che colla soppressione delle scuole artistiche
-speciali, la tecnica dell’arte sarà indebolita. Sì, certamente, sarà
-indebolita, se s’intende per tecnica l’insieme dei vani artifizi che
-oggi si designano con questo nome; ma se per tecnica s’intende soltanto
-la chiarezza, la semplicità e la sobrietà, non solo quella tecnica
-non ne sarà tocca, come lo prova abbastanza tutta l’arte popolare, ma
-si troverà invece innalzata a un grado superiore. Poichè tutti gli
-artisti di genio finora nascosti tra il popolo potranno partecipare
-all’arte e fornire dei modelli di perfezione che saranno la migliore
-scuola di tecnica per gli artisti del loro tempo e dei tempi a venire.
-Anche oggidì non è nella scuola che s’istruisce il vero artista, è
-nella vita, studiando l’esempio dei grandi maestri; ma allora, quando
-parteciperanno all’arte gli uomini di maggior ingegno del popolo
-intiero, il numero dei modelli da studiare sarà più grande, e questi
-modelli saranno più accessibili; e la mancanza d’un insegnamento
-professionale sarà cento volte compensata, per il vero artista, dal
-giusto concetto che si farà del fine e dei metodi dell’arte.
-
-
-Questa sarà una delle differenze dell’arte futura dalla nostra arte
-presente. Un’altra differenza sarà che l’arte dell’avvenire non verrà
-più esercitata da artisti professionali pagati per l’arte loro, e
-occupati solo in essa. L’arte dell’avvenire sarà esercitata da tutti
-gli uomini che ne sentiranno il desiderio, e anche questi non se
-n’occuperanno che nel momento in cui ne sentiranno il desiderio.
-
-Si crede facilmente, nella nostra società, che l’artista lavora tanto
-meglio e più efficacemente, quanto più assicurata è la sua condizione
-materiale. Questa opinione basterebbe a provare una volta di più, se
-fosse necessario, che ciò che oggidì si prende per arte, non ne è che
-la contraffazione. Infatti è vero che per produrre delle scarpe o del
-pane la divisione del lavoro offre grandi vantaggi; il calzolaio o il
-fornaio che non è costretto a cucinarsi il suo pasto o a spaccarsi
-la legna, può fare una maggior quantità di scarpe o di pagnotte. Ma
-l’arte non è un mestiere; è la trasmissione che si fa agli altri d’un
-sentimento provato dall’artista. E questo sentimento non può nascere
-in un uomo se non quando esso viva intieramente della vita naturale e
-vera degli uomini. Pertanto, assicurare all’artista la soddisfazione
-di tutti i suoi bisogni materiali, è nuocere alla sua capacità di
-produrre l’arte, poichè liberando l’artista dalle condizioni — comuni
-a tutti gli uomini — della lotta contro la natura per la conservazione
-della propria vita e di quella degli altri, lo si priva dell’occasione
-e della possibilità d’imparare a conoscere i sentimenti più importanti
-e più naturali degli uomini. Non c’è condizione più detestabile per la
-facoltà creatrice d’un artista che quella sicurezza assoluta e quel
-lusso, che oggi sono ritenuti la condizione indispensabile perchè
-l’arte funzioni bene.
-
-L’artista dell’avvenire vivrà della vita ordinaria degli uomini,
-guadagnandosi il pane con un mestiere qualunque. Ed essendo così
-educato a conoscere il lato serio della vita si sforzerà di trasmettere
-al più gran numero possibile d’uomini il dono superiore che la natura
-gli avrà accordato; tale trasmissione sarà la sua gioia e la sua
-ricompensa.
-
-Fintantochè non si saranno cacciati i mercatanti dal tempio, il tempio
-dell’arte non sarà un tempio. Ma la prima cura dell’arte dell’avvenire
-sarà quella di cacciarneli.
-
-
-Finalmente il contenuto dell’arte dell’avvenire, come io me la
-raffiguro, differirà totalmente da quello della nostra arte presente.
-Consisterà nell’espressione di sentimenti non già esclusivi, come
-l’ambizione, il pessimismo, il disgusto, e la sensualità, ma di
-sentimenti provati dall’uomo che vive della vita comune di tutti
-gli uomini, e fondati sulla coscienza religiosa del nostro tempo, di
-sentimenti accessibili a tutti gli uomini senza eccezione.
-
-Ecco, si dirà, un contenuto molto scarso! Che cosa si può esprimere
-di nuovo nel terreno dei sentimenti cristiani d’amor del prossimo? E
-che ci può essere di più mediocre e di più monotono che dei sentimenti
-accessibili a tutti gli uomini?
-
-Eppure non è meno certo che i soli sentimenti nuovi che oggidì
-possano esser provati, sono dei sentimenti religiosi, cristiani, e
-dei sentimenti accessibili a tutti. I sentimenti che provengono dalla
-coscienza religiosa del nostro tempo sono infinitamente nuovi e varii;
-ma non consistono solo, come talora si crede, a rappresentare Cristo
-nei diversi episodi del Vangelo, o a ripetere sotto nuova forma le
-verità cristiane dell’unione, della fratellanza, dell’uguaglianza e
-dell’amore. I sentimenti cristiani sono nuovi e varii all’infinito,
-perchè, quando l’uomo considera le cose sotto il punto di vista
-cristiano, i soggetti più vecchi, più comuni, quelli che si ritengono
-più logori, destano in lui i sentimenti più nuovi, più impreveduti,
-più patetici. Che cosa ci può essere di più vecchio dei rapporti
-tra il marito e la moglie, tra i figli e i genitori, tra uomini di
-paesi diversi? Ora, basta che alcuno consideri questi rapporti dal
-punto di vista cristiano perchè tosto nascano in lui dei sentimenti
-infinitamente varii, dei sentimenti nuovi, profondi, patetici.
-
-Il vero è che il contenuto dell’arte dell’avvenire non sarà punto
-immiserito, ma allargato, quando quest’arte avrà per oggetto di
-trasmettere i sentimenti vitali, i più generali fra tutti, i più
-semplici, i più universali. Nella nostra arte d’ora non si considerano
-come degni d’essere espressi dall’arte che i sentimenti particolari
-d’uomini in una certa situazione eccezionale, e si esige per giunta
-che siano espressi in un modo raffinatissimo, inaccessibile alla
-maggioranza degli uomini. E si ritiene indegno di fornir materia
-all’arte tutto l’immenso dominio dell’arte popolare e infantile: i
-proverbi, le canzoni, i giuochi, le imitazioni, ecc. Ma l’artista
-dell’avvenire capirà che produrre una favola, una canzone, purchè
-commovano, produrre una farsa, purchè diverta, disegnare una figura che
-rallegri delle migliaia di bambini e di adulti, che tutto ciò è molto
-più fecondo e più importante che produrre un romanzo, o una sinfonia,
-o un quadro, che divertiranno per qualche tempo un piccolo numero di
-ricchi, e poi si sprofonderanno per sempre nella dimenticanza. Ora il
-territorio di questa arte dei sentimenti semplici, accessibili a tutti,
-è immenso, e si può dire non sia mai stato toccato.
-
-Così l’arte dell’avvenire non sarà più povera della nostra,
-ma all’opposto infinitamente più ricca. E la forma dell’arte
-dell’avvenire, anch’essa non sarà inferiore alla forma presente
-dell’arte, ma le sarà incomparabilmente superiore, e ciò non nel senso
-d’una tecnica raffinata e artificiosa, ma nel senso d’una espressione
-breve, semplice, chiara, libera di ogni sopraccarico inutile.
-
-Mi ricordo che una volta, dopo d’aver inteso da un astronomo
-eminente una conferenza pubblica intorno all’analisi spettrale delle
-stelle della via lattea, domandai a quell’astronomo se non avrebbe
-acconsentito a tenerci semplicemente una conferenza sul movimento
-della terra, attesochè tra i suoi uditori c’era senza dubbio un bel
-numero di persone che non sapevano con precisione che cosa producesse
-il giorno e la notte, l’estate e l’inverno. E l’astronomo mi rispose
-sorridendo: “Sì, sarebbe un bell’argomento, ma troppo difficile. Mi
-riesce infinitamente più facile parlare dell’analisi spettrale della
-via lattea„.
-
-Avviene lo stesso dell’arte. Scrivere un poema sopra un soggetto dei
-tempi di Cleopatra, dipingere Nerone che appicca il fuoco a Roma,
-comporre una sinfonia nella maniera di Brahms e di Riccardo Strauss,
-o un’opera come quelle di Wagner, è infinitamente più facile che
-raccontare una semplice storia senza nulla d’eccezionale, beninteso
-raccontandola in modo che trasmetta il sentimento di chi la racconta, o
-anche disegnare col lapis un’imagine che commuova o che rallegri chi la
-vede, o scrivere quattro battute d’una melodia senza accompagnamento,
-ma tale da tradurre un certo stato dell’anima.
-
-— Ma colla nostra civiltà, ci riesce impossibile ritornare alle forme
-primitive! — diranno gli artisti. Ci è impossibile di scrivere oggi
-dei racconti come la storia di Giuseppe, o come l’Odissea, di comporre
-della musica come quella delle canzoni popolari!
-
-Ciò è realmente impossibile agli artisti del nostro tempo; ma non lo
-sarà all’artista dell’avvenire, che non avrà più la testa ingombra d’un
-arsenale di formule tecniche, e che non essendo più un professionista
-dell’arte, non essendo più pagato per i suoi prodotti, non produrrà
-dell’arte se non quando ci si sentirà trascinato da un irresistibile
-bisogno interiore.
-
-Pertanto la differenza sarà completa, sotto il rispetto sì della forma
-che della sostanza, tra l’arte dell’avvenire, e ciò che oggigiorno
-riteniamo per arte. Il fondo dell’arte dell’avvenire sarà costituito
-da sentimenti incoraggianti gli uomini a unirsi, o tali da unirli
-effettivamente; la forma di siffatta arte sarà tale da poter essere
-accessibile alla massa degli uomini. Perciò l’ideale della perfezione,
-nel futuro, non sarà più il grado di particolarità dei sentimenti, ma
-al contrario il loro grado di generalità. L’artista non cercherà più
-come ora, d’essere oscuro, complicato ed enfatico, ma al contrario di
-essere breve, chiaro, e semplice. E solo quando l’arte avrà assunto
-questo carattere, essa non servirà più unicamente a distrarre è a
-divertire una classe d’oziosi, come fa ora, ma comincierà a compiere il
-suo vero ufficio, vale a dire a trasportare un concetto religioso dal
-dominio della ragione nel dominio del sentimento, a guidare così gli
-uomini verso la felicità, verso la vita, verso quell’unione e quella
-perfezione che loro raccomanda la loro coscienza religiosa.
-
-
-
-
-CONCLUSIONE.
-
-
-Ho fatto del mio meglio per riassumere in questo libro i miei pensieri
-sopra un soggetto che da quindici anni non ha cessato d’occuparmi. Con
-questo non voglio dire, s’intende, che io abbia cominciato quindici
-anni fa a scrivere questo studio: ma sono di certo almeno quindici anni
-che ho cominciato a scrivere uno studio sull’arte, dicendo a me stesso,
-che una volta avviato in questo soggetto, sarei andato sino alla fine
-senza fermarmi. Cionondimeno le mie idee intorno a tale soggetto si
-trovarono essere così poco chiare, che non potei esprimerle in forma
-soddisfacente. E dopo d’allora non ho mai cessato di riflettere intorno
-a questo argomento, e sei o sette volte mi sono rimesso a scrivere
-uno studio in proposito; ma ogni volta, dopo d’avere scritto un certo
-numero di pagine, non mi sono più sentito in grado di condurre il mio
-lavoro sino alla fine. Ora finalmente sono riuscito a terminarlo; e
-per cattivo che esso sia, spero almeno di non essermi ingannato nel
-pensiero che ne forma la base e che consiste a considerare l’arte del
-nostro tempo come incamminata per una falsa strada. Possa dunque il mio
-lavoro non rimanere senza frutto! Ma affinchè l’arte riesca a uscire
-dalla falsa strada e a ritornare al suo uffizio naturale, occorre che
-un altro ramo non meno importante dell’attività intellettuale degli
-uomini, cioè la scienza, colla quale l’arte si trova sempre in rapporto
-di stretta dipendenza, occorre che anch’essa abbandoni la strada falsa
-nella quale si trova.
-
-L’arte e la scienza stanno tra di loro in un rapporto tanto stretto
-quanto è quello dei polmoni e del cuore; e se uno dei due organi è
-alterato, l’altro non può più funzionare normalmente. La vera scienza
-insegna agli uomini le cognizioni che debbono avere per essi la
-maggiore importanza e dirigere la loro vita. L’arte trasporta codeste
-cognizioni dal dominio della ragione in quello del sentimento. Perciò
-se il cammino seguito dalla scienza è cattivo, il cammino seguito
-dall’arte sarà pure cattivo. L’arte e la scienza s’assomigliano a quei
-battelli che vanno a due a due sui fiumi, l’uno fornito di macchina, e
-fatto per rimorchiar l’altro. Se il primo prende una direzione falsa,
-anche il secondo è costretto a seguirlo in essa.
-
-E come l’arte, in termini generali, è la trasmissione di tutti
-i sentimenti possibili, ma tuttavia, nel senso più ristretto del
-vocabolo, non è arte seria se non quella che trasmette agli uomini dei
-sentimenti importanti per essi, così la scienza, in termini generali,
-è l’espressione di tutte le cognizioni possibili, ma non è per noi
-scienza seria se non quella che esprime delle cognizioni importanti per
-noi.
-
-Ora, ciò che determina il grado d’importanza sia dei sentimenti che
-delle cognizioni è la coscienza religiosa d’una società e d’una epoca
-data, cioè il concetto comune che si formano del senso della vita gli
-uomini di quell’epoca e di quella società. Ciò che più contribuisce a
-tradurre in realtà quest’ideale della vita, è ciò che si deve insegnare
-maggiormente: ciò che vi contribuisce meno, dev’essere insegnato meno;
-e ciò che non contribuisce in nessun modo a realizzare il destino della
-vita umana non deve essere insegnato affatto, o, se lo s’insegna, non
-deve essere almeno considerato come cosa che abbia alcuna importanza.
-Così fu sempre in passato per la scienza, e così dovrebbe essere
-ancora, perchè così esige la natura stessa del pensiero e della vita
-dell’uomo. Eppure la scienza delle nostre classi superiori non solo
-non riconosce come base alcuna religione, ma anzi reputa superstizioni
-tutte le religioni.
-
-In conseguenza gli uomini del nostro tempo affermano che imparano
-indistintamente _tutto_. Ma poichè _tutto_ è un po’ troppo, essendo
-infiniti gli oggetti della conoscenza, e poichè è impossibile imparare
-tutto indistintamente, quella non è che un’affermazione puramente
-teorica. Nella realtà, gli uomini non imparano _tutto_, e non avviene
-indifferentemente che imparino quello che imparano. Nella realtà,
-gli uomini non imparano che ciò che è molto utile, o molto gradevole
-a coloro che s’occupano della scienza. E appartenendo costoro alle
-classi superiori della società, ciò che torna loro più utile è di
-mantenere l’ordine sociale che permette alle loro classi di godere dei
-loro privilegi; e ciò che torna loro più gradevole è di soddisfare
-vane curiosità che non esigono da essi uno sforzo di mente troppo
-considerevole.
-
-Da ciò proviene che una delle sezioni della scienza più in onore
-è quella delle scienze che, come la storia e l’economia politica,
-s’occupano sopratutto di stabilire che l’ordine presente della
-vita sociale è appunto quello che è sempre esistito e che deve
-esister sempre, di modo che ogni tentativo di modificarlo ci si
-mostri illegittimo e vano. Un’altra sezione è quella delle scienze
-sperimentali, che abbracciano la fisica, la chimica, la botanica;
-queste scienze non s’occupano che di ciò che non ha alcun rapporto
-diretto colla vita, di ciò che è materia di pura curiosità, o anche di
-ciò che può contribuire a rendere più comoda l’esistenza delle classi
-superiori della società. Ed è per giustificare questa scelta arbitraria
-e mostruosa, fatta tra le diverse materie della conoscenza, che i
-nostri scienziati hanno inventato una teoria corrispondente appuntino
-a quella dell’_arte per l’arte_, la teoria della _scienza per la
-scienza_.
-
-La teoria dell’arte per l’arte sostiene che l’arte consiste
-nell’occuparsi di tutti i soggetti che fanno piacere; la teoria della
-scienza per la scienza sostiene che la scienza consiste nell’insegnare
-tutti i soggetti interessanti.
-
-E così accade che, delle due sezioni della scienza che s’insegnano agli
-uomini, l’una invece d’insegnare come gli uomini dovrebbero vivere per
-effettuare il loro destino, predica la legittimità e l’immutabilità
-d’un modo di vita menzognero e funesto, mentre l’altra sezione, quella
-delle scienze sperimentali, s’occupa di quistioni di pura curiosità, o
-anche di piccole invenzioni pratiche.
-
-E di queste due sezioni della scienza contemporanea, la prima è
-cattiva non solo perchè intorbida la mente degli uomini e dà loro
-delle idee false; è pur cattiva per il fatto solo della sua esistenza,
-e perchè occupa il posto che dovrebbe occupare la scienza vera. E la
-seconda sezione, quella appunto di cui oggi la scienza insuperbisce,
-è cattiva, perchè svia l’attenzione degli uomini dagli obbiettivi
-veramente importanti, volgendola verso ricerche inutili; ed è anche
-cattiva perchè nell’organismo sociale che è legittimato e sostenuto
-dalle scienze della prima sezione, la maggior parte delle invenzioni
-tecniche della scienza sperimentale servono non già alla felicità, ma
-all’infelicità degli uomini.
-
-Soltanto gli uomini che hanno dedicato la loro vita a questi studi
-inutili, possono continuare a credere che le scoperte e le invenzioni
-che si compiono nel dominio delle scienze sperimentali siano cosa
-veramente importante e profittevole. E se costoro lo credono, egli è
-perchè non guardano dintorno a sè, e non vedono ciò che è veramente
-importante. Basterebbe che alzassero il capo dal loro microscopio,
-attraverso il quale osservano tutte le materie che studiano; basterebbe
-che volgessero gli sguardi intorno a sè per vedere quanto siano vane
-tutte quelle cognizioni da cui ricavano una vanità così ingenua, in
-confronto di quelle altre cognizioni alle quali abbiamo rinunziato per
-rimetterle nelle mani dei professori di giurisprudenza, di finanza,
-d’economia politica, ecc. Basterebbe che volgessero un’occhiata intorno
-a sè per vedere che l’oggetto importante e proprio della scienza umana
-non dovrebbe essere d’imparare ciò che, per caso, è interessante,
-ma d’imparare in che senso deve essere diretta la vita dell’uomo,
-d’imparare quelle verità religiose, morali, sociali senza di cui
-tutta la nostra così detta conoscenza della natura non può esserci che
-inutile o funesta.
-
-Noi siamo contentissimi e fierissimi che la nostra scienza ci offra
-la possibilità di trar partito dalla forza del vapore a profitto
-dell’industria, o, se volete, che ci conceda di scavare delle gallerie
-nel fianco dei monti. Ma come non pensiamo che codesta forza del
-vapore non l’adoperiamo per il benessere degli uomini, ma solo per
-arricchire un piccolo numero di capitalisti? Questa stessa dinamite,
-che ci serve ad aprire i tunnel, come mai non pensiamo che non è
-impiegata principalmente a scavar delle gallerie, ma bensì a procurare
-la distruzione delle vite umane, come stromento terribile per quelle
-guerre che ci ostiniamo a considerare come indispensabili, e alle quali
-non cessiamo di prepararci?
-
-E se anche è vero — cosa che resta ancora da dimostrare — che la
-scienza ora sia giunta a impedire la difterite, a spianare le
-gibbosità, a guarire la sifilide, a compiere delle operazioni
-straordinarie, ecc., nemmeno in ciò possiamo trovare di che
-inorgoglirci per poco che vogliamo pensare alla vera funzione della
-scienza. Se la decima parte delle forze che si spendono ora a studiare
-argomenti di pura curiosità o piccole invenzioni pratiche, fosse
-impiegata nella vera scienza, che ha per oggetto la felicità degli
-uomini, vedremmo sparire almeno la metà di quelle malattie che oggidì
-ingombrano le cliniche e gli ospedali; non vedremmo, come ora, dei
-ragazzini condannati all’etisia e al rachitismo dal regime delle
-fabbriche, non vedremmo la mortalità dei bambini superare, come ora, il
-cinquanta per cento, non vedremmo delle generazioni intiere immolate
-alle malattie, non vedremmo la prostituzione, non la sifilide, non le
-guerre, che sono l’eccidio di milioni d’uomini, non vedremmo tutte le
-mostruosità di sciocchezze e di patimenti che la scienza contemporanea
-osa ritenere come condizioni inevitabili della vita umana!
-
-Ma il nostro concetto della scienza è pervertito a tal segno che
-gli uomini del nostro tempo troveranno strano che si parli loro di
-scienze capaci di diminuire la mortalità dei bambini, di sopprimere
-la prostituzione, la sifilide, la degenerazione, la guerra. Siamo
-giunti ad imaginarci che non c’è scienza se non quando un uomo, in
-un laboratorio, versa un liquido da un provino in un altro, guarda
-attraverso a un prisma, tortura delle rane o dei conigli, oppure anche
-svolge da una cattedra una matassa di frasi sonanti e stupide — che del
-resto non cerca di capire nemmeno egli stesso — sui luoghi comuni della
-filosofia, della storia, del diritto, dell’economia politica, e tutto
-ciò per il solo fine di provare che quello che è deve essere sempre.
-
-Eppure la scienza, la vera scienza, la sola che meriterebbe la
-considerazione concessa oggigiorno alla sua contraffazione, la vera
-scienza consisterebbe nel riconoscere a che cosa dobbiamo credere e
-a che cosa non dobbiamo credere, come dobbiamo e come non dobbiamo
-condurre la nostra vita, come fa d’uopo allevare i figli, come possiamo
-trar partito dai beni della terra senza schiacciare per ciò delle
-altre vite umane, e quale deve essere la nostra condotta riguardo agli
-animali, senza contare molte altre questioni ugualmente importanti per
-la vita degli uomini.
-
-Tale è sempre stata la vera scienza; e tale dev’essere. Ed è questa
-scienza che sola corrisponde alla coscienza religiosa del nostro
-tempo; ma essa si trova, da un lato, negata e combattuta da tutti
-gli scienziati che lavorano a mantenere l’ordine sociale presente, e
-dall’altro è ritenuta vana, sterile, antiscientifica dagli infelici
-la cui intelligenza s’è atrofizzata nello studio delle scienze
-sperimentali.
-
-
-La scienza essendo intesa come è intesa oggi, quali sentimenti può
-mai destare che l’arte alla sua volta possa trasmetterci? La prima
-sezione di questa scienza provoca dei sentimenti retrivi, antiquati,
-fuori d’uso, e cattivi per il nostro tempo. E l’altra sezione tutta
-consacrata allo studio di soggetti che non hanno rapporto colla vita
-degli uomini, è di sua natura incapace di fornire materia all’arte.
-E così avviene che l’arte del nostro tempo, per essere arte vera,
-deve aprirsi la via da sè, a dispetto della scienza, oppure mettere a
-profitto gl’insegnamenti d’una scienza che il nostro mondo non ammette,
-d’una scienza rinnegata e respinta dalla parte ortodossa della scienza.
-È a questo partito che l’arte si trova ridotta, quando si dà pensiero
-di compiere la sua funzione.
-
-Almeno conviene sperare che un lavoro simile a questo che io ho tentato
-per l’arte sarà intrapreso, un giorno o l’altro, rispetto alla scienza;
-un lavoro che proverà agli uomini la falsità della teoria della scienza
-per la scienza, che mostrerà loro la necessità di riconoscere la
-dottrina cristiana nel suo vero senso, e che appoggiandosi su questa
-dottrina, insegnerà loro a valutare in un modo nuovo l’importanza delle
-cognizioni di cui ora siamo fieri in modo così ridicolo. Possano allora
-gli uomini riconoscere quanto sono secondarie e insignificanti le
-cognizioni sperimentali, e quanto essenziali e importanti le cognizioni
-religiose, morali, e sociali! Possano capire che queste cognizioni
-primordiali non devono essere lasciate, come lo sono ora, sotto
-la tutela e alla discrezione delle classi ricche, ma che devono al
-contrario essere rimesse nelle mani di tutti gli uomini liberi e amanti
-della verità, i quali, spesso in contraddizione colle classi ricche,
-cercano il destino reale della vita! Possano le scienze matematiche,
-astronomiche, fisiche, chimiche e biologiche, come pure la scienza
-applicata alla medicina, non essere più insegnate che nella misura in
-cui contribuiranno ad affrancare gli uomini dagli errori religiosi,
-giuridici e sociali, nella misura in cui serviranno al bene di tutti
-gli uomini, e non più d’una sola classe privilegiata!
-
-Solo allora la scienza cesserà d’essere ciò che è ora, cioè da una
-parte un sistema di sofismi destinati a mantenere un organismo sociale
-decrepito, dall’altra un ammasso informe di cognizioni, in gran parte
-poco utili o anche assolutamente inutili. Solo allora essa diventerà
-ciò che deve essere, un tutto organico, avente uno scopo determinato e
-comprensibile per tutti gli uomini, cioè d’introdurre nella coscienza
-umana le verità che derivano dall’idea religiosa d’un’epoca.
-
-E soltanto allora l’arte, sempre dipendente dalla scienza, ridiventerà
-ciò che può e deve essere, un organo imparentato con quello della
-scienza, ugualmente importante per la vita e per il progresso degli
-uomini.
-
-
-L’arte non è un godimento, un piacere, nè un divertimento; l’arte è una
-grande cosa. È un organo vitale dell’umanità, che trasporta i concetti
-della ragione nel dominio del sentimento. Nel tempo nostro il concetto
-religioso degli uomini ha per centro la fratellanza universale e la
-felicità nell’unione. La vera scienza deve dunque insegnarci le diverse
-applicazioni di questo concetto alla vita; e l’arte deve trasportare
-questo concetto nel dominio dei nostri sentimenti.
-
-Così l’arte ha dinanzi a sè un cómpito immenso: coll’aiuto della
-scienza e sotto la guida della religione deve fare in modo che
-quell’unione pacifica degli uomini, che ora non s’ottiene che con mezzi
-esteriori, tribunali, polizia, ispezioni, ecc., possa effettuarsi per
-il libero e gioioso consenso di tutti. L’arte deve sopprimere nel mondo
-il regno della violenza e della coercizione.
-
-Ed è un cómpito a cui essa sola può soddisfare.
-
-Essa sola può ottenere che i sentimenti d’amore e di fratellanza,
-oggi solamente accessibili agli uomini migliori della nostra società,
-diventino sentimenti costanti, universali, istintivi in tutti gli
-uomini. Eccitando in noi, coll’aiuto di creazioni imaginarie, i
-sentimenti della fratellanza e dell’amore, può avvezzarci a provare
-gli stessi sentimenti nella realtà, può assestare nell’anima umana
-delle rotaie, sulle quali oramai scorrerà la vita, sotto la guida
-della scienza e della religione. E unendo gli uomini più diversi
-in comunanza di sentimenti, sopprimendo le distinzioni tra di loro,
-l’arte universale può preparare gli uomini all’unione definitiva, può
-dimostrar loro, non col ragionamento, ma per mezzo della vita stessa,
-la gioia dell’unione universale, al di là delle barriere imposte dalla
-vita.
-
-L’uffizio dell’arte nel tempo nostro è di trasportare dal dominio della
-ragione in quello del sentimento questa verità: che la felicità degli
-uomini sta nella loro unione. È l’arte sola che potrà fondare sulle
-rovine del nostro regime presente di violenza e di coercizione, quel
-regno di Dio che si presenta a noi tutti come il termine più alto della
-vita umana.
-
-Ed è ben possibile che nell’avvenire la scienza somministri all’arte
-un altro ideale, e che l’arte abbia allora il cómpito di tradurlo in
-atto; ma nel nostro tempo la funzione dell’arte è chiara e precisa.
-Il cómpito dell’arte vera, dell’arte cristiana, è oggidì quello di
-effettuare l’unione fraterna degli uomini.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE.
-
-
- TOLSTOI E MANZONI NELL’IDEA MORALE DELL’ARTE,
- di _Enrico Panzacchi_ Pag. V a XLVII
-
- _Introduzione dell’autore_ 3
-
- I. Il problema dell’arte 15
- II. La bellezza 27
- III. Distinzione tra l’arte e la bellezza 44
- IV. La funzione dell’arte 54
- V. L’arte vera 64
- VI. L’arte falsa 73
- VII. L’arte degli eletti 80
- VIII. Gli effetti dell’arte pervertita; l’impoverimento
- della materia artistica 87
- IX. Gli effetti dell’arte pervertita; la ricerca
- dell’oscurità 96
- X. Le conseguenze della perversione nell’arte; la
- contraffazione dell’arte 129
- XI. L’arte professionale, la critica, l’insegnamento
- artistico: loro influenza sulla contraffazione
- dell’arte 144
- XII. L’opera di Wagner, modello perfetto della
- contraffazione dell’arte 159
- XIII. Difficoltà di distinguere l’arte vera dalla
- sua contraffazione 182
- XIV. Il contagio artistico, criterio dell’arte vera 188
- XV. L’arte buona e l’arte cattiva 193
- XVI. Le conseguenze del cattivo funzionamento
- dell’arte 217
- XVII. Possibilità d’un rinnovamento artistico 232
- XVIII. Che cosa dovrà essere l’arte dell’avvenire 236
-
- _Conclusione_ 247
-
-
-
-
-OPERE DI LEONE TOLSTOI
-
- _Edizioni Treves_
-
- _Anna Karenine_. 2 volumi preceduti da uno studio di
- D. Ciàmpoli sui romanzi russi. 9.ª edizione. L. 2 —
- _La guerra e la pace_. 4 volumi. 8.ª edizione. 4 —
- _I Cosacchi_. 5.ª edizione 1 —
- _La sonata a Kreutzer_. 8.ª edizione 1 —
- _Ultime novelle; Piaceri viziosi_. 5.ª edizione 1 —
- La morte di Ivan Iliitch. — Il romanzo d’un cavallo. —
- Un povero diavolo. — L’alcool e il tabacco. —
- L’ubbriachezza nelle classi dirigenti. — Delle
- relazioni fra i sessi.
- _Padrone e servitore_, racconto. 9.ª edizione 1 —
- _Resurrezione_, romanzo. 3 volumi. 5.ª edizione 5 —
- _Memorie._ 6.ª edizione 3 —
- _Che cosa è l’arte?_ (con prefazione di ENRICO PANZACCHI).
- 5.ª edizione 1 —
- _La vera vita_, preceduto da un saggio critico di NINO
- DE SANCTIS 3 —
- _La potenza delle tenebre_, dramma. 2.ª edizione 1 —
- _I frutti dell’istruzione_, commedia 1 —
-
- _Dottrine Religiose e Sociali del Conte L. N. Tolstoi_,
- di BASSANO GABBA 1 50
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Come introduzione all’opera di Tolstoi, abbiamo il piacere di
-presentare i due articoli che le dedicò Enrico Panzacchi nei fascicoli
-della _Nuova Antologia_ del 16 giugno e del 16 dicembre 1898. Dobbiamo
-ringraziare l’autore e il direttore dell’_Antologia_ del permesso
-accordatoci, — e ne saranno del pari grati i lettori. (_Nota degli
-Editori_).
-
-[2] RENÉ DOUMIC, _Les jeunes_.
-
-[3] Prefazione alla tragedia _Il conte di Carmagnola_.
-
-[4] _Opere varie._ Edizione Rechiedei, pag. 796.
-
-[5] _Opere varie._ Ediz. cit., pag. 783.
-
-[6] Ib., pagg. 465 e seg.
-
-[7] _Discorsi._ “Una opinione di Alessandro Manzoni„. Edizione
-Cogliati. Milano, 1898.
-
-[8] _Zola, Dumas, Guy de Maupassant_, pag. 153 e seg.
-
-[9] _Prémières poésies._ “Don Paez„.
-
-[10] Vedi di lui _Science et Religion_, pag. 229 e seg.
-
-[11] _Pro Archia poeta._
-
-[12] Mario Pilo è un professore italiano. L’A. ha avuto sott’occhi la
-traduzione francese del suo volume. (_N. d. T._).
-
-[13] _Solness il costruttore_, di Ibsen.
-
-[14] _I ciechi_, di Maeterlinck.
-
-[15] _La campana sommersa_, di Hauptmann (_N. d. T._).
-
-[16] Adducendo questi titoli delle opere d’arte che ritengo le migliori
-tra le moderne, sono lontano dal pretendere di dare un giudizio
-definitivo di queste opere; poichè non solo non ho l’esperienza
-occorrente per valutare tutte le produzioni artistiche, ma per giunta
-appartengo io stesso a quella specie d’uomini che ebbero per tempo
-depravato il gusto da una cattiva educazione. Quindi è possibilissimo
-che colle mie vecchie abitudini connaturate con me io m’inganni
-su parecchi punti, attribuendo un valore artistico superiore ad
-impressioni famigliari a me sino dall’infanzia. Ma se enumero così
-certe opere di diverse categorie, lo faccio solo per ispiegar meglio il
-mio pensiero, e per dimostrar meglio come ora io intenda la perfezione
-nell’arte. E debbo aggiungere ancora che schiero nella classe
-dell’_arte cattiva_ tutte le mie proprie opere artistiche, eccettuato
-il racconto _Dio vede la Verità_ col quale volli fare un’opera d’arte
-religiosa, e quell’altra mia narrazione _Nel Caucaso_, che mi sembra
-appartenere alla seconda delle categorie che ritengo accettabili.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CHE COSA È L'ARTE? ***
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