diff options
Diffstat (limited to 'old/67559-0.txt')
| -rw-r--r-- | old/67559-0.txt | 5245 |
1 files changed, 0 insertions, 5245 deletions
diff --git a/old/67559-0.txt b/old/67559-0.txt deleted file mode 100644 index 87e59d2..0000000 --- a/old/67559-0.txt +++ /dev/null @@ -1,5245 +0,0 @@ -The Project Gutenberg eBook of Il libro dei miraggi, by Maria -Majocchi Plattis - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and -most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Il libro dei miraggi - -Author: Maria Majocchi Plattis - -Release Date: March 4, 2022 [eBook #67559] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO DEI MIRAGGI *** - - - JOLANDA - - - Il Libro - - DEI MIRAGGI - - - - ROCCA S. CASCIANO - LICINIO CAPPELLI EDITORE - 1894 - - - - - Proprietà letteraria - - Rocca S. Casciano Stab. Tip. Cappelli. - - - - - _Al principe Aprile_ - _la Dama d’Autunno_ - - _Dal Regno delle favole, 1894._ - - - - -Forte come l’Amore - - -Clotilde entrò un poco sbadatamente, cantando, nel salotto terreno -della villetta dove accanto alla nonna che raccomodava il bucato, suo -fratello declamava con molto fervore, leggendo. C’era anche il loro -vicino, l’avvocato Dardanelli. - -— Ssss! — le fece questi con un’energia così brusca che la inchiodò -sulla soglia, muta, sorpresa. Ma Roberto aveva già lasciato ricascare -sulle ginocchia le mani, che reggevano il manoscritto, in atto di -scoraggiamento. - -— Quella sgarbataggine... — cominciò a rimproverare seccamente la -nonna, levando la testa piccina e ossuta dall’enorme lenzuolo che la -seppelliva ammonticchiandosi su una sedia di contro. E dopo un momento -di silenzio generale disse a Roberto, guardandolo attraverso gli -occhiali amorosamente: — Continua. - -— No, è inutile, — mormorò il giovane con languore annoiato; — già a me -quella spensieratezza ignorante mi fa sempre l’effetto di una secchia -d’acqua sul capo. — E corrugò le sopracciglia, passandosi una mano -fra i capelli biondi e fluenti, come se la secchia lo avesse inaffiato -davvero. — Io son fatto così, che vuole? — riprese sorridendo a fior -di labbra all’avvocato e alla nonna che lo guardavano costernati; — -un nonnulla, in certi momenti di emozione artistica intensa, basta a -smontarmi, a prostrarmi per chi sa quanto... — E dopo un guizzo nervoso -piegò il manoscritto dispettosamente e si levò. - -— Questi poeti moderni sono pile di Volta, — osservò blandendo -l’avvocato, mentre la nonna continuava a fissar Roberto con un po’ -d’inquietudine. - -— Se avessi immaginato, — entrò a dire la ragazza punto intimidita, — -non sarei certo comparsa e, se volete, me ne vado... - -Roberto fece una mossaccia ed uscì. - -— Ci siamo! — sbuffò la vecchina. — Tu, cara Clotilde, fai e dici -sempre delle sciocchezze. Mi pare che oramai dovresti conoscere tuo -fratello. Già, non c’è rimedio, ci vogliono dei riguardi... Quella -gente là non è come noi, è fatta ad un altro modo, vive in tutt’altro -mondo. Con tutte quelle idee nel cervello, sfido io! E pur troppo in -ogni tempo e in ogni luogo ci fu e c’è qualcuno che li disconosce, -che li deride... Pare impossibile! Roberto, che, per buona sorte, è -cresciuto in un ambiente dove tutti lo apprezzano e lo ammirano, deve -aver per sorella quella monellaccia là che non capisce niente.... - -Clotilde non sorrise e continuò a tagliarsi le unghie con le forbici -della nonna, ritta in faccia a lei, contro lo stipite della porta -che s’apriva sul giardino, più seccata dalla presenza e dagli sguardi -dell’avvocato, che dalla ramanzina della signora Rita. Gli occhi di -Dardanelli, tondi, piccoli, bruni, maliziosi nel faccione paffuto, -quegli occhi impuri che parevano denudarle corpo e anima, la urtavano -terribilmente. Quindi con bel garbo gli voltò le spalle, borbottando -più per disimpegno che per altro: — Roberto _posa_, nonna mia... - -— Sentite chi parla di _pose_! — esclamò la nonna con un atto di -desolata meraviglia. — Chi parla di _pose_! L’ha intesa, avvocato? Lei -che fa la donna emancipata a quel modo! Lei che ha suscitato un mezzo -scandalo con la fissazione di quegli studii... Zitta, zitta per carità! - -Clotilde sorrise, questa volta, continuando a rimaner voltata in là -a capo chino. Intanto l’avvocato mangiava cogli occhi quelle spalle -svelte, quella vita sottile, tutto quel bel corpo giovanile e fiorente -costretto nell’abito nero da cui usciva libero e nudo il collo fresco, -velato di capelli biondicci sfuggenti al voluminoso nodo fissato con -uno spillo d’argento sulla sommità del capo. - -— Va là col tuo tanfo d’acido fenico — brontolò la nonna con disgusto. -— Non mi ci avvezzerò mai. - -Clotilde scese il gradino di pietra e fece qualche passo nel giardino -verde, fiorito, odoroso. Era un tramonto di primavera, roseo, diffuso, -come un’aurora. Ma la nonna la richiamò quasi subito, ed ella dovè -voltarsi, tornare indietro. L’avvocato la guardava avvicinarsi lenta, -a capo chino, occupata sempre delle sue unghie, spiccando nettamente -nella limpidità dell’aria; un ultimo raggio d’oro rosso le ravvivava il -biondo scuro dei capelli. Si fermò a piè dello scalino senza sollevare -il viso nè gli occhi; era assai pallida, sbattuta, e le lentiggini -della sua pelle fina apparivano tutte su su fino nella fronte, che i -capelli rialzati alla giapponese lasciavano scoperta. - -— Signora medichessa, faccia il piacere di terminare quest’orlo intanto -— disse più ironica che scherzosa la nonna cedendole il suo posto -accanto alla finestra, e uscì. - -La ragazza sedette un tantino soprapensieri e si tirò metà del lenzuolo -sulle ginocchia. Poi si avvide di esser troppo vicina all’avvocato e -con un moto quasi di ripugnanza ritrasse la scranna fin sull’estremo -dello scalino di pietra. - -— Perchè s’allontana? — le chiese Dardanelli con la sua voce fessa e -nasale che aveva una intonazione di dolcezza. - -— Cerco la luce, non lo sa che sono miope? — e il volto di Clotilde si -colorì leggermente, fuggevolmente. - -— Non sarebbe una qualità per una medichessa, — seguitò l’avvocato, -accostando ancora la sua sedia a quella di lei. - -— Non mi chiami così, la prego! — Ell’era quasi supplichevole. — Peno -abbastanza a sopportare tutti i giorni le canzonature stizzose della -nonna e le smorfie sprezzanti di Roberto, senza contare tutta la -buona gente che scandalizzo e che mi regala le sue meraviglie, le sue -disapprovazioni, i suoi consigli... Come se non sapessi ancora ciò che -faccio, come se fosse peccato... — La sua voce oscillava. — E anche sua -moglie, sa, anche lei... - -— Oh lasci stare mia moglie; è una grulla — s’affrettò a dire -Dardanelli, che le alitava il suo fiato caldo sul viso. — La nonna -è una vecchina all’antica. Roberto è tanto nelle nuvole... A me -invece piace che le donne, quando sono belle come lei, s’emancipino -così. Se ci saranno molte medichesse come lei, vedremo i medici in -liquidazione... e gli ammalati maschi in aumento — finì sorridendo. - -Clotilde sentì l’offesa e fece spalluccie. Dardanelli le sfiorava la -persona col suo corpo obeso. — Io ammalerò di certo... Se ammalerò -verrà a curarmi? — le chiese ancora con la sua vocetta che si -stemperava nella tenerezza. - -— Io no. Mi dedico alle malattie delle donne e dei bambini, lo sa -pure... — cominciò lei, ruvida; ma s’interruppe con un sussulto. Il -braccio di Dardanelli le allacciava la vita. - -— Impazzisce? — gridò Clotilde indignata, ribellandosi; — impazzisce? -— E siccome l’avvocato la stringeva più forte, essa con l’ago gli punse -la mano, violentemente. - -Dardanelli si ritirò subito con un moto frettoloso e grottesco, -soffocando un’esclamazione di dolore. — Quanto male mi ha fatto!... — -mormorò poi, occupandosi della puntura con quell’importanza esagerata e -quell’inquietudine propria del sesso forte per le ferite di questa arma -esclusivamente femminile, un’arma da silfo, fatta d’un minuzzolo di -raggio siderale: — Guardi quanto sangue! lei che doveva guarirmi... - -— Ho imparato che si guarisce anche facendo del male, — ribattè la -ragazza, rude, andandosene. — Si badi; — è un saggio. - -Ella non sapeva d’esser tanto indovina dicendo queste parole. - - * - * * - -A notte alta, Clotilde, vegliava sola nella sua camera. La lucernina -a petrolio, velata d’un bianco perlaceo, pioveva una luce chiara -e tranquilla sulla giovine testa bionda china sul libro, e si -diffondeva mite a lambire le pareti grigie a mazzi di rose. Nel -fondo biancheggiava un letto stretto, monacale, su cui era un gran -quadro di cui si vedeva soltanto rilucere la cornice. Un altro quadro -stava appeso nell’angolo dov’era il tavolino di Clotilde, tra le due -finestre: il ritratto a olio d’una donna giovine vestita di velluto -nero con un piccolo collare di trina. - -All’abito austero, alla posa rigida e convenzionale faceva contrasto -il volto quasi infantile, dall’espressione dolcissima e dallo sguardo -amoroso rivolto verso la fanciulla con quel non so che di mesto, di -stanco, di assorto, che hanno i ritratti dei morti non dimenticati. E -sulla fanciulla, che studiava assidua, protetta da quello sguardo, fra -i cortinaggi di velo delle finestre, alti e candidi come ali, nella -solitudine feconda di quelle pareti gaie e silenti, parevano scendere -benedizioni. - -Sul tavolino, fra l’aridità dei libri di scienza, dei trattati -di patologia e di farmacologia, dei cartolari, delle boccette -d’inchiostro, la nota delicata, femminile: un mazzolino di viole e un -ramo di biancospino in un bicchiere. - -Clotilde leggeva, segnando in margine qualche periodo o qualche -parola colla matita che si picchiettava poi sui denti stretti con un -movimentino che pareva distrazione, ma che in lei caratterizzava il -massimo dell’occupazione del pensiero in qualche cosa. Le viole e il -biancospino odoravano forte sotto il calore del lume che li avvizziva; -in lontananza, nella campagna, un cane abbaiava con insistenza noiosa -e s’udiva fioco e continuo il gracidare delle rane. A lungo la testa -bionda giovanile rimase china sui libri e sui quaderni di appunti; a -lungo la lucernina diffuse luce e tepore nel silenzio che, inoltrando -la notte, pare addensarsi sempre più come un velario invisibile e -isolatore, intorno a chi veglia nelle case addormentate; Clotilde non -ebbe uno sbadiglio nè un atto di stanchezza. Quando guardò l’orologio -nascosto nella cintura, fece un atto incredulo di stupore. Erano le -tre. - -Possibile! le tre? quasi cinque ore di studio continuo sfumate in un -baleno! Era proprio una vera passione la sua, oh si! tanto forte da -raccogliervi intorno tutta la sua giovinezza rigogliosa, fiorita di -sogni. Sogni strani, d’una purezza immacolata, un po’ livida, un po’ -mesta, un po’ fredda, come ogni grandiosità: imprese, uomini, cose. -_Pace summa tenent_ era il motto che aveva scelto: pace, ma non quella -di morte! La morte essa l’avrebbe combattuta, accanitamente, con tutte -le forze del suo ingegno e della sua vita, l’avrebbe vinta, incatenata, -fugata sventolando il vessillo della scienza in cui credeva con la fede -ardente e cieca di una neofita; a cui benediva come ad un ideale di -verità e di bellezza; a cui tendeva le braccia come alla felicità. - -Forse l’avrebbe trovata, lei, la felicità. L’avrebbe trovata in quel -romitaggio splendido e austero dove sono così pochi gli eletti, così -pochi quelli che vi ascendono, molto amando! La gloria, una posizione -rispettabile, l’interesse materiale, ecco, — pensava Clotilde, — -l’esca di quasi tutti i giovani studenti di medicina; ed anche quelli -che hanno la vocazione vera, viva, sincera, sfrondano così presto i -loro begli entusiasmi! perdono così presto la loro fede gioconda! — -Ebbene, lei no: lo sentiva. Aveva un tesoro di volontà tenace e di -amorevolezza; queste doti eminentemente muliebri, che fanno le eroine. -Poi, la pietà. La pietà, la nota fondamentale del suo carattere, -affinantesi qualche volta morbosamente. Da bambina era svenuta vedendo -dei monelli tormentare un cagnolino cucciolo; e quando la nonna -portava, implacabile, al gatto la trappola che conteneva il topolino -smarrito e umiliato, c’era ogni volta una scena di singhiozzi e di -preghiere che lasciavano la bimba nervosa per tutta la giornata. Si -ricordava anche di aver vuotato tutto il contenuto del suo salvadenaro -nel grembiule di un manovale, per riscattare un passerotto intirizzito, -ed anche, lei, così mite e tranquilla, d’aver amministrato una buona -dose di scapaccioni al fratellino che strappava le ali a una farfalla -viva. Quando cominciò a frequentare la scuola e a formarsi la sua -piccola esperienza intorno alle ingiustizie e alle miserie della -vita, le generosità spontanee, le delicate abnegazioni divennero per -lei un’abitudine, una necessità. Compagne scusate e protette, merende -divise, compiti fatti di nascosto per qualche bambina poco intelligente -e volonterosa, regalucci, elemosine, e con tal frequenza che la nonna -aveva dovuto avvertir la maestra, poichè le bimbe più astute, con un -po’ di commedia, la svaligiavano. Una sera, in principio d’inverno, era -tornata a casa coi piedi nudi negli stivalini perchè aveva dato le sue -calze nuove di lana a una bambina che piangeva dal freddo ai piedi. -I suoi giocattoli, specialmente le bambole, andavano tutte, una dopo -l’altra, a consolare qualche dolore infantile, a rallegrare qualche -malatina, a far dimenticare qualche digiuno... pronta a pigliarsi poi -con filosofica rassegnazione i rabuffi della nonna ed anche qualche -correzione più spiccia dispensata dalle mani della vecchietta, niente -affatto entusiasta di quel lusso di filantropia. - -A nove anni suo padre la mise in collegio, e ne uscì a quindici con -tutti i primi premi per gli studi e per la buona condotta; lasciando -edificate dietro di sè maestre e compagne per la sua intelligenza viva, -la sua persistenza tenace nell’operosità, la dignità serena delle sue -maniere che le attiravano intorno una deferenza che pareva rispetto. -Una sol volta fu punita severamente, e fu per aver trasgredito l’ordine -assoluto di non salire a certe camerette dell’ultimo piano, dove stava -rinchiusa da anni una monaca pazza, «pazza per amore» bisbigliavano fra -loro in segreto le educande. Clotilde era salita da lei una volta, poi -due, poi dieci, poi aveva finito per visitarla regolarmente ogni giorno -in un momento o nell’altro, quando poteva sfuggire alla sorveglianza, -mettendo tutta la sua diplomazia e tutta la sua fredda volontà -in quella disobbedienza, dopo che si era accorta d’un lievissimo -miglioramento dell’infelice accarezzata dalle sue cure. Poi un bel -giorno costei le si era avvinghiata al collo, tempestandola di baci con -una furia così selvaggia, che la guardiana se ne spaventò e a scanso di -responsabilità avvertì la Direttrice. Clotilde non potè veder la pazza -mai più. Qualche tempo dopo, la monaca moriva. - -Rientrata in famiglia, fra sua nonna, suo padre, un militare in -ritiro, e suo fratello, la giovinetta andava dicendo di volersi far -suora di Carità. Ma la nonna, che odiava le romanticherie, fu la -prima ad opporsi con una risolutezza che le accendeva il desiderio -continuamente, più forse delle elette e spirituali figurine che vedeva -passare nei discorsi di suo padre, quando evocava con lei i suoi -ricordi di campo e di ospedale. L’attraeva il mistero gentile delle -bende, quel mistero in cui non raggia che un viso e un nome: un viso -sempre dolce, un nome soave che le fa migrare attraverso il mondo -invisibili e sconosciute come una falange di angeli custodi scendenti -dalle regioni in cui non c’è patria nè personalità. L’attraeva quella -gran pace attiva nell’oblìo e nel riposo e nell’ignoranza d’ogni -cosa, come se una blanda riviera letèa avesse dilagato sulle passioni -e sui ricordi della vecchia vita naufragata; l’attraeva sopratutto -l’abnegazione efficace, la carità feconda, la castità austera di quelle -esistenze. Ella, che sognava di avere le braccia della Provvidenza per -attirare e consolare tutti gl’infelici e i dolenti della terra, avrebbe -potuto finalmente profondere quel tesoro d’affetto e di pietà che le -si accumulava nel cuore. Oh esser utile e benefica! ardente e pia! Il -miraggio tranquillo di quella vita turbava i suoi sonni di vergine come -un desiderio d’amore. - -A deviare quella corrente che minacciava di portare serie burrasche in -famiglia, venne un vecchio medico, amico di casa, una simpatica figura -di patriota e di cavaliere, volta a volta brusco e cortese, un po’ -strambo anche, ma sempre ameno e arguto come un monello. - -— Ebbene, — aveva risposto alla ragazza che gli confidava i suoi -crucci; — ebbene, studia medicina. È press’a poco la stessa cosa, sai. -È un apostolato filantropico e consolatore come l’altro e d’una carità -più militante. Una donna vi può far miracoli. Prova. - -Ed avendo lei addotto timidamente la difficoltà degli studi, del -tirocinio, egli le rispose con uno sguardo ironico e una scrollata -di spalle: — Dell’ingegno e della volontà ne hai da dare a me; di -freddezza e di una certa disinvoltura spregiudicata e dignitosa non -devi difettare, se ti sentivi pronta a peregrinare per il mondo sola, -pronta ad assistere a tutte le miserie degli ospedali e dei tuguri. Fa -la medichessa. - -Questa volta Clotilde non aveva risposto nulla ed era rimasta un po’ -di tempo a guardar diritto dinanzi a sè co’ suoi occhi larghi e neri -che la miopia rendeva misteriosi. Forse si sarebbe limitata a pensarci -su, se un incidente non l’avesse decisa. Furono i pettegolezzi di -una vecchia serva. Essendo un giorno rimasta in casa sola con lei, -la donnicciuola incominciò non richiesta a narrarle molti particolari -della malattia che aveva spinto nel sepolcro la madre di Clotilde nel -fiore della giovinezza. Clotilde, a cui avevano lasciato credere che -il tifo l’avesse uccisa, seppe così che la mamma era morta dopo aver -sofferto lungamente, eroicamente, di un male interno, cancrenoso, che -nascondeva a tutti come una vergogna per non farsi curare da un uomo. -Quando se ne accorsero era già tardi e ancora nessuno potè vincere -quella ripugnanza invincibile, selvaggia. E il pudore la uccise. - -Clotilde a questa rivelazione rimase scossa rudemente, profondamente, -intensamente, e tutta la pietà del suo cuore si sollevò come di fronte -ad un’enorme ingiustizia. Una cosa orribile, inumana, il lento suicidio -pieno di spasimi di quella madre che voleva vivere, in lotta con la -donna che si lasciava morire avvolgendosi nell’ultimo velo della sua -castità. L’anima delicata della fanciulla vibrò dolorosamente, senza -che le lagrime o le convulsioni di compassione della sua infanzia -sensibile si rinnovassero in questa grande amarezza, nella più grande -compassione della sua vita. - -Rimase tre, quattro ore in camera, sola, in ginocchio dinanzi al -ritratto della sua morta senza pregare nè piangere, muta, intontita, -come se l’avessero appena portata al cimitero; rimase là con un un -gran peso sul cuore, e nel cervello una fissazione sottile, acuta, -insopportabile. Sua madre avrebbe potuto non morire dunque! Bastavano -due mani bianche e una dolce voce femminile sul suo letto di dolore, -nient’altro... E il mal di cuore non tormenterebbe il babbo incanutito -innanzi tempo, e lei avrebbe veduto vivi, animati, per la casa quel -sorriso e quello sguardo che erano un compendio di tenerezze e che -oramai non ricordava che immobili così... - -Quando si risollevò, la sua decisione era presa. Studierebbe medicina. -La mamma, Dio, glielo suggerivano, glielo imponevano come un dovere, -come una missione. Era una specie di rivendicazione del suo cordoglio, -una vendetta spirituale contro la morte, cui avrebbe tolto cento altre -madri se le aveva rapita la sua. Il babbo la appoggiò e la nonna non -osava opporsi troppo, pensando forse che era meno male medichessa -che suora di Carità, o meglio, sperando che la via lunga e ardua la -stancherebbe. Ma ciò non fu. Tutta la forte volontà, la prontezza -dell’ingegno, la memoria viva, l’elasticità della fibra, tutta la -ricchezza dei suoi quindici anni la fanciulla donò alla sua idea. Lo -studio divenne la sua distrazione, il suo rifugio, il suo conforto, -la sua dolcezza. Quando il babbo, che languiva, si spense, dopo le -prime giornate di desolazione, Clotilde si rimise allo studio con più -ardore, domandandogli l’oblìo come ad un’ebbrezza; e sovente, nelle -ore che le ravvivavano il ricordo della sventura sofferta, le accadeva -di reclinare la fronte con un lieve singhiozzare su qualche grosso -trattato di Patologia che rimaneva aperto sotto quella testa bionda -come per accogliere il suo dolore. - -Così fece tutti i corsi insieme agli studenti, ed ogni esame era -per lei un trionfo. Riservata, semplice, modesta, i professori la -preferivano francamente, e nessuno dei suoi compagni pensava a serbarle -rancore, anzi pareva che cercassero anche loro di favorirla; forse -per quel tal sentimento quasi di protezione cavalleresca che nasce -dall’affratellarsi dei due sessi nella medesima scuola. Le altre -studentesse erano meno indulgenti; ma poi Clotilde non si poteva dir -bella e si vestiva e si pettinava così dimessamente che pareva lo -facesse apposta per non dar nell’occhio, quindi in grazia di ciò, molto -del suo talento le veniva perdonato. - -Entrata all’Università, le opposizioni della nonna ricominciarono. -Clotilde, che non poteva contare sull’unico appoggio rimastole, -quello del fratello, un egoista inutile, assorto sempre nelle sue -visioni di gloria, si limitò a tener sodo senza difendersi; e questa -resistenza silente e tenace irritava la vecchietta già inasprita dalla -sventura. Se avesse usato un pizzico di diplomazia, l’urto sarebbe -stato attenuato; ma la fanciulla era troppo franca, troppo fiera per -fingere o anche solamente esagerare una sommessione affettuosa che -avrebbe rasentato l’ipocrisia. Tutte le tenerezze della nonna erano -per Roberto, ella lo sapeva bene, nè se ne lagnava per una gran dose -d’alterezza e di filosofia, forse anche per un fondo d’indifferenza -ch’era nel suo carattere. E non le aveva mancato di rispetto mai: nè -con un atto, nè con una parola. - -Eppure la nonna, con quella minuta e fredda crudeltà che hanno talora -i vecchi, non lasciava di stuzzicarla e di mettere a prova la sua -fermezza, affidandole mille faccenduole da sbrigare, o noiosi lavori -d’ago che le rubavano quasi tutte le sue ore di riposo ed anche -qualcuna di studio. Clotilde tranquillamente si rifaceva vegliando. -E la signora Rita, che non sapeva come fare a pigliarsela, si sfogava -coi vicini, atteggiandosi a vittima di quella stramba ragazza che si -impuntava a correr su e giù in tram dall’Università alla villetta e -viceversa, mentre avrebbe potuto viver agiata e tranquilla fra il suo -telaio di ricamo e i suoi fiori aspettando un marito, qualche buon -giovine assennato e danaroso che certo non le sarebbe mancato. Ma -così! chi doveva aver coraggio di avvicinarla? Una ragazza che studia -medicina! che deve veder tutto e saper tutto... Uno scandalo, uno spino -continuo, il cruccio della sua vecchiaia. E i vicini compiangevano in -coro. - -Clotilde si spogliava nell’intimità della sua camera. Aveva spento la -lucerna e acceso la candela sul tavolino da notte; la sua ombra sulla -parete volteggiava lieve ed enorme. Che giornata faticosa! E quelle -ore, là al teatro anatomico con quell’odore... E poi alla clinica -quel bambino che urlava e quella madre così pallida e il professore -che non finiva più di dimostrare, di spiegare... Ebbe ancora un -brivido, ripensando quella scena che aveva scosso così rudemente, -così dolorosamente la sua sensibilità femminile; e un vago sgomento le -stringeva il cuore, pensando alla lunga serie di miserie, di strazi, -a cui avrebbe dovuto ancora passar in mezzo, ancora e sempre, tutta -la vita, come in una corsia infinita d’ospedale; cloroformizzandosi -spiritualmente per non turbare con le sue sensazioni l’opera della -scienza; scacciando le emozioni come un egoismo, la compassione come -una crudeltà. - -Era rimasta con la sottanina breve di flanella a righe azzurre e -bianche e con la sottovita di maglia grigia. Si spettinava, e così -con le braccia levate in un atteggiamento grazioso di sirena o di -dea, tutte le forme opulente del suo bel corpo sbocciavano. Il nodo -dei suoi capelli era fermato da uno spillo d’argento, una specie di -pugnaletto donatole da suo fratello che vi aveva fatto incidere su un -motto cavalleresco: «_Non ti fidar di me se il cor ti manca._» Levato -lo spillo, il torciglione si allentò mollemente ed ella con una mossa -del capo lo fece ricascare sulle spalle allargandolo con le dita, -sciorinandolo prima di farsi la treccia per la notte. I suoi capelli -non erano lunghi, ma fini, abbondanti, ondulati e d’un bel castano che -al sole s’indorava. - -..... Oh le povere piccole membra contratte dallo spasimo...! oh il -martirio intimo, muto di quella madre, e la voce del professore così -calma...! e le sue dita così rapide e sicure quando avevano guidato il -piccolo bisturi....! Quella visione d’angoscia non le si levava dalla -mente. Anche la Ginoli, l’altra studentessa, era assai pallida: gli -assistenti si affollavano, come se la curiosità vincesse la pietà. Ma -non era curiosità soltanto, lo sapeva... Qualche profilo caratteristico -o amico le si delineò nella mente: Santarelli biondo e scialbo col suo -collo d’oca; il testone d’Embrici così timido e goffo, martire dello -studio e dei compagni; Altarini, un saccentuzzo dalla voce stridula -che soverchiava sempre; il bel Raimondi, che faceva perder la testa -alla Ginoli; Serralta, detto il gobbino per la sua imperfezione che -gli valeva qualche riguardo dai compagni, i motteggi della Ginoli e -la compassione di Clotilde che si sapeva adorata in segreto da lui. -Un viso da scimmia quello di Serralta, dai lineamenti continuamente -in moto per una specie di tic nervoso, dagli occhietti maligni che si -illanguidivano incontrando quelli della fanciulla, che col suo contegno -severo non aveva mai incoraggiato quell’amore. - -Finì di spogliarsi in fretta e si cacciò fra le lenzuola candide e -ruvide del suo letto duro. Ma non aveva sonno. La stanchezza e la -veglia, che per solito la facevano cader giù addormentata come un -masso, quella notte la tenevano desta in una lieve eccitazione di nervi -tormentosa e dolce. Le pareva che una forza invincibile la obbligasse -a tener gli occhi sbarrati e la fantasia in azione. Tutte le sue fibre -vibravano, e nella sua mente era una ridda faticosissima d’immagini, -di pensieri, di formule, di nomi tecnici, di visioni... Quel piccolo -paziente e quella madre...! Clotilde non sapeva spiegarsi come mai -quell’episodio le fosse rimasto impresso così vivamente nel cervello, -mentre non ne aveva risentito sul momento una scossa esagerata. Non -sapeva come mai quel quadro penoso, sopito nel resto del giorno, -giganteggiasse ora nella solitudine della sua stanza così paurosamente -da diventare un incubo. - -Seduta sul letto, con le braccia in croce contro il largo scollo della -camicia che le scivolava dalle spalle, vagava con gli occhi spalancati -negli angoli bui e cheti della sua stanza dove tutto pareva dormire: i -libri ammassati sul tavolino, i mobili ordinati, la lucernina spenta, -i suoi abiti ricascanti su una sedia in atteggiamento di abbandono, -perfino uno de’ suoi stivalini rovesciato per terra. E le bianche -tende, lievi e alte come ali, scendevano come per proteggere il sonno -di tutta quella cameretta innocente. Ma lei no, non dormiva; e la -candela accesa sul tavolino da notte, che dava delle luminosità auree -alla treccia molle e cadente de’ suoi capelli, delle morbidezze alla -nudità delle sue braccia e del suo collo torniti, dei candori languidi -alle coltri e ai guanciali, pareva vegliare anche lei, maliziosamente. - -Poi, Clotilde lasciò ricascare la testa e le braccia sulle ginocchia -piegate e si mise a piangere silenziosamente, senza perchè, senza -motivo, così, per tristezza, per la gran tristezza arida della sua -vita che minacciava di atrofizzare il suo cuore; per le scene lugubri -che riempivano quelle ridenti giornate primaverili, giovani come lei; -per quell’atmosfera sinistra d’ospedale e di morte, da cui si sentiva -penetrare ogni giorno più, paurosamente. Intanto quelle lagrime le -rilasciavano i nervi, le facevano bene, ed essa lo sapeva e ne provava -un sollievo sempre più dolce, poichè attraverso alle lagrime che -empivano le sue palpebre chiuse, su quel fondo di malinconia stanca, -una figura virile andava delineandosi, nascondendo gradatamente orrori -e tristezze, fondendo la sua angoscia lugubre in una soavità delicata -e tranquilla che era quasi una gioia. Come l’aveva guardata quella -mattina!...... Strano quello sguardo, che pareva una impertinenza -ed era un’ingenuità. E quel sorriso muto, quando le aveva nascosto -tra un libro il ramoscello di biancospino... E quell’atto sgarbato -accompagnato da una parola che pareva una carezza... e quel saluto -lungo, esitante, scorato; e quella voce armoniosa piena d’impazienze -e di tenerezze. Quanti tesori da contare quel giorno e quanti forse -anche per il giorno dopo, ancora e sempre, tutti i giorni, fino alla -morte, fino all’eternità. Tutti i giorni così, una o due ore con lui, -liberi, tranquilli, senza desiderare di più, senza sperare di più. -Sorrise da sè col capo nascosto, poi si lasciò andare all’indietro -sui cuscini, coll’anima alleggerita, la mente riposata in quell’unico -pensiero blando. Il biancospino e le mammole, invisibili nell’ombra, -dal loro vasetto sul tavolino effondevano una fragranza lieve nella -camera chiusa. Clotilde la sentiva aleggiare su lei, come se tutti -gli spiriti della primavera avessero invaso la sua camera per calmare -i suoi tumulti e cullare il suo sonno con l’emanazione di tutti gli -amori della natura. E si addormentò, con la candela accesa, la testa -rovesciata da un lato, le dita intrecciate al cordoncino d’oro che le -scendeva dal collo fra le pieghe della camicia. S’addormentò, ed ebbe -un sogno d’amore tutto fiorito di mammole. - - * - * * - -Contro il solito, Roberto scese quella mattina prima di Clotilde e uscì -in giardino a passi lenti, cogli occhi stretti in aria meditabonda, -la sigaretta fra le labbra, il ciuffo biondo de’ suoi bei capelli -più scompigliato che mai. Andò a sedersi sul sedile di ferro fra il -gruppo dei sicomori ancora sfrondati, ma già tutti ricchi di gemme e -di bocciuoli. Ogni immobilità rigida e muta dell’aria, delle piante, -della materia, pareva animarsi all’alito della primavera come al fiato -di Dio. La nova stagione sorrideva tra timida e ardita, tutta grazie -selvaggie, gentili sorprese, contraddizioni e stonature adorabili: -come un adolescente. Dai rami secchi della siepe, ancora stecchita -nel sonno invernale, sbocciavano fitti ed innocenti i fiori di -biancospino; sotto il seccume antico dell’autunno odoravano invisibili -e tepide le mammole; i grappoli della glicine ricascavano sul muro -nudo della villetta fra le due ramificazioni spoglie e nodose. Roberto -fissava, con la mente lontana, una finestra spalancata, che la glicine -inghirlandava e in cui si gonfiavano alla brezza, come vele, le tende -bianche, leggiere. - -Clotilde apparve sulla soglia della saletta d’ingresso con un libro -sotto l’ascella, abbottonandosi un guanto. Ma Roberto non la vide, o -finse di non vederla, se non quando gli passò vicino. - -— Che miracolo... — disse lei. - -— Miracoli della primavera, — rispose Roberto con un accento ispirato; -ed essendogli caduto ai piedi il lapis di Clotilde, lo raccolse e -glielo rese. — C’è da sperare che ne faccia un altro, — aggiunse dopo -un’occhiata esaminatrice; — quello di farti smettere quel cencio di -vestito che fa orrore. - -Ella si guardò, indifferente, una manica: — È poi così orribile? Io -non me ne accorgo; non ci sono macchie, quindi..... Povero Roberto! -— continuò sorridendo. — E dire che ti piacerebbe avere una sorella -elegante che sfoggiasse abiti ogni settimana... - -— Dallo sfoggio alla miseria c’è tutta una sfumatura, — riprese lui, -piccato. — Questa tua fissazione del nero, con quelle pieghe diritte -come quelle delle monache, con quell’eterna cintura di nastro; quel -cappellino che vorrebbe aver un’aria maschile, quella giacchetta che ti -vedo da tre anni... andranno benissimo, non lo nego, per affermare le -tue idee d’emancipazione, ma danno anche il diritto di deplorarle e la -forza di bandire una crociata contro di voi, rinnegatrici d’ogni grazia -e d’ogni gentilezza, refrattarie a ogni seduzione... profanatrici -dell’eterno femminino... - -Clotilde lo affisò, incerta se scherzasse o se parlasse sul serio; ma -Roberto non sorrideva, non scherzava. Gli era rimasto, solo, sul volto -un’ombra dell’intima compiacenza per aver trovato quelle belle frasi -d’oratore. Però seguì su un tono meno aspro: - -— Voi donne possedete sole il segreto delle raffinatezze delicate, -delle sfumature indefinibili, delle armonìe indistinte, di tutte le -finezze, di tutte le fragranze sottili, di tutte le cose immateriali -e colorite e luminose che adornano il mondo. È come una grande -volatilizzazione della bellezza che le donne fanno fluttuare su di noi, -inafferabile, divina, inebriante, di cui esultiamo ignoranti e felici -come i fanciulli che non sanno il perchè delle cose. Se rinunziate o -sdegnate questa vostra missione stupenda, chi vi sostituirà? Che sarà -del mondo? che sarà di noi? che sarà di voi, che perderete tutto il -vostro fascino di delicatezza e di leggiadria, senza poter uguagliarci -mai in quella forza, che a torto o a ragione ci rende alteri? - -Clotilde non amava le discussioni. Le scansava. Con suo fratello sapeva -poi che non poteva ingolfarvisi senza che uno dei due ne uscisse ferito -sul serio. Egli era troppo innamorato di parvenze, lei della verità. - -Rimase a capo chino, guardando il libro nell’attitudine d’una -colpevole. Roberto aveva rimesso tra le labbra la sigaretta e mandava -fuori in silenzio le nuvolette di fumo: — Via, — aggiunse sempre più -dolcemente, — un po’ di rosa, un po’ di viola, un po’ di fiori, un po’ -di primavera su quel vestito! - -Clotilde posò il libro sul sedile e s’inginocchiò per terra. — Ecco, -— mormorò affondando la mano nel muschio umido e tepido fra cui -spuntavano mammole, — ecco la primavera! — E si infilò le violette in -quell’eterna cintura di nastro nero che si vedeva fra la giacchettina -aperta. - -Un trotto cadenzato sulla via maestra la fece balzare. — Il _tram_, — -disse, — bisogna spicciarsi; se no rischio di rimanere a piedi; addio! -— E si mise a correre col suo libro verso il cancello nel lume biondo -del sole mattutino, pronta e gaia al principio della sua giornata -faticosa, mentre Roberto sul sedile, avvolto nella frescura profumata, -vagava con la fantasia intorno a visioni di bellezza e a rime d’amore. - - * - * * - -Si salutarono con un sorriso e cogli occhi radiosi per la gioia dolce -sempre rinnovellata di quel primo vedersi. Egli, al solito, le prese il -libro, la aiutò a salire sul _tram_, le fece posto accanto a sè sulla -panchina in silenzio. Pareva ormai una cosa convenuta, e per una specie -di tacito accordo o di complicità indulgente, quel posto rimaneva -vuoto finchè ella saliva, oppure chi lo occupava se ne ritraeva subito -premurosamente. E Clotilde non ne rimaneva imbarazzata e lui neppure, -tanta schiettezza mettevano in quel sentimento che li avvinceva; un -po’ più dell’amicizia, un po’ meno dell’amore. Da un anno continuavano -a incontrarsi così tutti i giorni, i giovani, in quella breve gita -mattutina, da quando lui era andato ad abitare una casetta fuori di -porta per consiglio dei medici, che avevano raccomandato a sua madre -l’aria libera della campagna per quel figliuolo, l’ultimo dei cinque -che la tisi aveva spazzato via. - -Aroldo dava lezioni di musica; quindi ogni mattina era obbligato a -scendere in città come Clotilde. Questa abitudine comune li aveva -affratellati, poi era divenuta un sollievo per entrambi, poi una festa. -Aroldo saliva alla stazione del _tram_, che era a due passi da casa -sua, e dopo un mezzo chilometro saliva anche la fanciulla che attendeva -il passaggio del carrozzone fuori dal cancello bianco del piccolo -giardino. Quei due chilometri all’aria viva e fresca su quella panchina -di tram, fra un chiacchiericcio animato, le risa, le discussioni gaie, -le canzonature, sfumavano in un baleno; pure essi ne attingevano una -forza insperata per le fatiche della loro giornata operosa: una specie -di elasticità gioconda, che alleggeriva a lui la monotonia triste -delle lezioni, a lei l’oppressione cupa dell’ospedale. Qualche volta -i loro bisticci erano così ameni e le loro risate così spontanee che -gli altri si voltavano a guardarli e sorridevano. Del resto, non erano -numerosi i loro compagni di viaggio e sempre gli stessi: la serva del -parroco col cesto delle spese; due scolaretti di ginnasio; una ragazza -pallida e melanconica collo scialletto tirato sugli occhi, che andava a -lavorare a giornata; il portalettere, un magrolino che aveva l’argento -vivo addosso; un vecchione sonnacchioso; una lattivendola. Tutta gente -che parlava poco, meno il portalettere che sfogava la sua parlantina -toscana coi conduttori del _tram_. Entrati in città, al primo -crocicchio, Clotilde e Aroldo facevano fermare e si lasciavano quasi -senza salutarsi, in un’ultima risata, scendendo uno di qua l’altro di -là, come se scappassero e senza voltarsi indietro. Lei svoltava subito -nel vicolo che fiancheggiava l’Università; lui infilava i portici ampi, -lucenti di marmi e di vetrine. - -— Come stanno i suoi malati? chiese Aroldo, appena Clotilde si fu -seduta, colorita e palpitante ancora per la corsa. - -— Non mi faccia arrabbiare; oggi non ne ho voglia.... - -— Come me, dunque! Queste prime giornate di primavera mi mettono -un’uggia addosso, inesplicabile; le lezioni mi diventano un -supplizio... Se sapesse quante volte al giorno mando al diavolo -scolari, musica, compositori, istrumenti, perfino Guido d’Arezzo... -anzi, prima di tutti lui... - -Clotilde rise. - -— Sì; è una miseria, — disse poi, — questa svogliatezza e questa -tentazione di vagabondaggio in primavera. Almeno piovesse; i nervi sono -più tranquilli.... - -— I nervi? — ripetè ironicamente Aroldo; — lei non ha diritto -di parlare di nervi sensibili.... con quei suoi bei studi.... -ricostituenti.... - -— Già, — ribattè Clotilde con flemma incrociando le braccia; — ha -ragione. - -— Meno male! I nervi? oh! come una damina fragile, lei che deve essere -corazzata contro tutte le debolezze.... - -— Ha ragione. - -— Lei che adesso con tutta disinvoltura va ad analizzare freddamente -tante sofferenze.... a dar dei nomi tecnici al dolore.... ad insozzarsi -in un carnaio.... - -— No, il rispetto almeno! — interruppe lei, seria, posandogli una mano -sul braccio. — È il mio pudore, la mia sensibilità.... - -Aroldo si tirò il cappello sugli occhi e seguitò a guardare contro il -sole che gli coloriva il volto sbiancato. Le siepi che fiancheggiavano -la strada luccicavano di rugiada e in un orto al di là era tutta una -fioritura bianca e rosea, tenue, ridente sulla sfumatura cerulea -del mattino come un bosco incantato, come un fantasioso sogno di -redenzione. - -— Ma sa che lei è un miracolo? — esclamò a bruciapelo lui, rimandandosi -indietro il cappello sino a metà del capo. E siccome Clotilde lo -guardava tranquillamente coi suoi occhi miopi, velati, sibillini, senza -parlare, egli proseguì brutalmente: — Un miracolo.... un mistero.... -non so.... qualche cosa di strano insomma. Alle volte lei è di -ghiaccio, altre volte ha certe risposte che ammutoliscono.... E tutto -ciò senza una parola inutile, con un laconismo terribile e, scusi, non -femminile.... Dopo tanto tempo che ci troviamo insieme ogni giorno, non -so ancora nulla di lei, io.... di lei non ho colto nè un’impressione, -nè un sentimento, nè un’emozione.... Vuol che le dica che questa -freddezza feroce... romana.... mi fa quasi paura? - -— Mi onora troppo, — balbettò Clotilde arrossendo e celiando con un -po’ d’imbarazzo. E cacciò le mani nelle tasche della giacchettina -nervosamente, mentre ripigliava guardando dritta innanzi a sè nella -strada bianca fra il verde tenero, rado, della vegetazione novella. -— Ma chi le prova che io sia... quello che mi crede?.... Non mi -piace parlare di me, ecco tutto, nè con lei, nè con nessuno. Tengo -a rimpicciolire la mia personalità più che posso, per tentare di -convincere le persone che amo, della verità, della serietà, sopratutto, -della mia vocazione.... - -Aroldo corrugò le sopracciglia con un’espressione di dolore e fece un -gesto come per parlare. Ma lei non gliene lasciò il tempo: - -— Ci sono dei ragazzi forti, dei giovinotti spregiudicati, perfino -dei vecchi medici, che soffrono di tutta quella miseria; non ne -dovrei soffrir io, donna? Sarebbe una mostruosità. Oh se ho sofferto! -orribilmente, atrocemente... tanto più che erano obbligata a -nascondere i miei terrori che avrebbero dato ragione a quelli che mi -contrariavano... Quante notti senza dormire, tutte piene di incubi -sanguinosi...! Quante giornate piene di nausea, di tetraggine...! Ma la -notte sopratutto, oh la notte era orribile... E qualche volta ancora... -sebbene siano due anni che vado al teatro anatomico... Ma non mi ci -avvezzerò mai, temo... - -Aroldo si lisciava la barba breve, biondiccia, ricciuta, fissandosi -le punte dei piedi. Clotilde parlava sommessa e con uno sforzo palese, -arrossendo e impallidendo. Qualcuno de’ loro compagni di viaggio s’era -voltato a guardarli, con una certa aria meravigliata per la apparente -serietà dei loro discorsi di quella mattina. Negli occhi della -ragazza malinconica passava qualche lampo d’invidia, e la serva e la -lattivendola avevano scambiato una parola all’orecchio e un sorriso. - -— Eppure ho sempre vinto ogni ripugnanza, ogni debolezza... Ah, quando -si vuole proprio! Neanche uno svenimento, sa? La Ginoli ha durato -otto giorni a svenire... le bastava vedere la tavola di marmo... E gli -studenti anche non scherzano... Ogni volta bisogna accompagnarne fuori -uno. Ma io mai. Pure mi venivano i sudori freddi... - -Aroldo, immobile, a occhi bassi, taceva. - -— Gli è che, — continuò Clotilde, — a me accade una cosa strana. -Quando risento un’impressione violenta, non è mai sul momento che mi -accorgo di provarla, è sempre, dopo. Sul momento una forza insperata -m’irrigidisce; ma il contraccolpo mi accascia. Durante le prime lezioni -clinico-chirurgiche o le sezioni, mi serbavo fredda e tranquilla; alla -notte battevo i denti dal terrore e ne avevo la febbre... - -Aroldo appoggiò le mani e la fronte al pomo del suo bastoncino d’ebano. - -— E la prova più rude, chi lo crederebbe?, non è per me l’anfiteatro. -È la visita che faccio nella infermeria dei bambini. Tutti quei poveri -corpicini travagliati, addolorati, straziati, quegli occhietti che -supplicano un sollievo, che non sempre possiamo dare, quelle vocine che -non sanno esprimere, se non piangendo le loro sofferenze e che sembrano -ribellarsi al loro male come ad una crudeltà, a un’ingiustizia... -che non vedono nel medico che un nemico barbaro e nei rimedi che un -tormento... mi fanno l’anima così triste ed oppressa che qualche volta -mi par d’impazzire d’ipocondria... Eppure è per loro che lotto... per -loro che voglio vincere... a loro che sacrifico senza esitare tutti i -sorrisi della vita... e non ho che ventiquattro anni.... - -Aroldo le afferrò il polso così improvvisamente e così forte da farla -trasalire. I suoi occhi lampeggiavano; i suoi occhi belli e strani che -avevano languori e tempeste inattesi. - -— No! no! — esclamò sottovoce, concitato: - -— No! — E la fissò negli occhi senza lasciarla, con un’espressione di -sfida, che ella sostenne arditamente, ancora tutta rosea nel volto del -suo entusiasmo di carità. - -La ragazza malinconica si voltò un poco sgomenta e il vecchione -sonnacchioso, che dondolava il capo sul petto, aperse due occhietti -imbambolati. Aroldo le lasciò il braccio per nascondersi il volto. - -— Non mi parli più di queste cose — pregò prostrato, vinto. - -Il sole all’Est li colpiva in pieno corpo e intiepidiva i loro -abiti. Le violette, alla cintura di Clotilde, odorando acutamente, -s’appassivano. - - * - * * - -Il giorno dopo, lei affettò un po’ di sussiego, lui una disinvoltura -esagerata. Aveva una parlantina facile, briosa, un’aria birichina e -tanta comicità nei suoi atti, che Clotilde dovette finire per riderne -schiettamente. Aroldo contraffaceva una sua scolara, la contessina -sentimentale che da tre mesi rodeva un notturno di Chopin senza -riuscire a far capire che cosa suonasse, neanche approssimativamente. - -— ..... allora si dispera, — continuava imitandone le pose languide. -«Ah, professore..... non lo imparerò mai questo notturno indiavolato... -e dire che lo _sento_ tanto.....» Ed io: «Coraggio... studî... -riuscirà...» Ma questa è la risposta delle giornate buone. Quando poi -ho la luna di traverso le rispondo brusco brusco: «Signorina bisogna -decidersi, o avanti o indietro; lei non riuscirà che a farmi odiare -Chopin a questo modo...» Proprio così, sa? - -— E quella povera signorina allora? - -— La signorina piange invariabilmente. E alla prossima lezione, trovo -invariabilmente la contessa madre in salotto, sola, con una cera tra -il gendarme e la vittima, che mi prega di mettere un po’ di zucchero -nelle mie correzioni, perchè Maria è d’una sensibilità così eccessiva, -così nervosa, che finirebbe per ammalarsi davvero... Uh, quelle -mamme...! Sono il mio spauracchio le mamme, lo crede?... Vi appostano, -vi assaltano, vi circondano per farvi subire interrogatorî senza fine, -e domande suggestive e cortesie insidiose, e tutti i loro pettegolezzi -e i loro apprezzamenti e le loro confidenze; vi mischiano ai loro -puntigli, alle loro gelosiole, alle loro vendette... vi compromettono, -vi tirano in ballo con un accanimento e una ferocia così sbalorditoia -che non c’è forza umana capace di resistere... Altro che sabba -Romantico!... - -Clotilde rideva col gomito sul ginocchio e il mento nella mano. Gli -scolaretti, che avevano udito, volgevano altrove la faccia per ridere -anche loro. Aroldo li fece osservare alla fanciulla. - -— Lei finirà per compromettersi coi suoi sfoghi, — gli disse Clotilde -ridivenuta seria. Egli fece un moto di noncuranza. - -— Già, un giorno o l’altro ho fede di smettere questa vitaccia da -cani... Potessi solamente trovare il modo di far rappresentare la mia -opera... ah! — E giunse le mani lanciando in un sospiro quel desiderio -e quella speranza che erano l’aspirazione della sua vita. - -— Io ci credo; ci creda anche lei, — sussurrò Clotilde con quella -intonazione franca e sicura della sua voce che, unita allo sguardo -velato de’ suoi occhi, faceva delle cose ch’essa diceva una specie -d’oracolo: — La fede smuove le montagne.... - -— Sì, ma gli impresarî e gli editori sono peggio delle montagne! — -ribattè lui con una serietà comica e desolata. — Intanto lavoro — -aggiunge dopo un momento; — lavoro con un accanimento che dispera -la mamma. Ma come fare?... ho tanta roba qui..... in testa, che mi -opprime; che mi canta, che mi assorda, che frulla per sprigionarsi, per -pigliare il volo..... Ed io m’affretto, m’affretto come se avessi paura -di non arrivare in tempo a cantar tutti i canti che mi fluiscono dal -cervello. L’ora fugge... bisogna spicciarsi a raccogliere la mèsse... -perchè l’avvenire è lungo... è breve... chi sà...? - -Clotilde ebbe un brivido sottile, doloroso. Aroldo teneva le mani senza -guanti aperte sulle ginocchia, due mani scarne, giallastre, uh po’ -adunche. Ella ne vedeva tutti i giorni di quelle mani all’ospedale... - -— Forse è un avvertimento, — continuò lui, quasi serenamente. — I -miei fratelli, quattro, sono morti tisici come il povero babbo. Il più -giovine aveva diciotto anni, il maggiore è vissuto fino a trenta. Io -ora ne ho ventisei. Ancora quattro anni, forse... - -— Ma non dica così! — esclamò Clotilde con la voce tremante. — Non sa -che questo pensiero solo basta ad uccidere? - -Aroldo la fissò con rapida intensità; e negli occhi, parlando di morte, -gli raggiò la vita poichè l’anima della fanciulla in quell’attimo era -riflessa dal volto. La pietà l’aveva tradita... - - * - * * - -Erano tutti in giardino dopo il desinare. Tutti, anche la famigliuola -dell’avvocato Dardanelli, che veniva spesso, da buon vicino, a bere -il caffè con la signora Rita. La vecchina seduta sul sedile di ferro -fra i sicomori oramai tutti in fiore, metteva la quarta pallottola -di zucchero nella sua tazza con le piccole mani scarne e tremolanti -ascoltando la moglie dell’avvocato, la bella signora Giulia, che -le parlava in fretta con la sua voce grossa e sgradevole. Roberto -passeggiava fumando nel viale più appartato; Dardanelli, al solito, -guardava avidamente Clotilde che chiassava coi bambini. - -— E lei non viene a prendere il caffè? — le chiese, andandole incontro -col viso rosso e gli occhi lustri, sbuffante ed eccitato dalla -digestione. - -— Sì, sì, — gli rispose la ragazza soffermandosi ridente, gaia, a -braccia alzate per rafforzarsi il nodo de’ capelli con lo spillo -d’argento, mentre i fanciulli le davano ancora delle strappatine -provocanti al vestito, scappando. - -— Fermi, monelli! — urlò l’avvocato facendo gli occhiacci e -accostandosi sempre più a lei. Clotilde fioriva in quella tinta strana -e calda d’un tramonto nubiloso. I suoi capelli scompigliati, sfuggenti, -parevano oro fulvo; il volto quasi sempre sbiancato era tutto roseo, -gli occhi ancora tutti pieni del riso di quell’ora di spensieratezza -obliosa. - -— Che cos’ha? un pugnale fra i capelli? — E le mani di Dardanelli la -sfioravano. - -— Sì, — rispose Clotilde, secca, scansandosi. - -— Serve anche quello per i suoi studi di medicina? — chiese ancora -l’avvocato, ridendo scioccamente. - -— Potrebbe guarire anche questo... — ribattè pronta la giovinetta con -la sua voce sicura e il suo sguardo misterioso. - -Sedette su uno sgabello rustico vicino alla signora Dardanelli, che -le sorrise. Ella aveva molta simpatia per la fanciulla e non si era -mai accorta delle intenzioni poco oneste di suo marito, che credeva -volesse bene a Clotilde come ad una figliuola. La signora Giulia -fra i lillà fioriti pareva una Flora, una di quelle Flore formose e -grossolane che servono qualche volta per ornamento dei giardini. Aveva -i lineamenti regolari, la bocca ombrata da una lanugine bruna, gli -occhi neri di taglio perfetto, ma sempre spalancati in un’espressione -di meraviglia sotto l’arruffio di riccioli neri sfuggenti di sotto -al _foulard_ rosso, annodato elegantemente sul capo come una cuffia. -Quel fazzoletto, i cerchiellini d’oro alle orecchie e l’abito bianco -s’addicevano assai al suo genere di bellezza forte, meridionale. - -Clotilde aveva appena appressato la tazza alle labbra, che la Rachelina -le irruppe addosso strillando perchè era inseguita dal fratellino. -Ell’ebbe appena il tempo di salvare la tazza dal naufragio e accolse la -bimba sulle ginocchia. - -— Lascialo venire, ci difenderemo! E si difesero infatti con molta -agilità e molta gaiezza dagli assalti bruschi di Nello, che si vendicò -della sua disfatta contro un formicaio. - -La fanciulla teneva la testa della bambina appoggiata contro il -seno rigoglioso, amorosamente, e Rachelina si abbandonava tutta, con -quell’aria di riposo fidente che prendono i bambini fra le braccia di -chi li ama assai. - -— Sei proprio nata per i ragazzi tu, — osservò la signora Giulia. - -— Per quelli degli altri... — aggiunse pungente la nonna. - -— Ci sono tanti bambini senza mamma, ci sarà una mamma senza figliuoli, -— rispose subito Clotilde, dolce, risoluta. - -La signora Dardanelli, vedendo che la nonna faceva il viso arcigno, -credette di sviare la tempesta chiedendo alla ragazza se non le pareva -che Rachelina avesse l’aria abbattuta da qualche tempo. Clotilde rialzò -il viso della bambina e le esaminò gli occhi, le gengive, le labbra. - -— È anemìa incipiente — rispose. — Bisogna consultare il medico per -qualche ricostituente. - -La vecchietta si sfogò con una risatina ironica. - -— Ma e tu che sei una medichessa? Fa dunque una ricetta, da brava! Dì -dunque qualche altra bella parolona.... _Anemìa_.... _incipiente_.... -somiglia a un arnese di cucina.... Saranno vermi, dia retta a me, -Giulia, un po’ di santonina o di calomelano e la bimba è bell’e -guarita.... - -— No, no, — ribattè Clotilde con forza; — sarebbe una scimunitaggine. - -— Che? — gridò la signora Rita; — scimunita a me? Vergogna! Come -vuoi che faccia a stimare la tua scienza se non t’insegna neanche a -rispettare i vecchi? Già tu non hai un briciolo di cuore, nè per i -tuoi, nè per nessuno... sei una saccentuzza arrogante, un’egoista di -prima riga... — Clotilde pigliò in collo la bimba e fece per andarsene. - -— Va, va a stuzzicare anche tuo fratello ora! — le strillò dietro la -vecchietta in collera, vedendola avviarsi verso il viale che Roberto -misurava in su e in giù, fumando. — Almeno lui lascia in pace! rispetta -almeno quel povero martire che si scervella per qualche cosa di bello e -di buono.... - -La ragazza sorrise sarcasticamente e si diresse verso il cancello -d’uscita, perseguitata dalla voce stizzosa della nonna, che finiva il -suo sfogo con la signora Giulia. Sedette sul muricciuolo di pietra, -al di fuori, stringendosi sempre alla bambina, ricacciando con sforzi -inauditi le lagrime che le empivano gli occhi accecandola. Ecco -la giustizia del mondo! Lei era una creatura indegna, senza cuore, -una saccente boriosa, disutile e infingarda; e Roberto un martire -glorioso, lui, che trascinava le giornate intere fra il fumo delle -sigarette e le fantasticherie per concludere con qualche sguaiato verso -d’amore, o qualche veemente tirata contro tutto e contro tutti, senza -che si sapesse troppo bene il perchè, senza che lo sapesse neanche -lui.... Roberto, che con la scusa d’esser poeta si faceva perdonare -ogni stravaganza, ogni birbonata, ogni indelicatezza; e comandava -e s’imponeva come un essere superiore, arbitro di tutto e degno di -adorazione. La nonna lo giudicava una cima senza capir molto dei suoi -versi e meno delle sue prose, condannate tutte, prima di nascere, al -cestino delle redazioni. Roberto, a sentir lei, era un grand’ingegno, -un talento disconosciuto; già, i grandi uomini hanno cominciato -tutti così, poveretti, purtroppo; e qui la nonna non mancava mai di -tirare in ballo Colombo e Galileo, senza che ci avessero troppo a -che fare, veramente; ma lei non ne conosceva altri: e concludeva che -se le creazioni di Roberto non erano accettate, voleva dire che i -giornalisti erano ciuchi o invidiosi di lui che li metteva in sacco -tutti quanti. I versi, oh i versi poi erano destinati senza dubbio a -mettere a soqquadro il mondo...., solamente mancava l’editore.... E -così a furia di batter questo tasto, Roberto, che non era un cretino, -cominciava a diventarlo, convincendosi che lui solo aveva ragione e gli -altri tutti torto, e tirava via a regalare qua e là ai giornali le sue -sgrammaticate invettive o le sue insipide pornografie, che ognuno si -guardava dal mettere alla luce, e s’atteggiava di più in più a genio -incompreso. - -Ingiustizie! Clotilde baciava sui riccioli la bambina, piangendo. Ella, -così forte, così padrona di sè, aveva di queste debolezze improvvise -quando le tristezze le venivano da chi avrebbe dovuto raddolcirle -la via già così scabrosa, già così triste. Era dunque una colpa -consacrarsi ai dolenti? Una colpa seguire quel interno impulso, che -la sospingeva ogni giorno più, riverente, ammirata, verso la scienza, -l’iddia severa e bella che non abbaglia con promesse vane, che conquide -lenta, sicura, formidabile?... Una colpa rinunziare per il trionfo -d’un’idea, forse alla felicità, certo alla pace serena e ridente della -vita? L’arte, oh! un’egoistica magnificenza che fa molti disgraziati; -la scienza, una gran carità distribuita a tutti gli umani per farli -meno poveri, meno infelici! Ed era ancora la pietà che le traboccava -dal cuore. - -Roberto veniva verso il cancello: ella s’asciugò gli occhi in fretta, -furtivamente, e si mise subito a parlare alla bambina sorridendo. Il -giovine senza curarsi di lei venne a sedersi sul muricciuolo di fronte -stiracchiandosi i baffetti con lo sguardo vago. Il sole, laggiù, -all’estrema plaga serena, pareva stemperarsi in una fulgidezza aurea, -incandescente. La nuvolaglia bigia si accavallava più in alto, come una -rovina strana ed enorme di qualche costruzione ciclopica; si andava -diradando verso levante in chiazze dense, fumose, in diafani lembi -d’un velario fantastico stracciato dal vento, in una linea sinuosa e -allungata, come di una costa lontana, avvolta nelle brume e nel mistero -d’un paese di leggende e di sogni, popolato di larve. Tutto un altro -mondo pieno di laghi, di terre, di edifici, di mostri, di forme tenui -e gentili, veduto in miraggio come una gran promessa di purezza, di -pace, di silenzio, come la visione apocalittica d’una patria diafana, -destinata ad accogliere le anime che volano via dalla terra. - -Nella bianca strada battuta, e di là dalla siepe di biancospino, di -là dal filare dei pioppi, su tutta la pianura vasta che verdeggiava -appena, il vespro calava così, con una delicatezza muta, soave e -triste, opprimendo. La primavera ha di questi silenzi eloquenti in -cui par di sentire il germoglio interno di tutta la vita della natura, -come si ascolta col volto indifferente il fermento di tutte le passioni -latenti nell’anima. Clotilde calma, quasi sorridente, spasimava. - -La Rachelina le scivolò dalle ginocchia e scappò. Roberto e lei -rimasero soli, muti, assorti; seduti, e appoggiati con le spalle ai -pilastri del cancello. Roberto anzi si era steso sul muricciuolo come -in un letto, con una gamba allungata e l’altra piegata, il sigaro in -bocca; Clotilde seduta un po’ di traverso, con le braccia cadenti, -senza atteggiamento alcuno. - -Improvvisamente le prime note d’un coro agreste si diffusero sonore. -Le parole si perdevano così allungate nelle note tenute, lente, nelle -parti divergenti e fuse in un’armonia melanconica e dolce, piena di -maestà. Erano contadini che tornavano dal lavoro: le donne tenevano gli -acuti, gli uomini i bassi, e le parti s’allontavano adagio, digradando -melodiose, per riunirsi e risolvere diversamente, come una fuga. Un -classicismo ingenuo, misto a un non so che di languido, di carezzevole; -solenne ed umano. - -Roberto si rizzò e tese il braccio accennando a sua sorella -d’ascoltare. E Clotilde ascoltava, immobile. - -La frotta dei contadini passò dinanzi a loro, a piedi nudi, sollevando -un po’ di polvere. Prime schierate in fila, coi rastrelli sulla -spalla, le donne, che scorgendo i due giovani ammutolirono ridendo -e motteggiando fra loro un po’ vergognose; poi gli uomini, che -continuarono a fare i bassi, impassibilmente, levando il capo, -scamiciati, con la giacca sull’omero. I più vecchi invece di cantare -dialogavano: qualcuno rimasto indietro per accender la pipa, -raggiungeva correndo i compagni. A venti passi dopo il cancello -ripresero tutti il coro; Roberto ricadde con gli occhi socchiusi, -fumando, nella sua posa pigra di sognatore — Clotilde si levò -adagio per seguire ancora i contadini con lo sguardo. Repente una -soddisfazione, viva come una gioia, le aveva alleggerito il cuore. Era -la coscienza di sentirsi anche lei, come quei suoi fratelli, degna del -riposo..... - - * - * * - -Il tram si fermò come al solito al cenno di Clotilde che aspettava -sul cancello, tutta fresca nella freschezza stillante del mattino. Ma -Aroldo non c’era, dovette salire senza che nessuno l’aiutasse e sedersi -accanto alla ragazza malinconica che indovinando qualche tristezza -le rivolse un’occhiata di simpatia. Il carrozzone si mosse fra il -cicaleccio della lattivendola e della serva del parroco, che pareva un -papavero, con la sua blusa nuova di mussola rossa a mezze lune gialle. -Uno dei scolaretti riprese col portalettere la discussione un momento -interrotta sulle collezioni di francobolli; e il vecchio sonnacchioso, -vedendo Clotilde sola, non pensava più a richiudere gli occhi. - -La fanciulla sorpresa, ferita, si richiudeva tutta, lei, -nell’inquietudine amara che le gravava sul cuore. Il suo amico non -l’aveva abituata a queste assenze, ed ella si trovava a dolersene -come d’un convegno svanito: e mille dubbi la travagliavano. Ammalato? -partito? in collera? una tortura intima, inesprimibile, nel buio, -nell’ignoto, a cui si aggiungeva un senso doloroso di meraviglia come -per un inganno immeritato e beffardo. E a poco a poco, continuando -quella pena opprimente, da quello stupore ne nasceva un altro, pauroso -e dolce, al quale tutte le sue fibre rispondevano con una spontaneità -ribelle che la sgomentava profondamente. Era l’amore dunque? Ma l’amore -poteva cogliere così all’improvviso, insidiosamente, fra un bisticcio -e una risata? Oh no, no, non era ancora l’amore! Un’amicizia viva, un -fascino, una consuetudine soave, nient’altro. Oh l’amore no! E pareva -implorare. - -Il sole le raggiava in volto, mitemente, si diffondeva ambrato -nell’aria limpida, sulla doppia giovinezza della primavera e del -mattino, chiara, cristallina, odorosa. Clotilde seguiva coll’occhio -abbagliato il binario che si allungava sulla strada bianca, al sole, -luccicando. Giammai quella gita le era parsa più lunga, più monotona, -più triste; giammai aveva sentito come in quell’ora l’aridità lugubre -dei suoi studi, la solitudine della sua vita. Un principio di rivolta -fermentava in lei e germogliava e minacciava sbocciare nella luminosa -complicità gaia di quel tripudio d’Aprile. Tutto intorno a lei le -cantava la vita ed essa andava a chiudersi nel melanconico asilo -della miseria e della morte. Un brivido le corse il corpo alla visione -delle corsìe bianche, nude, silenziose, che l’aspettavano, popolate di -sofferenze e di severità; al pensiero di andare a respirar quell’aura -fredda di chiostro che raccoglieva l’ultimo soffio dalla bocca dei -moribondi, che passava carica di lamenti, di spasimi, di sospiri, di -imprecazioni....... al pensiero di tutte le fragilità e le miserie -della mirabile macchina umana che si disfaceva ogni giorno sotto i suoi -occhi, che si ricomponeva così a fatica, che si rivelava ognora più -sotto la sua mano, sozza e divina. Membri sanguinolenti, faccie livide, -muscoli contratti, rossori febbrili e pallori di morte passavano in -una lucida fantasmagoria, come in sogno, ed ella si sentiva debole e -ripugnante come il primo giorno che si recò all’ospedale. Un momento la -visione si fece così intensa e inesorabile che Clotilde presa da una -specie di terrore dovè superare con uno sforzo di volontà l’istinto -di levarsi, di scendere, di fuggire attraverso i campi, di immergersi -nel verde, nella fragranza, d’inebriarsene, per dimenticare. E ancora -tornava l’immagine di lui. Che bel sogno andarsene così, soli, liberi, -lungo qualche viottola romita, appena chiazzata d’ombra dalle fronde -novelle, una viottola dai margini fioriti di viole e di margheritine, -una viottola sconosciuta, tortuosa, interminabile, da riempir tutta -di dolcezze e di sorrisi, che resterebbero dietro di loro come se -sfogliassero canestri di rose per una ridente seminagione di petali. -Il viso d’Aroldo radioso e gaio come nei bei momenti di spensieratezza, -in quell’attimo le balenò così evidente ch’ella ne ebbe un palpito e un -sorriso. - -In capo alla strada si profilava, con le sue cupole e le sue torri, -la città, rossastra, che acquistava una strana tenuità nei vapori -del mattino. Di là dalle siepi gli orti sfiorivano, invasi già -da l’uniformità del verde. Un capinero nascosto vicino alla siepe -gorgheggiava forte, melodiosamente. La ragazza malinconica raccolse -pensosa un fior di pesco che il vento le aveva portato in grembo. - -Clotilde non reggeva più. L’agitazione nervosa la invadeva così -violenta ch’ella temeva di tradirsi. Alla barriera fece fermare e -scese bruscamente, lasciandosi dietro i commenti delle due donne, -i sorrisi del portalettere e la curiosità del vecchione che si -scomodò per seguirla con lo sguardo. Entrò sotto i portici dì quella -via deserta e si mise a camminar lesta per dominarsi, ma giunta al -primo palazzo dovè fermarsi, impedita da un crocchio di curiosi che -facevano ala al portone. Una folla signorile usciva, le signore a -braccio dei cavalieri, frettolose, pallide, scomposte, nelle sciarpe -e nelle pelliccie gettate sull’abito da ballo. Molti equipaggi in fila -aspettavano, e le carrozze si movevano subito dopo il colpo secco degli -sportelli richiusi fra i complimenti, le celie, i saluti, lanciati a -voce alta con l’audacia e l’eccitazione, che durava ancora, di quella -nottata di veglia. E le voci rauche e stonate si soverchiavano, qualche -fiore volava: un bel giovane bruno, senza soprabito e senza cappello, -con la marsina coperta di decorazioni da _cotillon_, corse per un -tratto di strada con la mano attaccata allo sportello d’un coupé da -cui pareva non si sapesse staccare; poi rientrando, scherzoso, rubò -il boa ad una signorina che indugiava sulla soglia per raccogliere un -lembo strappato del suo abito di velo. «È il conte Villi!» si mormorava -intorno al portone, nel pubblico composto in massima parte di serve e -di bottegai. Ma Clotilde, che non voleva e non poteva mischiarsi al -crocchio, cercò di farsi largo, e attraversò proprio nel momento in -cui l’ultimo sciame delle signorine si sparpagliava, chiacchierino, -gaio, in una varietà di veli, di trine, di sciarpe tramate d’oro. -Ella, passando col suo abito nero, severo, chinò il capo come vinta da -quel tripudio giovanile, da quella stanchezza folle, da quella fatuità -brillante che le doveva rimanere ignorata sempre. Pure era un’eroina e -una martire che passava. - - * - * * - -... Andavano soli, liberi, lungo la viottola romita, dai margini -fioriti di viole e di margheritine, appena chiazzata d’ombra dalla -frondosità novella; una viottola sconosciuta, tortuosa, interminabile, -che Clotilde aveva veduto, non si ricordava dove, forse in sogno. Il -mattino era tanto puro, ed essi così solleciti, che Aroldo le aveva -proposto di scendere in città a piedi invece d’aspettare il tram; e -dopo un bisticcio sulla scelta della strada, si erano rappacificati -e venivano innanzi riuniti, egli col braccio sotto quello di lei, -confidenzialmente, come due sposi. L’anima di Clotilde traboccava -d’una dolcezza languida, penosa; egli appariva nervosamente vivace, -e ciarlava esageratamente; pareva che il silenzio o un pensiero gli -facesse paura. - -— ...... Dicevamo dunque?... ah, che ieri sera, stanotte anzi, ho -terminato il Minuetto. Sono così contento... Sa che mi metterò subito -a scrivere una Giga?.. Voglio provarmi nella musica antica; è una -semplicità che riposa da tutto quel Wagnerianismo invadente... Dopo -scriverò una Gavotta, poi forse un tema con variazioni, e mi piacerebbe -anche un coro a sole voci rincorrentesi come un canone perpetuo. Vorrei -poi comporre qualchecosa di sacro: un Offertorio, un’Ave Maria... - -— Troppa carne al fuoco, troppa.... osservò lei tranquilla, seria, -crollando il capo. Ed egli fece una risatina di fanciullo, stringendole -il braccio furtivamente: - -— Vedrà, vedrà, sentirà anzi.... Ma già, dimenticavo che lei odia la -musica. — Che orrore! — E si sciolse sdegnosamente. - -Clotilde lo guardò un po’ sorpresa e si curvò a cogliere due violette -bianche sul margine del fosso. Due o tre raganelle, spaventate, -balzarono dall’erba nel filo d’acqua luccicante. - -— Fa orrore perfino alle rane.... — osservò Aroldo battendosi i piedi -con un vincastro. Ma Clotilde non era in vena di scherzare e si fermò -le mammole sul petto, tutta accesa nel volto, quasi vergognosa e ferita -dall’atto e dalle parole d’un momento prima, più di quello che egli -potesse credere. - -— Io amo i waltzer suonati dagli organetti, lo sa, disse poi, -levandogli in volto gli occhi con uno sforzo di sincerità che si -tradiva dal rossore insistente. — L’altra musica non la capisco tanto; -poi ho così rare occasioni di udirne.... I waltzer suonati dagli -organetti mi piacciono per quel non so che.... quella specie di cascata -a intervalli regolari.... come spiegarmi?.... - -— Il ritmo, dica il ritmo.... - -— Sì, dev’esser così; il ritmo, dunque, che insiste, avvolge, folle -e mesto ad un tempo, come una tentazione e una preghiera trascinate -insieme in un’onda di passione; carezzevole e perfido, insidioso e -vano come tutte le ebbrezze che vi fanno riddare fino al cielo e vi -abbandonano in un cerchio di spuma. - -— E che ne sa lei di ebbrezze? interruppe Aroldo con uno de’ suoi -scatti quasi brutali dopo aver ascoltato quella fanciulla parlare così, -con crescente meraviglia. — Lei non ha diritto di parlare di queste -cose... - -— È vero — rispose subito Clotilde francamente, ingenuamente; — ma mi -pare che debba esser così, come ho detto io. - -Aroldo con la sua verga dava delle scudisciate alla siepe; i petali del -biancospino piovevano lievi, odorosi. - -— ...... Però ho avuto torto a parlarne, — insistè lei arrestandosi, — -ho avuto torto come sempre quando parlo di me. Volevo dire solamente -che i waltzer mi piacciono.... perchè mi parlano un linguaggio tutto -nuovo che m’affascina e m’impaura.... È come uno spiraglio da cui mi -balena la vita... Oh Dio! — esclamò con tutta semplicità; — e avevo -detto di non parlare di me! - -— Oh ne parli invece, ogni espressione è una meraviglia — soggiunse -lui con una passione dolce, improvvisa. E abbandonandosi all’impulso di -quel momento le allacciò la vita e la baciò sul viso, naturalmente. - -L’atto era stato così pronto e delicato che Clotilde non aveva potuto -sottrarsi. Dopo chinò il capo e si velò la faccia con umiltà, come una -colpevole, senza un atto, senza una parola. Aroldo aveva ancora passato -il braccio sotto quello di lei e le parlava sommesso, dolce, come se -fossero già amanti. - -— Voglio scrivere dei waltzer ora, per te, tutti pieni di passione e -di languore e di carezze... come quelli di Strauss... Poi cercherò dei -versi malinconici e ardenti e li dirò su quella musica, li dirò fin -che ti abbiano vinta, finchè ti diano l’ali per slanciarti da quello -spiraglio nella vita. La vita è bella, sai? ed è breve; tanto breve, -che non c’è tempo di dormire.... E tu, che vuoi ostinarti nel sonno, -sei colpevole, Clotilde.... - -Ella fece un movimento per sciogliersi da lui, ma Aroldo la strinse più -forte: — Sei colpevole, sì! le gridò rudemente. — L’amore è la luce, -è l’aria, è la bellezza, è l’anima dell’universo, è la parola di Dio -e tu neghi tutto questo e tu ti seppellisci viva fra l’aridità della -scienza che atrofizza la tua gioventù, la tua bellezza, il tuo cuore, -che in cambio del tuo olocausto, ti lascierà il vuoto e la tristezza -dell’imperscrutabile o ti spezzerà l’esistenza così, senza amore... -Oh vivere senza amore, ma non si può, Clotilde, è vano: non senti che -è vano, tu che parlando del ballo, dianzi, avevi senza volerlo, senza -saperlo, gli accenti della passione? - -Clotilde camminava a occhi bassi, tanto pallida che pareva livida su -quell’abito nero: con una ruga verticale sulla fronte, profondissima, -che la invecchiava. Non trovava parole per rispondere e non rispondeva -— poi le pareva che qualche cosa le gemesse nel cuore sotto quel -gran giubilo che la staccava dalla terra, e la faceva inoltrare -macchinalmente, come, abbagliata da una gran luce, che le nascondesse -tutte le cose intorno e le affievolisse stranamente anche il suono -delle parole che le giungevano solamente come una voce, come una -melodia che l’avviluppava. Oh la dolcezza dolorosa di quell’ora, -confusa, lieve, fluttuante, piena di profumi e di ebbrezze indefinite -e inafferrabili come quelli di un sogno! Il nuovo perchè della vita -che la avvolgeva nelle sue spire iridescenti! Le nuove speranze e i -nuovi orizzonti mai conosciuti, eppure non incogniti, che ridevano da -ogni lato fra i lembi della sua esistenza vera che si stracciavano, si -sbandavano, si dileguavano come la nebbia ad una mite irradiazione di -sole! La nuova maraviglia che la assaliva — una maraviglia soffusa di -riverenza come dinanzi a un prodigio, come se fosse stata trasportata -per incantamento in un pianeta splendido e ignoto, destinato per la sua -patria, per la patria di tutti i felici..... - -I due giovani inoltravano per la viottola fresca, tortuosa, -affondata fra gli alti margini dei campi bordati di alberi, come -una stradicciuola di montagna. Il verde chiaro e lucente delle -biade novelle, dell’erba, delle fronde che s’intrecciavano, quasi, -sul loro capo e frastagliavano la via d’ombra e di sole, mettevano -nella fulgidezza del mattino una velatura di smeraldo, mite, un -po’ malinconica ma soave, come una luce di Purgatorio Dantesco. Il -rigagnolo scorreva sotto l’erbe, luccicando tra il verde e tra i fiori, -a pause — un rosignolo gorgheggiava forte, gioiosamente, trionfando -sul pispiglio e sui cinguettii sommessi, lontani e vicini di centinaia -di uccelli che celebravano il maggio. Aroldo continuava a versarle sul -cuore parole, senza tregua, senza pietà, teneramente. - -— Se tu sapessi da quanto tempo immaginavo, sognavo di parlarti così! -Ma come farlo nella volgarità di quel carrozzone di tram?..... Che -conoscenza strana la nostra, non è vero? C’è tanta poesia e tanto -mistero...! Io non so nulla della tua famiglia, tu nulla della mia; due -veri pellegrini che s’incontrano e si riposano insieme... ma che non si -lascieranno più... — finì sottovoce, guardandola amorosamente sul viso. - -Clotilde a capo chino taceva. - -— Debbo dirti una cosa — riprese dopo un momento Aroldo con una delle -sue ruvidezze improvvise. — Io presto, presto, parto, vado lontano.... -in America.... sì, fra due o tre mesi. Ho un cugino giornalista, -laggiù, che guadagna a cappellate e non fa che invitarmi; mi dà -speranza di metter in scena la mia opera, e mi ha già trovato degli -scolari che mi pagheranno assai meglio di questi. Ho titubato un poco, -poi mi sono deciso. O il viaggio e il clima mi uccideranno, e allora -sarà una cosa spiccia; o mi fortificherò.... - -Clotilde, sempre in silenzio, con una mossa lenta di subita stanchezza, -reclinò il capo sulla spalla di lui. - -— La libertà.... l’amore.... la felicità, — disse Aroldo attirandola a -sè. Le parole esalate nell’abbondanza del cuore sbocciavano in quella -solitudine, nell’orezzo verde, come fiori spirituali. — Sarà un amore -divino il nostro, laggiù, e, non aver paura, non muoio io.... Finchè -sarai con me, tu, così forte, così bella, così buona, non morirò..... - -Ella piangeva silenziosamente; piangeva, finalmente! col capo -appoggiato alla spalla di Aroldo, già scheletrita; ed egli la baciava -sul viso, sul collo, sui capelli, sulle mani, mani fredde, inerti. - -— Verrai, verrai.... Non è vero che verrai? Sì, lo so, ma dimmelo, -voglio sentirmelo dire... Clotilde... è una parola così breve... è una -parola sola.... - -Aroldo implorava così, ed ella rimaneva nelle sue braccia, sotto i suoi -baci, senza forze, senza parole, con un gran schianto interno, come se -il cuore le si torcesse; una sofferenza quasi fisica, orribile, contro -la quale si dibatteva come se qualcuno glie l’infliggesse. Eppure era -un lieve sforzo che l’avrebbe liberata, un lieve sforzo di volontà, -tenue, dolce, oh così dolce! verso cui le pareva che tutta la sua vita -interna s’inchinasse come verso una valle fiorita e odorosa veduta -giù, all’imo, da una sommità brulla e cocente. La sua volontà piegava -fino a spezzarsi, ma Clotilde sapeva che non si spezzerebbe, che si -risolleverebbe come una molla, scattando. Intanto fra i tormenti di -quel minuto d’agonia della durata d’un’eternità e della brevità d’un -sogno, nell’innocente voluttà di quell’abbandono lagrimoso, di quei -baci fraterni, di quella parvenza d’amore, ella assaporò tutta la sua -parte di gaudio e di vita. Quando si riscosse sarebbe stata pronta a -morire. - -— Addio — gli disse — non mi domandar nulla, io non mi appartengo più. - -Le mani d’Aroldo la ghermirono ai polsi come una morsa — ed al contatto -di quelle dita gracili e nervose ella agghiacciò come se uno spettro -l’avesse ghermita. Chiuse gli occhi, ma aveva già veduto passare in -quelli di Aroldo, spalancati, stupiti, una luce di follìa. - -— No? — no? — no? — Fra lo smarrimento di tutto il suo essere, questa -parola breve, soffocata, le piombava ad intervalli nel cervello, nel -cuore, come i colpi di una mazza destinati ad ucciderla. Non aveva più -lena. Le dita d’Aroldo si rilasciarono dopo un silenzio pauroso. - -— Ebbene vattene, — le disse con la voce che tremava. — Non dirò -una parola di preghiera; non la meriti, non hai cuore, sei già una -scienziata egoista e fredda, incapace d’uno slancio, d’un sentimento. -Vattene.... addio.... ma bada: se violenti te stessa, se respingi -l’amore che Dio comanda, offendi Dio e la natura: il fuoco sacro non si -lascia spegnere senza sacrilegio, bada! - -Clotilde si strinse la testa fra le mani colpita da una sola parola: -Non ho cuore, non ho cuore... — mormorò quasi inconsciamente. — Oh Dio, -anche lui... Sarà vero dunque?... Non so amare... non ho cuore... — E -si mise a correre, a correre come una pazza, giù per la viottola verde -e romita. Dietro di sè udiva confusamente la voce di Aroldo che diceva -ancora qualche cosa, poi uno scoppio di tosse, ed ella correva sempre e -quella tosse dietro di lei s’affievoliva, ma continuava, continuava.... - - * - * * - -Clotilde si trovò, quasi senza accorgersene, sotto il loggiato che -girava intorno al cortile interno dell’ospedale, spazioso, freddo, in -cui mormorava una fontana fra un gruppo di pini. Due uomini, reggenti -una barella coperta, sparivano per una porticina; i carri mortuari, -sempre pronti, attendevano. Apparirono una suora e un infermiere -con le braccia cariche di biancheria; la suora, passando oltre in -fretta, salutò la fanciulla. Dallo scalone di marmo intanto scendeva -gente chiacchierando: erano il professore e gli studenti che venivano -nell’anfiteatro per la lezione. Ella si riunì ad essi entrando; la -Ginoli le sorrise con un cenno; Serralta, il gobbino, le si accostò -annunziandole sottovoce che finalmente avevano un bel caso di -_ipertrofia_. - -Ma gli infermieri avevano appena recato il letticciuolo su cui posava -l’ammalato, che Clotilde svenne. - - * - * * - -..... Finalmente la sera, finalmente sola! Ella si richiuse nella sua -cameretta con una specie di esultanza triste, di voluttà dolorosa, -sperando un conforto dalla solitudine, nell’ombra. Andò a sedersi -automaticamente, per consuetudine, dinanzi al suo tavolino di studio -tra le due finestre, e rimase così, con le mani inerti in grembo e -gli occhi chiusi. Ma il conforto non veniva. Anzi il suo pensiero, più -libero in quel vuoto, s’indugiava più a lungo e più profondamente sugli -avvenimenti della giornata. La viottola verde, certi effetti di luce, -i profumi, i cinguettii, le tornavano in mente con un’evidenza così -lucida e acuta da farla trasalire; e la voce di lui, udita a lungo in -quella quiete dirle cose sì insolitamente dolci e paurose, le risuonava -dentro stranamente, come se con le sue parole avesse bevuto il suo -spirito, e lo tenesse, ora, imprigionato nel cuore, di dove continuasse -a parlarle soavemente o rudemente, spossandola. Si sentiva ancora -tentata di domandare pietà. - -Nella pace delle cose, tutt’intorno, le giungeva continuo e monotono -il gracidar delle rane dagli stagni, laggiù; poi il festoso schioccar -della frusta di qualche carrettiere lontano; poi il rosignolo che -lanciò qualche nota nell’ombra e tacque subito, come se qualcuno -l’avesse interrotto. Clotilde sentiva accrescersi sull’anima l’affanno -opprimente, quasi sinistro: e non poteva scuotersi, nè piangere che -qualche lagrima, rada, dagli occhi ardenti. Pure dentro di sè gemeva, -piangeva, si ribellava a quell’amarezza invadente che si addensava come -se la seppellisse giù nel buio d’una tomba. Si sciolse gli abiti e andò -a sedersi a piè del letto, appoggiando la fronte sulle coltri fresche e -bianche da cui le venne un vago senso di sollievo, e la memoria confusa -d’una notte insonne per la vibrazione dei nervi troppo eccitati dal -lavoro e da visioni dolorose. Quella notte, si ricordava, l’immagine -di lui le aveva blandito i terrori, calmato i tumulti, le aveva dato -il sonno e un fragrante sogno d’amore. Ora quella figura s’ergeva -minacciosa, terribile, nella sua forza di malato, di moribondo, di cui -lei accelerava la fine, che aveva forse già ucciso, là, sull’erba, fra -due colpi di tosse e uno sbocco di sangue.... Un gelo la paralizzò e -s’aggrappò alle coltri come presa dalle vertigini. Senza cuore! senza -cuore dunque! Eppure tutta la sua vita non era che abnegazione e pietà. -E si uccideva, e uccideva.... - -La disperazione le diede una forza quasi selvaggia. Ebbene, sì, avanti -ancora, ad ogni costo — malgrado la tortura, malgrado la morte. Non -si vince senza lotta, e non si diserta senza vigliaccheria. Seguendo -il suo impulso di compassione verso quell’uno, ella seguiva l’amore, -ella sostava in un’oasi refrigerante e queta, mentre un popolo di -sofferenti errava nel deserto ardente, lei aspettando. No, essa non si -apparteneva più, non poteva più disporre del suo cuore; il suo cuore -era di tutti gl’infelici, di tutti i malati, di tutti i dolenti; non -poteva defraudar tutti a vantaggio di quell’uno...... La melanconica -pace dell’invincibile aleggiò infine sull’animo suo. Il dolore andava -spegnendosi dalla forte volontà, dalla grandiosità del suo bel sogno -umanitario; rimaneva il rammarico, luttuoso, profondo, dell’infelicità -altrui; la tristezza di questo accumularsi di crucci intorno a sè, -proveniente da lei, involontariamente, inevitabilmente, come per -un’influenza maligna; rimaneva la titubanza e il desiderio ardente del -neofita nell’ultima lotta che precede il martirio. - -In questo rilasciarsi delle sofferenze e dei dubbi che l’avevano -travagliata, visioni tenui, antiche, della sua vita di studiosa le -balenarono alla mente e si dilatarono come ripigliando il loro posto -in lei, come immigrando da paesi lontani in cui fossero state esiliate -da un usurpatore, ingiustamente. Rientravano a stuoli, le visioni -antiche, buone, a ripopolare il suo cuore dopo l’uragano. Era la parola -d’un maestro venerato e prediletto che aveva schiuso nuovi orizzonti; -era il ricordo d’una difficoltà vinta, d’uno studio finito, d’un -progresso, d’un trionfo dell’intelletto, d’una vittoria della scienza, -d’una fratellanza simpatica e gaia e gentile; poi la falange delle -speranze baldanzose, sante di pietà amorosa, che alleviavano la grave -fatica e precedevano sicure quella gioventù nella lizza severa. E i -bambini, tutti i bambini che aveva veduto languire malati o correre -sani; tutti i bambini che conosceva e che immaginava; il suo minuscolo -popolo di clienti avvenire, a cui lei avrebbe ridonato il vigore e -la vita, si affollò nella sua mente inondandola di purezza, di pace; -un mare di piccole teste, una selva di piccoli mani tese verso di -lei, imploranti, fidenti, accennanti; e lei, simile alla buona Fata, -inoltrava beneficando fra le giovani vite che sbocciavano come asfodeli -al suo passaggio, mentre le madri da lungi mandavano un’armonia di -benedizioni. - -... Clotilde, affranta, si addormentò così, sulla sponda del suo letto, -ninnata da tutta l’infanzia del mondo, come dagli angeli. - - * - * * - -Era il luglio, afoso. Clotilde da quel giorno memorando aveva deciso -di non riveder Aroldo mai più; e per non incontrarsi con lui, scendeva -in città col primo tram e aspettava l’ora della lezione in casa -della Ginoli. Infatti non si erano più trovati; ella lo aveva però -riveduto un giorno, di lontano, sulla porta d’una birreria fra un -gruppo d’amici. Rideva forte, chiassando. Clotilde ne aveva provato -un’amarezza somma; poi, mano mano che quel giorno si allontanava, un -sollievo sempre crescente, come se le avessero tolto un rimorso. Oramai -era in pace. Le pareva che qualchecosa finalmente si fosse addormentato -in lei, forse per sempre, e ne risentiva un riposo mesto, infinito. - -Dopo gli esami aveva continuato a studiare assiduamente nella -tranquillità ombrosa della villetta, tanto più che la nonna le -lasciava, insolitamente, un po’ di tregua. Al riaprirsi dei corsi, -sarebbe entrata in quinto anno, nel penultimo anno di studi. Sarebbe -ammessa alla Clinica regolarmente, avrebbe potuto formare le diagnosi, -eseguire qualche operazione elementare e le varie medicazioni negli -Ambulatorii; le avrebbero affidato qualche malato, le avrebbero -lasciata più libertà d’andare, di studiare; avrebbe così cominciato a -sentire la responsabilità, le soddisfazioni del suo ministero; avrebbe -potuto agire, cimentarsi, misurare le forze del suo ingegno, dei suoi -studi, della sua volontà; cominciare ad occuparsi specialmente del -suo ramo di medicina prescelto: la cura delle malattie delle donne e -dei bambini, per i quali sfogliava già da tempo dei grossi volumi di -Pediatria. E qui la realtà sfumava nel sogno. Se fosse stata ricca a -milioni avrebbe voluto inaugurare un grandioso ospedale per i bambini e -per le loro madri, un ospedale tutto bianco di marmi e di cortinaggi, -luminoso di sole, ridente di fiori: tutto scale, terrazze, fontane -e giardini, sontuoso e romito come un’antica villa papale. Ma ahimè, -non era ricca, e aveva dovuto ridurre il suo sogno a proporzioni più -modeste per sperare di vederlo avverato. Lei, la Ginoli e Serralta, -il gobbino, pensavano già sul serio a comperare qualche casamento del -sobborgo, isolato e non discosto dalla città, per ridurlo ad ospedale -infantile. Essi ne avrebbero la direzione, terminati i loro studi, -e gli darebbero un indirizzo eminentemente moderno, occupandosi più -dell’igiene che della cura, più dei preservativi che dei rimedi. -Ci sarebbe anche una sezione per le donne, in un angolo appartato -e tranquillo, dove tanta femminilità timida e sofferente potrebbe -nascondersi fiduciosa e serena di sapersi affidata a mani sorelle. -Tutto un rinascere di speranze, un germogliare di forze, un trionfo -della vita fra gli effluvi dei fiori e delle benedizioni. Oh il bel -sogno! Clotilde non poteva più passare una volta dinanzi al casamento -adocchiato senza risentire un certo palpito, un certo rispetto per -quel futuro santuario della scienza, in cui sapeva che rassicurerebbe -tante madri nient’altro che con un sorriso e un bacio sui capelli delle -loro creature; sorriso e bacio provenienti da un cuor di donna, in cui -vigila la tenerezza materna, anche quando dorme la maternità. - -Ancora due anni di tirocinio penoso, poi la libertà di beneficare, -di amare, di profondere i suoi tesori di carità. Clotilde ci pensava -quella notte buia, affannosa; appoggiata ad una finestra spalancata -della sua camera mentre la nonna dormiva. Non l’avrebbe abbandonata, la -nonna, oh no: e se Roberto non ne avesse voluto sapere, avrebbe presa -con sè la povera vecchina in una bella camera allegra del suo ospedale -a raccontar le fiabe ai bambini. - -Pensò un momento a suo fratello che viaggiava: in cerca di un -editore, diceva lui, e affermava la nonna. Ma Clotilde sapeva bene -che si dimenticherebbe dell’editore alla prima stazione balneare. Non -sarebbe la prima volta, e la nonna continuava a illudersi e Roberto a -sbizzarrirsi, scusato, protetto. Pure non lo invidiava e non avrebbe -dato, per un mese di quegli ozî gaudenti, neanche una delle sue -giornate laboriose, così rapide, così feconde; che malgrado la sua -naturale semplicità la facevano avvedere d’acquistare una superiorità -sempre crescente, un’indulgenza sempre più serena. - -Clotilde leggeva un articolo in un giornale letterario che le aveva -prestato Serralta. I suoi studi faticosi le facevano ricercare la -cultura del bello come un riposo. Leggeva accanto alla finestra, -alla luce della lucernina posata sul tavolino. La notte era scura, -opprimente, greve; neanche uno spiro d’aria; la fanciulla soffocava -anche così, un po’ discinta nella sua blusa di mussolina blu, tutta -increspata, che lasciava indovinare solamente le forme bellissime del -suo corpo; il nodo dei suoi capelli, fermati dal pugnaletto d’argento, -si allentava; tutta la sua persona aveva quell’aspetto di languore -molle che danno le sere d’estate molto calde, tutte piene d’insidie -e di viltà. Clotilde s’era appoggiata al davanzale. Il giardinetto -s’addensava nell’ombra; all’orizzonte i baleni si seguivano a pause -come guizzi convulsi, le rane gracidavano forte, alla distesa, -implacabilmente. La ragazza aguzzava lo sguardo per penetrare l’ombra, -laggiù, poichè le era parso che qualcuno o qualcosa vagolasse nel -giardino. Ma la sua miopia le nascondeva ogni cosa e quelle rane -assordanti le impedivano di ascoltare. Sporgendosi con un movimento -brusco le scivolò giù il giornale. - -«Benissimo,» pensò; «almeno ci fosse qualcuno davvero per rendermelo». -E rimase ancora qualche tempo, spiando attenta, immobile. Ma non -intravide più nulla. «Saranno le ombre dei miei occhi,» concluse. E -si dispose a scendere per raccattare il giornale, poichè ell’era molto -gelosa della roba che non le apparteneva. - -Accese la candela, traversò la stanza che divideva la sua dalla camera -di suo fratello, ora vuota; scese le scale adagio, chetamente. Le -faceva impressione di errare a quell’ora nella casa buia e silenziosa; -e, coi nervi e la fantasia eccitati dal lavoro intellettuale, -s’immaginò un momento di recarsi a un convegno furtivo. Allora il cuore -le battè come se fosse vero, e ne sorrise, da sè, nell’ombra. Poi, -una tristezza improvvisa le piombò sull’anima e l’immagine di Aroldo, -in quell’attimo di spontaneità che non ebbe il tempo di domare, le -apparve con un rimpianto. Inoltrò, sgomenta, come le accadeva sempre -ogni volta che i sensi la soverchiavano all’improvviso — posò il lume -per terra nella saletta d’ingresso e aperse l’uscio che metteva in -giardino, chiuso diligentemente dalla nonna nella sua ultima ronda. Era -agitata, nervosa; intuiva vagamente un pericolo — non sapeva quale, nè -perchè. Scese lo scalino di pietra con precauzione poichè non ci vedeva -affatto, e fece qualche passo verso la finestra della sua camera. Di -colpo si sentì ghermire da due braccia robuste e un fiato ansante le -alitò sul viso. - -— Ah, lo sapevo! — mormorò lei col cuore tumultuante per l’emozione -inattesa e pur preveduta; — Aroldo! - -Ma poi dopo quel momento di silenzio rabbrividì. Aveva indovinato, più -che intraveduto, l’avvocato Dardanelli. - -— Clotilde.... Clotilde.... — mormorava la sua voce che a quell’ora -e nel buio assumeva un’intonazione strana; — non ne posso più, -Clotilde... da due ore sono qui a misurare quella finestra... volevo -salire.... io sono pazzo, Clotilde.... - -La fanciulla istintivamente cercò di svincolarsi, ma quelle braccia -erano di ferro; ella ebbe allora la rapida percezione che lo -smarrimento e la paura l’avrebbero perduta. Con un atto della sua forte -volontà rispose calma, irrigidendosi: — Via mi lasci, è un cattivo -scherzo... M’ha fatto avere uno spavento terribile; mi lasci, mi fa -male a stringermi così... - -Ma egli la serrava più forte, inebriato di quella giovinezza opulenta -che sentiva contro il suo corpo. - -— Mi lasci, — disse ancora Clotilde irata, puntellando le mani contro -le spalle di lui e arrovesciandosi per allontanarsi da quel viso, per -sottrarsi a quei baci; — mi lasci o grido! - -La sua calma fittizia era sparita: oramai non si dominava più, si -dibatteva furiosamente, disperatamente, mentre egli la trascinava -stringendola come fra una morsa, mormorando incoerenti parole di -tenerezza. - -— Grido, grido.... — minacciava lei, con la voce strozzata -dall’angoscia, quasi piangendo. - -E l’uomo cercava di farla tacere, di calmarla coi suoi baci impuri, e -continuava a stringerla, a trascinarla... Clotilde non aveva più forze -per lottare, ma la sua ira cresceva dalla sua debolezza. - -— Vile!... infame!... — esclamò, e gli sputò sul viso. Poi esasperata -si strappò il pugnaletto dai capelli e glielo conficcò a più riprese in -un braccio finchè le braccia si allentarono. - -Un lamento, un rantolo di rabbia, d’agonìa, chissà? la seguirono -nella sua corsa rapida verso la casa dove giunse ed entrò e richiuse -l’uscio, proprio mentre Dardanelli che la rincorreva, vi appoggiava le -braccia nerborute per forzarlo, per ripigliarla ancora. Clotilde lo udì -tempestare di pugni la fragile barriera, bestemmiando, con una voce che -non aveva più nulla d’umano. - -Ella si lasciò cadere su una sedia semisvenuta, atterrita, esausta. -Un rombare di tuono che crebbe e scoppiò in un fragore di fulmine -soverchiò ogni rumore. Il temporale s’annunziava. - - * - * * - -— Signora dottoressa, — disse il giorno dopo la nonna a Clotilde quando -furono sedute a tavola, — c’è un ferito da curare. Cerchi di guarirlo -bene, le faranno poi i sonetti... - -Ma siccome la ragazza, un po’ pallida, s’affrettava a inghiottire una -dopo l’altra le cucchiaiate della minestra scottante, per evitare -di rispondere, la signora Rita smise quel tono sardonico e disse -naturalmente: - -— Davvero, sai, l’avvocato Dardanelli s’è ferito a un braccio. Me lo -ha detto la Giulia poco fa. Stamattina s’era levato molto presto per -lavorare in giardino, e nel rialzare i rami del gelsomino è caduto -dalla scala a piuoli e s’è stracciato manica e carne contro i chiodi -del muro. Sua moglie era tutta nervosa pensando al pericolo.... Se si -fosse trovata presente, quella cadeva in convulsioni.... - -Clotilde respinse la scodella vuota e disse ad occhi bassi: - -— Spero che l’avvocato non mi aspetterà per curarsi.... - -— Pare di sì, — continuò la nonna, — giacchè non ha voluto chiamare il -dottore. Fra lui e sua moglie hanno fasciato il braccio.... Dardanelli -seguita a dire che è una cosa da nulla... Però gli è venuta la febbre. - -Clotilde era stata assalita da un dubbio repente, angoscioso. Dov’era -il suo pugnaletto d’argento? se lo avessero trovato in giardino, -insanguinato.... Lo aveva gettato via o no? Non se ne rammentava. - -— Non ci mancava che questa, povera gente; continuò la signora Rita -trinciando il lesso. — Ce n’era d’avanzo della bambina malata... ha un -febbrone, povera creatura.... ma già quando l’incomincia a dar dietro -non si finisce più. Poi, già, la civetta s’è fermata due notti, due -notti in fila, capisci? a cantare sulla finestra... me lo raccontava la -Giulia.... S’ha un bel dire che sono scempiaggini, ma poi i fatti.... -E tu hai sentito che temporale, stanotte? Che tuoni e che lampi.... -Gesummaria, pareva il finimondo... Poi ha durato tutta notte a -piovere... Bada qui, Clotilde, ohi a che pensi? è un ora che ti stendo -il piatto.... - -La ragazza si scosse arrossendo; levò i tondi, ne rimise, si prese -il lesso, ma non potè mangiare. Quel pensiero la torturava. E dovette -rimanersene cheta fino al termine del desinare, ascoltando le ciarle -della nonna che di quando in quando la pungeva col sarcasmo o col -dispetto. Allorchè le fu possibile d’uscire, barcollava. - -Trovò il pugnaletto sotto i rami spezzati d’un geranio. Il vento e -la pioggia avevano pestato le aiuole a segno che non era possibile -scorgervi traccia di passaggio o di lotta; pure ella si sentì mancare -scorgendo luccicare il suo gingillo fra la terra umida, in quel -luogo. E come le accadeva sempre, il contraccolpo dell’emozione la -terrorizzava. Lo raccolse con uno sforzo della sua volontà avvezza -a superare le ripugnanze insuperabili, ma sentiva che se vi avesse -trovato traccia di sangue non sarebbe più stata padrona di se. Nulla, -invece. La tenue arma lavata dalla pioggia era forbita, riscintillante -al sole. Clotilde salì in fretta nella sua camera e lo gettò sul -cassettone come se le scottasse le mani, poi si abbandonò sul letto, -bocconi, con le tempie, il cuore, le arterie tutte che le pulsavano -violentemente. - -Si rialzò soltanto quando udì qualcuno bussare all’uscio e chiamarla -angosciosamente. Andò ad aprire intontita, come balzata dal sonno. Vide -la signora Giulia piangente, pallida, scarmigliata, senza lena. - -— La mia bambina muore! Clotilde, presto, aiuto, oh Dio, la mia bambina -muore, aiuto!... - -Fu come il bicchier d’acqua che dissipa i fumi dell’ebbrezza. Clotilde -si riprese in un attimo — Andiamo, andiamo — rispose energica, pronta, -risoluta; e si mise a correre tenendo per mano la signora Giulia che si -lasciava trascinare, spiegandosi fra i singhiozzi, a stento: - -— Il dottore non si trova... al solito... e la bambina si soffoca... -Eppure ieri pareva nulla, ti ricordi? un po’ di febbre.... ma ora -sta male... oh male... Ah, Vergine Maria, ascoltatemi, voi che siete -madre... - -Clotilde traversò il giardino sempre correndo e trascinando sempre -l’altra ansante, lagrimosa. Traversarono così anche la strada maestra -e giunsero quasi subito al casinetto dei Dardanelli, a due passi. -Solamente varcando la soglia ella si risovvenne del padre, ma il -pensiero che le attraversò la mente non la fece esitare. Entrò, salì le -scale e in un baleno fu nella camera dove la bambina rantolava. - -Dardanelli era là, presso la culla, tutto sbiancato. Essa agghiacciò -scorgendolo. La signora Giulia si abbandonò sul petto di suo marito: — -Enrico, coraggio.... c’è qui la Clotilde.... ce la salverà, lei.... - -Clotilde aveva spalancato la finestra e rialzato i cortinaggi della -culla. Al solo vedere i lineamenti contratti della piccina capì. — Ah! -la difterite... — disse dolorosamente nella sua inesperienza morale -di neo-medichessa, e si strinse le mani alle tempie concentrando il -pensiero con uno sforzo inaudito, in quel tumulto di sensazioni in -cui pareva che il suo cervello riddasse. Poi la fermezza vinse. Volle -ricordarsi.... si ricordava di una lezione del professore... della -narrazione d’un caso consimile.... dell’eroismo d’un giovine medico, -come lei ardente di carità.... - -— Presto, presto, una cànnula, — comandò; — una piccola cànnula -purchessia, vuota, resistente... ma presto! — E mentre gli altri si -affrettavano per la camera in disordine e per la casa, ella prese -la bambina, la portò davanti ad una finestra, l’arrovesciò sulle sue -ginocchia, le aperse la bocca.... Le membrane bianche si dilatavano -sulla gola, maligne, tremende.... - -— Ah, ma presto — ella gridava ancora, ansiosa, quando la signora -Giulia le tendeva già una piccola canna che serviva per le loro bibite -in gelo, l’estate. E Clotilde, semplicemente, eroicamente, mentre -gli altri tenevano la povera creatura che si dibatteva, le applicò la -cànnula in gola aspirando forte con la bocca, a parecchie riprese e -sputando mano mano delle chiazze bianche sul pavimento; ricominciando -finchè la bambina potè respirare e piangere. - -— Ecco, — disse dopo, livida come una moribonda, — mentre si stringeva -al seno la bambina e l’avvocato e sua moglie non potevano che piangere -— la Rachelina per questa volta è salvata. Però non bisogna indugiare a -chiamare il medico per il resto della cura... io non posso assumerne la -responsabilità. Chiamate De Carli; è uno specialista. - -La signora Giulia scivolò per terra in deliquio baciandole le mani. -Dardanelli rimasto immobile, ginocchioni sul tappeto, piangeva sempre, -senza ritegno, silenziosamente, senza più curarsi di celare la sua -debolezza. Clotilde pallidissima ma sicura e calma rimise in letto la -Rachelina, le prestò ancora alcune cure suggerendo nel medesimo tempo -alla serva smarrita i soccorsi per la sua padrona. E quando la signora -Giulia inerte, fu adagiata sul largo letto matrimoniale e la serva fu -uscita in cerca di qualche cosa, Dardanelli si trascinò in ginocchio -vicino a Clotilde curva sulla culla; ella voltandosi lo vide così, ai -suoi piedi, gemente, umiliato, implorante. - -— Mi perdona? balbettava: Clotilde, mi perdona? lei è una santa, oh -mi perdoni!.... in nome di quell’innocente che le deve la vita mi -perdoni!.... - -Ma Clotilde si scostò con ribrezzo, raccogliendo le vesti perchè non -la toccasse. — No, — proruppe brusca, altera, — mi ha fatto troppo -soffrire; non posso, se ne vada.... - -E siccome lui continuava a supplicare, a invocare, ella lo respinse -adirata: — Vada!, — esclamò vada piuttosto a cercare un medico per la -sua bambina... S’alzi, vada... vada! — ripetè con la voce smorzata, -in un impeto di collera che nell’agitazione di tutto il suo essere fra -tante diverse emozioni, minacciava di crescere fino al parossismo, fino -alla follìa.... - -.... E invece la sua eccitazione si rilasciò subitamente, come la vela -sgonfiata da una tregua di vento. Una strana stanchezza la invase, -un’indifferenza somma per tutte le cose. - -— Ebbene sì, le perdono... — sussurrò pallida, debole, vinta — le -perdono... - -Ella sapeva che non uscirebbe di là che per porsi in letto e morire. - - * - * * - -Le imposte erano spalancate al vespro tranquillo, aurato. Un raggio del -sole occiduo entrava dalla finestra di ponente, lumeggiava un angolo -del tavolino ingombro di libri e lambiva la parete dirimpetto, grigia a -mazzi di rose. Il letto, nel fondo, era vuoto, senza guanciali e senza -coltri, con le materasse abballinate come dopo una partenza; nell’aria -vagava ancora un odor d’etere misto ad incenso, soverchiati ambedue -dall’odor acre dei disinfettanti. Sul tavolino da notte era rimasto -un bicchier d’acqua, un piccolo termometro misuratore della febbre, e -uno strumento chirurgico che aveva servito per la tracheotomìa. Sul -cassettone due o tre forcelline di tartaruga, lo stiletto d’argento -col motto cavalleresco: «_Non ti fidar di me se il cor ti manca_», e la -cintura di nastro nero: appesa all’attaccapanni la blusa di mussola blu -che serbava tuttora l’impronta molle d’un corpo. Dalle finestre aperte -veniva un gracidare di rane e lo stridere dei grilli, poi le tende alte -e lievi come ali, gonfiate da un soffio improvviso di brezza uscirono -fra le persiane e palpitarono, in alto, come se volassero via. - -In quel punto se n’andava dal giardino una bara infiorata fra il -biancheggiar delle cappe e le fiammelle rosse, irrequiete, dei ceri. -Siccome i preti non avevano ancora incominciato a salmodiare, s’udiva -lontanamente sulla via maestra un organetto suonare un waltzer. - - - - -Romanze senza parole - - -RESURREZIONE - -Quand’egli non annunziato, non aspettato, sollevò adagio, da sè, -l’arazzo che nascondeva la porta del bizzarro salotto, ella era -seduta nella solita poltrona sotto la finestra e leggeva. L’altissimo -schienale della sedia rivolto contro l’uscio l’avrebbe tutta nascosta, -s’essa non avesse tenuto la persona inclinata un po’ a destra, verso -il bracciuolo, a cui appoggiava il gomito reggendosi la testa con la -mano, nell’atteggiamento antico della meditazione e del sogno. Era -vestita come sempre di bianco, e di lei non emergeva che l’estremità -dell’òmero, il braccio piegato, lo squisito contorno della testa bionda -acconciata con una treccia scendente, piegata a metà e ricondotta -sulla nuca. La sala tutta parata di vecchio damasco bruno, dai mobili -di querce angolosi, artistici, colossali, nello stile del trecento, -era in un’ombra fresca e severa di chiesa, mantenuta dalle vetrate -di piccoli cristalli ottangolari legati di piombo, che chiudevano -due delle grandi finestre ogivali; la terza finestra, a cui ella -leggeva, lasciava entrare dallo spiraglio delle vetrate socchiuse un -filo di luce più viva che le sfiorava i capelli, faceva sorridere un -ramoscello di biancospino nell’anfora poco discosto e animava un grande -affresco di Giotto sotto il quale stava un organo da sala. Da un anno -nulla era mutato nel vasto salotto. Pareva che tutto quel tempo non -fosse passato; che l’estate non lo avesse infiammato del suo soffio -di passione, che l’autunno non lo avesse desolato col suo pianto, -che l’inverno non lo avesse intirizzito col suo gelo. Eternamente -l’incipiente primavera; eternamente i biancospini e le mammole -profumavano l’ombra refrigerante, misticamente obliosa; eternamente -lei, bianca e mite al solito posto, leggendo. - -Era immobile e vaghissima come una figura dipinta. Quanto tempo -resterebbe così? come sussulterebbe, come volgerebbe il capo, -che direbbe udendo la nota voce mormorare il suo nome dolcemente, -semplicemente, dietro l’alta poltrona? Allora il libro le cadrebbe -ai piedi; ma un altro volume si riaprirebbe alla pagina dove fu -abbandonato... ahimè all’ultima pagina: quella che non ha che una -parola: Fine. - -Rileggerlo dunque... E che avrebbe potuto dir loro di più soave -di quello che aveva già detto? Che avrebbe cantato di più folle di -quello che aveva già cantato? Che avrebbe lagrimato di più doloroso -di quelle lagrime già piante? Tutto si rinnovella, anche l’amore; -ma nulla rinasce, neanche l’amore. I fiori di questa primavera non -sono più quelli dell’altra primavera morta; le farfalle che ripetono -sulle ali velate i medesimi geroglifici come una lingua perduta nei -secoli che nessuno più intende, non sono più le stesse farfalle; -l’onda che è giunta affannosamente a baciare la spiaggia prima di -svanire, non la ribacia una seconda volta, in tutta l’eternità. Però -le cose belle e fragili che non potevano durare, che non hanno durato, -che raggiarono e disparvero, non precipitano nel cieco infinito, ma -salgono, salgono, salgono a rivivere più fulgidamente, più durevolmente -nell’esistenza spirituale del sogno; mentre le altre, quelle che si -poterono afferrare, quelle che rimasero, si corrompono e si sfasciano -miserevolmente per vecchiezza. Nella vita o nel sogno. Egli aveva -un’anima di poeta e disse: Nel sogno. - -Ella stava immobile sempre come una figura dipinta. Immota e tranquilla -e ignara dell’attimo solenne che passava; nessun presentimento, nessuna -voce, nulla. Forse il suo spirito s’era involato e non rimaneva che -il delicato involucro candido in quella oscura severità. Egli prese -lentamente le due rose gemelle che s’inaridivano sul suo petto e le -gettò ai piedi di lei come su una tomba. Poi fuggì. - - - - -Natale Romantico - - -Nella chiesetta del convento si celebravano le tre Messe di Natale. -L’altar maggiore si ergeva nel fondo fra i rossi panneggiamenti di -velluto, i veli cerulei e i galloni d’argento, illuminato dai ceri -digradanti in una triplice schiera di fiammelle, coperto di lini e -di merletti su cui scintillavano gli arredi sacri tra le palme di -rose. Sulla gradinata nascosta dal tappeto, i sacerdoti s’inchinavano -nelle gialle stole gemmate: fra la nebulosa profumata dell’incenso: -una visione magnifica, che lasciava ancor più buia e nuda e povera la -piccola chiesa in cui i soggoli e le bende delle monache impallidivano -lontane, confusamente, come una coorte di larve. Giù per le navate -solitarie interdette ai profani, l’organo versava torrenti sonori di -melodie; ora formidabili come il clamore delle trombe d’una legione -d’arcangeli giustizieri; ora dolcissimi, mormoranti appena, come in un -sogno celestiale; ora appassionati e numerosi come mille e mille voci -assurgenti e rincorrentesi nel delirio di un’estasi divina. - -Un poco in disparte, sotto la lampada accesa all’altare semibuio di -Michele arcangelo, era prostrata suor Raffaella — la povera monachina -malata e bizzarra, a cui si perdonava tutto, ora che doveva morire. La -mattina stessa aveva sputato sangue di nuovo, e tutto il giorno era -rimasta a letto per obbedienza — ma la sera non le avevano impedito -di levarsi e scendere in chiesa per assistere alle tre messe della -mezzanotte, le tre messe del Natale. - -Stava prostrata immobilmente sul duro inginocchiatoio di legno, con -la faccia tra le mani gialle e scheletrite. E non aveva pregato, -nè meditato, nè pianto. Aspettava con l’anima sospesa, l’invocato, -dolcissimo prodigio. Oh Dio non l’avrebbe lasciata morire così, -senza concederle di rivedere una volta il suo amore! poichè ella -non domandava che di rivederlo un attimo, chinargli il capo sul -petto e morire. Chi sà, chi sà! Forse non era caduto a Dogali, -forse s’erano ingannati scrivendo il suo nome nel lugubre elenco, e -bisognava cercarlo ancora, cercarlo invece fra i prigionieri delle -tribù selvaggie, in qualche recesso ignoto della maligna terra dalle -paurose leggende. Oh non poteva esser morto, lui! così ardito, così -giovane, così forte, amato così!... E se era proprio morto, ebbene, lo -rivedrebbe per miracolo; credeva piuttosto a questo che alla certezza -di non ritrovarlo mai più. - -Erano anni che aspettava quel momento; anni! - -Da principio l’attesa placida, sicura, olimpica, coll’anima stemperata -quasi in un immenso _nirvâna_; poi un periodo inquieto, dubitante, -angoscioso, tremendo, a cui aveva seguito quell’attesa febbrile, -inverosimile, ostinata, di ogni ora, di ogni minuto del giorno e -della notte; un’attesa così intensa, nel fervido desiderare, che la -sua vitalità vi si struggeva come in un crogiuolo ardente.... ed era -la morte: essa lo sapeva, lo sentiva, pur non tentando di lottare: -abbandonandosi anzi, quasi lieta di morire. - -Però quella notte uno spiro novo e fresco di speranza la vivificava. -Era la notte di Natale, la notte santa delle mistiche corrispondenze -tra la terra ed il cielo. Gli angeli, quella notte, in infinite e -diafane spire allacciano i mondi, osannando al Messia nell’immensità -che si riempie di parvenze radiose e di musica. Forse Iddio aveva -scelto quella notte luminosa per compiere il miracolo, per renderle il -suo amore. - -La seconda messa giunse a metà. Da piè dell’altare evaporò più densa e -più odorosa la nube d’incenso; le campane in alto dindondavano solenni -e gaiamente pie; dall’organo si effondeva sommessamente la cantilena -agreste delle zampogne, la pastorale, semplice e sublime serenata della -notte meravigliosa. E quella nenia ripetuta, ripetuta, ripetuta, nel -ritmo ingenuo e amoroso di una ninna-nanna, blandiva i suoi tumulti, la -cullava, la addormentava. Non aveva più senso di nulla. - -Ma quando sentì toccarsi lievemente sull’omero, scattò. No... non era -ancora lui; era suor’Rosalia, la buona giovine novizia, impensierita -della sua immobilità. - -— Si sente male, suor’Raffaella? - -Ella la fissò con gli occhi spalancati e non rispose. L’altra, appagata -di saperla ancor viva, si rimise a pregare. - -Suor’Raffaella volse lentamente il viso aguzzo, che aveva una strana -espressione di stupore, verso l’immagine dell’Arcangelo Michele che -cacciava con la spada fiammeggiante gli angeli decaduti; e i suoi -occhi neri e ardenti s’affisarono lungamente sull’immagine sacra che la -lampadina faceva appena emerger dall’ombra. - -— Suor’Raffaella è devota di san Michele — dicevano le suore. Infatti -era sempre là che s’inginocchiava, là che pregava e piangeva, quando -poteva ancora piangere e pregare. La gentile e balda figura del biondo -spirito cavaliere le ricordava il suo amore, fior di gentilezza -e tempra d’eroe; così lo prediligeva e si prostrava a’ suoi piedi -umilmente anche ora, quasi soggiogata da quell’energìa celeste.... o -vinta dalla languida dolcezza d’un sogno. - -Questa volta lo affisò a lungo, intensamente, come se avesse dovuto -stare un pezzo prima di rivederlo: poi reclinò ancora il capo fra -le palme, esausta. Sentiva mancarsi il respiro e la vita; le voci -dell’organo le ululavano confusamente negli orecchi, come il frastuono -di un uragano; quelle campane alte e lontane le davano le vertigini; i -vapori dell’incenso la soffocavano. Credette di morire, e la prese un -folle desiderio d’aria, di libertà, di vita. Quelle campane insistenti, -festose nell’altezza fredda e pura, le parlavano, la chiamavano, -la volevano, l’attraevano irresistibilmente, la suggestionavano. -Smemorata, quasi folle, staccò il rosario dal fianco, il rosario che -sapeva le strette convulse delle esili dita che lo afferravano di notte -sotto il capezzale o lo avvoltolavano con una monotonìa disperata nelle -lunghe ore delle giornate vuote e silenti, e lo depose sugli scalini -dell’altare; poi si alzò lieve e quasi incorporea, come un’ombra, e -dileguò dalla porticina accanto all’altare, che conduceva al corridoio. -Di là si saliva pure al campanile; l’uscio era aperto ed ella salì. Le -campane con le loro vibrazioni sonore la volevano; lassù era l’aria, -l’esultanza, la vita. Suor’Raffaella cominciò a salire la stretta -scala a spirale reggendosi al muro, al buio, a tentoni, faticosamente; -il respiro le diveniva ancor più difficile; la scala tortuosa e -ripida le esauriva le ultime forze. Un’oppressione vaga incombeva su -lei, un’oppressione che avanzando divenne un incubo, un terrore per -quelle tenebre ignote e continue addensate nell’angusto spazio. La -scala seguiva non mai interrotta, e nessun spiraglio, nessun lume; -un’oscurità pesante di tomba. E ancora scalini e scalini ascendenti in -una spira diabolica, interminabile. La testa le riddava vorticosamente, -il suo respiro era un rantolo. Saliva, incontrando sempre nuovi -gradini sotto il piede, incespicando, cadendo, rialzandosi, delirando, -immaginandosi di uscire da un abisso sterminatamente profondo, di -esser condannata a roteare così, innalzandosi nel buio, per l’eternità; -sbarrando gli occhi, avidi d’un punto luminoso; spalancando la bocca, -anelante di un soffio d’aria viva. Infine sostò, incapace di proseguire -o di retrocedere, e s’abbandonò sugli scalini, sospesa in quel foro -nero, fra due abissi.... - -Ma le campane la chiamavano, la volevano, le campane rimbombanti sonore -e vicine, alle cui vibrazioni quel fragile edifizio pareva oscillare. E -suor’Raffaella si levò, galvanizzata, e cominciò l’orribile ascensione -brancicando nelle tenebre, oramai inconscia di sè, cieca, pazza, -morente... - -Improvvisamente, a uno svolto, un rettangolo di blanda luce argentina -le s’aprì dinanzi ed essa si slanciò. Era l’uscio che dava sulla -stretta terrazza circolare, a pochi metri dalle campane. L’aria -pungente e mossa l’avvolse tosto in una gelida carezza che la rimescolò -bruscamente. Le parve di svegliarsi da un sogno atroce; battè le -palpebre e sorrise. Era l’aria, la libertà, la vita. Laggiù, laggiù, -tutto intorno la pianura immensa, morbidamente bianca di neve sotto il -vasto plenilunio. Alberi, case, strade, apparivano vaghi e indistinti a -quell’altezza: non rimaneva che la pianura giù, all’imo, candidissima, -e sul suo capo l’etere terso, profondo, gemmato, in cui le pareva -d’essere librata meravigliosamente. Libera, sola, sullo stretto spazio -di quel pinnacolo eccelso, penetrata dalla magica nebulosa d’argento -fluttuante nello spazio, si sentiva ingigantire smisuratamente e -sprigionare dal suo involucro materiale, per trasformarsi in una -parvenza luminosa e fantastica, dileguantesi nell’infinito con le -vibrazioni di quelle campane rombanti accanto a lei che si slanciavano -nel vuoto, gioiosamente. - -Finalmente non si ricordava più! non viveva più! non soffriva più! -Era guarita. S’era immersa nell’altezza serena e fredda, come in un -queto Lète dolcissimo e oblioso. L’immagine fascinatrice, abbarbicata -da tanti anni al suo cuore con una tenacità così ardente da assorbirne -la vita, l’immagine che l’inseguiva traverso le ore dell’occupazione, -della preghiera, della meditazione, del riposo; nella veglia, traverso -le lunghe notti invernali; nei sogni, in cui guizzava come uno sguardo, -come una voce, come una parola; l’inebriante e fallace parvenza che -la uccideva di desiderio cocente, l’aveva lasciata; era svanita; aveva -dilagato nell’estasi di quell’ora vaga, fantastica, divina. - -Poi il candore vastissimo, lo spazio infinito l’assorbirono -interamente; si sentiva già pronta a librarsi, lieve e immateriale -e vaporosa come un’angelica forma; si sapeva coronata di stelle -rifulgenti; sorrise. Sorrise alle campane che continuavano a slanciarsi -folli, sonanti, mentre lei si puntellava al parapetto, salendovi -faticosamente in ginocchio, rimanendovi un attimo, per slanciarsi anche -lei nel vuoto bianco e luminoso e profondo, nel plenilunio sacro. - - - - -Natale classico - - -Alle due estremità della tavola, che era tutta un candore rilucente -di cristalli e di argenteria, sedevano i padroni di casa. Lui, un -vecchio generale in ritiro, un po’ arrustichito dalla sordità; con un -torace di Ercole e due occhietti chiari e placidi, affondati fra la -rubiconda grassezza del viso e le folte sopraciglia: Lei, che della sua -altera bellezza, quasi celebre, serbava ancora la figura giovanilmente -snella e una certa espressione di superiorità, che il profilo dantesco -e la durezza dello sguardo accentuavano. Pareva nata per agire e per -comandare; infatti, per il prestigio della sua bellezza, e più per una -tenacità di volere logica e calcolatrice, aveva sempre menato tutti per -il naso, cominciando dal generale che si credeva un tiranno. - -Povero generale! una buonissima pasta d’uomo e, malgrado i suoi -settant’anni (anzi forse per questo), innamorato dell’ideale come -uno scolaretto. La sua soddisfazione per quel pranzo di famiglia, -a Natale, era profonda, sincera. Certe consuetudini tradizionali, -certe solennità, le osservava e le rispettava come i suoi obblighi -di cittadino e di soldato, ma con una dose maggiore d’entusiasmo -e di convinzione, che le coloriva e le innalzava al grado di veri -avvenimenti desiderati. I natalizî, gli onomastici, l’anniversario -del suo matrimonio, Pasqua, Capo d’anno, Natale, costituivano per -lui tante piccole oasi in cui pigliava fiato prima di rimettersi in -via, scacciando, dimenticando, allontanando olimpicamente in quei -giorni ogni preoccupazione molesta, ogni pensiero cruccioso. Ma il -Natale era la solennità che preferiva, la solennità classica per -eccellenza, che ogni anno gli faceva rovistare nel bagagliume delle -memorie per arrivare a concludere con la narrazione di qualche episodio -tragi-comico avvenuto proprio a lui e proprio per la sua ferma volontà -di venirsene a Natale nel suo paese per mangiarvi, da buon ambrosiano, -il tacchino e il panettone, e scaldarsi al ceppo tradizionale che -doveva rimanere acceso fino alla mattina. - -Sua moglie, donna Laura, da persona intelligente, aveva sempre -rispettato quei gusti e quelle consuetudini, senza rinunziare però a -discorrerne con quella cert’aria di compatimento che doveva mantenerla -sul suo piedestallo. Per lei il Natale non era che un pretesto per -affermare solennemente, almeno una volta all’anno, la sua autocrazia -che non cedeva nè ai tempi, nè ai costumi. Se non era più possibile -la famiglia patriarcale come ella aveva vagheggiato per alimentare -le sue aspirazioni feudali, rimanesse almeno l’obbligo di quel pranzo -di Natale che raccoglieva tutti intorno a lei come un tacito omaggio -alla sua autorità. Ciò che sarebbe riuscito ad ogni altra naturale -e gradito, costituiva per lei, quasi unicamente, una soddisfazione -d’orgoglio. C’erano tutti intorno alla mensa: suo figlio, lo stimato -e noto giornalista dai capelli già grigi, coi bimbi e la governante -inglese; la nuora, una bruna vivace e astuta dagli occhietti di -cingallegra; sua figlia Marta, una creatura bizzarra, un po’ esile, -fumatrice arrabbiata di sigarette, e suo genero, alto e grosso e brutto -come l’Orco; infine l’altra figliuola giovinetta, sgusciata appena -dalle mani dell’istitutrice. Poi i parenti più lontani, quelli che -formavano il maggior ornamento al carro di donna Laura: una cugina -vedova che veniva ogni anno da Firenze, splendida figura di Giunone, -dai movimenti bruschi, ridanciana, provocante; un nipote ufficiale -arrivato da Massaua, la vigilia, per quel famoso pranzo di Natale, e -il figliuolo di un’amica morta, considerato oramai come un parente: il -conte Silvestri, uno scavezzacollo e poeta per giunta. - -Donna Laura, naturalmente, dirigeva la conversazione anche a pranzo, -intavolava i discorsi, lasciava cadere quelli che non le garbavano, -ne troncava anche certi altri, risolutamente, qualche volta con un -sol gesto o con uno sguardo insistente de’ suoi freddi occhi grigi. -Quella sera però le sue armi cominciavano a spuntarsi contro quelle -dell’ufficialetto, che tirava via a dialogare sotto voce colla sua -bella vicina, la vedova, il cui florido busto si torceva per le risate -frequenti, mentre gli occhi di lui luccicavano, fissi su quella nuca -fresca e bianca che l’abito un po’ scollato scopriva. Il generale, -col tovagliolo al collo, parlava poco e mangiava assai, occhieggiando -spesso e volentieri verso la formosa vedovella e sorridendo del suo -riso senza capir nulla; gli altri non badavano a loro. Ma, oltre gli -occhi severi di donna Laura e quelli avidi del generale, altri due -occhi spiavano, invidi e penetranti, quelli di Alda, un po’ troppo -fredda e distratta alla mensa di Natale. - -— Si può sapere a che pensi, Alda? — ammonì con la sua consueta -terribile freddezza donna Laura, vedendo che dimenticava perfino di -incrociar le posate sul tondo; e la fanciulla arrossì voltando il viso -verso il Baby, occupandosi -di lui per disimpegno. Un viso intelligente -e simpatico, un tranquillo viso di donnina che un neo sulla guancia -abbelliva. - -— .... sapete che cosa mi ha risposto? — continuava la voce aspra di -Marta che si tagliava un’altra fetta di panettone: — «padronissima -di andare; a una commedia di quel genere io non vengo!» E gli altri -ridevano tutti, meno sua madre. - -— Ah! proprio così? — fece il conte-poeta stiracchiandosi i baffetti -biondi un po’ soprapensieri. - -— Precise parole, ve lo assicuro. — Marta scrollava le briciole di -panettone dall’elegante abito a ricami di passamanteria che le vestiva -la figura svelta, nascondendole il collo troppo lungo. — Precise -parole. E un’aria scandalizzata!... Credo che mi leverà il saluto... - -— È una cretina, — dichiarò placidamente l’Orco. - -— Oh, no, è furba! — corresse la brunetta con un movimento affermativo -del capo e quello sguardo artificiosamente candido che la rendeva così -graziosa. - -— Oh infine poi, — entrò a dire donna Laura con calma, autorevole, -— ognuno è padrone di condursi come meglio crede; rispettiamo le -opinioni. Se quella commedia urtava le sue convinzioni religiose -o morali, ha fatto bene a non intervenirvi. Aggiungete poi che con -questa sconfinata libertà, che ora informa l’arte e la vita, nulla -di più facile che passare dalla leggerezza alla sconvenienza... — -finì voltando il viso aggrinzito e incorniciato dai capelli grigi, -arricciati, verso la vedova e l’ufficiale che non se ne davano per -inteso. - -— Non lo credete? non lo credete? — mormorava sottovoce lui, -infervorato, col viso acceso. — Gabriella!... scettica... cattiva... - -— Baie... — rispondeva lei col suo spiccato accento fiorentino, -scrollando, le spalle opulente e chinando il capo per osservare -con gli occhi miopi le cifre del tovagliolo; — baie, caro mio... -— E la signorina Alda daccapo a guardare fissamente, lungamente, -con una costanza e un ardire quasi disperato, il cugino ufficiale. -Baby, trovandosi trascurato, la scotè violentemente per un braccio, -rovesciando nell’atto un bicchiere di vino. - -— Ma quei bambini... sono d’un’indisciplinatezza... — cominciò donna -Laura, rivolta a sua nuora, che fulminò con un’occhiata la governante, -la quale a sua volta, col viso di fuoco, rimproverò in inglese il -bambino. - -La governante era una ragazza florida e bionda, nè brutta nè bella, -impassibile e muta sempre, persino negli occhi, che pareva non avessero -pensiero. Eppure il malestro di Baby l’aveva richiamata alla realtà -di lungi, oh di lungi assai, dalle nebbie nordiche fra cui intravedeva -un ramo di pino inghirlandato di lampioncini rossi, e molti visi noti -e cari, e un bisbiglio di voci, nel linguaggio della sua infanzia, -ripetere con un buon sorriso: _A happy Christmas, my dear!_ - -— Uh! se potessi andarmene prima di mezzanotte senza che mamma se ne -offendesse.... — pensava il figlio giornalista, mettendo un chicco di -zucchero nella sua tazzina di caffè, in aria meditabonda. - -— Come lo chiamate questo profumo? — grugnì il generale, annusando -l’aria verso la vedova che lo guardò un momento senza rispondere e -poi disse: — Eliotropio! — voltandosi ad ammonire il suo turbolento -compagno che le bisbigliava qualche cosa all’orecchio. - -— Non sarà sempre Natale... — rifletteva fra sè per consolarsi, -Alda, col cuore stretto da uno sconforto senza fine. Poi pensava che -passato Natale anche lui se ne sarebbe andato, e il buio e il silenzio -avrebbero soffocato il suo bel sogno. Allora si contentava di soffrire. - -Mentre donna Laura dava dei consigli a sua nuora sul mezzo migliore per -conservar fragrante il thè, il generale aveva trovato modo d’attaccare -col conte Silvestri il suo discorso favorito: - -— Un natale senza neve! ma che vuoi? non mi pare neanche Natale... Ci -vuol la neve alta mezzo metro... allora si gode il ceppo. Mi ricordo -che nel sessantadue... Ma a proposito. — ripigliò come chi non vuol -differire una questione importante, — a proposito, Laura, chi sta di -guardia stanotte al ceppo? hai stabilito? - -— Ma chi vorrà! — rispose donna Laura un po’ seccata d’essere -interrotta nei suoi ammaestramenti domestici; e se nessuno vorrà, il -servitore.... - -— Ci sto io! — vociò con energia l’ufficialetto e, chi sà perchè? gli -occhi gli brillarono come se avesse trovato la soluzione di qualche -difficile problema. - -— Ebbene, ci starai tu, — replicò tranquilla la padrona di casa, che -riprese a sua nuora il discorso dianzi interrotto. Gli altri guardarono -tutti, discretamente meravigliati, dalla parte dell’ufficiale: -il giornalista ebbe un sorriso maligno che trattenne subito. Alda -impallidì. - -— Bravo, bravo, — approvò il generale. — Pare che il ceppo di casa -Arnaldi sia destinato ad avere un servizio d’onore in tutte le regole. -Fino a tre anni fa non ho ceduto a nessuno questo incarico... ed ora -son contento che mi sostituisca un altro figlio dell’esercito. Anche -l’anno scorso, mi pare... - -— No, l’anno scorso toccò a Silvestri; non è vero, Silvestri? — chiese -Marta, accendendo la seconda sigaretta. - -— Chi? io? che cosa? — interrogò costui, cadendo dalle nuvole. - -— Ma questi poeti! — esclamò allargando le braccia il generale, -sfiduciatamente. — Che cosa maturavi, si può sapere? un sonetto o -un’ode barbara? - -— Un’elegìa, — mormorò quel monello di Silvestri, scambiando sottocchi -uno sguardo d’intelligenza coll’Orco che sorrise. - -— Un elegìa?... — ripetè il generale che non aveva capito niente, e -tornò a centellinare il suo caffè. - -La bella vedova pareva finalmente decisa a finirla col suo vicino, -discorreva con l’uno o con l’altro animatamente: l’ufficialino intanto -fumava con un’aria ingiustificabilmente radiosa. Gabriella parlava a -donna Laura e alla brunetta di un abito, con quel suo fare risoluto, -quei movimenti bruschi che facevano scricchiare il suo corsetto -attilato di seta. - -— È inutile; non mi va, non mi va... con un personale come il mio, un -colore simile... - -— _Fraise écrasée_... — disse in tono conciliativo l’elegante brunetta, -che negli atti misurati, nella voce gentile, nella figura svelta dalle -molli curve, era tutta l’essenza della femminilità. - -— Ma convinciti, Gabriella, che non si può lasciar pieni poteri alle -sarte, — sentenziò donna Laura, seguendo coll’occhio indagatore Alda -che, dopo averne chiesto il permesso, si era accostata al caminetto. - -Un camino all’antica, di pietra, che dava sempre un’impressione gelida -con la sua impellicciatura di marmo bianco che non si riscaldava mai. -Il ceppo fiammeggiava e crepitava gaiamente. Alda, col visetto serio, -lumeggiato dai riflessi rossi, osservava gli ondeggiamenti leggieri -delle vampe sul fondo fuligginoso. Presto donna Laura si alzò e gli -altri la imitarono. Vennero tutti intorno al fuoco, meno il generale -che sonnecchiava col tovagliolo al collo, dondolando il capo. - -— Ora si farà il _grand bézigue_, e alle undici il _thè_, — annunziò -donna Laura, mentre la governante si ritirava coi bambini. E il -giornalista, che aveva azzardato una sbirciatina all’orologio, se lo -lasciò quasi sfuggir di mano. - -— Uff quella cambiale! che incubo... — pensava intanto Silvestri, -ricaduto nelle sue meditazioni. — E Wera che si ostinava ad -aspettarmi... Certo non la passerò liscia... Maledetto pranzo...! - -— .... Eppure in queste circostanze fa piacere offrire una famiglia -a chi non l’ha, — osservò soddisfatta la padrona di casa, parlando di -Silvestri con sua cugina. — La riconoscenza rassoda l’amicizia.... - - * - * * - -La sala da pranzo era deserta da più di un’ora. Suonò il tocco. -L’ufficiale aveva abbassato il gas e si era adagiato nella poltrona -dello zio accanto al camino. Lo confortava la compagnia di qualche -eccellente bottiglia e di un’appetitosa cenetta, messa là dal generale -per alimentare la sua veglia. Nella penombra, con la gran tavola -coperta dell’oscuro tappeto, la stanza appariva più vasta e più triste: -il ceppo scoppiettava languidamente, proiettando bagliori purpurei -e oscillanti sulle gambe di una sedia poco discosta e sul lembo -cenerognolo dei calzoni dell’ufficiale. Le tende degli usci e delle -finestre, tutte abbassate, ricascavano in fitte pieghe mantenendo un -gradito tepore e il gran silenzio della casa addormentata. Il giovine, -affondato nell’ampia poltrona che aveva la spalliera contro la porta, -era pallido e nervoso, e pareva rimuginare un pensiero con ostinata -intensità, mentre fissava, senza vederle, le maioliche biancheggianti -in una rastrelliera che occupava tutta la parete di contro. - -Rimase così a lungo, trasalendo però ad ogni menomo rumore, andando -perfino a sollevare adagio la portiera dell’uscio di anticamera.... Si -avrebbe scommesso che aspettava qualcuno. - -— Grullo a chi ci crede, — concluse poi dopo un ultimo giro di -ricognizione, ricascando nella poltrona; e con un breve gesto -dispettoso strappò una nappina. - -In quel punto avvertì dietro di se un lieve fruscio e un sottile -profumo di Eliotropio... - - - - -Il poema dei bambini - - -FANTASIA. - -Il libro è aperto e attende. Un gran libro niveo dalle pagine orlate -di raggi. Ma chi lo scriverà il poema immacolato? Qual mano sarà -così lieve e qual fantasia così alata per fissarlo in tutta la sua -indeterminatezza misteriosa e divina?... La mano di un angelo, forse, -e la fantasia d’una fata; le due figure vaporose fra cui si snoda -l’innocente spira delle piccole anime che ingentiliscono il mondo. -L’angelo, che veglia alto e fulgente a capo d’ogni culla, come sulla -prora della navicella dantesca, potrebbe cantarci, forse, dei paesi -dove vagano gli spiriti dei bambini addormentati sotto le cupole di -trina o sotto gli scialli sdrusciti; ci dipingerebbe il paradiso che -sognano, pieno di testine alate e di bambini morti che hanno portato -fra le nuvole le loro bambole e i loro burattini, e danzano intorno -ad un eterno Albero di Natale, e giocano con un Dio bambino come -loro. Potrebbe rivelarci che cosa pensano quando esultano ad uno -splendore o piangono ad una musica; quando rimangono assorti nella -contemplazione d’un fiore e d’un viso; che avvertimenti ci danno quando -la loro piccola mano ci avvince e ci trae; quando ci domandano una -carezza e ci negano un bacio. L’angelo, forse, ci direbbe chi insegna -loro a consolar così bene senza parlare, a persuadere, a riunire, a -redimere, solo con la freschezza delle loro bocche, con l’espressione -inconscia del loro sguardo, col profumo de’ loro riccioli, con la pace -del loro respiro. Ci direbbe, l’angelo, come sanno certe parole così -efficaci, così immaginose, così solenni, così tremende... ci narrerebbe -le tristezze dei piccoli infermi, le malinconie degli abbandonati, -le tentazioni dei vagabondi, gli odî degli oppressi, i rancori dei -posposti: tutte le loro lotte, le loro vittorie, i loro martirii, i -loro spaventi, i loro dolori, i loro palpiti, tutta la loro vita intima -così pura, così vergine, su cui aleggia ancora l’alito di Dio! la -loro vita che qualche volta non è che una breve sosta fra due voli — e -l’angelo dalle grandi ali lo sa, egli che veglia sulle culle ridenti, -sulle bare ornate come trionfi, sulle tombe infiorate e incise di nomi -brevi che non hanno passato. - -E la fata, la bella fata dall’abito di broccato e dalla corona di -regina verso cui salgono le invocazioni, i sospiri, i desiderî di tutta -l’umanità minuscola che s’agita nei palazzi e nei tugurî, sa bene, -lei, gl’ideali infantili! A lei, la loro Musa, i bambini confidano i -sogni di gloria e di felicità; lei aspettano centinaia e centinaia di -scarpette fra gli alari di bronzo dorato, sotto le cappe gigantesche -dei vecchi camini, nel povero focolare, accanto agli sportelli delle -stufe, vicino alle bocche dei caloriferi, ad ogni varco del labirinto -buio e misterioso e fantastico per cui sanno che Ella peregrina la -notte dell’Epifania. Lei sperano i piccoli cenciosi rannicchiati, -intirizziti e digiuni; i duchini, che hanno sorpresa la mamma a -piangere fra i cuscini di raso; le bambine timide e sensibili, che -si nascondono per pregare ginocchioni e affratellano la sua immagine -all’immagine di Maria. La bella fata potrebbe ridirci gli sgomenti -paurosi, i terrori di tante testine cacciate sotto le coltri per non -veder giganteggiare l’Orco o il Lupo Manaro nell’ombra; i desiderî -fervidi di galoppare sui cavalli di legno verso le plaghe incantate -dai castelli di diamante e dalle arancie d’oro, le visioni di paesi -della cuccagna, dalle case di confetti e dai mobili di cioccolata, dove -i bambini non studiano, dove le mamme non sgridano; dove Cappuccetto -rosso, Puccettino, Cenerentola, la Bella, si rincorrono in un gran -prato fra tutti i giocattoli del mondo. E additandoci il suo gaio -corteggio di gnomi, di burattini, di spauracchi, di falconieri, di -geni, ci spiegherebbe, lei, perchè i bambini sono così adorabilmente -grotteschi qualche volta, così comici, così iperbolici, così eleganti, -così sovrumani. Ci direbbe, lei, il segreto della fantasia infantile, -ingegnosa, gentile, che alimenta qualche volta il primo germoglio d’un -fiore divino. - -All’angelo e alla fata dunque, ad essi che sanno, il tracciare -l’immacolato poema. E nei margini alluminati con le sfumature più -ridenti, con le luminosità più gioconde, le figurine infantili lo -ravviveranno. Tutti i bambini: dalle testoline idealmente bionde dei -_baby_ nordici, ai musetti sudici degli spazzacamini, dai piccoli -chinesi tutti goffaggine, giù giù sino ai corpicini agili e nudi dei -bronzei marmocchi africani; tutti i bambini, di tutte le classi, di -tutte le età, di tutti i tipi, di tutti i paesi: una fantasmagoria, una -piccola moltitudine varia, innocente, primaverile. - -E sera e mattina, dal poema immacolato fra la vivente ghirlanda, -s’effonderà un effluvio refrigerante, poichè le piccole anime si -schiudono nei crepuscoli, e gli affetti e le preghiere evaporano sino -al cielo, avvolgendo il mondo d’un incenso ideale, purificatore; -significante agli scettici, ai dolenti, che sulla terra c’è ancora -qualche cosa di puro, di bello, di vero, poichè ci sono loro... - - _Natale 1891._ - - - - -Treccia bionda. - - -Max, il giovane compositore di musica, finiva d’abbottonarsi l’abito, -ritto dinanzi al grande specchio nel tepore, nella luce blanda, nel -disordine della sua elegante camera di scapolo. Voleva esser calmo, -ma le mani avevano movimenti bruscamente nervosi; ma sul viso pallido -e serio si diffondeva un’ombra cupa, forse il riflesso di un’interna -lotta. Nient’altro che un’ombra; eppure era già troppo per lui giovane -e ardente di passione per la donna che lo aspettava ad un convegno -d’amore.... Quell’ombra pareva un tedio ed era rimorso; giacchè egli -non era un seduttore volgare, e gli si affacciava spesso in tutta la -sua reale crudezza il pensiero tormentoso di tradire quell’uomo... il -compagno della sua giovinezza, dei suoi studi, delle sue speranze, dei -suoi disinganni: l’uomo generoso che lottava con lui e per lui, per -assicurargli i trionfi, l’avvenire, la gloria, nella carriera difficile -e ardimentosa; l’amico che lo aveva sempre consolato e moderato, con -la calma benevola di un padre amoroso, negli scoraggiamenti o nelle -ebbrezze della sua impetuosa natura. Max doveva tanto a quell’uomo -e lo tradiva; gli doveva la rigogliosa vitalità dell’ingegno che -lo rendeva ricco e felice, e gli toglieva la sua ricchezza, la sua -felicità. Quando gli si figgeva questo pensiero nel cervello Max si -sentiva vile e miserabile; ma il dualismo gli tumultuava nel cuore, -ed era una strana passione quella che gli paralizzava l’anima e gli -accendeva i sensi, prestandogli mansuetudini e timidezze di fanciullo, -ribellioni titaniche, gelosie feroci. Inoltre con tutta la sua fervida -fantasia d’artista, continuamente eccitata dalla creazione musicale, -credeva al fato, al fato dell’arabo, al fato del medioevo, e vi si -abbandonava, e si saturava di quelle teorìe che lo spogliavano d’ogni -responsabilità, che gli facevano compiere gli atti più importanti -della sua vita dietro una causa futile e comune per ogni altro, ma in -cui egli vedeva maravigliose predestinazioni. Se qualche ostacolo gli -avesse attraversata dapprima quella via d’amore così facile, e così -piana, forse la sua esagerata dignità sarebbe rimasta spaurita dalle -finzioni volgari, e quel suo misticismo superstizioso lo avrebbe fatto -trionfare nella lotta. Ma pareva invece che un destino dolce e tremendo -avvincesse la sua alla vita di Giselda con un delizioso laberinto -di fila segrete che si serravano ogni giorno di più. Nulla gliela -contendeva oramai: nè la vigilanza del marito assurdamente fiducioso, -nè apparente scrupolo in lei addormentata in un fascino profondo, nè -circostanze difficili, nè contrattempi, nulla; Giselda era sua, egli lo -sapeva. Vinta dal suo sguardo, dalla sua voce, dalle sue melodie, ella -non si difendeva, non tergiversava, non lottava: si abbandonava anche -lei a occhi chiusi, incrociando le braccia, alla corrente fatale. Non -sapeva che tremare e impallidire; come la prima volta sulla terrazza -deserta, quando gli abbandonò le mani e il capo sul petto, — nell’aria -molle, nel profumo, nell’incanto di quella notte di primavera... -Guardò l’orologio. Ancora un’ora, un’eternità.... Si buttò sul divano -facendosi vento col fazzoletto, poi terse qualche stilla di sudore -sulle tempie. E s’ella si fosse scossa infine? se le voci della dignità -e del dovere l’avessero svegliata dal sogno oblioso e fiorito? se -fosse partita come minacciava, come implorava, quasi, dalla sua stessa -volontà? - -S’alzò, si mise a passeggiare per la camera intorno ai mobili artistici -di un gusto severo, passandosi le mani sugli occhi, ricacciandosi -indietro i capelli convulsamente: il tappeto ammorzava i suoi passi; -pareva un’ombra errante con l’alta statura, il viso smorto, l’abito -nero. Passò davanti al balcone che si schiudeva sul Canal grande, ed -ebbe appena uno sguardo indifferente, lui artista ed entusiasta della -sua Venezia, per la lunga schiera incantata dei palazzi dirimpetto, -sorgenti fra l’acqua e il cielo nel vasto silenzio e nella placida -luce d’opale e di madreperla che solo i crepuscoli veneziani hanno. -— «È meglio che mi levi di qui, — concluse; — almeno mi toglierò -dall’inferno dell’attesa in questa solitudine...». — E s’avviò a -pigliare i guanti sulla mensola, nell’angolo, ingombra di cofanetti -e di gingilli: poi con lo sguardo vago, la mente assorta negli occhi -neri, nel profumo, nel fascino di lei, pigiò macchinalmente il dito -sulla molla di uno fra quei piccoli scrigni, lo aperse, vi cacciò -la mano sbadatamente.... ma la ritrasse tosto con un brivido che lo -agghiacciò, anima e corpo. Invece della liscia ed unita superficie -del guanto, aveva sentito sotto le sue dita delle filamenta morbide e -sottili come d’una matassa di seta. - -— Ah, che sacrilegio! — esclamò con vero ribrezzo; poi tentò di -superarsi e volle richiudere il cofano frettolosamente. Ma la treccia -bionda della morta ricascava fuori dallo scrigno, sollevando il -coperchio, ricusando di togliersi alla sua vista, di rientrare nella -sua tomba — imponendosi.... - -Max era rimasto immobile, con gli occhi fissi, la fantasia, sàtura -di fatalismo, paurosamente colpita. Per la prima volta gli accadeva -di aprire storditamente quel reliquiario che conteneva la memoria -più soave, più mesta, più santa della sua vita; memoria da lui -custodita con tutta la venerazione segreta di cui era capace la sua -natura dolorosamente sensibile e trascendentale. Povera Maria! che -profanazione! Egli s’assise là, nell’ombra di quel cantuccio sommerso -nel crepuscolo, levò adagio, con le mani un po’ tremanti, la lunga -treccia voluminosa a cui era avvinto strettamente un piccolo gruppo -di seccume — fiori in un tempo lontano — e la lunga treccia gli -scivolò sulle ginocchia in un molle abbandono di cosa morta, spiccando -opacamente bionda sull’abito nero. - -Intanto, all’aprirsi del breve reliquiario, usciva lo sciame dei -ricordi, e la memoria evocava fedele l’immagine della giovinetta: la -delineava, come sempre, bianca, mite, gentile, sul balconcino gotico -del vecchio palazzo tetro; nella gondola nera e slanciata fra la -luminosità della laguna rispecchiantesi nei grandi occhi sereni di lei -in tutte le sue misteriose e profonde trasparenze; nella vasta piazza -marmorea sotto un cielo di cobalto, innanzi a San Marco scintillante -di colori e d’oro, come un gioiello, nella calda fulgidezza del sole -meridiano; mentre una frotta di colombi scendeva serrata, attorniava -lei, bionda e ridente, poi si levava a volo sparpagliandosi con un -brusco frullo d’ala. Rivedeva la sua fanciulla passare nelle tortuose, -umide calli, benefica e soave come una buona fata; la rivedeva -scendere e salire i ponti, lesta, leggiera, colla testa alta, il -viso colorito, inebriata di gioventù, d’aria, di luce; la ritrovava -prostrata sotto il lumicino rosso di una lampada moresca che faceva -rilucere i mosaici nell’ombra della cattedrale bizantina; la ripensava -come una sera estiva, ai Giardini, nel bianco lume lunare, appoggiata -alla balaustra di marmo sulla laguna che si stendeva luccicante di -riflessi d’acciaio; ricordava il lungo silenzio e il turbamento che li -aveva colti all’improvviso in quella gran pace; ricordava il movimento -quasi inconscio della manina sottile che sfogliava un fiore: persino -le piccole fosforescenze dell’anellino di brillanti ricordava; e -sopratutto di non averla veduta mai tanto idealmente bella come in -quella sera, tutta irraggiata come una candida parvenza che dovesse -svanire nelle ombre del Giardino, o nella serenità fredda del vasto -plenilunio. - -Erano cresciuti assieme; si volevano bene come fratello e sorella; -si vedevano tutti i giorni, a tutte le ore. Max non trovava ricordo -dolce o triste della sua prima giovinezza che non fosse confuso alle -risatine fresche, allo sguardo sereno, alle lagrime silenti, alla -voce soave di Maria. Quante volte ella aveva spianato con le bianche -dita una ruga precoce del volto, dileguato con gli occhi azzurri una -nebbia uggiosa dal cuore del suo compagno! Quanti consigli miti, quante -parole ragionevoli, quanta logica semplice adoperava per persuaderlo, -per frenarlo, per animarlo, per fargli mutare un cattivo proposito di -svogliatezza o di vendetta! Ed era cosa rara la sconfitta di Maria, -giacchè anche lui allora era giovane, buono, impressionabile, pieno -di entusiasmi e di fede. — Povera fanciulla! Come era leggiadra -quell’ultima sera al suo primo ballo! come era lieta, spensierata e -bella nell’abito bianco vaporoso, senza gioielli e senza fiori, lei, -fiore e gioiello vivente con la carnagione d’una freschezza rosea e -vellutata di petalo, le lunghe treccie di fili d’oro! Max ritrovava -il fremito di delizioso sgomento che lo aveva assalito quella sera al -contatto delle morbide treccie voluminose, quando volle puntarle un -mazzolino in testa, proprio fra le ondulature delle trecce di fili -d’oro. Rammentava il loro respiro ancora ansante dopo quel valtzer -vertiginoso, il viso acceso, l’espressione ingenuamente maliziosa degli -occhi color del mare, i movimenti della testolina irrequieta di Maria -che si divertiva della goffaggine di lui, delle sue mani tremanti, del -suo riso imbarazzato e nervoso. «Ora sei proprio bella!» le aveva detto -poi, ed ella si era ammirata ad uno specchio, mormorando scherzosa: -«Ebbene non lo leverò più!» E non lo aveva più levato, povera bambina! -Si era ammalata l’indomani e la morte l’aveva portata via col mazzolino -nelle treccie bionde... Ed ecco finalmente la tetra, la mestissima, -l’incancellabile visione... il lettino bianco nella camera a colori -ridenti, dove egli entrava per la prima volta e perchè ella moriva. -Ecco il volto affilato, livido, in cui parevano sinistramente belli -gli occhi color del mare; il sorriso buono; le piccole mani che gli -si allacciavano al collo, la voce soave, fioca, all’orecchio: «Max, -ho ancora il tuo mazzolino nelle treccie, vedi?... Quando non ci sarò -più, riprendilo... ma pigliati pure la treccia, una delle mie treccie -bionde che ti piacevano tanto: così il mazzolino non ne verrà separato -e ti resterà qualchecosa di me...» Egli adolescente, innamorato, con -la testa piena di romanticismo, nello strazio di quell’ora vagheggiò -il suicidio; ed ella lo stringeva più forte con le piccole mani, -persuadendolo, come quando faceva desistere da un cattivo proposito -lo scolaro ribelle. «No, vivi, Max; vivi per i tuoi genitori, per mia -madre... per la tua bell’arte vivi, lotta, studia, diventa artista, -diventa celebre.... ma non ti dimenticare....» Ed egli aveva sentito -sulle gote le lagrime di quella povera giovinezza morente — la sua -ultima ribellione — il suo ultimo rimpianto alla vita. - -..... Una fredda esistenza, un’esistenza di tumulti, un vuoto, -un’aridità erano venuti dopo la morte della sua fanciulla... Uno -sfrondamento di illusioni, di entusiasmi, di speranze... Un brulicame -di basse passioni, di piccole menzogne... E quanto arrabattarsi per -la felicità, per l’amore, per la gloria, veduti sempre all’orizzonte -e sfumati sempre come splendidi miraggi! Oh se Maria non fosse morta, -sarebbe la sua sposa, la sua difesa, il suo angelo custode, la pace e -il riposo dell’esistenza sua. Ma la bionda visione era cancellata per -sempre... Max, in quel cantuccio sommerso nell’ombra, con lo sguardo -sulla treccia, viveva così nel passato senza più nozione del tempo e -della realtà.... - -..... — Signorino, non mi comanda di accendere i lumi? — disse la -voce tremula e discreta del vecchio servo dalla soglia della camera -elegante. - -Max diede un balzo e guardò l’orologio. L’ora del convegno era passata -da quaranta minuti; l’ora attesa febbrilmente e sognata ardentemente -aveva potuto dunque dileguarsi così? Egli non battè ciglio, non si -mosse, ma qualche cosa moriva dentro di lui in tutti gli strazî di -un’agonia disperata e tremenda. «Tu non lo vuoi, dunque, Maria; tu non -lo vuoi! — » ripeteva il suo pensiero fra il tumulto de’ suoi sensi, -fra quell’ultima lotta. E la bionda treccia, nel suo abbandono molle, -pareva rispondergli, trattenendolo, tenue e possente come il braccio -di un bambino che gli si fosse addormentato in grembo. Max chinò il -capo come piegando ad una forza superiore. Una lenta stanchezza lo -invase; uno scoramento, un languore indicibili; un senso di debolezza, -d’impotenza a lottare col destino che gli si rivelava all’improvviso -tremendo; un desiderio latente di finirla col dualismo che gli tendeva -i nervi, gli assopiva le facoltà della mente, gli velava l’alta -serenità fulgida dell’arte, in cui l’anima sua era solita a librarsi, -a spaziare, a cercare le migliori compiacenze, le consolazioni più -pure e più efficaci della sua vita tempestosa. Poi Maria era in lui; -Maria, la bionda morta evocata: ed il basso brulichio delle passioni -e dei desiderî sensuali non reggeva a quel confronto e fuggiva e si -sperdeva da tutti i lati come le tenebre al raggio trionfale del sole. -Le sue ebbrezze, il suo amore, la sua dissimulazione, tutta la miseria -infine della sua condotta passata, lo disgustarono, lo umiliarono, lo -nausearono come il ricordo d’un sogno oscenamente bugiardo.... - -Ebbene, no; non avrebbe da rimproverarsi una simile viltà: la viltà di -prendere una povera donna debole e onesta; la viltà di tradire l’uomo -che lo aveva beneficato. No, non avrebbe una macchia simile sulla sua -coscienza d’uomo leale, sulla sua vita elevata dall’arte. Rialzò il -capo alteramente, più calmo, poichè la sua immaginosa e mistica natura -era già allettata dalla poesia del sacrifizio che gli aleggiava nel -cuore sperdendo i resti di quell’ardente soffio di passione. - -Uscì sul balcone e rimase là finchè la notte scese sul Canal Grande -e nel cielo palpitarono rilucenti le stelle. Nessun lume nelle enormi -masse nere dei palazzi dirimpetto; qualche gondola appariva e spariva -col rosso lumicino riflettentesi in striscia purpurea, verticale e -tremolante nell’acqua bruna. Un bisbiglio di voci, un tonfo di remo, -un breve, mite sciaguattìo; poi il silenzio, ancora il silenzio delle -notti veneziane pieno di misteri, di dolcezze, di malinconie. - -Quando Max ebbe l’anima penetrata di quel silenzio e di quell’incanto; -quando ebbe ascoltato tutto ciò che gli dicevano la notte stellata e -i ricordi già lontani del suo grande amore domo dalla bionda morta -innocente, passò nel suo salotto di studio ornato di opere d’arte -antica e moderna, s’assise al pianoforte nascosto da vecchi arazzi e -suonò. Suonò l’intera notte, nella sala semibuia, e cantò tutti i canti -che gli fluivano dal cuore. Fu in quella notte che cominciò a comporre -il capolavoro che gli diede la rinomanza e la gloria. - - - - -Romanze senza parole - - -I. - -FUTURO - -..... Nel salotto non c’era nessuno. Il salotto sontuoso, -artisticamente ingombro, pareva riposare nella penombra, avvolto nella -sua stessa morbidezza voluttuosa, infingarda, fatta di cuscini, di -tappeti, di panneggiamenti, fra cui scendevano specchi, luccicavano -trofei, si disegnavano fogliami esotici e mobilucci, strani come -mostri, o severi, di classica antichità. Si udiva scoppiettare nel -camino la fiamma velata fantasiosamente dal parafuoco di piccoli vetri -policromi, fatto d’un’invetriata di chiesa; da ogni anfora, da ogni -vaso, da ogni coppa, emergevano mazzi enormi di fiori di serra, stretti -fra i cartocci di trina da un giardiniere sapiente; sul divano largo, -di damasco, giacevano astucci, libri, cofanetti, gingilli, i doni di -Capodanno ancora a metà involti nella carta di seta; dalla spalliera -una magnifica sciarpa di vecchia blonda ricascava flosciamente, e -due pantofoline minuscole di felpa avorio, ricamate d’oro, posavano -sul tappeto, tutte piene di viole fresche: leggiadri cornucopia di -felicità. Accanto al fuoco, intorno ad una poltrona, un angolo più -abitato, una nicchia prediletta fra una giardiniera tutta verde, -un’alta arpa dorata, un tavolinetto a due piani con su fotografie, -un portafogli di raso contenente un fazzoletto di trina — la novità -elegante — un volumetto di versi intonso — un libriccino per gli -appunti dalle pagine candide, dalla copertina d’avorio, sulla quale si -delineavano luminosamente in argento le cifre di quell’anno novello. -Poi, nel piano inferiore, una cestellina da lavoro piena di colori -ridenti e minuzzoli d’oro, bomboniere, giocattoli, inezie. Tutto un -sonnecchiare infantilmente placido delle cose; un abbandono vergine, -fidente, pieno di freschezza; un’ignoranza piena di pace. Ma accanto -alla finestra, su un cavalletto di pittore, una tela bianca, vuota, e -sulla scrivanìa molti foglietti lucidi, bianchi, parevano minacciare -muti, aspettando... - - -II. - -PRESENTE - -..... Ancora nessuno nel salotto. Ma vaga tuttavia un profumo sottile, -indefinibile, fatto di tutte le essenze e di nessuna. Il fuoco è -spento, e dalla finestra spalancata il sole entra in un’ondata d’oro, -abbagliando mobili, stoffe, cose, che rivivono folli e gioconde nella -luce logorante. Sulla lastra d’uno specchio sono state incise due -iniziali col diamante, e dalle anfore, dai vasi, dalle coppe, tutt’una -fioritura d’un sol fiore: di rosa thea; una delle quali giace vizza -sul divano largo, di damasco, insieme a un piccolo pettine di tartaruga -ambrata. Accanto all’arpa, un violino, e un foglio di musica: un canto -mesto, largo, ma d’una passione quasi trionfale; accanto alla poltrona -prediletta, sul tavolino, non c’è più che una sola fotografia in cui -sorridono accostate due giovani teste: l’una virile, bruna; bionda -l’altra, e della femminilità più soave. Fra il volumetto di versi è -rimasto dimenticato un fiore; dalla cestellina esce un nastro azzurro -in cui si sta ricamando una data, un numero: prosa volgare o poesia -sublime; — nel libriccino di appunti si legge un verso di De Musset -scritto due volte da mano diversa: - - «Comment vis-tu toi qui n’as pas d’amour?» - -E la testa bruna, virile, si delinea sulla tela del cavalletto, e sulla -scrivanìa fra i foglietti lucidi, bianchi, fa capolino una lettera di -cui non si leggono che due ultime parole: Ora e sempre. - -Tutt’un tripudio, un’ebbrezza delle cose in quel lieve disordine, -nell’onda di sole che irrompe gloriosa, pennelleggiando, raddoppiando -la vita, consumando come una fiamma... - - -III. - -PASSATO - -.... Il salotto è abbandonato, deserto. Dalla finestra aperta il -plenilunio piove raggi nel buio come in una tomba violata; le cose -tutte paiono dormire il sonno eterno nell’ombra densa intorno alle -pareti, e rivivere in sogno nell’irradiazione spettrale di quel -rettangolo di luce. Nei vasi, nelle anfore, nelle coppe, appassiscono -tristi e foschi i crisantemi; dall’arpa alta, dorata, pendono rotte -due corde, sul tavolino la fotografia è rovesciata come la pietra -d’un altare distrutto da mano sacrilega; il volumetto di versi -trascina lacerato a brani; la cestellina da lavoro è chiusa, negletta; -sull’ultima pagina del libriccino di appunti, un altro verso di De -Musset, vergato con calligrafia femminile: - - .... «Elle songe une année a qui lui pense un jour.» - -Sulla tela del cavalletto scende un velo di crespo; sul divano largo, -di damasco, un fazzoletto di trina intriso di lagrime; sulla scrivanìa, -accanto ai pètali fossilizzati d’una rosa thea, in un foglietto bianco, -una sola parola: - -«Addio.» - - - - -Pasqua triste - - -A destra del ponte che ricongiunge il villaggio diviso dal piccolo -fiume, sulla spianata erbosa, dietro il circo in cui si accendevano -i primi lumi, era il carrettone dei saltimbanchi: una minuscola casa -mobile, verniciata di rosso, con le persiane verdi alle finestrette in -cui non mancavano neppure le tendine di trina. Veduta di fuori faceva -quasi invidia. Dentro era un laidume; cenci ammucchiati, suppellettili -sudicie, arnesi logori d’ogni genere, qualche sedia sfondata. Era -tutto. No... c’era anche un saccone sul quale stava accoccolata una -donna a guardia d’un bambino lattante addormentato, supino, fra uno -scialle scuro, con la faccetta terrea rivolta alla luce del vespro che -pioveva dalla angusta finestra soprastante. - -Di là si udiva il brusìo continuo e confuso della rustica folla sul -piazzale, il vociare dei venditori, delle risa, qualche fischio, -qualche suono rauco e stonato d’un gingillo infantile. Tutta la -manifestazione dell’ozio gaudente d’una sera solenne aspettata un anno. -Era Pasqua di Resurrezione. - -La donna teneva il volto chino fra le mani che alla luce incerta -parevano bianche. Ascoltava l’anima sua dolorare. - -Gemeva l’anima: — ... dodici anni... un attimo, un secolo.... dodici -anni che non respiro quest’aria, che non vedo questo cielo, che lasciai -la mia casa fuggendo di notte, come una ladra, con lui che mi aveva -sconvolto il sangue e la ragione... Un saltimbanco... quante me ne -dissero per dissuadermi, quante! «È un demonio che ti tenta» diceva -la nonna. «È un Arcangelo,» rispondeva io. Era così bello con quella -maglia azzurra, luccicante, che gli disegnava la persona agile e -vigorosa, con quella testa ricciuta, lo sguardo altero! Lo chiamavano -il _Principe_. Aveva una destrezza, una forza, un coraggio... Gli altri -uomini al suo confronto mi parevano pigmei... Aveva un certo modo di -affisare che soggiogava... un modo di pronunziare il mio nome, di dirmi -che ero bella, che m’illanguidiva di dolcezza... Non potevo pensare -che a lui, vivevo di lui... Egli era padrone di tutta me stessa, mi -aveva incantata. Così, quando partirono dal paese e il Principe mi -disse «Vieni» io andai. Dodici anni sono passati... Il babbo, la nonna, -riposano accanto alla mamma, laggiù.... sotto l’erba... i miei fratelli -si sono ammogliati lontano... hanno venduto il podere e la casa... non -resta più nulla... perchè rimango io? Perchè non sono morta prima di -ricomparire come un’ombra fra queste rovine?... Di qui so che si vede -la finestra della mia camera... Io non la guarderò, ma sento che lei mi -guarda... Ci sarà ancora il gelsomino che la inghirlandava, o si sarà -inaridito?... Era là che ricamavo al mio telaio, là nel vano di quella -finestra... ricamavo sulla battista per ore e ore... alla domenica -leggevo, e ogni tanto sentivo passare sulla mia testolina la mano -della nonna in una carezza frettolosa... s’affaccendava sempre, lei... -Verso sera m’appoggiavo al davanzale senza far nulla: la luce scemava, -il sole andava sotto, rosso, dietro i monti; io guardava i campi -rigogliosi e tranquilli, da cui saliva un senso di frescura, e coglievo -i gelsomini con la mente piena di fantasticherie... Una sera, ricordo, -passò un giovane e raccolse una ciocca che mi era caduta; io ne risi: -la seconda sera egli ripassò, io non risi più: la terza, invece, gli -sorrisi e gli buttai un’altra ciocca di gelsomini. Era un giovane -onesto, serio, intelligente e mi adorava; la nonna era così contenta -ed io felice... Poi la fatalità mise sulla mia strada quell’uomo che -travolse tutto, come un turbine sradica e schianta... Chi sa se Andrea -vive, chi sa se vive fra i vincitori o fra i vinti, chi sa se è qui... -Dio, se fosse qui e che volesse... Oh non mi riconoscerebbe certo -più. Eppure mi sarebbe dolce in ogni modo riudire la sua voce, senza -vederci, così, traverso la parete, la sua voce insinuante e buona, -che mi ridonerebbe nella realtà un’ora del mio passato. Vorrei che gli -fosse rimasto di me solamente un ricordo di pietà, come di una morta -che si è veduta lungamente soffrire. E anche il giovane innamorato -dovrebbe esser morto; resterebbe l’amico per intendermi e compiangermi, -l’uomo ritemprato dalle lotte e dal dolore. Io gli direi della mia -immensa miseria presente, dei rimorsi che mi mordono al cuore appena -oso rivolgere lo sguardo al passato, della mia espiazione di dodici -anni per un momento di aberrazione; gli direi che ero pazza, e se -egli ha amato, certo sa di che si può esser capaci quando l’ebbrezza -d’una passione sconvolge la mente... Eppure non oserei scolparmi, fui -un’indegna... Ma se ne ha versate, lui, delle lagrime sul nostro amore -spezzato, ne ho versate tante anch’io, e giorno, e notte, e sempre, -sulle mie pazze illusioni dileguate, sulle mie creature morte di -fatiche e di stenti, sulla mia logora esistenza che non ho coraggio di -troncare!... Ne ho versate di gelosia, d’umiliazione, d’odio per quei -miserabili istrioni che mi circondano; d’impotenza per un amore che -non si spegne, che non mi strapperò dal cuore se non con la vita... -Ne ho versate tante!... Ora non piango più... non ho pianto neanche -stamattina quando ho veduto di lungi il campanile del mio paese... Sono -muta, impietrita come una statua, ma non divengo insensibile... È una -tortura di cui nessuno può immaginare la raffinatezza...» - -Un solenne e gioioso intervenir di campane fra la gaiezza oramai -monotona dei rumori, mise in fuga da quell’anima indolorita gli amari -ricordi e le visioni gentili. Le mani ricascarono, la donna rialzò il -capo verso la finestrina dirimpetto, che inquadrava un lembo di cielo -rosato ancora, la punta d’un pioppo e una stella. Le vecchie campane -esultavano tentando di fondere la loro letizia bonaria e monacale alla -trivialità umana. Fu dapprima uno sbadato preludio, poi un giocondo -incalzare di suoni, ripetuto, insistente, una gazzarra di tutte le voci -delle campane che parevano rifarsi delle ore di raccoglimento. Erano -sempre le stesse, le loquaci e sapienti campane! quelle che la voce già -tremula della nonna seguiva canterellando per rallegrare loro bambini, -nelle lunghe e placide domeniche, seduta nell’orticello, mentre il loro -padre fumava nella pipa, in silenzio, seduto un po’ più in là sulla -sedia alquanto arrovesciata all’indietro, contro il muro... Di tutto, -di tutto si ricordava; tutto si svegliava nel suo cuore al cicaleccio -pio che riempiva le solitudini azzurre: e certi effetti di luce su -certe pareti, e l’odor dei fiori che sfogliavano per le processioni; -una coppia di tortorelle, e un quadro antico della Vergine, e delle -ghirlande di crisantemi intrecciate insieme alla nonna in qualche -vespro piovigginoso, già freddo... Ma sopratutto della dolce Pasqua -casalinga che lasciava nella umile, queta dimora un cestellino di ova -colorite in rosso, un ramoscello d’olivo, e una serenità più limpida, -come dopo una buona pioggia. Dalle finestre spalancate al nuovo sole -s’udivano le campane, così, nel pomeriggio, mentre il babbo trinciava -l’agnello per la sua nidiata. Però le campane suonavano più raccolte, -più gravi, allora; che si fossero dimenticate di suonare così?... - -Ah no, eccolo, eccolo! Le campane infine scioglievano il classico -doppio, il saluto di più solenne esultanza, l’onore magno, reso -alla giornata regale che dileguava dopo aver dato il segnale della -resurrezione, lasciando sulle sue traccie la primavera. - -E la dolce pasqua casalinga, la pasqua che rinnovella i cuori come i -giardini, la pasqua dell’olivo e dell’acqua lustrale e del perdono, -passava memore e intangibile e vana su quell’anima sola, nell’ultimo -e largo saluto di gloria che si effondeva dall’austerità del rustico -campanile. Ma salutari lagrime scorrevano... - - - - -La scarpina di Cenerentola - - — _Honny soit_... — - - -All’udire suo marito che ordinava la carrozza per mezzanotte, Mimì si -rizzò un poco dalla poltrona lunga dov’era stesa accanto al caminetto, -fra le pelliccie e i cuscini, freddolosamente. - -— Dunque ci vai proprio? — gli chiese, appena scomparso il servo. -Ed aveva la voce stonata per la penosa emozione che le toglieva ogni -rimasuglio di speranza. - -— Ma sì, proprio, — rispose tranquillamente il crudele, senza levar -gli occhi dal giornale scelto a caso fra quelli che ingombravano il -tavolino. - -— E me lo dici così!?... — Mimì lo fissò ostinatamente coi begli occhi -larghi, infantili, pieni di lacrime, stiracchiando nervosa una nappina -del guanciale di felpa in cui affondava le spalle delicate. - -— Come dovrei dirtelo? Non lo sapevi già? se ne è parlato fin -troppo.... e anche un po’ vivacemente, mi pare. C’è bisogno che ti -ripeta, tesoro, che nelle piccole, come nelle grandi cose, quando ho -deciso, nessuno mi smuove dal mio proposito? È una dote o un difetto -essenziale del mio carattere.... - -La piccola Mimì sentì salirsi alle labbra una ressa di parole amare -e sprezzanti, ma non ne lasciò uscire neanche una. Si contentò di -coprirsi gli occhi con la mano. Dunque tutta la sua fine diplomazia -femminile, di cui aveva fatto spreco quella sera per trattenerlo, -era stata inutile! Dunque le sue carezze, le sue ingenue civetterie, -i suoi immaginosi pretesti, i discorsi piacevoli, i frizzi arguti, -le discussioni sull’arte, sostenute con tanto stento per un unico -fine, tutto era stato vano; tutto dileguava innanzi alla fermezza -incrollabile di quell’uomo che aveva fissato di darle un dispiacere, -che temeva di perdere un briciolo della sua autorità facendole il -sacrifizio di una sera di carnevale, mostrandosi compiacente almeno -una volta con lei, povera donnina debole e amorosa, che non aveva -da rimproverarsi se non di amarlo sempre come nel giorno delle loro -nozze...! Era una crudeltà, una durezza, una barbarie inaudita! Tutta -la sua anima semplice e buona si ribellava, riboccante di amarezza e di -sconforto. Frattanto la piccola mano tornita che nascondeva gli occhi -tremava, la testa e le spalle avevano lievi guizzi convulsi, le lagrime -cascavano silenti una dopo l’altra fra i cuscini e le pelliccie. - -Egli la osservava ogni tanto, levando gli occhi dal giornale, con un -misto d’inquietudine e di noia; la osservava brevemente, lisciandosi la -barba bionda e fluente, nascondendo qualche impertinente sbadiglio. Gli -dispiaceva un poco di vederla piangere, povera piccina. Una vera bimba, -Mimì, piccola, mingherlina, rosea, ricciuta e... irragionevole. Non si -ritrovava la donna che nelle movenze aggraziate, in qualche intonazione -di voce triste e dolce, in qualche lampo dello sguardo. Egli l’aveva -amata così, la amava tuttora; ma a modo suo: senza sacrificarle -nessuna delle sue tendenze, delle sue abitudini, non curandosi di -approvarla o di disapprovarla, di pensare un momento se ciò ch’ella -gli chiedeva fosse giusto o meno. L’amava come una cosina leggiadra -e fragile; sorrideva dei suoi entusiasmi, delle sue esultanze, delle -sue allegrie chiassose; le donava un gingillo quando la vedeva triste; -la ammoniva freddamente delle sue inesperienze, severamente de’ suoi -capricci, come questo, per esempio, di scongiurarlo a rinunziare al -veglione. Silvio continuava a difendersi fra sè; a pensare che non -doveva lasciarsi imporre; che se avesse ceduto una volta era finita: -Mimì ne approfitterebbe subito per ritentare la prova fin che sarebbe -diventata la sua tiranna. Le donne sono così invadenti! Si provi a -conceder loro un palmo di terreno, esigono dei chilometri! Precisamente -come quell’astuto dio della mitologia indiana, che si rimpicciolì -per ottenere tre passi di regno; poi, a grazia fatta, divenne così -smisurato che in tre passi abbracciò terra e cielo e inferno.... Uh, -niente, niente: aveva fatto benissimo a mostrarsi incrollabile anche -per una cosa che a lui non importava affatto. Anzi, siccome ella -piangeva, ora, col fazzoletto agli occhi e pareva far pompa delle -sue lagrime, Silvio si alzò per andarsene. Non che temesse d’essere -intenerito da quelle lagrime, oh no; Silvio era un uomo forte; voleva -solamente levarsi da quella posizione ridicola e imbarazzante. Però -non volendo neanche parere un tiranno le si avvicinò e scherzosamente -le prese i polsi per forzarla a scoprire il viso; ma Mimì lo respinse -sdegnosa, singhiozzando addirittura. - -— Perchè non vieni anche tu? — disse allora lui in fretta, a scanso di -rimorsi. - -Inutile: Mimì scrollò le spalle e gli gridò dietro con la voce piena di -stizza e di lagrime: - -— Dimentica d’avere una moglie stasera... è il meglio che tu possa -fare... - -Silvio richiuse l’uscio dietro di sè con bel garbo; poichè non era -neppure un villano. Ma Mimì avrebbe preferito una sfuriata a quella -superiorità noncurante che la umiliava e la desolava. Doveva essere -trattata proprio sempre come una bimba? come un piccolo essere -inconcludente la cui volontà non merita neanche dr essere discussa? -come una scema? Che tristezza! che infamia! Si strinse la testa, tutta -a riccioli brevi e scomposti, fra i cuscini soffici, nel silenzio vuoto -che era rimasto dopo il tenue colpo dell’uscio che si richiudeva; -un silenzio vuoto, freddo, indifferente, malinconico, in cui le si -addentrava di più quella spina nel cuore. - -«Perchè non vieni?» le aveva chiesto Silvio. Ma perchè non dirglielo -prima? E perchè ripeterle invece tutta la giornata che le signore per -bene non vanno al veglione? Certo era per questo che Silvio ci teneva -tanto!... Ah, povera Mimì! - -Anche i gingilli e i mobilucci, che conoscevano le sue manine sapienti -e lievi, parevano compiangerla e avvilupparla d’un’intima tenerezza, -nella luce tranquilla della lampada dal paralume color di rosa. Ma ella -con gli occhi foschi, rigida, covava il suo rancore. - -Ah se avesse osato!... Nei romanzi e nelle novelle si trovano le -mogli che sguizzano al veglione per sorprendere i mariti infedeli; ma -nella vita è un altro paio di maniche. Come procurarsi un abito e un -cavaliere a quell’ora?... E il coraggio per pigliare una risoluzione -così ardita?.... - -Pure, che sollievo, che acre voluttà misurare l’estensione della -propria sciagura e drizzarsi davanti all’indegno come una apparizione -di dolore, e atterrirlo, e annientarlo, e svergognarlo, e lapidarlo -di rimproveri, e ridurlo nell’incapacità di scolparsi e di difendersi, -e vederlo rodersi di rabbia e... di rimorso! Invece, nulla! Conveniva -invece che lei si rodesse d’impotenza e di dubbio, accanto al fuoco, -sola, come una Cenerentola.... - -.... Belle fantasie gemmate, colorite e luminose affollate di fate -e di principi! Fosse venuta anche da lei la fata-madrina a farle una -carrozza dorata di una zucca, e sei cavalli grigio-rasati di sei topi, -e due paggi di due lucertoline; a renderla incognita e splendida! Come -l’avrebbe ringraziata la piccola Mimì!.... - -Ma la fata non veniva, ed ella rimaneva accanto al fuoco, dolente; e -si sentiva ben più mesta e povera della bella ignorante fanciulla che -rigovernava le stoviglie fra la cenere del focolare: più mesta e più -misera di Cenerentola, malgrado le pelliccie, e i cuscini di seta, e -gli orecchini di brillanti; poichè il suo Principe innamorato le era -appena apparso che lo perdeva per sempre. - -Pensando così alla fiaba, Mimì si guardava malinconicamente i piedini -giacenti fra le pelliccie della poltrona lunga, i piedini arcuati, -sottili, minuscoli nelle calze di seta nera e così ben calzati dalle -scarpette scollate a fibbia severa: stile Luigi XVI. Erano il suo vanto -quei piccoli piedi che avevano una tradizione gloriosa d’ammirazioni, -d’invidie, e di.... baci, un tempo! Ma quel tempo era passato, era già -lontano, svaniva già nella nebulosa dei ricordi. E dire che era appena -scoccato il primo anniversario delle loro nozze! Che sgomento! - -Intanto per le contrazioni nervose dei piedini mèmori, una scarpa -elegante era sfuggita sul tappeto del pavimento. Mimì la guardò -appena, così affranta come era, e immerse il piede libero fra la folta -pelliccia, asciugandosi per l’ultima volta gli occhi col fazzoletto -ch’era divenuto una spugna. Non li poteva tener più aperti gli occhi; -le bruciavano tanto! aveva tanto pianto! Anche la testa ora le ardeva -e le doleva un poco, e tutti i suoi nervi, a lungo tesi ed eccitati, -si rilasciavano gradatamente, abbandonandola ad una prostrazione quasi -dolce. Si aggiustò meglio fra i cuscini di felpa con un movimento -amoroso e inconsciamente civettuolo, un movimento di micio o di bimbo -che vuol essere carezzato. Anche lei pareva domandare una carezza a -quei cuscini morbidi e un rifugio a quel tepore molle di nido. - - * - * * - -Come le era venuto tutto il coraggio per la grande impresa?.... Dove -aveva trovato quell’ampio domino nero, che la nascondeva così bene? -E chi l’accompagnava?... Se ne ricordava forse, Mimì? Poteva pensarci -nello strazio in cui si dibatteva l’anima sua in quell’orribile notte -infernale? Che confusione, che caldo, che frastuono, che volgarità! -quel caos di gente e di colori, che le si stringeva addosso soffocando -la sua personcina, la spauriva; quella ridda vorticosa, urlante, le -dava vertigini dolorose. Serrandosi al suo compagno per sottrarsi agli -urti, agli scherzi, alle mani di quella folla ubriaca, non distoglieva -lo sguardo da un palco dove suo marito, il suo Silvio, beveva -sciampagna accanto ad una procace «Follìa» dai biondi capelli disciolti -sulle spalle nude. Che orrendo martirio!.... Aveva singhiozzato e -riso sotto la maschera, aveva invocato Dio, inveito... ella, così -mite e buona! E il suo strano compagno rimaneva muto, impassibile, -misterioso, senza pensare a calmarla, a darle un po’ di coraggio o di -rassegnazione. Un contegno inesplicabile che la esasperava di più.... - -.... Poi s’era messa a cercare quel palco affannosamente, inutilmente; -aveva errato lungo i corridoi interminabili, involuti e semibui come -catacombe; aveva raccolto tutte le sue forze per chiamarlo — una -pazzia! — per gridare quel nome, e nessun suono usciva dalle sue labbra -aride — una strana impotenza di voce che la strozzava.... - -.... Ah, finalmente, eccolo! eccolo con lei, l’indegno! lo spergiuro! -Finalmente ella potè sciogliere l’orribile groppo, sollevare il -suo cuoricino ferito con quel torrente caldo, vivo, abbondante, -inestinguibile, furioso, di parole amare e ardenti che fluivano -spontanee, alimentate dalla disperazione e dall’amore. Ed ora fuggire -lontano, per sempre, non vederlo mai più. - -.... Correva addirittura, trascinando il suo muto cavaliere, lungo i -corridoi, lungo le scale, attraverso l’atrio, correva zoppicando poichè -aveva perso una scarpina.... Che freddo al piede.... Ma che importa? -L’essenziale era di fuggire, di fuggire, di fuggire.... - - * - * * - -Silvio tornò a casa dopo un’ora. Gli era bastato compier l’atto -d’autorità libera e assoluta presso sua moglie e sentirsi sempre capace -di quell’incrollabilità di propositi che era la sua gloria. S’era -molto seccato a quel veglione più stupido degli altri; ed entrando nel -salotto gaio, luminoso e tranquillo, nel tepore dopo il freddo aspro -della via, provò una sensazione di piacere, quasi di sollievo. Mimì -dormiva nella poltrona-lunga, fra le pelliccie, accanto al fuoco quasi -spento. Proprio come una bimba bizzosa! La contemplò un poco alla luce -mite della lampada velata di rosa. Era pallida, scarmigliata; aveva -le palpebre livide e le sopracciglia ancora lievemente aggrottate. -Sul tappeto del pavimento biancheggiava il fazzoletto di lei; Silvio -lo raccolse, era umido di lagrime. Intanto vide anche una delle -eleganti scarpette alla Luigi XVI giacere abbandonata... Un vero campo -di battaglia. Qualche crisi nervosa, forse.... Sentì un tantino di -rimorso... cioè rimorso, no, non sarebbe il caso! dì rammarico, via; -poichè non era proprio un tiranno, sebbene quella grullina con le sue -scene tragiche tentasse di farlo credere. - -Non l’aveva mai veduta così desolata... che follìa!... Se avesse -a soffrirne poi? Era così piccina, così fragile... Le toccò il -piedino scalzo; — lo sentì di ghiaccio e lo ricoperse con un lembo di -pelliccia, accuratamente. Certo non c’era un’altra donna al mondo con -un paio di piedini uguali... Quante dolci pazzie gli avevano fatto -commettere! Quella scarpetta pareva quella d’una bimba, d’una fata, di -Cenerentola; proprio: la scarpina di Cenerentola. Invogliava di empirla -di confetti, di fiori, di baci... - -Mimì mormorava parole inintelligibili, si agitò con inquietudine e finì -per rizzarsi di scatto, seduta, con gli occhi spalancati, non ancora -ben desta. - -— Sei tu, Silvio! — balbettò, poi, vedendogli la sua scarpetta fra le -mani, continuò smarrita: — Ma dunque era vero... l’ho persa proprio al -veglione.... - -— Sì, — disse Silvio ridendo, indovinando. Sei stata al veglione nella -carrozza della fata Mab.... - -E s’inginocchiò cavallerescamente a’ suoi piedi. - -— Ti ricordi la fiaba di Cenerentola? - -«.... La signorina dimenticò ciò che la madrina le aveva raccomandato, -di guisa che udì battere il primo tocco di mezzanotte, quando credeva -che non fossero ancora le undici. - -«Si alzò e scappò via come una gazzella; il principe la seguì e non -potè raggiungerla, ma essa lasciò cadere una scarpettina di vetro che -il principe innamorato raccolse e serbò. - -«Era una scarpina così piccola, — seguitò Silvio quasi ridente, in un -tono affettuosamente tenero, — così microscopica, che non andava bene -a nessuna donna. Finalmente vennero a provarla a Cenerentola che stava -sola accanto al fuoco.» - -Cenerentola-Mimì si prestava male a quel gioco, così impermalita come -era. Pure allungò a Silvio il piccolo piede che aspettava d’essere -calzato. Ma il Principe-amante, questa volta, invece di mettere una -scarpetta tolse anche l’altra, e in quell’attitudine d’amore e di -penitenza le coprì i piedini di baci. - - - - -Romanze senza parole. - - _List! Spirits speak!_ - - -I. - -MATTUTINO. - -La camera è piccola, bianca, tutta bianca; velata di bianco al letto, -alle finestre socchiuse da cui entra il pallore dell’alba. Pochi -mobili, fragili, leggieri, sgombri. Su una pelle d’ermellino a piè -del letto langue un mazzetto di viole; nel letto riposa un piccolo -essere: una bimba, un fanciullo, una giovinetta: un viso roseo, una -testa bionda; l’espressione è cancellata dall’abbandono del sonno, -le palpebre velano l’anima. Nell’angolo più oscuro qualche cosa di -massiccio, di cupo, di enorme si determina in quella tenuità; qualche -cosa che s’agita, che vive in quel mistero blando. Sono due gattini che -ruzzano su un antico seggiolone di cuoio. Due gattini color di nebbia, -dagli occhi di turchese che si provocano, s’assaliscono, si rincorrono, -si guatano con delle mosse inconsulte, grottesche; ignoranti la loro -stessa volontà; comici nella leggiadra del nastro rosso troppo largo -di cui hanno ornato il collo e che all’uno di essi è passato sotto -il mento come una cravatta in caricatura; piccoli e deboli nell’ampio -seggiolone austero che parla di forza e di grandezza. - -L’alba inoltra una luce incolore nella stanza; quella giovinezza bionda -respira placidamente, ritmicamente nell’incoscienza della vita. Uno -dei gattini, nella vivacità irreflessiva delle mosse, è caduto dentro -una scarpetta abbandonata ai piedi della poltrona e di là incrocia lo -sguardo con l’avversario, che sosta sul limite del sedile guardando in -giù con commiserazione profonda. Gioco, riposo, raccoglimento, candore, -gracilità nella piccola stanza che pare un’oasi d’avvenire, dove il -passato veglia in un canto, nell’ombra, solo come una sicurezza, un -augurio. - -L’aurora rosata è imminente nella camera bianca, tutta bianca. Fuor -dei vetri pispigliano gli augelli su un ramo di mandorlo in fiore e -tintinna il mattutino. - -L’uno dei gattini mordicchia il nastro della scarpetta con una specie -di voluttà; l’altro è sceso dal seggiolone, e coi movimenti snelli -e feroci di una giovane tigre, si balocca con le viole morte fra -l’ermellino.... - - -II. - -MERIGGIO. - -Sulla stesa aromatica, molle, di fieno falciato, la giovine sposa ha -dimenticato o gettato il suo ombrellino purpureo, tutto aperto come -un calice sotto il sollione, tutto fiammeggiante come un’ara accesa. -Una sciarpa di seta morbida e profumata e un piccolo volume di versi -d’amore paiono ardere dentro l’ombrellino come in olocausto, e nella -breve ombra serica, al di fuori, giacciono cuori dorati di margherite -spirate in un’ultima parola di passione. - -La giovine sposa non era sola. Una canna d’èbano è confitta lì -accanto, vigile e altera, simile ad una piccola antenna; il manico -d’argento fino sfavilla al sole. Così il gentile trofeo glorioso vive -e s’infiamma nella calda luce meridiana, mentre tutte le campane si -ripetono festosamente il saluto dell’ora feconda, mentre l’animuccia -fragrante di mille fiori falciati s’invola dalle invisibili bocche -moribonde nell’umido tepore della terra, e più innanzi un campo di -grano, già raso e ancora biondo, sorregge i fasci della pingue messe, -e una nidiata novella cinguetta fra i rami frondosi d’un olmo, e due -farfalle tardive, dalle tinte calde, si rincorrono per distruggersi in -un baleno d’amore. - -Poi, all’improvviso, una folata di vento del Sud; una nube nera, la -voce del tuono come un comando del destino; ed ecco il libro svolgere -le pagine affannosamente e non quetarsi che a un canto di morte; -ecco la fragile antenna oscillare, ecco la sciarpa candida sospinta -irreparabilmente verso una siepe di spine; ecco una mandra di puledri -inebriati, folli, passare sul gentile trofeo, lacerando, schiantando. - - -III. - -VESPRO. - -Dall’alto pendono grappoli d’uva di un fosco e tranquillo color di -rubino. La vite, l’antica vite, riveste tutto il pergolato che si apre -ad archi sull’orticello regolare, solitario. Ai lati dell’estremo lembo -di sentiero che conduce dritto al pergolato, due aiuole di radicchio -furono sacrificate e coltivate a fiori, i buoni ed ignoranti fiori -degli orti, dalle tinte cariche passate di moda, dal profumo sgarbato o -sgradevole. - -Qualche rosaio piantato qua e là simmetricamente, ancora fiorito di -alcune rose che non corrotte dalla soverchia civiltà hanno a gloria -di non aggiungere titoli al loro nome e al loro colore che ha un -patrimonio secolare di madrigali e di canzoni — ai loro piedi si stende -il basilico aromatico che sa i drammi delle povere stanze, e la lavanda -misteriosa che sa i segreti della notte di San Giovanni, e la minuscola -maggiorana, eternamente infantile. Più oltre, cespi di garofano plebeo -paiono raccontare gli idillî grossolani della scorsa estate, e due -piante di gigli pensano al fiore assente, appassito fra le mani ceree -di una monaca morta o fra i lumi di un altare consacrato a Maria; -mentre i girasoli privi dell’ansiosa pupilla d’oro sembrano averla -chiusa finalmente in una stanca rassegnazione. - -Un’aura mista di verità e di favola spira nell’orticello solitario; -una giovialità antica e innocente di epigrammi e di allegorie; mentre -sulle nubi fioccose intinte nel tramonto, par di veder passar adagiata -qualche deità dell’Olimpo migrante verso dolci nozze. - -Sotto il pergolato c’è una sedia a bracciuoli dalle curve d’una -arretrata eleganza, e un tavolino dai bordi rialzati tutt’intorno, -previdentemente, come una tenue arginatura. Il queto recesso verde è -deserto per poco: sul tavolino Ella ha posato, senza piegarla, la calza -incominciata coi ferri irti, provocanti e insidiosi come un piccolo -arnese di guerra montato per un assalto; il gomitolo è ruzzolato in un -angolo e sarebbe caduto senza la provvida sponda; il libro ascetico, -in cui ella leggeva placide meditazioni, è rimasto aperto sotto i suoi -occhiali levati in fretta; la bellissima tabacchiera dalla miniatura -inghirlandata di diamanti, ch’essa nasconde sempre come una vergogna, -è pure dimenticata sul tavolino, ed anche una delle sue manopole -di lana nera. Sulla spalliera della seggiola è rigettato lo scialle -bigio. S’ella lo vedesse lambire il terreno umidiccio! Qualchecosa di -estremamente dolce o di estremamente triste l’ha chiamata. - -Il sole scende pomposo dietro i pioppi in una atmosfera di polvere -d’oro, accompagnato dagli addii dei bronzi di un vecchio campanile, non -mesti, ma gloriosi, come dopo una bella e buona opera coraggiosamente -compiuta. Nella lor bonaria esultanza le antiche campane giungono -perfino a ricordare ritmi e arie di danze perdute che udirono nella -loro gioventù. Così non si affliggono della fine dell’oggi, poichè -entrano nell’ombra celebrando la vigilia dell’indomani. - -Un’allodola invisibile canta un epitalamio nelle regioni radiose. Una -schifosa lumaca tenta il passaggio della tabacchiera. - - -IV. - -CREPUSCOLO. - -L’ombra della angusta cappella è rotta appena dalle due lampade -veneziane di ferro, a vetri rossi, appese dinanzi all’altare. Fuori, -la neve turbina nell’aquilone diaccio e si ammonticchia sul davanzale -dell’alta finestra contro i piccoli vetri rotondi, imbiancando la -luce come un’alba; il vento ulula, sbatte e flagella, ma nell’interno -regnano supremi il silenzio e l’immobilità. L’altare verdeggia -cupamente di semprevivi, ma dai gradini sale e si effonde un’acuta -fragranza di giacinti e di viole da un indistinto cespite. - -Una forma si agita sull’inginocchiatoio e si queta. - -Subito una folata violenta si ingolfa e spalanca i vetri dell’antica -finestra, come per dar adito a qualche cosa di spirtale. Le lampade -oscillano — i semprevivi rabbrividiscono; un rosario penzolante -dall’inginocchiatoio ondeggia: si discerne ora nel nuovo chiarore una -gran ghirlanda di giacinti e di viole a piè dell’altare e una forma -umana raccolta in una pelliccia, prostrata, col volto nascosto fra le -braccia immobilmente. La neve entra dalla finestra e fiocca lenta e -lieve sul pavimento; il vento spegne le lampade, arriccia i merletti -dell’altare, sbatacchia rabbiosamente il rosario contro il legno -dell’inginocchiatoio, disperde il profumo dei fiori, intirizzisce. - -Tutto si lamenta o si ribella, eccetto la forma umana prostrata -sull’inginocchiatoio, eccetto una lastra di marmo, dirimpetto alla -finestra, che sta pallida e forte sotto il flagello della bufera. Nel -chiarore nivale si legge su quella lastra: _Pax_. - - - - -Crisantèmi - - -Il giardiniere entrò senza troppi riguardi nella stanzaccia di sgombero -che non aveva divani nè tappeti; ma appena vide che c’era la signorina, -si fermò impacciato e confuso d’essersi arrischiato fin là con gli -scarponi motosi e la giacca di bordato. Credeva di non trovare nessuno, -tutt’al piú la cameriera. Si scusò. - -— Chè, chè, vieni pure, Cencio! — disse allegra la signorina, da quella -buona figliuola che era. — M’hai portato i fiori, eh? bravo! — E gli -levò di mano senza tanti complimenti il gran paniere di vimini, dove -s’affastellavano malinconici e stillanti i crisantemi. E il giardiniere -non aveva ancora richiuso l’uscio dietro di sè, che le sue mani -impazienti li avevano già sparpagliati sulla tavola quadrata, nel vano -della finestra, in una tepida ondata di sole. - -— Così — mormorò, arrampicandosi più che sedendosi sull’enorme -seggiolone di cuoio usato, da cui scappavano bioccoli di crine; e cercò -le forbici e il gomitolo sotto i fiori. - -Quel seggiolone rococò e la tavola quadrata a bordi rialzati, intorno -a cui correva una laminetta d’ottone arrugginita, avevano appartenuto -alla nonna; poi, lei morta, erano stati relegati fra i vecchiumi -nella stanzaccia di sgombero nuda e bianca, sempre inondata di sole; -dove la signorina sgusciava spesso per frugare nei cassettoni zoppi o -nei ripostigli dell’armadietto dalle tendine verdi, in cui scopriva -sempre nuove bricciche curiose. Aveva trovato un vecchio almanacco -che conteneva qualche sonetto del nonno; un passaporto ingiallito, -dov’erano i connotati della nonna giovine; un pettine istoriato, -qualche centimetro di trina antica, qualche ritaglio di damasco per -i suoi lavorucci; perfino un ricamo a fiamme sbiadito, di cui aveva -rivestito la cartella della sua scrivania. Intanto nella stanzaccia -poteva cantare a pieni polmoni, e non quelle stucchevoli romanze a cui -la condannava la mamma; cantare come piaceva a lei; musica e parole -di sua fantasia, secondo le salivano dall’anima alle labbra; melodie -e pensieri appassionati o gioiosi in una limpida e bizzarra vena -inesauribile di rosignuolo. Anche, perchè negarlo? ci veniva volontieri -per la ragione che dalla grande finestra, spalancata sempre all’aria e -al sole, si scorgeva benissimo il lembo verde d’un giardino signorile, -dove, a certe ore del giorno, si vedevano eseguire esercizi ginnastici -sulle sbarre o sull’altalena due o tre monellucci snelli e agili come -funamboli. Erano i cugini della signorina. - -Però in quel momento il lembo di giardino rimaneva deserto col suo -gruppo di semprevivi cupi che dondolavano le vette nella mitezza del -sole autunnale, come vecchioni crogiolantisi a un tepore di stufa -semispenta; nè la signorina pareva curarsene menomamente, intenta come -era a raggruppare i crisantemi, non sollevando mai il capo, se non -per lanciare qualche occhiata fuggevole contro la parete dirimpetto, -dove fra due o tre gabbie rotte, un paravento, uno scaffale e una -vecchia bandiera c’era una seggiola sfondata e su quella un ritratto -a olio della nonna, che la guardava, voltando un poco il capo, col -suo sorriso tranquillo e indulgente di vecchietta buona. La fanciulla -proseguiva lesta l’opera gentile in quell’onda calda, abbagliante, -di sole, che pareva insultare alla rovina austera del suo seggiolone -rococò e stemperare nella fulgidezza aurea la personcina di lei, così -tenue e delicata, quasi diafana, col visino e le mani trasparenti di -biancore anemico, i capelli luminosamente biondi, le ciglia d’oro, -come raggi sottili, intorno all’azzurro intenso dei suoi occhi in cui -vagava sempre e solamente un riso gaio ed inconscio di giovinezza. -I crisantemi smorti, i tristi figli della vecchia stagione vizza e -stanca, rifiorivano sotto la carezza del sole, sotto le agili dita che -li avvincevano sapientemente. E i piccoli mazzi s’allineavano lungo i -bordi rialzati della vecchia tavola; il bianco dominava, ma un bianco -gialliccio e senza profumo, che faceva pensare a una zitellona in veste -di sposa. Accanto al bianco il rosso, cupo, vellutato, un rosso arcigno -di tappezzeria; poi i crisantemi gialli, fiore e colore giapponese, -alla cui vista balena alla mente un _Mikado_ grottesco, adorato come -un dio fra gli splendori del paese più fantasioso del mondo. Infine i -crisantemi rosa, i più piccini e i più graziosi; il rosa d’un bottone -di margheritina, il rosa antico dell’abito della fanciulla nascosto dal -grembiule di batista che s’allacciava sulle spalle sotto due voluminose -coccarde di nastro e di trina, fra cui sortiva esile il suo collo nudo -e bianco di adolescente. - -Il saliscendi della vecchia porta, sollevato con un colpo secco, -smorzò uno stornello in gola alla signorina, che ebbe paura di vedersi -comparire la mamma o l’istitutrice, e trasalì. - -Invece comparì uno dei suoi cuginetti, i ginnastici. - -— Miracolo che ti si scova qui, Noemi! — esclamò con un gesto largo -il giovinetto, mingherlino e biondo come lei. — Dovresti addirittura -battezzarla per tuo salotto questa stanzaccia... Se i topi non ti -facessero la concorrenza, quasi, quasi... eh? - -Noemi sorrise tutta accesa, nel volto; nel collo e persino nelle mani, -da una vampata di sangue. - -— ... Si può sapere che cosa fai in quel seggiolone, dinanzi a quei -brutti fiori? Mi sembri una maga che distilli qualche filtro per le sue -stregherie... - -La signorina gli diede un buffetto sulle mani, che si stendevano -minacciose verso i crisantemi. - -— Sarebbe meglio che tu m’aiutassi, Aldo... - -— Che onore! E a far che? - -— È una ghirlanda per la povera nonna, — disse Noemi a mezza voce, -come gli confidasse un segreto; ma il cuginetto la guardò con le -sopracciglia inarcate in comica sorpresa. - -— Che vuoi che se ne faccia la nonna della tua brutta ghirlanda? La sua -tomba è piena di fiori! Stamattina le nostre mamme ne hanno mandato al -Camposanto una carrozza piena... - -— Fiori comperati, — osservò Noemi. — Non è la stessa cosa. Voglio che -la buona nonnetta abbia i fiori del suo vecchio giardino, intrecciati -da me. E glieli porterò io con miss Annie domattina... Sono tanto -brutti poi? Ti ricordi? la nonna amava i crisantemi... - -Aldo non rideva più. Prese un fiore e lo lasciò; poi un mazzetto, -e odorandolo guardò lei in un certo modo che la fece ammutolire. Ed -ella si vendicò di quella confusione e di quel nuovo rossore con una -spallucciata, come se Aldo la canzonasse. Intanto non finiva più di -avvoltolare il filo sugli steli riuniti d’un gruppo di crisantemi. - -— Dunque? — chiese il giovinetto con la voce tutta mutata e raddolcita -improvvisamente; — posso aiutarti? - -— Ma... sì! — rispose la signorina alzando gli occhi un po’ sorpresa. — -Cercati una seggiola... - -— Non è facile, non è facile... — canticchiò Aldo, girandosi da tutti -i lati. Intanto, ritto, sulla sedia sfondata, scorse il ritratto della -nonna, che guardava anche lui. - -— Ve’, ve’... chi ha messo là quel ritratto della nonna? - -— L’ho posato io là, ma per un momento. Scenderà nella mia camera. Era -in quel canterano carico di polvere e di ragnatele... - -— Somiglia poco... — osservò il cuginetto che s’affaticava a sbarazzare -uno sgabello da una cassetta di vecchi ferramenti e di utensili da -cucina fuori d’uso. — Ecco, guarda, Noemi... Ora tu sei la castellana, -io il tuo paggio, — le disse accomodandosi sull’alto sgabello di legno -scolpito, che aveva nettato alla meglio col fazzoletto. - -Erano una graziosa cosa quei due fanciulli nel sole che inondava libero -metà della cameraccia ingombra di vecchiumi, lei piccina e sottile, una -figurina a toni delicati che occupava poco spazio nel gran seggiolone -severo di cuoio; lui esile, aristocratico, sull’alto sgabello, con la -testa bionda, ondulata, curva sui fiori: lo stesso colore dei capelli -di lei, meno leggieri e più lucenti, la stessa tinta di carnagione -diafana, la stessa magrezza gentile delle membra adolescenti. Parevano -fratello e sorella. - -— _Dites, la jeune belle, — Où voulez vous aller?_... — cominciò a -cantare Aldo per rompere il silenzio. - -— Se ti figuri d’avere una bella voce... — mormorò la signorina, dando -una forbiciata agli steli troppo lunghi. - -Aldo riunì due fiori: — Così? — chiese umilmente; — va bene, così? - -— Copia quelli e non mi seccare! — rispose Noemi additandogli i -mazzetti allineati; — non sciupare tanto cotone e non tagliare i gambi -troppo corti... - -Ancora quello sguardo intenso, strano, quasi furtivo di lui, ed -ella riavvampò chinando il capo sui crisantemi. Poi, ad un rumore di -carrozza giù nella strada, Noemi balzò alla finestra. - -— Chi è, Noemi? - -— La contessa Sangiorgi.... Quante visite ha oggi la mamma! - -Aldo schiuse le labbra. Voleva dire: — Meglio! — ma si trattenne. - -— Com’è che non ti chiama in salotto? - -— L’ho pregata di lasciarmi in pace oggi, perchè dovevo fare la lezione -inglese di due giorni. - -— Ah! — Aldo le lanciò un’occhiata di sottecchi, sorridendo -maliziosamente con una dolcezza segreta, come se quella bugia li -riunisse in una complicità ch’egli vagheggiò satura dei romanzeschi -misteri d’un convegno d’amore. - -Noemi tornò al suo posto sul seggiolone respirando con un — ah! — -prolungato, il sole e la luce. - -— .... perchè, se la mamma sapesse che sono qui, — continuò come -scusandosi del suo sotterfugio, — mi sgriderebbe di perdere il tempo, -di tenere spalancata la finestra, di stare al sole.... io che l’adoro -il sole! Vediamo che fai.... Sì, non c’è male, non credevo.... Ora -continua tu a fare i mazzi, io comincerò a riunirli in ghirlanda. - -Aldo continuò a fare i mazzi senza parlare. Sentiva il cuore -traboccargli di soavità, e quella soavità scorrergli per tutte le -fibre in una vita nuova che gli donava slanci, aspirazioni, desiderii -indefiniti, ma alti e grandiosi. Nulla gli pareva impossibile -o difficile nella mite ebbrezza di quell’ora; rinveniva in sè -l’entusiasmo d’un apostolo e la stoffa d’un eroe, e non gli riusciva di -spiegarsi perchè. Noemi canterellava o lo stuzzicava motteggiandolo. Ma -anche lei quel giorno aveva certi turbamenti strani negli atti e nella -voce, e molti rossori importuni. Poi, nel suo intimo, un eccitamento -insolito, come quando si aspetta una felicità promessa e desiderata; un -lieve eccitamento ricascante ad intervalli in una specie di melanconia -che le dava voglia di piangere. Soffriva; pure non avrebbe rinunziato -al diletto segreto di quella sofferenza, che le rivelava vagamente e -nebulosamente il perchè della vita. - -Presto i mazzolini furono tutti pronti e la ghirlanda arrivò a metà -fra le sue dita destre; Aldo, rimasto in ozio, si mise a incidere colla -punta delle forbici una iniziale sul tavolino. - -— Ma che passatempi da monello! — sgridò Noemi debolmente, poichè aveva -indovinato e veduto quel bell’_enne_ che si sviluppava. Egli sorridendo -imperterrito lo compì e vi intrecciò bizzarramente un _A_. La signorina -seguitò zitta e mogia la sua ghirlanda, ascoltando i battiti violenti -del suo piccolo cuore. - -— È la tavola vecchia della nonna, questa tavola, dì.... Noemi?.... - -— .... Sì. — Aveva tardato a rispondergli, perchè le si dilagava ancora -nel cuoricino palpitante la dolcezza inattesa che le aveva procurato il -suo nome profferito da lui. - -— Me ne ricordo.... — sospirò Aldo continuando sempre nella sua -artistica barbarie, che ora gli ispirava un cuore passato da un dardo. -— Quante volte, da piccoli, vi abbiamo ruzzolato su i gomitoli, te -ne ricordi, Noemi? La nonna ci lasciava fare, poichè i gomitoli non -cadevano, imprigionati fra i bordi rialzati. A noi pareva una tavola dà -bigliardo. - -— .... Sì — disse ancora dolcemente lei. Poi esitando gli domandò -le forbici, che Aldo le presentò con un atto cavalleresco, un riso -luminoso ed eloquente negli occhi e sulle labbra schiuse. — Aspetta, -aspetta, son qua per aiutarti, — soggiunse con un’adorabile inflessione -di protezione affettuosa nella voce, vedendo che le proporzioni della -ghirlanda incominciavano ad impicciarla sul serio. E ne sollevò un -lembo reggendolo. — Quasi, ti soffoca, — mormorò col medesimo sorriso e -sullo stesso tono. - -— Grazie, — aveva detto Noemi. — È quasi finita, — aggiunse ora, -malinconica; ed Aldo trasse un sospirone che le carezzò tepidamente -il viso. Non parlavano quasi più, assorti nella loro vita interna -tutta di sensazioni così rapide e nuove e intense, ch’era divenuta -una pena. Egli stava rubando furtivamente alla ghirlanda un crisantemo -rosa, piccino, dal cuore giallo come una margherita, poi con un atto -riguardoso e delicato passò il fiore fra le trine del grembiule di lei. - -A Noemi ricascarono le mani in grembo. Seria, muta, tremante, ella -seguì con lo sguardo le dita di Aldo, e negli azzurri occhi, non più -ridenti, vagava una soave tristezza come se l’anima sua fosse conscia -di sprigionarsi dall’ombra della queta notte senza sogni, e per sempre. -Nel silenzio affannoso, pieno di palpiti, ella alla sua volta trasse -dalla ghirlanda un altro crisantemo rosa, per lui. Ma mentre le sue -manine un po’ tremanti tentavano di fissarlo al colletto dell’abito -del suo compagno, Aldo le prese i polsi, la attirò, e un bacio -innocentemente ardente riunì i loro capelli biondi su quei fiori dei -morti, nella tepida ondata di sole. - -La nonna li guardava dal ritratto sorridendo. - - - - -Dietro le scene. - - -— Che? te ne vai, Carmelita? — disse col rammarico negli occhi e nella -voce donna Luisa alla contessa, trattenendola per le mani; — te ne -vai proprio all’ora del mio «_five o’ clock tea_?» Bada, sarei capace -d’impermalirmi come Turiddu quando compar Alfio si rifiutò di bere -il suo vino! — aggiunse in tono leggero di scherzo, poichè avevano -chiacchierato sino allora nel salotto della Cavalleria Rusticana. - -— Mi rincrescerebbe, tanto più che a me è interdetto quel famoso «_a -piacer vostro_» che fa sempre tanto effetto, — ribattè la contessa -Carmela, sorridendo tranquilla, mentre seguiva lo scherzo con la sua -voce fievole. — Non posso mettermi a tua disposizione dacchè parto -domani.... - -— È per domani irrevocabilmente, contessa? — deplorò il galante -capitano Olimene. - -— Sì, — disse solamente lei, che appariva alta e pallida nel suo abito -nero. - -— E.... non tornerai tanto presto, forse? — chiese con un’ansia non -benissimo dissimulata, la voce melodiosa di donna Luisa. - -— Non si torna tanto presto dall’Oriente, — rispose la contessa con la -più perfetta naturalezza. — Quando poi s’ha a compagno di viaggio un -viaggiatore esperto e spietato come mio zio che è capace di non farmi -grazia nè d’un minareto nè d’una moschea... - -— Perchè mai la contessa Sanlorenzo veste sempre di nero da un mese -in qua? — chiedeva ingenuamente dal suo cantuccio la nipotina del -commendatore alla sua vicina. — È forse in lutto? - -— Forse, — rispose l’altra, a cui scintillavano due occhietti -maliziosi; poi, vedendosi osservata dal marchese Arturi, soffocò uno -scoppio di tosse nel fazzoletto, arrossendo un poco. - -— Il nero le sta molto bene, la ringiovanisce, — seguitò l’altra -ammirando coi suoi placidi occhi chiari la figura svelta della contessa -Carmela che si disegnava severamente sullo sfondo artistico d’un arazzo -luccicante di fili d’oro, e il viso pallido, ancor più pallido e fine -sotto la tesa del gran cappello a penne di struzzo fra cui scintillava -un fermaglio di vecchi diamanti. - -— Ah... quando è così poi... non ho coraggio di trattenerti, — diceva -ora donna Luisa perfidamente bella, piegando il capo di Ebe giovinetta, -con quel movimento civettuolo che faceva perder la testa ai suoi -adoratori; — trattandosi di un pranzo scientifico-letterario, e un -pranzo d’addio, poi... Una cosa commovente.... Già mi ruberai qualche -amico stasera, il professor Lapi, Modesti, Farigliano, non è vero? Cino -De Romei... — continuò disinvolta, figgendo gli occhi ingenui in quelli -dell’amica con raffinata crudeltà. - -— Cino De Romei replicò la contessa tranquillamente, senza che la -menoma contrazione del volto tradisse le sue sensazioni. Per essere -ammessi a questa categoria dei miei pranzi bisogna avere l’età come per -essere eletti senatori.... - -— Ma i suoi amici sono davvero _eletti_, — mormorò Olimene; — beati -loro... - -— Oh, non li invidii troppo, capitano. Sono i privilegi dell’autunno, -della stagione dei frutti.... - -— Proibiti, — mormorò un freddurista ostinato che si nascondeva fra un -vaso del Giappone e una giardiniera di rose. - -— Addio, dunque, bella. Portami un paio di pantofoline dal tuo Oriente, -— concluse allegra donna Luisa; e le due signore si baciarono, mentre -la signorina dagli occhi maliziosi canticchiava sottovoce guardandosi -la punta delle scarpette: - -«Compar Turiddu, avete morso a buono... c’intenderemo bene; a quel che -pare!...» - -La contessa Carmela Sanlorenzo si congedava dagli altri con una -graziosa parola e un sorriso per ognuno. Si era animata; pareva -intimamente soddisfatta del suo viaggio in oriente; ma un momento in -cui il sorriso cessò, i suoi occhi ebbero un lampo di luce sinistra e -il suo volto un’espressione di odio e di dolore. Non fu che un attimo: -prima d’uscire mostrò ancora in un ultimo saluto leggiadro e dignitoso -il suo sorriso sereno, come sempre. - -Il servo la seguì per la fila dei salotti, nell’anticamera, e -incominciò a scendere dopo di lei, da un lato del largo scalone ornato -di cactus e di palmizî. Ella prese a scendere lentamente, con pena, -gli scalini nascosti dallo spesso tappeto. Il sorriso era sparito; -tornava l’espressione dolorosa del volto, la luce fosca negli occhi -grandi e neri cerchiati d’ombra, a cui s’aggiungeva un abbandono -stanco della persona che la invecchiava, ora, di dieci anni. Scendeva; -gli abiti scivolavano giù dagli scalini dietro la sua persona con un -lieve fruscìo; il suo piccolo piede si posava quasi incerto sul liscio -tappeto, la mano stringeva convulsamente il manico dell’ombrellino -finamente intarsiato d’argento. Scendeva. Allo svoltare della scala, -sul pianerottolo, dietro un gruppo di camelie, s’incontrò faccia a -faccia con un uomo che saliva. Era Cino De Romei. - -Si salutarono: ella col suo semplice e grazioso cenno del capo, egli -mettendosi in disparte, per lasciarla passare, con un inchino e una -premura alquanto esagerati. Fu tutto; nè l’uno nè l’altra udirono -il suono delle loro voci: egli continuò a salire a testa alta; ella -a discendere a capo chino, serrando come in una morsa il manico -dell’ombrellino intarsiato d’argento. - -La contessa Carmela Sanlorenzo continuò a scendere e pensava: — Ecco -così, — pensava — ci siamo incontrati a uno svolto del cammino; così. -Io discendevo già la vita col mio fardello di amarezze; lui saliva con -la speranza che gli dava le ali. Abbiamo sostato un momento; poi lui -ha ripreso a salire, io a discendere come prima, più stanca di prima, -poichè neanche l’amicizia sua mi conforta più, divenuta impossibile, -oramai, come una vergognosa transazione o come un’ipocrisia... Dunque -più nulla: dunque dimenticare. Dimenticare tutto, dalle ore più -soavi in cui l’amore non era ancora che un benessere affascinante, -dolcissimo e ignoto, che avviluppava entrambi e che dava un’intonazione -lieta ai discorsi e alle cose più futili; alle ore tempestose del -desiderio e della passione...: dimenticare le buone serate che abbiamo -passate nel mio salottino di studio, serate di lavoro coscienzioso -che credevamo di prendere tutti due sul serio... Egli mi leggeva i -suoi versi bellissimi, io i miei, molto mediocri, ma in cui diceva di -trovare una finezza e una percezione profonda... Pure, siamo giusti: -avevo incominciato in buona fede, la mia parte di amica saggia, -di consiglierà, di mamma... Non fui io la prima a cambiar scena. -Animandolo a venire da me a correggere i suoi lavori e a farsi aiutare -a riordinare quel caos di foglietti volanti, pensavo proprio solamente -di rendergli un servizio da amica vera, di offrirgli il mezzo che -cercava per sottrarsi alle mille distrazioni oziose che lo tentavano, -che lo attiravano suo malgrado e gli vuotavano il cervello e gli -inaridivano il cuore. Era una dolcezza accogliere le sue confidenze, -le sue confessioni, le sue speranze: sgridarlo, consigliarlo, -animarlo... una dolcezza sempre più viva, sempre più profonda, sempre -più invadente, finchè l’anima mia ne divenne satura e non vissi più che -per lui... Quando non mi rimase più forza per fargli intendere ragione, -si sommerse la rigida barriera dei quindici anni che ci separano, e -invece del giovine poeta e della signora matura, si trovarono faccia -a faccia due innamorati... ecco tutto. Ma la commedia è finita; io -riprendo la mia parte di madre-nobile, egli recita da amoroso con una -nuova attrice, veramente giovine questa volta. Non mi resta dunque che -benedirli e andarmene a recitare altrove, e con più coerenza, un’altra -parte di madre-nobile. - -— Come è cangiata Carmelita; — pensava Cino De’ Romei continuando a -salire le scale a testa alta con una luminosità di trionfo negli occhi: -— oggi ha tutto l’aspetto di una signora matura. Fui il gran pazzo... -Meritava proprio di bruciarsi il sangue di passione per un anno, -di commettere tante follie, di gettare alla morte e all’infinito la -sfida audace della felicità e dell’amore per arrivare, incontrandoci, -a salutarci appena, come due estranei... Peccato! una bella amicizia -guastata così scioccamente... e un’amica come Carmelita, un’amica -schietta, spregiudicata, saggia, intelligente e buona così, non è -facile da surrogare... Forse, quando parecchi anni saranno passati, -ella mi permetterà di riannodare un’intimità innocente... Ed io, -divenuto illustre e serio, anderò ancora da lei a correggere i miei -versi... che non saranno più pericolosi... perchè allora sarà il tempo -di comporre i madrigali ingenui e di celebrare in sestine l’amore -ideale. Oggi la giovinezza mi tumultua nel cuore e mi inebria dei suoi -inni, e una formosa Dea m’attrae con tutti i suoi fascini... Oh, donna -Luisa! bellissima realtà, oggi la poesia, la gloria, l’arte sei tu!... - -Cino De Romei giunse al sommo della scala. «Salve!» gli disse il -cuore, dilatato dall’orgoglio e dalla felicità, mentre passava sotto la -portiera di damasco dell’anticamera. - -— Addio, — mormorava la contessa Carmela indugiando un ultimo momento -sulla soglia, addoloratamente. - - - - -Mammole - - _Douce est la mort qui vient_ - _en bien aimant!_ - - -La strada s’allungava a perdita d’occhio, bianca e diritta fra il -verde, ed essi tornavano al villino lentamente, avvinti, col viso -colorito dai riflessi del sole occidentale. Lei aveva appoggiato -alla spalla del suo compagno la testa avvolta nella sciarpa a maglia -di seta fine, e qualche momento chiudeva gli occhi languidamente, -abbandonandosi tutta alla pace soavissima di quel memorabile vespro; -godendo di ricercare nelle più intime fibre dell’anima esuberante -d’amore, la vibrazione dell’eterno inno primaverile gioioso. E -quando un bacio lieve su le palpebre la riscoteva, ella riaprendo gli -occhi stupendi incontrava di nuovo quello sguardo continuo, amoroso -ed ardente che la spossava di dolcezza... Parlavano poco, a lunghe -pause, giacchè erano intensamente felici; e quella felicità negata -e contrastata per tanto tempo, pareva loro così inverosimile ancora, -che tremavano di affermarla, di rallegrarsene, per timore che al suono -delle loro voci dileguasse, come un sogno. Finalmente egli le domandò -sommesso, semplicemente, se aveva freddo, e le serrò più forte la vita -col braccio, rimettendole intorno al collo un lembo indocile della -sciarpa, mormorandole ancora qualchecosa che il vento si portava via; -lei sorrideva senza rispondere, con gli occhi socchiusi nella vasta -limpidezza lucente del cielo. Intorno a loro, nel verde tenero, c’era -un senso gentile di frescura, e lontano, su in alto, s’udiva il trillo -d’un’allodola invisibile. - -— Ti ricordi, Arrigo, di quel primo giorno? Fu in un pomeriggio come -questo... - -Questa volta fu lui che assentì sorridendo in silenzio. - -— Ti ricordi di quelle povere violette bianche? - -Il giovane sostò, la sciolse dall’abbraccio e trasse da una tasca -interna la serica busticina elegante, dove riposavano i fiorellini -ingialliti. - -Lei rimase muta, appoggiata all’ombrellino chiuso e gli occhi le -brillarono: — Ancora con te? — mormorò poi, ma lo sapeva bene che -c’erano ancora, che ci starebbero sempre. - -— Anche dopo morte, — diss’egli; e baciò i fiori. - -Laggiù all’orizzonte in quella festa di colori sfolgoreggianti fra i -tronchi, in quel saettare di raggi aurei che sprizzavano tra le fronde, -qualchecosa d’indistinto pareva muovere ed avanzare lentamente; ma essi -non vedevano nulla, abbacinati dallo splendore, assorti nell’estasi del -loro idillio. - -— Avevo sedici anni quel pomeriggio, lontano, — continuò lei -appoggiando la manina inguantata sulla spalla del giovine, — quel -pomeriggio lontano in cui mi sorprendesti a strappare ferocemente le -mammole che tu raccogliesti poi con tanta religione, ed ero ancora una -monelluccia stordita che non si accorgeva di essere ammirata, nè se -ne curava... Eppure in quell’odoroso giorno d’aprile, fra tutti quei -trilli e quell’azzurro, piansi per la prima volta di tristezza, poichè -mi rinvenni nell’anima un abisso in cui era un silenzio sconsolato... - -— Eri sulla soglia del tempio d’un dio ignoto... — soggiunse lui -piegando carezzevolmente il capo sulla morbida mano inguantata, -abbandonata sulla sua spalla. - -— Oh come sentivo la vicinanza di quel dio, come mi turbava -quell’attesa solenne!... — esclamò essa, commossa; — poi, senti Arrigo, -la divinazione venne improvvisamente... Capii che solamente amando -sarebbero scesi nella mia anima, a colmarne il vuoto, quei trilli, -quella luce, quei profumi che mi facevano piangere d’una strana -malinconia: ascoltai il mormorio di voci che s’era levato intorno a me -e compresi che le cose tutte parlavano, inneggiavano, deridevano la mia -ignoranza.... Allora strappai le violette... - -Egli le prese delicatamente fra le mani la testa, e la baciò senza -parlare, con un sorriso intenerito. - -— .... dopo salii nella mia camera, m’inginocchiai e in quell’ardore -di fede che mi dava la tristezza chiesi a Dio ingenuamente di amare -anch’io, di amare molto, con tutte le facoltà del cuore, della mente, -dell’anima; con tutto lo slancio e la forza della mia giovinezza, e di -essere riamata così... - -— Dio ti ascoltò quel giorno... — cominciò lui con impeto, ma la -piccola mano gli chiuse la bocca. - -— Ascolta: fu un olocausto; chiesi a Dio di respirare tutto il profumo, -di godere tutta l’ebbrezza infinita di questo amore sovrumano, non -fosse che per un giorno; e gli offersi in cambio... la mia vita... - -— Taci! — proruppe lui con un brivido; — perchè dir questo oggi, un -giorno di nozze? perchè l’hai detta quella parola? perchè? — E la -baciò a lungo sulle labbra come per cancellare quella parola funebre. -Ella rideva, rideva, con la bocca schiusa, fresca come un fiore, gli -occhi pieni di sereno; rideva sfidando il destino, forte di gioventù, -d’amore. - -E laggiù, tra gli alberi, la massa confusa veniva innanzi, -insensibilmente, misteriosamente sulla bianca strada. La signora -aspirava intanto nell’aria con delizia un odor acuto di mammole, e -cercava sulla sponda erbosa del fossato, scostando le fogliuzze con -l’ombrellino. - -— Oh, delle mammole! — esclamò lieta; — delle violette bianche come -quelle, Arrigo! Ecco un bell’augurio, vedi?... — E fece per slanciarsi -dalla breve sponda; egli la trattenne facendole gli occhiacci, per -usare subito della sua novella autorità di marito. — È così che ci si -fa male, bambina! un minuto di pazienza e avrai le violette. — E scese -destramente. Ella gli additava, con l’ombrellino, violette invisibili. - -— Ma no, Arrigo... dalla parte opposta... laggiù sotto la siepe... -bisogna passare attraverso la siepe, — concluse ritentando di scendere -la sponda sdrucciolevole. Egli la prese risolutamente alla vita e la -posò giù, accanto a lui. - -— Vieni dunque, — disse aprendole un varco fra i rami di biancospino e -staccando con tutta delicatezza un lembo della sciarpa fine impigliato -nei rovi. — Non è una impresa facile; ti sfido... - -— Davvero? Allora vedremo chi ne coglierà di più, — rispose lei -gettando l’ombrellino, e levandosi un guanto in fretta. Intorno, la -solitudine completa: e quello splendido tramonto fiammeggiante soltanto -per essi sulla rigogliosa pianura. Ella si affrettava, ridendo a brevi -trilli sommessi sotto la frondosa siepe fiorita, affondando la mano -bianchissima nell’erba; lui non aveva mai colto mammole con tanto -ardore. ma nonostante i suoi sforzi si trovava spesso a rallentare -la foga di quel gioco, distratto dalla vista della breve mano agile, -dell’errare di un ricciolino scompigliato dalla brezza, da una molle -curva che si accentuava, da un tratto di calza di seta che disegnava -l’attaccatura del piede, fine e nervosa. Così lei potè cantare vittoria -risalendo sulla strada; aveva delle mammole nelle tasche, lungo la -scollatura a risvolti del soprabito, negli occhielli, nelle pieghe -della sciarpa, nell’ombrellino. Ne era imbarazzata, ed egli per -vendicarsi le riempì anche le mani dei bianchi fiorellini odorosi...... -La giovine signora vi immerse il viso respirando avidamente; poi -reclinò ancora la testa sulla spalla di lui esausta dal tumulto di -emozioni, di sentimenti, di ricordi, che le si levava in cuore al -sottile profumo. - -— Come sono felice!... Come siamo felici, Arrigo! — esclamò finalmente, -non resistendo al bisogno di gettare quel grido alle piante, -all’azzurro infinito... - -Ma il suo compagno pareva preoccupato e intento a discernere sulla -strada un convoglio che si avanzava lento, che era già a pochi metri da -loro, socchiudendo gli occhi contro la fusione fulgida di tinte calde -che lo abbarbagliava. Poi si fece riparo agli occhi con la mano e vide, -e provò un rapido senso di gelo al cuore. - -Il povero feretro veniva innanzi portato da due robuste campagnuole -vestite di mussola bianca, scortato dal chierichetto che inalberava -gagliardamente sull’asta la piccola croce; un prete a fianco -borbottava le preghiere col libro aperto e altre due ragazze in abito -bianco seguivano per dare il cambio. Nient’altro; non un fiore sulla -lugubre coperta nera che dissimulava appena la bara; non un salmodio -diffondentesi sonoro e poetico nella pace vespertina; non un parente, -non un amico, non un senso di tristezza o di pietà: si leggeva la noia -nei volti rubicondi delle ragazze, sull’emaciato volto del prete, -sul viso infantile del chierichetto roseo; solamente la noia e il -desiderio di sbarazzarsi al più presto di quell’incomodo. Chi era steso -la dentro? Un bimbo? una fanciulla? una giovane sposa? la conclusione -tragica d’un rustico romanzo d’amore, o una prima pagina candida su cui -il destino aveva scritto «fine»?... Essi non lo domandarono, ammutoliti -in un superstizioso sgomento... Ma poi quella povera bara d’un essere -sconosciuto che passava fredda e nera nella campagna verde, piena di -vita, di palpiti, di profumi sotto il cielo soffuso dell’ultima luce -fiammante; attirò la pietà dei due felici rimasti immobili e stretti -l’uno all’altro... Quando il feretro passò, rasentandoli quasi, il -prete lanciò verso di loro una rapida occhiata, e la signora con un -atto gentile ma pronto come uno scongiuro, gittò sulla bara tutte -le sue violette. I fiorellini piovvero costellando lievi il rozzo -panno nero: qualcuno cadde, altri il vento disperse, e il rustico -corteo inoltrò misterioso e silente. Presto scomparve nella nebbia -che già nascondeva la strada a settentrione, mentre i giovani sposi, -strettamente abbracciati, ripresero la via, adagio, verso il sole. - - - - -Romanze senza parole. - - -ORME. - -Sull’orlo estremo del lido sabbioso, soffice, umido, incrostato -di conchiglie, si mescono e si seguono orme di passi umani -interminabilmente: l’ombra d’un filo di vita svolto fra la solitudine -sterile e una moltitudine invisibile, — fra la sosta immemore d’un -limbo che tutto cancella e un’azzurra eternità. Gli umani sono passati -in lunga teoria sullo stretto sentiero, avidi d’oblìo, di speranze, di -sogni. Le orme narrano: alcuni ritornarono dopo breve cammino delusi; -non poterono dimenticare, nè chiedere, nè illudersi: altri proseguirono -per lungo tratto insieme, come sfidando con balda audacia la vicenda -delle cose perchè riuniti; poi uno ritorna, è stanco, sfiduciato; -un altro si smarrisce nella sabbia fine, asciutta, infida; un terzo -si scosta ed erra finchè la spuma delle onde lambe e rode le traccie -del suo passaggio; l’ultimo inoltra solo, accanto al solco leggiero -e continuo d’un bastone. Poi anche il solco cessa, e l’uomo inoltra -ancora senza appoggio, ancora, ostinatamente..... Infine le alghe -brune e muschiate si dilatano, tutto nascondendo. Orme d’un piedino -minuscolo, spesse, irregolari, seguite da orme larghe, sicure: i primi -passi. Altre orme irregolari con un seguito di piccole buche: gli -ultimi. Le orme dei ricchi, tenui, dai tacchi che scavano fossette; le -orme dei giovani, lievi, discoste; quelle dei felici, attraversate ogni -tanto da un’iniziale, da un zig-zag; e, finalmente, orme di piedi veri, -ignudi, grossolani, a una distanza tanto regolare da parer calcolata -con una precisione matematica: il passo della gente che sa cosa vuole -e dove va. Dinanzi a quelle orme le altre si scansano. Sono le orme -faticate del lavoro. - -Gli umani sono passati così fra la solitudine e l’eternità. Domani -un soffio di brezza solleverà forse le grigie sabbie volubili che -ne cancelleranno ogni traccia; ma nella loro evoluzione le onde -affaccendate si dilateranno per raccoglierne nel grembo azzurro, -maternamente, l’ultima memoria. - - -VENDETTA. - -L’ultima finestra della casa, al primo piano, verso ponente, s’apriva -fra le rame flessibili del gelsomino. Una mano delicata le dirigeva, le -domava, le dissetava, le intrecciava in riposo, le avvinceva in catene -fraterne. Quando le piccole costellazioni bianche si staccavano, erano -raccolte con tanta sollecitudine che non una veniva contaminata dal -fango del terreno o dalla bava dei ragni, che anelavano a quel candore. - -Ma nell’ombra fresca dai riflessi di smeraldo serpeggiava un -soffio vivo, indomabile, che si sfogava in cento insidie piccine, -malignamente. Gli olezzi diffondevano la più eloquente delle serenate; -qualche tralcio ribelle dava ogni dì la scalata e s’insinuava a spiare -nella stanza, avido: le ciocche fiorite si protendevano, offrivano i -mazzetti naturali, desiderosi di avvizzire su un seno ardente; alla -brezza, che le carezzava, le foglioline rispondevano acconsentendo con -un fremito novo; al vento che passava fischiando, i rami si dibattevano -desolatamente. - -La finestra s’apriva di buon mattino e l’alito verginale che ne usciva, -blandiva il soffio maligno, stornava le insidie, mitigava le ebbrezze. -Quando un fior di cardenia apparve sul davanzale. - -Quel fior di cardenia venne disputato alla distruzione a lungo, -tenacemente. Tutta la notte l’anforina di cristallo rosa che reggeva -la corolla rimaneva sul parapetto, fuor dell’imposte chiuse, assistendo -al colloquio della cardenia con la luna piena; candida e sola come lei. -Il gelsomino fu negletto; le rame crebbero vagabonde e selvagge fino a -ricascare su loro stesse stanche del vano errare; le stelline bianche -emigrarono liberamente, ma per posar presto in un molle strato odoroso -sul terreno, come un sudario mistico; qualcuna s’indugiava, si smarriva -nei meandri verdi, s’impigliava fra le ragnatele lievi, iridate, -luminose, in fondo a cui il ragno attendeva. - -Infine il fior di cardenia ingiallì del tutto e fu portato via. -Ma venne poi una gabbiuzza popolata di colibri, poi un pappagallo -fiammante, poi una scimmietta freddolosa, poi un virgulto di rose, -poi una coppa riscintillante di pesciolini d’oro. Inutile; la morte -spazzava tutto via. Qualche cosa dava il malocchio a quella finestra -che s’apriva fra le rame di gelsomino. - -Nell’inverno la camera fu rimessa a nuovo: cortine azzurre, lievi, -scesero lungo le doppie vetrate dov’era una fioritura di mammole, e una -lampada ardeva tutta notte, velata e misteriosa, come in un santuario. -I viandanti che passavano intirizziti levavano lo sguardo sorridenti o -sospirosi e bisbigliavano: «Là regna Amore...» - -Ma il gelsomino non udiva; era atrofizzato dal gelo, e ignudo, inerme, -dormiva. Quando il bacio pietoso della Primavera lo destò, ahimè! -si vide mutilato e inceppato vigorosamente contro il muro! Invano si -ribellò, invano i mazzetti implorarono sotto il davanzale il rifugio -tepido, consueto; invano la fragranza dispersa nell’aria si diffuse -in elegie amorosamente, e le stelline erranti si posarono fra le -stecche delle persiane come per esplorare, e i tralci più arditi si -svincolarono e bussarono stimolati dal vento; la finestra dalle cortine -azzurre irrideva, soave, al loro dolore. Così trascorse l’estate, una -lunga estate. - -In ottobre, mentre le prime pioggie scendono a risvegliare -inesorabilmente dal sogno di una tornante primavera, nella lotta fra le -illusioni che evaporano con gli ultimi profumi di tutti i fiori della -terra, e le gelide realtà che piovono con le fredde lagrime del cielo, -— la finestra rimase chiusa, triste, e i rami ingigantiti infransero i -loro ceppi, e la flagellarono sera e mattina ululando ferocemente. - -Dopo molti giorni la finestra si riaprì, in un vespro d’oro, -nell’assenza degli olezzi e nell’immobilità delle fronde che -oscillarono estatiche, quasi spaurite della conseguita vittoria. La -finestra rimase vuota e aperta fino all’alba, con le cortine calate -e le imposte che gemevano sui cardini in uno sconsolato abbandono. -Nell’alba nebulosa, livida, fredda, le cortine azzurre tremolarono, -uscirono e palpitarono in alto, come due aluccie impazienti di volar -via. Allora pel varco libero, simile a un piccolo stuolo vittorioso e -invadente, entrò nella camera della morta uno sciame di gelsomini. - - - - -Ultimi bagliori. - - -Il conte Alberto Farigliano di Roccamare rientrava intirizzito dal -nevischio pungente d’un uggioso pomeriggio di Febbraio. Gettati al -servo pelliccia e cappello biancheggianti di diaccioli, traversò -lesto l’appartamento in cui il calorifero diffondeva un tepore più -che primaverile e giunse al remoto salottino di sua moglie. Era -sicuro di trovarla laggiù. La contessa infatti pareva addormentata -nell’ampia poltrona di broccato nero, quasi bocconi, col volto -nascosto in un piccolo guanciale morbidissimo posato sul bracciolo. -In quell’atteggiamento, coll’abito sciolto e lucente di felpa bianca -dai riflessi madreperlacei, nella luce azzurreggiata dalle tendine -abbassate, diede ad Alberto l’idea d’una perla nella sua nicchia. Egli -inoltrò chetamente: nel ricco salotto ondeggiava un acuto profumo di -cardenia. Non si vedeva nulla del volto di lei; solo l’ammasso dei suoi -capelli fini, castani, allentati con un po’ di disordine, e le sottili -mani aggrappate al cuscino. Alberto la contemplò lungamente. Poi si -mosse per andarsene, ma nel movimento un po’ brusco urtò una sedia -leggiera, fuori di posto, e la signora sussultò forte, levando il viso -sbiancato e fissandolo sbigottita, come se nel primo momento non lo -riconoscesse. - -— Dormivi? - -— Sì, forse... da quanto tempo sei qui, Alberto? — chiese alla sua -volta lei, che abbozzò un sorriso, subito dileguato come un ombra sulle -sue labbra tremolanti, e le bianche mani passarono e ripassarono sugli -occhi. — Ho un po’ di emicrania oggi; — aggiunse con un fil di voce. - -— Tieni troppo caldo e troppi fiori intorno a te, mia cara. Or’ora -stavo per farne un fascio. Tu finirai per asfissiarti, esagerando così. - -Essa stava immobile, con le mani serrate alle tempie, gli occhi fissi -sui meandri del tappeto. Poi, risolutamente, si alzò e venne fin presso -la scrivania d’un squisito stile del Rinascimento, sulla quale si mise -a frugare senza scopo. - -Nella penombra, fra i larghi fogliami esotici e i mobili artistici, -quell’alta figurina bianca pareva svanire come una parvenza. Suo marito -le cinse la vita con un braccio e l’attirò a sè, dolcemente. - -— Sai, Letizia, ho una cattiva notizia da darti. Mi tocca partire.... - -La contessa trasalì ancora, lo guardò rapidamente coi bellissimi occhi, -e si sciolse dall’abbraccio. - -— Dove vai? - -— A Berlino... Sono incaricato di una missione di qualche importanza -dal ministero e, capirai, col ministero non si scherza. Parto lunedì. - -— .... Starai lontano molto tempo? - -— Temo di sì. L’affare per cui vado non è da sbrigarsi in poche ore... -Tre, quattro, cinque mesi.... ma poi vedremo.... Non ne so nulla -insomma. - -La contessa Letizia rimase a capo chino e fra loro vi fu un prolungato -silenzio. Eppure era lo stesso impulso che lottava nei loro cuori con -degli ostacoli suscitati dalla loro diversa debolezza: era lo stesso -sottile sgomento pauroso per una parola ch’egli avrebbe voluto sentirsi -dire da lei che rimaneva muta, per una parola che Letizia aveva terrore -di sentirsi dire, in quel giorno, in quell’ora... - -— Pensavo che tu potresti.... — la contessa ebbe un piccolo moto di -altera meraviglia — tu potresti passar questo tempo dalla zia Fanny o -pregarla di venirti a tenere compagnia. Per rispetto alle convenienze -non sarebbe bene che tu rimanessi sola.... - -Letizia continuava a guardarlo come se pensasse a tutt’altro. — Sì, — -mormorò poi; — riflettevo anch’io a questo. - -— ..... allora siamo perfettamente d’accordo, — concluse Alberto con la -sua freddezza solita. Ed uscì. - -— Come sono vile, ah come sono vile! — disse in cuor suo la giovine -contessa; e si lasciò andare sulla seggiolina della scrivania, tutta -pallida, a occhi chiusi; mentre due grosse lagrime le rigarono le -guancie e caddero in bollicine sulla sua cartella dalle cifre d’oro. -Ma ecco che dinanzi alle palpebre abbassate, come se un velario fosse -calato dinanzi alla realtà della sua vita per lasciarla vivere più -intensamente nel sogno, le ricomparve repente la balda e bionda figura -d’uomo, di un uomo che non era suo marito, fissa come l’aveva avuta -inesorabilmente in tutta quella penosa giornata, ed essa, questa volta -per cacciarla spietatamente, aperse gli occhi. - -Fu un rimedio vano. Se la visione svanì, i suoi pensieri seguirono -fluenti il loro corso, come l’onda del ruscello gira intorno ad un -debole ostacolo messo per arrestarla.... - -Lo aveva riveduto dopo quattro anni, improvvisamente, quel giorno -stesso, nell’uscire dal salotto d’un’amica, mentre egli vi entrava. E -nello scoprirsi il capo biondo, cedendole il passo, l’aveva misurata -con lo sguardo sàturo d’una tal curiosità volgare e galante che -Letizia aveva arrossito. Ma aveva arrossito meno per l’indignazione -che per il colpo di trovarselo lì dinanzi quando meno ci pensava, -e con lo stesso fàscino irresistibile ch’era stato il tormento e il -sorriso dei suoi sedici anni. Un vanesio, del resto, quel tenentino di -cavalleria! Non aveva il capo che a far la corte alle signore eleganti, -mentre le signorine gli sospiravano dietro: ella lo sapeva; lo aveva -già giudicato col suo nascente senno di giovinetta, da quel contegno -irragionevolmente mutevole con lei, innamorata di lui da morirne, -sempre. - -Era così spigliato, così attraente, così carino! Una volta, l’ultima -volta che si erano incontrati le aveva giurato che se il padre di lui -non desisteva dall’opporsi al loro matrimonio, si sarebbe ucciso... Uno -spavento, un supplizio... una dolce e tremenda e insistente tentazione -di fuggirsene davvero attraverso l’Europa, com’egli le proponeva.... Ma -aveva troppo pensato al dolore dei suoi; le era mancato il coraggio. -Poi quell’amore tempestoso, a pause, nutrito di stranezze che non -capiva e di audacie che la rimescolavano, le faceva paura..... Era così -ingenua e così giovine! Dopo, non si erano più riveduti, ma essa sapeva -che non era morto, che viveva come prima, più di prima. - -A diciotto anni aveva sposato, senza entusiasmo, ma con affezione -profonda, il giovane diplomatico che suo padre le presentava. -Quell’amore gentile, rispettoso, cavalleresco, quasi tutto fiori e -delicatezze, le era parso un refrigerio, e la sua anima ancora un po’ -malata e la sua gracile fibra di damina spirituale, vi avevano trovato -una soavità infinita. Meno qualche vampata di quando in quando che le -portava un palpito e un malessere d’un minuto, al tenente biondo non -pensava più. - -...... L’oscurità aveva invaso il bel salotto profumato di cardenie, -quand’ella, levandosi svogliatamente, si avvicinò alla finestra e -rialzò le tendine. A Roma la neve non dura; non se ne vedeva più -traccia: pioveva. Pioveva monotonamente, tranquillamente. Letizia -rimase con la fronte che bruciava, appoggiata ai cristalli, lo -sguardo smarrito. Ancora una lotta. Anderebbe o no al _Bal-en-rose_ -dell’ambasciata di Francia, quella sera? Da un lato l’aspirazione alla -pace, all’oblio, il presentimento vago di un pericolo....; dall’altro -il desiderio stesso di questo pericolo, il fascino d’un’emozione -nuova, il piacere acre di riaprirsi una ferita nel cuore per sentirlo -palpitare più forte..... - -— Il pranzo è servito, — annunziò la voce indifferente del domestico -dalla soglia. - -La contessa si scosse. Erano soli, suo marito e lei, quella sera a -mensa. Dio! una lunga, penosa dissimulazione..... Si ravviò alla meglio -i capelli, al buio, per non chiamare la cameriera e s’avviò, lenta, per -le stanze illuminate verso la sala da pranzo. - - * - * * - -Si fecero servire il caffè accanto al fuoco nella sala da pranzo vasta -e severa. Letizia, seduta un po’ di traverso sul seggiolone dall’alta -spalliera, appoggiava sul paracenere i piedi, piccoli, calzati di -raso color madreperla, come l’abito a cui la fiamma prestava strani -bagliori; Alberto, vestito come sempre, correttamente di nero, nella -sedia di fronte centellinava il caffè fumante, odoroso. Erano soli, -silenziosi; un’atmosfera di noia e di tristezza gravava. Durante -il pranzo, fra il via vai dei servi, avevano scambiato qualche -osservazione, qualche frase insipida; ma ora non si pigliavano neanche -più la briga di fingere e la loro tormentosa preoccupazione rispuntava -evidente. - -— Riuscirà molto bene a quel che pare il _bal-en-rose_ dell’Ambasciata -francese, — uscì a dire finalmente Alberto, posando il tazzino; — le -sale sono addobbate con buon gusto ed hanno trasformato la grande -terrazza in una grotta fantastica dove sarà bello riposare. Tu ci -vieni? — seguì col tono più naturale del mondo, ma che alla contessa -Letizia, per la disposizione d’animo in cui era, parve un abile quesito -indagatore. La lotta che ancora era in lei, cessò bruscamente. - -— Sì, vengo, — rispose con alterigia senza alzare gli occhi. - -— Hai dato gli ordini in proposito? — chiese il marito senza scomporsi. - -— Sì... Ma perchè mi chiedi se vengo? Ti dispiace forse? — ribattè -la signora sollevandosi un poco e ritirando i piedi dal paracenere, i -piedini nervosi che s’agitavano continuamente, mentre negli occhi neri -e grandi era una cattiva espressione di sfida. - -— Perchè dovrebbe dispiacermi, Letizia? Te lo chiedo, ricordandomi -d’averti sentito parlare di emicrania poco fa, e notando in te infatti -un aspetto un po’ sofferente..... - -Quella compostezza, quel tono di voce tranquilla le fecero dare -una strappata ai cordoni del bell’abito dai riflessi di madreperla, -irritata, impaziente. Sentiva dentro di sè un fermento di rivolta, un -incalzante desiderio di ricatto, senza saper bene perchè. - -— Invece io sto benissimo... — la sua voce risuonò stonata nell’ampia -sala; — ti prego di credere che sto benissimo e che non ho punto -bisogno di riposo.... - -— Quando è così, mia cara, — fece lui guardando l’orologio, — mi -pare che faresti bene ad allestirti. Le signore ci mettono un po’ di -tempo... — finì sorridendo. - -La contessa si levò, gli passò davanti senza guardarlo, e quella vaga -figurina bianca scomparve, come una visione luminosa, sotto l’arco -dell’alta porta, dalla camera vasta e severa. - -Alberto affisava il fuoco, immobile. - - * - * * - -— ...... ebbene, contessa, si va all’assalto di cotesta grotta ideale? -— le chiese con allegra baldanza il tenentino biondo, che non si era -più scostato da lei dopo quella fine di valtzer ballata intensamente, -in silenzio. - -— Avanti, _en marche_! — rispose Letizia scherzosa, balzando in piedi. - -Traversarono la gran sala da ballo, splendente, gaia d’abbigliamenti -in tutte le gradazioni di rosa come un gran roseto vivente, ella al -braccio di lui, animata, ridanciana, con uno scintillio negli occhi -neri. Non era più la languida signora che qualche ora prima nascondeva -la testa nei guanciali in atteggiamento sofferente; nel suo incedere, -nei movimenti, nelle parole aveva un’insolita vivacità. Eppure, una -delle mani sottili e bianche, nascosta ora dal lunghissimo guanto -profumato, brancicava nervosamente fra le pieghe dell’abito e sgualciva -alquanto l’ideale vaporosità della garza appena soffusa di color roseo, -come un’aurora. - -Quel monello di tenente non smetteva intanto di susurrare tante -paroline belle col capo chino su lei fino a sfiorarle i riccioli, -paroline belle e spiritose, forse, giacchè ella ne rideva di cuore, -crollando la testa vezzosa e distribuendo saluti e sorrisi alle amiche -e ai conoscenti che incontrava e che la osservavano con una punta di -malizia negli occhi. - -— Eccoci nel «regno delle favole» — canterellò sull’aria del -_Mefistofele_ il tenente De’ Falchi, entrando con la sua compagna, dopo -un giro abbastanza lungo attraverso l’infilata di sale, sulla terrazza -dove non c’era quasi nessuno. - -Una ridente illusione. Una grotta scavata in qualche blocco enorme -di cristallo rosa. La luce viva, diffusa, dietro le pareti, ne -faceva spiccare il colore e la velata trasparenza. Rosai fioriti -s’arrampicavano qua e là fra i sedili di pietra nera, e i fili -d’argento delle fontane luccicavano misteriosi nei cespugli verdi, -ricascando con un sommesso mormorio nelle vasche seminascoste dalle -larghe e strane foglie di molli piante aquatiche. In terra uno spesso -tappeto bianco, vellutato, che in vari punti i pètali delle rose -sfogliate ricoprivano. - -Quella luce opacamente rosea, dopo tanto sfolgorio di arazzi e di -festoni, riposava l’occhio e faceva pensare ad un paese misterioso di -sogni e di pace. Eppure Letizia non si sentì più tanto padrona di sè -come laggiù nelle sale rumorose, dove aveva risposto coi frizzi e col -sarcasmo brillante alle galanterie del giovane ufficiale. Le parve -che in quel silenzio tutta la sicurezza, di cui s’era compiaciuta in -segreto, vacillasse, e ne fu seccata. Ma non volle farlo supporre e si -soffermò ammirando. - -— Il regno delle favole...! E la regina? — diss’ella senza nessuna -intenzione, ingenuamente, non dubitando di parer lei davvero -l’incarnazione della bellezza, della gioventù, della poesia, così -graziosa, bianca, delicata nell’abito vaporoso, stellato di brillanti. -De’ Falchi non si lasciò sfuggire l’occasione per dirglielo e lo fece -con parole così blande e così dolci che parevano carezze. La contessa -con piccole mosse comiche d’esagerata modestia si velava il volto col -ventaglio di trina. Poi, rannuvolandosi in un subito fra il gioco, ebbe -un sospiro. - -Anche lui era bello, bello come un giovine Nume! Anche lui pareva un -eroe degli antichi tempi con la divisa luccicante, la bionda testa -irrequieta, gli occhi vivi, il personale slanciato. Come era bello -così! più bello nel suo meriggio di giovinezza, che quando, ancora -adolescente, quasi, le aveva parlato d’amore. - -La musica che si udiva lontanamente, come un’eco, aveva ripreso. Un -crocchio di persone che conversavano laggiù si sciolse. La principessa -Montegaudio, passando accanto ai due, ebbe un’occhiata severa, ma il -vecchio generale ch’era con lei quasi sorrise. Letizia e De’ Falchi -rimanevano soli. - -— Ce ne andiamo? — diss’ella con un tono indolente simulato: e lo -trasse con delicatezza dietro gli altri. Ma il tenentino fece due -passi, poi s’arrestò. - -— Guardate prima nel _carnet_, vi prego! — disse come se domandasse la -proroga d’una sentenza crudele. - -Guardarono insieme, mentre nella fretta del cercare le loro mani si -sfioravano. Non c’era nessun nome. Egli ebbe un profondo respiro di -sollievo. - -— Non importa, non importa, — soggiunse Letizia, che pareva -contrariata. — Andiamo in un altro luogo. - -— Dove trovare un luogo più bello per la vostra bellezza?.... per la -mia ammirazione?..... Io passerei la vita, qui, con voi.... - -— Prima di tutto le ho proibito assolutamente di darmi del _voi_! — e -Letizia gli battè il ventaglio sulle dita, — damerino incorreggibile... - -— Pardon, Contessa! — disse subito De’ Falchi con una lievissima -intonazione ironica. — Ogni tanto mi dimentico che sei anni sono -passati.... Ho la memoria un po’ logora, vedete..... in certi casi. E -trovandoci insieme ancora, in questo luogo di sogno io sogno d’avervi -ancora accanto libera, amante, mia.... - -Letizia, già presso alla soglia, si fermò ancora, tornò indietro. -No, così non andava proprio. Darle del _voi_ e rievocare il passato! -Erano le condizioni del loro trattato di pace, queste? Un ufficiale -dell’esercito mancare di parola così! Vergogna, cento volte vergogna! - -Ma De’ Falchi s’impadronì della terribile manina e la imprigionò sotto -il suo braccio senza staccarne la sua mano. - -— Contessa Letizia Farigliano di Roccamare, — cominciò con quel suo -fare tra ardente e sentimentale e scherzoso, irresistibile per lei, — -mi dica dunque che cosa debbo fare per ottenere perdono...... Vuole -tutte queste rose in omaggio? Vuole che le dica dei versi, dei bei -versi? Una volta le piacevano e mi sgridava perchè non li sapevo mai... -Ora ne so. - -La signora ebbe ancora un moto di ribellione, di sdegno, ma non resistè -al suo compagno che l’allontanava dalla porta d’uscita, stringendole -più forte la mano. - -— Senta, — continuò de’ Falchi, — sono versi che sembrano scritti -apposta per lei e sembrano scritti da me, per dirli adesso. — Poi seguì -a voce un po’ bassa, con appassionata dolcezza: - - Sul viso il tuo respiro caldo m’aleggierà - Come un profumo; e come una soave musica - La tua voce divina mi darà pace all’anima - Accanto a te seduto, ne’ tuoi capelli biondi - Immergerò la mano, e dei dolci misteri - Del core io parlerò coi tuoi grand’occhi neri.... - -Lei lo lasciò dire, giocherellando col ventaglio e facendo un po’ la -distratta e un po’ la disinvolta; in realtà sommergendosi nella melodia -di quei versi, di quella voce, che le avevano messo nel cuore un -palpito violento, stranamente delizioso. - -— Di chi sono? — chiese poi, tanto per non star zitta, già smarrita. - -— Sono d’un giovane poeta e appartengono a un poemetto, intitolato -«La leggenda del cuore». Vede, anche là nella leggenda sono soli -l’innamorato e la Diva, è in una specie di paradiso terrestre come -questo... Solamente quella diva era più buona di questa.... si lasciava -anche dare del _tu_. - -La signora levò il capo e non rispose. Era seria, soffriva. Qualche -cosa di estremamente violento, come un incantesimo, la teneva ora là, -muta, ascoltando, mentre il seno seminascosto dai veli si sollevava -frequentemente nel respiro breve, e la collana di brillanti nel tenue -e ritmico movimento aveva un abbagliante saettio di raggi e di colori. -Passando accanto a un rosaio ne strappò un fiore e fece per gettarlo -nel bacino d’acqua accanto, ma De’ Falchi le impedì l’atto. - -— Vede se è cattiva? — disse con una brusca tenerezza. — Che male le ha -fatto, per esempio, quella povera rosa? Lei fa così di tutto, di fiori, -di uomini... - -— Io no; è il destino che sfoglia tutto intorno a me... — mormorò lei -quasi piangente. E sedette sul sedile di pietra nera, l’ultimo sedile, -appartato, nel fondo del poetico ambiente. Era come in una nicchia di -rose: a’ suoi piedi la fontana; tutto intorno molto verde messo là per -ragione di prospettiva, li isolava. Potevano credersi in un pianeta -ideale. - -De’ Falchi le sedette accanto e le cinse la vita con un braccio. - -— Il destino siamo noi, — le disse dolce, insinuante; — e noi ci -ameremo tanto, tanto; ci ameremo per tutte le ore perdute, per tutte -le ore che mi hai rubato, che mi hai tradito. Sono io il tuo sposo, e -tu sei mia. Nessuno dei due ha dimenticato, vedi? Nè tu nella pace, nè -io nella tempesta dove cercavo di sommergere l’immagine tua. Sei stata -la rovina della mia vita, tu, Letizia; non m’hai amato abbastanza... -ma ora, quand’anche questo amore dovesse passare come un turbine sulle -nostre esistenze, noi non ci separeremo più.... - -Letizia udì confusamente le ultime parole. Quell’accento di passione, -quello sguardo che la bruciava, quel soffio che usciva dalle labbra -del giovine a carezzarle la fronte, quel luogo fantasiosamente bello, -tutto, tutto finiva di paralizzarla, di perderla... - -Svincolò dolcemente le mani e si velò il volto impallidito: «Oh -amore dei miei giovani anni... Oh mio ideale!» gemette l’anima sua, -ed appoggiò esausta la testa fra le rose. Ma la voce insinuante la -perseguitava, le rispondeva all’orecchio: «Oh, i fini capelli odorosi, -la delizia e il delirio della mia giovinezza.... il mio tesoro rubato -io lo riprenderò!» — E fra le rose, fra il profumo, ella sentì il -suo bacio fra i capelli.... ma a quel contatto scattò, si riprese -improvvisamente, mentre una nevata di petali rosati cadeva dai rami -bruscamente scossi sul sedile di pietra nera. - -— Oh no, Carlo è troppo tardi, — disse dolorosamente. E con -un’improvvisa energìa si diresse sola, frettolosa, verso la porta. La -musica cessava allora. - - * - * * - -Rientrata in casa non si coricò. Si richiuse nelle sue stanze -congedando la cameriera. Ritta, nella luce chiara e diffusa del -piccolo spogliatoio parato a colori ridenti, dinanzi allo specchio -alto e stretto che la rifletteva bianca e bella, così senza gioielli -e senza guanti, ella si scioglieva il vestito lentamente, lasciando -errare gli occhi pensosi fra gli accessorî del suo abbigliamento -gettati qua e là alla rinfusa. E gli occhi neri, profondamente cupi, -si posavano, senza sguardo, dal ventaglio prezioso di merletto al -fazzolettino di Malines, dal carnet d’argento ossidato ai lunghi guanti -che serbavano ancora l’impronta delle sue braccia scultorie, della -sua tenue mano; dalla sciarpa di blonda profumata di violetta che le -avvolgeva il collo, uscendo, all’iridescente splendore dei brillanti -che si ammucchiavano nel cofanetto aperto. Mentre le scivolava ai -piedi l’abito in una densità gentile di colori, come un nebuloso -piedestallo, Letizia ne trattenne bruscamente un lembo accendendosi -in viso. Nascosto e protetto da una piega, aveva trovato un petalo -di rosa, fragile avanzo che tenne lungamente fra le dita convulse, -immersa nel ricordo di quel momento di sgomento e di amore. Poi infilò -una veste da camera, passò nel suo salottino, s’accertò se gli usci -erano ben chiusi e sedette alla scrivania. Scrisse due pagine, senza -interrompersi, alla luce oscillante di un candelabro; ma incontrando -cogli occhi un ritratto, si gettò indietro nella seggiolina, col -respiro mozzo, le tempie umide di sudore gelato. Cacciò il ritratto -in un cassetto e si rimise a scrivere, poi rallentò, posò la penna, e -mise il volto nelle mani. Perchè le venivano quelle idee adesso? Suo -marito dormiva inconscio....... forse non aveva neanche osservato Carlo -De’ Falchi fra la folla; certo non lo conosceva, ed ignorava l’idillio -fuggitivo della sua primavera..... Riprese la penna; lo stianto d’un -mobile la fece balzare in piedi nascondendo il foglio vivacemente..... -poi si rassicurò dandosi della grulla. Gli usci erano chiusi, la -casa addormentata in un fitto silenzio. Chi poteva immaginare ch’essa -vegliava scrivendo delle lettere d’amore? - -.... E _lui_? Che faceva _lui_ a quell’ora? Sognava la sua diva dai -fini capelli odorosi?.... Ah, se avessero detto alla poveretta dove e -come _lui_ finiva la notte..... - -«Ancora pochi giorni, scriveva, poi saremo liberi di vederci quando -ne abbiamo voglia, senza timori, senza sorveglianze.... Il mondo? Che -importa a noi del mondo? Ci amiamo, il mondo siamo noi! Era destinato -così....» E ripensando a quelle parole ardenti, s’interrompeva fremendo -ancora d’emozione. Nessuno le aveva parlato mai così appassionatamente, -con quella veemenza pazza ed inebriante; nessuno! Alberto? Oh, Alberto -così freddo, così severo, così compassato, preoccupato solamente delle -convenienze, semplicemente deferente e cortese con lei, senza scatti, -senza entusiasmi per la sua bellezza, Alberto che la riguardava come -un oggettino d’arte raro e fragile di sua proprietà — bisognava pur -dirlo — non sapeva amare! O forse non l’amava, non l’aveva mai amata! -«Forse anche m’inganna, forse ha un’amante», concluse Letizia; e -nell’eccitamento di nervi in cui si trovava, si ripetè che allora -essa poteva ben riamare chi l’adorava; che era nel suo diritto!.... Ma -queste teorie che volevano pur convincerla ondeggiavano confusamente -nella sua povera mente smarrita e non acquetavano le piccole serpi che -la mordevano al cuore.... - - * - * * - -— Letizia, — disse suo marito entrando il pomeriggio seguente nel -salottino profumato, — ti porto una vecchia conoscenza. Il marchese -Carlo De’ Falchi che mi dice di averti conosciuta da signorina e che -ieri sera mi si rivelò come il fratello di un mio carissimo amico di -collegio, morto. Ecco due titoli che gli danno diritto alla nostra -amicizia. - -De’ Falchi, che seguiva Alberto, si inchinò ossequiosamente alla -contessa; ed ella, sollevandosi un poco, tutta bianca nel viso, gli -tese la mano senza parlare. Aveva un abito di raso nero molto semplice, -un gioiello antico al collo, una rosa alla cintura; abbigliamento -severo che le dava una grazia tranquilla e dignitosa. Egli però la -preferiva come la sera prima, con le spalle e le braccia nude, rosate, -fra la sfumata trasparenza dei veli; ma si guardò bene dal lasciarlo -apparire in quello sguardo balenante che le gettò attraverso il viso -come un bacio rovente. - -La giovane contessa era sul punto di tradirsi: nascose le mani -tremanti; ma il sangue le pulsava violentemente al cuore, le ronzava -negli orecchi. Cinque minuti prima avrebbe dato dieci anni di vita -per rivederlo, ma non così, non in presenza di suo marito, non terzo -nella loro intimità. Perchè non aveva aspettato, benedetto ragazzo? -Ma era possibile che avesse tanto impero su se stesso da non svelare -mai, nè con uno sguardo, nè con una parola imprudente, il loro segreto? -Non doveva sentirsi ribollire il sangue alla vista di quell’uomo -che la possedeva? Non doveva avvampare di sdegno, di gelosia, di -amore, udendolo parlarle famigliarmente — entrando nella casa in cui -vivevano in comune — dove _doveva_ sentire l’eco dei loro baci?.... -E come queste passioni tumultuanti non lo avrebbero perduto? E allora -cosa accadrebbe tra quei due uomini?... Questo l’ingenua contessa si -chiese angosciosamente. Ma De’ Falchi fino dalle prime frasi mostrò -una disinvoltura, una calma, una naturalezza invidiabili. Fu cordiale -ed espansivo verso Alberto; gentile e rispettoso con lei, e non un -momento lasciò languire il dialogo. Fece con arguzia la rassegna della -festa; parlò d’un romanzo francese che faceva il giro dei salotti, -dell’equipaggio nuovo del duca d’Arce, di un ritratto all’antica -fatto dal celebre ed estroso Fides alla principessa Montegaudio, di un -matrimonio dell’aristocrazia, di una acconciatura della Regina. - -Letizia lo guardava fissamente ascoltando, e taceva. Quella -disinvoltura dileguava le sue paurose fantasticherie, sì, ma vi -lasciava un fondo di tristezza e di dolore. Taceva. - -De’ Falchi chiese a un punto se la signora contessa fosse sofferente. - -— Sì, — diss’ella bruscamente, — soffro... — Ma la voce le morì -nell’incontrare gli occhi di suo marito che le parve volessero -scrutarle nell’anima. - -— Soffri? È naturale, — osservò Alberto con perfetta calma. — Anche -ieri non ti sentivi punto bene. Dovevi prevedere le conseguenze di un -ballo nelle tue condizioni di debolezza e di squilibrio nervoso. - -La contessa si arrovesciò lentamente nella poltrona abbassando gli -occhi a passarsi in rivista le unghie opaline. Uno sgomento strano le -aveva stretto il cuore a quelle parole, di cui credette afferrare un -secondo significato noto a lei sola. Si sentiva morire. - -— Sarebbe un quadro antico questo? — chiese improvvisamente l’ufficiale -levandosi a osservare un ritratto fiammingo appeso alla parete. - -— Si, un _Van Dick_, — rispose il conte alzando alquanto le tendine -della finestra. La luce chiara battè loro sul viso e li circonfuse. -Alberto, alto, bello, nobile, con le mosse e l’aspetto principeschi; -De’ Falchi molto meno attraente della sera innanzi, al chiarore del -giorno che gli metteva in evidenza le rughe precoci sul volto scialbo -ed avvizzito; le occhiaie livide che gli cerchiavano gli occhi gonfi, -senza splendore. La giovine signora lesse in pochi minuti su quel -viso tutta la storia d’una bassa vita corrotta, poichè un senso di -fredda ragionevolezza le era filtrato nel cuore. Perchè? da quando? -Lo ignorava; ma in quei pochi minuti sentì che si risvegliava dal -suo splendido sogno, senza scosse, senza spavento; ma si risvegliava, -irreparabilmente. - -— Eccellente, eccellente, e conservato, poi! - -Nell’ammirare, de’ Falchi colse un momento favorevole per sussurrare -a Letizia: Scrivetemi! Poi si congedò, inchinandosi e salutandola -militarmente con gli occhi ridenti che lo tradivano. La contessa ebbe -appena la forza di fare un cenno col capo, e quando furono usciti, -suo marito e lui, s’abbandonò ad un pianto convulso tutto scosse -e sussulti, un pianto lungamente represso che prorompeva disperato -e violento. Era l’addio ad una larva del passato, era rimorso del -sogno, era vergogna di quella realtà prosaica piena d’ipocrisia e di -viltà. Oh! il suo vaneggiare di quei due giorni! il vaneggiare dolce -e doloroso! la lotta per difendere l’invasione del proprio cuore! il -turbamento sfumato in languore soave nel sentirlo cedere a poco a poco -a quell’onda di passione rinascente che le offuscava la ragione.... -quella pagina d’amore fra le rose, la lunga lettera folle, scritta e -non inviata, i rimorsi soffocati dal ricordo di quella stretta e di -quel bacio, la fisima di un amore purificatore, sublime, che dovrebbe -redimere l’amato e fargli ricominciare la vita per lei.... che rimaneva -di questo?... - -Il prisma scintillante e variopinto era ridivenuto un vetro volgare. -Ella sarebbe divenuta l’amante di quell’ufficiale di cavalleria -che conquistava con un astuto opportunismo il cuore di suo marito -per poterla corteggiare a suo comodo: sarebbe vissuta dividendosi -prosaicamente fra quei due uomini, menando una triste vita di finzioni, -di lotte, di rodimenti, di bassezze; tormentata dalla memoria de’ suoi -anni di vita illibata e serena per guadagnarsi infine lo sprezzo e -l’abbandono dell’uomo al quale faceva il sacrifizio della sua dignità. -Tale fu la tetra visione che la sua anima onesta e candida intravide -in un lampo di cruda luce e dalla quale rifuggì inorridita e salva. Era -guarita, lasciando brani di sè al ferro e al fuoco; ma che importa? Era -guarita. - - * - * * - -Dovette mettersi in letto, affranta. La sua delicata fibra di donna fu -la sola parte di lei sconfitta nella terribile prova. Ebbe una lunga -e acuta crisi di nervi, poi nel meriggio seguente migliorò e volle -alzarsi. Ma era ancora così debole che fu obbligata a lasciarsi andar -subito sulla _chaise-longue_ per appoggiare la testa indolenzita. Di -là guardava intorno tranquillamente coi grand’occhi cerchiati di nero, -occhi innocenti e mesti di bimba malata, come se rivedesse dopo un -lungo e pericoloso viaggio quelle pareti del suo santuario d’affetti -e di ricordi. Frattanto una gran pace, una dolce pace succedeva alla -dilaniante agitazione di poche ore prima; una pace feconda di buoni -propositi che si lasciavano dietro un profumo di fiori che sbocciano -sotto un sole caldo e luminoso. E carezzava tutto intorno con lo -sguardo quel nido tepido di raso e trine; accarezzava la poltroncina -dove Alberto era solito sedersi, dove lo aveva veduto anche in -quelle dodici ore di strazio, con la faccia pallida, senza respiro, -senza movimento se non per accostarsele a farle odorar l’etere, o -rinnovarle il ghiaccio, o darle qualche sorso di cognac, carezzando -con la bella mano aristocratica quelle di lei brancicanti fra le -coltri.... Vedeva il cofano scolpito, custode dei suoi gentili ricordi -di infanzia e di adolescenza, dello spensierato tempo lontano che -raggiava mitemente in una luce rosata e nebulosa, a cui ella volgeva -l’occhio sempre intenerito. Aveva conservato un ricordo di tutto: dei -giorni di palpiti, di speranze, d’angoscie, di lutto, di solitudine, -di esultanza; poi le giornate gioiose piene di canti e di fiori della -fidanzata, lieto poema terminato da un giorno di smarrimento che era -passato lasciando nello stipo un fascio di fiori d’arancio e un lungo -velo bianco. Poi venivano i mobili e le pareti ingombre di gingilli -ognuno dei quali le rammentava un’attenzione delicata del suo compagno, -una frase affettuosa, un bacio, un anniversario dolce, tutta la storia -del presente ricco d’amore, d’amore vero, refrigerante e sicuro, ch’era -idolatria e protezione ad un tempo. E là, dirimpetto, i grandi ritratti -de’ suoi morti che la guardavano fiso, cogli occhi animati da una così -strana luce di tenerezza e di malinconia che le fece mormorare cento -volte: Perdono, perdono, perdono.... - -Infine si levò, risoluta, calma, seria, come se stesse per compiere un -dovere od obbedisse ad una ispirazione superiore; e scrisse poche righe -su un cartoncino liscio, con la sua elegante calligrafia di signora: - -«Credete a me, Carlo, è meglio che non ci rivediamo mai più. Ho dei -gusti borghesi, compatitemi! preferisco rimanere semplicemente una -donna onesta che diventare la Diva di qualche leggenda. Addio. — -Letizia. - -Chiuse il cartoncino in una busta con l’indirizzo e la fece impostare -subito dalla cameriera. Poi tornò a fissar gli occhi de’ suoi morti. - -Quando si riscosse, il sole sul tramonto lambiva le trine del soave -nido serico e una nota voce risuonava nell’anticamera. La contessa si -avvicinò allo specchio e si ricompose i capelli. - -Suo marito entrò soffermandosi sulla soglia. - -— Già levata? brava! ti senti dunque meglio? — e mosse verso di lei -premuroso, un po’ triste. - -— Guarita, Alberto, guarita! — Letizia ebbe un impercettibile sorriso -sibillino. Poi gli mise lentamente le braccia al collo e gli nascose la -testa sul petto, contro il cuore. - -— Dì, Alberto, — susurrò, — mi perdoni le mie bizze, la mia musoneria? -hai veduto? non stavo bene, erano i nervi... - -— Già i nervi, quei benedetti nervi... — Alberto le carezzava adagio i -capelli, ninnandola come una bimba. - -Erano nella spera di sole che traversava obliquamente la stanza e -s’insinuava nel letto, fra le cortine: Letizia rialzando la leggiadra -testa la ebbe tutta intrisa d’un oro ardente. - -— Dimmi, Alberto, quando parti? — gli chiese con risolutezza. - -Egli esitò un istante. - -— Ma... dissi lunedì, e lunedì è dopodomani. Avresti qualche cosa in -contrario? Mi dispiacerebbe perchè non posso differire... - -— .... io no, anzi... — rispose lei tutta rossa e palpitante; — gli è -che.... volevo saperlo.... te l’ho domandato, — aggiunse rapidamente — -perchè vorrei venir con te! Oh, Alberto, portami via con te! - -Gli ricadde sul cuore tutta commossa. Alberto rimase un minuto in -silenzio, immobile; poi il signore serio, rigido, sempre dignitoso -e corretto la strinse fra le braccia con uno slancio di giovane -innamorato ripetendo a voce bassissima: - -— Sii benedetta; grazie, grazie.... - -Ma, di colpo, le prese tutte due le mani, obbligandola a rimanere là -dritta dinanzi a lui come dinanzi a un giudice. I suoi lineamenti -avevano assunto adesso un’espressione autorevole, severa, quasi di -durezza. - -— Hai scelto dunque? — le disse lentamente, fissandola negli occhi. — -Non te ne pentirai? - -— Ah, Alberto! — Era un grido di dolore, ma Letizia sostenne quello -sguardo risoluta, orgogliosa. - -— No? — continuò lui scosso più che non lo volesse parere; — no, -proprio? Ebbene, sono contento, Letizia, perchè è quello che mi -aspettava da te. Poichè, vedi, — seguitò freddamente, — avendo la -coscienza di valere di più, ho voluto che tu ci vedessi accanto, per -paragonare, per sce... - -— Oh no, per pietà, Alberto, non la ridire l’orrenda parola! — gridò -lei svincolando le mani per posargliele sulla bocca. — Mi crederai -se ti dico che fu un sogno? solamente un sogno della mente malata? un -breve sogno di cui ho rimorso, ma di cui non debbo arrossire? Che sono -ancora degna di te, della tua stima, del tuo amore, del tuo nome.... Mi -credi? - -Alberto la guardò negli occhi neri che raggiavano. - -— Ti credo, — disse semplicemente. - - - - -La gloria dell’ago. - - Quasi vil donna che ’l cor d’ozio ha vago - E sol adopri la conocchia e l’ago. - TASSO, _Rinaldo_. - - -Uscite dall’ombra, o aghi umili, buoni. Uscite senza ritrosia; è il -quarto d’ora della riabilitazione, il quarto d’ora del trionfo. - -Ecco, giungono. I primi adescati sono i meno modesti: gli aghi -aristocratici che luccicano come minuzzoli di raggi siderali sulla -felpa degli astucci, sul raso delle cestelline adorne, in cui -trascinano le giornate, oziando, col loro strascico di fili di seta -multicolore, sospinti di quando in quando da un ditale d’avorio o -d’argento, fra la severità d’un artistico ricamo che palpita alla -brezza marina, o ride ai riflessi del sole che s’infiltra tra il verde -d’un ramo, o s’immalinconisce nella penombra d’un salotto, stiracchiato -da una mano fine, nervosa, durante una visita importuna. Poi arriva -la gran moltitudine degli aghi borghesi: aghi solidi, utili, infilati -semplicemente di bianco o di nero, gli aghi più attivi, affacendati -sempre, sempre pronti ad ogni sorta di lavoro, un esercito di carità -che veglia e provvede dalle vedette d’avorio, di legno, di metallo, in -cui li relegano, a gruppi, mani frettolose e sapienti. Questi sono gli -aghi d’esperienza, poichè della vita conoscono le lotte, i trionfi, le -gioie, gli sconforti, i palpiti, i sogni, le miserie, le follie. Quante -cose hanno da raccontarsi, quando si trovano in crocchio a vegliare -negli agorai! Uno è passato fra le trine d’una bianca veste di sposa, -un altro fra il crespo d’un abito di lutto, un terzo in una cuffietta -di neonato, un quarto è andato a rischio di spezzarsi tra la paglia -del cappellino d’una signorina capricciosa, un quinto ha svegliato con -una puntura la giovine cucitrice, stanca e illanguidita, un sesto ha -fatto la spola cento volte fra un tovagliolo logoro d’una vecchietta -avara; il suo vicino invece è ancora indolenzito a furia di rattoppar -calzine d’ogni dimensione. Un altro ancora s’è bagnato delle lacrime -d’una sposina negletta, un altro non ha fatto che..... disfar punti -sbagliati fra dita abbandonate a loro stesse dalla mente assorta in -una fantasticheria, o intenta a sugger parole dolci da una voce virile, -armoniosa....... Oh, aghi, anche galeotti, dunque, qualche volta siete -voi?!... - -Vengono, robusti, giganti, gli aghi rustici che rappezzano i sacchi e -le camicie dell’alpigiana e scendono con lei in città, quando diventa -balia in qualche bel palazzo, a ricordarle quell’ultima sera dei suoi -monti, allorchè agucchiava cogli occhi velati e il cuore gonfio accanto -alla culla del suo figliuolino; o quell’altro giorno ancor più lontano, -quando un ago simile si spezzò al bacio improvviso d’un giovane -coscritto a lungo aspettato. Sono aghi ingenui, inoffensivi, che hanno -in sè una poesia fresca e sana e tutta la purezza dell’infanzia che li -predilige, tutta l’ignoranza beatamente grottesca delle bambole e dei -burattini. - -Ecco gli aghi scolastici in una minuziosa scala di proporzioni; aghi -silenziosi, discreti, affaticati, qualche volta crudeli, disamorati -sempre, poichè, meno qualche onorevole eccezione, si nascondono, -sfuggono, si spezzano anche volentieri, pur di sfuggire alla tirannia -di quelle ore fisse di ginnastica educatica. Ecco, accanto, gli aghi -del chiostro, muti, eterni, suffusi di luccicori lustrali, e la scarsa -falange degli aghi maschili dai movimenti bruschi, ineleganti, gli -aghi dei tappezzieri e dei soldati, e gli aghi degli ospedali, aghi -malinconici, addolorati, benefici, riparatori, «_Prima di trista e -poi di buona mancia_,» come la lancia del divo Achille, poichè oltre -ciò, voi, aghi, sapete anche punire una mano temeraria e puntare -all’occhiello un fiore desiderato.... Oh, aghi, aghi, chi vi canterà -degnamente? Come rendere tutto il germogliare di sensazioni, il -disegnarsi di miraggi che si levano, al pensiero di voi, nel mio cuore? -Aghi buoni, umili, filosofici, saggi compagni e testimoni eloquenti -della vita muliebre, consiglieri di pace, confidenti di tanti nostri -sogni ingenui, folli, mesti, a cui parete rispondere con una parola di -ritmo pacato, pieno di senno, balenando assidui tra la piega dell’orlo, -o coi ridenti rabeschi che si tramano sul canovaccio come rispecchiando -in un lago tranquillo le chimère splendide e vane dei poveri cervelli -femminili. Aghi, aghi, che sapete tante cose che gli altri non sanno, -tanti palpiti repressi, tante angoscie velate sotto una calma fittizia, -tante fissazioni opprimenti del pensiero assorto da un punto luminoso -di faro, tanti dubbi tremendi, tante supposizioni false che dànno -la voluttà del martirio, tante ore d’attesa, oh quante! le lunghe, -pazienti, logoranti attese femminili a cui è compagno il lavoro, ore -d’un supplizio minuto, crudele, continuato, che l’uomo non sa. - -Oh, aghi snelli, rilucenti, dai miti riflessi di luna, antichi maestri -di pazienza, quanto meglio sarebbe ascoltar voi qualche volta, quando -pacificamente incrociati sul lavoro che attende, pare ci consigliate di -non legger quei versi, di non scrivere quella lettera, di non uscire -a quella passeggiata; quando con la soddisfazione intima e schietta -che viene da voi, ci adescate alle dolcezze dei semplici, dei felici -che non conoscono il faticoso errare nei campi stellati e dolorosi -dell’arte, del pensiero! Meglio, si, meglio l’umile agucchiare che -il soave e velenoso intenerirsi ai casi di Lancillotto; meglio l’ago, -che la penna. E noi torneremo all’antico; agucchieremo. Là è un regno -tutto nostro di pace feconda, come la terra beata dell’ultimo sogno di -Faust; là, finora, nessuno ci giudica, nessuno ci motteggia, nessuno -ci sferza. L’ago pesa meno della penna alle nostre mani delicate e.... -conclude di più. - -_Ave_, dunque, ago, fortezza, difesa, e gloria nostra! - - - FINE. - - - - -INDICE - - - Forte come l’Amore Pag. 1 - Romanze senza parole » 75 - Natale Romantico » 78 - Natale Classico » 86 - Il poema dei bambini » 97 - Treccia bionda » 101 - Romanze senza parole » 112 - Pasqua triste » 116 - La scarpina di Cenerentola » 122 - Romanze senza parole » 182 - Crisantèmi » 140 - Dietro le scene » 150 - Mammole » 157 - Romanze senza parole » 165 - Ultimi bagliori » 170 - La gloria dell’ago » 197 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO DEI MIRAGGI *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for -copies of this eBook, complying with the trademark license is very -easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation -of derivative works, reports, performances and research. Project -Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may -do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected -by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country other than the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you will have to check the laws of the country where - you are located before using this eBook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm website -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that: - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of -the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set -forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation's website -and official page at www.gutenberg.org/contact - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without -widespread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our website which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This website includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. |
