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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Pagine sparse - -Author: Edmondo De Amicis - -Release Date: December 31, 2015 [EBook #50806] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PAGINE SPARSE *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - -PAGINE SPARSE - - - La mia padrona di casa — Ritratto d'un'ordinanza — Un incontro - — Un caro pedante = (ALCUNE OSSERVAZIONI SULLO STUDIO DELLA - LINGUA ITALIANA): La Lettura del Vocabolario — Appunti — Una - parola nuova — Consigli — Il vivente linguaggio della Toscana - — Quello che si può imparare a Firenze — Un bel parlatore = - Dall'album d'un padre — L'amore dei libri — Manuel Menendez - (racconto) — In Sogno — Scoraggiamenti — Battaglie di Tavolino - — Una visita ad Alessandro Manzoni — Emilio Castelar — Giovanni - Ruffini. - - - - - EDMONDO DE AMICIS - - - PAGINE SPARSE - - - QUARTA EDIZIONE - - - - MILANO - TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA - 1877. - - - - - Proprietà letteraria. - - - - -.... Non riprendeva, anzi lodava ed amava che gli scrittori -ragionassero molto di sè medesimi; perchè diceva che in questo sono -quasi sempre e quasi tutti eloquenti, ed hanno per l'ordinario lo -stile buono e convenevole, eziandio contro il consueto o del tempo, -o della nazione, o proprio loro. E ciò non essere meraviglia; poichè -quelli che scrivono delle cose proprie hanno l'animo fortemente preso -e occupato della materia; non mancano mai nè di pensieri, nè di affetti -nati da essa materia e nell'animo loro stesso, non trasportati d'altri -luoghi, nè bevuti da altre fonti, nè comuni e triti, e con facilità si -astengono dagli ornamenti frivoli in sè, o che non fanno a proposito, -dalle grazie e dalle bellezze false, dall'affettazione e da tutto -quello che è fuori del naturale. Ed essere falsissimo che i lettori -ordinariamente si curino poco di quello che gli scrittori dicono di sè -medesimi: prima, perchè tutto quello che veramente è pensato e sentito -dallo scrittore stesso, e detto con modo naturale e acconcio, genera -attenzione, e fa effetto; poi, perchè in nessun modo si rappresentano -o discorrono con maggior verità ed efficacia le cose altrui, che -favellando delle proprie: atteso che tutti gli uomini si rassomigliano -tra loro, sì nelle qualità naturali, e sì negli accidenti, e in quel -che dipende dalla sorte; e che le cose umane, a considerarle in sè -stesso, si veggono molto meglio e con maggior sentimento che negli -altri. - - LEOPARDI — _Detti memorabili di Filippo Ottonieri._ - - - - -LA MIA PADRONA DI CASA - - -Non posso pensare a Firenze, senza ricordarmi della mia buona padrona -di casa di via dei ***, la quale m'insegnò in sei mesi più lingua -italiana di quanta io n'abbia imparata in dieci anni da tutti i miei -professori di letteratura, nati, come diceva l'Alfieri, _là dove Italia -boreal diventa_. - -Era una vecchietta simpatica, vedova d'un interprete d'albergo, buona -come il pane, fiorentina fin nel bianco degli occhi, operosa, assestata -e pulita come un'Olandese. Viveva d'una piccola rendita e di quel po' -che guadagnava tenendo dozzina. Leggicchiava, giocava al lotto, faceva -qualche visita, e passava quasi sempre la sera, sola come uno sparago, -in un cantuccio della sua piccola camera ingombra di mobili vecchi, -vicino a una finestra, dalla quale si vedeva, di là dai tetti di molte -case, la cima del campanile di Giotto. - -Che cos'è questo benedetto parlare toscano! Era una povera donna, -non aveva cultura, sapeva appena leggere e scrivere; ma parlava da -far rimanere a bocca aperta. E non il fiorentino volgare, perchè non -ho mai inteso dalla sua bocca una parola o una frase che una signora -non potesse ripetere in conversazione. Il suo parlare era tutto frasi -efficacissime, immagini, proverbi, diminutivi graziosi, vezzi e fiori -di lingua, che venivan via facili e fitti ad ogni proposito, come nei -novellieri trecentisti, senza che le sfuggisse mai neppure un lampo -di quel sorriso leggerissimo che per il solito tradisce la compiacenza -intima di chi sa di parlar bene. - -Ogni momento gliene sentivo dire una nuova. - -Stentavo un po' a infilare il soprabito: essa mi diceva: Ma perchè non -se lo fa allargare chè le è stretto assaettato? - -Entravo nella sua camera: — Badi, — mi diceva, — di non inciampare, -perchè è buio come in gola. - -Veniva un amico a chiedermi dei denari; essa capiva, e mi domandava: — -Le è venuto a dare una frecciata, non è vero? - -Diceva che il suo predicatore aveva la _parola facile e ornata_; che il -lattaio aveva la voce _come uno di questi cani incimurriti e fiochi_ -che non posson più abbaiare; che erano tre giorni che non vedeva più -l'_effigie_ dello spazzaturaio che pure le aveva promesso di venire; -che il bambino della vicina aveva rotto un vetro, e suo padre non se -ne era anche accorto, ma il poverino stava già rannicchiato dietro -l'_uscio ad aspettare il lampo e la saetta_; che il mio maestro di -spagnuolo aveva _un vestito che gli piangeva addosso_; che con tutte -queste guerre che si fanno dopo che Pio IX _ha date le su' riforme_ -bisogna sempre _stare palpitando per i nostri cari_; che un tale ch'era -caduto dal secondo piano, e non era morto, aveva _il sopravvivolo come -i gatti_; che un certo quadro pareva _fatto coll'alito_; che a una -certa sua amica, in una certa congiuntura, _essa aveva parlato come -al cospetto di Dio, da cuore a cuore_; e altre espressioni gentili ed -argute, che a scriverle tutte, ci sarebbe da fare un vocabolario. - -Però, quando s'accorgeva ch'io mi divertivo a farla parlare, taceva -tutt'a un tratto e mi guardava con aria di diffidenza. Temeva ch'io -la volessi canzonare. Anzi, qualche volta, quando mi lasciavo sfuggire -un'esclamazione di meraviglia, quasi s'indispettiva. - -— Oh insomma, — mi disse un giorno, — io parlo come so. Se dico degli -spropositi, m'insegni lei a parlar meglio. Io non ho mai preteso di -parlar bene. - -— Ma no, cara signora, — le risposi coll'accento della più profonda -sincerità. — Le giuro che ammiro davvero la sua maniera di parlare, che -vorrei parlare io come lei, che vorrei saper scrivere come lei parla. -Che c'è da stupirsi? Non lo sa che i fiorentini parlano meglio degli -italiani delle altre provincie? Non l'ha mai inteso dire? Mi piace -sentir parlare l'italiano da lei come mi piacerebbe sentir parlare il -francese da un parigino. Mi piace perchè lei parla con naturalezza, -perchè pronunzia bene, perchè io imparo. Ne vuole una prova? Guardi -questi fogli. - -E le misi sott'occhio alcuni fogli sui quali avevo notato una lunga -filza dei suoi modi di dire. - -Guardò, sorrise, poi sospettò daccapo e mi disse che non sapeva capire -che cosa io trovassi di _particolare_ in quelle parole. — Qualunque -mercatino, — soggiunse, — è in caso di dirgliele tali e quali. - -Nondimeno, a poco a poco, finì per persuadersi che mi divertivo davvero -a sentirla parlare perchè parlava bene. - -Ma trovavo sempre mille difficoltà a farmi capire quando volevo saper -qualche cosa di preciso in fatto di lingua. — Come direbbe lei, — le -domandavo, — per dire che piove forte? — Gua! — mi rispondeva, — direi -che piove forte. — Io ripetevo la domanda in un'altra forma. — Ah! ho -capito! — esclamava. — Chi si volesse spiegare in un'altra maniera -potrebbe anco dire che piove a rovescio, a catinelle, a orciuoli, a -ciel rotto; ognuno può dire come gli piace; _non c'è regola fissa_. - -Un giorno le diedi un mio libro. — L'ha scritto lei? — mi domandò. — -Sì, — risposi. — Tutto di suo pugno? — Tutto di mio pugno. — Lo tenne -due o tre giorni e vidi che lo leggeva. Quando me lo restituì, mi -disse: — Bravo! mi son divertita; si vede che è un buon figliuolo. _E -poi mi piacque anche lo stile._ - -A poco a poco mi prese a voler bene, mi parlava lungamente della -buon'anima di suo marito, delle sue amiche, del caro dei viveri, delle -tasse, del lotto, dei suoi malanni, della religione, sempre colla -stessa grazia e colla stessa dolcezza. Ma specialmente quando parlava -della sua disgrazia d'esser rimasta sola al mondo e diceva che la -notte, non potendo dormire, pensava, pensava, fin che si metteva a -piangere, aveva parole così dolci, così schiette, così poetiche, che -mi si stringeva il cuore, e nello stesso tempo provavo una specie di -voluttà artistica a sentirla. Mentre essa parlava la sua bella lingua, -io appoggiato alla finestra della sua cameretta, guardavo il campanile -di Giotto dorato dalla luce del tramonto, e provavo uno struggimento -d'amore per Firenze. - -Una s'era, ch'ero già a letto, s'affacciò alla porta e disse con voce -commossa: — Ah! figliuol mio! bisogna proprio credere, sa, che c'è un -Dio! Questa sera il predicatore ha detto che tutti i grandi uomini ci -hanno creduto, — e Dante e Galileo e Colombo, — ne avrà citati più di -cinquanta. E ha conciato per le feste quelli che dicono che il mondo -l'ha fatto il caso! Il caso! E dire che sono gente che ha studiato! Io -che sono una povera donna capisco che è una corbelleria. Se lo studio -non dovesse portare altri frutti! Ma lei, benchè studii, non le pensa -queste cose, non è vero, figliuolo? dica un po': ci crede lei al caso? - -— No, cara padrona, — le risposi; — io credo in Dio. - -— Oh lei non può immaginare la consolazione che mi dà con codeste -parole, — rispose la buona donna. - -La notte, mentre lavoravo a tavolino, a una cert'ora sentivo picchiare -nel muro e poi una voce insonnita che diceva: - -— Non lavori più, figliuolo; s'abbia riguardo agli occhi. - -Ed io: — Ancora una pagina. - -— Nemmeno una pagina. Si ricordi del proverbio: È meglio un.... -cavallino vivo che un dottore morto. - -Passava un altro quarto d'ora e lei daccapo: - -— A letto, a letto, figliuolo. - -— Padrona, domandavo io, — com'è quel proverbio di Berto, che mi disse -stamani? Ne ho bisogno per scriverlo. - -— Berto, rispondeva, — che dava a mangiare le pesche per vendere i -noccioli. Vada a letto. - -— Ancora una cosa. Come si chiama il bastone d'Arlecchino? - -— Non mi cava più una parola, nemmeno se mi fa regina di Spagna. - -E non diceva più una parola davvero e io andavo a dormire. - -La mattina per tempo, appena svegliato, risentivo la sua voce: — Su, -su! È un sereno che smaglia. Vada a fare un giro alle Cascine! - -Una sera tornai a casa pieno di malinconia e mi buttai sul sofà senza -dire una parola. Essa mi venne accanto. Duravo fatica a trattener le -lagrime. Mi domandò che cos'avessi. Non volevo rispondere. Insistette, -e allora le apersi il mio cuore come a un amico. - -— Ho avuto un dispiacere, — le dissi. — Ho saputo che l'altro giorno, -in una casa, hanno detto che i miei scritti sono noiosi e che non -farò mai nulla di buono. Io ne sono persuaso e non ho più voglia -di studiare. Voglio buttar nel fuoco tutti i miei libri e tornare a -fare il soldato. Sono triste, scoraggito e annoiato della vita. Non -m'importerebbe nulla di morire. - -La buona donna si sforzò di ridere; ma era intenerita. Cercò di -consolarmi e di rimettermi di buon umore; chiamò a raccolta tutti i -suoi frizzi, le sue frasi e i suoi proverbi; mi assicurò che i miei -libri erano pieni di _bei concetti_ e che _avrebbe voluto saperli -scrivere lei_; mi promise che sarei riuscito un _bravissimo scienziato_ -a dispetto dei maligni; mi disse che avrebbe voluto trovarsi faccia a -faccia con chi aveva sparlato di me, _per fargli una risciacquata che -non trovasse più la via di tornarsene a casa_; mi fece bere un dito di -vin Santo, mi diede del ragazzo, mi picchiò sotto il mento e gridò: — -Su la testa! — Infine mi lasciò rasserenato, dicendo che se le facevo -un'altra volta una di quelle scene, il pezzo più grosso che sarebbe -rimasto di me, aveva da essere un orecchio, com'è vero che c'è tanto di -Biancone in piazza della Signoria. - -Qualche volta però ci bisticciavamo, per cose da nulla, s'intende; -per esempio perchè tornavo a casa tardi, e lei mi trovava a ridire, -ed io le rispondevo di mala grazia. Allora stavamo una mezza giornata -senza scambiare una parola. La sera poi, pensando ch'essa era là in un -cantuccio della sua camera, sola, malinconica, al buio, mi pigliava il -rimorso, correvo all'uscio e le domandavo per il buco della serratura: -— Padrona, come è quel detto di Cimabue che mi disse ier l'altro? - -— Cimabue che conosceva l'ortica al tasto — rispondeva con una voce in -cui si sentiva un'improvvisa contentezza. - -— Mi perdona? — le domandavo. - -— Oh buon figliuolo! — rispondeva; — perdoni lei a me, che sono una -brontolona e una zotica. Ma veda: glielo dico per il su' bene che non -venga a casa tardi perchè.... io non ho mica il diritto di impicciarmi -nella sua condotta.... si capisce.... ma ho notato che tutte le -sere che viene a casa tardi, e non studia più, la mattina dopo è di -malumore. - -— Ha ragione, padrona, ha ragione! Apra la porta e facciamo la pace. - -Essa apriva la porta e non faceva mai in tempo a levarsi il fazzoletto -dagli occhi. - -Così passarono sei mesi. - -Un giorno, dopo una settimana intera di preparativi e di esitazioni, mi -feci forza e le dissi, guardandola fisso negli occhi: - -— Padrona, io debbo partire da Firenze. - -— Dove va? - -— A casa mia. - -— Va bene. Io terrò le sue camere libere per quando tornerà. Può -lasciar qui libri, quadri, carte, come le lascerebbe alla sua famiglia. -Prima che ritorni farò mettere la stufa, comprerò un altro seggiolone -e se mi salta il ticchio farò cambiare la tappezzeria al salotto. -E passeremo il nostro invernetto insieme d'amore e d'accordo, lei a -studiare ed io a fare le mie faccenduole. Ah! vedo che almeno negli -ultimi anni della mia vita avrò qualche consolazione. Quando tornerà? - -— Cara padrona.... non glielo posso dire. - -— Che forse non tornerebbe più? domandò col viso alterato. - -— Forse non tornerò più! - -Stette qualche momento senza parlare e poi esclamò con voce tremante: -— Ma dunque io resterò sola!... - -E tacque di nuovo come per sentir l'eco di quella triste parola. - -Poi nascose il viso nel grembiale e diede in uno scoppio di pianto. - -M'aiutò a fare i miei bauli, volle riporre tutti i libri colle sue -mani, non mi lasciò più un momento fino all'ora della partenza. -L'ultima notte, verso le undici, mentre scrivevo, picchiò ancora una -volta nella parete e mi pregò di avermi riguardo agli occhi. La mattina -seguente, quando partii, mi accompagnò fin sul pianerottolo e mi disse -colla solita dolcezza: — Lei se ne torna colla sua famiglia; io, povera -vecchia, rimango sola. Si ricordi qualche volta di me che le volevo -bene come a un figliuolo. Abbia giudizio; continui a studiare e sarà -contento. Mentre viaggerà in Spagna e in Francia, io guarderò il suo -ritratto, leggerò i suoi libri e pregherò il Signore per lei. Quando -morirò, lei si ricorderà che le ho voluto bene e piangerà, non è vero? -Ed ora vada, figliuolo, che è tardi; e Dio l'accompagni! - -Le diedi un bacio e discesi per le scale. La povera donna mi mandò -ancora un addio rotto da un singhiozzo e poi rientrò nella sua casa -vuota e triste. - -Oh buona e cara vecchia! se mi son ricordato di te! In viaggio, ogni -volta che ho passata la notte a scrivere in una camera d'albergo, allo -scoccare delle undici ho detto tra me, con tristezza: — Oh! se sentissi -picchiare nel muro, quanto lavorerei più volentieri! — Ogni volta che -scrivo, e rileggendo la mia prosa, la trovo scolorita e senza grazia, -dico con rammarico: — Ah! quanto ci corre da quest'italiano a quello -della mia padrona di casa! — La sera, quando la mia famiglia è raccolta -intorno al fuoco, e tutti ridono e lavorano, io penso col cuore stretto -che tu sei sola nella tua stanza, forse al freddo ed al buio, perchè -la legna e l'olio sono rincarati. E non mi si presenta mai l'immagine -della mia cara Firenze, senza ch'io goda in fondo all'anima pensando -che un giorno forse vi tornerò, che andrò a cercarti, che ti troverò -ancora, che mi rimetterò a imparare da te la lingua armoniosa e gentile -con cui mi rallegravi e mi davi coraggio. - - - - -SCORAGGIAMENTI - - -Erano le nove della sera: Teresa ricamava accanto al fuoco, quando -udì picchiare leggermente, corse all'uscio e più per abitudine che per -diffidenza domandò chi fosse. - -— Io! — rispose una voce aspra. Teresa aperse, entrò un giovane -ravvolto in un mantello, si baciarono, e la ragazza gli domandò subito: - -— Che hai, Mario? - -— Perchè questa domanda? domandò il giovane alla sua volta. - -— Perchè non hai detto _io_ come gli altri giorni. - -Mario la guardò un po' senza rispondere, poi buttò in un canto il -mantello e il cappello, e s'avvicinò al caminetto. La ragazza tornò al -suo posto, e tirò a sè un panchettino, sul quale sedette il giovane, -appoggiando un gomito sul suo ginocchio e la testa sulla mano. - -Stettero così qualche momento senza parlare; poi Teresa domandò -timidamente: - -— Hai scritto? - -— No — rispose il giovane con aria pensierosa. - -— Hai fatto male. - -— Avrei fatto peggio se avessi scritto: anche oggi son vuoto come una -bolla di sapone. - -— È un mese che lo dici. - -— È assai più d'un mese che lo sento. Sento che sono una buccia di -limone spremuto. Un critico disse una volta una verità semplicissima, -ma profonda: — Per scrivere bisogna avere qualcosa da dire ai proprî -concittadini. — Ebbene, io non ho nulla da dire e non scrivo. Scrivere -solamente per far sapere al pubblico che si sa accozzare il verbo col -sostantivo e far delle infilzate di epiteti, non mi par degno d'un -uomo. - -— Mario, — rispose la ragazza mettendogli una mano sul capo e -sorridendo: — dici questo sul serio o soltanto per farmi stizzire? - -— Per farti stizzire? Lo dico con tutta la serietà d'una certezza -dolorosa. È più d'un mese che per me il tavolino è la ruota del -tormento, e mi ci mordo le dita senza riuscir a scrivere un periodo. -Ho un bell'eccitarmi prima, leggere versi ad alta voce come consiglia -il Buffon, _pensarci su_ come dice il Manzoni, ed anche tenere i -piedi nell'acqua fredda come faceva lo Schiller, frugar dentro di me, -ravvivare tutti i sentimenti che m'inspiravano una volta; ogni cosa -è inutile. Seduto che sono al tavolino, mi pare che il cuore e il -cervello mi si raggrinzino come vesciche crepate, e non mi riesce più -di afferrare un'idea che meriti l'omaggio d'una goccia d'inchiostro. Ti -giuro che dico la verità. - -— Non giurare.... m'hai detto altre volte le stesse cose e dopo qualche -giorno le hai disdette. - -— Cara mia, anche le malattie disperate hanno i loro alti e bassi, e -non v'è moribondo al quale non brillino dei barlumi di speranza. Ho -avuto anch'io i miei barlumi. - -— Ma che melanconie son queste, Mario? - -— Non sono melanconie, son disinganni. Vuoi che io ti dica una cosa -che non ho mai detta a nessuno e che non ho quasi mai osato dire a -me medesimo, ma che ormai credo fermissimamente vera, tanto che provo -quasi un sentimento di sdegno contro tutti coloro che per lungo tempo -cospirarono a farmi credere il contrario? Te la dico in tre parole: — -Ho sbagliato strada. - -— Andiamo, — disse con vivacità la ragazza, — ora ti faccio ravveder -io. Io conosco il segreto di tutte queste malinconie. Tu hai una ruga -qui tra ciglio e ciglio che quasi non si vede quando sei sereno, e -quando non lo sei, diventa profonda come una ferita. Ora è un mese -che io ti vedo codesta ruga quasi tutti i giorni. Ecco perchè non puoi -lavorare. Disinganni, vesciche, buccie di limone spremuto, son tutte -fantasie: il male sta qui. Dunque non c'è da far altro che spianare la -ruga; — e appuntandogli l'indice fra ciglio e ciglio soggiunse: — e io -ci terrò il dito su fin che sparisca, e allora vedrai che ti tornerà -l'inspirazione e la fiducia in te stesso. - -Mario le strinse il mento fra l'indice e il pollice, poi lasciando -ricader la mano, rispose con un sospiro: — Ah buona Teresa, sulla ruga -vera tu non puoi mettere il dito perchè è dentro al cervello. - -— Oh allora, — disse la ragazza con quel tuono di ironia benevola che -s'usa coi bambini fingendo di dare importanza a una corbelleria, — -allora non c'è rimedio. Capisco anch'io che hai sbagliato strada. Non -parliamone più. - -— Eppure, — riprese il giovine senza badarle, — benchè questa certezza -si sia impadronita di me a poco a poco, risparmiandomi così il dolore -d'uno di quei disinganni improvvisi, che schiacciano prima che si sia -potuto pensare a resistere, io credevo che l'avrei sopportata con cuore -più fermo. E veramente quando s'è nutrito per molti anni la speranza -di riuscire qualche cosa nel mondo, e s'è veduto godere di questa -medesima speranza la famiglia e gli amici, e s'è avuto dalla gente -mille dimostrazioni di simpatia e di rispetto, non tanto per quello che -s'era quanto per ciò che si prometteva di divenire; dopo tutto questo, -l'accorgersi che ci si è ingannati e che s'è ingannato gli altri; -prevedere che un giorno la gente ci farà scontare col disprezzo le -lodi che le abbiamo scroccate; sentirsi a poco a poco riattrarre e poi -travolgere e annegare nella folla sulla quale si era riusciti ad alzare -un momento la testa; persuadersi infine che s'è sciupato gioventù, -ingegno, fatiche per prepararsi dei disinganni e delle vergogne, mentre -percorrendo una strada più modesta si sarebbe ottenuto un nome onorato -e una vita tranquilla; è un cangiamento questo, mia cara Teresa, che -somiglia a quello di un uomo il quale di ricco e potente si trovi -ridotto mendico. - -Teresa lo guardò attentamente, e poi, sospettando ancora ch'egli non -parlasse sul serio, prese un libro, lo aperse, mise un dito sul nome -dell'autore, e domandò con ingenuità fanciullesca, abbassando la voce: -— È questo signore che parla? - -— È lui, lui, — rispose Mario respingendo il libro. — Ah! cara amica, -quanto t'inganni se credi che la vista di tutta quella cartaccia -stampata mi faccia provare il menomo sentimento di alterezza. Sì, -certo, quando sono in mezzo alla gente, mostro di credermi qualche -cosa; il mio amor proprio sta sulle difese. Il vedere la presunzione -di tanti che valgono anche meno di me, e il timore di fornire agli -altri, mostrando di stimarmi poco io stesso, il pretesto di stimarmi -anche meno, mi tengono un po' su; e per questo, chi mi ferisce dal lato -dell'amor proprio, sente la resistenza dell'orgoglio. Ma davanti a me -stesso è altra cosa! Se ti dicessi che passan dei mesi ch'io non leggo -una pagina di mio, nemmeno se mi cade sott'occhio, per timore della -sgradevole impressione che ne riceverei? Se ti dicessi che, riandando -le cose mie, anche le meno peggio, mi piglia il sospetto che un accordo -d'amici, la benevolenza dei conoscenti e l'indulgenza sollecitata -di molti altri sian stati la cagione di quel po' di fortuna che ho -avuta? E se ti dicessi ancora che, quando correggo le prove di stampa, -qualche volta mi sento tutt'a un tratto salire il sangue al viso, e -penso alla maniera di sciogliermi dall'impegno contratto coll'editore, -e comprendendo che non è più possibile, cerco almeno che ci sarebbe da -fare per impedire la diffusione del libro, o se non altro, per evitare -che lo legga il tale o il tal altro, di cui mi preme non perdere la -stima? - -— Ma queste, scusa, sono esagerazioni! E poi, qualunque opinione tu -abbia di te stesso, non potrai mettere in dubbio un fatto che dovrebbe -bastare a darti coraggio: il favore pubblico. - -— Qui ti volevo. Il favore pubblico! Che cos'è questo favore pubblico? -che cosa prova? Chi non ne ottiene un po' di questo favore, scrivendo, -pur che abbia cuore e non offenda alcuna classe della società e segua -l'andazzo del tempo e scriva cose che la maggior parte sentono o -pensano, o non hanno interesse di negare? Entra in un caffè di una -qualunque delle nostre grandi città, e sarà un miracolo se non ci -troverai in un canto qualche pover'uomo a cui nessuno bada e di cui -nessuno sa il nome, del quale venti o trent'anni prima qualcuno non -abbia detto o stampato che era una speranza della letteratura italiana -e che sarebbe diventato una gloria della patria. A vent'anni abbiamo -tutti qualcosa di bello nel capo e di generoso nel cuore, e abbiamo -tutti bisogno di farlo sapere. Ebbene, io l'ho fatto sapere, ho fatto -il mio sfogo di giovanotto e sta bene. Ma ora basta, ora dovrei buttare -la penna da parte e abbracciare una professione; perchè altro è esser -nato per passare per lo stadio di scrittore, altro è esser nato per -restarci; e una cosa è aver ingegno per scrivere, e un'altra cosa aver -tanto ingegno da poter legittimamente non far altro che scrivere. - -— Io non so rispondere a tutte queste cose, — disse Teresa con -voce commossa, — ma mi pare che non sia tutto vero. Che cosa vuoi -concludere? Che non devi più scrivere? Vuoi farmi dire che non sai far -nulla? Vuoi provarmi che sei uno scemo? - -— No, perchè non lo sono; se lo fossi, non mi sarei disingannato, non -ti terrei questi discorsi; continuerei a credermi un animalaccio raro, -come fan molti, a dispetto del mondo intero. Il mio disinganno prova -che c'è qualche cosa in questo nocciolo di testa. Ma il gran punto -è che questo _qualche cosa_ non basta. Vi sono ben dei momenti che -abbraccio col pensiero un grande spazio intorno a me; ma son vedute -istantanee, come quelle della notte al chiarore d'un lampo. Afferro -colla mente un dei capi d'una catena d'idee; ma dò uno strappo, e -non mi resta in mano che il primo anello. Ci corre, cara mia, da -questi scatti d'ingegno alla forza dell'ingegno vero! a quell'ingegno -confidente e imperioso, che si afferma qualche volta con parole -superbe; quello che getta sprazzi di luce e pezzi di oro massiccio, -che tira a sè e rende muti in sè stesso altri ingegni minori, che -corre la sua strada destando e schiacciando ad un tempo ire ed invidie -mortali, che s'innalza egli stesso degli ostacoli e li rovescia, che -va a battere le ali dove gli altri arrivano appena collo sguardo, che -trascina, innamora e spaventa! Questi sono uomini d'ingegno, spiragli -aperti nella natura umana, per i quali la moltitudine vede confusamente -qualche cosa del mondo di là, che le strappa un grido di meraviglia. -Questi hanno diritto di consacrare tutta la loro vita all'arte; questi -sono i grandi alberi della vegetazione umana; il resto è erbaccia -parassita, ed io sono un filo di quest'erba. - -— Grandi alberi! — mormorò Teresa timidamente. — Fuor che quei quattro -o cinque che tutti sanno, per ora, di grand'alberi che vengano su, -io non ne vedo. E qui pronunziò in fretta una lunga serie di nomi, e -domandò: Son questi forse gli spiragli aperti nella natura umana? - -— No, — rispose Mario; — ma benchè io sia da meno di questi, non mi -debbo paragonar con essi, per aver una idea giusta di quello che sono. -Debbo metter tutti costoro in un mazzo, me compreso, e paragonarli -ai pochissimi che sono sulla sommità della scala. Bisogna uscir dal -proprio paese, cara mia, per vedere che cosa paiono, viste da lontano, -certe gloriole di casa! Quando si vede che i veri grandi nomi, anche -nostri, ed anco di questi ultimi tempi, suonano sul Tamigi come suonano -sul Tevere, sul Tago come sul Reno, sulla Senna come sull'Adige, che -conto vuoi più che si faccia di quelli che cascano come palloncini -sgonfiati sulle frontiere del proprio paese? Che cosa siamo al paragone -di quell'aquile che fanno il giro del mondo, noi moscerini che viviamo -in un soffio d'aria, e facciamo un ronzío che non si sente da una -foglia all'altra d'un fiore? noi che mostriamo con pompa, come tutto -il nostro avere, una qualità che in quelli altri non è che una delle -mille faccette della perla del loro ingegno? Ah come si capisce tutto -questo viaggiando! Quando uno straniero mi domandava: — Lei scrive? — -io rispondevo in fretta arrossendo, come uno che respinga un sospetto -ingiurioso: — No! no! non scrivo! - -Teresa scrollò la testa sorridendo, come per dire: — Sei sempre lo -stesso! - -— E poi, — riprese Mario dopo una breve riflessione — vivere per -scrivere! Bella presunzione è questa di aver nel capo tante cose degne -d'esser dette al mondo, da dover impiegare tutta la vita a dirle! -E con che diritto s'impiega la vita in questa maniera? Scrivere, -in materia d'arte, non si dovrebbe che per soddisfare un bisogno -dell'anima; e soddisfare un bisogno non può valer lo stesso che -pagare un debito. Dunque chi non fa altro che scrivere, non paga il -suo debito alla società; e se ad altri pare, a lui non deve parere. -Rispondere: — Scrivo — a uno che mi domandi qual è la mia professione, -mi pare lo stesso che a uno che mi domandasse: — Che cosa fai costì? -— rispondergli: — Respiro. — E chi è questo poltrone che mentre tanta -gente migliore di lui suda sangue per guadagnarsi la vita, passa la -giornata sur una seggiola a predicar la virtù e ad eccitar gli altri -a fare? Lavori il giorno anche lui, e scriva la sera a tempo avanzato. -Cacciatelo in un'officina! - -— Oh questa poi! — esclamò Teresa tra indispettita e intenerita. — -Tutti non possono lavorare colle braccia! — - -— Ma io posso! E che credi? Che non mi vergogni qualche volta d'esser -robusto? Quando vedo ammontati sul mio tavolo quei cinque o sei -libracci che ho scritti, dei quali fra qualche anno non si troverà -più il titolo in nessun catalogo di libraio, e penso che ho speso -a farli gli anni più vigorosi della gioventù, e che spenderò forse -nello stessa modo, e non con miglior frutto, gli anni che mi restano; -e poi guardandomi nello specchio, mi vedo un par di spalle da atleta, -che so io? sento che c'è una sproporzione fra me e il mio lavoro, -un disaccordo, un qualche cosa che non va; mi sento dentro una voce -di rimprovero; mi pare come di aver sciupato una trave per fare un -bastoncino; e provo non so che bisogno di curvar la schiena sotto dei -pesi e d'incallirmi le mani sopra uno strumento. - -Teresa gli afferrò le mani. - -— Quanti uomini sciupati — continuò Mario — con questo maledetto -scrivere! Uomini di un sentire nobilissimo, dotati d'una certa facoltà -di trasfondere in altri l'anima propria, forniti d'un sentimento pel -bello, parlatori facili, che avrebbero, in un altro campo, acquistato -ed esercitato un potere benefico su molta gente.... sciupati! Io per -esempio, ch'ero nato per fare il maestro di scuola, a segno che, quando -vedo in una stanza quattro banchi e un tavolino, mi sento rimescolare! -E non solo il maestro di scuola: sento che sarebbe stata la mia vita -l'aver che fare con povera gente, con operai; sento che, se fossi -pretore in un villaggio, mi farei fare una statua. E così quando leggo -gli scritti di molti miei amici romanzieri, poeti, critici, vedo tra -riga e riga le belle facoltà mal impiegate, e penso con rammarico -che l'uno sarebbe riuscito un eccellente medico condotto, un altro un -direttore di collegio inimitabile, un altro, un avvocato onestissimo -e valentissimo. E dico a loro e a me: — Siamo fuori di strada! Tutti -fuori di strada per aver preso per nostra dote principale una dote -secondaria, che doveva soltanto servire d'aiuto, d'ornamento alle -altre; per aver creduto che ciò che non ci dovrebbe occupare se -non un'ora al giorno, bastasse a riempirci tutta la vita; per aver -considerato come una vocazione quello che non era che una tendenza! - -— E quando vedi codesti amici — domandò Teresa sorridendo — lo dici -_loro_ che avrebbero fatto meglio a fare i medici condotti? - -— Non mi seccare con quel _loro_, Teresa; di' _glielo_ dici; te -n'ho già pregato altre volte.... E che cosa segue da ciò? Segue che, -avendo l'ambizione, senza aver la potenza di destare l'ammirazione -del paese, diventiamo come gli accattoni che si contentano di quello -che gli si dà: ci contentiamo di ispirar la _simpatia_, la _stima_, -la _considerazione_, di acquistare la _notorietà_, la _distinzione_; -e leggerai infatti ogni momento il simpatico, il pregevole, lo -stimato, il noto, il distinto scrittore, e altri insipidi e sguaiati -appellativi, che pure nella nostra nullità ci fanno sorridere di -compiacenza; ma che a spremerne il sugo voglion dire: mediocre, -insignificante, impotente, nullo, perchè chi, avendo dedicato la vita -all'arte, non riesce che a rendersi simpatico, stimato, pregevole, -ha sciupato tempo e fatica. E in fondo all'anima, lo sentiamo anche -noi. Per questo, invece di lavorare serenamente e nobilmente, ci -affanniamo, facciamo ogni sorta di sforzi disperati per saltar fuori -dalla pegola della mediocrità che ci affoga; e buttiamo fuori in -furia un libro dopo l'altro, avidi, impazienti, sperando sempre che -l'ultimo che stiamo facendo, sia quello che ci porrà sul piedestallo -della gloria; supplicando la gente che passa di soffermarsi; gridando -al paese: Vòltati, guardami, t'assicuro che ho del genio, dammi tempo -a far qualche cos'altro, non profferire ancora l'ultimo giudizio, -aspetta, vedrai. — E intanto il vento porta via libretti e libracci, -e noi invecchiamo trascurati e dispettosi, finchè un bel giorno si -tira il calzino, dieci giornali dicono che s'è lasciato _larga eredità -d'affetti_, e il giorno dopo nessuno pronuncia più il nostro nome. Ecco -la carriera degli scrittori simpatici, stimati, noti, distinti; la mia -carriera e quella di cento altri campioni della _giovine letteratura_. - -— Ma tutti — disse Teresa, — anche i più grandi, hanno avuto di questi -scoraggiamenti! - -— Erano altri scoraggiamenti, — rispose Mario; — stanne sicura. Si -scoraggivano perchè sentivan la loro opera troppo inferiore al loro -ingegno; ma non è che non sentissero l'ingegno. Essi hanno gettato -sul mondo i riflessi della luce che brillava alla loro mente, e a -noi questi riflessi paion già una gran luce; ma chi può immaginare lo -splendore che vedevan loro cogli occhi del genio? Chi sa che portentoso -_Cinque maggio_ balenò ad Alessandro Manzoni, prima che si mettesse -a scrivere quello che noi conosciamo? Tutti i grandi caddero qualche -volta; ma caddero a pochi passi dalla cima della montagna, ed erano già -saliti ad un'altezza tremenda. Non cadevan per fiacchezza, cadevano -per vertigine. Erano battaglie, nelle quali riuscivano ora vinti, -ora vincitori. Ma in me, vedi, non c'è lotta; in me è calma morta. Ai -grandi che picchiano alla porta del tempio dell'Arte, qualche volta -una voce di dentro risponde: — Non ancora: — A me quella voce risponde: -— Via! — Quelli sono pregati d'aspettare, e io sono scacciato come un -cialtrone. - -Teresa aperse il libro che aveva preso poco prima e finse di mettersi -a leggere senza badare alle parole di Mario. - -— Leggi, leggi, — continuò Mario sorridendo, — chi si contenta, gode. -Intanto io farò un pochino di critica al tuo autore. I suoi personaggi -son tutti fantocci che recitano la medesima parte, e non ne vien uno -in iscena, che non lasci veder sotto la mano del burattinaio. Tre -idee tinte di mille colori; ma non più che tre idee. Un manzonismo -annacquato, senza coraggiose affermazioni; un ciondolío perpetuo fra il -credo e il non credo; un voler far sentire la cosa senza compromettersi -colla parola; una doppia paura di far sorridere i miscredenti e di -scontentare le mamme pie; un tirar sempre al cuore, a tradimento, -quando si dovrebbe tirare alla testa; e persino nella lingua, la -persuasione profonda che si debba dare un calcio alle convenzioni, agli -scrupoli grammaticali, alle parole illustri, a tutte le formole della -lingua scipita, pedantesca, bastarda, che si parla fuor di Toscana; -e la vigliaccheria di non farlo per paura di coloro che combattono la -proposta del Manzoni, perchè non vogliono ricominciare a studiare. - -— Io non me ne intendo di lingua, — disse Teresa; — non ti so cosa -rispondere. Ma per quel ch'è dei fantocci, purchè dicano delle cose -buone, che importa se si vede la mano? — Così dicendo, rise e gli prese -la mano. - -— Dir delle cose buone! esclamò Mario. — Vorrei che tu mi dicessi che -diritto ho io di dire delle cose buone, io che non ne faccio, e di -metterci sotto la mia firma, come se le facessi. Mi ricordo, pochi -giorni fa, quando ti dissi che compivo ventisette anni, tu esclamasti: -— Ventisette anni! Hai già fatto molto! — Fatto molto! non ho ancora -salvato la vita a nessuno, — non ho mai passato trenta notti di seguito -al letto d'un ammalato, — non mi sono mai messo a rischio di buscarmi -una coltellata per levare una donna dalle mani d'un brutale che la -schiaffeggia nel mezzo della strada, — non ho mai fatto dieci miglia -a piedi per andar a portare una buona notizia a una famiglia povera, -— non mi son mai privato un mese di seguito del sigaro, del teatro e -della birra, per fare un regalo a un mio antico maestro elementare che -si trova nella strettezza. Ebbene, conosco dei giovani che fecero e che -fanno tutte queste cose, e che si vergognerebbero di scriverle, e che -quando le leggono scritte da me, mi dicono: «bravo! Lei fa del bene! -Beato lei!» - -— Vero, e con questo? - -— Con questo, quando mi dicono quelle parole, io arrossisco perchè -dovrei dirle io a loro; e loro dovrebbero dire a me che sono un -impostore. - -— E allora, — disse Teresa con un'ironia faceta, di cui Mario non -s'accorse; — se scrivendo delle cose morali ti pare di far l'impostore, -scrivine delle immorali e vivrai in pace colla tua coscienza. - -— No! — rispose Mario — mai. Se volessi anche, non potrei. Su questo -punto tu non conosci ancora le mie idee, e te le dico. Da un uomo di -genio, di quelli che ti ho definiti poco fa, accetto tutto; creda, non -creda, sia ottimista o veda tutto nero, non mi riveli che il bello o -non mi mostri che le brutture dei suoi simili e le sue, — dissento, -deploro — ma accetto, — o almeno mi rendo ragione del come gli possa -parer lecito di scrivere quello che pensa e quello che fa. È un uomo -di genio; preferisco averlo com'è al non averlo; anche offendendomi -e sconfortandomi, mi fa vedere molte cose sotto una faccia nova; mi -costringe a pensare; mi fa, se non altro, ammirare in sè un nuovo -stampo d'uomo, e una gradazione di più nell'infinita varietà della -natura. Sta bene. Ma che un uomo d'ingegno della seconda sfera, uno di -quelli dei quali è dubbio se abbiano fatto bene o no a scegliere la via -delle lettere, e che dovrebbero, poichè il mondo può benissimo far di -meno di loro, cercare tutti i modi di farsi perdonare l'ambizione che -li rode; che uno di questi, dico, abbia la sfacciataggine di gridare -al mondo: — Vòltati — per fargli sapere che non crede a nulla, che -è divorato dalla bile, che disprezza i suoi simili, che vive fra le -sgualdrine e s'ubbriaca; questo, per Dio, non solo non lo ammetto, -ma non lo capisco; e non capisco come il pubblico non si stomachi di -queste scimmie degli scapestrati di genio, e non se li levi di torno -colla scopa. - -— Dunque scrivi morale! — disse Teresa — Io non so più che cosa dirti! -Dici che sei un impostore! Basta essere onesto per poter scrivere delle -sante cose senza fingere. Come potresti scrivere, se prima di metterti -a tavolino, dovessi far dieci miglia a piedi per portare una buona -notizia a una famiglia povera? - -Mario sorrise e scrollò una spalla; e dopo qualche minuto di silenzio, -disse: - -— Un giorno, a Firenze, passeggiando fuor di Porta Romana, -sull'imbrunire, vidi tutt'a un tratto una gran luce dietro un gruppo -di case e gente che correva. Presi anch'io la corsa e arrivai dinanzi -a una casa che bruciava, in mezzo a una folla che faceva un grande -strepito. L'incendio era scoppiato da poco; ma uscivan già fiamme -dal tetto e da parecchie finestre, e si sentiva dentro un fracasso -spaventoso di travi che cadevano e si spezzavano, e in mezzo alla -folla grida di donne e di bimbi, che facevan pietà. Arrivarono in quel -momento le pompe e le guardie, e cominciò il solito lavoro di far -dare addietro la gente, coll'urlío e il disordine solito. Tutt'a un -tratto si sentì un grido straziante e si vide molta gente affollarsi -da una parte. Era la solita disgrazia d'una donna che aveva chiuso -il bambino in casa per uscire, e che tornava troppo tardi. La voce -si sparse in un batter d'occhio. Per fortuna la finestra della camera -dava sulla strada; fu portata una scala e appoggiata al davanzale, e -una guardia salì. Ma sì! non era ancora arrivata in cima, che uscì un -nuvolo di fumo nero e una lingua di fuoco dall'alto della finestra, -e il pover uomo si sentì mancare il coraggio. La folla gridò: — Giù! -Giù! — La guardia saltò giù; un'altra salì, e ricascò in terra come -la prima; cinque o sei uomini si agitavano ai piedi della scala, e -nessuno saliva. Intanto la povera donna gettava delle grida orribili, -si buttava in ginocchio, si stracciava i capelli, faceva cose da -lacerare il cuore. Allora non so che cosa seguì in me; mi si velò la -vista, mi balenarono mille pensieri in un punto, quel bambino, mia -madre, una gioia immensa; sentii come una voce sovrumana che mi gridò -nell'orecchio: — Va! — e nello stesso momento un impulso irresistibile -che mi sbalzò quasi ai piedi della scala. Ma là.... mi parve d'essere -afferrato di dietro da un artiglio di ferro, e rimasi inchiodato, -immobile, trasognato, come uno che si trovi tutt'a un tratto sull'orlo -di un precipizio. Mentre guardo intorno e rinvengo in me, un uomo si -spicca dalla folla come una saetta, butta in terra una guardia, sale -in cima alla scala, dispare nella finestra che pareva la bocca d'una -fornace, — si fa un profondo silenzio — l'uomo ricompare — la folla -getta un grido — quegli sale sul davanzale, si gira, mette il piede -sulla scala, discende e casca in terra spossato.... Aveva portato giù -il bambino sano e salvo! Ebbene, è una cosa che seguì molte volte, tu -mi dirai. Ah Teresa! ma quella volta ero là, ho visto tutto; — ho visto -quella donna quando si slanciò al collo di quell'uomo, — l'ho guardata -negli occhi, — ho contato i baci furiosi che gli ha stampati sulla -fronte e sul petto, — ho sentito le sue grida — le sento ancora — non -credevo che un viso umano si potesse trasfigurare in quel modo, e che -delle voci e dei singhiozzi di gioia come quelli là potessero fuggire -da questo petto di creta senza spezzarlo! Non credevo che si potesse -esser belli, felici, gloriosi, com'era quell'uomo, quando si passò una -mano nei capelli strinati — fiutò la mano — e si mise a ridere! - -Teresa era commossa. - -— Io tornai a casa — continuò Mario, — triste e pieno di disprezzo per -me medesimo, come se avessi commesso un'azione vergognosa. Pensavo a -quell'uomo, e mi pareva di essere meno che un verme della terra accanto -a lui. Pensavo ai miei studî, e alle mie piccole soddisfazioni d'amor -proprio, e ogni cosa mi pareva fredda e meschina, al paragone della -gioia infinita che m'ero lasciata sfuggire. Rientrai in casa, accesi il -lume e mi lasciai cadere sopra una poltrona, dicendo a me medesimo: — -Bravo! Ecco il tuo piedestallo! — Sentivo delle voci nella strada, che -mi parevano l'eco delle grida della madre e della folla, e da tutte le -parti vedevo quella finestra infocata, la scala, l'uomo che saliva. A -un tratto, mi cadon gli occhi sul tavolino, c'eran delle carte sparse, -non mi ricordavo che fossero, guardai.... Erano pagine d'uno scritto, -nel quale dicevo mille belle cose intorno all'amor materno, alla virtù -del sacrifizio, alla generosità, al coraggio. Che vuoi che ti dica! -Quelle parole, in quel momento, mi fecero l'effetto d'una ciurmeria -ignobile, d'una ostentazione ipocrita e sfrontata; mi sentii salire -il sangue al viso; buttai in terra, con una manata, quel mucchio di -fogli.... - -Teresa gli pose una mano sulla bocca. - -— E ci sputai sopra tre volte! — soggiunse Mario respingendo la mano. - -— No, Mario! — esclamò Teresa — non le dire queste cose! - -— Lasciamele dire — rispose Mario, con un sorriso mesto e amorevole: — -è questo uno dei pochi bei tratti della mia vita. E ora sai perchè mi -pare un'impostura lo scrivere quello che non faccio. - -— Eppure! — gli disse Teresa — guardandolo negli occhi, dopo alcuni -momenti di silenzio. — Eppure domani tu scriverai. - -Mario si strinse nelle spalle. - -— Sì, scriverai, — riprese Teresa — perchè io son donnina da trovare -nella mia piccola testa delle ragioni convincenti da opporre a tutte -quelle che mi hai dette finora per provarmi che non devi più scrivere. - -— Sentiamole. - -— Ma non oso dirtele perchè.... non mi so esprimere; sono una -scioccherella.... io non m'intendo di letteratura. - -— Credi agli angeli? - -— Io sì. - -— E credi che gli angeli s'intendano di letteratura? - -Teresa sorrise, e continuò: — Ebbene, ecco la mia idea. Dici che -dovrebbero scrivere solamente i grandi e questo non mi par giusto. -In questo mondo ci sono tante anime che si somigliano, che vivono -nella stessa maniera, che vedon le cose dallo stesso lato, che hanno -perfino le medesime debolezze. Ebbene, queste anime si cercano, e -quando s'incontrano, sia anche in una pagina d'un libro, ne godono, -e si attaccano a chi ha scritto quella pagina, come a un intimo -amico. I grandi scrittori ne abbracciano un gran numero di queste -anime, perchè abbracciano la natura sotto moltissimi aspetti. Gli -scrittori che vengon dopo, ne abbracciano soltanto poche; ma bastano -anche queste poche perchè essi abbiano ragione di essere. I grandi -scrittori destano la maraviglia, l'entusiasmo: gli altri solamente -l'affetto e la simpatia. Ebbene, anche far nascere una simpatia mi -pare che sia un effetto che giustifichi un libro, perchè la simpatia -è una disposizione benevola del cuore, e una disposizione benevola è -la metà d'una buona azione. E poi, perchè il grande dovrebbe escludere -il piccolo? e il bellissimo escludere il grazioso? Non ci dovrebbero -essere delle margheritine e delle viole perchè ci sono dei girasoli -e delle rose? Forse che il poema di Dante m'impedisce di piangere -e di sentirmi riaver l'anima leggendo le novelle del Thouar? Quando -uno è sicuro che cinquecento persone leggeranno quello che scrive, -ogni volta che gli viene un buon sentimento, fosse anche a proposito -di due lucciole che passano, lo deve scrivere; e se impiega tutta la -sua vita a scrivere delle cose che trasfondono un buon sentimento -in cinquecento persone, la sua vita mi par che sia bene impiegata. -E quanto allo scrivere quello che non si fa, mi par che tu non abbia -ragione neppure; le buone azioni non si fanno soltanto col coraggio e -coi sacrifizî; destare degli affetti gentili, consolare, intenerire, -rasserenare l'anima per un momento a qualcuno, sono buone azioni non -meno meritorie che star un mese senza fumare per fare un regalo a un -maestro. Che importa se un libro che ha prodotto questi effetti, dopo -un certo tempo è dimenticato? Quante buone azioni non si dimenticano -ogni giorno! Forse che non si dovrebbero fare buone azioni che pei -posteri? Ma perchè mi perdo in ragionamenti? Chi più di te sentiva -queste verità, quando scrivevi le tue prime cose, e ogni volta che ne -finivi una, comparivi qui colle braccia aperte e il viso radiante e mi -dicevi: — Teresa, quanto mi rincrescerebbe morire! — Teresa, non dirmi -che sono superbo: t'assicuro che oggi dentro di me c'era un angelo; era -lui che mi dettava; se non ho scritto meglio, è perchè ho inteso male -quello che diceva, tanto mi parlava in furia! — E vedi che anche adesso -ti splendono gli occhi a sentirti ricordare quei giorni. — Dammi la -mano, Mario — riprendi coraggio e fiducia — cercala qui l'ispirazione — -nel cuore — vedrai che ti risponderà — la tua forza è qui; — promettimi -che scriverai ancora, — che tornerai di nuovo qui contento e glorioso -a farti baciare sulla fronte, — dimmi che ti senti l'angelo, Mario! - -Mario, commosso, le chinò il capo sul seno, e rimase per lungo tempo -immobile e pensieroso. - -Finalmente Teresa gli mormorò all'orecchio: — E l'angelo? - -— Oh! perdio sì! — gridò Mario balzando in piedi col viso radiante e -battendosi una mano sul petto, — c'è ancora! - - - - -RITRATTO D'UN'ORDINANZA - - -Dei capi originali, sotto la vôlta del cielo, ce n'è e posso vantarmi -d'averne conosciuto parecchi; ma uno che possa far la coppia con lui, -credo che abbia ancora da nascere. - -Era sardo, contadino, ventenne, analfabeta e soldato di fanteria. - -La prima volta che mi comparve davanti a Firenze, nell'uffizio d'un -giornale militare, m'ispirò simpatia. Il suo aspetto, però, e qualcuna -delle sue risposte, mi fecero capir subito ch'era un originale curioso. -Visto di fronte, era lui; visto di profilo, pareva un altro. Si -sarebbe detto che nell'atto che si voltava, tutti i suoi lineamenti -s'alteravano. Di fronte, non c'era nulla da dire: era un viso come -tanti altri; di profilo, faceva ridere. La punta del mento e la punta -del naso cercavano di toccarsi, e non ci riuscivano, impedite da due -enormi labbra sempre aperte, che lasciavan vedere due file di denti -scompigliati come un plotone di guardie nazionali. Gli occhi parevano -due capocchie di spillo, tanto erano piccini, e sparivano quasi affatto -tra le rughe, quando rideva. Le sopracciglia avevano la forma di due -accenti circonflessi e la fronte era alta appena tanto da impedire ai -capelli di confondersi colla barba. Un mio amico mi disse che pareva -un uomo fatto per ischerzo. Aveva però una fisonomia che esprimeva -intelligenza e bontà; ma un'intelligenza, se così può dirsi, parziale, -e una bontà _sui generis_. Parlava con voce _aspra e chioccia_ un -italiano del quale avrebbe potuto domandare con tutti i diritti il -brevetto d'invenzione. - -— Come ti piace Firenze? — gli domandai, poichè era arrivato il giorno -innanzi a Firenze. - -— Non c'è male, — mi rispose. - -Per uno che non aveva visto che Cagliari e qualche piccola città -dell'Italia settentrionale, la risposta mi parve un po' severa. - -— Ti piace più Firenze o Bergamo? - -— Sono arrivato ieri; non potrei ancora giudicare. - -Quando se n'andò gli dissi: — addio, — ed egli rispose: — addio. - -Il giorno dopo fece la sua entrata in casa. - -Nei primi giorni fui più volte sulle undici once di perder la pazienza -e di rimandarlo al suo reggimento. Se si fosse contentato di non capire -niente, _transeat_: ma il malanno era che, un po' per la difficoltà -dell'intendere l'italiano, un po' per la novità delle incombenze, -capiva a mezzo e faceva tutto al rovescio. Se dicessi che portò ad -affilare i miei rasoi dal Lemonnier e a stampare i miei manoscritti -dall'arrotino; che rimise un romanzo francese al calzolaio e un paio di -stivali alla porta di casa d'una signora, nessuno lo crederebbe; poichè -per crederlo bisognerebbe aver visto fino a che segno, oltre al capir -male, egli era distratto, non bastando il capir male a dar ragione -di _qui pro quo_ così madornali. Ma non posso trattenermi dal citare -alcune fra le più meravigliose delle sue prodezze. - -Alle undici della mattina lo mandavo a comprare del prosciutto per -far colazione, ed era l'ora che si gridava per le strade il _Corriere -italiano_. Una mattina, sapendo che il giornale conteneva una notizia -che mi premeva, gli dico: — Presto, prosciutto e _Corriere italiano_. -— Due idee alla volta non le afferrava mai. Discese e ritornò dopo un -minuto col prosciutto involto nel _Corriere italiano_. - -Una mattina sfogliettavo sotto gli occhi d'un mio amico, e in -presenza sua, un bellissimo Atlante militare che m'era stato -imprestato dalla Biblioteca, e gli dicevo: — Il male, vedi, è che io -non posso abbracciare tutte queste carte con uno sguardo solo e mi -tocca osservarle una per una. Per afferrar bene il complesso della -battaglia, vorrei vederle tutte inchiodate nel muro, in fila, in -modo che formassero un solo quadro. — La sera, rientrando in casa.... -rabbrividisco ancora a pensarci.... tutte le carte dell'Atlante erano -inchiodate nel muro; e per maggior supplizio, la mattina seguente, mi -toccò vederlo comparir lui col viso modesto e sorridente d'un uomo che -viene a cercare un complimento. - -Un'altra mattina lo mando a comprare due ova da far cuocere collo -spirito. Mentre è fuori, viene un amico a parlarmi d'un affar di -premura. Quel disgraziato rientra; gli dico: — Aspetta; — egli si mette -a sedere in un canto, io continuo a parlare coll'amico. Dopo un momento -vedo il soldato che si fa rosso, bianco, verde, che par seduto sulle -spine, che non sa dove nascondere il viso. Abbasso gli occhi e vedo una -gamba della sua seggiola leggiadramente rigata d'una striscia color -d'oro che non avevo mai veduta. M'avvicino: è giallo d'ovo. L'infame -s'era messo le ova nelle tasche posteriori del cappotto e, rientrando -in casa, s'era seduto senza ricordarsi che aveva la mia colazione di -sotto. - -Ma queste son rose appetto a quello che mi toccò di vedere prima -d'averlo ridotto a mettere in ordine la mia camera, non dico come -volevo, ma in una maniera che rivelasse, alla lontana, l'uomo -ragionevole. Per lui l'arte suprema del metter le cose in ordine -consisteva nel disporle l'una sull'altra in forme architettoniche, -e la sua grande ambizione era di fabbricare degli edifizi alti. Nei -primi giorni i miei libri formavano tutti insieme un semicerchio di -torri tremolanti al menomo soffio; la catinella rovesciata sorreggeva -una piramide ardita di piattini e di vasetti, in cima alla quale si -rizzava alteramente il pennello della barba; i cappelli cilindrici -nuovi e vecchi si elevavano in forma di colonna trionfale ad un'altezza -vertiginosa. Per il che seguivano sovente, anche nel cuore della notte, -rovine fragorose e vasti sparpagliamenti, che, se non fossero state -le pareti della camera, nessuno sa dove sarebbero andati a finire. -Per fargli capire, poi, che lo spazzolino da denti non apparteneva -alla famiglia delle spazzole da testa, che il vasetto della pomata -era tutt'altra cosa che il vasetto dell'estratto di carne, e che il -tavolino da notte non è mobile da mettervi le camicie stirate, mi ci -volle l'eloquenza di Cicerone e la pazienza di Giobbe. - -Se della buona maniera con cui lo trattavo, mi fosse grato, se sentisse -affetto per me, non l'ho mai potuto capire. Una sola volta mostrò -una certa sollecitudine per la mia persona, e la mostrò in un modo -stranissimo. Ero a letto, malato da una quindicina di giorni, e nè -peggioravo, nè accennavo a guarire. Una sera egli fermò per le scale -il mio medico ch'era un uomo ombrosissimo, e gli domandò bruscamente: — -Ma, insomma, lo guarisce o non lo guarisce? — Il medico montò in bestia -e gli fece una lavata di capo. — Gli è che l'è già un po' lunga! — -brontolò lui per tutta risposta. - -Altre volte aveva certi frulli, che, invece di rimproverarglieli, come -avrei dovuto, non potevo far altro che riderne. Una mattina mi svegliò -dicendomi nell'orecchio con un certo suo accento strano: — Signor -tenente, chi dorme non piglia pesci. - -Un giorno entrò in casa mentre ne usciva un personaggio illustre, e -sentì dire da un mio amico, rimasto con me, che quel tal personaggio -era _una personalità molto spiccata_. Quindici giorni dopo, mentre -stavo discorrendo con parecchi amici, egli s'affacciò alla porta della -mia camera e m'annunciò una visita. — Chi è? — domandai. — È..., — -rispose (non si ricordava il nome).... — è _quella personalità molto -spiccata_. — Tutti diedero in uno scoppio di risa, il personaggio -sentì, io gli spiegai la cosa, e ne rise anche lui dai precordi. - -È difficile dare un'idea della lingua che parlava quel curioso -soggetto: era un misto di sardo, di lombardo e d'italiano, tutte frasi -tronche, parole mozze e contratte, verbi all'infinito buttati là a -caso e lasciati in aria, che facevano l'effetto del discorso di un -delirante. Un giorno mi venne a cercare un amico all'ora del desinare, -ed entrando in casa, gli domandò: — A che punto è del desinare il tuo -padrone? — _Trema!_ — gli rispose il soldato. — L'amico rimase colla -bocca aperta. Quel _trema_ voleva dire _termina_. - -In cinque o sei mesi, frequentando le scuole reggimentali, aveva -imparato a leggere e a scrivere stentatamente. Fu la mia disgrazia. -Mentre ero fuor di casa, s'esercitava a scrivere sul mio tavolino, e -soleva scrivere cento, duecento volte la stessa parola, una parola, per -il solito, che il giorno prima aveva sentito pronunciar da me leggendo, -e che gli aveva fatto impressione. Una mattina, per esempio, lo colpiva -il nome di Vercingetorige. La sera, rientrando in casa, io trovavo -Vercingetorige scritto sui margini dei giornali, sul rovescio degli -stamponi, sulle fascie dei libri, sulle buste delle lettere, sulle -carte del cestino, da per tutto dove aveva trovato tanto spazio da -ficcarvi quelle quattordici lettere predilette dal suo cuore. Un'altra -volta gli toccava il cuore la parola Ostrogoti e il giorno dopo la -mia casa era invasa dagli Ostrogoti. Un giorno lo seduceva la parola -rinoceronte e la mattina seguente la mia casa era convertita in un -serraglio di bestie feroci. Ci guadagnai però da un altro lato, e fu -di poter abbandonare l'uso delle croci che facevo con matite di vario -colore sulle lettere che doveva portare a mano a certe persone fisse, -perchè non c'era verso di fargli ritenere i nomi; per cui egli soleva -dire: questa lettera va alla signora celeste (ch'era mondana), questa -al giornalista nero (ch'era rosso), questa all'impiegato giallo (ch'era -al verde). - -Ma a proposito dello scrivere gliene scopersi una assai più curiosa di -quelle che ho citate finora. Si era comprato un quadernino, sul quale -copiava, da tutti i libri che gli venivano alle mani, le dediche degli -autori ai parenti, badando sempre a sostituire ai nomi di questi, -il nome di suo padre, di sua madre o de' suoi fratelli, ai quali -s'immaginava di dare in tal modo uno splendido attestato di affetto e -di gratitudine. Un giorno apersi il quaderno e vi lessi, fra le altre, -le dediche seguenti: — _Pietro Tranci_ (era suo padre, contadino), -_Nato in povertà, Seppe collo studio e colla perseveranza Acquistarsi -un posto segnalato fra i dotti, Soccorrere genitori e fratelli, -Degnamente educare i figli. Alla memoria dell'ottimo padre Questo -libro intitola L'autore Antonio Tranci_, invece di Michele Lessona. -In un'altra pagina: — _A Pietro Tranci mio Padre Che annunziando al -Parlamento subalpino Il disastro di Novara Cadeva svenuto al suolo, E -tra pochi giorni moriva Consacro questo Carme_, ecc. — Più sotto: — _A -Cagliari_ (invece di Trento) _Non ancora rappresentata nel Parlamento -italiano_, ecc. _Antonio Tranci_, invece di Giovanni Prati. - -Quello che mi meravigliava di più in lui, — che non aveva mai visto -nulla, — era una assoluta mancanza del sentimento della meraviglia, -qualunque cosa, per quanto straordinaria, egli vedesse. Vide, nel tempo -che stette a Firenze, le feste per il matrimonio del Principe Umberto; -vide l'opera e il ballo alla Pergola (non aveva mai visto un teatro); -vide le feste del carnevale e l'illuminazione fantastica del viale -dei Colli; vide cento altre cose nuove affatto per lui, che avrebbero -dovuto stupirlo, divertirlo, farlo parlare. Nulla di tutto questo. -La sua ammirazione non andava mai più in là della solita formola: — -Non c'è male. — Santa Maria del Fiore.... non c'è male; la Torre di -Giotto.... non c'è male; il palazzo Pitti.... non c'è male. Io credo -che se Domeneddio in persona gli avesse domandato che cosa gli pareva -della creazione, gli avrebbe risposto che non c'era male. - -Dal primo all'ultimo giorno che stette con me, fu sempre dello stesso -umore, tra serio ed allegro; sempre docile, sempre stordito, sempre -puntuale a capire le cose a rovescio, sempre immerso in una beata -apatia, sempre stravagante ad un modo. Il giorno che ricevette il -suo congedo, scribacchiò non so quante ore nel suo quaderno colla -stessa tranquillità degli altri giorni. Prima di partire venne ad -accomiatarsi. La scena della separazione fu poco tenera. Gli dimandai -se gli rincresceva di lasciar Firenze. Mi rispose: — Perchè no? — Gli -dimandai se tornava a casa volentieri. Mi rispose con una smorfia che -non capii. - -— Se avrà bisogno di qualche cosa, — disse all'ultimo momento, — scriva -pure che mi farà sempre piacere. — Grazie tante! — gli risposi. E -così uscì di casa, dopo più di due anni che stava con me, senza dar il -menomo segno nè di rincrescimento, nè di allegrezza. - -Io lo guardai mentre scendeva le scale. - -Tutt'a un tratto si voltò. - -— Stiamo a vedere, — pensai, — che il suo cuore s'è svegliato e che -ritorna a congedarsi in un altro modo. - -— Signor tenente, — disse: — il pennello per la barba l'ho messo nella -cassetta del tavolino più grande. - -E disparve. - - - - -BATTAGLIE DI TAVOLINO - - -Un giorno un mio amico mi disse: — Tu non studii abbastanza; tu -leggi; leggere non è studiare; leggere è un piacere, e studiare è una -fatica: infatti tutti leggono e pochissimi studiano. Quali sono le ore -della giornata che tu dedichi a uno studio profondo? a quel lavoro di -figgersi nella mente le cose lette, di pensarle, di rimestarle, di -raffrontarle, di spremerne il sugo? a quella fatica di raccogliere -cognizioni precise, di formarsi giudizî proprî, di combattere, -ragionando, i giudizî altrui, che dissentano da' tuoi? Tu con la mente -non lavori, ti balocchi. - - * - * * - -A vent'anni quante ragioni si trovano da opporre a questi consigli! -I libri, i libri! O che si vive pei libri? Io ho del sangue nelle -vene, io ho bisogno d'aria e di luce, io voglio leggere il gran libro -della vita. Prima di studiare bisogna vivere. Perchè legarmi a questo -strumento di tortura ch'è il tavolino? La vita è moto; chi si muove è -sano, chi è sano è allegro, chi è allegro è buono, e chi è buono è più -caro a Dio e più utile agli uomini che questi eremiti della società -che si sono logorati sui libri, pieni di vanità, gonfi d'orgoglio e -svogliati d'ogni cosa. - - * - * * - -Le prime lotte son dure. Voi avete preso la risoluzione di studiare, -date un addio agli amici, correte a casa, aprite un libro. A un tratto -sentite non so che dentro di voi che dà indietro, che si raggomitola, -che si scontorce. Voi ravvicinate la seggiola, e vi ripiegate sul -libro, e vi sentite sbalzato indietro daccapo. V'è qualcuno dentro -di voi, un nemico sordo, muto, cocciuto, che s'impenna, s'ostina, -non vuole intendere ragione; un poltrone che si dibatte come se lo -trascinassero al supplizio. E la lotta dura molto tempo e diventa -accanita fino a farvi morder le dita e picchiare il pugno nel muro -senza quasi sentirne dolore, come se veramente quelle offese non -fossero fatte a voi, ma all'_altro_; e voi foste intimamente persuaso -che siete in _due_: un capitano animoso e un soldato vigliacco. - - * - * * - -Poi si provano le prime gioie della vittoria. Vien sempre il momento in -cui l'_io_ che vuole, traendo dall'ira la forza che non aveva potuto -trarre dal proposito, grida un _voglio_ così imperioso, che l'_altro_ -non osa più di ribellarsi, si acquatta, si annichilisce. Allora vi -sentite in cuore una soddisfazione piena di alterezza e assaporate la -voluttà del comando; provate un sentimento quasi di rispetto per voi -medesimo, come se in voi ci fosse qualcuno più valoroso e più forte di -voi. - - * - * * - -Dopo le prime lotte e le prime gioie, vengono i primi sconforti. -Come nella mente del dotto una nozione chiama l'altra, e per poco che -rimugini ne mette sottosopra una folla, ch'egli si fa sfilare dinanzi -colla compiacenza d'un generale che passa in rassegna un esercito, -o d'un avaro che conta le sue ricchezze; così nella mente di chi -comincia a studiare una lacuna mette in un'altra lacuna, e il povero -esaminatore di sè stesso, dopo aver molto errato nel vuoto, prova un -sentimento di solitudine, che gli precide il coraggio e le forze. Da un -dubbio di lingua a un dubbio di storia, da un dubbio di storia a uno -di geografia, da uno di geografia a uno di fisica, e son tutte cose -elementari, essenziali, necessarie, tali che, sebbene dalla maggior -parte si ignorino, pare nondimeno così vergognoso l'ignorarle che s'è -convenuto fra tutti di fingere reciprocamente di saperle. E allora, -in quell'affollamento di stupori e di vergogne, lo assale una smania -dolorosa di colmare quei vuoti; e tira giù libri, e rovista dizionari, -e piega pagine, e appunta; e mentre una nozione s'appiccica, l'altra si -stacca, e mentre questa riaderisce, quell'altre due si confondono, fin -che gli si fa buio fitto nella testa, le braccia gli cadono, ed egli -esclama sconfortato: È inutile, è tardi, torniamo alla vita di prima. - - * - * * - -Il giorno dopo, a mente fresca, si ripiglia speranza e vigore. Si -studia fino a sera e la sera si coglie il premio. In quel breve riposo -che ci si concede dopo un sobrio desinare, tutte le cose imparate, -come se si fossero data la posta, balzan tutte insieme dai ripostigli -della mente, vengono a galla, non cercate, con una specie di gara a -chi giunga la prima, e fanno nella testa un tumulto che non si può -esprimere. Sentenze di filosofi e regole di grammatica, versi e date, -immagini e pensieri lucidissimi; e poi bagliori, barlumi lontani -d'altri pensieri e d'altre immagini così fitti e rapidi che non lascian -vedere le lacune oscure che poc'anzi ci prostravano nello sgomento. -Quelli son momenti di gioia viva. - - * - * * - -Il sacrifizio più duro è quello della sera nella bella stagione. -L'aria è odorosa, la città è splendida, udite giù per le scale il -passo affrettato dei vicini, e risa di ragazze e di fanciulli; poi -il rumore nella strada; poi la casa rimane silenziosa. Tutti sono -usciti, rimanete solo. Allora vi tocca combattere contro le immagini -seduttrici. Avete la fantasia eccitata dalla lettura, siete giovane, -la lotta è fiera. È appena credibile quello che segue allo studioso in -quei momenti. A volte vi sentite veramente soffiare nel viso un alito -di donna che vi rimescola; vedete passare a traverso il vostro libro -una treccia di capelli; udite dei passi leggeri, dei respiri, qualcosa -che s'agita nell'aria. Allora vi piglia quella maledetta tentazione di -dar una pedata al tavolino e di buttar a terra ogni cosa, gridando con -un accento di trionfo e di disprezzo: — Alla cassetta della spazzatura, -cartaccie! Io voglio vivere! - - * - * * - -Sono belle e feconde queste battaglie combattute nel silenzio d'una -cameretta tra l'immensa avidità del sapere e la foga prepotente della -giovinezza; questo divincolarsi sotto un giogo che ci siamo imposti noi -stessi. Il sudore che ci esce dalla fronte in questa fatica è un sudore -salutare, la stanchezza che ne segue è madre di nuove forze. Allora si -comprende che son sapienti certi consigli che ci parevan degni di riso. -Allora si vede la necessità di combattere acerbamente questo corpo -ribelle che ci vuole imporre una disciplina codarda; d'infliggergli dei -patimenti che lo prostrino, non tanto da renderlo inetto a servire, ma -abbastanza perchè non possa più comandare. Allora si piglia l'abitudine -della colazione alla Franklin: pane, frutta, acqua, e di rigore in -rigore, si è condotti logicamente fino a fare uno sforzo per non -appoggiarsi alla spalliera della seggiola; concessione pericolosa, che -per una serie d'altre concessioni conduce insensibilmente a ricominciar -la battaglia. - - * - * * - -L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran parte nel trovar -argomenti e parole efficaci per movere in noi la vergogna. Ci vuol -immaginazione ed eloquenza. Una mattina ch'ero svogliato mi costrinsi -a studiare con questo discorso. Supponi che le pareti, i solai, le -scale della casa diventino ad un tratto trasparenti. Guarda in alto, -in basso, intorno. Tu vedi da ogni parte menar scope, smover sacconi, -spolverar mobili; la casa è tutta in moto e in faccende. Ebbene, -giurami che se tutte quelle donne colle maniche rimboccate e il viso -luccicante di sudore si voltassero tutt'insieme a guardar te sdraiato -sulla poltrona colle braccia in croce, giurami che, in quel punto, non -proveresti un senso di vergogna, non ti verrebbe fatto di afferrar -subito un libro per fingere almeno che studiavi, non ti verrebbe -detto, come a un ragazzo côlto in fallo, con accento di scusa: — Ma io -lavoravo, sapete! - - * - * * - -T'amo, o tavolino! Tu, fra tutti gli oggetti della casa, sei il solo -che rappresenti l'amicizia fedele. La porta che, nei nostri begli -anni, risuona qualche volta al tocco d'un ditino, che ci fa balzare -in piedi col cuore in sussulto, finisce col non aprirsi più che a -qualche vecchio amico che ci viene a parlare di malanni. Lo specchio, -che ci dice tante care cose, fin che abbiamo l'occhio scintillante e -la guancia rosea, finisce per diventarci odioso come un importuno che -ci rammenti sempre una sventura che vorremmo dimenticare. Il letto sul -quale ora dormiamo i sonni pieni e quieti della giovinezza, finisce -per diventare un giaciglio di spine sul quale cerchiamo inutilmente -il riposo. Tu, tavolino, sei l'ultimo ridotto nel quale, affranti -dai disinganni, ripariamo. Caro quando, accesi dall'ispirazione, ti -percotiamo col pugno vigoroso, presentendo la gioia dei trionfi; ci -sei caro ugualmente quando torniamo a te col cuore contristato da una -speranza miseramente delusa. Giovani, t'amiamo per la gloria; vecchi, -per la pace; e riedifichiamo su te l'edifizio caduto della giovinezza. - - * - * * - -V'hanno dei momenti nella giornata dello studioso, — anche giovane, -— nei quali la vita, — non so per che improvviso rivolgimento d'idee -— gli si presenta al pensiero soltanto sotto i tristi aspetti; i -pericoli, le delusioni, le lotte inutili, la vanità di ogni cosa; -— e tutte queste immagini gli paion come altrettante figure umane -che, accennando lui, dicano: — Ecco un fortunato! — In quei momenti -egli prova qualcosa di simile al sentimento di chi, stando chiuso in -una stanza calda, vede cader la neve nella via. Egli si sente bene -nel suo covo, è contento della maniera di vita che ha scelta, prova -come un bisogno di rannicchiarsi, vorrebbe vivere in un guscio anche -più piccino, per tapparvisi meglio, per essere più al sicuro. Gli -par di essere nella sua stanza piena di libri come in una fortezza -inespugnabile, fornita di provvigioni inesauribili, in mezzo à una -vasta pianura corsa da eserciti furiosi che spargano sangue e paura. - - * - * * - -V'hanno altri momenti, per contro, nei quali par che vi manchi tutt'a -un tratto il calore intimo della vita del pensiero. Allora ogni -cosa si agghiaccia intorno a voi; lo scopo delle vostre fatiche vi -par puerile; vi piglia un'uggia invincibile di tutto ciò che avete -dinanzi agli occhi e sotto le mani; i vostri libri ve li sentite come -ammontati tutti sul petto; la finestra vi par diventata lo spiraglio -di un carcere; il soffitto vi par che s'abbassi sulla vostra testa. Vi -manca il respiro, v'alzate, vi guardate allo specchio: avete i capelli -aruffati, la barba lunga, gli occhi rossi; vi sentite inselvatichito, -avvilito; vi pare d'esservi svegliato in una spelonca; provate quasi -orrore di esser così solo, intanato; pensate agli amici, alla campagna, -alla musica, alle signore eleganti, e dite a voi medesimo che siete un -insensato e un infelice. - - * - * * - -Certe figure d'amici vostri che sanno tanto più di voi, dopo che vi -siete dato a studiar di proposito, ingigantiscono. Prima vi pareva -che i lampi che voi mandate valessero assai più dell'oro che essi -possedono, e vi meravigliavate che anch'essi non fossero del vostro -parere. Ma a poco a poco siete arrivato a capire come un uomo che -ha studiato davvero, che ha fatto di quegli sforzi di volere che -costano lotte faticosissime, e riportate di quelle vittorie intime che -insuperbiscono al pari d'un trionfo pubblico, debba naturalmente far -poco conto dell'ingegno che s'alza per la sola forza delle sue ali; che -molto ardisce perchè ignora molto; che non sente la sua vacuità perchè -non essendosi mai messo alla grave impresa di riempirla, non l'ha mai -misurata. Capite ora come a quell'uomo l'opera d'un tale ingegno debba -parere un edifizio fragile. Anche voi, a pari altezza, ammirate di -più il vertice immobile d'una piramide che l'ondeggiamento d'un cervo -volante. Chi studia, conquista; l'ingegno incolto, al suo paragone, par -che rubi. Molti che vi parevano invidiosi perchè non vi battevano le -mani, capite ora che non avevano per voi altro sentimento che quello -d'una fredda disistima. Essi sono boccie di cristallo, e voi siete -bolle di sapone. - - * - * * - -Studia; ma non ti rintanare, scriveva il Giusti a suo fratello; e v'è -un proverbio spagnuolo che tradotto letteralmente, dice: «corsa che non -dà il puledro nel corpo gli rimane.» Guai al giovine che per studiare -si seppellisce! La durerà più o men tempo, e poi gli piglieranno -delle malinconie disperate. Per non aver creduto a chi mi dava questo -consiglio, mi svegliai qualche volta con una così profonda ripugnanza -per lo studio e per la casa, che scappai come un frenetico, corsi alla -campagna, camminai tutta la giornata, dormii in un villaggio, e non -tornai in città che il giorno dopo come torna un forzato alla galera. -E non bisogna tuffarsi intero negli studî, anche per non perdere ogni -attitudine alla vita sociale. Chi sta troppo solo, non più usato a -tollerare i difetti dei suoi simili, a far sacrifizî d'amor proprio, -a soffrire degli attriti spiacevoli, quando poi ritorna in mezzo -alla gente si sente urtato e punto in mille modi, da mille parti. E -va qualche volta tant'oltre questa sensitività penosa, da renderci -insopportabile la più leggiera contraddizione. Nello studio solitario -l'amor proprio ingigantisce; l'_io_ diventa formidabile. Le nostre -fatiche eccessive par che ci diano il diritto, — qualunque sia il -frutto che ne ricaviamo, — di tenerci da più degli altri. Assuefatti -nel nostro piccolo mondo a regnar da principi assoluti, portiamo anche -fuori di esso le pretensioni e le arroganze principesche. Bisogna andar -sempre fra la gente per farsi rintuzzare le corna dell'orgoglio. - - * - * * - -Una volta stetti tre mesi di seguito chiuso in casa a studiare, dalla -mattina alla sera, non uscendo che un po' dopo desinare per pigliare -una boccata d'aria. Facevo la colazione alla Franklin, bevevo appena un -bicchier di vino al giorno, non fumavo, mi levavo la mattina all'alba. -Volli esprimentare fino a che punto di elasticità e di forza si -potessero condurre le facoltà mentali, e che miglioramento si operasse -nelle morali, rifiutando al corpo tutto quello che infiacchisce le une -e corrompe le altre. - - * - * * - -I frutti del primo mese e di mezzo il secondo furono ammirabili. -Sentivo la verità di quella sentenza del Rousseau: — Un giovane che -vivesse in questa maniera fino a venticinque anni, schiaccerebbe poi -facilmente tutti gli altri. — La memoria mi s'era fatta più facile e -più tenace; capivo a volo cose che prima mi davan da pensare un'ora; -idee che pel passato mi si svolgevano nella mente come un filo -sgomitolato a fatica, ora scoppiettavano tutte insieme, al menomo -tocco, come un nuvolo di scintille; ragionando, sentivo che andavo -più addentro; parlando, dovevo fare uno sforzo per contenere la piena -delle parole che volevano prorompere. Poi, per quello che riguarda -il sentimento, valeva addirittura il doppio. La commozione che mi -dava la lettura delle cose poetiche, era più pronta e più durevole. -Leggendo ad alta voce certi versi, mi sfuggivan persino delle grida. -Mi rendevo ragione di certi esaltamenti, che m'erano parsi fino allora -inesplicabili, di artisti, o di uomini nati per essere artisti, che -alla lettura di certi libri erano stati presi dalla febbre, avevan -dato in voci e in gesti da spiritati. E di tutti gli effetti di -quella maniera di vita, quello che mi colpiva di più era questo: che -il mio pensiero tendeva sempre a andare in su, a smarrirsi fuori del -mondo. Per ore e ore non facevo che fantasticare intorno agli astri, -all'immortalità dell'anima, all'infinito. Mi ero chiuso la porta -di casa, scappavo pel tetto. Ma, in complesso, il miglioramento era -grande. - - * - * * - -Il terzo mese fu un mese di lotta, e finì colla mia sconfitta. Mi -parve che la mia intelligenza diventasse inerte e la mia memoria -s'intorbidasse. Rimaneva la commovibilità, ma era giunta al segno -da potersi chiamare piuttosto irritazione morbosa che vigore sano di -sentimento. Ero diventato stravagante. A volte, smettevo di leggere, -per far dei giuochi di forza colle seggiole, fin che sgocciolavo di -sudore. Sovente mi mettevo davanti allo specchio e discorrevo con me -gesticolando e ridendo. Ebbi perfino paura che mi desse un po' volta il -cervello. La mia padrona di casa mi diceva spesso: — Ma che vita la fa, -caro signore? — L'ultima settimana non studiai quasi affatto. Eppure -non volevo cangiar vita. Era una picca d'amor proprio. Avevo detto -agli amici che non mi sarei più fatto vedere; non m'avean creduto; -volevo spuntarla. Finalmente, una sera, irruppero in casa mia alcuni -compagni del buon tempo, mi chiusero i libri, mi misero il cappello, mi -cacciaron fuori a spintoni, e fu finita. Dopo d'all'ora passai due mesi -quasi nell'ozio: solita conseguenza di queste pazzie di solitudine. -Ma il primo giorno la pagai cara. Svegliandomi non mi ricordai subito -della scappata della sera, e corsi col pensiero alla vita di prima. -Allora il ricordo saltò su, vidi i miei bei propositi andati in fumo, -la catena dei miei sacrifizî spezzata, tutto l'edifizio innalzato nella -solitudine, in rovine; e mi sentii oppresso da una grande tristezza, -come una fanciulla alla quale fosse stato tolto a tradimento il diritto -di portare quel nome. - - * - * * - -Il miglioramento che s'era operato in me in quel primo mese di vita -austera, mi fece persuaso di questa verità, che bisognerebbe pestar -bene nella testa a tutti i giovani: che, cioè, noi non ci accorgiamo -del danno che fanno all'intelligenza e al cuore i disordini giovanili, -anche quelli che paiono, per la loro natura e per la loro misura, più -perdonabili; ma che ne fanno, ne fanno, ne fanno. Un giovane d'ingegno -vivacissimo e di vita disordinata, col quale un giorno mi trattenni -su questo argomento, diceva: — Sì, ammetto, si reggerà un po' meno al -lavoro, si scriverà cinque ore invece di dieci; ma l'ingegno non ne può -soffrire; un uomo d'ingegno riman sempre un uomo d'ingegno; il lavoro -della creazione artistica non può essere turbato. — E che ne sai? gli -domandai. Puoi tu accorgerti di tutte le piccolissime alterazioni che -si producono nella misteriosa macchina del pensiero? Puoi dire, quando -ti si desta nella mente quel tumulto d'idee che precede l'ispirazione, -puoi dire che non se ne desterebbe nessuna di più, se il giorno prima -non avessi disordinato? Si citano i grandi scrittori che han menato -una vita disordinata. Ma chi può dire che i cattivi versi e le pagine -scipite che sono uscite anche dalla loro penna, non corrispondano -appunto a quei giorni della loro vita in cui non vissero come dovevano? -Sappiamo noi se, vivendo in un'altra maniera, non avrebbero fatto -un'opera completa di ciò che ci hanno lasciato in frammenti? - - * - * * - -Un giovane che stia solo, se studia, se riman molto in casa, non solo -finisce per amare la sua casa, ma per rispettarla; e molte cose che -prima non gli parevano, gli paiono dopo una profanazione. Fra quelle -quattro pareti dove avete provato tante nobili emozioni, leggendo, -scrivendo, fantasticando creature eccelse e grandi amori, vi ripugna, -vi umilia lasciar penetrare qualcuno per cui i vostri studî, il vostro -ingegno, la parte più eletta di voi, è un argomento di riso o un -mistero. - - * - * * - -La gioia che viene dalla fatica è grande, e grande quella che viene -dall'ingegno; ma più grande senza paragone è quella che viene dalla -fatica dell'ingegno. — Io lavoravo da quasi un anno intorno a quel -soggetto; non avevo mai fatto, sopra un soggetto unico, un così -lungo lavoro; e perciò mi pareva assai più lungo di quello che ora mi -parrebbe. Quando s'ha la penna facile, e molte cose belle da dire (o se -non belle, liete), pare che lo scrivere dovrebbe essere un godimento, -che la giornata dovrebbe riuscir breve alla furia dell'opera, che l'ora -del lavoro dovrebbe essere aspettata con desiderio impaziente. Eppure, -erano appena due o tre giorni ogni quindici quelli in cui mi mettevo -a tavolino volentieri e scrivevo di vena; tutti gli altri giorni -pigliavo la penna collo stesso animo col quale lo schiavo afferra lo -strumento del lavoro che lo rifinisce. Certi giorni avrei preferito -vangare, spaccar legna, e portar sacchi come un facchino, piuttosto che -scrivere. Rimandavo d'ora in ora il momento di cominciare, cercando -mille pretesti, come per ingannare me medesimo; e talvolta, per -salvarmi dal rimorso di quell'ozio, m'imponevo delle fatiche ch'erano -in realtà assai più gravi che quella dello scrivere; come fare una -carta geografica, studiare a memoria lunghi squarci di prosa, imparare -sterminate filze di vocaboli d'una lingua straniera. Quando non avevo -ancora scritto che una cinquantina di pagine del mio libro, mi pareva -che, una volta arrivato a metà, avrei tirato un gran respiro e sarei -andato innanzi sino alla fine, quasi senza sforzo; e pensavo sempre -a quella metà benedetta, come si pensa al termine d'un viaggio pieno -di traversie. Ma arrivato che ci fui, non provai nulla di quanto -avevo sperato; e rimisi le mie speranze ai due terzi. Quante volte, -anche dopo fatto più di mezzo il lavoro, fui tentato di rinunziare a -finirlo! Quante volte mia madre, vedendomi in un canto della stanza -colle braccia incrociate e gli occhi fissi, mi domandò: — Ebbene, -a che punto siamo? — e io le risposi: — Indietro, cara, indietro, e -ho paura che non andrò più innanzi! — Mi ricordo che invidiavo mio -fratello, perchè impiegato che non aveva che da andare all'uffizio; -che invidiavo tanti miei amici i quali non scrivevano che articoletti -di giornale; che invidiavo tutti coloro che non avevano sul collo -quel giogo di dover star tanti mesi lì a tavolino a stillarsi sulla -stessa cosa, quella prigionia dell'immaginazione, quella schiavitù -del pensiero, quel supplizio di tutti i giorni e di tutti i momenti. -Finalmente giunsi alle ultime pagine. Ebbi un ultimo scoraggiamento, -chi lo crederebbe? quando non me ne rimanevan più da scrivere che una -quarantina; ma fu breve; dopo di che mi prese un'attività impetuosa, -gioiosa, febbrile, che durò fino al momento che scrissi l'ultima -parola. Ricordo come se fosse ieri l'ora, il tempo, la luce che -inondava la mia stanzina, l'odore di primavera che di tratto in tratto -mi portava il vento, e persino l'ordine in cui eran disposti i miei -fogli sul tavolino, quando scrissi con mano agitata la parola: — Fine. -— Dio buono, era un ben meschino lavoro quello ch'io finivo, appetto -alle fatiche ventenni (rido del paragone) del Gibbon, del quale avevo -letto pochi giorni innanzi la bellissima prefazione alla _Storia della -decadenza dell'impero romano_! Eppure, in quel momento, sentii anch'io, -come lui, l'immensa gioia della libertà riacquistata, e mi parve di -affacciarmi a una nuova vita. Mia madre non sapeva nulla; il giorno -prima le avevo detto che mi rimaneva un'altra settimana di lavoro; e -la mattina medesima le avevo annunziato che appena scritta l'ultima -pagina avrei rimesso in ordine i miei libri che da parecchi mesi erano -tutti sossopra, e fatto un _ripulisti_ generale sul tavolino, che era -un monte di carte e di prove di stampa da non potercisi raccapezzare. -L'ordine nella mia stanza sarebbe stato il segnale della fine del mio -lavoro. Mi misi dunque in fretta e in furia, ma senza fare rumore, per -non mettere sull'avviso mia madre, a ordinare, a pulire, a sgombrare, -col tremito in cuore di esser sorpreso, trattenendo ogni momento il -respiro per sentire se nessuno s'avvicinava, ridendo da me come un -fanciullo e soffocando le risa, finchè tutti i libri furono al posto, -tutte le cartacce nella cesta, e sul tavolino non rimase che il -calamaio, la penna e gli ultimi fogli del manoscritto. Allora sedetti -ed aspettai; il cuore mi batteva forte, mi sentivo il volto acceso, -sudavo. Passarono alcuni minuti, nessuno veniva: cominciai a tossire; -mi misi a cantarellare. Allora udii nella stanza vicina il passo di -mia madre, mi alzai, le corsi incontro. Essa mi guardò e mi domandò -con aria di meraviglia: — Che cos'hai? — Io le accennai il tavolino -e dissi: — Guarda! — Guardò, non capì subito, stette un momento sopra -pensiero, e poi gridò con uno slancio di gioia: — Ma dunque hai finito! -— Io le gettai le braccia al collo, ed essa mormorò con voce commossa: -Povero figliuolo! - -Tutt'a un tratto mi sentii mutare quella gioia vivissima in un -sentimento quasi di mestizia. Mia madre se ne accorse e mi domandò: -— A che pensi? — O madre mia, risposi, penso che per meritare questa -soddisfazione avrei dovuto fare ben altro lavoro! Nondimeno son -contento (e qui soggiunsi una frase che soglio dirle quando son -contento, e che la fa sempre ridere) e ti ringrazio d'avermi messo al -mondo. - -Ciò detto, le porsi il braccio, uscimmo dal mio gabinetto, e facemmo la -nostra entrata trionfale nella stanza da pranzo dov'era il resto della -famiglia. - -Vorrei che la donna che mi ama m'avesse visto in quel punto, perchè, lo -dico francamente, ero bello. - - . . . . . . . - - - - -UN INCONTRO - - - Caro *** - -Ti spiego la cagione del _singolare aspetto_ che tu mi vedesti, giorni -sono, quando c'incontrammo di sfuggita nella stazione di A.ª Non t'ho -da raccontare un'avventura, od è un'avventura diversa dalle solite, che -consiste in un sentimento piuttosto che in un fatto. Ti ricordi della -_Soireé perdue_ del Musset, di quella figura gentile vista al teatro -e perduta d'occhio all'uscita? Io ti debbo raccontare qualche cosa di -simile. - -La mattina di quel giorno, partendo da T***, entrai, per caso, in un -vagone, dove non c'era che una signora, seduta dalla parte opposta -all'entrata, col viso rivolto fuori. Sentendomi entrare, si voltò, mi -diede un'occhiata, e riprese l'atteggiamento di prima. Era una signora -sui quarant'anni, pallida, sottile, un po' accasciata della persona, e -vestita con quella trascuratezza signorile, che rivela più l'abitudine -che lo studio dell'eleganza. Il treno partì senza che entrasse nessun -altro. - -Mentre io stava aspettando che si voltasse per vederla meglio, essa -fece un gesto colla mano per aggiustarsi i capelli; un gesto che, sul -primo momento, mi colpì; e un momento dopo, pensandoci, mi destò una -lontana reminiscenza insieme a un sentimento di grata meraviglia. Avevo -una canna fra le mani, la lasciai cadere; essa si voltò — la vidi in -viso — e il cuore mi diede un balzo. Non m'ero ingannato, era lei. -Essendosi accorta che avevo mostrato di conoscerla, da quel momento -in poi si voltò di tratto in tratto a guardarmi, come se aspettasse -che io le dirigessi la parola; e così potei vederla bene e finire di -riconoscerla. - -Dio del cielo! Io non avrei mai creduto che un viso umano potesse in -così breve tempo cangiarsi tanto. È vero che non l'avevo più vista -da quattordici anni; ma a quel tempo — me ne ricordo — essa aveva -vent'anni al più; era fresca, florida, splendida; era una delle più -belle signore della piccola città di G. che io pure abitavo; ed ora, -poco più che trentenne, pareva invecchiata non di quattordici, ma quasi -di trent'anni. Appena si riconosceva, piuttosto che ai lineamenti, -a una certa espressione del suo sguardo dolce insieme e triste, che -pareva il presentimento d'una vita sfortunata, ed era la sua più -cara attrattiva. S'era fatta smorta, aveva qualche ruga sulla fronte, -qualche capello bianco sulle tempie, e le mani smunte e color di cera. -Che cosa era seguíto nella sua vita? Io non ne sapevo, e non ne so -ancora che assai poco e in confuso. Prima dei diciott'anni era rimasta -vedova, e due anni dopo s'era rimaritata. E fu appunto in quel tempo, -quando colui che fu poi il suo secondo marito, le faceva la corte, -che io la conobbi — nient'altro che di vista — e da lontano. Seppi -poi che il suo secondo marito era un uomo disordinato e violento, e -ch'essa menava una vita assai triste; ma ero lontanissimo dal pensare -che potesse aver sofferto tanto da trasfigurarsi in quella maniera. Ora -su quel viso si leggeva una lunga storia di disinganni, di sagrifizî, -di torture. Pace, bellezza, gioventù, tutto se n'era andato. Erano -stati quattordici anni di distruzione. Non le rimaneva più che quello -che non si può perdere: la grazia, e quella dignità tranquilla e soave -che viene dalla vita onesta, dalla rassegnazione, e dall'abitudine dei -sentimenti gentili. - -Passata la prima meraviglia e il primo senso di tristezza, pare che -tutto avrebbe dovuto finir lì. Ma per me c'era una ragione che mi -faceva sentire con più amarezza il suo cambiamento, che mi destava per -lei un sentimento di viva pietà, una sollecitudine gentile, qualche -cosa a cui non so trovare un nome, ma che mi metteva il desiderio di -coprir di baci quella povera mano consunta; il desiderio, che so io? -che un assassino ci assalisse, e che difendendola, mi toccasse una -pugnalata — non dico nel petto — ma almeno in un braccio o in una -mano, tanto da poter dire d'aver versato un po' di sangue per lei. -Non potevo staccar gli occhi dal suo viso. Quando incontravo il suo -sguardo mi veniva il suo nome sulle labbra. Stropicciavo le mani, -ero inquieto; avevo bisogno di parlarle, e non osavo. Essa finì per -accorgersi della mia inquietudine e ne parve meravigliata e intimorita. -Allora, vedendo che non m'era più possibile tacere, perchè dovevo, se -non altro, giustificare il mio contegno, mi feci coraggio e le domandai -timidamente: - -— Perdoni.... Lei è la signora ***? e dissi il nome del suo secondo -marito. - -La mia timidità, e il fatto che io sapessi il suo nome, la -rassicurarono completamente. Mi rispose di sì e stette a guardarmi con -molta curiosità. - -— Glie l'ho domandato — soggiunsi — perchè non ne ero ben certo.... -Erano quattordici anni che non avevo la fortuna di vederla. - -Arrossì, pensando certo al gran cambiamento che dovevo aver notato in -lei, e mi guardò attentamente come per cercare di riconoscermi e dirmi -nello stesso tempo che non mi riconosceva. - -— Lei non può sapere chi sono nè ricordarsi d'avermi veduto. Io non ho -mai avuto l'onore di parlarle. La conoscevo di vista, nella città di -G., nell'anno 1860. Io avevo quattordici anni, andavo ancora a scuola. -Lei era vedova. La sua casa aveva il portone in via degli Olmi, ma lei -entrava sempre per la porticina della strada accanto. Lei andava al -teatro tutte le sere, nel palco numero nove, prim'ordine, a destra. -Portava sovente un vestito di seta lilla. La sera del primo dell'anno -le cadde un braccialetto in platea. Aveva un ventaglio tutto d'avorio -e teneva per abitudine la mano destra fuori del palchetto. - -La signora rimase meravigliata, stette un po' pensando, e poi esclamò -sorridendo: — È vero!... Ma come mai si può ricordare di tutte queste -cose? - -— Vuol che glielo dica francamente? — domandai. - -— Lo dica pure, — rispose, guardandomi con grande curiosità. - -— E mi promette prima di credere che qualunque cosa io dica, non dirò -una sola parola che non si accordi col profondo rispetto dovuto a una -signora come lei? - -Mi guardò un momento con stupore, e poi rispose titubando: — .... Non -ne potrei dubitare. Ma di che si tratta dunque? - -— Animo.... Bisogna pur dirlo. Lei è stata la prima donna che io ho -amata in vita mia. — È detto. - -Arrossì, si mise a ridere, e dopo avermi guardato attentamente, -rispose: — Non è possibile. - -— Non è possibile? — io dissi. — È tanto possibile che è vero come il -sole, cara signora. Mi faccia la grazia d'ascoltare. Mi ricordo ogni -cosa come se fosse ieri. L'avevo vista le prime volte al teatro, e -m'ero fatto abbonare da mio padre, unicamente per vederla, e mi mettevo -ogni sera nell'ultimo banco della platea in faccia al suo palco. Da -principio non era che simpatia, che so io? ammirazione. Poi, a poco -a poco, mi si accese il cuore e la testa.... Perdoni, signora, se -m'esprimo in questi termini; non saprei dir la cosa altrimenti.... -Insomma, finii per innamorarmi perdutamente di lei.... Le giuro che le -dico la verità.... E non può immaginare fino a che segno arrivassi. Chi -m'avesse costretto a mancare una sera al teatro, m'avrebbe messo alla -disperazione. Io stavo delle mezz'ore intere a guardarla, immobile, -inchiodato, pietrificato, che m'avrebbero potuto fotografare cento -volte. Mi par strano persino che non se ne sia mai avvista. Se ne -avvidero altri. Poveretto me, se sapesse quante ne passavo! La farò -ridere. Quando lei entrava nel suo palchetto, mi pareva che il fruscío -del suo vestito fosse un gran rumore che facesse voltare tutto il -teatro a guardarmi, e mi sentivo morire dalla vergogna. Non perdevo, -non dico un movimento della sua testa, ma nemmeno una contrazione del -suo viso, delle sue labbra, della mano che teneva fuori del palco. -Quando i suoi occhi cadevano, per caso, sul mio banco, mi saliva -un'ondata di sangue alla testa. Cose da non credersi. Se sapesse quante -parole appassionate le dicevo dentro di me, guardandola, quando sonava -l'orchestra! Quante volte ho desiderato che pigliasse fuoco al teatro, -per correre a salvarla! Mi rodevo di dispetto contro gli ufficiali -che passavano sotto il suo palco, e colla punta del cheppi toccavano -quasi il suo ventaglio. Avrei schiaffeggiato gli uomini che andavano -a farle visita. Una sera fischiai un tenore che lei aveva guardato col -canocchiale. Le mie serate, insomma, erano una successione di rossori, -di batticuori, di gelosie, alle quali, il giorno dopo, corrispondevano -altrettante sgrammaticature nella composizione latina. Capisce, -signora? E fra tanti ammiratori che la circondavano, a lei non passava -nemmeno per la mente che il più ardente di tutti fosse un povero -scolaretto di ginnasio, il quale non doveva avere che quattordici anni -dopo la fortuna di rivolgerle la parola. - -La signora che durante la mia chiacchierata ora aveva sorriso, ora -arrossito, e ora corrugato le sopracciglia, quand'ebbi terminato, rise -più forte e si coperse il viso col ventaglio. Poi mi domandò con viva -curiosità: — Ma dice tutto questo sul serio? - -— Sul serio? — io continuai. — Le dirò ben altro. Me lo permette?... -Che vuole?... Provo un gran piacere a rammentare quel tempo che fu il -più tempestoso della mia adolescenza. La cosa era giunta al punto, -che quando, in casa mia, sentivo pronunziare il suo nome, scappavo -in un'altra stanza col viso rosso come una melagrana. Studiavo in -una stanzina con mio fratello maggiore, il quale di tratto in tratto -mi diceva: — Ma la vuoi finire coi tuoi sospiri, che mi sembri un -innamorato del Metastasio? — Non studiavo più, ero distratto. Una notte -sentii mio padre che parlando di me domandava sottovoce a mia madre: — -Hai notato nessun cambiamento, da un tempo in qua, nelle sue maniere? -E un'altra più curiosa. Il professore d'italiano ci diede da fare una -composizione a tema libero; io scelsi l'_Innamorato_ e scrissi una tale -scempiaggine che fece ridere tutta la scuola e mi coprì di vergogna. Si -figuri che fra le altre frasi, c'era questa: _La testa dell'innamorato -è un'urna di lagrime e di sospiri_.... A poco a poco, m'ero ridotto -al segno che arrossivo passando davanti alla sua casa, incontrando le -signore che vedevo al teatro con lei, udendo pronunziare una parola che -rammentasse alla lontana il suo nome. Quando vedevo comparir lei in -fondo a una strada, mi pigliava un tremito alle gambe, e scantonavo; -se non ero più in tempo a scantonare, mi cacciavo in una bottega; se -non potevo cacciarmi in una bottega, tornavo indietro. Era un terrore. -E ogni sera m'andavo a rinfocolare al teatro e facevo peggio. Mi passò -fin per la mente di indirizzarle una lettera, di scrivere qualche cosa -col carbone sui muri delle sue scale, di gettarle un mazzo di fiori da -un tetto, di travestirmi e andar a portar legna in casa sua. Infine, -vuol che le dica tutto, signora? Lei mi deve essere molto riconoscente -perchè parecchie sere, tornando dal teatro tutto commosso, esaltato, -mezzo fuori di me, e non sapendo come sfogarmi altrimenti, pregai per -lei con un fervore che.... se ne avessi messo la metà a prepararmi agli -esami, non m'avrebbero rimandato. - -La signora rise di nuovo coprendosi il viso col ventaglio, e disse: — -Ed io che non mi sono mai avvista di nulla! È strano!... Ma è proprio -tutto vero?... — e sempre sorridendo, ma con una curiosità, se posso -dir così, più raccolta e più seria, mi domandò: — E dopo? e si rimise -in atto di ascoltare. - -— Dopo, — io ricominciai — .... venne il peggio. Verso la fine del -carnevale cominciò a frequentare il suo palco quello che fu poi suo -marito. Lo vuol credere, signora? Ancora adesso, dopo tanti anni, -provo un sentimento di compassione per me quando penso a quello che ho -sofferto in quei giorni. Le prime volte che intesi dire intorno a me al -teatro: — Eh! pare che il nodo si stringa! — Pare che sia un matrimonio -bell'e fatto! ecc., — creda che, benchè fossi un ragazzo, mi son -sentito agghiacciare il sangue. Ogni sorriso, ogni parola a bassa voce -che loro si scambiavano, mi era una stilettata al cuore. Che so io? mi -pareva d'esser tradito. A lei.... perdonavo. Lui.... bisogna pure che -io dica tutta la verità.... l'odiavo con tutte le forze dell'anima. -Lo vedevo per tutto. Lo sognavo, era il mio incubo. Volevo sfidarlo. -Lo guardavo di sbieco. Un giorno, per la strada, se n'accorse, senza -capirne il perchè, naturalmente; e si fermò a guardarmi; io abbassai -gli occhi e tirai dritto. Infine corse la voce del suo prossimo -matrimonio. Ne fui desolato. Non può farsi un'idea di quello che -mi passava per l'anima. Pensavo di andare a qualche finestra, sulla -strada dove lui passava, e di lasciargli cader sulla testa una grossa -pietra. Mi proponevo di andarmi a gettare a suoi piedi e supplicarla -per amor di Dio di non sposarlo se non voleva vedermi morto. Mi venne -in mente di farmi frate, di fuggire in Svizzera, di diventare uno -di quegli uomini terribili dei romanzi che hanno un perpetuo sorriso -mefistofelico sulla faccia di marmo. Addio latino! Addio studî! Passavo -ore intere nel cortile di casa mia a martirizzare le lucertole e i -vermi; un giorno m'incisi una mano colle forbici e per poco non svenni -vedendo spicciare il sangue; una sera rubai una bottiglia di vino nella -dispensa e m'ubbriacai come un facchino in un ripostiglio di mobili -vecchi, al buio.... Venne finalmente quel giorno terribile.... La sera, -la banda della guardia nazionale suonò sotto le sue finestre. Da casa -mia si sentiva la musica. Ero avvilito, angosciato, disperato. Mi venne -l'idea d'uccidermi. Scesi nel giardino con una corda e m'avvicinai a -un albero.... ma mi mancò il coraggio. Allora mi misi a piangere, mi -buttai in terra, e stetti tutta la sera là, solo, al buio, accovacciato -come un cane, con la mia corda fra le mani, pensando a lei, e -chiamandola di tratto in tratto per nome, fin che la banda cessò di -suonare ed io corsi a casa a gettarmi nelle braccia di mia madre, alla -quale confidai ogni cosa. Mia madre fece le grandi meraviglie, rise, -mi consolò, mi condusse a letto, mi diede la buona notte ridendo, e per -parecchi giorni, di tratto in tratto, continuò a guardarmi fisso, poi a -baciarmi ed a ridere ancora. Il giorno dopo lei partì con suo marito e -non ho più avuto la fortuna di vederla. Ecco la storia del mio amore, -cara signora. Ho aspettato quattordici anni a raccontargliela: spero -che non mi accuserà di precipitazione. Se poi volesse sapere perchè -glie l'ho raccontata, dico la verità, sarei imbarazzato a risponderle. -Il fatto è che ho sempre desiderato d'incontrarla un giorno o l'altro -per farle questo racconto; e che soddisfacendo il mio desiderio, ho -trovato un'emozione gentile, piena di rispetto e di gratitudine per -lei. - -A questo punto la signora, che m'aveva ascoltato con un'attenzione -sempre crescente, si coperse il viso, ma senza ridere; poi mormorò con -voce un po' commossa, sorridendo leggermente: — Certo che... lei m'ha -detto delle cose molto gentili.... e io debbo ringraziarla.... — Qui -rise di nuovo, ma quasi facendo uno sforzo; tornò a coprirsi il viso e -rimase qualche momento in quell'atto. Che cosa abbia pensato in quei -momenti, non saprei. O che il mio racconto, richiamandole vivamente -alla memoria un tempo in cui era felice, e sperava un avvenire -migliore, le abbia inacerbito il sentimento dei suoi disinganni; o che -ripensando il tempo in cui poteva ispirare degli affetti così ardenti, -abbia sentito con più amarezza il rammarico della sua gioventù e della -sua bellezza perduta innanzi tempo; o che l'immagine di quello schietto -e profondo amore giovanile, le abbia fatto parer più triste di non -essere stata amata da colui al quale aveva consacrata la vita; il fatto -è che quando abbassò il ventaglio — con mia grande meraviglia — aveva -il viso tutto rigato di lagrime. - -— Signora! — le dissi vivamente, prendendole una mano. — Che vedo -mai?... Le ho ridestato qualche ricordo doloroso? Mi perdoni.... -sono stato imprudente.... non me ne darò mai più pace.... Mi perdoni, -signora! - -Essa fece cenno di no, che non avevo nessuna colpa; poi sorrise e si -asciugò gli occhi con una mano lasciando un momento l'altra mano nella -mia. - -In quel punto il treno era arrivato alla stazione dove io dovevo -scendere. - -— Signora, — le dissi al momento di mettere il piede sul montatoio — mi -faccia una grazia.... mi permetta di baciarle la mano che teneva fuori -del palchetto! - -Me la porse, glie la baciai tre volte, e rialzando il viso, vidi nel -suo atteggiamento e nei suoi occhi una così cara espressione di bontà, -di mestizia, di rassegnazione; e nello stesso tempo tanta dolcezza e -tanta grazia, che rimasi un momento attonito a guardarla ed esclamai -ingenuamente e con tutto il cuore: — Siete sempre bella! - -— Non è vero! — rispose mestamente, ma sorridendo, e fece cenno di no -col ventaglio. - -Io m'allontanai, mi voltai indietro e feci cenno di sì col capo. - -— No, — ripetè essa col ventaglio — e si ritirò dallo sportello. - -Il treno partì, e nello stesso momento uscì dallo sportello la sua -mano, che rimase così appoggiata, col ventaglio in giù, nello stesso -atteggiamento in cui soleva tenerla fuori del suo palchetto al teatro. - -Il viso non ricomparve. - -Io accompagnai quella mano cogli occhi. - -Era un addio — era un'immagine della sua giovinezza e della mia -adolescenza — era un rimpianto del passato — era un'espressione di -gratitudine — era qualche cosa d'infantile, di pietoso e di melanconico -— era come la mano d'una morta che si fosse rifatta viva un momento -per dare un ultimo saluto alla vita. — Addio! Addio! — dissi nel mio -cuore quando mi sfuggì dalla vista — Addio, cara larva! cara memoria -mia! e rimasi.... rimasi come tu mi trovasti quando c'incontrammo nel -vestibolo della stazione. - - - - -EMILIO CASTELAR - - - 5 dicembre 1873. - - _Caro_ ***. - -È naturalissimo il tuo desiderio di sapere qualche particolare intorno -a Emilio Castelar, ed è giusto il rimprovero che mi fai di non averne -parlato che vagamente nel mio libro. - -Io solevo accompagnarlo da casa sua alle Cortes e lo conobbi in quelle -brevi conversazioni assai meglio che nei suoi libri. Non ti meravigli -ch'egli usasse così famigliarmente con me straniero e sconosciuto, -poichè, oltre ad essere molto alla mano con tutti, è così matto -dell'arte italiana, che coglie con piacere ogni occasione di parlarne -e d'udirne parlare anche dagli ignoranti. - -Il Castelar ha questo di curioso, che a vederlo, a stargli insieme, -nessuno direbbe mai che sia un grande oratore. All'aspetto non ha nulla -di notevole. È piccino, grassoccio, calvo, e ha due grand'occhi, che -spirano un'aria di cor contento. A udirlo poi, sembra meno che mai -quello stess'uomo che strappa gli applausi alle Cortes. Parla a pause, -stilla le parole come per pigliar tempo di cercare la frase, non casca -mai nella declamazione, non si lascia mai sfuggire un'espressione -che non convenga al linguaggio famigliare. Di più, mentre parlando -alle Cortes tratta ogni argomento con una specie di dignità tragica, -nella conversazione famigliare discorre in tuono di scherzo anche -delle cose più gravi. Se qualche volta esce dallo scherzo, casca -nell'indifferenza; ma non dà mai nel serio. Non ho mai visto sul suo -viso, nè udito nella sua voce la più leggera espressione di sdegno. E -infatti a lui, come oratore, manca assolutamente quell'_effet terrible_ -che descrive Vittor Hugo parlando del Mirabeau, e quella, se si può -dire, forza della collera, per la quale grandeggia qualche volta il -Gambetta. Egli piace, seduce e spesso commove; ma non fa mai paura. Non -si può dire che ha i _fulmini dell'eloquenza_; ma i lampi, i raggi, -che so io? l'iride; poichè i suoi discorsi brillano più di colori -gentili che di luce feconda. Un giorno che era annunziato un discorso -del Castelar, un ministro disse giustamente ai suoi colleghi: — Oggi -il pavone Castelar fa la ruota. — Ma aveva ragione anche un dotto -Carlista, il quale, rimproverato da un suo amico perchè gli piacevano -quelle _bolle di sapone_ del Castelar, si scusò dicendogli ch'eran le -più belle che si facessero in Spagna. - -Il primo giudizio che portai del Castelar, fu che non avesse punto -fiele nell'anima. Guardandolo negli occhi quando parlava senza ira -di gente che lo detesta e lo diffama, non gli vidi mai _quelle crespe -delle palpebre e quei guizzi e colori dell'orbe_, come dice benissimo -il reverendo padre Bresciani, che rivelano i sentimenti nascosti dalle -parole. Soltanto mi parve che non fosse insensibile alle punture -della gelosia oratoria, perchè un giorno, alle Cortes, nel momento -che si alzava Cristino Martos, oratore _de pelo en pecho_ (col pelo -sul petto), come si dice in spagnuolo, per dire un uomo di polso; e -che da tutte le parti della sala si faceva improvvisamente un profondo -silenzio; vidi il Castelar rannuvolarsi e tentar di far uno sbadiglio -che non gli riuscì di finire. - -Un sentimento che prova la sua gentilezza d'animo, e che non credevo di -trovare in lui, così genuinamente spagnuolo, è una profonda avversione -per le corse dei tori. — Non me ne parli! — mi disse un giorno facendo -un atto di ribrezzo: — è una stupida barbarie che vorrei veder bandita -per l'onore del mio paese. - -Da principio non riuscivo a raccapezzare come la pensasse in fatto di -religione. Spiritualista avevo capito subito che lo era; ma non capivo -se fosse cristiano, ossia se credesse nella divinità di Gesù Cristo. -La sua opera _La civiltà nei primi cinque secoli del cristianesimo_ -(quattro volumi che si potrebbero ridurre in uno, se si bada alla -sostanza, e che si vorrebbe fossero cento, se si bada alla forma) non -mi lasciava dubbio che fosse ardentemente cattolico. Per contro i suoi -discorsi politici non mi lasciavan dubbio che fosse libero pensatore. -Un giorno gli domandai _ex abrupto_ una spiegazione, e mi parve che -la domanda non gli riuscisse gradita, come segue di tutte le domande -che ci obbligano ad affermare qualcosa di cui non siamo sicuri. — Una -volta, mi rispose, ero cattolico; ora.... son razionalista. — E cambiò -discorso. È insomma anche lui di quei moltissimi che si agitano _fra -la fede e un dubbio serio ed inquieto_, come scriveva il Manzoni al -Giusti; e se avesse da dire in termini recisi quello che pensa e che -crede, si troverebbe imbarazzato. Certo è che la fede nell'esistenza di -Dio e nell'immortalità dell'anima, è il sentimento che gli ha inspirato -le più eloquenti parole dei suoi libri e dei suoi discorsi. - -Come tutti gli artisti, è un po' vano e ghiotto della lode; ma la sua -vanità è così ingenua, che non solo non ristucca, ma piace. Qualunque -lode gli si dia, se la piglia, sta zitto e lascia che si tiri innanzi, -come se si parlasse di un altro. Qualche volta poi dondola il capo come -per dire: — dite bene, avete ragione, io pure son di questo parere. — -Un giorno mi disse amichevolmente: Se lei vuol avere un'idea del mio -genere d'eloquenza, venga a sentire il discorso che farò la settimana -ventura contro la politica estera del governo. Ma lei dalla tribuna dei -giornalisti non può vedermi in viso, e perde il mio gesto.... Ebbene -le farò dare un biglietto per una delle tribune di rimpetto; così non -perderà nulla. — Il mio principale merito, — disse un'altra volta — è -quello d'aver saputo dire in lingua pura e in stile elevato molte cose -nuove che pare non si possano dire che a scapito della dignità dello -stile e della correttezza della lingua. — In questo modo si libera la -gente dalla seccatura di dare il proprio parere. Un giorno gli lessi -un brano d'un suo discorso che avevo tradotto in italiano, ed egli mi -disse candidamente: È bello anche in italiano. - -Come tutti gli uomini d'immaginazione viva e di cuor caldo è -facilissimo all'ammirazione, e non serba, nell'esprimere questo -sentimento, nessuna misura. Quando loda qualcuno o qualcosa, i suoi -amici non gli credono più. Un giorno, alle Cortes, un deputato domandò -a un collega, il quale aveva conosciuto il Gambetta a Parigi, se questo -Gambetta gli fosse parso veramente quel grande uomo che molti dicevano. -— Domandalo al Castelar, — gli rispose il collega; — egli lo conosce -meglio di me. — Che! — disse l'altro; — in queste cose il Castelar è un -bambino. — E in fatti la biografia del Gambetta scritta dal Castelar, -piuttosto che il ritratto d'uno storico fedele è il panegirico di -un partigiano infatuato. Un'altra volta un deputato, me presente, -domandò al Castelar che impressione gli avesse fatta Garibaldi la prima -volta che gli aveva parlato. Il Castelar allargò le braccia e alzò -gli occhi al cielo, esclamando con enfasi: — _Amigo! La de un hombre -extraordinario_ (quella d'un uomo straordinario). — Me lo immaginavo, -— rispose l'amico; — ma già su tutto quello che dici tu bisogna fare la -tara. E per dirne ancor una, ricordo che, mentre il Castelar mi levava -a cielo un tal Santa Maria di Siviglia che canta con molta grazia le -canzonette andaluse, affermando che il Tamberlick, il Mario, lo Stagno, -appetto a lui non valevano un fico secco, parecchi amici suoi diedero -in uno scoppio di risa, e uno gli domandò: — Ma quando la finirai con -codeste esagerazioni, don Emilio? - -Solevo interrogarlo intorno al lavorío col quale prepara i suoi -discorsi, intorno a quei segreti d'artista, _a quei misteri_, per dirla -con Giambattista Giorgini, _che l'anima celebra con sè stessa_. Egli -mi spiegò in che maniera fosse riuscito a parlare e a scrivere così -facilmente e correttamente, e le sue parole mi parvero la rivelazione -d'una nuova teorica dello scrivere, alla quale ho pensato continuamente -d'allora in poi. — Con chiunque parli, mi disse, — e di qualunque cosa -parli, non avessi che da dare un ordine al mio servitore, non trascuro -mai l'espressione, cerco sempre di dir la cosa come la direi se le mie -parole dovessero venir scritte o stampate in sull'atto. E ogni volta -che mi balena un pensiero, lo esprimo subito a me medesimo come se -dovessi esprimerlo a un altro; non mi lascio nulla nel capo in istato -di embrione; penso continuamente parlando con me stesso a periodi -finiti. — In fatti corregge pochissimo le cose scritte. Ma benchè -prepari di lunga mano i suoi lavori per scrivere bisogna che abbia -fretta. Diceva che non poteva far nulla, se non aveva lo stampatore -alla porta. - -Con lui parlavo spagnuolo, e ci voleva del coraggio; ma spesso mi -pregava di parlargli italiano. — Capisco l'italiano, — diceva, — -ma non lo parlo, perchè non lo voglio profanare. In Italia badavo -sempre a pregar la gente che mi parlassero italiano e non francese. -Bella! mirabile lingua! Però, lasciatemelo dire: se per la poesia è -meglio la lingua italiana, per l'oratoria preferisco la spagnuola. — -Su questo punto non voleva intendere ragioni. Qualche volta anzi gli -pigliavano dei dubbi anche sulla poesia, e ripeteva quei versi famosi -dell'Espronceda, coi quali un cavaliere imita il suono della corsa -sfrenata del suo cavallo: - - Mis ojos fuego en su inquietud lanzando - Campo adelande devorando van. - -E dicendoli con quella voce sonora e con quel gesto vigoroso, li faceva -parere anche più belli ed efficaci di quello che sono; ma è superfluo -il dire che non mi lasciava persuaso. - -Tutti sanno quanto egli ama l'arte italiana, ma soltanto quelli che lo -conoscono possono sapere quanto e come l'ha studiata. Non c'è quadro -o statua o basso rilievo di Firenze, di Roma o di Venezia ch'egli -non abbia stampato nella memoria e non sia in grado di descrivere -minutamente come se l'avesse visto il giorno innanzi. Parla delle -nostre città, nominando strade, palazzi e porte, come parla di Toledo -e di Siviglia. Firenze, _la ciudad_, com'egli la chiama, _de la -inteligencia_, è la sua città prediletta. — _Allì_, mi disse un giorno, -_el último limpiabotas tiene mas sello academico que nuestros individuo -de número_. — (Là l'ultimo lustrascarpe ha più carattere accademico che -i nostri accademici). Un giorno, mentre alcuni amici suoi parlavano -di politica, egli interruppe bruscamente la conversazione, a cui non -badava, e fermandosi in mezzo alla strada colle braccia incrociate -sul petto, esclamò con un accento di profondo stupore: — _Y decir que -la puertas de Ghiberti son del siglo quince!_ — (E dire che le porte -del Ghiberti sono del secolo quindicesimo!) Quando si parla d'arte -italiana, va in visibilio. L'ho visto cangiar di colore e tremare -discorrendo d'un quadro del Tintoretto — _Mas si os digo_, — gridava -battendosi la mano sulla fronte — _que se siente crujir la seda!_ — (Ma -se vi dico che si sente il fruscío della seta!) - -Avrei da scrivere molto se volessi riferire tutti i detti arguti che -intesi da lui, e gli aneddoti ameni di cui è amantissimo. - -Diceva dello Zorilla: È un uomo che ha tutti i difetti d'un -temperamento artistico, senz'alcuna delle buone qualità. - -A un amico materialista che gli aveva mandato un libro, nel quale -trattava dell'influsso del cibo sul pensiero, diceva: — Sta bene, ma -tu devi ancora scrivere un libretto per dimostrare quali sono i passi -del _Don Chisciotte_ che il Cervantes scrisse nei tempi in cui mangiava -pane di granturco. - -Raccontava che un giorno, essendo a desinare in una famiglia, la -padrona di casa, in fin di tavola,, gli aveva detto, arrossendo un -pochino: — Signor Castelar, lei ci dovrebbe fare l'immenso favore di -declamarci un bel discorso mentre prendiamo il caffè — Qui il Castelar -rimaneva muto rifacendo tale e quale il viso che aveva fatto in quel -momento, e ti assicuro che c'era da scoppiare dalle risa. - -Un giorno passeggiando nel Prado, il Castelar, un suo amico monarchico -e un terzo importuno ch'ero io, vedemmo venir verso di noi un uomo -colla faccia stravolta, che parlava e gesticolava da sè. Il Castelar -mi tocca col gomito e dice sottovoce: — Costui è uno che aspirava -alla corona di Spagna. Prima che fosse eletto il duca d'Aosta andava -egli stesso distribuendo ai deputati le schede col suo nome per il -giorno della votazione. Non si faccia scorgere: è matto. — Il matto -intese quelle parole, e si fermò; qualcuno che passava si fermò pure; -si formò un gruppo di gente. Quando fummo a due passi da lui, prese -un atteggiamento drammatico e voltandosi verso il Castelar, gli disse -ad alta voce: — Ebbene, sì, io volevo esser re; ma non sono mai stato -un impostore come lei! — Detto questo si allontanò brontolando; la -gente rise; il Castelar fece uno sforzo per ridere egli pure, ma -era diventato rosso come una fragola. — Bravo! — gli disse l'amico -battendogli la mano sulla spalla; — son contento di vedere che non -hai ancora perduto il pudore. — E che! — rispose pronto il Castelar; — -credevi che io fossi diventato monarchico? - -La sua sala di studio, in casa, è l'immagine della sua testa; o per -meglio dire, era l'immagine, perchè non so se il Presidente della -repubblica viva ancora come viveva il modesto deputato. Statuette, -vasi di fiori, gabbie d'uccelli, opere di filosofia, libri di versi, -medaglie antiche, cataloghi di musei, atti ufficiali, lettere di -elettori, stampe, ritratti, giornali, opuscoli; si vedeva un po' -d'ogni cosa sparpagliato sui tavolini, sulle seggiole e pel pavimento, -in un disordine pittoresco, che faceva ridere e fantasticare. Là, -in mezzo ai suoi amici e ai suoi libri, il Castelar era più bello -a vedere che alle Cortes. Un giorno un amico suo fece il giro della -sala con una bacchetta in mano, e toccando l'uno dopo l'altri tutti i -cassetti dei tavolini, disse col tuono d'un cicerone: — Signori! Qui -sono i manoscritti pei giornali del Perù. — Qui, quelli pei giornali -del Messico. — Qui, quelli pei giornali di Cuba. — Qui, quelli pei -giornali del Brasile. — Qui, quelli pei giornali degli Stati Uniti. — -E qui, quelli pei giornali del vecchio continente. Quando un editore -si presenta, il Castelar apre un cassetto, vi tuffa le mani a occhi -chiusi, e butta via quello che trova. — Il Castelar disse una volta che -le corrispondenze dei giornali d'America gli rendono quindicimila scudi -all'anno. E pensare che pochi anni prima, per guadagnare qualche soldo, -scriveva prediche per preti di campagna! - -Mi raccontò egli stesso, un po' per volta, le prime vicende della sua -vita, dicendomi di tratto in tratto che, se volevo, pigliassi pure -degli appunti. È nato a Cadice nel 1832. Suo padre, uomo studioso, -benchè agente di cambio, e possessore d'una ricca biblioteca, morì -in età ancor fresca, lasciando la moglie e il piccolo Emilio, che -non aveva ancora sette anni, in grandi strettezze. Una sua sorella -d'Alicante li accolse in casa tutti e due, e la signora Castelar si -consacrò tutta all'educazione del figliolo, facendo per lui, fra gli -altri sacrifizi, quello di conservare e di arricchire la biblioteca -paterna, affinchè egli prendesse per tempo amore ai libri. Il Castelar, -in fatti, ebbe fin da ragazzo, più che amore, manía per la lettura, e -l'ha ancora, poichè legge continuamente, per le strade, nelle Cortes, -a tavola, a letto, nel bagno, da per tutto dove può tener sotto gli -occhi un libro o un giornale. Con questo gran bisogno di leggere nacque -in lui quasi ad un tempo un gran bisogno di parlare, e ancora bambino, -diede prova di straordinaria facondia. — Facendo gli altarini — mi -disse, — io e i miei piccoli compagni, solevamo pronunziare ciascuno -un'orazione sacra dall'alto d'una seggiola ravvolta in una coperta da -letto. _Yo era el espanto de todos._ (Io ero lo spavento di tutti). — A -dodici anni fu mandato a Elda, dove studiò la lingua latina, e cominciò -a scrivere con grande ardore novelle, discorsi storici, dissertazioni -religiose, poesie, commedie, poemi, saggi d'audacia, com'egli disse, -più che d'ingegno; i quali finiron tutti nel fuoco. Le prime vere prove -d'ingegno e d'eloquenza le diede in Alicante dove si trasferì nel 1845 -per fare il corso di _segunda enseñansa_. Qui si dedicò con entusiasmo -alla filosofia, alla storia e alla letteratura, e in questi studi andò -innanzi d'un gran tratto a tutti i suoi colleghi, parecchi dei quali, -che seggono ora nelle Cortes e professano principi politici affatto -contrari ai suoi, come don Carlos Navarros, il Gallastra ed altri, -attestano che sin d'allora era opinione di tutti, ch'egli sarebbe -diventato un grande oratore e un grande scrittore. Da Alicante andò -nel 1848 a Madrid, dove vinse al concorso un posto gratuito d'alunno -nella _Escuela nacional de filosofia_, e d'allora in poi, non solo -provvide al suo mantenimento, ma scrivendo nei ritagli di tempo che gli -lasciavano gli studi, guadagnò tanto da mantenere sua madre. Pubblicò -in quel tempo, tra le altre cose, un giornaletto letterario, in cui -i letterati ammirarono per la prima volta il suo stile nitidissimo -e scintillante. Suo cugino don Antonio Aparisi, il rinomato oratore -cattolico, leggendo un giorno uno di quegli articoli, disse alla -signora Castelar: — Zia mia, bisogna aver gran cura di questo ragazzo, -perchè se continua come ha cominciato, farà molto rumore nel mondo. -— Fin qui, però, le glorie del Castelar non erano state che glorie -scolastiche. Egli si rivelò per la prima volta alla Spagna nel 1854, -all'età di ventidue anni. Un amico, incontrandolo un giorno per strada, -gli annunziò che c'era un'adunanza popolare nel Teatro Reale, e gli -domandò perchè non ci andasse. Il Castelar non rispose altro che: — -Vado — e corse al Teatro. Quando arrivò, molti oratori avevano già -parlato, il pubblico era stanco, l'adunanza stava per sciogliersi. Ciò -non ostante il Castelar, risoluto a parlare, salì sul palco scenico e -cominciò: — Signori! Io vengo qui a difendere le idee democratiche.... -— Un vivo bisbiglio di disapprovazione lo interruppe. La sua persona -esile, la sua voce sottile, il suo atteggiamento fanciullesco, -non ispiravano alcuna fiducia; lo presero per uno scolaretto; gli -gridarono: — Basta! Basta! Un'altra volta! Un'altra volta! — Il -Castelar, piccato, s'incaponì e tirò innanzi. A poco a poco si fece -silenzio; poi s'udi qualche voce d'approvazione; a un tratto, scoppiò -una tempesta d'applausi; infine ogni periodo fu applaudito con furore, -l'oratore venne condotto fuori quasi in trionfo, il suo nome corse -di bocca in bocca, i giornali di Madrid lo levarono a cielo, tutta la -Spagna, in pochi giorni, lo ripetè: il Castelar fu celebre da quella -sera. La España, autorevole giornale letterario, disse, pubblicando -il suo discorso: — _Està destinado a reemplazar à todos nuestros -grandes oradores y à reemplazarlos con ventaja._ — E il pronostico s'è -avverato. - -Ora ha in mano le sorti della Spagna, se pure le sorti d'un paese così -sfasciato possono mai ridursi nelle mani d'un uomo solo. Che cosa farà? -È un riesci, come si dice in Toscana. Ma io questo ti posso dire, -che quando lo vedevo, in mezzo ai suoi amici, prorompere in scoppi -di risa da giovanetto di quindici anni; o volgere in mente qualche -bel periodo poetico da incastonare in un discorso, mentre un collega -badava a parlargli di leggi e di votazioni; o fare il viso del malumore -perchè il giorno che doveva parlare non c'eran signore nelle tribune; -e in tutte le conversazioni saltar sempre dalla politica all'arte, -dal ragionamento al sentimento, dalla terra alle nuvole; se qualcuno -m'avesse detto allora: — Costui fra un anno governerà la Spagna in -queste e queste condizioni, — con tutta l'ammirazione che avevo per -lui, avrei dato una scrollatina di capo, e detto tutt'al più: Chi sa! -le vie della Provvidenza sono infinite.... - -E poi leggi questo brano di discorso pronunziato da lui alle Cortes, -due anni fa. — «Come? Non è individualista il ministro dell'interno? -E se è tale, non comprende il gran poema della libertà di commercio? -La terra ha attitudini diverse; i climi dánno diversi prodotti; ma -grazie al grand'Ercole moderno, grazie al commercio, con codeste navi -che ora paiono grandi uccelli marini, e ora lasciano la bianca traccia -nell'acque e la densa nube di fumo nell'aria, si riuniscono tutti i -prodotti; la pelle che il Russo strappa agli animali smarriti nei suoi -deserti di gelo e la foglia del tabacco che cresce al sole ardente del -tropico; il ferro scoperto in Siberia e la polvere d'oro che il negro -d'Africa raccoglie nell'arena dei suoi fiumi; le stoffe tessute in -Inghilterra e i prodotti tratti dal seno dell'India, e tinti dei colori -dell'Iride da quelle società, primi testimoni della storia; il dattero -di cui si alimentava il patriarca biblico sotto le palme dell'antica -Asia, e le perle preziose che genera il vergine seno della giovine -America; il grato succo delle viti che abbellano le rive del Reno e -l'ardente vino di Xeres, che reca disciolto nei suoi atomi il raggio -del sole di Andalusia per riscaldar le vene degli intirizziti figli del -norte....» - -A me pare che questo periodo basti per giudicare il Castelar come uomo -politico, come bastano certi sorrisi a rivelare tutta l'anima d'un -uomo. Mi pare che un oratore il quale fa in un parlamento una tirata di -quella natura non possa esser capace di portare a salvamento la baracca -d'uno Stato. - -Ma quando quest'uomo stesso, slanciandosi audacemente, non per -proposito rettorico ma per impulso irresistibile del cuore, fuor dei -confini dell'eloquenza politica, esclama con una voce che viene dal -più profondo dell'anima: — Amo questa terra bagnata dalle lacrime che -ho fatto spargere a mia madre! —; quando, accennando ai suicidi degli -schiavi di Cuba, pronuncia con un accento che ti rimescola il sangue -queste semplici parole: Signori deputati, che orrore! — quando, nella -furia d'un'ispirazione che soverchia quasi le sue forze, rovescia -sul parlamento attonito quei suoi periodi colossali, pieni di grandi -immagini e di grandi sentenze, che passano sonando e sfolgorando come -una legione di cavalieri del medio evo; quando, parlando di religione, -versa la piena dei suoi pensieri affettuosi e malinconici, con una -voce dolce e tremante, e col linguaggio solenne d'un sacerdote; quando -racconta un atto d'eroismo, quando ricorda una sventura, quando invoca -una memoria cara, quando consiglia, quando compiange, quando prega; -quando infine scorda il parlamento e sè stesso, com'egli dice, e non -vede più che terre e popoli lontani, e tutta la sua anima è nel suo -cuore, e tutto il suo cuore nella sua parola; oh allora, quanto egli è -grande ed amabile! come gli si perdonano tutte le sue vanità e tutte le -sue utopie! con che gioia gli si salterebbe al collo dicendogli: — Ah! -don Emilio, se non ti fossi mai immischiato nella politica! - -Infine, io credo che la miglior definizione che si possa dare di lui, -sia la seguente, la quale contiene in quel che dice la lode ch'egli -merita e in quel che tace la censura che gli è dovuta: - -È un grande artista e un gran.... buon ragazzo. - - - - -UN CARO PEDANTE - - -I mezzi pedanti, quelli che pedanteggiano per ambizione di farsi -temere, poichè non riescono a farsi ammirare; i pedanti maligni, che -s'accaniscono contro la parola perchè detestano la persona; i pedanti -freddi, che sorridono e disprezzano, sono gente volgare e noiosa. Ma -quello nato coll'istinto della pedanteria, quello che non dorme per un -francesismo, che si scorruccia con un amico perchè ha scritto _figlio_ -invece di figliuolo, che sente una compassione sincera per chi scrive -_toeletta_ invece di teletta, che inveisce contro un monosillabo colla -voce strozzata dall'ira; quello, infine, che si rode e si consuma, -che non è aguzzino, ma vittima, e che fa il pedante collo zelo e col -coraggio d'un missionario di Nostra Santa Lingua Immacolata, questa -specie di pedante mi piace e m'ispira rispetto, e credo che sarebbe un -peccato che se ne perdesse la semenza. - -Di tale specie era un pedante che conobbi a Firenze, del quale -m'è rimasto un ricordo amenissimo unito a un sentimento di sincera -ammirazione. - -La prima volta che lo vidi, giovanetto com'ero ed entrato allora, -a scappellotto, nella repubblica letteraria, mi fece una viva -impressione. Lo vidi una sera in fondo a una bottega di libraio, che -leggeva. Le sue mani lunghe e scarne, appoggiate sul libro, parevano -due enormi ragni che stessero in agguato per afferrare le mosche -_francesismi_. Il suo naso adunco, che quasi toccava la pagina, -arieggiava il becco d'un uccello che frugasse fra le parole per -trovare i vermi _improprietà_. Tutta la sua persona alta e magra, e -incurvata sul tavolino, mi dava l'immagine di non so che strumento di -tortura messo là per dilaniare lo scrittore che leggeva. Parlando col -libraio, ch'era piemontese, mi sfuggì qualche parola di vernacolo, -e nello stesso momento vidi apparire e sparire sul suo viso, che mi -si presentava di profilo, una gran macchia bianca.... il suo bianco -dell'occhio. Di tanto in tanto si addentava il labbro di sotto o rideva -con isforzo, facendo ballare le spalle. Tutt'a un tratto chiuse il -libro con dispetto e s'alzò esclamando: — Oh che gente! Oh che galera! -— Poi prese il cappello ed uscì. Tutti i presenti risero ed io pure. -Spinto dalla curiosità, m'avvicinai al tavolino e diedi un'occhiata al -libro.... Era mio! - -Qualche tempo dopo, domandai informazioni sul conto suo a un amico -che lo conosceva intimamente. — È una perla d'uomo, — mi disse; — ma -un po' stravagante. Figuratevi ch'egli vive due vite: la vita reale, -quella che viviamo noi, in mezzo ai nostri simili; e un'altra vita, -puramente immaginaria, in un piccolo mondo ch'egli s'è creato colla -lingua. In questo piccolo mondo, nel quale gli uomini son parole e le -frasi avvenimenti, egli vi mette, o per meglio dire vi prova tutte le -passioni che prova nell'altro. Ci ha le parole che ama come figliuoli, -le parole che odia, le parole che disprezza, le parole che perseguita, -le parole che gli turbano i sonni e le digestioni, le parole che lo -consolano e che l'aiutano a sopportare i malanni della vita. Vi sono le -frasi di cui si risente come d'un'ingiuria, quelle che lo affliggono -come una sventura domestica, quelle che gli mettono nell'anima dei -dubbi amari e lo fanno vivere in una continua inquietudine. Che suo -figlio diventi un cattivo soggetto e che la parola _cómpito_ cambi a -poco a poco di significato, son due calamità presso a poco uguali per -lui. Che l'Italia riesca a rassestare le sue finanze e che il verbo -_utimare_ pervenga a pigliare il posto del verbo _exploiter_, sono -due buone fortune che egli desidera col medesimo ardore. Egli ha una -sola grande aspirazione: che nel suo paese si scriva bene; e un solo -grande dolore: che non si sappia più scrivere. I suoi affetti, i suoi -pensieri, tutta la sua vita gira su questo perno: la purità della -lingua. - -Da altri seppi di lui altre cose, che mi parvero incredibili, benchè mi -fossero assicurate con insistenza. Si diceva che un giorno aveva tenuto -con un suo servitore il dialogo seguente: - -— Tonio, il caffè. - -— Ce lo porto. - -— Che hai detto? - -— Che ce lo porto. - -— Hai gli otto giorni per cercarti un altro padrone, manigoldo. - -Una volta, un suo conoscente, incontrandolo per via, gli disse: — Ho -letto con molto _interesse_ il vostro articolo. — Non me ne importa un -fico, — egli rispose, — e gli voltò le spalle. - -Si diceva che una sera, in una conversazione, aveva dimostrato con -un lungo ragionamento e colla massima serietà che un uomo capace di -scrivere, — _al di là dei monti_, — invece di — _di là dai monti_, — -messo al punto, sarebbe stato capacissimo di ammazzare a sangue freddo -suo padre. - -Fossero o non fossero vere queste cose, dopo averne sentite tante, -mi venne il desiderio di conoscerlo. Prima, però, volli sapere -precisamente che cosa pensasse dei fatti miei, benchè la scena accaduta -dal libraio non mi lasciasse alcun dubbio consolante. Un amico comune -lo interpellò e n'ebbe questa risposta: — Ditegli che per quel ch'è -sentimento, non c'è male; ma che per quello che riguarda la lingua, -scrive come un Seraceno. - -Meno male! — pensai. — Ora, almeno, so a che paese appartengo, e qual -è la _nazionalità_ di cui mi debbo spogliare. - -Gli fui presentato; m'accolse cortesemente. Il discorso cadde subito -sulla lingua. Gli domandai dei consigli. Sospirò, mi disse che i -tempi eran tristi, che non v'era più amor di patria, che i bricconi -avevan il mestolo in mano; le quali cose si riferivano unicamente -alla lingua, e non alla politica, come potrebbe parere. Gli domandai -quali degli scrittori del giorno, dei più illustri, s'intende, e -toscani, avrei potuto seguire, in fatto di lingua, per non uscire -dalla buona via; e glieli nominai uno dopo l'altro. — Il tale? — Per -amor di Dio! — rispose; — che mi tocca di sentire! — Il tal altro? — -Oh numi! Ci mancherebbe anche questa! — Tizio, dunque? — Oh povero -figliuolo, che cosa le passa per il capo! — E qui prese a citarmi -una lunga filza di francesismi, d'idiotismi, di neologismi, d'errori -d'ogni natura, sfuggiti a quegli scrittori, usando con la maggior -serietà tutte le espressioni che sogliono adoperarsi al proposito -degli scapestrati e dei malfattori, come ad esempio: — Le pare che -questo sia un procedere da galantuomo? — Non so il tale dei tali che -fine farà. — Bisogna proprio aver perduto ogni pudore, ecc., — a tal -segno che, sapendomi colpevole d'una gran parte degli errori di cui -accusava quei valentuomini, ebbi un momento il timore che m'agguantasse -per la cravatta e mi conducesse alla questura. — Ma chi dunque scrive -italiano? — domandai. — Nessuno! gridò, alzando il bastone. — Vi -sarà qualcuno che scrive con parole italiane, in lingua, frase per -frase, italiana; ma il complesso dello scrivere, ma l'ordito, ma il -processo del pensiero, per Dio, è francese! francese! francese! La -pelle è nazionale, il sangue che circola sotto, è barbaro! Barbari -tutti, italiani rinnegati, scrittori senza coscienza e senza cuore! Se -ne persuada, giovinotto! E una verità vergognosa, ma è la verità, la -verità, la verità! — In quel punto eravamo arrivati dinanzi alla porta -di casa sua. — - -Ma, — dissi io timidamente: — Alessandro Manzoni.... — Santissima -Vergine! — esclamò turandosi le orecchie colle mani, e infilò la porta -correndo. - -Un giorno assistetti a un battibecco curioso tra lui e il più grosso -dei _due fondatori della prosa borghese_, di cui parla il Carducci -nella sua poesia l'_Italia in Campidoglio_. S'era negli uffizi di -una Rivista mensile col Mamiani, il Berti ed altri barbari. Il nostro -personaggio inveiva contro «lo scellerato vezzo» di usare i nomi propri -senz'articolo. — Vi assicuro, — diceva, — che quando leggo _la casa di -Manzoni_ o _la statua di Dupré_, non capisco. - -— Andiamo, via, — gli rispose il prosatore borghese; — codesta è una -esagerazione. - -— Vi dico che non capisco! - -— Vi sostengo che capite benissimo. - -— Vi ripeto che non capisco! gridò il purista col viso acceso. - -— Giuratelo! — urlò il _borghese_. - -— Lo giuro, per Dio! — tuonò l'altro balzando in piedi, e picchiando un -gran pugno sul tavolino. - -— Avete giurato il falso! — ribattè il primo colla sua voce stentorea, -in mezzo alle risa e al vocío generale, — e se mi sfidate, v'ammazzo -senza pietà, perchè son sicuro che andate all'inferno! - -Il povero purista ricadde spossato sulla seggiola, esclamando con voce -fioca e gli occhi rivolti al cielo: — _La casa di Manzoni!_... Oh che -gente! Oh che paese! - -Un'altra sera entrò gravemente nella sala e disse con un accento -di tristezza e di pietà, rivolgendo la parola a tutti: Bisognerebbe -avvertire il Bonghi. - -Tutti pensarono che fosse accaduta al Bonghi qualche disgrazia. - -— Bisognerebbe, — continuò colla stessa gravità. — che se ne -incaricasse un suo amico intimo. È una cosa che ormai passa tutti i -limiti. Quell'uomo perde la testa. - -— Ma che cos'è seguíto? domandarono tutti con ansietà. - -Era seguíto che il Bonghi, in una delle sue rassegne politiche, -aveva scritto _le fila dell'opposizione_ invece di _le file_. Tutti -respirarono. - -E di questi aneddoti ne potrei citare una cinquantina. - -Con me, benchè mi tenesse in conto d'un buon diavolaccio, non potè -mai fare la pace. Riconosceva i miei sforzi ed anco qualche progresso -che avevo fatto dall'Arabia verso l'Italia; ma in fondo, per lui, -ero sempre un Seraceno, e lo diceva ai miei amici, onorandomi di un: -— Peccato! — e di un: — Forse, col tempo!... — che mi dava un po' di -consolazione. Qualche volta, poichè era pedante, ma uomo di cuore, mi -guardava fisso con un'espressione di benevolenza pietosa; pensava, -credo, con rammarico, che io così giovane, ero già così miseramente -traviato; prevedeva i dolori che m'aspettavano; si domandava che vita -avrei trascinata, che razza di educazione avrei data ai miei figliuoli, -che fine miserabile avrei fatta. Ma bastava che io gli domandassi -improvvisamente: — _Cosa_ pensa? — perchè vedesse ricomparire sulla -mia fronte il marchio inviso di Maometto, e mi guardasse come un'anima -perduta. - -Ora la semenza di questa specie di pedanti si va perdendo. In fatto di -lingua, tutte le maniche s'allargano; i puristi più austeri transigono; -gli stessi accademici della Crusca, e i migliori, si lasciano sfuggire -parole e modi nuovi, e tengon dietro al movimento della lingua; i -pedanti indietreggiano da ogni parte, incalzati dalla necessità e -dalla critica; la legione s'è ridotta un drappello, la marea monta e -li affoga. Eppure, sarebbe un peccato che rimanessero tutti affogati. -Nella letteratura, la varietà è ricchezza. È bene che ci siano i -demagoghi temerari e i reazionari arrabbiati. Questi Don Chisciotte -del vocabolario che si slanciano a lancia in resta contro le parole, -hanno il loro bello; questi carcerieri della lingua non sono inutili; -la critica del microscopio può far del bene. - -Oh mio buon pedante! non ti sdegnare contro di me, se ti cadranno -sotto gli occhi queste pagine: io ti giuro sul Corano che non ebbi -intenzione di offenderti. Io ti temo, ma t'amo, perchè nel tuo mondo -di parole tu sei un artista, e sei un artista perchè ami, soffri e -combatti. E prego il cielo che ti lasci lungo tempo ancora in questa -valle di lagrime e di francesismi. E t'auguro che il buon sacerdote che -ti assisterà nei tuoi ultimi momenti, ti parli correttamente la parola -di Dio. E desidero che quando tu non sia più, tutti rammentino il tuo -nome con affetto, nessuno con _interesse_; e che l'amico che scriverà -la tua necrologia, non turbi il riposo delle tue ossa, dicendo che tu, -su questa terra, hai fatto degnamente il tuo _cómpito_; ma proclami -altamente che hai esercitato con onore il tuo ufficio. E chieggo a -Dio come una grazia che se l'anima del Petruccelli della Gattina è -destinata a salvarsi, egli la ponga in un altro cerchio del paradiso, -perchè la tua felicità non sia turbata dal ridestarsi delle ire e dei -dolori terreni. E così sia. - - - - -UNA VISITA AD ALESSANDRO MANZONI - - -È male parlar di sè, e peggio scriverne; ma quando l'Io, invece -d'essere lo scopo di quello che si dice, non è che un mezzo per dire -più facilmente e con più garbo cose che riguardano altri e possono -riuscire gradite a molti, mi pare che sia lecito di servirsene; e tanto -più quando quest'_altri_ sia Alessandro Manzoni, e quell'_io_ tanto -piccino da non poter neppure essere sospetto di vanità. - -Lasciatemi dunque cominciare dal piccino. - -Io ero in collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio -professore di letteratura italiana, quando gli presentavo una poesia, -mi permetteva di leggerla, se gli pareva che lo meritasse, in piena -scuola; e i miei compagni solevano farla stampare a proprie spese, cosa -di cui mi rimorde ancora la coscienza. Una delle prime poesie stampate -fu un canto alla Polonia, ch'era in rivoluzione appunto in quell'anno; -nel qual canto dicevo ira di Dio dello Czar e del Papa, e facevo una -descrizione fantastica dell'isola di Caprera, assicurando che il sole -vibrava su quell'isola i suoi più splendidi raggi e gli angeli la -guardavano dall'alto con una viva simpatia. - -Questo canto, concepito un giorno che il direttore m'avea messo a pane -ed acqua, e composto quasi per intero nelle tenebre del Dormitorio, -mi pareva allora una gran cosa; tanto che a un mio vicino di banco, il -quale, dopo lettolo, mi aveva detto gravemente: — Questo canto resterà, -— io, stringendogli la mano, avevo risposto con non minore gravità: -— Speriamo. — In fine m'ero tanto montata la testa, che un bel giorno -misi una fascia all'opuscoletto, stesi una lettera di accompagnamento, -scrissi sulla busta e sulla fascia: — Al signor Alessandro Manzoni —, e -buttai lettera e opuscolo, dopo esser stato un po' colla mano per aria, -nella buca della posta. - -Passa una settimana, passano quindici giorni, passa un mese; nessuna -risposta. Non me ne meravigliai; sapevo che il Manzoni scriveva -pochissimo; m'avevano detto che riceveva ogni giorno un monte di -lettere e di libri; era naturalissimo che avesse buttato i miei -versacci in un canto; non ci pensai più. - -Un giorno, nel tempo della ricreazione, mentre facevo la ginnastica -sulle parallele, il direttore mi chiama, corro, mi dà una lettera. Il -carattere dell'indirizzo mi era sconosciuto. Guardo il bollo: — Milano -— Chi può essere? Apro, leggo in capo alla prima pagina _Gentilissimo -giovanetto_; volto, tutto il foglio è scritto; volto ancora, e vedo in -fondo alla quarta pagina _Alessandro Manzoni_. - -Come rimanessi non lo so dire. Sul primo momento mi s'imbarbugliò la -vista e mi tremaron le ginocchia; poi rimasi qualche tempo immobile, -guardando quella firma, che pareva s'ingrandisse e s'impicciolisse -a vicenda, come per effetto d'una lente avvicinata e rimossa. Infine -corsi in un angolo appartato del cortile e lessi. - -Ah, mio Dio! Io non posso ricordar quella lettera senza un sentimento -di mestizia. Riguardo ai consigli ch'io avevo avuto l'audacia di -chiedere, c'era detto: — _Anch'io, nella prima gioventù, m'ero formato -di scritti altrui un concetto dal quale, col crescer degli anni, ho -dovuto detrarre. E non di meno non ho poi provato rammarico d'un errore -che m'era stato occasione di voler bene anche ad uomini con cui non -avevo alcuna conoscenza. Così spero che avverrà anche a lei riguardo a -me e alla mia memoria._ - -Riguardo alla poesia. — _Se le dicessi che i versi mi paiono senza -difetti, sarei un adulatore; ma parlerei ugualmente contro il mio -intimo sentimento se dicessi che non mi par di vederci il presagio -d'un vero poeta. In mezzo a di que' difetti che col tempo si perdono, -ci sento (non dia a queste parole altro valore che quello della più -schietta sincerità) quelle virtù che col tempo si perfezionano e che -nessun tempo può far acquistare._ - -Riguardo ai versi della poesia che accennavano al Papa: — -...._Religione e patria sono due gran verità, anzi, in diverso grado, -due verità sante; e ogni verità può spiegar tutte le sue forze e usar -tutte le sue difese senza insultarne un'altra. È vero che le persone -sono naturalmente distinte dalle istituzioni, ma ci sono degli ordini -di cose in cui gli oltraggi (parlo di oltraggi, non di ragionamenti, -che, del resto, non sono materia di poesia) in cui, dico, gli oltraggi -alle persone non possono non alterare il rispetto e la dignità della -istituzione medesima_, ecc. - -E infine v'era scritto: — «_Ho qui nel mio giardinetto un giovane -melagrano che questa primavera ha portato molti fiori, i quali in parte -sono caduti, in parte allegano: il rigoglio di tutti e il sano vigore -di alcuni annunziano insieme che quest'alberetto è destinato a dar -frutti copiosi e scelti._» - -La lettera, ora che scrivo, è in un quadretto, e colui che -dovrebb'essere il melagrano carico di frutti, la guarda con un misto -di tenerezza e di rammarico, pensando alle sue splendide speranze dei -sedici anni come a un bel sogno di tempi lontani. - -La lettera fu per il collegio un grande avvenimento; il professore -di letteratura la lesse nella scuola; fuori del collegio, gli amici -volevano vederla; io non capivo più in me della contentezza; la -rileggevo cento volte al giorno; me la dicevo a memoria; la notte -sognavo che me l'avevan rubata; per istrada mi pareva che quei che mi -passavano accanto si ammiccassero fra loro, come per dirsi: — Eccolo -là; — a tavola facevo i bocconi piccini, in iscuola pigliavo degli -atteggiamenti ispirati; in casa dei parenti sorridevo con una bonarietà -affettata, per far vedere che, in fin dei conti, mi consideravo sempre -come loro parente. - -Quando si dice, le previsioni! Da quell'anno in poi non ho più scritto -un verso altro che per onomastici di famiglia; non ho più avuto nemmeno -la tentazione di scriverne; e sono ora profondamente persuaso che non -sono nato per far dei versi. Chi me l'avesse detto allora, quando un -prosatore mi pareva appena un uomo, e dicevo, leggendo il romanzo _I -promessi sposi_: — Peccato che non sia in ottave! - -Quattro anni dopo ero sottotenente di presidio a Pavia, con un -battaglione del mio reggimento. Non avevo mai visto Milano. Una -mattina, svegliandomi, mi viene il ticchio di farci una scappata. Ma, -e il permesso? To', bella idea! Mi faccio mandar da casa la lettera -del _melagrano_, la mostro al tenente-colonnello, e gli dico: — Vorrei -andar a Milano a vedere il Manzoni. — Così feci; la lettera venne, -la diedi al mio capitano e lo pregai di domandarmi il permesso. Il -tenente-colonnello, quando intese, prima di vedere la lettera, lo scopo -della mia gita, esclamò: — Oh! oh! nientemeno! — come per dire: — Ci -vuol della faccia; — ma, visto ch'ebbe la lettera, accordò il permesso -dicendo: — È un altro par di maniche; vada e ce ne porti notizie. - -Partii la mattina seguente, era domenica, faceva un bellissimo tempo. -Arrivato a Milano e sbarcato in non so che albergo vicino al duomo, -domandai a un piccolo cameriere dove stesse di casa il Manzoni. — _El -negoziant de mobil?_ — mi domandò alla sua volta. Ma che _negoziant de -mobil_, — risposi; — il conte senatore scrittore Alessandro Manzoni. -— Oh mi scusi! — esclamò il ragazzo arrossendo: — io credevo....; il -senatore Alessandro Manzoni sta in piazza Belgiojoso; — e mi descrisse -la casa. Era di buon'ora, scappai a vedere il Duomo, poi difilato in -piazza Belgiojoso. Come mi battè il cuore quando vidi quella casa! -Con che venerazione mi levai il chepì entrando nella stanzina del -portinaio! Ma ahimè! Alessandro Manzoni era a Brusuglio. Salii subito -in una carrozza e mi feci condurre a Brusuglio. Strada facendo pensavo -alle prime parole da dirgli; alla maniera di baciargli la mano prima -che avesse tempo di ritirarla, come sapevo che faceva sempre; al modo -di tener la sciabola in sua presenza. Star davanti al Manzoni, pensavo, -colla sciabola! Mi pareva che non andasse; l'avrei lasciata volentieri -nella carrozza. Per la strada passavan contadine e contadini; mi -parevan tutti visi di sante persone; in ogni vecchietta vedevo Agnese, -in ogni giovane Renzo, in ogni bimbo Menico. Guardavo con insolito -piacere quel cielo di Lombardia _così bello quand'è bello_, e quella -campagna verde e tranquilla; i miei sentimenti e i miei pensieri, -via via che mi avvicinavo, s'innalzavano; provavo quello che si prova -salendo su per una montagna; mi pareva di respirare un'aria sempre più -pura, e la mia mente si staccava dalla terra. - -La carrozza si fermò dinanzi alla villa, scesi, entrai nel giardino, un -servitore mi venne incontro a domandarmi chi cercavo. Glie lo dissi: -mi guardò da capo a piedi, e mi rispose un _ma_, che voleva dire: — -Non so se sarà ricevuto. — Allora gli mostrai la lettera, la prese e -accennandomi che lo seguissi si diresse verso la porta d'una stanza -a terreno, dove entrò, dopo avermi pregato d'aspettare un momento. -M'appoggiai all'uscio e tesi l'orecchio. Dopo un momento sentii una -voce tremola pronunziare lentamente queste parole: — _Gentilissimo -giovanetto. Degl'incomodi abituali non m'hanno permesso di ringraziarla -nel primo momento, come desideravo vivamente, dei versi ch'Ella m'ha -fatto il favore d'inviarmi_.... — Qui la voce tacque, e subito dopo -uscì il servitore, il quale mi fece riattraversare il giardino ed -entrare in un salotto, dove mi lasciò solo dicendomi: — Ora viene. - -Io stetti qualche minuto guardando la porta cogli occhi fissi, con -tutta la persona immobile, respirando appena, come se fossi stato -davanti a una macchina fotografica. - -La porta s'aperse.... - -O miei benevoli amici e non amici, che mi avete detto tante volte e -con tanta ragione, che il mio cuore è una spugna, che i miei occhi -son due fontanelle di lagrime, che i miei soldati sono donnette e che -tutte le righe dalle mie pagine sono come tanti rigagnoli che corrono -al gran mare del pianto in cui morirò un giorno annegato, siate giusti; -riconoscete che almeno questa volta io avevo diritto d'intenerirmi; -confessate che anche voi altri vi sareste sentiti un leggero moto di -convulsione alla gola; e allora mi farò animo e vi dirò che io, lungo -come un granatiere, io, colla mia sciabola d'ordinanza e colle mie -pompose spalline, io, quando il Manzoni comparve, gli corsi incontro, -gli afferrai la mano e diedi in uno scroscio di pianto così improvviso, -così violento e così sonoro, che quello di uno qualunque dei miei -soldati sarebbe parso, al confronto, un vagito di bambino. - -Il buon vecchio mise la sua mano sulla mia e mi disse con accento -amorevole: — Vede.... cosa vuol dire avere un carattere così.... buono -e.... ingenuo; si provano delle sensazioni.... violente; si rimetta, -via.... si rimetta. - -Riferire per ordine la conversazione che seguì poi, se si può chiamar -conversazione un dialogo nel quale uno dei due interlocutori dice -appena quello che è indispensabile per dar appiglio all'altro di -parlare, non saprei. Ricordo che mi domandò sorridendo: — E la poesia? -— e che avendogli io risposto che l'avevo lasciata in disparte, mi -disse: — Torneranno, torneranno i tempi per la poesia. — Ricordo che -parlò della battaglia di Custoza e disse: — _Fracta virtus!_; che -recitò due strofe di una canzonetta del Brofferio intitolata: _El -baron d'Onea_, fermandosi al verso: _a sauta_, _a pista_, _a braia_, -per non dire la parola licenziosa ch'è nel verso seguente; che parlò, -richiesto ripetutamente, del _Cinque maggio_, dicendo che gli aveva -suggerito di scrivere quell'ode sua madre, mentre egli, all'annunzio -della morte di Napoleone, s'era messo a declamare dei versi del Monti; -ode, soggiungeva, piena di latinismi e di francesismi, della quale era -ben lontano, quando la scrisse, dal prevedere _quel po' di fortuna_ che -aveva avuta in seguito; e m'indicò, se non sbaglio, il tavolino su cui -l'aveva scritta. Su quel tavolino v'era il _Fior di memoria_ del Cantù, -che gli diede occasione di parlare d'un suo nipotino, il quale comparve -poco dopo. Dopo il nipotino comparve il suo figliuolo primogenito. — -Vede, disse il Manzoni, che questo figliuolo è una terribile fede di -battesimo e che non posso più fare il giovanotto. — A una cert'ora mi -lasciò per andar a desinare, e io rimasi solo, e mi misi a studiare a -memoria i quadri, i mobili, i libri; e mi stampai così bene ogni cosa -nel capo, che ce l'ho ancora, e sarei in grado di fare un inventario -appuntino di quel salotto, come ne ho poi fatto molte volte lo schizzo -a penna nella stanza dell'uffiziale di picchetto e nel camerino del -furiere. Quando tornò s'andò a fare un giro nel giardino. Ricordo -ch'ero impacciato a camminare, che inciampavo nella sciabola, che -parlavo senza garbo, che facevo delle domande scipite e che standogli -così accanto quasi da toccarlo colle gomita, avevo non so che vergogna -di esser più alto di lui di quasi tutta la testa, e cercavo di farmi -piccino; e provavo poi un vivo dispetto vedendomi in quel modo tutto -luccicante d'argento vicino a lui vestito modestissimamente, e mi -rincresceva di non essermi infilato il cappotto; e guardandolo quando -mi precedeva di alcuni passi che andava chino e lento sulle gambe mal -ferme: — Ah caro vecchio, dicevo tra me, se potessi darti la mia salute -e la mia forza, con che cuore te la darei, dovessi anche domandare -l'_aspettativa per infermità non provenienti dal servizio_! - -Venne finalmente l'ora d'andarsene; accommiatandomi, volli baciargli -la mano; egli mi porse il viso e sentì forse l'umidità delle mie -guance. — _Giuan, el legnn!_ — disse al suo cocchiere mentre uscivo; -lo ringraziai accennandogli la carrozza che mi aspettava. Vidi, -uscendo, le sue due belle nipoti, che forse avevano udito lo scroscio; -attraversai il giardino facendo un gran strepito con quella maledetta -sciabola che mi picchiava sulle gambe; e al momento di risalire in -carrozza, voltandomi, lo vidi ancora fermo sulla porta che salutava col -fazzoletto. - -— Addio! — risposi in cuor mio, — addio, padre, maestro, amico; addio, -santo consolatore; oh se fosse qui il mio reggimento e potessi farti -presentare le armi! - -E lo salutai militarmente, con tutte le regole, come avrei salutato un -generale. - -Arrivato a Milano, all'albergo, scrissi a casa una lettera di otto -pagine nella quale dicevo che Milano m'era parsa la più bella città del -mondo, che il Manzoni era un angelo e che io ero felice. - -La sera tardi arrivai a Pavia, e rientrando in casa trovai parecchi -amici sulla porta che mi domandarono tutti insieme: — Ebbene, l'hai -visto? gli hai parlato? - -— L'ho visto, gli ho parlato e l'ho anche baciato! risposi. - -— Sentiamo, — gridarono tutti in coro, — siedi e racconta. - -— Dirò tutto, — risposi; — ma lasciatemi fare un po' di prefazione. È -male parlar di sè; ma quando l'Io, invece di esser lo scopo di quello -che si dice, non è che un mezzo per dire più facilmente cose che -riguardano altri e che possono riuscire gradite a molti.... - -— Oh basta! — esclamarono gli amici — che seccatura! di' dunque, come -ti sei fatto ricevere? - -— Ve lo dirò, — cominciai; — ma bisogna ritornare un po' addietro. -Io era in Collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio -professore di letteratura.... - -Diavolo! senz'accorgermene ricominciavo a scriver l'articolo. Si vede -che dopo otto anni da quella visita, a pensarci, mi si confonde ancora -la testa. - - - - -ALCUNE OSSERVAZIONI SULLO STUDIO DELLA LINGUA ITALIANA - -(per i ragazzi non toscani). - - - - -LA LETTURA DEL VOCABOLARIO - - -Lessi, non è molto, in uno scritto dedicato a Teofilo Gautier, il -seguente periodo: — «Un giorno il Baudelaire gli domandò: — Come avete -fatto per imparare a scrivere in questo modo? — E il Gautier rispose: -— Ho studiato molto il vocabolario. — Si dice infatti ch'egli soleva -leggere il vocabolario con molto diletto. — Legger queste parole, -e veder come cadere un velo dinanzi ai miei occhi, e apparire un -vocabolario, come il pugnale a Macbetto, in aria, volto di costa verso -la mia mano, perchè l'afferrassi, fu un punto. Compresi, voglio dire, -tutto ad un tratto, e per la prima volta, che leggere il _Vocabolario -della lingua italiana_, leggerlo da capo a fondo, e rileggerlo, e -postillarlo, e farne spogli, e continuare a leggerlo, per consuetudine, -un po' tutti i giorni, è più che un bisogno, un dovere di coscienza, -non solo per chi scrive, ma per qualunque cittadino il quale desideri -di morire senza rimorsi. Mi rammento che al balenare di questa verità, -mi vergognai di non averla scoperta prima (per conto mio, ben inteso, -che del resto la scoperta ha le barbe); e che appuntando il dito -contro il calamaio, come per incaricarlo di rappresentare un momento -la mia persona, gli gridai: — Arrossisci! — Poi presi a snocciolargli -le molte ragioni, per le quali credevo che dovesse arrossire: — che -nessuno, cioè, può ragionevolmente credere d'avere studiato la lingua, -se non s'è servito del mezzo più semplice, più spiccio e più sicuro -di conoscerne, se non tutti, quasi tutti gli elementi, e che questo -mezzo non è altro che il _Vocabolario_, il solo libro nel quale della -lingua si può vedere tutta la ricchezza, e abbracciarne, per così dire, -il complesso, con una qualche sicurezza, nella quale l'intelletto si -riposi, e dalla quale proceda poi, con maggior ardimento, a studiare -nei libri. Che studiar la lingua soltanto nei libri, ed anco solo nel -popolo che la parla, è uno studiarla a caso, poichè nei libri non ce -n'è che una parte, nè il popolo la parla tutta, tacendo pure della -impossibilità, quando tutta la parlasse, di tutta raccoglierla; del -che si ha una prova nel fatto, che non v'è alcuno il quale scorrendo -del _Vocabolario_ solo una minima parte, non trovi un buon numero di -vocaboli propri a significare oggetti o fatti, ch'egli non soltanto -non ricordava, ma di cui non sopponeva nemmeno l'esistenza, e a cui -sostituiva definizioni, paragoni, giri di parole. Che il fatto di non -studiarsi tutto il _Vocabolario_ è cagione che un'infinità di cose non -si dicano mai, nè si scrivano da nessuno e in nessun luogo, neppure in -Toscana; non essendoci altra maniera, fuor di questa, di sapere come -si dicano, quando occorre di dirle, se non facendo ricerche spesso -lunghissime, qualche volta vane, sempre seccanti: onde si preferisce -di lasciar correre. Che nella lingua scritta, ed anco nella parlata -dalla gente colta, per ciò solo che non si studia il _Vocabolario_, c'è -molto meno varietà di quanta ce ne protrebb'essere, essendosi ciascuno, -a una certa età, formato un corredo di parole e di modi, che gli -bastano ad esprimere quello che ordinariamente ha da dire, e che però -non s'accresce più, salvo che per straordinarî bisogni; mentre colla -lettura assidua del _Vocabolario_ faremmo ciascuno al nostro linguaggio -buttare ogni giorno delle messe nuove, e potremmo dire ogni giorno -qualcosa di più, e di questo lavoro di tutti s'arricchirebbe la comune -lingua parlata e scritta. E altre molte ragioni trite e ritrite, ma non -mai ripetute abbastanza, la conclusione delle quali fu che io m'ero -ingannato fino allora nel considerare il _Vocabolario_ come un libro -fatto soltanto per rispondere quand'era interrogato; ch'esso era invece -un libro da leggersi per disteso, come una storia, o un trattato, o -un romanzo; e da tenersi sul tavolino da notte; e da portarselo, a -fascicoli, nelle passeggiate in campagna. - -Mi misi a leggere, cominciando dall'A, con grande ardore, e divorai -in pochi giorni parecchie centinaia di pagine, tempestando i margini -di note in modo da non lasciarli più vedere. Che volete? Il diletto -che ci provai fa tale e tanto, che non potei resistere al desiderio di -esprimerlo, e sospesa la lettura, tirai giù le linee seguenti. - -Mi raffiguro una sala immensa, nella quale siano stati raccolti e -schierati confusamente gli oggetti di cento Esposizioni universali. -Attraversare di corsa questa sala dev'essere un piacere della natura di -quello che si prova leggendo il _Vocabolario_. Voi trascorrete dalla -città alla campagna, dal mare alla terra, dalla terra al cielo, dal -cielo nelle viscere della terra, colla rapidità con cui trascorrerebbe -la vostra immaginazione abbandonata ai suoi grilli. Accanto a un -mobile di casa, vedete un'arma del medio evo, accanto all'arma un pesce -raro, più in là una pianta asiatica, poi un ingegno meccanico, poi una -pietra preziosa, poi un fiore, poi un edifizio, poi un tessuto. Trovate -strumenti di tutte le arti, termini di tutte le scienze, vestimenti di -tutti i popoli, usi di tutti i tempi, immagini di tutte le religioni. -V'accompagna per la via un vocío continuo intercalato di proverbi, -di bisticci, di frizzi plebei, di grida di meraviglia, d'insulti, -di complimenti, di beffe, di saluti. Incontrate una folla di parole -che vi paiono larve di persone; le dotte, tronfie, professori cogli -occhiali; le antiquate, archeologi tabacconi, pieni d'acciacchi, che -brontolano contro la gente nuova; le nuove, fresche, sfrontate, come -giovanotti entrati or ora nel mondo, con qualche lettera commendatizia -di scrittore autorevole; le comuni, uomini pubblici con un lungo -codazzo di clienti; le sinistre, soggetti da questura; le altisonanti, -spacconi da assemblee popolari; le leziose, nobiluccie affettate; le -sconcie, donnaccie senza pudore, con un marchio di riprovazione sulla -fronte; le straniere, viaggiatori smarriti; i diminutivi, frotte di -bambini, in lunghe file, colle mamme alla testa. E voi passate accanto -all'une, senza guardarle, come persone di casa; all'altre fate un -saluto in aria d'indifferenza; a queste correte incontro come a gente -dimenticata, che si rifaccia viva; a quelle vi fermate innanzi un -momento, per fissarvene in mente l'aspetto; e quale vi fa ravvedere -d'un errore, quale vi dà un consiglio amichevole, quale vi accenna un -fatto storico, quale vi espone una tradizione popolesca; e voi pensate, -ridete, fantasticate, e imparate lingua, storia, morale, poesia, -scienza, giuochi, mestieri finchè chiudete il libro storditi, come -all'escir da una sala dove aveste veduto insieme un teatro, un mercato -e un'accademia. Che si può trovare di più in un libro? Come si può -negare che sia un libro incantevole? E quando si potrà dire d'averlo -letto abbastanza? - -Il Mantegazza nella sua _Fisiologia del piacere_ ha dimenticato il -_Vocabolario_, ed è una dimenticanza che non gli si può perdonare. -Mi ricordo d'un professore di matematica, ardentissimo della sua -scienza, il quale, portate per la prima volta in scuola le Tavole -dei logaritmi, chinò il viso sul libro fino a toccare il margine -col mento, e agitando in alto le braccia tese esclamò con un accento -d'inesprimibile soddisfazione: — Com'è dolce nuotare in questo oceano! -— E così è dolce nuotare nel _Vocabolario_. Si va giù per le colonne -come per la corrente d'un fiume, e le parole sono villette, piante e -donnine schierate lungo la riva; ci si lascia andare, e si scivola -placidamente, pensando a mille cose, come quando si scartabella un -albo di paesaggi, e si canta. Il _Vocabolario_ è un libro fantastico. -Si dice che la lettura delle _Mille e una notte_ desta nella mente un -turbinío di immagini abbarbaglianti, che danno una specie di ebbrezza, -seguíta da sogni deliziosi. Cinquanta pagine di _Vocabolario_ suscitano -nella testa una folla d'immagini più fitta, più varia, più turbinosa, -che quella delle _Mille e una notte_. Chiuso il libro, chiudo gli -occhi, e vedo intorno a me una miriade di cose disparatissime, che -girano e s'inseguono, spariscono e riappaiono, come un nuvolo di -farfalle, produgendomi nella mente un tumulto piacevole, che mi dura -anco nel sonno. Il _Vocabolario_ eccita i sensi. - -E lasciando da parte i piaceri, e per farla anche un po' da pedante, -quante cose insegna nel suo casalingo linguaggio e colla sua paterna -bonarietà, quest'aureo libro! Col suo costante, semplice e severo -definire e specificare ogni cosa, dà contorno e lume alle vostre -idee; così che dopo la lettura d'un'ora, se vi mettete a scrivere, -non vi pare che quello che pensate e il come lo esprimete siano -mai abbastanza chiari e determinati, e non vi contentate più della -prima forma, e finite poi col far meglio. Col descrivere minutamente -quegl'infiniti oggetti, che noi sogliamo indicare aiutando la parola -col gesto, senza riuscir mai a porgerne l'immagine a chi non li abbia -veduti, ci esercita alla descrizione minuta, all'uso delle parole -proprie, a quel lavoro di musaico della lingua, a quella lotta contro -le piccole difficoltà, che gli scrittori di libri letterarî scansano -quasi sempre fingendo di sdegnarla, ma in realtà perchè la temono. -Poi, la curiosità è mezza scienza, e il _Vocabolario_ ci mette ad ogni -passo una curiosità; leggendo sentite il bisogno d'aver accanto ora -un botanico, ora un meccanico, ora un archeologo, ora uno storico, -chè l'affollereste di domande; non l'avete? la curiosità resta, le -domande si appuntano, alla prima occasione si faranno. E poi, parola e -pensiero son gemelli della mente: quante faville vi accende nella testa -il _Vocabolario_! Il Gautier diceva che ci son parole diamante, parole -zaffiro, parole rubino, che non domandano che d'essere incastonate; si -può dir di più; ci son parole che gettan l'idea d'un lavoro; parole -che dánno la sveglia a mille pensieri che ci stavano come ravvolti e -nascosti in un angolo della testa; parole che ci ravvivano la memoria -di tutto un libro dimenticato. E infine la lettura del _Vocabolario_ -fa l'effetto d'una lezione di modestia, perchè si può ben esser dotti, -ma in ogni colonna si troverà sempre quella parola che ci fa dire: — -Non sapevo! — e ci rende accorti d'una lacuna che avevamo nella mente. -Molti lo dovrebbero leggere non foss'altro che per esercitarsi a tirare -indietro, come la lumaca, le corna dell'orgoglio. - -Ma non solamente è un libro ameno, utile e morale; il _Vocabolario_ si -fa anco amare perchè è il libro più intimamente «nazionale» di tutta -la letteratura; ci han lavorato tutti i secoli, ci abbiamo lavorato -tutti; dotti, analfabeti, fanciulli; c'è un verso d'ogni poeta e un -periodo d'ogni prosatore; ogni grande avvenimento ci ha lasciato un -ricordo: c'è la storia della nostra lingua; vi si trovano le traccie -della lotta secolare tra la lingua prima e lo spirito trasformatore -del popolo; vi son le parole moribonde, le vittoriose, le storpiate, le -trasfigurate, le invulnerabili, le uccise, le sotterrate, le fracide, -le risorte; è un vero campo di battaglia sul quale tutte le nostre -provincie e tutte le nostre città hanno mandato soldati; è un libro -tutto patria; il più nostro di tutti; si prova, a scorrerlo, quel -piacere della proprietà che il Mantegazza annovera tra i più dolci; si -gode a maneggiarlo come a palpare un mazzo di chiavi di casa nostra; a -uno straniero che ci offendesse, daremmo sulla testa, in nome d'Italia, -a preferenza d'ogni altro libro, questo; a volte ci si sente presi di -vera tenerezza per lui; io gli batto la mano su, e gli dico; — Maestro, -amico, consigliere, che sai tutto e rispondi a tutto ed a tutti, fido -compagno degli studiosi, pedantone caro e glorioso, ti saluto! — - -Quante volte vi piglia la tentazione di consigliare la lettura del -_Vocabolario_ come farebbe un medico d'un medicinale! Quando voi, per -esempio, che non sapete parlare il dialetto, o che vi siete intestati -di non volerlo parlare, entrando in una casa di buona gente, vedete -ragazzi fuggire, signorine turbarsi, e padre e madre, dopo aver -tentato, a più riprese, ma invano, di farvi cambiare linguaggio, -pigliar quasi il broncio, e lasciar languire la conversazione; quanto -volontieri, all'uscire, consegnereste alla cameriera un biglietto di -visita con su scritto, a modo di ricetta: _Vocabolario!_ E quando vi -si presenta un giovanetto, del quale si narran meraviglie, laureato, -autore di belle poesie, che cinguetta il francese, l'inglese, il -tedesco, e che poi, messo al punto di dovervi raccontare in italiano, -alla lesta, non so qual caso seguíto a lui, s'impenna, si ripiglia, non -può dire quello che vuole, e butta fuori strafalcioni da pigliar con -le molle, con che matto gusto, finito quello strazio, gli mormorereste -nell'orecchio, a modo di pietoso confessore: _Vocabolario!_ — -Finalmente se si potesse fare quello che un mio amico repubblicano -desiderava; il quale, per gettare lo spavento in cuore ai partigiani -della monarchia che gavazzano alle spese del povero popolo, avrebbe -voluto che non so quale smisurato gigante immaginato da lui, lanciasse -dall'Alpi a Siracusa un tale grido di disperazione, da far traballare -le mura e andare in frantumi i vetri di tutti i palazzi d'Italia; -sarebbe a desiderarsi che questo gigante, rizzatosi in mezzo a tante -migliaia d'Italiani che non vogliono parlar la lingua propria, o la -stroppiano, o l'appestano, o la castrano, o la svergognano, gridasse -con tutta la forza dei suoi prodigiosi polmoni: — _Vocabolario_. - -E poichè in questi giorni, — come intesi dire a un negoziante — tutto -ciò che si scrive, anche in materia di letteratura, deve avere la sua -«conclusione pratica» ne tirerò una anch'io da questo scritterello. -E dirò come dice chiunque, ormai, che abbia tre lettere dell'alfabeto -in testa, quando vuol mettere innanzi una proposta; se fossi Ministro -della istruzione pubblica, dirò, metterei nel programma d'insegnamento -per le scuole del Regno, colla più profonda convinzione di far cosa -utile all'Italia, la lettura obbligatoria di tutto il _Vocabolario_ -della lingua, con spogli, commenti ed esame alla fine d'ogni anno. -«Come si dice in italiano questo? e quello? e quest'altro?» domande -ragionevolissime da fare a uno studente che sappia tant'altre cose. -Dicono: — C'è dei _Prontuari_! — Lavoro fatto, non ci credo; bisogna -comprar la lingua col nostro santo inchiostro e d'altra parte i -_Prontuari_ non contengon che nomi. Non c'è tempo! Vediamo: io ho il -Fanfani in mano, ultima edizione, millesettecento pagine, otto volumi -di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, dieci pagine al -giorno: - -— Un anno. - -Io continuo, e voi, ragazzi, seguite il mio consiglio: cominciate. - - - - -APPUNTI - - -Qualunque italiano non toscano, e specialmente un italiano delle -provincie settentrionali, il quale si metta a leggere il vocabolario, -si persuade fin dalle prime pagine di questa verità: che la lingua -italiana generalmente parlata e scritta nelle sue provincie è tanto -povera, — tanto scarsa, voglio dire, di vocaboli e di modi, — da -doversi chiamare piuttosto una _mezza lingua_, che una lingua intera. -Leggendo il vocabolario, infatti, si trovano centinaia e migliaia -di vocaboli e di modi vivi, efficacissimi, d'un significato che non -sapremmo rendere con altre parole; i quali nell'Italia settentrionale -non si dicono e non si scrivono mai, o rarissimamente, come se fossero -modi e vocaboli morti. È superfluo il dir la ragione di questo fatto, -il quale è comune a tutte le lingue da per tutto dove si parla un -dialetto. Ma non è inutile l'accennarlo e l'insistervi per dimostrare -ai giovani dell'Italia settentrionale i quali si dánno allo studio -della lingua italiana, come per prima cosa essi debbano cercare -d'appropriarsi di questa lingua quella grandissima parte che loro -manca, e della cui mancanza nulla ci può avvertire così prontamente e -così utilmente come la lettura del vocabolario. - - * - * * - -Si notino, per esempio, i seguenti vocaboli tolti dal dizionario del -FANFANI. - - APPICCICHINO. — Uomo che si appiccica ad altri per molestare, o - chiedendo o cianciando, o mostrando famigliarità soverchia. - - ATTACCHINO. — Più maligno, più pungente che _Attaccalite_. - - ATTIZZINO. — Chi attizza gli altri fra loro. Generalmente si dice - _mettimale_ che non è la stessissima cosa. - - CICALINO. — È superfluo notare la differenza che corre fra questa - parola e _cicalone_. - - DONNINO. ES.: _Che camera assestata tiene questo Pietro: è proprio - un donnino_ (Fanf.) - - FARFALLINO. — Uomo volubile. - - FICCHINO. — È quasi lo stesso che _Ficcanaso_; ma dicesi più - specialmente di chi, anche non invitato, cerca di andare o a - pranzi o a ritrovi, ecc.; mentre _Ficcanaso_ è chi si ficca per - curiosità più che per altro. - - FRUCCHINO (da Frucchiare). — Chi mette le mani per ismania di darsi - faccenda in diverse cose, e anche in una sola, ma con gran moto, - senza senno nè gravità, e senza che le cose nelle quali mette le - mani gli appartengano gran fatto. - - FRUGOLINO. — (dimin. di frugolo). — Una donnina, un bimbo, un ometto - che non sta mai fermo. - - GALOPPINO. — Uno che strappa da vivere facendo mille mestieri. - - GIRANDOLINO. — Lo stesso che Farfallino. - - PERTICHINO. — Nel linguaggio teatrale si chiama _pertichino_ quel - cantante che sta fisso in teatro, a un tanto il mese, e che - è adoperato a fare le parti più umili, ordinate solo a tener - bordone e far apparir meglio le parti principali. Si applica per - analogia ad altre persone. - - RABATTINO. — Persona ingegnosissima che in mille modi, ma sempre - per vie oneste, cerca di guadagnare e vantaggiare la propria - masserizia. - - STILLINO. — Lo stesso che _Rabattino_; ma dicesi anche di chi aguzza - l'ingegno per riuscire in alcuna cosa; da _stillare_, trovare - accortamente il modo di far checchessia; _stillo_, modo, via, - ecc. ES.: _Trova qualche stillo per divertire, o per tenere a - dada questa gente._ - - TRITINO. — Dicesi di chi ha la manía di vestir bene, ma non - potendoci arrivar colla spesa, ha sempre dei panni rifiniti, e di - poco valore. - -Quante volte, parlando e scrivendo, noi italiani del settentrione -abbiamo bisogno di queste parole, e non le sapendo, o non avendole, -come suol dirsi, alla mano, ne diciamo altre che non esprimono il -nostro pensiero! Invece di _stillino_, per esempio, uomo ingegnoso; -invece di _tritino_, vestito male; invece di _frugolino_, vivace; -invece di _rabattino_, mestierante; invece di _appiccichino_, -seccatore; parole generiche, adoperabili in mille casi, dalle quali il -linguaggio non riceve nè colore nè garbo. L'_astratto_, come diceva il -Manzoni, invece del _per l'appunto_. - - * - * * - -Si notino quest'altre, tolte pure dal dizionario del Fanfani. - - AFFANNONE - ALMANACCONE - ARRUFFONE - CABALONE - CIABATTONE - FACCENDONE - FIUTONE - FRACASSONE - FRUGONE - GIRANDOLONE - LITIGONE - LUMACONE - IMPICCIONE - MACHIONE - NINNOLONE - NOTTOLONE - PIALLONE - SBALLONE - SCIALONE - SCIOPERONE - SGOMENTONE - SINCERONE - SOFFIONE - STRONFIONE - RIGIRONE - TATTICONE - TENTENNONE - TRAFFICONE - TRAPPOLONE - VILUPPONE - -Di queste trenta parole, ciascuna delle quali ha un significato -distinto, intelligibile da qualunque italiano che le senta per la -prima volta, quante sono usate, così parlando che scrivendo, dagli -italiani settentrionali? Tutt'al più quattro o cinque. E che parole -s'usano invece? Ci rifletta un momento un piemontese, un genovese o un -lombardo, e riconoscerà che usa quasi sempre una perifrasi, o esprime -la cosa con un gesto, o dice una parola la quale non rende che presso -a poco il suo pensiero. - - * - * * - -Di questa povertà della lingua che si parla tra noi, s'ha una prova -ogni momento. Un giorno, per esempio, ch'ero a desinare da una famiglia -piemontese, la padrona di casa mi disse: — Lei oggi non ha appetito. -— Non è che non abbia appetito, — risposi celiando; — è che ho fatto -uno _spuntino_ due ore fa. — Questa parola _spuntino_ destò uno stupore -generale, e tutti mi guardarono come per domandarmi che diavolo avessi -voluto dire. Io continuai: — In ogni modo bisogna che desini per -non essere poi obbligato a fare un _ritocchino_ fra un paio d'ore. -— Nuova meraviglia per questo misterioso _ritocchino_. — Del resto, -soggiunsi, questo piatto è così squisito che vorrei pigliare ancora il -_contentino_. — Terza meraviglia per il _contentino_. - -Infine mi domandarono che cosa significassero quelle tre parole. - - SPUNTINO, — è il piccolo mangiare che si fa fuori dell'ordinario e - tanto per sostenere lo stomaco fino all'ora solita del cibo. (F.) - - RITOCCHINO, — è un piccolo pasto che si fa dopo aver mangiato. (F.) - - CONTENTINO, — è quel po' che si piglia ancora d'una cosa che ci - piaccia, dopo che se n'è già mangiata la propria porzione. (Si - dice pure per la giunta che si dà dopo la derrata). (F.) - -Queste tre parole graziosissime, usate in tutta la Toscana, entrarono -da quel giorno nel vocabolario faceto della famiglia, invece delle -espressioni _mangiare prima del desinare_, _mangiare dopo_, _prendere -ancora un boccone_ che erano usate prima. Ora ci sarà qualcuno il quale -consideri quelle parole come fiorentinismi, e le voglia bandite solo -perchè non sarebbero capite alla prima in tutta l'Italia? Si approvi -o no l'idea del Manzoni, non si può rifiutare di prendere tra le -espressioni e i vocaboli toscani tutti quelli che servono a dir cose -che noi diciamo altrimenti con più parole e con meno garbo. Ho veduto, -per esempio, dei genovesi e dei piemontesi sudar freddo per dire in -italiano quello che in francese si dice _foisonner_, in piemontese _fe -foson_, in genovese _faa reo_, ecc.; una cosa che in famiglia occorre -di dire spessissimo: di alimenti, cioè, i quali per mangiare che se ne -faccia, pare che non consumino e sieno più abbondanti di quello che -sono veramente. Dicevano: _la tal cosa pare più abbondante di quello -che è_, _della tal cosa ce n'è sempre più di quello che si crede_, ecc. -Espressioni vaghe, lunghe e inesatte. Ebbene, in Toscana si dice _far -comparita_. Chi vorrà continuare a filare un lungo periodo per dir male -una cosa semplicissima, se può dirla con un _toscanismo_ di due parole? - - * - * * - -Una delle gran ragioni per le quali molti di noi non capiamo la -necessità di arricchire la propria lingua è questa: che ignorando certi -modi e certi vocaboli, non ci accorgiamo punto, scrivendo o parlando, -delle perifrasi, dei giri di parole, delle contorsioni di frase di -cui ci serviamo per esprimer cose che quei modi e vocaboli esprimono -con poche sillabe. Se io ignoro l'esistenza della parola _golino_, per -esempio, non capisco perchè un Toscano sbadigli quando gli dico: — _il -tale mi diede un colpo nella gola col pollice e coll'indice aperti._ — -Se non so che ci sia la parola _ingozzatura_, non m'accorgo di fare una -lungaggine dicendo invece di: — Gli diedi un'ingozzatura, — _Gli diedi -un colpo colla mano aperta sul capello in modo che glielo feci scendere -fin sulle spalle_, ecc. ecc. Ma mettiamoci un po' a studiare la lingua, -come diceva il Giusti, con tanto d'occhi aperti; vedremo quante lacune -ci son nel nostro parlare e nel nostro scrivere, quante superfluità, -quante improprietà, quante pedanterie, quanta miseria! - - * - * * - -Il miglior mezzo di studiare il vocabolario mi par quello di cavarne -un altro piccolo vocabolario per nostro uso, raggruppando intorno a un -certo numero di soggetti generali tutte le parole e tutti i modi che -ci sembrano degni di nota. Una scorsa data poi di tratto in tratto a -queste note ravviva maggior quantità di lingua nella memoria che non -la lettura di dieci libri. Estraggo, per esempio, dai miei appunti sul -vocabolario del Fanfani, una parte di quello che riguarda il _mangiare_ -e il _bere_. - - _Sulla maniera di mangiare._ - - MANGIARE A DESCO MOLLE. — Mangiare a tavola sparecchiata. - - MANGIARE A BATTISCARPA. — Senza apparecchiare, in fretta e stando in - piedi. - - MANGIARE A SCAPPA E FUGGI. — In fretta. - - MACINARE A MULINO SECCO. — Mangiare senza bere. - - MANGIARE COLL'IMBUTO. — Mangiare in fretta e senza masticare. - -_Espressioni comiche per indicare il mangiar molto o ingordamente._ - - _Diluviare_ — _Scuffiare_ — _Pacchiare_ — _Taffiare_ — - _Sgranocchiare_ — _Spolparsi_, per es., _un tacchino_ — _Mangiare - a scoppiacorpo_ — _Dar ripiego_ (Es.: Egli è una gola che darebbe - ripiego a quanto v'ha in un refettorio di frati. F.) — _Ungere il - dente, sbattere il dente, far ballare il dente, far ballare il - mento_ — _Gonfiar l'otre — Levarsi le crespe di su la pancia_ — - _Fare una mangiataccia_ — _Fare una spanciata_ — _Farsi una buona - satolla di qualche cosa_ — _Far dei bocconi che paiono giuramenti - falsi_ — _Impippiarsi, ingubbiarsi d'una cosa_. - - FAR RIALTO. — Si dice in famiglia per far cena o desinare meglio - dell'usato (F.); a cui male si sostituisce comunemente _far - festa_ od altro. - - BOCCONCINO DELLA CREANZA. — Il _morceau honteur_ dei francesi. - - TORNAGUSTO. — Cosa che fa tornare il gusto e la voglia di mangiare, - ecc. - - _Fame._ - - UZZOLO. — appetito intenso. - - ALLAMPANARE, ALLUPARE, ARRABBIARE DALLA FAME. - - FAR LE FILA SOPRA UN PIATTO. — Guardarlo con avidità grande. - - FAR LE VOLTE DEL LEONE. — Aspettare passeggiando. (F.) L'intesi dire - efficacissimamente in Toscana a proposito del passeggiare che si - fa in una stanza quando s'ha appetito e s'aspetta che vengano a - dire ch'è in tavola. - - PELATINA. — Malore che viene alle bestie, le quali pelatesi, non - mangiano; onde per ironía, quando si vede uno che mangia molto, - si dice che _debbe aver la pelatina_. (F.) - - _Del bere._ - - COLMATURA. — La parte del liquido che riempie il vaso, la quale - rimane sopra l'orlo. (F.) Ho inteso dire molte volte: _il di più - o quello che sporge!_ - - CULACCINO. — L'avanzo del vino che occupa il fondo del bicchiere. - - FAR SPRACCHE. — Quel suono che si fa stringendo e riaprendo la bocca - con forza quando s'è bevuto del vino generoso. (F.) - - FAR LA ZUPPA SEGRETA (graziosissimo). Bere colla bocca piena. - - BERE A SCIACQUABUDELLA. — Ber vino a digiuno. - - BERE A GARGANELLA. — Bere senza accostare il vaso alle labbra. - - BERE A GORGATE. - - SBICCHIERARE. — Vendere il vino a bicchieri. Es.: _Barile con quella - bottega s'è arricchito. Compra tutto vino eccellente, e benchè lo - paghi caro, sbicchierando come fa, ci guadagna il doppio._ (F.) - - _Ubbriachezza._ - - _Prendere una sbornia_ — _Prendere una bertuccia_ — _Prendere - una colta_ — _Prendere una briaca_ — _Prender l'orso_ — - _Perder l'alfabeto_ — _Perder l'erre_ — _Essere in bernecche_ - — _Essere in cimberli_ — _Fare i gattini_ (pure del dialetto - piemontese), _o fare la ricevuta_, per vomitare — _Alzare la - gloria_, bere soverchio — _Essere una gola d'acquaio_, essere un - beone — _Essere un briachella_, aver l'abitudine d'ubbriacarsi - leggermente. - - BEVERIA. — Il ber molto. Fare una beveria. - - COMBIBBIA. — Bevuta fatta con altri nell'osteria. - -Certo che non tutti questi vocaboli e modi sono dell'uso comune -neppure in Toscana, nè tutti sono da adoperarsi a occhi chiusi. Ma nel -prendere appunti sul vocabolario, è meglio largheggiare che essere -scarsi, poichè non v'è parola oziosa o poco usata o antipatica, — -poichè anche in fatto di lingua ci sono le antipatie, — la quale -adoperata in un certo senso o in un certo punto, particolarmente -nel linguaggio faceto, non acquisti un'efficacia singolarissima, -purchè, come diceva il Giusti, si sappia buttar là in modo da non far -sospettare che si sia cercata col lumicino. E proviene appunto da non -conoscere o dal non aver pronte sulle labbra che uno scarsissimo numero -di espressioni, la difficoltà che incontrano i non toscani a celiare -con grazia o raccontare barzellette e far descrizioni burlesche in -modo da far ridere. Perchè se la cosa che hanno da dire non è per sè -stessa comicissima, poco possono aggiungerle per mezzo della lingua. -Vediamo per l'opposto che quando raccontano nel loro dialetto cose -per sè stesse quasi punto ridicole, le fanno riuscire tali, solo -coll'adoperare certi vocaboli e modi particolari che eccitano il riso. - - * - * * - -Par strano, ma è vero: per i non toscani, massime dell'Italia -settentrionale, uno dei maggiori impedimenti a scrivere e a parlar -bene è la paura del proprio dialetto. Per paura, infatti, di lasciarsi -scappare degli idiotismi, bandiscono scrupolosamente dall'italiano -tutte le espressioni del vernacolo, delle quali molte, letteralmente -tradotte, sarebbero italianissime; e ciò facendo, durano una fatica -doppia, e parlano una lingua stentata, leccata e senza vita. Per -citare degli esempi, ho visto una volta un piemontese arrossire di -vergogna perchè credeva di aver detto un grossolano piemontesismo -coll'espressione: — Il tal libro, di cui m'avevan detto tanto male, -lo lessi, e non _mi parre il diacolo_: — ossia non mi parve tanto -cattivo quanto si diceva; modo usatissimo nel dialetto piemontese. — -Bell'italiano — soggiunse con ironia. — Perchè mai? — gli osservai. -— _non mi parve il diavolo_, _non è il diavolo_, _non sarà poi il -diavolo_, lo scrisse Giuseppe Giusti. — Non lo volle credere e gli -dovetti far vedere il libro. Un'altra volta scandolezzai un genovese -dicendo in italiano: — _So assai se il tale dei tali sia venuto_ — Alto -là! — mi gridò — la colgo in flagrante genovesismo. Il suo _so assai_ -è il nostro _so assae_ pretto sputato. — Misi sotto gli occhi anche a -lui le prose del Giusti dove trovò due o tre _so assai_ che lo fecero -rimanere a bocca aperta. E potrei citare mille altre espressioni che -fanno rizzare i capelli a tutti coloro i quali a furia di scrupoli, -di paure, di pedanterie, si son fatti una lingua italiana compassata, -rigida, plumbea, che non è più una lingua. In Toscana, per esempio, si -domanda a un libraio: — Quanto _fate_ codesto libro? — Nove su dieci -italiani delle provincie settentrionali, dovendo fare quella domanda, -ficcano un prudente _pagare_ in mezzo alle parole _fate_ e _codesto_, -perchè per loro _fare un libro_, in questo caso, è un'espressione -assurda, e l'altra, invece, è intera, esatta, a prova di martello. Per -la stessa ragione non dicono mai _nel momento ch'egli usciva_, ma _nel -momento nel quale o in cui_; non _il luogo dove o per dove_, ma _il -luogo nel quale o per il quale_; non _guardai se passasse qualcuno_, -ma _guardai per vedere se passasse qualcuno_, ecc. Ciò che il Giusti -chiamava argutamente _parlare e scrivere colle seste_. - - * - * * - -Per spiegar meglio il modo che, secondo me, si dovrebbe tenere nel -prendere appunti sul vocabolario, mi pare utile addurre ancora alcuni -esempi. Leggendo il vocabolario, credetti opportuno di notare tutti -i seguenti modi e vocaboli che si riferiscono a commercio, affari, -denaro, ecc., perchè m'accorsi, leggendoli, che sebbene fossero -necessarî per dire per l'appunto quelle date cose, non li avevo -mai adoperati perchè in parte non li sapevo, e in parte non m'erano -abbastanza fitti nella mente da averli pronti sulla bocca o sulla punta -della penna parlando o scrivendo. - - METTER SU BOTTEGA. — Rizzare una bottega, un negozio. - - STIRACCHIARE IL PREZZO. (È chiaro). - - SALIRE. — Per rincarare. Es.; _Quest'anno i tartufi son saliti alle - stelle_. (F.) - - RINCARARE. - - Il pane è rincarato. - Rincarare la pigione. - Il rincaro del cotone. - - Nell'Italia settentrionale, massime parlando, si dice generalmente - colla solita lungaggine _il pane è divenuto caro_, invece di - _è rincarato_, e _l'aumento di prezzo del cotone_, invece del - _rincaro del cotone_. - - RINVILIO. — Lo scemar di prezzo. Parola che il Manzoni, correggendo - i _Promessi Sposi_, sostituì a _diminuzione di prezzo_, e che - ora si comincia a usare anche fuor di Toscana. Es.: _C'è stato un - gran rinvilio nell'olio._ - - RIBASSO. — Es.: _Il cotone_ HA FATTO _un ribasso_. Gli scrupolosi - direbbero: _C'è stato un ribasso nel cotone._ - - RICHIESTA. — Una tal mercanzia ha molta richiesta. - - RIENTRARE. — Il popolo e i venditori, in Toscana, dicono - _rientrarci_ per _ripigliare il costo_ con guadagno onesto - vendendo una data mercanzia, Es.: _A volere che ci rientri, quel - drappo bisogna che lo venda otto lire il braccio._ — _A tre lire - non posso darglielo: non ci rientro._ (F.) - - RIENTRO. — Entrata, _rinfranco_ di denari o d'altro, meglio che - _risorsa_. Es.: _Giovanni non ha altro rientro che lo stipendio - di 100 lire al mese._ (F.) - - VANTAGGIARE ALCUNO. — Risparmiargli nel comprare e avanzargli nel - vendere. (F.) - - STARE A SPORTELLO. — Dicono gli artefici quando in alcuni giorni - di mezze feste o simili, non aprono interamente la bottega, ma - tengono solamente aperto lo sportello. (F.) - - SPURGHI. — Le merci rimaste senza vendersi in una bottega. (F.) - - RIPARARE. — Si dice _non ripara_ di una persona che non è - sufficiente a secondare le richieste infinite che le vengono - fatte; di un mercante che spaccia moltissimo di una tal mercanzia - ed ha sempre il banco assediato dai compratori. Es.: _Mise su - quella bottega di mercerie e si arricchirà di certo perchè non - ripara._ (F.) - - COMPRARE COGLI OCCHIALI DI PANNO. — Senza esaminare quello che si - compra. - - SERVIRSI _da_ UN TAL NEGOZIANTE. — Modo scansato da moltissimi per - timore che non sia di _buon italiano_. - - STARE SU UN QUATTRINO, SU UNA LIRA. — Lo spiega l'esempio: _Che - credi ch'io stia sulle dieci lire? To' piglia un napoleone e - vattene._ (F.) - - QUEL FONDACO _va_ SOTTO IL NOME DEL TALE. - - IN QUELLA IMPRESA GLI CI _andarono_ DIECI MILA LIRE. - - RIGIRARE I DENARI. — Utilizzare onestamente _un piccolo corpo di - denari_. Es.: _Ho pochi quattrini; ma mio fratello che ha pratica - di negozi me li rigira bene._ - - RIGIRARSELA. — _Non son ricco, ma me la son sempre rigirata bene._ - - IL SUO INCHIOSTRO CORRE PER TUTTO. — Dicesi d'un negoziante la cui - firma sia tenuta buona in tutte le piazze. E a chi non abbia - credito: _Il tuo inchiostro non tinge o non corre._ - - PUZZARE D'INCHIOSTRO. — Si dice di un abito o di altra cosa non - ancora pagata nella bottega dove si è presa, _e dove è già accesa - la partita del debito_. (F.) - - PRENDERE UNA COSA A CHIODO. — Senza pagarla subito. - - MANGIARSI IL GUADAGNO IN ERBA. — Consumare ciò che si guadagna prima - di riscuoterlo. (F.) - - DANARI GIUSTIFICATI. — Danari spesi in cosa che li vale. (F.) - - DENARI SECCHI. — Danari morti. - - TIRARE LA PAGA. — Per _riscuoterla_. - - VIVERE SUL LAVORO. (È chiaro). - - LAVORARE O FARE SOPRA DI SÈ. — Si dice degli artefici che non stanno - con altri, ma esercitano la loro arte da per sè a loro pro e - danno. - - TIRARE UN GRAN DADO. — Avere una gran sorte. - - FARE UN BUON TRUCCO. — Aver buona fortuna in una cosa. - - GLI È VENUTA LA GUAZZA. — Si dice di chi ha trovato una buona fonte - di guadagno. - - GLI È BALZATA LA PALLA SUL GUANTO. - - TROVARE UNA BELLA VIGNA. — Trovare facile e pronto utile (o piacere) - in alcuna cosa. - - SUCCHIELLARE UNA BELLA CARTA. — Essere in procinto di avere una - qualche buona ventura. Ecc., ecc. - - * - * * - -Per citare un altro esempio, c'è intorno al _parlare_ un gran numero -di vocaboli e di modi efficacissimi, per la più parte lepidi, e molti -comuni ai vari dialetti d'Italia, e per questa ragione, ossia per -paura, non usati da chi vuol parlare e scrivere un italiano castissimo. - -Stiantar bombe (il _craquer_ dei francesi). — Stiantar bugie. — -Stiantar spropositi. — Piantar carote. — Sballar favole. — Sfrottolare. -— Dire delle sballonate. — Dire delle papere. — Dire dei farfalloni. -— Fare delle sparate. — Dirne di quelle che non hanno nè babbo nè -mamma (strafalcioni madornali); ciò che scrisse il povero Guerrazzi, -poco prima di morire, parlando della sua ultima opera, _Il secolo che -muore_. - -Graziosissima l'espressione: — _Dare una calcatella_, per rifiorire o -esagerare una cosa detta da altri. - - DIRE UNA COSA DI RITORNO, DI RIPICCO, DI RINTOPPO, DI RIMBECCO. — - Dire una cosa fuori dei denti. — Dire a uno una fitta d'ingiurie, - una carta di villanie, una sfuriata d'impertinenze. — Fare una - parrucca a uno, fargli una lavata di testa, un lavacapo, una - risciacquata, una ripassata, una sbarbazzata. — Cantargli il - vespro, cantargli la zolfa. — Trinciargli la giubba addosso, - tagliargli le calze, lavarsene la bocca (per dirne male). — Dire, - vomitare ira di Dio. - - RIPAPPARSI UNO (per garrirlo acerbamente). Es.: _Nebbia, in presenza - della gente, tratta suo marito coi guanti, ma in casa poi bisogna - vedere come se lo ripappa._ - - RIMPOLPETTARE. — Lo spiega l'esempio: _Non è padrona di aprir bocca - quella povera donna che bisogna vedere come la rimpolpettano._ - - RIMBRONTOLARE (efficacissimo). — Rammentare spesso ad altri un - beneficio o un favore fattogli. Es.: _Tizio mi regalò una - volta cinquanta lire, è vero; ma non passa giorno che non me le - rimbrontoli._ - - RIFISCHIARE. — _Si cacciò in quell'adunanza il P., e poi andò a - rifischiare ogni cosa al prefetto._ Quanto più efficace che il - solito _riferire_ e _riportare_ che si può dire in cento sensi! - - SPETTEGOLARE. — Chiaccherar molto e senza proposito. — Es.: _Dopo - essere stata là un'ora a spettegolare se ne andò._ — _Già io ti - dico tutto in segreto, e poi tu vai a spettegolare ogni cosa in - casa delle vicine._ - - TIRAR SAGRATI, TIRAR MOCCOLI, ATTACCAR MOCCOLI, TIRAR GIÙ TUTTI I - SANTI, ATTACCARLA A DIO E AL SANTI. - - PARLARE COLLA BOCCA PICCINA (graziosissimo). — Per parlare - timidamente. Es.: _Cogl'inferiori fa il prepotente; ma coi - superiori parla colla bocca piccina._ - - STILLARE, PIOMBARE LE PAROLE, — per parlare lentamente, a stento. - - SPICCICARE LE PAROLE. — Spiccarle. Si dice: _Non spiccica nulla, non - spiccica parola_, di chi volendo parlare, non gli vien fatto. - - DISCORRERE FITTO O FITTO FITTO. — Presto e senza interruzione. - - SFILAR LA CORONA. — Dir tutto senza riguardo. - - SPIPPOLARE. — _Spappolarla_, per es., _tale e quale_. — Chiaro. - - FATICARE, per es., una filza di paternostri, ciò che si esprime - anche al verbo _Spaternostrare_, _Scoronciare_, ecc. - - GONFIAR GLI ORECCHI A UNO. — Dirgli cose che non gli piacciono. - - DARE SPAGO A UNO. — Fingere di secondarlo per farlo parlare e - svelare l'animo suo. - - MENARE A SPASSO UNO. — Aggirarlo con parole. - - INFILARE GLI AGHI AL BUIO. — Parlare di ciò che non si conosce. - - ALLUNGARE LA TELA. — Per allungare il discorso. Es.: _Per cinque - minuti lo stetti a sentire, ma poi, vedendo che allungava la - tela, gli voltai le spalle._ - - DARE UN TASTO. — Toccare un motto di qualche cosa. Es.: _Se vedo il - prefetto, così alla larga gli voglio dare un tasto sulla faccenda - degli arresti di domenica._ - - FARSI DA ALTO. — Per cominciare a parlare d'una cosa dal primissimo - principio o alla lontana. - - FARLA CASCAR D'ALTO. — Dare con parole a una cosa un'importanza - maggiore di quella che ha, volerla far parere più bella, più - difficile, ecc., di quello che è. - - INTONARLA TROPPO ALTA. — Si dice di chi comincia a parlare con un - tuono che non può e non deve poi mantenere. - - TIRARE A TRAVERSO. — Si dice di chi, disputando con noi, vuol - torcere a cattivo senso le nostre parole, o sposta astutamente la - quistione dai suoi veri termini. - - PARLARE PER COMPRARE. — (Chiaro). - - ABBREVIARE IL TESTO. — Farla corta. - - FARE UN DISCORSO CORTO. — Modo usatissimo in Toscana, quando nel - contrattare una cosa si vuol far subito la proposta ultima e - difinitiva. Es.: _S'ha a fare un discorso corto: la m'ha a dar - tanto_, ecc. Si usa anche per venire a una risoluzione contro - qualcuno: _Oh sai? s'ha a fare un discorso corto: tu t'hai a - levar di qui._ - - MOZZIAMOLA! — Lasciamola lì, tronchiamo questo discorso. Gli - Spagnuoli dicono graziosamente: — _Doblémos la hoja_ — pieghiamo - la pagina. - - LEVAR LE REPLICHE. — Lo spiega l'esempio: _Gli fece una di quelle - filippiche che levano le repliche._ - - RIMANERE IN SECCO. — Si dice di quando a un tratto, a chi parla o - scrive, mancano le parole o i concetti. - - RIMANERE COLLA PAROLA IN ARIA. — (È chiaro). In senso affine intesi - dire a un contadino toscano: _Per quanto si sforzasse a parlare, - le parole gli rimanevano attaccate giù per la gola._ - - AGGIUSTARE LE PAROLE IN BOCCA A UNO. — Insegnargli ciò che deve - dire. - - FAR PEDUCCIO A UNO. — Aiutarlo colle parole, dicendo il medesimo che - ha detto lui, facendo buone e fortificando le sue ragioni. - - PISSI PISSI, PISPILLORIA. — Strepito di voci che fanno molti - uccelli, anche applicabile a voci umane, specialmente per - indicare chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.: _Ogni tanto - la Gigia lo piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora - colle sue amiche._ - - PISSIPISSARE. — Bisbigliare, far pissi pissi. - - RIBOBOLARE. — V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia - nasconderlo con riboboli. — _Il P. è un buon prosatore; ma per - quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel - pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più._ - - PARLARE COLLE SESTE. — Con cautela. Parlare colle seste in bocca, - disse il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza. - - TIRAR SU LE CALZE A UNO. — Cavargli di bocca, con arte, un segreto, - ecc., ecc. - -A proposito di questo e d'altri modi dello stesso genere, occorre -fare un'osservazione; ed è che son modi vivi, efficaci, usatissimi -e usabilissimi; ma che sono volgari, e che perciò si debbono usare -parcamente, e solo quando il soggetto del discorso lo concede. Molti -non la intendono così. Per costoro tutto quello che è toscano è -dicibile e scrivibile a qualunque proposito. Moltissimi anzi non -fanno propriamente consistere lo scriver toscano, secondo l'idea -del Manzoni, che in una certa sfacciataggine di lingua, in un certo -sprezzo del galateo filologico, nello scrivere, insomma, una lettera -a una signora tale e quale come una lettera a un fattore; un discorso -accademico tale e quale come un aneddoto carnovalesco. Sono costoro -che, da qualche anno in qua, empiono romanzi, novelle, articoli, ecc., -di modi come _cascar l'asino_, _levar le gambe_, _tirar su le calze_, -_tagliar le calze_, _essere agli sgoccioli_, _uscir per il rotto della -cuffia_, ecc., ecc., i quali modi se danno efficacia e sapor comico -al linguaggio quando sono adoperati a tempo e luogo, gli tolgono, -adoperati a casaccio, ogni dignità, ogni gentilezza, ogni grazia. Ed -anche a rischio di farmi dare sulle dita voglio dire che lo stesso -Giuseppe Giusti ha qualche volta peccato da questo lato. Poichè, per -esempio, quando scrivendo a una signora dice in un solo periodo che -«scegliere per un congresso una città piccola come Lucca _è un voler -metter l'asino a cavallo_: ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe -meglio che non si crede; che il duca se l'è battuta perchè _gli bolle -a mala pena la pentola per sè e per i suoi_, ecc.,» io sento, non -in ciascuna di queste maniere di dire per sè medesima, ma nella loro -frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi -piace. Il Manzoni stesso, che in fatto di lingua è così delicatamente -guardingo, nell'usare frasi e vocaboli toscani ha qualche volta mancato -a questo riserbo, e io credo che anche i suoi più ardenti ammiratori, -fra i quali mi vergognerei di non essere in prima riga, cancellerebbero -volentieri in qualche sua pagina le parole _porcheria, me ne impipo_, -ecc., scritte da lui in omaggio all'uso toscano. Ora a me par giusto -che si segua il Manzoni nel preferire un idiotismo a una pedanteria; ma -mi par di vedere che molti toscaneggianti dell'Italia settentrionale -vadano troppo in là. Ammetto, per esempio, che in molti casi, e in -specie nel dialogo, si possa o debba dir _cosa_ invece di _che cosa_ o -_che_; ma che un professore di letteratura italiana, come fanno molti, -faccia perpetuamente scrivere dai suoi scolari _cosa_ in vece di _che_ -o _che cosa_, non mi va. Capisco che piuttosto di scontorcere una frase -e qualche volta tutto un periodo, si scriva _gli_ invece di _loro_; -ma non m'entra che, per seguire l'uso toscano, invece di _vidi Maria -e le dissi_, si debba scrivere _vidi Maria e gli dissi_. Così pure il -dire eternamente _lui_ per _egli_, _lei_ per _essa_, _loro per essi_, -anche quando nè il suono nè la naturalezza lo richiedono, il che è -anche contrario all'uso della Toscana, dove _egli_, _essa_, _essi_ non -sono punto parole scomparse dal vocabolario parlato. Non bisogna, mi -pare, cadere nell'eccesso nè da una parte nè dall'altra. Che si metta -al bando la prosa aristocratica, la lingua ripicchiata, l'affettazione, -la pedanteria, sta bene. Ma che per non scrivere come un accademico -si parli come un mercatino; che per non star soggetti alla tirannia -grammaticale del _che cosa_ e dell'_egli_, si crei un'altra tirannia -del _lui_ e del _cosa_, che, in una parola, dopo aver smessa la -parrucca, si voglia anche levarsi la camicia, non mi pare nè bello, nè -ragionevole. - - * - * * - -Veda chi vuol spigolare nel vocabolario, seguendo il modo che ho -indicato, quante parole e modi e paragoni e immagini si possono -raccogliere intorno al soggetto _Ritratti_, solo dal piccolo -vocabolario del Fanfani; e come lo studiare la lingua in questa -maniera, benchè paia seccante a primo aspetto, possa riuscire -dilettevole. - -_Un uomo magro assaettato — secco allampanato — secco arrabbiato — -secco arrovellato — secco spento — secco come un uscio — secco come un -osso — trito in canna — ridotto sulle cigne — ridotto in un gomitolo -— ridotto un fuscello — ridotto che pare un filo — che ha fatto un -gran calo — che par fatto di calza sfatta — che pare la morte secca -— che regge l'anima coi denti — che si vede e non si vede — che si -piglierebbe col cucchiaio — verde come un ramarro — giallo come un -rigógolo — una mostra d'uomo — una carcassa — un cerotto — un ragazzo -stentino — una cosa stentata — un coso stento stento — un viso di dolor -di corpo — uno sbiobbo — uno scricciolo — un vecchio scaracchione, -ecc._ - -_Un giovane di buon nerbo — un uomo di buon osso — uno stiattone — -un trippone — un gonfione — grasso bracato — che non capisce nella -pelle — con una faccia di mascheron di fontana — con un naso che gli -rifiglia il vino bevuto — un vecchio rimprosciuttito, che va via come -un frullino, che ha rimesso un tallo sul vecchio, ecc._ - -_Una zitella spersonita — ristecchita — vizza — passa rinfichita — -rinfichisecchita — con un viso rinfrignato — cogli occhi cerpellini -— con due gran calamai — con certe piazzate in testa (radure di -capelli) che si può dir quasi pelata — una vecchia squarquoia — un vero -reciticcio — un vero crostino — e perchè non ha dote, un crostino senza -burro — una ricetta da lussuria, come si dice di persona che non solo -non mette, ma scaccia le tentazioni. — ecc._ - -_Una ragazza tanto fatta — una bambolona — una meggiona — una mastiona -— un bel fusto, un bel tocco, una bell'asta di donna — un bel pezzo -di marcantonia — un bel pezzo da ottanta — fatta colle forme — pulita -come un dado — sana come una lasca — soda come una pina — una donnina -minutina — gentilina — una cosolina — un pepino — una bazzina — un viso -di solletico — che ha un'ideina di buona — che ha un'ideina che piace -— che è l'idea della grazia — che è una gentilezza — a cui ridon prima -gli occhi che la bocca, ecc._ - -_Un uomo a sghimbescio, a scatti, a folate, — un uomo scontroso, -muffoso — una testa secca — una testa volante — un cervello -svolazzatoio — un vecchio cascatoio — un vecchio cucco, ecc._ - -_Un uomo grosso di pasta — tondo di pelo — che ha un po' dello scemo -— che ha l'ottavo dono dello Spirito Santo — che non ha di quel che -si frigge — che serve di copertina a un altro — una lanterna senza -moccolo, ecc._ - -_Una lamaccia, un malanno — un uomo che odora di birba — un'anima -bigia — un uomo di scarpe grosse e di cervello sottile — un uomo -che ha l'arco lungo — un uomo che ha l'osso del poltrone, l'osso del -vile, l'osso del furfante — che ha il miele sulle labbra e il rasoio -a cintola — un uomo di bassa estrazione — un terremoto — bravo come un -lampo — bugiardo come un gallo — ecc._ - -_Un dabbenaccio — un galantominone — una coppa d'oro — un uomo di -stocco — un uomo a tutta tempera — un uomo rotto al mondo — un uomo -tagliato al dosso di tutti — un uomo attaccaticcio — un uomo di -ricapito — uomo dei suoi piaceri, dei suoi comodi — un uomo tutto Gesù -e Madonna — un mammamia — un santificetur — un sacco di disdette, ecc._ - -Tutta questa è lingua viva e fresca, che quando s'abbia in mente, vien -opportunissima sulle labbra e sulla punta della penna ad ogni momento; -eppure si può dire che per l'Italia settentrionale è quasi tutta -lettera morta; e nasce appunto dalla mancanza di tutta questa lingua, -il difetto di varietà e di lepore che si lamenta nello scrivere, e -principalmente nel parlare italiano degli italiani settentrionali. - - * - * * - -Da un tempo in qua, in molte famiglie dell'alta Italia s'insegna -a parlare italiano ai bambini. È ottima cosa, se i parenti sono in -grado d'insegnar bene, o se badano almeno a correggere gli errori -di cui s'accorgono; ma è cosa pessima se non sanno insegnare o non -hanno voglia di correggere; il qual caso è frequentissimo. Occorre -infatti ogni momento di sentir ragazzi di sette od otto anni, ed anco -di dieci o di dodici, parlare con una meravigliosa disinvoltura un -italiano scellerato al segno da far desiderare che parlino invece il -loro dialetto. E non è da credere che a poco a poco si correggano poi -da sè stessi. Gli strafalcioni, le frasi viziose, i modi barbari e un -gran numero di piccole improprietà di linguaggio che s'appiccicano -alla lingua in quella prima età, difficilmente si perdono avanzando -negli anni, fuorchè dai pochissimi che si dedicano particolarmente -alle lettere; perchè coll'età cresce a mano a mano l'amor proprio, la -pretensione, il timore, in chi potrebbe correggere, che la correzione -venga presa in mala parte; e così accade che i giovanetti di quindici -o di sedici anni parlano poco meno barbaramente di quelli di otto o di -dieci. - -Ecco, per esempio, un saggio dell'Italiano che si parla generalmente -nell'Italia settentrionale, non solo dai bambini, ma anco dagli adulti: - -«Ho veduto Tizio, e _ci_ dissi che _alla sera_, in casa, noi -giuochiamo, e che _saressimo_ contenti che non ci mancasse nè _egli_, -nè suo fratello. _Ci_ dissi che i libri che m'aveva imprestati mi -_hanno piaciuto_, e gliene _chiamai_ degli altri, particolarmente -quello dell'X, stampato _del_ 1873, che è il romanzo _il_ più bello -che si possa immaginare. Lo ebbi, se non _mi sbaglio_, tre anni fa, lo -lessi d'un fiato, ed _ho ritornato_ a leggerlo, ecc.» - -E non c'è che dire, si sentono buttar giù questi spropositi anche da -persone coltissime, le quali arrossiscono quando, per caso, si lasciano -sfuggire errori assai meno gravi nel parlare francese. - -Ma tornando ai bambini, ecco alcuni vocaboli e modi, che si riferiscono -a loro, e che sono una prova di più del gran giovamento che si può -ricavare dallo spoglio del vocabolario; facendo il quale si finisce col -trovarsi fra le mani un altro vocabolario bell'e fatto, che colma quasi -tutte le lacune della nostra mente. - - GIOCARE A TAMBURELLO. — Tamburello è quel piccolo cerchio, nel quale - è imbulettata una pelle ben tirata, e che serve per giuocare alla - palla. - - GIOCARE A RIMPIATTINO, A RIMPIATTARELLI. — Gioco nel quale uno si - rimpiatta e gli altri debbon trovarlo. - - GIOCARE A RIPIGLINO. — Gioco così detto dal ripigliar col dorso - della mano i noccioli o piccole monete che si sono tirate - all'aria. È pure un altro gioco che si fa in due, avvolgendosi - nelle mani del filo, e ripigliandolo l'un dall'altro in varie - figure. - - GIOCARE A GUANCIALE D'ORO. — Gioco in cui uno posa il capo in - grembo all'altro che siede, e questi gli chiude gli occhi in modo - che non possa vedere chi sia colui che lo percosse in una mano - ch'egli tiene dietro sopra le reni, dovendolo egli indovinare. - - GIOCARE A SCALDAMANE. — Gioco che si fa accordandosi in più a porre - le mani a vicenda l'una sopra l'altra, posata la prima sopra un - piano, e traendo poi quella di sotto, ecc. - - GIOCARE A TOCCAPOMA. — Gioco in cui alcuni ragazzi si pongono - appoggiati o a cantonate o ad alberi che siano attorno, e uno - di essi resta nel mezzo. Quegli che sono agli alberi o cantonate - cercano di mutar posto senza lasciarsi pigliare da colui che è in - mezzo a quest'effetto, ecc. - - GIOCARE A SCARICABARILI. — Gioco che si fa da due soli, i quali si - volgono le spalle l'un l'altro, e intricate scambievolmente le - braccia, s'alzano a vicenda. - - GIOCAR DI PEDINA. — Premersi coi piedi sotto la tavola. - - GIOCARE A NOCINO. — Gioco nel quale si fanno alcune castelline di - noci, quanti sono i giocatori, e ciascuno tira verso quelle con - una noce che si chiama bocco. Quante castelline butta giù il - tiratore, tante ne vince. - - FARE ALLE COMARUCCIE. — Gioco che si fa con un fantoccio, fingendo - che una delle bambine l'abbia messo al mondo; la quale bambina - riceve le visite, e fa le altre cerimonie delle puerpere. - - FARE A PAPPACECI. — Gioco dei fanciulli quando tirano fichi od altro - all'aria e li ricevono colla bocca. - - FARE A GINOCCHINO. — Dicesi di due che essendo accanto si urtano - l'un l'altro col ginocchio. Questo modo però, come l'altro - _giocar di pedina_, si usa di preferenza parlandosi d'un uomo e - d'una donna. - - FARE LE TENEBRE. — Il battere che suol farsi con mazze sulle panche - delle chiese per gli uffici della settimana santa. - - FARE LE BIZZE, FARE LE FURIE. — Si dice dei ragazzi, ed è chiaro. - - FAR GREPPO. — Quel raggrinzare la bocca che fanno i bambini quando - vogliono cominciare a piangere. - - SBATACCHIARSI. — Si dice (oltre che per atti di dolore disperato) - dei bambini quando fanno le furie. - - SMOCCICARE. — Mandar fuora i mocci; il che fanno spesso i bambini - quando piangono. Al qual proposito è da notarsi il modo: _Tirar - su_, che dicesi dell'aspirare fortemente col naso per impedire - che colino i mocci; onde il motto che suol dirsi ai bambini - quando lo fanno: _Tira su e serba a Pasqua._ - - AVER LA LUCIA. — Lo dicono in Firenze ai bambini quando la sera, dal - sonno, non possono tenere gli occhi aperti. - - FARE I LUCCICONI. — Si dicono lucciconi quelle grosse lagrime che - ci cadono dagli occhi per qualche improvvisa cagione di dolore, - e che quasi si vorrebbero celare. - - FARE LE COCCHE. — Battere una mano aperta sull'altra serrata per - segno di beffa. - - FARE UN MANICHETTO. — Si dice di mettere una mano nella snodatura - dell'altro braccio piegandolo all'insù, che è atto di sdegno e - d'ingiuria. - - DARE IL CONGONE. — Atto di scherno che si fa battendo i pugni - chiusi, o coi polpastrelli delle dita raccolti insieme, le gote - gonfiate a questo fine. - - DARE UN LECCHINO. — Lo dicono i ragazzi per quell'atto di dispregio, - che si fa mettendosi un dito in bocca, e poi, così bagnato di - saliva, battendolo sul viso dell'altro. - - FARE IL LINGUINO. — Mostrare la punta della lingua tenendola stretta - fra le labbra; atto che ha differenti significati secondo che è - fatto da bambini o da adulti. - - SONARE LA FURFANTINA. — La furfantina è un concerto di fischi, - urli e varii suoni fatti con la bocca, che si fa dai ragazzi per - ischerno d'alcuno. - - FARE LA SASSAIUOLA. — Sassaiuola, battaglia coi sassi, e il - trarre più persone dei sassi contro alcuno. Es.: _Quei - maledetti ragazzi, appena lo videro, gli cominciarono a fare la - sassaiuola._ - - MARINARE LA SCUOLA. — Non andarvi. - - BUCARE LA SCUOLA. — Sottrarsi con accortezza al dovere d'andarvi. - - BATTERE LE GAZZETTE. — Avere gran freddo. - - PORTARE A CAVALLUCCIO. — Portare altrui sulle spalle con una gamba - di qua e una di là del collo. - - PORTARE A PREDELLINO. — Si dice quando due, intrecciate fra loro le - mani, portano un terzo che ci si mette su a sedere. - - PORTARE A BARELLA. — Dicono i fanciulli del prender uno per le - braccia e per le gambe e così portarlo da luogo a luogo. - - SCENDERE A SCORTICACULO. — Scendere strascinandosi sul deretano. - - ALZARE DI SOPPESO UN BAMBINO. — Alzarlo con la sola forza delle - braccia. - - FARE GAMBETTA. — Attraversare un piede tra le gambe d'un altro - mentre cammina o s'agita, per farlo cadere. - - DORMIRE A GOMITELLO. — Dormire stando a sedere dinanzi a un tavolino - col capo appoggiato sul gomito. - - FARE IL PIZZICORINO. — Fare il sollecito. - - PRENDERE PER IL GANASCINO. — Stringere la gota tra l'indice e il - medio piegato indietro. - - DARE I MONNINI (concettini). — Si dice di chi parlando con alcuno - lo mette al punto di dir parola che rimi con un'altra da dover - a quel tale dispiacere: come chi disse a quel chierico: — _Non - fu mai gelatina senza_.... e qui si fermò; e il chierico subito - disse, per mostrar che sapeva la sentenza: _senza alloro_: e - l'altro ribattè: — _Voi siete il maggior bue che vada in coro._ - - FARE IL GROPPO O METTERE IL TETTO. — Si dice di un ragazzo che ha - finito di crescere; del quale suol dirsi pure con dispetto: _non - cresce nè crepa_. - - FIGLIUOL DI GRAZIA, FIGLIUOL DI VEZZI. — Si dice il bambino - prediletto della famiglia. - - TROTTOLINO. — Dicesi di bambino che va a piccoli e presti passi. - - GNAULINO. — Dicesi per scherzo d'un bambino piccolo. Es.: _Ha un par - di gnaulini che non le danno un momento di bene._ Da _gnaulare_ - (miagolare), che si dice pure del piangere dei bambini. - _Frignare_ significa piangere interrottamente sforzandosi di - rattenersi. - - UN SACCHETTINO DI VIZII. — (Chiaro). - - MALESTRO. — Parola di cui tutte le madri hanno bisogno, alla - quale sostituiscono malamente _monelleria_, _scappatella_, ecc. - _Malestro_ si dice qualunque danno facciano per casa i ragazzi, - come romper piatti, bicchieri e simili. Es.: _Ragazzi, badate di - non far malestri._ (F.) - - NINNARE. — Canterellare per fare addormentare i bambini cullandoli. - Dice il Giusti: - - E lo accostava, al seno e lo ninnava - Con baci e baci come fosse suo. - - SPOPPARE. — Levar la poppa ai bambini, disusarli dal latte; onde si - dice _bambino spoppato_, _ecc._ - -A proposito del linguaggio dei bambini, occorre un'osservazione -sull'uso che si fa dei diminutivi in Toscana. È opinione di molti che -se ne faccia un uso eccessivo, per il che suol dirsi che i Toscani -parlano un italiano fiacco e sdolcinato. Nulla di più falso, a mio -parere, perchè rarissimamente, in Toscana, si sente usare un diminutivo -che non sia giustificato dalla modificazione ch'esso porta al senso -della cosa espressa. È superfluo notare la differenza che corre tra -_bellino_ e _bello_, poichè tutti sanno che _bello_ corrisponde a -_beau_ e _bellino_ a _joli_, e nessuno ignora il differente significato -di queste due parole. Ma si osservino i seguenti esempi. In Toscana, si -dice che una donna ha _giudizio_, e che una bambina ha un _giudizino_ -da far meravigliare. Si dice che una donna, una bottegaia, per -esempio, ha una _manierina_ che piace. Si dice che una bimba ha le -sue _malizine_. Si dice che la madre è tutta _pensieri_ per la sua -figliuoletta, e che la figliuoletta è tutta _pensierini_ per sua -madre. Si dice che una donna è sempre _ravviata_, _ravversata_ e che -i suoi bimbi sono sempre _ravviatini_, _ravversatini_. Una mamma dice -al suo bimbo il quale pretende ch'essa, gli porga qualche cosa: — -_Allunga il santo manino e pigliatela da te_, ecc. Si vede da questi -esempi che i diminutivi non sono adoperati a casaccio. Lo stesso può -dirsi dei peggiorativi che non solo modificano il senso, ma qualche -volta lo cambiano affatto. _Quell'uomo_, si dice, ha _delle idee_: -_giovatevene_: _quell'altro ha delle ideaccie_: _guardatevene_. Si dice -_mettere uno a un puntaccio_; e si sottintende: di fare uno sproposito; -_fare una partaccia a uno_, ossia caricarlo di male parole; _fare -un'azionaccia_, ossia una bricconata; _avere delle praticaccie_, ossia -di donne perdute, che sono _robaccia_; _fare una levataccia_, ossia -levarsi per tempissimo, ecc. Bella novità! — mi diranno molti italiani -settentrionali che studiano la lingua; — tutti questi vocaboli, tutti -questi modi di dire li sapevamo. — Tanto meglio; ma non li dite mai, -non li scrivete mai, non vi suonan mai nella testa quando li potreste -scrivere o dire; e in fatto di lingua, tutto quello che non viene sulle -labbra o sulla penna, non si sa. Ma dunque, mi si domanderà, come s'ha -da fare per rendersi famigliari tutti questi vocaboli e questi modi? Ci -sono molti mezzi. Si notano, si adoprano nelle lettere agli amici, si -usano esprimendo a noi stessi i nostri pensieri, si fa il proponimento -di usarli parlando coll'uno o coll'altro di quelle determinate cose, -si masticano, si mandan giù, si rimestano, si fatica, in una parola, -per imparare l'italiano, almeno almeno come si fatica per imparare il -francese. - - * - * * - -E poichè ho accennato a una lingua straniera, cade qui a proposito -un'altra osservazione. Da qualche anno in qua lo studio delle lingue -straniere è diventato comunissimo in Italia. Un gran numero di -giovani dei due sessi, e di tutte le classi sociali, si sono dati, -per _completare la loro istruzione_, allo studio della lingua inglese -e della lingua tedesca. (Non parlo della francese perchè si può dir -quasi necessaria, come non parlo di coloro che studiano quelle altre -lingue per necessità). Or bene io mi domando se questo studio dà, nella -massima parte dei casi, un frutto corrispondente alla fatica che costa; -un frutto cioè, che equivalga a quello che si ricaverebbe da uno studio -della lingua propria fatto in egual tempo e colla medesima alacrità. - -Ne dubito. - -Prima di tutto, non potendo o non volendo la maggior parte di coloro -che studiano quelle lingue, studiarle scientificamente, questo studio -si riduce per essi a una pura fatica della memoria, a un esercizio di -pazienza, a uno sgobbo scolaresco, che giova pochissimo all'ingegno, -per non dire che lo mortifica e che lo rintuzza. Poi c'è un argomento -di fatto che vale più d'ogni altro contro questi studî; ed è che di -trenta persone che cominciano a studiare, per esempio, il tedesco, -quindici si scoraggiscono e smettono in capo a un anno o a sei mesi; -cinque l'imparano, e lo dimenticano poi, in tutto o in parte, perchè -le vicende della loro vita li costringono a trascurarlo; altri cinque -non lo dimenticano, ma non hanno occasione di servirsene utilmente, o -perchè non possono viaggiare, o perchè non hanno tempo e attitudine a -fare altri studî di cui la lingua per sè stessa non è che la chiave; e -degli ultimi cinque infine, ce ne saranno tutt'al più tre che giungono -a possedere questa lingua in maniera da poter gustare (gustare, -intendiamoci, non capire soltanto) i buoni autori tedeschi. Perchè io -comprendo come a un medico, a un fisico, a un ufficiale (e sottintendo -i dotti di professione), metta conto di studiar tanto il tedesco da -riuscire a comprendere ciascuno i libri della sua scienza, perchè di -questa lingua a loro non occorre di conoscere che una parte, ossia -non più di quanto è necessario per afferrare il senso dei loro libri -speciali, e a ciò possono pervenire in breve tempo. Ma è tutt'altra -cosa per un giovane che voglia imparare quella od altre lingue, come -suol dirsi, per ornamento, il che gl'impone l'obbligo di farne uno -studio vasto e profondo, in modo da riuscire a godere tutte le bellezze -riposte, a sentire tutte le armonie, a toccare, per dir così, tutte le -fibre della poesia del Goethe, dell'Heine, dello Shakspeare! E quanti -sono quelli che dicono di toccarle, e leggono poi di soppiatto le -versioni del Maffei e dello Zendrini, e non godono veramente Shakspeare -che nei versi del Carcano! - -Credo una gran verità che non si possa dire esservi in un paese vera -coltura se non ci fioriscono gli studî filologici; ma ha da essere lo -studio della filologia, ossia la vera e buona scienza di pochi od anche -di molti; non una manía universale di legger male e di balbettar peggio -tre o quattro lingue straniere. - -Invece di faticar tante ore a inchiodarsi nel cervello migliaia di -radicali e di frasi esotiche, imparate le quali, il pensiero straniero -si presenta pur sempre velato alla loro intelligenza, quanto sarebbe -meglio che molti giovani si consacrassero allo studio amoroso e -costante della propria lingua! Può essere una soddisfazione il saper -sostenere, tiranneggiando il proprio pensiero, una conversazione di -mezz'ora con una persona nata cinquecento miglia lontano da noi; ma -è certo una soddisfazione più intima il saper trovare ogni momento, -parlando la lingua materna, una formola evidente e gentile in cui il -proprio pensiero s'adatti e risplenda come una gemma nell'anello; il -poter rendere e stampare nell'anima altrui le più tenui sfumature dei -nostri sentimenti; vedere il volto d'una persona che s'ama rispondere -via via con una gradazione più viva di roseo ad ogni nostra espressione -che giunga più dritta al cuore e lo rimescoli più addentro con una -punta più delicata; rivelare a persone sconosciute, con poche parole -fuggitive, il nostro grado di cultura; colorire e illuminare tutte le -nostre idee; e infine essere italiani di lingua come s'è italiani di -cuore. - - * - * * - -Questi saggi d'appunti intorno al _mangiare_, al _commercio_, al -_parlare_, ai _ritratti_, ai _bambini_, possono dare un'idea di quanto -si sarà acquistato nello studio della lingua quando si sia fatto -altrettanto riguardo a una trentina d'altri soggetti, intorno ai -quali si può raggruppare, man mano che si procede nella lettura del -vocabolario, la maggior parte di quello che si nota. Per conto mio non -conosco mezzo più spiccio, nè più facile, nè più profittevole. - - - - -UNA PAROLA NUOVA - - -Tocchiamo di volo, con un esempio, la molto agitata questione delle -parole nuove. - -Scrivendo intorno a un paese dell'Europa settentrionale, dove l'arte -dello scivolare sul ghiaccio è in grandissima voga, dovevo parlare -molto minutamente di quest'arte, e non vedevo modo di parlarne -senz'adoperare la parola _patinare_ e le sue derivate, che non si -trovavano allora in alcun vocabolario italiano[1]; e mi peritavo ad -adoperarle, prevedendo che i puristi, ed anco i non puristi, i quali -qualche volta sono assai più pedanti, m'avrebbero dato sulle dita. -Prima di mettere sulla carta quelle terribili parole, mi rivolsi a un -linguista rigorosissimo, di quelli a cui un _lui_ messo invece d'un -_egli_ manda a male il desinare, e gli domandai con umili parole il suo -parere. - - [1] Il nuovo vocabolario dell'uso del Fanfani e del Rigattini ha la - parola _patinare_. - -— Non ci può esser dubbio, — mi rispose, — _patinare_ è una parola -barbara; bisogna scrivere _sdrucciolare_. - -— In teoria — dissi, — consento; ma nel caso pratico.... Per esempio, -scriverebbe ella che un contadino olandese _sdrucciolò dall'Aja ad -Amsterdam_ e che uno studente di Leida _sdrucciolò per tre ore di -seguito_? - -— E perchè no? mi domandò il linguista con accento severo. - -— Le citerò degli altri esempî, — continuai; — direbbe ella in una -conversazione che una certa signora _sdrucciola_, che ha l'_abitudine -di sdrucciolare_, che _sdrucciolò molte volte nello scorso carnevale_? - -Il linguista strinse le labbra e rimase sopra pensiero. - -— Vede, — io ripresi, — che ne potrebbero nascere delle conseguenze -spiacevoli. Ma lasciamo pur da parte questi esempi a doppia faccia. Io -le voglio fare un breve ragionamento. A Torino e a Milano moltissime -signore _patinano_, e la maggior parte di esse tengono conversazione; -e nelle loro conversazioni si parla di _patinamento_, usando le parole -_patino_, _patinatrice_, _patinatore_. Orbene, risponda alla mia -domanda, e sia franco. Dovendo fare in una di queste conversazioni un -complimento alla padrona di casa ch'ella avesse visita _patinare_ il -giorno prima, di quale parola si servirebbe? Intendo un complimento a -voce, in presenza di molta gente, badi bene. - -Il linguista esitò un momento e poi disse: - -— Certo che.... se io dicessi _brava sdrucciolatrice_.... anche rimossa -ogni idea d'equivoco.... quei signori.... e forse anche la signora.... -si metterebbero a ridere; ma, caro signor mio, qui si tratta di -scrivere e non di parlare! - -— Ma che Dio la benedica, caro signor linguista, — io esclamai; — ma -per chi si scrive, dunque? e che altro è lo scrivere che un parlare -colla penna? e perchè una parola non deve essere più quella quando è -messa sulla carta? Veda, nessuno mi leva dalla testa che sia appunto -questo falso concetto delle due lingue, la parlata e la scritta, la -cagione principalissima della _poca leggibilità_ dei libri italiani. -Faccia la prova lei che parla perfettamente la così detta _lingua -povera_. Apra un qualunque buon libro francese, legga supponendo di -parlare in una conversazione di gente colta e senza pedanteria, e vedrà -che rarissimamente le occorrerà una parola o un'espressione che strida -colla naturale e logica semplicità del linguaggio parlato. Pigli un -libro italiano anche dei meglio scritti, e se supporrà di dire ella -stessa quello che legge, dovrà arrossire ogni momento. Guardi, apro a -caso il primo libro che mi vien sotto le mani, è un romanzo: — _Quando -primamente si guardò nello specchio...._ Oserebbe ella dire in una -conversazione: _quando primamente mi guardai nello specchio_, invece -di dire la _prima volta_? Apro un altro libro, una novella: — _Deposi -sulla tomba dei miei genitori una semplicetta corona di fiori._ Crede -ella che ci sia mai stato un orfano in Italia che abbia espresso quel -pensiero servendosi della parola _semplicetta_ in quella maniera? Un -altro libro, un racconto: — _La leggiadra e innamorata fanciulla...._ -Crede ella che ci sia mai stato un italiano ragionevole il quale abbia -una volta sola in vita sua, altro che per ischerzo, dette quelle tre -parole in quell'ordine? - -— No, — rispose il linguista; — ma.... - -— Ma, — ripresi io, — che cos'è dunque questo arsenale di frasi e -di parole che non si possono dire senza far ridere e che si scrivono -nelle scritture più famigliari, come se passando dalle labbra sotto -la penna, cambiassero senso, suono, natura? E viceversa che cosa sono -tutte queste parole che tutti dicono, che tutti capiscono, che tutti -sono costretti a usare, e a cui nessuno può sostituirne dell'altre -senza farsi canzonare, e che malgrado ciò, secondo lei, secondo mille -altri, non si debbono scrivere? Ella mi potrà dire, a proposito del -_patinare_, che questa parola si dice nell'Italia settentrionale ma non -in Toscana; e io le rispondo che non è colpa dell'Italia settentrionale -se nella Toscana non si _patina_, primo; e secondo, che sono disposto a -scommettere cento contr'uno che in nessuna città di Toscana, in nessuna -conversazione, nessunissima persona domanderebbe mai a un Torinese -o a un Milanese se quest'anno, per esempio, si è _sdrucciolato_ o -_scivolato_ al Valentino o nell'Arena, ma domanderebbero tutti se si -è _patinato_; e quelli che ignorano questa parola, dopo averla intesa -per la prima volta, l'adopererebbero costantemente per la semplice e -indiscutibile ragione che è necessaria. - -Il linguista stette un po' pensando e poi disse: - -— Eppure.... un'altra parola ci deve essere. Il Bentivoglio, nella sua -_Storia della guerra di Fiandra_, parla di quest'arte di sdrucciolare -sul ghiaccio. Si ricorda ella della parola che usa? - -— Me ne ricordo, caro signor mio. Non adopera veramente nessun verbo -che si possa sostituire al _patinare_, perchè tocca la cosa di volo, e -toccando una cosa di volo si può sempre esprimersi con una perifrasi. -Ma sa ella come se la cava l'eminentissimo cardinale per indicare -i _patini_? Gli Olandesi, scrive, si mettono ai piedi _certe, dirò -così, ali_! Pare a lei un'azione da galantuomo il chiamare _ali_ degli -zoccoli? - -— Ebbene... adoperi la parola _patinare_ in carattere corsivo. - -— Così fece il Giusti, risposi. Ma quest'uso di scrivere le parole -in corsivo non mi va; mi pare una transazione puerile; eccetto che -la parola così scritta non debba essere adoperata che una volta sola. -Seguendo quest'uso si verrebbe a poco a poco a veder dei libri stampati -metà in corsivo e metà no, e ad avere una lingua doppia, bastarda, -ridicola. Che significa il corsivo? Che riprovate la parola. Se la -riprovate perchè l'usate? Perchè non ce n'è altra. E se non ce n'è -altra, perchè riprovate quella? - -La conversazione non terminò qui; ma non approdò a nulla perchè il -linguista non ebbe il coraggio di dare il suo consenso assoluto alla -parola _patinare_. Allora mi rivolsi a uno scrittore e parlatore -elegantissimo, — un uomo che il Giusti diceva _pieno zeppo d'ingegno_ -e del quale il Manzoni faceva grandissimo conto in materia di lingua, -— e questo signore ebbe la bontà di scrivermi la lettera che segue: - -«E il suo _patiner_? Ella ha senza dubbio preso a quest'ora il suo -partito, e io mi sarei trovato molto impicciato a suggerirgliene -uno. Che vuole! Il bimbo si battezza dove nasce, e poi gira il mondo -portando attorno per tutto il suo nome. Così le cose che a noi vengon -di fuori ci vengono col nome che hanno, e la parola che è stata per -noi il mezzo di cognizione, il più delle volte rimane. Per questo non -c'è la minima difficoltà in nessuna parte del mondo, e _consommé_, -per dirne una, è parola di tutte le lingue, che si dice a Londra e a -Pietroburgo come a Parigi. Noi italiani facciamo prima le boccacce e -ci proviamo chi in un modo e chi nell'altro a tenere indietro queste -parole forestiere, e a peggio andare, per non usare la parola scansiamo -di nominare la cosa. Ma le sono ubbie queste, e i fatti son fatti, e -sono all'ultimo i padroni del mondo. La conclusione è che noi abbiamo -dato agli altri le parole finchè abbiamo dato le cose. Ma ora che di -maestri siamo diventati discepoli, invece di dare prendiamo, e questo -è sempre meglio che nulla. Io direi dunque _patinare_ essendo questo -il solo modo di dire la cosa. Non volendo passare sotto queste forche, -uno scrittore ha sempre modo di uscirne. Si descrive, si definisce -invece di nominare. Si pigliano vocaboli che hanno un senso affine, -e con qualche aggiunto, o colla loro collocazione, si fa tanto che -il lettore capisce quello che s'è voluto dire; ma capisce insieme che -la parola venuta alla bocca non era quella, e che l'autore ha dovuto -stillarsi il cervello per trovarne un'altra, la quale sarà in ogni -caso una traduzione più o meno felice della prima, che un altro rifarà -poi a suo modo, più o meno felicemente; cosicchè invece d'aver un modo -spiccio, sicuro, comune, se n'avrà molti, anzi nessuno, perchè i molti -e il nessuno son pure sinonimi quando si parla di lingua.» - -Dunque? Dunque io direi d'aver sempre presenti, in fatto di lingua, -questi due detti: uno del Leopardi, l'altro del Giusti. - -Il Leopardi, domandato da suo fratello Carlo se una certa parola, -che non si trovava nei buoni autori, si potesse usare: — _È vero_, -— rispose, — _che i buoni scrittori non l'hanno usata; ma non hanno -nemmeno lasciato per testamento che non si potesse usare_. - -E il Giusti, a proposito di _diligenza_, parola francese, che, a suo -avviso, aspettava cittadinanza dalla Crusca e la doveva ottenere perchè -il - - cambio delle voci - Fra gente e gente, come l'ombra al corpo, - Tien dietro al cambio delle cose umane - -disse: - - Nè straniero vocabolo corrompe - L'intrinseca virtù d'una favella - Quando lo stile riman paesano. - -Ammessa questa massima, ci sarebbe da divertirsi a raccogliere tutte le -espressioni e i vocaboli ricercati e ridicoli che usarono gli scrittori -troppo teneri della purità per scansare le frasi e le parole nuove. -Per esempio il Tommaseo esprime l'idea della giustezza, o come si dice -militarmente, della precisione del tiro delle artiglierie, dicendo -che _i cannoni con dottamente computato émpito mandano la strage nelle -mura merlate_. L'Ugolini suggerisce di dire _viene da ornarsi_, _sta ad -ornarsi_, _vado ad ornarmi_, invece di viene dalla toeletta, sta alla -toeletta, va a far toeletta. Ma, signor Ugolini, io gli vorrei dire se -avessi l'onore di conoscerlo, mi può ella giurare che se una signora -di sua conoscenza dicesse a lei: — m'aspetti un momento, _vado ad -ornarmi_, — ella non dovrebbe fare un leggiero sforzo per trattenersi -dal ridere? — Così un dotto, ma troppo tenace purista, voleva che in -scritti destinati principalmente ai soldati, io scrivessi _drappello_ -invece di _plotone_, _berretto_ invece di _cheppì_, _fiaschetta_ -invece di _borraccia_. Ma se non posso — io badavo a rispondergli; — -perchè il plotone non è un drappello, il berretto non è un cheppì, la -borraccia non è una fiaschetta; — e se adopero una parola per l'altra, -non mi capiscono più. — Non importa, — avrebbe voluto rispondermi; -ma non osava, e non volendo d'altra parte rendersi complice dei miei -barbarismi, si stringeva nelle spalle e mi lasciava nelle peste. - -O Dio buono! Altro è dire in un vocabolario, in un trattato, in un -elenco di modi errati, questa parola non va e questa frase è barbara; -altro è dover esprimere quella tal cosa in una commedia, in una -novella, in un qualunque scritto destinato al pubblico, dove una -perifrasi sciupa una bella idea, un'espressione non immediatamente -compresa manda a male un dialogo, una parola affettata o vaga o -equivoca guasta tutta una descrizione. Per dare degli esempi di -difficoltà superate, si citano le prose di questo o di quello, che -trattano di storia, di letteratura, di morale, e si dice: — Trovateci -una parola o un modo impuro, se potete. — Non ci si trova, lo so -benissimo. Ma vorrei che questo e quello scrittore avessero raccontato -un viaggio in strada ferrata, descritto un salotto alla moda, riferita -una conversazione di signore, rappresentato un accampamento di soldati, -e scritto tutto questo con spontaneità, grazia ed efficacia, senza -farsi cogliere in fallo dai puristi: allora sì che mi rimetterei e -mi darei del bue. Ma dove sono i modelli di questo genere di scritti? -Andiamo, via; allarghiamo un po' la manica e facciamo a compatirci. - - - - -CONSIGLI - - - (_Risposta a un giovanetto_). - -.... Vi dirò quello che per mia esperienza ritengo utile; ma vi prego -di credere che non ho nessunissima pretensione d'insegnare. Voi, -probabilmente, vi sarete già formato un parere; io v'espongo il mio. Se -saremo d'accordo, tanto meglio; se vi parrà che io sbagli, darete una -scrollatina di spalle, e non ci terremo il broncio per questo. - -Il primo consiglio che vi darei sarebbe di far i bauli e di prendere -il treno di Firenze. Se potete far questo, non m'occorre di dirvi -altro per ora: vi riscriverò a Firenze. Ma se, com'è più probabile, -non potete, ecco ciò che io farei se fossi in voi. Prima di tutto mi -stamperei bene nella testa che lo studio della lingua è uno studio -che richiede molto tempo, molta pazienza e molta regolarità: mezz'ora -tutti i giorni giova più che due giorni interi ogni due settimane. -E farei e cercherei di mantenere i seguenti propositi: — Parlare il -meno possibile il mio dialetto. — Parlando italiano, parlar sempre -con cura, sorvegliare sempre me stesso, e purgare il mio linguaggio di -tutti i _grossi errori di grammatica e di proprietà_, non _avvertiti_, -che sfuggono nella maggior parte d'Italia a _quasi tutte le persone -colte_. — Terzo, correggere e perfezionare la mia pronunzia: il che -può far benissimo un italiano di qualunque provincia, senza cadere -nell'affettazione e senza riuscir ridicolo, purchè lo faccia a poco -a poco e non lasciando apparire lo sforzo. — Per riuscire a _scriver -bene_ non mi pare che ci sia mezzo migliore che quello di cominciare -a _parlar bene_, poichè se è vero che lo _scrivere_ è un _parlare -pensato_, chi parla bene non avrà più, pensando per scrivere, che -da perfezionare, mentre chi parla male, dovrà far doppio lavoro: -ossia evitar di scrivere gli spropositi che gli escono abitualmente -dalla bocca, e poi con un secondo sforzo della mente, fare quello -che l'altro fa alla prima. Ora, non capisco come si possa riuscire a -parlar bene senza pronunziar bene, poichè mi pare che qualunque più -bella espressione italiana perda della sua efficacia se è pronunziata -coll'accento e i suoni del dialetto; e la perde non solo per chi -ascolta, ma anche per chi parla. - -Dopo questo farei una volta per sempre la fatica di leggere e di -annotare tutto il _vocabolario_, e lascerei che i grulli ridessero -di questa _pedanteria_. L'ha fatta il Manzoni, l'ha fatta il Grossi, -l'ha fatta Teofilo Gautier, il più colorito e più ricco scrittore -della Francia; e non erano pedanti. Farei così: raggrupperei tutti -i vocaboli e modi notati nel vocabolario intorno a un certo numero -di argomenti: per esempio, campagna, arte, industria, morale, -architettura, vestiario, movimento, affari, affetti, ecc.; e intorno a -ognuno di questi argomenti raccoglierei poi a mano a mano tutto quello -che mi verrebbe fatto di notare nei libri. Un quaderno dunque! Uno -sgobbo da scolaretto! E sia pure. Capisco che molti ridono di queste -cose, e dicono che bisogna studiare in una maniera più _larga_. Ma -mi consolerei pensando che in questa maniera _stretta_ studiarono la -lingua il Monti, il Foscolo, il Leopardi, il Giusti, il Guerrazzi; -che, poveretti, credevano ancora ai _quaderni_. Ma che norma seguire -nell'annotare e nello scegliere? Non lo so dire. In certe cose non -si possono dar consigli. Io sceglierei ciò che mi bisogna e ciò che -mi piace. Vi son parole e modi _antipatici_ a uno, _simpatici_ a -un altro. Chi li trova antipatici non li adopera mai quand'anche li -veda adoperati da tutti. È dunque inutile che li noti e li ritenga -a mente. Per esempio, vi sono degli scrittori che per cento lire non -scriverebbero _ad ogni piè sospinto_. Ma è italiano! direte. Lo so, — -vi rispondono; — ma lo detesto. — Il gusto deve andare innanzi a tutto. -Quindi in questo lavoro di scegliere vocaboli e modi, ciascuno deve -fare quello che gli pare. Se fa male, ossia contro il gusto dei più, -peggio per lui; non c'è altro da dire. - -Dopo il vocabolario, i libri. Io leggerei quasi esclusivamente libri -toscani, anche quei di poco o nessun valore per la sostanza, perchè -in un libro scritto da un toscano c'è sempre, in fatto di lingua, -qualche cosa da imparare; intendo di dire qualcosa di _speciale_, -come diceva il Grossi, di _vivo_, che non si trova negli scritti più -forbiti degli altri italiani. Tra questi libri toscani, ne sceglierei -alcuni, od anche uno solo, da leggere ad alta voce o da farmi leggere -mezz'ora tutti i giorni. Conosco un tale che scelse l'epistolario del -Giusti. Ci sono molte affettazioni, molte _smorfie_; v'è in qualche -punto la caricatura della naturalezza; v'è spinto sovente fino -all'eccesso quello ch'egli chiamava il _parlare da serve_ o parlare -alla _casalinga_, il contrario di quello definito da lui: — parlare -tirato _a chiaro d'ovo di grammatica e di vocabolario_. — Ma è tanto -ricco, tanto sciolto! v'è un fare così da padrone che, a studiarlo -con discernimento, ci si può imparare più che in cento altri libri -inappuntabili. Ma bisogna tempestarci su molto tempo, — anni ed anni, — -ogni giorno un po'; — bisogna digerirlo e ridigerirlo; — empirsene la -testa e gli orecchi in modo che tutti i momenti, a tutti i propositi, -ci vengano alla memoria e sulle labbra quei modi, quei suoni, quei -periodi. E questo si può dire di tutti gli altri libri. Leggerne -pochi, ma con infaticabile perseveranza, fin che vengano a noia; fin -che, lasciando cader gli occhi sopra una pagina qualunque la memoria -precorra lo sguardo, e torni quasi inutile proseguire la lettura. -E studiare a memoria molto e ridire ad alta voce le cose studiate, -_fin che s'è molto giovani_, come scrisse Giacomo Zanella; perchè a -una certa età questa fatica si può continuare a farla se si è sempre -fatta; ma non si comincia a fare _a caso vergine_; e chi non possiede -una buona quantità di lingua prima dei venticinque anni, è raro che -l'acquisti dopo. - -Il difficile è il ritenere, l'appropriarsi così intimamente i vocaboli -e i modi che si vanno via via notando, da averli poi pronti, spontanei -quando si parla o si scrive. Per ottenere questo ci vuole una certa -industria. Conosco uno che oltre al notare parole e modi nel suo -gran quaderno a colonne, li scriveva, via via che gli occorrevano, -sul margine dei libri, sulle buste delle lettere, sulle assicelle -degli scaffali, sulle porte, sui muri, sui giornali; tanto che nella -stanza dove studiava, in qualunque punto fissasse gli occhi, vedeva -una nota e se la rinfrescava così nella memoria. E qualunque parola o -modo notasse, lo riferiva immediatamente, nel suo pensiero, a qualche -persona o cosa che gli occorresse di vedere o di fare abitualmente -nella giornata. Legava ogni parola a un'immagine, ogni frase ad un -fatto, e se ne serviva il più presto possibile in una lettera o in una -conversazione per istamparsela in mente, per mettervi, in certo modo, -il suo suggello, per impiegarla subito nella sua casa. E dedicava ogni -giorno una mezz'ora a rimestare, a combinare, a logorare, sto per dire, -le sue note. Si formava coll'immaginazione un personaggio qualunque e -scriveva di lui, per esempio, una tiritera come questa: — mi pareva un -galantuomo; feci _fondamento sopra di lui_, e non credevo di _fidarmi -sul vento_; oltrechè mi parve che fosse un uomo _di ricapito_, benchè -sapessi che era anche _un uomo dei suoi comodi_ o _dei suoi piaceri_. -Ma m'ingannai e alla prima occasione _mi girò sotto_. Gli scopersi -mille difetti. Prima di tutto è avaro; _ha il granchio alla borsa, -ha la gotta alle mani, paga colle gomita, sta sul tirato, vive a -stecchetto_; ma è pure ambizioso, e _camperebbe con uno stecco unto_ -per _scialare fuori di casa_, ecc. Accortosi che l'avevo _preso in -tasca, si ruppe con me_, me _l'ha giurata addosso, è nero con me, ha il -sangue guasto con me, s'è guastato con me_, si _lava la bocca_ di me, -_gira largo_ quando mi vede, ecc., ecc. — Tutti questi modi, estratti -dalle sue note, combinava poi un altro giorno in un altro modo intorno -a un altro soggetto, e studiava a mente quello che aveva scritto. -Lo capisco; è una fatica uggiosa, non se ne tocca con mano il frutto -che dopo molto tempo, alle volte se ne riman quasi umiliati, sovente -si perde il coraggio. Ma bisogna perseverare, esser cocciuti, volere -_fermamente_ e a _qualunque costo_, e vien poi il giorno in cui s'è -contenti di non aver ceduto. Se non costasse lunghe e penose fatiche -l'imparare a scriver bene, i libri leggibili sarebbero più numerosi di -quello che sono. - -Scrivendo, però, io mi sforzerei di dimenticare tutte le mie note -e tutti i miei esercizi. Presa la penna in mano, non frugherei più -nella mia memoria. Quello che deve cader sulla carta, deve cader da -sè. Tutto ciò che è _cercato_ è quasi sempre _ricercato_. È inutile -tentar d'ingannare il lettore. Anche il lettore meno perspicace ha un -senso finissimo che lo avverte d'ogni menoma affettazione, e gli fa -discernere nettamente la parola e il modo scritto spontaneamente da -quello tirato fuori cogli uncini dai magazzini della memoria. Tutto ciò -che non vien sulle labbra parlando è difficile che venga a proposito -sulla punta della penna. Per questo ripeto che il migliore esercizio da -farsi per imparare ad _usar_ la lingua è quello di _parlare_. Parlando -s'ha sempre un giudice la cui fisonomia accusa involontariamente -con moti appena percettibili, ma di significazione non dubbia, tutte -le affettazioni, tutte le lungaggini, tutte le oscurità del vostro -linguaggio. Un _ascoltatore_ è il miglior maestro di semplicità, di -rapidità e d'efficacia. - -Resta la quistione delle parole nuove. Io direi che non mette conto -di parlarne. Fa bene a occuparsene, piuttosto di non far nulla, chi -non ha altro da fare. Quello che importa è che la frase, l'andamento, -il giro del periodo, _l'impasto_ della lingua sia italiano. La -quistione delle parole dubbie, ammesse da Caio, respinte da Tizio, è -un puro perditempo. Anzi, in queste cose, vi consiglierei di evitare -le discussioni. In fatto di lingua le discussioni non approdano per -lo più a nulla e non fanno che guastare il sangue, perchè in questa -materia (strano a dirsi) la gente più modesta ha un amor proprio -ombroso, ostinato, intrattabile. È impossibile, credo, trovare un -italiano, anche digiuno d'ogni studio di lingua, il quale in una -questione di parole si lasci persuadere da chi ne sa più di lui. Non -c'è usciere piemontese che non si creda in grado d'insegnare un po' -di _vero_ italiano a un accademico della Crusca, e voi non potete -immaginare quanti maestrucoli di villaggio danno di ciuco al Manzoni. -A che giovò per esempio, la discussione promossa dal _povero vecchio_, -come dicevano i suoi avversarî, sull'unificazione della lingua? -Abbiamo visto saltar su da tutte le parti dei linguaiuoli furiosi che -ripeterono per la centesima volta le loro vecchie ragioni, abbiamo -sentito dire molte impertinenze, siamo ricaduti fino agli occhi nei -vergognosissimi pettegolezzi comareschi dei tempi andati; e ognuno -è rimasto del proprio parere. La questione della lingua bisogna -risolverla colla _pratica_. Un buono e bel libro scritto secondo le -teorie del Manzoni, val più di cento discussioni. Ciascuno scriva -come crede che si debba scrivere, senza pretendere di dettar la legge -agli altri; il pubblico vedrà da sè dov'è la maggior evidenza, la -maggior grazia, la maggior ricchezza; e la miglior _teoria_ trionferà -a poco a poco, tacitamente, senza bisogno che ci pigliamo pei capelli. -Quello che importa sopra ogni cosa è di studiare tenendo sempre ferma -questa sacrosanta verità nella testa: — che senza molta fatica e molta -pazienza non si riesce a nulla in nessuna cosa; e che anche studiando -molto, lo studio della lingua è uno studio di tutta la vita, come tutti -gli altri studi; e che chi lo sberta come una _pedanteria_ che ammazza -l'ingegno, è un fiaccone che non ci s'è mai messo, o un corbello che -non l'ha mai capito. - - - - -IL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA - - -I. - -Ho riletto in questi giorni il libro di Giambattista Giuliani -intitolato _Moralità e poesia del vivente linguaggio della Toscana_ -(Successori Lemonier, terza edizione); e ho riprovato la doppia -soddisfazione che dà ogni libro veramente bello e veramente utile. -Son certo che molti dei miei giovani lettori lo conoscono; ma dubito -che molti abbiano avuto la pazienza di postillarlo, di trascriverne i -tratti più notevoli, di ordinare le note, di spremerne il sugo in modo -da poter mettere il libro da parte colla sicurezza d'averne ricavato -il maggior vantaggio possibile. Per questo, credo che non riusciranno -inutili le pagine seguenti. Propongo, in somma, a quelli fra i lettori -che studiano con amore la lingua, di leggere, o rileggere, il libro del -Giuliani in compagnia d'uno che può risparmiar loro una parte della -fatica che avrebbero a durare per far quella lettura da soli e con -profitto. - -Questo libro è quasi tutto composto di discorsi, di frasi, di parole -raccolte dalla bocca di contadini e contadine delle varie provincie -toscane. Il Giuliani ci ha lavorato molti anni. Girò tutta la Toscana, -soggiornò nei villaggi e nelle borgate, s'affratellò coi campagnuoli, -ne studiò i lavori e i costumi, e a furia d'interrogare e di notare, -mise insieme il suo libro, che è una miniera di purissima lingua. E -non di lingua soltanto, perchè son contadini e contadine che parlano -d'agricoltura, delle loro famiglie, dei loro amori, delle loro -disgrazie; quindi c'è racconto, descrizione, affetto. Letto questo -libro, par di essere vissuti un anno in quelle beate valli _popolate -di case e d'oliveti_, e d'aver conosciuto quel buon popolo schietto -e cortese; e per molto tempo rimangono nella mente quei vignaiuoli, -quegli opranti, quei carrettieri, quei cacciatori, quelle fattoresse, -quei garzoni, quelle nonne, quelle spose, quelle ragazze, colle quali -s'è discorso alla sfuggita, come tanti personaggi di un romanzo. - -Io non credo che ci sia al mondo altro popolo contadinesco, — per -servirmi delle parole del Giuliani, — il quale parli una lingua così -gentile, così potente, così splendidamente poetica come quella parlata -dal popolo della campagna toscana. Certuni (non toscani, s'intende), -leggendo questo libro sono stati presi qua e là dal dubbio _che non -fosse tutta farina dei contadini_. — Certe idee, — dissero, — certe -frasi son troppo belle, troppo poetiche per dei contadini. — Io penso -invece che sono tanto poetiche e tanto belle da non poter sospettare -che siano di Giovanbattista Giuliani, per quanto egli abbia ingegno e -buon gusto. E dico il vero: se fossi sicuro che il racconto intitolato -_Tre vittime del lavoro_, compreso nel libro di cui parliamo, non -è stato scritto, quasi sotto dettatura della contadina _Teresa_ e -del pastore _Domenico Nesti_, ma steso per intero, e per sola forza -d'immaginazione, dal signor Giuliani, piglierei questa sera il treno -diretto di Firenze per andare ad abbracciare il degno abate e gridargli -ch'è il primo scrittore d'Italia; tanto io credo che quel meraviglioso -racconto sia al di sopra delle forze di qualunque ingegno, anche -toscano, e che la natura sola l'abbia potuto dettare. - -E poi giudicheranno i lettori, non di quel racconto, ma dell'altre -cose. Spigoleremo nel volume del signor Giuliani. Gran lavoro -davvero da riempirne le pagine d'un libro! Ma qui si tratta di -spigolare riordinando. Il ritenere le cose di lingua dipende in -gran parte dall'ordine col quale ci si presentano. Nel libro del -Giuliani, composto in gran parte in forma di vocabolario, si trovano -discorsi, frasi, immagini di natura svariatissima, l'una sull'altra, -alla rinfusa. Nella stessa pagina, tre persone diverse parlano -d'agricoltura, d'amore e di morte. Noi procederemo in un'altra maniera. -Di più, non cogliendo altro che il fiore delle tante bellezze sparse in -quel libro, lasceremo da banda quella parte di lingua, ed è moltissima, -che riguarda esclusivamente l'agricoltura dal lato tecnico, e che -perciò riuscirebbe inutile al maggior numero dei lettori. - -Cominciamo dalle espressioni poetiche del linguaggio del dolore, -dell'amore e d'altri sentimenti. Molte volte rimarremo meravigliati -del pensiero, non meno che della forma. Una contadina della montagna -pistoiese, per esempio, parlando degli ultimi giorni d'una sua -conoscente, morta poi di malattia, dice che _aveva la carne già morta e -lo spirito sempre vivo_...; che _le morì la carne addosso prima ancora -che se ne fosse ita con Dio_. Un'altra contadina della stessa montagna -dice che _quando il dolore è di quello cocente, la parola resta -dentro_: espressione di cui si ammirerebbe la potenza se si trovasse in -un verso di Dante. — Una contadina senese dice le seguenti parole che -a me paiono sublimi: _La mamma io la perdetti ch'ero piccolina; a ogni -modo mi par di mentovare un gran nome!_ — _A casa_, — dice un'altra -pistoiese, — ci sta il nonno, che gli voglio un bene all'anima. -_Sempre sotto la sua ombra mi son riparata._ — Un'altra, parlando d'un -figliuolo morto: — _La morte, come fa presto! Non si sa la mattina -quando ci si leva, se si finisce il giorno.... Ma Dio ce li dà in pegno -i figliuoli; a tutte l'ore li puole ripigliare, e bisogna renderli._ -— Una donna del Casentino, raccontando un suo sogno d'una passeggiata -fatta colla bambina che poi le è morta: — _Per la strada non si faceva -altro che coglier fiori e fiori, parea fosser nati a bella posta per -noi: era un non so che d'allegria per tutto._ — _A volte_, — dice -un'altra di Valdensa, — _m'arrabbierei dalla disperazione; ma Dio è -misericordioso, e ci svia la mente da queste tristizie._ — Un'altra -madre: — _A noi mamme ci costano sangue tutti a un modo i figliuoli. -C'è n'è tante che non se ne rifanno a mancargli un figliuolo. Tutti -non si nasce d'una stampa; le dita delle mani non son mica tutte -compagne._ — _A rifletterci bene_, dice una contadina di Montamiata, -— _è proprio vero, il mondo è una catena continua d'amore: s'esce d'un -amore e s'entra in uno più grande a pigliar marito_. — Un cieco delle -montagne di Siena dice: — _perso gli occhi, perso il mondo; la luce è -la bellezza della vita_. — Un'altra madre del Casentino dice dei suoi -figliuoli morti: — Mi ricordo di quando li avevo tutti e due; _come -brillavano! allora sì che quella era vita!... Senza la vista degli -occhi_ (era diventata cieca) _si è più di là che ili qua, sparisce il -meglio della vita._ — Un'altra madre: — Quando cominciano a chiamare -_babbo, mamma, anco che non lo scolpiscano bene bene, è una tenerezza -che ci cascano i lucciconi_ (lagrimoni) _ridendo_.... — _Quando c'è -l'amore_, — dice un'altra, — _tutto passa! Quello sì che è proprio un -accorda cristiani!_ — Ed altre, parlando sempre dei figliuoli: — _Le -darei il fiato per tenerla viva_ — Che almeno la rivegga in paradiso! -_Mi reggo viva in questa speranza._ — Sebbene fossi più di là che di -qua, l'avere il mi' figliuolo daccanto nel letto, _mi pareva di essere -più degna di stare nel mondo_, ecc. - -Ecco ora un saggio d'altre espressioni più brevi di dolore e di affetto -tolte qua e là dal libro e riferite tali e quali. Non dimentichiamo mai -che son contadini e contadine che parlano. — Era una vista che levava -il pianto dal cuore. — Sono dolori che ne va la vita. — Quando viene -un rimescolo di sangue l'uomo non scerne più il bianco dal nero. — -Sono pene di morte che fanno andare il cervello in aria. — Mi consumavo -dentro. — Mi sento schiantar dentro dalla passione. — È un pensiero che -mi pesa sull'anima. — È un coltello che m'ha passata l'anima. — È una -disgrazia che m'ha ferita a morte. — Se non fossi in mano di Dio, sarei -già morta sfatta dal dolore. — Una puntura, per forte che sia, finisce -presto, basta che non arrivi al cuore; ma feriti al cuore, addio: è -una morte da vivo; non si guarisce più. — Li ricordo quei giorni! Li ho -contati a goccie di sangue, li ho contati. — Parea distrutta dalla gran -passione. Vede quel sasso? Tant'era lei. — E Teresa? Oh quella sì che -il dolore le s'è fitto nell'ossa! — Vedevo lui (_il marito morto_,) e -mi pareva volesse dir tante cose, e non poteva; che strazio è stato il -mio! — Spasimava tra la vita e la morte. — Mi si travolse il cervello. -— Mi pareva di non aver più senso di nulla. — Ero un turbine di dolore, -ecc. - -Ma nulla di più gentile e di più caro che il linguaggio d'amore. — -«M'ero messa a certi arrischi per vederlo (dice una contadina della -montagna pistoiese parlando del suo damo, che fu poi suo marito) che a -ripensarci mi s'accapona la pelle. Bastava mentovarmi il mio damo, io -ero gelosa di tutte e di tutto. _Mi pativa il cuore, che l'aria me lo -guardasse._ La prima volta che lo vidi, mi principiò subito a garbare.» -— Un giovane contadino di Val di Greve dice: — «Io per me tra 'l -lavoro penso alla mia dama, non sento manco la fatica, tutto mi piace; -_è un gran gusto quando c'è l'amore che rischiara la giornata_.» Una -contadinella, parlando del suo innamorato: — «Quando si va in chiesa, -quanti ne passa e quanti ci entrano, il più bello di tutti è lui: _pare -un fiore, che lo distinguo tra mille_. Anche se mi ritrovo alle feste -e che ci sia lui, _lo vedo sopra tutti_; gli voglio bene; il cuore -non mentisce.» — S'ha un bel dire, ma non c'è barba di scrittore che -valga a mettere insieme di queste parole. Un'altra, una contadina di -Crespole, racconta così l'_andamento_ del suo amore: — «La prima volta -che vidi il mi' omo, era la festa della Madonna delle Grazie. Un giorno -fra gli altri venne da me una mi' zia e mi chiama: Vien qua, Betta, -senti, t'ho da dire una cosa: c'è quel giovinotto di Vellano, che -t'ha visto in chiesa, ti ricordi? _Ti conobbe tanto allegra e con quel -sorriso_ (bellissimo!) che t'ha messo gli occhi addosso; e finchè t'ha -potuto vedere, t'ha guardato e ha detto: Quella è la ragazza che fa per -me; la voglio pigliar per moglie, _mi garba troppo_.» — Una ragazza -di Cutigliano scrive al suo amante: — _Anche solo a poter prendere -qualche boccata d'aria dove tu respiri, sarei contenta._ — La stessa, -in un'altra lettera, temendo d'essere abbandonata: — «Rammentati -bene che v'è un Dio sopra di noi, che se tu _avessi il cuore voltato -a tradirmi_, non te ne darebbe il tempo.» — In uno stornello c'è la -parola _strazia fanciulle_, per amante volubile; e una povera ragazza -abbandonata dice ingenuamente al suo damo: — _Come volete ch'io -faccia a campare?_ Undici sillabe in cui c'è più amore che in tutto il -canzoniere d'un petrarchista. - -Tralascio di riferire un gran numero di parole e d'espressioni del -linguaggio contadinesco, che non potremmo usare. Ma ve n'è molte, fra -queste, che dánno tanta grazia e tanta originalità al discorso, che -sarebbe un peccato lasciarle da parte. Voglio dire di quei vocaboli -e modi che si soglion chiamare _illustri_, e che non convengono -al linguaggio famigliare. Per esempio, si trattenga dal sorridere, -chi può, raffigurandosi un contadino il quale dica le proposizioni -seguenti: — Aveva una _dottoranza_ nel su' dire, che ci si stava a -bocca aperta a sentirlo. — Quando si torna di maremma, guai a non -aversi un po' di _riguardanza_. — Per esser povera gente, l'hanno -portato al cimitero con _onoranza_. — Si vede che il vino nelle botti -non ha preso _possanza_. — Bisogna aspettare che il sole acquisti -_possanza_ di scioglier la neve. — Ho continua _temenza_ che si faccia -del male. — Vecchio, aveva nel cuore _l'ardenza_ della gioventù. — Ero -sfinita, e tutti mi guardavano come _una meraviglia di doglianza_. — -Lavorava per acquistarsi _nominanza_. — Uno dei bimbi le morì perchè -non ebbe _custodimento_. — Ora le racconterò l'_andamento_ della -mia gamba (s'intende del suo male). — Mi sarei mangiate le mani, dal -_rosicamento_ che mi sentivo dentro. — Non mi _nutricavo_ che di pianti -e di sospiri. — Mi fu posto dinanzi un fiasco e potei bere a tutto -tonfo, si figuri! A quella _confortazione_ subito riebbi la vista. -— Quest'aria è una _spirazione_ di salute, ecc. — Noto di volo il -curioso paragone _piangere come una vite tagliata_ e la graziosissima -espressione _donna usciaiola_ per donna che sta sempre sull'uscio a -_spettegolare, a tirarla giù all'uno e all'altro_; tanto differente da -quelle buone donne che _lavorano di genio_, che _si tirano il bene da -tutti_, che non _si guastano con nessuno_ e che non si dan pensiero -delle maldicenze, tenendo per massima che _un paio d'orecchie sorde -chetano cento lingue_. - - -II. - -Si veda se c'è nulla di più grazioso e di più efficace delle -espressioni seguenti, tutte raccolte dalla bocca di contadini, e sparse -per il libro del Giuliani. — L'orologio cammina cammina senza ritegno, -_e non dice più vero_. — Il _verno è nato_, la stagione declina. — -Bella serata ch'è questa! È _uno stellato fitto_, una chiarità che -rallegra, starei qui tutta la notte _a godere le stelle_. — Carlo -voleva partire; sua moglie non fece altro che _contraddirgli l'andata_. -— I ricchi delle volte stanno peggio di noi perchè _hanno il baco che -li rosica_ giorno e notte. — Io non dissi parola; ma _piangevo nel mio -dentro_. — A contare tutto quello che ho passato nel mondo, sarebbe -_una leggenda da far rabbrividire_. — Voleva intendere, voleva sapere -(parla d'uno che sotto colore di chiedere _albergo_, s'era ficcato in -casa per rubare); non _aveva terren sotto i piedi_. — Non _toccava_ -nemmeno _terra dall'allegria_. — _Non batte_ gli occhi _da tanto -che sta lì a guardarla_. — Creda che quando si vuol bene davvero, le -_parole muoiono in bocca_. — Che acqua! _è una freschezza che rompe -il bicchiere._ — Voglio tornar a casa perchè altrimenti c'è quel -benedetto vecchio che m'_ingolla viva_. — _Un dì per me dice tre_ -(parla un vecchio), _calo fuor di maniera._ — La carità, se la facciamo -bene, _Dio la scrive in cielo_. — Che serve disperarsi?_ Tanto questo -mondo è una fiatata._ — Conoscete il mi' figliuolo? Il vostro bimbo -_inchina tutto a quell'idea_ (gli somiglia). _Lo rammenta fin nei -capelli._ — Guadagnarsi il pane a _stille di sudore_, _assaettarsi_ -al lavoro, condurre una vita _arrovellata_. — Mio marito lavora tanto -che quando torna a casa si mette subito a letto _e si sveglia dalla -parte che s'è abbandonato_. — Come diremmo questo, otto su dieci di noi -settentrionali, quando non avessimo tempo a pensarci? _Si sveglia nella -stessa posizione.... nello stesso atteggiamento.... nel quale...._ - -Un bello studio ci sarebbe da fare, con questo libro alla mano, su quei -modi e costrutti che i fautori della prosa compassata rigettano con -orrore, e i novatori, invece, che badano all'efficacia più che alla -regolarità dello stile, cercano e adoperano, non solo senza scrupolo, -ma con predilezione. Lasciamo stare le espressioni come le seguenti: -— Di quei figliuoli non ne _rinasce_ (invece di _rinascono_). — C'_è -morto_ pezzi di giovinotti (invece di _ci son morti_), ecc., che non -han bisogno di essere giustificate. Notiamo invece: — _Il mio omo -è da tre settimane che si sente male._ — A casa ci sta il mio nonno -_che gli voglio_ un bene dell'anima. — Per noi queste libecciate è una -disgrazia grande. — _L'uva ce n'è di tante_ specie. — La maremma _son_ -tutti luoghi ammacchiati. — C'era due che contrattavano della seggina. -_Quello che comprava gli è parso che il venditore l'avesse alterata di -prezzo_, ecc. Che cosa si deve dire di queste licenze? che si possono -pigliare? Il Manzoni non esiterebbe a rispondere di sì poichè egli -stesso ha scritto nei suoi _Promessi Sposi_ (edizione corretta), oltre -a moltissime proposizioni consimili, le seguenti: — _Tutti coloro che -gli pizzicavan le mani...._ — _Queste sono sottigliezze metafisiche -che una moltitudine non ci arriva...._, ecc. Ma nonostante l'illustre -esempio, io starei umilmente con coloro che credono di non doverlo -seguire. Che si debba preferire un idiotismo efficace a una pedanteria -d'effetto contrario, siamo d'accordo; ma a patto che quell'idiotismo -sia indispensabile ad esprimere quella data cosa; a patto che -quando ci sono due espressioni di uguale efficacia da scegliere, una -sgrammaticata e una no, si scelga quest'ultima; a patto, infine, che -non si consideri ogni idiotismo come una gemma per la sola ed unica -ragione che è un idiotismo. In quelle due proposizioni del Manzoni, per -esempio, non mi pare affatto giustificata la violazione della sintassi -regolare. Non trovo che il dire _tutti coloro a cui pizzicavan le mani -o che si sentivano pizzicare le mani_, ecc., sia tanto pedantesco, -tanto forzato, da dover preferire l'altra maniera. Mi pare anzi che -sia appunto questa maniera, preferita come più naturale, quella che, in -simil caso, riesce più forzata. Ma, si dirà, è una forma del linguaggio -parlato, e voi stesso dite che bisogna scrivere come si parla. Certo; -ma _come si parla_ da chi parla bene, correttamente ed elegantemente. -Ora io scommetto che nessun toscano colto dice _coloro che gli pizzican -le mani_ altro che qualche volta e senz'avvedersene. Abitualmente dirà, -per esempio, _coloro che si sentono pizzicar le mani_. È grammaticale -e non è certo meno semplice e meno spontaneo. Capisco che si scriva -in quel modo quando si fanno parlare dei ragazzi, degli operai, dei -contadini: si vuole, si deve imitare il loro linguaggio; lo si imiti, -lo si riferisca anzi tal quale; sta benissimo. Ma non capisco perchè -abbia da parlare lo stesso linguaggio lo scrittore, anche quando -parla per conto proprio e di materie che non richiedono assolutamente -l'estrema semplicità del dire. Non mi va, per esempio, che Emilio -Broglio scriva nella sua _Vita di Federico II_: — _I compagni gli -riuscì di fuggire._ La gran pedanteria che sarebbe stata di scrivere -invece: — _Ai compagni riuscì di fuggire!_ — Dove andremo a riuscire -se ci mettiamo su questa via? Transigere colle sgrammaticature, è un -conto; adorarle, è un altro. Si finirà per considerare come la migliore -prosa quella che sarà più spropositata e più triviale. Vi sono, è vero, -molti modi e costrutti popolari graziosissimi che non stridono nel -linguaggio corretto; questi, per esempio, che si trovano nel libro del -Giuliani: — Si sente già cantare i cicalini; _i cicalini, il caldo li -sollecita_. — _Aver sempre queste pene al cuore, non ci si regge._ — -_Questo stromento_, vedete, _è la prima volta che me ne servo_. — Si -sentiva un gran fracassío di voci; _ma vedere, non si vedeva niente_, -ecc. Altri la penserà diversamente e metterà al bando anche questi -modi; è affar di gusto, e sui gusti, come dice il volgo, non ci si -sputa. - -Questo bel parlare dei contadini toscani, che ha conservato tutta -l'antica purezza, può anche servire a levar molti scrupoli a coloro -che scrivendo italiano si guardano con orrore da tutti i modi del loro -dialetto, come se fossero tutti e necessariamente _non italiani_ per la -sola ragione che appartengono al dialetto. Quanti sono, per esempio, -gli italiani delle provincie settentrionali che sarebbero presi da -mille dubbi sul punto di scrivere le frasi seguenti! — Che? le sai le -divozioni? domanda una contadina a una bimba. E la madre risponde: -— _Altro, se le sa!_ — _Addio, e questa volta non star più tanto_ a -scrivermi (non farmi più aspettar tanto le lettere). — Lui non pensa -che a me; _per essere_, (è una contadina che parla del marito) ho -inciampato bene assai, ecc. — Così c'è da imparare tutte quelle maniere -di chiudere il periodo che usiamo anche parlando, senz'accorgercene, -perchè lo vuole l'orecchio; ed anco quelle parole accoppiate che pure -si dicono, non perchè lo richieda il senso, ma perchè il suono le -chiama. Per esempio: — Troverò io _il verso e la maniera_. — _Senza -dire nè chè nè come._ — E uscendo dal libro del Giuliani, quest'altre: -— _Senza sapere nè perchè nè per come_ — _Senza dire nè asino nè -bestia_, — non ne seppe _nè grado nè grazia_, — _non fa nè ficca_, — -_non cresce nè crepa_, — una lingua che _taglia e fora_, che _taglia e -fende_, che _taglia e cuce_, — _dàgli, picchia e mena, dàgli, picchia -e martella_ — sono d'accordo _bene_ e _meglio_ — _sono un paio e -una coppia_ — è lei in _petto_ e _persona_ — viene in casa _spesso e -volontieri_, ecc., ecc. - -Ed ora torniamo alle bellezze della lingua contadinesca, che il -Giuliani raccolse con tanto amore. Davvero, quando penso alla fatica -che gli dev'esser costata questo lavoro, lo ammiro, perchè conosco un -po' anch'io i contadini toscani, e so per prova quanto è difficile il -farli parlare come occorre che parlino perchè un raccoglitore di lingua -se ne possa valere. Non è che non attacchino discorso volentieri; -chè anzi sono cortesissimi, e una volta che han preso a discorrere, -terrebbero a bada un'accademia. Il male è che quando s'accorgono che -li fate parlare per sentirli, o temono che li vogliate canzonare, e -vi sguisciano di mano; o compiacendosi della vostra ammirazione, e -volendo meritarla meglio con un parlare più scelto, vi cominciano a -tenere dei discorsi così arruffati, così lontani dalla loro grazia -e chiarezza abituale, che vi fanno cascare, come suol dirsi, il pan -di mano. Mi ricordo d'un contadino che invece di dire: _son sceso -perchè avevo da dire una parola al tale_, volendo parlare in punta -di forchetta, mi disse: — _son sceso per via d'una parola che avrei -avuto l'idea_, ecc., e non ricordo come sia andato a finire. Non -basta dunque girare per la campagna e interrogare i contadini; bisogna -guadagnarsene la confidenza, pigliare dimestichezza con loro, imparare -a farli discorrere senza che se n'accorgano, trovare il verso di farsi -ripetere dieci volte lo stesso discorso, ed altre arti in cui non tutti -riescono, e il Giuliani riuscì mirabilmente. Il curioso è che i più -di quei buoni contadini credono di parlar male. Un oprante senese, per -esempio, disse al Giuliani queste parole ingenue e graziosissime: — Mi -pare forestiere lei _perchè la sua parlata non combina colla nostra_. -Si sa anco noi che il peggio parlare è il nostro; bisogna compatirci; -siamo poveri contadini, che non si conosce la lettura. — Così mi -ricordo d'una ragazzina fiorentina, figliuola d'un barbiere, che disse -ingenuamente: — _Mi piace tanto come parlate voi altri piemontesi -l'italiano!_ — - - -III. - -I contadini parlano spesso e volentieri della loro salute e dei loro -malanni, e per questo v'è nel libro del Giuliani un gran numero di -espressioni efficacissime relative a quell'argomento. - -_Una volta gagliardo era che sfidava il vento_, dice un contadino. — -_Fora l'aria come una saetta._ — _Va che manco una saetta l'arriva._ -— _Corre che vola._ — _Ha un braccio che non c'è il compagno._ — _Sta -bene in gamba._ — _Mangia di voglia._ — _È pochino_ (piccoletto della -persona) _ma saldo più dell'acciaio_. - -Ma pur troppo occorre più spesso di parlar di malanni che di salute, e -quindi v'è più messe di lingua da mietere in quel campo che in questo. - -— Poveretto, a vederlo, _casca da tutte le parti_, — _rifiata a -stento_, — è bianco morto, _senza nemmen la forza di rifiatare_. -— È _all'ultime fiatate_. — _Ha un viso da campar più poco._ — _In -otto giorni che ha le febbri_ non si conosce più. — Poverino, a che -s'è condotto! Che voglia durarla a lungo, non credo: _le pere mezze_ -(quasi sfatte) _a una ventata sono in terra_. — Quando viene il colpo -mortale, _si casca giù come pere mezze, e dove uno batte ci resta_. — -_Si strugge a oncia a oncia_ e tanto ha sempre quel suo sorriso sulle -labbra. — Non si lagnava neanco _quando il male lo cuoceva dentro_. -— Le morì il babbo; _dalla gran passione si lasciò andare giù giù, -strutta come una candela_. — È _schietta dentro_ (sana di viscere); -ma non ha più la faccia _rosata_ come prima. — Ebbe un _grosso male, -un male di pericolo_. — Ha una _freddagione_ che gli _mozza la vita_. -— Ci ha un dente che quando _c'entra lo spasimo_ non _gli dà requie_. -— A volte l'enfiagione è cosa di poco, _sfuma_ presto; ma se il male -infuria, se ne va la testa all'aria. — Oggi _m'ha preso una pena tanto -mai grossa_ allo stomaco. — Ho dovuto _tenere il letto_ per un mese, e -non ho avuto nessuno che mi _guardasse_. — Avevo un erpete infistolito; -dal gran _tribolamento_ mi sentivo mancare la vita; ma _tanto mi son -ripigliata_, mi riebbi adagio adagio, e questa _la riconto_. — A un -tratto cascò morta _e non c'è stato più verso a farla risentire_. — La -peggior vita è non essere nè sano nè malato, nè dentro nè fuori, nè di -qua nè di là; essere tra la vita e la morte; onde si dice di uno _che -non muore_ e _non campa_. — Dopo quella caduta, questa gamba non mi -_dice_ più come prima. - -E si veda se è possibile dipingere più mirabilmente una figura -umana di quello che fa una povera contadina colle parole seguenti: -— .... _Ma gli ha i segni della morte in faccia; non vede più lume, -sdentato, il capo senza un pelo, e con quella faccia grinzosa, che la -morte non si può figurare più al naturale._ — Qui vocaboli, elissi, -cadenza, sintassi, tutto giova all'evidenza della descrizione. -Son tante pennellate e non ce n'è una superflua nè una che manchi. -Qualcuno, son certo, leggendo le parole e frasi sopra citate, dirà -che le _conosceva_. Ne son persuaso. Ma convien ripetere la solita -osservazione. In materia di lingua _conoscere_ non significa _sapere_, -perchè _sapere_ vuol dire avere alla mano, sulle labbra, pronto al -bisogno: vuol dire _servirsi_ della lingua. Che importa sapere che -esiste l'espressione _cosa di poco_, per esempio, se ogni volta che -occorre di esprimere quell'idea, si dice, ci scappa detto o ci vien -scritto invece: _cosa di poca importanza_? Ognuno di noi, italiani -delle provincie settentrionali, possiede nei ripostigli della mente -una parte di lingua viva, efficace, bella, — una parte della lingua -raccolta nel libro del Giuliani; — ma che non adopera perchè non è -ancora abbastanza _sua_, perchè appunto l'ha nei rispostigli della -mente e non sulla punta della lingua e della penna, come i Toscani ce -l'hanno. Per questo lo studiar la lingua, per una persona colta delle -nostre provincie, non è tanto un imparare parole e modi nuovi, quanto -un ravvivare nella memoria, un rimestare, un impadronirsi meglio di -quello che già si è acquistato; imparare a spendere il tesoro nascosto; -addestrarsi a maneggiare per tutti i versi lo strumento che si sa -maneggiare per un verso solo. - -Il _tempo_ è un altro grande argomento di discorso per i contadini; -onde il libro del Giuliani è ricchissimo di espressioni e d'immagini -che vi si riferiscono. - -_Il sole cuoceva la carne sull'ossa_, dicono. — _Per la via -s'avvampava._ — Con questo caldo _s'avvampa vivi_. — Il sudore _ci -casca in terra a goccioloni_. — Badi: _sul buon del giorno_ si vive -bene quassù; il _crudo_ è la mattina e la sera. — Oggi ve la siete -scaldata a codesto sole la groppina? — A queste _solate_. — A queste -_nebbiate_, — Signore! par d'esser rinati nel riveder la faccia del -sole! — _È un'aria che fa riavere!_ — Quelle chiare giornate che si -campa tanto volentieri, passano come un lampo! _E ci rientra_ tante -faccende allora! _Le giornate d'ora_ (inverno) _rilucono appena_. -— Oggi tirava un vento che pareva di _fitto inverno_. — _Tirava un -vento diacciato che arrivava alla midolla._ — _Che vita tribolata si -conduce noi poveri, il verno per un verso, l'estate per un altro!_ -— Nel verno _si tribola per un conto_ e d'estate _per un altro_. — -A volte _il vento mena gran rovina_. — _Attaccò per bene a piovere_ -sulla mezzanotte. — _Giù acqua e baleni_, pareva il finimondo. — Per -ora non c'è _disegno_ di piovere. — È un tempo _perverso, infierito_. -— E questa ammirabile descrizione che fa una povera contadina della -montagna pistoiese, presso Castiglione: — Il _vento percoteva forte, i -castagni svettavano_ (agitavano le vette, le cime), _l'aria rintronava, -un mugolío si sentiva che mi parevano urli di morte_. - -Ciò non ostante, mi pare che il linguaggio più immaginoso e più poetico -sia quello che si riferisce all'agricoltura; e per questo l'ho serbato -in fondo. - -Ecco, per esempio, un breve discorso d'un contadino della Valdinievole, -che è una vera meraviglia d'immagini, d'armonia, di gentilezza. Il -Giuliani gli domanda una spiegazione del proverbio: _Sotto la neve -pane e sotto l'acqua fame._ — Perchè, egli risponde, sotto la neve il -grano _accestisce meglio_ (_accestire_ significa venir su con parecchi -fili da un sol ceppo), _compone vita_ adagino adagino, piglia più -campo. Si sa: dalle barbe _riscoppiano più fili e la figliolanza_ si -fa maggiore. E poi, non si dubiti, che se il caldo viene a suo tempo, -_la maturazione s'affretta a buon modo_: lo _spigame_ abbonda. Una -moltitudine di spighe porta, che è una dovizia. Ma unguanno è venuta -tant'acqua, che il grano _ammutolisce_: perchè, m'intende? l'acqua -ripiove giù giù dalle barbe del grano e lo strugge. — Si metta questo -discorso in versi ed è poesia della meglio. - -«Nel corpo (ossia nella parte interna del castagneto), — dice un -contadino di Montamiata, — _i castagni pigliano alterezza_» per dire -che crescon meglio. - -«Belli quassù i grani! — dice un contadino di Valdinievole, — _s'ergono -su su col collo pieno; a vederli è una dignità_.» - -Un contadino di Versilia dice al compagno: — Non lo gittare questo -seme, credi a me, non è terra _degna_, non lo merita. - -Un contadino pistoiese dice che basta una solata a far levare il capo -all'erba, e che si rià a un tratto perchè il _sole è vita alle piante_. - -Un diluvio d'acqua, — dice un senese, — è più una rovina che altro, ma -se vien regolata, che la possa ricevere, _il campo gode e lavora_. - -Le patate a questa _rinfrescata_ si _son risentite_, — dice un di -Versilia, — e _godono_ che è un piacere a vederle. - -Il grano, — dice un pistoiese, — è venuto adagino, pigliò vigore, e -vede come _rizza il capo rigoglioso_! — _È pieno, tien corpo, è bene -spigato._ — _Il sole quassù ha molta possanza_, ecc. - -Vuol essere custodimento, — dice un pisano, — se si vuole che la pianta -_venga in orgoglio_. - -Il buon sugo (pure un pisano) rinvigorisce le piante, le mantien -fresche e le fa _venire in essere_ a tutto punto.... Si cuoce a fiamma -la legna che _prende essere_ di carbone. - -Giù nelle fondate (un altro pisano) le viti non ci approdano: _è il -trionfo dei grani_. — Miri che _trionfo_ di verde! — A volere che la -campagna _trionfi_ ci vorrebbe un pochino d'acqua. - -Son terre magre e sassose (un senese); _è uno sgomento a domarle_. - -Il grano cresce rigoglioso ch'è una bellezza, proprio _una meraviglia -di speranza_. - -Pel freddo il faggio s'abbandona e resta _mortificato_; par che _il -freddo gli rompa l'anima_. - -È una pianta che vuol di molto custodimento, guai abbandonarla! _resta -senza fiato_. - -La terra dà quanto riceve; nutrita poco, dimagra come i cristiani, _e -non ha più nerbo a reggere le piante; la terra rende frutto secondo che -si nutrica, ecc., ecc._ - -E questo è quel «dialetto come tutti gli altri» o «il dialetto che più -s'avvicina alla lingua» e che avrebbe «la pretesa di farsi considerar -come lingua,» quel gergo toscano, infine, che l'ignoranza presuntuosa -e cocciuta di molti non vuole nè ammirare, nè studiare, nè sentire. -— Pare impossibile! — diceva il Manzoni, scrollando il capo, con un -sorriso tra mesto e stizzoso. - - - - -QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE A FIRENZE - - -Che cosa può far dire il dispetto! Qualche tempo fa, essendo corsa -la voce che il ministro della guerra voleva trasferire la Scuola -militare da Modena a Firenze, perchè gli allievi avessero miglior modo -d'imparare l'Italiano, un giornale dell'Alta Italia disse le seguenti -parole tali e quali: — Che cosa potranno mai imparare (gli allievi) a -Firenze? Qualche idiotismo, e nulla più. — È grossa, anzi crassa, o -per dir meglio, briccona. Eppure, se vogliamo esser giusti, non c'è -da meravigliarsene più che tanto, perchè l'opinione di chi scrisse -quelle parole è l'opinione di molti e in Piemonte e in altre provincie -d'Italia. Fino all'età di diciassette anni, mi ricordo d'aver sempre -inteso dire nelle scuole, dai miei professori di letteratura italiana, -che i toscani _parlano con affettazione_, che dicono _molti spropositi -di grammatica_, che _scrivono male_, ecc., e mi ricordo pure che noi -scolari piemontesi credevamo fermamente di conoscer la lingua meglio -dei toscani. — I toscani, — dicevamo, — sapranno un maggior numero -di vocaboli e parleranno con maggiore facilità; ma noi che studiamo -seriamente la lingua, noi ne abbiamo senza dubbio una conoscenza più -esatta, la scriviamo con più correttezza e la parliamo in modo più -scelto. — Perchè il gran che, a quei tempi e in quelle scuole, era di -scrivere scelto. - -E infatti, quando andai per la prima volta a Firenze, per starvi lungo -tempo, v'andai volentierissimo, ma coll'idea d'impararvi la pronunzia, -non la lingua. Avevo la testa tutta imbottita di parole illustri, -sapevo a memoria delle filze sterminate di periodi d'A_ntologia_, avevo -con me una mezza dozzina di quaderni pieni di frasi di «buona lega,» -di «italiane eleganze,» di «modi eletti;» e non mi passava nemmeno -per il capo che il primo venuto dei fiorentini si potesse impancare a -insegnarmi la lingua italiana; — i-ta-li-a-na, — ripetevo tra me — non -toscana, buffoni. - -Però, il giorno medesimo che arrivai a Firenze, appena uscito -dall'albergo, ebbi una piccola mortificazione d'amor proprio. Due -monelli di sette o ott'anni giocavano nella strada. Uno di essi teneva -un coltellino aperto sulla palma della mano e nell'atto di pigliar la -mira per gettarlo contro un uscio, diceva all'altro: — Sta attento: -io lo tiro, vi si configge, oscilla e po' si queta. — La grazia, la -proprietà, l'efficacia di quelle parole, mi colpì. Osservai che non -v'erano nè idiotismi nè sgrammaticature. Interrogai la mia coscienza, -e la coscienza mi rispose che, per dire quella stessa cosa, io mi sarei -espresso altrimenti e men bene. Sentii un po' di dispetto e un pochino -di vergogna. Ma fu un lampo. Ripensai ai miei quaderni e a certi: — -bravo! — dei miei professori, e il mio orgoglio scolaresco rivenne a -galla. - -Conobbi dei fiorentini, frequentai qualche famiglia, passarono alcuni -mesi. - -Ahimè! Allora cominciarono le _dolenti note_. - -Fin che, in una conversazione di molta gente, si trattava di parlare, -colle solite frasi coniate, di politica, di letteratura, di teatri, -il mio italiano correva a meraviglia. Ma quando ero faccia a faccia -con una signora, e dovevo parlare delle mie faccenduole, esprimere -sentimenti intimi, rispondere collo scherzo allo scherzo, raccontare, -descrivere, discutere intorno ad argomenti delicatissimi, dire, in -una parola, quei mille nienti di cui s'alimenta la conversazione -famigliare libera e vagabonda, a tavola e accanto al fuoco; allora -la mia lingua era restía, i miei frasoni scappavano come uccellacci -selvatici, volevo dire una cosa e ne dicevo un'altra, m'impigliavo -nei miei periodi come dentro una rete, stentavo, m'indispettivo, e -qualche volta rinunziavo a esternare un mio pensiero per paura di non -riuscirci. Quanti sorrisi leggerissimi ho visti guizzare sulle labbra -dei miei ascoltatori, mentre parlavo; sorrisi che allora mi facevano -fremere, e che ora benedico, perchè m'accorgo che furono i più utili -insegnamenti che io m'abbia avuti in materia di lingua! Qualche volta -una signora cortese mi dava amabilmente la baia, e anche questa era -una eccellente correzione. — _Il tale_, — io dicevo, — _s'appressò a -me_. — _T'appressa, Oreste!_ — essa esclamava con accento tragico. — Io -esprimevo l'idea più semplice, poniamo il caso, con una frase ricercata -ed altisonante, ed essa esclamava: — Oh come parla bene! — Ogni giorno -cadeva dal mio vocabolario, ferito a morte da uno scherzo affilato, -un piemontesismo, un francesismo, una pedanteria, una frase poetica. -Ogni giorno mi confermavo meglio nella dolorosa persuasione che invece -di _parlare_ italiano, _componevo_; che il mio tesoro linguistico era -uno scrigno di diamanti falsi, e che se volevo riuscire a parlare e a -scrivere a dovere, dovevo rimettermi a studiar daccapo. Son pur bestia! -dicevo come Vittorio Alfieri nel suo sonetto a monna Vocaboliera. - -Ma il cimento più duro per il mio amor proprio fu quando misi per la -prima volta in mani fiorentine gli stamponi dei miei poveri scritti. -Una signora mi presentò un giorno una quarantina di pagine tutte -tempestate di punti neri. Mi morsi le labbra dal dispetto. — Vediamo, -— dissi con la più profonda sicurezza di riuscir vittorioso alla prova, -— vediamo e discutiamo. — Cospetto! — pensavo: — scrivere è tutt'altra -cosa che parlare. Mi può essere sfuggito qualche sproposito; ma cento, -non credo. Son fresco di studi, so dove ho pescato la mia lingua, -citerò i passi degli scrittori. La vedremo. - -Si cominciò. - -— Questa frase non va, — mi diceva. - -— Perchè non va? - -— Perchè non ha garbo, perchè non viene spontanea a chi vuol dire -quello che lei ha voluto dire. - -— Ma l'ha adoperata il tale dei tali, e dicevo il nome d'uno scrittore -consacrato. - -— Me ne dispiace per lui; ha fatto male ad adoperarla; io non -l'adoprerei davvero. - -— Ma è o non è italiana? - -— Ma anche conciofossecosacchè è italiano. Lei l'userebbe per questo? - -— Ma come direbbe lei invece? - -La cortese correttrice mi suggeriva la correzione. Era nove volte -su dieci la semplicità sostituita all'affettazione, l'evidenza -all'equivoco, la grazia alla pedanteria. Ma quella correzione era come -un colpo di catapulta che faceva traballare tutto l'edifizio della mia -educazione letteraria; e perciò io resistevo, mi dibattevo, citavo, -cavillavo, qualche volta credendo davvero di aver ragione, e non di -rado facendo dentro di me il proposito di non sottomettermi mai più a -quella tortura. Ma il giorno dopo ci ripensavo, davo a me stesso di -corbello e di cocciuto e facevo la correzione. E mi ricordo che mi -meravigliavo di vedere, durante le discussioni vivissime, e qualche -volta anche acerbe, che il mio testardo amor proprio sollevava, di -vedere, dico, il viso della mia correttrice sempre pacato e sorridente. -Non capivo ch'essa non s'impazientiva perchè era profondamente sicura -d'aver ragione, e che io avrei finito per riconoscerlo. — Oh questa -poi! — esclamavo qualche volta; — questa assolutamente non la passo! — -Ebbene, ne riparleremo domani, — essa rispondeva. E il giorno dopo non -c'era neppur più bisogno di parlarne. - -Molte volte bastava una semplice osservazione per farmi ravvedere; ed -era quando si trattava di tutte quelle piccole affettazioni, che sono -nella lingua ciò che sul viso umano sono le smorfie, le rughe, i vezzi -ridicoli, i mille segni e atteggiamenti sfuggevoli e inesprimibili, -che rendono una persona antipatica; affettazioni delle quali molti -scrittori italiani, anche valentissimi, non si sono ancora spogliati, e -che sebbene paiano difetti di poco o punto rilievo, deturpano lo stile -e rendono i libri noiosi. - -Leggevo, per esempio, nei miei scartafacci: — «Cadde sul _destro_ -piede.» - -— Perchè non sul piede destro? — mi domandava. - -— Perchè è meno elegante, — rispondevo. Si metteva a ridere così di -cuore che io tiravo un frego sull'eleganza. - -Leggevo: — Partissi da casa.... - -— Ma perchè non _partì_ da casa? Che direbbe di me se le dicessi che -questa mattina _partiimi_ da casa d'una mia amica e _andaimi_ a casa -d'una parente? - -Leggevo: — Prese quel partito, _però che fosse_ l'unico ragionevole -che.... - -— Oh terrore! — esclamava accompagnando la parola con un gesto -drammatico. - -— Ma è italiano! — io dicevo. - -— Ma e batti con questo italiano! Vuole scommettere che senza dire mai -nè una parola nè una frase che non sia italiana, io, questa sera, nel -mio salotto, parlo in maniera da far scappare tutti i miei amici? - -Non erano mica, come si vede, correzioni di errori di grammatica o -d'altri strafalcioni gravi. Erano quasi sempre cambiamenti di una -parola in un'altra di senso affine, trasposizioni, raddrizzamenti di -frasi torte, tocchi e ritocchi da nulla; ma che facevan mutar faccia a -un periodo e colore a un pensiero, e dove il lettore avrebbe inarcato -le ciglia o non badato, facevano sì che o non badasse o sorridesse -di compiacenza. Era soprattutto un insegnamento continuo intorno al -modo di distribuire e di combinare tutta quella parte minuta della -lingua, tutto quel tritume di monosillabi, che è la maggior difficoltà -delle lingue moderne; di distribuirlo e di combinarlo in maniera, che -il linguaggio non ne rimanesse irto e rotto, le giunture dei periodi -rigide, i passaggi stentati, il suono sgradevole, come vediamo accadere -al più degli scrittori non toscani. Erano delicatezze di lingua alle -quali non avevo mai pensato, che anzi non avevo mai neppur sentite nei -buoni scrittori, o le avevo sentite nell'effetto complessivo del loro -modo di scrivere; ma senza rendermi ragione del come e del perchè. — -Paiono inezie, — mi diceva quella colta signora; — e molti ne ridono; -ma a pensarci bene, sono cose essenziali per chi voglia scriver bene. -Perchè in che altro si distingue uno scrittore elegante ed efficace da -uno scrittore rozzo e sgradevole? Scriverebbero tutti bene ad un modo, -se lo scriver bene consistesse nel non violar la grammatica, nel non -adoperare nessuna parola e nessuna frase della quale non vi sia esempio -negli scrittori, nel far capire, presso a poco, quello che si pensa. -L'eleganza, la grazia, l'arte vera del parlare e dello scrivere, sta -tutta nelle _segrete cose_, nei nonnulla che sfuggono all'attenzione -dei più, in un'armonia che gli orecchi non educati non sentono. E in -questo, se ne persuada pure, signor mio, e _lasci dir la gente_: i -toscani possono insegnare qualche cosa ai loro fratelli d'Italia. - -Di questa verità non erano persuasi, neppure dopo due o tre anni di -soggiorno a Firenze, molti Italiani delle Provincie settentrionali, per -i quali l'aspirazione toscana, il _te_ per il _tu_, il _dai retta_ per -il dà retta, l'_un_ per il _non_, e qualche altro idiotismo eran cose -che, messe nella bilancia, facevano saltare in aria tutte le grazie, -tutte le ricchezze, tutte le meraviglie del linguaggio toscano. Ma -nel fatto era come se ne fossero persuasissimi; perchè senza volerlo, -imparavano a parlare ed a scrivere; la loro lingua si snodava; -adoperavano, senza accorgersene, modi vivacissimi e frasi semplici -e piene di garbo, per dir cose che esprimevano prima con perifrasi e -giri di parole ridicoli; si abituavano a raccontare e a scherzare senza -compasso e senza fatica; e in fine canzonavano l'italiano stentato e -mal connesso dei nuovi arrivati a Firenze, e trovavano insopportabili -certe maniere di scrivere che avevano ammirate fino allora con -pecoraggine scolaresca. - -Vi sono però molti, i quali andarono per qualche loro faccenda a -Firenze, stettero una settimana all'albergo, sentirono bestemmiare i -fiacchierai in piazza della Signoria, colsero a volo qualche frammento -di conversazione in mezzo alle erbivendole di Mercato Vecchio, -passarono tutt'al più una serata in una famiglia fiorentina, e poi -tornati a casa, dissero che a Firenze non c'è da imparare che qualche -idiotismo, che la lingua italiana non è là, che un qualunque italiano -colto può parlar meglio d'un toscano, che l'idea del Manzoni è una -stramberia. - -Dio vi perdoni e vi converta, signori. - - - - -UN BEL PARLATORE - - -Ogni volta che l'ho sentito parlare, mi sono persuaso che sono un -barbaro e son tornato a casa umiliato. - -Non so come parli alla Camera e sulla cattedra; suppongo che parli -bene; ma non credo che l'eloquenza politica e la scolastica siano la -sua vera eloquenza. Bisogna sentirlo in conversazione. - -Qui è veramente ammirabile. - -Prima di tutto, bisogna dire, per chi non l'ha mai visto, che la sua -persona non toglie nulla, ma neppure giova gran fatto all'efficacia del -suo parlare. Se ne può fare il ritratto in due tocchi: una gran zazzera -sopra un viso magro ed irregolare nel quale brillano due piccoli occhi -pieni d'ingegno. Ha un sorriso un po' canzonatorio, un gesto un po' -curialesco, una voce dolce e pieghevole. È superfluo il dire che è nato -in Toscana; ma necessario soggiungere che è senatore, e che ha passato -di qualche anno la cinquantina. - -Bisogna, dunque, sentirlo in conversazione. - -È un po' pigro, anche a parlare; e perciò non è molto facile fargli -scioglier la lingua. Se non è in vena, e se il soggetto della -conversazione non lo tira, è capace di non aprir bocca in tutta la -serata. Peggio, poi, quando s'accorge che lo si vuol far parlare per -starlo a sentire. In questo caso è timido e cocciuto come un bambino. -Un giorno una signora, sollecitata da un amico curioso, gli mise -dinanzi un libro di poesie (poichè legge mirabilmente i versi) e lo -pregò ripetutamente di leggere. — Ma come vuole che io legga, — egli -rispose quasi indispettito, — con tutto questo apparato? Diventerei -rosso fino alla radice dei capelli! — E non ci fu verso di fargli -leggere un rigo. - -Bisogna ch'egli s'impegni in una conversazione quasi senz'accorgersene, -che vi scivoli, che vi si trovi legato senz'averlo voluto. Una volta -che ha preso la parola, gl'interlocutori a poco a poco tacciono e -diventano ascoltatori. Allora egli non si avvede d'essere sul palco -scenico e la platea può esser sicura d'avere il fatto suo. - -Seduto in un angolo del salotto, cogli occhi socchiusi e il sorriso -sulle labbra, passandosi di tratto in tratto una mano sul ciuffo, poi -sulla fronte, e poi sul mento, egli dice mille cose argute e gentili -con una grazia e una nobiltà di forma e d'accento che è impossibile -a esprimersi. Parla lentamente e pesa le parole, ma senza sforzo; si -direbbe che le scocca, che le fa scattare l'una dall'altra, che sente e -che fa sentire in ognuna di esse un valor nuovo, scoperto o piuttosto -dato da lui, come un'effigie a una moneta. Qualche volta fa aspettare -una parola, si capisce che la cerca, e che gli sfugge; ma la coglie -sempre, ed è sempre la propria, la necessaria, quella che s'aspettava. -Talora si direbbe che ha compiuto l'espressione del suo pensiero, e -non è; aggiunge ancora un aggettivo, un avverbio, un monosillabo, che -fa sempre l'effetto dell'ultimo tocco d'un pittore sicuro. Si direbbe -che cerca le difficoltà per pigliarsi il piacere di vincerle. Non gira -mai intorno al proprio pensiero. Scava dentro di sè, mette fuori tutto, -fa comprender tutto; colorisce, brunisce, orla, frangia, si trastulla -in mille modi colla sua lingua; tocca con una destrezza meravigliosa -soggetti disparatissimi, si diverte a sguisciar di mano, fa mille -sorprese colla frase e coll'inflessione della voce; e di qualunque cosa -parli, sia di filosofia, sia di finanze, sia di letteratura, sia di -corbellerie, ha sempre la stessa evidenza e lo stesso colorito caldo -e brillante di linguaggio, che seduce egualmente uomini, signore e -bambini. - -Qui dovrebbero essere, — pensavo io quando l'udivo parlare, — coloro -che dicono che _scrivere come si parla è la sapienza degli ignoranti_. -Essi mi direbbero forse che questo signore, per quanto parli bene, -scrive certamente meglio. Meglio, sì, ossia, con più ordine, con -più sobrietà, con un nesso più stretto fra pensiero e pensiero, fra -periodo e periodo; meglio, in una parola, _ma non in una maniera -diversa_. Ossia non adopera, scrivendo, nè una frase nè una parola che -non adopererebbe parlando, e scrive nondimeno con una eleganza e una -nobiltà di stile e di lingua ammirabile. Egli può studiare a memoria -quello che scrive e ripeterlo in conversazione, senza che nessuno -s'accorga che sia stato scritto. Leggendo la sua prosa, par di sentir -parlar lui; lui, — notiamo bene, — lui nascosto dietro una cortina o -coll'anello di Gige nel dito; e non un altro personaggio che non si sa -chi sia, un personaggio non vero, un terzo fittizio che si caccia fra -l'autore e il lettore, un burlone che si vergognerebbe di parlare come -scrive e si vergogna di scrivere come parla, un vanitoso imbellettato, -un ipocrita letterario, un ciurmadore di parole. Scrivere come si parla -vuol dire scrivere come vorremmo saper parlare; osservare, scrivendo, -le stesse leggi che ci sforziamo (e non ci riesce sempre, perchè ci -manca il tempo per riflettere), di osservare parlando; non mettere -sulla carta nessuna frase, nessuna parola, nessuna trasposizione di -parole, che usata parlando, in un crocchio di persone educate, colte -e nemiche d'ogni affettazione e d'ogni caricatura, farebbe inarcar -le ciglia o dare in uno scroscio di risa o dire che siamo pedanti -o pretenziosi o sciocchi. Col quale principio, ch'era quello del -Manzoni, se si esaminano nove su dieci dei libri italiani, e quelli per -i primi di cui son colpevole io, mi duole il doverlo dire, si trova -ogni momento una frase, una parola, un'attaccatura, un'inflessione -di periodo, un qualche cosa, insomma, che non va, che non ha una -ragione d'essere, che non dev'essere _scritto_ perchè non può essere -_detto_, che ci farebbe arrossire se ci sfuggisse discorrendo con una -signora, che è un'eleganza, come diceva il Manzoni, del cassone, una -ruga dello stile, una smorfia della lingua. E con questo si spiega -come al Manzoni non finisse di piacere nessun prosatore italiano. -Cercava il suo ideale e non lo trovava. Leggeva tendendo l'orecchio e -non sentiva parlare, o _sentiva leggere una cosa scritta_. Diceva del -Nicolini medesimo che _parlava meglio di quello che scriveva_. Nelle -sue meditazioni tranquille e profonde sull'arte dello scrivere, non -aveva trovato nessuna buona ragione colla quale si potesse giustificare -una differenza qualunque tra il linguaggio parlato e lo scritto, su -_qualunque materia_ si scriva, poichè nel dialogo sulla _Finzione_ -egli scrisse cose altissime e stupende di filosofia e di morale senza -scostarsi dalla lingua, dalla forma, dal tono d'una conversazione -famigliare. E se qualche volta, in quello e in altri scritti, se n'è -scostato, se n'è accorto poi e ha mutato, e se non ha mutato, sentiva -che avrebbe dovuto mutare, e non c'è bisogno d'averlo conosciuto -intimamente, per poter dire che sapeva di non essere riuscito a -scrivere in tutto e per tutto come voleva, a incarnar meglio il suo -principio, a dare l'esempio più strettamente conforme alla teoria. - -Così la pensa il _bel parlatore_ di cui ho parlato, il quale, se -scrivesse dei libri, sarebbe col fatto il più potente propugnatore -della teoria manzoniana, com'è, parlando, il più ammirabile maestro -di conversazione ch'io abbia conosciuto. E l'ho in fatti per un tale -maestro che quando mi viene sulla punta della penna un'espressione -o una parola o un giro di periodo sospetto, chiudo gli occhi, mi -raffiguro lui che parla, intrometto furtivamente nel suo discorso -quella parola o quell'espressione, e se non la sento stridere, la -scrivo; se stride, la caccio in bando del mio regno. - -Forse, s'egli leggesse queste pagine, direbbe che il mio regno è -popolato di bricconi e mi consiglierebbe di bandire ancora. Abbia -pazienza, caro maestro; mi lasci un altro po' di tempo e le assicuro -che «sarà fatta giustizia» e «forza rimarrà alla legge.» - - - - -DALL'ALBUM D'UN PADRE - -(A VITTORIO BERSEZIO.) - - -Questa creatura che occupa tanta parte della mia vita, e senza la -quale mi sembra che non potrei più vivere, come se fosse legata a me -da un'arteria invisibile, tre anni sono non esisteva nemmeno nella -mia mente! È strano. Mi pare che ripensando profondamente al mio -passato, dovrei trovarne qualche traccia, qualche preannunzio. Cos'è -quest'apparizione? Di dove vieni? Chi sei? Che sei venuto a dire nel -mondo? Qual è il tuo perchè, straniero? Che cosa cerchi, sconosciuto? -Perchè al mio appello hai risposto tu, cogli occhi celesti, e non un -altro cogli occhi neri? Rispondi, personaggio misterioso. - - * - * * - -L'età più bella dei bimbi, per chi ha occhio d'artista oltre che -cuore di padre, è quando passano ancora ritti sotto la tavola e si -può reggerli con una mano sola, portarli a cavalluccio sul collo, -nasconderli sotto un giornale, metterli in prigione in mezzo a due -vocabolari; e tutto il loro vestiario, dalla scuffietta alle scarpe, -sta comodamente dentro un vecchio cappello del babbo. A quell'età -la madre impazzisce per infilare una calza al suo bimbo; ma quando -una volta su dieci egli vi spinge il piedino dentro da sè, essa lo -abbraccia con impeto ed esclama alteramente: — Sei un uomo! - - * - * * - -Hanno un visetto che pare una mela cogli occhi, un collo esile che -si cinge quasi col pollice e l'indice, due manine che c'è bisogno di -guardarle per persuadersi che hanno già tutt'e cinque le dita e un -piedino che proprio non si può pigliare sul serio. La loro testina, -secondo il momento che gliela fiutate, ha odore di passero, di micio, -di coniglio, di nido di rondini, di mattoni, di legno, di vernice, -d'olio di lume, di tutto quello che c'è in casa, che essi possan -toccare; e il fiato un leggiero odore latteo misto colla fragranza di -non so che fiori; un fiato che, ad aspirarlo, par che debba far bene al -sangue, come l'aria della campagna. - - * - * * - -Eppure v'è chi non ama queste creature! Io vedo col pensiero un bambino -roseo e ridente che dalle braccia di sua madre tende tutt'e due le -mani in atto amoroso verso un signore lungo, stecchito e severo, il -quale dà indietro con un movimento quasi di ripugnanza, e facendo un -sorriso forzato, gli agita dinanzi agli occhi un dito nodoso che non -vuol essere toccato. Oh uomo lungo, stecchito e severo, sii pure un -grande ministro o un letterato famoso o un fondatore di opere pie: io -ti detesto. - - * - * * - -Bisogna vedere come sono atteggiati nella culla, la mattina, prima che -si sveglino. Chi può trattenere i baci e le risa? Sono atteggiamenti -di soldati morti sul campo di battaglia, atti di dolore disperato, -contorsioni d'acrobatici, abbandoni svenevoli d'innamorati languenti. -Ora son tutti in un gomitolo sul cuscino, ora rintanati sotto, ora -capovolti, in modo che cercando il visetto trovate la punta dei piedi, -e volendo afferrare un piede ficcate il dito nella bocca. E allora è -bello pigliar tutto in un fascio bimbo, lenzuola, coperta e coltrone, -e fuggir per la casa, colla preda calda fra le braccia. - - * - * * - -Chi vede senza ridere un bambino di tre anni, quando appena svegliato, -vestito e messo in terra, rimane un momento immobile, soffregandosi -gli occhi, e poi va innanzi a passo lento, tutto d'un pezzo insonnito, -scarmigliato, di malumore, piagnucolando e guardando la gente di -traverso; — o quando è preso dal freddo, che ha il nasino livido, e -cammina a passetti di marionetta, facendo la gobbina, e mille vezzi -e graziette minuscole, come per dire: — Son piccino, sono una cosa -da nulla, scaldatemi o sparisco; — o quando tuffa mezzo il capo in un -tazzone di caffè e latte tenuto a due mani, e tracannando avidamente, -fa la guardia colla coda dell'occhio a un pezzo di biscotto sul quale -sospetta che voi abbiate qualche intenzione ostile; — chi vede queste -cose senza ridere, non ha un senso comico delicato. - - * - * * - -A quell'età nulla di più bello che il vederli correre. La loro corsa -ha qualche cosa del saltellare d'una palla elastica, del barcollamento -d'un ubbriaco e dei movimenti d'una foglia portata dal vento. La -piccola creatura si spicca dallo sgabello, si slancia fuori della -stanza, inciampa nel gatto, rovescia una seggiola, infila un corridoio, -e via sgambettando e annaspando colle mani, di stanza in stanza, -inseguito dalla madre, fino all'angolo più lontano della casa, dove si -rifugia dietro un sacco da viaggio, e di là tenta un'ultima resistenza -per strappare una concessione al nemico. Ah! invano! Bisogna lasciarsi -lavare la faccia. - - * - * * - -Chi può dire che cos'è la voce dei bambini? C'è il gorgheggio -dell'usignuolo, il pissi pissi della rondine, il pigolío dei pulcini, -il gnaulío del gatto. Son note di flauto, mormorii e bisbigli -infinitamente soavi, strida e garriti che lacerano le orecchie, trilli -di soprano, scoppi di voce virile, stonature di tenore sgolato, -falsetti di maschere, fioriture e passaggi strani; tutti i suoni -che escono da una gabbia di cento uccelli e da un'orchestra di cento -strumenti. Accostate il viso alla loro bocca e fatevi mormorare qualche -parola nell'orecchio: alle volte n'esce un suono che vi rimescola; vi -pare d'aver posto l'orecchio allo spiraglio d'una porta misteriosa e -sentito una voce sovrumana. - - * - * * - -Egli ride. Non l'ho mai visto ridere così di cuore. È un riso smodato, -squarciato, sgangherato. Ho perfin paura che gli manchi il respiro. -Si butta a destra e a sinistra, rovescia la testa indietro, gli si -empion gli occhi di lagrime, gli si fa il viso pavonazzo. Ora basta, -via, ti puoi far male, smetti di ridere. È un riso inestinguibile, una -convulsione, un riso da schiantare le viscere. Ma finiscila una volta! -Ma perchè ridi? Che cos'è stato?... Ah! non m'ero accorto che m'ha -messo un cappelletto di carta sulla testa. - - * - * * - -Vestiti paiono qualche cosa: spogliati, non son più nulla. Si palpa -quel corpicino, si sente quell'ossatura sottile, che par che si debba -spezzare a premervi sopra la mano, e si trema pensando a che tenue filo -è legata quella cara vita. Quanto tempo e quanti dolori, per lui e per -chi l'ama, prima che questo piccolo braccio possa respingere l'offesa -di un uomo! Guardatelo lì ignudo nato quest'ometto spoppato ieri! -Come! Ha da venire un giorno in cui tu avrai la barba e il cappello -cilindrico? e capirai Tito Livio? e saprai risolvere un'equazione di -secondo grado a tre incognite? Eh via! spaccone, questo non può essere. - - * - * * - -Dovrei proprio guarirmi da questa debolezza. Sono seduto a tavolino, -scrivo, ho la testa piena di pensieri gravi, la menoma distrazione -m'inquieta, mi preme di finire; e con tutto ciò, bisogna che lasci -la penna, che m'alzi, che attraversi la stanza rimovendo le seggiole, -inciampando nei giocattoli e scomodando quattro o cinque persone, per -andare a stringere fra l'indice ed il pollice, per un momento solo, la -polpina di quella gambetta che dal mio posto vedevo biancheggiare in -un angolo oscuro dietro la spalliera della poltrona. Appagato questo -capriccio ritorno al tavolino col cuore in pace e colla mente disposta. -Altrimenti, non mi riusciva di finire la pagina. - - * - * * - -Gran voluttà quella di malmenare un bambino e di coprirlo di vituperi! -Sei un fantaccione, sei pesante, sei rotondo, sei duro, sei brutto; -mangi come un bue e dormi come una talpa; sei un ignorantone e un -fannullone che mi rovini e mi fai dannar l'anima; un giorno o l'altro -ti do un carico di legnate, non ti voglio più, ti butto fuori di casa, -farai una cattiva fine, sei un soggetto d'ergastolo, sei la mia vita, -t'adoro! - - * - * * - -Anche l'amore dei bambini ha le sue furie. Un vero padre si sente -qualche volta un po' antropofago e vorrebbe stare in una casa isolata -per poter saziare la sua fame senza che accorrano i vicini alle -grida della vittima. Non strillare, hai inteso? Il mio dovere è di -mantenerti, il tuo è di lasciarti baciare, sulla testa, — negli occhi, -— nella bocca, — sul petto, — nel collo, — fin che mi resta fiato. -Strilla! Strilla! Che m'importa? Pur che io mi sazi. Ah! se non avessi -paura di soffocarti! Già, è scritto: un giorno o l'altro ti finisco. - - * - * * - -Questa mattina passeggiavo per la stanza con lui disteso sulle braccia, -come in una culla. Egli teneva gli occhi chiusi e lasciava spenzolare -la testa e le gambe. La fantesca disse: — Par morto. — Questa parola -mi agghiacciò il sangue. Mi misi a pensare che cosa seguirebbe di -me se egli morisse. Mi parve che sarei impazzito. M'internai in -quell'immaginazione. Prenderei sulle braccia il bambino morto, — -pensai, — uscirei di casa, attraverserei la città, piglierei la -campagna, e via, di sentiero in sentiero, di villaggio in villaggio, -di giorno, di notte, al vento, alla pioggia, muto, infaticabile, -stringendo colle mani irrigidite quel corpicino freddo, fin che -arriverei in mezzo a una pianura immensa e sinistra, dove darei tutt'a -un tratto in un tale scoppio di pianto che mi si romperebbe una vena -nel petto e cadrei senza vita. - - * - * * - -Ha rotto un bicchiere, ha rovesciato un lume, straccia la tappezzeria, -sbatacchia gli usci, fa tintinnare i vetri,... getta in aria i -fantocci,... copre la voce di tutti.... Che inferno in questa casa! che -pace nel mio cuore! - - * - * * - -Quando son triste, vedo in ogni suo trastullo l'immagine di una -disgrazia che gli potrà accadere, e mi perdo in mille presentimenti -dolorosi. Rompe una gamba a un fantoccio: io penso: si romperà una -gamba in una caduta? Gioca colle pallottole: io mi domando: — Diventerà -un giocatore? Quando suona il tamburo, m'immagino che possa morire in -guerra; quando rovescia un altarino, temo che diventi uno scettico; -quando lo vedo rannicchiato in un cantuccio in mezzo a due seggiole, -mi pare che un giorno abbia da essere gittato in una prigione. Lui! -Son sogni. Fin che io vivo non gli seguiranno disgrazie. Lo seguirò -come l'ombra il corpo. Sarò il suo amico, il suo confessore, la sua -sentinella. Ma poi? Ah! Il pensiero di lasciarlo solo nel mondo mi -spaventa, ho paura della morte, son diventato pusillanime. Vorrei -vivere un secolo, ridurmi decrepito, cieco, paralitico, inchiodato -perpetuamente sopra una seggiola; purchè nei giorni di dubbio o -di pericolo, potessi afferrarlo per la mano, toccargli il capo, -supplicarlo, se non potessi più colla voce, almeno coi gesti e colle -lagrime, di non uscire dalla via dell'onore. - - * - * * - -È una cosa che fa fremere. Qualche volta, guardandolo, io mi raffiguro -le molte migliaia di bambini dell'età sua, nati nello stesso paese, e -che in questo mentre sono come lui innocenti, amorosi, carezzevoli; me -li raffiguro nelle loro culle, fra le braccia delle loro madri, coperti -di baci e chiamati coi più dolci nomi della lingua umana; vedo nel -cuore dei loro genitori le medesime speranze, lo stesso presentimento -ch'essi saranno onesti e contenti, anzi la medesima profonda certezza, -e non altrimenti fondata, che io nutro riguardo al mio: e penso che non -di meno da tutta questa legione di angioletti usciranno dei ladri, dei -falsari, degli assassini, dei parricidi, che getteranno la disperazione -e il disonore nelle loro famiglie. Quando questo pensiero mi s'inchioda -nel capo, mi tocca fare un grande sforzo per liberarmene. Questa -mattina presi il mio bimbo sulle ginocchia e gli domandai: — Bimbo, -sarai un'assassino tu? — Egli non capisce ancora il significato di -questa parola. — Si, — rispose — ma voglio dei dolci. - - * - * * - -Se potessi indovinare il suo avvenire, come fanno le zingare, dalla -palma della mano! Che cosa tratterà questa manina? La spada? Il -pennello? La penna? L'archetto del violino? Il coltello anatomico? -Povera manina, quante volte sorreggerà la testa stanca d'un lavoro -ingrato o d'un pensiero doloroso! Di quante lettere listate di nero -romperà il suggello! Quante destre di falsi amici e di donne indegne -gli occorrerà di stringere! Ma tu la conserverai pura d'ogni macchia, -figliuol mio, e se quando ti colpirà un grande dolore immeritato, ti -verrà fatto di levarla in alto, non la leverai per maledire, ma per -giungerla coll'altra, come ogni sera e ogni mattina t'insegna a fare -tua madre. - - * - * * - -Guardo la sua manina, la stringo, la nascondo tutta nel mio pugno, -e sorrido pensando che passarono per questa forma anche le mani dei -guerrieri più formidabili e degli artefici più potenti del mondo. -E da questo pensiero son condotto alla mia immaginazione prediletta -dell'infanzia degli uomini grandi. Mi raffiguro Omero che si dispera -perchè gli hanno rubato una pesca; Cesare che trema dinanzi a un topo; -Dante che salta in sella a un cavallino di legno; Michelangiolo, che -mentre suo padre gli mostra una statua, è tutto intento a schiacciare -un nocciolo coi piedi; e la signora Buonaparte che dice al futuro -vincitore d'Europa: — Vergogna! Alla tua età, quando se n'ha bisogno, -si dice, e non s'imbratta in codesto modo la casa. - - * - * * - -Se diventasse un grand'uomo! È un sogno di tutti i padri; ma non è -impossibile. Egli è un enimma infine; un geroglifico il cui significato -è ancora ignoto; una parola della quale non è scritta che la prima -lettera; un numero dell'immenso lotto umano. Questo dubbio è il -più dolce alimento della mia vita. Mi pare di possedere uno scrigno -misterioso, nel quale è possibile che ci sia un pugno di sabbia o -un mucchio di perle. Son vicino a trent'anni, e il mio avvenire che -cominciava a restringersi, s'è improvvisamente allargato; ho perduto -le ultime illusioni della gioventù, ho ritrovate le speranze infinite -dell'infanzia. Che importa che i miei capelli cadano? I suoi diventan -folti. Che importa che io discenda? Egli sale. - - * - * * - -E se riuscisse invece d'intelligenza scarsa e di fibra debole, non -solo da non uscire dall'oscurità, ma da rimanere degli ultimi in mezzo -agli oscuri? Quando mi coglie questo pensiero, sento un irresistibile -bisogno di stringermelo al petto e di coprirlo di carezze, come per -domandargli perdono della vana ambizione che me lo fa sognare diverso -da quello che forse egli è destinato ad essere. Sento il bisogno -d'assicurarlo fin d'ora che quanto sarà più angusto il posto che gli -è riservato nel mondo, tanto sarà più grande quello ch'egli avrà nel -mio cuore. Pensando che un giorno, forse, tornando dalla scuola egli mi -dirà piangendo: — Son l'ultimo; — io mi sento uno struggimento d'amore -per lui. Ma questo non sarà, perchè io l'aiuterò nei suoi studî, mi -rimetterò al greco e alle matematiche, veglierò con lui, e gli verserò -tanto affetto nel cuore, che il cuore illuminerà la mente. Quando qui -sotto v'è un tesoro, anche qua sopra v'è qualcosa. - - * - * * - -I bambini sono grandi consolatori. Chi lo sa più di te, povera -vecchia fantesca? In casa tu sei amata; ma la tua testa calva, il tuo -viso rugoso, tutta la tua persona deformata dagli anni, ti rendono -incresciosa alle persone che ti sono più care e sono cagione ch'esse -non ti rendano, ora che ne avresti tanto bisogno, le carezze che tu -prodigasti loro quand'erano bambini. Alberto, giovinetto, si ritira -bruscamente indietro quando tu accosti il tuo volto al suo per guardare -le vignette del libro ch'egli sfoglia; Enrico da molto tempo non vuol -più che tu gli faccia il nodo della cravatta per non sentire il tuo -alito e il contatto delle tue mani; e quando vuoi baciare Adelaide, -la ragazzina che hai portata in braccio per tanti anni e divertita con -tante istorie nelle lunghe sere d'inverno, sei costretta, perchè non ti -respinga, a baciarla furtivamente quando dorme. V'è una sola creatura -al mondo che non respinge le tue carezze, che ama la tua testa calva -e il tuo viso rugoso, che ti compensa di ogni ingratitudine e d'ogni -amarezza, ed è questo bambino di tre anni — Ernesta, — egli ti dice -baciandoti sulla bocca, — tu sei bella. - - * - * * - -E sempre ricasco nel pensiero della bellezza. Non credevo che un -padre, oltre l'affetto che tutti comprendono, dovesse nutrire pel suo -figliuolo un sentimento così affine a quello di uno scultore per la -sua statua. Io pure spio con trepidazione il viso di chi lo guarda, -interpreto i sorrisi e commento i complimenti come un artista incerto -dell'opera sua. Ogni sua bellezza mi pare un merito delle mie mani, -ogni sua imperfezione l'effetto d'una mia svista. Ogni giorno mi si -presenta in un aspetto diverso. Lo guardo e lo riguardo, di faccia, di -profilo, davanti, di dietro, di sopra, di sotto; correggo cogli occhi -certi suoi tratti; rimango perplesso; ci ripenso; ma finisco sempre col -darmi una fregatina alle mani e dire che è un bel lavoretto. - - * - * * - -Gran livellatori del cuore umano i bambini! V'è una povera donna con -un bimbo in braccio seduta sullo scalino della porta, che vede passare -una signora in carrozza con un bimbo sulle ginocchia. Il bimbo della -signora è vestito di velluto, il suo è vestito di cenci; quello ha un -fascio di giocattoli, il suo non ha mai avuto giocattoli; quello mangia -dei confetti, il suo rosicchia un pezzo di pan nero. Eppure degli -sguardi che le due donne si scambiarono sui propri figliuoli, quello -che espresse un sentimento d'invidia è quel della signora! La povera -donna se n'accorse ed esclamò con un fremito di orgoglio: — Il mio è -più bello! - - * - * * - -Io non so se tutti i padri vedano nei loro bambini quello ch'io -vedo nel mio; so che più lo guardo e più ammiro l'infinita amabilità -dell'infanzia, che mi pare un compenso dato da Dio alle ansietà e alle -cure ch'essa ci costa. Ha dei movimenti di capo, delle espressioni -di stupore, dei lampi di sorriso, dei gesti sfuggevoli, dei vezzini, -delle civetterie, dei nonnulla inesprimibili che mi strappano un grido -d'amore. — Non provocarmi! — gli dico qualche volta. E in questa grazia -incantevole di gesti e di atteggiamenti, una varietà immensa, una -trasfigurazione continua, una sorpresa ogni momento. Mi pare che chiuso -con lui in un castello solitario, senza libri, senza lavoro, senz'altra -cura che di custodirlo, non avrei un'ora di noia. - - * - * * - -Comincia, parlando, a legare insieme due proposizioni. È un gran -piacere per me il seguire attentamente l'estrinsecazione laboriosa -del suo pensiero, vedere con che bizzarri artifizî esprime l'idea più -semplice, con che buffe contrazioni del viso pronunzia ogni parola -nuova, come tira e scontorce e spreme il suo piccolo capitale di -venticinque parole; che stroppiature mostruose, che sgrammaticature -colossali, che spropositi enormi e incredibili, mette fuori colla più -ingenua sicurezza, e qualche volta guai a chi gli ride in faccia! -E notare come in questo suo linguaggio stravolto e spropositato, -un giorno si raddrizza una parola, un altro giorno si combina una -concordanza, e a poco a poco i vocaboli si dispongono in ordine, e le -consonanti difficili escono spiccate e sonore, fin che lo strumento -completato e accordato, potrà prendere parte al concerto della -conversazione domestica, non facendo più che qualche stonatura per -caso. - - * - * * - -È strano ch'io ci pensi oggi per la prima volta: questo visetto, -questa vocina, questa grazia angelica, che ora rallegra la mia vita, -fra qualche anno non saranno più. Ogni giorno che passa mi ruba -qualche cosa di questo bambino roseo. Fra qualche anno egli avrà un -altro viso, parlerà con un'altra voce, gestirà in un'altra maniera, e -della creatura d'oggi non mi rimarrà che qualche ritratto e qualche -reminiscenza. Questo corpicino non è che una forma che mi passa -dinanzi e che deve svanire. Sono irragionevole; ma è un pensiero che mi -rattrista. - - * - * * - -Non capisco più, ora, come io abbia potuto vivere tanto tempo, -ed essere quasi felice, in una casa sempre tranquilla —, dove non -c'era mai una seggiola fuori di posto —, dove non si rompeva mai una -bottiglia — dove non s'inciampava mai in una marionetta —, dove non -si facevano mai delle oche di carta —, dove non si vedeva mai nessuno -sotto una tavola —, dove non c'erano che dei letti enormi —, dove non -si sentivano mai che dei passi lenti e gravi —, dove non s'udivano che -voci pacate che dicevano senza errori di grammatica delle cose sempre -ragionevoli. - - * - * * - -Sovente, vedendolo così ben vestito e ben pasciuto, con un monte di -ninnoli davanti, io dico tra me: — E se un rovescio improvviso di -fortuna mi costringesse a non trattarlo più in questa maniera? Tutto -il mio sangue si rimescola violentemente a questo pensiero, e nello -stesso tempo la mia fronte si solleva e la mia anima ingigantisce. Ah! -non sarà mai, bambino mio! dovessi comprare ogni tuo giocattolo con una -notte di lavoro, scontare ogni tuo vestitino nuovo con una ruga della -fronte, pagare ogni tuo giorno di contentezza con una ciocca di capelli -bianchi, conservare il color di rosa del tuo volto colla tortura del -mio cervello e delle mie ossa! Che m'importerebbe che la gente ridesse -della mia faccia scarna e del mio vestito logoro? Io ti condurrei a -passeggiare con me in qualche parte solitaria della campagna, e starei -a veder tramontare il sole premendomi la tua testa sul cuore. Ah, non -temere! Fra te e la povertà, ci sono i miei trent'anni, la mia volontà -indomabile e le forze smisurate dell'amore che mi divora. - - * - * * - -Oggi gli ho fatto fare un bagno in una zuppiera rotta, e vedendolo -così tutto nudo e bello che grondava acqua e rideva, pensavo: — Eppure -queste povere creaturine, la febbre le consuma, il vaiuolo le accieca, -la tosse convulsiva le soffoca, il crup le strozza, e bisogna vederli -diventar neri, dibattersi, stralunar gli occhi pieni di lagrime, -chieder soccorso agitando le manine, e rimanere irrigiditi; bisogna -vederli chiudere in una cassetta, vederli portar via ravvolti in un -panno nero, vederli calare in un fosso e coprir di terra e di sassi; -e poi tornare a casa pensando ch'essi sono là soli sotto la neve, in -mezzo a un campo pieni di scheletri; e rientrando in casa, rivedere -i loro giocattoli e i loro vestiti, la culla vuota, la seggiolina -vuota, la stanza vuota, tutto l'universo vuoto, e sentir risuonare in -quell'orrendo silenzio le risa dei bimbi dei vicini! Ah! quando questo -accade, mi par che non si possan far che due cose: o spezzarsi il -cranio contro una parete o cadere in ginocchio e rimanere perpetuamente -colla fronte inchiodata sulla culla. - - * - * * - -Dopo che la mia vita è legata a questa creatura, il pensiero della -morte non mi atterrisce o non mi rattrista più se non in quanto si lega -a quello del suo avvenire. Ma se per la sua vita dovessi sacrificare -la mia; se dovessi, colla sicurezza di salvarlo, fargli scudo del mio -corpo, e difenderlo senza difendermi, immobile con lui nelle braccia, e -dieci assassini alle spalle; oh! io fremo di non so che voluttà feroce -e superba a questo pensiero: io credo, sento, giuro che mi lascerei -crivellare di pugnalate, coprendogli la testa di baci, senza aprir -la bocca per gridare: — Pietà! — e senza versare una lagrima sul mio -destino. - - * - * * - -Questa mattina, fra le altre sue stranezze, ho scoperto ch'egli crede -che gli uomini siano fatti di legno, e per quanto gli abbia detto.... -— Interrotto dalla caduta d'una palla di gomma elastica che rovesciò il -calamaio. - - - - -SOPRA UNA CULLA - - -I. - - Sono tre giorni che ha 'l visetto bianco - E gira l'occhio illanguidito e lento, - E non cerca la madre, e leva a stento - Le braccia dimagrate e il capo stanco. - - Parla, dottore — dirami aperto e franco - La triste verità ch'io già presento; - E tu fa core, amica; — ecco il momento; - Dammi la mano — e sta stretta al mio fianco. - - E grave? — .... Assai? — .... C'è da temer la morte? - Ebbene, amica — qui — qui sul cor mio, - E opponiamo al dolor l'anima forte. - - Ma no! non posso! mi si spezza il core! - Ho bisogno di piangere! Mio Dio, - Pietà! M'uccido se il mio bimbo muore! - - -II. - - Bambino mio, cos'hai? cosa ti senti? - Sorridi — guarda — moviti — respira; - Non vedi il padre tuo, qui, che delira? - Non le senti le sue lacrime ardenti? - - Non lacerarmi il cor co' tuoi lamenti! - Oh dottore — soccorrilo — egli spira; - Vedi come già trema, e come gira - Gli sguardi tralunati e semispenti. - - Che aspetti dunque? Di parole vane - Non è più tempo! Salvalo, per Dio! - Prova! Tenta! non hai viscere umane? - - No, no, perdona! io son pazzo, lo vedi; - Ma salva dalla morte il bimbo mio, - E bacierò l'impronta de' tuoi piedi! - - -III. - - Come ha già il volto smorto ed affilato, - Povero bimbo, povero angioletto! - Ah per pietà, coprite quel visetto; - Non lo posso veder così mutato. - - Appena appena gli si sente il fiato - Ed un leggiero tremito nel petto; - Sembra già morto — ha già mutato aspetto; - Ha chiuso gli occhi — è immobile — è diacciato! - - Dottore! Amica mia! Ma dunque è vero! - Egli morrà! Lo porteranno via! - Porteranno il mio bimbo al cimitero! - - Il mio bimbo! il mio cor! Ma rispondete! - Dite che è un sogno della mente mia, - O mi spezzo la fronte alla parete! - - -IV. - - Che? — C'è speranza ancor ch'egli non mora? - Non è la tua pietà — dottor — che mente? - È salvo se fra un'ora si risente? - Se fra un'ora il suo volto si colora? - - Un'ora! Un'ora eterna! Un'ora ancora - Per vederlo morir più lentamente! - Ma prima sarò anch'io morto — o demente, - O invecchierò di trenta anni in quest'ora. - - Ebben — coraggio — starò qui prostrato, - Muto — aspettando colle braccia in croce - Che il mio povero bimbo sia spirato. - - Ed aspetta anche tu — cara — pregando; - Non alzar contro Dio l'incauta voce.... - Inginocchiati qui.... te lo comando! - - -V. - - Pietà, tremendo Iddio! Pietà, Signore! - Nel santo nome della madre mia. - Pietà del mio bambino in agonia, - Non rapite quest'angelo al mio core. - - Io redento dal pianto e dal dolore - Vivrò una vita santa, umile e pia, - E non avrò più senso che non sia - Bontà, dolcezza, pentimento, amore. - - E se è fermo nel Vostro alto consiglio - Ch'egli debba morir — ch'io non intenda - La voce che dirà: — non hai più figlio! - - Datemi, eterno Iddio, questo conforto; - Ch'io non la senta la parola orrenda; - Ch'io resti prima o forsennato o morto. - - -VI. - - Povero core! Povero bambino! - Era un angiolo d'anima e d'aspetto; - Pareva un fiore — e qualche riccioletto - Gli usciva già di sotto al cuffiettino. - - La notte, lo cullavo — e sul mattino - Venia — nudo e ridente — nel mio letto, - E sgambettando mi puntava al petto - E contro il volto il suo rosso piedino. - - Ed ogni sera — in lui rapito — chino - Teneramente sul suo bianco nido - Gli coprivo di baci il corpicino; - - E in mezzo ai baci mi fuggía dal core - Un gemito, un singhiozzo, un riso, un grido, - E cadevo in ginocchio ebbro d'amore. - - -VII. - - Addio, mia bella visïon fuggita, - Bel sogno mio svanito sull'aurora, - Larva adorata che brillasti un'ora - Sul deserto cammin della mia vita! - - Non tutta ancor l'anima mia smarrita - Può intendere il dolor che la divora; - Ancor vaneggio; — non lo sento ancora - Tutto lo strazio della mia ferita. - - Avrò per sempre il mio bimbo morente - Dinanzi agli occhi — ed il mio labbro muto - Cercherà la sua fronte eternamente. - - Arte, fede, avvenir, gloria, fortuna, - Speranze, gioventù — tutto è perduto; - Tutto è morto e sepolto in questa cuna. - - -VIII. - - No! non lo credo! Tu m'inganni! Giura - Che dici il vero! Per pietà, dottore, - Non lacerarmi un'altra volta il core, - Non ti far gioco della mia sventura! - - È uno scherno crudel della natura! - È un vano inganno! È un sogno mentitore! - È salvo? Vive? Vive ancor? Non muore? - Ah! la povera mia mente s'oscura! - - Indietro tutti — via da me — lasciate - Ch'io profonda sul mio santo angioletto - Questa piena di lacrime infocate! - - Ride! Parla! Mi guarda! Eterno Iddio, - Che il grande nome tuo sia benedetto! - Mio figlio è salvo — l'universo è mio! - - - - -GIOVANNI RUFFINI - - -Un giorno, a Parigi, ricevetti una lettera con questo poscritto: — «Se -non lo sa, le annunzio che il Ruffini, l'autore del _Dottore Antonio_ -e del _Lorenzo Benoni_, sta in via Boulogne, numero trentasei.» - -Vi sono molti che pure desiderando vivamente di conoscer di persona -un uomo illustre che amano ed ammirano, per nulla al mondo andrebbero -a bussare alla sua porta senz'essere accompagnati da un conoscente -comune, o avere in tasca una lettera di raccomandazione, o essere -stati assicurati in mille modi che possono presentarsi senza timore di -parere impertinenti. Per me, quando ho un desiderio di questa natura, -trovo che la maniera più naturale e più dignitosa di soddisfarlo, è -quella di andar per la via più corta a casa del personaggio, e dire -alla cameriera che viene ad aprire: — Abbia la bontà di annunziare al -padrone che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio di vederlo. — -Non mi conosce? che importa? O che vado là per far ammirar me, e non -per ammirar lui? Ma potrebbe supporre che vi abbia condotto a casa -sua una curiosità volgare, o l'ambizioncina di dire poi che l'avete -conosciuto. Ma che! Se è un uomo d'ingegno deve aver l'occhio fino e -conoscere gli uomini: gli basterà guardarmi in viso e sentire il suono -d'una mia parola, per capire che il cuore che mi batte, ch'egli mi fece -del bene, che ho della gratitudine per lui, e che v'è più rispetto e -più amore in quella mia risoluzione di farmi innanzi così alla bella -libera, che in tutte le esitazioni e in tutti gli scrupoli degli -ammiratori timidissimi. - -Andando per via Clichy verso via Boulogne, pensavo al _Dottore -Antonio_, che avevo letto cinque anni innanzi, di primavera, all'uscire -di una grave malattia. Pei libri che si lessero la prima volta in tempo -di convalescenza, quando pare di esser rinati a un'altra vita, e stando -ancora in letto più per prudenza che per bisogno, si guarda colla -curiosità d'un prigoniero quel po' di cielo azzurro che appare dalla -finestra, e quella ciocca di verde che spunta sul terrazzino della -casa dirimpetto; pei libri che si lessero in quei giorni, qualunque -essi sieno, si nutre un sentimento particolare di gratitudine. Se poi -son libri che facciano amare soavemente quella vita che si è temuto di -perdere, e desiderare con ardore quel lavoro che ci fu tanto doloroso -di smettere, e ammirare con entusiasmo quella natura varia e bellissima -che le quattro pareti della nostra stanza ci hanno nascosta per tanto -tempo; se son libri, in una parola, che aggiungano una nota dolcissima -all'inno di gratitudine che si alza dal nostro cuore verso tutto quello -che è intorno noi e sopra di noi, come se ogni cosa si rallegrasse -della nostra salvezza, e ci animasse a rimetterci in cammino con -coraggio; allora quei libri diventano amici di tutta la vita, e il nome -di chi li scrisse ci resta nell'anima come il nome di un benefattore. - -Entrando in via di Boulogne mi ricordai delle affettuose parole colle -quali un amico mio mi espresse un giorno l'impressione che aveva -ricevuta dai romanzi del Ruffini. — È uno di quelli scrittori, ai -quali, dopo letto l'ultima pagina d'un loro libro, domandereste un -consiglio per pigliar moglie, confidereste una vostra sorella per -un viaggio, rimettereste nelle mani denari, memorie secrete, lettere -intime, ogni cosa. - -Tirai il campanello, mi aperse una vecchia cameriera. — C'è? — C'è. — -Abbia la bontà di dirgli che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio -di vederlo. — Scomparve, e tornò di lì a un minuto a dirmi ch'entrassi. - -Entrai in una cameretta modesta — lo vidi — aveva capito — mi venne -incontro sorridendo — balbettai qualche parola — sedemmo. - -I primi momenti in cui si trovano l'uno di fronte all'altro un uomo -illustre e uno sconosciuto che è stato spinto verso di lui da un -sentimento di ammirazione e di affetto, passano quasi sempre in -silenzio, poichè il visitatore, lì per lì, è occupato suo malgrado -a fare un raffronto tra la persona che ha dinanzi e quella che si -raffigurava; e l'uomo illustre, dal canto suo, indovinando quel -raffronto, per quanto sia superiore ad ogni sentimento di vanità, -rimane sospeso nell'atto di cercar negli occhi dell'ammiratore -l'impressione che la sua persona gli produce. Fuor che nei momenti -dell'inspirazione, il viso di uno scrittore o d'un artista non riflette -mai così limpidamente la bellezza dell'ingegno e del cuore. Vi si vede -una soddisfazione serena, mista a un non so qual leggiero turbamento -di pudore virile, che farebbe parer bello anche un viso non bello, -e desterebbe un moto di simpatia anche in un'anima dalla quale fosse -svaporata ogni freschezza di sentimenti gentili. - -Il Ruffini ha l'aspetto d'un buon padre di famiglia; uno di quei bei -volti aperti e soavi, che in questi tempi, come dicono coloro che -hanno per intercalare _il mondo peggiora_, non si vedono più; una di -quelle fisonomie che ricordano certi grandi ritratti che ornan le sale -delle case patrizie. Così a occhio si direbbe che ha una sessantina -d'anni; e godo di poter aggiungere che ha l'apparenza d'un uomo -destinato a sbarcarne altri sessanta. Però malgrado il suo aspetto -pacato, s'indovina da certi moti risentiti delle labbra e da certi -suoni profondi della voce, che la sua vita deve essere stata agitata -da passioni vigorose e afflitta da qualche grande dolore. Come nelle -pagine del _Dottor Antonio_, così sul suo viso, nel suo accento, nei -suoi discorsi vi è qualche cosa di melanconico. Ma è una melanconia -temperata di tanta benignità e di tanta dolcezza, che non se ne sente -punto l'amaro. Ha poi una semplicità infantile di modi e di linguaggio, -che vi fa parere d'essergli sempre vissuti insieme, e una maniera di -guardarvi e d'interrogarvi come se foste voi in casa vostra, ed egli -ci fosse venuto, mosso dallo stesso sentimento che condusse voi a casa -sua. - -Alle prime parole che gl'intesi dire fui meravigliato che non avesse -perduto l'accento genovese dopo tanti anni che vive lontano dal suo -paese. È nato a Taggia, vicino a San Remo, su quella beata riviera -ligure che egli dipinse con una meravigliosa freschezza di colori -nel suo secondo romanzo. Si sa che nel 1848 i suoi concittadini lo -mandarono al Parlamento piemontese, e che lo rielessero non è molto, -benchè egli dichiarasse che non avrebbe accettato il mandato, come in -fatti non l'accettò, _per non spellar la mano nei ferri dell'altrui -bottega_. Ora vive un po' a Londra, un po' in Isvizzera e un po' -a Parigi; ma più lungamente a Parigi, dove ha molti amici e molti -ricordi. È stato gravemente malato or fa un anno, credo appunto in -Parigi, e non s'è ancora rimesso affatto dalla malattia; ma la sua è -una convalescenza colla quale molti uomini di pari età vorrebbero poter -cangiare la propria salute. - -Gli feci quella solita dimanda, che per gli uomini come lui dev'essere -importuna come una mosca, tanto spesso e da tanti se la senton fare! ma -che pure è naturalissima, e scappa dalla bocca prima che si sia pensato -a mandarla fuori: — E ora che sta facendo? - -— Non faccio nulla — rispose — perchè non ho niente da dire. — - -Risposta semplicissima che chiude una profonda sentenza: — Scrivere -quando si ha bisogno di scrivere, — o come diceva il Manzoni — -aspettare che la musa ci venga a cercare, e non iscalmanarsi a correr -dietro alla musa. — E poi soggiunse per chiarir meglio il suo pensiero: - -— Ognuno non ha che una certa quantità di roba nel sacco, e quando il -sacco s'è vuotato, se si vuol continuare a dare, non si dan più che -parole — - -Gli domandai se nei soggetti de' suoi romanzi ci fosse il fondamento -d'un qualche fatto vero e n'ebbi la risposta che m'aspettavo. Egli ha -conosciuto quasi tutti i suoi personaggi, ha raccontato i loro casi, -s'è servito delle loro parole. Di qui l'efficacissimo colore di verità -che brilla nei suoi racconti, i dialoghi che par di sentire piuttosto -che di leggere, e i personaggi che, a libro chiuso, si confondono nella -memoria del lettore con gente vera ch'egli conobbe in altri tempi, -così che alle volte gli bisogna quasi fare un atto di riflessione per -separare le persone dalle larve. Dio sa quante cose gli avrei domandato -intorno ai suoi libri, ai suoi studî e alla sua vita se non me ne -avesse trattenuto il timore che egli, osservatore sottile, mi leggesse -negli occhi il proposito segreto di spiattellare in una gazzetta -tutto quello che gli usciva dalla bocca. E perciò fui costretto a -lasciar cascare la conversazione sull'interpellanza contro il decreto -del prefetto di Lione e sulla discussione intorno all'ordine della -Legion di Onore. Il Ruffini conosce la Francia _intus et in cute_, -e spiega, parlando di politica, quell'accorgimento fino e quel buon -senso rettissimo, col quale suol giudicare gli uomini e le cose nei -suoi romanzi; ma pure non mi potei trattenere dall'interrompere quei -suoi discorsi per ricondurlo a parlare di sè, e cogliendo a volo tutti -gli appicchi ch'egli diede involontariamente alle mie interrogazioni -indiscrete, riuscii a raccapezzare qualcosa. - -Come abbia cominciato la sua vita letteraria, i più, credo, lo sanno. -Emigrò giovanissimo, andò a Londra, e trovandosi corto a denari, -dovette pensare a guadagnarsi la vita col lavoro. Prima d'allora non -avea scritto altro che articoli per gazzette, e benchè si sentisse -dentro quella _certa smania inesplicabile_ che agitava l'anima -del Giusti prima che si fosse rivelato a sè stesso, non aveva mai -sognato di salire un giorno su per la sterminata scala dell'arte fino -all'altezza a cui è salito. Gli venne in mente di scrivere un libro -— che fu poi il _Lorenzo Benoni_ — per far conoscere in Inghilterra -quel periodo importantissimo della vita italiana, e destar così un -sentimento di simpatia per il suo paese «che allora aveva bisogno di -tutti.» Manifestò il suo disegno ad alcuni amici che lo approvarono, e -trattò della pubblicazione coll'editore d'un giornale, che lo esortò -a scrivere i primi capitoli, i quali sarebbero stati stampati subito -per tastare l'opinione pubblica, e o smettere a tempo o tirare innanzi -di buono. Il Ruffini scrisse le prime cento pagine e gliele portò; -ma l'editore non fu soddisfatto, e cangiato avviso, volle vedere il -lavoro finito prima di cominciarne la stampa. Allora il Ruffini si -perdette d'animo, buttò in un canto il suo manoscritto e si dedicò ad -altre cose. Qualche tempo dopo, essendo andato a Parigi e avendo dato -a leggere quel poco che aveva fatto ad una colta ed arguta signora, -che gliene fece caldissime lodi, e lo spronò vigorosamente a scrivere, -riprese animo, si rimise al lavoro, lo condusse a fine, e mandò il -romanzo con una lettera di raccomandazione di suo fratello, a un -editore di Edimburgo, il quale approvò, stampò e ricompensò l'autore -con cento lire sterline: non sperata fortuna! che fu, come tutti sanno, -il primo anello d'una catena d'oro. Il _Lorenzo_ ebbe un successo -splendido; la stampa inglese incoraggiò l'autore con larghissime -lodi; lo stesso Mazzini, benchè in quel libro ci fosse qualche nota -stridente per un orecchio repubblicano, gli espresse per lettera -la sua ammirazione; la fama del Ruffini fu assicurata. Poi venne il -_Dottor Antonio_, e dopo il _Dottor Antonio_, tutti gli altri gioielli -smaglianti di limpidissima luce. - -Come ha potuto il Ruffini ridursi in grado di scrivere in inglese, -per quanto si assicura, puro, facile ed elegante, in così breve tempo, -poichè egli medesimo dice che quando andò in Inghilterra non conosceva -che pochissimo la lingua? Voglio che un ingegno potente divini, in gran -parte, il linguaggio del quale ha bisogno per rivelarsi ed espandersi; -ma quanto deve aver faticato in quelle prime lotte del pensiero colla -parola, così lunghe e difficili anche per chi scrive nella lingua -che gli è famigliare dall'infanzia, egli che doveva scrivere in una -lingua straniera, e tanto diversa dalla sua! Io credo che quando va a -Londra, non dimentichi mai di visitare quella stanzina al quarto piano, -nella quale vegliò le prime notti, colla mente affollata di pensieri e -d'immagini che non trovavan l'uscita, e il cuore gonfio d'affetti che -prorompevano in lagrime prima che in parole! Chi avesse potuto in quei -momenti susurrargli nell'orecchio con uno di quegli accenti di voce -sovrumana che annunziano il futuro agli eroi delle leggende: — Tu sarai -ricco, celebre ed amato in questo paese, nel tuo, in molti altri, per -una lunga vita e dopo la vita! - -È facile avvedersi da qualche parola buttata qua e là che il Ruffini -si dà pensiero del rimprovero che molti gli potrebbero fare, che -qualcuno gli fece, d'aver scritto in inglese invece che in italiano. -Per me credo che non occorra nemmeno discolparlo. Per potergli fare un -carico d'aver scritto in inglese, bisognerebbe potergli anche scrivere -a colpa di aver emigrato, d'esser andato a Londra, di essersi trovato -nella strettezza, di aver avuto bisogno di farsi capire dalla gente da -cui voleva farsi leggere. D'altra parte i suoi libri, benchè scritti -in inglese, sono tanto italiani e per soggetto e per sentimento e per -scopo, che si può quasi affermare che appartengono alla letteratura -italiana più che alla letteratura inglese. Scritti in italiano, non -si sarebbero certamente diffusi quanto si diffusero, e non avrebbero -ottenuto in egual misura lo scopo che l'autore si propose: — di far -conoscere ed amare l'Italia fuori d'Italia. — Il Ruffini ha fatto una -buona azione in inglese; e una buona azione è sempre una buona azione -in qualunque forma la si faccia; e il nostro amor proprio nazionale -non è punto meno solleticato da che gl'Inglesi ci dicano: — Alcuni dei -nostri più cari romanzi sono d'un Italiano; — che dal poter dir noi: — -abbiamo un Italiano che scrisse alcuni romanzi degni di stare accanto -ai più cari romanzi inglesi. — - -I romanzi del Ruffini furono tradotti in molte lingue. Mi parlò egli -stesso di una traduzione tedesca che si fece mesi sono, e da quanto -mi parve di capire, tutte queste traduzioni gli fruttarono qualche -cosa, — eccettuate le traduzioni italiane — dalle quali non gli venne -il bellissimo nulla. Non lo disse, ma credo di poterlo affermare; e mi -spiace di poterlo affermare. Eppure i libri del Ruffini furono e sono -tuttora molto letti in Italia. Dal che si può tirare una conseguenza -che non è onorevole per il commercio letterario italiano. - -S'informò delle condizioni della nostra stampa letteraria e mi domandò -che vita possa menare fra noi uno scrittore al quale non manchi il -favore pubblico. Gli risposi che in Italia, uno scrittore al quale il -pubblico sia favorevolissimo, può oramai considerarsi quasi sicuro di -non morir di fame, purchè lavori il doppio di quello che dovrebbe per -rispetto all'arte sua e per riguardo alla propria salute, e purchè i -suoi libri abbiano una straordinaria diffusione. E siccome mi nominò -uno scrittore giovane, autore di alcuni romanzi dei quali si fecero -parecchie edizioni, gli avrei voluto far sapere che appunto quello -scrittore, che pure si può annoverare tra i più fortunati del giorno, -può scrivere ogni sera qualche pagina di romanzo, perchè lungo il -giorno ne scrive molte, e Dio sa che camiciate gli costano, sul corso -forzoso, sulle imposte comunali e sui progetti di strade ferrate. E -gliene avrei potuto nominare un altro, morto giovane, ch'era pieno -d'ingegno e d'affetto, e operosissimo, e i cui libri si leggevano -avidamente, e che pure, non molto tempo prima di morire, si trovava -ridotto a desinare di castagne secche. E gli avrei potuto anche dire -d'un uomo illustre, vivente, autore di alcune opere note anche fuori -d'Italia, che per reggersi ritto, scrive ogni giorno una lettera -politica a un giornale di provincia, che manda cento lire al mese a -un amico suo, il quale si fa passare per corrispondente, e rimette i -denari a lui, che salva così il pudore della povertà. Il Ruffini che -s'è fatto una piccola fortuna con quattro novelle, avrebbe sorriso se -gli avessi detto queste cose. Certo che si può obbiettare: — Scrivete -delle novelle come le sue. — Ma tra farsi una fortuna e campare, ci -corre più che tra le novelle del Ruffini e gli scritti di coloro che -ho accennati, benchè ci corra moltissimo. E non dico questo per cavarne -un'accusa contro l'Italia; ma per dire le cose come sono. - -Non so quanto tempo io sia rimasto con quel caro uomo, — medico di -anime e fattore di galantuomini, — cogli occhi fissi nei suoi e colla -mente tesa per cogliere ogni suo pensiero e impadronirmi di ogni sua -parola. E mi pareva di vedere intorno a lui, come un corteo, tutti i -gentili fantasmi che ci fece amare nei suoi libri, e lontano, in fondo -al quadro che mi rappresentavo colla fantasia, quella bella marina -ligure, quel bel cielo, quel lido verde e queto, ch'egli ci fece parere -più bello e ci rese più caro. E udendolo parlare italiano così un -po' lentamente e con qualche giro di frase straniera, e pensando ai -lunghi anni ch'egli visse fuori della sua patria, e al suo soggiorno -in Francia, e ai suoi viaggi in Isvizzera e in Inghilterra, che lo -allontanano da noi, provavo come un senso di mestizia, e gli avrei -voluto dire quello che ora scrivo, non per chi leggerà, ma proprio -per lui: — Tornate fra noi, caro amico, che se non abbiamo potuto -agevolare i primi passi che faceste sulla nobile via delle lettere, nè -raccoglier di prima mano i fiori di cui l'avete cosparsa, v'abbiamo -però accompagnato da lontano con un sentimento d'orgoglio, misto di -rammarico e di desiderio. Tornate fra noi perchè abbiamo bisogno d'una -persona cara e venerabile, sulla quale versare una parte dell'affetto -che avevamo accumulato sul capo di quel vecchio illustre, del quale voi -avete la bell'anima, e se non pari gloria, la stessa gloria: quella di -aver fatto del bene. — - -Uscendo di casa sua, mi accorsi che per la prima volta, dopo due mesi -che stavo a Parigi, mi sentivo libero da un certo stordimento, da un -turbinio di desiderî, da non so che tumulto del cuore e della testa, -che non mi lasciava ben avere, nè lavorare, nè pensare, come se ogni -giorno fosse il giorno dell'arrivo, e che a volte mi prostrava in -uno sgomento da non potersi esprimere, come di chi credesse d'esser -diventato tutt'ad un tratto povero, stupido, nullo, e che tutti, -incontrandolo, dovessero sentir compassione di lui. Il Ruffini mi guarì -da questa malattia. Dopo di allora non l'ho più visto. Se gli cadranno -sott'occhio queste pagine, pensi che i medici debbono tollerare le -piccole indiscretezze dei malati — accetti la, mia pubblica professione -di gratitudine, — sorrida, — e mi perdoni. - -1873. - - - - -L'AMORE DEI LIBRI - - -Un tale, tempo fa, scrisse contro la pessima abitudine di moltissimi -italiani, i quali benchè siano dediti alla lettura e possano spendere, -non comprano mai un libro. - -Le cagioni di quest'abitudine di non comprare, o meglio, di questa -mancanza dell'abitudine di comprare, son molte; ma le principali -mi paion queste: che _la libreria_ non è ancora considerata come un -_mobile_ necessario al decoro della casa, che il libro non è ancora -capito come oggetto d'ornamento, che si ama la lettura, infine, ma che -non si ama ancora il libro. - -Io credo infatti che di tutti i mobili quello che si vende meno in -Italia sia lo scaffale. - -Moltissimi non capiscono in nessuna maniera come e perchè si abbia da -conservare un libro dopo che si è letto. - -Ogni momento, dai librai, occorre di sentir dire a qualcuno: — leggerei -volontieri questo libro. — Gli domandano perchè non lo compra. — Perchè -non lo compro? — risponde l'interrogato. — E che vuol che ne faccia -quando l'abbia letto? — Per costoro un libro letto non essendo più che -un ingombro, hanno ragione di non voler spender denari per empirsi la -casa di carta sudicia. Entrate nelle case. Nella maggior parte vedete -delle raccolte di conchiglie, d'uova, di pietruzze, di francobolli -esteri, persino di scatoline di fiammiferi; ma non ci vedete una -raccolta di libri. In ogni parte c'è qualche cosa che vi rammenta che -la famiglia mangia, gioca, dorme, suona; nulla che vi rammenti che -legge. È gala se vedete sparsi qua e là pei tavolini e pei cassetti -una ventina di volumi, un terzo dei quali appartengono al ragazzo che -va a scuola e quattro o cinque a un gabinetto di lettura. I pochi che -rimangono, — la sola proprietà libraria della casa, — son laceri e -scuciti e hanno i primi fogli coperti di cifre e di fantocci. Se ne -servono per smorzare la candela, per accendere il fuoco, per fornire -di carta le parti della casa dove è bene che ci sia sempre carta. — -Perchè stracciate questo libro? domandate. — Oh bella! — rispondono — -se l'abbiamo già letto e riletto tatti! - -Una casa senza libreria è una casa senza dignità, — ha qualcosa della -locanda, — è come una città senza librai, — un villaggio senza scuole, -— una lettera senza ortografia. - -Quanto è bella una biblioteca! Quante cose ci vede e quanto piacere ne -può ricavare anche chi legge per puro spasso, se appena ha un po' di -sentimento e d'immaginazione! - -I più mirabili frutti dell'ingegno umano son qui, raccolti in un -piccolo spazio, sotto la mia mano. Frutti d'ispirazioni divine, frutti -di meditazioni e di studi che segnarono di rughe precoci le più nobili -fronti umane, frutti delle più splendide fantasie dell'universo, -son qui ridotti nella forma di piccoli parallelepipedi, imprigionati -fra quattro assicelle, divisi per tempi, per paese, per lingua, per -materia, per dignità, numerati e schierati come un esercito. Uno -scompartimento mi apre i secoli passati, un altro mi trasporta nei -paesi lontani, questo mi tocca il cuore, quello mi stimola la vena del -riso, un terzo mi fa sognare, un quarto mi fa pensare e un quinto mi -fa piangere. Io posso scegliere secondo il mio umore; è una farmacia -morale; vi sono gli scompartimenti per i giorni foschi, quelli per i -giorni sereni, quelli per i giorni di fiaccona, quelli per i giorni -in cui mi piglia la furia del lavoro. E alla varietà delle materie -corrisponde la varietà degli aspetti. Vi sono i colossi, — vocabolari -e grandi opere illustrate, — che formano quasi l'ossatura di questo -piccolo mondo. Vi sono file compatte di volumi tarchiati, di color -oscuro, — vecchie edizioni economiche di opere classiche, — modeste -all'aspetto, ma piene di _vital nutrimento_, come nel mondo reale gli -uomini di vero merito. Sotto questi, l'aristocrazia delle legature, la -classe privilegiata della biblioteca, rivestita di pelli luccicanti -e rabescata di fregi d'oro. Poi la gioventù elegante e gaia: il -roseo del Lemonnier, il turchinetto del Barbera, il rosso aranciato -dell'Hachette, il giallo chiaro del Levy, cento colori di cento -edizioni civettuole, che fanno a chi più tira gli sguardi. Poi daccapo -lunghe file di volumetti uniformi e poveri, che sono come il popolo -minuto della biblioteca, guardato con indifferenza e trattato con pochi -riguardi. Più sotto le edizioncine diamante, genterella irrequieta, che -va e viene dalla città alla campagna, per strada ferrata e in carrozza, -dalla tasca alla valigia, dalla valigia al tavolino da notte, e si -contenta dei ritagli della nostra giornata. In questa folla abbiamo -le nostre simpatie, i vecchi amici, gli amici di ieri, i maestri, i -benefattori, i cattivi consiglieri, i capi scarichi, le anime perdute, -i rigoristi, i seccanti, i buffoni, i parassiti, i predicatori, i -mettimale, i consolatori. E in fondo finalmente, al pian terreno, -quattro dita sopra il pavimento, il cimitero, dove sono ammontati alla -rinfusa, sbrandellati e coperti di polvere, libretti ed opuscoletti -d'ogni forma e d'ogni colore, che vissero un giorno od un'ora nella -nostra mente: stravizi dello spirito, come dice il Guerrazzi; segatura -dell'ingegno umano: poesie di nozze, primi saggi di poeti falliti, -romanzi rachitici, almanacchi, libelli, imitazioni, plagi, capricci, -corbellerie, cenci e cocci della letteratura, destinati al banco del -tabaccaio alla cesta dello spazzino. - -L'amore dei libri, crescendo a poco a poco, finisce poi col diventare -un sentimento affatto distinto dall'amore della lettura, e fonte, -per sè solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del -tatto, dell'odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a -sfogliarli, a fiutarli. L'odore della stampa fresca dà dei fremiti -di voluttà. A occhi chiusi, fiutando, si riconosce se un libro è -antico, o soltanto vecchio, o recente, o recentissimo. Certi colorini -di certe edizioni innamorano, e s'incapriccisce per certi sesti e -certi frontispizî, come per certi corpicini e certi visetti. Si prova -veramente per i libri piccoli e graziosi un sentimento di sollecitudine -più gentile, che pei libri grossi, e a sollevare con uno sforzo certi -libroni si ride d'una compiacenza che non saprei definire; ma che è -tutt'altra da quella che si sente sollevando qualunque altro peso. Si -gode disponendo i proprî libri in un nuovo ordine, che formi una nuova -combinazione di colori; si lavora di mosaico; si fa ogni giorno un -cambiamento; una biblioteca anche piccola da lavorare; c'è da colmare -le lacune, da barattare le edizioni, da ricevere i nuovi venuti, da -congedare quei che partono, da curare quei che soffrono, da ristorare -quei che invecchiano, da far la corte a quei che splendono; è insomma -un piccolo Stato da governare, nel quale si provano tutti i piaceri, -tutti gli sconforti, tutte le invidie ed anche tutte le gloriole d'un -piccolo re, che non potendo allargare i suoi confini quanto vorrebbe, -si diverte e si consola rimestando continuamente quel po' che possiede. - -È un grande errore quello di credere che s'impari ugualmente dai libri -che si possedono e da quelli che si pigliano a prestito. Un libro -non fa tutto il pro che può fare se non è cosa nostra. Bisogna poter -logorarselo, sottolinearselo, farvi dei punti d'esclamazione, piegare -le pagine, segnarne i margini colle nostre unghie. Un libro che non -fa che passarci per casa, non lascia traccia profonda. E poi, che -differenza! Se lo avete in casa, lo leggete e lo rileggete appunto -nei casi in cui siete meglio disposti a riceverne un'impressione -viva ed utile, perchè ciò che vi fa cercar quella lettura piuttosto -che un'altra, è una disposizione particolare dell'animo, la quale se -doveste cercare il libro altrove, sarebbe forse già mutata prima che il -libro fosse nelle vostre mani. - -Quanto è grande l'efficacia d'una biblioteca sull'educazione dei -ragazzi! Il destino di molti uomini dipese dall'esserci o non esserci -stata una biblioteca nella loro casa paterna. L'aver avuto sotto mano, -a tutte le ore del giorno, il modo di soddisfare le prime curiosità -infantili, d'ingannare sfogliando libri la noia delle giornate -piovose, gettò in molti cervelli i primi germi d'un amore allo studio -che divenne col tempo passione ardente per la scienza e fecondò -precocemente certe facoltà dell'ingegno che lo studio obbligato e -circoscritto della scuola avrebbe lasciate inerti. E lasciando pure -da parte i grandi effetti, è bene ispirare all'infanzia il culto dei -libri, anche prima dell'amore della lettura. È ben per il bambino che -ci sia un angolo della casa, dove è eretto quasi un altare allo studio -e al sapere, al quale, senza comprenderne ancora la ragione, egli vede -dai suoi parenti usar certe cure e testimoniare un certo rispetto; una -stanza silenziosa, dove di tratto in tratto egli vede qualcuno immobile -e serio; un luogo consacrato al pensiero come ce n'è uno consacrato -alla mensa, uno al lavoro, uno al riposo. E da giovinetto, leggerà con -un piacere particolare quei libri che gli son famigliari all'occhio fin -dell'infanzia, che ha veduto mille volte ordinare, pulire, accarezzare -dai suoi genitori; che avevano già per lui, ciascuno secondo la sua -forma e il suo colore, un significato fantastico, prima che conoscesse -l'alfabeto. Certo ci dev'essere una differenza tra il giovinetto -che fin dai suoi primi anni ha veduto la sua famiglia conservare e -rispettare religiosamente i libri, e quello che l'ha veduta vivere di -brigantaggio librario e fare dei libri letti quello che si fa delle -scarpe vecchie e degli abiti smessi. - -E poi! che c'è che ravvivi più intimamente e più dolcemente nel cuore -del figliuolo la famiglia o lontana o dispersa, i genitori morti, -l'infanzia, l'affetto e le cure di cui fu circondato? I libri che -portano il nome del padre, ch'egli stesso mise nelle sue mani, di cui -parlò con lui, gli ricordano le sue letture predilette, i suoi giudizî, -le sue opinioni, mille sfumature della sua indole. Su certi libri -gli par di vedere, al lume della candela, chinarsi quegli occhiali -luccicanti e quella barba bianca. Altri gli rammentano la famiglia -seduta in cerchio, intenta alla lettura d'un solo; atteggiamenti di -persone care, esclamazioni e risa allegre o singhiozzi mal soffocati -delle sorelle piccine, che pure gli sarebbero già fuggiti dalla memoria -da lungo tempo. Il figliuolo di chi amò i libri, amerà i libri, e non -sarà mai un'anima affatto volgare quella in cui rimarrà questo culto. - -Ah! vediamo di formarci intorno per tempo questa corona d'amici muti e -fedeli; fabbrichiamoci questa pacifica fortezza per ripararvici dentro -nei giorni in cui saremo assaliti dai dolori della vita. Questi giorni -vengono, e con essi il bisogno della solitudine e del silenzio. Sarà -triste allora il non aver un angolo della casa dove poter rifugiarsi -per tentar di dimenticare i vivi confortandosi coi morti! - - - - -MANUEL MENENDEZ - -(RACCONTO) - - -I. - -La canzonetta andalusa intitolata _Don Manuel Menendez_ è una favola -che non ha quasi punto che fare col fatto vero, il quale si può sapere -soltanto dai Sivigliani che conobbero intimamente il personaggio, -e che son rari, perchè egli partì da Siviglia di quattordici anni, -quando perdette il padre e la madre; non vi tornò che dieci anni dopo, -e ne ripartì per sempre in capo a pochi mesi. In questo breve tempo -riempi la città del suo nome. Non stava però sempre in città: partiva, -tornava, spariva, senza che nessuno sapesse nè perchè, nè dove; e -qualche volta la notizia del suo ritorno giungeva inaspettata ai suoi -amici insieme con quella d'un colpo di spada ch'egli aveva dato o -toccato fuori della Porta di Cordova per una quistione di donne o di -politica. Molti dicevano che aveva un ramo di pazzia, e la credevano -conseguenza d'una cornata nel capo che aveva ricevuto, a tredici anni, -da un toro _novillo_, nei giochi domenicali del circo. L'aveva ricevuta -infatti, e ne portava ancora la traccia; ma il suo cervello n'era -rimasto illeso. Aveva una meravigliosa esuberanza di vita che espandeva -in amore, in moto, in versi, in lacrime, in sangue, senza riuscire -a trovar pace; un cuor grande, un orgoglio satanico, degl'impeti di -rabbia in cui si sfracellava una mano contro il muro, una forza d'animo -da far fremere e il coraggio d'un forsennato. Una signora aveva detto -di lui uno scherzo che gli si attagliava a meraviglia: — Io mi son -fitta in testa che se nelle comete ci sono degli uomini, debbono essere -tutti come Manuel Menendez. — La sua parola non usciva, esplodeva, e -pareva sempre che una parte della sua vita fuggisse nel suono della -sua voce. Quando un _torero_, impaurito, vibrava un colpo da traditore -o straziava l'animale senza ucciderlo, il più formidabile: — Codardo! -— che risonasse nel circo di Siviglia, era il suo; nel teatro di San -Fernando, quando si sentiva improvvisamente nel silenzio d'una scena -sublime, uno di quei _bravo_ fuggiti dalle viscere, che fanno correre -un brivido per la platea, nessuno domandava di chi fosse: tutti -sapevano che era di Manuel Menendez. Qualche suo amico diceva ch'egli -aveva un _talento colosal_; ma era una pura sballonata andalusa. Le -sue liriche non erano che un solo lungo periodo, un'ondata di parole -sonore e d'immagini luccicanti, che finiva in un verso inaspettato, il -quale doveva fare un gran colpo; e tutta la poesia era architettata su -questo verso, che il più delle volte non si capiva. Non si capiva la -sua poesia come non si capiva la sua vita. Chi lo vedeva a mezzanotte -attraversare la _Halameda de Hercules_ senza cappello; chi lo vedeva -uscire all'alba da una piccola porta della Cattedrale; chi lo vedeva -andare e venire tutta una mattinata per la famosa strada delle cento -svoltate, colla testa bassa, come se cercasse uno spillo; nella sua -casa, dalla strada, di notte, ora si sentiva leggere, ora ridere -sgangheratamente, una volta spezzare i vetri delle finestre, un'altra -volta singhiozzare una donna; qualunque cosa si raccontasse di lui, -fuorchè una vigliaccheria, era creduta. Tutta Siviglia lo conosceva. -La società alta, che bazzicava poco, lo guardava di mal occhio un -po' per diffidenza e un po' per paura; il basso popolo lo rispettava -perchè aveva salvato un vecchio facchino dalle acque del Guadalquivir; -e non v'era forse un ventaglio in tutta la città, da quello della -Governatrice a quello dell'ultima operaia della fabbrica di tabacchi, -il quale, almeno una volta, fingendo di riparar dal sole il viso della -sua padrona, non avesse lasciato passare tra le sue stecche uno sguardo -o curioso o provocatore, diretto a quell'indomabile scapato; poichè -Menendez aveva un bel viso d'arabo, contornato da una selva di capelli -neri, e il suo vestire strano, ma elegante, segnava come una maglia le -forme vigorose e signorili del suo bel corpo di ventiquattr'anni. Così -era Menendez, e non una specie d'animale selvaggio come lo dipinge la -canzone popolare, non certo stata fatta dal popolo; o così fu almeno -fino all'ultimo dì del settimo mese del suo soggiorno in Siviglia, -che è la data del suo gran cangiamento. Il suo amico don Hermógenes, -che vive ancora, si ricorda di quel giorno come di ieri, e assicura -che egli presentì quel cangiamento fin da quel giorno. — Manuel — gli -disse — tu sei un uomo sfrenato; codesto non è il modo di vivere; tu ti -uccidi; tu hai bisogno d'un amore potente che ti soggioghi; finora hai -sempre comandato, ora bisogna che tu obbedisca; bisogna che tu trovi -un'anima più forte della tua; bisogna che tu trovi una dominatrice. — -L'ho trovata — rispose sorridendo Manuel. — Chi è? — domandò con aria -incredula don Hermógenes — Fermina! disse Menendez, — Fermina? gridò -l'amico; Fermina del sobborgo di Triana? Fermina di Granata? Fermina -la _princesa_? — Menendez accennò di sì. — Don Hermógenes balzò d'un -salto alla finestra e gridò con voce solenne: — Sivigliani don Manuel -Menendez è morto! - - -II. - -Un mese dopo, Manuel Menendez era un altro. Tutti i Sivigliani che -avevano una testina capricciosa da governare, respiravano. Egli non si -vedeva più nè alla Villa Cristina, nè al Circo, nè al San Fernando. -Chi l'avesse voluto trovare, avrebbe dovuto passare il ponte di -ferro, voltare a sinistra, andare innanzi lungo il fiume fin quasi -all'estremità del borgo di Triana, salire al secondo piano d'una casa -bianca posta in faccia alla Torre d'oro, e guardare per il buco della -serratura in una cameretta modesta, ombreggiata dagli alberi della -riva destra del Guadalquivir. Egli era là, seduto ai piedi della più -bella e più strana creatura dinanzi a cui si fosse mai curvata la sua -fronte di saraceno, e versava l'anima in un torrente di parole amorose -e insensate, ch'essa ascoltava in silenzio, lavorando a una corona -di fiori — Fermina, — le diceva a bassa voce; — tu sei un mistero. Tu -sei una creatura d'un altro pianeta. Da che mondo sei venuta? Come hai -fatto a innamorarti d'un uomo? Io giurerei che ci fu un tempo che tu -avevi i capelli azzurri e le pupille rosse. Perchè non ridi mai? Tu -mi fai paura. Non sto volentieri solo con te. Tu, con quegli occhi, -devi veder qualche cosa o qualcheduno che io non vedo, e che forse -è qui, dietro di me, che ti guarda. La tua anima dev'essere un'anima -trasmigrata, la tua voce dev'essere contraffatta, e la tua lingua non -è certamente lo spagnuolo. Forse se mi parlassi tutt'a un tratto colla -tua voce vera e colla tua lingua nativa, io rimarrei pietrificato. -Però son contento d'essere amato da te; il tuo amore è un anello che mi -congiunge col soprannaturale. Dimmi la verità: chi hai amato nell'altra -vita? Io son geloso d'un abitante di Sirio. — A queste parole Fermina -con un movimento rapido e vigoroso della mano gli sconvolgeva tutti -i capelli e Menendez metteva un grido d'amore. Poi, a un tratto, essa -aggrottava le sopracciglia e fissava uno sguardo sospettoso sopra un -leggiero segno rosso del collo di lui. — Che cosa guardi? — domandava -il giovane meravigliandosi. — Nulla, — rispondeva lei rassicurata; -— ma.... guardati, Manuel! — E dopo qualche momento soggiungeva -freddamente: — Io andrei a pugnalare una regina. - - -III. - -Fermina era tale veramente da ispirare a chiunque la vedesse le -bizzarre fantasie che passavano pel capo a Menendez; la sua indole, la -sua bellezza e la sua vita erano ugualmente singolari. Nel sobborgo di -Triana la chiamavano _la princesa_; i giovani sul serio, le ragazze -con ironia; ma queste più d'ogni altri sentivano ch'essa meritava -veramente l'onore di quel soprannome. Era forse la più alta ragazza del -sobborgo: Menendez, che sarebbe stato un bel corazziere della guardia -reale, non la passava che di mezza la fronte. Il suo occhio nero e -triste e le larghissime soppracciglia che si toccavano, davano al suo -viso bruno, d'una struttura un po' africana, un'espressione quasi di -minaccia; la quale si cangiava a un tratto in una ilarità dolcissima, -appena schiudeva le sue labbra tumide e irrequiete. Ma come le diceva -Menendez, essa non sorrideva che una volta al giorno; e per solito -teneva gli occhi socchiusi quasi in atto di disprezzo. Portava una rosa -nei capelli, una mantiglia di trina bianca, un busto nero, una veste -rosea, e due stivaletti di stoffa chiara che stringevano vigorosamente -il suo piede di bimba e la sua gamba fina e nervosa. Era questo il -costume invariabile in cui Fermina si mostrava, una volta la settimana, -ai mille sguardi curiosi, amorosi, rabbiosi, impertinenti, procaci, che -la saettavano da tutte le parti. Nessuno però osava d'accostarsele, -nemmeno quando era sola, poichè si sapeva che le tre o quattro mani -audaci che s'erano stese sopra di lei, nella prima settimana del suo -soggiorno in Siviglia, s'erano tirate indietro insanguinate. — O è un -angelo — si diceva, — o è un mostro; — ma nessuno sapeva sicuramente -quello che fosse. Si diceva che fosse venuta da Granata, si sapeva che -stava sola, si credeva che vivesse del suo lavoro; e sul resto non si -facevano che congetture; nè i suoi vicini di casa, nè le poche ragazze -con cui scambiava un saluto, conoscevano i fatti suoi meglio di chi la -vedeva passare per strada. Essa s'era invaghita di Menendez, e Menendez -era pazzo d'amore per lei; s'adoravano; erano alteri l'un dell'altro; -si guardavano lungamente, con una attenzione profonda, senza sorridere; -si temevano; si trattavano qualche volta, per eccesso d'amore, con -modi violenti e brutali, che provocavano lacrime di rabbia dalle due -parti, e finivano in pioggie di baci ch'eran tocchi di ferro rovente e -in espansioni di tenerezza da cui rimanevano prostrati. Una sola cosa -turbava la felicità di Menendez: un sentimento vago e intermittente -di gelosia, ch'essa, senza volerlo, alimentava, respingendolo con -una fierezza, la quale pareva a Menendez troppo sdegnosa, e quindi -non sincera. Ma s'ingannava, perchè Fermina sentiva veramente più -che disprezzo, orrore per tutti quei piccoli e bassi sentimenti che -pullulano dall'amore anche più schietto nelle anime volgari. — Manuel, -— gli aveva detto una volta — il giorno in cui tu mi crederai capace -d'averti tradito, ossia d'essere una creatura spregevole, il mio amore -sarà morto. Pensaci bene. Io non sono una donna come le altre donne; tu -non devi essere un uomo come gli altri uomini. Voi altri siete quasi -tutti vigliacchi. Io ho posto amore a te perchè non me lo sei parso. -Non lo diventare. Io sono superba. T'ho dato il mio onore: rispettalo. -Non giocare col mio amore. Io non son di quelle che perdonano. Se si -cade una volta dal mio cuore, non vi si rientra più. Fermina t'ha detto -una volta che t'ama: ti basti per tutta la vita. Stampati bene queste -parole in fondo all'anima, Menendez. - - -IV. - -S'amavano, e tutta Siviglia lo sapeva, o piuttosto lo vedeva. Andavano -a passeggiare di notte in mezzo ai platani d'Oriente _de las delicias -de Cristina_; andavano in barca, sul Guadalquivir, sino a San Juan -d'Aznalfarache, a passar le ore calde all'ombra degli aranci; ed era -ben raro che qualcuno vedesse Fermina inginocchiata dinanzi all'enorme -altar maggiore della Cattedrale, senza riconoscere un momento dopo -nell'ombra di qualche cappella vicina, la figura elegante ed immobile -di Menendez. Per strada erano guardati da tutti con quel sentimento -amaro insieme e voluttuoso di invidia, che ispira anche ai giovani la -vista di due amanti felici, poderosi e superbi. Essi passavano come -due principi in mezzo al mormorío della folla, Fermina, guardando al -di sopra delle teste, Menendez, cercando inutilmente uno sguardo che -si fissasse nel suo; gettavano il loro amore in faccia a Siviglia; -portavano la loro felicità in trionfo; e per tutto dove passavano, -lasciavano una larga traccia d'orgogli feriti e di amoruccoli -schiacciati. A grado a grado, però, Fermina s'era acquistata la -simpatia di molta parte del sesso femminino del suo ceto; molte -avevano piegata la testa dinanzi alla sua invincibile alterezza; era -considerata quasi come un ornamento del sobborgo; era presa a modello; -aveva suscitato delle imitatrici; c'eran molte rozze e facili Gitane, -che s'erano messe a camminare col capo rovesciato indietro e gli occhi -socchiusi, lasciando sporgere fuor del busto il manico d'un pugnale, -che non avrebbero mai adoperato. - - -V. - -In questo stato di cose, un improvviso rivolgimento seguì nell'animo -del Menendez. Nessuno, a Siviglia, ne seppe la cagione, fuorchè colui -o coloro che ne furono colpevoli; ma tutti quelli che conoscevano -il carattere di lui, non se ne meravigliarono punto. In certe nature -esiste sempre intera e pronta la formidabile macchina del sospetto, -alla quale basta buttare un nome e dare una scossa, perchè il più -forte affetto vi rimanga stritolato. Chi, in vita sua, non è stato -almeno una volta o vittima o colpevole d'una di queste precipitose -distruzioni? Un dubbio leggerissimo, che c'era passato un giorno per -la mente, e di cui avevamo sorriso, trova nella riga d'una lettera, -nella parola d'un amico, in un avvenimento fortuito e insignificante, -una presa fatale che lo rialza lentamente, come una lenza, dalla più -oscura profondità dell'anima dove stava sepolto, e ce lo rimette sotto -gli occhi come un insetto schifoso che agita con furia orribile le sue -cento braccia smaniose di preda. Atterriti per un momento, ripigliamo -coraggio e fede, e schiacciamo il piccolo mostro. Ma è inutile. Già -da tutti i ripostigli della memoria, sono usciti, come una folla di -piccoli cattivi genii, mille ricordi, fino allora sopiti, di sorrisi -sfuggevoli, di mezze parole, di movimenti appena percettibili delle -sopracciglia e delle labbra, d'una porta socchiusa, d'un rumor di -passi, d'un fruscío, d'un bisbiglio, d'un'ombra, che prima ribollono -confusamente nel capo, e poi si congiungono e si combinano, pigliano -forza, fuoco e parola, denunziano, affermano, provano, stravolgono il -cuore e la ragione, mettono in mano il pugnale o la penna, e spingono -al delitto o alle offese che non si perdonano, in minor tempo che -non ci saremmo spinti dalla evidenza immediata della realtà. Quando -questo accadde a Menendez, erano le undici di sera; egli si trovava -in casa, ritto dinanzi a un tavolino, con una lettera fra le mani. -Sul primo momento, temette d'essere impazzito; balzò in piedi, si -slanciò alla finestra, e rimase qualche tempo immobile come una statua, -con una mano sulla fronte e l'altra sul cuore, guardando fissamente -in mezzo alla piazza. Poi mise un grido soffocato d'angoscia e di -rabbia, e si precipitò fuor di casa. Attraversò come una freccia la -piazza del Trionfo, girò intorno alla _Caridad_, oltrepassò quasi -correndo la Torre D'Oro, saltò in una barca, raggiunse la riva destra -del fiume, si slanciò nella casa di Fermina e percosse la porta.... -Fermina non c'era! Per un caso straordinario non aveva ancora potuto -tornare a casa, e per la sciagura di tutti e due quell'assenza, in -quell'ora, corrispondeva fortuitamente a un'indicazione della calunnia, -era un'accusa, una prova, una maledizione. Menendez rimase come -pietrificato davanti alla porta. Il dolore dell'amante era già morto -dentro al suo cuore, e non vi fremeva più che l'ira feroce del suo -enorme orgoglio ferito. Un pensiero satanico gli balenò alla mente, -scese di volo le scale e si diresse di corsa verso casa. Arrivato -al ponte, si fermò. Un altro pensiero gli aveva quasi percosso e -schiacciato il primo. — E se non è vero? — si domandò, e per un momento -gli brillò l'anima. Ma la fatalità lo perseguitava. In quel punto -gli passò accanto una donna, lo guardò in viso e gli disse fuggendo: -— Fermina ti tradisce! — A quelle parole il furore, risollevandosi -impetuosamente, gli velò l'intelletto, e lo ricacciò innanzi come -un dannato. Per colmo di sventura, rientrando nella sua stanza trovò -una lettera di Fermina che diceva: — domattina non sarò in casa; — e -anche quest'annunzio avverava sciaguratamente una previsione. Allora -Menendez perdette affatto il lume della ragione, ruggì, rise, maledì, -afferrò la penna, scrisse a grandi caratteri sopra un foglio di carta -il nome di Fermina, un epiteto, l'indicazione d'un'ora e d'un prezzo, -un insulto orrendo; poi volò fuor di casa con quel foglio, rifece la -via di prima, arrivò alla casa dì Fermina, attaccò alla porta con le -mani convulse il cartello infame, e si cacciò digrignando i denti giù -per le scale. Arrivato in fondo, si fermò: sentì aprirsi quella porta, -vide illuminarsi la scala, e udì quasi nello stesso punto un grido -disperato e il rumore della caduta d'un corpo. Dopo pochi momenti sentì -aprire altre porte, — scender gente, — una donna leggere il biglietto -— e molte voci prorompere in un grido d'indignazione: — _Mentira!_ -(Menzogna!)... - - -VI. - -Un'ora dopo egli si trovava nello stato d'uno che si svegli da un sogno -spaventoso. Quel grido l'aveva svegliato. Inutilmente aveva subito -tentato di riadunare e di ricomporre insieme prove, indizî, argomenti, -ricordi, ombre; tutto era fuggito e svanito colla stessa rapidità -fulminea con cui s'era raccolto, e aveva preso forma e saldezza. Come -poca cosa era bastata a farlo credere, così un grido era bastato a -disingannarlo. Egli era rimbalzato da una certezza a un'altra certezza; -non aveva più bisogno di prove; s'era spiegato tutto; aveva capito -tutto; sentiva dentro ed intorno a sè un silenzio solenne, e non vedeva -più che la figura immobile, bianca e sinistra di Fermina, e fra loro -un abisso. Egli la conosceva, capiva che non avrebbe più perdonato, -sentiva che l'aveva uccisa. Un avvilimento profondo, uno sgomento -mortale, un amor nuovo rinvigorito dal rimorso e dalla disperazione, -un desiderio immenso di morire, e insieme una prostrazione di forze -che gl'impediva un qualunque atto risoluto, s'erano impadroniti di -lui. Passò la notte disteso in terra, vicino alla finestra, e la -mattina all'alba, si trovò, senz'accorgersene, sul ponte di ferro, -dove rimase improvvisamente inchiodato. Fermina veniva verso di lui. -Appena la vide, capì ch'essa lo aveva visto, e lesse nel suo volto e -nel suo atteggiamento una risoluzione che gli troncò l'ultimo filo di -speranza. Era vestita come nei giorni festivi; veniva innanzi a passo -franco, quasi impetuoso, colla testa alta, coll'occhio socchiuso e -fisso dinanzi a sè, col viso pallido ed immobile come una maschera -di marmo. Quando gli fu vicina, egli aprì la bocca per parlare, ma la -parola gli restò dentro. Essa passò senza guardarlo, dritta e maestosa, -colla morte nel cuore e col disprezzo sul volto, mandandogli in viso -un'ondata d'odor di rosa, e s'allontanò senza voltarsi. Menendez vide -come un velo nero stendersi fra lei e i suoi occhi e sentì che tutto -era finito. - - -VII. - -Tutto quello ch'egli fece quel giorno e il giorno dopo, lo fece quasi -macchinalmente, e senza energia, perchè era senza speranza. Era il -primo solenne castigo che riceveva il suo carattere orgoglioso e -violento, e n'era come istupidito. Scrisse a Fermina una lunga lettera; -non ebbe risposta; non se ne stupì, e quasi nemmeno se n'accorò, tanto -era sicuro che questo doveva accadere. Le riscrisse; la lettera questa -volta gli ritornò intatta; la riprese e la buttò in un canto senza -badarci. Andò, a sera inoltrata, col cuore tremante, a picchiare alla -sua porta; c'era il lume alla finestra; lei era in casa; ma la porta -non s'aperse. Tornò dopo un'ora; il lume c'era ancora; la porta rimase -chiusa. Se n'andò a casa, e passò mezza la notte seduto alla finestra, -col capo appoggiato sopra una mano. Il giorno dopo non iscrisse più, nè -andò più a cercar Fermina, e forse, se non fosse uscito, non avrebbe -mai più osato cercarla. Ma uscì, e gli seguì un caso che decise della -sorte di tutta la sua vita. Era giorno di festa: girando a caso, di -strada in strada, quasi senza coscienza di sè, si trovò nei viali -della Cristina. Era l'ora della passeggiata; dalla Torre d'oro al -palazzo di san Telmo formicolava una folla brillante e gaia; una musica -festosa riempiva l'aria; il sole dorava le acque del Guadalquivir; -Menendez si sentì per un momento alleggerito del peso mortale della -sua tristezza, e si lasciò trascinare dalla corrente. All'improvviso -una ragazza del popolo, passandogli accanto, gli gridò all'orecchio: -— _Es mentira, Menendez!_ — e disparve. Menendez impallidì e cercò di -sottrarsi agli sguardi curiosi dei vicini che avevan sentito; ma quasi -subito un'altra ragazza, distante da lui una decina di passi, gridò più -forte: — _Mentira!_ — Menendez si voltò dalla parte opposta, confuso -e sgomento, e cercò di fendere la folla, per uscire dal passeggio. -Ma una terza, una quarta, e poi un gruppo di ragazze del sobborgo -di Triana, che l'avevano riconosciuto, gli gridarono alle spalle: — -_Mentira, Menendez, mentira!_ — Molta gente si fermò; altre ragazze, -avvicinandosi, ripeterono quel grido; il suo nome corse di bocca in -bocca; la folla s'aperse per fargli circolo intorno; e questo fu il -suo salvamento. Approfittando di questo vuoto, si slanciò, stravolto -e bianco come un cadavere, fuori del viale, raggiunse una carrozza, -vi saltò dentro, e s'allontanò rapidamente udendo ancora per un buon -tratto le grida lontane delle sue persecutrici. Appena entrato in -casa si coperse il volto colle mani e diede in uno scoppio di pianto -desolato e rabbioso. — Dunque la voce s'è sparsa! — gridò — Io sono il -ludibrio di Siviglia! Io non potrò più mostrare il viso in mezzo alla -gente! Io son disprezzato, insultato, disonorato! — A questo punto -un'idea grande e nuova gli balenò alla mente, la sua anima generosa vi -rispose con un rimescolamento profondo, il suo volto s'illuminò, tutte -le sue fibre si rinvigorino, tutto il suo sangue s'accese. Poi, come -se la voce d'un amico invisibile gli avesse susurrato una preghiera -nell'orecchio: — Sì, — rispose con un accento di condiscendenza: — -ancora una prova. — E si slanciò fuor di casa. - - -VIII. - -Fermina lavorava, col lume, in un angolo della stanza, quando sentì un -passo rapido e leggiero su per la scala, e s'accorse, troppo tardi, che -aveva lasciata la porta socchiusa. Ebbe appena il tempo di alzarsi e di -ricadere sulla seggiola: Menendez si precipitò ai suoi piedi, curvò la -fronte sul pavimento, e gridò singhiozzando: — Perdono, Fermina! - -Essa non rispose. - -Aveva il viso pallidissimo, e stava rivolta verso la finestra, cogli -occhi dilatati e colle labbra tremanti. - -— Fermina! — continuò Menendez con una voce che pareva gli dovesse -spezzare il petto — perdonami! Sono stato un vile e un pazzo! Tu sei -un angelo! Io sono un disgraziato! Mi sono lacerato il cuore colle mie -mani, ho pianto lacrime di sangue, m'hanno insultato per le strade, -credevo d'impazzire, non posso più vivere così, perdonami, rendimi il -tuo amore, non mi condannare a uno strazio eterno, dimentica, amami! -Vedi, io mi striscio ai tuoi piedi, batto la fronte per terra, non ho -più voce, non ho più lacrime, non ho più stima di me, non ho più onore -nel mondo, non ho più che l'amore che mi strazia e la disperazione che -mi uccide! Fermina, abbi compassione di Menendez! - -Fermina continuava a guardar la finestra; aveva il viso stravolto e -convulso, il seno ansante, tutta la persona agitata da un tremito -febbrile; pareva che facesse uno sforzo per ottenere prima da sè -stessa quello che Menendez voleva da lei; che aspettasse essa pure -un improvviso cangiamento del proprio cuore; e Menendez osservava con -profonda ansietà tutti i movimenti del suo viso. Finalmente proruppe -con accento disperato: - -— È inutile, Menendez! Non posso! non sento più niente! son vuota! son -morta! Potresti supplicarmi per tutta la vita, ucciderti sotto i miei -occhi, diventare un re, un santo, un Dio.... è inutile! Non credo più! -Non amo più! M'hai uccisa! Hai capito, Menendez? Hai forse dimenticato -che cos'hai fatto? Fermina t'aveva dato il suo onore e tu v'hai sputato -sopra in faccia a tutta Siviglia! Dio! Dio! Dio! E questo è stato -possibile! e tu vuoi che io ti perdoni! — Poi, facendo un violento -sforzo, si ricompose, e soggiunse freddamente: — Va, Menendez, lasciami -sola, lasciami nella mia tomba, tutto è finito, addio. - -— Pensaci ancora, — disse Menendez con voce supplichevole. - -Fermina si svincolò da lui e gli accennò la porta senza guardarlo in -viso. - -— Ma sei dunque senza cuore! — gridò il giovane balzando in piedi colla -rabbia nel sangue e la minaccia sul volto. - -Fermina lo guardò. - -Menendez diede indietro e si gettò fuor della porta. - - -IX. - -Appena tornato a casa, si mise a preparar le sue robe per partire -la mattina dopo. Egli aveva deciso d'andare a passar un mese a La -Rinconada, piccolo villaggio circondato d'oliveti, poco lontano -dalla città, dove stava don Luis de Guevara, suo amico d'infanzia, -_facultativo_, ossia medico condotto, che gli aveva più volte offerto -la sua casa per quando volesse fuggire i grandi calori di Siviglia. -Terminato ogni cosa, si buttò sul letto, e per la prima volta dopo la -sera fatale del suo delirio, dormì. All'alba si svegliò più tranquillo, -corse alla finestra, fermò la prima carrozza che vide passar sulla -piazza, si vestì, fece portar giù le sue valigie, si mise a tracolla -il suo fucile da caccia, discese rapidamente, e montando sul legno, -ordinò al cocchiere di condurlo sulla riva destra del fiume, in faccia -alla Torre d'oro. Un gran cangiamento era seguíto in lui; non pareva -più l'uomo del giorno innanzi; il suo volto non esprimeva più nè -ansietà nè dolore; era pallido e portava le traccie della tempesta dei -giorni scorsi; ma risoluto e quasi altiero. Scese dinanzi alla casa di -Fermina, salì le scale con passo deciso, sospinse l'uscio e si piantò -ritto immobile sulla soglia. - -Fermina fece un atto di sorpresa sgradevole, e si voltò verso la -finestra. - -— Una sola parola, Fermina, — disse con accento pacato Menendez. - -Fermina voltò la testa verso di lui, tenendo gli occhi socchiusi. - -— Sei profondamente sicura — disse Menendez, — puoi giurarmi sul tuo -onore, per la memoria di tua madre, per la salvezza dell'anima tua, -che lo stato presente del tuo cuore non è l'effetto d'uno sforzo che -fai sopra te stessa? che senti veramente e immutabilmente di non amarmi -più? - -— Sì — rispose con accento risoluto Fermina. - -— Addio — disse Menendez, e disparve. - - -X. - -Fermina mise un sospiro, lasciò cadere il suo lavoro e chinò la testa -sopra una mano. Essa vedeva partire Menendez senza dolore, ma non -senza tristezza. Non era più il suo amante che perdeva, è vero; ma era -pure un'immagine cara, la forma umana in cui le si era presentata per -la prima volta la felicità; l'aspetto dal quale non avrebbe mai più -potuto scindere il ricordo dei più bei giorni della sua giovinezza. -Sul primo momento, anzi, mentre sentiva ancora il rumore lontano della -carrozza, che credeva lo conducesse via da Siviglia per sempre, fu -colta da un dubbio improvviso, che la fece tremare, e sentì il bisogno -d'interrogare ancora una volta sè stessa, di frugare ancora una volta -nel più profondo dell'anima se mai vi fosse rimasta una scintilla, una -speranza, una promessa. Ma interrogò, frugò, e non vi trovò nulla, e -ne sentì quasi un sollievo. Ripetè anzi a sè medesima, e con maggior -sicurezza che per l'addietro, che in quell'anima non c'era mai stato e -non ci poteva essere il grande, cieco e tremendo amore ch'essa aveva -sognato; l'unico amore che la sua natura virile e superba potesse -accettare e rendere; l'amore di Menendez era un delirio passeggiero -della mente, non una febbre profonda e perpetua del cuore; Menendez non -l'aveva capita perchè non l'aveva stimata; se si fossero riconciliati, -si sarebbero rotti un'altra volta; essa non avrebbe più potuto amarlo -che per pietà, ed egli avrebbe diffidato daccapo, alla prima occasione, -e con fondamento; forse anche in lui era morto l'amore, e non era -più che l'orgoglio umiliato e il rimorso che l'aveva spinto a chieder -compassione e perdono; e d'altra parte s'era accomiatato coll'animo più -tranquillo, cominciava forse a rassegnarsi, a dimenticare; col tempo -avrebbe dimenticato; era meglio per tutt'e due che tutto fosse finito -in quella maniera. — Sia così, — disse sospirando Fermina: — è un sogno -svanito, io gli perdono, e Dio l'accompagni. — E riabbassò sopra il -lavoro la sua bella fronte pensierosa. - - -XI. - -I giorni passarono; nessuno a Siviglia vide più Menendez; qualcuno -disse ch'era partito per Cuba; tutti lo credettero, e qualche raro -amico lo rimpianse; ma la maggior parte non lo rammentarono più che -per vituperare il suo nome. Fermina, invece, dopo che s'era sparsa -la notizia dell'avventura, aveva acquistato, anche sull'altra riva -del Guadalquivir, una piccola celebrità romanzesca, d'una parte della -quale si sentivano un po' altere tutte le ragazze di Triana, come se -il raro esempio di sdegnosa fermezza dato da lei, avesse rialzato in -faccia a Siviglia la dignità di tutto il sesso femminino del sobborgo, -non generalmente presa sul serio prima d'allora. Un poeta sconosciuto -aveva scritto dei versi sul muro della sua casa; la moglie del Capitano -generale d'Andalusia le aveva data un'ordinazione di fiori per aver -modo di parlarle; le ragazze, incontrandola per strada, le dicevano: -— _Muy bien, Fermina!_ —; tutti la guardavano con una certa curiosità -rispettosa, e ci fu tra gli altri un panciuto negoziante di telerie, -marito d'una indiavolata brunetta di Badajoz, che incontrandola -due giorni dopo la partenza di Menendez, esclamò con uno slancio di -gratitudine: — Benedetta lei, _senorita_, che ce ne ha liberati! — Ma -Fermina viveva più che mai raccolta e sola, e tutta occupata del suo -lavoro, non lasciandosi vedere che raramente dalle vicine di casa. Non -era contenta, ma tranquilla, e non pensava più a Menendez che con un -sentimento di vaga mestizia, come avrebbe pensato ad un morto. - - -XII. - -Erano passati quindici giorni dalla partenza di Manuel Menendez. Una -mattina, poco dopo il levar del sole, Fermina stava lavorando nella -sua stanza, seduta accanto alla finestra, e alzava di tratto in tratto -la testa, per rivolgere uno sguardo malanconico al fiume, alla Torre -d'oro, alla Cristina, alle guglie lontane della cattedrale, a cento -luoghi e a cento cose che le rammentavano il suo immenso amore svanito, -e sospirava. In quei momenti, avrebbe voluto poter riamare Menendez, -anche sapendo di non doverlo mai più rivedere, non foss'altro che per -dare un alimento alla sua anima vuota; e andava frugando, infatti, -dentro all'anima, non più col timore, come aveva fatto altre volte, -ma colla speranza di ritrovarvi ancora qualche cosa. Ma anche in quei -momenti o non vi trovava nulla, o vi trovava soltanto un resto di -sdegno pronto a riaccendersi, e s'affrettava a spegnerlo cacciandovi -sopra un altro pensiero. — Morto, morto —, diceva tra sè, scrollando la -testa con tristezza, e sentiva profondamente che se anche Menendez le -fosse ricomparso davanti, essa l'avrebbe ricevuto come le altre volte, -senza risentirne la più leggiera scossa, senza dubitare un momento -dell'immutabilità del suo cuore, senza dover fare il menomo sforzo per -ripetergli: — Va, lasciami sola nella mia tomba, tutto è finito. - -Il corso dei suoi pensieri fu improvvisamente interrotto da un leggiero -fruscío; si voltò, mise un grido e balzò in piedi. - -Menendez era dinanzi a lei. - -Fermina si ricompose subito; ma non potè far a meno di fissare per -qualche momento uno sguardo inquieto sopra di lui. - -Il suo viso era pallido e dimagrato; il suo occhio, smorto; le sue -labbra, livide. Aveva la cappa sulle spalle e una borsa da viaggio a -tracolla. Stava ritto sulla soglia della porta, un po' curvo e colle -gambe un po' piegate; e fissava Fermina con uno sguardo profondo, pieno -d'amore e di mestizia. - -— Siete stato malato! — gli disse lei con un leggiero accento di pietà. - -Menendez esitò un momento e poi rispose con voce debole: - -— Sì.... un poco. - -Fermina abbassò la testa. - -— Ed ora parto —, soggiunse il giovane. - -— Per dove? — domandò Fermina senza alzare la testa. - -— Per Cuba. - -— Oggi? - -— Adesso. - -— Per sempre? - -— ..... Per sempre. - -Fermina mise un sospiro, si passò una mano sulla fronte, e poi disse -con un accento pietoso: — Ebbene.... addio, Menendez; il Signore -t'accompagni.... e.... addio! - -— Non hai altro da dirmi? — domandò Menendez colla voce tremante — sei -sempre la stessa? - -Fermina gli rivolse uno sguardo che rivelava il suo cuore desolato di -non potergli dare che una triste risposta. - -— Ebbene, — disse allora Menendez avvicinandosi al suo tavolino;.... — -poichè non ci vedremo più, fammi una grazia, Fermina. Accetta questo -ricordo. — E dicendo così, mise sul tavolino una piccola cassetta di -mogano, colla chiavina nella serratura. — Non respingerlo, Fermina! te -ne prego! Non è un dono. Non contiene che un foglio di carta in cui è -rivelato un segreto che tu devi conoscere; un segreto di famiglia, che -non ho rivelato ad altri che a te; una cosa sacra. Accettalo, Fermina; -ti giuro sul mio onore che è necessario che tu lo accetti; riconoscerai -tu pure questa necessità quando avrai visto di che si tratta, e dirai -che avevo ragione e che ho fatto il mio dovere..... Ed ora non ho più -altro da dirti. Addio, Fermina!.... dimenticami e sii felice! - -Fermina si asciugò una lagrima e gli porse una mano, voltando il viso -dall'altra parte. - -Menendez le coprì la mano di baci e si diresse verso la porta. - -— Menendez! — disse vivamente Fermina. - -Menendez si voltò. - -— Addio! — ripetè la ragazza con voce alterata, ma ferma; — sono più -sventurata di te, perchè non ho più nulla nel cuore! Va, Menendez! Va, -e il Signore sia sulla tua strada! - -Menendez uscì, socchiuse la porta e cominciò a scender lentamente la -scala, coll'orecchio intento, col respiro sospeso, col cuore che gli -batteva come se volesse rompergli il petto. - -A un tratto sentì il rumore della chiavina della cassetta che girava -nella serratura. - -Le gambe gli piegarono sotto e un velo nero gli si stese sugli occhi. - -Si appoggiò al muro del pianerottolo. - -Passarono alcuni secondi. - -All'improvviso, un grido sovrumano di dolore, di terrore e d'amore, -risonò di cima in fondo alla casa, come un colpo di fulmine; la porta -si spalancò, Fermina balzò d'un salto in fondo alla scala, si precipitò -dinanzi a Menendez, e prese a baciargli con una furia disperata i -piedi, le ginocchia, i panni, singhiozzando, gridando, chiedendo -perdono, invocando Iddio, fin che la voce le mancò, gli occhi le si -chiusero e cadde svenuta. - -I vicini erano già accorsi, e fra essi il signor Luis de Guevara, che -aveva accompagnato Menendez dalla Rinconada a Siviglia, e lo stava -aspettando nella strada. - -— Don Luis, — gli disse Menendez appena lo vide, sollevando Fermina -svenuta, e voltandola in modo ch'egli la potesse vedere nel viso: — ti -presento mia moglie. - - -XIII. - -Quindici giorni dopo, infatti, il segretario dell'amministrazione del -Circo dei tori di Siviglia, dovendo mandare a Fermina la chiave del -trentesimo palco _del lado de la sombra_ (della parte dell'ombra), -indirizzava la lettera: — _A doña Fermina Menendez_; — ed essendo -quella la prima lettera ch'essa riceveva col titolo di _doña_ e -col proprio nome legato a quello del suo amante, baciò tre volte -la busta e la mise in serbo come una cosa preziosa. Qualunque altra -Sivigliana, però, avrebbe in quel giorno baciato invece della busta -la chiave, poichè per il felicissimo arrivo di Sua Maestà la Regina -Isabella, la quale per la prima volta si faceva vedere a Siviglia -colla corona, l'Impresario del Circo aveva preparato uno spettacolo -unico nei fasti del _toreo_ andaluso; e basti il dire che la prima -spada si chiamava il _Tato_, e che si sarebbero slanciati nell'arena -otto tori, comprati a peso di dobloni novi, _doblones de Isabel_, nei -pascoli dell'eccellentissimo marchese di Veragua, primo allevatore -della Spagna. Per questo, sebbene lo spettacolo cominciasse alle due -pomeridiane, la _plaza_ era già quasi piena a mezzogiorno, e al tocco -non ci si poteva più entrare. Era una delle più belle giornate che -si possan vedere a Siviglia nel mese di settembre. Il vasto Circo -poligonale presentava sulle sue trenta gradinate una meravigliosa -confusione di visi bruni, di treccie nere, di ventagli agitati e di -mani per aria; vi brillava il fiore della bellezza del sobborgo di -Triana, v'erano le più famose danzatrici delle _escuelas de baile_, -centinaia d'operaie della fabbrica dei tabacchi colle sottane bianche -o rosee, gruppi di gitane con mazzetti nei capelli e sul seno, i più -belli e più terribili schermitori di coltello della provincia, coi loro -cappellotti di velluto nero e loro cinture rosse ed azzurre; tutto il -più ardente sangue andaluso che circolava in quel tempo dal Campo della -fiera alla porta di San Juan e dalla Cartuja alla Trinidad; un'immensa -raccolta d'amori, di gelosie, di capricci, di gioie, di miserie, un -incrociarsi rapidissimo e continuo d'apostrofi clamorose e di occhiate -furtive, di fiori e di risa, di parole galanti e d'aranci: tutto ciò -rallegrato da una musica strepitosa e saettato da un sole ardente. Alle -due precise, gli _alguaciles_ entrarono nell'arena per far sgombrare la -folla, e nello stesso momento, da due lati contigui del Circo, cento -visi si voltarono quasi tutti insieme verso un punto solo e al gridío -generale seguì improvvisamente un profondo silenzio. Fermina, vestita -di bianco, con un gran mazzo di fiori fra le mani, col viso splendido -d'una letizia dignitosa e severa come la sua bellezza, era comparsa nel -suo palco, insieme con Menendez, pallido e sorridente, in mezzo a una -corona d'amici. Al primo silenzio, seguì dopo pochi momenti un lungo -mormorío favorevole, quasi amoroso e altri mille sguardi si fissarono -sui due sposi. Tutta Siviglia sapeva quello ch'era accaduto. A un -tratto, una gitana seduta sul primo gradino sotto il palco, balzò in -piedi, si levò una rosa dai capelli e buttandola a Fermina, gridò: — -_A ti, doña Fermina Menendez, y Dios te dé la buena suerte!_ — Subito -dopo un'altra ragazza buttò un mazzetto a Menendez e gridò: — _A ti, -don Luis Menendez_, cuor valoroso! — L'esempio fu rapidamente imitato: -da tutti i gradini vicini al palco cominciarono a piovere fiori sugli -sposi, accompagnati da un gridío appassionato e festoso: — A te, bella -creatura! — A te, sangue di prode! — A voi, la più bella coppia di -Siviglia! — Amatevi! — Buona fortuna! — Molti giorni come questi! — Dio -vi protegga! — In pochi minuti la notizia e l'entusiasmo si propagarono -per quasi tutto il Circo, e da ogni parte si buttarono fiori, si -agitarono fazzoletti e mantiglie, si mandarono evviva e saluti; tanto -che Fermina, sopraffatta dalla commozione, lasciò cader la testa sulla -spalla di Menendez, e la Regina Isabella, che aveva già preso posto nel -palco reale con tutto il suo corteggio, si voltò a domandare al giovane -generale Serrano chi fossero i due personaggi che mettevano sottosopra -i suoi sudditi. Il _general bonito_, il bel generale, come si chiamava -allora il futuro vincitore d'Alcolea, si fece innanzi rispettosamente, -e disse col tuono più dolce della sua voce: — Sono due sposi, Maestà. -La sposa è la più bella giovane di Siviglia, e lo sposo è un giovane -che ha fatto onore al sangue andaluso. In un accesso di gelosia, avendo -offeso mortalmente la sua fidanzata con un cartello infamante, e non -essendo riuscito in altro modo a farsi perdonare e riamare, ottenne -l'una e l'altra cosa presentandole una cassettina nella quale c'era -la penna fatta in due pezzi, che aveva scritto il cartello; sotto la -penna, un foglio di carta con su scritto col sangue: — _Espiazione_, e -sotto il foglio di carta la sua mano destra.... - -Mentre la Regina appuntava il cannocchiale verso gli sposi, le trombe -squillarono, la folla gettò un altissimo grido, e il primo toro -dell'eccellentissimo signor marchese di Veragua si slanciò muggendo in -mezzo all'arena. - - - - -IN SOGNO - - -Non so se molti altri abbiano un ordine speciale di sogni che si -possano procurare a loro piacere: io ho quello dei viaggi, e mi basta, -per viaggiare in sogno anche tutta una notte, fissarmi col pensiero, -quando sto per addormentarmi, in qualche luogo lontano del quale mi sia -rimasto un ricordo molto vivo; dopo di che, mi passano dinanzi cento -altri luoghi, città, campagne e genti, trasformandosi rapidamente, -senza che nel sogno s'intrometta mai una visione di altra natura. E -questo è strano: che gli avvenimenti, no; ma i luoghi e i personaggi -che sogno, son sempre luoghi e personaggi che ho visti; il che non -m'accade quando, addormentandomi, non metto l'immaginazione sulla via -delle reminiscenze; poichè se chiudo gli occhi pensando a Sydney o a -Batavia, vago poi, sognando, per tutta la terra, ed è facile che mi -trovi a discorrere di politica, a un'ora dopo mezzanotte, con qualche -defunto imperatore chinese. Quale è la ragione di questo? In che -maniera la mente, errando fra le più bizzarre fantasie nel campo degli -avvenimenti, rimane nello stesso tempo legata alla realtà geografica -dei miei viaggi? Come mai in fatti di luoghi e di persone, non fo', -sognando, che ricordarmi, e non vaneggio che in fatto di casi e di -discorsi? Perchè questa costante distinzione? Sarà forse la centesima -volta che mi rivolgo la stessa domanda, e per la centesima volta non -ci so trovare altra risposta che voltar la testa sul cuscino da destra -a sinistra, raccogliendo tutti i miei pensieri nel giardino del duca -di Montpensier, il quale, da quanto sembra, dev'essere questa notte -il punto di partenza d'un lungo pellegrinaggio, poichè mi torna e mi -ritorna in mente con una ostinazione invincibile, e ormai vedo che -m'addormenterò all'ombra degli aranci ducali. Sia almeno un viaggio -allegro e tranquillo, che non m'accada, come altre volte, di svegliar -mia madre con grida di spavento o sospiri di dolore. - - -Com'ero entrato nel giardino del duca di Montpensier, del _Rey -naranjero_, come lo chiamano in Spagna? Era probabilmente il mio -borbonico amico Segovia che m'aveva fatto avere il permesso. Non me ne -ricordo bene. Non ricordo nemmeno gran cosa del giardino. La più viva, -anzi la sola rimembranza viva di quel luogo è la fontana a cui diedi -il nome dei _cinque sensi_. Ah! veramente io posso dire d'aver passato -là l'ora più deliziosamente sensuale del mio soggiorno a Siviglia. Era -tra mezzogiorno e il tocco, splendeva un sole abbarbagliante e tirava -un'arietta leggerissima. Io stavo seduto sull'erba all'ombra d'un -gruppo d'allori accanto alla vasca d'una fontana, sotto i rami curvi -d'un roseto; con una mano mi mettevo in bocca gli spicchi d'un arancio -che stillava sugo a grandi goccie; coll'altra accarezzavo la gamba d'un -putto di marmo finissimo che dalla bocca mi schizzava acqua diaccia -rasente i capelli; le foglie delle rose, scosse dall'aria, mi cadevano -sul petto; l'acqua limpida della vasca rifletteva come uno specchio -il mio viso non turbato dall'ombra d'un pensiero; al disopra del verde -cupo degli alberi, vedevo la terrazza bianca e arabescata d'una casetta -di stile moresco; e più lontano l'enorme statua dorata della fede che -girava fiammeggiando sulla sommità della Giralda nell'azzurro purissimo -del cielo andaluso. — Ancora qualcosa per l'orecchio! — esclamai con un -fremito di piacere. E un momento dopo sentii dietro gli allori, prima -il rumore leggiero d'un rastrello, poi la voce fresca e sonora d'una -ragazza, che cantava con un accento sivigliano pieno di dolcezza: — Io -sono bella e tu hai vent'anni! — Allora ebbi un momento d'ebbrezza; -aspirai una gran boccata d'aria, tuffai il viso nell'acqua, morsi -insieme l'arancio e le rose, risi e mi ravvoltolai nell'erba come un -bambino. Poi, a poco a poco, preso da un languore dolcissimo.... chiusi -gli occhi.... e rimasi assopito.... - - -E tu mi hai svegliato, caro e crudele Parodi! E perchè? Le meraviglie -del _Restaurant Blond_ valgono forse le delizie del giardino dei -Montpensier? Ma bisogna esser giusti, e riconoscere che il signor -Blond ci dà il più succoso brodo e il più saporito manzo di Parigi, -e che è grazia di Dio l'aver per due lire questo pranzetto e questo -spettacolo. Quale spettacolo! Venti tavolate d'affamati; una folla -in movimento perpetuo, che parla in venti lingue diverse di mille -cose assurde o sublimi; cercatori di fortuna d'ogni parte del mondo; -giovanetti colle prime speranze, vecchi colle ultime; inventori di -_sistemi_ e di _riforme universali_, pieni d'utopie e di debiti; grandi -uomini senza senso comune; forse qualche grand'uomo davvero; qualche -rompicollo oscuro, del quale fra tre mesi sarà recitata dieci volte la -prima commedia al _Téàtre français_, e il suo nome correrà l'Europa; -mezzani che ballano a un tanto per sera al Mabille o al Valentino: -giocolieri di teatro che si mettono una spada nella gola fino all'elsa; -giornalisti della macchia che ti piantano il pugnale nelle erni fino al -manico; un bavarese che almanacca da dieci anni un favoloso progetto di -rinnovamento sociale fondato sull'alleanza del Papa colla democrazia; -un brasiliano che ha inventato dei romanzi armonici e odorosi, dalla -copertina dei quali il lettore, giunto a certe pagine, fa uscire con -una leggiera pressione del dito, un profumo e un'arietta d'occasione; -un polacco che ha creato un genere di commedia da rappresentarsi, non -sul palco scenico ma nella vita reale, o piuttosto un genere novo di -vita da viversi in forma di commedia; un inglese che vuol ottenere -dal Governo l'istituzione nelle Università della Francia d'un corso -permanente di lezioni sull'_Arte di governare le donne_; l'inevitabile -inventore della lingua universale; l'indispensabile regolatore -della locomozione aerea; avanguardie mattamente audaci di tutte le -scienze e di tutte le arti; tutte le deformità intellettuali che -corrispondono alle deformità fisiche: menti sbilenche, ingegni gobbi -e guerci, genî idropici, fantasie affette d'elefantiasi; giocatori, -innamorati, bevitori d'assenzio, atei, fanatici, cinici; gente che -s'ammazza a studiare e gente che si finisce nei bagordi; uomini che -dormono sui tetti e giovani che dormono sotto gli alberi dei Campi -Elisi; qualcuno matto d'allegrezza, qualche altro che si brucierà -le cervella la settimana ventura; tutti in cerca di qualcuno: chi -dell'editore, chi del mecenate, chi dell'impresario, chi di scolari, -chi d'affigliati, chi di vittime, chi di complici; un'accozzaglia -cosmopolitica che lavora, digiuna, farnetica, si dibatte sull'immenso -lastrico di Parigi, per lasciar il nome alla posterità, o l'ambizione -in carcere, o l'ingegno al manicomio, o il cadavere all'ospedale. Sì, -caro Parodi, questo spettacolo è bizzarro, ma quest'aria mi soffoca; -domani pranzeremo al _Passage des Princes_; ho anch'io i miei capricci -di povero diavolo; ho bisogno ogni tanto di sdraiare la mia vanità -in una sala dorata e di tuffare la mia miseria in un bicchiere di -Champagne.... - - -..... Champagne? _Kellner_, Champagne al signore. — _Sie beschämen -mich mit Ihren Höflichkeiten_, biondo capitano Schopper. Il vostro -bastimento è un palazzo splendido e voi siete il re del Danubio. Oh -la bellissima sera! Per le finestre aperte, di là dalle acque rosate -del fiume, vedo fuggire la riva boscosa del Banato di Temesvar, -e tra finestra e finestra, i grandi specchi incorniciati d'oro mi -riflettono la campagna malinconica della Slavonia rischiarata dal -tramonto del sole. E la fortuna m'ha messo dinanzi il più bel visetto -e il più svelto corpicino ungherese che sia mai passato sul nuovo -ponte di Pest. Signor Castelulù, recitatemi i versi sulla statua di -Michaiù Vitézlù, io adoro la lingua rumena; e voi, capitano Schopper, -soffiatemi nel viso un nuvoletto di fumo del vostro sigaro d'Avana. -Alla tua salute, mio buon Mahmud Dejézaerli, gloria predestinata della -pittura musulmana; buoni studi a Vienna, e che io ti rivegga fra dieci -anni installato in una bella villetta sulla riva del Bosforo, accanto -alla più bianca moschea di Bujukderé! Mi pare che qualcuno laggiù -canti le lodi del Reno. Capitano Schopper, mandate quell'insolente a -baloccarsi sul suo rigagnolo con una barchetta di carta, e insegnategli -a rispettare il nostro immenso Danubio. Ah! voi ridete, capitano -Schopper! ridete dell'effetto che mi fa il vostro Champagne, è vero? -Ebbene.... - - -.... Ebbene, che è questo? Cosa accade qui? La riva della Slavonia -è sparita, il cielo s'oscura, le acque s'agitano, il vento mugge, -la sala splendida s'è cangiata in uno stambugio rischiarato da un -lanternino, l'elegante capitano Schopper in un vecchio cencioso, la -bella signorina ungherese in una povera contadina con due bimbi in -braccio; e il bastimento rulla, beccheggia e scroscia spaventosamente -mandando ogni cosa sossopra. — _No, no, señor Capitan_, per amor di -Dio, per pietà delle mie due creaturine, non ci moviamo di qua, il mare -è cattivo, può seguire una disgrazia, aspettiamo che faccia giorno, -non passiamo il capo Trafalgar, ve ne scongiuro, non per me, per le -mie povere creaturine! — Non posso, buona donna; _el capitan tiene sus -obligaciones_: ci son cinque passeggieri che vanno in Africa; io debbo -sbarcarli domattina all'alba a Algesira; non posso passar la notte -a Trafalgar; bisogna tentar d'andare innanzi; seguirà quello che Dio -vuole! — No! no! _señor Capitan!_ noi naufraghiamo! noi moriamo! i miei -bambini! _Ave Maria purissima_, se n'è andato! Lei, signor italiano, -per carità, vada lei, vada a supplicare il capitano che non si mova di -qui, che non ci faccia morire! Dio mio! Dio mio! — Chetatevi, buona -donna, vado io. Capitano! Dov'è il capitano? Non c'è modo di trovare -questo capitano? È a prua! — È a poppa! — Passi di qui! — Scenda di -là!... - - -Di qua, di là! Che il malanno vi colga! Son tre ore che cammino e non -mi sono ancora raccapezzato. Sarà ben sonata la mezzanotte. Ah! se me -ne fossi rimasto nel mio piccolo albergo di Leicester-square, invece di -venirmi a cacciare in questo labirinto fetido e oscuro! Dopo una strada -un'altra strada, dopo una svolta un'altra svolta, e crocicchi dietro -crocicchi, e case accanto a case, e non una porta aperta, non un lume a -una finestra, non un _policeman_, non una voce umana, non il suono d'un -passo, non un indizio di vita; null'altro che interminabili muraglie -nere che si perdono nella nebbia, e un silenzio di città disabitata. -Cammino, corro, divoro la via, e mi par sempre d'essere nello stesso -luogo. Forse non faccio che girare e rigirare nelle medesime strade. -Questo sospetto mi sgomenta e le forze cominciano a mancarmi. E poi.... -che serve ch'io lo nasconda a me stesso? Ho paura! paura d'essere -assassinato, di cadere in una fogna, d'inciampare in un cadavere, -di mettere i piedi in una pozza di sangue. Come son venuto qui? Dove -sono? Sapessi almeno dove sono! Sono in White Chapel? a San Gilles? -in Waping? Se fossi sicuro d'essere a Bethnal Green, per esempio, -cercherei di trovare Mile end Road, e di là saprei andare alla torre di -Londra; o se fossi in Seven Dials, potrei sperare di riuscire in Regen -Street o d'infilare Piccadilly. Ma qui non so da che parte voltarmi, -cammino a caso, come un pazzo. M'imbattessi anche in un branco di -ladri, purchè incontrassi qualcuno! Questo silenzio sepolcrale mi -gela il sangue. Dio mio! non domando che il rumore d'un passo o il -latrato d'un cane! E un'altra strada, un'altra di queste interminabili -e lugubri strade! Ah, io non vado più innanzi; in questa strada c'è -qualcosa d'orrendo, ci son dei morti, le mie gambe tremano, il mio -cuore si agghiaccia, la mia ragione si perde, io mi metto a gridare, -io.... Che! Sei tu! Tu, mia amica! Tu, amor mio! Tu qui, a Londra! con -me! Ma è un sogno! Ma parla! No! fuggimmo prima, qua la mano, coraggio, -seguimi, vola.... Oh l'inesprimibile piacere! il vento ci porta, il -cielo si rischiara, il sole ci batte in fronte, Londra è sparita, siamo -sul mare, siam salvi! - - -.... Dove siamo? Ah! tu mi domandi dove siamo, classichetta che tu -sei, piena di greci e di romani, tu che diventi rossa a nominarti -Pindaro, che piangi quando ti dico che un giorno faremo un viaggio -nella Troade, tu che mi hai fatto diventar geloso di Annibale e -prendere in tasca Catone, testolina imbottita di grandi nomi e di -grandi versi! Ebbene. Questa volta sarai felice; ma devi indovinar tu -dove siamo. Guarda questo cielo splendido, questo mare azzurro, questi -colli cinerini, queste roccie nude, queste pietre sparse, e indovina. -Ah, tu impallidisci! — Ebbene, non è la Troade. — No, non sono le -rovine di Cartagine. — Nicea? Meno che mai, signorina. Cerchi, cerchi -ancora, frughi nelle sue reminiscenze storiche, interroghi tutti i -suoi desiderî classici. Ma sì, amica mia, sì! Atene! Atene! Atene! -Siamo sull'Acropoli! Ah io sono pazzo della tua gioia! Qua, nelle mia -braccia, ed ammira: quella è la costa orientale del Peloponneso, — -più in qua l'isola di Salamina; — lì il Pireo, — là il Falereo, — a -destra, su quel colle nudo, il tempio di Teseo, — su questa roccia, -in direzione della mia mano, le rovine dell'Areopago; — qui sotto -il teatro di Bacco, dove il tuo Eschilo e il tuo Sofocle facevano -rappresentare le loro tragedie; — in fondo a quella gola, il tempio -delle Eumenidi; — tu tremi, poverina, a sentir questi nomi; — ed ora, -voltati: ecco le quarantasei colonne del Partenone, — e adesso alzati e -fa pure qualche pazzia perchè le pietre su cui sei stata seduta finora -sostenevano l'enorme Minerva Promacos di Fidia, la quale mostrava al -cielo la punta della sua lancia dorata, la prima immagine della patria -che rivedeva il navigatore ateniese, venendo dal capo Sunium. Ah! la -mia cara classichina che piange!... Dov'è il nostro bambino? Era qui un -momento fa. Zitta! Non t'inquietare; non può esser lontano; tu cercalo -di qua, io lo cerco di là; si sarà nascosto nell'Erecteo; Checchino, -dove sei? Checchino! Checchino!... - - -.... Sentite, galantuomo: ho girato il mondo, e ho conosciuti molti -buffoni; ma vi dico schiettamente che uno del vostro stampo l'avevo -ancora da inciampare. Animo, via; il proverbio insegna che ogni bel -gioco dura poco, il che vuol dire che un gioco stupido deve finire -appena incominciato. Mettete giù il bambino che avete nella mano -destra, che è mio, e quello che avete sulle spalle, e quello che avete -sotto il braccio, e i tre che tenete nella cesta. Eh, dico, metteteli -giù, o m'arrampico su per la vostra colonna, e vi scaravento in terra -come un sacco di cenci. Vi paiono scherzi da fare codesti? O di dove -siete sbucato, faccia patibolare? Chi siete? Come? Osereste? Ah! -l'orribile mostro, che si mette in bocca la testa del mio bambino! -Aiuto! A me, a me, Ateniesi! Sia lodato il Cielo, vien gente. O -perchè tutti ridono? Che c'è da ridere, Ateniesi? È una vergogna -che in una città colta e gentile come la vostra, si permetta a un -mascalzone come costui di torturare i bambini in mezzo a una piazza -pubblica. Rispondete dunque. A voi, cittadino, rendetemi conto voi di -quest'infamie. Sentiamo! — _Eh, monsieur, vous êtes fou; vous n'êtes -pas à Athènes, vous êtes dans la ville de Berne, devant la statue du -mangeur d'enfants, devant la Kindlifresser-Brunnen, que tout le monde -connait; regardez donc dans votre guide Bedeker, farçeur...._ - - -.... Statue! Berna! Son baie. A Berna non c'è questa campagna -solitaria, nè questo cielo di zaffiro, nè questa immensa pace che mi -penetra fino al più profondo dell'anima. Oh la mia bella Bulgaria! -Belle roccie coniche, coronate di castelli muscosi, e tinte di rosa e -di viola dai primi raggi del sole; belle colline vestite di macchie -inestricabili che l'autunno ha screziate dei suoi mille colori -pomposi e tristi; bruni villaggi mezzo sepolti nella terra, come per -sottrarvi alla vista del minareto odioso che vi torreggia sul capo; -vasti pascoli ondulati, immensi armenti, alti pastori dal grande saio -e dal berretto velloso, curvi sopra le traccie dei cavalli dei lilas, -che passarono or ora trascinando alle fortezze del Danubio i vostri -fratelli incatenati; bel paese selvaggio e melanconico, bel popolo -austero, silenzioso e dolce, io ti rispetto e ti amo! Sia maledetta -la strada ferrata che m'ha rotto il filo delle fantasie. Ora convien -scendere e asciugarsi a piedi una galleria d'un miglio e mezzo: cose -che non seguono che in Turchia. Entriamo dunque nella tana. Ma stiamo -stretti, signori, e badiamo di non perderci, perchè è buio fitto. -Vorrei però sapere come fa a passare il treno per questo cunicolo largo -due braccia. Mi spieghino loro questo miracolo, signo.... Non c'è più -nessuno! Poh, peggio per loro. Io accendo il mio cerino e tiro innanzi -tranquillamente.... Oh! che vuol dir questo? Qui non ci sono rotaie! -Questa non è una galleria di strada ferrata! Questo è un corridoio! I -muri son segnati di croci e d'iscrizioni.... spagnuole! Oh l'orribile -cosa! I sotterranei dell'Escuriale!... - - -.... È stato un momento di debolezza; la preghiera m'ha ridato -coraggio; andiamo innanzi; troverò un'uscita; Dio m'assisterà; il tutto -è di riuscire a un cortile. Mi trema il cuore però. Mi spaventa questo -corridoio sterminato. Questo corridoio non c'era la prima volta che -venni al convento. E questo rumore.... che non è quel del mio passo! -Ah! mi si rizzano i capelli! No, un momento, un po' di riflessione: -questo è il suono del mio passo; infatti se io mi fermo.... Gran Dio! -suona ancora! Io divento pazzo! Ma dove suona dunque? Non certo davanti -a me, perchè mi metto a correre e lo sento sempre alla stessa distanza; -nemmeno di dietro, perchè se mi fermo, non mi raggiunge; e sopra la -vôlta non può essere, perchè non lo sentirei così distinto; sotto, è -impossibile. Dov'è dunque? Ho sognato? Eppure no, lo sento, lo sento -vicino a me, monotono, ostinato, sinistro. Questo non è uno spettro, -questo è un frate, un prete, un custode che vuol farmi incanutire dal -terrore. Oh! ma la rabbia che mi divora è anche più forte del terrore. -Questo sconosciuto aguzzino mi è anche più odioso che terribile. O tu -che mi cammini davanti, o dietro, o accanto, o sopra, o sotto, chiunque -tu sia, sei un miserabile che disprezzo e sbeffeggio; e ti sfido a -comparirmi davanti! E se non compari, ti dico che sei un vigliacco e -ti sputo nel viso; e se fosti anche Filippo II, in carne ed ossa, colla -corona e colla spada, io ti giuro che non ho paura di te, e ti comando -di farmiti dinanzi, perchè possa piantarti nel cuore un palmo del mio -pugnale marocchino, e rimandarti a marcire colla tua stupida prosapia -sotto l'altar maggiore di San Lorenzo! — Nessuna risposta, e il passo -continua a risuonare vicino a me, lento, cadenzato, implacabile! Io -divento furioso! Avanti, avvicinati, dimmi da che parte sei, vieni a -portata della mia mano, chè io mi possa liberare da questa tortura! -Sei dentro al muro? Ebbene, guarda, io lo percoto coi pugni e coi -calci, io lo raschio col pugnale, lo sgretolo colle unghie, lo rigo col -mio sangue. Fuori! fuori! fuori! — E nessuno risponde, e sempre alla -medesima distanza, quel passo misurato, sonoro, lugubre come il picchio -d'un martello sopra una bara! Ah questo è troppo, non posso più, ho -paura, è un sogno che m'uccide, svegliatemi, svegliatemi!.... - - -..... Dev'essere il barcarolo che m'ha svegliato con una pedata in -un fianco. Dove andiamo? La campagna è tutta piana e velata dalla -pioggia come da una nebbia; si vede confusamente qualche mulino a -vento e qualche campanile; il canale è largo e colmo; mi pare che -si debba essere tra Leuwarden e Dokkum. Non si starebbe mica male -tappati in questo _trekschuit_ piccino e tepido, con un libro in mano -e colla pipa in bocca; ma bisognerebbe buttar fuori questi diciassette -bimbi paffuti, che mi premono da tutte le parti, e questo donnone, -questo faccione di luna in quintadecima, questa sorella carnale della -_Veneranda_, che mi fa gli occhi soavi parlando a fior di labbra. E -bisogna dire che di questi diciassette marmocchi, le sia molto piaciuto -il primo, poichè l'ha ristampato sedici volte senza correzioni, e -tutti portano l'impronta netta della beata melensaggine della mamma. Oh -questa è Olanda davvero! E chi sarà quel capo matto che ha rovesciato -sui Paesi Bassi questa valanga di putti? e com'è possibile che questa -madre d'un popolo, abbia ancora dei grilli per la testa? E mi tocca -i piedi! Tocca? Pesta, per Giove! Avete una maniera un po' troppo -vigorosa di manifestare le vostre simpatie, signora mia.... vorrei -dirle. Che cosa dite? Eh? Io? Ma voi siete pazza. Io vostro marito? -Io v'ho sposata davanti al borgomastro di Dokkum? Questi diciassette -bimbi son.... nostri? Voi avete il contratto matrimoniale? Ah! la mia -memoria si rischiara.... Ma dunque è vero! Dunque finora io ho sognato! -Non v'inquietate, moglie mia: apro la finestra e metto la testa fuori -per pigliare una boccata d'aria; — vi amo più della vita; — metto -fuori anche il busto; — v'adoro; — mi sporgo ancora un po' innanzi; — -lasciatemi appoggiare il piede sulla seggiola; — così, amor mio; — ed -ora tu, Dio pietoso, accogli il mio spirito, e voi, acque dell'Olanda, -il mio corpo!... Dannazione eterna! Chi mi trattiene? - - -.... _Caballero_, ci perdoni se l'abbiamo tirato indietro così -bruscamente; siamo guardie civili, dobbiamo obbedire agli ordini; è -proibito ai viaggiatori di metter la testa fuori del finestrino dei -vagoni; potrebbe seguire una disgrazia; ci son Carlisti da ogni parte; -ieri erano a Calatayud; avanti ieri scorrazzavano intorno a Siguenza; -non per nulla ci hanno messi cinque per vagone, armati fino ai denti; -non s'appoggi sui fucili: son carichi. — E sta bene! E anche questo -è un bel modo di viaggiare! Due facili carichi dinanzi, due fucili -carichi di dietro, un pistolone rasente il ginocchio, il manico d'una -daga contro il fianco, e sei cinghie di zaino che mi spenzolano sulle -spalle; e se m'affaccio al finestrino, una palla cilindro-conica -nel cranio; e tutte queste dolcezze, per andare al Marocco. Povera -Spagna! Quanto la ritrovo mutata! La campagna, deserta, i villaggi -barricati, le stazioni della strada ferrata arse, diroccate, circondate -di parapetti e di fossi; per tutto gruppi di contadini oziosi e -di soldati stanchi; tende, sentinelle, cavalli rifiniti, traccie -d'accampamenti, case affumicate, miseria. Non sembra però che i miei -compagni di viaggio si diano gran pensiero di questo sottosopra. Vedo -là due sposi che colombeggiano; qui un operaio brillo che fa delle -proposte di matrimonio a una vecchia contadina aragonese; più in là -cinque scamiciati che giocano alle carte; un ufficiale dei cacciatori -che canta, un postiglione castigliano che trinca, e un vecchio parroco -di campagna che stabacca voluttuosamente fra un periodo e l'altro -dell'_España católica_. Allegri, figliuoli, e che Dio vi conservi. Ora -canta anche il postiglione, l'operaio gli fa eco, i cinque scamiciati -entrano nel coro; come, come, anche loro, le signore guardie? Ma, e la -_consegna_? E la disciplina? E i Carlisti? Oh che bel paese di matti! -Il carnovale in mezzo alla guerra civile. Ma bene! Viva la.... darei -un buffetto sul naso a quei due sposi, che si guardano nel bianco -degli occhi. Corpo di Carlo V! Non c'è peggior supplizio per un povero -viaggiatore, che di dover assistere a queste fanciullaggini! Smettiamo -dunque; il vagone non è un'alcova, che diavolo! - - -.... E un'altra coppia, — e un'altra, — e un'altra. Eccomi qui in -piena Arcadia. Ora mi dovrò asciugare quest'uggioso spettacolo fino -a Colonia. Già non ci dovevo venire. Me l'avevano detto che questi -scellerati piroscafi del Reno, in autunno, sono il nido galleggiante di -tutti gli amori nuziali del Belgio, dell'Olanda, della Svizzera tedesca -e dei paesi delle due rive. Eccole qui, tutte queste bionde sdolcinate -e scarmigliate, che alzano gli occhi al cielo e lasciano ricadere la -testa. Ecco gli sguardi velati, le strette di mano furtive, i baci -mandati col ventaglio, le toccatine di piede, i bisbigli, i languori, -le sciocchezze infinite che cinquanta maledetti notari tabaccosi hanno -legittimate pel mio malanno. Quella belga fraschetta! Quella magontina -petulante! Questa lussemburghese ipocrita che nasconde coll'_Allgemeine -Zeitung_ il braccio di suo marito! Le sfrontate! Gli ufficiali -tedeschi salutano il piroscafo dalle terrazze delle ville, le chiese -gotiche specchiano le loro guglie cesellate nelle acque, i vecchi -castelli disegnano le loro gigantesche forme nere sul cielo, passa -la roccia di Coblenza, sparisce la rovina di Hammerstein, si nasconde -dietro ai monti lo splendido castello di Rheineck, si dileguano come -sette nuvole enormi le Sette Montagne; e loro non vedono nulla! e -continuano a bamboleggiare colla punta delle dita e colla punta dei -piedi, stupidamente sicuri di non esser visti, come se fossimo tutti -addormentati, orbi, o cretini.... Eppure se tutte queste sciocchezze -non si facessero, non avrei trovato, le sere dei giorni di festa, nei -giardini d'Anversa e nei viali di Basilea, una folla d'angioletti -coi capelli d'oro, che mi scacciarono dal capo le idee nere, e mi -riempirono il cuore di dolcezza! Ah! io sono un ingrato! Ebbene, sì, -sorridete, guardatevi, amatevi, parlatevi nell'orecchio, giocate colle -punte dei piedi, godete, inebbriatevi, scordatevi di noi e del Reno e -dell'universo! purchè vengano gli angioletti coi capelli d'oro.... - - -.... Eccoli qui! Una folla di bimbi e di bambine che invadono il -_Prater_ di Vienna, sparpagliandosi in mezzo agli alberi sfrondati, per -i viali coperti di foglie gialle. L'autunno s'è cangiato a un tratto in -primavera; l'aria grigia s'è riempita di fragranze e risuona di voci -armoniose, e tutto spira freschezza e allegria. A gruppi, a schiere, -a circoli, a stormi, vanno e vengono, come un nuvolo d'uccelletti e di -farfalle; e rendono l'immagine d'un grande giardino di rose e di gigli -vivi, che da sè stessi intreccino e disfacciano rapidamente mazzi, -corone e ghirlande palpitanti e sonore. Ciarpe scozzesi e pelliccie -russe, giubbette ungheresi e berrette polacche, penne purpuree, -riccioli biondi e nastri azzurri, ondeggiano e si confondono in mezzo -ai cerchi, alle carrozzine, alle racchette, ai cervi volanti, ai -palloncini color di rosa. Tutto ride, tutto brilla, tutto splende, -tutto tripudia, e un senso divino di giovinezza e di speranza invade -l'anima mia. Siate benedetti, o bei fiori appena sbocciati della razza -umana! Benedetti i vostri visi rosei, benedetti i vostri capelli di -seta, benedette le vostre gambettine nude, benedetti i vostri giochi, -la vostra gioia, la vostra innocenza, le vostre famiglie, la vostra -vita! Io v'adoro, creaturine! Venite, accorrete intorno a me, fatemi -fare qualche cosa, fatevi servire, imponetemi i vostri capricci, -divertitevi di me! Volete picchiarmi? Volete farmi l'urlata? Volete -saltarmi a piedi giunti? Volete ch'io vi porti sulle spalle? Volete -che m'arrampichi sopra un albero, per farvi ridere? Se mi rompessi la -testa, voi dite. E che m'importa di rompermi la testa per voi! Animo, -sull'albero. Sono già molto alto, non è vero? Ma salirò ancora. Così? -— Noch! — Così? — _Immer noch!_ — Ma volete dunque ch'io salga fino.... - - -.... Oh l'incantevole panorama! Un golfo coperto di navi, due mari -che si congiungono, tre città che s'abbracciano, l'Europa e l'Asia -che si guardano, mille minareti e mille cupole, in mezzo a migliaia -di chioschi, di bazar, di bagni, di terrazze, d'acquedotti, dentro -a una corona immensa di giardini e di boschi; e in ogni parte una -folla variopinta e innumerevole che sale e scende per venti colline -e venti porti, in mezzo ai cipressi, alle fontane e alle tombe; e su -tutto questo il cielo d'Oriente! Oh com'è bello, splendido e grande! -Io non credevo che una così meravigliosa bellezza si potesse vedere -sulla terra altro che in sogno. Ora comprendo il musulmano moribondo -che dice: — portatemi alla finestra. — Vi comprendo, poeti che avete -spezzata la penna, pittori che avete lacerato la tela, scienziati che -avete perduta la flemma, mercanti che avete balbettato dei versi, -fanciulle che avete gettato un grido e abbracciato vostra madre, -gente d'ogni paese e d'ogni tempra, che vi siete sentiti rimescolare -il sangue e inumidire gli occhi davanti a questa visione di paradiso! -Oh se potessi portar qui tutto quello che amo, e viver qui, a questa -sublime altezza, su questa terrazza aerea salutata dal primo e -dall'ultimo raggio del sole! Custode, non mi seccate. — Faccio il -mio dovere, _captàn_. Tutta Costantinopoli sa che il nostro signore e -padrone Abdul Aziz, che Allà protegga e conservi, non vuole che nessuna -fronte umana si alzi sopra l'ultimo parapetto della torre del Seraskir. -Fammi dunque il favore di abbassare la testa. — Lasciami in pace, ti do -cinque lire franche. — Abbassa la testa, _captàn_. — Ti do due scudi -franchi. — Abbassa la testa, _captàn_! — Ti do un napoleone d'oro, -che tua moglie diventi sterile e gli uccelli del cielo insudicino la -tua barba! S'è mai visto un mulo di turco più mulo di costui? Siamo -d'accordo? - - -.... _D'accord, monsieur, d'accord. Donnez moi le napoleon et voici -la chaise._ — Sta bene; ma aiutatemi a salire, perchè è buio fitto, -e sostenetemi di dietro perchè la folla ondeggia. Ed ora dove devo -guardare? — Al di là della Senna, signore. — Ah! un fascio di raggi -bianchi ha illuminato per un momento un mare di teste nel Campo di -Marte. Ora dalla riva in faccia s'alza e s'allarga un nembo di foco che -vien giù a schizzi, a sprazzi, a pioggioline, a cascatelle splendide -in forma di fiori, di pagliole, di stelle, di fiocchi, d'anelli, e -produce nelle acque un tremolío di riflessi, un turbinío di scintille, -un lampeggiamento di colori, che par che la Senna travolga perle, -cristalli e vezzi d'oro. Intanto dal ponte, dalle case, dalla riva -destra si spandono torrenti di luce che colorano via via di verde -smeraldo, di giallo sulfureo e di rosso sanguigno le sponde, la folla, -l'altura del Trocadero, il padiglione dello Scià; cento cannoni tonano, -cento musiche echeggiano, e l'immensa voce della moltitudine empie -il cielo come il muggito d'un oceano. A un tratto, tutto si spegne, -tutto tace, e la folla, immersa daccapo nelle tenebre, volta le sue -trecentomila teste a monte della Senna. L'incendio di Parigi comincia. -Vampe di luce indiana e fasci di luce elettrica vibrati tutt'insieme da -mille punti, illuminano tutte le sommità dei più alti edifizî. I tetti -delle Tuilleries sfolgorano come piramidi di carbonchio, la cupola del -Panteon è di bragia, il palazzo dell'Industria è d'argento percosso -dal sole, il palazzo degli Invalidi è verde acceso, la torre di San -Giacomo, la colonna di Grenelle, la scuola militare, San Sulpizio, -Nostra Signora di Parigi mostrano i loro grandiosi contorni segnati di -foco, le loro cime coronate d'aureole e velate di fumo luminoso, e il -cielo appare colorato qua e là d'aurore e di tramonti di soli ignoti; e -infine una miriade di razzi scoppia da un capo all'altro di Parigi con -un fragore formidabile, e si risolve in una immensa pioggia silenziosa -di fiori ardenti, accompagnata da un grido universale d'allegrezza -infantile.... - - -.... Vera allegrezza infantile! Lasciate stare codeste fanciullaggini, -e pensate alla morte! — Ah! siete voi, signor Danmann? — Son io, il -vecchio e uggioso filosofo danese, che vi sermoneggia in fondo a una -carrozza, tra Turnu-Severin e Palanka, un'ora prima del levar del sole; -distogliendo voi, stizzito, (perchè vedo che vi stizzite) dal cercare -cogli occhi fra le capanne e le siepi, a traverso la nebbia, le incerte -forme bianche delle contadine valacche. Lasciatemi dunque finire il -discorso. Vi voglio ripetere il mio consiglio, un buon consiglio per -la pace della vostra vita. Pensate tutti i giorni, e lungo tempo alla -morte; ma sprofondatevi in questo pensiero e chiudetevi in esso come -in una tomba, giovandovi di tutta la forza della vostra immaginazione. -Raffigurate voi a voi stesso, colto da una malattia mortale —, -moribondo —, morto; stampatevi bene in mente l'aspetto del vostro -cadavere; osservate ogni movimento degli uomini che vi stendono nella -cassa, che inchiodano il coperchio, che vi portan via; — guardate a -traverso le assicelle la città affaccendata ed allegra; — sentite il -freddo della fossa in cui vi calano —; udite il rumore della terra -che vi gettano sul capo; immaginatevi là solo, immobile, scheletrito, -orrendo, e meditate senza staccar gli occhi da quell'orrore. Ebbene, -credete a me: chi non ne ha fatto esperimento, non può concepire il -grande e salutare cangiamento che produce questa meditazione funebre -di tutti i giorni nella nostra maniera di vedere e di sentire il mondo -e la vita. La nostra sventura è quel sentimento vago d'immortalità -terrena, il quale ci fa vedere tutte le cose che ne circondano, più -grandi e più importanti di quello che sono; onde più grandi i dolori, -e anche le gioie, perchè sproporzionatamente maggiori delle cause, -sorgenti di tristezza. Ma l'abitudine del pensiero della morte, -ravvivando continuamente il sentimento della precarietà d'ogni cosa, -ci presenta tutto ridotto alle sue proporzioni reali, e restituisce -così l'equilibrio tra noi ed il vero, e coll'equilibrio la pace, e -colla pace un misurato e più sicuro godimento della vita. Provate e -rimarrete meravigliato, amico mio, vedendo come fuggiranno da voi tutti -i piccoli sentimenti ignobili, tutti quei piccoli dolori senza cagione, -quella turba miserabile d'irucole, d'invidiole, d'ambizioncelle, di -dispetti, di crucci, che rode sordamente l'anima umana, e la rende -più infelice che non le grandi sventure. Provate: in ogni vostra piaga -morale versate prontamente questo pensiero, come versereste un balsamo -in una piaga del corpo. Ogni volta che v'assale l'orgoglio, osservate -le vene della vostra mano, tastate le vostre costole, trattenete -per qualche momento il respiro, e sentendo così improvvisamente -la debolezza della vostra vita, tornerete umile. Quando qualcuno -v'offende, rappresentatevi alla mente il suo scheletro, tutte le più -minute parti del suo fragile organismo, un vaso sanguigno del suo capo -che, rompendosi, lo può rendere da un momento all'altro forsennato o -cadavere; e perdonerete. Abituatevi a vedere in ogni uomo un moribondo; -nello spettacolo della natura un quadro fantasmagorico che brilla e -svanisce; in tutti i beni della terra, il bene d'un momento, che un -raffreddore vi può togliere; abituatevi a sentirvi morire, fatevi del -pensiero della morte un sostegno, un rifugio; e non temete ch'esso vi -stanchi della vita, e vi renda freddo agli affetti e al lavoro, chè -anzi ogni vostro affetto si colorerà d'una mestizia divina, e si farà -più profondo. Ah! con che delirio d'amore bacerete la vostra amante, -pensando che con una stretta delle braccia potreste slanciare la sua -anima nell'eternità e il suo corpo nella tomba! E il vostro lavoro sarà -più fecondo, perchè stando quasi colla vostra mente fuori della vita, -contemplerete gli uomini e le cose dall'alto, coll'anima più quieta -e coll'occhio più sereno. Eccoci a Palanca; qui dobbiamo separarci; -ricordatevi i consigli del vecchio Danmann, e addio. — Permettetemi -d'abbracciarvi, signore. — A me figliuolo. — .... Gran Dio! Voi non -siete Danmann, voi non siete vivo! Voi siete di bronzo!... - - -.... Una statua. Ah, riconosco le tue sembianze, o potente e caro -agitatore della mia giovinezza. In quest'aspetto io ti vedevo apparire -come un fantasma luminoso, sulla soglia della mia stanza, quando a -tarda notte alzavo dai tuoi libri il volto trasfigurato. Così vedevo -codesta fronte, che porta la traccia delle battaglie ardenti e perpetue -della tua mente; così tutta la tua nobile figura, che pareva sempre -naturalmente atteggiata sul piedestallo che ora ti sorregge, «_tutto -altero e grandioso, fuor che gli occhi, che son dolci_.» Ti riconosco; -sei tu «che t'avanzavi come un conquistatore nell'eterno dominio del -vero, del bene, del bello, lasciando dietro di te, vaga apparenza, la -volgarità che tutti c'incatena;» tu il profondo e sottile investigatore -del cuore umano, l'instancabile rimestatore di problemi, poeta della -libertà e dell'amore, scultore di tiranni e d'eroi, pittore di vergini -e di banditi, glorificatore di schiavi e di martiri; tu «il _vero -uomo_» tu «il giovane eterno» tu che eri ad ogni otto giorni «un essere -novo e più vicino alla perfezione;» ingegno tremendo e gentile, anima -eccelsa e semplice, uomo grande dinanzi alla patria, grande in seno -alla famiglia, grande nella lotta contro te stesso e contro la morte! -Sei tu, dunque? Oh! permetti all'ultimo dei tuoi devoti, a uno che, -te vivo, avrebbe attraversato l'Europa per andar a gridare sotto le -finestre della tua casa che tu sei grande e che ti ama, permettigli -di mettere per un istante sotto la tua mano di bronzo la sua fronte -infocata, come farebbe per chiedere la benedizione d'un Dio. - - -.... Chi profana il nome di Dio? Non c'è altro Dio che Allà e Maometto -è il suo profeta. Ascari, caricate di catene questo miserabile che si -prostra ai piedi d'un idolo di bronzo. — Tu vaneggi, Kaid! Questa è -la statua di Federico Schiller e io sono nella città di Magonza. — Tu -menti, Nazareno! Questo è il simulacro d'un Dio bugiardo e tu sei nel -palazzo imperiale di Fez. — Un momento, in nome di Dio! Abbassate le -spade: io domando di parlare al Sultano! — Voltati indietro e atterra -la fronte: egli s'avanza.... — Ah! Mulei-el-Hassen, i ministri, -la corte! Sia ringraziato il Cielo, son salvo! Mulei! Maestà! Sono -accusato d'idolatria, sono innocente, io non riconosco e non adoro che -il vero Iddio, Signore dei mondi, immensamente misericordioso. Voi non -mi farete morire. Mi dovete riconoscere. Venni qui con un'ambasciata. -Voi montavate un cavallo bardato di verde, e avevate la cappa bianca e -il cappuccio sul turbante; eravate bello e gentile, Mulei, e i vostri -occhi eran pieni di dolcezza. Indietro dunque colle vostre spade, -soldati! la mia vita è nelle mani del vostro Signore. Mulei, voi siete -giusto e buono; io son lontano dalla mia patria, solo, senza difesa; -son giovane, sono amato, ho bisogno di vivere, pronunziate una parola, -fate un cenno, sorridete, guardatemi! Oh, voi vi movete a pietà, Mulei; -la vostra fronte si rasserena, le vostre labbra si schiudono; una -parola, dunque, una sola parola! Fate almeno allontanar queste spade -che mi balenano sugli occhi. Ma scotetevi una volta, principe senza -cuore! Non vedete, per Dio! che son già tutto intriso di sangue....? - - -.... È mio sangue, signor tenente; son io che l'ho macchiato; lei non è -ferito; la palla è toccata a me.... in un fianco; non vada via, signor -tenente; stia qui accanto a me; io sento che la vita m'abbandona; -m'aiuti o morire. — Ma che morire, figliuol mio! Perchè parli di -morire? La tua ferita non è grave; fatti coraggio; appoggiati qui alla -sponda del fosso; mettimi la testa sul braccio; così; ora ti sbottono -il cappotto; a momenti capiterà qui il medico; non ti perder d'animo, -via; vedrai che per questa volta ci si mette ancora una toppa. — Ah, -no, signor tenente! Questa volta è finita.... Sento che è finita.... -Mi si velano gli occhi.... Addio! addio, mio buon uffiziale! addio, -mia buona madre! addio a tutti! — Morto!... Forse il suo cuore batte -ancora. Ah! non batte più. Povero ragazzo! Egli non poteva avere più -di ventidue anni. Ecco un taccuino, una lettera diretta a suo padre; -_al signor Pietro Caretti, contadino_. Contadino! _Fiesole, presso -Firenze._ Un biglietto da due lire: la sua paga degli ultimi cinque -giorni. Il ritratto d'una vecchia: sua madre. Un anellino di capelli -neri: la sua amante. Ecco tutto il suo passato e tutto il suo avvenire, -sommersi in una pozza di sangue; tutto il suo piccolo mondo, frantumato -da un pezzetto di piombo; affetti, promesse, disegni, speranze, tutto -finito! E da chi? Da qualche altro ragazzo che è laggiù in quei campi, -dietro quei nuvoli di fumo, e che forse ha anch'egli sul cuore un -ritratto e una lettera.... ma quella lettera è scritta in tedesco! -Ecco perchè un dei due si è pigliato una palla nel fianco.... — Avanti! -avanti! — Ma come, dove avanti, signor maggiore? Dobbiamo arrampicarci -su per questo muro? È impossibile! — Avanti a ogni modo! Aggrappatevi -all'erba e all'edera, laceratevi il viso e le mani; ma salite! — -Saliamo dunque.... Me se non si può! l'edera cede e si rompe! — Ma come -si rompe! Se è marmo! - - -.... Marmo? E infatti le mie mani stringono due colonnette; il mio -piede destro posa sulla testa d'un santo; il mio piede sinistro, sulla -groppa d'un leoncino, e sulla mia testa, s'alza una finestrina a sesto -acuto; io m'arrampico su per un delicatissimo monumento d'architettura -gotica, tutto rilievi e trafori, e pieno d'aria e di luce; e giù sotto -di me, vi sono altre colonnette, altri santi, altri ricami di marmo; -e ancora più sotto.... Dio eterno! Io sono a un'altezza prodigiosa, -sulla guglia estrema del campanile della cattedrale di Strasburgo! -Vedo Wissemburg, la montagna del Geisberg, il Reno, la foresta nera, -l'Eichelberg, la valle della Murg! Sono sospeso tra il cielo e la -terra! Ah! purchè riesca a cacciare la testa nel finestrino! Coraggio. -— Su — adagio adagio — di statuetta in statuetta — di rilievo in -rilievo.... Ma questo vento che mi caccia i capelli negli occhi! Questo -immenso vuoto che mi circonda! Queste colonnette sottili come verghe -di salice! Queste teste di santo grosse come una noce! Ah, il coraggio -m'abbandona! Le mie mani tremano, i miei piedi scivolano, le colonne si -muovono, i santi vacillano, i rilievi si staccano, il terrore m'invade, -l'abisso mi attira, la vertigine m'accieca! Ah l'orrenda morte! Oh -madre mia! Aiuto! Io precipito.... - - -Cos'è stato? Mi son svegliato con un grido? Chi mi chiama? Ah, la voce -di mia madre nell'altra stanza. Che dici? - -— Ti dico quello che t'ho già detto tante volte, figlio mio: di non -dormire mai sul fianco sinistro. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - PAG. - - La mia padrona di casa 7 - Scoraggiamenti 19 - Ritratto d'un'ordinanza 45 - Battaglie di tavolino 55 - Un incontro 77 - Emilio Castelar 91 - Un caro Pedante 109 - Una visita ad Alessandro Manzoni 119 - La lettura del Vocabolario 135 - Appunti 147 - Una parola nuova 191 - Consigli 201 - Il vivente linguaggio della Toscana 211 - Quello che si può imparare a Firenze 235 - Un bel parlatore 245 - Dall'album d'un Padre 253 - Sopra una culla 275 - Giovanni Ruffini 283 - L'amore dei libri 297 - Manuel Menendez (racconto) 307 - In sogno 341 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Pagine sparse, by Edmondo De Amicis - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PAGINE SPARSE *** - -***** This file should be named 50806-0.txt or 50806-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/0/8/0/50806/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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