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-The Project Gutenberg EBook of Pagine sparse, by Edmondo De Amicis
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-
-Title: Pagine sparse
-
-Author: Edmondo De Amicis
-
-Release Date: December 31, 2015 [EBook #50806]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PAGINE SPARSE ***
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-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
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-PAGINE SPARSE
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- La mia padrona di casa — Ritratto d'un'ordinanza — Un incontro
- — Un caro pedante = (ALCUNE OSSERVAZIONI SULLO STUDIO DELLA
- LINGUA ITALIANA): La Lettura del Vocabolario — Appunti — Una
- parola nuova — Consigli — Il vivente linguaggio della Toscana
- — Quello che si può imparare a Firenze — Un bel parlatore =
- Dall'album d'un padre — L'amore dei libri — Manuel Menendez
- (racconto) — In Sogno — Scoraggiamenti — Battaglie di Tavolino
- — Una visita ad Alessandro Manzoni — Emilio Castelar — Giovanni
- Ruffini.
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- EDMONDO DE AMICIS
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- PAGINE SPARSE
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- QUARTA EDIZIONE
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- MILANO
- TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
- 1877.
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- Proprietà letteraria.
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-.... Non riprendeva, anzi lodava ed amava che gli scrittori
-ragionassero molto di sè medesimi; perchè diceva che in questo sono
-quasi sempre e quasi tutti eloquenti, ed hanno per l'ordinario lo
-stile buono e convenevole, eziandio contro il consueto o del tempo,
-o della nazione, o proprio loro. E ciò non essere meraviglia; poichè
-quelli che scrivono delle cose proprie hanno l'animo fortemente preso
-e occupato della materia; non mancano mai nè di pensieri, nè di affetti
-nati da essa materia e nell'animo loro stesso, non trasportati d'altri
-luoghi, nè bevuti da altre fonti, nè comuni e triti, e con facilità si
-astengono dagli ornamenti frivoli in sè, o che non fanno a proposito,
-dalle grazie e dalle bellezze false, dall'affettazione e da tutto
-quello che è fuori del naturale. Ed essere falsissimo che i lettori
-ordinariamente si curino poco di quello che gli scrittori dicono di sè
-medesimi: prima, perchè tutto quello che veramente è pensato e sentito
-dallo scrittore stesso, e detto con modo naturale e acconcio, genera
-attenzione, e fa effetto; poi, perchè in nessun modo si rappresentano
-o discorrono con maggior verità ed efficacia le cose altrui, che
-favellando delle proprie: atteso che tutti gli uomini si rassomigliano
-tra loro, sì nelle qualità naturali, e sì negli accidenti, e in quel
-che dipende dalla sorte; e che le cose umane, a considerarle in sè
-stesso, si veggono molto meglio e con maggior sentimento che negli
-altri.
-
- LEOPARDI — _Detti memorabili di Filippo Ottonieri._
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-
-LA MIA PADRONA DI CASA
-
-
-Non posso pensare a Firenze, senza ricordarmi della mia buona padrona
-di casa di via dei ***, la quale m'insegnò in sei mesi più lingua
-italiana di quanta io n'abbia imparata in dieci anni da tutti i miei
-professori di letteratura, nati, come diceva l'Alfieri, _là dove Italia
-boreal diventa_.
-
-Era una vecchietta simpatica, vedova d'un interprete d'albergo, buona
-come il pane, fiorentina fin nel bianco degli occhi, operosa, assestata
-e pulita come un'Olandese. Viveva d'una piccola rendita e di quel po'
-che guadagnava tenendo dozzina. Leggicchiava, giocava al lotto, faceva
-qualche visita, e passava quasi sempre la sera, sola come uno sparago,
-in un cantuccio della sua piccola camera ingombra di mobili vecchi,
-vicino a una finestra, dalla quale si vedeva, di là dai tetti di molte
-case, la cima del campanile di Giotto.
-
-Che cos'è questo benedetto parlare toscano! Era una povera donna,
-non aveva cultura, sapeva appena leggere e scrivere; ma parlava da
-far rimanere a bocca aperta. E non il fiorentino volgare, perchè non
-ho mai inteso dalla sua bocca una parola o una frase che una signora
-non potesse ripetere in conversazione. Il suo parlare era tutto frasi
-efficacissime, immagini, proverbi, diminutivi graziosi, vezzi e fiori
-di lingua, che venivan via facili e fitti ad ogni proposito, come nei
-novellieri trecentisti, senza che le sfuggisse mai neppure un lampo
-di quel sorriso leggerissimo che per il solito tradisce la compiacenza
-intima di chi sa di parlar bene.
-
-Ogni momento gliene sentivo dire una nuova.
-
-Stentavo un po' a infilare il soprabito: essa mi diceva: Ma perchè non
-se lo fa allargare chè le è stretto assaettato?
-
-Entravo nella sua camera: — Badi, — mi diceva, — di non inciampare,
-perchè è buio come in gola.
-
-Veniva un amico a chiedermi dei denari; essa capiva, e mi domandava: —
-Le è venuto a dare una frecciata, non è vero?
-
-Diceva che il suo predicatore aveva la _parola facile e ornata_; che il
-lattaio aveva la voce _come uno di questi cani incimurriti e fiochi_
-che non posson più abbaiare; che erano tre giorni che non vedeva più
-l'_effigie_ dello spazzaturaio che pure le aveva promesso di venire;
-che il bambino della vicina aveva rotto un vetro, e suo padre non se
-ne era anche accorto, ma il poverino stava già rannicchiato dietro
-l'_uscio ad aspettare il lampo e la saetta_; che il mio maestro di
-spagnuolo aveva _un vestito che gli piangeva addosso_; che con tutte
-queste guerre che si fanno dopo che Pio IX _ha date le su' riforme_
-bisogna sempre _stare palpitando per i nostri cari_; che un tale ch'era
-caduto dal secondo piano, e non era morto, aveva _il sopravvivolo come
-i gatti_; che un certo quadro pareva _fatto coll'alito_; che a una
-certa sua amica, in una certa congiuntura, _essa aveva parlato come
-al cospetto di Dio, da cuore a cuore_; e altre espressioni gentili ed
-argute, che a scriverle tutte, ci sarebbe da fare un vocabolario.
-
-Però, quando s'accorgeva ch'io mi divertivo a farla parlare, taceva
-tutt'a un tratto e mi guardava con aria di diffidenza. Temeva ch'io
-la volessi canzonare. Anzi, qualche volta, quando mi lasciavo sfuggire
-un'esclamazione di meraviglia, quasi s'indispettiva.
-
-— Oh insomma, — mi disse un giorno, — io parlo come so. Se dico degli
-spropositi, m'insegni lei a parlar meglio. Io non ho mai preteso di
-parlar bene.
-
-— Ma no, cara signora, — le risposi coll'accento della più profonda
-sincerità. — Le giuro che ammiro davvero la sua maniera di parlare, che
-vorrei parlare io come lei, che vorrei saper scrivere come lei parla.
-Che c'è da stupirsi? Non lo sa che i fiorentini parlano meglio degli
-italiani delle altre provincie? Non l'ha mai inteso dire? Mi piace
-sentir parlare l'italiano da lei come mi piacerebbe sentir parlare il
-francese da un parigino. Mi piace perchè lei parla con naturalezza,
-perchè pronunzia bene, perchè io imparo. Ne vuole una prova? Guardi
-questi fogli.
-
-E le misi sott'occhio alcuni fogli sui quali avevo notato una lunga
-filza dei suoi modi di dire.
-
-Guardò, sorrise, poi sospettò daccapo e mi disse che non sapeva capire
-che cosa io trovassi di _particolare_ in quelle parole. — Qualunque
-mercatino, — soggiunse, — è in caso di dirgliele tali e quali.
-
-Nondimeno, a poco a poco, finì per persuadersi che mi divertivo davvero
-a sentirla parlare perchè parlava bene.
-
-Ma trovavo sempre mille difficoltà a farmi capire quando volevo saper
-qualche cosa di preciso in fatto di lingua. — Come direbbe lei, — le
-domandavo, — per dire che piove forte? — Gua! — mi rispondeva, — direi
-che piove forte. — Io ripetevo la domanda in un'altra forma. — Ah! ho
-capito! — esclamava. — Chi si volesse spiegare in un'altra maniera
-potrebbe anco dire che piove a rovescio, a catinelle, a orciuoli, a
-ciel rotto; ognuno può dire come gli piace; _non c'è regola fissa_.
-
-Un giorno le diedi un mio libro. — L'ha scritto lei? — mi domandò. —
-Sì, — risposi. — Tutto di suo pugno? — Tutto di mio pugno. — Lo tenne
-due o tre giorni e vidi che lo leggeva. Quando me lo restituì, mi
-disse: — Bravo! mi son divertita; si vede che è un buon figliuolo. _E
-poi mi piacque anche lo stile._
-
-A poco a poco mi prese a voler bene, mi parlava lungamente della
-buon'anima di suo marito, delle sue amiche, del caro dei viveri, delle
-tasse, del lotto, dei suoi malanni, della religione, sempre colla
-stessa grazia e colla stessa dolcezza. Ma specialmente quando parlava
-della sua disgrazia d'esser rimasta sola al mondo e diceva che la
-notte, non potendo dormire, pensava, pensava, fin che si metteva a
-piangere, aveva parole così dolci, così schiette, così poetiche, che
-mi si stringeva il cuore, e nello stesso tempo provavo una specie di
-voluttà artistica a sentirla. Mentre essa parlava la sua bella lingua,
-io appoggiato alla finestra della sua cameretta, guardavo il campanile
-di Giotto dorato dalla luce del tramonto, e provavo uno struggimento
-d'amore per Firenze.
-
-Una s'era, ch'ero già a letto, s'affacciò alla porta e disse con voce
-commossa: — Ah! figliuol mio! bisogna proprio credere, sa, che c'è un
-Dio! Questa sera il predicatore ha detto che tutti i grandi uomini ci
-hanno creduto, — e Dante e Galileo e Colombo, — ne avrà citati più di
-cinquanta. E ha conciato per le feste quelli che dicono che il mondo
-l'ha fatto il caso! Il caso! E dire che sono gente che ha studiato! Io
-che sono una povera donna capisco che è una corbelleria. Se lo studio
-non dovesse portare altri frutti! Ma lei, benchè studii, non le pensa
-queste cose, non è vero, figliuolo? dica un po': ci crede lei al caso?
-
-— No, cara padrona, — le risposi; — io credo in Dio.
-
-— Oh lei non può immaginare la consolazione che mi dà con codeste
-parole, — rispose la buona donna.
-
-La notte, mentre lavoravo a tavolino, a una cert'ora sentivo picchiare
-nel muro e poi una voce insonnita che diceva:
-
-— Non lavori più, figliuolo; s'abbia riguardo agli occhi.
-
-Ed io: — Ancora una pagina.
-
-— Nemmeno una pagina. Si ricordi del proverbio: È meglio un....
-cavallino vivo che un dottore morto.
-
-Passava un altro quarto d'ora e lei daccapo:
-
-— A letto, a letto, figliuolo.
-
-— Padrona, domandavo io, — com'è quel proverbio di Berto, che mi disse
-stamani? Ne ho bisogno per scriverlo.
-
-— Berto, rispondeva, — che dava a mangiare le pesche per vendere i
-noccioli. Vada a letto.
-
-— Ancora una cosa. Come si chiama il bastone d'Arlecchino?
-
-— Non mi cava più una parola, nemmeno se mi fa regina di Spagna.
-
-E non diceva più una parola davvero e io andavo a dormire.
-
-La mattina per tempo, appena svegliato, risentivo la sua voce: — Su,
-su! È un sereno che smaglia. Vada a fare un giro alle Cascine!
-
-Una sera tornai a casa pieno di malinconia e mi buttai sul sofà senza
-dire una parola. Essa mi venne accanto. Duravo fatica a trattener le
-lagrime. Mi domandò che cos'avessi. Non volevo rispondere. Insistette,
-e allora le apersi il mio cuore come a un amico.
-
-— Ho avuto un dispiacere, — le dissi. — Ho saputo che l'altro giorno,
-in una casa, hanno detto che i miei scritti sono noiosi e che non
-farò mai nulla di buono. Io ne sono persuaso e non ho più voglia
-di studiare. Voglio buttar nel fuoco tutti i miei libri e tornare a
-fare il soldato. Sono triste, scoraggito e annoiato della vita. Non
-m'importerebbe nulla di morire.
-
-La buona donna si sforzò di ridere; ma era intenerita. Cercò di
-consolarmi e di rimettermi di buon umore; chiamò a raccolta tutti i
-suoi frizzi, le sue frasi e i suoi proverbi; mi assicurò che i miei
-libri erano pieni di _bei concetti_ e che _avrebbe voluto saperli
-scrivere lei_; mi promise che sarei riuscito un _bravissimo scienziato_
-a dispetto dei maligni; mi disse che avrebbe voluto trovarsi faccia a
-faccia con chi aveva sparlato di me, _per fargli una risciacquata che
-non trovasse più la via di tornarsene a casa_; mi fece bere un dito di
-vin Santo, mi diede del ragazzo, mi picchiò sotto il mento e gridò: —
-Su la testa! — Infine mi lasciò rasserenato, dicendo che se le facevo
-un'altra volta una di quelle scene, il pezzo più grosso che sarebbe
-rimasto di me, aveva da essere un orecchio, com'è vero che c'è tanto di
-Biancone in piazza della Signoria.
-
-Qualche volta però ci bisticciavamo, per cose da nulla, s'intende;
-per esempio perchè tornavo a casa tardi, e lei mi trovava a ridire,
-ed io le rispondevo di mala grazia. Allora stavamo una mezza giornata
-senza scambiare una parola. La sera poi, pensando ch'essa era là in un
-cantuccio della sua camera, sola, malinconica, al buio, mi pigliava il
-rimorso, correvo all'uscio e le domandavo per il buco della serratura:
-— Padrona, come è quel detto di Cimabue che mi disse ier l'altro?
-
-— Cimabue che conosceva l'ortica al tasto — rispondeva con una voce in
-cui si sentiva un'improvvisa contentezza.
-
-— Mi perdona? — le domandavo.
-
-— Oh buon figliuolo! — rispondeva; — perdoni lei a me, che sono una
-brontolona e una zotica. Ma veda: glielo dico per il su' bene che non
-venga a casa tardi perchè.... io non ho mica il diritto di impicciarmi
-nella sua condotta.... si capisce.... ma ho notato che tutte le
-sere che viene a casa tardi, e non studia più, la mattina dopo è di
-malumore.
-
-— Ha ragione, padrona, ha ragione! Apra la porta e facciamo la pace.
-
-Essa apriva la porta e non faceva mai in tempo a levarsi il fazzoletto
-dagli occhi.
-
-Così passarono sei mesi.
-
-Un giorno, dopo una settimana intera di preparativi e di esitazioni, mi
-feci forza e le dissi, guardandola fisso negli occhi:
-
-— Padrona, io debbo partire da Firenze.
-
-— Dove va?
-
-— A casa mia.
-
-— Va bene. Io terrò le sue camere libere per quando tornerà. Può
-lasciar qui libri, quadri, carte, come le lascerebbe alla sua famiglia.
-Prima che ritorni farò mettere la stufa, comprerò un altro seggiolone
-e se mi salta il ticchio farò cambiare la tappezzeria al salotto.
-E passeremo il nostro invernetto insieme d'amore e d'accordo, lei a
-studiare ed io a fare le mie faccenduole. Ah! vedo che almeno negli
-ultimi anni della mia vita avrò qualche consolazione. Quando tornerà?
-
-— Cara padrona.... non glielo posso dire.
-
-— Che forse non tornerebbe più? domandò col viso alterato.
-
-— Forse non tornerò più!
-
-Stette qualche momento senza parlare e poi esclamò con voce tremante:
-— Ma dunque io resterò sola!...
-
-E tacque di nuovo come per sentir l'eco di quella triste parola.
-
-Poi nascose il viso nel grembiale e diede in uno scoppio di pianto.
-
-M'aiutò a fare i miei bauli, volle riporre tutti i libri colle sue
-mani, non mi lasciò più un momento fino all'ora della partenza.
-L'ultima notte, verso le undici, mentre scrivevo, picchiò ancora una
-volta nella parete e mi pregò di avermi riguardo agli occhi. La mattina
-seguente, quando partii, mi accompagnò fin sul pianerottolo e mi disse
-colla solita dolcezza: — Lei se ne torna colla sua famiglia; io, povera
-vecchia, rimango sola. Si ricordi qualche volta di me che le volevo
-bene come a un figliuolo. Abbia giudizio; continui a studiare e sarà
-contento. Mentre viaggerà in Spagna e in Francia, io guarderò il suo
-ritratto, leggerò i suoi libri e pregherò il Signore per lei. Quando
-morirò, lei si ricorderà che le ho voluto bene e piangerà, non è vero?
-Ed ora vada, figliuolo, che è tardi; e Dio l'accompagni!
-
-Le diedi un bacio e discesi per le scale. La povera donna mi mandò
-ancora un addio rotto da un singhiozzo e poi rientrò nella sua casa
-vuota e triste.
-
-Oh buona e cara vecchia! se mi son ricordato di te! In viaggio, ogni
-volta che ho passata la notte a scrivere in una camera d'albergo, allo
-scoccare delle undici ho detto tra me, con tristezza: — Oh! se sentissi
-picchiare nel muro, quanto lavorerei più volentieri! — Ogni volta che
-scrivo, e rileggendo la mia prosa, la trovo scolorita e senza grazia,
-dico con rammarico: — Ah! quanto ci corre da quest'italiano a quello
-della mia padrona di casa! — La sera, quando la mia famiglia è raccolta
-intorno al fuoco, e tutti ridono e lavorano, io penso col cuore stretto
-che tu sei sola nella tua stanza, forse al freddo ed al buio, perchè
-la legna e l'olio sono rincarati. E non mi si presenta mai l'immagine
-della mia cara Firenze, senza ch'io goda in fondo all'anima pensando
-che un giorno forse vi tornerò, che andrò a cercarti, che ti troverò
-ancora, che mi rimetterò a imparare da te la lingua armoniosa e gentile
-con cui mi rallegravi e mi davi coraggio.
-
-
-
-
-SCORAGGIAMENTI
-
-
-Erano le nove della sera: Teresa ricamava accanto al fuoco, quando
-udì picchiare leggermente, corse all'uscio e più per abitudine che per
-diffidenza domandò chi fosse.
-
-— Io! — rispose una voce aspra. Teresa aperse, entrò un giovane
-ravvolto in un mantello, si baciarono, e la ragazza gli domandò subito:
-
-— Che hai, Mario?
-
-— Perchè questa domanda? domandò il giovane alla sua volta.
-
-— Perchè non hai detto _io_ come gli altri giorni.
-
-Mario la guardò un po' senza rispondere, poi buttò in un canto il
-mantello e il cappello, e s'avvicinò al caminetto. La ragazza tornò al
-suo posto, e tirò a sè un panchettino, sul quale sedette il giovane,
-appoggiando un gomito sul suo ginocchio e la testa sulla mano.
-
-Stettero così qualche momento senza parlare; poi Teresa domandò
-timidamente:
-
-— Hai scritto?
-
-— No — rispose il giovane con aria pensierosa.
-
-— Hai fatto male.
-
-— Avrei fatto peggio se avessi scritto: anche oggi son vuoto come una
-bolla di sapone.
-
-— È un mese che lo dici.
-
-— È assai più d'un mese che lo sento. Sento che sono una buccia di
-limone spremuto. Un critico disse una volta una verità semplicissima,
-ma profonda: — Per scrivere bisogna avere qualcosa da dire ai proprî
-concittadini. — Ebbene, io non ho nulla da dire e non scrivo. Scrivere
-solamente per far sapere al pubblico che si sa accozzare il verbo col
-sostantivo e far delle infilzate di epiteti, non mi par degno d'un
-uomo.
-
-— Mario, — rispose la ragazza mettendogli una mano sul capo e
-sorridendo: — dici questo sul serio o soltanto per farmi stizzire?
-
-— Per farti stizzire? Lo dico con tutta la serietà d'una certezza
-dolorosa. È più d'un mese che per me il tavolino è la ruota del
-tormento, e mi ci mordo le dita senza riuscir a scrivere un periodo.
-Ho un bell'eccitarmi prima, leggere versi ad alta voce come consiglia
-il Buffon, _pensarci su_ come dice il Manzoni, ed anche tenere i
-piedi nell'acqua fredda come faceva lo Schiller, frugar dentro di me,
-ravvivare tutti i sentimenti che m'inspiravano una volta; ogni cosa
-è inutile. Seduto che sono al tavolino, mi pare che il cuore e il
-cervello mi si raggrinzino come vesciche crepate, e non mi riesce più
-di afferrare un'idea che meriti l'omaggio d'una goccia d'inchiostro. Ti
-giuro che dico la verità.
-
-— Non giurare.... m'hai detto altre volte le stesse cose e dopo qualche
-giorno le hai disdette.
-
-— Cara mia, anche le malattie disperate hanno i loro alti e bassi, e
-non v'è moribondo al quale non brillino dei barlumi di speranza. Ho
-avuto anch'io i miei barlumi.
-
-— Ma che melanconie son queste, Mario?
-
-— Non sono melanconie, son disinganni. Vuoi che io ti dica una cosa
-che non ho mai detta a nessuno e che non ho quasi mai osato dire a
-me medesimo, ma che ormai credo fermissimamente vera, tanto che provo
-quasi un sentimento di sdegno contro tutti coloro che per lungo tempo
-cospirarono a farmi credere il contrario? Te la dico in tre parole: —
-Ho sbagliato strada.
-
-— Andiamo, — disse con vivacità la ragazza, — ora ti faccio ravveder
-io. Io conosco il segreto di tutte queste malinconie. Tu hai una ruga
-qui tra ciglio e ciglio che quasi non si vede quando sei sereno, e
-quando non lo sei, diventa profonda come una ferita. Ora è un mese
-che io ti vedo codesta ruga quasi tutti i giorni. Ecco perchè non puoi
-lavorare. Disinganni, vesciche, buccie di limone spremuto, son tutte
-fantasie: il male sta qui. Dunque non c'è da far altro che spianare la
-ruga; — e appuntandogli l'indice fra ciglio e ciglio soggiunse: — e io
-ci terrò il dito su fin che sparisca, e allora vedrai che ti tornerà
-l'inspirazione e la fiducia in te stesso.
-
-Mario le strinse il mento fra l'indice e il pollice, poi lasciando
-ricader la mano, rispose con un sospiro: — Ah buona Teresa, sulla ruga
-vera tu non puoi mettere il dito perchè è dentro al cervello.
-
-— Oh allora, — disse la ragazza con quel tuono di ironia benevola che
-s'usa coi bambini fingendo di dare importanza a una corbelleria, —
-allora non c'è rimedio. Capisco anch'io che hai sbagliato strada. Non
-parliamone più.
-
-— Eppure, — riprese il giovine senza badarle, — benchè questa certezza
-si sia impadronita di me a poco a poco, risparmiandomi così il dolore
-d'uno di quei disinganni improvvisi, che schiacciano prima che si sia
-potuto pensare a resistere, io credevo che l'avrei sopportata con cuore
-più fermo. E veramente quando s'è nutrito per molti anni la speranza
-di riuscire qualche cosa nel mondo, e s'è veduto godere di questa
-medesima speranza la famiglia e gli amici, e s'è avuto dalla gente
-mille dimostrazioni di simpatia e di rispetto, non tanto per quello che
-s'era quanto per ciò che si prometteva di divenire; dopo tutto questo,
-l'accorgersi che ci si è ingannati e che s'è ingannato gli altri;
-prevedere che un giorno la gente ci farà scontare col disprezzo le
-lodi che le abbiamo scroccate; sentirsi a poco a poco riattrarre e poi
-travolgere e annegare nella folla sulla quale si era riusciti ad alzare
-un momento la testa; persuadersi infine che s'è sciupato gioventù,
-ingegno, fatiche per prepararsi dei disinganni e delle vergogne, mentre
-percorrendo una strada più modesta si sarebbe ottenuto un nome onorato
-e una vita tranquilla; è un cangiamento questo, mia cara Teresa, che
-somiglia a quello di un uomo il quale di ricco e potente si trovi
-ridotto mendico.
-
-Teresa lo guardò attentamente, e poi, sospettando ancora ch'egli non
-parlasse sul serio, prese un libro, lo aperse, mise un dito sul nome
-dell'autore, e domandò con ingenuità fanciullesca, abbassando la voce:
-— È questo signore che parla?
-
-— È lui, lui, — rispose Mario respingendo il libro. — Ah! cara amica,
-quanto t'inganni se credi che la vista di tutta quella cartaccia
-stampata mi faccia provare il menomo sentimento di alterezza. Sì,
-certo, quando sono in mezzo alla gente, mostro di credermi qualche
-cosa; il mio amor proprio sta sulle difese. Il vedere la presunzione
-di tanti che valgono anche meno di me, e il timore di fornire agli
-altri, mostrando di stimarmi poco io stesso, il pretesto di stimarmi
-anche meno, mi tengono un po' su; e per questo, chi mi ferisce dal lato
-dell'amor proprio, sente la resistenza dell'orgoglio. Ma davanti a me
-stesso è altra cosa! Se ti dicessi che passan dei mesi ch'io non leggo
-una pagina di mio, nemmeno se mi cade sott'occhio, per timore della
-sgradevole impressione che ne riceverei? Se ti dicessi che, riandando
-le cose mie, anche le meno peggio, mi piglia il sospetto che un accordo
-d'amici, la benevolenza dei conoscenti e l'indulgenza sollecitata
-di molti altri sian stati la cagione di quel po' di fortuna che ho
-avuta? E se ti dicessi ancora che, quando correggo le prove di stampa,
-qualche volta mi sento tutt'a un tratto salire il sangue al viso, e
-penso alla maniera di sciogliermi dall'impegno contratto coll'editore,
-e comprendendo che non è più possibile, cerco almeno che ci sarebbe da
-fare per impedire la diffusione del libro, o se non altro, per evitare
-che lo legga il tale o il tal altro, di cui mi preme non perdere la
-stima?
-
-— Ma queste, scusa, sono esagerazioni! E poi, qualunque opinione tu
-abbia di te stesso, non potrai mettere in dubbio un fatto che dovrebbe
-bastare a darti coraggio: il favore pubblico.
-
-— Qui ti volevo. Il favore pubblico! Che cos'è questo favore pubblico?
-che cosa prova? Chi non ne ottiene un po' di questo favore, scrivendo,
-pur che abbia cuore e non offenda alcuna classe della società e segua
-l'andazzo del tempo e scriva cose che la maggior parte sentono o
-pensano, o non hanno interesse di negare? Entra in un caffè di una
-qualunque delle nostre grandi città, e sarà un miracolo se non ci
-troverai in un canto qualche pover'uomo a cui nessuno bada e di cui
-nessuno sa il nome, del quale venti o trent'anni prima qualcuno non
-abbia detto o stampato che era una speranza della letteratura italiana
-e che sarebbe diventato una gloria della patria. A vent'anni abbiamo
-tutti qualcosa di bello nel capo e di generoso nel cuore, e abbiamo
-tutti bisogno di farlo sapere. Ebbene, io l'ho fatto sapere, ho fatto
-il mio sfogo di giovanotto e sta bene. Ma ora basta, ora dovrei buttare
-la penna da parte e abbracciare una professione; perchè altro è esser
-nato per passare per lo stadio di scrittore, altro è esser nato per
-restarci; e una cosa è aver ingegno per scrivere, e un'altra cosa aver
-tanto ingegno da poter legittimamente non far altro che scrivere.
-
-— Io non so rispondere a tutte queste cose, — disse Teresa con
-voce commossa, — ma mi pare che non sia tutto vero. Che cosa vuoi
-concludere? Che non devi più scrivere? Vuoi farmi dire che non sai far
-nulla? Vuoi provarmi che sei uno scemo?
-
-— No, perchè non lo sono; se lo fossi, non mi sarei disingannato, non
-ti terrei questi discorsi; continuerei a credermi un animalaccio raro,
-come fan molti, a dispetto del mondo intero. Il mio disinganno prova
-che c'è qualche cosa in questo nocciolo di testa. Ma il gran punto
-è che questo _qualche cosa_ non basta. Vi sono ben dei momenti che
-abbraccio col pensiero un grande spazio intorno a me; ma son vedute
-istantanee, come quelle della notte al chiarore d'un lampo. Afferro
-colla mente un dei capi d'una catena d'idee; ma dò uno strappo, e
-non mi resta in mano che il primo anello. Ci corre, cara mia, da
-questi scatti d'ingegno alla forza dell'ingegno vero! a quell'ingegno
-confidente e imperioso, che si afferma qualche volta con parole
-superbe; quello che getta sprazzi di luce e pezzi di oro massiccio,
-che tira a sè e rende muti in sè stesso altri ingegni minori, che
-corre la sua strada destando e schiacciando ad un tempo ire ed invidie
-mortali, che s'innalza egli stesso degli ostacoli e li rovescia, che
-va a battere le ali dove gli altri arrivano appena collo sguardo, che
-trascina, innamora e spaventa! Questi sono uomini d'ingegno, spiragli
-aperti nella natura umana, per i quali la moltitudine vede confusamente
-qualche cosa del mondo di là, che le strappa un grido di meraviglia.
-Questi hanno diritto di consacrare tutta la loro vita all'arte; questi
-sono i grandi alberi della vegetazione umana; il resto è erbaccia
-parassita, ed io sono un filo di quest'erba.
-
-— Grandi alberi! — mormorò Teresa timidamente. — Fuor che quei quattro
-o cinque che tutti sanno, per ora, di grand'alberi che vengano su,
-io non ne vedo. E qui pronunziò in fretta una lunga serie di nomi, e
-domandò: Son questi forse gli spiragli aperti nella natura umana?
-
-— No, — rispose Mario; — ma benchè io sia da meno di questi, non mi
-debbo paragonar con essi, per aver una idea giusta di quello che sono.
-Debbo metter tutti costoro in un mazzo, me compreso, e paragonarli
-ai pochissimi che sono sulla sommità della scala. Bisogna uscir dal
-proprio paese, cara mia, per vedere che cosa paiono, viste da lontano,
-certe gloriole di casa! Quando si vede che i veri grandi nomi, anche
-nostri, ed anco di questi ultimi tempi, suonano sul Tamigi come suonano
-sul Tevere, sul Tago come sul Reno, sulla Senna come sull'Adige, che
-conto vuoi più che si faccia di quelli che cascano come palloncini
-sgonfiati sulle frontiere del proprio paese? Che cosa siamo al paragone
-di quell'aquile che fanno il giro del mondo, noi moscerini che viviamo
-in un soffio d'aria, e facciamo un ronzío che non si sente da una
-foglia all'altra d'un fiore? noi che mostriamo con pompa, come tutto
-il nostro avere, una qualità che in quelli altri non è che una delle
-mille faccette della perla del loro ingegno? Ah come si capisce tutto
-questo viaggiando! Quando uno straniero mi domandava: — Lei scrive? —
-io rispondevo in fretta arrossendo, come uno che respinga un sospetto
-ingiurioso: — No! no! non scrivo!
-
-Teresa scrollò la testa sorridendo, come per dire: — Sei sempre lo
-stesso!
-
-— E poi, — riprese Mario dopo una breve riflessione — vivere per
-scrivere! Bella presunzione è questa di aver nel capo tante cose degne
-d'esser dette al mondo, da dover impiegare tutta la vita a dirle!
-E con che diritto s'impiega la vita in questa maniera? Scrivere,
-in materia d'arte, non si dovrebbe che per soddisfare un bisogno
-dell'anima; e soddisfare un bisogno non può valer lo stesso che
-pagare un debito. Dunque chi non fa altro che scrivere, non paga il
-suo debito alla società; e se ad altri pare, a lui non deve parere.
-Rispondere: — Scrivo — a uno che mi domandi qual è la mia professione,
-mi pare lo stesso che a uno che mi domandasse: — Che cosa fai costì?
-— rispondergli: — Respiro. — E chi è questo poltrone che mentre tanta
-gente migliore di lui suda sangue per guadagnarsi la vita, passa la
-giornata sur una seggiola a predicar la virtù e ad eccitar gli altri
-a fare? Lavori il giorno anche lui, e scriva la sera a tempo avanzato.
-Cacciatelo in un'officina!
-
-— Oh questa poi! — esclamò Teresa tra indispettita e intenerita. —
-Tutti non possono lavorare colle braccia! —
-
-— Ma io posso! E che credi? Che non mi vergogni qualche volta d'esser
-robusto? Quando vedo ammontati sul mio tavolo quei cinque o sei
-libracci che ho scritti, dei quali fra qualche anno non si troverà
-più il titolo in nessun catalogo di libraio, e penso che ho speso
-a farli gli anni più vigorosi della gioventù, e che spenderò forse
-nello stessa modo, e non con miglior frutto, gli anni che mi restano;
-e poi guardandomi nello specchio, mi vedo un par di spalle da atleta,
-che so io? sento che c'è una sproporzione fra me e il mio lavoro,
-un disaccordo, un qualche cosa che non va; mi sento dentro una voce
-di rimprovero; mi pare come di aver sciupato una trave per fare un
-bastoncino; e provo non so che bisogno di curvar la schiena sotto dei
-pesi e d'incallirmi le mani sopra uno strumento.
-
-Teresa gli afferrò le mani.
-
-— Quanti uomini sciupati — continuò Mario — con questo maledetto
-scrivere! Uomini di un sentire nobilissimo, dotati d'una certa facoltà
-di trasfondere in altri l'anima propria, forniti d'un sentimento pel
-bello, parlatori facili, che avrebbero, in un altro campo, acquistato
-ed esercitato un potere benefico su molta gente.... sciupati! Io per
-esempio, ch'ero nato per fare il maestro di scuola, a segno che, quando
-vedo in una stanza quattro banchi e un tavolino, mi sento rimescolare!
-E non solo il maestro di scuola: sento che sarebbe stata la mia vita
-l'aver che fare con povera gente, con operai; sento che, se fossi
-pretore in un villaggio, mi farei fare una statua. E così quando leggo
-gli scritti di molti miei amici romanzieri, poeti, critici, vedo tra
-riga e riga le belle facoltà mal impiegate, e penso con rammarico
-che l'uno sarebbe riuscito un eccellente medico condotto, un altro un
-direttore di collegio inimitabile, un altro, un avvocato onestissimo
-e valentissimo. E dico a loro e a me: — Siamo fuori di strada! Tutti
-fuori di strada per aver preso per nostra dote principale una dote
-secondaria, che doveva soltanto servire d'aiuto, d'ornamento alle
-altre; per aver creduto che ciò che non ci dovrebbe occupare se
-non un'ora al giorno, bastasse a riempirci tutta la vita; per aver
-considerato come una vocazione quello che non era che una tendenza!
-
-— E quando vedi codesti amici — domandò Teresa sorridendo — lo dici
-_loro_ che avrebbero fatto meglio a fare i medici condotti?
-
-— Non mi seccare con quel _loro_, Teresa; di' _glielo_ dici; te
-n'ho già pregato altre volte.... E che cosa segue da ciò? Segue che,
-avendo l'ambizione, senza aver la potenza di destare l'ammirazione
-del paese, diventiamo come gli accattoni che si contentano di quello
-che gli si dà: ci contentiamo di ispirar la _simpatia_, la _stima_,
-la _considerazione_, di acquistare la _notorietà_, la _distinzione_;
-e leggerai infatti ogni momento il simpatico, il pregevole, lo
-stimato, il noto, il distinto scrittore, e altri insipidi e sguaiati
-appellativi, che pure nella nostra nullità ci fanno sorridere di
-compiacenza; ma che a spremerne il sugo voglion dire: mediocre,
-insignificante, impotente, nullo, perchè chi, avendo dedicato la vita
-all'arte, non riesce che a rendersi simpatico, stimato, pregevole,
-ha sciupato tempo e fatica. E in fondo all'anima, lo sentiamo anche
-noi. Per questo, invece di lavorare serenamente e nobilmente, ci
-affanniamo, facciamo ogni sorta di sforzi disperati per saltar fuori
-dalla pegola della mediocrità che ci affoga; e buttiamo fuori in
-furia un libro dopo l'altro, avidi, impazienti, sperando sempre che
-l'ultimo che stiamo facendo, sia quello che ci porrà sul piedestallo
-della gloria; supplicando la gente che passa di soffermarsi; gridando
-al paese: Vòltati, guardami, t'assicuro che ho del genio, dammi tempo
-a far qualche cos'altro, non profferire ancora l'ultimo giudizio,
-aspetta, vedrai. — E intanto il vento porta via libretti e libracci,
-e noi invecchiamo trascurati e dispettosi, finchè un bel giorno si
-tira il calzino, dieci giornali dicono che s'è lasciato _larga eredità
-d'affetti_, e il giorno dopo nessuno pronuncia più il nostro nome. Ecco
-la carriera degli scrittori simpatici, stimati, noti, distinti; la mia
-carriera e quella di cento altri campioni della _giovine letteratura_.
-
-— Ma tutti — disse Teresa, — anche i più grandi, hanno avuto di questi
-scoraggiamenti!
-
-— Erano altri scoraggiamenti, — rispose Mario; — stanne sicura. Si
-scoraggivano perchè sentivan la loro opera troppo inferiore al loro
-ingegno; ma non è che non sentissero l'ingegno. Essi hanno gettato
-sul mondo i riflessi della luce che brillava alla loro mente, e a
-noi questi riflessi paion già una gran luce; ma chi può immaginare lo
-splendore che vedevan loro cogli occhi del genio? Chi sa che portentoso
-_Cinque maggio_ balenò ad Alessandro Manzoni, prima che si mettesse
-a scrivere quello che noi conosciamo? Tutti i grandi caddero qualche
-volta; ma caddero a pochi passi dalla cima della montagna, ed erano già
-saliti ad un'altezza tremenda. Non cadevan per fiacchezza, cadevano
-per vertigine. Erano battaglie, nelle quali riuscivano ora vinti,
-ora vincitori. Ma in me, vedi, non c'è lotta; in me è calma morta. Ai
-grandi che picchiano alla porta del tempio dell'Arte, qualche volta
-una voce di dentro risponde: — Non ancora: — A me quella voce risponde:
-— Via! — Quelli sono pregati d'aspettare, e io sono scacciato come un
-cialtrone.
-
-Teresa aperse il libro che aveva preso poco prima e finse di mettersi
-a leggere senza badare alle parole di Mario.
-
-— Leggi, leggi, — continuò Mario sorridendo, — chi si contenta, gode.
-Intanto io farò un pochino di critica al tuo autore. I suoi personaggi
-son tutti fantocci che recitano la medesima parte, e non ne vien uno
-in iscena, che non lasci veder sotto la mano del burattinaio. Tre
-idee tinte di mille colori; ma non più che tre idee. Un manzonismo
-annacquato, senza coraggiose affermazioni; un ciondolío perpetuo fra il
-credo e il non credo; un voler far sentire la cosa senza compromettersi
-colla parola; una doppia paura di far sorridere i miscredenti e di
-scontentare le mamme pie; un tirar sempre al cuore, a tradimento,
-quando si dovrebbe tirare alla testa; e persino nella lingua, la
-persuasione profonda che si debba dare un calcio alle convenzioni, agli
-scrupoli grammaticali, alle parole illustri, a tutte le formole della
-lingua scipita, pedantesca, bastarda, che si parla fuor di Toscana;
-e la vigliaccheria di non farlo per paura di coloro che combattono la
-proposta del Manzoni, perchè non vogliono ricominciare a studiare.
-
-— Io non me ne intendo di lingua, — disse Teresa; — non ti so cosa
-rispondere. Ma per quel ch'è dei fantocci, purchè dicano delle cose
-buone, che importa se si vede la mano? — Così dicendo, rise e gli prese
-la mano.
-
-— Dir delle cose buone! esclamò Mario. — Vorrei che tu mi dicessi che
-diritto ho io di dire delle cose buone, io che non ne faccio, e di
-metterci sotto la mia firma, come se le facessi. Mi ricordo, pochi
-giorni fa, quando ti dissi che compivo ventisette anni, tu esclamasti:
-— Ventisette anni! Hai già fatto molto! — Fatto molto! non ho ancora
-salvato la vita a nessuno, — non ho mai passato trenta notti di seguito
-al letto d'un ammalato, — non mi sono mai messo a rischio di buscarmi
-una coltellata per levare una donna dalle mani d'un brutale che la
-schiaffeggia nel mezzo della strada, — non ho mai fatto dieci miglia
-a piedi per andar a portare una buona notizia a una famiglia povera,
-— non mi son mai privato un mese di seguito del sigaro, del teatro e
-della birra, per fare un regalo a un mio antico maestro elementare che
-si trova nella strettezza. Ebbene, conosco dei giovani che fecero e che
-fanno tutte queste cose, e che si vergognerebbero di scriverle, e che
-quando le leggono scritte da me, mi dicono: «bravo! Lei fa del bene!
-Beato lei!»
-
-— Vero, e con questo?
-
-— Con questo, quando mi dicono quelle parole, io arrossisco perchè
-dovrei dirle io a loro; e loro dovrebbero dire a me che sono un
-impostore.
-
-— E allora, — disse Teresa con un'ironia faceta, di cui Mario non
-s'accorse; — se scrivendo delle cose morali ti pare di far l'impostore,
-scrivine delle immorali e vivrai in pace colla tua coscienza.
-
-— No! — rispose Mario — mai. Se volessi anche, non potrei. Su questo
-punto tu non conosci ancora le mie idee, e te le dico. Da un uomo di
-genio, di quelli che ti ho definiti poco fa, accetto tutto; creda, non
-creda, sia ottimista o veda tutto nero, non mi riveli che il bello o
-non mi mostri che le brutture dei suoi simili e le sue, — dissento,
-deploro — ma accetto, — o almeno mi rendo ragione del come gli possa
-parer lecito di scrivere quello che pensa e quello che fa. È un uomo
-di genio; preferisco averlo com'è al non averlo; anche offendendomi
-e sconfortandomi, mi fa vedere molte cose sotto una faccia nova; mi
-costringe a pensare; mi fa, se non altro, ammirare in sè un nuovo
-stampo d'uomo, e una gradazione di più nell'infinita varietà della
-natura. Sta bene. Ma che un uomo d'ingegno della seconda sfera, uno di
-quelli dei quali è dubbio se abbiano fatto bene o no a scegliere la via
-delle lettere, e che dovrebbero, poichè il mondo può benissimo far di
-meno di loro, cercare tutti i modi di farsi perdonare l'ambizione che
-li rode; che uno di questi, dico, abbia la sfacciataggine di gridare
-al mondo: — Vòltati — per fargli sapere che non crede a nulla, che
-è divorato dalla bile, che disprezza i suoi simili, che vive fra le
-sgualdrine e s'ubbriaca; questo, per Dio, non solo non lo ammetto,
-ma non lo capisco; e non capisco come il pubblico non si stomachi di
-queste scimmie degli scapestrati di genio, e non se li levi di torno
-colla scopa.
-
-— Dunque scrivi morale! — disse Teresa — Io non so più che cosa dirti!
-Dici che sei un impostore! Basta essere onesto per poter scrivere delle
-sante cose senza fingere. Come potresti scrivere, se prima di metterti
-a tavolino, dovessi far dieci miglia a piedi per portare una buona
-notizia a una famiglia povera?
-
-Mario sorrise e scrollò una spalla; e dopo qualche minuto di silenzio,
-disse:
-
-— Un giorno, a Firenze, passeggiando fuor di Porta Romana,
-sull'imbrunire, vidi tutt'a un tratto una gran luce dietro un gruppo
-di case e gente che correva. Presi anch'io la corsa e arrivai dinanzi
-a una casa che bruciava, in mezzo a una folla che faceva un grande
-strepito. L'incendio era scoppiato da poco; ma uscivan già fiamme
-dal tetto e da parecchie finestre, e si sentiva dentro un fracasso
-spaventoso di travi che cadevano e si spezzavano, e in mezzo alla
-folla grida di donne e di bimbi, che facevan pietà. Arrivarono in quel
-momento le pompe e le guardie, e cominciò il solito lavoro di far
-dare addietro la gente, coll'urlío e il disordine solito. Tutt'a un
-tratto si sentì un grido straziante e si vide molta gente affollarsi
-da una parte. Era la solita disgrazia d'una donna che aveva chiuso
-il bambino in casa per uscire, e che tornava troppo tardi. La voce
-si sparse in un batter d'occhio. Per fortuna la finestra della camera
-dava sulla strada; fu portata una scala e appoggiata al davanzale, e
-una guardia salì. Ma sì! non era ancora arrivata in cima, che uscì un
-nuvolo di fumo nero e una lingua di fuoco dall'alto della finestra,
-e il pover uomo si sentì mancare il coraggio. La folla gridò: — Giù!
-Giù! — La guardia saltò giù; un'altra salì, e ricascò in terra come
-la prima; cinque o sei uomini si agitavano ai piedi della scala, e
-nessuno saliva. Intanto la povera donna gettava delle grida orribili,
-si buttava in ginocchio, si stracciava i capelli, faceva cose da
-lacerare il cuore. Allora non so che cosa seguì in me; mi si velò la
-vista, mi balenarono mille pensieri in un punto, quel bambino, mia
-madre, una gioia immensa; sentii come una voce sovrumana che mi gridò
-nell'orecchio: — Va! — e nello stesso momento un impulso irresistibile
-che mi sbalzò quasi ai piedi della scala. Ma là.... mi parve d'essere
-afferrato di dietro da un artiglio di ferro, e rimasi inchiodato,
-immobile, trasognato, come uno che si trovi tutt'a un tratto sull'orlo
-di un precipizio. Mentre guardo intorno e rinvengo in me, un uomo si
-spicca dalla folla come una saetta, butta in terra una guardia, sale
-in cima alla scala, dispare nella finestra che pareva la bocca d'una
-fornace, — si fa un profondo silenzio — l'uomo ricompare — la folla
-getta un grido — quegli sale sul davanzale, si gira, mette il piede
-sulla scala, discende e casca in terra spossato.... Aveva portato giù
-il bambino sano e salvo! Ebbene, è una cosa che seguì molte volte, tu
-mi dirai. Ah Teresa! ma quella volta ero là, ho visto tutto; — ho visto
-quella donna quando si slanciò al collo di quell'uomo, — l'ho guardata
-negli occhi, — ho contato i baci furiosi che gli ha stampati sulla
-fronte e sul petto, — ho sentito le sue grida — le sento ancora — non
-credevo che un viso umano si potesse trasfigurare in quel modo, e che
-delle voci e dei singhiozzi di gioia come quelli là potessero fuggire
-da questo petto di creta senza spezzarlo! Non credevo che si potesse
-esser belli, felici, gloriosi, com'era quell'uomo, quando si passò una
-mano nei capelli strinati — fiutò la mano — e si mise a ridere!
-
-Teresa era commossa.
-
-— Io tornai a casa — continuò Mario, — triste e pieno di disprezzo per
-me medesimo, come se avessi commesso un'azione vergognosa. Pensavo a
-quell'uomo, e mi pareva di essere meno che un verme della terra accanto
-a lui. Pensavo ai miei studî, e alle mie piccole soddisfazioni d'amor
-proprio, e ogni cosa mi pareva fredda e meschina, al paragone della
-gioia infinita che m'ero lasciata sfuggire. Rientrai in casa, accesi il
-lume e mi lasciai cadere sopra una poltrona, dicendo a me medesimo: —
-Bravo! Ecco il tuo piedestallo! — Sentivo delle voci nella strada, che
-mi parevano l'eco delle grida della madre e della folla, e da tutte le
-parti vedevo quella finestra infocata, la scala, l'uomo che saliva. A
-un tratto, mi cadon gli occhi sul tavolino, c'eran delle carte sparse,
-non mi ricordavo che fossero, guardai.... Erano pagine d'uno scritto,
-nel quale dicevo mille belle cose intorno all'amor materno, alla virtù
-del sacrifizio, alla generosità, al coraggio. Che vuoi che ti dica!
-Quelle parole, in quel momento, mi fecero l'effetto d'una ciurmeria
-ignobile, d'una ostentazione ipocrita e sfrontata; mi sentii salire
-il sangue al viso; buttai in terra, con una manata, quel mucchio di
-fogli....
-
-Teresa gli pose una mano sulla bocca.
-
-— E ci sputai sopra tre volte! — soggiunse Mario respingendo la mano.
-
-— No, Mario! — esclamò Teresa — non le dire queste cose!
-
-— Lasciamele dire — rispose Mario, con un sorriso mesto e amorevole: —
-è questo uno dei pochi bei tratti della mia vita. E ora sai perchè mi
-pare un'impostura lo scrivere quello che non faccio.
-
-— Eppure! — gli disse Teresa — guardandolo negli occhi, dopo alcuni
-momenti di silenzio. — Eppure domani tu scriverai.
-
-Mario si strinse nelle spalle.
-
-— Sì, scriverai, — riprese Teresa — perchè io son donnina da trovare
-nella mia piccola testa delle ragioni convincenti da opporre a tutte
-quelle che mi hai dette finora per provarmi che non devi più scrivere.
-
-— Sentiamole.
-
-— Ma non oso dirtele perchè.... non mi so esprimere; sono una
-scioccherella.... io non m'intendo di letteratura.
-
-— Credi agli angeli?
-
-— Io sì.
-
-— E credi che gli angeli s'intendano di letteratura?
-
-Teresa sorrise, e continuò: — Ebbene, ecco la mia idea. Dici che
-dovrebbero scrivere solamente i grandi e questo non mi par giusto.
-In questo mondo ci sono tante anime che si somigliano, che vivono
-nella stessa maniera, che vedon le cose dallo stesso lato, che hanno
-perfino le medesime debolezze. Ebbene, queste anime si cercano, e
-quando s'incontrano, sia anche in una pagina d'un libro, ne godono,
-e si attaccano a chi ha scritto quella pagina, come a un intimo
-amico. I grandi scrittori ne abbracciano un gran numero di queste
-anime, perchè abbracciano la natura sotto moltissimi aspetti. Gli
-scrittori che vengon dopo, ne abbracciano soltanto poche; ma bastano
-anche queste poche perchè essi abbiano ragione di essere. I grandi
-scrittori destano la maraviglia, l'entusiasmo: gli altri solamente
-l'affetto e la simpatia. Ebbene, anche far nascere una simpatia mi
-pare che sia un effetto che giustifichi un libro, perchè la simpatia
-è una disposizione benevola del cuore, e una disposizione benevola è
-la metà d'una buona azione. E poi, perchè il grande dovrebbe escludere
-il piccolo? e il bellissimo escludere il grazioso? Non ci dovrebbero
-essere delle margheritine e delle viole perchè ci sono dei girasoli
-e delle rose? Forse che il poema di Dante m'impedisce di piangere
-e di sentirmi riaver l'anima leggendo le novelle del Thouar? Quando
-uno è sicuro che cinquecento persone leggeranno quello che scrive,
-ogni volta che gli viene un buon sentimento, fosse anche a proposito
-di due lucciole che passano, lo deve scrivere; e se impiega tutta la
-sua vita a scrivere delle cose che trasfondono un buon sentimento
-in cinquecento persone, la sua vita mi par che sia bene impiegata.
-E quanto allo scrivere quello che non si fa, mi par che tu non abbia
-ragione neppure; le buone azioni non si fanno soltanto col coraggio e
-coi sacrifizî; destare degli affetti gentili, consolare, intenerire,
-rasserenare l'anima per un momento a qualcuno, sono buone azioni non
-meno meritorie che star un mese senza fumare per fare un regalo a un
-maestro. Che importa se un libro che ha prodotto questi effetti, dopo
-un certo tempo è dimenticato? Quante buone azioni non si dimenticano
-ogni giorno! Forse che non si dovrebbero fare buone azioni che pei
-posteri? Ma perchè mi perdo in ragionamenti? Chi più di te sentiva
-queste verità, quando scrivevi le tue prime cose, e ogni volta che ne
-finivi una, comparivi qui colle braccia aperte e il viso radiante e mi
-dicevi: — Teresa, quanto mi rincrescerebbe morire! — Teresa, non dirmi
-che sono superbo: t'assicuro che oggi dentro di me c'era un angelo; era
-lui che mi dettava; se non ho scritto meglio, è perchè ho inteso male
-quello che diceva, tanto mi parlava in furia! — E vedi che anche adesso
-ti splendono gli occhi a sentirti ricordare quei giorni. — Dammi la
-mano, Mario — riprendi coraggio e fiducia — cercala qui l'ispirazione —
-nel cuore — vedrai che ti risponderà — la tua forza è qui; — promettimi
-che scriverai ancora, — che tornerai di nuovo qui contento e glorioso
-a farti baciare sulla fronte, — dimmi che ti senti l'angelo, Mario!
-
-Mario, commosso, le chinò il capo sul seno, e rimase per lungo tempo
-immobile e pensieroso.
-
-Finalmente Teresa gli mormorò all'orecchio: — E l'angelo?
-
-— Oh! perdio sì! — gridò Mario balzando in piedi col viso radiante e
-battendosi una mano sul petto, — c'è ancora!
-
-
-
-
-RITRATTO D'UN'ORDINANZA
-
-
-Dei capi originali, sotto la vôlta del cielo, ce n'è e posso vantarmi
-d'averne conosciuto parecchi; ma uno che possa far la coppia con lui,
-credo che abbia ancora da nascere.
-
-Era sardo, contadino, ventenne, analfabeta e soldato di fanteria.
-
-La prima volta che mi comparve davanti a Firenze, nell'uffizio d'un
-giornale militare, m'ispirò simpatia. Il suo aspetto, però, e qualcuna
-delle sue risposte, mi fecero capir subito ch'era un originale curioso.
-Visto di fronte, era lui; visto di profilo, pareva un altro. Si
-sarebbe detto che nell'atto che si voltava, tutti i suoi lineamenti
-s'alteravano. Di fronte, non c'era nulla da dire: era un viso come
-tanti altri; di profilo, faceva ridere. La punta del mento e la punta
-del naso cercavano di toccarsi, e non ci riuscivano, impedite da due
-enormi labbra sempre aperte, che lasciavan vedere due file di denti
-scompigliati come un plotone di guardie nazionali. Gli occhi parevano
-due capocchie di spillo, tanto erano piccini, e sparivano quasi affatto
-tra le rughe, quando rideva. Le sopracciglia avevano la forma di due
-accenti circonflessi e la fronte era alta appena tanto da impedire ai
-capelli di confondersi colla barba. Un mio amico mi disse che pareva
-un uomo fatto per ischerzo. Aveva però una fisonomia che esprimeva
-intelligenza e bontà; ma un'intelligenza, se così può dirsi, parziale,
-e una bontà _sui generis_. Parlava con voce _aspra e chioccia_ un
-italiano del quale avrebbe potuto domandare con tutti i diritti il
-brevetto d'invenzione.
-
-— Come ti piace Firenze? — gli domandai, poichè era arrivato il giorno
-innanzi a Firenze.
-
-— Non c'è male, — mi rispose.
-
-Per uno che non aveva visto che Cagliari e qualche piccola città
-dell'Italia settentrionale, la risposta mi parve un po' severa.
-
-— Ti piace più Firenze o Bergamo?
-
-— Sono arrivato ieri; non potrei ancora giudicare.
-
-Quando se n'andò gli dissi: — addio, — ed egli rispose: — addio.
-
-Il giorno dopo fece la sua entrata in casa.
-
-Nei primi giorni fui più volte sulle undici once di perder la pazienza
-e di rimandarlo al suo reggimento. Se si fosse contentato di non capire
-niente, _transeat_: ma il malanno era che, un po' per la difficoltà
-dell'intendere l'italiano, un po' per la novità delle incombenze,
-capiva a mezzo e faceva tutto al rovescio. Se dicessi che portò ad
-affilare i miei rasoi dal Lemonnier e a stampare i miei manoscritti
-dall'arrotino; che rimise un romanzo francese al calzolaio e un paio di
-stivali alla porta di casa d'una signora, nessuno lo crederebbe; poichè
-per crederlo bisognerebbe aver visto fino a che segno, oltre al capir
-male, egli era distratto, non bastando il capir male a dar ragione
-di _qui pro quo_ così madornali. Ma non posso trattenermi dal citare
-alcune fra le più meravigliose delle sue prodezze.
-
-Alle undici della mattina lo mandavo a comprare del prosciutto per
-far colazione, ed era l'ora che si gridava per le strade il _Corriere
-italiano_. Una mattina, sapendo che il giornale conteneva una notizia
-che mi premeva, gli dico: — Presto, prosciutto e _Corriere italiano_.
-— Due idee alla volta non le afferrava mai. Discese e ritornò dopo un
-minuto col prosciutto involto nel _Corriere italiano_.
-
-Una mattina sfogliettavo sotto gli occhi d'un mio amico, e in
-presenza sua, un bellissimo Atlante militare che m'era stato
-imprestato dalla Biblioteca, e gli dicevo: — Il male, vedi, è che io
-non posso abbracciare tutte queste carte con uno sguardo solo e mi
-tocca osservarle una per una. Per afferrar bene il complesso della
-battaglia, vorrei vederle tutte inchiodate nel muro, in fila, in
-modo che formassero un solo quadro. — La sera, rientrando in casa....
-rabbrividisco ancora a pensarci.... tutte le carte dell'Atlante erano
-inchiodate nel muro; e per maggior supplizio, la mattina seguente, mi
-toccò vederlo comparir lui col viso modesto e sorridente d'un uomo che
-viene a cercare un complimento.
-
-Un'altra mattina lo mando a comprare due ova da far cuocere collo
-spirito. Mentre è fuori, viene un amico a parlarmi d'un affar di
-premura. Quel disgraziato rientra; gli dico: — Aspetta; — egli si mette
-a sedere in un canto, io continuo a parlare coll'amico. Dopo un momento
-vedo il soldato che si fa rosso, bianco, verde, che par seduto sulle
-spine, che non sa dove nascondere il viso. Abbasso gli occhi e vedo una
-gamba della sua seggiola leggiadramente rigata d'una striscia color
-d'oro che non avevo mai veduta. M'avvicino: è giallo d'ovo. L'infame
-s'era messo le ova nelle tasche posteriori del cappotto e, rientrando
-in casa, s'era seduto senza ricordarsi che aveva la mia colazione di
-sotto.
-
-Ma queste son rose appetto a quello che mi toccò di vedere prima
-d'averlo ridotto a mettere in ordine la mia camera, non dico come
-volevo, ma in una maniera che rivelasse, alla lontana, l'uomo
-ragionevole. Per lui l'arte suprema del metter le cose in ordine
-consisteva nel disporle l'una sull'altra in forme architettoniche,
-e la sua grande ambizione era di fabbricare degli edifizi alti. Nei
-primi giorni i miei libri formavano tutti insieme un semicerchio di
-torri tremolanti al menomo soffio; la catinella rovesciata sorreggeva
-una piramide ardita di piattini e di vasetti, in cima alla quale si
-rizzava alteramente il pennello della barba; i cappelli cilindrici
-nuovi e vecchi si elevavano in forma di colonna trionfale ad un'altezza
-vertiginosa. Per il che seguivano sovente, anche nel cuore della notte,
-rovine fragorose e vasti sparpagliamenti, che, se non fossero state
-le pareti della camera, nessuno sa dove sarebbero andati a finire.
-Per fargli capire, poi, che lo spazzolino da denti non apparteneva
-alla famiglia delle spazzole da testa, che il vasetto della pomata
-era tutt'altra cosa che il vasetto dell'estratto di carne, e che il
-tavolino da notte non è mobile da mettervi le camicie stirate, mi ci
-volle l'eloquenza di Cicerone e la pazienza di Giobbe.
-
-Se della buona maniera con cui lo trattavo, mi fosse grato, se sentisse
-affetto per me, non l'ho mai potuto capire. Una sola volta mostrò
-una certa sollecitudine per la mia persona, e la mostrò in un modo
-stranissimo. Ero a letto, malato da una quindicina di giorni, e nè
-peggioravo, nè accennavo a guarire. Una sera egli fermò per le scale
-il mio medico ch'era un uomo ombrosissimo, e gli domandò bruscamente: —
-Ma, insomma, lo guarisce o non lo guarisce? — Il medico montò in bestia
-e gli fece una lavata di capo. — Gli è che l'è già un po' lunga! —
-brontolò lui per tutta risposta.
-
-Altre volte aveva certi frulli, che, invece di rimproverarglieli, come
-avrei dovuto, non potevo far altro che riderne. Una mattina mi svegliò
-dicendomi nell'orecchio con un certo suo accento strano: — Signor
-tenente, chi dorme non piglia pesci.
-
-Un giorno entrò in casa mentre ne usciva un personaggio illustre, e
-sentì dire da un mio amico, rimasto con me, che quel tal personaggio
-era _una personalità molto spiccata_. Quindici giorni dopo, mentre
-stavo discorrendo con parecchi amici, egli s'affacciò alla porta della
-mia camera e m'annunciò una visita. — Chi è? — domandai. — È..., —
-rispose (non si ricordava il nome).... — è _quella personalità molto
-spiccata_. — Tutti diedero in uno scoppio di risa, il personaggio
-sentì, io gli spiegai la cosa, e ne rise anche lui dai precordi.
-
-È difficile dare un'idea della lingua che parlava quel curioso
-soggetto: era un misto di sardo, di lombardo e d'italiano, tutte frasi
-tronche, parole mozze e contratte, verbi all'infinito buttati là a
-caso e lasciati in aria, che facevano l'effetto del discorso di un
-delirante. Un giorno mi venne a cercare un amico all'ora del desinare,
-ed entrando in casa, gli domandò: — A che punto è del desinare il tuo
-padrone? — _Trema!_ — gli rispose il soldato. — L'amico rimase colla
-bocca aperta. Quel _trema_ voleva dire _termina_.
-
-In cinque o sei mesi, frequentando le scuole reggimentali, aveva
-imparato a leggere e a scrivere stentatamente. Fu la mia disgrazia.
-Mentre ero fuor di casa, s'esercitava a scrivere sul mio tavolino, e
-soleva scrivere cento, duecento volte la stessa parola, una parola, per
-il solito, che il giorno prima aveva sentito pronunciar da me leggendo,
-e che gli aveva fatto impressione. Una mattina, per esempio, lo colpiva
-il nome di Vercingetorige. La sera, rientrando in casa, io trovavo
-Vercingetorige scritto sui margini dei giornali, sul rovescio degli
-stamponi, sulle fascie dei libri, sulle buste delle lettere, sulle
-carte del cestino, da per tutto dove aveva trovato tanto spazio da
-ficcarvi quelle quattordici lettere predilette dal suo cuore. Un'altra
-volta gli toccava il cuore la parola Ostrogoti e il giorno dopo la
-mia casa era invasa dagli Ostrogoti. Un giorno lo seduceva la parola
-rinoceronte e la mattina seguente la mia casa era convertita in un
-serraglio di bestie feroci. Ci guadagnai però da un altro lato, e fu
-di poter abbandonare l'uso delle croci che facevo con matite di vario
-colore sulle lettere che doveva portare a mano a certe persone fisse,
-perchè non c'era verso di fargli ritenere i nomi; per cui egli soleva
-dire: questa lettera va alla signora celeste (ch'era mondana), questa
-al giornalista nero (ch'era rosso), questa all'impiegato giallo (ch'era
-al verde).
-
-Ma a proposito dello scrivere gliene scopersi una assai più curiosa di
-quelle che ho citate finora. Si era comprato un quadernino, sul quale
-copiava, da tutti i libri che gli venivano alle mani, le dediche degli
-autori ai parenti, badando sempre a sostituire ai nomi di questi,
-il nome di suo padre, di sua madre o de' suoi fratelli, ai quali
-s'immaginava di dare in tal modo uno splendido attestato di affetto e
-di gratitudine. Un giorno apersi il quaderno e vi lessi, fra le altre,
-le dediche seguenti: — _Pietro Tranci_ (era suo padre, contadino),
-_Nato in povertà, Seppe collo studio e colla perseveranza Acquistarsi
-un posto segnalato fra i dotti, Soccorrere genitori e fratelli,
-Degnamente educare i figli. Alla memoria dell'ottimo padre Questo
-libro intitola L'autore Antonio Tranci_, invece di Michele Lessona.
-In un'altra pagina: — _A Pietro Tranci mio Padre Che annunziando al
-Parlamento subalpino Il disastro di Novara Cadeva svenuto al suolo, E
-tra pochi giorni moriva Consacro questo Carme_, ecc. — Più sotto: — _A
-Cagliari_ (invece di Trento) _Non ancora rappresentata nel Parlamento
-italiano_, ecc. _Antonio Tranci_, invece di Giovanni Prati.
-
-Quello che mi meravigliava di più in lui, — che non aveva mai visto
-nulla, — era una assoluta mancanza del sentimento della meraviglia,
-qualunque cosa, per quanto straordinaria, egli vedesse. Vide, nel tempo
-che stette a Firenze, le feste per il matrimonio del Principe Umberto;
-vide l'opera e il ballo alla Pergola (non aveva mai visto un teatro);
-vide le feste del carnevale e l'illuminazione fantastica del viale
-dei Colli; vide cento altre cose nuove affatto per lui, che avrebbero
-dovuto stupirlo, divertirlo, farlo parlare. Nulla di tutto questo.
-La sua ammirazione non andava mai più in là della solita formola: —
-Non c'è male. — Santa Maria del Fiore.... non c'è male; la Torre di
-Giotto.... non c'è male; il palazzo Pitti.... non c'è male. Io credo
-che se Domeneddio in persona gli avesse domandato che cosa gli pareva
-della creazione, gli avrebbe risposto che non c'era male.
-
-Dal primo all'ultimo giorno che stette con me, fu sempre dello stesso
-umore, tra serio ed allegro; sempre docile, sempre stordito, sempre
-puntuale a capire le cose a rovescio, sempre immerso in una beata
-apatia, sempre stravagante ad un modo. Il giorno che ricevette il
-suo congedo, scribacchiò non so quante ore nel suo quaderno colla
-stessa tranquillità degli altri giorni. Prima di partire venne ad
-accomiatarsi. La scena della separazione fu poco tenera. Gli dimandai
-se gli rincresceva di lasciar Firenze. Mi rispose: — Perchè no? — Gli
-dimandai se tornava a casa volentieri. Mi rispose con una smorfia che
-non capii.
-
-— Se avrà bisogno di qualche cosa, — disse all'ultimo momento, — scriva
-pure che mi farà sempre piacere. — Grazie tante! — gli risposi. E
-così uscì di casa, dopo più di due anni che stava con me, senza dar il
-menomo segno nè di rincrescimento, nè di allegrezza.
-
-Io lo guardai mentre scendeva le scale.
-
-Tutt'a un tratto si voltò.
-
-— Stiamo a vedere, — pensai, — che il suo cuore s'è svegliato e che
-ritorna a congedarsi in un altro modo.
-
-— Signor tenente, — disse: — il pennello per la barba l'ho messo nella
-cassetta del tavolino più grande.
-
-E disparve.
-
-
-
-
-BATTAGLIE DI TAVOLINO
-
-
-Un giorno un mio amico mi disse: — Tu non studii abbastanza; tu
-leggi; leggere non è studiare; leggere è un piacere, e studiare è una
-fatica: infatti tutti leggono e pochissimi studiano. Quali sono le ore
-della giornata che tu dedichi a uno studio profondo? a quel lavoro di
-figgersi nella mente le cose lette, di pensarle, di rimestarle, di
-raffrontarle, di spremerne il sugo? a quella fatica di raccogliere
-cognizioni precise, di formarsi giudizî proprî, di combattere,
-ragionando, i giudizî altrui, che dissentano da' tuoi? Tu con la mente
-non lavori, ti balocchi.
-
- *
- * *
-
-A vent'anni quante ragioni si trovano da opporre a questi consigli!
-I libri, i libri! O che si vive pei libri? Io ho del sangue nelle
-vene, io ho bisogno d'aria e di luce, io voglio leggere il gran libro
-della vita. Prima di studiare bisogna vivere. Perchè legarmi a questo
-strumento di tortura ch'è il tavolino? La vita è moto; chi si muove è
-sano, chi è sano è allegro, chi è allegro è buono, e chi è buono è più
-caro a Dio e più utile agli uomini che questi eremiti della società
-che si sono logorati sui libri, pieni di vanità, gonfi d'orgoglio e
-svogliati d'ogni cosa.
-
- *
- * *
-
-Le prime lotte son dure. Voi avete preso la risoluzione di studiare,
-date un addio agli amici, correte a casa, aprite un libro. A un tratto
-sentite non so che dentro di voi che dà indietro, che si raggomitola,
-che si scontorce. Voi ravvicinate la seggiola, e vi ripiegate sul
-libro, e vi sentite sbalzato indietro daccapo. V'è qualcuno dentro
-di voi, un nemico sordo, muto, cocciuto, che s'impenna, s'ostina,
-non vuole intendere ragione; un poltrone che si dibatte come se lo
-trascinassero al supplizio. E la lotta dura molto tempo e diventa
-accanita fino a farvi morder le dita e picchiare il pugno nel muro
-senza quasi sentirne dolore, come se veramente quelle offese non
-fossero fatte a voi, ma all'_altro_; e voi foste intimamente persuaso
-che siete in _due_: un capitano animoso e un soldato vigliacco.
-
- *
- * *
-
-Poi si provano le prime gioie della vittoria. Vien sempre il momento in
-cui l'_io_ che vuole, traendo dall'ira la forza che non aveva potuto
-trarre dal proposito, grida un _voglio_ così imperioso, che l'_altro_
-non osa più di ribellarsi, si acquatta, si annichilisce. Allora vi
-sentite in cuore una soddisfazione piena di alterezza e assaporate la
-voluttà del comando; provate un sentimento quasi di rispetto per voi
-medesimo, come se in voi ci fosse qualcuno più valoroso e più forte di
-voi.
-
- *
- * *
-
-Dopo le prime lotte e le prime gioie, vengono i primi sconforti.
-Come nella mente del dotto una nozione chiama l'altra, e per poco che
-rimugini ne mette sottosopra una folla, ch'egli si fa sfilare dinanzi
-colla compiacenza d'un generale che passa in rassegna un esercito,
-o d'un avaro che conta le sue ricchezze; così nella mente di chi
-comincia a studiare una lacuna mette in un'altra lacuna, e il povero
-esaminatore di sè stesso, dopo aver molto errato nel vuoto, prova un
-sentimento di solitudine, che gli precide il coraggio e le forze. Da un
-dubbio di lingua a un dubbio di storia, da un dubbio di storia a uno
-di geografia, da uno di geografia a uno di fisica, e son tutte cose
-elementari, essenziali, necessarie, tali che, sebbene dalla maggior
-parte si ignorino, pare nondimeno così vergognoso l'ignorarle che s'è
-convenuto fra tutti di fingere reciprocamente di saperle. E allora,
-in quell'affollamento di stupori e di vergogne, lo assale una smania
-dolorosa di colmare quei vuoti; e tira giù libri, e rovista dizionari,
-e piega pagine, e appunta; e mentre una nozione s'appiccica, l'altra si
-stacca, e mentre questa riaderisce, quell'altre due si confondono, fin
-che gli si fa buio fitto nella testa, le braccia gli cadono, ed egli
-esclama sconfortato: È inutile, è tardi, torniamo alla vita di prima.
-
- *
- * *
-
-Il giorno dopo, a mente fresca, si ripiglia speranza e vigore. Si
-studia fino a sera e la sera si coglie il premio. In quel breve riposo
-che ci si concede dopo un sobrio desinare, tutte le cose imparate,
-come se si fossero data la posta, balzan tutte insieme dai ripostigli
-della mente, vengono a galla, non cercate, con una specie di gara a
-chi giunga la prima, e fanno nella testa un tumulto che non si può
-esprimere. Sentenze di filosofi e regole di grammatica, versi e date,
-immagini e pensieri lucidissimi; e poi bagliori, barlumi lontani
-d'altri pensieri e d'altre immagini così fitti e rapidi che non lascian
-vedere le lacune oscure che poc'anzi ci prostravano nello sgomento.
-Quelli son momenti di gioia viva.
-
- *
- * *
-
-Il sacrifizio più duro è quello della sera nella bella stagione.
-L'aria è odorosa, la città è splendida, udite giù per le scale il
-passo affrettato dei vicini, e risa di ragazze e di fanciulli; poi
-il rumore nella strada; poi la casa rimane silenziosa. Tutti sono
-usciti, rimanete solo. Allora vi tocca combattere contro le immagini
-seduttrici. Avete la fantasia eccitata dalla lettura, siete giovane,
-la lotta è fiera. È appena credibile quello che segue allo studioso in
-quei momenti. A volte vi sentite veramente soffiare nel viso un alito
-di donna che vi rimescola; vedete passare a traverso il vostro libro
-una treccia di capelli; udite dei passi leggeri, dei respiri, qualcosa
-che s'agita nell'aria. Allora vi piglia quella maledetta tentazione di
-dar una pedata al tavolino e di buttar a terra ogni cosa, gridando con
-un accento di trionfo e di disprezzo: — Alla cassetta della spazzatura,
-cartaccie! Io voglio vivere!
-
- *
- * *
-
-Sono belle e feconde queste battaglie combattute nel silenzio d'una
-cameretta tra l'immensa avidità del sapere e la foga prepotente della
-giovinezza; questo divincolarsi sotto un giogo che ci siamo imposti noi
-stessi. Il sudore che ci esce dalla fronte in questa fatica è un sudore
-salutare, la stanchezza che ne segue è madre di nuove forze. Allora si
-comprende che son sapienti certi consigli che ci parevan degni di riso.
-Allora si vede la necessità di combattere acerbamente questo corpo
-ribelle che ci vuole imporre una disciplina codarda; d'infliggergli dei
-patimenti che lo prostrino, non tanto da renderlo inetto a servire, ma
-abbastanza perchè non possa più comandare. Allora si piglia l'abitudine
-della colazione alla Franklin: pane, frutta, acqua, e di rigore in
-rigore, si è condotti logicamente fino a fare uno sforzo per non
-appoggiarsi alla spalliera della seggiola; concessione pericolosa, che
-per una serie d'altre concessioni conduce insensibilmente a ricominciar
-la battaglia.
-
- *
- * *
-
-L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran parte nel trovar
-argomenti e parole efficaci per movere in noi la vergogna. Ci vuol
-immaginazione ed eloquenza. Una mattina ch'ero svogliato mi costrinsi
-a studiare con questo discorso. Supponi che le pareti, i solai, le
-scale della casa diventino ad un tratto trasparenti. Guarda in alto,
-in basso, intorno. Tu vedi da ogni parte menar scope, smover sacconi,
-spolverar mobili; la casa è tutta in moto e in faccende. Ebbene,
-giurami che se tutte quelle donne colle maniche rimboccate e il viso
-luccicante di sudore si voltassero tutt'insieme a guardar te sdraiato
-sulla poltrona colle braccia in croce, giurami che, in quel punto, non
-proveresti un senso di vergogna, non ti verrebbe fatto di afferrar
-subito un libro per fingere almeno che studiavi, non ti verrebbe
-detto, come a un ragazzo côlto in fallo, con accento di scusa: — Ma io
-lavoravo, sapete!
-
- *
- * *
-
-T'amo, o tavolino! Tu, fra tutti gli oggetti della casa, sei il solo
-che rappresenti l'amicizia fedele. La porta che, nei nostri begli
-anni, risuona qualche volta al tocco d'un ditino, che ci fa balzare
-in piedi col cuore in sussulto, finisce col non aprirsi più che a
-qualche vecchio amico che ci viene a parlare di malanni. Lo specchio,
-che ci dice tante care cose, fin che abbiamo l'occhio scintillante e
-la guancia rosea, finisce per diventarci odioso come un importuno che
-ci rammenti sempre una sventura che vorremmo dimenticare. Il letto sul
-quale ora dormiamo i sonni pieni e quieti della giovinezza, finisce
-per diventare un giaciglio di spine sul quale cerchiamo inutilmente
-il riposo. Tu, tavolino, sei l'ultimo ridotto nel quale, affranti
-dai disinganni, ripariamo. Caro quando, accesi dall'ispirazione, ti
-percotiamo col pugno vigoroso, presentendo la gioia dei trionfi; ci
-sei caro ugualmente quando torniamo a te col cuore contristato da una
-speranza miseramente delusa. Giovani, t'amiamo per la gloria; vecchi,
-per la pace; e riedifichiamo su te l'edifizio caduto della giovinezza.
-
- *
- * *
-
-V'hanno dei momenti nella giornata dello studioso, — anche giovane,
-— nei quali la vita, — non so per che improvviso rivolgimento d'idee
-— gli si presenta al pensiero soltanto sotto i tristi aspetti; i
-pericoli, le delusioni, le lotte inutili, la vanità di ogni cosa;
-— e tutte queste immagini gli paion come altrettante figure umane
-che, accennando lui, dicano: — Ecco un fortunato! — In quei momenti
-egli prova qualcosa di simile al sentimento di chi, stando chiuso in
-una stanza calda, vede cader la neve nella via. Egli si sente bene
-nel suo covo, è contento della maniera di vita che ha scelta, prova
-come un bisogno di rannicchiarsi, vorrebbe vivere in un guscio anche
-più piccino, per tapparvisi meglio, per essere più al sicuro. Gli
-par di essere nella sua stanza piena di libri come in una fortezza
-inespugnabile, fornita di provvigioni inesauribili, in mezzo à una
-vasta pianura corsa da eserciti furiosi che spargano sangue e paura.
-
- *
- * *
-
-V'hanno altri momenti, per contro, nei quali par che vi manchi tutt'a
-un tratto il calore intimo della vita del pensiero. Allora ogni
-cosa si agghiaccia intorno a voi; lo scopo delle vostre fatiche vi
-par puerile; vi piglia un'uggia invincibile di tutto ciò che avete
-dinanzi agli occhi e sotto le mani; i vostri libri ve li sentite come
-ammontati tutti sul petto; la finestra vi par diventata lo spiraglio
-di un carcere; il soffitto vi par che s'abbassi sulla vostra testa. Vi
-manca il respiro, v'alzate, vi guardate allo specchio: avete i capelli
-aruffati, la barba lunga, gli occhi rossi; vi sentite inselvatichito,
-avvilito; vi pare d'esservi svegliato in una spelonca; provate quasi
-orrore di esser così solo, intanato; pensate agli amici, alla campagna,
-alla musica, alle signore eleganti, e dite a voi medesimo che siete un
-insensato e un infelice.
-
- *
- * *
-
-Certe figure d'amici vostri che sanno tanto più di voi, dopo che vi
-siete dato a studiar di proposito, ingigantiscono. Prima vi pareva
-che i lampi che voi mandate valessero assai più dell'oro che essi
-possedono, e vi meravigliavate che anch'essi non fossero del vostro
-parere. Ma a poco a poco siete arrivato a capire come un uomo che
-ha studiato davvero, che ha fatto di quegli sforzi di volere che
-costano lotte faticosissime, e riportate di quelle vittorie intime che
-insuperbiscono al pari d'un trionfo pubblico, debba naturalmente far
-poco conto dell'ingegno che s'alza per la sola forza delle sue ali; che
-molto ardisce perchè ignora molto; che non sente la sua vacuità perchè
-non essendosi mai messo alla grave impresa di riempirla, non l'ha mai
-misurata. Capite ora come a quell'uomo l'opera d'un tale ingegno debba
-parere un edifizio fragile. Anche voi, a pari altezza, ammirate di
-più il vertice immobile d'una piramide che l'ondeggiamento d'un cervo
-volante. Chi studia, conquista; l'ingegno incolto, al suo paragone, par
-che rubi. Molti che vi parevano invidiosi perchè non vi battevano le
-mani, capite ora che non avevano per voi altro sentimento che quello
-d'una fredda disistima. Essi sono boccie di cristallo, e voi siete
-bolle di sapone.
-
- *
- * *
-
-Studia; ma non ti rintanare, scriveva il Giusti a suo fratello; e v'è
-un proverbio spagnuolo che tradotto letteralmente, dice: «corsa che non
-dà il puledro nel corpo gli rimane.» Guai al giovine che per studiare
-si seppellisce! La durerà più o men tempo, e poi gli piglieranno
-delle malinconie disperate. Per non aver creduto a chi mi dava questo
-consiglio, mi svegliai qualche volta con una così profonda ripugnanza
-per lo studio e per la casa, che scappai come un frenetico, corsi alla
-campagna, camminai tutta la giornata, dormii in un villaggio, e non
-tornai in città che il giorno dopo come torna un forzato alla galera.
-E non bisogna tuffarsi intero negli studî, anche per non perdere ogni
-attitudine alla vita sociale. Chi sta troppo solo, non più usato a
-tollerare i difetti dei suoi simili, a far sacrifizî d'amor proprio,
-a soffrire degli attriti spiacevoli, quando poi ritorna in mezzo
-alla gente si sente urtato e punto in mille modi, da mille parti. E
-va qualche volta tant'oltre questa sensitività penosa, da renderci
-insopportabile la più leggiera contraddizione. Nello studio solitario
-l'amor proprio ingigantisce; l'_io_ diventa formidabile. Le nostre
-fatiche eccessive par che ci diano il diritto, — qualunque sia il
-frutto che ne ricaviamo, — di tenerci da più degli altri. Assuefatti
-nel nostro piccolo mondo a regnar da principi assoluti, portiamo anche
-fuori di esso le pretensioni e le arroganze principesche. Bisogna andar
-sempre fra la gente per farsi rintuzzare le corna dell'orgoglio.
-
- *
- * *
-
-Una volta stetti tre mesi di seguito chiuso in casa a studiare, dalla
-mattina alla sera, non uscendo che un po' dopo desinare per pigliare
-una boccata d'aria. Facevo la colazione alla Franklin, bevevo appena un
-bicchier di vino al giorno, non fumavo, mi levavo la mattina all'alba.
-Volli esprimentare fino a che punto di elasticità e di forza si
-potessero condurre le facoltà mentali, e che miglioramento si operasse
-nelle morali, rifiutando al corpo tutto quello che infiacchisce le une
-e corrompe le altre.
-
- *
- * *
-
-I frutti del primo mese e di mezzo il secondo furono ammirabili.
-Sentivo la verità di quella sentenza del Rousseau: — Un giovane che
-vivesse in questa maniera fino a venticinque anni, schiaccerebbe poi
-facilmente tutti gli altri. — La memoria mi s'era fatta più facile e
-più tenace; capivo a volo cose che prima mi davan da pensare un'ora;
-idee che pel passato mi si svolgevano nella mente come un filo
-sgomitolato a fatica, ora scoppiettavano tutte insieme, al menomo
-tocco, come un nuvolo di scintille; ragionando, sentivo che andavo
-più addentro; parlando, dovevo fare uno sforzo per contenere la piena
-delle parole che volevano prorompere. Poi, per quello che riguarda
-il sentimento, valeva addirittura il doppio. La commozione che mi
-dava la lettura delle cose poetiche, era più pronta e più durevole.
-Leggendo ad alta voce certi versi, mi sfuggivan persino delle grida.
-Mi rendevo ragione di certi esaltamenti, che m'erano parsi fino allora
-inesplicabili, di artisti, o di uomini nati per essere artisti, che
-alla lettura di certi libri erano stati presi dalla febbre, avevan
-dato in voci e in gesti da spiritati. E di tutti gli effetti di
-quella maniera di vita, quello che mi colpiva di più era questo: che
-il mio pensiero tendeva sempre a andare in su, a smarrirsi fuori del
-mondo. Per ore e ore non facevo che fantasticare intorno agli astri,
-all'immortalità dell'anima, all'infinito. Mi ero chiuso la porta
-di casa, scappavo pel tetto. Ma, in complesso, il miglioramento era
-grande.
-
- *
- * *
-
-Il terzo mese fu un mese di lotta, e finì colla mia sconfitta. Mi
-parve che la mia intelligenza diventasse inerte e la mia memoria
-s'intorbidasse. Rimaneva la commovibilità, ma era giunta al segno
-da potersi chiamare piuttosto irritazione morbosa che vigore sano di
-sentimento. Ero diventato stravagante. A volte, smettevo di leggere,
-per far dei giuochi di forza colle seggiole, fin che sgocciolavo di
-sudore. Sovente mi mettevo davanti allo specchio e discorrevo con me
-gesticolando e ridendo. Ebbi perfino paura che mi desse un po' volta il
-cervello. La mia padrona di casa mi diceva spesso: — Ma che vita la fa,
-caro signore? — L'ultima settimana non studiai quasi affatto. Eppure
-non volevo cangiar vita. Era una picca d'amor proprio. Avevo detto
-agli amici che non mi sarei più fatto vedere; non m'avean creduto;
-volevo spuntarla. Finalmente, una sera, irruppero in casa mia alcuni
-compagni del buon tempo, mi chiusero i libri, mi misero il cappello, mi
-cacciaron fuori a spintoni, e fu finita. Dopo d'all'ora passai due mesi
-quasi nell'ozio: solita conseguenza di queste pazzie di solitudine.
-Ma il primo giorno la pagai cara. Svegliandomi non mi ricordai subito
-della scappata della sera, e corsi col pensiero alla vita di prima.
-Allora il ricordo saltò su, vidi i miei bei propositi andati in fumo,
-la catena dei miei sacrifizî spezzata, tutto l'edifizio innalzato nella
-solitudine, in rovine; e mi sentii oppresso da una grande tristezza,
-come una fanciulla alla quale fosse stato tolto a tradimento il diritto
-di portare quel nome.
-
- *
- * *
-
-Il miglioramento che s'era operato in me in quel primo mese di vita
-austera, mi fece persuaso di questa verità, che bisognerebbe pestar
-bene nella testa a tutti i giovani: che, cioè, noi non ci accorgiamo
-del danno che fanno all'intelligenza e al cuore i disordini giovanili,
-anche quelli che paiono, per la loro natura e per la loro misura, più
-perdonabili; ma che ne fanno, ne fanno, ne fanno. Un giovane d'ingegno
-vivacissimo e di vita disordinata, col quale un giorno mi trattenni
-su questo argomento, diceva: — Sì, ammetto, si reggerà un po' meno al
-lavoro, si scriverà cinque ore invece di dieci; ma l'ingegno non ne può
-soffrire; un uomo d'ingegno riman sempre un uomo d'ingegno; il lavoro
-della creazione artistica non può essere turbato. — E che ne sai? gli
-domandai. Puoi tu accorgerti di tutte le piccolissime alterazioni che
-si producono nella misteriosa macchina del pensiero? Puoi dire, quando
-ti si desta nella mente quel tumulto d'idee che precede l'ispirazione,
-puoi dire che non se ne desterebbe nessuna di più, se il giorno prima
-non avessi disordinato? Si citano i grandi scrittori che han menato
-una vita disordinata. Ma chi può dire che i cattivi versi e le pagine
-scipite che sono uscite anche dalla loro penna, non corrispondano
-appunto a quei giorni della loro vita in cui non vissero come dovevano?
-Sappiamo noi se, vivendo in un'altra maniera, non avrebbero fatto
-un'opera completa di ciò che ci hanno lasciato in frammenti?
-
- *
- * *
-
-Un giovane che stia solo, se studia, se riman molto in casa, non solo
-finisce per amare la sua casa, ma per rispettarla; e molte cose che
-prima non gli parevano, gli paiono dopo una profanazione. Fra quelle
-quattro pareti dove avete provato tante nobili emozioni, leggendo,
-scrivendo, fantasticando creature eccelse e grandi amori, vi ripugna,
-vi umilia lasciar penetrare qualcuno per cui i vostri studî, il vostro
-ingegno, la parte più eletta di voi, è un argomento di riso o un
-mistero.
-
- *
- * *
-
-La gioia che viene dalla fatica è grande, e grande quella che viene
-dall'ingegno; ma più grande senza paragone è quella che viene dalla
-fatica dell'ingegno. — Io lavoravo da quasi un anno intorno a quel
-soggetto; non avevo mai fatto, sopra un soggetto unico, un così
-lungo lavoro; e perciò mi pareva assai più lungo di quello che ora mi
-parrebbe. Quando s'ha la penna facile, e molte cose belle da dire (o se
-non belle, liete), pare che lo scrivere dovrebbe essere un godimento,
-che la giornata dovrebbe riuscir breve alla furia dell'opera, che l'ora
-del lavoro dovrebbe essere aspettata con desiderio impaziente. Eppure,
-erano appena due o tre giorni ogni quindici quelli in cui mi mettevo
-a tavolino volentieri e scrivevo di vena; tutti gli altri giorni
-pigliavo la penna collo stesso animo col quale lo schiavo afferra lo
-strumento del lavoro che lo rifinisce. Certi giorni avrei preferito
-vangare, spaccar legna, e portar sacchi come un facchino, piuttosto che
-scrivere. Rimandavo d'ora in ora il momento di cominciare, cercando
-mille pretesti, come per ingannare me medesimo; e talvolta, per
-salvarmi dal rimorso di quell'ozio, m'imponevo delle fatiche ch'erano
-in realtà assai più gravi che quella dello scrivere; come fare una
-carta geografica, studiare a memoria lunghi squarci di prosa, imparare
-sterminate filze di vocaboli d'una lingua straniera. Quando non avevo
-ancora scritto che una cinquantina di pagine del mio libro, mi pareva
-che, una volta arrivato a metà, avrei tirato un gran respiro e sarei
-andato innanzi sino alla fine, quasi senza sforzo; e pensavo sempre
-a quella metà benedetta, come si pensa al termine d'un viaggio pieno
-di traversie. Ma arrivato che ci fui, non provai nulla di quanto
-avevo sperato; e rimisi le mie speranze ai due terzi. Quante volte,
-anche dopo fatto più di mezzo il lavoro, fui tentato di rinunziare a
-finirlo! Quante volte mia madre, vedendomi in un canto della stanza
-colle braccia incrociate e gli occhi fissi, mi domandò: — Ebbene,
-a che punto siamo? — e io le risposi: — Indietro, cara, indietro, e
-ho paura che non andrò più innanzi! — Mi ricordo che invidiavo mio
-fratello, perchè impiegato che non aveva che da andare all'uffizio;
-che invidiavo tanti miei amici i quali non scrivevano che articoletti
-di giornale; che invidiavo tutti coloro che non avevano sul collo
-quel giogo di dover star tanti mesi lì a tavolino a stillarsi sulla
-stessa cosa, quella prigionia dell'immaginazione, quella schiavitù
-del pensiero, quel supplizio di tutti i giorni e di tutti i momenti.
-Finalmente giunsi alle ultime pagine. Ebbi un ultimo scoraggiamento,
-chi lo crederebbe? quando non me ne rimanevan più da scrivere che una
-quarantina; ma fu breve; dopo di che mi prese un'attività impetuosa,
-gioiosa, febbrile, che durò fino al momento che scrissi l'ultima
-parola. Ricordo come se fosse ieri l'ora, il tempo, la luce che
-inondava la mia stanzina, l'odore di primavera che di tratto in tratto
-mi portava il vento, e persino l'ordine in cui eran disposti i miei
-fogli sul tavolino, quando scrissi con mano agitata la parola: — Fine.
-— Dio buono, era un ben meschino lavoro quello ch'io finivo, appetto
-alle fatiche ventenni (rido del paragone) del Gibbon, del quale avevo
-letto pochi giorni innanzi la bellissima prefazione alla _Storia della
-decadenza dell'impero romano_! Eppure, in quel momento, sentii anch'io,
-come lui, l'immensa gioia della libertà riacquistata, e mi parve di
-affacciarmi a una nuova vita. Mia madre non sapeva nulla; il giorno
-prima le avevo detto che mi rimaneva un'altra settimana di lavoro; e
-la mattina medesima le avevo annunziato che appena scritta l'ultima
-pagina avrei rimesso in ordine i miei libri che da parecchi mesi erano
-tutti sossopra, e fatto un _ripulisti_ generale sul tavolino, che era
-un monte di carte e di prove di stampa da non potercisi raccapezzare.
-L'ordine nella mia stanza sarebbe stato il segnale della fine del mio
-lavoro. Mi misi dunque in fretta e in furia, ma senza fare rumore, per
-non mettere sull'avviso mia madre, a ordinare, a pulire, a sgombrare,
-col tremito in cuore di esser sorpreso, trattenendo ogni momento il
-respiro per sentire se nessuno s'avvicinava, ridendo da me come un
-fanciullo e soffocando le risa, finchè tutti i libri furono al posto,
-tutte le cartacce nella cesta, e sul tavolino non rimase che il
-calamaio, la penna e gli ultimi fogli del manoscritto. Allora sedetti
-ed aspettai; il cuore mi batteva forte, mi sentivo il volto acceso,
-sudavo. Passarono alcuni minuti, nessuno veniva: cominciai a tossire;
-mi misi a cantarellare. Allora udii nella stanza vicina il passo di
-mia madre, mi alzai, le corsi incontro. Essa mi guardò e mi domandò
-con aria di meraviglia: — Che cos'hai? — Io le accennai il tavolino
-e dissi: — Guarda! — Guardò, non capì subito, stette un momento sopra
-pensiero, e poi gridò con uno slancio di gioia: — Ma dunque hai finito!
-— Io le gettai le braccia al collo, ed essa mormorò con voce commossa:
-Povero figliuolo!
-
-Tutt'a un tratto mi sentii mutare quella gioia vivissima in un
-sentimento quasi di mestizia. Mia madre se ne accorse e mi domandò:
-— A che pensi? — O madre mia, risposi, penso che per meritare questa
-soddisfazione avrei dovuto fare ben altro lavoro! Nondimeno son
-contento (e qui soggiunsi una frase che soglio dirle quando son
-contento, e che la fa sempre ridere) e ti ringrazio d'avermi messo al
-mondo.
-
-Ciò detto, le porsi il braccio, uscimmo dal mio gabinetto, e facemmo la
-nostra entrata trionfale nella stanza da pranzo dov'era il resto della
-famiglia.
-
-Vorrei che la donna che mi ama m'avesse visto in quel punto, perchè, lo
-dico francamente, ero bello.
-
- . . . . . . .
-
-
-
-
-UN INCONTRO
-
-
- Caro ***
-
-Ti spiego la cagione del _singolare aspetto_ che tu mi vedesti, giorni
-sono, quando c'incontrammo di sfuggita nella stazione di A.ª Non t'ho
-da raccontare un'avventura, od è un'avventura diversa dalle solite, che
-consiste in un sentimento piuttosto che in un fatto. Ti ricordi della
-_Soireé perdue_ del Musset, di quella figura gentile vista al teatro
-e perduta d'occhio all'uscita? Io ti debbo raccontare qualche cosa di
-simile.
-
-La mattina di quel giorno, partendo da T***, entrai, per caso, in un
-vagone, dove non c'era che una signora, seduta dalla parte opposta
-all'entrata, col viso rivolto fuori. Sentendomi entrare, si voltò, mi
-diede un'occhiata, e riprese l'atteggiamento di prima. Era una signora
-sui quarant'anni, pallida, sottile, un po' accasciata della persona, e
-vestita con quella trascuratezza signorile, che rivela più l'abitudine
-che lo studio dell'eleganza. Il treno partì senza che entrasse nessun
-altro.
-
-Mentre io stava aspettando che si voltasse per vederla meglio, essa
-fece un gesto colla mano per aggiustarsi i capelli; un gesto che, sul
-primo momento, mi colpì; e un momento dopo, pensandoci, mi destò una
-lontana reminiscenza insieme a un sentimento di grata meraviglia. Avevo
-una canna fra le mani, la lasciai cadere; essa si voltò — la vidi in
-viso — e il cuore mi diede un balzo. Non m'ero ingannato, era lei.
-Essendosi accorta che avevo mostrato di conoscerla, da quel momento
-in poi si voltò di tratto in tratto a guardarmi, come se aspettasse
-che io le dirigessi la parola; e così potei vederla bene e finire di
-riconoscerla.
-
-Dio del cielo! Io non avrei mai creduto che un viso umano potesse in
-così breve tempo cangiarsi tanto. È vero che non l'avevo più vista
-da quattordici anni; ma a quel tempo — me ne ricordo — essa aveva
-vent'anni al più; era fresca, florida, splendida; era una delle più
-belle signore della piccola città di G. che io pure abitavo; ed ora,
-poco più che trentenne, pareva invecchiata non di quattordici, ma quasi
-di trent'anni. Appena si riconosceva, piuttosto che ai lineamenti,
-a una certa espressione del suo sguardo dolce insieme e triste, che
-pareva il presentimento d'una vita sfortunata, ed era la sua più
-cara attrattiva. S'era fatta smorta, aveva qualche ruga sulla fronte,
-qualche capello bianco sulle tempie, e le mani smunte e color di cera.
-Che cosa era seguíto nella sua vita? Io non ne sapevo, e non ne so
-ancora che assai poco e in confuso. Prima dei diciott'anni era rimasta
-vedova, e due anni dopo s'era rimaritata. E fu appunto in quel tempo,
-quando colui che fu poi il suo secondo marito, le faceva la corte,
-che io la conobbi — nient'altro che di vista — e da lontano. Seppi
-poi che il suo secondo marito era un uomo disordinato e violento, e
-ch'essa menava una vita assai triste; ma ero lontanissimo dal pensare
-che potesse aver sofferto tanto da trasfigurarsi in quella maniera. Ora
-su quel viso si leggeva una lunga storia di disinganni, di sagrifizî,
-di torture. Pace, bellezza, gioventù, tutto se n'era andato. Erano
-stati quattordici anni di distruzione. Non le rimaneva più che quello
-che non si può perdere: la grazia, e quella dignità tranquilla e soave
-che viene dalla vita onesta, dalla rassegnazione, e dall'abitudine dei
-sentimenti gentili.
-
-Passata la prima meraviglia e il primo senso di tristezza, pare che
-tutto avrebbe dovuto finir lì. Ma per me c'era una ragione che mi
-faceva sentire con più amarezza il suo cambiamento, che mi destava per
-lei un sentimento di viva pietà, una sollecitudine gentile, qualche
-cosa a cui non so trovare un nome, ma che mi metteva il desiderio di
-coprir di baci quella povera mano consunta; il desiderio, che so io?
-che un assassino ci assalisse, e che difendendola, mi toccasse una
-pugnalata — non dico nel petto — ma almeno in un braccio o in una
-mano, tanto da poter dire d'aver versato un po' di sangue per lei.
-Non potevo staccar gli occhi dal suo viso. Quando incontravo il suo
-sguardo mi veniva il suo nome sulle labbra. Stropicciavo le mani,
-ero inquieto; avevo bisogno di parlarle, e non osavo. Essa finì per
-accorgersi della mia inquietudine e ne parve meravigliata e intimorita.
-Allora, vedendo che non m'era più possibile tacere, perchè dovevo, se
-non altro, giustificare il mio contegno, mi feci coraggio e le domandai
-timidamente:
-
-— Perdoni.... Lei è la signora ***? e dissi il nome del suo secondo
-marito.
-
-La mia timidità, e il fatto che io sapessi il suo nome, la
-rassicurarono completamente. Mi rispose di sì e stette a guardarmi con
-molta curiosità.
-
-— Glie l'ho domandato — soggiunsi — perchè non ne ero ben certo....
-Erano quattordici anni che non avevo la fortuna di vederla.
-
-Arrossì, pensando certo al gran cambiamento che dovevo aver notato in
-lei, e mi guardò attentamente come per cercare di riconoscermi e dirmi
-nello stesso tempo che non mi riconosceva.
-
-— Lei non può sapere chi sono nè ricordarsi d'avermi veduto. Io non ho
-mai avuto l'onore di parlarle. La conoscevo di vista, nella città di
-G., nell'anno 1860. Io avevo quattordici anni, andavo ancora a scuola.
-Lei era vedova. La sua casa aveva il portone in via degli Olmi, ma lei
-entrava sempre per la porticina della strada accanto. Lei andava al
-teatro tutte le sere, nel palco numero nove, prim'ordine, a destra.
-Portava sovente un vestito di seta lilla. La sera del primo dell'anno
-le cadde un braccialetto in platea. Aveva un ventaglio tutto d'avorio
-e teneva per abitudine la mano destra fuori del palchetto.
-
-La signora rimase meravigliata, stette un po' pensando, e poi esclamò
-sorridendo: — È vero!... Ma come mai si può ricordare di tutte queste
-cose?
-
-— Vuol che glielo dica francamente? — domandai.
-
-— Lo dica pure, — rispose, guardandomi con grande curiosità.
-
-— E mi promette prima di credere che qualunque cosa io dica, non dirò
-una sola parola che non si accordi col profondo rispetto dovuto a una
-signora come lei?
-
-Mi guardò un momento con stupore, e poi rispose titubando: — .... Non
-ne potrei dubitare. Ma di che si tratta dunque?
-
-— Animo.... Bisogna pur dirlo. Lei è stata la prima donna che io ho
-amata in vita mia. — È detto.
-
-Arrossì, si mise a ridere, e dopo avermi guardato attentamente,
-rispose: — Non è possibile.
-
-— Non è possibile? — io dissi. — È tanto possibile che è vero come il
-sole, cara signora. Mi faccia la grazia d'ascoltare. Mi ricordo ogni
-cosa come se fosse ieri. L'avevo vista le prime volte al teatro, e
-m'ero fatto abbonare da mio padre, unicamente per vederla, e mi mettevo
-ogni sera nell'ultimo banco della platea in faccia al suo palco. Da
-principio non era che simpatia, che so io? ammirazione. Poi, a poco
-a poco, mi si accese il cuore e la testa.... Perdoni, signora, se
-m'esprimo in questi termini; non saprei dir la cosa altrimenti....
-Insomma, finii per innamorarmi perdutamente di lei.... Le giuro che le
-dico la verità.... E non può immaginare fino a che segno arrivassi. Chi
-m'avesse costretto a mancare una sera al teatro, m'avrebbe messo alla
-disperazione. Io stavo delle mezz'ore intere a guardarla, immobile,
-inchiodato, pietrificato, che m'avrebbero potuto fotografare cento
-volte. Mi par strano persino che non se ne sia mai avvista. Se ne
-avvidero altri. Poveretto me, se sapesse quante ne passavo! La farò
-ridere. Quando lei entrava nel suo palchetto, mi pareva che il fruscío
-del suo vestito fosse un gran rumore che facesse voltare tutto il
-teatro a guardarmi, e mi sentivo morire dalla vergogna. Non perdevo,
-non dico un movimento della sua testa, ma nemmeno una contrazione del
-suo viso, delle sue labbra, della mano che teneva fuori del palco.
-Quando i suoi occhi cadevano, per caso, sul mio banco, mi saliva
-un'ondata di sangue alla testa. Cose da non credersi. Se sapesse quante
-parole appassionate le dicevo dentro di me, guardandola, quando sonava
-l'orchestra! Quante volte ho desiderato che pigliasse fuoco al teatro,
-per correre a salvarla! Mi rodevo di dispetto contro gli ufficiali
-che passavano sotto il suo palco, e colla punta del cheppi toccavano
-quasi il suo ventaglio. Avrei schiaffeggiato gli uomini che andavano
-a farle visita. Una sera fischiai un tenore che lei aveva guardato col
-canocchiale. Le mie serate, insomma, erano una successione di rossori,
-di batticuori, di gelosie, alle quali, il giorno dopo, corrispondevano
-altrettante sgrammaticature nella composizione latina. Capisce,
-signora? E fra tanti ammiratori che la circondavano, a lei non passava
-nemmeno per la mente che il più ardente di tutti fosse un povero
-scolaretto di ginnasio, il quale non doveva avere che quattordici anni
-dopo la fortuna di rivolgerle la parola.
-
-La signora che durante la mia chiacchierata ora aveva sorriso, ora
-arrossito, e ora corrugato le sopracciglia, quand'ebbi terminato, rise
-più forte e si coperse il viso col ventaglio. Poi mi domandò con viva
-curiosità: — Ma dice tutto questo sul serio?
-
-— Sul serio? — io continuai. — Le dirò ben altro. Me lo permette?...
-Che vuole?... Provo un gran piacere a rammentare quel tempo che fu il
-più tempestoso della mia adolescenza. La cosa era giunta al punto,
-che quando, in casa mia, sentivo pronunziare il suo nome, scappavo
-in un'altra stanza col viso rosso come una melagrana. Studiavo in
-una stanzina con mio fratello maggiore, il quale di tratto in tratto
-mi diceva: — Ma la vuoi finire coi tuoi sospiri, che mi sembri un
-innamorato del Metastasio? — Non studiavo più, ero distratto. Una notte
-sentii mio padre che parlando di me domandava sottovoce a mia madre: —
-Hai notato nessun cambiamento, da un tempo in qua, nelle sue maniere?
-E un'altra più curiosa. Il professore d'italiano ci diede da fare una
-composizione a tema libero; io scelsi l'_Innamorato_ e scrissi una tale
-scempiaggine che fece ridere tutta la scuola e mi coprì di vergogna. Si
-figuri che fra le altre frasi, c'era questa: _La testa dell'innamorato
-è un'urna di lagrime e di sospiri_.... A poco a poco, m'ero ridotto
-al segno che arrossivo passando davanti alla sua casa, incontrando le
-signore che vedevo al teatro con lei, udendo pronunziare una parola che
-rammentasse alla lontana il suo nome. Quando vedevo comparir lei in
-fondo a una strada, mi pigliava un tremito alle gambe, e scantonavo;
-se non ero più in tempo a scantonare, mi cacciavo in una bottega; se
-non potevo cacciarmi in una bottega, tornavo indietro. Era un terrore.
-E ogni sera m'andavo a rinfocolare al teatro e facevo peggio. Mi passò
-fin per la mente di indirizzarle una lettera, di scrivere qualche cosa
-col carbone sui muri delle sue scale, di gettarle un mazzo di fiori da
-un tetto, di travestirmi e andar a portar legna in casa sua. Infine,
-vuol che le dica tutto, signora? Lei mi deve essere molto riconoscente
-perchè parecchie sere, tornando dal teatro tutto commosso, esaltato,
-mezzo fuori di me, e non sapendo come sfogarmi altrimenti, pregai per
-lei con un fervore che.... se ne avessi messo la metà a prepararmi agli
-esami, non m'avrebbero rimandato.
-
-La signora rise di nuovo coprendosi il viso col ventaglio, e disse: —
-Ed io che non mi sono mai avvista di nulla! È strano!... Ma è proprio
-tutto vero?... — e sempre sorridendo, ma con una curiosità, se posso
-dir così, più raccolta e più seria, mi domandò: — E dopo? e si rimise
-in atto di ascoltare.
-
-— Dopo, — io ricominciai — .... venne il peggio. Verso la fine del
-carnevale cominciò a frequentare il suo palco quello che fu poi suo
-marito. Lo vuol credere, signora? Ancora adesso, dopo tanti anni,
-provo un sentimento di compassione per me quando penso a quello che ho
-sofferto in quei giorni. Le prime volte che intesi dire intorno a me al
-teatro: — Eh! pare che il nodo si stringa! — Pare che sia un matrimonio
-bell'e fatto! ecc., — creda che, benchè fossi un ragazzo, mi son
-sentito agghiacciare il sangue. Ogni sorriso, ogni parola a bassa voce
-che loro si scambiavano, mi era una stilettata al cuore. Che so io? mi
-pareva d'esser tradito. A lei.... perdonavo. Lui.... bisogna pure che
-io dica tutta la verità.... l'odiavo con tutte le forze dell'anima.
-Lo vedevo per tutto. Lo sognavo, era il mio incubo. Volevo sfidarlo.
-Lo guardavo di sbieco. Un giorno, per la strada, se n'accorse, senza
-capirne il perchè, naturalmente; e si fermò a guardarmi; io abbassai
-gli occhi e tirai dritto. Infine corse la voce del suo prossimo
-matrimonio. Ne fui desolato. Non può farsi un'idea di quello che
-mi passava per l'anima. Pensavo di andare a qualche finestra, sulla
-strada dove lui passava, e di lasciargli cader sulla testa una grossa
-pietra. Mi proponevo di andarmi a gettare a suoi piedi e supplicarla
-per amor di Dio di non sposarlo se non voleva vedermi morto. Mi venne
-in mente di farmi frate, di fuggire in Svizzera, di diventare uno
-di quegli uomini terribili dei romanzi che hanno un perpetuo sorriso
-mefistofelico sulla faccia di marmo. Addio latino! Addio studî! Passavo
-ore intere nel cortile di casa mia a martirizzare le lucertole e i
-vermi; un giorno m'incisi una mano colle forbici e per poco non svenni
-vedendo spicciare il sangue; una sera rubai una bottiglia di vino nella
-dispensa e m'ubbriacai come un facchino in un ripostiglio di mobili
-vecchi, al buio.... Venne finalmente quel giorno terribile.... La sera,
-la banda della guardia nazionale suonò sotto le sue finestre. Da casa
-mia si sentiva la musica. Ero avvilito, angosciato, disperato. Mi venne
-l'idea d'uccidermi. Scesi nel giardino con una corda e m'avvicinai a
-un albero.... ma mi mancò il coraggio. Allora mi misi a piangere, mi
-buttai in terra, e stetti tutta la sera là, solo, al buio, accovacciato
-come un cane, con la mia corda fra le mani, pensando a lei, e
-chiamandola di tratto in tratto per nome, fin che la banda cessò di
-suonare ed io corsi a casa a gettarmi nelle braccia di mia madre, alla
-quale confidai ogni cosa. Mia madre fece le grandi meraviglie, rise,
-mi consolò, mi condusse a letto, mi diede la buona notte ridendo, e per
-parecchi giorni, di tratto in tratto, continuò a guardarmi fisso, poi a
-baciarmi ed a ridere ancora. Il giorno dopo lei partì con suo marito e
-non ho più avuto la fortuna di vederla. Ecco la storia del mio amore,
-cara signora. Ho aspettato quattordici anni a raccontargliela: spero
-che non mi accuserà di precipitazione. Se poi volesse sapere perchè
-glie l'ho raccontata, dico la verità, sarei imbarazzato a risponderle.
-Il fatto è che ho sempre desiderato d'incontrarla un giorno o l'altro
-per farle questo racconto; e che soddisfacendo il mio desiderio, ho
-trovato un'emozione gentile, piena di rispetto e di gratitudine per
-lei.
-
-A questo punto la signora, che m'aveva ascoltato con un'attenzione
-sempre crescente, si coperse il viso, ma senza ridere; poi mormorò con
-voce un po' commossa, sorridendo leggermente: — Certo che... lei m'ha
-detto delle cose molto gentili.... e io debbo ringraziarla.... — Qui
-rise di nuovo, ma quasi facendo uno sforzo; tornò a coprirsi il viso e
-rimase qualche momento in quell'atto. Che cosa abbia pensato in quei
-momenti, non saprei. O che il mio racconto, richiamandole vivamente
-alla memoria un tempo in cui era felice, e sperava un avvenire
-migliore, le abbia inacerbito il sentimento dei suoi disinganni; o che
-ripensando il tempo in cui poteva ispirare degli affetti così ardenti,
-abbia sentito con più amarezza il rammarico della sua gioventù e della
-sua bellezza perduta innanzi tempo; o che l'immagine di quello schietto
-e profondo amore giovanile, le abbia fatto parer più triste di non
-essere stata amata da colui al quale aveva consacrata la vita; il fatto
-è che quando abbassò il ventaglio — con mia grande meraviglia — aveva
-il viso tutto rigato di lagrime.
-
-— Signora! — le dissi vivamente, prendendole una mano. — Che vedo
-mai?... Le ho ridestato qualche ricordo doloroso? Mi perdoni....
-sono stato imprudente.... non me ne darò mai più pace.... Mi perdoni,
-signora!
-
-Essa fece cenno di no, che non avevo nessuna colpa; poi sorrise e si
-asciugò gli occhi con una mano lasciando un momento l'altra mano nella
-mia.
-
-In quel punto il treno era arrivato alla stazione dove io dovevo
-scendere.
-
-— Signora, — le dissi al momento di mettere il piede sul montatoio — mi
-faccia una grazia.... mi permetta di baciarle la mano che teneva fuori
-del palchetto!
-
-Me la porse, glie la baciai tre volte, e rialzando il viso, vidi nel
-suo atteggiamento e nei suoi occhi una così cara espressione di bontà,
-di mestizia, di rassegnazione; e nello stesso tempo tanta dolcezza e
-tanta grazia, che rimasi un momento attonito a guardarla ed esclamai
-ingenuamente e con tutto il cuore: — Siete sempre bella!
-
-— Non è vero! — rispose mestamente, ma sorridendo, e fece cenno di no
-col ventaglio.
-
-Io m'allontanai, mi voltai indietro e feci cenno di sì col capo.
-
-— No, — ripetè essa col ventaglio — e si ritirò dallo sportello.
-
-Il treno partì, e nello stesso momento uscì dallo sportello la sua
-mano, che rimase così appoggiata, col ventaglio in giù, nello stesso
-atteggiamento in cui soleva tenerla fuori del suo palchetto al teatro.
-
-Il viso non ricomparve.
-
-Io accompagnai quella mano cogli occhi.
-
-Era un addio — era un'immagine della sua giovinezza e della mia
-adolescenza — era un rimpianto del passato — era un'espressione di
-gratitudine — era qualche cosa d'infantile, di pietoso e di melanconico
-— era come la mano d'una morta che si fosse rifatta viva un momento
-per dare un ultimo saluto alla vita. — Addio! Addio! — dissi nel mio
-cuore quando mi sfuggì dalla vista — Addio, cara larva! cara memoria
-mia! e rimasi.... rimasi come tu mi trovasti quando c'incontrammo nel
-vestibolo della stazione.
-
-
-
-
-EMILIO CASTELAR
-
-
- 5 dicembre 1873.
-
- _Caro_ ***.
-
-È naturalissimo il tuo desiderio di sapere qualche particolare intorno
-a Emilio Castelar, ed è giusto il rimprovero che mi fai di non averne
-parlato che vagamente nel mio libro.
-
-Io solevo accompagnarlo da casa sua alle Cortes e lo conobbi in quelle
-brevi conversazioni assai meglio che nei suoi libri. Non ti meravigli
-ch'egli usasse così famigliarmente con me straniero e sconosciuto,
-poichè, oltre ad essere molto alla mano con tutti, è così matto
-dell'arte italiana, che coglie con piacere ogni occasione di parlarne
-e d'udirne parlare anche dagli ignoranti.
-
-Il Castelar ha questo di curioso, che a vederlo, a stargli insieme,
-nessuno direbbe mai che sia un grande oratore. All'aspetto non ha nulla
-di notevole. È piccino, grassoccio, calvo, e ha due grand'occhi, che
-spirano un'aria di cor contento. A udirlo poi, sembra meno che mai
-quello stess'uomo che strappa gli applausi alle Cortes. Parla a pause,
-stilla le parole come per pigliar tempo di cercare la frase, non casca
-mai nella declamazione, non si lascia mai sfuggire un'espressione
-che non convenga al linguaggio famigliare. Di più, mentre parlando
-alle Cortes tratta ogni argomento con una specie di dignità tragica,
-nella conversazione famigliare discorre in tuono di scherzo anche
-delle cose più gravi. Se qualche volta esce dallo scherzo, casca
-nell'indifferenza; ma non dà mai nel serio. Non ho mai visto sul suo
-viso, nè udito nella sua voce la più leggera espressione di sdegno. E
-infatti a lui, come oratore, manca assolutamente quell'_effet terrible_
-che descrive Vittor Hugo parlando del Mirabeau, e quella, se si può
-dire, forza della collera, per la quale grandeggia qualche volta il
-Gambetta. Egli piace, seduce e spesso commove; ma non fa mai paura. Non
-si può dire che ha i _fulmini dell'eloquenza_; ma i lampi, i raggi,
-che so io? l'iride; poichè i suoi discorsi brillano più di colori
-gentili che di luce feconda. Un giorno che era annunziato un discorso
-del Castelar, un ministro disse giustamente ai suoi colleghi: — Oggi
-il pavone Castelar fa la ruota. — Ma aveva ragione anche un dotto
-Carlista, il quale, rimproverato da un suo amico perchè gli piacevano
-quelle _bolle di sapone_ del Castelar, si scusò dicendogli ch'eran le
-più belle che si facessero in Spagna.
-
-Il primo giudizio che portai del Castelar, fu che non avesse punto
-fiele nell'anima. Guardandolo negli occhi quando parlava senza ira
-di gente che lo detesta e lo diffama, non gli vidi mai _quelle crespe
-delle palpebre e quei guizzi e colori dell'orbe_, come dice benissimo
-il reverendo padre Bresciani, che rivelano i sentimenti nascosti dalle
-parole. Soltanto mi parve che non fosse insensibile alle punture
-della gelosia oratoria, perchè un giorno, alle Cortes, nel momento
-che si alzava Cristino Martos, oratore _de pelo en pecho_ (col pelo
-sul petto), come si dice in spagnuolo, per dire un uomo di polso; e
-che da tutte le parti della sala si faceva improvvisamente un profondo
-silenzio; vidi il Castelar rannuvolarsi e tentar di far uno sbadiglio
-che non gli riuscì di finire.
-
-Un sentimento che prova la sua gentilezza d'animo, e che non credevo di
-trovare in lui, così genuinamente spagnuolo, è una profonda avversione
-per le corse dei tori. — Non me ne parli! — mi disse un giorno facendo
-un atto di ribrezzo: — è una stupida barbarie che vorrei veder bandita
-per l'onore del mio paese.
-
-Da principio non riuscivo a raccapezzare come la pensasse in fatto di
-religione. Spiritualista avevo capito subito che lo era; ma non capivo
-se fosse cristiano, ossia se credesse nella divinità di Gesù Cristo.
-La sua opera _La civiltà nei primi cinque secoli del cristianesimo_
-(quattro volumi che si potrebbero ridurre in uno, se si bada alla
-sostanza, e che si vorrebbe fossero cento, se si bada alla forma) non
-mi lasciava dubbio che fosse ardentemente cattolico. Per contro i suoi
-discorsi politici non mi lasciavan dubbio che fosse libero pensatore.
-Un giorno gli domandai _ex abrupto_ una spiegazione, e mi parve che
-la domanda non gli riuscisse gradita, come segue di tutte le domande
-che ci obbligano ad affermare qualcosa di cui non siamo sicuri. — Una
-volta, mi rispose, ero cattolico; ora.... son razionalista. — E cambiò
-discorso. È insomma anche lui di quei moltissimi che si agitano _fra
-la fede e un dubbio serio ed inquieto_, come scriveva il Manzoni al
-Giusti; e se avesse da dire in termini recisi quello che pensa e che
-crede, si troverebbe imbarazzato. Certo è che la fede nell'esistenza di
-Dio e nell'immortalità dell'anima, è il sentimento che gli ha inspirato
-le più eloquenti parole dei suoi libri e dei suoi discorsi.
-
-Come tutti gli artisti, è un po' vano e ghiotto della lode; ma la sua
-vanità è così ingenua, che non solo non ristucca, ma piace. Qualunque
-lode gli si dia, se la piglia, sta zitto e lascia che si tiri innanzi,
-come se si parlasse di un altro. Qualche volta poi dondola il capo come
-per dire: — dite bene, avete ragione, io pure son di questo parere. —
-Un giorno mi disse amichevolmente: Se lei vuol avere un'idea del mio
-genere d'eloquenza, venga a sentire il discorso che farò la settimana
-ventura contro la politica estera del governo. Ma lei dalla tribuna dei
-giornalisti non può vedermi in viso, e perde il mio gesto.... Ebbene
-le farò dare un biglietto per una delle tribune di rimpetto; così non
-perderà nulla. — Il mio principale merito, — disse un'altra volta — è
-quello d'aver saputo dire in lingua pura e in stile elevato molte cose
-nuove che pare non si possano dire che a scapito della dignità dello
-stile e della correttezza della lingua. — In questo modo si libera la
-gente dalla seccatura di dare il proprio parere. Un giorno gli lessi
-un brano d'un suo discorso che avevo tradotto in italiano, ed egli mi
-disse candidamente: È bello anche in italiano.
-
-Come tutti gli uomini d'immaginazione viva e di cuor caldo è
-facilissimo all'ammirazione, e non serba, nell'esprimere questo
-sentimento, nessuna misura. Quando loda qualcuno o qualcosa, i suoi
-amici non gli credono più. Un giorno, alle Cortes, un deputato domandò
-a un collega, il quale aveva conosciuto il Gambetta a Parigi, se questo
-Gambetta gli fosse parso veramente quel grande uomo che molti dicevano.
-— Domandalo al Castelar, — gli rispose il collega; — egli lo conosce
-meglio di me. — Che! — disse l'altro; — in queste cose il Castelar è un
-bambino. — E in fatti la biografia del Gambetta scritta dal Castelar,
-piuttosto che il ritratto d'uno storico fedele è il panegirico di
-un partigiano infatuato. Un'altra volta un deputato, me presente,
-domandò al Castelar che impressione gli avesse fatta Garibaldi la prima
-volta che gli aveva parlato. Il Castelar allargò le braccia e alzò
-gli occhi al cielo, esclamando con enfasi: — _Amigo! La de un hombre
-extraordinario_ (quella d'un uomo straordinario). — Me lo immaginavo,
-— rispose l'amico; — ma già su tutto quello che dici tu bisogna fare la
-tara. E per dirne ancor una, ricordo che, mentre il Castelar mi levava
-a cielo un tal Santa Maria di Siviglia che canta con molta grazia le
-canzonette andaluse, affermando che il Tamberlick, il Mario, lo Stagno,
-appetto a lui non valevano un fico secco, parecchi amici suoi diedero
-in uno scoppio di risa, e uno gli domandò: — Ma quando la finirai con
-codeste esagerazioni, don Emilio?
-
-Solevo interrogarlo intorno al lavorío col quale prepara i suoi
-discorsi, intorno a quei segreti d'artista, _a quei misteri_, per dirla
-con Giambattista Giorgini, _che l'anima celebra con sè stessa_. Egli
-mi spiegò in che maniera fosse riuscito a parlare e a scrivere così
-facilmente e correttamente, e le sue parole mi parvero la rivelazione
-d'una nuova teorica dello scrivere, alla quale ho pensato continuamente
-d'allora in poi. — Con chiunque parli, mi disse, — e di qualunque cosa
-parli, non avessi che da dare un ordine al mio servitore, non trascuro
-mai l'espressione, cerco sempre di dir la cosa come la direi se le mie
-parole dovessero venir scritte o stampate in sull'atto. E ogni volta
-che mi balena un pensiero, lo esprimo subito a me medesimo come se
-dovessi esprimerlo a un altro; non mi lascio nulla nel capo in istato
-di embrione; penso continuamente parlando con me stesso a periodi
-finiti. — In fatti corregge pochissimo le cose scritte. Ma benchè
-prepari di lunga mano i suoi lavori per scrivere bisogna che abbia
-fretta. Diceva che non poteva far nulla, se non aveva lo stampatore
-alla porta.
-
-Con lui parlavo spagnuolo, e ci voleva del coraggio; ma spesso mi
-pregava di parlargli italiano. — Capisco l'italiano, — diceva, —
-ma non lo parlo, perchè non lo voglio profanare. In Italia badavo
-sempre a pregar la gente che mi parlassero italiano e non francese.
-Bella! mirabile lingua! Però, lasciatemelo dire: se per la poesia è
-meglio la lingua italiana, per l'oratoria preferisco la spagnuola. —
-Su questo punto non voleva intendere ragioni. Qualche volta anzi gli
-pigliavano dei dubbi anche sulla poesia, e ripeteva quei versi famosi
-dell'Espronceda, coi quali un cavaliere imita il suono della corsa
-sfrenata del suo cavallo:
-
- Mis ojos fuego en su inquietud lanzando
- Campo adelande devorando van.
-
-E dicendoli con quella voce sonora e con quel gesto vigoroso, li faceva
-parere anche più belli ed efficaci di quello che sono; ma è superfluo
-il dire che non mi lasciava persuaso.
-
-Tutti sanno quanto egli ama l'arte italiana, ma soltanto quelli che lo
-conoscono possono sapere quanto e come l'ha studiata. Non c'è quadro
-o statua o basso rilievo di Firenze, di Roma o di Venezia ch'egli
-non abbia stampato nella memoria e non sia in grado di descrivere
-minutamente come se l'avesse visto il giorno innanzi. Parla delle
-nostre città, nominando strade, palazzi e porte, come parla di Toledo
-e di Siviglia. Firenze, _la ciudad_, com'egli la chiama, _de la
-inteligencia_, è la sua città prediletta. — _Allì_, mi disse un giorno,
-_el último limpiabotas tiene mas sello academico que nuestros individuo
-de número_. — (Là l'ultimo lustrascarpe ha più carattere accademico che
-i nostri accademici). Un giorno, mentre alcuni amici suoi parlavano
-di politica, egli interruppe bruscamente la conversazione, a cui non
-badava, e fermandosi in mezzo alla strada colle braccia incrociate
-sul petto, esclamò con un accento di profondo stupore: — _Y decir que
-la puertas de Ghiberti son del siglo quince!_ — (E dire che le porte
-del Ghiberti sono del secolo quindicesimo!) Quando si parla d'arte
-italiana, va in visibilio. L'ho visto cangiar di colore e tremare
-discorrendo d'un quadro del Tintoretto — _Mas si os digo_, — gridava
-battendosi la mano sulla fronte — _que se siente crujir la seda!_ — (Ma
-se vi dico che si sente il fruscío della seta!)
-
-Avrei da scrivere molto se volessi riferire tutti i detti arguti che
-intesi da lui, e gli aneddoti ameni di cui è amantissimo.
-
-Diceva dello Zorilla: È un uomo che ha tutti i difetti d'un
-temperamento artistico, senz'alcuna delle buone qualità.
-
-A un amico materialista che gli aveva mandato un libro, nel quale
-trattava dell'influsso del cibo sul pensiero, diceva: — Sta bene, ma
-tu devi ancora scrivere un libretto per dimostrare quali sono i passi
-del _Don Chisciotte_ che il Cervantes scrisse nei tempi in cui mangiava
-pane di granturco.
-
-Raccontava che un giorno, essendo a desinare in una famiglia, la
-padrona di casa, in fin di tavola,, gli aveva detto, arrossendo un
-pochino: — Signor Castelar, lei ci dovrebbe fare l'immenso favore di
-declamarci un bel discorso mentre prendiamo il caffè — Qui il Castelar
-rimaneva muto rifacendo tale e quale il viso che aveva fatto in quel
-momento, e ti assicuro che c'era da scoppiare dalle risa.
-
-Un giorno passeggiando nel Prado, il Castelar, un suo amico monarchico
-e un terzo importuno ch'ero io, vedemmo venir verso di noi un uomo
-colla faccia stravolta, che parlava e gesticolava da sè. Il Castelar
-mi tocca col gomito e dice sottovoce: — Costui è uno che aspirava
-alla corona di Spagna. Prima che fosse eletto il duca d'Aosta andava
-egli stesso distribuendo ai deputati le schede col suo nome per il
-giorno della votazione. Non si faccia scorgere: è matto. — Il matto
-intese quelle parole, e si fermò; qualcuno che passava si fermò pure;
-si formò un gruppo di gente. Quando fummo a due passi da lui, prese
-un atteggiamento drammatico e voltandosi verso il Castelar, gli disse
-ad alta voce: — Ebbene, sì, io volevo esser re; ma non sono mai stato
-un impostore come lei! — Detto questo si allontanò brontolando; la
-gente rise; il Castelar fece uno sforzo per ridere egli pure, ma
-era diventato rosso come una fragola. — Bravo! — gli disse l'amico
-battendogli la mano sulla spalla; — son contento di vedere che non
-hai ancora perduto il pudore. — E che! — rispose pronto il Castelar; —
-credevi che io fossi diventato monarchico?
-
-La sua sala di studio, in casa, è l'immagine della sua testa; o per
-meglio dire, era l'immagine, perchè non so se il Presidente della
-repubblica viva ancora come viveva il modesto deputato. Statuette,
-vasi di fiori, gabbie d'uccelli, opere di filosofia, libri di versi,
-medaglie antiche, cataloghi di musei, atti ufficiali, lettere di
-elettori, stampe, ritratti, giornali, opuscoli; si vedeva un po'
-d'ogni cosa sparpagliato sui tavolini, sulle seggiole e pel pavimento,
-in un disordine pittoresco, che faceva ridere e fantasticare. Là,
-in mezzo ai suoi amici e ai suoi libri, il Castelar era più bello
-a vedere che alle Cortes. Un giorno un amico suo fece il giro della
-sala con una bacchetta in mano, e toccando l'uno dopo l'altri tutti i
-cassetti dei tavolini, disse col tuono d'un cicerone: — Signori! Qui
-sono i manoscritti pei giornali del Perù. — Qui, quelli pei giornali
-del Messico. — Qui, quelli pei giornali di Cuba. — Qui, quelli pei
-giornali del Brasile. — Qui, quelli pei giornali degli Stati Uniti. —
-E qui, quelli pei giornali del vecchio continente. Quando un editore
-si presenta, il Castelar apre un cassetto, vi tuffa le mani a occhi
-chiusi, e butta via quello che trova. — Il Castelar disse una volta che
-le corrispondenze dei giornali d'America gli rendono quindicimila scudi
-all'anno. E pensare che pochi anni prima, per guadagnare qualche soldo,
-scriveva prediche per preti di campagna!
-
-Mi raccontò egli stesso, un po' per volta, le prime vicende della sua
-vita, dicendomi di tratto in tratto che, se volevo, pigliassi pure
-degli appunti. È nato a Cadice nel 1832. Suo padre, uomo studioso,
-benchè agente di cambio, e possessore d'una ricca biblioteca, morì
-in età ancor fresca, lasciando la moglie e il piccolo Emilio, che
-non aveva ancora sette anni, in grandi strettezze. Una sua sorella
-d'Alicante li accolse in casa tutti e due, e la signora Castelar si
-consacrò tutta all'educazione del figliolo, facendo per lui, fra gli
-altri sacrifizi, quello di conservare e di arricchire la biblioteca
-paterna, affinchè egli prendesse per tempo amore ai libri. Il Castelar,
-in fatti, ebbe fin da ragazzo, più che amore, manía per la lettura, e
-l'ha ancora, poichè legge continuamente, per le strade, nelle Cortes,
-a tavola, a letto, nel bagno, da per tutto dove può tener sotto gli
-occhi un libro o un giornale. Con questo gran bisogno di leggere nacque
-in lui quasi ad un tempo un gran bisogno di parlare, e ancora bambino,
-diede prova di straordinaria facondia. — Facendo gli altarini — mi
-disse, — io e i miei piccoli compagni, solevamo pronunziare ciascuno
-un'orazione sacra dall'alto d'una seggiola ravvolta in una coperta da
-letto. _Yo era el espanto de todos._ (Io ero lo spavento di tutti). — A
-dodici anni fu mandato a Elda, dove studiò la lingua latina, e cominciò
-a scrivere con grande ardore novelle, discorsi storici, dissertazioni
-religiose, poesie, commedie, poemi, saggi d'audacia, com'egli disse,
-più che d'ingegno; i quali finiron tutti nel fuoco. Le prime vere prove
-d'ingegno e d'eloquenza le diede in Alicante dove si trasferì nel 1845
-per fare il corso di _segunda enseñansa_. Qui si dedicò con entusiasmo
-alla filosofia, alla storia e alla letteratura, e in questi studi andò
-innanzi d'un gran tratto a tutti i suoi colleghi, parecchi dei quali,
-che seggono ora nelle Cortes e professano principi politici affatto
-contrari ai suoi, come don Carlos Navarros, il Gallastra ed altri,
-attestano che sin d'allora era opinione di tutti, ch'egli sarebbe
-diventato un grande oratore e un grande scrittore. Da Alicante andò
-nel 1848 a Madrid, dove vinse al concorso un posto gratuito d'alunno
-nella _Escuela nacional de filosofia_, e d'allora in poi, non solo
-provvide al suo mantenimento, ma scrivendo nei ritagli di tempo che gli
-lasciavano gli studi, guadagnò tanto da mantenere sua madre. Pubblicò
-in quel tempo, tra le altre cose, un giornaletto letterario, in cui
-i letterati ammirarono per la prima volta il suo stile nitidissimo
-e scintillante. Suo cugino don Antonio Aparisi, il rinomato oratore
-cattolico, leggendo un giorno uno di quegli articoli, disse alla
-signora Castelar: — Zia mia, bisogna aver gran cura di questo ragazzo,
-perchè se continua come ha cominciato, farà molto rumore nel mondo.
-— Fin qui, però, le glorie del Castelar non erano state che glorie
-scolastiche. Egli si rivelò per la prima volta alla Spagna nel 1854,
-all'età di ventidue anni. Un amico, incontrandolo un giorno per strada,
-gli annunziò che c'era un'adunanza popolare nel Teatro Reale, e gli
-domandò perchè non ci andasse. Il Castelar non rispose altro che: —
-Vado — e corse al Teatro. Quando arrivò, molti oratori avevano già
-parlato, il pubblico era stanco, l'adunanza stava per sciogliersi. Ciò
-non ostante il Castelar, risoluto a parlare, salì sul palco scenico e
-cominciò: — Signori! Io vengo qui a difendere le idee democratiche....
-— Un vivo bisbiglio di disapprovazione lo interruppe. La sua persona
-esile, la sua voce sottile, il suo atteggiamento fanciullesco,
-non ispiravano alcuna fiducia; lo presero per uno scolaretto; gli
-gridarono: — Basta! Basta! Un'altra volta! Un'altra volta! — Il
-Castelar, piccato, s'incaponì e tirò innanzi. A poco a poco si fece
-silenzio; poi s'udi qualche voce d'approvazione; a un tratto, scoppiò
-una tempesta d'applausi; infine ogni periodo fu applaudito con furore,
-l'oratore venne condotto fuori quasi in trionfo, il suo nome corse
-di bocca in bocca, i giornali di Madrid lo levarono a cielo, tutta la
-Spagna, in pochi giorni, lo ripetè: il Castelar fu celebre da quella
-sera. La España, autorevole giornale letterario, disse, pubblicando
-il suo discorso: — _Està destinado a reemplazar à todos nuestros
-grandes oradores y à reemplazarlos con ventaja._ — E il pronostico s'è
-avverato.
-
-Ora ha in mano le sorti della Spagna, se pure le sorti d'un paese così
-sfasciato possono mai ridursi nelle mani d'un uomo solo. Che cosa farà?
-È un riesci, come si dice in Toscana. Ma io questo ti posso dire,
-che quando lo vedevo, in mezzo ai suoi amici, prorompere in scoppi
-di risa da giovanetto di quindici anni; o volgere in mente qualche
-bel periodo poetico da incastonare in un discorso, mentre un collega
-badava a parlargli di leggi e di votazioni; o fare il viso del malumore
-perchè il giorno che doveva parlare non c'eran signore nelle tribune;
-e in tutte le conversazioni saltar sempre dalla politica all'arte,
-dal ragionamento al sentimento, dalla terra alle nuvole; se qualcuno
-m'avesse detto allora: — Costui fra un anno governerà la Spagna in
-queste e queste condizioni, — con tutta l'ammirazione che avevo per
-lui, avrei dato una scrollatina di capo, e detto tutt'al più: Chi sa!
-le vie della Provvidenza sono infinite....
-
-E poi leggi questo brano di discorso pronunziato da lui alle Cortes,
-due anni fa. — «Come? Non è individualista il ministro dell'interno?
-E se è tale, non comprende il gran poema della libertà di commercio?
-La terra ha attitudini diverse; i climi dánno diversi prodotti; ma
-grazie al grand'Ercole moderno, grazie al commercio, con codeste navi
-che ora paiono grandi uccelli marini, e ora lasciano la bianca traccia
-nell'acque e la densa nube di fumo nell'aria, si riuniscono tutti i
-prodotti; la pelle che il Russo strappa agli animali smarriti nei suoi
-deserti di gelo e la foglia del tabacco che cresce al sole ardente del
-tropico; il ferro scoperto in Siberia e la polvere d'oro che il negro
-d'Africa raccoglie nell'arena dei suoi fiumi; le stoffe tessute in
-Inghilterra e i prodotti tratti dal seno dell'India, e tinti dei colori
-dell'Iride da quelle società, primi testimoni della storia; il dattero
-di cui si alimentava il patriarca biblico sotto le palme dell'antica
-Asia, e le perle preziose che genera il vergine seno della giovine
-America; il grato succo delle viti che abbellano le rive del Reno e
-l'ardente vino di Xeres, che reca disciolto nei suoi atomi il raggio
-del sole di Andalusia per riscaldar le vene degli intirizziti figli del
-norte....»
-
-A me pare che questo periodo basti per giudicare il Castelar come uomo
-politico, come bastano certi sorrisi a rivelare tutta l'anima d'un
-uomo. Mi pare che un oratore il quale fa in un parlamento una tirata di
-quella natura non possa esser capace di portare a salvamento la baracca
-d'uno Stato.
-
-Ma quando quest'uomo stesso, slanciandosi audacemente, non per
-proposito rettorico ma per impulso irresistibile del cuore, fuor dei
-confini dell'eloquenza politica, esclama con una voce che viene dal
-più profondo dell'anima: — Amo questa terra bagnata dalle lacrime che
-ho fatto spargere a mia madre! —; quando, accennando ai suicidi degli
-schiavi di Cuba, pronuncia con un accento che ti rimescola il sangue
-queste semplici parole: Signori deputati, che orrore! — quando, nella
-furia d'un'ispirazione che soverchia quasi le sue forze, rovescia
-sul parlamento attonito quei suoi periodi colossali, pieni di grandi
-immagini e di grandi sentenze, che passano sonando e sfolgorando come
-una legione di cavalieri del medio evo; quando, parlando di religione,
-versa la piena dei suoi pensieri affettuosi e malinconici, con una
-voce dolce e tremante, e col linguaggio solenne d'un sacerdote; quando
-racconta un atto d'eroismo, quando ricorda una sventura, quando invoca
-una memoria cara, quando consiglia, quando compiange, quando prega;
-quando infine scorda il parlamento e sè stesso, com'egli dice, e non
-vede più che terre e popoli lontani, e tutta la sua anima è nel suo
-cuore, e tutto il suo cuore nella sua parola; oh allora, quanto egli è
-grande ed amabile! come gli si perdonano tutte le sue vanità e tutte le
-sue utopie! con che gioia gli si salterebbe al collo dicendogli: — Ah!
-don Emilio, se non ti fossi mai immischiato nella politica!
-
-Infine, io credo che la miglior definizione che si possa dare di lui,
-sia la seguente, la quale contiene in quel che dice la lode ch'egli
-merita e in quel che tace la censura che gli è dovuta:
-
-È un grande artista e un gran.... buon ragazzo.
-
-
-
-
-UN CARO PEDANTE
-
-
-I mezzi pedanti, quelli che pedanteggiano per ambizione di farsi
-temere, poichè non riescono a farsi ammirare; i pedanti maligni, che
-s'accaniscono contro la parola perchè detestano la persona; i pedanti
-freddi, che sorridono e disprezzano, sono gente volgare e noiosa. Ma
-quello nato coll'istinto della pedanteria, quello che non dorme per un
-francesismo, che si scorruccia con un amico perchè ha scritto _figlio_
-invece di figliuolo, che sente una compassione sincera per chi scrive
-_toeletta_ invece di teletta, che inveisce contro un monosillabo colla
-voce strozzata dall'ira; quello, infine, che si rode e si consuma,
-che non è aguzzino, ma vittima, e che fa il pedante collo zelo e col
-coraggio d'un missionario di Nostra Santa Lingua Immacolata, questa
-specie di pedante mi piace e m'ispira rispetto, e credo che sarebbe un
-peccato che se ne perdesse la semenza.
-
-Di tale specie era un pedante che conobbi a Firenze, del quale
-m'è rimasto un ricordo amenissimo unito a un sentimento di sincera
-ammirazione.
-
-La prima volta che lo vidi, giovanetto com'ero ed entrato allora,
-a scappellotto, nella repubblica letteraria, mi fece una viva
-impressione. Lo vidi una sera in fondo a una bottega di libraio, che
-leggeva. Le sue mani lunghe e scarne, appoggiate sul libro, parevano
-due enormi ragni che stessero in agguato per afferrare le mosche
-_francesismi_. Il suo naso adunco, che quasi toccava la pagina,
-arieggiava il becco d'un uccello che frugasse fra le parole per
-trovare i vermi _improprietà_. Tutta la sua persona alta e magra, e
-incurvata sul tavolino, mi dava l'immagine di non so che strumento di
-tortura messo là per dilaniare lo scrittore che leggeva. Parlando col
-libraio, ch'era piemontese, mi sfuggì qualche parola di vernacolo,
-e nello stesso momento vidi apparire e sparire sul suo viso, che mi
-si presentava di profilo, una gran macchia bianca.... il suo bianco
-dell'occhio. Di tanto in tanto si addentava il labbro di sotto o rideva
-con isforzo, facendo ballare le spalle. Tutt'a un tratto chiuse il
-libro con dispetto e s'alzò esclamando: — Oh che gente! Oh che galera!
-— Poi prese il cappello ed uscì. Tutti i presenti risero ed io pure.
-Spinto dalla curiosità, m'avvicinai al tavolino e diedi un'occhiata al
-libro.... Era mio!
-
-Qualche tempo dopo, domandai informazioni sul conto suo a un amico
-che lo conosceva intimamente. — È una perla d'uomo, — mi disse; — ma
-un po' stravagante. Figuratevi ch'egli vive due vite: la vita reale,
-quella che viviamo noi, in mezzo ai nostri simili; e un'altra vita,
-puramente immaginaria, in un piccolo mondo ch'egli s'è creato colla
-lingua. In questo piccolo mondo, nel quale gli uomini son parole e le
-frasi avvenimenti, egli vi mette, o per meglio dire vi prova tutte le
-passioni che prova nell'altro. Ci ha le parole che ama come figliuoli,
-le parole che odia, le parole che disprezza, le parole che perseguita,
-le parole che gli turbano i sonni e le digestioni, le parole che lo
-consolano e che l'aiutano a sopportare i malanni della vita. Vi sono le
-frasi di cui si risente come d'un'ingiuria, quelle che lo affliggono
-come una sventura domestica, quelle che gli mettono nell'anima dei
-dubbi amari e lo fanno vivere in una continua inquietudine. Che suo
-figlio diventi un cattivo soggetto e che la parola _cómpito_ cambi a
-poco a poco di significato, son due calamità presso a poco uguali per
-lui. Che l'Italia riesca a rassestare le sue finanze e che il verbo
-_utimare_ pervenga a pigliare il posto del verbo _exploiter_, sono
-due buone fortune che egli desidera col medesimo ardore. Egli ha una
-sola grande aspirazione: che nel suo paese si scriva bene; e un solo
-grande dolore: che non si sappia più scrivere. I suoi affetti, i suoi
-pensieri, tutta la sua vita gira su questo perno: la purità della
-lingua.
-
-Da altri seppi di lui altre cose, che mi parvero incredibili, benchè mi
-fossero assicurate con insistenza. Si diceva che un giorno aveva tenuto
-con un suo servitore il dialogo seguente:
-
-— Tonio, il caffè.
-
-— Ce lo porto.
-
-— Che hai detto?
-
-— Che ce lo porto.
-
-— Hai gli otto giorni per cercarti un altro padrone, manigoldo.
-
-Una volta, un suo conoscente, incontrandolo per via, gli disse: — Ho
-letto con molto _interesse_ il vostro articolo. — Non me ne importa un
-fico, — egli rispose, — e gli voltò le spalle.
-
-Si diceva che una sera, in una conversazione, aveva dimostrato con
-un lungo ragionamento e colla massima serietà che un uomo capace di
-scrivere, — _al di là dei monti_, — invece di — _di là dai monti_, —
-messo al punto, sarebbe stato capacissimo di ammazzare a sangue freddo
-suo padre.
-
-Fossero o non fossero vere queste cose, dopo averne sentite tante,
-mi venne il desiderio di conoscerlo. Prima, però, volli sapere
-precisamente che cosa pensasse dei fatti miei, benchè la scena accaduta
-dal libraio non mi lasciasse alcun dubbio consolante. Un amico comune
-lo interpellò e n'ebbe questa risposta: — Ditegli che per quel ch'è
-sentimento, non c'è male; ma che per quello che riguarda la lingua,
-scrive come un Seraceno.
-
-Meno male! — pensai. — Ora, almeno, so a che paese appartengo, e qual
-è la _nazionalità_ di cui mi debbo spogliare.
-
-Gli fui presentato; m'accolse cortesemente. Il discorso cadde subito
-sulla lingua. Gli domandai dei consigli. Sospirò, mi disse che i
-tempi eran tristi, che non v'era più amor di patria, che i bricconi
-avevan il mestolo in mano; le quali cose si riferivano unicamente
-alla lingua, e non alla politica, come potrebbe parere. Gli domandai
-quali degli scrittori del giorno, dei più illustri, s'intende, e
-toscani, avrei potuto seguire, in fatto di lingua, per non uscire
-dalla buona via; e glieli nominai uno dopo l'altro. — Il tale? — Per
-amor di Dio! — rispose; — che mi tocca di sentire! — Il tal altro? —
-Oh numi! Ci mancherebbe anche questa! — Tizio, dunque? — Oh povero
-figliuolo, che cosa le passa per il capo! — E qui prese a citarmi
-una lunga filza di francesismi, d'idiotismi, di neologismi, d'errori
-d'ogni natura, sfuggiti a quegli scrittori, usando con la maggior
-serietà tutte le espressioni che sogliono adoperarsi al proposito
-degli scapestrati e dei malfattori, come ad esempio: — Le pare che
-questo sia un procedere da galantuomo? — Non so il tale dei tali che
-fine farà. — Bisogna proprio aver perduto ogni pudore, ecc., — a tal
-segno che, sapendomi colpevole d'una gran parte degli errori di cui
-accusava quei valentuomini, ebbi un momento il timore che m'agguantasse
-per la cravatta e mi conducesse alla questura. — Ma chi dunque scrive
-italiano? — domandai. — Nessuno! gridò, alzando il bastone. — Vi
-sarà qualcuno che scrive con parole italiane, in lingua, frase per
-frase, italiana; ma il complesso dello scrivere, ma l'ordito, ma il
-processo del pensiero, per Dio, è francese! francese! francese! La
-pelle è nazionale, il sangue che circola sotto, è barbaro! Barbari
-tutti, italiani rinnegati, scrittori senza coscienza e senza cuore! Se
-ne persuada, giovinotto! E una verità vergognosa, ma è la verità, la
-verità, la verità! — In quel punto eravamo arrivati dinanzi alla porta
-di casa sua. —
-
-Ma, — dissi io timidamente: — Alessandro Manzoni.... — Santissima
-Vergine! — esclamò turandosi le orecchie colle mani, e infilò la porta
-correndo.
-
-Un giorno assistetti a un battibecco curioso tra lui e il più grosso
-dei _due fondatori della prosa borghese_, di cui parla il Carducci
-nella sua poesia l'_Italia in Campidoglio_. S'era negli uffizi di
-una Rivista mensile col Mamiani, il Berti ed altri barbari. Il nostro
-personaggio inveiva contro «lo scellerato vezzo» di usare i nomi propri
-senz'articolo. — Vi assicuro, — diceva, — che quando leggo _la casa di
-Manzoni_ o _la statua di Dupré_, non capisco.
-
-— Andiamo, via, — gli rispose il prosatore borghese; — codesta è una
-esagerazione.
-
-— Vi dico che non capisco!
-
-— Vi sostengo che capite benissimo.
-
-— Vi ripeto che non capisco! gridò il purista col viso acceso.
-
-— Giuratelo! — urlò il _borghese_.
-
-— Lo giuro, per Dio! — tuonò l'altro balzando in piedi, e picchiando un
-gran pugno sul tavolino.
-
-— Avete giurato il falso! — ribattè il primo colla sua voce stentorea,
-in mezzo alle risa e al vocío generale, — e se mi sfidate, v'ammazzo
-senza pietà, perchè son sicuro che andate all'inferno!
-
-Il povero purista ricadde spossato sulla seggiola, esclamando con voce
-fioca e gli occhi rivolti al cielo: — _La casa di Manzoni!_... Oh che
-gente! Oh che paese!
-
-Un'altra sera entrò gravemente nella sala e disse con un accento
-di tristezza e di pietà, rivolgendo la parola a tutti: Bisognerebbe
-avvertire il Bonghi.
-
-Tutti pensarono che fosse accaduta al Bonghi qualche disgrazia.
-
-— Bisognerebbe, — continuò colla stessa gravità. — che se ne
-incaricasse un suo amico intimo. È una cosa che ormai passa tutti i
-limiti. Quell'uomo perde la testa.
-
-— Ma che cos'è seguíto? domandarono tutti con ansietà.
-
-Era seguíto che il Bonghi, in una delle sue rassegne politiche,
-aveva scritto _le fila dell'opposizione_ invece di _le file_. Tutti
-respirarono.
-
-E di questi aneddoti ne potrei citare una cinquantina.
-
-Con me, benchè mi tenesse in conto d'un buon diavolaccio, non potè
-mai fare la pace. Riconosceva i miei sforzi ed anco qualche progresso
-che avevo fatto dall'Arabia verso l'Italia; ma in fondo, per lui,
-ero sempre un Seraceno, e lo diceva ai miei amici, onorandomi di un:
-— Peccato! — e di un: — Forse, col tempo!... — che mi dava un po' di
-consolazione. Qualche volta, poichè era pedante, ma uomo di cuore, mi
-guardava fisso con un'espressione di benevolenza pietosa; pensava,
-credo, con rammarico, che io così giovane, ero già così miseramente
-traviato; prevedeva i dolori che m'aspettavano; si domandava che vita
-avrei trascinata, che razza di educazione avrei data ai miei figliuoli,
-che fine miserabile avrei fatta. Ma bastava che io gli domandassi
-improvvisamente: — _Cosa_ pensa? — perchè vedesse ricomparire sulla
-mia fronte il marchio inviso di Maometto, e mi guardasse come un'anima
-perduta.
-
-Ora la semenza di questa specie di pedanti si va perdendo. In fatto di
-lingua, tutte le maniche s'allargano; i puristi più austeri transigono;
-gli stessi accademici della Crusca, e i migliori, si lasciano sfuggire
-parole e modi nuovi, e tengon dietro al movimento della lingua; i
-pedanti indietreggiano da ogni parte, incalzati dalla necessità e
-dalla critica; la legione s'è ridotta un drappello, la marea monta e
-li affoga. Eppure, sarebbe un peccato che rimanessero tutti affogati.
-Nella letteratura, la varietà è ricchezza. È bene che ci siano i
-demagoghi temerari e i reazionari arrabbiati. Questi Don Chisciotte
-del vocabolario che si slanciano a lancia in resta contro le parole,
-hanno il loro bello; questi carcerieri della lingua non sono inutili;
-la critica del microscopio può far del bene.
-
-Oh mio buon pedante! non ti sdegnare contro di me, se ti cadranno
-sotto gli occhi queste pagine: io ti giuro sul Corano che non ebbi
-intenzione di offenderti. Io ti temo, ma t'amo, perchè nel tuo mondo
-di parole tu sei un artista, e sei un artista perchè ami, soffri e
-combatti. E prego il cielo che ti lasci lungo tempo ancora in questa
-valle di lagrime e di francesismi. E t'auguro che il buon sacerdote che
-ti assisterà nei tuoi ultimi momenti, ti parli correttamente la parola
-di Dio. E desidero che quando tu non sia più, tutti rammentino il tuo
-nome con affetto, nessuno con _interesse_; e che l'amico che scriverà
-la tua necrologia, non turbi il riposo delle tue ossa, dicendo che tu,
-su questa terra, hai fatto degnamente il tuo _cómpito_; ma proclami
-altamente che hai esercitato con onore il tuo ufficio. E chieggo a
-Dio come una grazia che se l'anima del Petruccelli della Gattina è
-destinata a salvarsi, egli la ponga in un altro cerchio del paradiso,
-perchè la tua felicità non sia turbata dal ridestarsi delle ire e dei
-dolori terreni. E così sia.
-
-
-
-
-UNA VISITA AD ALESSANDRO MANZONI
-
-
-È male parlar di sè, e peggio scriverne; ma quando l'Io, invece
-d'essere lo scopo di quello che si dice, non è che un mezzo per dire
-più facilmente e con più garbo cose che riguardano altri e possono
-riuscire gradite a molti, mi pare che sia lecito di servirsene; e tanto
-più quando quest'_altri_ sia Alessandro Manzoni, e quell'_io_ tanto
-piccino da non poter neppure essere sospetto di vanità.
-
-Lasciatemi dunque cominciare dal piccino.
-
-Io ero in collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio
-professore di letteratura italiana, quando gli presentavo una poesia,
-mi permetteva di leggerla, se gli pareva che lo meritasse, in piena
-scuola; e i miei compagni solevano farla stampare a proprie spese, cosa
-di cui mi rimorde ancora la coscienza. Una delle prime poesie stampate
-fu un canto alla Polonia, ch'era in rivoluzione appunto in quell'anno;
-nel qual canto dicevo ira di Dio dello Czar e del Papa, e facevo una
-descrizione fantastica dell'isola di Caprera, assicurando che il sole
-vibrava su quell'isola i suoi più splendidi raggi e gli angeli la
-guardavano dall'alto con una viva simpatia.
-
-Questo canto, concepito un giorno che il direttore m'avea messo a pane
-ed acqua, e composto quasi per intero nelle tenebre del Dormitorio,
-mi pareva allora una gran cosa; tanto che a un mio vicino di banco, il
-quale, dopo lettolo, mi aveva detto gravemente: — Questo canto resterà,
-— io, stringendogli la mano, avevo risposto con non minore gravità:
-— Speriamo. — In fine m'ero tanto montata la testa, che un bel giorno
-misi una fascia all'opuscoletto, stesi una lettera di accompagnamento,
-scrissi sulla busta e sulla fascia: — Al signor Alessandro Manzoni —, e
-buttai lettera e opuscolo, dopo esser stato un po' colla mano per aria,
-nella buca della posta.
-
-Passa una settimana, passano quindici giorni, passa un mese; nessuna
-risposta. Non me ne meravigliai; sapevo che il Manzoni scriveva
-pochissimo; m'avevano detto che riceveva ogni giorno un monte di
-lettere e di libri; era naturalissimo che avesse buttato i miei
-versacci in un canto; non ci pensai più.
-
-Un giorno, nel tempo della ricreazione, mentre facevo la ginnastica
-sulle parallele, il direttore mi chiama, corro, mi dà una lettera. Il
-carattere dell'indirizzo mi era sconosciuto. Guardo il bollo: — Milano
-— Chi può essere? Apro, leggo in capo alla prima pagina _Gentilissimo
-giovanetto_; volto, tutto il foglio è scritto; volto ancora, e vedo in
-fondo alla quarta pagina _Alessandro Manzoni_.
-
-Come rimanessi non lo so dire. Sul primo momento mi s'imbarbugliò la
-vista e mi tremaron le ginocchia; poi rimasi qualche tempo immobile,
-guardando quella firma, che pareva s'ingrandisse e s'impicciolisse
-a vicenda, come per effetto d'una lente avvicinata e rimossa. Infine
-corsi in un angolo appartato del cortile e lessi.
-
-Ah, mio Dio! Io non posso ricordar quella lettera senza un sentimento
-di mestizia. Riguardo ai consigli ch'io avevo avuto l'audacia di
-chiedere, c'era detto: — _Anch'io, nella prima gioventù, m'ero formato
-di scritti altrui un concetto dal quale, col crescer degli anni, ho
-dovuto detrarre. E non di meno non ho poi provato rammarico d'un errore
-che m'era stato occasione di voler bene anche ad uomini con cui non
-avevo alcuna conoscenza. Così spero che avverrà anche a lei riguardo a
-me e alla mia memoria._
-
-Riguardo alla poesia. — _Se le dicessi che i versi mi paiono senza
-difetti, sarei un adulatore; ma parlerei ugualmente contro il mio
-intimo sentimento se dicessi che non mi par di vederci il presagio
-d'un vero poeta. In mezzo a di que' difetti che col tempo si perdono,
-ci sento (non dia a queste parole altro valore che quello della più
-schietta sincerità) quelle virtù che col tempo si perfezionano e che
-nessun tempo può far acquistare._
-
-Riguardo ai versi della poesia che accennavano al Papa: —
-...._Religione e patria sono due gran verità, anzi, in diverso grado,
-due verità sante; e ogni verità può spiegar tutte le sue forze e usar
-tutte le sue difese senza insultarne un'altra. È vero che le persone
-sono naturalmente distinte dalle istituzioni, ma ci sono degli ordini
-di cose in cui gli oltraggi (parlo di oltraggi, non di ragionamenti,
-che, del resto, non sono materia di poesia) in cui, dico, gli oltraggi
-alle persone non possono non alterare il rispetto e la dignità della
-istituzione medesima_, ecc.
-
-E infine v'era scritto: — «_Ho qui nel mio giardinetto un giovane
-melagrano che questa primavera ha portato molti fiori, i quali in parte
-sono caduti, in parte allegano: il rigoglio di tutti e il sano vigore
-di alcuni annunziano insieme che quest'alberetto è destinato a dar
-frutti copiosi e scelti._»
-
-La lettera, ora che scrivo, è in un quadretto, e colui che
-dovrebb'essere il melagrano carico di frutti, la guarda con un misto
-di tenerezza e di rammarico, pensando alle sue splendide speranze dei
-sedici anni come a un bel sogno di tempi lontani.
-
-La lettera fu per il collegio un grande avvenimento; il professore
-di letteratura la lesse nella scuola; fuori del collegio, gli amici
-volevano vederla; io non capivo più in me della contentezza; la
-rileggevo cento volte al giorno; me la dicevo a memoria; la notte
-sognavo che me l'avevan rubata; per istrada mi pareva che quei che mi
-passavano accanto si ammiccassero fra loro, come per dirsi: — Eccolo
-là; — a tavola facevo i bocconi piccini, in iscuola pigliavo degli
-atteggiamenti ispirati; in casa dei parenti sorridevo con una bonarietà
-affettata, per far vedere che, in fin dei conti, mi consideravo sempre
-come loro parente.
-
-Quando si dice, le previsioni! Da quell'anno in poi non ho più scritto
-un verso altro che per onomastici di famiglia; non ho più avuto nemmeno
-la tentazione di scriverne; e sono ora profondamente persuaso che non
-sono nato per far dei versi. Chi me l'avesse detto allora, quando un
-prosatore mi pareva appena un uomo, e dicevo, leggendo il romanzo _I
-promessi sposi_: — Peccato che non sia in ottave!
-
-Quattro anni dopo ero sottotenente di presidio a Pavia, con un
-battaglione del mio reggimento. Non avevo mai visto Milano. Una
-mattina, svegliandomi, mi viene il ticchio di farci una scappata. Ma,
-e il permesso? To', bella idea! Mi faccio mandar da casa la lettera
-del _melagrano_, la mostro al tenente-colonnello, e gli dico: — Vorrei
-andar a Milano a vedere il Manzoni. — Così feci; la lettera venne,
-la diedi al mio capitano e lo pregai di domandarmi il permesso. Il
-tenente-colonnello, quando intese, prima di vedere la lettera, lo scopo
-della mia gita, esclamò: — Oh! oh! nientemeno! — come per dire: — Ci
-vuol della faccia; — ma, visto ch'ebbe la lettera, accordò il permesso
-dicendo: — È un altro par di maniche; vada e ce ne porti notizie.
-
-Partii la mattina seguente, era domenica, faceva un bellissimo tempo.
-Arrivato a Milano e sbarcato in non so che albergo vicino al duomo,
-domandai a un piccolo cameriere dove stesse di casa il Manzoni. — _El
-negoziant de mobil?_ — mi domandò alla sua volta. Ma che _negoziant de
-mobil_, — risposi; — il conte senatore scrittore Alessandro Manzoni.
-— Oh mi scusi! — esclamò il ragazzo arrossendo: — io credevo....; il
-senatore Alessandro Manzoni sta in piazza Belgiojoso; — e mi descrisse
-la casa. Era di buon'ora, scappai a vedere il Duomo, poi difilato in
-piazza Belgiojoso. Come mi battè il cuore quando vidi quella casa!
-Con che venerazione mi levai il chepì entrando nella stanzina del
-portinaio! Ma ahimè! Alessandro Manzoni era a Brusuglio. Salii subito
-in una carrozza e mi feci condurre a Brusuglio. Strada facendo pensavo
-alle prime parole da dirgli; alla maniera di baciargli la mano prima
-che avesse tempo di ritirarla, come sapevo che faceva sempre; al modo
-di tener la sciabola in sua presenza. Star davanti al Manzoni, pensavo,
-colla sciabola! Mi pareva che non andasse; l'avrei lasciata volentieri
-nella carrozza. Per la strada passavan contadine e contadini; mi
-parevan tutti visi di sante persone; in ogni vecchietta vedevo Agnese,
-in ogni giovane Renzo, in ogni bimbo Menico. Guardavo con insolito
-piacere quel cielo di Lombardia _così bello quand'è bello_, e quella
-campagna verde e tranquilla; i miei sentimenti e i miei pensieri,
-via via che mi avvicinavo, s'innalzavano; provavo quello che si prova
-salendo su per una montagna; mi pareva di respirare un'aria sempre più
-pura, e la mia mente si staccava dalla terra.
-
-La carrozza si fermò dinanzi alla villa, scesi, entrai nel giardino, un
-servitore mi venne incontro a domandarmi chi cercavo. Glie lo dissi:
-mi guardò da capo a piedi, e mi rispose un _ma_, che voleva dire: —
-Non so se sarà ricevuto. — Allora gli mostrai la lettera, la prese e
-accennandomi che lo seguissi si diresse verso la porta d'una stanza
-a terreno, dove entrò, dopo avermi pregato d'aspettare un momento.
-M'appoggiai all'uscio e tesi l'orecchio. Dopo un momento sentii una
-voce tremola pronunziare lentamente queste parole: — _Gentilissimo
-giovanetto. Degl'incomodi abituali non m'hanno permesso di ringraziarla
-nel primo momento, come desideravo vivamente, dei versi ch'Ella m'ha
-fatto il favore d'inviarmi_.... — Qui la voce tacque, e subito dopo
-uscì il servitore, il quale mi fece riattraversare il giardino ed
-entrare in un salotto, dove mi lasciò solo dicendomi: — Ora viene.
-
-Io stetti qualche minuto guardando la porta cogli occhi fissi, con
-tutta la persona immobile, respirando appena, come se fossi stato
-davanti a una macchina fotografica.
-
-La porta s'aperse....
-
-O miei benevoli amici e non amici, che mi avete detto tante volte e
-con tanta ragione, che il mio cuore è una spugna, che i miei occhi
-son due fontanelle di lagrime, che i miei soldati sono donnette e che
-tutte le righe dalle mie pagine sono come tanti rigagnoli che corrono
-al gran mare del pianto in cui morirò un giorno annegato, siate giusti;
-riconoscete che almeno questa volta io avevo diritto d'intenerirmi;
-confessate che anche voi altri vi sareste sentiti un leggero moto di
-convulsione alla gola; e allora mi farò animo e vi dirò che io, lungo
-come un granatiere, io, colla mia sciabola d'ordinanza e colle mie
-pompose spalline, io, quando il Manzoni comparve, gli corsi incontro,
-gli afferrai la mano e diedi in uno scroscio di pianto così improvviso,
-così violento e così sonoro, che quello di uno qualunque dei miei
-soldati sarebbe parso, al confronto, un vagito di bambino.
-
-Il buon vecchio mise la sua mano sulla mia e mi disse con accento
-amorevole: — Vede.... cosa vuol dire avere un carattere così.... buono
-e.... ingenuo; si provano delle sensazioni.... violente; si rimetta,
-via.... si rimetta.
-
-Riferire per ordine la conversazione che seguì poi, se si può chiamar
-conversazione un dialogo nel quale uno dei due interlocutori dice
-appena quello che è indispensabile per dar appiglio all'altro di
-parlare, non saprei. Ricordo che mi domandò sorridendo: — E la poesia?
-— e che avendogli io risposto che l'avevo lasciata in disparte, mi
-disse: — Torneranno, torneranno i tempi per la poesia. — Ricordo che
-parlò della battaglia di Custoza e disse: — _Fracta virtus!_; che
-recitò due strofe di una canzonetta del Brofferio intitolata: _El
-baron d'Onea_, fermandosi al verso: _a sauta_, _a pista_, _a braia_,
-per non dire la parola licenziosa ch'è nel verso seguente; che parlò,
-richiesto ripetutamente, del _Cinque maggio_, dicendo che gli aveva
-suggerito di scrivere quell'ode sua madre, mentre egli, all'annunzio
-della morte di Napoleone, s'era messo a declamare dei versi del Monti;
-ode, soggiungeva, piena di latinismi e di francesismi, della quale era
-ben lontano, quando la scrisse, dal prevedere _quel po' di fortuna_ che
-aveva avuta in seguito; e m'indicò, se non sbaglio, il tavolino su cui
-l'aveva scritta. Su quel tavolino v'era il _Fior di memoria_ del Cantù,
-che gli diede occasione di parlare d'un suo nipotino, il quale comparve
-poco dopo. Dopo il nipotino comparve il suo figliuolo primogenito. —
-Vede, disse il Manzoni, che questo figliuolo è una terribile fede di
-battesimo e che non posso più fare il giovanotto. — A una cert'ora mi
-lasciò per andar a desinare, e io rimasi solo, e mi misi a studiare a
-memoria i quadri, i mobili, i libri; e mi stampai così bene ogni cosa
-nel capo, che ce l'ho ancora, e sarei in grado di fare un inventario
-appuntino di quel salotto, come ne ho poi fatto molte volte lo schizzo
-a penna nella stanza dell'uffiziale di picchetto e nel camerino del
-furiere. Quando tornò s'andò a fare un giro nel giardino. Ricordo
-ch'ero impacciato a camminare, che inciampavo nella sciabola, che
-parlavo senza garbo, che facevo delle domande scipite e che standogli
-così accanto quasi da toccarlo colle gomita, avevo non so che vergogna
-di esser più alto di lui di quasi tutta la testa, e cercavo di farmi
-piccino; e provavo poi un vivo dispetto vedendomi in quel modo tutto
-luccicante d'argento vicino a lui vestito modestissimamente, e mi
-rincresceva di non essermi infilato il cappotto; e guardandolo quando
-mi precedeva di alcuni passi che andava chino e lento sulle gambe mal
-ferme: — Ah caro vecchio, dicevo tra me, se potessi darti la mia salute
-e la mia forza, con che cuore te la darei, dovessi anche domandare
-l'_aspettativa per infermità non provenienti dal servizio_!
-
-Venne finalmente l'ora d'andarsene; accommiatandomi, volli baciargli
-la mano; egli mi porse il viso e sentì forse l'umidità delle mie
-guance. — _Giuan, el legnn!_ — disse al suo cocchiere mentre uscivo;
-lo ringraziai accennandogli la carrozza che mi aspettava. Vidi,
-uscendo, le sue due belle nipoti, che forse avevano udito lo scroscio;
-attraversai il giardino facendo un gran strepito con quella maledetta
-sciabola che mi picchiava sulle gambe; e al momento di risalire in
-carrozza, voltandomi, lo vidi ancora fermo sulla porta che salutava col
-fazzoletto.
-
-— Addio! — risposi in cuor mio, — addio, padre, maestro, amico; addio,
-santo consolatore; oh se fosse qui il mio reggimento e potessi farti
-presentare le armi!
-
-E lo salutai militarmente, con tutte le regole, come avrei salutato un
-generale.
-
-Arrivato a Milano, all'albergo, scrissi a casa una lettera di otto
-pagine nella quale dicevo che Milano m'era parsa la più bella città del
-mondo, che il Manzoni era un angelo e che io ero felice.
-
-La sera tardi arrivai a Pavia, e rientrando in casa trovai parecchi
-amici sulla porta che mi domandarono tutti insieme: — Ebbene, l'hai
-visto? gli hai parlato?
-
-— L'ho visto, gli ho parlato e l'ho anche baciato! risposi.
-
-— Sentiamo, — gridarono tutti in coro, — siedi e racconta.
-
-— Dirò tutto, — risposi; — ma lasciatemi fare un po' di prefazione. È
-male parlar di sè; ma quando l'Io, invece di esser lo scopo di quello
-che si dice, non è che un mezzo per dire più facilmente cose che
-riguardano altri e che possono riuscire gradite a molti....
-
-— Oh basta! — esclamarono gli amici — che seccatura! di' dunque, come
-ti sei fatto ricevere?
-
-— Ve lo dirò, — cominciai; — ma bisogna ritornare un po' addietro.
-Io era in Collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio
-professore di letteratura....
-
-Diavolo! senz'accorgermene ricominciavo a scriver l'articolo. Si vede
-che dopo otto anni da quella visita, a pensarci, mi si confonde ancora
-la testa.
-
-
-
-
-ALCUNE OSSERVAZIONI SULLO STUDIO DELLA LINGUA ITALIANA
-
-(per i ragazzi non toscani).
-
-
-
-
-LA LETTURA DEL VOCABOLARIO
-
-
-Lessi, non è molto, in uno scritto dedicato a Teofilo Gautier, il
-seguente periodo: — «Un giorno il Baudelaire gli domandò: — Come avete
-fatto per imparare a scrivere in questo modo? — E il Gautier rispose:
-— Ho studiato molto il vocabolario. — Si dice infatti ch'egli soleva
-leggere il vocabolario con molto diletto. — Legger queste parole,
-e veder come cadere un velo dinanzi ai miei occhi, e apparire un
-vocabolario, come il pugnale a Macbetto, in aria, volto di costa verso
-la mia mano, perchè l'afferrassi, fu un punto. Compresi, voglio dire,
-tutto ad un tratto, e per la prima volta, che leggere il _Vocabolario
-della lingua italiana_, leggerlo da capo a fondo, e rileggerlo, e
-postillarlo, e farne spogli, e continuare a leggerlo, per consuetudine,
-un po' tutti i giorni, è più che un bisogno, un dovere di coscienza,
-non solo per chi scrive, ma per qualunque cittadino il quale desideri
-di morire senza rimorsi. Mi rammento che al balenare di questa verità,
-mi vergognai di non averla scoperta prima (per conto mio, ben inteso,
-che del resto la scoperta ha le barbe); e che appuntando il dito
-contro il calamaio, come per incaricarlo di rappresentare un momento
-la mia persona, gli gridai: — Arrossisci! — Poi presi a snocciolargli
-le molte ragioni, per le quali credevo che dovesse arrossire: — che
-nessuno, cioè, può ragionevolmente credere d'avere studiato la lingua,
-se non s'è servito del mezzo più semplice, più spiccio e più sicuro
-di conoscerne, se non tutti, quasi tutti gli elementi, e che questo
-mezzo non è altro che il _Vocabolario_, il solo libro nel quale della
-lingua si può vedere tutta la ricchezza, e abbracciarne, per così dire,
-il complesso, con una qualche sicurezza, nella quale l'intelletto si
-riposi, e dalla quale proceda poi, con maggior ardimento, a studiare
-nei libri. Che studiar la lingua soltanto nei libri, ed anco solo nel
-popolo che la parla, è uno studiarla a caso, poichè nei libri non ce
-n'è che una parte, nè il popolo la parla tutta, tacendo pure della
-impossibilità, quando tutta la parlasse, di tutta raccoglierla; del
-che si ha una prova nel fatto, che non v'è alcuno il quale scorrendo
-del _Vocabolario_ solo una minima parte, non trovi un buon numero di
-vocaboli propri a significare oggetti o fatti, ch'egli non soltanto
-non ricordava, ma di cui non sopponeva nemmeno l'esistenza, e a cui
-sostituiva definizioni, paragoni, giri di parole. Che il fatto di non
-studiarsi tutto il _Vocabolario_ è cagione che un'infinità di cose non
-si dicano mai, nè si scrivano da nessuno e in nessun luogo, neppure in
-Toscana; non essendoci altra maniera, fuor di questa, di sapere come
-si dicano, quando occorre di dirle, se non facendo ricerche spesso
-lunghissime, qualche volta vane, sempre seccanti: onde si preferisce
-di lasciar correre. Che nella lingua scritta, ed anco nella parlata
-dalla gente colta, per ciò solo che non si studia il _Vocabolario_, c'è
-molto meno varietà di quanta ce ne protrebb'essere, essendosi ciascuno,
-a una certa età, formato un corredo di parole e di modi, che gli
-bastano ad esprimere quello che ordinariamente ha da dire, e che però
-non s'accresce più, salvo che per straordinarî bisogni; mentre colla
-lettura assidua del _Vocabolario_ faremmo ciascuno al nostro linguaggio
-buttare ogni giorno delle messe nuove, e potremmo dire ogni giorno
-qualcosa di più, e di questo lavoro di tutti s'arricchirebbe la comune
-lingua parlata e scritta. E altre molte ragioni trite e ritrite, ma non
-mai ripetute abbastanza, la conclusione delle quali fu che io m'ero
-ingannato fino allora nel considerare il _Vocabolario_ come un libro
-fatto soltanto per rispondere quand'era interrogato; ch'esso era invece
-un libro da leggersi per disteso, come una storia, o un trattato, o
-un romanzo; e da tenersi sul tavolino da notte; e da portarselo, a
-fascicoli, nelle passeggiate in campagna.
-
-Mi misi a leggere, cominciando dall'A, con grande ardore, e divorai
-in pochi giorni parecchie centinaia di pagine, tempestando i margini
-di note in modo da non lasciarli più vedere. Che volete? Il diletto
-che ci provai fa tale e tanto, che non potei resistere al desiderio di
-esprimerlo, e sospesa la lettura, tirai giù le linee seguenti.
-
-Mi raffiguro una sala immensa, nella quale siano stati raccolti e
-schierati confusamente gli oggetti di cento Esposizioni universali.
-Attraversare di corsa questa sala dev'essere un piacere della natura di
-quello che si prova leggendo il _Vocabolario_. Voi trascorrete dalla
-città alla campagna, dal mare alla terra, dalla terra al cielo, dal
-cielo nelle viscere della terra, colla rapidità con cui trascorrerebbe
-la vostra immaginazione abbandonata ai suoi grilli. Accanto a un
-mobile di casa, vedete un'arma del medio evo, accanto all'arma un pesce
-raro, più in là una pianta asiatica, poi un ingegno meccanico, poi una
-pietra preziosa, poi un fiore, poi un edifizio, poi un tessuto. Trovate
-strumenti di tutte le arti, termini di tutte le scienze, vestimenti di
-tutti i popoli, usi di tutti i tempi, immagini di tutte le religioni.
-V'accompagna per la via un vocío continuo intercalato di proverbi,
-di bisticci, di frizzi plebei, di grida di meraviglia, d'insulti,
-di complimenti, di beffe, di saluti. Incontrate una folla di parole
-che vi paiono larve di persone; le dotte, tronfie, professori cogli
-occhiali; le antiquate, archeologi tabacconi, pieni d'acciacchi, che
-brontolano contro la gente nuova; le nuove, fresche, sfrontate, come
-giovanotti entrati or ora nel mondo, con qualche lettera commendatizia
-di scrittore autorevole; le comuni, uomini pubblici con un lungo
-codazzo di clienti; le sinistre, soggetti da questura; le altisonanti,
-spacconi da assemblee popolari; le leziose, nobiluccie affettate; le
-sconcie, donnaccie senza pudore, con un marchio di riprovazione sulla
-fronte; le straniere, viaggiatori smarriti; i diminutivi, frotte di
-bambini, in lunghe file, colle mamme alla testa. E voi passate accanto
-all'une, senza guardarle, come persone di casa; all'altre fate un
-saluto in aria d'indifferenza; a queste correte incontro come a gente
-dimenticata, che si rifaccia viva; a quelle vi fermate innanzi un
-momento, per fissarvene in mente l'aspetto; e quale vi fa ravvedere
-d'un errore, quale vi dà un consiglio amichevole, quale vi accenna un
-fatto storico, quale vi espone una tradizione popolesca; e voi pensate,
-ridete, fantasticate, e imparate lingua, storia, morale, poesia,
-scienza, giuochi, mestieri finchè chiudete il libro storditi, come
-all'escir da una sala dove aveste veduto insieme un teatro, un mercato
-e un'accademia. Che si può trovare di più in un libro? Come si può
-negare che sia un libro incantevole? E quando si potrà dire d'averlo
-letto abbastanza?
-
-Il Mantegazza nella sua _Fisiologia del piacere_ ha dimenticato il
-_Vocabolario_, ed è una dimenticanza che non gli si può perdonare.
-Mi ricordo d'un professore di matematica, ardentissimo della sua
-scienza, il quale, portate per la prima volta in scuola le Tavole
-dei logaritmi, chinò il viso sul libro fino a toccare il margine
-col mento, e agitando in alto le braccia tese esclamò con un accento
-d'inesprimibile soddisfazione: — Com'è dolce nuotare in questo oceano!
-— E così è dolce nuotare nel _Vocabolario_. Si va giù per le colonne
-come per la corrente d'un fiume, e le parole sono villette, piante e
-donnine schierate lungo la riva; ci si lascia andare, e si scivola
-placidamente, pensando a mille cose, come quando si scartabella un
-albo di paesaggi, e si canta. Il _Vocabolario_ è un libro fantastico.
-Si dice che la lettura delle _Mille e una notte_ desta nella mente un
-turbinío di immagini abbarbaglianti, che danno una specie di ebbrezza,
-seguíta da sogni deliziosi. Cinquanta pagine di _Vocabolario_ suscitano
-nella testa una folla d'immagini più fitta, più varia, più turbinosa,
-che quella delle _Mille e una notte_. Chiuso il libro, chiudo gli
-occhi, e vedo intorno a me una miriade di cose disparatissime, che
-girano e s'inseguono, spariscono e riappaiono, come un nuvolo di
-farfalle, produgendomi nella mente un tumulto piacevole, che mi dura
-anco nel sonno. Il _Vocabolario_ eccita i sensi.
-
-E lasciando da parte i piaceri, e per farla anche un po' da pedante,
-quante cose insegna nel suo casalingo linguaggio e colla sua paterna
-bonarietà, quest'aureo libro! Col suo costante, semplice e severo
-definire e specificare ogni cosa, dà contorno e lume alle vostre
-idee; così che dopo la lettura d'un'ora, se vi mettete a scrivere,
-non vi pare che quello che pensate e il come lo esprimete siano
-mai abbastanza chiari e determinati, e non vi contentate più della
-prima forma, e finite poi col far meglio. Col descrivere minutamente
-quegl'infiniti oggetti, che noi sogliamo indicare aiutando la parola
-col gesto, senza riuscir mai a porgerne l'immagine a chi non li abbia
-veduti, ci esercita alla descrizione minuta, all'uso delle parole
-proprie, a quel lavoro di musaico della lingua, a quella lotta contro
-le piccole difficoltà, che gli scrittori di libri letterarî scansano
-quasi sempre fingendo di sdegnarla, ma in realtà perchè la temono.
-Poi, la curiosità è mezza scienza, e il _Vocabolario_ ci mette ad ogni
-passo una curiosità; leggendo sentite il bisogno d'aver accanto ora
-un botanico, ora un meccanico, ora un archeologo, ora uno storico,
-chè l'affollereste di domande; non l'avete? la curiosità resta, le
-domande si appuntano, alla prima occasione si faranno. E poi, parola e
-pensiero son gemelli della mente: quante faville vi accende nella testa
-il _Vocabolario_! Il Gautier diceva che ci son parole diamante, parole
-zaffiro, parole rubino, che non domandano che d'essere incastonate; si
-può dir di più; ci son parole che gettan l'idea d'un lavoro; parole
-che dánno la sveglia a mille pensieri che ci stavano come ravvolti e
-nascosti in un angolo della testa; parole che ci ravvivano la memoria
-di tutto un libro dimenticato. E infine la lettura del _Vocabolario_
-fa l'effetto d'una lezione di modestia, perchè si può ben esser dotti,
-ma in ogni colonna si troverà sempre quella parola che ci fa dire: —
-Non sapevo! — e ci rende accorti d'una lacuna che avevamo nella mente.
-Molti lo dovrebbero leggere non foss'altro che per esercitarsi a tirare
-indietro, come la lumaca, le corna dell'orgoglio.
-
-Ma non solamente è un libro ameno, utile e morale; il _Vocabolario_ si
-fa anco amare perchè è il libro più intimamente «nazionale» di tutta
-la letteratura; ci han lavorato tutti i secoli, ci abbiamo lavorato
-tutti; dotti, analfabeti, fanciulli; c'è un verso d'ogni poeta e un
-periodo d'ogni prosatore; ogni grande avvenimento ci ha lasciato un
-ricordo: c'è la storia della nostra lingua; vi si trovano le traccie
-della lotta secolare tra la lingua prima e lo spirito trasformatore
-del popolo; vi son le parole moribonde, le vittoriose, le storpiate, le
-trasfigurate, le invulnerabili, le uccise, le sotterrate, le fracide,
-le risorte; è un vero campo di battaglia sul quale tutte le nostre
-provincie e tutte le nostre città hanno mandato soldati; è un libro
-tutto patria; il più nostro di tutti; si prova, a scorrerlo, quel
-piacere della proprietà che il Mantegazza annovera tra i più dolci; si
-gode a maneggiarlo come a palpare un mazzo di chiavi di casa nostra; a
-uno straniero che ci offendesse, daremmo sulla testa, in nome d'Italia,
-a preferenza d'ogni altro libro, questo; a volte ci si sente presi di
-vera tenerezza per lui; io gli batto la mano su, e gli dico; — Maestro,
-amico, consigliere, che sai tutto e rispondi a tutto ed a tutti, fido
-compagno degli studiosi, pedantone caro e glorioso, ti saluto! —
-
-Quante volte vi piglia la tentazione di consigliare la lettura del
-_Vocabolario_ come farebbe un medico d'un medicinale! Quando voi, per
-esempio, che non sapete parlare il dialetto, o che vi siete intestati
-di non volerlo parlare, entrando in una casa di buona gente, vedete
-ragazzi fuggire, signorine turbarsi, e padre e madre, dopo aver
-tentato, a più riprese, ma invano, di farvi cambiare linguaggio,
-pigliar quasi il broncio, e lasciar languire la conversazione; quanto
-volontieri, all'uscire, consegnereste alla cameriera un biglietto di
-visita con su scritto, a modo di ricetta: _Vocabolario!_ E quando vi
-si presenta un giovanetto, del quale si narran meraviglie, laureato,
-autore di belle poesie, che cinguetta il francese, l'inglese, il
-tedesco, e che poi, messo al punto di dovervi raccontare in italiano,
-alla lesta, non so qual caso seguíto a lui, s'impenna, si ripiglia, non
-può dire quello che vuole, e butta fuori strafalcioni da pigliar con
-le molle, con che matto gusto, finito quello strazio, gli mormorereste
-nell'orecchio, a modo di pietoso confessore: _Vocabolario!_ —
-Finalmente se si potesse fare quello che un mio amico repubblicano
-desiderava; il quale, per gettare lo spavento in cuore ai partigiani
-della monarchia che gavazzano alle spese del povero popolo, avrebbe
-voluto che non so quale smisurato gigante immaginato da lui, lanciasse
-dall'Alpi a Siracusa un tale grido di disperazione, da far traballare
-le mura e andare in frantumi i vetri di tutti i palazzi d'Italia;
-sarebbe a desiderarsi che questo gigante, rizzatosi in mezzo a tante
-migliaia d'Italiani che non vogliono parlar la lingua propria, o la
-stroppiano, o l'appestano, o la castrano, o la svergognano, gridasse
-con tutta la forza dei suoi prodigiosi polmoni: — _Vocabolario_.
-
-E poichè in questi giorni, — come intesi dire a un negoziante — tutto
-ciò che si scrive, anche in materia di letteratura, deve avere la sua
-«conclusione pratica» ne tirerò una anch'io da questo scritterello.
-E dirò come dice chiunque, ormai, che abbia tre lettere dell'alfabeto
-in testa, quando vuol mettere innanzi una proposta; se fossi Ministro
-della istruzione pubblica, dirò, metterei nel programma d'insegnamento
-per le scuole del Regno, colla più profonda convinzione di far cosa
-utile all'Italia, la lettura obbligatoria di tutto il _Vocabolario_
-della lingua, con spogli, commenti ed esame alla fine d'ogni anno.
-«Come si dice in italiano questo? e quello? e quest'altro?» domande
-ragionevolissime da fare a uno studente che sappia tant'altre cose.
-Dicono: — C'è dei _Prontuari_! — Lavoro fatto, non ci credo; bisogna
-comprar la lingua col nostro santo inchiostro e d'altra parte i
-_Prontuari_ non contengon che nomi. Non c'è tempo! Vediamo: io ho il
-Fanfani in mano, ultima edizione, millesettecento pagine, otto volumi
-di sesto ordinario, di quattrocento pagine l'uno, dieci pagine al
-giorno:
-
-— Un anno.
-
-Io continuo, e voi, ragazzi, seguite il mio consiglio: cominciate.
-
-
-
-
-APPUNTI
-
-
-Qualunque italiano non toscano, e specialmente un italiano delle
-provincie settentrionali, il quale si metta a leggere il vocabolario,
-si persuade fin dalle prime pagine di questa verità: che la lingua
-italiana generalmente parlata e scritta nelle sue provincie è tanto
-povera, — tanto scarsa, voglio dire, di vocaboli e di modi, — da
-doversi chiamare piuttosto una _mezza lingua_, che una lingua intera.
-Leggendo il vocabolario, infatti, si trovano centinaia e migliaia
-di vocaboli e di modi vivi, efficacissimi, d'un significato che non
-sapremmo rendere con altre parole; i quali nell'Italia settentrionale
-non si dicono e non si scrivono mai, o rarissimamente, come se fossero
-modi e vocaboli morti. È superfluo il dir la ragione di questo fatto,
-il quale è comune a tutte le lingue da per tutto dove si parla un
-dialetto. Ma non è inutile l'accennarlo e l'insistervi per dimostrare
-ai giovani dell'Italia settentrionale i quali si dánno allo studio
-della lingua italiana, come per prima cosa essi debbano cercare
-d'appropriarsi di questa lingua quella grandissima parte che loro
-manca, e della cui mancanza nulla ci può avvertire così prontamente e
-così utilmente come la lettura del vocabolario.
-
- *
- * *
-
-Si notino, per esempio, i seguenti vocaboli tolti dal dizionario del
-FANFANI.
-
- APPICCICHINO. — Uomo che si appiccica ad altri per molestare, o
- chiedendo o cianciando, o mostrando famigliarità soverchia.
-
- ATTACCHINO. — Più maligno, più pungente che _Attaccalite_.
-
- ATTIZZINO. — Chi attizza gli altri fra loro. Generalmente si dice
- _mettimale_ che non è la stessissima cosa.
-
- CICALINO. — È superfluo notare la differenza che corre fra questa
- parola e _cicalone_.
-
- DONNINO. ES.: _Che camera assestata tiene questo Pietro: è proprio
- un donnino_ (Fanf.)
-
- FARFALLINO. — Uomo volubile.
-
- FICCHINO. — È quasi lo stesso che _Ficcanaso_; ma dicesi più
- specialmente di chi, anche non invitato, cerca di andare o a
- pranzi o a ritrovi, ecc.; mentre _Ficcanaso_ è chi si ficca per
- curiosità più che per altro.
-
- FRUCCHINO (da Frucchiare). — Chi mette le mani per ismania di darsi
- faccenda in diverse cose, e anche in una sola, ma con gran moto,
- senza senno nè gravità, e senza che le cose nelle quali mette le
- mani gli appartengano gran fatto.
-
- FRUGOLINO. — (dimin. di frugolo). — Una donnina, un bimbo, un ometto
- che non sta mai fermo.
-
- GALOPPINO. — Uno che strappa da vivere facendo mille mestieri.
-
- GIRANDOLINO. — Lo stesso che Farfallino.
-
- PERTICHINO. — Nel linguaggio teatrale si chiama _pertichino_ quel
- cantante che sta fisso in teatro, a un tanto il mese, e che
- è adoperato a fare le parti più umili, ordinate solo a tener
- bordone e far apparir meglio le parti principali. Si applica per
- analogia ad altre persone.
-
- RABATTINO. — Persona ingegnosissima che in mille modi, ma sempre
- per vie oneste, cerca di guadagnare e vantaggiare la propria
- masserizia.
-
- STILLINO. — Lo stesso che _Rabattino_; ma dicesi anche di chi aguzza
- l'ingegno per riuscire in alcuna cosa; da _stillare_, trovare
- accortamente il modo di far checchessia; _stillo_, modo, via,
- ecc. ES.: _Trova qualche stillo per divertire, o per tenere a
- dada questa gente._
-
- TRITINO. — Dicesi di chi ha la manía di vestir bene, ma non
- potendoci arrivar colla spesa, ha sempre dei panni rifiniti, e di
- poco valore.
-
-Quante volte, parlando e scrivendo, noi italiani del settentrione
-abbiamo bisogno di queste parole, e non le sapendo, o non avendole,
-come suol dirsi, alla mano, ne diciamo altre che non esprimono il
-nostro pensiero! Invece di _stillino_, per esempio, uomo ingegnoso;
-invece di _tritino_, vestito male; invece di _frugolino_, vivace;
-invece di _rabattino_, mestierante; invece di _appiccichino_,
-seccatore; parole generiche, adoperabili in mille casi, dalle quali il
-linguaggio non riceve nè colore nè garbo. L'_astratto_, come diceva il
-Manzoni, invece del _per l'appunto_.
-
- *
- * *
-
-Si notino quest'altre, tolte pure dal dizionario del Fanfani.
-
- AFFANNONE
- ALMANACCONE
- ARRUFFONE
- CABALONE
- CIABATTONE
- FACCENDONE
- FIUTONE
- FRACASSONE
- FRUGONE
- GIRANDOLONE
- LITIGONE
- LUMACONE
- IMPICCIONE
- MACHIONE
- NINNOLONE
- NOTTOLONE
- PIALLONE
- SBALLONE
- SCIALONE
- SCIOPERONE
- SGOMENTONE
- SINCERONE
- SOFFIONE
- STRONFIONE
- RIGIRONE
- TATTICONE
- TENTENNONE
- TRAFFICONE
- TRAPPOLONE
- VILUPPONE
-
-Di queste trenta parole, ciascuna delle quali ha un significato
-distinto, intelligibile da qualunque italiano che le senta per la
-prima volta, quante sono usate, così parlando che scrivendo, dagli
-italiani settentrionali? Tutt'al più quattro o cinque. E che parole
-s'usano invece? Ci rifletta un momento un piemontese, un genovese o un
-lombardo, e riconoscerà che usa quasi sempre una perifrasi, o esprime
-la cosa con un gesto, o dice una parola la quale non rende che presso
-a poco il suo pensiero.
-
- *
- * *
-
-Di questa povertà della lingua che si parla tra noi, s'ha una prova
-ogni momento. Un giorno, per esempio, ch'ero a desinare da una famiglia
-piemontese, la padrona di casa mi disse: — Lei oggi non ha appetito.
-— Non è che non abbia appetito, — risposi celiando; — è che ho fatto
-uno _spuntino_ due ore fa. — Questa parola _spuntino_ destò uno stupore
-generale, e tutti mi guardarono come per domandarmi che diavolo avessi
-voluto dire. Io continuai: — In ogni modo bisogna che desini per
-non essere poi obbligato a fare un _ritocchino_ fra un paio d'ore.
-— Nuova meraviglia per questo misterioso _ritocchino_. — Del resto,
-soggiunsi, questo piatto è così squisito che vorrei pigliare ancora il
-_contentino_. — Terza meraviglia per il _contentino_.
-
-Infine mi domandarono che cosa significassero quelle tre parole.
-
- SPUNTINO, — è il piccolo mangiare che si fa fuori dell'ordinario e
- tanto per sostenere lo stomaco fino all'ora solita del cibo. (F.)
-
- RITOCCHINO, — è un piccolo pasto che si fa dopo aver mangiato. (F.)
-
- CONTENTINO, — è quel po' che si piglia ancora d'una cosa che ci
- piaccia, dopo che se n'è già mangiata la propria porzione. (Si
- dice pure per la giunta che si dà dopo la derrata). (F.)
-
-Queste tre parole graziosissime, usate in tutta la Toscana, entrarono
-da quel giorno nel vocabolario faceto della famiglia, invece delle
-espressioni _mangiare prima del desinare_, _mangiare dopo_, _prendere
-ancora un boccone_ che erano usate prima. Ora ci sarà qualcuno il quale
-consideri quelle parole come fiorentinismi, e le voglia bandite solo
-perchè non sarebbero capite alla prima in tutta l'Italia? Si approvi
-o no l'idea del Manzoni, non si può rifiutare di prendere tra le
-espressioni e i vocaboli toscani tutti quelli che servono a dir cose
-che noi diciamo altrimenti con più parole e con meno garbo. Ho veduto,
-per esempio, dei genovesi e dei piemontesi sudar freddo per dire in
-italiano quello che in francese si dice _foisonner_, in piemontese _fe
-foson_, in genovese _faa reo_, ecc.; una cosa che in famiglia occorre
-di dire spessissimo: di alimenti, cioè, i quali per mangiare che se ne
-faccia, pare che non consumino e sieno più abbondanti di quello che
-sono veramente. Dicevano: _la tal cosa pare più abbondante di quello
-che è_, _della tal cosa ce n'è sempre più di quello che si crede_, ecc.
-Espressioni vaghe, lunghe e inesatte. Ebbene, in Toscana si dice _far
-comparita_. Chi vorrà continuare a filare un lungo periodo per dir male
-una cosa semplicissima, se può dirla con un _toscanismo_ di due parole?
-
- *
- * *
-
-Una delle gran ragioni per le quali molti di noi non capiamo la
-necessità di arricchire la propria lingua è questa: che ignorando certi
-modi e certi vocaboli, non ci accorgiamo punto, scrivendo o parlando,
-delle perifrasi, dei giri di parole, delle contorsioni di frase di
-cui ci serviamo per esprimer cose che quei modi e vocaboli esprimono
-con poche sillabe. Se io ignoro l'esistenza della parola _golino_, per
-esempio, non capisco perchè un Toscano sbadigli quando gli dico: — _il
-tale mi diede un colpo nella gola col pollice e coll'indice aperti._ —
-Se non so che ci sia la parola _ingozzatura_, non m'accorgo di fare una
-lungaggine dicendo invece di: — Gli diedi un'ingozzatura, — _Gli diedi
-un colpo colla mano aperta sul capello in modo che glielo feci scendere
-fin sulle spalle_, ecc. ecc. Ma mettiamoci un po' a studiare la lingua,
-come diceva il Giusti, con tanto d'occhi aperti; vedremo quante lacune
-ci son nel nostro parlare e nel nostro scrivere, quante superfluità,
-quante improprietà, quante pedanterie, quanta miseria!
-
- *
- * *
-
-Il miglior mezzo di studiare il vocabolario mi par quello di cavarne
-un altro piccolo vocabolario per nostro uso, raggruppando intorno a un
-certo numero di soggetti generali tutte le parole e tutti i modi che
-ci sembrano degni di nota. Una scorsa data poi di tratto in tratto a
-queste note ravviva maggior quantità di lingua nella memoria che non
-la lettura di dieci libri. Estraggo, per esempio, dai miei appunti sul
-vocabolario del Fanfani, una parte di quello che riguarda il _mangiare_
-e il _bere_.
-
- _Sulla maniera di mangiare._
-
- MANGIARE A DESCO MOLLE. — Mangiare a tavola sparecchiata.
-
- MANGIARE A BATTISCARPA. — Senza apparecchiare, in fretta e stando in
- piedi.
-
- MANGIARE A SCAPPA E FUGGI. — In fretta.
-
- MACINARE A MULINO SECCO. — Mangiare senza bere.
-
- MANGIARE COLL'IMBUTO. — Mangiare in fretta e senza masticare.
-
-_Espressioni comiche per indicare il mangiar molto o ingordamente._
-
- _Diluviare_ — _Scuffiare_ — _Pacchiare_ — _Taffiare_ —
- _Sgranocchiare_ — _Spolparsi_, per es., _un tacchino_ — _Mangiare
- a scoppiacorpo_ — _Dar ripiego_ (Es.: Egli è una gola che darebbe
- ripiego a quanto v'ha in un refettorio di frati. F.) — _Ungere il
- dente, sbattere il dente, far ballare il dente, far ballare il
- mento_ — _Gonfiar l'otre — Levarsi le crespe di su la pancia_ —
- _Fare una mangiataccia_ — _Fare una spanciata_ — _Farsi una buona
- satolla di qualche cosa_ — _Far dei bocconi che paiono giuramenti
- falsi_ — _Impippiarsi, ingubbiarsi d'una cosa_.
-
- FAR RIALTO. — Si dice in famiglia per far cena o desinare meglio
- dell'usato (F.); a cui male si sostituisce comunemente _far
- festa_ od altro.
-
- BOCCONCINO DELLA CREANZA. — Il _morceau honteur_ dei francesi.
-
- TORNAGUSTO. — Cosa che fa tornare il gusto e la voglia di mangiare,
- ecc.
-
- _Fame._
-
- UZZOLO. — appetito intenso.
-
- ALLAMPANARE, ALLUPARE, ARRABBIARE DALLA FAME.
-
- FAR LE FILA SOPRA UN PIATTO. — Guardarlo con avidità grande.
-
- FAR LE VOLTE DEL LEONE. — Aspettare passeggiando. (F.) L'intesi dire
- efficacissimamente in Toscana a proposito del passeggiare che si
- fa in una stanza quando s'ha appetito e s'aspetta che vengano a
- dire ch'è in tavola.
-
- PELATINA. — Malore che viene alle bestie, le quali pelatesi, non
- mangiano; onde per ironía, quando si vede uno che mangia molto,
- si dice che _debbe aver la pelatina_. (F.)
-
- _Del bere._
-
- COLMATURA. — La parte del liquido che riempie il vaso, la quale
- rimane sopra l'orlo. (F.) Ho inteso dire molte volte: _il di più
- o quello che sporge!_
-
- CULACCINO. — L'avanzo del vino che occupa il fondo del bicchiere.
-
- FAR SPRACCHE. — Quel suono che si fa stringendo e riaprendo la bocca
- con forza quando s'è bevuto del vino generoso. (F.)
-
- FAR LA ZUPPA SEGRETA (graziosissimo). Bere colla bocca piena.
-
- BERE A SCIACQUABUDELLA. — Ber vino a digiuno.
-
- BERE A GARGANELLA. — Bere senza accostare il vaso alle labbra.
-
- BERE A GORGATE.
-
- SBICCHIERARE. — Vendere il vino a bicchieri. Es.: _Barile con quella
- bottega s'è arricchito. Compra tutto vino eccellente, e benchè lo
- paghi caro, sbicchierando come fa, ci guadagna il doppio._ (F.)
-
- _Ubbriachezza._
-
- _Prendere una sbornia_ — _Prendere una bertuccia_ — _Prendere
- una colta_ — _Prendere una briaca_ — _Prender l'orso_ —
- _Perder l'alfabeto_ — _Perder l'erre_ — _Essere in bernecche_
- — _Essere in cimberli_ — _Fare i gattini_ (pure del dialetto
- piemontese), _o fare la ricevuta_, per vomitare — _Alzare la
- gloria_, bere soverchio — _Essere una gola d'acquaio_, essere un
- beone — _Essere un briachella_, aver l'abitudine d'ubbriacarsi
- leggermente.
-
- BEVERIA. — Il ber molto. Fare una beveria.
-
- COMBIBBIA. — Bevuta fatta con altri nell'osteria.
-
-Certo che non tutti questi vocaboli e modi sono dell'uso comune
-neppure in Toscana, nè tutti sono da adoperarsi a occhi chiusi. Ma nel
-prendere appunti sul vocabolario, è meglio largheggiare che essere
-scarsi, poichè non v'è parola oziosa o poco usata o antipatica, —
-poichè anche in fatto di lingua ci sono le antipatie, — la quale
-adoperata in un certo senso o in un certo punto, particolarmente
-nel linguaggio faceto, non acquisti un'efficacia singolarissima,
-purchè, come diceva il Giusti, si sappia buttar là in modo da non far
-sospettare che si sia cercata col lumicino. E proviene appunto da non
-conoscere o dal non aver pronte sulle labbra che uno scarsissimo numero
-di espressioni, la difficoltà che incontrano i non toscani a celiare
-con grazia o raccontare barzellette e far descrizioni burlesche in
-modo da far ridere. Perchè se la cosa che hanno da dire non è per sè
-stessa comicissima, poco possono aggiungerle per mezzo della lingua.
-Vediamo per l'opposto che quando raccontano nel loro dialetto cose
-per sè stesse quasi punto ridicole, le fanno riuscire tali, solo
-coll'adoperare certi vocaboli e modi particolari che eccitano il riso.
-
- *
- * *
-
-Par strano, ma è vero: per i non toscani, massime dell'Italia
-settentrionale, uno dei maggiori impedimenti a scrivere e a parlar
-bene è la paura del proprio dialetto. Per paura, infatti, di lasciarsi
-scappare degli idiotismi, bandiscono scrupolosamente dall'italiano
-tutte le espressioni del vernacolo, delle quali molte, letteralmente
-tradotte, sarebbero italianissime; e ciò facendo, durano una fatica
-doppia, e parlano una lingua stentata, leccata e senza vita. Per
-citare degli esempi, ho visto una volta un piemontese arrossire di
-vergogna perchè credeva di aver detto un grossolano piemontesismo
-coll'espressione: — Il tal libro, di cui m'avevan detto tanto male,
-lo lessi, e non _mi parre il diacolo_: — ossia non mi parve tanto
-cattivo quanto si diceva; modo usatissimo nel dialetto piemontese. —
-Bell'italiano — soggiunse con ironia. — Perchè mai? — gli osservai.
-— _non mi parve il diavolo_, _non è il diavolo_, _non sarà poi il
-diavolo_, lo scrisse Giuseppe Giusti. — Non lo volle credere e gli
-dovetti far vedere il libro. Un'altra volta scandolezzai un genovese
-dicendo in italiano: — _So assai se il tale dei tali sia venuto_ — Alto
-là! — mi gridò — la colgo in flagrante genovesismo. Il suo _so assai_
-è il nostro _so assae_ pretto sputato. — Misi sotto gli occhi anche a
-lui le prose del Giusti dove trovò due o tre _so assai_ che lo fecero
-rimanere a bocca aperta. E potrei citare mille altre espressioni che
-fanno rizzare i capelli a tutti coloro i quali a furia di scrupoli,
-di paure, di pedanterie, si son fatti una lingua italiana compassata,
-rigida, plumbea, che non è più una lingua. In Toscana, per esempio, si
-domanda a un libraio: — Quanto _fate_ codesto libro? — Nove su dieci
-italiani delle provincie settentrionali, dovendo fare quella domanda,
-ficcano un prudente _pagare_ in mezzo alle parole _fate_ e _codesto_,
-perchè per loro _fare un libro_, in questo caso, è un'espressione
-assurda, e l'altra, invece, è intera, esatta, a prova di martello. Per
-la stessa ragione non dicono mai _nel momento ch'egli usciva_, ma _nel
-momento nel quale o in cui_; non _il luogo dove o per dove_, ma _il
-luogo nel quale o per il quale_; non _guardai se passasse qualcuno_,
-ma _guardai per vedere se passasse qualcuno_, ecc. Ciò che il Giusti
-chiamava argutamente _parlare e scrivere colle seste_.
-
- *
- * *
-
-Per spiegar meglio il modo che, secondo me, si dovrebbe tenere nel
-prendere appunti sul vocabolario, mi pare utile addurre ancora alcuni
-esempi. Leggendo il vocabolario, credetti opportuno di notare tutti
-i seguenti modi e vocaboli che si riferiscono a commercio, affari,
-denaro, ecc., perchè m'accorsi, leggendoli, che sebbene fossero
-necessarî per dire per l'appunto quelle date cose, non li avevo
-mai adoperati perchè in parte non li sapevo, e in parte non m'erano
-abbastanza fitti nella mente da averli pronti sulla bocca o sulla punta
-della penna parlando o scrivendo.
-
- METTER SU BOTTEGA. — Rizzare una bottega, un negozio.
-
- STIRACCHIARE IL PREZZO. (È chiaro).
-
- SALIRE. — Per rincarare. Es.; _Quest'anno i tartufi son saliti alle
- stelle_. (F.)
-
- RINCARARE.
-
- Il pane è rincarato.
- Rincarare la pigione.
- Il rincaro del cotone.
-
- Nell'Italia settentrionale, massime parlando, si dice generalmente
- colla solita lungaggine _il pane è divenuto caro_, invece di
- _è rincarato_, e _l'aumento di prezzo del cotone_, invece del
- _rincaro del cotone_.
-
- RINVILIO. — Lo scemar di prezzo. Parola che il Manzoni, correggendo
- i _Promessi Sposi_, sostituì a _diminuzione di prezzo_, e che
- ora si comincia a usare anche fuor di Toscana. Es.: _C'è stato un
- gran rinvilio nell'olio._
-
- RIBASSO. — Es.: _Il cotone_ HA FATTO _un ribasso_. Gli scrupolosi
- direbbero: _C'è stato un ribasso nel cotone._
-
- RICHIESTA. — Una tal mercanzia ha molta richiesta.
-
- RIENTRARE. — Il popolo e i venditori, in Toscana, dicono
- _rientrarci_ per _ripigliare il costo_ con guadagno onesto
- vendendo una data mercanzia, Es.: _A volere che ci rientri, quel
- drappo bisogna che lo venda otto lire il braccio._ — _A tre lire
- non posso darglielo: non ci rientro._ (F.)
-
- RIENTRO. — Entrata, _rinfranco_ di denari o d'altro, meglio che
- _risorsa_. Es.: _Giovanni non ha altro rientro che lo stipendio
- di 100 lire al mese._ (F.)
-
- VANTAGGIARE ALCUNO. — Risparmiargli nel comprare e avanzargli nel
- vendere. (F.)
-
- STARE A SPORTELLO. — Dicono gli artefici quando in alcuni giorni
- di mezze feste o simili, non aprono interamente la bottega, ma
- tengono solamente aperto lo sportello. (F.)
-
- SPURGHI. — Le merci rimaste senza vendersi in una bottega. (F.)
-
- RIPARARE. — Si dice _non ripara_ di una persona che non è
- sufficiente a secondare le richieste infinite che le vengono
- fatte; di un mercante che spaccia moltissimo di una tal mercanzia
- ed ha sempre il banco assediato dai compratori. Es.: _Mise su
- quella bottega di mercerie e si arricchirà di certo perchè non
- ripara._ (F.)
-
- COMPRARE COGLI OCCHIALI DI PANNO. — Senza esaminare quello che si
- compra.
-
- SERVIRSI _da_ UN TAL NEGOZIANTE. — Modo scansato da moltissimi per
- timore che non sia di _buon italiano_.
-
- STARE SU UN QUATTRINO, SU UNA LIRA. — Lo spiega l'esempio: _Che
- credi ch'io stia sulle dieci lire? To' piglia un napoleone e
- vattene._ (F.)
-
- QUEL FONDACO _va_ SOTTO IL NOME DEL TALE.
-
- IN QUELLA IMPRESA GLI CI _andarono_ DIECI MILA LIRE.
-
- RIGIRARE I DENARI. — Utilizzare onestamente _un piccolo corpo di
- denari_. Es.: _Ho pochi quattrini; ma mio fratello che ha pratica
- di negozi me li rigira bene._
-
- RIGIRARSELA. — _Non son ricco, ma me la son sempre rigirata bene._
-
- IL SUO INCHIOSTRO CORRE PER TUTTO. — Dicesi d'un negoziante la cui
- firma sia tenuta buona in tutte le piazze. E a chi non abbia
- credito: _Il tuo inchiostro non tinge o non corre._
-
- PUZZARE D'INCHIOSTRO. — Si dice di un abito o di altra cosa non
- ancora pagata nella bottega dove si è presa, _e dove è già accesa
- la partita del debito_. (F.)
-
- PRENDERE UNA COSA A CHIODO. — Senza pagarla subito.
-
- MANGIARSI IL GUADAGNO IN ERBA. — Consumare ciò che si guadagna prima
- di riscuoterlo. (F.)
-
- DANARI GIUSTIFICATI. — Danari spesi in cosa che li vale. (F.)
-
- DENARI SECCHI. — Danari morti.
-
- TIRARE LA PAGA. — Per _riscuoterla_.
-
- VIVERE SUL LAVORO. (È chiaro).
-
- LAVORARE O FARE SOPRA DI SÈ. — Si dice degli artefici che non stanno
- con altri, ma esercitano la loro arte da per sè a loro pro e
- danno.
-
- TIRARE UN GRAN DADO. — Avere una gran sorte.
-
- FARE UN BUON TRUCCO. — Aver buona fortuna in una cosa.
-
- GLI È VENUTA LA GUAZZA. — Si dice di chi ha trovato una buona fonte
- di guadagno.
-
- GLI È BALZATA LA PALLA SUL GUANTO.
-
- TROVARE UNA BELLA VIGNA. — Trovare facile e pronto utile (o piacere)
- in alcuna cosa.
-
- SUCCHIELLARE UNA BELLA CARTA. — Essere in procinto di avere una
- qualche buona ventura. Ecc., ecc.
-
- *
- * *
-
-Per citare un altro esempio, c'è intorno al _parlare_ un gran numero
-di vocaboli e di modi efficacissimi, per la più parte lepidi, e molti
-comuni ai vari dialetti d'Italia, e per questa ragione, ossia per
-paura, non usati da chi vuol parlare e scrivere un italiano castissimo.
-
-Stiantar bombe (il _craquer_ dei francesi). — Stiantar bugie. —
-Stiantar spropositi. — Piantar carote. — Sballar favole. — Sfrottolare.
-— Dire delle sballonate. — Dire delle papere. — Dire dei farfalloni.
-— Fare delle sparate. — Dirne di quelle che non hanno nè babbo nè
-mamma (strafalcioni madornali); ciò che scrisse il povero Guerrazzi,
-poco prima di morire, parlando della sua ultima opera, _Il secolo che
-muore_.
-
-Graziosissima l'espressione: — _Dare una calcatella_, per rifiorire o
-esagerare una cosa detta da altri.
-
- DIRE UNA COSA DI RITORNO, DI RIPICCO, DI RINTOPPO, DI RIMBECCO. —
- Dire una cosa fuori dei denti. — Dire a uno una fitta d'ingiurie,
- una carta di villanie, una sfuriata d'impertinenze. — Fare una
- parrucca a uno, fargli una lavata di testa, un lavacapo, una
- risciacquata, una ripassata, una sbarbazzata. — Cantargli il
- vespro, cantargli la zolfa. — Trinciargli la giubba addosso,
- tagliargli le calze, lavarsene la bocca (per dirne male). — Dire,
- vomitare ira di Dio.
-
- RIPAPPARSI UNO (per garrirlo acerbamente). Es.: _Nebbia, in presenza
- della gente, tratta suo marito coi guanti, ma in casa poi bisogna
- vedere come se lo ripappa._
-
- RIMPOLPETTARE. — Lo spiega l'esempio: _Non è padrona di aprir bocca
- quella povera donna che bisogna vedere come la rimpolpettano._
-
- RIMBRONTOLARE (efficacissimo). — Rammentare spesso ad altri un
- beneficio o un favore fattogli. Es.: _Tizio mi regalò una
- volta cinquanta lire, è vero; ma non passa giorno che non me le
- rimbrontoli._
-
- RIFISCHIARE. — _Si cacciò in quell'adunanza il P., e poi andò a
- rifischiare ogni cosa al prefetto._ Quanto più efficace che il
- solito _riferire_ e _riportare_ che si può dire in cento sensi!
-
- SPETTEGOLARE. — Chiaccherar molto e senza proposito. — Es.: _Dopo
- essere stata là un'ora a spettegolare se ne andò._ — _Già io ti
- dico tutto in segreto, e poi tu vai a spettegolare ogni cosa in
- casa delle vicine._
-
- TIRAR SAGRATI, TIRAR MOCCOLI, ATTACCAR MOCCOLI, TIRAR GIÙ TUTTI I
- SANTI, ATTACCARLA A DIO E AL SANTI.
-
- PARLARE COLLA BOCCA PICCINA (graziosissimo). — Per parlare
- timidamente. Es.: _Cogl'inferiori fa il prepotente; ma coi
- superiori parla colla bocca piccina._
-
- STILLARE, PIOMBARE LE PAROLE, — per parlare lentamente, a stento.
-
- SPICCICARE LE PAROLE. — Spiccarle. Si dice: _Non spiccica nulla, non
- spiccica parola_, di chi volendo parlare, non gli vien fatto.
-
- DISCORRERE FITTO O FITTO FITTO. — Presto e senza interruzione.
-
- SFILAR LA CORONA. — Dir tutto senza riguardo.
-
- SPIPPOLARE. — _Spappolarla_, per es., _tale e quale_. — Chiaro.
-
- FATICARE, per es., una filza di paternostri, ciò che si esprime
- anche al verbo _Spaternostrare_, _Scoronciare_, ecc.
-
- GONFIAR GLI ORECCHI A UNO. — Dirgli cose che non gli piacciono.
-
- DARE SPAGO A UNO. — Fingere di secondarlo per farlo parlare e
- svelare l'animo suo.
-
- MENARE A SPASSO UNO. — Aggirarlo con parole.
-
- INFILARE GLI AGHI AL BUIO. — Parlare di ciò che non si conosce.
-
- ALLUNGARE LA TELA. — Per allungare il discorso. Es.: _Per cinque
- minuti lo stetti a sentire, ma poi, vedendo che allungava la
- tela, gli voltai le spalle._
-
- DARE UN TASTO. — Toccare un motto di qualche cosa. Es.: _Se vedo il
- prefetto, così alla larga gli voglio dare un tasto sulla faccenda
- degli arresti di domenica._
-
- FARSI DA ALTO. — Per cominciare a parlare d'una cosa dal primissimo
- principio o alla lontana.
-
- FARLA CASCAR D'ALTO. — Dare con parole a una cosa un'importanza
- maggiore di quella che ha, volerla far parere più bella, più
- difficile, ecc., di quello che è.
-
- INTONARLA TROPPO ALTA. — Si dice di chi comincia a parlare con un
- tuono che non può e non deve poi mantenere.
-
- TIRARE A TRAVERSO. — Si dice di chi, disputando con noi, vuol
- torcere a cattivo senso le nostre parole, o sposta astutamente la
- quistione dai suoi veri termini.
-
- PARLARE PER COMPRARE. — (Chiaro).
-
- ABBREVIARE IL TESTO. — Farla corta.
-
- FARE UN DISCORSO CORTO. — Modo usatissimo in Toscana, quando nel
- contrattare una cosa si vuol far subito la proposta ultima e
- difinitiva. Es.: _S'ha a fare un discorso corto: la m'ha a dar
- tanto_, ecc. Si usa anche per venire a una risoluzione contro
- qualcuno: _Oh sai? s'ha a fare un discorso corto: tu t'hai a
- levar di qui._
-
- MOZZIAMOLA! — Lasciamola lì, tronchiamo questo discorso. Gli
- Spagnuoli dicono graziosamente: — _Doblémos la hoja_ — pieghiamo
- la pagina.
-
- LEVAR LE REPLICHE. — Lo spiega l'esempio: _Gli fece una di quelle
- filippiche che levano le repliche._
-
- RIMANERE IN SECCO. — Si dice di quando a un tratto, a chi parla o
- scrive, mancano le parole o i concetti.
-
- RIMANERE COLLA PAROLA IN ARIA. — (È chiaro). In senso affine intesi
- dire a un contadino toscano: _Per quanto si sforzasse a parlare,
- le parole gli rimanevano attaccate giù per la gola._
-
- AGGIUSTARE LE PAROLE IN BOCCA A UNO. — Insegnargli ciò che deve
- dire.
-
- FAR PEDUCCIO A UNO. — Aiutarlo colle parole, dicendo il medesimo che
- ha detto lui, facendo buone e fortificando le sue ragioni.
-
- PISSI PISSI, PISPILLORIA. — Strepito di voci che fanno molti
- uccelli, anche applicabile a voci umane, specialmente per
- indicare chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.: _Ogni tanto
- la Gigia lo piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora
- colle sue amiche._
-
- PISSIPISSARE. — Bisbigliare, far pissi pissi.
-
- RIBOBOLARE. — V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia
- nasconderlo con riboboli. — _Il P. è un buon prosatore; ma per
- quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel
- pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più._
-
- PARLARE COLLE SESTE. — Con cautela. Parlare colle seste in bocca,
- disse il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza.
-
- TIRAR SU LE CALZE A UNO. — Cavargli di bocca, con arte, un segreto,
- ecc., ecc.
-
-A proposito di questo e d'altri modi dello stesso genere, occorre
-fare un'osservazione; ed è che son modi vivi, efficaci, usatissimi
-e usabilissimi; ma che sono volgari, e che perciò si debbono usare
-parcamente, e solo quando il soggetto del discorso lo concede. Molti
-non la intendono così. Per costoro tutto quello che è toscano è
-dicibile e scrivibile a qualunque proposito. Moltissimi anzi non
-fanno propriamente consistere lo scriver toscano, secondo l'idea
-del Manzoni, che in una certa sfacciataggine di lingua, in un certo
-sprezzo del galateo filologico, nello scrivere, insomma, una lettera
-a una signora tale e quale come una lettera a un fattore; un discorso
-accademico tale e quale come un aneddoto carnovalesco. Sono costoro
-che, da qualche anno in qua, empiono romanzi, novelle, articoli, ecc.,
-di modi come _cascar l'asino_, _levar le gambe_, _tirar su le calze_,
-_tagliar le calze_, _essere agli sgoccioli_, _uscir per il rotto della
-cuffia_, ecc., ecc., i quali modi se danno efficacia e sapor comico
-al linguaggio quando sono adoperati a tempo e luogo, gli tolgono,
-adoperati a casaccio, ogni dignità, ogni gentilezza, ogni grazia. Ed
-anche a rischio di farmi dare sulle dita voglio dire che lo stesso
-Giuseppe Giusti ha qualche volta peccato da questo lato. Poichè, per
-esempio, quando scrivendo a una signora dice in un solo periodo che
-«scegliere per un congresso una città piccola come Lucca _è un voler
-metter l'asino a cavallo_: ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe
-meglio che non si crede; che il duca se l'è battuta perchè _gli bolle
-a mala pena la pentola per sè e per i suoi_, ecc.,» io sento, non
-in ciascuna di queste maniere di dire per sè medesima, ma nella loro
-frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi
-piace. Il Manzoni stesso, che in fatto di lingua è così delicatamente
-guardingo, nell'usare frasi e vocaboli toscani ha qualche volta mancato
-a questo riserbo, e io credo che anche i suoi più ardenti ammiratori,
-fra i quali mi vergognerei di non essere in prima riga, cancellerebbero
-volentieri in qualche sua pagina le parole _porcheria, me ne impipo_,
-ecc., scritte da lui in omaggio all'uso toscano. Ora a me par giusto
-che si segua il Manzoni nel preferire un idiotismo a una pedanteria; ma
-mi par di vedere che molti toscaneggianti dell'Italia settentrionale
-vadano troppo in là. Ammetto, per esempio, che in molti casi, e in
-specie nel dialogo, si possa o debba dir _cosa_ invece di _che cosa_ o
-_che_; ma che un professore di letteratura italiana, come fanno molti,
-faccia perpetuamente scrivere dai suoi scolari _cosa_ in vece di _che_
-o _che cosa_, non mi va. Capisco che piuttosto di scontorcere una frase
-e qualche volta tutto un periodo, si scriva _gli_ invece di _loro_;
-ma non m'entra che, per seguire l'uso toscano, invece di _vidi Maria
-e le dissi_, si debba scrivere _vidi Maria e gli dissi_. Così pure il
-dire eternamente _lui_ per _egli_, _lei_ per _essa_, _loro per essi_,
-anche quando nè il suono nè la naturalezza lo richiedono, il che è
-anche contrario all'uso della Toscana, dove _egli_, _essa_, _essi_ non
-sono punto parole scomparse dal vocabolario parlato. Non bisogna, mi
-pare, cadere nell'eccesso nè da una parte nè dall'altra. Che si metta
-al bando la prosa aristocratica, la lingua ripicchiata, l'affettazione,
-la pedanteria, sta bene. Ma che per non scrivere come un accademico
-si parli come un mercatino; che per non star soggetti alla tirannia
-grammaticale del _che cosa_ e dell'_egli_, si crei un'altra tirannia
-del _lui_ e del _cosa_, che, in una parola, dopo aver smessa la
-parrucca, si voglia anche levarsi la camicia, non mi pare nè bello, nè
-ragionevole.
-
- *
- * *
-
-Veda chi vuol spigolare nel vocabolario, seguendo il modo che ho
-indicato, quante parole e modi e paragoni e immagini si possono
-raccogliere intorno al soggetto _Ritratti_, solo dal piccolo
-vocabolario del Fanfani; e come lo studiare la lingua in questa
-maniera, benchè paia seccante a primo aspetto, possa riuscire
-dilettevole.
-
-_Un uomo magro assaettato — secco allampanato — secco arrabbiato —
-secco arrovellato — secco spento — secco come un uscio — secco come un
-osso — trito in canna — ridotto sulle cigne — ridotto in un gomitolo
-— ridotto un fuscello — ridotto che pare un filo — che ha fatto un
-gran calo — che par fatto di calza sfatta — che pare la morte secca
-— che regge l'anima coi denti — che si vede e non si vede — che si
-piglierebbe col cucchiaio — verde come un ramarro — giallo come un
-rigógolo — una mostra d'uomo — una carcassa — un cerotto — un ragazzo
-stentino — una cosa stentata — un coso stento stento — un viso di dolor
-di corpo — uno sbiobbo — uno scricciolo — un vecchio scaracchione,
-ecc._
-
-_Un giovane di buon nerbo — un uomo di buon osso — uno stiattone —
-un trippone — un gonfione — grasso bracato — che non capisce nella
-pelle — con una faccia di mascheron di fontana — con un naso che gli
-rifiglia il vino bevuto — un vecchio rimprosciuttito, che va via come
-un frullino, che ha rimesso un tallo sul vecchio, ecc._
-
-_Una zitella spersonita — ristecchita — vizza — passa rinfichita —
-rinfichisecchita — con un viso rinfrignato — cogli occhi cerpellini
-— con due gran calamai — con certe piazzate in testa (radure di
-capelli) che si può dir quasi pelata — una vecchia squarquoia — un vero
-reciticcio — un vero crostino — e perchè non ha dote, un crostino senza
-burro — una ricetta da lussuria, come si dice di persona che non solo
-non mette, ma scaccia le tentazioni. — ecc._
-
-_Una ragazza tanto fatta — una bambolona — una meggiona — una mastiona
-— un bel fusto, un bel tocco, una bell'asta di donna — un bel pezzo
-di marcantonia — un bel pezzo da ottanta — fatta colle forme — pulita
-come un dado — sana come una lasca — soda come una pina — una donnina
-minutina — gentilina — una cosolina — un pepino — una bazzina — un viso
-di solletico — che ha un'ideina di buona — che ha un'ideina che piace
-— che è l'idea della grazia — che è una gentilezza — a cui ridon prima
-gli occhi che la bocca, ecc._
-
-_Un uomo a sghimbescio, a scatti, a folate, — un uomo scontroso,
-muffoso — una testa secca — una testa volante — un cervello
-svolazzatoio — un vecchio cascatoio — un vecchio cucco, ecc._
-
-_Un uomo grosso di pasta — tondo di pelo — che ha un po' dello scemo
-— che ha l'ottavo dono dello Spirito Santo — che non ha di quel che
-si frigge — che serve di copertina a un altro — una lanterna senza
-moccolo, ecc._
-
-_Una lamaccia, un malanno — un uomo che odora di birba — un'anima
-bigia — un uomo di scarpe grosse e di cervello sottile — un uomo
-che ha l'arco lungo — un uomo che ha l'osso del poltrone, l'osso del
-vile, l'osso del furfante — che ha il miele sulle labbra e il rasoio
-a cintola — un uomo di bassa estrazione — un terremoto — bravo come un
-lampo — bugiardo come un gallo — ecc._
-
-_Un dabbenaccio — un galantominone — una coppa d'oro — un uomo di
-stocco — un uomo a tutta tempera — un uomo rotto al mondo — un uomo
-tagliato al dosso di tutti — un uomo attaccaticcio — un uomo di
-ricapito — uomo dei suoi piaceri, dei suoi comodi — un uomo tutto Gesù
-e Madonna — un mammamia — un santificetur — un sacco di disdette, ecc._
-
-Tutta questa è lingua viva e fresca, che quando s'abbia in mente, vien
-opportunissima sulle labbra e sulla punta della penna ad ogni momento;
-eppure si può dire che per l'Italia settentrionale è quasi tutta
-lettera morta; e nasce appunto dalla mancanza di tutta questa lingua,
-il difetto di varietà e di lepore che si lamenta nello scrivere, e
-principalmente nel parlare italiano degli italiani settentrionali.
-
- *
- * *
-
-Da un tempo in qua, in molte famiglie dell'alta Italia s'insegna
-a parlare italiano ai bambini. È ottima cosa, se i parenti sono in
-grado d'insegnar bene, o se badano almeno a correggere gli errori
-di cui s'accorgono; ma è cosa pessima se non sanno insegnare o non
-hanno voglia di correggere; il qual caso è frequentissimo. Occorre
-infatti ogni momento di sentir ragazzi di sette od otto anni, ed anco
-di dieci o di dodici, parlare con una meravigliosa disinvoltura un
-italiano scellerato al segno da far desiderare che parlino invece il
-loro dialetto. E non è da credere che a poco a poco si correggano poi
-da sè stessi. Gli strafalcioni, le frasi viziose, i modi barbari e un
-gran numero di piccole improprietà di linguaggio che s'appiccicano
-alla lingua in quella prima età, difficilmente si perdono avanzando
-negli anni, fuorchè dai pochissimi che si dedicano particolarmente
-alle lettere; perchè coll'età cresce a mano a mano l'amor proprio, la
-pretensione, il timore, in chi potrebbe correggere, che la correzione
-venga presa in mala parte; e così accade che i giovanetti di quindici
-o di sedici anni parlano poco meno barbaramente di quelli di otto o di
-dieci.
-
-Ecco, per esempio, un saggio dell'Italiano che si parla generalmente
-nell'Italia settentrionale, non solo dai bambini, ma anco dagli adulti:
-
-«Ho veduto Tizio, e _ci_ dissi che _alla sera_, in casa, noi
-giuochiamo, e che _saressimo_ contenti che non ci mancasse nè _egli_,
-nè suo fratello. _Ci_ dissi che i libri che m'aveva imprestati mi
-_hanno piaciuto_, e gliene _chiamai_ degli altri, particolarmente
-quello dell'X, stampato _del_ 1873, che è il romanzo _il_ più bello
-che si possa immaginare. Lo ebbi, se non _mi sbaglio_, tre anni fa, lo
-lessi d'un fiato, ed _ho ritornato_ a leggerlo, ecc.»
-
-E non c'è che dire, si sentono buttar giù questi spropositi anche da
-persone coltissime, le quali arrossiscono quando, per caso, si lasciano
-sfuggire errori assai meno gravi nel parlare francese.
-
-Ma tornando ai bambini, ecco alcuni vocaboli e modi, che si riferiscono
-a loro, e che sono una prova di più del gran giovamento che si può
-ricavare dallo spoglio del vocabolario; facendo il quale si finisce col
-trovarsi fra le mani un altro vocabolario bell'e fatto, che colma quasi
-tutte le lacune della nostra mente.
-
- GIOCARE A TAMBURELLO. — Tamburello è quel piccolo cerchio, nel quale
- è imbulettata una pelle ben tirata, e che serve per giuocare alla
- palla.
-
- GIOCARE A RIMPIATTINO, A RIMPIATTARELLI. — Gioco nel quale uno si
- rimpiatta e gli altri debbon trovarlo.
-
- GIOCARE A RIPIGLINO. — Gioco così detto dal ripigliar col dorso
- della mano i noccioli o piccole monete che si sono tirate
- all'aria. È pure un altro gioco che si fa in due, avvolgendosi
- nelle mani del filo, e ripigliandolo l'un dall'altro in varie
- figure.
-
- GIOCARE A GUANCIALE D'ORO. — Gioco in cui uno posa il capo in
- grembo all'altro che siede, e questi gli chiude gli occhi in modo
- che non possa vedere chi sia colui che lo percosse in una mano
- ch'egli tiene dietro sopra le reni, dovendolo egli indovinare.
-
- GIOCARE A SCALDAMANE. — Gioco che si fa accordandosi in più a porre
- le mani a vicenda l'una sopra l'altra, posata la prima sopra un
- piano, e traendo poi quella di sotto, ecc.
-
- GIOCARE A TOCCAPOMA. — Gioco in cui alcuni ragazzi si pongono
- appoggiati o a cantonate o ad alberi che siano attorno, e uno
- di essi resta nel mezzo. Quegli che sono agli alberi o cantonate
- cercano di mutar posto senza lasciarsi pigliare da colui che è in
- mezzo a quest'effetto, ecc.
-
- GIOCARE A SCARICABARILI. — Gioco che si fa da due soli, i quali si
- volgono le spalle l'un l'altro, e intricate scambievolmente le
- braccia, s'alzano a vicenda.
-
- GIOCAR DI PEDINA. — Premersi coi piedi sotto la tavola.
-
- GIOCARE A NOCINO. — Gioco nel quale si fanno alcune castelline di
- noci, quanti sono i giocatori, e ciascuno tira verso quelle con
- una noce che si chiama bocco. Quante castelline butta giù il
- tiratore, tante ne vince.
-
- FARE ALLE COMARUCCIE. — Gioco che si fa con un fantoccio, fingendo
- che una delle bambine l'abbia messo al mondo; la quale bambina
- riceve le visite, e fa le altre cerimonie delle puerpere.
-
- FARE A PAPPACECI. — Gioco dei fanciulli quando tirano fichi od altro
- all'aria e li ricevono colla bocca.
-
- FARE A GINOCCHINO. — Dicesi di due che essendo accanto si urtano
- l'un l'altro col ginocchio. Questo modo però, come l'altro
- _giocar di pedina_, si usa di preferenza parlandosi d'un uomo e
- d'una donna.
-
- FARE LE TENEBRE. — Il battere che suol farsi con mazze sulle panche
- delle chiese per gli uffici della settimana santa.
-
- FARE LE BIZZE, FARE LE FURIE. — Si dice dei ragazzi, ed è chiaro.
-
- FAR GREPPO. — Quel raggrinzare la bocca che fanno i bambini quando
- vogliono cominciare a piangere.
-
- SBATACCHIARSI. — Si dice (oltre che per atti di dolore disperato)
- dei bambini quando fanno le furie.
-
- SMOCCICARE. — Mandar fuora i mocci; il che fanno spesso i bambini
- quando piangono. Al qual proposito è da notarsi il modo: _Tirar
- su_, che dicesi dell'aspirare fortemente col naso per impedire
- che colino i mocci; onde il motto che suol dirsi ai bambini
- quando lo fanno: _Tira su e serba a Pasqua._
-
- AVER LA LUCIA. — Lo dicono in Firenze ai bambini quando la sera, dal
- sonno, non possono tenere gli occhi aperti.
-
- FARE I LUCCICONI. — Si dicono lucciconi quelle grosse lagrime che
- ci cadono dagli occhi per qualche improvvisa cagione di dolore,
- e che quasi si vorrebbero celare.
-
- FARE LE COCCHE. — Battere una mano aperta sull'altra serrata per
- segno di beffa.
-
- FARE UN MANICHETTO. — Si dice di mettere una mano nella snodatura
- dell'altro braccio piegandolo all'insù, che è atto di sdegno e
- d'ingiuria.
-
- DARE IL CONGONE. — Atto di scherno che si fa battendo i pugni
- chiusi, o coi polpastrelli delle dita raccolti insieme, le gote
- gonfiate a questo fine.
-
- DARE UN LECCHINO. — Lo dicono i ragazzi per quell'atto di dispregio,
- che si fa mettendosi un dito in bocca, e poi, così bagnato di
- saliva, battendolo sul viso dell'altro.
-
- FARE IL LINGUINO. — Mostrare la punta della lingua tenendola stretta
- fra le labbra; atto che ha differenti significati secondo che è
- fatto da bambini o da adulti.
-
- SONARE LA FURFANTINA. — La furfantina è un concerto di fischi,
- urli e varii suoni fatti con la bocca, che si fa dai ragazzi per
- ischerno d'alcuno.
-
- FARE LA SASSAIUOLA. — Sassaiuola, battaglia coi sassi, e il
- trarre più persone dei sassi contro alcuno. Es.: _Quei
- maledetti ragazzi, appena lo videro, gli cominciarono a fare la
- sassaiuola._
-
- MARINARE LA SCUOLA. — Non andarvi.
-
- BUCARE LA SCUOLA. — Sottrarsi con accortezza al dovere d'andarvi.
-
- BATTERE LE GAZZETTE. — Avere gran freddo.
-
- PORTARE A CAVALLUCCIO. — Portare altrui sulle spalle con una gamba
- di qua e una di là del collo.
-
- PORTARE A PREDELLINO. — Si dice quando due, intrecciate fra loro le
- mani, portano un terzo che ci si mette su a sedere.
-
- PORTARE A BARELLA. — Dicono i fanciulli del prender uno per le
- braccia e per le gambe e così portarlo da luogo a luogo.
-
- SCENDERE A SCORTICACULO. — Scendere strascinandosi sul deretano.
-
- ALZARE DI SOPPESO UN BAMBINO. — Alzarlo con la sola forza delle
- braccia.
-
- FARE GAMBETTA. — Attraversare un piede tra le gambe d'un altro
- mentre cammina o s'agita, per farlo cadere.
-
- DORMIRE A GOMITELLO. — Dormire stando a sedere dinanzi a un tavolino
- col capo appoggiato sul gomito.
-
- FARE IL PIZZICORINO. — Fare il sollecito.
-
- PRENDERE PER IL GANASCINO. — Stringere la gota tra l'indice e il
- medio piegato indietro.
-
- DARE I MONNINI (concettini). — Si dice di chi parlando con alcuno
- lo mette al punto di dir parola che rimi con un'altra da dover
- a quel tale dispiacere: come chi disse a quel chierico: — _Non
- fu mai gelatina senza_.... e qui si fermò; e il chierico subito
- disse, per mostrar che sapeva la sentenza: _senza alloro_: e
- l'altro ribattè: — _Voi siete il maggior bue che vada in coro._
-
- FARE IL GROPPO O METTERE IL TETTO. — Si dice di un ragazzo che ha
- finito di crescere; del quale suol dirsi pure con dispetto: _non
- cresce nè crepa_.
-
- FIGLIUOL DI GRAZIA, FIGLIUOL DI VEZZI. — Si dice il bambino
- prediletto della famiglia.
-
- TROTTOLINO. — Dicesi di bambino che va a piccoli e presti passi.
-
- GNAULINO. — Dicesi per scherzo d'un bambino piccolo. Es.: _Ha un par
- di gnaulini che non le danno un momento di bene._ Da _gnaulare_
- (miagolare), che si dice pure del piangere dei bambini.
- _Frignare_ significa piangere interrottamente sforzandosi di
- rattenersi.
-
- UN SACCHETTINO DI VIZII. — (Chiaro).
-
- MALESTRO. — Parola di cui tutte le madri hanno bisogno, alla
- quale sostituiscono malamente _monelleria_, _scappatella_, ecc.
- _Malestro_ si dice qualunque danno facciano per casa i ragazzi,
- come romper piatti, bicchieri e simili. Es.: _Ragazzi, badate di
- non far malestri._ (F.)
-
- NINNARE. — Canterellare per fare addormentare i bambini cullandoli.
- Dice il Giusti:
-
- E lo accostava, al seno e lo ninnava
- Con baci e baci come fosse suo.
-
- SPOPPARE. — Levar la poppa ai bambini, disusarli dal latte; onde si
- dice _bambino spoppato_, _ecc._
-
-A proposito del linguaggio dei bambini, occorre un'osservazione
-sull'uso che si fa dei diminutivi in Toscana. È opinione di molti che
-se ne faccia un uso eccessivo, per il che suol dirsi che i Toscani
-parlano un italiano fiacco e sdolcinato. Nulla di più falso, a mio
-parere, perchè rarissimamente, in Toscana, si sente usare un diminutivo
-che non sia giustificato dalla modificazione ch'esso porta al senso
-della cosa espressa. È superfluo notare la differenza che corre tra
-_bellino_ e _bello_, poichè tutti sanno che _bello_ corrisponde a
-_beau_ e _bellino_ a _joli_, e nessuno ignora il differente significato
-di queste due parole. Ma si osservino i seguenti esempi. In Toscana, si
-dice che una donna ha _giudizio_, e che una bambina ha un _giudizino_
-da far meravigliare. Si dice che una donna, una bottegaia, per
-esempio, ha una _manierina_ che piace. Si dice che una bimba ha le
-sue _malizine_. Si dice che la madre è tutta _pensieri_ per la sua
-figliuoletta, e che la figliuoletta è tutta _pensierini_ per sua
-madre. Si dice che una donna è sempre _ravviata_, _ravversata_ e che
-i suoi bimbi sono sempre _ravviatini_, _ravversatini_. Una mamma dice
-al suo bimbo il quale pretende ch'essa, gli porga qualche cosa: —
-_Allunga il santo manino e pigliatela da te_, ecc. Si vede da questi
-esempi che i diminutivi non sono adoperati a casaccio. Lo stesso può
-dirsi dei peggiorativi che non solo modificano il senso, ma qualche
-volta lo cambiano affatto. _Quell'uomo_, si dice, ha _delle idee_:
-_giovatevene_: _quell'altro ha delle ideaccie_: _guardatevene_. Si dice
-_mettere uno a un puntaccio_; e si sottintende: di fare uno sproposito;
-_fare una partaccia a uno_, ossia caricarlo di male parole; _fare
-un'azionaccia_, ossia una bricconata; _avere delle praticaccie_, ossia
-di donne perdute, che sono _robaccia_; _fare una levataccia_, ossia
-levarsi per tempissimo, ecc. Bella novità! — mi diranno molti italiani
-settentrionali che studiano la lingua; — tutti questi vocaboli, tutti
-questi modi di dire li sapevamo. — Tanto meglio; ma non li dite mai,
-non li scrivete mai, non vi suonan mai nella testa quando li potreste
-scrivere o dire; e in fatto di lingua, tutto quello che non viene sulle
-labbra o sulla penna, non si sa. Ma dunque, mi si domanderà, come s'ha
-da fare per rendersi famigliari tutti questi vocaboli e questi modi? Ci
-sono molti mezzi. Si notano, si adoprano nelle lettere agli amici, si
-usano esprimendo a noi stessi i nostri pensieri, si fa il proponimento
-di usarli parlando coll'uno o coll'altro di quelle determinate cose,
-si masticano, si mandan giù, si rimestano, si fatica, in una parola,
-per imparare l'italiano, almeno almeno come si fatica per imparare il
-francese.
-
- *
- * *
-
-E poichè ho accennato a una lingua straniera, cade qui a proposito
-un'altra osservazione. Da qualche anno in qua lo studio delle lingue
-straniere è diventato comunissimo in Italia. Un gran numero di
-giovani dei due sessi, e di tutte le classi sociali, si sono dati,
-per _completare la loro istruzione_, allo studio della lingua inglese
-e della lingua tedesca. (Non parlo della francese perchè si può dir
-quasi necessaria, come non parlo di coloro che studiano quelle altre
-lingue per necessità). Or bene io mi domando se questo studio dà, nella
-massima parte dei casi, un frutto corrispondente alla fatica che costa;
-un frutto cioè, che equivalga a quello che si ricaverebbe da uno studio
-della lingua propria fatto in egual tempo e colla medesima alacrità.
-
-Ne dubito.
-
-Prima di tutto, non potendo o non volendo la maggior parte di coloro
-che studiano quelle lingue, studiarle scientificamente, questo studio
-si riduce per essi a una pura fatica della memoria, a un esercizio di
-pazienza, a uno sgobbo scolaresco, che giova pochissimo all'ingegno,
-per non dire che lo mortifica e che lo rintuzza. Poi c'è un argomento
-di fatto che vale più d'ogni altro contro questi studî; ed è che di
-trenta persone che cominciano a studiare, per esempio, il tedesco,
-quindici si scoraggiscono e smettono in capo a un anno o a sei mesi;
-cinque l'imparano, e lo dimenticano poi, in tutto o in parte, perchè
-le vicende della loro vita li costringono a trascurarlo; altri cinque
-non lo dimenticano, ma non hanno occasione di servirsene utilmente, o
-perchè non possono viaggiare, o perchè non hanno tempo e attitudine a
-fare altri studî di cui la lingua per sè stessa non è che la chiave; e
-degli ultimi cinque infine, ce ne saranno tutt'al più tre che giungono
-a possedere questa lingua in maniera da poter gustare (gustare,
-intendiamoci, non capire soltanto) i buoni autori tedeschi. Perchè io
-comprendo come a un medico, a un fisico, a un ufficiale (e sottintendo
-i dotti di professione), metta conto di studiar tanto il tedesco da
-riuscire a comprendere ciascuno i libri della sua scienza, perchè di
-questa lingua a loro non occorre di conoscere che una parte, ossia
-non più di quanto è necessario per afferrare il senso dei loro libri
-speciali, e a ciò possono pervenire in breve tempo. Ma è tutt'altra
-cosa per un giovane che voglia imparare quella od altre lingue, come
-suol dirsi, per ornamento, il che gl'impone l'obbligo di farne uno
-studio vasto e profondo, in modo da riuscire a godere tutte le bellezze
-riposte, a sentire tutte le armonie, a toccare, per dir così, tutte le
-fibre della poesia del Goethe, dell'Heine, dello Shakspeare! E quanti
-sono quelli che dicono di toccarle, e leggono poi di soppiatto le
-versioni del Maffei e dello Zendrini, e non godono veramente Shakspeare
-che nei versi del Carcano!
-
-Credo una gran verità che non si possa dire esservi in un paese vera
-coltura se non ci fioriscono gli studî filologici; ma ha da essere lo
-studio della filologia, ossia la vera e buona scienza di pochi od anche
-di molti; non una manía universale di legger male e di balbettar peggio
-tre o quattro lingue straniere.
-
-Invece di faticar tante ore a inchiodarsi nel cervello migliaia di
-radicali e di frasi esotiche, imparate le quali, il pensiero straniero
-si presenta pur sempre velato alla loro intelligenza, quanto sarebbe
-meglio che molti giovani si consacrassero allo studio amoroso e
-costante della propria lingua! Può essere una soddisfazione il saper
-sostenere, tiranneggiando il proprio pensiero, una conversazione di
-mezz'ora con una persona nata cinquecento miglia lontano da noi; ma
-è certo una soddisfazione più intima il saper trovare ogni momento,
-parlando la lingua materna, una formola evidente e gentile in cui il
-proprio pensiero s'adatti e risplenda come una gemma nell'anello; il
-poter rendere e stampare nell'anima altrui le più tenui sfumature dei
-nostri sentimenti; vedere il volto d'una persona che s'ama rispondere
-via via con una gradazione più viva di roseo ad ogni nostra espressione
-che giunga più dritta al cuore e lo rimescoli più addentro con una
-punta più delicata; rivelare a persone sconosciute, con poche parole
-fuggitive, il nostro grado di cultura; colorire e illuminare tutte le
-nostre idee; e infine essere italiani di lingua come s'è italiani di
-cuore.
-
- *
- * *
-
-Questi saggi d'appunti intorno al _mangiare_, al _commercio_, al
-_parlare_, ai _ritratti_, ai _bambini_, possono dare un'idea di quanto
-si sarà acquistato nello studio della lingua quando si sia fatto
-altrettanto riguardo a una trentina d'altri soggetti, intorno ai
-quali si può raggruppare, man mano che si procede nella lettura del
-vocabolario, la maggior parte di quello che si nota. Per conto mio non
-conosco mezzo più spiccio, nè più facile, nè più profittevole.
-
-
-
-
-UNA PAROLA NUOVA
-
-
-Tocchiamo di volo, con un esempio, la molto agitata questione delle
-parole nuove.
-
-Scrivendo intorno a un paese dell'Europa settentrionale, dove l'arte
-dello scivolare sul ghiaccio è in grandissima voga, dovevo parlare
-molto minutamente di quest'arte, e non vedevo modo di parlarne
-senz'adoperare la parola _patinare_ e le sue derivate, che non si
-trovavano allora in alcun vocabolario italiano[1]; e mi peritavo ad
-adoperarle, prevedendo che i puristi, ed anco i non puristi, i quali
-qualche volta sono assai più pedanti, m'avrebbero dato sulle dita.
-Prima di mettere sulla carta quelle terribili parole, mi rivolsi a un
-linguista rigorosissimo, di quelli a cui un _lui_ messo invece d'un
-_egli_ manda a male il desinare, e gli domandai con umili parole il suo
-parere.
-
- [1] Il nuovo vocabolario dell'uso del Fanfani e del Rigattini ha la
- parola _patinare_.
-
-— Non ci può esser dubbio, — mi rispose, — _patinare_ è una parola
-barbara; bisogna scrivere _sdrucciolare_.
-
-— In teoria — dissi, — consento; ma nel caso pratico.... Per esempio,
-scriverebbe ella che un contadino olandese _sdrucciolò dall'Aja ad
-Amsterdam_ e che uno studente di Leida _sdrucciolò per tre ore di
-seguito_?
-
-— E perchè no? mi domandò il linguista con accento severo.
-
-— Le citerò degli altri esempî, — continuai; — direbbe ella in una
-conversazione che una certa signora _sdrucciola_, che ha l'_abitudine
-di sdrucciolare_, che _sdrucciolò molte volte nello scorso carnevale_?
-
-Il linguista strinse le labbra e rimase sopra pensiero.
-
-— Vede, — io ripresi, — che ne potrebbero nascere delle conseguenze
-spiacevoli. Ma lasciamo pur da parte questi esempi a doppia faccia. Io
-le voglio fare un breve ragionamento. A Torino e a Milano moltissime
-signore _patinano_, e la maggior parte di esse tengono conversazione;
-e nelle loro conversazioni si parla di _patinamento_, usando le parole
-_patino_, _patinatrice_, _patinatore_. Orbene, risponda alla mia
-domanda, e sia franco. Dovendo fare in una di queste conversazioni un
-complimento alla padrona di casa ch'ella avesse visita _patinare_ il
-giorno prima, di quale parola si servirebbe? Intendo un complimento a
-voce, in presenza di molta gente, badi bene.
-
-Il linguista esitò un momento e poi disse:
-
-— Certo che.... se io dicessi _brava sdrucciolatrice_.... anche rimossa
-ogni idea d'equivoco.... quei signori.... e forse anche la signora....
-si metterebbero a ridere; ma, caro signor mio, qui si tratta di
-scrivere e non di parlare!
-
-— Ma che Dio la benedica, caro signor linguista, — io esclamai; — ma
-per chi si scrive, dunque? e che altro è lo scrivere che un parlare
-colla penna? e perchè una parola non deve essere più quella quando è
-messa sulla carta? Veda, nessuno mi leva dalla testa che sia appunto
-questo falso concetto delle due lingue, la parlata e la scritta, la
-cagione principalissima della _poca leggibilità_ dei libri italiani.
-Faccia la prova lei che parla perfettamente la così detta _lingua
-povera_. Apra un qualunque buon libro francese, legga supponendo di
-parlare in una conversazione di gente colta e senza pedanteria, e vedrà
-che rarissimamente le occorrerà una parola o un'espressione che strida
-colla naturale e logica semplicità del linguaggio parlato. Pigli un
-libro italiano anche dei meglio scritti, e se supporrà di dire ella
-stessa quello che legge, dovrà arrossire ogni momento. Guardi, apro a
-caso il primo libro che mi vien sotto le mani, è un romanzo: — _Quando
-primamente si guardò nello specchio...._ Oserebbe ella dire in una
-conversazione: _quando primamente mi guardai nello specchio_, invece
-di dire la _prima volta_? Apro un altro libro, una novella: — _Deposi
-sulla tomba dei miei genitori una semplicetta corona di fiori._ Crede
-ella che ci sia mai stato un orfano in Italia che abbia espresso quel
-pensiero servendosi della parola _semplicetta_ in quella maniera? Un
-altro libro, un racconto: — _La leggiadra e innamorata fanciulla...._
-Crede ella che ci sia mai stato un italiano ragionevole il quale abbia
-una volta sola in vita sua, altro che per ischerzo, dette quelle tre
-parole in quell'ordine?
-
-— No, — rispose il linguista; — ma....
-
-— Ma, — ripresi io, — che cos'è dunque questo arsenale di frasi e
-di parole che non si possono dire senza far ridere e che si scrivono
-nelle scritture più famigliari, come se passando dalle labbra sotto
-la penna, cambiassero senso, suono, natura? E viceversa che cosa sono
-tutte queste parole che tutti dicono, che tutti capiscono, che tutti
-sono costretti a usare, e a cui nessuno può sostituirne dell'altre
-senza farsi canzonare, e che malgrado ciò, secondo lei, secondo mille
-altri, non si debbono scrivere? Ella mi potrà dire, a proposito del
-_patinare_, che questa parola si dice nell'Italia settentrionale ma non
-in Toscana; e io le rispondo che non è colpa dell'Italia settentrionale
-se nella Toscana non si _patina_, primo; e secondo, che sono disposto a
-scommettere cento contr'uno che in nessuna città di Toscana, in nessuna
-conversazione, nessunissima persona domanderebbe mai a un Torinese
-o a un Milanese se quest'anno, per esempio, si è _sdrucciolato_ o
-_scivolato_ al Valentino o nell'Arena, ma domanderebbero tutti se si
-è _patinato_; e quelli che ignorano questa parola, dopo averla intesa
-per la prima volta, l'adopererebbero costantemente per la semplice e
-indiscutibile ragione che è necessaria.
-
-Il linguista stette un po' pensando e poi disse:
-
-— Eppure.... un'altra parola ci deve essere. Il Bentivoglio, nella sua
-_Storia della guerra di Fiandra_, parla di quest'arte di sdrucciolare
-sul ghiaccio. Si ricorda ella della parola che usa?
-
-— Me ne ricordo, caro signor mio. Non adopera veramente nessun verbo
-che si possa sostituire al _patinare_, perchè tocca la cosa di volo, e
-toccando una cosa di volo si può sempre esprimersi con una perifrasi.
-Ma sa ella come se la cava l'eminentissimo cardinale per indicare
-i _patini_? Gli Olandesi, scrive, si mettono ai piedi _certe, dirò
-così, ali_! Pare a lei un'azione da galantuomo il chiamare _ali_ degli
-zoccoli?
-
-— Ebbene... adoperi la parola _patinare_ in carattere corsivo.
-
-— Così fece il Giusti, risposi. Ma quest'uso di scrivere le parole
-in corsivo non mi va; mi pare una transazione puerile; eccetto che
-la parola così scritta non debba essere adoperata che una volta sola.
-Seguendo quest'uso si verrebbe a poco a poco a veder dei libri stampati
-metà in corsivo e metà no, e ad avere una lingua doppia, bastarda,
-ridicola. Che significa il corsivo? Che riprovate la parola. Se la
-riprovate perchè l'usate? Perchè non ce n'è altra. E se non ce n'è
-altra, perchè riprovate quella?
-
-La conversazione non terminò qui; ma non approdò a nulla perchè il
-linguista non ebbe il coraggio di dare il suo consenso assoluto alla
-parola _patinare_. Allora mi rivolsi a uno scrittore e parlatore
-elegantissimo, — un uomo che il Giusti diceva _pieno zeppo d'ingegno_
-e del quale il Manzoni faceva grandissimo conto in materia di lingua,
-— e questo signore ebbe la bontà di scrivermi la lettera che segue:
-
-«E il suo _patiner_? Ella ha senza dubbio preso a quest'ora il suo
-partito, e io mi sarei trovato molto impicciato a suggerirgliene
-uno. Che vuole! Il bimbo si battezza dove nasce, e poi gira il mondo
-portando attorno per tutto il suo nome. Così le cose che a noi vengon
-di fuori ci vengono col nome che hanno, e la parola che è stata per
-noi il mezzo di cognizione, il più delle volte rimane. Per questo non
-c'è la minima difficoltà in nessuna parte del mondo, e _consommé_,
-per dirne una, è parola di tutte le lingue, che si dice a Londra e a
-Pietroburgo come a Parigi. Noi italiani facciamo prima le boccacce e
-ci proviamo chi in un modo e chi nell'altro a tenere indietro queste
-parole forestiere, e a peggio andare, per non usare la parola scansiamo
-di nominare la cosa. Ma le sono ubbie queste, e i fatti son fatti, e
-sono all'ultimo i padroni del mondo. La conclusione è che noi abbiamo
-dato agli altri le parole finchè abbiamo dato le cose. Ma ora che di
-maestri siamo diventati discepoli, invece di dare prendiamo, e questo
-è sempre meglio che nulla. Io direi dunque _patinare_ essendo questo
-il solo modo di dire la cosa. Non volendo passare sotto queste forche,
-uno scrittore ha sempre modo di uscirne. Si descrive, si definisce
-invece di nominare. Si pigliano vocaboli che hanno un senso affine,
-e con qualche aggiunto, o colla loro collocazione, si fa tanto che
-il lettore capisce quello che s'è voluto dire; ma capisce insieme che
-la parola venuta alla bocca non era quella, e che l'autore ha dovuto
-stillarsi il cervello per trovarne un'altra, la quale sarà in ogni
-caso una traduzione più o meno felice della prima, che un altro rifarà
-poi a suo modo, più o meno felicemente; cosicchè invece d'aver un modo
-spiccio, sicuro, comune, se n'avrà molti, anzi nessuno, perchè i molti
-e il nessuno son pure sinonimi quando si parla di lingua.»
-
-Dunque? Dunque io direi d'aver sempre presenti, in fatto di lingua,
-questi due detti: uno del Leopardi, l'altro del Giusti.
-
-Il Leopardi, domandato da suo fratello Carlo se una certa parola,
-che non si trovava nei buoni autori, si potesse usare: — _È vero_,
-— rispose, — _che i buoni scrittori non l'hanno usata; ma non hanno
-nemmeno lasciato per testamento che non si potesse usare_.
-
-E il Giusti, a proposito di _diligenza_, parola francese, che, a suo
-avviso, aspettava cittadinanza dalla Crusca e la doveva ottenere perchè
-il
-
- cambio delle voci
- Fra gente e gente, come l'ombra al corpo,
- Tien dietro al cambio delle cose umane
-
-disse:
-
- Nè straniero vocabolo corrompe
- L'intrinseca virtù d'una favella
- Quando lo stile riman paesano.
-
-Ammessa questa massima, ci sarebbe da divertirsi a raccogliere tutte le
-espressioni e i vocaboli ricercati e ridicoli che usarono gli scrittori
-troppo teneri della purità per scansare le frasi e le parole nuove.
-Per esempio il Tommaseo esprime l'idea della giustezza, o come si dice
-militarmente, della precisione del tiro delle artiglierie, dicendo
-che _i cannoni con dottamente computato émpito mandano la strage nelle
-mura merlate_. L'Ugolini suggerisce di dire _viene da ornarsi_, _sta ad
-ornarsi_, _vado ad ornarmi_, invece di viene dalla toeletta, sta alla
-toeletta, va a far toeletta. Ma, signor Ugolini, io gli vorrei dire se
-avessi l'onore di conoscerlo, mi può ella giurare che se una signora
-di sua conoscenza dicesse a lei: — m'aspetti un momento, _vado ad
-ornarmi_, — ella non dovrebbe fare un leggiero sforzo per trattenersi
-dal ridere? — Così un dotto, ma troppo tenace purista, voleva che in
-scritti destinati principalmente ai soldati, io scrivessi _drappello_
-invece di _plotone_, _berretto_ invece di _cheppì_, _fiaschetta_
-invece di _borraccia_. Ma se non posso — io badavo a rispondergli; —
-perchè il plotone non è un drappello, il berretto non è un cheppì, la
-borraccia non è una fiaschetta; — e se adopero una parola per l'altra,
-non mi capiscono più. — Non importa, — avrebbe voluto rispondermi;
-ma non osava, e non volendo d'altra parte rendersi complice dei miei
-barbarismi, si stringeva nelle spalle e mi lasciava nelle peste.
-
-O Dio buono! Altro è dire in un vocabolario, in un trattato, in un
-elenco di modi errati, questa parola non va e questa frase è barbara;
-altro è dover esprimere quella tal cosa in una commedia, in una
-novella, in un qualunque scritto destinato al pubblico, dove una
-perifrasi sciupa una bella idea, un'espressione non immediatamente
-compresa manda a male un dialogo, una parola affettata o vaga o
-equivoca guasta tutta una descrizione. Per dare degli esempi di
-difficoltà superate, si citano le prose di questo o di quello, che
-trattano di storia, di letteratura, di morale, e si dice: — Trovateci
-una parola o un modo impuro, se potete. — Non ci si trova, lo so
-benissimo. Ma vorrei che questo e quello scrittore avessero raccontato
-un viaggio in strada ferrata, descritto un salotto alla moda, riferita
-una conversazione di signore, rappresentato un accampamento di soldati,
-e scritto tutto questo con spontaneità, grazia ed efficacia, senza
-farsi cogliere in fallo dai puristi: allora sì che mi rimetterei e
-mi darei del bue. Ma dove sono i modelli di questo genere di scritti?
-Andiamo, via; allarghiamo un po' la manica e facciamo a compatirci.
-
-
-
-
-CONSIGLI
-
-
- (_Risposta a un giovanetto_).
-
-.... Vi dirò quello che per mia esperienza ritengo utile; ma vi prego
-di credere che non ho nessunissima pretensione d'insegnare. Voi,
-probabilmente, vi sarete già formato un parere; io v'espongo il mio. Se
-saremo d'accordo, tanto meglio; se vi parrà che io sbagli, darete una
-scrollatina di spalle, e non ci terremo il broncio per questo.
-
-Il primo consiglio che vi darei sarebbe di far i bauli e di prendere
-il treno di Firenze. Se potete far questo, non m'occorre di dirvi
-altro per ora: vi riscriverò a Firenze. Ma se, com'è più probabile,
-non potete, ecco ciò che io farei se fossi in voi. Prima di tutto mi
-stamperei bene nella testa che lo studio della lingua è uno studio
-che richiede molto tempo, molta pazienza e molta regolarità: mezz'ora
-tutti i giorni giova più che due giorni interi ogni due settimane.
-E farei e cercherei di mantenere i seguenti propositi: — Parlare il
-meno possibile il mio dialetto. — Parlando italiano, parlar sempre
-con cura, sorvegliare sempre me stesso, e purgare il mio linguaggio di
-tutti i _grossi errori di grammatica e di proprietà_, non _avvertiti_,
-che sfuggono nella maggior parte d'Italia a _quasi tutte le persone
-colte_. — Terzo, correggere e perfezionare la mia pronunzia: il che
-può far benissimo un italiano di qualunque provincia, senza cadere
-nell'affettazione e senza riuscir ridicolo, purchè lo faccia a poco
-a poco e non lasciando apparire lo sforzo. — Per riuscire a _scriver
-bene_ non mi pare che ci sia mezzo migliore che quello di cominciare
-a _parlar bene_, poichè se è vero che lo _scrivere_ è un _parlare
-pensato_, chi parla bene non avrà più, pensando per scrivere, che
-da perfezionare, mentre chi parla male, dovrà far doppio lavoro:
-ossia evitar di scrivere gli spropositi che gli escono abitualmente
-dalla bocca, e poi con un secondo sforzo della mente, fare quello
-che l'altro fa alla prima. Ora, non capisco come si possa riuscire a
-parlar bene senza pronunziar bene, poichè mi pare che qualunque più
-bella espressione italiana perda della sua efficacia se è pronunziata
-coll'accento e i suoni del dialetto; e la perde non solo per chi
-ascolta, ma anche per chi parla.
-
-Dopo questo farei una volta per sempre la fatica di leggere e di
-annotare tutto il _vocabolario_, e lascerei che i grulli ridessero
-di questa _pedanteria_. L'ha fatta il Manzoni, l'ha fatta il Grossi,
-l'ha fatta Teofilo Gautier, il più colorito e più ricco scrittore
-della Francia; e non erano pedanti. Farei così: raggrupperei tutti
-i vocaboli e modi notati nel vocabolario intorno a un certo numero
-di argomenti: per esempio, campagna, arte, industria, morale,
-architettura, vestiario, movimento, affari, affetti, ecc.; e intorno a
-ognuno di questi argomenti raccoglierei poi a mano a mano tutto quello
-che mi verrebbe fatto di notare nei libri. Un quaderno dunque! Uno
-sgobbo da scolaretto! E sia pure. Capisco che molti ridono di queste
-cose, e dicono che bisogna studiare in una maniera più _larga_. Ma
-mi consolerei pensando che in questa maniera _stretta_ studiarono la
-lingua il Monti, il Foscolo, il Leopardi, il Giusti, il Guerrazzi;
-che, poveretti, credevano ancora ai _quaderni_. Ma che norma seguire
-nell'annotare e nello scegliere? Non lo so dire. In certe cose non
-si possono dar consigli. Io sceglierei ciò che mi bisogna e ciò che
-mi piace. Vi son parole e modi _antipatici_ a uno, _simpatici_ a
-un altro. Chi li trova antipatici non li adopera mai quand'anche li
-veda adoperati da tutti. È dunque inutile che li noti e li ritenga
-a mente. Per esempio, vi sono degli scrittori che per cento lire non
-scriverebbero _ad ogni piè sospinto_. Ma è italiano! direte. Lo so, —
-vi rispondono; — ma lo detesto. — Il gusto deve andare innanzi a tutto.
-Quindi in questo lavoro di scegliere vocaboli e modi, ciascuno deve
-fare quello che gli pare. Se fa male, ossia contro il gusto dei più,
-peggio per lui; non c'è altro da dire.
-
-Dopo il vocabolario, i libri. Io leggerei quasi esclusivamente libri
-toscani, anche quei di poco o nessun valore per la sostanza, perchè
-in un libro scritto da un toscano c'è sempre, in fatto di lingua,
-qualche cosa da imparare; intendo di dire qualcosa di _speciale_,
-come diceva il Grossi, di _vivo_, che non si trova negli scritti più
-forbiti degli altri italiani. Tra questi libri toscani, ne sceglierei
-alcuni, od anche uno solo, da leggere ad alta voce o da farmi leggere
-mezz'ora tutti i giorni. Conosco un tale che scelse l'epistolario del
-Giusti. Ci sono molte affettazioni, molte _smorfie_; v'è in qualche
-punto la caricatura della naturalezza; v'è spinto sovente fino
-all'eccesso quello ch'egli chiamava il _parlare da serve_ o parlare
-alla _casalinga_, il contrario di quello definito da lui: — parlare
-tirato _a chiaro d'ovo di grammatica e di vocabolario_. — Ma è tanto
-ricco, tanto sciolto! v'è un fare così da padrone che, a studiarlo
-con discernimento, ci si può imparare più che in cento altri libri
-inappuntabili. Ma bisogna tempestarci su molto tempo, — anni ed anni, —
-ogni giorno un po'; — bisogna digerirlo e ridigerirlo; — empirsene la
-testa e gli orecchi in modo che tutti i momenti, a tutti i propositi,
-ci vengano alla memoria e sulle labbra quei modi, quei suoni, quei
-periodi. E questo si può dire di tutti gli altri libri. Leggerne
-pochi, ma con infaticabile perseveranza, fin che vengano a noia; fin
-che, lasciando cader gli occhi sopra una pagina qualunque la memoria
-precorra lo sguardo, e torni quasi inutile proseguire la lettura.
-E studiare a memoria molto e ridire ad alta voce le cose studiate,
-_fin che s'è molto giovani_, come scrisse Giacomo Zanella; perchè a
-una certa età questa fatica si può continuare a farla se si è sempre
-fatta; ma non si comincia a fare _a caso vergine_; e chi non possiede
-una buona quantità di lingua prima dei venticinque anni, è raro che
-l'acquisti dopo.
-
-Il difficile è il ritenere, l'appropriarsi così intimamente i vocaboli
-e i modi che si vanno via via notando, da averli poi pronti, spontanei
-quando si parla o si scrive. Per ottenere questo ci vuole una certa
-industria. Conosco uno che oltre al notare parole e modi nel suo
-gran quaderno a colonne, li scriveva, via via che gli occorrevano,
-sul margine dei libri, sulle buste delle lettere, sulle assicelle
-degli scaffali, sulle porte, sui muri, sui giornali; tanto che nella
-stanza dove studiava, in qualunque punto fissasse gli occhi, vedeva
-una nota e se la rinfrescava così nella memoria. E qualunque parola o
-modo notasse, lo riferiva immediatamente, nel suo pensiero, a qualche
-persona o cosa che gli occorresse di vedere o di fare abitualmente
-nella giornata. Legava ogni parola a un'immagine, ogni frase ad un
-fatto, e se ne serviva il più presto possibile in una lettera o in una
-conversazione per istamparsela in mente, per mettervi, in certo modo,
-il suo suggello, per impiegarla subito nella sua casa. E dedicava ogni
-giorno una mezz'ora a rimestare, a combinare, a logorare, sto per dire,
-le sue note. Si formava coll'immaginazione un personaggio qualunque e
-scriveva di lui, per esempio, una tiritera come questa: — mi pareva un
-galantuomo; feci _fondamento sopra di lui_, e non credevo di _fidarmi
-sul vento_; oltrechè mi parve che fosse un uomo _di ricapito_, benchè
-sapessi che era anche _un uomo dei suoi comodi_ o _dei suoi piaceri_.
-Ma m'ingannai e alla prima occasione _mi girò sotto_. Gli scopersi
-mille difetti. Prima di tutto è avaro; _ha il granchio alla borsa,
-ha la gotta alle mani, paga colle gomita, sta sul tirato, vive a
-stecchetto_; ma è pure ambizioso, e _camperebbe con uno stecco unto_
-per _scialare fuori di casa_, ecc. Accortosi che l'avevo _preso in
-tasca, si ruppe con me_, me _l'ha giurata addosso, è nero con me, ha il
-sangue guasto con me, s'è guastato con me_, si _lava la bocca_ di me,
-_gira largo_ quando mi vede, ecc., ecc. — Tutti questi modi, estratti
-dalle sue note, combinava poi un altro giorno in un altro modo intorno
-a un altro soggetto, e studiava a mente quello che aveva scritto.
-Lo capisco; è una fatica uggiosa, non se ne tocca con mano il frutto
-che dopo molto tempo, alle volte se ne riman quasi umiliati, sovente
-si perde il coraggio. Ma bisogna perseverare, esser cocciuti, volere
-_fermamente_ e a _qualunque costo_, e vien poi il giorno in cui s'è
-contenti di non aver ceduto. Se non costasse lunghe e penose fatiche
-l'imparare a scriver bene, i libri leggibili sarebbero più numerosi di
-quello che sono.
-
-Scrivendo, però, io mi sforzerei di dimenticare tutte le mie note
-e tutti i miei esercizi. Presa la penna in mano, non frugherei più
-nella mia memoria. Quello che deve cader sulla carta, deve cader da
-sè. Tutto ciò che è _cercato_ è quasi sempre _ricercato_. È inutile
-tentar d'ingannare il lettore. Anche il lettore meno perspicace ha un
-senso finissimo che lo avverte d'ogni menoma affettazione, e gli fa
-discernere nettamente la parola e il modo scritto spontaneamente da
-quello tirato fuori cogli uncini dai magazzini della memoria. Tutto ciò
-che non vien sulle labbra parlando è difficile che venga a proposito
-sulla punta della penna. Per questo ripeto che il migliore esercizio da
-farsi per imparare ad _usar_ la lingua è quello di _parlare_. Parlando
-s'ha sempre un giudice la cui fisonomia accusa involontariamente
-con moti appena percettibili, ma di significazione non dubbia, tutte
-le affettazioni, tutte le lungaggini, tutte le oscurità del vostro
-linguaggio. Un _ascoltatore_ è il miglior maestro di semplicità, di
-rapidità e d'efficacia.
-
-Resta la quistione delle parole nuove. Io direi che non mette conto
-di parlarne. Fa bene a occuparsene, piuttosto di non far nulla, chi
-non ha altro da fare. Quello che importa è che la frase, l'andamento,
-il giro del periodo, _l'impasto_ della lingua sia italiano. La
-quistione delle parole dubbie, ammesse da Caio, respinte da Tizio, è
-un puro perditempo. Anzi, in queste cose, vi consiglierei di evitare
-le discussioni. In fatto di lingua le discussioni non approdano per
-lo più a nulla e non fanno che guastare il sangue, perchè in questa
-materia (strano a dirsi) la gente più modesta ha un amor proprio
-ombroso, ostinato, intrattabile. È impossibile, credo, trovare un
-italiano, anche digiuno d'ogni studio di lingua, il quale in una
-questione di parole si lasci persuadere da chi ne sa più di lui. Non
-c'è usciere piemontese che non si creda in grado d'insegnare un po'
-di _vero_ italiano a un accademico della Crusca, e voi non potete
-immaginare quanti maestrucoli di villaggio danno di ciuco al Manzoni.
-A che giovò per esempio, la discussione promossa dal _povero vecchio_,
-come dicevano i suoi avversarî, sull'unificazione della lingua?
-Abbiamo visto saltar su da tutte le parti dei linguaiuoli furiosi che
-ripeterono per la centesima volta le loro vecchie ragioni, abbiamo
-sentito dire molte impertinenze, siamo ricaduti fino agli occhi nei
-vergognosissimi pettegolezzi comareschi dei tempi andati; e ognuno
-è rimasto del proprio parere. La questione della lingua bisogna
-risolverla colla _pratica_. Un buono e bel libro scritto secondo le
-teorie del Manzoni, val più di cento discussioni. Ciascuno scriva
-come crede che si debba scrivere, senza pretendere di dettar la legge
-agli altri; il pubblico vedrà da sè dov'è la maggior evidenza, la
-maggior grazia, la maggior ricchezza; e la miglior _teoria_ trionferà
-a poco a poco, tacitamente, senza bisogno che ci pigliamo pei capelli.
-Quello che importa sopra ogni cosa è di studiare tenendo sempre ferma
-questa sacrosanta verità nella testa: — che senza molta fatica e molta
-pazienza non si riesce a nulla in nessuna cosa; e che anche studiando
-molto, lo studio della lingua è uno studio di tutta la vita, come tutti
-gli altri studi; e che chi lo sberta come una _pedanteria_ che ammazza
-l'ingegno, è un fiaccone che non ci s'è mai messo, o un corbello che
-non l'ha mai capito.
-
-
-
-
-IL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA
-
-
-I.
-
-Ho riletto in questi giorni il libro di Giambattista Giuliani
-intitolato _Moralità e poesia del vivente linguaggio della Toscana_
-(Successori Lemonier, terza edizione); e ho riprovato la doppia
-soddisfazione che dà ogni libro veramente bello e veramente utile.
-Son certo che molti dei miei giovani lettori lo conoscono; ma dubito
-che molti abbiano avuto la pazienza di postillarlo, di trascriverne i
-tratti più notevoli, di ordinare le note, di spremerne il sugo in modo
-da poter mettere il libro da parte colla sicurezza d'averne ricavato
-il maggior vantaggio possibile. Per questo, credo che non riusciranno
-inutili le pagine seguenti. Propongo, in somma, a quelli fra i lettori
-che studiano con amore la lingua, di leggere, o rileggere, il libro del
-Giuliani in compagnia d'uno che può risparmiar loro una parte della
-fatica che avrebbero a durare per far quella lettura da soli e con
-profitto.
-
-Questo libro è quasi tutto composto di discorsi, di frasi, di parole
-raccolte dalla bocca di contadini e contadine delle varie provincie
-toscane. Il Giuliani ci ha lavorato molti anni. Girò tutta la Toscana,
-soggiornò nei villaggi e nelle borgate, s'affratellò coi campagnuoli,
-ne studiò i lavori e i costumi, e a furia d'interrogare e di notare,
-mise insieme il suo libro, che è una miniera di purissima lingua. E
-non di lingua soltanto, perchè son contadini e contadine che parlano
-d'agricoltura, delle loro famiglie, dei loro amori, delle loro
-disgrazie; quindi c'è racconto, descrizione, affetto. Letto questo
-libro, par di essere vissuti un anno in quelle beate valli _popolate
-di case e d'oliveti_, e d'aver conosciuto quel buon popolo schietto
-e cortese; e per molto tempo rimangono nella mente quei vignaiuoli,
-quegli opranti, quei carrettieri, quei cacciatori, quelle fattoresse,
-quei garzoni, quelle nonne, quelle spose, quelle ragazze, colle quali
-s'è discorso alla sfuggita, come tanti personaggi di un romanzo.
-
-Io non credo che ci sia al mondo altro popolo contadinesco, — per
-servirmi delle parole del Giuliani, — il quale parli una lingua così
-gentile, così potente, così splendidamente poetica come quella parlata
-dal popolo della campagna toscana. Certuni (non toscani, s'intende),
-leggendo questo libro sono stati presi qua e là dal dubbio _che non
-fosse tutta farina dei contadini_. — Certe idee, — dissero, — certe
-frasi son troppo belle, troppo poetiche per dei contadini. — Io penso
-invece che sono tanto poetiche e tanto belle da non poter sospettare
-che siano di Giovanbattista Giuliani, per quanto egli abbia ingegno e
-buon gusto. E dico il vero: se fossi sicuro che il racconto intitolato
-_Tre vittime del lavoro_, compreso nel libro di cui parliamo, non
-è stato scritto, quasi sotto dettatura della contadina _Teresa_ e
-del pastore _Domenico Nesti_, ma steso per intero, e per sola forza
-d'immaginazione, dal signor Giuliani, piglierei questa sera il treno
-diretto di Firenze per andare ad abbracciare il degno abate e gridargli
-ch'è il primo scrittore d'Italia; tanto io credo che quel meraviglioso
-racconto sia al di sopra delle forze di qualunque ingegno, anche
-toscano, e che la natura sola l'abbia potuto dettare.
-
-E poi giudicheranno i lettori, non di quel racconto, ma dell'altre
-cose. Spigoleremo nel volume del signor Giuliani. Gran lavoro
-davvero da riempirne le pagine d'un libro! Ma qui si tratta di
-spigolare riordinando. Il ritenere le cose di lingua dipende in
-gran parte dall'ordine col quale ci si presentano. Nel libro del
-Giuliani, composto in gran parte in forma di vocabolario, si trovano
-discorsi, frasi, immagini di natura svariatissima, l'una sull'altra,
-alla rinfusa. Nella stessa pagina, tre persone diverse parlano
-d'agricoltura, d'amore e di morte. Noi procederemo in un'altra maniera.
-Di più, non cogliendo altro che il fiore delle tante bellezze sparse in
-quel libro, lasceremo da banda quella parte di lingua, ed è moltissima,
-che riguarda esclusivamente l'agricoltura dal lato tecnico, e che
-perciò riuscirebbe inutile al maggior numero dei lettori.
-
-Cominciamo dalle espressioni poetiche del linguaggio del dolore,
-dell'amore e d'altri sentimenti. Molte volte rimarremo meravigliati
-del pensiero, non meno che della forma. Una contadina della montagna
-pistoiese, per esempio, parlando degli ultimi giorni d'una sua
-conoscente, morta poi di malattia, dice che _aveva la carne già morta e
-lo spirito sempre vivo_...; che _le morì la carne addosso prima ancora
-che se ne fosse ita con Dio_. Un'altra contadina della stessa montagna
-dice che _quando il dolore è di quello cocente, la parola resta
-dentro_: espressione di cui si ammirerebbe la potenza se si trovasse in
-un verso di Dante. — Una contadina senese dice le seguenti parole che
-a me paiono sublimi: _La mamma io la perdetti ch'ero piccolina; a ogni
-modo mi par di mentovare un gran nome!_ — _A casa_, — dice un'altra
-pistoiese, — ci sta il nonno, che gli voglio un bene all'anima.
-_Sempre sotto la sua ombra mi son riparata._ — Un'altra, parlando d'un
-figliuolo morto: — _La morte, come fa presto! Non si sa la mattina
-quando ci si leva, se si finisce il giorno.... Ma Dio ce li dà in pegno
-i figliuoli; a tutte l'ore li puole ripigliare, e bisogna renderli._
-— Una donna del Casentino, raccontando un suo sogno d'una passeggiata
-fatta colla bambina che poi le è morta: — _Per la strada non si faceva
-altro che coglier fiori e fiori, parea fosser nati a bella posta per
-noi: era un non so che d'allegria per tutto._ — _A volte_, — dice
-un'altra di Valdensa, — _m'arrabbierei dalla disperazione; ma Dio è
-misericordioso, e ci svia la mente da queste tristizie._ — Un'altra
-madre: — _A noi mamme ci costano sangue tutti a un modo i figliuoli.
-C'è n'è tante che non se ne rifanno a mancargli un figliuolo. Tutti
-non si nasce d'una stampa; le dita delle mani non son mica tutte
-compagne._ — _A rifletterci bene_, dice una contadina di Montamiata,
-— _è proprio vero, il mondo è una catena continua d'amore: s'esce d'un
-amore e s'entra in uno più grande a pigliar marito_. — Un cieco delle
-montagne di Siena dice: — _perso gli occhi, perso il mondo; la luce è
-la bellezza della vita_. — Un'altra madre del Casentino dice dei suoi
-figliuoli morti: — Mi ricordo di quando li avevo tutti e due; _come
-brillavano! allora sì che quella era vita!... Senza la vista degli
-occhi_ (era diventata cieca) _si è più di là che ili qua, sparisce il
-meglio della vita._ — Un'altra madre: — Quando cominciano a chiamare
-_babbo, mamma, anco che non lo scolpiscano bene bene, è una tenerezza
-che ci cascano i lucciconi_ (lagrimoni) _ridendo_.... — _Quando c'è
-l'amore_, — dice un'altra, — _tutto passa! Quello sì che è proprio un
-accorda cristiani!_ — Ed altre, parlando sempre dei figliuoli: — _Le
-darei il fiato per tenerla viva_ — Che almeno la rivegga in paradiso!
-_Mi reggo viva in questa speranza._ — Sebbene fossi più di là che di
-qua, l'avere il mi' figliuolo daccanto nel letto, _mi pareva di essere
-più degna di stare nel mondo_, ecc.
-
-Ecco ora un saggio d'altre espressioni più brevi di dolore e di affetto
-tolte qua e là dal libro e riferite tali e quali. Non dimentichiamo mai
-che son contadini e contadine che parlano. — Era una vista che levava
-il pianto dal cuore. — Sono dolori che ne va la vita. — Quando viene
-un rimescolo di sangue l'uomo non scerne più il bianco dal nero. —
-Sono pene di morte che fanno andare il cervello in aria. — Mi consumavo
-dentro. — Mi sento schiantar dentro dalla passione. — È un pensiero che
-mi pesa sull'anima. — È un coltello che m'ha passata l'anima. — È una
-disgrazia che m'ha ferita a morte. — Se non fossi in mano di Dio, sarei
-già morta sfatta dal dolore. — Una puntura, per forte che sia, finisce
-presto, basta che non arrivi al cuore; ma feriti al cuore, addio: è
-una morte da vivo; non si guarisce più. — Li ricordo quei giorni! Li ho
-contati a goccie di sangue, li ho contati. — Parea distrutta dalla gran
-passione. Vede quel sasso? Tant'era lei. — E Teresa? Oh quella sì che
-il dolore le s'è fitto nell'ossa! — Vedevo lui (_il marito morto_,) e
-mi pareva volesse dir tante cose, e non poteva; che strazio è stato il
-mio! — Spasimava tra la vita e la morte. — Mi si travolse il cervello.
-— Mi pareva di non aver più senso di nulla. — Ero un turbine di dolore,
-ecc.
-
-Ma nulla di più gentile e di più caro che il linguaggio d'amore. —
-«M'ero messa a certi arrischi per vederlo (dice una contadina della
-montagna pistoiese parlando del suo damo, che fu poi suo marito) che a
-ripensarci mi s'accapona la pelle. Bastava mentovarmi il mio damo, io
-ero gelosa di tutte e di tutto. _Mi pativa il cuore, che l'aria me lo
-guardasse._ La prima volta che lo vidi, mi principiò subito a garbare.»
-— Un giovane contadino di Val di Greve dice: — «Io per me tra 'l
-lavoro penso alla mia dama, non sento manco la fatica, tutto mi piace;
-_è un gran gusto quando c'è l'amore che rischiara la giornata_.» Una
-contadinella, parlando del suo innamorato: — «Quando si va in chiesa,
-quanti ne passa e quanti ci entrano, il più bello di tutti è lui: _pare
-un fiore, che lo distinguo tra mille_. Anche se mi ritrovo alle feste
-e che ci sia lui, _lo vedo sopra tutti_; gli voglio bene; il cuore
-non mentisce.» — S'ha un bel dire, ma non c'è barba di scrittore che
-valga a mettere insieme di queste parole. Un'altra, una contadina di
-Crespole, racconta così l'_andamento_ del suo amore: — «La prima volta
-che vidi il mi' omo, era la festa della Madonna delle Grazie. Un giorno
-fra gli altri venne da me una mi' zia e mi chiama: Vien qua, Betta,
-senti, t'ho da dire una cosa: c'è quel giovinotto di Vellano, che
-t'ha visto in chiesa, ti ricordi? _Ti conobbe tanto allegra e con quel
-sorriso_ (bellissimo!) che t'ha messo gli occhi addosso; e finchè t'ha
-potuto vedere, t'ha guardato e ha detto: Quella è la ragazza che fa per
-me; la voglio pigliar per moglie, _mi garba troppo_.» — Una ragazza
-di Cutigliano scrive al suo amante: — _Anche solo a poter prendere
-qualche boccata d'aria dove tu respiri, sarei contenta._ — La stessa,
-in un'altra lettera, temendo d'essere abbandonata: — «Rammentati
-bene che v'è un Dio sopra di noi, che se tu _avessi il cuore voltato
-a tradirmi_, non te ne darebbe il tempo.» — In uno stornello c'è la
-parola _strazia fanciulle_, per amante volubile; e una povera ragazza
-abbandonata dice ingenuamente al suo damo: — _Come volete ch'io
-faccia a campare?_ Undici sillabe in cui c'è più amore che in tutto il
-canzoniere d'un petrarchista.
-
-Tralascio di riferire un gran numero di parole e d'espressioni del
-linguaggio contadinesco, che non potremmo usare. Ma ve n'è molte, fra
-queste, che dánno tanta grazia e tanta originalità al discorso, che
-sarebbe un peccato lasciarle da parte. Voglio dire di quei vocaboli
-e modi che si soglion chiamare _illustri_, e che non convengono
-al linguaggio famigliare. Per esempio, si trattenga dal sorridere,
-chi può, raffigurandosi un contadino il quale dica le proposizioni
-seguenti: — Aveva una _dottoranza_ nel su' dire, che ci si stava a
-bocca aperta a sentirlo. — Quando si torna di maremma, guai a non
-aversi un po' di _riguardanza_. — Per esser povera gente, l'hanno
-portato al cimitero con _onoranza_. — Si vede che il vino nelle botti
-non ha preso _possanza_. — Bisogna aspettare che il sole acquisti
-_possanza_ di scioglier la neve. — Ho continua _temenza_ che si faccia
-del male. — Vecchio, aveva nel cuore _l'ardenza_ della gioventù. — Ero
-sfinita, e tutti mi guardavano come _una meraviglia di doglianza_. —
-Lavorava per acquistarsi _nominanza_. — Uno dei bimbi le morì perchè
-non ebbe _custodimento_. — Ora le racconterò l'_andamento_ della
-mia gamba (s'intende del suo male). — Mi sarei mangiate le mani, dal
-_rosicamento_ che mi sentivo dentro. — Non mi _nutricavo_ che di pianti
-e di sospiri. — Mi fu posto dinanzi un fiasco e potei bere a tutto
-tonfo, si figuri! A quella _confortazione_ subito riebbi la vista.
-— Quest'aria è una _spirazione_ di salute, ecc. — Noto di volo il
-curioso paragone _piangere come una vite tagliata_ e la graziosissima
-espressione _donna usciaiola_ per donna che sta sempre sull'uscio a
-_spettegolare, a tirarla giù all'uno e all'altro_; tanto differente da
-quelle buone donne che _lavorano di genio_, che _si tirano il bene da
-tutti_, che non _si guastano con nessuno_ e che non si dan pensiero
-delle maldicenze, tenendo per massima che _un paio d'orecchie sorde
-chetano cento lingue_.
-
-
-II.
-
-Si veda se c'è nulla di più grazioso e di più efficace delle
-espressioni seguenti, tutte raccolte dalla bocca di contadini, e sparse
-per il libro del Giuliani. — L'orologio cammina cammina senza ritegno,
-_e non dice più vero_. — Il _verno è nato_, la stagione declina. —
-Bella serata ch'è questa! È _uno stellato fitto_, una chiarità che
-rallegra, starei qui tutta la notte _a godere le stelle_. — Carlo
-voleva partire; sua moglie non fece altro che _contraddirgli l'andata_.
-— I ricchi delle volte stanno peggio di noi perchè _hanno il baco che
-li rosica_ giorno e notte. — Io non dissi parola; ma _piangevo nel mio
-dentro_. — A contare tutto quello che ho passato nel mondo, sarebbe
-_una leggenda da far rabbrividire_. — Voleva intendere, voleva sapere
-(parla d'uno che sotto colore di chiedere _albergo_, s'era ficcato in
-casa per rubare); non _aveva terren sotto i piedi_. — Non _toccava_
-nemmeno _terra dall'allegria_. — _Non batte_ gli occhi _da tanto
-che sta lì a guardarla_. — Creda che quando si vuol bene davvero, le
-_parole muoiono in bocca_. — Che acqua! _è una freschezza che rompe
-il bicchiere._ — Voglio tornar a casa perchè altrimenti c'è quel
-benedetto vecchio che m'_ingolla viva_. — _Un dì per me dice tre_
-(parla un vecchio), _calo fuor di maniera._ — La carità, se la facciamo
-bene, _Dio la scrive in cielo_. — Che serve disperarsi?_ Tanto questo
-mondo è una fiatata._ — Conoscete il mi' figliuolo? Il vostro bimbo
-_inchina tutto a quell'idea_ (gli somiglia). _Lo rammenta fin nei
-capelli._ — Guadagnarsi il pane a _stille di sudore_, _assaettarsi_
-al lavoro, condurre una vita _arrovellata_. — Mio marito lavora tanto
-che quando torna a casa si mette subito a letto _e si sveglia dalla
-parte che s'è abbandonato_. — Come diremmo questo, otto su dieci di noi
-settentrionali, quando non avessimo tempo a pensarci? _Si sveglia nella
-stessa posizione.... nello stesso atteggiamento.... nel quale...._
-
-Un bello studio ci sarebbe da fare, con questo libro alla mano, su quei
-modi e costrutti che i fautori della prosa compassata rigettano con
-orrore, e i novatori, invece, che badano all'efficacia più che alla
-regolarità dello stile, cercano e adoperano, non solo senza scrupolo,
-ma con predilezione. Lasciamo stare le espressioni come le seguenti:
-— Di quei figliuoli non ne _rinasce_ (invece di _rinascono_). — C'_è
-morto_ pezzi di giovinotti (invece di _ci son morti_), ecc., che non
-han bisogno di essere giustificate. Notiamo invece: — _Il mio omo
-è da tre settimane che si sente male._ — A casa ci sta il mio nonno
-_che gli voglio_ un bene dell'anima. — Per noi queste libecciate è una
-disgrazia grande. — _L'uva ce n'è di tante_ specie. — La maremma _son_
-tutti luoghi ammacchiati. — C'era due che contrattavano della seggina.
-_Quello che comprava gli è parso che il venditore l'avesse alterata di
-prezzo_, ecc. Che cosa si deve dire di queste licenze? che si possono
-pigliare? Il Manzoni non esiterebbe a rispondere di sì poichè egli
-stesso ha scritto nei suoi _Promessi Sposi_ (edizione corretta), oltre
-a moltissime proposizioni consimili, le seguenti: — _Tutti coloro che
-gli pizzicavan le mani...._ — _Queste sono sottigliezze metafisiche
-che una moltitudine non ci arriva...._, ecc. Ma nonostante l'illustre
-esempio, io starei umilmente con coloro che credono di non doverlo
-seguire. Che si debba preferire un idiotismo efficace a una pedanteria
-d'effetto contrario, siamo d'accordo; ma a patto che quell'idiotismo
-sia indispensabile ad esprimere quella data cosa; a patto che
-quando ci sono due espressioni di uguale efficacia da scegliere, una
-sgrammaticata e una no, si scelga quest'ultima; a patto, infine, che
-non si consideri ogni idiotismo come una gemma per la sola ed unica
-ragione che è un idiotismo. In quelle due proposizioni del Manzoni, per
-esempio, non mi pare affatto giustificata la violazione della sintassi
-regolare. Non trovo che il dire _tutti coloro a cui pizzicavan le mani
-o che si sentivano pizzicare le mani_, ecc., sia tanto pedantesco,
-tanto forzato, da dover preferire l'altra maniera. Mi pare anzi che
-sia appunto questa maniera, preferita come più naturale, quella che, in
-simil caso, riesce più forzata. Ma, si dirà, è una forma del linguaggio
-parlato, e voi stesso dite che bisogna scrivere come si parla. Certo;
-ma _come si parla_ da chi parla bene, correttamente ed elegantemente.
-Ora io scommetto che nessun toscano colto dice _coloro che gli pizzican
-le mani_ altro che qualche volta e senz'avvedersene. Abitualmente dirà,
-per esempio, _coloro che si sentono pizzicar le mani_. È grammaticale
-e non è certo meno semplice e meno spontaneo. Capisco che si scriva
-in quel modo quando si fanno parlare dei ragazzi, degli operai, dei
-contadini: si vuole, si deve imitare il loro linguaggio; lo si imiti,
-lo si riferisca anzi tal quale; sta benissimo. Ma non capisco perchè
-abbia da parlare lo stesso linguaggio lo scrittore, anche quando
-parla per conto proprio e di materie che non richiedono assolutamente
-l'estrema semplicità del dire. Non mi va, per esempio, che Emilio
-Broglio scriva nella sua _Vita di Federico II_: — _I compagni gli
-riuscì di fuggire._ La gran pedanteria che sarebbe stata di scrivere
-invece: — _Ai compagni riuscì di fuggire!_ — Dove andremo a riuscire
-se ci mettiamo su questa via? Transigere colle sgrammaticature, è un
-conto; adorarle, è un altro. Si finirà per considerare come la migliore
-prosa quella che sarà più spropositata e più triviale. Vi sono, è vero,
-molti modi e costrutti popolari graziosissimi che non stridono nel
-linguaggio corretto; questi, per esempio, che si trovano nel libro del
-Giuliani: — Si sente già cantare i cicalini; _i cicalini, il caldo li
-sollecita_. — _Aver sempre queste pene al cuore, non ci si regge._ —
-_Questo stromento_, vedete, _è la prima volta che me ne servo_. — Si
-sentiva un gran fracassío di voci; _ma vedere, non si vedeva niente_,
-ecc. Altri la penserà diversamente e metterà al bando anche questi
-modi; è affar di gusto, e sui gusti, come dice il volgo, non ci si
-sputa.
-
-Questo bel parlare dei contadini toscani, che ha conservato tutta
-l'antica purezza, può anche servire a levar molti scrupoli a coloro
-che scrivendo italiano si guardano con orrore da tutti i modi del loro
-dialetto, come se fossero tutti e necessariamente _non italiani_ per la
-sola ragione che appartengono al dialetto. Quanti sono, per esempio,
-gli italiani delle provincie settentrionali che sarebbero presi da
-mille dubbi sul punto di scrivere le frasi seguenti! — Che? le sai le
-divozioni? domanda una contadina a una bimba. E la madre risponde:
-— _Altro, se le sa!_ — _Addio, e questa volta non star più tanto_ a
-scrivermi (non farmi più aspettar tanto le lettere). — Lui non pensa
-che a me; _per essere_, (è una contadina che parla del marito) ho
-inciampato bene assai, ecc. — Così c'è da imparare tutte quelle maniere
-di chiudere il periodo che usiamo anche parlando, senz'accorgercene,
-perchè lo vuole l'orecchio; ed anco quelle parole accoppiate che pure
-si dicono, non perchè lo richieda il senso, ma perchè il suono le
-chiama. Per esempio: — Troverò io _il verso e la maniera_. — _Senza
-dire nè chè nè come._ — E uscendo dal libro del Giuliani, quest'altre:
-— _Senza sapere nè perchè nè per come_ — _Senza dire nè asino nè
-bestia_, — non ne seppe _nè grado nè grazia_, — _non fa nè ficca_, —
-_non cresce nè crepa_, — una lingua che _taglia e fora_, che _taglia e
-fende_, che _taglia e cuce_, — _dàgli, picchia e mena, dàgli, picchia
-e martella_ — sono d'accordo _bene_ e _meglio_ — _sono un paio e
-una coppia_ — è lei in _petto_ e _persona_ — viene in casa _spesso e
-volontieri_, ecc., ecc.
-
-Ed ora torniamo alle bellezze della lingua contadinesca, che il
-Giuliani raccolse con tanto amore. Davvero, quando penso alla fatica
-che gli dev'esser costata questo lavoro, lo ammiro, perchè conosco un
-po' anch'io i contadini toscani, e so per prova quanto è difficile il
-farli parlare come occorre che parlino perchè un raccoglitore di lingua
-se ne possa valere. Non è che non attacchino discorso volentieri;
-chè anzi sono cortesissimi, e una volta che han preso a discorrere,
-terrebbero a bada un'accademia. Il male è che quando s'accorgono che
-li fate parlare per sentirli, o temono che li vogliate canzonare, e
-vi sguisciano di mano; o compiacendosi della vostra ammirazione, e
-volendo meritarla meglio con un parlare più scelto, vi cominciano a
-tenere dei discorsi così arruffati, così lontani dalla loro grazia
-e chiarezza abituale, che vi fanno cascare, come suol dirsi, il pan
-di mano. Mi ricordo d'un contadino che invece di dire: _son sceso
-perchè avevo da dire una parola al tale_, volendo parlare in punta
-di forchetta, mi disse: — _son sceso per via d'una parola che avrei
-avuto l'idea_, ecc., e non ricordo come sia andato a finire. Non
-basta dunque girare per la campagna e interrogare i contadini; bisogna
-guadagnarsene la confidenza, pigliare dimestichezza con loro, imparare
-a farli discorrere senza che se n'accorgano, trovare il verso di farsi
-ripetere dieci volte lo stesso discorso, ed altre arti in cui non tutti
-riescono, e il Giuliani riuscì mirabilmente. Il curioso è che i più
-di quei buoni contadini credono di parlar male. Un oprante senese, per
-esempio, disse al Giuliani queste parole ingenue e graziosissime: — Mi
-pare forestiere lei _perchè la sua parlata non combina colla nostra_.
-Si sa anco noi che il peggio parlare è il nostro; bisogna compatirci;
-siamo poveri contadini, che non si conosce la lettura. — Così mi
-ricordo d'una ragazzina fiorentina, figliuola d'un barbiere, che disse
-ingenuamente: — _Mi piace tanto come parlate voi altri piemontesi
-l'italiano!_ —
-
-
-III.
-
-I contadini parlano spesso e volentieri della loro salute e dei loro
-malanni, e per questo v'è nel libro del Giuliani un gran numero di
-espressioni efficacissime relative a quell'argomento.
-
-_Una volta gagliardo era che sfidava il vento_, dice un contadino. —
-_Fora l'aria come una saetta._ — _Va che manco una saetta l'arriva._
-— _Corre che vola._ — _Ha un braccio che non c'è il compagno._ — _Sta
-bene in gamba._ — _Mangia di voglia._ — _È pochino_ (piccoletto della
-persona) _ma saldo più dell'acciaio_.
-
-Ma pur troppo occorre più spesso di parlar di malanni che di salute, e
-quindi v'è più messe di lingua da mietere in quel campo che in questo.
-
-— Poveretto, a vederlo, _casca da tutte le parti_, — _rifiata a
-stento_, — è bianco morto, _senza nemmen la forza di rifiatare_.
-— È _all'ultime fiatate_. — _Ha un viso da campar più poco._ — _In
-otto giorni che ha le febbri_ non si conosce più. — Poverino, a che
-s'è condotto! Che voglia durarla a lungo, non credo: _le pere mezze_
-(quasi sfatte) _a una ventata sono in terra_. — Quando viene il colpo
-mortale, _si casca giù come pere mezze, e dove uno batte ci resta_. —
-_Si strugge a oncia a oncia_ e tanto ha sempre quel suo sorriso sulle
-labbra. — Non si lagnava neanco _quando il male lo cuoceva dentro_.
-— Le morì il babbo; _dalla gran passione si lasciò andare giù giù,
-strutta come una candela_. — È _schietta dentro_ (sana di viscere);
-ma non ha più la faccia _rosata_ come prima. — Ebbe un _grosso male,
-un male di pericolo_. — Ha una _freddagione_ che gli _mozza la vita_.
-— Ci ha un dente che quando _c'entra lo spasimo_ non _gli dà requie_.
-— A volte l'enfiagione è cosa di poco, _sfuma_ presto; ma se il male
-infuria, se ne va la testa all'aria. — Oggi _m'ha preso una pena tanto
-mai grossa_ allo stomaco. — Ho dovuto _tenere il letto_ per un mese, e
-non ho avuto nessuno che mi _guardasse_. — Avevo un erpete infistolito;
-dal gran _tribolamento_ mi sentivo mancare la vita; ma _tanto mi son
-ripigliata_, mi riebbi adagio adagio, e questa _la riconto_. — A un
-tratto cascò morta _e non c'è stato più verso a farla risentire_. — La
-peggior vita è non essere nè sano nè malato, nè dentro nè fuori, nè di
-qua nè di là; essere tra la vita e la morte; onde si dice di uno _che
-non muore_ e _non campa_. — Dopo quella caduta, questa gamba non mi
-_dice_ più come prima.
-
-E si veda se è possibile dipingere più mirabilmente una figura
-umana di quello che fa una povera contadina colle parole seguenti:
-— .... _Ma gli ha i segni della morte in faccia; non vede più lume,
-sdentato, il capo senza un pelo, e con quella faccia grinzosa, che la
-morte non si può figurare più al naturale._ — Qui vocaboli, elissi,
-cadenza, sintassi, tutto giova all'evidenza della descrizione.
-Son tante pennellate e non ce n'è una superflua nè una che manchi.
-Qualcuno, son certo, leggendo le parole e frasi sopra citate, dirà
-che le _conosceva_. Ne son persuaso. Ma convien ripetere la solita
-osservazione. In materia di lingua _conoscere_ non significa _sapere_,
-perchè _sapere_ vuol dire avere alla mano, sulle labbra, pronto al
-bisogno: vuol dire _servirsi_ della lingua. Che importa sapere che
-esiste l'espressione _cosa di poco_, per esempio, se ogni volta che
-occorre di esprimere quell'idea, si dice, ci scappa detto o ci vien
-scritto invece: _cosa di poca importanza_? Ognuno di noi, italiani
-delle provincie settentrionali, possiede nei ripostigli della mente
-una parte di lingua viva, efficace, bella, — una parte della lingua
-raccolta nel libro del Giuliani; — ma che non adopera perchè non è
-ancora abbastanza _sua_, perchè appunto l'ha nei rispostigli della
-mente e non sulla punta della lingua e della penna, come i Toscani ce
-l'hanno. Per questo lo studiar la lingua, per una persona colta delle
-nostre provincie, non è tanto un imparare parole e modi nuovi, quanto
-un ravvivare nella memoria, un rimestare, un impadronirsi meglio di
-quello che già si è acquistato; imparare a spendere il tesoro nascosto;
-addestrarsi a maneggiare per tutti i versi lo strumento che si sa
-maneggiare per un verso solo.
-
-Il _tempo_ è un altro grande argomento di discorso per i contadini;
-onde il libro del Giuliani è ricchissimo di espressioni e d'immagini
-che vi si riferiscono.
-
-_Il sole cuoceva la carne sull'ossa_, dicono. — _Per la via
-s'avvampava._ — Con questo caldo _s'avvampa vivi_. — Il sudore _ci
-casca in terra a goccioloni_. — Badi: _sul buon del giorno_ si vive
-bene quassù; il _crudo_ è la mattina e la sera. — Oggi ve la siete
-scaldata a codesto sole la groppina? — A queste _solate_. — A queste
-_nebbiate_, — Signore! par d'esser rinati nel riveder la faccia del
-sole! — _È un'aria che fa riavere!_ — Quelle chiare giornate che si
-campa tanto volentieri, passano come un lampo! _E ci rientra_ tante
-faccende allora! _Le giornate d'ora_ (inverno) _rilucono appena_.
-— Oggi tirava un vento che pareva di _fitto inverno_. — _Tirava un
-vento diacciato che arrivava alla midolla._ — _Che vita tribolata si
-conduce noi poveri, il verno per un verso, l'estate per un altro!_
-— Nel verno _si tribola per un conto_ e d'estate _per un altro_. —
-A volte _il vento mena gran rovina_. — _Attaccò per bene a piovere_
-sulla mezzanotte. — _Giù acqua e baleni_, pareva il finimondo. — Per
-ora non c'è _disegno_ di piovere. — È un tempo _perverso, infierito_.
-— E questa ammirabile descrizione che fa una povera contadina della
-montagna pistoiese, presso Castiglione: — Il _vento percoteva forte, i
-castagni svettavano_ (agitavano le vette, le cime), _l'aria rintronava,
-un mugolío si sentiva che mi parevano urli di morte_.
-
-Ciò non ostante, mi pare che il linguaggio più immaginoso e più poetico
-sia quello che si riferisce all'agricoltura; e per questo l'ho serbato
-in fondo.
-
-Ecco, per esempio, un breve discorso d'un contadino della Valdinievole,
-che è una vera meraviglia d'immagini, d'armonia, di gentilezza. Il
-Giuliani gli domanda una spiegazione del proverbio: _Sotto la neve
-pane e sotto l'acqua fame._ — Perchè, egli risponde, sotto la neve il
-grano _accestisce meglio_ (_accestire_ significa venir su con parecchi
-fili da un sol ceppo), _compone vita_ adagino adagino, piglia più
-campo. Si sa: dalle barbe _riscoppiano più fili e la figliolanza_ si
-fa maggiore. E poi, non si dubiti, che se il caldo viene a suo tempo,
-_la maturazione s'affretta a buon modo_: lo _spigame_ abbonda. Una
-moltitudine di spighe porta, che è una dovizia. Ma unguanno è venuta
-tant'acqua, che il grano _ammutolisce_: perchè, m'intende? l'acqua
-ripiove giù giù dalle barbe del grano e lo strugge. — Si metta questo
-discorso in versi ed è poesia della meglio.
-
-«Nel corpo (ossia nella parte interna del castagneto), — dice un
-contadino di Montamiata, — _i castagni pigliano alterezza_» per dire
-che crescon meglio.
-
-«Belli quassù i grani! — dice un contadino di Valdinievole, — _s'ergono
-su su col collo pieno; a vederli è una dignità_.»
-
-Un contadino di Versilia dice al compagno: — Non lo gittare questo
-seme, credi a me, non è terra _degna_, non lo merita.
-
-Un contadino pistoiese dice che basta una solata a far levare il capo
-all'erba, e che si rià a un tratto perchè il _sole è vita alle piante_.
-
-Un diluvio d'acqua, — dice un senese, — è più una rovina che altro, ma
-se vien regolata, che la possa ricevere, _il campo gode e lavora_.
-
-Le patate a questa _rinfrescata_ si _son risentite_, — dice un di
-Versilia, — e _godono_ che è un piacere a vederle.
-
-Il grano, — dice un pistoiese, — è venuto adagino, pigliò vigore, e
-vede come _rizza il capo rigoglioso_! — _È pieno, tien corpo, è bene
-spigato._ — _Il sole quassù ha molta possanza_, ecc.
-
-Vuol essere custodimento, — dice un pisano, — se si vuole che la pianta
-_venga in orgoglio_.
-
-Il buon sugo (pure un pisano) rinvigorisce le piante, le mantien
-fresche e le fa _venire in essere_ a tutto punto.... Si cuoce a fiamma
-la legna che _prende essere_ di carbone.
-
-Giù nelle fondate (un altro pisano) le viti non ci approdano: _è il
-trionfo dei grani_. — Miri che _trionfo_ di verde! — A volere che la
-campagna _trionfi_ ci vorrebbe un pochino d'acqua.
-
-Son terre magre e sassose (un senese); _è uno sgomento a domarle_.
-
-Il grano cresce rigoglioso ch'è una bellezza, proprio _una meraviglia
-di speranza_.
-
-Pel freddo il faggio s'abbandona e resta _mortificato_; par che _il
-freddo gli rompa l'anima_.
-
-È una pianta che vuol di molto custodimento, guai abbandonarla! _resta
-senza fiato_.
-
-La terra dà quanto riceve; nutrita poco, dimagra come i cristiani, _e
-non ha più nerbo a reggere le piante; la terra rende frutto secondo che
-si nutrica, ecc., ecc._
-
-E questo è quel «dialetto come tutti gli altri» o «il dialetto che più
-s'avvicina alla lingua» e che avrebbe «la pretesa di farsi considerar
-come lingua,» quel gergo toscano, infine, che l'ignoranza presuntuosa
-e cocciuta di molti non vuole nè ammirare, nè studiare, nè sentire.
-— Pare impossibile! — diceva il Manzoni, scrollando il capo, con un
-sorriso tra mesto e stizzoso.
-
-
-
-
-QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE A FIRENZE
-
-
-Che cosa può far dire il dispetto! Qualche tempo fa, essendo corsa
-la voce che il ministro della guerra voleva trasferire la Scuola
-militare da Modena a Firenze, perchè gli allievi avessero miglior modo
-d'imparare l'Italiano, un giornale dell'Alta Italia disse le seguenti
-parole tali e quali: — Che cosa potranno mai imparare (gli allievi) a
-Firenze? Qualche idiotismo, e nulla più. — È grossa, anzi crassa, o
-per dir meglio, briccona. Eppure, se vogliamo esser giusti, non c'è
-da meravigliarsene più che tanto, perchè l'opinione di chi scrisse
-quelle parole è l'opinione di molti e in Piemonte e in altre provincie
-d'Italia. Fino all'età di diciassette anni, mi ricordo d'aver sempre
-inteso dire nelle scuole, dai miei professori di letteratura italiana,
-che i toscani _parlano con affettazione_, che dicono _molti spropositi
-di grammatica_, che _scrivono male_, ecc., e mi ricordo pure che noi
-scolari piemontesi credevamo fermamente di conoscer la lingua meglio
-dei toscani. — I toscani, — dicevamo, — sapranno un maggior numero
-di vocaboli e parleranno con maggiore facilità; ma noi che studiamo
-seriamente la lingua, noi ne abbiamo senza dubbio una conoscenza più
-esatta, la scriviamo con più correttezza e la parliamo in modo più
-scelto. — Perchè il gran che, a quei tempi e in quelle scuole, era di
-scrivere scelto.
-
-E infatti, quando andai per la prima volta a Firenze, per starvi lungo
-tempo, v'andai volentierissimo, ma coll'idea d'impararvi la pronunzia,
-non la lingua. Avevo la testa tutta imbottita di parole illustri,
-sapevo a memoria delle filze sterminate di periodi d'A_ntologia_, avevo
-con me una mezza dozzina di quaderni pieni di frasi di «buona lega,»
-di «italiane eleganze,» di «modi eletti;» e non mi passava nemmeno
-per il capo che il primo venuto dei fiorentini si potesse impancare a
-insegnarmi la lingua italiana; — i-ta-li-a-na, — ripetevo tra me — non
-toscana, buffoni.
-
-Però, il giorno medesimo che arrivai a Firenze, appena uscito
-dall'albergo, ebbi una piccola mortificazione d'amor proprio. Due
-monelli di sette o ott'anni giocavano nella strada. Uno di essi teneva
-un coltellino aperto sulla palma della mano e nell'atto di pigliar la
-mira per gettarlo contro un uscio, diceva all'altro: — Sta attento:
-io lo tiro, vi si configge, oscilla e po' si queta. — La grazia, la
-proprietà, l'efficacia di quelle parole, mi colpì. Osservai che non
-v'erano nè idiotismi nè sgrammaticature. Interrogai la mia coscienza,
-e la coscienza mi rispose che, per dire quella stessa cosa, io mi sarei
-espresso altrimenti e men bene. Sentii un po' di dispetto e un pochino
-di vergogna. Ma fu un lampo. Ripensai ai miei quaderni e a certi: —
-bravo! — dei miei professori, e il mio orgoglio scolaresco rivenne a
-galla.
-
-Conobbi dei fiorentini, frequentai qualche famiglia, passarono alcuni
-mesi.
-
-Ahimè! Allora cominciarono le _dolenti note_.
-
-Fin che, in una conversazione di molta gente, si trattava di parlare,
-colle solite frasi coniate, di politica, di letteratura, di teatri,
-il mio italiano correva a meraviglia. Ma quando ero faccia a faccia
-con una signora, e dovevo parlare delle mie faccenduole, esprimere
-sentimenti intimi, rispondere collo scherzo allo scherzo, raccontare,
-descrivere, discutere intorno ad argomenti delicatissimi, dire, in
-una parola, quei mille nienti di cui s'alimenta la conversazione
-famigliare libera e vagabonda, a tavola e accanto al fuoco; allora
-la mia lingua era restía, i miei frasoni scappavano come uccellacci
-selvatici, volevo dire una cosa e ne dicevo un'altra, m'impigliavo
-nei miei periodi come dentro una rete, stentavo, m'indispettivo, e
-qualche volta rinunziavo a esternare un mio pensiero per paura di non
-riuscirci. Quanti sorrisi leggerissimi ho visti guizzare sulle labbra
-dei miei ascoltatori, mentre parlavo; sorrisi che allora mi facevano
-fremere, e che ora benedico, perchè m'accorgo che furono i più utili
-insegnamenti che io m'abbia avuti in materia di lingua! Qualche volta
-una signora cortese mi dava amabilmente la baia, e anche questa era
-una eccellente correzione. — _Il tale_, — io dicevo, — _s'appressò a
-me_. — _T'appressa, Oreste!_ — essa esclamava con accento tragico. — Io
-esprimevo l'idea più semplice, poniamo il caso, con una frase ricercata
-ed altisonante, ed essa esclamava: — Oh come parla bene! — Ogni giorno
-cadeva dal mio vocabolario, ferito a morte da uno scherzo affilato,
-un piemontesismo, un francesismo, una pedanteria, una frase poetica.
-Ogni giorno mi confermavo meglio nella dolorosa persuasione che invece
-di _parlare_ italiano, _componevo_; che il mio tesoro linguistico era
-uno scrigno di diamanti falsi, e che se volevo riuscire a parlare e a
-scrivere a dovere, dovevo rimettermi a studiar daccapo. Son pur bestia!
-dicevo come Vittorio Alfieri nel suo sonetto a monna Vocaboliera.
-
-Ma il cimento più duro per il mio amor proprio fu quando misi per la
-prima volta in mani fiorentine gli stamponi dei miei poveri scritti.
-Una signora mi presentò un giorno una quarantina di pagine tutte
-tempestate di punti neri. Mi morsi le labbra dal dispetto. — Vediamo,
-— dissi con la più profonda sicurezza di riuscir vittorioso alla prova,
-— vediamo e discutiamo. — Cospetto! — pensavo: — scrivere è tutt'altra
-cosa che parlare. Mi può essere sfuggito qualche sproposito; ma cento,
-non credo. Son fresco di studi, so dove ho pescato la mia lingua,
-citerò i passi degli scrittori. La vedremo.
-
-Si cominciò.
-
-— Questa frase non va, — mi diceva.
-
-— Perchè non va?
-
-— Perchè non ha garbo, perchè non viene spontanea a chi vuol dire
-quello che lei ha voluto dire.
-
-— Ma l'ha adoperata il tale dei tali, e dicevo il nome d'uno scrittore
-consacrato.
-
-— Me ne dispiace per lui; ha fatto male ad adoperarla; io non
-l'adoprerei davvero.
-
-— Ma è o non è italiana?
-
-— Ma anche conciofossecosacchè è italiano. Lei l'userebbe per questo?
-
-— Ma come direbbe lei invece?
-
-La cortese correttrice mi suggeriva la correzione. Era nove volte
-su dieci la semplicità sostituita all'affettazione, l'evidenza
-all'equivoco, la grazia alla pedanteria. Ma quella correzione era come
-un colpo di catapulta che faceva traballare tutto l'edifizio della mia
-educazione letteraria; e perciò io resistevo, mi dibattevo, citavo,
-cavillavo, qualche volta credendo davvero di aver ragione, e non di
-rado facendo dentro di me il proposito di non sottomettermi mai più a
-quella tortura. Ma il giorno dopo ci ripensavo, davo a me stesso di
-corbello e di cocciuto e facevo la correzione. E mi ricordo che mi
-meravigliavo di vedere, durante le discussioni vivissime, e qualche
-volta anche acerbe, che il mio testardo amor proprio sollevava, di
-vedere, dico, il viso della mia correttrice sempre pacato e sorridente.
-Non capivo ch'essa non s'impazientiva perchè era profondamente sicura
-d'aver ragione, e che io avrei finito per riconoscerlo. — Oh questa
-poi! — esclamavo qualche volta; — questa assolutamente non la passo! —
-Ebbene, ne riparleremo domani, — essa rispondeva. E il giorno dopo non
-c'era neppur più bisogno di parlarne.
-
-Molte volte bastava una semplice osservazione per farmi ravvedere; ed
-era quando si trattava di tutte quelle piccole affettazioni, che sono
-nella lingua ciò che sul viso umano sono le smorfie, le rughe, i vezzi
-ridicoli, i mille segni e atteggiamenti sfuggevoli e inesprimibili,
-che rendono una persona antipatica; affettazioni delle quali molti
-scrittori italiani, anche valentissimi, non si sono ancora spogliati, e
-che sebbene paiano difetti di poco o punto rilievo, deturpano lo stile
-e rendono i libri noiosi.
-
-Leggevo, per esempio, nei miei scartafacci: — «Cadde sul _destro_
-piede.»
-
-— Perchè non sul piede destro? — mi domandava.
-
-— Perchè è meno elegante, — rispondevo. Si metteva a ridere così di
-cuore che io tiravo un frego sull'eleganza.
-
-Leggevo: — Partissi da casa....
-
-— Ma perchè non _partì_ da casa? Che direbbe di me se le dicessi che
-questa mattina _partiimi_ da casa d'una mia amica e _andaimi_ a casa
-d'una parente?
-
-Leggevo: — Prese quel partito, _però che fosse_ l'unico ragionevole
-che....
-
-— Oh terrore! — esclamava accompagnando la parola con un gesto
-drammatico.
-
-— Ma è italiano! — io dicevo.
-
-— Ma e batti con questo italiano! Vuole scommettere che senza dire mai
-nè una parola nè una frase che non sia italiana, io, questa sera, nel
-mio salotto, parlo in maniera da far scappare tutti i miei amici?
-
-Non erano mica, come si vede, correzioni di errori di grammatica o
-d'altri strafalcioni gravi. Erano quasi sempre cambiamenti di una
-parola in un'altra di senso affine, trasposizioni, raddrizzamenti di
-frasi torte, tocchi e ritocchi da nulla; ma che facevan mutar faccia a
-un periodo e colore a un pensiero, e dove il lettore avrebbe inarcato
-le ciglia o non badato, facevano sì che o non badasse o sorridesse
-di compiacenza. Era soprattutto un insegnamento continuo intorno al
-modo di distribuire e di combinare tutta quella parte minuta della
-lingua, tutto quel tritume di monosillabi, che è la maggior difficoltà
-delle lingue moderne; di distribuirlo e di combinarlo in maniera, che
-il linguaggio non ne rimanesse irto e rotto, le giunture dei periodi
-rigide, i passaggi stentati, il suono sgradevole, come vediamo accadere
-al più degli scrittori non toscani. Erano delicatezze di lingua alle
-quali non avevo mai pensato, che anzi non avevo mai neppur sentite nei
-buoni scrittori, o le avevo sentite nell'effetto complessivo del loro
-modo di scrivere; ma senza rendermi ragione del come e del perchè. —
-Paiono inezie, — mi diceva quella colta signora; — e molti ne ridono;
-ma a pensarci bene, sono cose essenziali per chi voglia scriver bene.
-Perchè in che altro si distingue uno scrittore elegante ed efficace da
-uno scrittore rozzo e sgradevole? Scriverebbero tutti bene ad un modo,
-se lo scriver bene consistesse nel non violar la grammatica, nel non
-adoperare nessuna parola e nessuna frase della quale non vi sia esempio
-negli scrittori, nel far capire, presso a poco, quello che si pensa.
-L'eleganza, la grazia, l'arte vera del parlare e dello scrivere, sta
-tutta nelle _segrete cose_, nei nonnulla che sfuggono all'attenzione
-dei più, in un'armonia che gli orecchi non educati non sentono. E in
-questo, se ne persuada pure, signor mio, e _lasci dir la gente_: i
-toscani possono insegnare qualche cosa ai loro fratelli d'Italia.
-
-Di questa verità non erano persuasi, neppure dopo due o tre anni di
-soggiorno a Firenze, molti Italiani delle Provincie settentrionali, per
-i quali l'aspirazione toscana, il _te_ per il _tu_, il _dai retta_ per
-il dà retta, l'_un_ per il _non_, e qualche altro idiotismo eran cose
-che, messe nella bilancia, facevano saltare in aria tutte le grazie,
-tutte le ricchezze, tutte le meraviglie del linguaggio toscano. Ma
-nel fatto era come se ne fossero persuasissimi; perchè senza volerlo,
-imparavano a parlare ed a scrivere; la loro lingua si snodava;
-adoperavano, senza accorgersene, modi vivacissimi e frasi semplici
-e piene di garbo, per dir cose che esprimevano prima con perifrasi e
-giri di parole ridicoli; si abituavano a raccontare e a scherzare senza
-compasso e senza fatica; e in fine canzonavano l'italiano stentato e
-mal connesso dei nuovi arrivati a Firenze, e trovavano insopportabili
-certe maniere di scrivere che avevano ammirate fino allora con
-pecoraggine scolaresca.
-
-Vi sono però molti, i quali andarono per qualche loro faccenda a
-Firenze, stettero una settimana all'albergo, sentirono bestemmiare i
-fiacchierai in piazza della Signoria, colsero a volo qualche frammento
-di conversazione in mezzo alle erbivendole di Mercato Vecchio,
-passarono tutt'al più una serata in una famiglia fiorentina, e poi
-tornati a casa, dissero che a Firenze non c'è da imparare che qualche
-idiotismo, che la lingua italiana non è là, che un qualunque italiano
-colto può parlar meglio d'un toscano, che l'idea del Manzoni è una
-stramberia.
-
-Dio vi perdoni e vi converta, signori.
-
-
-
-
-UN BEL PARLATORE
-
-
-Ogni volta che l'ho sentito parlare, mi sono persuaso che sono un
-barbaro e son tornato a casa umiliato.
-
-Non so come parli alla Camera e sulla cattedra; suppongo che parli
-bene; ma non credo che l'eloquenza politica e la scolastica siano la
-sua vera eloquenza. Bisogna sentirlo in conversazione.
-
-Qui è veramente ammirabile.
-
-Prima di tutto, bisogna dire, per chi non l'ha mai visto, che la sua
-persona non toglie nulla, ma neppure giova gran fatto all'efficacia del
-suo parlare. Se ne può fare il ritratto in due tocchi: una gran zazzera
-sopra un viso magro ed irregolare nel quale brillano due piccoli occhi
-pieni d'ingegno. Ha un sorriso un po' canzonatorio, un gesto un po'
-curialesco, una voce dolce e pieghevole. È superfluo il dire che è nato
-in Toscana; ma necessario soggiungere che è senatore, e che ha passato
-di qualche anno la cinquantina.
-
-Bisogna, dunque, sentirlo in conversazione.
-
-È un po' pigro, anche a parlare; e perciò non è molto facile fargli
-scioglier la lingua. Se non è in vena, e se il soggetto della
-conversazione non lo tira, è capace di non aprir bocca in tutta la
-serata. Peggio, poi, quando s'accorge che lo si vuol far parlare per
-starlo a sentire. In questo caso è timido e cocciuto come un bambino.
-Un giorno una signora, sollecitata da un amico curioso, gli mise
-dinanzi un libro di poesie (poichè legge mirabilmente i versi) e lo
-pregò ripetutamente di leggere. — Ma come vuole che io legga, — egli
-rispose quasi indispettito, — con tutto questo apparato? Diventerei
-rosso fino alla radice dei capelli! — E non ci fu verso di fargli
-leggere un rigo.
-
-Bisogna ch'egli s'impegni in una conversazione quasi senz'accorgersene,
-che vi scivoli, che vi si trovi legato senz'averlo voluto. Una volta
-che ha preso la parola, gl'interlocutori a poco a poco tacciono e
-diventano ascoltatori. Allora egli non si avvede d'essere sul palco
-scenico e la platea può esser sicura d'avere il fatto suo.
-
-Seduto in un angolo del salotto, cogli occhi socchiusi e il sorriso
-sulle labbra, passandosi di tratto in tratto una mano sul ciuffo, poi
-sulla fronte, e poi sul mento, egli dice mille cose argute e gentili
-con una grazia e una nobiltà di forma e d'accento che è impossibile
-a esprimersi. Parla lentamente e pesa le parole, ma senza sforzo; si
-direbbe che le scocca, che le fa scattare l'una dall'altra, che sente e
-che fa sentire in ognuna di esse un valor nuovo, scoperto o piuttosto
-dato da lui, come un'effigie a una moneta. Qualche volta fa aspettare
-una parola, si capisce che la cerca, e che gli sfugge; ma la coglie
-sempre, ed è sempre la propria, la necessaria, quella che s'aspettava.
-Talora si direbbe che ha compiuto l'espressione del suo pensiero, e
-non è; aggiunge ancora un aggettivo, un avverbio, un monosillabo, che
-fa sempre l'effetto dell'ultimo tocco d'un pittore sicuro. Si direbbe
-che cerca le difficoltà per pigliarsi il piacere di vincerle. Non gira
-mai intorno al proprio pensiero. Scava dentro di sè, mette fuori tutto,
-fa comprender tutto; colorisce, brunisce, orla, frangia, si trastulla
-in mille modi colla sua lingua; tocca con una destrezza meravigliosa
-soggetti disparatissimi, si diverte a sguisciar di mano, fa mille
-sorprese colla frase e coll'inflessione della voce; e di qualunque cosa
-parli, sia di filosofia, sia di finanze, sia di letteratura, sia di
-corbellerie, ha sempre la stessa evidenza e lo stesso colorito caldo
-e brillante di linguaggio, che seduce egualmente uomini, signore e
-bambini.
-
-Qui dovrebbero essere, — pensavo io quando l'udivo parlare, — coloro
-che dicono che _scrivere come si parla è la sapienza degli ignoranti_.
-Essi mi direbbero forse che questo signore, per quanto parli bene,
-scrive certamente meglio. Meglio, sì, ossia, con più ordine, con
-più sobrietà, con un nesso più stretto fra pensiero e pensiero, fra
-periodo e periodo; meglio, in una parola, _ma non in una maniera
-diversa_. Ossia non adopera, scrivendo, nè una frase nè una parola che
-non adopererebbe parlando, e scrive nondimeno con una eleganza e una
-nobiltà di stile e di lingua ammirabile. Egli può studiare a memoria
-quello che scrive e ripeterlo in conversazione, senza che nessuno
-s'accorga che sia stato scritto. Leggendo la sua prosa, par di sentir
-parlar lui; lui, — notiamo bene, — lui nascosto dietro una cortina o
-coll'anello di Gige nel dito; e non un altro personaggio che non si sa
-chi sia, un personaggio non vero, un terzo fittizio che si caccia fra
-l'autore e il lettore, un burlone che si vergognerebbe di parlare come
-scrive e si vergogna di scrivere come parla, un vanitoso imbellettato,
-un ipocrita letterario, un ciurmadore di parole. Scrivere come si parla
-vuol dire scrivere come vorremmo saper parlare; osservare, scrivendo,
-le stesse leggi che ci sforziamo (e non ci riesce sempre, perchè ci
-manca il tempo per riflettere), di osservare parlando; non mettere
-sulla carta nessuna frase, nessuna parola, nessuna trasposizione di
-parole, che usata parlando, in un crocchio di persone educate, colte
-e nemiche d'ogni affettazione e d'ogni caricatura, farebbe inarcar
-le ciglia o dare in uno scroscio di risa o dire che siamo pedanti
-o pretenziosi o sciocchi. Col quale principio, ch'era quello del
-Manzoni, se si esaminano nove su dieci dei libri italiani, e quelli per
-i primi di cui son colpevole io, mi duole il doverlo dire, si trova
-ogni momento una frase, una parola, un'attaccatura, un'inflessione
-di periodo, un qualche cosa, insomma, che non va, che non ha una
-ragione d'essere, che non dev'essere _scritto_ perchè non può essere
-_detto_, che ci farebbe arrossire se ci sfuggisse discorrendo con una
-signora, che è un'eleganza, come diceva il Manzoni, del cassone, una
-ruga dello stile, una smorfia della lingua. E con questo si spiega
-come al Manzoni non finisse di piacere nessun prosatore italiano.
-Cercava il suo ideale e non lo trovava. Leggeva tendendo l'orecchio e
-non sentiva parlare, o _sentiva leggere una cosa scritta_. Diceva del
-Nicolini medesimo che _parlava meglio di quello che scriveva_. Nelle
-sue meditazioni tranquille e profonde sull'arte dello scrivere, non
-aveva trovato nessuna buona ragione colla quale si potesse giustificare
-una differenza qualunque tra il linguaggio parlato e lo scritto, su
-_qualunque materia_ si scriva, poichè nel dialogo sulla _Finzione_
-egli scrisse cose altissime e stupende di filosofia e di morale senza
-scostarsi dalla lingua, dalla forma, dal tono d'una conversazione
-famigliare. E se qualche volta, in quello e in altri scritti, se n'è
-scostato, se n'è accorto poi e ha mutato, e se non ha mutato, sentiva
-che avrebbe dovuto mutare, e non c'è bisogno d'averlo conosciuto
-intimamente, per poter dire che sapeva di non essere riuscito a
-scrivere in tutto e per tutto come voleva, a incarnar meglio il suo
-principio, a dare l'esempio più strettamente conforme alla teoria.
-
-Così la pensa il _bel parlatore_ di cui ho parlato, il quale, se
-scrivesse dei libri, sarebbe col fatto il più potente propugnatore
-della teoria manzoniana, com'è, parlando, il più ammirabile maestro
-di conversazione ch'io abbia conosciuto. E l'ho in fatti per un tale
-maestro che quando mi viene sulla punta della penna un'espressione
-o una parola o un giro di periodo sospetto, chiudo gli occhi, mi
-raffiguro lui che parla, intrometto furtivamente nel suo discorso
-quella parola o quell'espressione, e se non la sento stridere, la
-scrivo; se stride, la caccio in bando del mio regno.
-
-Forse, s'egli leggesse queste pagine, direbbe che il mio regno è
-popolato di bricconi e mi consiglierebbe di bandire ancora. Abbia
-pazienza, caro maestro; mi lasci un altro po' di tempo e le assicuro
-che «sarà fatta giustizia» e «forza rimarrà alla legge.»
-
-
-
-
-DALL'ALBUM D'UN PADRE
-
-(A VITTORIO BERSEZIO.)
-
-
-Questa creatura che occupa tanta parte della mia vita, e senza la
-quale mi sembra che non potrei più vivere, come se fosse legata a me
-da un'arteria invisibile, tre anni sono non esisteva nemmeno nella
-mia mente! È strano. Mi pare che ripensando profondamente al mio
-passato, dovrei trovarne qualche traccia, qualche preannunzio. Cos'è
-quest'apparizione? Di dove vieni? Chi sei? Che sei venuto a dire nel
-mondo? Qual è il tuo perchè, straniero? Che cosa cerchi, sconosciuto?
-Perchè al mio appello hai risposto tu, cogli occhi celesti, e non un
-altro cogli occhi neri? Rispondi, personaggio misterioso.
-
- *
- * *
-
-L'età più bella dei bimbi, per chi ha occhio d'artista oltre che
-cuore di padre, è quando passano ancora ritti sotto la tavola e si
-può reggerli con una mano sola, portarli a cavalluccio sul collo,
-nasconderli sotto un giornale, metterli in prigione in mezzo a due
-vocabolari; e tutto il loro vestiario, dalla scuffietta alle scarpe,
-sta comodamente dentro un vecchio cappello del babbo. A quell'età
-la madre impazzisce per infilare una calza al suo bimbo; ma quando
-una volta su dieci egli vi spinge il piedino dentro da sè, essa lo
-abbraccia con impeto ed esclama alteramente: — Sei un uomo!
-
- *
- * *
-
-Hanno un visetto che pare una mela cogli occhi, un collo esile che
-si cinge quasi col pollice e l'indice, due manine che c'è bisogno di
-guardarle per persuadersi che hanno già tutt'e cinque le dita e un
-piedino che proprio non si può pigliare sul serio. La loro testina,
-secondo il momento che gliela fiutate, ha odore di passero, di micio,
-di coniglio, di nido di rondini, di mattoni, di legno, di vernice,
-d'olio di lume, di tutto quello che c'è in casa, che essi possan
-toccare; e il fiato un leggiero odore latteo misto colla fragranza di
-non so che fiori; un fiato che, ad aspirarlo, par che debba far bene al
-sangue, come l'aria della campagna.
-
- *
- * *
-
-Eppure v'è chi non ama queste creature! Io vedo col pensiero un bambino
-roseo e ridente che dalle braccia di sua madre tende tutt'e due le
-mani in atto amoroso verso un signore lungo, stecchito e severo, il
-quale dà indietro con un movimento quasi di ripugnanza, e facendo un
-sorriso forzato, gli agita dinanzi agli occhi un dito nodoso che non
-vuol essere toccato. Oh uomo lungo, stecchito e severo, sii pure un
-grande ministro o un letterato famoso o un fondatore di opere pie: io
-ti detesto.
-
- *
- * *
-
-Bisogna vedere come sono atteggiati nella culla, la mattina, prima che
-si sveglino. Chi può trattenere i baci e le risa? Sono atteggiamenti
-di soldati morti sul campo di battaglia, atti di dolore disperato,
-contorsioni d'acrobatici, abbandoni svenevoli d'innamorati languenti.
-Ora son tutti in un gomitolo sul cuscino, ora rintanati sotto, ora
-capovolti, in modo che cercando il visetto trovate la punta dei piedi,
-e volendo afferrare un piede ficcate il dito nella bocca. E allora è
-bello pigliar tutto in un fascio bimbo, lenzuola, coperta e coltrone,
-e fuggir per la casa, colla preda calda fra le braccia.
-
- *
- * *
-
-Chi vede senza ridere un bambino di tre anni, quando appena svegliato,
-vestito e messo in terra, rimane un momento immobile, soffregandosi
-gli occhi, e poi va innanzi a passo lento, tutto d'un pezzo insonnito,
-scarmigliato, di malumore, piagnucolando e guardando la gente di
-traverso; — o quando è preso dal freddo, che ha il nasino livido, e
-cammina a passetti di marionetta, facendo la gobbina, e mille vezzi
-e graziette minuscole, come per dire: — Son piccino, sono una cosa
-da nulla, scaldatemi o sparisco; — o quando tuffa mezzo il capo in un
-tazzone di caffè e latte tenuto a due mani, e tracannando avidamente,
-fa la guardia colla coda dell'occhio a un pezzo di biscotto sul quale
-sospetta che voi abbiate qualche intenzione ostile; — chi vede queste
-cose senza ridere, non ha un senso comico delicato.
-
- *
- * *
-
-A quell'età nulla di più bello che il vederli correre. La loro corsa
-ha qualche cosa del saltellare d'una palla elastica, del barcollamento
-d'un ubbriaco e dei movimenti d'una foglia portata dal vento. La
-piccola creatura si spicca dallo sgabello, si slancia fuori della
-stanza, inciampa nel gatto, rovescia una seggiola, infila un corridoio,
-e via sgambettando e annaspando colle mani, di stanza in stanza,
-inseguito dalla madre, fino all'angolo più lontano della casa, dove si
-rifugia dietro un sacco da viaggio, e di là tenta un'ultima resistenza
-per strappare una concessione al nemico. Ah! invano! Bisogna lasciarsi
-lavare la faccia.
-
- *
- * *
-
-Chi può dire che cos'è la voce dei bambini? C'è il gorgheggio
-dell'usignuolo, il pissi pissi della rondine, il pigolío dei pulcini,
-il gnaulío del gatto. Son note di flauto, mormorii e bisbigli
-infinitamente soavi, strida e garriti che lacerano le orecchie, trilli
-di soprano, scoppi di voce virile, stonature di tenore sgolato,
-falsetti di maschere, fioriture e passaggi strani; tutti i suoni
-che escono da una gabbia di cento uccelli e da un'orchestra di cento
-strumenti. Accostate il viso alla loro bocca e fatevi mormorare qualche
-parola nell'orecchio: alle volte n'esce un suono che vi rimescola; vi
-pare d'aver posto l'orecchio allo spiraglio d'una porta misteriosa e
-sentito una voce sovrumana.
-
- *
- * *
-
-Egli ride. Non l'ho mai visto ridere così di cuore. È un riso smodato,
-squarciato, sgangherato. Ho perfin paura che gli manchi il respiro.
-Si butta a destra e a sinistra, rovescia la testa indietro, gli si
-empion gli occhi di lagrime, gli si fa il viso pavonazzo. Ora basta,
-via, ti puoi far male, smetti di ridere. È un riso inestinguibile, una
-convulsione, un riso da schiantare le viscere. Ma finiscila una volta!
-Ma perchè ridi? Che cos'è stato?... Ah! non m'ero accorto che m'ha
-messo un cappelletto di carta sulla testa.
-
- *
- * *
-
-Vestiti paiono qualche cosa: spogliati, non son più nulla. Si palpa
-quel corpicino, si sente quell'ossatura sottile, che par che si debba
-spezzare a premervi sopra la mano, e si trema pensando a che tenue filo
-è legata quella cara vita. Quanto tempo e quanti dolori, per lui e per
-chi l'ama, prima che questo piccolo braccio possa respingere l'offesa
-di un uomo! Guardatelo lì ignudo nato quest'ometto spoppato ieri!
-Come! Ha da venire un giorno in cui tu avrai la barba e il cappello
-cilindrico? e capirai Tito Livio? e saprai risolvere un'equazione di
-secondo grado a tre incognite? Eh via! spaccone, questo non può essere.
-
- *
- * *
-
-Dovrei proprio guarirmi da questa debolezza. Sono seduto a tavolino,
-scrivo, ho la testa piena di pensieri gravi, la menoma distrazione
-m'inquieta, mi preme di finire; e con tutto ciò, bisogna che lasci
-la penna, che m'alzi, che attraversi la stanza rimovendo le seggiole,
-inciampando nei giocattoli e scomodando quattro o cinque persone, per
-andare a stringere fra l'indice ed il pollice, per un momento solo, la
-polpina di quella gambetta che dal mio posto vedevo biancheggiare in
-un angolo oscuro dietro la spalliera della poltrona. Appagato questo
-capriccio ritorno al tavolino col cuore in pace e colla mente disposta.
-Altrimenti, non mi riusciva di finire la pagina.
-
- *
- * *
-
-Gran voluttà quella di malmenare un bambino e di coprirlo di vituperi!
-Sei un fantaccione, sei pesante, sei rotondo, sei duro, sei brutto;
-mangi come un bue e dormi come una talpa; sei un ignorantone e un
-fannullone che mi rovini e mi fai dannar l'anima; un giorno o l'altro
-ti do un carico di legnate, non ti voglio più, ti butto fuori di casa,
-farai una cattiva fine, sei un soggetto d'ergastolo, sei la mia vita,
-t'adoro!
-
- *
- * *
-
-Anche l'amore dei bambini ha le sue furie. Un vero padre si sente
-qualche volta un po' antropofago e vorrebbe stare in una casa isolata
-per poter saziare la sua fame senza che accorrano i vicini alle
-grida della vittima. Non strillare, hai inteso? Il mio dovere è di
-mantenerti, il tuo è di lasciarti baciare, sulla testa, — negli occhi,
-— nella bocca, — sul petto, — nel collo, — fin che mi resta fiato.
-Strilla! Strilla! Che m'importa? Pur che io mi sazi. Ah! se non avessi
-paura di soffocarti! Già, è scritto: un giorno o l'altro ti finisco.
-
- *
- * *
-
-Questa mattina passeggiavo per la stanza con lui disteso sulle braccia,
-come in una culla. Egli teneva gli occhi chiusi e lasciava spenzolare
-la testa e le gambe. La fantesca disse: — Par morto. — Questa parola
-mi agghiacciò il sangue. Mi misi a pensare che cosa seguirebbe di
-me se egli morisse. Mi parve che sarei impazzito. M'internai in
-quell'immaginazione. Prenderei sulle braccia il bambino morto, —
-pensai, — uscirei di casa, attraverserei la città, piglierei la
-campagna, e via, di sentiero in sentiero, di villaggio in villaggio,
-di giorno, di notte, al vento, alla pioggia, muto, infaticabile,
-stringendo colle mani irrigidite quel corpicino freddo, fin che
-arriverei in mezzo a una pianura immensa e sinistra, dove darei tutt'a
-un tratto in un tale scoppio di pianto che mi si romperebbe una vena
-nel petto e cadrei senza vita.
-
- *
- * *
-
-Ha rotto un bicchiere, ha rovesciato un lume, straccia la tappezzeria,
-sbatacchia gli usci, fa tintinnare i vetri,... getta in aria i
-fantocci,... copre la voce di tutti.... Che inferno in questa casa! che
-pace nel mio cuore!
-
- *
- * *
-
-Quando son triste, vedo in ogni suo trastullo l'immagine di una
-disgrazia che gli potrà accadere, e mi perdo in mille presentimenti
-dolorosi. Rompe una gamba a un fantoccio: io penso: si romperà una
-gamba in una caduta? Gioca colle pallottole: io mi domando: — Diventerà
-un giocatore? Quando suona il tamburo, m'immagino che possa morire in
-guerra; quando rovescia un altarino, temo che diventi uno scettico;
-quando lo vedo rannicchiato in un cantuccio in mezzo a due seggiole,
-mi pare che un giorno abbia da essere gittato in una prigione. Lui!
-Son sogni. Fin che io vivo non gli seguiranno disgrazie. Lo seguirò
-come l'ombra il corpo. Sarò il suo amico, il suo confessore, la sua
-sentinella. Ma poi? Ah! Il pensiero di lasciarlo solo nel mondo mi
-spaventa, ho paura della morte, son diventato pusillanime. Vorrei
-vivere un secolo, ridurmi decrepito, cieco, paralitico, inchiodato
-perpetuamente sopra una seggiola; purchè nei giorni di dubbio o
-di pericolo, potessi afferrarlo per la mano, toccargli il capo,
-supplicarlo, se non potessi più colla voce, almeno coi gesti e colle
-lagrime, di non uscire dalla via dell'onore.
-
- *
- * *
-
-È una cosa che fa fremere. Qualche volta, guardandolo, io mi raffiguro
-le molte migliaia di bambini dell'età sua, nati nello stesso paese, e
-che in questo mentre sono come lui innocenti, amorosi, carezzevoli; me
-li raffiguro nelle loro culle, fra le braccia delle loro madri, coperti
-di baci e chiamati coi più dolci nomi della lingua umana; vedo nel
-cuore dei loro genitori le medesime speranze, lo stesso presentimento
-ch'essi saranno onesti e contenti, anzi la medesima profonda certezza,
-e non altrimenti fondata, che io nutro riguardo al mio: e penso che non
-di meno da tutta questa legione di angioletti usciranno dei ladri, dei
-falsari, degli assassini, dei parricidi, che getteranno la disperazione
-e il disonore nelle loro famiglie. Quando questo pensiero mi s'inchioda
-nel capo, mi tocca fare un grande sforzo per liberarmene. Questa
-mattina presi il mio bimbo sulle ginocchia e gli domandai: — Bimbo,
-sarai un'assassino tu? — Egli non capisce ancora il significato di
-questa parola. — Si, — rispose — ma voglio dei dolci.
-
- *
- * *
-
-Se potessi indovinare il suo avvenire, come fanno le zingare, dalla
-palma della mano! Che cosa tratterà questa manina? La spada? Il
-pennello? La penna? L'archetto del violino? Il coltello anatomico?
-Povera manina, quante volte sorreggerà la testa stanca d'un lavoro
-ingrato o d'un pensiero doloroso! Di quante lettere listate di nero
-romperà il suggello! Quante destre di falsi amici e di donne indegne
-gli occorrerà di stringere! Ma tu la conserverai pura d'ogni macchia,
-figliuol mio, e se quando ti colpirà un grande dolore immeritato, ti
-verrà fatto di levarla in alto, non la leverai per maledire, ma per
-giungerla coll'altra, come ogni sera e ogni mattina t'insegna a fare
-tua madre.
-
- *
- * *
-
-Guardo la sua manina, la stringo, la nascondo tutta nel mio pugno,
-e sorrido pensando che passarono per questa forma anche le mani dei
-guerrieri più formidabili e degli artefici più potenti del mondo.
-E da questo pensiero son condotto alla mia immaginazione prediletta
-dell'infanzia degli uomini grandi. Mi raffiguro Omero che si dispera
-perchè gli hanno rubato una pesca; Cesare che trema dinanzi a un topo;
-Dante che salta in sella a un cavallino di legno; Michelangiolo, che
-mentre suo padre gli mostra una statua, è tutto intento a schiacciare
-un nocciolo coi piedi; e la signora Buonaparte che dice al futuro
-vincitore d'Europa: — Vergogna! Alla tua età, quando se n'ha bisogno,
-si dice, e non s'imbratta in codesto modo la casa.
-
- *
- * *
-
-Se diventasse un grand'uomo! È un sogno di tutti i padri; ma non è
-impossibile. Egli è un enimma infine; un geroglifico il cui significato
-è ancora ignoto; una parola della quale non è scritta che la prima
-lettera; un numero dell'immenso lotto umano. Questo dubbio è il
-più dolce alimento della mia vita. Mi pare di possedere uno scrigno
-misterioso, nel quale è possibile che ci sia un pugno di sabbia o
-un mucchio di perle. Son vicino a trent'anni, e il mio avvenire che
-cominciava a restringersi, s'è improvvisamente allargato; ho perduto
-le ultime illusioni della gioventù, ho ritrovate le speranze infinite
-dell'infanzia. Che importa che i miei capelli cadano? I suoi diventan
-folti. Che importa che io discenda? Egli sale.
-
- *
- * *
-
-E se riuscisse invece d'intelligenza scarsa e di fibra debole, non
-solo da non uscire dall'oscurità, ma da rimanere degli ultimi in mezzo
-agli oscuri? Quando mi coglie questo pensiero, sento un irresistibile
-bisogno di stringermelo al petto e di coprirlo di carezze, come per
-domandargli perdono della vana ambizione che me lo fa sognare diverso
-da quello che forse egli è destinato ad essere. Sento il bisogno
-d'assicurarlo fin d'ora che quanto sarà più angusto il posto che gli
-è riservato nel mondo, tanto sarà più grande quello ch'egli avrà nel
-mio cuore. Pensando che un giorno, forse, tornando dalla scuola egli mi
-dirà piangendo: — Son l'ultimo; — io mi sento uno struggimento d'amore
-per lui. Ma questo non sarà, perchè io l'aiuterò nei suoi studî, mi
-rimetterò al greco e alle matematiche, veglierò con lui, e gli verserò
-tanto affetto nel cuore, che il cuore illuminerà la mente. Quando qui
-sotto v'è un tesoro, anche qua sopra v'è qualcosa.
-
- *
- * *
-
-I bambini sono grandi consolatori. Chi lo sa più di te, povera
-vecchia fantesca? In casa tu sei amata; ma la tua testa calva, il tuo
-viso rugoso, tutta la tua persona deformata dagli anni, ti rendono
-incresciosa alle persone che ti sono più care e sono cagione ch'esse
-non ti rendano, ora che ne avresti tanto bisogno, le carezze che tu
-prodigasti loro quand'erano bambini. Alberto, giovinetto, si ritira
-bruscamente indietro quando tu accosti il tuo volto al suo per guardare
-le vignette del libro ch'egli sfoglia; Enrico da molto tempo non vuol
-più che tu gli faccia il nodo della cravatta per non sentire il tuo
-alito e il contatto delle tue mani; e quando vuoi baciare Adelaide,
-la ragazzina che hai portata in braccio per tanti anni e divertita con
-tante istorie nelle lunghe sere d'inverno, sei costretta, perchè non ti
-respinga, a baciarla furtivamente quando dorme. V'è una sola creatura
-al mondo che non respinge le tue carezze, che ama la tua testa calva
-e il tuo viso rugoso, che ti compensa di ogni ingratitudine e d'ogni
-amarezza, ed è questo bambino di tre anni — Ernesta, — egli ti dice
-baciandoti sulla bocca, — tu sei bella.
-
- *
- * *
-
-E sempre ricasco nel pensiero della bellezza. Non credevo che un
-padre, oltre l'affetto che tutti comprendono, dovesse nutrire pel suo
-figliuolo un sentimento così affine a quello di uno scultore per la
-sua statua. Io pure spio con trepidazione il viso di chi lo guarda,
-interpreto i sorrisi e commento i complimenti come un artista incerto
-dell'opera sua. Ogni sua bellezza mi pare un merito delle mie mani,
-ogni sua imperfezione l'effetto d'una mia svista. Ogni giorno mi si
-presenta in un aspetto diverso. Lo guardo e lo riguardo, di faccia, di
-profilo, davanti, di dietro, di sopra, di sotto; correggo cogli occhi
-certi suoi tratti; rimango perplesso; ci ripenso; ma finisco sempre col
-darmi una fregatina alle mani e dire che è un bel lavoretto.
-
- *
- * *
-
-Gran livellatori del cuore umano i bambini! V'è una povera donna con
-un bimbo in braccio seduta sullo scalino della porta, che vede passare
-una signora in carrozza con un bimbo sulle ginocchia. Il bimbo della
-signora è vestito di velluto, il suo è vestito di cenci; quello ha un
-fascio di giocattoli, il suo non ha mai avuto giocattoli; quello mangia
-dei confetti, il suo rosicchia un pezzo di pan nero. Eppure degli
-sguardi che le due donne si scambiarono sui propri figliuoli, quello
-che espresse un sentimento d'invidia è quel della signora! La povera
-donna se n'accorse ed esclamò con un fremito di orgoglio: — Il mio è
-più bello!
-
- *
- * *
-
-Io non so se tutti i padri vedano nei loro bambini quello ch'io
-vedo nel mio; so che più lo guardo e più ammiro l'infinita amabilità
-dell'infanzia, che mi pare un compenso dato da Dio alle ansietà e alle
-cure ch'essa ci costa. Ha dei movimenti di capo, delle espressioni
-di stupore, dei lampi di sorriso, dei gesti sfuggevoli, dei vezzini,
-delle civetterie, dei nonnulla inesprimibili che mi strappano un grido
-d'amore. — Non provocarmi! — gli dico qualche volta. E in questa grazia
-incantevole di gesti e di atteggiamenti, una varietà immensa, una
-trasfigurazione continua, una sorpresa ogni momento. Mi pare che chiuso
-con lui in un castello solitario, senza libri, senza lavoro, senz'altra
-cura che di custodirlo, non avrei un'ora di noia.
-
- *
- * *
-
-Comincia, parlando, a legare insieme due proposizioni. È un gran
-piacere per me il seguire attentamente l'estrinsecazione laboriosa
-del suo pensiero, vedere con che bizzarri artifizî esprime l'idea più
-semplice, con che buffe contrazioni del viso pronunzia ogni parola
-nuova, come tira e scontorce e spreme il suo piccolo capitale di
-venticinque parole; che stroppiature mostruose, che sgrammaticature
-colossali, che spropositi enormi e incredibili, mette fuori colla più
-ingenua sicurezza, e qualche volta guai a chi gli ride in faccia!
-E notare come in questo suo linguaggio stravolto e spropositato,
-un giorno si raddrizza una parola, un altro giorno si combina una
-concordanza, e a poco a poco i vocaboli si dispongono in ordine, e le
-consonanti difficili escono spiccate e sonore, fin che lo strumento
-completato e accordato, potrà prendere parte al concerto della
-conversazione domestica, non facendo più che qualche stonatura per
-caso.
-
- *
- * *
-
-È strano ch'io ci pensi oggi per la prima volta: questo visetto,
-questa vocina, questa grazia angelica, che ora rallegra la mia vita,
-fra qualche anno non saranno più. Ogni giorno che passa mi ruba
-qualche cosa di questo bambino roseo. Fra qualche anno egli avrà un
-altro viso, parlerà con un'altra voce, gestirà in un'altra maniera, e
-della creatura d'oggi non mi rimarrà che qualche ritratto e qualche
-reminiscenza. Questo corpicino non è che una forma che mi passa
-dinanzi e che deve svanire. Sono irragionevole; ma è un pensiero che mi
-rattrista.
-
- *
- * *
-
-Non capisco più, ora, come io abbia potuto vivere tanto tempo,
-ed essere quasi felice, in una casa sempre tranquilla —, dove non
-c'era mai una seggiola fuori di posto —, dove non si rompeva mai una
-bottiglia — dove non s'inciampava mai in una marionetta —, dove non
-si facevano mai delle oche di carta —, dove non si vedeva mai nessuno
-sotto una tavola —, dove non c'erano che dei letti enormi —, dove non
-si sentivano mai che dei passi lenti e gravi —, dove non s'udivano che
-voci pacate che dicevano senza errori di grammatica delle cose sempre
-ragionevoli.
-
- *
- * *
-
-Sovente, vedendolo così ben vestito e ben pasciuto, con un monte di
-ninnoli davanti, io dico tra me: — E se un rovescio improvviso di
-fortuna mi costringesse a non trattarlo più in questa maniera? Tutto
-il mio sangue si rimescola violentemente a questo pensiero, e nello
-stesso tempo la mia fronte si solleva e la mia anima ingigantisce. Ah!
-non sarà mai, bambino mio! dovessi comprare ogni tuo giocattolo con una
-notte di lavoro, scontare ogni tuo vestitino nuovo con una ruga della
-fronte, pagare ogni tuo giorno di contentezza con una ciocca di capelli
-bianchi, conservare il color di rosa del tuo volto colla tortura del
-mio cervello e delle mie ossa! Che m'importerebbe che la gente ridesse
-della mia faccia scarna e del mio vestito logoro? Io ti condurrei a
-passeggiare con me in qualche parte solitaria della campagna, e starei
-a veder tramontare il sole premendomi la tua testa sul cuore. Ah, non
-temere! Fra te e la povertà, ci sono i miei trent'anni, la mia volontà
-indomabile e le forze smisurate dell'amore che mi divora.
-
- *
- * *
-
-Oggi gli ho fatto fare un bagno in una zuppiera rotta, e vedendolo
-così tutto nudo e bello che grondava acqua e rideva, pensavo: — Eppure
-queste povere creaturine, la febbre le consuma, il vaiuolo le accieca,
-la tosse convulsiva le soffoca, il crup le strozza, e bisogna vederli
-diventar neri, dibattersi, stralunar gli occhi pieni di lagrime,
-chieder soccorso agitando le manine, e rimanere irrigiditi; bisogna
-vederli chiudere in una cassetta, vederli portar via ravvolti in un
-panno nero, vederli calare in un fosso e coprir di terra e di sassi;
-e poi tornare a casa pensando ch'essi sono là soli sotto la neve, in
-mezzo a un campo pieni di scheletri; e rientrando in casa, rivedere
-i loro giocattoli e i loro vestiti, la culla vuota, la seggiolina
-vuota, la stanza vuota, tutto l'universo vuoto, e sentir risuonare in
-quell'orrendo silenzio le risa dei bimbi dei vicini! Ah! quando questo
-accade, mi par che non si possan far che due cose: o spezzarsi il
-cranio contro una parete o cadere in ginocchio e rimanere perpetuamente
-colla fronte inchiodata sulla culla.
-
- *
- * *
-
-Dopo che la mia vita è legata a questa creatura, il pensiero della
-morte non mi atterrisce o non mi rattrista più se non in quanto si lega
-a quello del suo avvenire. Ma se per la sua vita dovessi sacrificare
-la mia; se dovessi, colla sicurezza di salvarlo, fargli scudo del mio
-corpo, e difenderlo senza difendermi, immobile con lui nelle braccia, e
-dieci assassini alle spalle; oh! io fremo di non so che voluttà feroce
-e superba a questo pensiero: io credo, sento, giuro che mi lascerei
-crivellare di pugnalate, coprendogli la testa di baci, senza aprir
-la bocca per gridare: — Pietà! — e senza versare una lagrima sul mio
-destino.
-
- *
- * *
-
-Questa mattina, fra le altre sue stranezze, ho scoperto ch'egli crede
-che gli uomini siano fatti di legno, e per quanto gli abbia detto....
-— Interrotto dalla caduta d'una palla di gomma elastica che rovesciò il
-calamaio.
-
-
-
-
-SOPRA UNA CULLA
-
-
-I.
-
- Sono tre giorni che ha 'l visetto bianco
- E gira l'occhio illanguidito e lento,
- E non cerca la madre, e leva a stento
- Le braccia dimagrate e il capo stanco.
-
- Parla, dottore — dirami aperto e franco
- La triste verità ch'io già presento;
- E tu fa core, amica; — ecco il momento;
- Dammi la mano — e sta stretta al mio fianco.
-
- E grave? — .... Assai? — .... C'è da temer la morte?
- Ebbene, amica — qui — qui sul cor mio,
- E opponiamo al dolor l'anima forte.
-
- Ma no! non posso! mi si spezza il core!
- Ho bisogno di piangere! Mio Dio,
- Pietà! M'uccido se il mio bimbo muore!
-
-
-II.
-
- Bambino mio, cos'hai? cosa ti senti?
- Sorridi — guarda — moviti — respira;
- Non vedi il padre tuo, qui, che delira?
- Non le senti le sue lacrime ardenti?
-
- Non lacerarmi il cor co' tuoi lamenti!
- Oh dottore — soccorrilo — egli spira;
- Vedi come già trema, e come gira
- Gli sguardi tralunati e semispenti.
-
- Che aspetti dunque? Di parole vane
- Non è più tempo! Salvalo, per Dio!
- Prova! Tenta! non hai viscere umane?
-
- No, no, perdona! io son pazzo, lo vedi;
- Ma salva dalla morte il bimbo mio,
- E bacierò l'impronta de' tuoi piedi!
-
-
-III.
-
- Come ha già il volto smorto ed affilato,
- Povero bimbo, povero angioletto!
- Ah per pietà, coprite quel visetto;
- Non lo posso veder così mutato.
-
- Appena appena gli si sente il fiato
- Ed un leggiero tremito nel petto;
- Sembra già morto — ha già mutato aspetto;
- Ha chiuso gli occhi — è immobile — è diacciato!
-
- Dottore! Amica mia! Ma dunque è vero!
- Egli morrà! Lo porteranno via!
- Porteranno il mio bimbo al cimitero!
-
- Il mio bimbo! il mio cor! Ma rispondete!
- Dite che è un sogno della mente mia,
- O mi spezzo la fronte alla parete!
-
-
-IV.
-
- Che? — C'è speranza ancor ch'egli non mora?
- Non è la tua pietà — dottor — che mente?
- È salvo se fra un'ora si risente?
- Se fra un'ora il suo volto si colora?
-
- Un'ora! Un'ora eterna! Un'ora ancora
- Per vederlo morir più lentamente!
- Ma prima sarò anch'io morto — o demente,
- O invecchierò di trenta anni in quest'ora.
-
- Ebben — coraggio — starò qui prostrato,
- Muto — aspettando colle braccia in croce
- Che il mio povero bimbo sia spirato.
-
- Ed aspetta anche tu — cara — pregando;
- Non alzar contro Dio l'incauta voce....
- Inginocchiati qui.... te lo comando!
-
-
-V.
-
- Pietà, tremendo Iddio! Pietà, Signore!
- Nel santo nome della madre mia.
- Pietà del mio bambino in agonia,
- Non rapite quest'angelo al mio core.
-
- Io redento dal pianto e dal dolore
- Vivrò una vita santa, umile e pia,
- E non avrò più senso che non sia
- Bontà, dolcezza, pentimento, amore.
-
- E se è fermo nel Vostro alto consiglio
- Ch'egli debba morir — ch'io non intenda
- La voce che dirà: — non hai più figlio!
-
- Datemi, eterno Iddio, questo conforto;
- Ch'io non la senta la parola orrenda;
- Ch'io resti prima o forsennato o morto.
-
-
-VI.
-
- Povero core! Povero bambino!
- Era un angiolo d'anima e d'aspetto;
- Pareva un fiore — e qualche riccioletto
- Gli usciva già di sotto al cuffiettino.
-
- La notte, lo cullavo — e sul mattino
- Venia — nudo e ridente — nel mio letto,
- E sgambettando mi puntava al petto
- E contro il volto il suo rosso piedino.
-
- Ed ogni sera — in lui rapito — chino
- Teneramente sul suo bianco nido
- Gli coprivo di baci il corpicino;
-
- E in mezzo ai baci mi fuggía dal core
- Un gemito, un singhiozzo, un riso, un grido,
- E cadevo in ginocchio ebbro d'amore.
-
-
-VII.
-
- Addio, mia bella visïon fuggita,
- Bel sogno mio svanito sull'aurora,
- Larva adorata che brillasti un'ora
- Sul deserto cammin della mia vita!
-
- Non tutta ancor l'anima mia smarrita
- Può intendere il dolor che la divora;
- Ancor vaneggio; — non lo sento ancora
- Tutto lo strazio della mia ferita.
-
- Avrò per sempre il mio bimbo morente
- Dinanzi agli occhi — ed il mio labbro muto
- Cercherà la sua fronte eternamente.
-
- Arte, fede, avvenir, gloria, fortuna,
- Speranze, gioventù — tutto è perduto;
- Tutto è morto e sepolto in questa cuna.
-
-
-VIII.
-
- No! non lo credo! Tu m'inganni! Giura
- Che dici il vero! Per pietà, dottore,
- Non lacerarmi un'altra volta il core,
- Non ti far gioco della mia sventura!
-
- È uno scherno crudel della natura!
- È un vano inganno! È un sogno mentitore!
- È salvo? Vive? Vive ancor? Non muore?
- Ah! la povera mia mente s'oscura!
-
- Indietro tutti — via da me — lasciate
- Ch'io profonda sul mio santo angioletto
- Questa piena di lacrime infocate!
-
- Ride! Parla! Mi guarda! Eterno Iddio,
- Che il grande nome tuo sia benedetto!
- Mio figlio è salvo — l'universo è mio!
-
-
-
-
-GIOVANNI RUFFINI
-
-
-Un giorno, a Parigi, ricevetti una lettera con questo poscritto: — «Se
-non lo sa, le annunzio che il Ruffini, l'autore del _Dottore Antonio_
-e del _Lorenzo Benoni_, sta in via Boulogne, numero trentasei.»
-
-Vi sono molti che pure desiderando vivamente di conoscer di persona
-un uomo illustre che amano ed ammirano, per nulla al mondo andrebbero
-a bussare alla sua porta senz'essere accompagnati da un conoscente
-comune, o avere in tasca una lettera di raccomandazione, o essere
-stati assicurati in mille modi che possono presentarsi senza timore di
-parere impertinenti. Per me, quando ho un desiderio di questa natura,
-trovo che la maniera più naturale e più dignitosa di soddisfarlo, è
-quella di andar per la via più corta a casa del personaggio, e dire
-alla cameriera che viene ad aprire: — Abbia la bontà di annunziare al
-padrone che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio di vederlo. —
-Non mi conosce? che importa? O che vado là per far ammirar me, e non
-per ammirar lui? Ma potrebbe supporre che vi abbia condotto a casa
-sua una curiosità volgare, o l'ambizioncina di dire poi che l'avete
-conosciuto. Ma che! Se è un uomo d'ingegno deve aver l'occhio fino e
-conoscere gli uomini: gli basterà guardarmi in viso e sentire il suono
-d'una mia parola, per capire che il cuore che mi batte, ch'egli mi fece
-del bene, che ho della gratitudine per lui, e che v'è più rispetto e
-più amore in quella mia risoluzione di farmi innanzi così alla bella
-libera, che in tutte le esitazioni e in tutti gli scrupoli degli
-ammiratori timidissimi.
-
-Andando per via Clichy verso via Boulogne, pensavo al _Dottore
-Antonio_, che avevo letto cinque anni innanzi, di primavera, all'uscire
-di una grave malattia. Pei libri che si lessero la prima volta in tempo
-di convalescenza, quando pare di esser rinati a un'altra vita, e stando
-ancora in letto più per prudenza che per bisogno, si guarda colla
-curiosità d'un prigoniero quel po' di cielo azzurro che appare dalla
-finestra, e quella ciocca di verde che spunta sul terrazzino della
-casa dirimpetto; pei libri che si lessero in quei giorni, qualunque
-essi sieno, si nutre un sentimento particolare di gratitudine. Se poi
-son libri che facciano amare soavemente quella vita che si è temuto di
-perdere, e desiderare con ardore quel lavoro che ci fu tanto doloroso
-di smettere, e ammirare con entusiasmo quella natura varia e bellissima
-che le quattro pareti della nostra stanza ci hanno nascosta per tanto
-tempo; se son libri, in una parola, che aggiungano una nota dolcissima
-all'inno di gratitudine che si alza dal nostro cuore verso tutto quello
-che è intorno noi e sopra di noi, come se ogni cosa si rallegrasse
-della nostra salvezza, e ci animasse a rimetterci in cammino con
-coraggio; allora quei libri diventano amici di tutta la vita, e il nome
-di chi li scrisse ci resta nell'anima come il nome di un benefattore.
-
-Entrando in via di Boulogne mi ricordai delle affettuose parole colle
-quali un amico mio mi espresse un giorno l'impressione che aveva
-ricevuta dai romanzi del Ruffini. — È uno di quelli scrittori, ai
-quali, dopo letto l'ultima pagina d'un loro libro, domandereste un
-consiglio per pigliar moglie, confidereste una vostra sorella per
-un viaggio, rimettereste nelle mani denari, memorie secrete, lettere
-intime, ogni cosa.
-
-Tirai il campanello, mi aperse una vecchia cameriera. — C'è? — C'è. —
-Abbia la bontà di dirgli che il tale dei tali ha un vivissimo desiderio
-di vederlo. — Scomparve, e tornò di lì a un minuto a dirmi ch'entrassi.
-
-Entrai in una cameretta modesta — lo vidi — aveva capito — mi venne
-incontro sorridendo — balbettai qualche parola — sedemmo.
-
-I primi momenti in cui si trovano l'uno di fronte all'altro un uomo
-illustre e uno sconosciuto che è stato spinto verso di lui da un
-sentimento di ammirazione e di affetto, passano quasi sempre in
-silenzio, poichè il visitatore, lì per lì, è occupato suo malgrado
-a fare un raffronto tra la persona che ha dinanzi e quella che si
-raffigurava; e l'uomo illustre, dal canto suo, indovinando quel
-raffronto, per quanto sia superiore ad ogni sentimento di vanità,
-rimane sospeso nell'atto di cercar negli occhi dell'ammiratore
-l'impressione che la sua persona gli produce. Fuor che nei momenti
-dell'inspirazione, il viso di uno scrittore o d'un artista non riflette
-mai così limpidamente la bellezza dell'ingegno e del cuore. Vi si vede
-una soddisfazione serena, mista a un non so qual leggiero turbamento
-di pudore virile, che farebbe parer bello anche un viso non bello,
-e desterebbe un moto di simpatia anche in un'anima dalla quale fosse
-svaporata ogni freschezza di sentimenti gentili.
-
-Il Ruffini ha l'aspetto d'un buon padre di famiglia; uno di quei bei
-volti aperti e soavi, che in questi tempi, come dicono coloro che
-hanno per intercalare _il mondo peggiora_, non si vedono più; una di
-quelle fisonomie che ricordano certi grandi ritratti che ornan le sale
-delle case patrizie. Così a occhio si direbbe che ha una sessantina
-d'anni; e godo di poter aggiungere che ha l'apparenza d'un uomo
-destinato a sbarcarne altri sessanta. Però malgrado il suo aspetto
-pacato, s'indovina da certi moti risentiti delle labbra e da certi
-suoni profondi della voce, che la sua vita deve essere stata agitata
-da passioni vigorose e afflitta da qualche grande dolore. Come nelle
-pagine del _Dottor Antonio_, così sul suo viso, nel suo accento, nei
-suoi discorsi vi è qualche cosa di melanconico. Ma è una melanconia
-temperata di tanta benignità e di tanta dolcezza, che non se ne sente
-punto l'amaro. Ha poi una semplicità infantile di modi e di linguaggio,
-che vi fa parere d'essergli sempre vissuti insieme, e una maniera di
-guardarvi e d'interrogarvi come se foste voi in casa vostra, ed egli
-ci fosse venuto, mosso dallo stesso sentimento che condusse voi a casa
-sua.
-
-Alle prime parole che gl'intesi dire fui meravigliato che non avesse
-perduto l'accento genovese dopo tanti anni che vive lontano dal suo
-paese. È nato a Taggia, vicino a San Remo, su quella beata riviera
-ligure che egli dipinse con una meravigliosa freschezza di colori
-nel suo secondo romanzo. Si sa che nel 1848 i suoi concittadini lo
-mandarono al Parlamento piemontese, e che lo rielessero non è molto,
-benchè egli dichiarasse che non avrebbe accettato il mandato, come in
-fatti non l'accettò, _per non spellar la mano nei ferri dell'altrui
-bottega_. Ora vive un po' a Londra, un po' in Isvizzera e un po'
-a Parigi; ma più lungamente a Parigi, dove ha molti amici e molti
-ricordi. È stato gravemente malato or fa un anno, credo appunto in
-Parigi, e non s'è ancora rimesso affatto dalla malattia; ma la sua è
-una convalescenza colla quale molti uomini di pari età vorrebbero poter
-cangiare la propria salute.
-
-Gli feci quella solita dimanda, che per gli uomini come lui dev'essere
-importuna come una mosca, tanto spesso e da tanti se la senton fare! ma
-che pure è naturalissima, e scappa dalla bocca prima che si sia pensato
-a mandarla fuori: — E ora che sta facendo?
-
-— Non faccio nulla — rispose — perchè non ho niente da dire. —
-
-Risposta semplicissima che chiude una profonda sentenza: — Scrivere
-quando si ha bisogno di scrivere, — o come diceva il Manzoni —
-aspettare che la musa ci venga a cercare, e non iscalmanarsi a correr
-dietro alla musa. — E poi soggiunse per chiarir meglio il suo pensiero:
-
-— Ognuno non ha che una certa quantità di roba nel sacco, e quando il
-sacco s'è vuotato, se si vuol continuare a dare, non si dan più che
-parole —
-
-Gli domandai se nei soggetti de' suoi romanzi ci fosse il fondamento
-d'un qualche fatto vero e n'ebbi la risposta che m'aspettavo. Egli ha
-conosciuto quasi tutti i suoi personaggi, ha raccontato i loro casi,
-s'è servito delle loro parole. Di qui l'efficacissimo colore di verità
-che brilla nei suoi racconti, i dialoghi che par di sentire piuttosto
-che di leggere, e i personaggi che, a libro chiuso, si confondono nella
-memoria del lettore con gente vera ch'egli conobbe in altri tempi,
-così che alle volte gli bisogna quasi fare un atto di riflessione per
-separare le persone dalle larve. Dio sa quante cose gli avrei domandato
-intorno ai suoi libri, ai suoi studî e alla sua vita se non me ne
-avesse trattenuto il timore che egli, osservatore sottile, mi leggesse
-negli occhi il proposito segreto di spiattellare in una gazzetta
-tutto quello che gli usciva dalla bocca. E perciò fui costretto a
-lasciar cascare la conversazione sull'interpellanza contro il decreto
-del prefetto di Lione e sulla discussione intorno all'ordine della
-Legion di Onore. Il Ruffini conosce la Francia _intus et in cute_,
-e spiega, parlando di politica, quell'accorgimento fino e quel buon
-senso rettissimo, col quale suol giudicare gli uomini e le cose nei
-suoi romanzi; ma pure non mi potei trattenere dall'interrompere quei
-suoi discorsi per ricondurlo a parlare di sè, e cogliendo a volo tutti
-gli appicchi ch'egli diede involontariamente alle mie interrogazioni
-indiscrete, riuscii a raccapezzare qualcosa.
-
-Come abbia cominciato la sua vita letteraria, i più, credo, lo sanno.
-Emigrò giovanissimo, andò a Londra, e trovandosi corto a denari,
-dovette pensare a guadagnarsi la vita col lavoro. Prima d'allora non
-avea scritto altro che articoli per gazzette, e benchè si sentisse
-dentro quella _certa smania inesplicabile_ che agitava l'anima
-del Giusti prima che si fosse rivelato a sè stesso, non aveva mai
-sognato di salire un giorno su per la sterminata scala dell'arte fino
-all'altezza a cui è salito. Gli venne in mente di scrivere un libro
-— che fu poi il _Lorenzo Benoni_ — per far conoscere in Inghilterra
-quel periodo importantissimo della vita italiana, e destar così un
-sentimento di simpatia per il suo paese «che allora aveva bisogno di
-tutti.» Manifestò il suo disegno ad alcuni amici che lo approvarono, e
-trattò della pubblicazione coll'editore d'un giornale, che lo esortò
-a scrivere i primi capitoli, i quali sarebbero stati stampati subito
-per tastare l'opinione pubblica, e o smettere a tempo o tirare innanzi
-di buono. Il Ruffini scrisse le prime cento pagine e gliele portò;
-ma l'editore non fu soddisfatto, e cangiato avviso, volle vedere il
-lavoro finito prima di cominciarne la stampa. Allora il Ruffini si
-perdette d'animo, buttò in un canto il suo manoscritto e si dedicò ad
-altre cose. Qualche tempo dopo, essendo andato a Parigi e avendo dato
-a leggere quel poco che aveva fatto ad una colta ed arguta signora,
-che gliene fece caldissime lodi, e lo spronò vigorosamente a scrivere,
-riprese animo, si rimise al lavoro, lo condusse a fine, e mandò il
-romanzo con una lettera di raccomandazione di suo fratello, a un
-editore di Edimburgo, il quale approvò, stampò e ricompensò l'autore
-con cento lire sterline: non sperata fortuna! che fu, come tutti sanno,
-il primo anello d'una catena d'oro. Il _Lorenzo_ ebbe un successo
-splendido; la stampa inglese incoraggiò l'autore con larghissime
-lodi; lo stesso Mazzini, benchè in quel libro ci fosse qualche nota
-stridente per un orecchio repubblicano, gli espresse per lettera
-la sua ammirazione; la fama del Ruffini fu assicurata. Poi venne il
-_Dottor Antonio_, e dopo il _Dottor Antonio_, tutti gli altri gioielli
-smaglianti di limpidissima luce.
-
-Come ha potuto il Ruffini ridursi in grado di scrivere in inglese,
-per quanto si assicura, puro, facile ed elegante, in così breve tempo,
-poichè egli medesimo dice che quando andò in Inghilterra non conosceva
-che pochissimo la lingua? Voglio che un ingegno potente divini, in gran
-parte, il linguaggio del quale ha bisogno per rivelarsi ed espandersi;
-ma quanto deve aver faticato in quelle prime lotte del pensiero colla
-parola, così lunghe e difficili anche per chi scrive nella lingua
-che gli è famigliare dall'infanzia, egli che doveva scrivere in una
-lingua straniera, e tanto diversa dalla sua! Io credo che quando va a
-Londra, non dimentichi mai di visitare quella stanzina al quarto piano,
-nella quale vegliò le prime notti, colla mente affollata di pensieri e
-d'immagini che non trovavan l'uscita, e il cuore gonfio d'affetti che
-prorompevano in lagrime prima che in parole! Chi avesse potuto in quei
-momenti susurrargli nell'orecchio con uno di quegli accenti di voce
-sovrumana che annunziano il futuro agli eroi delle leggende: — Tu sarai
-ricco, celebre ed amato in questo paese, nel tuo, in molti altri, per
-una lunga vita e dopo la vita!
-
-È facile avvedersi da qualche parola buttata qua e là che il Ruffini
-si dà pensiero del rimprovero che molti gli potrebbero fare, che
-qualcuno gli fece, d'aver scritto in inglese invece che in italiano.
-Per me credo che non occorra nemmeno discolparlo. Per potergli fare un
-carico d'aver scritto in inglese, bisognerebbe potergli anche scrivere
-a colpa di aver emigrato, d'esser andato a Londra, di essersi trovato
-nella strettezza, di aver avuto bisogno di farsi capire dalla gente da
-cui voleva farsi leggere. D'altra parte i suoi libri, benchè scritti
-in inglese, sono tanto italiani e per soggetto e per sentimento e per
-scopo, che si può quasi affermare che appartengono alla letteratura
-italiana più che alla letteratura inglese. Scritti in italiano, non
-si sarebbero certamente diffusi quanto si diffusero, e non avrebbero
-ottenuto in egual misura lo scopo che l'autore si propose: — di far
-conoscere ed amare l'Italia fuori d'Italia. — Il Ruffini ha fatto una
-buona azione in inglese; e una buona azione è sempre una buona azione
-in qualunque forma la si faccia; e il nostro amor proprio nazionale
-non è punto meno solleticato da che gl'Inglesi ci dicano: — Alcuni dei
-nostri più cari romanzi sono d'un Italiano; — che dal poter dir noi: —
-abbiamo un Italiano che scrisse alcuni romanzi degni di stare accanto
-ai più cari romanzi inglesi. —
-
-I romanzi del Ruffini furono tradotti in molte lingue. Mi parlò egli
-stesso di una traduzione tedesca che si fece mesi sono, e da quanto
-mi parve di capire, tutte queste traduzioni gli fruttarono qualche
-cosa, — eccettuate le traduzioni italiane — dalle quali non gli venne
-il bellissimo nulla. Non lo disse, ma credo di poterlo affermare; e mi
-spiace di poterlo affermare. Eppure i libri del Ruffini furono e sono
-tuttora molto letti in Italia. Dal che si può tirare una conseguenza
-che non è onorevole per il commercio letterario italiano.
-
-S'informò delle condizioni della nostra stampa letteraria e mi domandò
-che vita possa menare fra noi uno scrittore al quale non manchi il
-favore pubblico. Gli risposi che in Italia, uno scrittore al quale il
-pubblico sia favorevolissimo, può oramai considerarsi quasi sicuro di
-non morir di fame, purchè lavori il doppio di quello che dovrebbe per
-rispetto all'arte sua e per riguardo alla propria salute, e purchè i
-suoi libri abbiano una straordinaria diffusione. E siccome mi nominò
-uno scrittore giovane, autore di alcuni romanzi dei quali si fecero
-parecchie edizioni, gli avrei voluto far sapere che appunto quello
-scrittore, che pure si può annoverare tra i più fortunati del giorno,
-può scrivere ogni sera qualche pagina di romanzo, perchè lungo il
-giorno ne scrive molte, e Dio sa che camiciate gli costano, sul corso
-forzoso, sulle imposte comunali e sui progetti di strade ferrate. E
-gliene avrei potuto nominare un altro, morto giovane, ch'era pieno
-d'ingegno e d'affetto, e operosissimo, e i cui libri si leggevano
-avidamente, e che pure, non molto tempo prima di morire, si trovava
-ridotto a desinare di castagne secche. E gli avrei potuto anche dire
-d'un uomo illustre, vivente, autore di alcune opere note anche fuori
-d'Italia, che per reggersi ritto, scrive ogni giorno una lettera
-politica a un giornale di provincia, che manda cento lire al mese a
-un amico suo, il quale si fa passare per corrispondente, e rimette i
-denari a lui, che salva così il pudore della povertà. Il Ruffini che
-s'è fatto una piccola fortuna con quattro novelle, avrebbe sorriso se
-gli avessi detto queste cose. Certo che si può obbiettare: — Scrivete
-delle novelle come le sue. — Ma tra farsi una fortuna e campare, ci
-corre più che tra le novelle del Ruffini e gli scritti di coloro che
-ho accennati, benchè ci corra moltissimo. E non dico questo per cavarne
-un'accusa contro l'Italia; ma per dire le cose come sono.
-
-Non so quanto tempo io sia rimasto con quel caro uomo, — medico di
-anime e fattore di galantuomini, — cogli occhi fissi nei suoi e colla
-mente tesa per cogliere ogni suo pensiero e impadronirmi di ogni sua
-parola. E mi pareva di vedere intorno a lui, come un corteo, tutti i
-gentili fantasmi che ci fece amare nei suoi libri, e lontano, in fondo
-al quadro che mi rappresentavo colla fantasia, quella bella marina
-ligure, quel bel cielo, quel lido verde e queto, ch'egli ci fece parere
-più bello e ci rese più caro. E udendolo parlare italiano così un
-po' lentamente e con qualche giro di frase straniera, e pensando ai
-lunghi anni ch'egli visse fuori della sua patria, e al suo soggiorno
-in Francia, e ai suoi viaggi in Isvizzera e in Inghilterra, che lo
-allontanano da noi, provavo come un senso di mestizia, e gli avrei
-voluto dire quello che ora scrivo, non per chi leggerà, ma proprio
-per lui: — Tornate fra noi, caro amico, che se non abbiamo potuto
-agevolare i primi passi che faceste sulla nobile via delle lettere, nè
-raccoglier di prima mano i fiori di cui l'avete cosparsa, v'abbiamo
-però accompagnato da lontano con un sentimento d'orgoglio, misto di
-rammarico e di desiderio. Tornate fra noi perchè abbiamo bisogno d'una
-persona cara e venerabile, sulla quale versare una parte dell'affetto
-che avevamo accumulato sul capo di quel vecchio illustre, del quale voi
-avete la bell'anima, e se non pari gloria, la stessa gloria: quella di
-aver fatto del bene. —
-
-Uscendo di casa sua, mi accorsi che per la prima volta, dopo due mesi
-che stavo a Parigi, mi sentivo libero da un certo stordimento, da un
-turbinio di desiderî, da non so che tumulto del cuore e della testa,
-che non mi lasciava ben avere, nè lavorare, nè pensare, come se ogni
-giorno fosse il giorno dell'arrivo, e che a volte mi prostrava in
-uno sgomento da non potersi esprimere, come di chi credesse d'esser
-diventato tutt'ad un tratto povero, stupido, nullo, e che tutti,
-incontrandolo, dovessero sentir compassione di lui. Il Ruffini mi guarì
-da questa malattia. Dopo di allora non l'ho più visto. Se gli cadranno
-sott'occhio queste pagine, pensi che i medici debbono tollerare le
-piccole indiscretezze dei malati — accetti la, mia pubblica professione
-di gratitudine, — sorrida, — e mi perdoni.
-
-1873.
-
-
-
-
-L'AMORE DEI LIBRI
-
-
-Un tale, tempo fa, scrisse contro la pessima abitudine di moltissimi
-italiani, i quali benchè siano dediti alla lettura e possano spendere,
-non comprano mai un libro.
-
-Le cagioni di quest'abitudine di non comprare, o meglio, di questa
-mancanza dell'abitudine di comprare, son molte; ma le principali
-mi paion queste: che _la libreria_ non è ancora considerata come un
-_mobile_ necessario al decoro della casa, che il libro non è ancora
-capito come oggetto d'ornamento, che si ama la lettura, infine, ma che
-non si ama ancora il libro.
-
-Io credo infatti che di tutti i mobili quello che si vende meno in
-Italia sia lo scaffale.
-
-Moltissimi non capiscono in nessuna maniera come e perchè si abbia da
-conservare un libro dopo che si è letto.
-
-Ogni momento, dai librai, occorre di sentir dire a qualcuno: — leggerei
-volontieri questo libro. — Gli domandano perchè non lo compra. — Perchè
-non lo compro? — risponde l'interrogato. — E che vuol che ne faccia
-quando l'abbia letto? — Per costoro un libro letto non essendo più che
-un ingombro, hanno ragione di non voler spender denari per empirsi la
-casa di carta sudicia. Entrate nelle case. Nella maggior parte vedete
-delle raccolte di conchiglie, d'uova, di pietruzze, di francobolli
-esteri, persino di scatoline di fiammiferi; ma non ci vedete una
-raccolta di libri. In ogni parte c'è qualche cosa che vi rammenta che
-la famiglia mangia, gioca, dorme, suona; nulla che vi rammenti che
-legge. È gala se vedete sparsi qua e là pei tavolini e pei cassetti
-una ventina di volumi, un terzo dei quali appartengono al ragazzo che
-va a scuola e quattro o cinque a un gabinetto di lettura. I pochi che
-rimangono, — la sola proprietà libraria della casa, — son laceri e
-scuciti e hanno i primi fogli coperti di cifre e di fantocci. Se ne
-servono per smorzare la candela, per accendere il fuoco, per fornire
-di carta le parti della casa dove è bene che ci sia sempre carta. —
-Perchè stracciate questo libro? domandate. — Oh bella! — rispondono —
-se l'abbiamo già letto e riletto tatti!
-
-Una casa senza libreria è una casa senza dignità, — ha qualcosa della
-locanda, — è come una città senza librai, — un villaggio senza scuole,
-— una lettera senza ortografia.
-
-Quanto è bella una biblioteca! Quante cose ci vede e quanto piacere ne
-può ricavare anche chi legge per puro spasso, se appena ha un po' di
-sentimento e d'immaginazione!
-
-I più mirabili frutti dell'ingegno umano son qui, raccolti in un
-piccolo spazio, sotto la mia mano. Frutti d'ispirazioni divine, frutti
-di meditazioni e di studi che segnarono di rughe precoci le più nobili
-fronti umane, frutti delle più splendide fantasie dell'universo,
-son qui ridotti nella forma di piccoli parallelepipedi, imprigionati
-fra quattro assicelle, divisi per tempi, per paese, per lingua, per
-materia, per dignità, numerati e schierati come un esercito. Uno
-scompartimento mi apre i secoli passati, un altro mi trasporta nei
-paesi lontani, questo mi tocca il cuore, quello mi stimola la vena del
-riso, un terzo mi fa sognare, un quarto mi fa pensare e un quinto mi
-fa piangere. Io posso scegliere secondo il mio umore; è una farmacia
-morale; vi sono gli scompartimenti per i giorni foschi, quelli per i
-giorni sereni, quelli per i giorni di fiaccona, quelli per i giorni
-in cui mi piglia la furia del lavoro. E alla varietà delle materie
-corrisponde la varietà degli aspetti. Vi sono i colossi, — vocabolari
-e grandi opere illustrate, — che formano quasi l'ossatura di questo
-piccolo mondo. Vi sono file compatte di volumi tarchiati, di color
-oscuro, — vecchie edizioni economiche di opere classiche, — modeste
-all'aspetto, ma piene di _vital nutrimento_, come nel mondo reale gli
-uomini di vero merito. Sotto questi, l'aristocrazia delle legature, la
-classe privilegiata della biblioteca, rivestita di pelli luccicanti
-e rabescata di fregi d'oro. Poi la gioventù elegante e gaia: il
-roseo del Lemonnier, il turchinetto del Barbera, il rosso aranciato
-dell'Hachette, il giallo chiaro del Levy, cento colori di cento
-edizioni civettuole, che fanno a chi più tira gli sguardi. Poi daccapo
-lunghe file di volumetti uniformi e poveri, che sono come il popolo
-minuto della biblioteca, guardato con indifferenza e trattato con pochi
-riguardi. Più sotto le edizioncine diamante, genterella irrequieta, che
-va e viene dalla città alla campagna, per strada ferrata e in carrozza,
-dalla tasca alla valigia, dalla valigia al tavolino da notte, e si
-contenta dei ritagli della nostra giornata. In questa folla abbiamo
-le nostre simpatie, i vecchi amici, gli amici di ieri, i maestri, i
-benefattori, i cattivi consiglieri, i capi scarichi, le anime perdute,
-i rigoristi, i seccanti, i buffoni, i parassiti, i predicatori, i
-mettimale, i consolatori. E in fondo finalmente, al pian terreno,
-quattro dita sopra il pavimento, il cimitero, dove sono ammontati alla
-rinfusa, sbrandellati e coperti di polvere, libretti ed opuscoletti
-d'ogni forma e d'ogni colore, che vissero un giorno od un'ora nella
-nostra mente: stravizi dello spirito, come dice il Guerrazzi; segatura
-dell'ingegno umano: poesie di nozze, primi saggi di poeti falliti,
-romanzi rachitici, almanacchi, libelli, imitazioni, plagi, capricci,
-corbellerie, cenci e cocci della letteratura, destinati al banco del
-tabaccaio alla cesta dello spazzino.
-
-L'amore dei libri, crescendo a poco a poco, finisce poi col diventare
-un sentimento affatto distinto dall'amore della lettura, e fonte,
-per sè solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del
-tatto, dell'odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a
-sfogliarli, a fiutarli. L'odore della stampa fresca dà dei fremiti
-di voluttà. A occhi chiusi, fiutando, si riconosce se un libro è
-antico, o soltanto vecchio, o recente, o recentissimo. Certi colorini
-di certe edizioni innamorano, e s'incapriccisce per certi sesti e
-certi frontispizî, come per certi corpicini e certi visetti. Si prova
-veramente per i libri piccoli e graziosi un sentimento di sollecitudine
-più gentile, che pei libri grossi, e a sollevare con uno sforzo certi
-libroni si ride d'una compiacenza che non saprei definire; ma che è
-tutt'altra da quella che si sente sollevando qualunque altro peso. Si
-gode disponendo i proprî libri in un nuovo ordine, che formi una nuova
-combinazione di colori; si lavora di mosaico; si fa ogni giorno un
-cambiamento; una biblioteca anche piccola da lavorare; c'è da colmare
-le lacune, da barattare le edizioni, da ricevere i nuovi venuti, da
-congedare quei che partono, da curare quei che soffrono, da ristorare
-quei che invecchiano, da far la corte a quei che splendono; è insomma
-un piccolo Stato da governare, nel quale si provano tutti i piaceri,
-tutti gli sconforti, tutte le invidie ed anche tutte le gloriole d'un
-piccolo re, che non potendo allargare i suoi confini quanto vorrebbe,
-si diverte e si consola rimestando continuamente quel po' che possiede.
-
-È un grande errore quello di credere che s'impari ugualmente dai libri
-che si possedono e da quelli che si pigliano a prestito. Un libro
-non fa tutto il pro che può fare se non è cosa nostra. Bisogna poter
-logorarselo, sottolinearselo, farvi dei punti d'esclamazione, piegare
-le pagine, segnarne i margini colle nostre unghie. Un libro che non
-fa che passarci per casa, non lascia traccia profonda. E poi, che
-differenza! Se lo avete in casa, lo leggete e lo rileggete appunto
-nei casi in cui siete meglio disposti a riceverne un'impressione
-viva ed utile, perchè ciò che vi fa cercar quella lettura piuttosto
-che un'altra, è una disposizione particolare dell'animo, la quale se
-doveste cercare il libro altrove, sarebbe forse già mutata prima che il
-libro fosse nelle vostre mani.
-
-Quanto è grande l'efficacia d'una biblioteca sull'educazione dei
-ragazzi! Il destino di molti uomini dipese dall'esserci o non esserci
-stata una biblioteca nella loro casa paterna. L'aver avuto sotto mano,
-a tutte le ore del giorno, il modo di soddisfare le prime curiosità
-infantili, d'ingannare sfogliando libri la noia delle giornate
-piovose, gettò in molti cervelli i primi germi d'un amore allo studio
-che divenne col tempo passione ardente per la scienza e fecondò
-precocemente certe facoltà dell'ingegno che lo studio obbligato e
-circoscritto della scuola avrebbe lasciate inerti. E lasciando pure
-da parte i grandi effetti, è bene ispirare all'infanzia il culto dei
-libri, anche prima dell'amore della lettura. È ben per il bambino che
-ci sia un angolo della casa, dove è eretto quasi un altare allo studio
-e al sapere, al quale, senza comprenderne ancora la ragione, egli vede
-dai suoi parenti usar certe cure e testimoniare un certo rispetto; una
-stanza silenziosa, dove di tratto in tratto egli vede qualcuno immobile
-e serio; un luogo consacrato al pensiero come ce n'è uno consacrato
-alla mensa, uno al lavoro, uno al riposo. E da giovinetto, leggerà con
-un piacere particolare quei libri che gli son famigliari all'occhio fin
-dell'infanzia, che ha veduto mille volte ordinare, pulire, accarezzare
-dai suoi genitori; che avevano già per lui, ciascuno secondo la sua
-forma e il suo colore, un significato fantastico, prima che conoscesse
-l'alfabeto. Certo ci dev'essere una differenza tra il giovinetto
-che fin dai suoi primi anni ha veduto la sua famiglia conservare e
-rispettare religiosamente i libri, e quello che l'ha veduta vivere di
-brigantaggio librario e fare dei libri letti quello che si fa delle
-scarpe vecchie e degli abiti smessi.
-
-E poi! che c'è che ravvivi più intimamente e più dolcemente nel cuore
-del figliuolo la famiglia o lontana o dispersa, i genitori morti,
-l'infanzia, l'affetto e le cure di cui fu circondato? I libri che
-portano il nome del padre, ch'egli stesso mise nelle sue mani, di cui
-parlò con lui, gli ricordano le sue letture predilette, i suoi giudizî,
-le sue opinioni, mille sfumature della sua indole. Su certi libri
-gli par di vedere, al lume della candela, chinarsi quegli occhiali
-luccicanti e quella barba bianca. Altri gli rammentano la famiglia
-seduta in cerchio, intenta alla lettura d'un solo; atteggiamenti di
-persone care, esclamazioni e risa allegre o singhiozzi mal soffocati
-delle sorelle piccine, che pure gli sarebbero già fuggiti dalla memoria
-da lungo tempo. Il figliuolo di chi amò i libri, amerà i libri, e non
-sarà mai un'anima affatto volgare quella in cui rimarrà questo culto.
-
-Ah! vediamo di formarci intorno per tempo questa corona d'amici muti e
-fedeli; fabbrichiamoci questa pacifica fortezza per ripararvici dentro
-nei giorni in cui saremo assaliti dai dolori della vita. Questi giorni
-vengono, e con essi il bisogno della solitudine e del silenzio. Sarà
-triste allora il non aver un angolo della casa dove poter rifugiarsi
-per tentar di dimenticare i vivi confortandosi coi morti!
-
-
-
-
-MANUEL MENENDEZ
-
-(RACCONTO)
-
-
-I.
-
-La canzonetta andalusa intitolata _Don Manuel Menendez_ è una favola
-che non ha quasi punto che fare col fatto vero, il quale si può sapere
-soltanto dai Sivigliani che conobbero intimamente il personaggio,
-e che son rari, perchè egli partì da Siviglia di quattordici anni,
-quando perdette il padre e la madre; non vi tornò che dieci anni dopo,
-e ne ripartì per sempre in capo a pochi mesi. In questo breve tempo
-riempi la città del suo nome. Non stava però sempre in città: partiva,
-tornava, spariva, senza che nessuno sapesse nè perchè, nè dove; e
-qualche volta la notizia del suo ritorno giungeva inaspettata ai suoi
-amici insieme con quella d'un colpo di spada ch'egli aveva dato o
-toccato fuori della Porta di Cordova per una quistione di donne o di
-politica. Molti dicevano che aveva un ramo di pazzia, e la credevano
-conseguenza d'una cornata nel capo che aveva ricevuto, a tredici anni,
-da un toro _novillo_, nei giochi domenicali del circo. L'aveva ricevuta
-infatti, e ne portava ancora la traccia; ma il suo cervello n'era
-rimasto illeso. Aveva una meravigliosa esuberanza di vita che espandeva
-in amore, in moto, in versi, in lacrime, in sangue, senza riuscire
-a trovar pace; un cuor grande, un orgoglio satanico, degl'impeti di
-rabbia in cui si sfracellava una mano contro il muro, una forza d'animo
-da far fremere e il coraggio d'un forsennato. Una signora aveva detto
-di lui uno scherzo che gli si attagliava a meraviglia: — Io mi son
-fitta in testa che se nelle comete ci sono degli uomini, debbono essere
-tutti come Manuel Menendez. — La sua parola non usciva, esplodeva, e
-pareva sempre che una parte della sua vita fuggisse nel suono della
-sua voce. Quando un _torero_, impaurito, vibrava un colpo da traditore
-o straziava l'animale senza ucciderlo, il più formidabile: — Codardo!
-— che risonasse nel circo di Siviglia, era il suo; nel teatro di San
-Fernando, quando si sentiva improvvisamente nel silenzio d'una scena
-sublime, uno di quei _bravo_ fuggiti dalle viscere, che fanno correre
-un brivido per la platea, nessuno domandava di chi fosse: tutti
-sapevano che era di Manuel Menendez. Qualche suo amico diceva ch'egli
-aveva un _talento colosal_; ma era una pura sballonata andalusa. Le
-sue liriche non erano che un solo lungo periodo, un'ondata di parole
-sonore e d'immagini luccicanti, che finiva in un verso inaspettato, il
-quale doveva fare un gran colpo; e tutta la poesia era architettata su
-questo verso, che il più delle volte non si capiva. Non si capiva la
-sua poesia come non si capiva la sua vita. Chi lo vedeva a mezzanotte
-attraversare la _Halameda de Hercules_ senza cappello; chi lo vedeva
-uscire all'alba da una piccola porta della Cattedrale; chi lo vedeva
-andare e venire tutta una mattinata per la famosa strada delle cento
-svoltate, colla testa bassa, come se cercasse uno spillo; nella sua
-casa, dalla strada, di notte, ora si sentiva leggere, ora ridere
-sgangheratamente, una volta spezzare i vetri delle finestre, un'altra
-volta singhiozzare una donna; qualunque cosa si raccontasse di lui,
-fuorchè una vigliaccheria, era creduta. Tutta Siviglia lo conosceva.
-La società alta, che bazzicava poco, lo guardava di mal occhio un
-po' per diffidenza e un po' per paura; il basso popolo lo rispettava
-perchè aveva salvato un vecchio facchino dalle acque del Guadalquivir;
-e non v'era forse un ventaglio in tutta la città, da quello della
-Governatrice a quello dell'ultima operaia della fabbrica di tabacchi,
-il quale, almeno una volta, fingendo di riparar dal sole il viso della
-sua padrona, non avesse lasciato passare tra le sue stecche uno sguardo
-o curioso o provocatore, diretto a quell'indomabile scapato; poichè
-Menendez aveva un bel viso d'arabo, contornato da una selva di capelli
-neri, e il suo vestire strano, ma elegante, segnava come una maglia le
-forme vigorose e signorili del suo bel corpo di ventiquattr'anni. Così
-era Menendez, e non una specie d'animale selvaggio come lo dipinge la
-canzone popolare, non certo stata fatta dal popolo; o così fu almeno
-fino all'ultimo dì del settimo mese del suo soggiorno in Siviglia,
-che è la data del suo gran cangiamento. Il suo amico don Hermógenes,
-che vive ancora, si ricorda di quel giorno come di ieri, e assicura
-che egli presentì quel cangiamento fin da quel giorno. — Manuel — gli
-disse — tu sei un uomo sfrenato; codesto non è il modo di vivere; tu ti
-uccidi; tu hai bisogno d'un amore potente che ti soggioghi; finora hai
-sempre comandato, ora bisogna che tu obbedisca; bisogna che tu trovi
-un'anima più forte della tua; bisogna che tu trovi una dominatrice. —
-L'ho trovata — rispose sorridendo Manuel. — Chi è? — domandò con aria
-incredula don Hermógenes — Fermina! disse Menendez, — Fermina? gridò
-l'amico; Fermina del sobborgo di Triana? Fermina di Granata? Fermina
-la _princesa_? — Menendez accennò di sì. — Don Hermógenes balzò d'un
-salto alla finestra e gridò con voce solenne: — Sivigliani don Manuel
-Menendez è morto!
-
-
-II.
-
-Un mese dopo, Manuel Menendez era un altro. Tutti i Sivigliani che
-avevano una testina capricciosa da governare, respiravano. Egli non si
-vedeva più nè alla Villa Cristina, nè al Circo, nè al San Fernando.
-Chi l'avesse voluto trovare, avrebbe dovuto passare il ponte di
-ferro, voltare a sinistra, andare innanzi lungo il fiume fin quasi
-all'estremità del borgo di Triana, salire al secondo piano d'una casa
-bianca posta in faccia alla Torre d'oro, e guardare per il buco della
-serratura in una cameretta modesta, ombreggiata dagli alberi della
-riva destra del Guadalquivir. Egli era là, seduto ai piedi della più
-bella e più strana creatura dinanzi a cui si fosse mai curvata la sua
-fronte di saraceno, e versava l'anima in un torrente di parole amorose
-e insensate, ch'essa ascoltava in silenzio, lavorando a una corona
-di fiori — Fermina, — le diceva a bassa voce; — tu sei un mistero. Tu
-sei una creatura d'un altro pianeta. Da che mondo sei venuta? Come hai
-fatto a innamorarti d'un uomo? Io giurerei che ci fu un tempo che tu
-avevi i capelli azzurri e le pupille rosse. Perchè non ridi mai? Tu
-mi fai paura. Non sto volentieri solo con te. Tu, con quegli occhi,
-devi veder qualche cosa o qualcheduno che io non vedo, e che forse
-è qui, dietro di me, che ti guarda. La tua anima dev'essere un'anima
-trasmigrata, la tua voce dev'essere contraffatta, e la tua lingua non
-è certamente lo spagnuolo. Forse se mi parlassi tutt'a un tratto colla
-tua voce vera e colla tua lingua nativa, io rimarrei pietrificato.
-Però son contento d'essere amato da te; il tuo amore è un anello che mi
-congiunge col soprannaturale. Dimmi la verità: chi hai amato nell'altra
-vita? Io son geloso d'un abitante di Sirio. — A queste parole Fermina
-con un movimento rapido e vigoroso della mano gli sconvolgeva tutti
-i capelli e Menendez metteva un grido d'amore. Poi, a un tratto, essa
-aggrottava le sopracciglia e fissava uno sguardo sospettoso sopra un
-leggiero segno rosso del collo di lui. — Che cosa guardi? — domandava
-il giovane meravigliandosi. — Nulla, — rispondeva lei rassicurata;
-— ma.... guardati, Manuel! — E dopo qualche momento soggiungeva
-freddamente: — Io andrei a pugnalare una regina.
-
-
-III.
-
-Fermina era tale veramente da ispirare a chiunque la vedesse le
-bizzarre fantasie che passavano pel capo a Menendez; la sua indole, la
-sua bellezza e la sua vita erano ugualmente singolari. Nel sobborgo di
-Triana la chiamavano _la princesa_; i giovani sul serio, le ragazze
-con ironia; ma queste più d'ogni altri sentivano ch'essa meritava
-veramente l'onore di quel soprannome. Era forse la più alta ragazza del
-sobborgo: Menendez, che sarebbe stato un bel corazziere della guardia
-reale, non la passava che di mezza la fronte. Il suo occhio nero e
-triste e le larghissime soppracciglia che si toccavano, davano al suo
-viso bruno, d'una struttura un po' africana, un'espressione quasi di
-minaccia; la quale si cangiava a un tratto in una ilarità dolcissima,
-appena schiudeva le sue labbra tumide e irrequiete. Ma come le diceva
-Menendez, essa non sorrideva che una volta al giorno; e per solito
-teneva gli occhi socchiusi quasi in atto di disprezzo. Portava una rosa
-nei capelli, una mantiglia di trina bianca, un busto nero, una veste
-rosea, e due stivaletti di stoffa chiara che stringevano vigorosamente
-il suo piede di bimba e la sua gamba fina e nervosa. Era questo il
-costume invariabile in cui Fermina si mostrava, una volta la settimana,
-ai mille sguardi curiosi, amorosi, rabbiosi, impertinenti, procaci, che
-la saettavano da tutte le parti. Nessuno però osava d'accostarsele,
-nemmeno quando era sola, poichè si sapeva che le tre o quattro mani
-audaci che s'erano stese sopra di lei, nella prima settimana del suo
-soggiorno in Siviglia, s'erano tirate indietro insanguinate. — O è un
-angelo — si diceva, — o è un mostro; — ma nessuno sapeva sicuramente
-quello che fosse. Si diceva che fosse venuta da Granata, si sapeva che
-stava sola, si credeva che vivesse del suo lavoro; e sul resto non si
-facevano che congetture; nè i suoi vicini di casa, nè le poche ragazze
-con cui scambiava un saluto, conoscevano i fatti suoi meglio di chi la
-vedeva passare per strada. Essa s'era invaghita di Menendez, e Menendez
-era pazzo d'amore per lei; s'adoravano; erano alteri l'un dell'altro;
-si guardavano lungamente, con una attenzione profonda, senza sorridere;
-si temevano; si trattavano qualche volta, per eccesso d'amore, con
-modi violenti e brutali, che provocavano lacrime di rabbia dalle due
-parti, e finivano in pioggie di baci ch'eran tocchi di ferro rovente e
-in espansioni di tenerezza da cui rimanevano prostrati. Una sola cosa
-turbava la felicità di Menendez: un sentimento vago e intermittente
-di gelosia, ch'essa, senza volerlo, alimentava, respingendolo con
-una fierezza, la quale pareva a Menendez troppo sdegnosa, e quindi
-non sincera. Ma s'ingannava, perchè Fermina sentiva veramente più
-che disprezzo, orrore per tutti quei piccoli e bassi sentimenti che
-pullulano dall'amore anche più schietto nelle anime volgari. — Manuel,
-— gli aveva detto una volta — il giorno in cui tu mi crederai capace
-d'averti tradito, ossia d'essere una creatura spregevole, il mio amore
-sarà morto. Pensaci bene. Io non sono una donna come le altre donne; tu
-non devi essere un uomo come gli altri uomini. Voi altri siete quasi
-tutti vigliacchi. Io ho posto amore a te perchè non me lo sei parso.
-Non lo diventare. Io sono superba. T'ho dato il mio onore: rispettalo.
-Non giocare col mio amore. Io non son di quelle che perdonano. Se si
-cade una volta dal mio cuore, non vi si rientra più. Fermina t'ha detto
-una volta che t'ama: ti basti per tutta la vita. Stampati bene queste
-parole in fondo all'anima, Menendez.
-
-
-IV.
-
-S'amavano, e tutta Siviglia lo sapeva, o piuttosto lo vedeva. Andavano
-a passeggiare di notte in mezzo ai platani d'Oriente _de las delicias
-de Cristina_; andavano in barca, sul Guadalquivir, sino a San Juan
-d'Aznalfarache, a passar le ore calde all'ombra degli aranci; ed era
-ben raro che qualcuno vedesse Fermina inginocchiata dinanzi all'enorme
-altar maggiore della Cattedrale, senza riconoscere un momento dopo
-nell'ombra di qualche cappella vicina, la figura elegante ed immobile
-di Menendez. Per strada erano guardati da tutti con quel sentimento
-amaro insieme e voluttuoso di invidia, che ispira anche ai giovani la
-vista di due amanti felici, poderosi e superbi. Essi passavano come
-due principi in mezzo al mormorío della folla, Fermina, guardando al
-di sopra delle teste, Menendez, cercando inutilmente uno sguardo che
-si fissasse nel suo; gettavano il loro amore in faccia a Siviglia;
-portavano la loro felicità in trionfo; e per tutto dove passavano,
-lasciavano una larga traccia d'orgogli feriti e di amoruccoli
-schiacciati. A grado a grado, però, Fermina s'era acquistata la
-simpatia di molta parte del sesso femminino del suo ceto; molte
-avevano piegata la testa dinanzi alla sua invincibile alterezza; era
-considerata quasi come un ornamento del sobborgo; era presa a modello;
-aveva suscitato delle imitatrici; c'eran molte rozze e facili Gitane,
-che s'erano messe a camminare col capo rovesciato indietro e gli occhi
-socchiusi, lasciando sporgere fuor del busto il manico d'un pugnale,
-che non avrebbero mai adoperato.
-
-
-V.
-
-In questo stato di cose, un improvviso rivolgimento seguì nell'animo
-del Menendez. Nessuno, a Siviglia, ne seppe la cagione, fuorchè colui
-o coloro che ne furono colpevoli; ma tutti quelli che conoscevano
-il carattere di lui, non se ne meravigliarono punto. In certe nature
-esiste sempre intera e pronta la formidabile macchina del sospetto,
-alla quale basta buttare un nome e dare una scossa, perchè il più
-forte affetto vi rimanga stritolato. Chi, in vita sua, non è stato
-almeno una volta o vittima o colpevole d'una di queste precipitose
-distruzioni? Un dubbio leggerissimo, che c'era passato un giorno per
-la mente, e di cui avevamo sorriso, trova nella riga d'una lettera,
-nella parola d'un amico, in un avvenimento fortuito e insignificante,
-una presa fatale che lo rialza lentamente, come una lenza, dalla più
-oscura profondità dell'anima dove stava sepolto, e ce lo rimette sotto
-gli occhi come un insetto schifoso che agita con furia orribile le sue
-cento braccia smaniose di preda. Atterriti per un momento, ripigliamo
-coraggio e fede, e schiacciamo il piccolo mostro. Ma è inutile. Già
-da tutti i ripostigli della memoria, sono usciti, come una folla di
-piccoli cattivi genii, mille ricordi, fino allora sopiti, di sorrisi
-sfuggevoli, di mezze parole, di movimenti appena percettibili delle
-sopracciglia e delle labbra, d'una porta socchiusa, d'un rumor di
-passi, d'un fruscío, d'un bisbiglio, d'un'ombra, che prima ribollono
-confusamente nel capo, e poi si congiungono e si combinano, pigliano
-forza, fuoco e parola, denunziano, affermano, provano, stravolgono il
-cuore e la ragione, mettono in mano il pugnale o la penna, e spingono
-al delitto o alle offese che non si perdonano, in minor tempo che
-non ci saremmo spinti dalla evidenza immediata della realtà. Quando
-questo accadde a Menendez, erano le undici di sera; egli si trovava
-in casa, ritto dinanzi a un tavolino, con una lettera fra le mani.
-Sul primo momento, temette d'essere impazzito; balzò in piedi, si
-slanciò alla finestra, e rimase qualche tempo immobile come una statua,
-con una mano sulla fronte e l'altra sul cuore, guardando fissamente
-in mezzo alla piazza. Poi mise un grido soffocato d'angoscia e di
-rabbia, e si precipitò fuor di casa. Attraversò come una freccia la
-piazza del Trionfo, girò intorno alla _Caridad_, oltrepassò quasi
-correndo la Torre D'Oro, saltò in una barca, raggiunse la riva destra
-del fiume, si slanciò nella casa di Fermina e percosse la porta....
-Fermina non c'era! Per un caso straordinario non aveva ancora potuto
-tornare a casa, e per la sciagura di tutti e due quell'assenza, in
-quell'ora, corrispondeva fortuitamente a un'indicazione della calunnia,
-era un'accusa, una prova, una maledizione. Menendez rimase come
-pietrificato davanti alla porta. Il dolore dell'amante era già morto
-dentro al suo cuore, e non vi fremeva più che l'ira feroce del suo
-enorme orgoglio ferito. Un pensiero satanico gli balenò alla mente,
-scese di volo le scale e si diresse di corsa verso casa. Arrivato
-al ponte, si fermò. Un altro pensiero gli aveva quasi percosso e
-schiacciato il primo. — E se non è vero? — si domandò, e per un momento
-gli brillò l'anima. Ma la fatalità lo perseguitava. In quel punto
-gli passò accanto una donna, lo guardò in viso e gli disse fuggendo:
-— Fermina ti tradisce! — A quelle parole il furore, risollevandosi
-impetuosamente, gli velò l'intelletto, e lo ricacciò innanzi come
-un dannato. Per colmo di sventura, rientrando nella sua stanza trovò
-una lettera di Fermina che diceva: — domattina non sarò in casa; — e
-anche quest'annunzio avverava sciaguratamente una previsione. Allora
-Menendez perdette affatto il lume della ragione, ruggì, rise, maledì,
-afferrò la penna, scrisse a grandi caratteri sopra un foglio di carta
-il nome di Fermina, un epiteto, l'indicazione d'un'ora e d'un prezzo,
-un insulto orrendo; poi volò fuor di casa con quel foglio, rifece la
-via di prima, arrivò alla casa dì Fermina, attaccò alla porta con le
-mani convulse il cartello infame, e si cacciò digrignando i denti giù
-per le scale. Arrivato in fondo, si fermò: sentì aprirsi quella porta,
-vide illuminarsi la scala, e udì quasi nello stesso punto un grido
-disperato e il rumore della caduta d'un corpo. Dopo pochi momenti sentì
-aprire altre porte, — scender gente, — una donna leggere il biglietto
-— e molte voci prorompere in un grido d'indignazione: — _Mentira!_
-(Menzogna!)...
-
-
-VI.
-
-Un'ora dopo egli si trovava nello stato d'uno che si svegli da un sogno
-spaventoso. Quel grido l'aveva svegliato. Inutilmente aveva subito
-tentato di riadunare e di ricomporre insieme prove, indizî, argomenti,
-ricordi, ombre; tutto era fuggito e svanito colla stessa rapidità
-fulminea con cui s'era raccolto, e aveva preso forma e saldezza. Come
-poca cosa era bastata a farlo credere, così un grido era bastato a
-disingannarlo. Egli era rimbalzato da una certezza a un'altra certezza;
-non aveva più bisogno di prove; s'era spiegato tutto; aveva capito
-tutto; sentiva dentro ed intorno a sè un silenzio solenne, e non vedeva
-più che la figura immobile, bianca e sinistra di Fermina, e fra loro
-un abisso. Egli la conosceva, capiva che non avrebbe più perdonato,
-sentiva che l'aveva uccisa. Un avvilimento profondo, uno sgomento
-mortale, un amor nuovo rinvigorito dal rimorso e dalla disperazione,
-un desiderio immenso di morire, e insieme una prostrazione di forze
-che gl'impediva un qualunque atto risoluto, s'erano impadroniti di
-lui. Passò la notte disteso in terra, vicino alla finestra, e la
-mattina all'alba, si trovò, senz'accorgersene, sul ponte di ferro,
-dove rimase improvvisamente inchiodato. Fermina veniva verso di lui.
-Appena la vide, capì ch'essa lo aveva visto, e lesse nel suo volto e
-nel suo atteggiamento una risoluzione che gli troncò l'ultimo filo di
-speranza. Era vestita come nei giorni festivi; veniva innanzi a passo
-franco, quasi impetuoso, colla testa alta, coll'occhio socchiuso e
-fisso dinanzi a sè, col viso pallido ed immobile come una maschera
-di marmo. Quando gli fu vicina, egli aprì la bocca per parlare, ma la
-parola gli restò dentro. Essa passò senza guardarlo, dritta e maestosa,
-colla morte nel cuore e col disprezzo sul volto, mandandogli in viso
-un'ondata d'odor di rosa, e s'allontanò senza voltarsi. Menendez vide
-come un velo nero stendersi fra lei e i suoi occhi e sentì che tutto
-era finito.
-
-
-VII.
-
-Tutto quello ch'egli fece quel giorno e il giorno dopo, lo fece quasi
-macchinalmente, e senza energia, perchè era senza speranza. Era il
-primo solenne castigo che riceveva il suo carattere orgoglioso e
-violento, e n'era come istupidito. Scrisse a Fermina una lunga lettera;
-non ebbe risposta; non se ne stupì, e quasi nemmeno se n'accorò, tanto
-era sicuro che questo doveva accadere. Le riscrisse; la lettera questa
-volta gli ritornò intatta; la riprese e la buttò in un canto senza
-badarci. Andò, a sera inoltrata, col cuore tremante, a picchiare alla
-sua porta; c'era il lume alla finestra; lei era in casa; ma la porta
-non s'aperse. Tornò dopo un'ora; il lume c'era ancora; la porta rimase
-chiusa. Se n'andò a casa, e passò mezza la notte seduto alla finestra,
-col capo appoggiato sopra una mano. Il giorno dopo non iscrisse più, nè
-andò più a cercar Fermina, e forse, se non fosse uscito, non avrebbe
-mai più osato cercarla. Ma uscì, e gli seguì un caso che decise della
-sorte di tutta la sua vita. Era giorno di festa: girando a caso, di
-strada in strada, quasi senza coscienza di sè, si trovò nei viali
-della Cristina. Era l'ora della passeggiata; dalla Torre d'oro al
-palazzo di san Telmo formicolava una folla brillante e gaia; una musica
-festosa riempiva l'aria; il sole dorava le acque del Guadalquivir;
-Menendez si sentì per un momento alleggerito del peso mortale della
-sua tristezza, e si lasciò trascinare dalla corrente. All'improvviso
-una ragazza del popolo, passandogli accanto, gli gridò all'orecchio:
-— _Es mentira, Menendez!_ — e disparve. Menendez impallidì e cercò di
-sottrarsi agli sguardi curiosi dei vicini che avevan sentito; ma quasi
-subito un'altra ragazza, distante da lui una decina di passi, gridò più
-forte: — _Mentira!_ — Menendez si voltò dalla parte opposta, confuso
-e sgomento, e cercò di fendere la folla, per uscire dal passeggio.
-Ma una terza, una quarta, e poi un gruppo di ragazze del sobborgo
-di Triana, che l'avevano riconosciuto, gli gridarono alle spalle: —
-_Mentira, Menendez, mentira!_ — Molta gente si fermò; altre ragazze,
-avvicinandosi, ripeterono quel grido; il suo nome corse di bocca in
-bocca; la folla s'aperse per fargli circolo intorno; e questo fu il
-suo salvamento. Approfittando di questo vuoto, si slanciò, stravolto
-e bianco come un cadavere, fuori del viale, raggiunse una carrozza,
-vi saltò dentro, e s'allontanò rapidamente udendo ancora per un buon
-tratto le grida lontane delle sue persecutrici. Appena entrato in
-casa si coperse il volto colle mani e diede in uno scoppio di pianto
-desolato e rabbioso. — Dunque la voce s'è sparsa! — gridò — Io sono il
-ludibrio di Siviglia! Io non potrò più mostrare il viso in mezzo alla
-gente! Io son disprezzato, insultato, disonorato! — A questo punto
-un'idea grande e nuova gli balenò alla mente, la sua anima generosa vi
-rispose con un rimescolamento profondo, il suo volto s'illuminò, tutte
-le sue fibre si rinvigorino, tutto il suo sangue s'accese. Poi, come
-se la voce d'un amico invisibile gli avesse susurrato una preghiera
-nell'orecchio: — Sì, — rispose con un accento di condiscendenza: —
-ancora una prova. — E si slanciò fuor di casa.
-
-
-VIII.
-
-Fermina lavorava, col lume, in un angolo della stanza, quando sentì un
-passo rapido e leggiero su per la scala, e s'accorse, troppo tardi, che
-aveva lasciata la porta socchiusa. Ebbe appena il tempo di alzarsi e di
-ricadere sulla seggiola: Menendez si precipitò ai suoi piedi, curvò la
-fronte sul pavimento, e gridò singhiozzando: — Perdono, Fermina!
-
-Essa non rispose.
-
-Aveva il viso pallidissimo, e stava rivolta verso la finestra, cogli
-occhi dilatati e colle labbra tremanti.
-
-— Fermina! — continuò Menendez con una voce che pareva gli dovesse
-spezzare il petto — perdonami! Sono stato un vile e un pazzo! Tu sei
-un angelo! Io sono un disgraziato! Mi sono lacerato il cuore colle mie
-mani, ho pianto lacrime di sangue, m'hanno insultato per le strade,
-credevo d'impazzire, non posso più vivere così, perdonami, rendimi il
-tuo amore, non mi condannare a uno strazio eterno, dimentica, amami!
-Vedi, io mi striscio ai tuoi piedi, batto la fronte per terra, non ho
-più voce, non ho più lacrime, non ho più stima di me, non ho più onore
-nel mondo, non ho più che l'amore che mi strazia e la disperazione che
-mi uccide! Fermina, abbi compassione di Menendez!
-
-Fermina continuava a guardar la finestra; aveva il viso stravolto e
-convulso, il seno ansante, tutta la persona agitata da un tremito
-febbrile; pareva che facesse uno sforzo per ottenere prima da sè
-stessa quello che Menendez voleva da lei; che aspettasse essa pure
-un improvviso cangiamento del proprio cuore; e Menendez osservava con
-profonda ansietà tutti i movimenti del suo viso. Finalmente proruppe
-con accento disperato:
-
-— È inutile, Menendez! Non posso! non sento più niente! son vuota! son
-morta! Potresti supplicarmi per tutta la vita, ucciderti sotto i miei
-occhi, diventare un re, un santo, un Dio.... è inutile! Non credo più!
-Non amo più! M'hai uccisa! Hai capito, Menendez? Hai forse dimenticato
-che cos'hai fatto? Fermina t'aveva dato il suo onore e tu v'hai sputato
-sopra in faccia a tutta Siviglia! Dio! Dio! Dio! E questo è stato
-possibile! e tu vuoi che io ti perdoni! — Poi, facendo un violento
-sforzo, si ricompose, e soggiunse freddamente: — Va, Menendez, lasciami
-sola, lasciami nella mia tomba, tutto è finito, addio.
-
-— Pensaci ancora, — disse Menendez con voce supplichevole.
-
-Fermina si svincolò da lui e gli accennò la porta senza guardarlo in
-viso.
-
-— Ma sei dunque senza cuore! — gridò il giovane balzando in piedi colla
-rabbia nel sangue e la minaccia sul volto.
-
-Fermina lo guardò.
-
-Menendez diede indietro e si gettò fuor della porta.
-
-
-IX.
-
-Appena tornato a casa, si mise a preparar le sue robe per partire
-la mattina dopo. Egli aveva deciso d'andare a passar un mese a La
-Rinconada, piccolo villaggio circondato d'oliveti, poco lontano
-dalla città, dove stava don Luis de Guevara, suo amico d'infanzia,
-_facultativo_, ossia medico condotto, che gli aveva più volte offerto
-la sua casa per quando volesse fuggire i grandi calori di Siviglia.
-Terminato ogni cosa, si buttò sul letto, e per la prima volta dopo la
-sera fatale del suo delirio, dormì. All'alba si svegliò più tranquillo,
-corse alla finestra, fermò la prima carrozza che vide passar sulla
-piazza, si vestì, fece portar giù le sue valigie, si mise a tracolla
-il suo fucile da caccia, discese rapidamente, e montando sul legno,
-ordinò al cocchiere di condurlo sulla riva destra del fiume, in faccia
-alla Torre d'oro. Un gran cangiamento era seguíto in lui; non pareva
-più l'uomo del giorno innanzi; il suo volto non esprimeva più nè
-ansietà nè dolore; era pallido e portava le traccie della tempesta dei
-giorni scorsi; ma risoluto e quasi altiero. Scese dinanzi alla casa di
-Fermina, salì le scale con passo deciso, sospinse l'uscio e si piantò
-ritto immobile sulla soglia.
-
-Fermina fece un atto di sorpresa sgradevole, e si voltò verso la
-finestra.
-
-— Una sola parola, Fermina, — disse con accento pacato Menendez.
-
-Fermina voltò la testa verso di lui, tenendo gli occhi socchiusi.
-
-— Sei profondamente sicura — disse Menendez, — puoi giurarmi sul tuo
-onore, per la memoria di tua madre, per la salvezza dell'anima tua,
-che lo stato presente del tuo cuore non è l'effetto d'uno sforzo che
-fai sopra te stessa? che senti veramente e immutabilmente di non amarmi
-più?
-
-— Sì — rispose con accento risoluto Fermina.
-
-— Addio — disse Menendez, e disparve.
-
-
-X.
-
-Fermina mise un sospiro, lasciò cadere il suo lavoro e chinò la testa
-sopra una mano. Essa vedeva partire Menendez senza dolore, ma non
-senza tristezza. Non era più il suo amante che perdeva, è vero; ma era
-pure un'immagine cara, la forma umana in cui le si era presentata per
-la prima volta la felicità; l'aspetto dal quale non avrebbe mai più
-potuto scindere il ricordo dei più bei giorni della sua giovinezza.
-Sul primo momento, anzi, mentre sentiva ancora il rumore lontano della
-carrozza, che credeva lo conducesse via da Siviglia per sempre, fu
-colta da un dubbio improvviso, che la fece tremare, e sentì il bisogno
-d'interrogare ancora una volta sè stessa, di frugare ancora una volta
-nel più profondo dell'anima se mai vi fosse rimasta una scintilla, una
-speranza, una promessa. Ma interrogò, frugò, e non vi trovò nulla, e
-ne sentì quasi un sollievo. Ripetè anzi a sè medesima, e con maggior
-sicurezza che per l'addietro, che in quell'anima non c'era mai stato e
-non ci poteva essere il grande, cieco e tremendo amore ch'essa aveva
-sognato; l'unico amore che la sua natura virile e superba potesse
-accettare e rendere; l'amore di Menendez era un delirio passeggiero
-della mente, non una febbre profonda e perpetua del cuore; Menendez non
-l'aveva capita perchè non l'aveva stimata; se si fossero riconciliati,
-si sarebbero rotti un'altra volta; essa non avrebbe più potuto amarlo
-che per pietà, ed egli avrebbe diffidato daccapo, alla prima occasione,
-e con fondamento; forse anche in lui era morto l'amore, e non era
-più che l'orgoglio umiliato e il rimorso che l'aveva spinto a chieder
-compassione e perdono; e d'altra parte s'era accomiatato coll'animo più
-tranquillo, cominciava forse a rassegnarsi, a dimenticare; col tempo
-avrebbe dimenticato; era meglio per tutt'e due che tutto fosse finito
-in quella maniera. — Sia così, — disse sospirando Fermina: — è un sogno
-svanito, io gli perdono, e Dio l'accompagni. — E riabbassò sopra il
-lavoro la sua bella fronte pensierosa.
-
-
-XI.
-
-I giorni passarono; nessuno a Siviglia vide più Menendez; qualcuno
-disse ch'era partito per Cuba; tutti lo credettero, e qualche raro
-amico lo rimpianse; ma la maggior parte non lo rammentarono più che
-per vituperare il suo nome. Fermina, invece, dopo che s'era sparsa
-la notizia dell'avventura, aveva acquistato, anche sull'altra riva
-del Guadalquivir, una piccola celebrità romanzesca, d'una parte della
-quale si sentivano un po' altere tutte le ragazze di Triana, come se
-il raro esempio di sdegnosa fermezza dato da lei, avesse rialzato in
-faccia a Siviglia la dignità di tutto il sesso femminino del sobborgo,
-non generalmente presa sul serio prima d'allora. Un poeta sconosciuto
-aveva scritto dei versi sul muro della sua casa; la moglie del Capitano
-generale d'Andalusia le aveva data un'ordinazione di fiori per aver
-modo di parlarle; le ragazze, incontrandola per strada, le dicevano:
-— _Muy bien, Fermina!_ —; tutti la guardavano con una certa curiosità
-rispettosa, e ci fu tra gli altri un panciuto negoziante di telerie,
-marito d'una indiavolata brunetta di Badajoz, che incontrandola
-due giorni dopo la partenza di Menendez, esclamò con uno slancio di
-gratitudine: — Benedetta lei, _senorita_, che ce ne ha liberati! — Ma
-Fermina viveva più che mai raccolta e sola, e tutta occupata del suo
-lavoro, non lasciandosi vedere che raramente dalle vicine di casa. Non
-era contenta, ma tranquilla, e non pensava più a Menendez che con un
-sentimento di vaga mestizia, come avrebbe pensato ad un morto.
-
-
-XII.
-
-Erano passati quindici giorni dalla partenza di Manuel Menendez. Una
-mattina, poco dopo il levar del sole, Fermina stava lavorando nella
-sua stanza, seduta accanto alla finestra, e alzava di tratto in tratto
-la testa, per rivolgere uno sguardo malanconico al fiume, alla Torre
-d'oro, alla Cristina, alle guglie lontane della cattedrale, a cento
-luoghi e a cento cose che le rammentavano il suo immenso amore svanito,
-e sospirava. In quei momenti, avrebbe voluto poter riamare Menendez,
-anche sapendo di non doverlo mai più rivedere, non foss'altro che per
-dare un alimento alla sua anima vuota; e andava frugando, infatti,
-dentro all'anima, non più col timore, come aveva fatto altre volte,
-ma colla speranza di ritrovarvi ancora qualche cosa. Ma anche in quei
-momenti o non vi trovava nulla, o vi trovava soltanto un resto di
-sdegno pronto a riaccendersi, e s'affrettava a spegnerlo cacciandovi
-sopra un altro pensiero. — Morto, morto —, diceva tra sè, scrollando la
-testa con tristezza, e sentiva profondamente che se anche Menendez le
-fosse ricomparso davanti, essa l'avrebbe ricevuto come le altre volte,
-senza risentirne la più leggiera scossa, senza dubitare un momento
-dell'immutabilità del suo cuore, senza dover fare il menomo sforzo per
-ripetergli: — Va, lasciami sola nella mia tomba, tutto è finito.
-
-Il corso dei suoi pensieri fu improvvisamente interrotto da un leggiero
-fruscío; si voltò, mise un grido e balzò in piedi.
-
-Menendez era dinanzi a lei.
-
-Fermina si ricompose subito; ma non potè far a meno di fissare per
-qualche momento uno sguardo inquieto sopra di lui.
-
-Il suo viso era pallido e dimagrato; il suo occhio, smorto; le sue
-labbra, livide. Aveva la cappa sulle spalle e una borsa da viaggio a
-tracolla. Stava ritto sulla soglia della porta, un po' curvo e colle
-gambe un po' piegate; e fissava Fermina con uno sguardo profondo, pieno
-d'amore e di mestizia.
-
-— Siete stato malato! — gli disse lei con un leggiero accento di pietà.
-
-Menendez esitò un momento e poi rispose con voce debole:
-
-— Sì.... un poco.
-
-Fermina abbassò la testa.
-
-— Ed ora parto —, soggiunse il giovane.
-
-— Per dove? — domandò Fermina senza alzare la testa.
-
-— Per Cuba.
-
-— Oggi?
-
-— Adesso.
-
-— Per sempre?
-
-— ..... Per sempre.
-
-Fermina mise un sospiro, si passò una mano sulla fronte, e poi disse
-con un accento pietoso: — Ebbene.... addio, Menendez; il Signore
-t'accompagni.... e.... addio!
-
-— Non hai altro da dirmi? — domandò Menendez colla voce tremante — sei
-sempre la stessa?
-
-Fermina gli rivolse uno sguardo che rivelava il suo cuore desolato di
-non potergli dare che una triste risposta.
-
-— Ebbene, — disse allora Menendez avvicinandosi al suo tavolino;.... —
-poichè non ci vedremo più, fammi una grazia, Fermina. Accetta questo
-ricordo. — E dicendo così, mise sul tavolino una piccola cassetta di
-mogano, colla chiavina nella serratura. — Non respingerlo, Fermina! te
-ne prego! Non è un dono. Non contiene che un foglio di carta in cui è
-rivelato un segreto che tu devi conoscere; un segreto di famiglia, che
-non ho rivelato ad altri che a te; una cosa sacra. Accettalo, Fermina;
-ti giuro sul mio onore che è necessario che tu lo accetti; riconoscerai
-tu pure questa necessità quando avrai visto di che si tratta, e dirai
-che avevo ragione e che ho fatto il mio dovere..... Ed ora non ho più
-altro da dirti. Addio, Fermina!.... dimenticami e sii felice!
-
-Fermina si asciugò una lagrima e gli porse una mano, voltando il viso
-dall'altra parte.
-
-Menendez le coprì la mano di baci e si diresse verso la porta.
-
-— Menendez! — disse vivamente Fermina.
-
-Menendez si voltò.
-
-— Addio! — ripetè la ragazza con voce alterata, ma ferma; — sono più
-sventurata di te, perchè non ho più nulla nel cuore! Va, Menendez! Va,
-e il Signore sia sulla tua strada!
-
-Menendez uscì, socchiuse la porta e cominciò a scender lentamente la
-scala, coll'orecchio intento, col respiro sospeso, col cuore che gli
-batteva come se volesse rompergli il petto.
-
-A un tratto sentì il rumore della chiavina della cassetta che girava
-nella serratura.
-
-Le gambe gli piegarono sotto e un velo nero gli si stese sugli occhi.
-
-Si appoggiò al muro del pianerottolo.
-
-Passarono alcuni secondi.
-
-All'improvviso, un grido sovrumano di dolore, di terrore e d'amore,
-risonò di cima in fondo alla casa, come un colpo di fulmine; la porta
-si spalancò, Fermina balzò d'un salto in fondo alla scala, si precipitò
-dinanzi a Menendez, e prese a baciargli con una furia disperata i
-piedi, le ginocchia, i panni, singhiozzando, gridando, chiedendo
-perdono, invocando Iddio, fin che la voce le mancò, gli occhi le si
-chiusero e cadde svenuta.
-
-I vicini erano già accorsi, e fra essi il signor Luis de Guevara, che
-aveva accompagnato Menendez dalla Rinconada a Siviglia, e lo stava
-aspettando nella strada.
-
-— Don Luis, — gli disse Menendez appena lo vide, sollevando Fermina
-svenuta, e voltandola in modo ch'egli la potesse vedere nel viso: — ti
-presento mia moglie.
-
-
-XIII.
-
-Quindici giorni dopo, infatti, il segretario dell'amministrazione del
-Circo dei tori di Siviglia, dovendo mandare a Fermina la chiave del
-trentesimo palco _del lado de la sombra_ (della parte dell'ombra),
-indirizzava la lettera: — _A doña Fermina Menendez_; — ed essendo
-quella la prima lettera ch'essa riceveva col titolo di _doña_ e
-col proprio nome legato a quello del suo amante, baciò tre volte
-la busta e la mise in serbo come una cosa preziosa. Qualunque altra
-Sivigliana, però, avrebbe in quel giorno baciato invece della busta
-la chiave, poichè per il felicissimo arrivo di Sua Maestà la Regina
-Isabella, la quale per la prima volta si faceva vedere a Siviglia
-colla corona, l'Impresario del Circo aveva preparato uno spettacolo
-unico nei fasti del _toreo_ andaluso; e basti il dire che la prima
-spada si chiamava il _Tato_, e che si sarebbero slanciati nell'arena
-otto tori, comprati a peso di dobloni novi, _doblones de Isabel_, nei
-pascoli dell'eccellentissimo marchese di Veragua, primo allevatore
-della Spagna. Per questo, sebbene lo spettacolo cominciasse alle due
-pomeridiane, la _plaza_ era già quasi piena a mezzogiorno, e al tocco
-non ci si poteva più entrare. Era una delle più belle giornate che
-si possan vedere a Siviglia nel mese di settembre. Il vasto Circo
-poligonale presentava sulle sue trenta gradinate una meravigliosa
-confusione di visi bruni, di treccie nere, di ventagli agitati e di
-mani per aria; vi brillava il fiore della bellezza del sobborgo di
-Triana, v'erano le più famose danzatrici delle _escuelas de baile_,
-centinaia d'operaie della fabbrica dei tabacchi colle sottane bianche
-o rosee, gruppi di gitane con mazzetti nei capelli e sul seno, i più
-belli e più terribili schermitori di coltello della provincia, coi loro
-cappellotti di velluto nero e loro cinture rosse ed azzurre; tutto il
-più ardente sangue andaluso che circolava in quel tempo dal Campo della
-fiera alla porta di San Juan e dalla Cartuja alla Trinidad; un'immensa
-raccolta d'amori, di gelosie, di capricci, di gioie, di miserie, un
-incrociarsi rapidissimo e continuo d'apostrofi clamorose e di occhiate
-furtive, di fiori e di risa, di parole galanti e d'aranci: tutto ciò
-rallegrato da una musica strepitosa e saettato da un sole ardente. Alle
-due precise, gli _alguaciles_ entrarono nell'arena per far sgombrare la
-folla, e nello stesso momento, da due lati contigui del Circo, cento
-visi si voltarono quasi tutti insieme verso un punto solo e al gridío
-generale seguì improvvisamente un profondo silenzio. Fermina, vestita
-di bianco, con un gran mazzo di fiori fra le mani, col viso splendido
-d'una letizia dignitosa e severa come la sua bellezza, era comparsa nel
-suo palco, insieme con Menendez, pallido e sorridente, in mezzo a una
-corona d'amici. Al primo silenzio, seguì dopo pochi momenti un lungo
-mormorío favorevole, quasi amoroso e altri mille sguardi si fissarono
-sui due sposi. Tutta Siviglia sapeva quello ch'era accaduto. A un
-tratto, una gitana seduta sul primo gradino sotto il palco, balzò in
-piedi, si levò una rosa dai capelli e buttandola a Fermina, gridò: —
-_A ti, doña Fermina Menendez, y Dios te dé la buena suerte!_ — Subito
-dopo un'altra ragazza buttò un mazzetto a Menendez e gridò: — _A ti,
-don Luis Menendez_, cuor valoroso! — L'esempio fu rapidamente imitato:
-da tutti i gradini vicini al palco cominciarono a piovere fiori sugli
-sposi, accompagnati da un gridío appassionato e festoso: — A te, bella
-creatura! — A te, sangue di prode! — A voi, la più bella coppia di
-Siviglia! — Amatevi! — Buona fortuna! — Molti giorni come questi! — Dio
-vi protegga! — In pochi minuti la notizia e l'entusiasmo si propagarono
-per quasi tutto il Circo, e da ogni parte si buttarono fiori, si
-agitarono fazzoletti e mantiglie, si mandarono evviva e saluti; tanto
-che Fermina, sopraffatta dalla commozione, lasciò cader la testa sulla
-spalla di Menendez, e la Regina Isabella, che aveva già preso posto nel
-palco reale con tutto il suo corteggio, si voltò a domandare al giovane
-generale Serrano chi fossero i due personaggi che mettevano sottosopra
-i suoi sudditi. Il _general bonito_, il bel generale, come si chiamava
-allora il futuro vincitore d'Alcolea, si fece innanzi rispettosamente,
-e disse col tuono più dolce della sua voce: — Sono due sposi, Maestà.
-La sposa è la più bella giovane di Siviglia, e lo sposo è un giovane
-che ha fatto onore al sangue andaluso. In un accesso di gelosia, avendo
-offeso mortalmente la sua fidanzata con un cartello infamante, e non
-essendo riuscito in altro modo a farsi perdonare e riamare, ottenne
-l'una e l'altra cosa presentandole una cassettina nella quale c'era
-la penna fatta in due pezzi, che aveva scritto il cartello; sotto la
-penna, un foglio di carta con su scritto col sangue: — _Espiazione_, e
-sotto il foglio di carta la sua mano destra....
-
-Mentre la Regina appuntava il cannocchiale verso gli sposi, le trombe
-squillarono, la folla gettò un altissimo grido, e il primo toro
-dell'eccellentissimo signor marchese di Veragua si slanciò muggendo in
-mezzo all'arena.
-
-
-
-
-IN SOGNO
-
-
-Non so se molti altri abbiano un ordine speciale di sogni che si
-possano procurare a loro piacere: io ho quello dei viaggi, e mi basta,
-per viaggiare in sogno anche tutta una notte, fissarmi col pensiero,
-quando sto per addormentarmi, in qualche luogo lontano del quale mi sia
-rimasto un ricordo molto vivo; dopo di che, mi passano dinanzi cento
-altri luoghi, città, campagne e genti, trasformandosi rapidamente,
-senza che nel sogno s'intrometta mai una visione di altra natura. E
-questo è strano: che gli avvenimenti, no; ma i luoghi e i personaggi
-che sogno, son sempre luoghi e personaggi che ho visti; il che non
-m'accade quando, addormentandomi, non metto l'immaginazione sulla via
-delle reminiscenze; poichè se chiudo gli occhi pensando a Sydney o a
-Batavia, vago poi, sognando, per tutta la terra, ed è facile che mi
-trovi a discorrere di politica, a un'ora dopo mezzanotte, con qualche
-defunto imperatore chinese. Quale è la ragione di questo? In che
-maniera la mente, errando fra le più bizzarre fantasie nel campo degli
-avvenimenti, rimane nello stesso tempo legata alla realtà geografica
-dei miei viaggi? Come mai in fatti di luoghi e di persone, non fo',
-sognando, che ricordarmi, e non vaneggio che in fatto di casi e di
-discorsi? Perchè questa costante distinzione? Sarà forse la centesima
-volta che mi rivolgo la stessa domanda, e per la centesima volta non
-ci so trovare altra risposta che voltar la testa sul cuscino da destra
-a sinistra, raccogliendo tutti i miei pensieri nel giardino del duca
-di Montpensier, il quale, da quanto sembra, dev'essere questa notte
-il punto di partenza d'un lungo pellegrinaggio, poichè mi torna e mi
-ritorna in mente con una ostinazione invincibile, e ormai vedo che
-m'addormenterò all'ombra degli aranci ducali. Sia almeno un viaggio
-allegro e tranquillo, che non m'accada, come altre volte, di svegliar
-mia madre con grida di spavento o sospiri di dolore.
-
-
-Com'ero entrato nel giardino del duca di Montpensier, del _Rey
-naranjero_, come lo chiamano in Spagna? Era probabilmente il mio
-borbonico amico Segovia che m'aveva fatto avere il permesso. Non me ne
-ricordo bene. Non ricordo nemmeno gran cosa del giardino. La più viva,
-anzi la sola rimembranza viva di quel luogo è la fontana a cui diedi
-il nome dei _cinque sensi_. Ah! veramente io posso dire d'aver passato
-là l'ora più deliziosamente sensuale del mio soggiorno a Siviglia. Era
-tra mezzogiorno e il tocco, splendeva un sole abbarbagliante e tirava
-un'arietta leggerissima. Io stavo seduto sull'erba all'ombra d'un
-gruppo d'allori accanto alla vasca d'una fontana, sotto i rami curvi
-d'un roseto; con una mano mi mettevo in bocca gli spicchi d'un arancio
-che stillava sugo a grandi goccie; coll'altra accarezzavo la gamba d'un
-putto di marmo finissimo che dalla bocca mi schizzava acqua diaccia
-rasente i capelli; le foglie delle rose, scosse dall'aria, mi cadevano
-sul petto; l'acqua limpida della vasca rifletteva come uno specchio
-il mio viso non turbato dall'ombra d'un pensiero; al disopra del verde
-cupo degli alberi, vedevo la terrazza bianca e arabescata d'una casetta
-di stile moresco; e più lontano l'enorme statua dorata della fede che
-girava fiammeggiando sulla sommità della Giralda nell'azzurro purissimo
-del cielo andaluso. — Ancora qualcosa per l'orecchio! — esclamai con un
-fremito di piacere. E un momento dopo sentii dietro gli allori, prima
-il rumore leggiero d'un rastrello, poi la voce fresca e sonora d'una
-ragazza, che cantava con un accento sivigliano pieno di dolcezza: — Io
-sono bella e tu hai vent'anni! — Allora ebbi un momento d'ebbrezza;
-aspirai una gran boccata d'aria, tuffai il viso nell'acqua, morsi
-insieme l'arancio e le rose, risi e mi ravvoltolai nell'erba come un
-bambino. Poi, a poco a poco, preso da un languore dolcissimo.... chiusi
-gli occhi.... e rimasi assopito....
-
-
-E tu mi hai svegliato, caro e crudele Parodi! E perchè? Le meraviglie
-del _Restaurant Blond_ valgono forse le delizie del giardino dei
-Montpensier? Ma bisogna esser giusti, e riconoscere che il signor
-Blond ci dà il più succoso brodo e il più saporito manzo di Parigi,
-e che è grazia di Dio l'aver per due lire questo pranzetto e questo
-spettacolo. Quale spettacolo! Venti tavolate d'affamati; una folla
-in movimento perpetuo, che parla in venti lingue diverse di mille
-cose assurde o sublimi; cercatori di fortuna d'ogni parte del mondo;
-giovanetti colle prime speranze, vecchi colle ultime; inventori di
-_sistemi_ e di _riforme universali_, pieni d'utopie e di debiti; grandi
-uomini senza senso comune; forse qualche grand'uomo davvero; qualche
-rompicollo oscuro, del quale fra tre mesi sarà recitata dieci volte la
-prima commedia al _Téàtre français_, e il suo nome correrà l'Europa;
-mezzani che ballano a un tanto per sera al Mabille o al Valentino:
-giocolieri di teatro che si mettono una spada nella gola fino all'elsa;
-giornalisti della macchia che ti piantano il pugnale nelle erni fino al
-manico; un bavarese che almanacca da dieci anni un favoloso progetto di
-rinnovamento sociale fondato sull'alleanza del Papa colla democrazia;
-un brasiliano che ha inventato dei romanzi armonici e odorosi, dalla
-copertina dei quali il lettore, giunto a certe pagine, fa uscire con
-una leggiera pressione del dito, un profumo e un'arietta d'occasione;
-un polacco che ha creato un genere di commedia da rappresentarsi, non
-sul palco scenico ma nella vita reale, o piuttosto un genere novo di
-vita da viversi in forma di commedia; un inglese che vuol ottenere
-dal Governo l'istituzione nelle Università della Francia d'un corso
-permanente di lezioni sull'_Arte di governare le donne_; l'inevitabile
-inventore della lingua universale; l'indispensabile regolatore
-della locomozione aerea; avanguardie mattamente audaci di tutte le
-scienze e di tutte le arti; tutte le deformità intellettuali che
-corrispondono alle deformità fisiche: menti sbilenche, ingegni gobbi
-e guerci, genî idropici, fantasie affette d'elefantiasi; giocatori,
-innamorati, bevitori d'assenzio, atei, fanatici, cinici; gente che
-s'ammazza a studiare e gente che si finisce nei bagordi; uomini che
-dormono sui tetti e giovani che dormono sotto gli alberi dei Campi
-Elisi; qualcuno matto d'allegrezza, qualche altro che si brucierà
-le cervella la settimana ventura; tutti in cerca di qualcuno: chi
-dell'editore, chi del mecenate, chi dell'impresario, chi di scolari,
-chi d'affigliati, chi di vittime, chi di complici; un'accozzaglia
-cosmopolitica che lavora, digiuna, farnetica, si dibatte sull'immenso
-lastrico di Parigi, per lasciar il nome alla posterità, o l'ambizione
-in carcere, o l'ingegno al manicomio, o il cadavere all'ospedale. Sì,
-caro Parodi, questo spettacolo è bizzarro, ma quest'aria mi soffoca;
-domani pranzeremo al _Passage des Princes_; ho anch'io i miei capricci
-di povero diavolo; ho bisogno ogni tanto di sdraiare la mia vanità
-in una sala dorata e di tuffare la mia miseria in un bicchiere di
-Champagne....
-
-
-..... Champagne? _Kellner_, Champagne al signore. — _Sie beschämen
-mich mit Ihren Höflichkeiten_, biondo capitano Schopper. Il vostro
-bastimento è un palazzo splendido e voi siete il re del Danubio. Oh
-la bellissima sera! Per le finestre aperte, di là dalle acque rosate
-del fiume, vedo fuggire la riva boscosa del Banato di Temesvar,
-e tra finestra e finestra, i grandi specchi incorniciati d'oro mi
-riflettono la campagna malinconica della Slavonia rischiarata dal
-tramonto del sole. E la fortuna m'ha messo dinanzi il più bel visetto
-e il più svelto corpicino ungherese che sia mai passato sul nuovo
-ponte di Pest. Signor Castelulù, recitatemi i versi sulla statua di
-Michaiù Vitézlù, io adoro la lingua rumena; e voi, capitano Schopper,
-soffiatemi nel viso un nuvoletto di fumo del vostro sigaro d'Avana.
-Alla tua salute, mio buon Mahmud Dejézaerli, gloria predestinata della
-pittura musulmana; buoni studi a Vienna, e che io ti rivegga fra dieci
-anni installato in una bella villetta sulla riva del Bosforo, accanto
-alla più bianca moschea di Bujukderé! Mi pare che qualcuno laggiù
-canti le lodi del Reno. Capitano Schopper, mandate quell'insolente a
-baloccarsi sul suo rigagnolo con una barchetta di carta, e insegnategli
-a rispettare il nostro immenso Danubio. Ah! voi ridete, capitano
-Schopper! ridete dell'effetto che mi fa il vostro Champagne, è vero?
-Ebbene....
-
-
-.... Ebbene, che è questo? Cosa accade qui? La riva della Slavonia
-è sparita, il cielo s'oscura, le acque s'agitano, il vento mugge,
-la sala splendida s'è cangiata in uno stambugio rischiarato da un
-lanternino, l'elegante capitano Schopper in un vecchio cencioso, la
-bella signorina ungherese in una povera contadina con due bimbi in
-braccio; e il bastimento rulla, beccheggia e scroscia spaventosamente
-mandando ogni cosa sossopra. — _No, no, señor Capitan_, per amor di
-Dio, per pietà delle mie due creaturine, non ci moviamo di qua, il mare
-è cattivo, può seguire una disgrazia, aspettiamo che faccia giorno,
-non passiamo il capo Trafalgar, ve ne scongiuro, non per me, per le
-mie povere creaturine! — Non posso, buona donna; _el capitan tiene sus
-obligaciones_: ci son cinque passeggieri che vanno in Africa; io debbo
-sbarcarli domattina all'alba a Algesira; non posso passar la notte
-a Trafalgar; bisogna tentar d'andare innanzi; seguirà quello che Dio
-vuole! — No! no! _señor Capitan!_ noi naufraghiamo! noi moriamo! i miei
-bambini! _Ave Maria purissima_, se n'è andato! Lei, signor italiano,
-per carità, vada lei, vada a supplicare il capitano che non si mova di
-qui, che non ci faccia morire! Dio mio! Dio mio! — Chetatevi, buona
-donna, vado io. Capitano! Dov'è il capitano? Non c'è modo di trovare
-questo capitano? È a prua! — È a poppa! — Passi di qui! — Scenda di
-là!...
-
-
-Di qua, di là! Che il malanno vi colga! Son tre ore che cammino e non
-mi sono ancora raccapezzato. Sarà ben sonata la mezzanotte. Ah! se me
-ne fossi rimasto nel mio piccolo albergo di Leicester-square, invece di
-venirmi a cacciare in questo labirinto fetido e oscuro! Dopo una strada
-un'altra strada, dopo una svolta un'altra svolta, e crocicchi dietro
-crocicchi, e case accanto a case, e non una porta aperta, non un lume a
-una finestra, non un _policeman_, non una voce umana, non il suono d'un
-passo, non un indizio di vita; null'altro che interminabili muraglie
-nere che si perdono nella nebbia, e un silenzio di città disabitata.
-Cammino, corro, divoro la via, e mi par sempre d'essere nello stesso
-luogo. Forse non faccio che girare e rigirare nelle medesime strade.
-Questo sospetto mi sgomenta e le forze cominciano a mancarmi. E poi....
-che serve ch'io lo nasconda a me stesso? Ho paura! paura d'essere
-assassinato, di cadere in una fogna, d'inciampare in un cadavere,
-di mettere i piedi in una pozza di sangue. Come son venuto qui? Dove
-sono? Sapessi almeno dove sono! Sono in White Chapel? a San Gilles?
-in Waping? Se fossi sicuro d'essere a Bethnal Green, per esempio,
-cercherei di trovare Mile end Road, e di là saprei andare alla torre di
-Londra; o se fossi in Seven Dials, potrei sperare di riuscire in Regen
-Street o d'infilare Piccadilly. Ma qui non so da che parte voltarmi,
-cammino a caso, come un pazzo. M'imbattessi anche in un branco di
-ladri, purchè incontrassi qualcuno! Questo silenzio sepolcrale mi
-gela il sangue. Dio mio! non domando che il rumore d'un passo o il
-latrato d'un cane! E un'altra strada, un'altra di queste interminabili
-e lugubri strade! Ah, io non vado più innanzi; in questa strada c'è
-qualcosa d'orrendo, ci son dei morti, le mie gambe tremano, il mio
-cuore si agghiaccia, la mia ragione si perde, io mi metto a gridare,
-io.... Che! Sei tu! Tu, mia amica! Tu, amor mio! Tu qui, a Londra! con
-me! Ma è un sogno! Ma parla! No! fuggimmo prima, qua la mano, coraggio,
-seguimi, vola.... Oh l'inesprimibile piacere! il vento ci porta, il
-cielo si rischiara, il sole ci batte in fronte, Londra è sparita, siamo
-sul mare, siam salvi!
-
-
-.... Dove siamo? Ah! tu mi domandi dove siamo, classichetta che tu
-sei, piena di greci e di romani, tu che diventi rossa a nominarti
-Pindaro, che piangi quando ti dico che un giorno faremo un viaggio
-nella Troade, tu che mi hai fatto diventar geloso di Annibale e
-prendere in tasca Catone, testolina imbottita di grandi nomi e di
-grandi versi! Ebbene. Questa volta sarai felice; ma devi indovinar tu
-dove siamo. Guarda questo cielo splendido, questo mare azzurro, questi
-colli cinerini, queste roccie nude, queste pietre sparse, e indovina.
-Ah, tu impallidisci! — Ebbene, non è la Troade. — No, non sono le
-rovine di Cartagine. — Nicea? Meno che mai, signorina. Cerchi, cerchi
-ancora, frughi nelle sue reminiscenze storiche, interroghi tutti i
-suoi desiderî classici. Ma sì, amica mia, sì! Atene! Atene! Atene!
-Siamo sull'Acropoli! Ah io sono pazzo della tua gioia! Qua, nelle mia
-braccia, ed ammira: quella è la costa orientale del Peloponneso, —
-più in qua l'isola di Salamina; — lì il Pireo, — là il Falereo, — a
-destra, su quel colle nudo, il tempio di Teseo, — su questa roccia,
-in direzione della mia mano, le rovine dell'Areopago; — qui sotto
-il teatro di Bacco, dove il tuo Eschilo e il tuo Sofocle facevano
-rappresentare le loro tragedie; — in fondo a quella gola, il tempio
-delle Eumenidi; — tu tremi, poverina, a sentir questi nomi; — ed ora,
-voltati: ecco le quarantasei colonne del Partenone, — e adesso alzati e
-fa pure qualche pazzia perchè le pietre su cui sei stata seduta finora
-sostenevano l'enorme Minerva Promacos di Fidia, la quale mostrava al
-cielo la punta della sua lancia dorata, la prima immagine della patria
-che rivedeva il navigatore ateniese, venendo dal capo Sunium. Ah! la
-mia cara classichina che piange!... Dov'è il nostro bambino? Era qui un
-momento fa. Zitta! Non t'inquietare; non può esser lontano; tu cercalo
-di qua, io lo cerco di là; si sarà nascosto nell'Erecteo; Checchino,
-dove sei? Checchino! Checchino!...
-
-
-.... Sentite, galantuomo: ho girato il mondo, e ho conosciuti molti
-buffoni; ma vi dico schiettamente che uno del vostro stampo l'avevo
-ancora da inciampare. Animo, via; il proverbio insegna che ogni bel
-gioco dura poco, il che vuol dire che un gioco stupido deve finire
-appena incominciato. Mettete giù il bambino che avete nella mano
-destra, che è mio, e quello che avete sulle spalle, e quello che avete
-sotto il braccio, e i tre che tenete nella cesta. Eh, dico, metteteli
-giù, o m'arrampico su per la vostra colonna, e vi scaravento in terra
-come un sacco di cenci. Vi paiono scherzi da fare codesti? O di dove
-siete sbucato, faccia patibolare? Chi siete? Come? Osereste? Ah!
-l'orribile mostro, che si mette in bocca la testa del mio bambino!
-Aiuto! A me, a me, Ateniesi! Sia lodato il Cielo, vien gente. O
-perchè tutti ridono? Che c'è da ridere, Ateniesi? È una vergogna
-che in una città colta e gentile come la vostra, si permetta a un
-mascalzone come costui di torturare i bambini in mezzo a una piazza
-pubblica. Rispondete dunque. A voi, cittadino, rendetemi conto voi di
-quest'infamie. Sentiamo! — _Eh, monsieur, vous êtes fou; vous n'êtes
-pas à Athènes, vous êtes dans la ville de Berne, devant la statue du
-mangeur d'enfants, devant la Kindlifresser-Brunnen, que tout le monde
-connait; regardez donc dans votre guide Bedeker, farçeur...._
-
-
-.... Statue! Berna! Son baie. A Berna non c'è questa campagna
-solitaria, nè questo cielo di zaffiro, nè questa immensa pace che mi
-penetra fino al più profondo dell'anima. Oh la mia bella Bulgaria!
-Belle roccie coniche, coronate di castelli muscosi, e tinte di rosa e
-di viola dai primi raggi del sole; belle colline vestite di macchie
-inestricabili che l'autunno ha screziate dei suoi mille colori
-pomposi e tristi; bruni villaggi mezzo sepolti nella terra, come per
-sottrarvi alla vista del minareto odioso che vi torreggia sul capo;
-vasti pascoli ondulati, immensi armenti, alti pastori dal grande saio
-e dal berretto velloso, curvi sopra le traccie dei cavalli dei lilas,
-che passarono or ora trascinando alle fortezze del Danubio i vostri
-fratelli incatenati; bel paese selvaggio e melanconico, bel popolo
-austero, silenzioso e dolce, io ti rispetto e ti amo! Sia maledetta
-la strada ferrata che m'ha rotto il filo delle fantasie. Ora convien
-scendere e asciugarsi a piedi una galleria d'un miglio e mezzo: cose
-che non seguono che in Turchia. Entriamo dunque nella tana. Ma stiamo
-stretti, signori, e badiamo di non perderci, perchè è buio fitto.
-Vorrei però sapere come fa a passare il treno per questo cunicolo largo
-due braccia. Mi spieghino loro questo miracolo, signo.... Non c'è più
-nessuno! Poh, peggio per loro. Io accendo il mio cerino e tiro innanzi
-tranquillamente.... Oh! che vuol dir questo? Qui non ci sono rotaie!
-Questa non è una galleria di strada ferrata! Questo è un corridoio! I
-muri son segnati di croci e d'iscrizioni.... spagnuole! Oh l'orribile
-cosa! I sotterranei dell'Escuriale!...
-
-
-.... È stato un momento di debolezza; la preghiera m'ha ridato
-coraggio; andiamo innanzi; troverò un'uscita; Dio m'assisterà; il tutto
-è di riuscire a un cortile. Mi trema il cuore però. Mi spaventa questo
-corridoio sterminato. Questo corridoio non c'era la prima volta che
-venni al convento. E questo rumore.... che non è quel del mio passo!
-Ah! mi si rizzano i capelli! No, un momento, un po' di riflessione:
-questo è il suono del mio passo; infatti se io mi fermo.... Gran Dio!
-suona ancora! Io divento pazzo! Ma dove suona dunque? Non certo davanti
-a me, perchè mi metto a correre e lo sento sempre alla stessa distanza;
-nemmeno di dietro, perchè se mi fermo, non mi raggiunge; e sopra la
-vôlta non può essere, perchè non lo sentirei così distinto; sotto, è
-impossibile. Dov'è dunque? Ho sognato? Eppure no, lo sento, lo sento
-vicino a me, monotono, ostinato, sinistro. Questo non è uno spettro,
-questo è un frate, un prete, un custode che vuol farmi incanutire dal
-terrore. Oh! ma la rabbia che mi divora è anche più forte del terrore.
-Questo sconosciuto aguzzino mi è anche più odioso che terribile. O tu
-che mi cammini davanti, o dietro, o accanto, o sopra, o sotto, chiunque
-tu sia, sei un miserabile che disprezzo e sbeffeggio; e ti sfido a
-comparirmi davanti! E se non compari, ti dico che sei un vigliacco e
-ti sputo nel viso; e se fosti anche Filippo II, in carne ed ossa, colla
-corona e colla spada, io ti giuro che non ho paura di te, e ti comando
-di farmiti dinanzi, perchè possa piantarti nel cuore un palmo del mio
-pugnale marocchino, e rimandarti a marcire colla tua stupida prosapia
-sotto l'altar maggiore di San Lorenzo! — Nessuna risposta, e il passo
-continua a risuonare vicino a me, lento, cadenzato, implacabile! Io
-divento furioso! Avanti, avvicinati, dimmi da che parte sei, vieni a
-portata della mia mano, chè io mi possa liberare da questa tortura!
-Sei dentro al muro? Ebbene, guarda, io lo percoto coi pugni e coi
-calci, io lo raschio col pugnale, lo sgretolo colle unghie, lo rigo col
-mio sangue. Fuori! fuori! fuori! — E nessuno risponde, e sempre alla
-medesima distanza, quel passo misurato, sonoro, lugubre come il picchio
-d'un martello sopra una bara! Ah questo è troppo, non posso più, ho
-paura, è un sogno che m'uccide, svegliatemi, svegliatemi!....
-
-
-..... Dev'essere il barcarolo che m'ha svegliato con una pedata in
-un fianco. Dove andiamo? La campagna è tutta piana e velata dalla
-pioggia come da una nebbia; si vede confusamente qualche mulino a
-vento e qualche campanile; il canale è largo e colmo; mi pare che
-si debba essere tra Leuwarden e Dokkum. Non si starebbe mica male
-tappati in questo _trekschuit_ piccino e tepido, con un libro in mano
-e colla pipa in bocca; ma bisognerebbe buttar fuori questi diciassette
-bimbi paffuti, che mi premono da tutte le parti, e questo donnone,
-questo faccione di luna in quintadecima, questa sorella carnale della
-_Veneranda_, che mi fa gli occhi soavi parlando a fior di labbra. E
-bisogna dire che di questi diciassette marmocchi, le sia molto piaciuto
-il primo, poichè l'ha ristampato sedici volte senza correzioni, e
-tutti portano l'impronta netta della beata melensaggine della mamma. Oh
-questa è Olanda davvero! E chi sarà quel capo matto che ha rovesciato
-sui Paesi Bassi questa valanga di putti? e com'è possibile che questa
-madre d'un popolo, abbia ancora dei grilli per la testa? E mi tocca
-i piedi! Tocca? Pesta, per Giove! Avete una maniera un po' troppo
-vigorosa di manifestare le vostre simpatie, signora mia.... vorrei
-dirle. Che cosa dite? Eh? Io? Ma voi siete pazza. Io vostro marito?
-Io v'ho sposata davanti al borgomastro di Dokkum? Questi diciassette
-bimbi son.... nostri? Voi avete il contratto matrimoniale? Ah! la mia
-memoria si rischiara.... Ma dunque è vero! Dunque finora io ho sognato!
-Non v'inquietate, moglie mia: apro la finestra e metto la testa fuori
-per pigliare una boccata d'aria; — vi amo più della vita; — metto
-fuori anche il busto; — v'adoro; — mi sporgo ancora un po' innanzi; —
-lasciatemi appoggiare il piede sulla seggiola; — così, amor mio; — ed
-ora tu, Dio pietoso, accogli il mio spirito, e voi, acque dell'Olanda,
-il mio corpo!... Dannazione eterna! Chi mi trattiene?
-
-
-.... _Caballero_, ci perdoni se l'abbiamo tirato indietro così
-bruscamente; siamo guardie civili, dobbiamo obbedire agli ordini; è
-proibito ai viaggiatori di metter la testa fuori del finestrino dei
-vagoni; potrebbe seguire una disgrazia; ci son Carlisti da ogni parte;
-ieri erano a Calatayud; avanti ieri scorrazzavano intorno a Siguenza;
-non per nulla ci hanno messi cinque per vagone, armati fino ai denti;
-non s'appoggi sui fucili: son carichi. — E sta bene! E anche questo
-è un bel modo di viaggiare! Due facili carichi dinanzi, due fucili
-carichi di dietro, un pistolone rasente il ginocchio, il manico d'una
-daga contro il fianco, e sei cinghie di zaino che mi spenzolano sulle
-spalle; e se m'affaccio al finestrino, una palla cilindro-conica
-nel cranio; e tutte queste dolcezze, per andare al Marocco. Povera
-Spagna! Quanto la ritrovo mutata! La campagna, deserta, i villaggi
-barricati, le stazioni della strada ferrata arse, diroccate, circondate
-di parapetti e di fossi; per tutto gruppi di contadini oziosi e
-di soldati stanchi; tende, sentinelle, cavalli rifiniti, traccie
-d'accampamenti, case affumicate, miseria. Non sembra però che i miei
-compagni di viaggio si diano gran pensiero di questo sottosopra. Vedo
-là due sposi che colombeggiano; qui un operaio brillo che fa delle
-proposte di matrimonio a una vecchia contadina aragonese; più in là
-cinque scamiciati che giocano alle carte; un ufficiale dei cacciatori
-che canta, un postiglione castigliano che trinca, e un vecchio parroco
-di campagna che stabacca voluttuosamente fra un periodo e l'altro
-dell'_España católica_. Allegri, figliuoli, e che Dio vi conservi. Ora
-canta anche il postiglione, l'operaio gli fa eco, i cinque scamiciati
-entrano nel coro; come, come, anche loro, le signore guardie? Ma, e la
-_consegna_? E la disciplina? E i Carlisti? Oh che bel paese di matti!
-Il carnovale in mezzo alla guerra civile. Ma bene! Viva la.... darei
-un buffetto sul naso a quei due sposi, che si guardano nel bianco
-degli occhi. Corpo di Carlo V! Non c'è peggior supplizio per un povero
-viaggiatore, che di dover assistere a queste fanciullaggini! Smettiamo
-dunque; il vagone non è un'alcova, che diavolo!
-
-
-.... E un'altra coppia, — e un'altra, — e un'altra. Eccomi qui in
-piena Arcadia. Ora mi dovrò asciugare quest'uggioso spettacolo fino
-a Colonia. Già non ci dovevo venire. Me l'avevano detto che questi
-scellerati piroscafi del Reno, in autunno, sono il nido galleggiante di
-tutti gli amori nuziali del Belgio, dell'Olanda, della Svizzera tedesca
-e dei paesi delle due rive. Eccole qui, tutte queste bionde sdolcinate
-e scarmigliate, che alzano gli occhi al cielo e lasciano ricadere la
-testa. Ecco gli sguardi velati, le strette di mano furtive, i baci
-mandati col ventaglio, le toccatine di piede, i bisbigli, i languori,
-le sciocchezze infinite che cinquanta maledetti notari tabaccosi hanno
-legittimate pel mio malanno. Quella belga fraschetta! Quella magontina
-petulante! Questa lussemburghese ipocrita che nasconde coll'_Allgemeine
-Zeitung_ il braccio di suo marito! Le sfrontate! Gli ufficiali
-tedeschi salutano il piroscafo dalle terrazze delle ville, le chiese
-gotiche specchiano le loro guglie cesellate nelle acque, i vecchi
-castelli disegnano le loro gigantesche forme nere sul cielo, passa
-la roccia di Coblenza, sparisce la rovina di Hammerstein, si nasconde
-dietro ai monti lo splendido castello di Rheineck, si dileguano come
-sette nuvole enormi le Sette Montagne; e loro non vedono nulla! e
-continuano a bamboleggiare colla punta delle dita e colla punta dei
-piedi, stupidamente sicuri di non esser visti, come se fossimo tutti
-addormentati, orbi, o cretini.... Eppure se tutte queste sciocchezze
-non si facessero, non avrei trovato, le sere dei giorni di festa, nei
-giardini d'Anversa e nei viali di Basilea, una folla d'angioletti
-coi capelli d'oro, che mi scacciarono dal capo le idee nere, e mi
-riempirono il cuore di dolcezza! Ah! io sono un ingrato! Ebbene, sì,
-sorridete, guardatevi, amatevi, parlatevi nell'orecchio, giocate colle
-punte dei piedi, godete, inebbriatevi, scordatevi di noi e del Reno e
-dell'universo! purchè vengano gli angioletti coi capelli d'oro....
-
-
-.... Eccoli qui! Una folla di bimbi e di bambine che invadono il
-_Prater_ di Vienna, sparpagliandosi in mezzo agli alberi sfrondati, per
-i viali coperti di foglie gialle. L'autunno s'è cangiato a un tratto in
-primavera; l'aria grigia s'è riempita di fragranze e risuona di voci
-armoniose, e tutto spira freschezza e allegria. A gruppi, a schiere,
-a circoli, a stormi, vanno e vengono, come un nuvolo d'uccelletti e di
-farfalle; e rendono l'immagine d'un grande giardino di rose e di gigli
-vivi, che da sè stessi intreccino e disfacciano rapidamente mazzi,
-corone e ghirlande palpitanti e sonore. Ciarpe scozzesi e pelliccie
-russe, giubbette ungheresi e berrette polacche, penne purpuree,
-riccioli biondi e nastri azzurri, ondeggiano e si confondono in mezzo
-ai cerchi, alle carrozzine, alle racchette, ai cervi volanti, ai
-palloncini color di rosa. Tutto ride, tutto brilla, tutto splende,
-tutto tripudia, e un senso divino di giovinezza e di speranza invade
-l'anima mia. Siate benedetti, o bei fiori appena sbocciati della razza
-umana! Benedetti i vostri visi rosei, benedetti i vostri capelli di
-seta, benedette le vostre gambettine nude, benedetti i vostri giochi,
-la vostra gioia, la vostra innocenza, le vostre famiglie, la vostra
-vita! Io v'adoro, creaturine! Venite, accorrete intorno a me, fatemi
-fare qualche cosa, fatevi servire, imponetemi i vostri capricci,
-divertitevi di me! Volete picchiarmi? Volete farmi l'urlata? Volete
-saltarmi a piedi giunti? Volete ch'io vi porti sulle spalle? Volete
-che m'arrampichi sopra un albero, per farvi ridere? Se mi rompessi la
-testa, voi dite. E che m'importa di rompermi la testa per voi! Animo,
-sull'albero. Sono già molto alto, non è vero? Ma salirò ancora. Così?
-— Noch! — Così? — _Immer noch!_ — Ma volete dunque ch'io salga fino....
-
-
-.... Oh l'incantevole panorama! Un golfo coperto di navi, due mari
-che si congiungono, tre città che s'abbracciano, l'Europa e l'Asia
-che si guardano, mille minareti e mille cupole, in mezzo a migliaia
-di chioschi, di bazar, di bagni, di terrazze, d'acquedotti, dentro
-a una corona immensa di giardini e di boschi; e in ogni parte una
-folla variopinta e innumerevole che sale e scende per venti colline
-e venti porti, in mezzo ai cipressi, alle fontane e alle tombe; e su
-tutto questo il cielo d'Oriente! Oh com'è bello, splendido e grande!
-Io non credevo che una così meravigliosa bellezza si potesse vedere
-sulla terra altro che in sogno. Ora comprendo il musulmano moribondo
-che dice: — portatemi alla finestra. — Vi comprendo, poeti che avete
-spezzata la penna, pittori che avete lacerato la tela, scienziati che
-avete perduta la flemma, mercanti che avete balbettato dei versi,
-fanciulle che avete gettato un grido e abbracciato vostra madre,
-gente d'ogni paese e d'ogni tempra, che vi siete sentiti rimescolare
-il sangue e inumidire gli occhi davanti a questa visione di paradiso!
-Oh se potessi portar qui tutto quello che amo, e viver qui, a questa
-sublime altezza, su questa terrazza aerea salutata dal primo e
-dall'ultimo raggio del sole! Custode, non mi seccate. — Faccio il
-mio dovere, _captàn_. Tutta Costantinopoli sa che il nostro signore e
-padrone Abdul Aziz, che Allà protegga e conservi, non vuole che nessuna
-fronte umana si alzi sopra l'ultimo parapetto della torre del Seraskir.
-Fammi dunque il favore di abbassare la testa. — Lasciami in pace, ti do
-cinque lire franche. — Abbassa la testa, _captàn_. — Ti do due scudi
-franchi. — Abbassa la testa, _captàn_! — Ti do un napoleone d'oro,
-che tua moglie diventi sterile e gli uccelli del cielo insudicino la
-tua barba! S'è mai visto un mulo di turco più mulo di costui? Siamo
-d'accordo?
-
-
-.... _D'accord, monsieur, d'accord. Donnez moi le napoleon et voici
-la chaise._ — Sta bene; ma aiutatemi a salire, perchè è buio fitto,
-e sostenetemi di dietro perchè la folla ondeggia. Ed ora dove devo
-guardare? — Al di là della Senna, signore. — Ah! un fascio di raggi
-bianchi ha illuminato per un momento un mare di teste nel Campo di
-Marte. Ora dalla riva in faccia s'alza e s'allarga un nembo di foco che
-vien giù a schizzi, a sprazzi, a pioggioline, a cascatelle splendide
-in forma di fiori, di pagliole, di stelle, di fiocchi, d'anelli, e
-produce nelle acque un tremolío di riflessi, un turbinío di scintille,
-un lampeggiamento di colori, che par che la Senna travolga perle,
-cristalli e vezzi d'oro. Intanto dal ponte, dalle case, dalla riva
-destra si spandono torrenti di luce che colorano via via di verde
-smeraldo, di giallo sulfureo e di rosso sanguigno le sponde, la folla,
-l'altura del Trocadero, il padiglione dello Scià; cento cannoni tonano,
-cento musiche echeggiano, e l'immensa voce della moltitudine empie
-il cielo come il muggito d'un oceano. A un tratto, tutto si spegne,
-tutto tace, e la folla, immersa daccapo nelle tenebre, volta le sue
-trecentomila teste a monte della Senna. L'incendio di Parigi comincia.
-Vampe di luce indiana e fasci di luce elettrica vibrati tutt'insieme da
-mille punti, illuminano tutte le sommità dei più alti edifizî. I tetti
-delle Tuilleries sfolgorano come piramidi di carbonchio, la cupola del
-Panteon è di bragia, il palazzo dell'Industria è d'argento percosso
-dal sole, il palazzo degli Invalidi è verde acceso, la torre di San
-Giacomo, la colonna di Grenelle, la scuola militare, San Sulpizio,
-Nostra Signora di Parigi mostrano i loro grandiosi contorni segnati di
-foco, le loro cime coronate d'aureole e velate di fumo luminoso, e il
-cielo appare colorato qua e là d'aurore e di tramonti di soli ignoti; e
-infine una miriade di razzi scoppia da un capo all'altro di Parigi con
-un fragore formidabile, e si risolve in una immensa pioggia silenziosa
-di fiori ardenti, accompagnata da un grido universale d'allegrezza
-infantile....
-
-
-.... Vera allegrezza infantile! Lasciate stare codeste fanciullaggini,
-e pensate alla morte! — Ah! siete voi, signor Danmann? — Son io, il
-vecchio e uggioso filosofo danese, che vi sermoneggia in fondo a una
-carrozza, tra Turnu-Severin e Palanka, un'ora prima del levar del sole;
-distogliendo voi, stizzito, (perchè vedo che vi stizzite) dal cercare
-cogli occhi fra le capanne e le siepi, a traverso la nebbia, le incerte
-forme bianche delle contadine valacche. Lasciatemi dunque finire il
-discorso. Vi voglio ripetere il mio consiglio, un buon consiglio per
-la pace della vostra vita. Pensate tutti i giorni, e lungo tempo alla
-morte; ma sprofondatevi in questo pensiero e chiudetevi in esso come
-in una tomba, giovandovi di tutta la forza della vostra immaginazione.
-Raffigurate voi a voi stesso, colto da una malattia mortale —,
-moribondo —, morto; stampatevi bene in mente l'aspetto del vostro
-cadavere; osservate ogni movimento degli uomini che vi stendono nella
-cassa, che inchiodano il coperchio, che vi portan via; — guardate a
-traverso le assicelle la città affaccendata ed allegra; — sentite il
-freddo della fossa in cui vi calano —; udite il rumore della terra
-che vi gettano sul capo; immaginatevi là solo, immobile, scheletrito,
-orrendo, e meditate senza staccar gli occhi da quell'orrore. Ebbene,
-credete a me: chi non ne ha fatto esperimento, non può concepire il
-grande e salutare cangiamento che produce questa meditazione funebre
-di tutti i giorni nella nostra maniera di vedere e di sentire il mondo
-e la vita. La nostra sventura è quel sentimento vago d'immortalità
-terrena, il quale ci fa vedere tutte le cose che ne circondano, più
-grandi e più importanti di quello che sono; onde più grandi i dolori,
-e anche le gioie, perchè sproporzionatamente maggiori delle cause,
-sorgenti di tristezza. Ma l'abitudine del pensiero della morte,
-ravvivando continuamente il sentimento della precarietà d'ogni cosa,
-ci presenta tutto ridotto alle sue proporzioni reali, e restituisce
-così l'equilibrio tra noi ed il vero, e coll'equilibrio la pace, e
-colla pace un misurato e più sicuro godimento della vita. Provate e
-rimarrete meravigliato, amico mio, vedendo come fuggiranno da voi tutti
-i piccoli sentimenti ignobili, tutti quei piccoli dolori senza cagione,
-quella turba miserabile d'irucole, d'invidiole, d'ambizioncelle, di
-dispetti, di crucci, che rode sordamente l'anima umana, e la rende
-più infelice che non le grandi sventure. Provate: in ogni vostra piaga
-morale versate prontamente questo pensiero, come versereste un balsamo
-in una piaga del corpo. Ogni volta che v'assale l'orgoglio, osservate
-le vene della vostra mano, tastate le vostre costole, trattenete
-per qualche momento il respiro, e sentendo così improvvisamente
-la debolezza della vostra vita, tornerete umile. Quando qualcuno
-v'offende, rappresentatevi alla mente il suo scheletro, tutte le più
-minute parti del suo fragile organismo, un vaso sanguigno del suo capo
-che, rompendosi, lo può rendere da un momento all'altro forsennato o
-cadavere; e perdonerete. Abituatevi a vedere in ogni uomo un moribondo;
-nello spettacolo della natura un quadro fantasmagorico che brilla e
-svanisce; in tutti i beni della terra, il bene d'un momento, che un
-raffreddore vi può togliere; abituatevi a sentirvi morire, fatevi del
-pensiero della morte un sostegno, un rifugio; e non temete ch'esso vi
-stanchi della vita, e vi renda freddo agli affetti e al lavoro, chè
-anzi ogni vostro affetto si colorerà d'una mestizia divina, e si farà
-più profondo. Ah! con che delirio d'amore bacerete la vostra amante,
-pensando che con una stretta delle braccia potreste slanciare la sua
-anima nell'eternità e il suo corpo nella tomba! E il vostro lavoro sarà
-più fecondo, perchè stando quasi colla vostra mente fuori della vita,
-contemplerete gli uomini e le cose dall'alto, coll'anima più quieta
-e coll'occhio più sereno. Eccoci a Palanca; qui dobbiamo separarci;
-ricordatevi i consigli del vecchio Danmann, e addio. — Permettetemi
-d'abbracciarvi, signore. — A me figliuolo. — .... Gran Dio! Voi non
-siete Danmann, voi non siete vivo! Voi siete di bronzo!...
-
-
-.... Una statua. Ah, riconosco le tue sembianze, o potente e caro
-agitatore della mia giovinezza. In quest'aspetto io ti vedevo apparire
-come un fantasma luminoso, sulla soglia della mia stanza, quando a
-tarda notte alzavo dai tuoi libri il volto trasfigurato. Così vedevo
-codesta fronte, che porta la traccia delle battaglie ardenti e perpetue
-della tua mente; così tutta la tua nobile figura, che pareva sempre
-naturalmente atteggiata sul piedestallo che ora ti sorregge, «_tutto
-altero e grandioso, fuor che gli occhi, che son dolci_.» Ti riconosco;
-sei tu «che t'avanzavi come un conquistatore nell'eterno dominio del
-vero, del bene, del bello, lasciando dietro di te, vaga apparenza, la
-volgarità che tutti c'incatena;» tu il profondo e sottile investigatore
-del cuore umano, l'instancabile rimestatore di problemi, poeta della
-libertà e dell'amore, scultore di tiranni e d'eroi, pittore di vergini
-e di banditi, glorificatore di schiavi e di martiri; tu «il _vero
-uomo_» tu «il giovane eterno» tu che eri ad ogni otto giorni «un essere
-novo e più vicino alla perfezione;» ingegno tremendo e gentile, anima
-eccelsa e semplice, uomo grande dinanzi alla patria, grande in seno
-alla famiglia, grande nella lotta contro te stesso e contro la morte!
-Sei tu, dunque? Oh! permetti all'ultimo dei tuoi devoti, a uno che,
-te vivo, avrebbe attraversato l'Europa per andar a gridare sotto le
-finestre della tua casa che tu sei grande e che ti ama, permettigli
-di mettere per un istante sotto la tua mano di bronzo la sua fronte
-infocata, come farebbe per chiedere la benedizione d'un Dio.
-
-
-.... Chi profana il nome di Dio? Non c'è altro Dio che Allà e Maometto
-è il suo profeta. Ascari, caricate di catene questo miserabile che si
-prostra ai piedi d'un idolo di bronzo. — Tu vaneggi, Kaid! Questa è
-la statua di Federico Schiller e io sono nella città di Magonza. — Tu
-menti, Nazareno! Questo è il simulacro d'un Dio bugiardo e tu sei nel
-palazzo imperiale di Fez. — Un momento, in nome di Dio! Abbassate le
-spade: io domando di parlare al Sultano! — Voltati indietro e atterra
-la fronte: egli s'avanza.... — Ah! Mulei-el-Hassen, i ministri,
-la corte! Sia ringraziato il Cielo, son salvo! Mulei! Maestà! Sono
-accusato d'idolatria, sono innocente, io non riconosco e non adoro che
-il vero Iddio, Signore dei mondi, immensamente misericordioso. Voi non
-mi farete morire. Mi dovete riconoscere. Venni qui con un'ambasciata.
-Voi montavate un cavallo bardato di verde, e avevate la cappa bianca e
-il cappuccio sul turbante; eravate bello e gentile, Mulei, e i vostri
-occhi eran pieni di dolcezza. Indietro dunque colle vostre spade,
-soldati! la mia vita è nelle mani del vostro Signore. Mulei, voi siete
-giusto e buono; io son lontano dalla mia patria, solo, senza difesa;
-son giovane, sono amato, ho bisogno di vivere, pronunziate una parola,
-fate un cenno, sorridete, guardatemi! Oh, voi vi movete a pietà, Mulei;
-la vostra fronte si rasserena, le vostre labbra si schiudono; una
-parola, dunque, una sola parola! Fate almeno allontanar queste spade
-che mi balenano sugli occhi. Ma scotetevi una volta, principe senza
-cuore! Non vedete, per Dio! che son già tutto intriso di sangue....?
-
-
-.... È mio sangue, signor tenente; son io che l'ho macchiato; lei non è
-ferito; la palla è toccata a me.... in un fianco; non vada via, signor
-tenente; stia qui accanto a me; io sento che la vita m'abbandona;
-m'aiuti o morire. — Ma che morire, figliuol mio! Perchè parli di
-morire? La tua ferita non è grave; fatti coraggio; appoggiati qui alla
-sponda del fosso; mettimi la testa sul braccio; così; ora ti sbottono
-il cappotto; a momenti capiterà qui il medico; non ti perder d'animo,
-via; vedrai che per questa volta ci si mette ancora una toppa. — Ah,
-no, signor tenente! Questa volta è finita.... Sento che è finita....
-Mi si velano gli occhi.... Addio! addio, mio buon uffiziale! addio,
-mia buona madre! addio a tutti! — Morto!... Forse il suo cuore batte
-ancora. Ah! non batte più. Povero ragazzo! Egli non poteva avere più
-di ventidue anni. Ecco un taccuino, una lettera diretta a suo padre;
-_al signor Pietro Caretti, contadino_. Contadino! _Fiesole, presso
-Firenze._ Un biglietto da due lire: la sua paga degli ultimi cinque
-giorni. Il ritratto d'una vecchia: sua madre. Un anellino di capelli
-neri: la sua amante. Ecco tutto il suo passato e tutto il suo avvenire,
-sommersi in una pozza di sangue; tutto il suo piccolo mondo, frantumato
-da un pezzetto di piombo; affetti, promesse, disegni, speranze, tutto
-finito! E da chi? Da qualche altro ragazzo che è laggiù in quei campi,
-dietro quei nuvoli di fumo, e che forse ha anch'egli sul cuore un
-ritratto e una lettera.... ma quella lettera è scritta in tedesco!
-Ecco perchè un dei due si è pigliato una palla nel fianco.... — Avanti!
-avanti! — Ma come, dove avanti, signor maggiore? Dobbiamo arrampicarci
-su per questo muro? È impossibile! — Avanti a ogni modo! Aggrappatevi
-all'erba e all'edera, laceratevi il viso e le mani; ma salite! —
-Saliamo dunque.... Me se non si può! l'edera cede e si rompe! — Ma come
-si rompe! Se è marmo!
-
-
-.... Marmo? E infatti le mie mani stringono due colonnette; il mio
-piede destro posa sulla testa d'un santo; il mio piede sinistro, sulla
-groppa d'un leoncino, e sulla mia testa, s'alza una finestrina a sesto
-acuto; io m'arrampico su per un delicatissimo monumento d'architettura
-gotica, tutto rilievi e trafori, e pieno d'aria e di luce; e giù sotto
-di me, vi sono altre colonnette, altri santi, altri ricami di marmo;
-e ancora più sotto.... Dio eterno! Io sono a un'altezza prodigiosa,
-sulla guglia estrema del campanile della cattedrale di Strasburgo!
-Vedo Wissemburg, la montagna del Geisberg, il Reno, la foresta nera,
-l'Eichelberg, la valle della Murg! Sono sospeso tra il cielo e la
-terra! Ah! purchè riesca a cacciare la testa nel finestrino! Coraggio.
-— Su — adagio adagio — di statuetta in statuetta — di rilievo in
-rilievo.... Ma questo vento che mi caccia i capelli negli occhi! Questo
-immenso vuoto che mi circonda! Queste colonnette sottili come verghe
-di salice! Queste teste di santo grosse come una noce! Ah, il coraggio
-m'abbandona! Le mie mani tremano, i miei piedi scivolano, le colonne si
-muovono, i santi vacillano, i rilievi si staccano, il terrore m'invade,
-l'abisso mi attira, la vertigine m'accieca! Ah l'orrenda morte! Oh
-madre mia! Aiuto! Io precipito....
-
-
-Cos'è stato? Mi son svegliato con un grido? Chi mi chiama? Ah, la voce
-di mia madre nell'altra stanza. Che dici?
-
-— Ti dico quello che t'ho già detto tante volte, figlio mio: di non
-dormire mai sul fianco sinistro.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- PAG.
-
- La mia padrona di casa 7
- Scoraggiamenti 19
- Ritratto d'un'ordinanza 45
- Battaglie di tavolino 55
- Un incontro 77
- Emilio Castelar 91
- Un caro Pedante 109
- Una visita ad Alessandro Manzoni 119
- La lettura del Vocabolario 135
- Appunti 147
- Una parola nuova 191
- Consigli 201
- Il vivente linguaggio della Toscana 211
- Quello che si può imparare a Firenze 235
- Un bel parlatore 245
- Dall'album d'un Padre 253
- Sopra una culla 275
- Giovanni Ruffini 283
- L'amore dei libri 297
- Manuel Menendez (racconto) 307
- In sogno 341
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Pagine sparse, by Edmondo De Amicis
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK PAGINE SPARSE ***
-
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